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L’ANGOLO DELLA POESIA ASSIOMI DEL NEGEB di Renzo Piccoli È appena uscito questo testo poetico in forma assiomatica, come dice il titolo. Renzo Piccoli ci ha avvezzati a un versificare non banale, sempre più raffinato, denso di simbolismo e di senso. Di lui si potrà dire che essere prossimo al vertice della liricità, non l’ha reso inaccessibile al lettore. A differenza di quanto disse un amico di partito di Aldo Moro, che avrebbe raggiunto il sublime quando fosse divenuto incomprensibile a se stesso. Il lettore si avvantaggerà da una prima visione del testo e da successive riletture. Come in un caleidoscopio si avvicenderanno le immagini e i significati. Negli Assiomi del Negeb prosegue e si perfeziona il linguaggio aforistico che si rileva in Si fa per dire. Nella Protasi l’autore fissa alcuni principi base della propria poetica. Tra cui il ruolo della Donna per scoprire l’intreccio “tra ciò che si ritiene reale e le forze immaginarie”. Inoltre, “l’esigenza di enucleare la verità”. Sono in tutto ventinove composizioni di cui venticinque scritte nel breve periodo tra un 7 ottobre e un 29 dicembre, in vari contesti. Per lo più di viaggio o durante spostamenti del poeta fuori della città di Bologna. L’autore segna puntualmente l’ora e il minuto in cui è stato ispirato.

Le ultime quattro composizioni portano date tra giugno e settembre. Si ipotizza dell’anno appena trascorso o chi sa? Se il poeta avesse voluto, lo avrebbe precisato. Il fatto di essere state vergate, si presume, di getto e in condizioni precarie, alla stazione, al bar, in viaggio, al teatro… spiega l’incisiva immediatezza del testo. Come chi è colto da ispirazione creativa. Per questo, forse, il titolo di Assiomi dato all’insieme. Tuttavia, il contenuto è assai elaborato e denso, frutto di una lunga incubazione. Così le rappresentazioni e i significati si susseguono vorticosamente, vestiti da un linguaggio immaginifico. Un esempio per tutti, i versi di chiusura dell’ultima composizione: Sostienimi, odioamata terra, se da quassù il barlume solenne spezza diacroniche certezze e proietta industre desideri di irrefrenata bellezza. Solo la poesia riesce a concentrare e condensare tante suggestioni ed evocazioni, con tale incisività e forza. Il poeta, colto da raptus divino, il daimon, se ne fa portavoce universale. S.M.

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L’ANGOLO DELLA POESIA Da silloge inedita di Luciano Tricarico. La mia terra Apluvia, antica come antico ne è il ricordo, sei suolo di conquista, crocevia di popoli, lembo estremo dell’italico stivale, fole e leggende si intrecciano sul tuo passato, come serpi in amore. Arsa terra rossa dai secolari ulivi contorti, sei cinta dal verdazzurro del mare, che come un canto di sirena invita ad immergersi in esso. Generoso compagno a volte a volte implacabile nemico, amato dalle sue genti, forgiate alle durezze del vivere. Affascinante femmina dal velato mistero, incanti il viandante ottenebrandone i sensi. Oh terra mia ti fui portato lontano, dove il sole è flusco di nebbie, ed il mare ha il colore del plumbeo temporale, raro il sorriso. Ti lasciai terra mia, nel corpo e nel ricordo, rincorrendo il senso di un’immagine riflessa, nel concavo specchio del tormentato animo di un io sconosciuto. In là ti ho ritrovata, hai aperto le braccia accogliendomi al petto dolce amante, baciando le mie labbra come la giovane sposa al ritorno del suo marinaio. I piedi il tuo suolo non calcano ancora, ma nel mio cuore ti porto, come il battito. Presente.

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Il poeta Luciano Tricarico è già stato apprezzato per la silloge Alterni momenti, pubblicata con Sovera nel 2011, che ha ottenuto riconoscimenti. La lirica La mia terra riprende un tema caro, quale il trapianto per necessità in una regione del nord-est, che nonostante il felice attecchimento, non basta a lenire la nostalgia e il rimpianto per la natia Puglia, baciata dal sole e lambita dal mare. Delicatezza di espressione e commozione pervadono i versi. S.M.


L’ANGOLO DELLA POESIA RIENTRO (1992) L’alba che incalzava Spense gli ultimi Lumi della notte Sopra la città Che ancora dormiva Attorno al cuore Delle mura millenarie Ed io randagio Uscii diretto ai Colli Fermai a un bar

Per un caffè E caldi croissant Lì meditai Quel che avevo Appena vissuto Un incontro Un amore Un commiato Il poeta rende l’atmosfera sognante del passaggio dalla notte al giorno rielaborando l’esperienza appena vissuta, della quale rimane una traccia dolceamara di nostalgia.

TEOLOGIA IN VERSI “ di Raniero Seri È appena uscito, con l’Editore Sovera, questo testo di liriche dal contenuto religioso, una sorta di poetico catechismo divulgativo. La tradizione popolare e la letteratura italiana è ricca di esempi di testi sacri sotto forma di Cantiche o Sacre Rappresentazioni. Basta citare Francesco d’Assisi con il suo Cantico delle Creature. Per purezza e liricità si può fare riferimento al biblico Cantico dei Cantici, frammento insuperato per intensità sensuale e ricchezza di immagini. Altro esempio di testi, nel primo sorgere del volgare, sono le Laudi di Iacopone da Todi. Il lettore che accosterà le composizioni di Don Raniero Seri potrà trovare eccessivi questi confronti. Credo che soprattutto verso la poesia occorra avere un atteggiamento scevro da pregiudizi e spocchia intellettuale. Per ogni forma di creatività l’indice di gradimento spetta al fruitore. Diversamente, non resteremmo incantati di fronte alle pitture rupestri dei nostri antenati di ottomila anni fa. Don Seri lascia fluire l’ispirazione a ruota libera, senza preoccupazioni formali, interessato più a comunicare al lettore un significato immediato. È persona colta, come deve esserlo il sacerdote che predica ai fedeli, particolarmente ferrato su tematiche religiose e sui testi sacri, Bibbia e Nuovo Testamento. A questi egli dedica la maggiore attenzione. La devozione popolana non lo riduce al bigottismo o alla semplice acquiescenza al dogma e ai principi religiosi. Qua e là traspare qualche lieve irriverenza, inaspettata (ma non troppo) in un sacerdote. Del resto, nella tradizione popolare questa irriverenza è nota e, a volte, TERZA PAGINA  giugno 2012

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L’ANGOLO DELLA POESIA coltivata. Com’è nel caso esemplare del rapporto tra i Napoletani e San Gennaro. Don Raniero Seri allarga lo sguardo anche a temi conflittuali come quello del ruolo della Chiesa ufficiale. Nella composizione “ Il Vaticano “ si legge: Si biasima tanto, perché non è santo, lo stato villaggio, che offre vantaggio. E dopo l’impero che è detto romano, ci viene il governo del gran Vaticano. Tesori sicuri su tutti quei muri, … Da buon parroco, l’autore affronta problemi dottrinari legati alla fede cristiana. Altro tema sono i Sacramenti, tra cui il battesimo e il matrimonio, e la pratica della eucaristia. Tutto non si riduce a una semplice celebrazione, ma ad una convinta riaffermazione dei capisaldi su cui si regge la fede. In primo luogo c’è il principio dell’amore e della solidarietà verso il proprio simile. L’opera in versi di Don Seri non è quindi mera celebrazione rituale, ma tentativo di riproporre in modo popolare e accessibile le verità cristiane. È un ritornare alle origini, quando Gesù parlava il linguaggio degli umili. Sulla sua scia i primi apostoli ed evangelizzatori. Solo dopo, si passa a disquisizioni dottrinarie sempre più sottili, ma tali da creare profonde lacerazioni tra i cristiani. Si bolla di eretici gli avversari. Così la fede, nata per rendere tutti fratelli, scatena le più sanguinose guerre in nome della purezza dei principi. Si giustificano spedizioni contro eretici e infedeli. Fino a che il simbolo delle croce assume la forma della spada dei Crociati. La poesia di Don Seri pare piuttosto evocare il pacifico Discorso della Montagna: “Beati gli umili, beati coloro che soffrono ...”. Ecco l’unica giustificazione della fede: lenire la sofferenza e dare una speranza. Soprattutto stimolare alla fratellanza universale. Da questo punto di vista, il generoso tentativo dell’autore può essere accolto con simpatia e favore. Perché usa il veicolo della poesia, semplice e accessibile, anziché il sermone dotto, pieno di condiscendenza verso l’uditore. S.M.

IL FILO L’ho mescolato con altri fili quello che mi sembrava il più bello, il più forte. Era un filo nodoso, inserito sul-

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la parte alta della fronte, per dar vigore ai miei occhi. Poi si è staccato e mi ha mostrato un orizzonte sbiadito, in mezzo a macchie scure che vagavano libere dentro il vitreo che sostiene la pupilla. Ha fatto così, si è mostrato come il gambo leggero di un fiore dai petali esili, colorati di cerulo sfumato dentro i miei occhi. Poi una, due piccole pozze nere, ad impedire la vista allo sguardo, o a metterlo in gioco, per vedere cosa mai poteva succedere a un paio d’occhi qualunque di una donna qualunque. È successa una cosa incredibile, il mio occhio sinistro è diventato un foglio bianco segnato da fiocchi grigi, di tanto in tanto un segmento marrone univa i punti distanti e nella fretta gli angoli e le geometrie affaticate, provavano a rincorrersi, come ragnatele impazzite. E adesso, pensavo io? Ma ecco che un angolo si apre e vedo chiaramente, fra quei segni, la montagna che mi sta di fronte. Strizzo forte l’occhio mentre penso che quelle righe se ne sarebbero andate, ma quel grumo scomposto insiste, concedendomi un vicolo stretto che mi offre ancora la montagna imbiancata. Mi spiace per la montagna che meritava un altro guardare e l’occhio sinistro sa di essere inadeguato. Forse per rispondere alla sua domanda d’aiuto, l’occhio destro lo ha imitato. E il suo vitreo ha catturato due linee rette calpestate di punti neri, simili a rondini immobili in cima ai camini, in attesa di un cenno del cielo. La montagna è rimasta ferma ad osservare l’evento, intuendo che pupille rigate avrebbero attraversato il suo corpo per la prima volta. E non sapeva se dispiacersene o rallegrarsene. Il vitreo dell’occhio sinistro ha mostrato movenze danzanti, silenzi d’acqua stagnante abitati da piccoli pesci disperati nella ricerca d’ossigeno. Come menti allo sbando nella caccia di un ricordo vero, le macchie abbracciate in un batter d’ali fosforescenti, veloci come merli acquatici scaltri, osservano il mondo come storpi che vogliono correre. Gli arti scomposti mimano le movenze sicure del tuo incedere, che mai riusciranno ad imitare. Merli menomati dentro i miei occhi, presi al laccio dal filo, che li fa prigionieri. E la montagna ora è lontana, la neve si è sciolta e il bianco allontanandosi ha liberato i merli dai miei occhi sollevati nel lasciare i fili. I vitrei hanno adattato il corpo, pregustando il tempo di una nuova cronicità. Attendono pazienti il ritorno della neve, che bianca e serena li accarezzi piano. Resta un mondo di cose macchiate di nero e di lampi, a spiegare all’occhio la sua eutanasia.


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€ 6,00 - Autorizzazione Tribunale di Roma 153/2004 dell’8/04/2004

TERZA PAGINA TRIMESTRALE DI EDITORIA E CULTURA APRILE-GIUGNO 2012

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Divagazioni di fine estate

Evasione  Occhiali protagonisti al cinema Cucina  Dolci e non solo  Benessere  Star bene dentro e fuori  Per sognare  L’angolo della poesia 

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Sovera edizioni angolo della poesia n. 31

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