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S o t t o b a n c o

carnevale

BOLLETTINO DI INFORMAZIONE PER STUDENTI INTELLIGENTI – FEBBRAIO 2010

Cercherò di restare pacato e calmo per evitare di lanciare accuse che mi possano costare denunce. La tentazione di urlare senza restrizioni al regime però è forte. La Sinistra (quella vera, non quella fantoccio del PD o la Destra di Di Pietro) è fuori dal Parlamento. E come tale ogni sua iniziativa non ha riscontro mediatico. I comunisti sembrano essere scomparsi. Giusto un po’ di rumore attorno al caso Vendola regalato dalle stolte scelte del PD, ma per il resto chi di voi sente parlare al tg della Federazione della Sinistra di Alternativa, comprendente Rifondazione Comunista e il partito dei Comunisti Italiani (oltre ad altre sigle)? Si cerca di invertire la logica delle scissioni ma ai piani alti questa cosa non piace, perché se la Sinistra è debole è soprattutto perché viene continuamente accusata di essere divisa in mille rivoli. Vero, c’è un’eccessiva frammentazione, e allora uniamoci. Tale l’idea della Federazione, aperta a tutti quelli che intendano mantenere uno sguardo critico nei confronti del capitalismo, giudicandolo la vera causa della situazione del Paese. Il precariato è una realtà che noi giovani ci troviamo ad affrontare non per colpa esclusiva di Berlusconi. E’ vero, è stato lui ad abolire l’articolo 18 con cui ci sono stati tolti diritti sociali fondamentali. Ma quello non era che l’apice di una serie di attacchi iniziati con la fine degli anni ’70, con l’avvio della stagione del neo-liberismo, che ha portato a trent’anni di attacchi ininterrotti al mondo del lavoro. Dicono che l’economia deve crescere, che il PIL deve aumentare per il bene di tutti. Intanto i padroni incrementano il loro livello di vita mentre la gente va in cassa integrazione o viene licenziata in tronco. Perché è naturale che si cerchi di fare profitto ai danni dei lavoratori, chiudendo sezioni e filiali che non garantiscono margini di guadagno. Come per il caso della Fiat di Termini. E’ il solito discorso: quando le cose vanno bene i padroni si spartiscono gli utili lasciando se va bene le briciole ai lavoratori. Quando vanno male i padroni mantengono i loro stipendi dorati e gli operai se ne vanno a casa. Ma tutte queste cose non si sentono in tv, perché i comunisti non ci devono andare in tv, né certi argomenti vanno lasciati liberi di essere portati sulla piattaforma che più di tutte le altre contribuisce la gente a farsi l’idea di chi votare. E’ per questo che controllano i telegiornali (tranne il tg3) e a poco meno di due mesi dalle elezioni regionali se ne escono fuori con un provvedimento con cui si tagliano fuori trasmissioni di approfondimento politico come Ballarò, Annozero, Porta a Porta e via dicendo. Al loro posto delle comode tribune politiche rigidamente regolamentate in cui la par condicio varrà solo per partiti che abbiano superato il 4% alle ultime elezioni. Il che vuol dire che tutti gli altri partiti (tra cui appunti i comunisti) non ci andranno in televisione. Praticamente per legge (ovviamente fatta da membri del PDL di Berlusconi). L’Usigrai (sindacato giornalisti Rai) protesta vigorosamente e denuncia il bavaglio all’informazione. Dire che siamo sempre più vicini al regime forse non è così inopportuno. Prendete nota e tenetelo in conto quando accenderete la TV la prossima volta. Alessandro Pascale


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Matteo Castello alla guida dei GC

Il 29 gennaio si è svolto il congresso regionale dei Giovani Comunisti, durante il quale Andrea Padovani (un gran bel pezzo di storia della sinistra giovanile valdostana) ha ceduto il suo posto di coordinatore al sottoscritto. Me misero! Mi trovo a fare il coordinatore in una situazione che peggio di così non si può... Un berlusconismo imperante, anche chez-nous, una sfiducia disarmante nella politica, un’assenza desolante di spazi liberi, una scuola pubblica fatta a pezzi, una vittoria dell’individualismo, dei valori del mercato e del profitto, del privato sul pubblico, dell’uomo rapace sull’uomo solidale... Una sconfitta del pensiero di Sinistra, inteso nelle sue più ampie declinazioni. Però aspettate un attimo. Ma di chi è questa sconfitta? Beh ragazzi, è proprio questa risposta che mi incoraggia e mi dà fiducia nell’assumermi il compito di coordinare una giovanile come quella dei GC. Ebbene, la sconfitta NON è nostra! La nostra generazione si trova a dover fare i conti con il fallimento delle generazioni che ci hanno preceduto. Noi purtroppo siam qui a dover raccogliere i cocci degli ultimi 30 anni di pensiero unico neo-liberista. Ora però tocca a NOI, questo è l’importante. La sfida sta nel non ricadere in quella timidezza, in quel senso di inferiorità ed inadeguatezza che l’essere giovani (e spesso anche l’essere valdostani) si porta dietro. Riportiamo lo scontro generazionale ad un livello più alto, politico per l’appunto, lasciamo che il dovuto confrontoscontro con le vecchie generazioni produca i suoi frutti. E’ con questo spirito di fiducia in noi giovani che mi approccio al ruolo di coordinatore. Vorrei dunque dedicare un po’ di spazio per farvi capire come concepisco il ruolo dei GC oggi in Valle d’Aosta. Innanzitutto non credo che i GC debbano essere una struttura chiusa ed irregimentata. Non ci poniamo assolutamente come “quelli che hanno capito come vanno le cose”, e neppure come quelli che hanno come unico interesse quello di ingrandire le proprie fila. Crediamo che la soluzione ai problemi che la contemporaneità ci pone possa essere trovata solo attraverso il libero confronto tra più soggettività, nonché attraverso una lotta più partecipata e plurale possibile. Sono convinto che questo sia oggi più che mai il compito delle libere associazioni della società civile, dei movimenti, dei comitati cittadini, dei collettivi studenteschi. In Valle d’Aosta abbiamo importanti e preziose realtà come il Collettivo antifascista, il Collettivo studentesco e Altra scuola: valorizziamole, appoggiamole, facciamole crescere! “E perché allora continui a dirti comunista?” direte voi, “perché fai parte di una giovanile comunista?”. La risposta è la seguente: perché credo che i Giovani Comunisti possano, se rinunciano a sterili identitarismi e sciocchi settarismi, avere un ruolo importante nell’appoggiare i movimenti di lotta. In quanto marxista rivendico e valorizzo un metodo che mi spinge a considerare i problemi non come fatti isolati e atomizzati, ma inseriti in un contesto più ampio dalle logiche ben definite, organiche tra loro, caratterizzate da sfruttamento, disuguaglianza e prevaricazione. Credo che questa visione complessiva possa contribuire allo sviluppo di un serio lavoro di analisi, di confronto e di critica e che possa dare contenuto alle numerose lotte che ci attendono. L’essere marxisti dei GC non va considerato come un elemento divisorio, ma come una potenzialità da sfruttare. Noi perlomeno la consideriamo così, essendo interessati non ad imporre la nostra visione delle cose, ma a confrontarci sulla base di questa, per noi indispensabile. Detto questo il punto che ci deve accomunare è quello di essere giovani, di avere le stesse ambizioni e di percepire gli stessi problemi. Uscire dall’omologazione che la società valdostana ci impone e ci insegna quotidianamente nelle scuole è una priorità assoluta. Rilanciamo il libero pensiero, la critica sfrontata, la libertà di parola, la spensieratezza e la fantasia. Diamo vita ad un nuovo immaginario che travalichi le montagne che ci circondano. Però facciamolo tutti insieme! Matteo Castello


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C ’ e r a u n a v o l t a l ’ I s o l a d e i Fa m o s i

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C’era una volta un popolo che scopriva una cosa terribile: i suoi politici avevano firmato un accordo con cui si spendevano 45 mila euro per portare il programma dell’Isola dei famosi in preparazione psico-fisica all’avventura nella zona di Pré-Saint-Didier. L’Assessore al Turismo e ai Trasporti Marguerettaz spiegava che in tale maniera la Valle d’Aosta avrebbe ottenuto grande visibilità mediatica ad un prezzo praticamente nullo (come se 45 mila euro fossero pochi in tempo di crisi con migliaia di lavoratori licenziati o in cassa integrazione anche in quella che era chiamata un’isola felice). Dopo aver saputo ciò i GC (Giovani Comunisti) misero su un gruppo su facebook che in breve tempo fece il botto, giungendo ad oltre 2400 iscritti valdostani, che in una realtà demograficamente così limitata quale è la Valle d’Aosta testimoniano un netto ed evidente dissenso della popolazione. L’assessore si giustificò allora citando il caso del Trentino, che in passato aveva speso molto di più per lo stesso servizio. I GC gli contestarono questo esempio ricordando che in quell’occasione ci fu notevole malcontento per lo scarsissimo spazio dedicato alla paesaggistica del Trentino. Si parlò negli articoli del periodo di un “un paio di veloci inquadrature e poco più”. Un risultato in tutto e per tutto simile alla puntata che è avvenuta ad inizio di questo mese, in cui lo spazio dedicato a luoghi e paesaggistica valdostana è stato ovviamente poco più che nullo. Il ragionamento di quegli stralunati GC però andava oltre: a loro non interessava promuovere la Valle d’Aosta come una merce qualsiasi nel mercato del turismo. A loro interessava dare un’immagine positiva e culturale della loro Regione e rifiutavano pertanto la logica machiavellica per cui ogni mezzo fosse utile per il fine di incrementare l’economia. Rifiutavano che la loro Regione spendesse ulteriori soldi pubblici per un programma culturalmente così scadente, soprattutto pensando al fatto che già lo pagavano tramite i canoni versati alla Rai. Il loro auspicio era che si potesse migliorare l’immagine della Valle d’Aosta non con spot mercantili ma con il miglioramento effettivo dei servizi e delle infrastrutture pubbliche. Per questo facevano anche delle campagne sulla miserevole situazione dei trasporti pubblici, sia per i servizi degli universitari che per gli studenti delle Superiori, sperando di allietare i sopravvissuti che non erano rimasti schiacciati come sardine dai pullman che prendevano la mattina per andare a scuola. L’ultimo spunto su cui questi Giovani Comunisti volevano far riflettere era questo: “in tutta questa vicenda la Valle d’Aosta è stata vista come una mera merce da promuovere per il mercato del turismo. Se si accetta il principio per cui tutto ciò che viene fatto per il denaro è accettabile allora non dovremmo stupirci di queste vergogne culturali né del fatto che la gente perda il lavoro per mantenere il profitto delle aziende e in fin dei conti per il guadagno di pochi. Noi vorremmo una politica che non badi solo al profitto economico ma che si preoccupi soprattutto della formazione e del miglioramento della vita materiale e spirituale del cittadino. E ci spiace ma per tutto ciò non vediamo utili né simili misure di marketing, né il governo dell’Union Valdotaine, né in senso più ampio alcune logiche perverse del capitalismo.” Poveri Giovani Comunisti, erano proprio degli idealisti senza speranza se pensavano di trovare riscontro nell’Italia del 2010. O forse no? Giovani Comunisti Valdostani


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Fr a n c o B a s a g l i a : u n r i c o r d o .

“il comportamento di un società di fronte alle turbe della salute mentale è testimonianza e prova tra le più chiare e sensibili del livello di civiltà”. L. Bonaffè Nel corso di questo anno ricorre l’anniversario del trentennale della morte di Franco Basaglia. Questo psichiatra italiano è entrato nella memoria collettiva per la legge 180 del 1978 che il luogo comune identifica con la chiusura dei manicomi. Il provvedimento invece costituiva qualcosa di molto più rivoluzionario ed eversivo che un “semplice superamento della struttura manicomiale” per la psichiatria tradizionale e la società in generale. L’opera di Basaglia e delle poche équipes che sequirono il suo esempio è stato quello di aver dimostrato nella pratica che è possibile prendersi cura di quel malato socialmente determinato, avendo come condizione, strumento e obiettivo il più totale rispetto dei suoi diritti di cittadino. La logica alla base della psichiatria tradizionale basava il suo inquadramento sulla riduzione dell’uomo al solo sintomo corporeo ignorando le condizioni di disagio sociale e psicologico. Allo stesso modo il trattamento prevedeva in primo luogo l’internamento manicomiale finalizzato al controllo sociale, un trattamento che, spesso, non prevedeva alcuna forma di cura o di reinserimento nella società. Basaglia, nel 1964, così si esprimeva sull’internamento nell’istituzione totale: “il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale [...]; viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo.” Il vero merito di Basaglia non è quindi di aver genericamente deciso la chiusura dei manicomi, ma quello di aver concretizzato la rottura del paradigma dell’internamento manicomiale restituendo i diritti di cittadini ai malati aprendo loro prospettive di vita, tra cui quella della guarigione. La legge 180/78, poi integrata nel provvedimento di creazione del Servizio Sanitario Nazionale 833/78, prevede il blocco dell’immissione nei manicomi e il loro progressivo superamento con la creazione di strutture e comunità sul territorio, finalizzate, oltre che alla dimissione degli internati, anche alla prevenzione. Come spesso avviene in Italia l’impatto di tale riforma fu “a macchia di leopardo”: accanto a realtà molto avanzate resistevano modelli ancora antiquati. Si cercò di porre rimedio a tali differenziazioni regionali con il Progetto Obiettivo della salute mentale del 1994, ma la mancanza di finanziamenti e di vincoli per le Regioni limitarono fortemente questo progetto arrivato ad attuazione 16 anni dopo la legge 180. Con il Progetto Obiettivo si introduce il modello del Dipartimento di Salute Mentale che, attuale anche oggi, prevede l’organizzazione di diversi servizi sul territorio per la prevenzione, la cura e il reinserimento nella società del disagio psichico. L’insegnamento più importante che Basaglia ha voluto lasciarci attraverso il suo lavoro, i suoi libri e il suo impegno umanitario è ancora oggi attuale e centrale, non solo nel contesto di cura della malattia mentale: è un monito riguardo i rischi delle istituzioni totali in cui l’organizzazione formale sancisce l’allontamento forzato del soggetto dai suoi affetti e dalle sue abitudini e il controllo sulle sue azioni nell’organizzazioni. Tali istituzioni, molto diffuse in occidente, come testimoniano anche i lavori di Goffman e Foucault, non solo impediscono la cura nell’ambito della salute mentale, ma ostacolano negli altri contesti sociali in cui sono presenti, in forme spesso meno evidenti, la realizzazione di un modello sociale più adeguato e soddisfacente per la vita dell’uomo. Paolo Guaramonti


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I Papelli di Totò Riina consegnati alla Procura di Palermo da Ciancimino jr In questi ultimi giorni è arrivata la testimonianza di Massimo Ciancimino al processo che vede come imputati l’ex comandante dei Ros Mario Mori e l’ex Colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, in seguito alla ritardata perquisizione nella casa di Totò Riina dopo il suo arresto e alla mancata cattura di Bernardo Provenzano - nel 1995 - nonostante le segnalazioni pervenute ai Carabinieri. Il figlio dell’ex Sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino afferma che Provenzano aveva una sorta di immunità territoriale possibile solo grazie al rapporto stretto con alcuni ufficiali. Rapporto che si era sviluppato  proprio  con  l’intermediazione  del Sindaco  che, afferma il figlio, era in stretti legami anche con i servizi segreti. Il punto della sua dichiarazione che ha creato più scalpore è il fatto che per l’ennesima volta vengono fatti i nomi di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri in un processo per Mafia. L’ennesima casualità, l’ennesima fantasia o,  dato che troppe persone - pentiti mafiosi, o gente comune coinvolta più o meno direttamente negli affari di Cosa Nostra - fanno sempre questi due nomi, possiamo cominciare a pensare che ci sia qualcosa di reale? Ciancimino continua imperterrito ad affermare che il Senatore Dell’Utri - già condannato in primo grado a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa aveva preso il posto di suo padre come referente politico della Mafia per portare avanti la trattativa con lo Stato. Ed oltre a dichiarare che Cosa Nostra, compreso Ciancimino sr, avevano investito nella nascita della Milano 2 Berlusconiana, aggiunge che Forza Italia fu il frutto proprio di quella “trattativa”, avviata in seguito alle stragi del ‘92. Come è ormai triste consuetudine buona parte del Governo, invece di sperare che la verità venga a galla, spara a zero contro il “nemico” di turno, in questo caso Ciancimino jr. Chiaramente la tesi è sostenuta dai media asserviti, in particolare i giornali di “famiglia”, che lo accusano di essere un  “chiacchierone”, un  “calunniatore”, un“pazzo”, un  “mitomane”  che dice solo  “minchiate”.  Il Giornale, Libero, e via dicendo, insinuano inoltre quotidianamente che i testimoni avversi a Berlusconi siano manovrati da un’entità oscura che vuole fare cadere il Governo.  Ma un fatto certo è che il nome di Silvio Berlusconi veniva associato  alle organizzazioni  mafiose già prima della sua discesa politica - basti pensare ai rapporti col boss  “stalliere” Mangano, risalenti agli anni ’70. Come risposta Massimo Ciancimino ha ora  portato in aula le prime prove effettive, concrete, cartacee delle sue accuse. Ha consegnato una parte di un pizzino spedito da Provenzano a Berlusconi, oltre ad altri documenti che possono aiutare la ricostruzione di uno dei periodi più bui della nostra Italia. Nella speranza che la verità venga a galla e ci permetta di uscire da questo limbo in cui siamo perennemente incastrati, tra realtà e menzogna, continueremo a seguire gli sviluppi di questa vicenda di estremo interesse.

Marco il Sognatore (dal blog www.isolitisognatori.it)


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A r r i v a i n Va l l e ?

“La riforma Gelmini in Valle d’Aosta non metterà mai piedi” ci vengono a raccontare i difensori dell’autonomie, facendoci sentire al sicuro dai micidiali attacchi alla scuola pubblica della legge 133 e 169. Invece, mi spiace dirlo, non è proprio così... Sebbene infatti lo statuto speciale della Valle d’Aosta garantisca una sorta di cuscinetto capace di smorzare le decisioni romane, non sembra che esista un effettivo ombrello a ripararci dagli effetti dello stravolgimento della scuola pubblica. In Valle d’Aosta non si distrugge l’istruzione per mezzo di tagli e riduzione del personale (non ancora), ma stravolgendo l’idea stessa di “scuola pubblica” e facendo ricadere il peso della riforma e del riordino dei licei sulle famiglie, sugli individui. La mancanza assoluta di un progetto complessivo sulla qualità della scuola valdostana si cela dietro alla logica del far finta di cambiare tutto (tra cui le denominazioni dei “nuovi” ordinamenti liceali) per non cambiare nulla. Per farla breve: saranno le famiglie ad accollarsi il peso della riforma, dovendo scegliere tra una serie di indirizzi (9 quelli previsti, cioè i soliti, a cui viene però cambiato il nome) senza però nessuna sicurezza che questi vengano attivati. Esistono infatti dei limiti rigidi all’attivazione degli indirizzi, i quali prevedono che con meno di 20 iscritti (immaginatevi la situazione in bassa valle...) le classi non vengano attivate. Questo, prevedibilmente, porterà a ragionamenti del tipo “perché rischiare di iscrivere mio figlio al nuovo liceo sperimentale che rischia di non avere abbastanza iscrizioni?” con la conseguenza di una concentrazione di richieste di iscrizione nei soliti istituti ad alto flusso ed una conseguente riduzione del numero di scuole. E badate bene, questa è la migliore delle ipotesi, perché potrebbe benissimo accadere che una famiglia iscriva suo figlio a due scuole (si, ci sono due possibili opzioni, non si mai...) che non verranno attivate. Che sfiga, sarà per la prossima volta... Il grande problema però riguarda gli istituti professionali. Nel loro caso le cose sono fin troppo chiare, purtroppo. D’ora in avanti gli istituti professionali avranno una durata di 3 anni invece che 5, non conseguiranno un diploma ma una sorta di “attestato di presenza” e causeranno una svalutazione dell’offerta formativa degli stessi. Chi farà il professionale non potrà dunque continuare il percorso di studi. Badate bene che gli istituti professionali non sono da intendere come semplici “corsi di formazione”, ma dovrebbero avere la stessa dignità e offrire le stesse possibilità degli altri licei! Il ragionamento sembra essere quello di riproporre la vecchia scuola di classe, per cui, a partire dalla terza media, si stabilisce che chi andrà ad occupare i posti della classe dirigente avvierà un percorso fatto di liceo ed università, chi invece si troverà in una condizione svantaggiata si farà 3 anni di formazione professionale per poi passare la vita in fabbrica o chissà dove. Teniamo poi conto di una cosa vergognosa: il governo ha abbassato l’obbligo di istruzione a 15 anni! Il piccolo particolare è che si potrà assolvere questo obbligo anche grazie a stage lavorativi (ovviamente non pagati). Cioè, vi rendete conto? Si assolve l’obbligo di istruzione non studiando, non dentro la scuola, ma in officina! L’abbassamento da 5 a 3 anni pone un ulteriore problema...Quello dei lavoratori. Perché è banale, due anni in meno significano meno docenti. I precari quindi hanno di fronte un destino segnato e drammatico. Gli altri incerto e problematico...Bel baratto insomma. Ah, dimenticavo, le scuole paritarie (private) non sono in nessun modo toccate. Per loro i 5 anni rimangono. Quindi avremo scuole private eccellenti, con tanto di finanziamenti degli assessorati, e altre invece che non saranno altro che corsi di avviamento al lavoro. Però che culo, ci dicono che la riforma Gelmini non metterà mai piede in Vda... Matteo Castello


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Eluana Englaro: un anno dopo

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Il 6 febbraio è trascorso un anno dalla morte di Eluana Engalaro. Forse vi ricorderete la storia di questa ragazza, dell’odissea sua e del padre attraverso il dolore, il diritto e la solitudine. Un travaglio lungo 6233 giorni dal giorno dell’incidente a quello della “liberazione” come dice testualmente il padre Beppino. Un anno fa di questi tempi il dibattito era tanto acceso quanto confuso, miscuglio inestricabile di emozioni e strumentalizzazioni, tanto che erano all’ordine del giorno dichiarazioni come quelle di Berlusconi: “è una persona viva che potrebbe per ipotesi anche generare un figlio” (6 febbraio 2009) e quelle di Monsignor Fisichella: “ Ci troviamo di fronte ad una eutanasia a tutti gli effetti” (4 febbraio 2009) e di Quagliariello, vicecapo gruppo del Pdl al Senato: “ Eluana non è morta, è stata ammazzata” (9 febbraio 2009). Il governo stava infatti cercando in ogni modo di ostacolare la realizzazione di una sentenza che autorizzava il distacco del corpo di Eluana dai macchinari che la tenevano in vita dopo aver appurato in lunghi anni di processi condotti con tenacia dal padre Beppino che quella era la volontà della ragazza, chiaramente espressa prima dell’incidente ai suoi familiari. In particolare il ministro del Welfare Sacconi si mobilitò minacciando la revoca delle convenzioni statali a quelle cliniche che avessero ospitato Eluana nei suoi ultimi giorni. Scemato il caos mediatico intorno a questa vicenda nessun dibattito costruttivo a posteriori si è intavolato per la stesura di una legge sul testamento biologico, anzi gli organi di stampa hanno anche trascurato gli esiti dell’autopsia generale arrivati a 4 mesi di distanza che confermavano i danni gravi ed estesi alla sostanza bianca del cervello e al livello del talamo, “la centralina del cervello” che regola e dirige le funzioni dell’’organismo. La conferma scientifica che Eluana non avrebbe mai potuto svegliarsi non ha però avuto la stessa rilevanza riservata pochi mesi prima alle dichiarazioni ciniche e infondate secondo cui la ragazza avrebbe potuto, forse un giorno, ritornare alla vita normale. Torniamo al presente e cerchiamo di fare il punto sulle normative che oggi regolano la questione: la legge approvata sull’onda emotiva della vicenda Englaro e in aperto contrasto con la comunità scientifica appare un provvedimento non “sul” testamento biologico, ma “contro” lo stesso che appare svuotato di significato: le dichiarazioni del soggetto sui trattamenti che vorrà ricevere non saranno vincolanti e sia alimentazione che idratazione verranno considerate forme di sostegno alla vita e non potranno essere oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento. Manca ancora quindi una legge che sia l’applicazione dell’art. 32 della costituzione per il diritto alla salute, ma contro l’obbligo alla cura. Il clima purtroppo non appare ancora favorevole, intriso com’è di demagogia e populismo (un anno fa venivano evocate divisioni tra “partito della vita” e “ partito della morte”), permeato da un’irresponsabile rifiuto all’apertura di un confronto sereno e improntato alla laicità dello stato e alla tolleranza di opinioni diverse sull’argomento della fine della vita. Paolo Guaramonti


Dischi consigliati: Four Tet - There Is Love In You (2010) Per tutti gli amanti dell’elettronica ecco a voi l’ultima fatica di Kieran Hebden, in arte Four Tet. Un lavoro che conferma l’eccezionale dote di modellare i suoni e passare con disinvoltura tra gli stili più disparati.  Beach House – Teen Dream (2010) Il terzo lavoro dei Beach House è una conferma della loro bravura. Le loro filastrocche dream pop danno vita a brani sinuosi e incantati, delicati e sognanti. Da avere. CLASSICONE: The Cramps – Songs The Lord Tought Us (1980) C’è bisogno di arroventare questo rigido inverno valdostano? C’è bisogno di aggiungere un po’ di sana violenza sonora ai ritmi omologati e piatti del nostro mondo montanaro? Se si, la risposta ve la danno i Cramps. Brutti, perversi, sporchi e cattivi... Un rockabilly sfrenato rivitalizzato da un irriverente approccio punk. Fondamentale! Film consigliati: Moon (di Duncan Jones, 2009) Incantevole commedia fantascientifica: Sam Bell lavora da tre anni da solo presso la base lunare Selene, adibita all’estrazione del prezioso Elio-3. Con l’unica compagnia di un robot di nome GERTY, isolato dalle comunicazioni in diretta con la Terra a causa di un guasto, a due settimane dalla fine del suo contratto inizia ad avere allucinazioni e a soffrire di forti mal di testa. Apparentemente si sveglia nell’infermeria della base, con una lieve amnesia. Ma emerge qualcosa di insolito… Fortapàsc (di Marco Risi, 2009) L’eccezionale Libero De Rienzo (uno dei protagonisti di Santa Maradona) impersona un giovane giornalista napolitano che trova il coraggio e la forza di scrivere articoli che fanno chiarezza sulle losche vicende che legano politici e mafiosi. Un filo rosso lega questo film a Gomorra. Purtroppo Fortapàsc è tratto da una storia vera. CLASSICONE: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (di Elio Petri, 1970) Il capo della sezione Omicidi (Gian Maria Volonté), uomo all’antica e reazionario, assassina la propria bellissima amante, disseminando la scena del delitto di prove che lo incriminino volutamente. Vuole dimostrare che la legge non è uguale per tutti e che lui, come garante della Legge e rappresentante del Potere, è al di sopra di ogni sospetto.

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