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Spazio Rivista

dicembre 2017 - n° 0


Redazione

Indice

Direzione: Elena R. Marino Silvia Furlan

Elena R. Marino, Editoriale 3 Anna Fabbri, Neo-nata 4 Mariaines Di Dato, foto 5 Maria R. Tedesco, Giovinezza 6 Laura Rosa, foto 9 Jaya Caporusso, Haiku 10 Luigi Siviero, foto 10 Viky Keller, Amava arrampicarsi sugli alberi 12 Luigi Siviero, foto 13 Sofia Astegiano, Cielo nero 14 Sergio Frassinelli, 3 versi + 1 distico legato da 1 mentre 16 Laura Rosa, Un abisso pieno di luce 18 Stéphanie Brahim, foto 19 Annalia Bellan, La corte dei miracoli 20 Luigi Siviero, Paolino Paperino 23

Comitato di redazione: Annalia Bellan Diego de Pantz Mariaines Di Dato Laura Rosa Renzo Saffi Luigi Siviero Maria R. Tedesco Testi di: Sofia Astegiano, Annalia Bellan, Jaya Caporusso, Anna Fabbri, Sergio Frassinelli, Viky Keller, Laura Rosa, Luigi Siviero, Maria R. Tedesco Immagini interne: Stéphanie Brahim, Mariaines Di Dato, Laura Rosa, Luigi Siviero Foto di copertina: Francesca Giacomin Foto quarta di copertina: Silvia Furlan

Spazio rivista è una pubblicazione di Live Art s.n.c. - www.liveart.it - www.spazio14.it Sede: Teatro Spazio 14 via Vannetti 14, 38122 Trento info@liveart.it - cell: +39.346.6050763 Stampata presso Pixartprinting S.p.A. Quarto d’Altino (VE) Italia, dicembre 2017

Per invio contributi e proposte di collaborazione spaziorivista@gmail.com Rivista on-line: www.spaziorivista.it

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Da Teatro Spazio 14 nasce Spazio Rivista. Filiazione naturale, da testi detti, letti, recitati, improvvisati, esplorati e da immagini che guidano, mesmeriche, per far ritrovare a ognuno qualcosa di sé fra le luci che evidenziano o criptano una performance. Voci oltre la scrittura, e scritture che riconducono alla voce, ne preparano le tessiture.

Editoriale

Abbiamo pensato a un magazzino creativo, a un deposito da aprire e offrire anche ad altri, alla partecipazione di chi vorrà proporsi collaboratore. Selezionare sì, ma soprattutto offrire “spazio” a prove, processi alchemici che magari impiegano del tempo per completarsi. Attendiamo: scritture, racconti, poesie, haiku urbani, immagini. Appena nati siamo già stati travolti da tantissimo materiale giunto, e speriamo che il flusso continui, inarrestabile e felice. Il logo di Spazio Rivista è una melagrana, pegno di luce e ombra, superficie e profondità. E come da mito vuole essere simbolo di prosperità e invincibilità. Ma l’abbiamo scelta soprattutto perché ha un buon sapore, se ne estrae un buon succo, e nell’unità della scorza umile contiene tantissimi granati d’un bel rosso vivo, gioielli di natura.

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Neo-nata Anna Fabbri

Poesia

Sono nata animale disobbediente al sole, fatta per rimandare il sonno e poi il risveglio. M’alzo con l’inerzia del fallimento addosso e il rimpianto di aver dormito troppo. Ma esiste, al di là del mio cancello, il desiderio di affondare come un rasoio nella polpa del giorno e succhiarlo tutto, commossa impiastricciarmi la bocca di riso e di pianto, perché c’è una bellezza - placida come un grande cetaceo sotto la pelle dell’acqua che esiste prima della parola stessa e ancora non ha nome, che è fisiologicamente necessaria alla vita, per cui, ovunque ci sia una finestra sul cielo, sono a casa.

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Giovinezza Maria R. Tedesco

Racconto

Questa è l’ultima estate dei miei vent’anni, ho preso tre mesi di vacanza dal lavoro, niente pianoforte, niente concerti, niente studio, niente esercizio, non ho fatto niente, non sono andato al mare, non sono andato a divertirmi, non ho letto gli americani, non ho riletto gli americani che avevo letto a vent’anni: le poesie di Spoon River e Faulkner; ho letto le prime 40 pagine di Addio alle armi: il giovane Hemingway è rimasto sospeso sulla sua autoambulanza di latta, alla vigilia della battaglia del Solstizio, dalla sua giovane infermiera ha ricevuto solo uno schiaffo. I miei vent’anni, il mio vecchio cuore che invecchia, le callicarpe che invadono i giardini degli avvocati, degli infelici medici di campagna, i giardini di Lewistown, il cimitero di Oak Hill, dove Master, il sensibile figlio di un avvocato del sud, è cresciuto, ha passato le sere d’estate a sentire odore di fieno e di letame, a immaginare le vite segrete dei suoi concittadini, e scolpire le loro pietre tombali. Sicuramente gli sarà venuta in mente la frase scritta sulla tomba di Keats “Qui giace uno il cui nome è stato scritto nell’acqua”, che lo stesso Keats scrisse, sentendo arrivare la morte dalle lunghe vesti, dai lunghi capelli che sfiorano le caviglie. Cosa rimarrà della giovinezza? Il suono di un muro vuoto, i versi che infiammano le guance; la giovinezza fa il suono delle pareti cave, delle monete gettate nel pozzo, dei fianchi tenuti fermi, delle scopate nei bagni della scuola, dei ragazzi con i preservativi nelle tasche, e i giorni della giovinezza

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sono come frutta toccata che conserva una bella buccia.

i miei venticinque anni. Una sera del mio venticinquesimo anno sentii che ero diventato adulto, decisi di comprare le opere d’arte di un gruppo di giovani artisti americani che avevano fatto un reality show, ecco quello a cui miravo allora: la fama, l’America, essere come loro. Comprai alcuni quadri di Ryan Scholl, ventiseienne amante dell’alcool e in particolare del gin, omosessuale, pittore iperrealista. Viveva a Brooklyn. Con i soldi ricavati dallo show aveva viaggiato in Francia e in Italia, lo incontrai a Parigi, ubriaco fradicio, in un minuscolo appartamento di un indefinito arrondissement, e poi a Firenze in un vagabondaggio notturno, rideva sempre, adesso dimostra tutti i suoi trent’anni, la giovinezza è agli sgoccioli, i suoi dipinti non hanno più forza, hanno perso vigore, rappresentavano giovani drogati americani, o giovani disagiati nell’atto di bere caffè o drogarsi o fumare, di puntare una pistola davanti a sé con una bandiera americana annodata al collo come mantello. Comprai un trittico: da due nature morte con lattine specchi e cocaina, un ritratto che raffigurava una faccia stravolta, la bocca dischiusa lasciava intravedere denti bianchi e brillanti, di un brillio conturbante.

Invece, quest’estate, ho letto un povero rinsecchito romanzo abitato da uomini nudi e morenti, in particolare abitato da un professore universitario studioso di Yeats che veniva licenziato. Non un solo soffio della poesia di Yeats c’era in quel romanzo, non un solo viandante, un solo bardo, una sola regina dagli occhi di ghiaccio che presiede a riti di ninfe nel bosco, nel bosco dove scorrono fiumi di birra bionda e scura, dove il vecchio dito ossuto della morte non ci troverà. Ricordo quella sera d’infanzia in cui scoprii il libricino di Hanrahan il rosso su uno scaffale della libreria, il verde cupo dei suoi occhi, le stelle e la notte, il viandante che percorre sentieri di tenebra. Adesso i trent’anni incombono gelidi, lucidi di febbre. La mia mascella si storce i miei denti ritornano storti dopo anni di cure odontoiatriche, ecco che occludo male, che la mascella slitta sulla mandibola. I ricordi risalgono come acqua stagnante, vengono convocati come spiriti nella notte: l’odore della fine dell’estate, odore di erba selvatica, i bambini che corrono dietro le case popolari, la quiete della vita borghese. L’adolescenza. Lo splendido angelo dell’adolescenza mi ha disdegnato: ho avuto un fisico sfortunato, cosce grosse, ventre prominente, occhi piccoli, sopracciglia folte: l’adolescente dal fisico disgraziato protagonista di film indipendenti, di opere prime di altri ex adolescenti sfortunati. Avevo talento per il pianoforte, passavo lunghe ore a esercitarmi. Quattro ore al giorno in inverno, sei ore in estate. Tutti gli studi di Chopin in repertorio prima dei venticinque anni. Ecco qualcosa da non dimenticare:

Adesso il sonno scende sulle palpebre, le rende pesanti, ma è un sonno inconsistente. Quello che non voglio ricordare ritorna in sogno, risalgono i ricordi nella loro lenta risacca, le città in cui ho messo piede: Ankara, la dolce, circonfusa di luce, trafitta da tramonti ultravioletti, con la sua grande moschea di Kocatepe dai lunghi minareti, un grande ragno che cerca di aggrapparsi al tessuto del cielo, al centro esatto della città. Milano dove ho mangiato sushi, e Budapest, Praga, Bratislava dove ho mangiato cotolette e spezzatino e gnoc-

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chi di pane da inzuppare nel sugo della carne, ricordo in particolare Budapest, quel ristorante poco frequentato e costoso sul lato est del parlamento, quei due omosessuali che chiacchieravano a un tavolo esterno nella fredda sera di aprile, io ho mangiato con diffidenza zuppa di zucca e un filetto molto al sangue e sono tornato a Buda, a piedi fino al Danubio e poi in taxi, fino all’altra sponda, dentro il castello, dentro i bastioni dei pescatori, davanti alle ricche case di Buda con i loro invisibili proprietari, il vasto Danubio, una musica di pianoforte veniva fuori da una finestra, Scrjabin, forse un pezzo per sola mano sinistra, un grido sommesso di dolore, un pezzo scritto per ricordare di essere un pianista con un sola mano. Scrjabin: dalle mani piccole, competitivo e ambizioso. Si rovinò le mani suonando Beethoven e Balakirev senza sosta. Fu la sua ambizione a fargli saltare i tendini e le articolazioni, gli esercizi estenuanti e forsennati, l’invidia per le enormi mani di Rachmaninov e per un giovane virtuoso del conservatorio di Mosca, di cui Scrjabin voleva dimostrare di essere migliore. Quel pezzo era il grido di dolore nell’ambulatorio del medico.

Quando ero giovane avevo coraggio, Massimiliano me lo diceva sempre. Facevamo lezione nel suo ampio studio al piano terra della sua casa. Facevamo lunghe lezioni di armonia in cui parlavamo continuamente. Massimiliano era un compositore. Forse ha sognato la gloria, seppure effimera. Ha sognato di essere trascinato dal successo per tutta Europa, come il compositore minore di una sinfonia esotica, un molle artista francese che torna a Parigi dopo un viaggio in oriente, e nella sua sinfonia evoca la tempesta nel deserto, i mercanti nomadi, i muezzin che cantano l’invito alla preghiera, e incanta il pubblico, forse si è visto trasportato dallo stesso successo effimero del molle compositore francese, o forse no, forse ha vagheggiato il grande successo, il successo assoluto: l’immortalità, le sue opere a fianco dei grandi, la sua musica conservata in edizioni di pergamena, con spessi caratteri sul dorso. Chissà come dorme Massimiliano adesso, al fianco della sua giovane moglie, se ascolta musica quando non riesce a dormire, e cosa ascolta, se tutta quella musica gli entra in testa e ne esce trasformata, se gli suscita altra musica e vorrebbe alzarsi per mettere su carta, ma ci rinuncia. Non si alza rimane immobile steso supino, a che serve tanto? La vecchiaia è alle porte.

Glenn Gould, l’ossesso, il fobico, suonava divinamente i walzer di Scrjabin. Sulla copertina di quel disco era immortalato con le mani in tasca, con le spalle incurvate, lo sguardo obliquo fuori dall’inquadratura, una prateria innevata alle sue spalle. Glenn Gould aveva paura dei germi, per questo non andò a trovare sua madre in ospedale, lasciò che morisse senza neanche un saluto, un ultimo bacio sulla guancia grassa. Si chiuse nel suo studio di registrazione a suonare Bach e non ne uscì più.

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Irrequietezza s’infiltrano spifferi dove riposo.

Sere estive al profumo dei fiori non serve luce.

Corpo disteso nel buio del mattino pioggia scrosciante.

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Senza titolo Jaya Caporusso

Come un’onda, delusione in petto persiane chiuse.

Haiku

Pioggia e viole trascino i miei passi per la salita.

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Amava arrampicarsi sugli alberi Viky Keller

Racconto

Amava arrampicarsi sugli alberi. Ma non era un’attività che le risultava facile. Il braccio sinistro era più pesante dell’altro. Non riusciva a chiudere completamente la mano e fino alla spalla il muscolo era duro, quasi legno. Insensibile. Non era sempre stato così, un giorno si era svegliata con un dolorosissimo formicolìo. Prima compariva saltuariamente, da qualche anno era diventato cronico. Nessuna visita o consulto medico avevano suggerito una cura definitiva. Alla sera si massaggiava con un composto di erbe e osservava il colore della pelle farsi rosso e poi tornare chiaro. Quel rimedio attenuava momentaneamente la morsa che sembrava costringere l’arto. Ma durava poco. Il dolore aumentava notevolmente con l’arrivo del freddo. Nel buio invernale spesso avvolgeva il braccio in uno scialle di lana, tenendolo accostato al corpo, come se fosse rotto. Come un bambino da cullare e scaldare. Aveva accettato quella menomazione di buon grado, accomodante e rassegnata. Svolgeva le attività quotidiane tenendo il braccio sinistro lungo il corpo. Con il destro si affaccendava veloce e sicura. Se la si guardava armeggiare in cucina, mentre preparava una torta di carote o di mele, si sarebbe potuto credere che quella era una creatura mitologica, fornita di un unico arto. Racconto questa storia, inventata solo un po’, perché spesso dei nostri limiti non sappiamo che farcene. Così non facciamo proprio niente. Io invece proverò a superare gli ostacoli, fuori e dentro di me. Perché non mi va di arrendermi.

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Nemmeno se, a volte, trovo ottimi motivi per languire nelle difficoltà. Sarebbe certamente più comodo adagiarsi nella commiserazione, nell’autocompatimento e in quel gioco subdolo del “tanto va così”. Ma se non siamo noi stessi gli artefici della forza capace di affrontare ogni evento della vita a chi altro potremmo affidare la speranza?! E tu, cosa pensi di fare?

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Cielo nero Sofia Astegiano

Risplende fulgida la luna questa notte di fredda primavera, In questo cielo così lontano stretto stretto, confinato deve rimanere, intrappolato tra questi monti familiari ed oscuri. Nessuna luce a rischiarare il verde, se di verde si può ancora parlare. Un mare nero, distesa d’ombra che si staglia netta contro le luci gialle della città. Come Falene impazzite cercano le proprie compagne, tra scintillio e bui improvvisi.  Come Falene innamorate si scagliano contro il cielo nero. Senza danza, senza speranza. Desiderio di morte, di lasciarsi andare all’abbraccio soffocante delle montagne. Natura chiama natura, selvaggia, indomita satura. Non vi è posto per le mura di pietra, le strade lastricate, per auto parcheggiate nei cortili, per passanti attardati lungo la via di casa.  Solo cielo immenso sopra le teste di chi non dorme, di chi sogna cieli ancora più vasti, di lune ancora più bianche. Solo questo maledetto cielo Che non finisce, che non capisce. Un vuoto che soffoca, schiaccia i corpi. Non bastano le preghiere di donne, le lacrime di una madre al capezzale del figlio, L’eco non si ferma, corre, fino alla curva del fiume per poi proseguire come vento sulla roccia, come pioggia sulla neve

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Poesia

E poi di nuovo acqua. Come la luna bianca Come questo maledetto cielo troppo pieno di pensieri, alcuni fieri, altri neri neri. Non si vede, non si crede. Solo cielo intorno a me. Solo buio dentro di me.

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3 versi + 1 distico legato da 1 mentre Sergio Frassinelli

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Scritture

"Mute tombe di un gigantesco cimitero si trasformano in vivai traboccanti di fiori di ogni colore e forma, due cagnoline che si conoscono litigano tra di loro sul quadratino di cortile dove mangiare dei saporiti ossi appena elargiti dagli amati padroni, gruppi di macchine formano lunghe colonne per raggiungere un gazebo dove assaporare gustosi e costosi marroni di Combai. Un pingue inoccupato deve rinunciare al riposino pomeridiano per migliorare la qualitĂ del suo sonno notturno troppo frammentato e poco rigenerante mentre un'anziana signora fa la guardia a un suo prato posto lungo una delle arterie stradali del ricco Nordest per evitare che degli incontinenti guidatori vi sfoghino il loro getto caldo e paglierino".

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"Azioni guidate da percorsi mentali malati si risolvono grazie a gesti di affetto e di appartenenza familiare, giovani latinisti si cimentano in una lotta con una nuova macchinetta del caffè che ha appena prodotto un espresso cortissimo e iperconcentrato, signori occhialuti e con pochi capelli in testa camminano tra le serrande abbassate di un piccolo paesino baciato da un tiepido sole di fine ottobre. Degli operai indaffarati bucano con fatica il fondo stradale per alloggiarvi un nuovo e desiderato marciapiede mentre coloro che posseggono un orto o un giardino raccolgono gli scheletri della stagione estiva prima che il terreno si ghiacci".

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vano orari personalizzati e non messi a conoscenza del pubblico, coppie di pappagalli inseparabili colorati giocano cantando tra le travi di una storica casa di un paesino montano. Piccole signore con capelli argentati che sovrastano chiome nero corvino visionano preziosi giornali con riportati lavori a uncinetto mentre impianti di raffreddamento di solerti stamperie emettono rumori cupi che fanno vibrare i vetri delle abitazioni vicine".

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"Sale d'aspetto piene e con aria irrespirabile fanno da zoo a bambine di quasi un anno vestite di rosa con il ciuccio sempre per terra e con una voglia a forma di corno di rinoceronte sopra il naso, durante cupe giornate di pioggia giovani bariste more fanno da babysitter ad anziani signori che raccontano eventi della loro giovinezza bruciata, mogli stanche e arrabbiate litigano facendo lo sciopero del sesso con mariti che non festeggiano il loro compleanno in famiglia. Giovani coppie innamorate vanno a fare insieme l'ecografia per scorgere una vita concepita da tre mesi mentre signori in pensione confessano agli amici di bevuta le loro fastidiose intolleranze alimentari"

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"Uno strano essere umano dotato di un cappellino nero lucido con una lunga visiera proveniente da un passo montano parla e bestemmia da solo in un piccolo bar affacciato su una piazza infastidendo una mora cassiera che cerca di rilassarsi e di astrarsi dal circostante, buffi pappagalli di media taglia interagiscono fischiettando con allegre padrone che spazzano sotto la loro gabbia sospesa, giovani studenti con anelli metallici sui pollici e giubbotti di pelle nera vedono avvicinarsi come una tempesta di sabbia l'inizio di una scuola ormai dimenticata e da cui si erano disinfestati. Una rossa segretaria cerca disperatamente di fissare le proprie ferie settembrine controllando meticolosamente le presenze giornaliere dei colleghi mentre il desiderio di disintossicarsi dalla numerosa presenza turistica estiva rende casalinghi anche i piĂş instancabili parlatori e battutari".

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"Irrazionali spazi espositivi richiamano folle di visitatori affamati di timbri su improbabili e griffati passaporti all'uopo, taxisti senza senso dell'orientamento e senza cognizioni geografiche trasportano malcapitati clienti in luoghi di fantasia, suoni di uccelli migratori vengono riprodotti da altoparlanti posizionati in improvvisati negozi di profumi orientali. Giovani addottorati si lamentano per i pesanti viaggi su autobus con sospensioni defunte e con guidatori con patenti da formula uno mentre anziane signore comprano desiderate collane di perle color azzurro cielo"

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"Truppe di bambini urlanti si immergono in scaffali straripanti di meravigliosi libri pop-up, piccole biglietterie ferroviarie di cittadine prealpine osser-

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Un abisso pieno di luce Laura Rosa

Poesia

Sprofondare senza accorgersene scivolare lentamente senza sfiorare gli appigli. Un tonfo sordo un’eco luminosa piÚ giÚ non si va. Brandelli di luce davanti agli occhi socchiusi. Se apri gli occhi i brandelli si uniscono. Una brezza soffice mi solleva ha un volto delicato e gli occhi che zampillano mi sembra la chiamino Vita.

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La corte dei miracoli Annalia Bellan

Racconto

Che cosa accadrebbe se vi fosse un messia? Se la folla si trovasse davanti la tanto attesa salvezza? Sarebbe davvero felice? C’è uno strillone che in siciliano si mette a vendere tutto d’un fiato gli articoli per la situazione, così ti salvi meglio: una sedia di tela bianca e rossa ormai scolorita dal sole, dei cornetti di peperoncino, un ciuffo di capelli del Salvatore, una bibbia bignami. L’odore è di polvere e sudore; sono giorni che sono in fila in attesa per accaparrarsi i posti, gli occhi sono secchi dal sole e dal vento. E tra l’ocra della sabbia e il bianco delle case, non manca il rosso del sangue secco per terra. Due tizi hanno fatto a botte perché sostenevano due versioni differenti del martirio di S.Rocco. Rallentamento del battito generale, la folla si congela, nessuno fiata. È arrivato. E come se tutta la scena fosse gestita da una manovella, questa gira e si recupera il tempo perduto, andando in accelerazione. Ci sono due anziani che discutono. Cristochedelusione. Me lo aspettavo più alto. Siamo vicini al mare, e uguali a scrosci di onde le voci delle donne; chiacchiericciano (ossia mentre chiacchierano si lisciano i ricci a vicenda) ch’ebellchepparuddiu! Ha iniziato a parlare. Ci sono boati di entusiasmo, come elettroni impazziti sembrano tutti saltare stando fermi. Gente che piange, che urla, che si butta a terra tentando di toccargli un piede. Poi i sacerdoti iniziano a fare da guardie del

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corpo, e tirano giù chiunque gli si avvicini troppo «Giù bestie, che si indispone!». Poco alla volta i battiti di mani scemano, si sentono le mandibole scricchiolare per i pistacchi. Qualcuna schiocca per lo sbadiglio. Un bambino piange, perché è stanco e vuole solo andare a casa. La mamma se lo lancia sulle spalle. Ormai non riesce a tenerlo in braccio più di tanto, è alta uno e cinquanta. «‘Ndiamo va’. Che tanto poi ne troviamo un altro».

è “la prima volta nella vita” che ricevono l’insegnamento. Parla a raffica, spiegandomi che lei fa tutti gli esercizi tutte le mattine e che ha iniziato questo percorso ed è felicissima e il navigatore le ha fatto sbagliare strada. Dopo due ore e mezza di attesa in piedi, in cui facciamo amicizia con una fiorentina insegnante di yoga, possiamo ricevere il numero e andare a sederci al piano di sotto. Vendono di tutto, dalle bandierine colorate da appendere in casa, agli incensi, cibi vari, magliette, foto della guru. Le innumerevoli persone iniziano a girare per la fiera, o si siedono finalmente. Si fondono gli odori delle persone, per lo più italiane, qualche indiano e qualche asiatico, e degli incensi forti mischiati alle spezie che provengono dalle cucine. Per un fugace istante ho la piacevole sensazione di non sentire più l’odore di muschio bianco. Siamo millemila ma fa un freddo della Madonna. C’è un maxischermo, in cui in italiano si racconta in che modo questa guru abbia aiutato il mondo. Infine la security mette tutti al loro posto, perché sta per arrivare, ed ogni anno c’è qualche fanatico che si vuole fiondare su di lei. Assieme a Pantaloni Fluo e Fiorentina Yoga, si siede con noi il compagno di Fiorentina, Rastone Grigio, che indossa un maglione multicolore. Mi racconta che lui l’ha già vista almeno tre o quattro volte, in India. E la prima volta ha pianto. In contemporanea Pantaloni Fluo non si fa scrupolo a emettere in apnea diretta all’altro mio orecchio, che non ha ancora capito come facciamo a metterci nella fila per ricevere l’insegnamento. La guru scalza, su un tappeto, cammina verso il

Ecco. Questa è la mia immaginazione. Ma quanto è diversa dalla realtà? Partiamo la sera prima, facendo tappa a Bergamo. La mattina all’alba ripartiamo per andare a Milano, dove la guru darà il suo insegnamento. La sua filosofia ha mosso grandi masse, si fonda sull’amore. Arriviamo alle sette e quaranta, ci sono già persone in fila. Qualcuno appena arriva abbraccia lungamente altri della fila, si vedono una volta all’anno. Mano a mano che passano i secondi la fila si ingrossa, tutti hanno gli occhi stanchi e gonfi ma sembrano abbastanza motivati. Tranquilli si mettono ad aspettare. Alle nove apriranno i banchetti e distribuiranno i numeri con cui potremo accedere all’insegnamento. In fila ci sono persone molto diverse fra loro. Alti bassi, piccoli e grandi, vestiti senza niente di particolare, vestiti da santoni aspiranti o desideranti. Vestiti poco. Multistrati. Poco dopo una signora decide di mettersi a parlare con me. Sa di muschio bianco a chilometri di distanza. Ha i capelli rossi tinti, i pantaloni giallo fluo e le scarpe da ginnastica bianche. Siamo entrambe nella fila dei vergini, ossia chi

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palco, e si siede alla sua postazione con le gambe incrociate, seguita dai sacerdoti vestiti di arancione o bianco, qualcuno è italiano e qualcuno indiano. Dalle undici rimarrà là per altre dieci ore circa senza pause. Oggi è il primo di tre giorni. Prima dell’insegnamento, ci invita tutti insieme a seguire la meditazione guidata da lei. Dura circa un’ora. È nella sua lingua, ed è abbastanza ipnotica. Cala una concentrazione e tranquillità collettiva. Sento il mio battito e mi chiedo se sia coordinato con quello altrui. E già qui, sorge il problema. Durante una meditazione dovresti smettere di pensare e di avere un corpo. È finita, tutti aprono gli occhi lentamente, come dei petali. È arrivato il momento. Ci mettiamo in fila, rigorosamente senza scarpe. Arrivati sul palco, ci prenderanno delle persone, ad ogni passaggio, per fare più in fretta, essendo che siamo molti. Il traduttore si premura di darci le istruzioni. Non appoggiarsi sul sari della Maestra, per evitare che rimanga trucco o odore, non perché a lei dia fastidio, ma per evitare che dia fastidio a quelli dopo di noi. Non appoggiarsi a lei, ma appoggiare le mani sul suo seggio. Sarà lei ad abbracciarci. Esatto, l’insegnamento è conferito attraverso l’abbraccio univoco. Non serve ricambiare, dicono. La cosa migliore che possiamo fare è pensare, grazie. Dice, che lei vorrebbe avere più tempo per tutti noi, ma non è possibile, siamo troppi, ma non importa; non è il tempo di durata ma la qualità

che conta. Prima che mi renda ben conto di cosa accada, sono passata di mano in mano e ho ricevuto l’abbraccio e qualcosa che mi è stato sussurrato nell’orecchio, ed è già il momento in cui qualche volontario mi alza in piedi e mi fa sedere poco più in là. Mentre ciò avveniva, qualcuno mi ha messo qualcosa nella mano destra, lo stringo e non vedo cos’è. Dopo almeno dieci minuti in cui è permesso (consigliato) stare alla sua presenza, meditando sul palco, possiamo tornare al posto. Sono un po’ spaesata e mi gira un po’ la testa. Più o meno tutti se ne vanno barcollando dal palco. Tornata al posto mi rendo conto che i sacerdoti e vari volontari gestiscono la meditazione generale. Mantra, strumenti a percussione e metallici, sempre ipnotici. Non viene voglia di andarsene da quel posto. Si sta bene. Questo è ciò che mi voglio portare a casa. Arrivata al posto, Pantaloni Fluo mi lancia addosso come una saetta «Ma è inutile che poi se si arriva qui e si riceve la lezione del cuore e non si mette in pratica nella vita quotidiana è inutile». Non do segno di risposta verbale, e mi concentro su aprire la mia mano, ancora chiusa, un dito alla volta. Scopro un petalo di rosa... e incartata in una fulgida carta una caramella low budget. Dice un detto zen: la barca che ti porterà dall’altra parte è il tuo Maestro. Non guardare a come è fatta la barca. Ma credo di dovermi esercitare ancora un po’.

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Tautogramma

Paperina protestò platealmente: «Pigro! Pantofolaio!». «Per piacere, Paperina, perdonami» pigolò Paperino. «Poltrisci pure, papero pidocchioso». Paperino perse parecchia, parecchia pazienza. Picchiò Paperina. Pensò poi: “Perché pasturare papere petulanti? Piuttosto Paperoga potrebbe prestarmi... pastigliette psicotrope! ...pozioni paradisiache! ...pistoni portentosi!” Paperino piroettò. «Prestarti?» protestò Paperoga, «Perderei parecchi proventi. Portami pecunia, parassita». Paperino pianse, pallido. Prese pistola, pallottole, pallettoni. Però pensò: “Polvere pirica! Potrei pappare piste pirotecniche!” Paperino, pago, pagò pegno perendo pazzerello.

Paolino Paperino Luigi Siviero


Spazio Rivista è uno spazio polivocale dedicato alla raccolta e presentazione di materiali creativi eterogenei, selezionati sulla base della loro spinta immaginativa e della possibilità di sviluppo alchemico che presentano. Spazio virtuale concrescenza di uno spazio reale, ne rappresenta il serbatoio vitale di possibilità di trasformazione dal pensato all’agito, dall’immateriale al sonoro, andata e ritorno. Palestra di scritture, immagini, vocalità.

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Spazio Rivista dicembre 2017  

Pubblicazione non periodica.

Spazio Rivista dicembre 2017  

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