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Capitolo 3

Al mattino, dopo colazione feci due chiacchiere con Vichy. “Buongiorno, è già al lavoro?” Le domandai. “Buongiorno a lei.” Rispose allegra. “Purtroppo io non sono in ferie e devo lavorare. Ha dormito bene? L’aria del Gran Paradiso dovrebbe conciliare il sonno.” Aggiunse. “Ho riposato benissimo, grazie. Di sicuro la vicinanza del parco ha contribuito.” Subito dopo cambiai discorso. “Volevo andare dal gommista stamattina, sarà aperto?” “Certo, di sabato è aperto anche di pomeriggio, nel caso preferisca andarci più tardi.” Affermò sicura. “Meglio di no, ci vado subito, ho già rimandato una volta.” “Allora le spiego come arrivarci.” Uscimmo dall’albergo. “Adesso vada in piazza, poi imbocchi la strada sulla destra e prosegua dritto fino al bivio. Tenendo sempre la destra, uscito dal paese, troverà il gommista, non può sbagliare.” “La ringrazio, è stata chiarissima.” Risposi. Vichy però proseguì corrucciando la fronte. “I gommisti sono padre e figlio ma faccia attenzione al padre, si prende sempre troppa confidenza. E’ l’unico gommista che abbiamo e dobbiamo tenercelo.” “Capisco, grazie dell’avvertimento, parlerò il meno possibile.” Salutai e mi avviai a destinazione, sperando di non forare un’altra gomma. Le indicazioni di Vichy erano perfette, arrivai subito dal gommista. Parcheggiai dentro il capannone, scesi dalla macchina e aspettai che arrivasse qualcuno.

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All’interno tre uomini in giacca e cravatta giravano intorno alle proprie vetture e, dal fracasso delle pistole svita bulloni capii che i gommisti erano all’opera. Passarono un paio di minuti prima che mi venisse incontro un uomo piccoletto. Aveva la tuta mezza aperta dalla quale fuoriuscivano i peli del petto, non era un bello spettacolo da vedere. Dalla faccia tonda spiccava un grosso naso a patata. Era calvo ma aveva i pochi capelli grigi dei lati e della nuca, raccolti in un codino che gli conferivano un’aria equivoca. Indicativamente dimostrava cinquantacinque, sessant’anni, non era facile dargli un’età. “Buongiorno, ha bisogno di qualcosa?” Mi chiese squadrandomi. “Ho forato un pneumatico, può ripararlo?” “Certo che posso.” E proseguì. “Non l’ho mai vista, lei non è del posto.” “Già, non sono di qui.” Tagliai corto. “Ha la cadenza bresciano – bergamasca.” Incalzò. “Sono di Brescia.” Risposi secco ma lui proseguì. “Come mai è da queste parti?” Vichy aveva ragione, era un vero impiccione. Mi domandai quando avrebbe cominciato a lavorare. “Sono in vacanza.” Conclusi. Si allontanò di mezzo passo, aguzzando la vista e puntandomi contro l’indice. “Scommetto…” disse improvvisandosi indovino, “che alloggia dalla Vichy, l’albergatrice.” Terminò con l’aria di chi sa tutto. “Sì è vero, alloggio da lei.” Non ebbi il coraggio di mentire e sbagliai. “Ah, lo sapevo. Conosco la Vichy è una bella donna, qualche volta esco con l’ex-marito la sera. Lo sa che è divorziata? Scommetto di no.” Faceva le domande e si dava le risposte senza lasciarmi il tempo di rispondere. “Comunque, una donna del genere merita attenzioni. Fossi in lei ci farei un pensierino.” Sussurrò avvicinandosi e mettendosi una mano davanti alla bocca per non farsi sentire da altri. Sembrava completamente fuso di testa, non riuscivo a concepire come potesse rivolgersi a me, un perfetto sconosciuto, in questo modo. Tentai di porre una certa distanza tra noi.

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“Ascolti, io non conosco bene la signora Vichy, ma da quel poco che ho visto, mi sembra una persona seria, se così non fosse, sono affari suoi.” Troncai il discorso, nervosamente. Rimase sorpreso. “Scherzavo, era per dire, non se la prenda. D’altronde conosco tutti da queste parti e tutti si confidano con me perché sono una persona discreta. Se non facessi il gommista potrei fare il giornalista, sono al corrente dei segreti di ogni singola persona e quando mi sfugge qualcosa… indago, come fanno i detectives.” Disse soddisfatto. “Lei che lavoro fa?” Insistette, posizionandosi davanti a me con aria tracotante. Sbuffai senza parlare. “No, non me lo dica, non voglio passare per un ficcanaso.” Lo osservai a fondo. Quell’uomo era uno strano miscuglio d’imbecillità. Il mio amico Gianni al confronto passava per uno sprovveduto. Dopo essersi guardato intorno proseguì. “Ad ogni modo, se una sera di queste volesse andare a donne, io conosco i posti giusti. Adesso mi vede con la tuta e un po’ sporco, ma la sera quando esco indosso giacca e cravatta, sembro un giovincello.” Mi sentivo come un pugile messo all’angolo, continuavo a ricevere colpi su colpi, incapace di reagire, ero prossimo al KO. “Non lo dico per vantarmi ma ho per le mani quattro, cinque quarantenni, donne di classe s’intende.” Proseguì a confidarsi avvicinandosi sempre più. Per fortuna non gli puzzava l’alito. “Le faccio girare a rotazione, come trottole capisce? Però una volta al mese mi devo pulire la bocca con una bella ventenne ah, per forza!” Ero allo stremo. Venni salvato dal suono del telefono. DRINN, DRINN. “Scusi devo rispondere al telefono.” Disse. Prima di entrare in ufficio chiamò il figlio ad alta voce. “Franco, dai un’occhiata alla macchina del signore, io arrivo tra poco.” Chiuse la porta sbattendola. Rimasi fermo sul posto, allucinato. La parola discrezione non esisteva nel suo vocabolario. Il figlio era seminascosto dietro una macchina, si alzò avvicinandosi, sfiorava il metro e novanta d’altezza per cento chilogrammi di muscoli. Non aveva bisogno del crick per sollevare un’auto.

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A differenza del padre, teneva la tuta chiusa, i capelli erano corti e indossava dei guanti per proteggersi le mani. Prese la gomma dal baule ponendola su un piccolo macchinario e staccò il copertone dal cerchione. A un certo punto mi guardò quasi impacciato. “Senta…” mi disse. “Sì, che c’è?” “Non faccia caso a quello che racconta mio padre, esagera parecchio quando parla.” Era imbarazzato. “Oh, non si preoccupi. Appena uscirò da qui, avrò già dimenticato tutto.” “Non è una cattiva persona però è da prendere a piccoli sorsi, capisce cosa intendo dire?” “Certo, non si preoccupi. A suo padre piace parlare, comunque non ha detto nulla di male.” Lo tranquillizzai, capivo il suo sfogo. A volte succede di aprirsi con uno sconosciuto. Pensai. Un amico lo hai sempre di fronte e se un giorno ti penti di avergli rivelato qualcosa di troppo, non lo puoi più cancellare. Invece lo sconosciuto ascolta quanto hai da dire e poi se ne va. Con lui il tuo segreto è al sicuro, perché non lo vedrai più. La sua parte è quella, ascoltare il tuo sfogo, dandoti un sollievo interiore. Il ragazzone proseguì. “Con me non si permette di eccedere, basta un mio sguardo per farlo tacere e andare via.” Per forza pensai ancora, grande e grosso com’era, non bisognava fargli girare troppo le scatole. “Mi spiace per mamma, non capisco come riesca ancora a sopportarlo.” Fece alcune smorfie in cerca di una risposta, tuttavia la voce era tranquilla. “Le donne hanno una tolleranza superiore alla nostra.” Sostenni convinto, “sotto questo aspetto sono più forti degli uomini.” “E’ vero.” Rispose togliendo la ruota dal macchinario e ponendola con una sola mano nel baule della macchina. “La ringrazio, quanto le devo? Posso pagare a lei?” “Certo, mio padre è ancora al telefono.” Dopo averlo pagato uscii dal capannone e subito il disagio svanì. L’aria pareva più leggera e pulita. Al ritorno mi fermai a bere un aperitivo sedendomi al tavolino del bar in piazza.

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Leggevo distrattamente il quotidiano del posto e alzando gli occhi, m’accorsi che la piazza era addobbata con lunghi drappi ornati d’oro, bandiere colorate e stendardi d’altri tempi. La festa di cui parlava Vichy era iniziata e sarebbe finita l’indomani sera. Provai a fantasticare con la mente riportando la piazza a quei tempi lontani. In un angolo di strada vedevo belle donne altolocate che indossavano abiti eleganti, dalle botteghe ne vedevo altre uscire con in mano qualche verdura, sulla destra, dove restava il negozio del fornaio, immaginavo il garzone immerso a sfornare succulenti panini all’olio, mentre vicino alla porta di casa alcuni ragazzetti stavano giocando in attesa del pranzo. Mi sentivo bene. Presi l’ultima oliva dal piattino, mi alzai dalla sedia e rientrai in albergo. Vichy mi stava aspettando irrequieta. “Signor Gilberto, cominciavo a preoccuparmi non vedendola arrivare. Tutto bene dal gommista?” Appoggiai una mano alla fronte come se avessi mal di testa. “Non me lo ricordi, sono sopravissuto per miracolo agli spropositi che diceva.” Vichy aspettava che le raccontassi dell’altro, voleva sapere se avevamo parlato di lei. Ne approfittai invece per fare un po’ di chiarezza sugli anni del suo ex-marito, il gommista mi aveva rivelato che uscivano insieme, quindi all’incirca potevano avere la stessa età. Camuffai la domanda chiedendo gli anni del gommista. “Scusi la curiosità, quanti anni ha il gommista? Dall’aspetto dimostra sessant’anni circa, invece da come parla sembra un ragazzino.” La feci sorridere. “Un immaturo infantile vorrà dire, permetta la correzione.” Rimasi in silenzio, annuendo. “Quel ragazzino immaturo che dimostra sessant’anni, in realtà ne ha quarantanove. Lo so bene perché ha la stessa età di mio marito, del mio ex-marito, scusi. Se ha scoperto che alloggia qui, sicuramente le avrà raccontato vita morte e miracoli su di me.” “Francamente stava iniziando ma io ho subito tagliato corto evitando qualsiasi discorso. Quel tipo è instancabile, continuava a parlare. Mi

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ha salvato lo squillo del telefono. Il copertone poi, me l’ha riparato il figlio.” “Franco, lo conosco da quando era piccino, ha un anno in più di mio figlio, conosco anche la mamma, è una donna molto taciturna.” Dopo alcuni momenti di silenzio ripresi. “Salgo a darmi una rinfrescata per il pranzo. Ci vediamo più tardi.” Mangiai risotto agli asparagi e coniglio arrosto con contorno di patate al forno, il tutto accompagnato da un ottimo Barolo. Soddisfatto del lauto pranzo e dopo aver bevuto il consueto caffè, salii in camera per iniziare il nuovo capitolo. Avevo parecchie idee in testa ma erano molto confuse, dovevo passarle al setaccio come facevano i muratori con la sabbia: i sassolini più grossi sarebbero rimasti impigliati nella rete e la sabbia fine sarebbe passata. Rimasi più di tre ore chino sul computer finché esausto, mi alzai per prendere una boccata d’aria. Aprii la portafinestra ed uscii per la prima volta sul balcone ad osservare il panorama. Era il tipico paesaggio di montagna: vecchie case dai tetti consumati, il campanile della chiesa posto al centro del paese e sul punto più alto della collina, un torrione medioevale che dominava l’intera vallata. Sembrava ancora in buono stato, forse sarebbe stato possibile visitarlo. La borgata addobbata di bandiere multicolore, mi trascinò di nuovo inevitabilmente a tempi lontani. Mi vennero in mente Romeo e Giulietta, anche se mi trovavo in Piemonte e sul balcone al mio posto, avrebbe dovuto esserci una bella ragazza. “… così con un bacio io muoio…” furono le ultime parole pronunciate da Romeo prima di avvelenarsi. Poveri giovani pensai, morti entrambi per amore. Diedi un ultimo sguardo alla torre, quindi rientrai buttandomi a capofitto nel romanzo. Le ore passarono velocemente e quando guardai l’orologio, mancavano quindici minuti alle otto. Ero in leggero ritardo per la cena. Cercai di sbrigarmi perché quella sera dovevo andare alla fiera dell’artigianato. Salvai il file e scesi di corsa le scale trovando tutti già seduti nella sala da pranzo.

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Sergio, il cameriere che seguiva il mio tavolo, vedendomi arrivare mi portò subito il piatto che avevo ordinato. “Sono un po’ in ritardo questa sera, oltretutto devo andare alla festa insieme ad altri ospiti dell’albergo.” Lo informai. “Oh, stia tranquillo ha tutto il tempo che vuole. Ceni con calma, la signora Vichy ha organizzato l’uscita per le nove.” “C’è anche lei stasera?” Gli chiesi. “No, finisco il lavoro e torno a casa. Magari farò un salto domani, nel tardo pomeriggio.” Concluse tornandosene in cucina. Sergio aveva ragione, mangiai senza fretta ed alle nove meno un quarto mi alzai da tavola, bevvi il caffè al bar e andai alla reception dove trovai Vichy. “Sono pronto, partiamo alle nove giusto?” “Sì, all’incirca.” Disse, “sto aspettando mia sorella che per stasera mi sostituirà.” Qualche minuto più tardi arrivò la sorella e Vichy fece l’appello come a scuola. Eravamo in otto: due coppie di circa ottant’anni, l’anziana signora Enrica con la sorella di qualche anno più giovane, Vichy ed io. Uscimmo dall’albergo camminando a passo lento, come un’allegra comitiva. Attraversammo la piazza diretti in Via Caviglione, il centro nevralgico della fiera. Lo spirito medioevale aveva contagiato tutti gli abitanti del paese, lungo le strade si incrociavano spesso piccoli gruppi di persone vestiti con abiti dell’epoca. Mi sarei vestito volentieri anch’io in quel modo se avessi potuto. Attraversando la piazza, vidi di nuovo il torrione che si ergeva imponente sulla collina e chiesi incuriosito qualche informazione a Vichy, “Signora Vichy, dalla finestra della camera vedo quella splendida torre, è aperta al pubblico?” Vichy alzò lo sguardo osservando i profili del promontorio e dell’antica torre. “E’ la Tellaria. Fu costruita nel medioevo da Re Arduino o dai suoi discendenti, non ricordo con esattezza, ma ora è proprietà privata. Ci vive la Castellana.” “Che peccato, l’avrei visitata volentieri”.

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“Può salirvi in macchina se lo desidera ma deve fermarsi al cancello. Oppure può suonare il campanello e spiegare il motivo della sua visita, chissà, può darsi che le aprano.” Mi guardò divertita. “Non credo sia una buona idea” risposi, “la torre è medioevale, e se la Castellana fosse una strega? Meglio non rischiare.” Dissi, fingendomi spaventato. “Lei scherza Gilberto, tuttavia se conoscesse la storia della torre.” Vichy era seria, e questa sua serietà destò il mio interesse. “Non conosco la storia, me la racconti.” “E’ una lunga storia, le dico solo che nell’antichità si credeva che la torre fosse abitata da un strega vera: Madama Rua. Si vestiva di nero, era taciturna e restia a parlare con gli abitanti del paese e si sa, le streghe non piacciono a nessuno.” “Erano tempi duri per le donne.” Dichiarai serio. “Per le donne, sono tempi duri da sempre.” Riprese Vichy guardandomi. “Ha ragione, ha ragione” ripetei, “le società sono un po’ maschiliste.” “Mi fa piacere sapere che ha una chiara visione della società in cui viviamo.” Facemmo ancora qualche passo e Vichy coinvolse il resto del gruppo raccontando qualche aneddoto inerente la festa. Via Caviglione era ormai prossima. “La Castellana…” sussurrai inconsciamente, camminando. “Se siamo fortunati la troveremo alla festa, è una donna molto schiva ed è raro vederla in paese. Questo ha contribuito ad alimentare le leggende sulla Tellaria e il mito della strega.” Insistette Vichy. “Al collo ho un crocefisso, se mai servisse sono pronto ad usarlo.” Sorrisi divertito. “Noto che non crede assolutamente ai lati oscuri della vita.” “Infatti, sono razionale. Se una cosa è bianca non può essere di un altro colore e viceversa.” Vichy riprese a parlare. “Stavo pensando ancora alla Tellaria ma, se le interessa visitare una torre medioevale, sul promontorio opposto c’è la Ferranda. E’ sede del museo naturale. Domani m’informo sugli orari d’apertura al pubblico.”

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“Non vorrei disturbarla troppo.” “Nessun disturbo, domani visiterò il sito del comune e le farò sapere gli orari.” Concluse voltandosi e richiamando il gruppo a sé. “Signore e signori, questo è il centro della fiera, mi raccomando restiamo uniti. Procederemo lungo il lato destro della via e alla fine, con calma torneremo indietro guardando le bancarelle sull’altro lato. E’ tutto chiaro? Ci sono domande?” Nessuno ebbe da dire. Imboccata la via, mi sembrò d’essere finito in un bordello d’altri tempi, tanta era la gente presente. Se avessimo perso qualcuno non lo avremmo più ritrovato. Procedevamo adagio, guardando antichi strumenti di lavoro e incrociando belle dame vestite con sfarzosi abiti medioevali. Facendoci spazio tra la folla arrivammo all’interno di uno stand fotografico, impreziosito dalle stoffe e dai colori dei suoi abiti nobiliari. “Forza gente fatevi avanti, una bella foto per immergersi nello spirito della festa.” Gridava a squarcia gola il fotografo. Feci caso alle pareti tappezzate di fotografie dove erano stati sapientemente immortalati uomini e donne, divenuti conti, baroni o marchesi per la durata di un CLICK. Volli provare anch’io. “Può farmi una foto?” Chiesi ad alta voce. “Certamente, prenda anche una dama però.” Mi girai e senza indugio chiamai Vichy. “Farebbe una foto con me vestita da contessa?” Vichy parve sorpresa ma accettò volentieri. “Sì, con piacere.” Rispose. Ci vestirono con abiti e lunghi mantelli color porpora, sulla testa mi posarono anche un grosso copricapo dorato, mentre a Vichy misero un cappellino con un leggero velo che correva morbido fino alla schiena. Scattarono la foto. In meno di un minuto venne stampata e confezionata. Il prezzo mi parve eccessivo, tuttavia le anziane signore della nostra combriccola, la richiesero a gran voce. Pagai e la consegnai nelle loro mani desiderose. I commenti non poterono che essere di simpatia e di apprezzamento. Ringraziai ampiamente per tanta generosità. Alcuni passi dopo Vichy, mi fece una domanda inaspettata. “Signor Gilberto, mi stavo chiedendo se…”

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“Se?” Risposi aspettando che concludesse la frase. “Non vorrei sembrarle invadente riguardo alla foto di prima.” “Oh, mi scusi, forse sono stato inopportuno, se vuole la straccio.” “Non è per me, è per lei. Tornerà a casa con la foto in compagnia di un’altra donna, e ho notato che porta la fede al dito, cosa penserà sua moglie?” Feci trascorrere alcuni lunghi momenti, lasciandomi travolgere dall’aria festaiola del paese. “Mia moglie sarebbe contenta, sapendo che mi sto divertendo.” Vichy si girò guardandomi stupita. “Come dice?” “La verità è che non dovrei portare la fede ma non riesco ancora a staccarmene. Purtroppo mia moglie è rimasta uccisa in un incidente stradale, un anno e mezzo fa.” “Santo cielo, mi scusi, non sapevo… non volevo…” Dichiarò imbarazzata. “Non si deve scusare. Anzi, apprezzo la sua delicatezza.” Le dissi guardandola negli occhi. Stava per rispondermi, quando venimmo travolti da una improvvisa raffica di vento. Vichy alzò preoccupata lo sguardo al cielo. Nonostante fosse sera, si intravedevano pericolosi movimenti di nubi, il cielo si era incupito e non prometteva niente di buono. “E’ meglio tornare in albergo.” Ci disse seria. “Come mai? Pensa che pioverà?” Chiese la signora Enrica. “Sono certa che scoppierà un temporale. Non so se accadrà fra un minuto o fra un’ora, ma è meglio rientrare perché non ci colga di sorpresa.” Dopo avere maledetto il tempo, ci avviammo a malincuore. Uscire da Via Caviglione non fu semplice, parecchia gente ebbe la stessa idea e cominciammo a spingerci caoticamente l’uno contro l’altro per trovare una via di fuga. Appena imboccata la via successiva, le raffiche di vento ci colpirono come calde lame taglienti alzando le gonne delle signore. “Santo cielo ma che succede?” Gridò una di loro. Eravamo ormai davanti alla piazza quando arrivò il primo lampo illuminando la chiesa a giorno. Mi avvicinai alla signora Enrica, prendendola

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sottobraccio per velocizzarle il passo, lo stesso fece Vichy con la sorella più giovane. Il tuono che seguì ci fece tremare le gambe. “Madonna santissima, sembra un terremoto.” Commentò spaventata. “Su, su, non si faccia prendere dal panico, ancora qualche metro e saremo al sicuro in albergo.” Le dissi, sperando che aumentasse ulteriormente la camminata. Se avessi potuto prenderla in spalle fino all’albergo evitandole un attacco di cuore l’avrei fatto. Invece, mi limitai a stringerla forte per farla sentire più sicura. L’albergo era a trenta metri, stavamo per raggiungerlo quando venni colpito sul labbro inferiore da una grossa goccia d’acqua. “Un po’ più veloci signore, comincia a piovere.” Gridai a mezza voce cercando di spronare tutti. Trotterellammo col cuore in gola fino all’entrata, tuttavia gli ultimi dieci metri fummo investiti dal violento temporale. “Appena in tempo.” Dissi, chiudendo la porta dietro di me. Avevamo la schiena un po’ bagnata, ciò nonostante, ci era andata bene. Mi voltai insieme agli altri appiccicandomi alle vetrate per guardare il diluvio che imperversava nelle vie. L’acqua s’infrangeva sulle strade con una forza inaudita, mentre l’impatto degli schizzi faceva sembrare l’asfalto bianco. Guardai l’orologio, erano le dieci esatte. Se avessimo ritardato la partenza di un minuto, il temporale ci avrebbe investito in pieno. “Vi posso offrire della camomilla per rimediare alla brutta serata?” Chiese la Signora Vichy cominciando a preparare le tazze. Fu un tripudio di sì, pareva che le signore presenti non aspettassero altro. Una calda tisana prima di togliersi gli abiti bagnati e infilarsi dentro un letto asciutto, era quello che ci voleva per rimediare alla serata storta. Distolsi lo sguardo dalla pioggia, avvicinandomi pensieroso al bancone. “Scoppiano spesso temporali del genere a Pont?” Chiesi a Vichy. “Per fortuna no, però le devo confessare che non sono rari.” “E non hanno mai causato danni?” Domandai ancora. “Questi diluvi, hanno sempre fatto sfracelli e domani mattina, tutto il paese saprà se ci sono state conseguenze.” La signora Enrica si avvicinò con alcune amiche, circondandomi. “Signor Gilberto.” Cominciò a dire, “è stato un molto gentile ad accompagnarmi nel ritorno.”

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“Non ho fatto nulla, si figuri.” “No, no, che dice nulla, per tutto il tragitto mi ha sorretto, lei è un vero gentiluomo.” Concluse girandosi e guardando le amiche. Rimasi con loro a parlare per una buona mezzora, quindi, finita la camomilla mi ritirai nella mia stanza. Feci una doccia bollente ed entrai nel letto portando con me il computer. Inserii la chiavetta internet e controllai la posta elettronica. Avevo tre mail. La prima era di mio figlio. Aprii subito la casella, per leggere il messaggio che mi aveva inviato. “Ciao papà, tutto bene? Non mi hai ancora detto se il posto, merita o no, fammi sapere. In realtà volevo farti una domanda un po’ strana. Se mettessi incinta Marina, come dovremmo comportarci? Non preoccuparti, è solo una domanda, a presto.” Rimasi frastornato dalla mail. Che cosa aveva combinato? Mi girai di scatto prendendo il cellulare posto sul comodino e lo chiamai. Dava libero. “Pronto, ciao papà, come va il soggiorno?” “Lascia perdere il soggiorno, ho appena letto la tua mail, mi vuoi spiegare cosa succede?” Dissi agitato. “Ah, quella mail…” “Esatto quella mail. Hai messo incinta Marina?” “No, ma che dici, è una specie di scommessa.” In sottofondo, sentii la leggera risata di una ragazza, Marina era con lui. Guardai l’orologio, erano le undici meno dieci. “Una scommessa? Per cosa? Per vedere se riuscivi a metterla incinta?” “Ti ho messo in viva voce papà.” “Viva voce o no, mi vuoi spiegare la mail?” “Sì, certo, in poche parole mi hai fatto perdere una pizza.” Sentendo quella frase rimasi ammutolito ed aspettai chiarimenti. “Oggi pomeriggio Marina ed io parlavamo di bambini e per divertimento abbiamo pensato al nome che avremmo dato ad un nostro ipotetico figlio.” “Gioco interessante.” Dissi ironicamente. “E parlando Marina ha detto: se dicessi a tuo papà che sono incinta, come minimo ti telefonerebbe all’istante.” “Direi che ha visto giusto.”

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“Già, io invece ero convinto che mi avresti inviato una mail di risposta, abbiamo scommesso una pizza ed ho perso.” “Che ti serva di lezione, mai scommettere con una donna.” L’agitazione che avevo dentro stava sbollendo. “Papà, saluta Marina, ti sente e se la sta ridendo sottovoce.” “Ciao Marina.” “Buonasera.” Sentii in lontananza. “Mi raccomando, fate attenzione e tenete la testa sulle spalle.” “Mi scusi se l’ho fatta spaventare, stavamo solo scherzando e fra dieci minuti andrò a casa.” Rispose. Non indagai oltre, finito il chiarimento ci salutammo in modo piacevole e riposi il cellulare nel cassetto. Trassi un respiro di sollievo e appoggiai la testa sul cuscino ascoltando il rumore della pioggia. Sentivo la gola secca, presi la bottiglietta di acqua minerale e ne bevvi due grossi sorsi. In seguito aprii la seconda mail. Era scritta da un certo Ghizlani Riddassi. “Chi è questo?” Mi domandai. Cliccai sul nome entrando nel suo profilo e immediatamente mi ritrovai in un sito islamico, ricco di scritte inneggianti alla guerra e di fotografie con uomini armati fino ai denti. La provenienza non era indicata. Lessi incuriosito la mail, il suo inglese era chiaro e scorrevole. “Buona giornata amici miei,” parlava al plurale perché nella foto del mio profilo ero insieme a Sara, mia moglie. “ho letto il vostro commento sull’islam, e mi piace l’ardire con cui avete espresso la vostra opinione. Vi ho allegato un video e voglio che lo guardiate, così capirete perché l’islam è l’unica vera religione e perché il mondo deve essere islamico. Ho un’altra domanda da porvi: quante volte andate in chiesa a pregare? E quante persone adorano Gesù nella vostra chiesa?” Rilessi la mail con attenzione, considerando demenziale il riferimento al coraggio di poter esprimere la mia opinione. Lui ed altri erano entrati in un sito che non li riguardava: “I love Jesus” scrivendo delle assurdità, mi sembrava logico dir loro di farsi un giro da un’altra parte. Oppure, sarei dovuto entrare anch’io in un sito islamico per scrivere alcune verità scomode. Il video che mi aveva indicato? Non avevo alcuna intenzione di guardarlo, la

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chiavetta internet non era veloce durante la trasmissione dei dati e dove mi trovavo la ricezione era pessima, avrei impiegato dieci minuti per guardare il video della durata di un minuto. Decisi di rispondergli in modo pesante. Sull’immagine del mio profilo, c’era mia moglie ed io che ci abbracciavamo sorridenti, nella sua invece, c’era la bandiera d’Israele, calpestata da due enormi stivali neri. “Buongiorno, non guardo il video perché il mio PC è lentissimo. Comunque è sufficiente ascoltare i messaggi del mondo islamico per capire che l’islam è una politica e non una religione. Basti pensare alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che guarda caso nessun paese islamico ha firmato! Domandati il perché. Vuoi sapere quante volte vado in chiesa? Non tengo il conto ma solitamente ci vado di domenica. E per rispondere alla tua ultima domanda, in Italia non esistono adoratori di Gesù, ma esistono persone che possono amare Gesù. L’adorazione è pericolosa, offusca la verità e rende la mente degli uomini incapace di interagire con il mondo reale. Se sei convinto di essere un uomo di pace e consideri l’islam una religione, prova a dire “io amo il popolo d’Israele” prova su, ma se non ci riesci, significa che l’islam è solo una politica. L’immagine del tuo profilo ne è una eloquente prova, e tu, sei stato indottrinato a tal punto da essere disposto a morire in nome dell’islam. Addio, ci rivedremo in paradiso, oppure all’inferno.” Mancavano venticinque minuti a mezzanotte, cliccai invio e aprii deciso anche la terza mail. Era scritta da una certa Hajar Hajere. Dal nome immaginai si trattasse di una donna musulmana. Entrai nel suo sito. Era una marocchina con la maggior parte del profilo scritto in arabo. Lessi la mail, era convinta di parlare a una donna. “Mia cara amica, non parlo molto bene l’inglese, preferisco inviarti questo video per farti capire l’islam.” Sembrava un’epidemia, anche lei voleva farmi guardare un filmato, “e quando avrai guardato il video, cerca il libro che ti viene mostrato, t’insegnerà l’islam e capirai perché tutti i popoli devono diventare islamici. L’islam è

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l’ultima religione e tratta le donne in modo speciale. Quando vorrai discutere con me, cercami. Ti saluto nuova amica.” Rimasi un attimo sconcertato dalle poche righe lette. Questa povera ragazza doveva essere cresciuta a pane e islam. Probabilmente pensava che oltre all’islam ci fosse … il nulla. Provai a scuoterla sperando in una sua reazione. La situazione che mi infastidiva erano i messaggi pro islam trovati nel sito “I love Jesus”. D’altronde, la loro politica impone questo. E’ scritto che ogni buon musulmano ha il dovere di diffondere l’islam, obbligando ogni persona a diventare islamica. E’ una chiara ideologia filonazista. Il problema non è religioso ma sociale. Le società islamiche non permettono libertà mentale, senza libertà mentale non esiste crescita dell’individuo e se non c’è crescita dell’individuo la società non si evolve e resta paralizzata. Di fatto queste persone per vivere decorosamente, emigrano in paesi in cui viene rispettata la dignità dell’individuo e dove vengono riconosciuti i diritti alla persona. Stiamo parlando di paesi che affondano le loro radici nel cristianesimo. E’ anche vero che nel passato il cristianesimo per forza di cose, si è dovuto confrontare con la laicità dello stato ma il confronto è stato positivo ed ha permesso ad entrambi di correggere i propri errori. Questo interloquire è servito alla società per migliorarsi arrivando allo stile di vita attuale, che può piacere o no ma indiscutibilmente consente libertà d’azione e di pensiero. Per l’islam questo è inaccettabile, è inaccettabile che esistano società e ideologie oltre all’islam. Quando nel 1861 venne proclamato il regno d’Italia, Massimo D’Azeglio disse una frase storica d’incredibile attualità: “Abbiamo fatto l’Italia ora dobbiamo fare gli italiani.” Oggi è fondamentale riprendere quella strada e creare, non le moschee ma le strutture necessarie per educare gli immigrati, insegnando loro la storia d’Italia, le leggi, il modo di vestirsi, le abitudini alimentari, i nomi italiani, il cristianesimo e il rapporto paritario tra uomo e donna. Solo se avranno un’alternativa ideologica gli islamici potranno decidere se amare l’Italia e voler diventare cittadini italiani, in caso contrario cercheranno d’imporre la società islamica.

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Il musulmano che arriva in Italia si trova di fronte una realtà nuova, tuttavia se lasciato solo continuerà a credere nell’ideologia che di fatto lo ha cacciato dal suo paese, sarà vittima del primo imam improvvisato e non s’integrerà mai. Perché l’islam venga considerato una religione, dovrà cominciare a comportarsi come tale. L’articolo 8 della Costituzione italiana a riguardo, è molto chiaro: “Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, purché non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.” Questo significa che i rappresentanti di movimenti religiosi o presunti tali, si devono sedere al tavolo con i rappresentanti laici dello Stato italiano e firmare un documento che riconosca la legge italiana come l’unica legge civile e sociale da rispettare. Tale documento è stato firmato dai cattolici, è stato firmato dagli ebrei, dai valdesi, dai protestanti ma non è stato firmato dai musulmani, perché l’islam è una politica e i musulmani devono sottostare solo alle leggi coraniche. Questa inadempienza rende le moschee vigenti, anticostituzionali. Andrebbero chiuse. D’improvviso, mi venne in mente una stranezza dell’islam, fortunatamente inoffensiva, riguardante i maiali. Ricordavo di aver letto un articolo scritto da un membro della “The Muslim World League,” che affermava: “Il consumo di carne di maiale indebolisce il carattere e distrugge le facoltà morali e spirituali dell’uomo. Il maiale è pigro, sporco e propenso in modo esagerato al sesso, mangia qualsiasi cosa e tra tutti gli animali è il più pericoloso trasmettitore di germi al genere umano. Per questi motivi la sua carne è vietata. Alcune persone hanno argomentato quell’assurdità spiegando che ai maiali allevati oggigiorno viene dato cibo sano e pulito, quindi la loro carne è commestibile. Per risposta si sono sentiti dire che la natura del maiale non può essere cambiata, perché il maiale è e resterà sempre un maiale.” In verità, Maometto era incapace di ammazzare il maiale in modo corretto. Considerava questa sua mancanza inaccettabile essendosi

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autoproclamato profeta, così per proteggersi mise il maiale nella lista degli animali illeciti da mangiare. Nello stesso modo tutelò l’islam camuffandolo da religione per sottomettere il popolo. La parola islam infatti significa: sottomissione. Ed è grazie a questo espediente che riuscì a diffondere la sua ideologia, razzista e filonazista. Se ricordo bene abbiamo fatto la seconda guerra mondiale per estirpare queste due piaghe dall’Europa. C’è una domanda che mi pongo continuamente: se un movimento razzista si definisce religioso… la sola parola religione, può bastare a proteggerlo? Può bastare? E se il nazionalsocialismo si fosse presentato al mondo come movimento religioso elevando Hitler a profeta, gli sarebbe stato tutto concesso? Digitai rapidamente la mail. “Ciao giovane ragazza, ho la casa piena di libri scritti da donne ex - islamiche scappate, fuggite, emigrate. A te è permesso leggere questi libri? L’uomo islamico può sposare fino a quattro donne, di qualsiasi etnia, religione e politica. Tu però se sospettata di essere bigama, vieni lapidata. Per l’islam la donna è un essere inferiore per volontà divina e come tale va trattata. Questo è RAZZISMO verso la donna. Tu, non ti accorgi di questa iniquità perché la tua testa è proprietà dell’islam, che ti dice come parlare, cosa mangiare, come pensare e cosa indossare. Prova a leggere il vangelo, capirai che per Gesù, uomo e donna sono esseri umani paritari. L’ideatore dell’islam è Maometto e una delle sue innumerevoli mogli era una bambina di nove anni. Da noi le persone di questo tipo si chiamano PEDOFILI, non profeti. Gradirei conoscere la tua idea in proposito. Per quanto riguarda l’ultimo movimento religioso nato, ti informo che non è l’islam ma è “Geova”, quindi seguendo la logica del tuo ragionamento, dovresti credere alla parola di Geova. Ora che ne sei a conoscenza, sono certo che troverai comunque una scusa per restare musulmana. Vorrei che tu leggessi libri con idee filosofiche religiose o presunte tali differenti, poi sceglierai. Le religioni sono spirituali, i profeti sono persone spirituali, l’islam e Maometto non lo sono.

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Ti invito a informarti sulla vita di altri uomini, davvero di pace: Gandhi, il Dalai Lama, Gesù. Spero che tu apra gli occhi e il tuo cuor, per trovare la verità, perché essere islamici significa accettare l’inferiorità femminile, accettare i matrimoni con bambine dai 9 anni in su, quindi accettare la pedofilia, la violenza sulle donne, la poligamia maschile, la lapidazione delle donne adultere, l’impiccagione degli omosessuali, la pena di morte per apostasia, la violazione dei diritti umani, la mancanza di democrazia e molto altro ancora, per questo motivo dico NO all’islam. Sinceri saluti. Non inviarmi video, non li posso guardare.” Ero stato decisamente pesante ma il mio fine era di farle scorgere nuovi orizzonti. Vichy aveva ragione, per le donne erano tempi duri, da sempre. E per le donne musulmane era anche peggio, l’islam cancellava le loro identità. Qual era il ruolo delle donne nell’islam? Fare figli, possibilmente maschi. Cliccai invio e spensi il PC. Chiudendo gli occhi pensai ancora alla mail di mio figlio, sorrisi e provai a dormire, confortato dal forte rumore della pioggia.

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Il sangue della Tellaria