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B I A N C A L AU R A PE T R E T TO

sutteas Dipinti di Gigi Rigamonti


Nella mitologia Gaia è la Terra. Ed è nella pietra, la materia perenne e immortale della terra, che la protagonista di questo libro trova rifugio. Seduta in una suttea, lo sguardo verso il mare, protetta dall’armonia degli elementi, <trascorre momenti senza tempo>. Ma il tempo è memoria, forse null’altro, e nella mente di Gaia la memoria ha il bisogno doloroso di raccontarsi: il torrente del ricordo scorre placido, incantato, apparentemente distaccato. Come se fosse stato elaborato, ma avesse ancora la necessità di lambire le rive, invadere la terra. Così una donna racconta una parte della sua vita. Non ha schemi precostituiti. Piuttosto visioni, frammenti, sensazioni. E personaggi. Non ha vissuto astrattamente, si è sporcata, ha toccato la carne e il sangue, la morte e la speranza. E tutto ciò che la storia quotidiana, dalla bellezza alle insidie, sa inventare. Compreso l’amore, quello strano universo fatto anche di sms profumati di dolcezza e pieni di inganno, quasi una storia parallela che fa da controcanto penoso all’esistenza autentica. E allora Gaia capisce: tutto ciò che è vero, persino brutale, è dentro di lei. E con altrettanta autenticità arriva a noi, che leggiamo. Per raccontare anche noi, in un posto meraviglioso come la Sardegna, e in realtà in ogni luogo. Dove ci sono madri e padri, amici e sconosciuti, che in pochi gesti diventano figure forti. Di passaggio, spesso, ma sempre uniche. Frammento dopo frammento, illuminazioni che esplodono all’improvviso nei segni forti, grezzi e primordiali di Gigi Rigamonti, “Sutteas” recupera interamente la memoria, ci sorride sopra, con un pizzico di malinconia e il soffio dell’amarezza, per raggiungere davvero la riva. E Bianca Laura Petretto scrive la storia di una rinascita e di una promessa.


B I A N C A L AU R A PE T R E T TO

sutteas Dipinti di Gigi Rigamonti


Grazie a Sofia Arango, Giorgio Bombi, Roberto Cossu, Virginia Gasperini, Cristina Maccioni, Donatella Muntoni, Isella Orchis, Roberto Petretto, Gregorio Reggiani, Vanni Veronesi, Gianni Zanata.


Dedicato a mia Madre


s u t t e a s BIANCA LAURA PETRETTO Dipinti di Gigi Rigamonti

Progetto grafico e fotografia Sofía Arango Echeverri Comunicazione Roberto Petretto Ufficio Stampa Carlotta Cassani Ritratto Fotografico di Adriano Heitmann Copy 2016, Ainas . Monografia 2 rivista iscritta al n. 31/01 del Registro della Stampa del Tribunale di Cagliari La traduzione, la riproduzione e l’adattamento totale o parziale, effettuati con qualsiasi mezzo, inclusi la fotocopiatura, i microfilm e la memorizzazione elettronica, anche a uso interno o didattico, sono consentiti solo previa autorizzazione dell’Editore. Gli abusi saranno perseguiti a termini di legge.


sommario 10 Prefazione 15 Sutteas, terre di mezzo 19 La montagna Sacra 25 La casa a tempo 27 La damigiana 29 Gli orecchini di corallo 30 La madre senza un seno 31 I pesci vomitati 33 Il pesce remigio 37 La madre di ghiaccio 39 La ragazza pugnalata 40 La tavola apparecchiata 41 Il gelato 42 La medichessa 43 Le gemelle 47 L’ombra degli amanti 49 L’arabo 50 Rachele 51 La donna gatta 53 Elfi di luna e sole 54 Il tatuaggio 55 La nave che va via 56 Il volto bifronte

57 Il dio delle parti basse 58 Due donne incinte 59 La vacca trasformata in elefante 61 Oltre la roccia 63 Il castello di acquafredda 64 Il carro armato 65 Il tribunale 66 L’esserino 67 La rombotovaglia 69 Le streghe 70 Il trapasso 71 Il mio cane dorme nel mio letto 72 Il maremoto 73 Più passa il tempo 74 Il corpo giornale 75 Il cuore di mio fratello 77 A letto in tre 78 L’animale di pezza 79 Il topo 80 I bambini nuotano nel loro vomito 81 Il ratto e il corvo 83 Il cibo dei fiori


prefazione Spesso Gaia è nuda. Si sente nuda. La sua vita è esposta al più potente siero della verità: il sogno. Le immagini nascoste dal sonno esplodono e scorrono come lava. Forse Gaia non può farci niente. Forse è l’esistenza che pretende di essere dipinta. In qualche modo. Soprattutto quando si scende all’inferno come su un tapis roulant e si vede scorrere altra lava: l’umanità. “Alcuni la chiamano follia, altri malattia, semplicemente vita”. In questo libro il sogno e la realtà si confondono, giocano a intrecciarsi, a guardarsi. A soffrirne e, alla fine, liberarsi l’un l’altra. La conclusione è una fitta che dà sollievo: “Non c’è nessuno che mi aspetta, sono leggera e va bene così”. Libro? No, piuttosto una ferita. Un segno rosso e grezzo, una pennellata infinita che attraverso le parole, come a squarciare la pagina, ad aprirla, a tagliare una melograna. Dal frutto diviso i chicchi cadono uno ad uno, rossi e ricchi di umori, e sono sinceramente spremuti. C’è uno slancio panteistico tra le pieghe dei segni e delle lettere di questo non-libro: monti, fiumi, precipizi. Acqua. Idealmente Gaia guarda e si guarda dalla suttea della sua casa di pietra ad Alguer. Per la città sceglie il nome catalano: un vezzo dovuto all’empatia tra Bianca Laura Petretto e la cultura ispanica. Come il vezzo per la scarpe, forse condiviso dall’autrice e dal personaggio, un modo un po’ fatuo e un po’ mistico per ricordare che essere donna ha un significato preciso e misterioso. L’empatia diventa passione nella terra di Sardegna: una casa campidanese, le religiose cumbessias, lo stagno di Santa Giusta, il castello di Acquafredda. E proprio le sutteas, terrazze

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mediterranee. Terre di mezzo bellissime e rifugi contro i pericoli che si addensano più in là, come quelle di Tolkien. Anche Gaia è nella terra di mezzo: 40 anni, già due mariti e una figlia. Già i dolori della morte accanto (il padre) e le lacerazioni dell’amore. Una fragilità naturale e imposta dagli eventi, che conosce la stanchezza ma sa accendersi di forza. Ed è una terra di mezzo anche quella perenne tra il sogno e la realtà. Non si esplorerà mai abbastanza il sogno. Non è un problema lasciatoci da Freud. Kafka scriveva ciò che sognava, e viceversa. Sembrano sogni tutti i racconti di Schnitzler. “E poiché la vita è sogno e quello che vivi sogni, non perdere un bene tale, o di nuovo ti vedrai in una prigione angusta” recita il Potere (come è strano) nel capolavoro di Calderòn de la Barca. Gaia non lo perde, ma non è un spalatrice di nuvole, come l’eroe di Fred Vargas. E’ Alice con un computer a fianco. Che centellina sms frammento per frammento, code di contrasto (o di spiegazione disincantata) alle sue immagini interiori. Sono le tappe di un distacco che Gaia intuisce e subisce. Tanto più doloroso perché il lento sfrangiarsi dell’amore di Francesco si bea falsamente di epiteti come “patatina”. Eccola la realtà, in corsivo e in crudeltà. Allora il sogno si tinge di paure e ferocie, di sinistre fessure che i segni di Gigi Rigamonti ripetono come macchie. Figure umane abbozzate, finestre che piacerebbero a Piranesi, punti sparsi, corolle che potrebbero essere carciofi. La bellezza che si ubriaca nel gotico. I frammenti di un disordine che, a poco a poco, conquista una benefica lucidità. Ma nel mezzo, ancora

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nelle terre di mezzo, il corpo freddo e rigido di una padre morto, smembrato in ospedale: pochi cenni di dolorosa freddezza, ma tanto più autentici dell’sms dell’uomo che sul display blatera di “serenità interiore”. Nel mezzo anche il vomito di pesci appena mangiati, i fastidi quotidiani che nutrono il malessere. Gaia vede l’acqua trasparente e accanto un’enorme damigiana, e intanto percepisce l’onda che diventerà marea. Le manca l’aria anche quando si sveglia. “Ti amo” dice l’sms ed è un macabro contrasto. Vagano molte ombre in questo dipinto di parole sincere. Navi, tatuaggi, elfi, streghe. Molti animali. Tanti fiori. Incursioni nell’intimità erotica. “Ho sognato una sfinge riflessa in un specchio”. Tutto cibo per fiori, in fin dei conti. Tutto “luccicanza”, come racconta un amico di Gaia. Quel talento spirituale, voluto anche da Kubrick per “Shining”, che <insegna ad amare>. Il non-libro è così una confessione, una forma di auto-aiuto, l’elaborazione - come si dice oggi – di un lutto. O di molti lutti. Le tracce del pensiero e dell’emozione su una catena lunga dieci anni che deve spezzarsi. Finora non è comparsa la parola libertà, e del resto in “Sutteas” è inespressa. Sembra quasi che Bianca Laura Petretto abbia il pudore di non pronunciarla, perché si porta appresso troppi abusi e troppe retoriche. Eppure alla fine spunta, dopo l’ultimo sms. Stavolta suo. E definitivo. La vita continuerà ad essere sogno. Ma anche vita. La riserva di amore non si esaurisce mai, forse è questa la prima e l’ultima certezza di Gaia. Roberto Cossu

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sutteas, terre di mezzo Quando venne lasciata dal suo primo marito, Gaia sentì un dolore sordo. Aveva la sensazione di essere stata investita da un autoarticolato. Stava immobile, a terra. Sentiva, vedeva ma era inanimata, come paralizzata. Aveva pensato che poteva rimanere dall’altra parte per un tempo infinito e aveva cercato nel suo corpo uno spazio. Aveva iniziato un viaggio attraverso i pori della pelle, i nervi, i muscoli. Poi, sotto il cuore, verso il centro dello stomaco, aveva visto una luce piccolissima, un bagliore. Guardava con le poche forze che le erano rimaste una goccia luminosa minuscola, viva. Un centro d’energia, una bambina appena nata, fragile eppure potente. Le ultime forze le raccolse per alimentarla. Ogni giorno che passava cresceva leggermente, si gonfiava e risplendeva. Fu un processo lungo, impercettibile, con un moto lento. Gaia sapeva che la sua rinascita era legata alla crescita di quella piccola goccia d’acqua. Non si muoveva nulla, neanche il pensiero. Tutto andava a nutrire lei, la bambina di luce. Una mattina si svegliò con la sensazione di trovarsi a ridosso di un precipizio. Guardava giù ma stava sulla terra, al riparo. Vide che la piccola goccia era cresciuta, gonfia d’acqua cristallina. Non capì bene cosa stesse accadendo ma intuì che la morte le aveva permesso di vivere. Sentì leggerezza, allegria e incominciò a non pensare più al tempo e allo spazio. Sono passati quattro anni da allora e lei sta lì in piedi a guardare il viso immobile, bello, senza tempo, senza spazio, del padre morto. Il dolore non è più sordo ma soporifero. Come un gas entra in ogni piccola particella del suo corpo. Il suo riferimento, il cavaliere pronto a proteggere la sua amata figlia, ha concluso il ciclo. I primi quarant’anni di Gaia e gli ultimi quarant’anni dell’adorato padre. Lei bacia le labbra del padre, l’ultimo contatto

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con il corpo freddo e rigido. Aveva pensato che la morte sarebbe stata insostenibile, straziante. Sentiva solamente che quel corpo era vuoto, lui non c’era più. Aveva capito che l’età del sempre era conclusa. Si sentiva silenziosa e sola. Nei giorni seguenti il suo corpo reagiva in modo nuovo. I quattro anni trascorsi dall’ultimo dolore avevano prodotto un lavoro sorprendente. Allora, il dolore esterno aveva rimosso la bambina lontana, ora il dolore veniva da dentro e, diffondendosi circolarmente in tutto il corpo, usciva per scoprire una donna adulta, impaurita, disorientata, ma grande, formata. Gaia si sentiva nuda, una parabola che percepiva i segnali esterni. Durante il giorno avvertiva un movimento orizzontale lentissimo come di una forma che si muoveva dentro un cilindro. All’improvviso, la forma veniva scossa da un avanzamento velocissimo che le permetteva di procedere lungo il tunnel. C’era buio e Gaia provava un senso di soffocamento, e un forte dolore al petto. Ogni giorno di più la forma aumentava i movimenti veloci sino a che non si riusciva ad intravedere una luce fioca che, radente, faceva risaltare la forma, diventata ombra. Gaia prese ad andare allo stagno di Santa Giusta per osservare gli uccelli in volo e il peso al petto diminuiva. Una figura sbiadita, lontana: il padre agitava scherzosamente le dita della mano. L’ultimo saluto in ospedale; lei andava via in compagnia della madre, era ormai in fondo al corridoio e aveva sentito l’impulso di girarsi a guardarlo ancora. Lui le aveva sorriso con il braccio sollevato e con la mano accennava un leggero movimento d’addio. Gaia è una bella donna quarantenne, spigliata e tenera. Il suo lavoro coincide con un vezzo: la passione per le scarpe. Ha uno studio di design per scarpe da donna. Vive sola in un’antica

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casa di pietra a più piani ad Alguer, una città affacciata sul mare, nell’isola di Sardegna. Ogni tanto arriva il suo secondo marito, Francesco, che viaggia in continuazione per lavoro. C’è sempre una situazione di movimento, in evoluzione. Spesso lei cambia la disposizione dei mobili e degli oggetti come se non volesse sentire la staticità. Dal precedente matrimonio ha avuto una figlia che ora ha vent’anni, vive e studia a Parigi. Gaia ama rifugiarsi sulla terrazza della sua casa. Ci sono i suoi fiori preferiti, le rose e le viole, il limone profumato, il rosmarino e il basilico, le comode poltrone e l’aria sottile che passa tra le colonne. Si sente protetta in quel luogo. Nei pomeriggi silenziosi si stende con gli occhi chiusi e ascolta la leggera brezza sul viso e sulle braccia, il profumo sensuale del gelsomino, il parlare sempre più chiaro dei vicini di fronte e poi quelli più a sud e gli altri alle spalle, lontani cinque case. Un’armonia di voci più leggere, più forti, più chiare, sino a divenire cicale assordanti. Protetta dalla terrazza, Gaia trascorre momenti senza tempo tra il sonno e la veglia. Nell’isola di Sardegna queste terrazze sono rifugi, terre di mezzo e hanno il nome di sutteas.

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la montagna sacra Mi trovavo sopra una montagna altissima. In cima, la pietra levigata, bianca, simile al granito. Intorno a me gli amici più cari, mio padre, mia madre, mio fratello, Francesco e mia figlia di sette anni. Nessuno parlava, si comunicava con il cuore, con i sentimenti e con l’allegria. Vi era un rapporto d’amore palpabile. A un tratto, alle spalle, un uragano si avvicinava verso la montagna. Ai lati vi erano due passaggi. Uno immetteva in una caverna che portava sul versante opposto, l’altro, era minuscolo, poteva a malapena ospitare una sola persona e si fermava sul precipizio. Mentre l’uragano incalzava mi premunivo di far passare i miei cari attraverso il cunicolo per metterli al sicuro. Per ultimo Francesco e mia figlia. Un cancello di legno chiudeva il passaggio. Rimasi lì, in cima, a un passo dall’uragano. Decisi di costeggiare la montagna e d’inoltrarmi verso l’altro passaggio che raggiunsi con calma. Sentivo la forza della natura sovrastarmi, a un passo. Oltrepassai velocemente la gola e mi trovai in bilico, dall’altra parte della montagna, su un piccolo spuntone a strapiombo sul vuoto. Guardai all’esterno della montagna e vidi i miei cari al riparo con alle spalle la catena di monti. La situazione per me era drammatica. Ma ad un tratto la montagna di fronte si muove e avanza. Alle spalle l’uragano arriva. Il Gigante di pietra si unisce al suo gemello. Di fronte, uno spettacolo biblico: due crepe, due ferite enormi si ricompongono, il lembo di una montagna si ricongiunge all’altra e forma un passaggio. Attraverso il ponte, sopra la crepa congiunta e, raggiungo i miei cari. Gaia apre gli occhi e ha la sensazione di un grande benessere. Le sutteas sono splendide terrazze mediterranee coperte e decorate da colonne tornite. Le donne, in questi luoghi, durante il pomeriggio o l’imbrunire, riposano, chiacchierano con le vicine. Il pensiero e le parole corrono, senza remore, facendo rimbalzare i segreti e i vizi nascosti della quotidianità. Gaia ama sentire le

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confidenze private che in quello spazio divengono pubbliche e parla con le sue amiche. Una molto giovane, rotonda, con piccoli seni, labbra rosse e occhi grandi, scuri. Porta indumenti che scoprono il corpo. L’altra donna è longilinea, aggraziata, con il viso delicato e le mani curate. Si veste di garza e seta, con grandi scialli che la proteggono e ha il vezzo di adornarsi i lunghi capelli con i fiori. L’amica più grande ha un corpo sensuale e bello che odora di cibo e di sapori intensi. Schietta, con la risata squillante, ama gli uomini e sfugge alla solitudine. Le amiche di Gaia hanno una storia in comune. Ognuna ha incontrato lo stesso uomo dopo aver ricevuto in regalo un monile. La più giovane, Donatella, porta un amuleto di corallo rosso, per proteggersi dagli sguardi invidiosi, Patrizia adorna l’indice con un anello di filigrana d’argento che mostra un simbolo lunare legato al favore dei pianeti, mentre Ofelia non si separa da un ciondolo sonoro fatto di conchiglie, di pietre di fuoco e di ambra fenicia, per favorire la fertilità. L’uomo con cui le tre amiche hanno condiviso una parte della loro vita ora è il marito di Gaia. Lei, nei confronti di Francesco, ha sempre avuto un senso di precarietà, sin dal loro primo incontro. Durante i riposi pomeridiani, Gaia ha un sogno ricorrente. Un cavaliere senza volto, vestito di stoffe strappate, di tela e lino grezzo, su un grande cavallo arabo nero, corre sull’acqua, nella penombra della sera. Gaia prova sempre una forte inquietudine per quella forma senza volto, un’ombra scura. Si tratta di uno sconosciuto che, al risveglio, le provoca un brivido, un guerriero punico che ha qualcosa di malefico e insieme fascinoso. Francesco viaggia in continuazione per il suo lavoro e per il bisogno instancabile di andare. Dalla convivenza con le tre donne amiche sono nati tre figli, due bambine gemelle e il piccolo Guglielmo.

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Gaia porta nella mano destra una fede inusuale: due piccole mani d’oro sovrapposte possono aprirsi e chiudersi per scoprire o nascondere un cuore. L’anello è un dono di Francesco e ha un nome: infide, dal significato ambiguo che, a seconda di dove cade l’accento, ha un valore positivo o negativo. La suttea di Gaia è diventata un luogo da cui si guarda il mondo che si muove con occhi distanti. Gli incontri tra Gaia e Francesco sono frequenti, ma da un po’ di tempo si avvertono i segni di un distacco. Lui non parla più e lei non lo sente più. I suoi occhi sono diventati impenetrabili e vacui e il suo carattere irritabile. Arrivano solamente gli sms, sottili e acute verità di Francesco. Sms - sei bellissima, buona giornata, ti penso. - Fuori c’è un’aria estiva con un sole caldo e forte. In lontananza i tuoni. Mi sento tutta fuori e niente dentro, come se fossi completamente distante da me. Mi viene in mente una litania, non ricordo le parole, ma solamente il ritmo. Mi sento spaesata, come se comprendessi che ho bisogno di andare, ma non riesco a decidere se salire su un carro, camminare a piedi o indossare le ali. Forse esiste un altro sistema, ma non lo conosco. Intanto sto ferma. Il male degli abitanti dell’isola è la staticità. A volte si sente il peso delle pietre di cui è fatta la Sardegna. Non riesco a camminare, non sento i rumori, non ascolto, non annuso, non parlo, non ho niente da dire. E’ come se mi trovassi all’ingresso di una dimensione sconosciuta che mi blocca. Mi sento viva e morta nel medesimo istante. Non capisco dove devo andare e se esista un luogo dove possa andare. Intanto sto lì. Mi faccio attraversare dal giorno e dalla notte, sulla suttea. Nuda, come i tuoni nel pomeriggio di settembre, mentre gli odori entrano taglienti sino allo stomaco.

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Sms - sono ancora a Lucerna, arriverò molto tardi. Mille baci. Ti amo. - Penso all’ultima cosa bella della giornata, quel dolce momento dove la tensione si allenta e, piano, arriva il sonno. Partire da me è come deglutire, basta respirare e tutto vive. Ho desiderato di essere accanto a lui, ma ci sono pezzi sparsi di un uomo distante. Ho la sensazione di essere osservata. “ Che avevi da parlare sottovoce, uno dei tuoi sogni - incubi o i tuoi pensieri?” Le amiche, divertite, si sporgono dalla balaustra della suttea di fronte. - Immaginate di salire su una nuvola e di andare…soffici fiocchi intorno, grandi forme circolari di bambagia. Mi trovo sulla nuvola e vago verso una meta sconosciuta. La nuvola si accosta a una montagna che chiamano sacra. Scendo e intorno silenzio, deserto, non un soffio, non una persona, un oggetto. Un passaggio intatto porta verso il bosco. L’imboccatura è larga e scura. Ai bordi, enormi tamburi, uno di seguito all’altro, segnano il cammino. Emanano un suono, sempre più sordo, forte e tribale. Mi pare di vedere sagome di guerrieri nudi che suonano. Mi avvicino. Ci sono solamente i tamburi e la musica irritante. La sensazione è che oltre ci siano uomini e donne. Sms - sto correndo all’aeroporto; diluvia. Ti chiamo quando riesco a imbarcarmi. Non vedo l’ora di vederti. Ti amo.

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la casa a tempo Con Francesco ci troviamo in un paese, verso l’uscita, in campagna. Visitiamo una casa abitata da tre ragazzi, sportivi, abbronzati. L’ingresso si presenta con una grande cucina e il camino. Per accedere agli altri ambienti si percorre una stradina di pietra. Si tratta di stanze occupate solamente in occasione di feste religiose, chiamate cumbessias. Una piccola comunità in mezzo al verde. Il giardino si espande per la collina, fitto e incolto, ricco di piante di mirto, di scisto, di lecci e di pini marittimi. Per curiosità visitiamo tre camere da letto e la palestra che ha spazi adatti per spettacoli, anch’essa immersa nel verde. Fuori, a destra, una chiesa romanica in pietra a vista e, sullo sfondo, la valle. Francesco sostiene che si tratta di un castello, in realtà è un borgo. Ci piace il luogo, anche se tutto è approssimativo e disordinato. I tre ragazzi andranno via e ci rassicurano sorridenti e felici che lì si vive bene, “potete affittarla per due anni”. Francesco risponde che è d’accordo e decidiamo di prendere quella casa. Penso che per viverci sarà necessario sistemarla, curare l’arredamento, il giardino, valorizzare lo spazio. In affitto per due anni è un tempo limitato e se ci staremo bene, sarà difficile lasciare…non mi piace l’idea, vorrei acquistare la casa, ma non dico nulla. Sms - tutte le mie coccole come bagaglio, in attesa che ritorni e possa fartene ancora. Buona giornata patatina! - Ofelia gioca con una stoffa turchese e segue il volteggiare oltre le colonne della sua terrazza. Si scorge e vede Gaia sdraiata sulla poltrona a dondolo, mentre legge. “Credi agli angeli? Il mio angelo si chiama Raziel e mi aiuta nell’amore (come potrei fare con gli uomini senza di lui?), il tuo angelo è Mikael e si occupa di giustizia…è curioso il fatto che il tuo avvocato si chiami Michele… Gaia chiude il libro e risponde: “Forse il nostro angelo è una persona, potremmo avere più angeli che

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ci proteggono, a seconda dei bisogni e delle difficoltà. Stanotte ho sognato Michele che viveva in una grande casa a corte, stava seduto su uno scranno e indossava la toga. Nel loggiato ardevano due grandi bracieri. Lui attizzava il fuoco che era molto vivo. Un grande calore si spandeva per l’ambiente con le fiamme alte; i carboni ardenti e il bagliore rosso e arancio vivido costruivano ombre mutevoli sui muri”. Sms - ti amo draghetto sputafuoco…forse più di quanto tu pensi. Baci.

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la damigiana Con due amiche mi trovavo in una villa fine Ottocento, in un grande parco che dava sul mare. Non si trattava del mediterraneo, ma dell’Atlantico. La vegetazione florida, verde, umida, degradava sulle rocce piatte e bianche che formavano ampi spazi nell’acqua. Andavo su una canoa monoposto variopinta. Le mie amiche ne avevano una a due posti e si attardavano. Intanto remavo ed era un piacere scivolare sulle increspature liquide. Le mie amiche stavano sulle rocce piatte. Ad un tratto avvertii il pericolo. Una di loro, la più anziana, Maria, mi disse di risalire, sarebbe arrivata presto l’onda. Marina mi aiutò a sollevare la canoa. Non riuscivo a risalire. Cercavo di puntellarmi con gli asciugamani, con il corpo della mia amica. Vedevo l’acqua trasparente e, sotto, un’enorme damigiana. Mi chiedevo come fosse finita lì. Poteva entrarci una persona per volta e all’interno avrebbe ospitato una moltitudine di gente. Non riuscivo a risalire, intanto l’onda si annunciava con un movimento dell’acqua che mi fece paura. Percepii con chiarezza che la marea arrivava. Il cuore aveva una pressione fortissima, sentivo un macigno sul petto e con un grande sforzo, mentre Marina con calma cercava di aiutarmi, riuscii finalmente a salire, oltre le rocce, tra la sabbia e la vegetazione. Mi sono svegliata con un forte peso al petto e mi è mancata l’aria. Sms - sono ancora in viaggio, qualche problema con i treni e la valigia. Ti amo.

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gli orecchini di corallo Vivevo una situazione di fastidio. Si era presentata Claudia, la nipote del mio ex marito che non vedevo da tanti anni. Aveva portato una scatola piena di doni: un vestito, una collana, oggetti vari. Si trattava di monili di scarso valore, ma appariscenti. Non accettai i doni. Capivo il suo disappunto, ma non lo condividevo. C’era un legame tra una situazione e un’altra. Al contempo mi trovavo in un luogo semi abbandonato, forse in un casotto marino. Davanti a me una porta, povera. Busso e entro. Due lettini singoli, in uno, sdraiato sotto le coperte, il mio ex marito, sull’altro, di fronte, la sua compagna, a pancia in giù, con il viso scoperto. Mi guardano. Vado verso un mobile basso ricoperto di gioielli che mi appartengono, coralli, ori, pietre preziose. Mischiati, ammonticchiati alla rinfusa. Scelgo da portar via solamente gli orecchini di corallo. Senza parlare chiedo loro della bambina, quella nata dopo la nostra separazione, avrei voluto vederla. Non c’è, non si sente e nessuno si muove. Vado via con la sensazione di aver fatto una breve tappa in una casa senza pareti con i sentieri pieni di muschio e di erbe selvatiche. Forse avrei dovuto raggiungere un tempio. Conoscevo la meta, ma non affrettavo il viaggio, anzi, non tralasciavo di soffermarmi nei luoghi apparentemente insignificanti. Nella mia strada, molto più avanti, c’era una persona che mi guardava, lasciandomi libera di camminare o di fermarmi, facendomi presente costantemente che dovevo andare. Non parlava, ma guardava i miei passi da lontano, quasi sempre da un declivio. Ricordava un monaco, un eremita, mi indicava, come se avesse un compito difficoltoso e costante, il cammino. Sms - sto tornando a casa, sono spossato da caldo e fatica, ma contento. Non vedo l’ora di dormire. Ti amo.

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la madre senza un seno Non ricordo esattamente il sogno, ma tutto era incentrato su mia madre. Stava completamente nuda. La sua età era quella attuale ma portava molto bene i suoi anni. Il corpo abbronzato, curato e atletico. Non aveva un seno e non lo nascondeva. Le ferite erano scomparse e anche se il seno non c’era più, esteticamente, nell’insieme, era gradevole. Il corpo integrato. Stava ritta, in piedi, al centro della scena, come se intorno ci fosse una piazza e sorrideva tra la gente, serena. Sms - c’e un vento africano, ho voglia di leccarti, di aspettare il tramonto, mangiare ostriche e andare a ballare. Poi, pazzie.

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i pesci vomitati Non ricordo molto, solamente un grande fastidio. Câ&#x20AC;&#x2122;era stato un banchetto, una festa di pescatori. Costeggiavo la battigia e mentre camminavo vomitavo i pesci che avevo mangiato, in modo anomalo, come se fossi una vacca. Il cibo vomitato rimaneva in bocca, ritornava nello stomaco e poi lo vomitavo nuovamente. Avevo consapevolezza di questo e provavo un grande schifo. Mi sono svegliata con la bocca amara e una forte salivazione. Nel sogno mi accompagnava mio padre che guardava. Sms - non funziona niente! Sono al buio, stanco e un poâ&#x20AC;&#x2122; depresso. Spero che la notte porti consiglio. Ti amo e se non ti chiamo è perchĂŠ voglio star solo a pensare.

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il pesce remigio Mi trovavo in un luogo sconosciuto. Una spiaggia dalla sabbia sottile e bianca. Un’insenatura d’acqua pulita e turchese, ombrelloni colorati, sedie, asciugamani e persone distanti tra loro. In silenzio stavo in piedi all’estremità del molo, vestita con una garza azzurra di foggia orientale e guardavo gli uccelli in lontananza e il mare trasparente con i delfini. A un tratto, il mio amico Remigio emerge dall’acqua. Abbronzato e nudo, mi guarda e si dirige verso la spiaggia. Gli vado incontro e noto che i suoi piedi sono palmati; ha fatto un lungo viaggio attraverso il mare come fosse un pesce con la possibilità di respirare anche fuori dall’acqua. La cosa non mi stupisce e lui si comporta come se tutto fosse naturale. Sono meravigliata del fatto che mi abbia trovata. Nessuno era stato messo al corrente su dove fossi. “Come hai fatto a sapere che mi trovavo qui?” – “Lo sentivo, avevo necessità di comunicarti alcune cose importanti”. Inizia a parlare animatamente e io lo ascolto. Ci dirigiamo verso il centro abitato. Il villaggio non si sviluppa in orizzontale, ma in verticale. Palazzi lunghi e stretti, grattacieli con finestre specchiate, ingressi angusti, senza scale, con ascensori che ricordano le bare. Remigio continua a parlare mentre entriamo in ascensore. Lui si sistema di sbieco mentre io ho il corpo e il viso completamente aderenti alla porta in metallo. Davanti agli occhi la fessura centrale delle due ante dell’ascensore. Saliamo sino all’ultimo piano. La mia testa scoppia, il cuore batte forte e respiro lentamente per regolare la paura. Remigio parla mentre ascolto senza comprendere una sola parola, mi arriva il rumore della voce amica. In quell’ascensore-loculo riusciamo a non far toccare i nostri corpi. Sento la presenza dietro le spalle come se ci fosse uno spazio ampio tra me e lui,

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per potersi muovere e stare distanti. In quel non-spazio vedo volare una mosca. Se l’ascensore si fosse fermato la morte della mosca avrebbe segnalato la mancanza d’aria e solamente allora mi sarei dovuta preoccupare. Invece vola indisturbata e possiamo respirare. Le ante si spalancano di botto e mi trovo davanti un grande spiazzo. Una terrazza all’ultimo piano dove c’è tanta gente, si può consumare ai tavolini, mangiare, bere, ascoltare musica, guardare il via vai dell’umanità, ammirare dall’alto il paesaggio. Remigio si muove nudo con disinvoltura e parla ancora. Vicino a lui, silenziosa, mi rassicuro. Sms - ti amo

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la madre di ghiaccio Un gruppo di persone chiacchierava sul molo. Mia madre decise di entrare nel lago blu, voleva fare il bagno. La guardavo mentre sâ&#x20AC;&#x2122;immergeva. In lontananza, mi sembrava che riaffiorasse a pelo dâ&#x20AC;&#x2122;acqua. Non la vedevo piĂš. Contai i secondi, mi buttai in acqua e la raggiunsi. Il suo corpo era un blocco di ghiaccio. Riuscii a portarla a riva, cercavo disperatamente di anticipare il tempo, togliendo gli strati di ghiaccio dal viso. Pochi secondi e sarebbe morta. Riesco a liberare la bocca e vi soffio dentro, un attimo e respira di nuovo. Sms - non riesco a prendere la linea. Buona notte amore.

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la ragazza pugnalata Mio padre era vestito in modo eccentrico e veniva considerato un anarchico principalmente per questo motivo. Aveva la testa altrove, lo sguardo perso non si sa in quali mondi. Ci tenevamo per mano. Insieme entrammo in un locale frequentato da persone con i tatuaggi, vestite in modo provocatorio. I corpi dipinti, il locale molto affollato. Ci sedemmo uno di fronte all’altra. Nessuno dei due parlava, ma i nostri pensieri erano mani che si accarezzavano. A un tratto ci fu un trambusto, dietro mio padre, una ragazza trafitta al cuore con un pugnale. Un fuggi fuggi generale. Chiamarono la polizia. Ripresi per mano mio padre e con uno strattone ci precipitammo fuori per le scale, tra la gente che urlava. Mio padre guardava l’aria e gli uccelli che volavano, la sua mente vagava. Mi preoccupavo del fatto che, con quell’aria assente e i gesti rallentati, potesse insospettire la polizia e lo accusassero dell’omicidio della ragazza. Cercai di dileguarmi con lui, prima che arrivassero i militari. Intanto mi coccolava standomi vicino. Sms - ti penso, ho voglia di stare con te. Ti amo, un bacino…

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la tavola apparecchiata Mi trovavo ospite a casa di Viola. Lei era al lavoro e io facevo gli onori di casa. Al piano rialzato si trovavano la camera da letto e i bagni. La casa si sviluppava in lunghezza e si affacciava su un patio rettangolare, con un grande tavolo di legno. Di fronte, ulivi alti, di cui non si vedeva la fine. La casa era antica, di pietra, con atmosfere orientaleggianti. Cassapanche basse e lineari, tavoli semplici. L’arredamento sobrio. Aspettavo Viola e prima di lei arrivarono quattro giovani ospiti. La casa era circondata da un muro laterale che aveva un portone d’ingresso. Le ragazze aprirono il portone, allegre e sorridenti si precipitarono di corsa verso le loro stanze, lasciando qua e là borse e oggetti. Cercavo di seguirle. Viola, con loro, aveva un bel rapporto. Le osservavo e mi lasciavo trascinare dall’esuberante gioia di vivere. Intanto era arrivata la padrona di casa che portava con sé una borsa di stoffa colorata a strisce. Le ragazze l’avevano circondata di abbracci e chiacchiere portandola via tra le camere interne. Di fronte a me la tavola rettangolare era perfettamente apparecchiata: piatti piani decorati d’azzurro e d’argento con piccoli disegni geometrici e posate d’argento su una tovaglia preziosa di lino, ricamata. Dalla parte opposta al tavolo stava seduto, al centro, mio padre con a fianco un signore. Chiacchieravano pacatamente e dietro di loro si scorgevano gli ulivi a perdita d’occhio. Il banchetto non prevedeva il cibo. Immaginavo di servire grandi piatti di frutta, ma in realtà sentivo il profumo e il desiderio del gusto. Guardavo mio padre, di fronte a me. Lui non mi guardava, continuava ad ascoltare l’amico in silenzio. Erano ben vestiti e sereni. Oltrepassai la mia linea, girai intorno al tavolo dalla parte dell’ingresso e mi trovai dietro mio padre. Silenziosamente mi avvicinai e misi le mani sul suo viso. L’ho accarezzato dolcemente e ho sentito la sua pelle, il suo respiro, un sensazione struggente di lui. Mi sono svegliata per l’intensità. Sms - Buon Natale. Ti penso, prima di andare a nanna.

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il gelato Ho sognato che mio padre aveva ordinato, per un numero indefinito di persone, tutti quelli presenti, i gelati. Câ&#x20AC;&#x2122;era un tavolo rettangolare ma anche una serie di tavoli quadrati. I gelati venivano offerti in coppe dâ&#x20AC;&#x2122;argento, con palline colorate. Alla fragola, al pistacchio, alla crema e al cioccolato. Stavo seduta con altre persone a un tavolo quadrato e la gelataia aveva preparato un gelato appositamente per me, con una crema di gianduia e altre palline rosse e verdi. Vedevo i cerchi colorati e la sensazione di allegria mi inebriava. Mio padre non era lĂŹ, stava sospeso e non potevamo vederlo. Ci aveva mandato in dono i gelati colorati. Sms - sono andato a fare un giro sui monti. Sto bene. Ti penso.

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la medichessa Mio padre morto in un tavolo di ospedale. Il chirurgo era una donna, con i capelli lunghi chiari, bella e abbastanza giovane. Operava mio padre, togliendo e incidendo profondamente la carne. Dopo un certo tempo aveva estratto il cuore rosso scuro che aveva i ventricoli tagliati. La medichessa aveva asportato dal suo corpo pezzi di vene e altri organi non ben definiti. Tutte le parti erano malate e avevano provocato la morte di mio padre. Io stavo in piedi e osservavo. Cercavo di fermare nella memoria il suo volto. Sms - dopo molto tempo, stamane, ho sentito forte un senso di appartenenza e di serenitĂ interiore: ho cercato e ho trovato risposte tra le mie cose, in unâ&#x20AC;&#x2122;immediata vicinanza, dovâ&#x20AC;&#x2122;erano sempre state. Adesso posso dialogare meglio col mio presente e col mio futuro. Buon mattino.

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le gemelle Un grande monastero adibito a ospedale. Un lungo corridoio che percorro a passo svelto e deciso. Sulla spalla porto due borse, una per contenere la macchina fotografica, color cuoio, e l’altra, in pelle nera, per i documenti e tutto il resto. In fondo al corridoio, una stanza quadrata: tre sedie, tre persone, una scrivania. Un medico, una donna e l’assessore alla Sanità. Quest’ultimo mi accoglie sorridendo e mi chiede di accompagnarlo, mentre gli altri si mettono in disparte. Usciamo dal caseggiato e camminiamo in un grande giardino incolto, attraverso un viottolo di pietre. Vado avanti e mi accorgo che l’assessore riesce a malapena a strisciare i piedi. Sposta lentamente prima una e poi l’altra gamba. Senza parlare capisco che ha necessità di aiuto. Arretro e, dandogli le spalle, giro leggermente la testa per guardarlo. Lui poggia le mani sulle mie spalle. Mi stupisce il fatto che riesca a trasmettere attraverso la pressione una forte sensualità e la presenza. Camminiamo e arriviamo in un altro caseggiato. Un vecchio ospedale. Lui si sottrae agli impegni politici e, senza che alcuno lo sappia, coltiva e esercita la sua professione di medico. Segue con impegno e passione i suoi pazienti. Non trascina più le gambe. Prima di entrare mi dice che dobbiamo parlare. Va spedito lungo i meandri spogli e bianchi dell’ospedale. In una stanza, nei loro letti, trova due bambine di circa dodici anni. Hanno una malattia strana. Lui, amorevole, si siede sul letto e inizia a dipingere il volto della bimba distesa con un impasto corposo, simile alla calce. Il volto pare una maschera divisa per sezioni. Il centro, dove lui esercita un pressione circolare, è bianco. La parte superiore azzurra. La zona destra gialla, quella sinistra rossa, il mento verde. Gli occhi sono semichiusi. Lui sorride e continua a tirare la maschera con i polpastrelli sul volto della bambina, delicatamente. L’altra ragazzina sta seduta sul letto. Mi guarda senza sorridere. Mi avvicino, mi siedo sul letto di fronte a lei. Apre la bocca e vedo, all’interno, un sistema dove è stato inserito uno specchio che riflette, quasi ingrandendola, la

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bocca interna con un effetto a tutto tondo. Le parti anatomiche sono così colorate che appaiono dipinte per zone. Ricordano la maschera della bimba a fianco, si tratta di una bocca-maschera. Il suo sistema di guarigione consiste nell’aprire e chiudere la bocca, permettendo alla bocca di guardare l’altro, creando una comunicazione non verbale. Anch’io la apro e riesco a comunicare con la bambina. I suoi occhi sono più intensi e esprimono qualche cosa di profondo. Non vedo la mia bocca, ma rispondo alla bocca della bambina e comprendo che esiste un metodo di guarigione straordinario che il medico riesce a esercitare con umiltà e amore, in sordina. Vedo un uomo che ha aspetti sconosciuti. Mi dice ancora che dobbiamo parlare. Mi chiede di vederci alle nove. Deve continuare la terapia e poi ci vediamo in via…… Non capisco e chiedo nuovamente, non capisco ancora e lascio perdere. Chiedo se, in disparte, posso seguire la sua terapia. Mi risponde di no e mi accompagna verso l’uscita, creando interesse per l’incontro. Lo abbraccio e mi avvolge. Mi ritrovo fuori dal caseggiato davanti a un cancello di ferro antico, che dà su un giardino di piante rampicanti. Sopra, la scritta della via in francese. La leggo e continuo a ricordare se si tratta di quella dell’appuntamento. Non riesco a trovare l’uscita. Di fianco all’ospedale c’è un istituto gestito da suore, vestite di nero con una mantellina e una pettina bianca inamidate. Hanno il capo scoperto. Salgo le scale di ferro e trovo alcune ragazze che chiacchierano. Faccio per chiedere informazioni, ma dal piano di sotto si agitano le suore. Tra queste, una mi fa cenno di scendere e mi viene incontro. E’ sgradevole e mi scambia per qualcun’altra. La blocco: “Voglio sapere come si fa a uscire dal caseggiato per raggiungere la mia macchina”. A quel punto comprende di aver equivocato, si tranquillizza e mi dà le informazioni, poi mi saluta e riesco a trovare l’uscita. Sms - sono contento all’idea di rivederti. Sono già in aeroporto. Baci.

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l’ombra degli amanti Uno spazio scenografico con le tonalità degli azzurri e dei grigi. Ambienti crepuscolari di quinte velate. Una fontana al centro. Amanti in controluce avvinghiati. Una porta, un corridoio altissimo e stretto. L’atmosfera è mortifera, d’amore nero. All’improvviso, sul proscenio, uno spazio che non riesco a guardare: carne umana fatta a pezzi, teste, gambe, muscoli, nervi e sangue. Sms - sei bellissima, fuori e dentro. Mi spiace per quanto accade. Ogni cambiamento è doloroso, inevitabilmente, anche per chi ci è vicino, a maggior ragione per chi ci ama. Mi spiace davvero. Ho sempre desiderato il tuo sorriso. Sono certo che alla fine percorreremo con gioia la nostra strada, ovunque porti.

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l’arabo Un uomo vestito di chiaro, arabo, con i tratti del viso marcati, la carnagione ambrata, gli occhi scuri, sensuali. Mi porge un coltello con il manico allungato in materiale simile al legno nero pregiato, e la lama sottile di metallo lucente. Infilo il coltello nella vagina per provocarmi un intenso piacere. Sms - sono di corsa, ti chiamo quando posso. Baci. Ogni tanto ho un ricordo struggente di papà: stava in piedi, bello elegante, abbronzato e aspettava. Mia madre aveva preparato i ravioli di verdura conditi con il burro e la salvia. Li aveva mangiati con gusto il giorno prima di morire. Oggi sono andata a comprare una pianta, verde, ricca di acqua. Ero indecisa se acquistarla, poi ho visto che faceva capolino tra le foglie una ranocchia. L’ho presa, ho chiuso la pianta in una busta per il viaggio. In macchina, al semaforo, si è avvicinata la mendicante di sempre. Ho abbassato il finestrino e le ho regalato l’anello infide. Le servirà, per un po’. Mi ha guardata stupita e mi ha detto che non si sarebbe separata da quel gioiello. Ma è chiaro che lo farà. A casa ho sistemato la pianta in un angolo della suttea. La ranocchia ha fatto un salto e si è nascosta. Di sera ho bagnato la pianta. Mi è sembrato un bel segno. Sms - è stata una giornata tremenda. Sono ancora in viaggio. Non rispondo al telefono. Ho voglia di star solo. Ti chiamo domani. Baci.

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rachele Mi trovavo in macchina con mamma, forse si trattava della vecchia Cinquecento gialla. Parcheggio al centro del paese, di fronte alla chiesa, e lascio mia madre da sola in macchina. A piedi, percorro la via che porta a casa di Rachele. Non ci siamo più viste, lei è tornata da un lungo viaggio e ho fatto in modo di non incontrarla. Per strada, solo uomini, meccanici, trattoristi, militari. Arrivo a casa sua. Dalla strada, attraverso uno scorcio, vedo la casa senza finestre con le aperture vuote, senza porte, abbandonata o forse in ristrutturazione. Supero l’antico portone e la casa campidanese si presenta come sempre. Nel giardino l’albero di limone e il pozzo. Tutto in disordine, più piccolo di come lo ricordassi. Il cane si avvicina a Rachele. Il marito esce e raggiunge gli uomini per strada. Il suo bambino non c’è. Lei mi viene incontro per abbracciarmi, ma poi si ferma. Fa per stringermi la mano destra, ha nascosto un ago e mi punge. Dal dito indice, che mi guardo, non esce il sangue, ma avverto un leggero fastidio. Provo una sensazione negativa, penso che sarebbe stata importante la presenza di mia madre. Ma è vicina e mi sento protetta. Non ho paura e mi distacco. Sms - nel silenzio, che finalmente mi circonda, ti penso dolcemente. Un bacino. E’ l’alba e la suttea silenziosa mi fa sentire sola. Ho cercato la ranocchia e non l’ho vista. Spero non abbia fatto un salto giù. Sembra che nulla possa essere trattenuto, che nulla si possa fermare. La luce trasforma i colori che tagliano il colonnato e il rumore del movimento di un giorno che nasce. Sms - sono in montagna, c’è poco campo e ad intermittenza. Ti chiamo quando posso. Baci.

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la donna gatta Un gatto bianco e nero dal pelo lungo dorme con la sua padrona, una donna eccentrica. E’ distesa su un letto, il gatto sul suo lettino. Forse si tratta di una gatta. E’ adagiata con gli occhi chiusi come fosse una persona, a pancia all’aria. La sua padrona, con un rapido movimento, l’accoltella. La gatta ha il muso pieno di sangue. Il volto languido, la bocca semichiusa come di donna-gatta, tra il sonno e la morte, prima di spirare. Il sangue si spande in gola e sul petto, sino alla pancia. La donna ora è tranquilla. La gatta, nel sonno, non respira più. Rimane il buco in gola e in pancia, il sangue vivido sul pelo bianco. - È l’alba. Patrizia, dalla sua suttea, scorge Gaia addormentata, avvolta nello scialle rosso. “Che fai? Dormi con questa aria fredda?” Gaia risponde, come se fosse nel dormiveglia, che è tornata dalla montagna dove ha lasciato Francesco. E’ accaduto un fatto strano.

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elfi di luna e sole Cercavamo maschere in Valle Aurina. Una strada tra i boschi, poi una casetta di legno con su scritto: maschere. Attraverso la finestra si scorge un tavolo con due piatti dipinti, vuoti. Bussiamo alla porta. Non rispondono. Andiamo avanti e troviamo una seconda porta, poi la prima si apre. Esce un omino dal viso sorridente. “Non ho più maschere, solamente soli e lune, volete vedere?” mentre parla ci fa entrare in una stanza. Lei è sdraiata e sonnecchia. Le scarpe disposte ordinatamente sotto il letto, sopra, i panni disposti ad asciugare, vicino a una stufa a legna antica. “Accomodatevi, arrivo subito” e l’omino scompare. Ci sediamo sulle uniche due sedie intorno al tavolo quadrato. Lei ci guarda con le mani giunte sotto la nuca. “Piove. Quest’anno piove molto” mi dice. Lui entra con una scatola, dove si trovano i soli e le lune. Fischietta un motivo: fu fu, fu fu, fu fu fu. Pare un elfo. Ci guardiamo. Il sole e la luna sono i loro ritratti. “Prendiamo questo sole e questa luna” e l’essere del bosco fischietta felice: “Bene, bene, grazie, grazie”. Mi avvicino a lei per salutarla e pare una fata propiziatrice di energie. Mi stringe forte la mano, senza spostare il capo dal suo riposo. Mi sorride e mi augura buon viaggio. Vorrei avvicinarmi per baciarla. Mi avvolge, con il calore della mano. L’elfo ci accompagna sino alla porta e ride fischiettando. La notte mi assale una febbre fortissima, la montagna e le nuvole cupe accompagnano il sonno agitato e febbricitante. Al mattino, la febbre è andata via. La fata e l’elfo hanno dissolto le tenebre. Sms - arrivato a Milano. Tutto ok. Notte.

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il tatuaggio Ero completamente tatuata. Un tatuaggio che non lasciava spazio alla pelle naturale. Avevo pensato di vestirmi con abiti scuri molto accollati, abbottonati sino al collo, la gonna sotto il ginocchio, di modo che il tatuaggio non fosse visibile. Mi volevo convincere che si trattava di un dipinto e che presto sarebbe andato via. Non ricordavo come e quando era stato fatto e, soprattutto, non ricordavo alcun dolore, che doveva essere stato fortissimo. Mi guardavo e scoprivo che il tatuaggio arrivava sino alle ginocchia e ai polsi, lasciando la pelle libera solamente sulle mani, sui piedi e in un punto della testa e del volto. Intorno alla bocca, sul mento e sul collo, il tatuaggio era evidente, non potevo nasconderlo. Non era un dipinto e le cose stavano cosi. Mi trovavo in questa nuova condizione. Incominciavo a programmare un possibile intervento estetico, ma in ogni caso, la mia pelle, non sarebbe piĂš tornata come prima. Avevo paura. Mutante, avvolta in un ricamo ragnatela, un dipinto damascato indelebile, una quinta giapponese, una maglia medioevale, con la forza di un guerriero. Sms - ti chiamo quando posso. Baci.

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la nave che va via Una grande nave, gremita di gente, attracca in un’isola con una vegetazione florida. Le persone scendono dalla nave. Tra loro, mia madre, io sono molto giovane e mio padre sta lontano, eretto, e porta un mantello con la sua figura molto alta e elegante. L’isola si può visitare. Mi ritrovo in un castello e incontro una donna dai capelli rossi. Nel giardino, che si affaccia sul mare, Guglielmo gioca con altri bimbi al sole. A un certo punto, la nave prende il largo, lasciando le persone a terra. Mio padre è sulla nave che non tornerà più. La poppa è colma di bagagli. Una ragazza decide di prendere alcune borse, uno scalatore, un signore dai capelli bianchi, un medico, altre due donne e un giovane, si danno da fare per recuperare le proprie cose e anche quelle di chi è rimasto a terra. Mentre la nave va via, sento un grande dolore per il distacco, ma seguo la ragazza e l’aiuto. Mi preoccupo di lanciare a terra lo zaino dello scalatore, ricordavo che aveva detto che era importante per lui e per il gruppo. Da quello zaino impermeabile venivano fuori piccozze, funi e strumenti da scalata. Pensavo che in quell’isola i bambini, da adulti, si sarebbero accoppiati tra loro. Sms - sono in treno, viaggerò tutta la notte. Ti chiamo non appena ci sarà un po’ di linea o domattina. Baci.

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il volto bifronte Mi trovo in una spiaggia. Il mare è cupo e corposo. Sull’arenile ci sono i barconi dei pescatori, dipinti di rosso e di blu. Salgo su un gozzo e, con me, mio fratello e un uomo che non distinguo in volto, come se avesse due profili. Il mare è agitato. Ho paura, ma cerco di andare. Verso la riva, si infrangono le onde con la schiuma bianca. Non vedo il fondo e sembra di planare su una superficie solida. Le persone che stanno con me hanno paura. Decido di remare e di procedere verso l’oscura profondità del mare. L’uomo ha un profilo rassicurante, poi appare come un volto femminile. Continuo a vogare e arrivo dove l’acqua è calma e si vede il fondo. Sms - sei veramente bella. Un sorriso.

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il dio delle parti basse Guidavo e non riuscivo a governare la macchina. A un certo punto arrivo sul ciglio di un precipizio e non riesco a fermarmi. Volo nel vuoto e non si vede la fine. La macchina si ferma su uno spiazzo sporgente e vedo due montagne gigantesche separate dalla voragine e non comunicanti. Ogni vetta è un mondo a sé. Guardo verso l’alto e provo a immaginare come fare per tornare nel mio mondo. La montagna dove sono atterrata è abitata. Da fuori non si vede nulla. Gli esseri che vivono nella parte dove mi trovo non si fanno vedere, ma so che si tratta di persone brutte, pelose e aggressive. Verso l’alto non c’è speranza di trovare un ponte. Devo addentrarmi nelle parti basse e raggiungere il fondo, dove le radici ricongiungono le montagne. Per affrontare la discesa, incontro una specie di signore delle parti basse. Si tratta di un essere rotondo, brutto, di cui non si conosce la natura, che diviene buono o cattivo a seconda delle circostanze e delle persone. Ho paura di scendere, ma è l’unica possibilità per ritornare in superficie. I due giganti che si fronteggiano sono altissimi e di colori differenti, uno rosso, di terra scistosa e l’altro verde, lussureggiante. L’aria è immobile e non c’è vento, mentre cammino verso i cunicoli scuri. Sms - una bella poesia bengali dice che ci sono più albe e che ciascuna ha più colori di quanto gli occhi possano vedere. Perché ti ostini a fissare un solo orizzonte? Con la creatività, il carattere e le doti che hai, potresti disporre di una tavolozza così ricca da tratteggiare la felicità. Buona notte.

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due donne incinte Una donna incinta, un’altra donna incinta, uno specchio e un profilo. Una bruna e l’altra chiara. Prendo un coltello, grosso e lungo, e lo conficco nella pancia della donna chiara, quella che si specchia, e faccio a pezzi il bambino che c’è dentro di lei. E’ tutto molto atroce. Sogno Francesco che è accanto, ma distante. Sogno Guglielmo, piccolo, che carponi si sposta in una gora piena d’acqua dove viene immessa una pompa con un rubinetto sempre aperto. Chiudo il rubinetto, prendo in braccio il bambino fradicio e mi occupo di lui. Sms - sei bellissima, profumi di vita.

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la vacca trasformata in elefante C’era molto caldo. Sentivo la necessità di fare un bagno. Mi trovavo in vacanza in una località marina e avevo deciso di andare in piscina. Mi trovo di fronte uno spettacolo. Una sorta di bagno romano con le colonne scavate sulla roccia, una specie di tempio nell’acqua con la vegetazione intorno. Sopra di me, una vasca naturale colma d’acqua, dove si vedeva il fondo con le pareti di pietra chiara. Una pozza grande degradava e scompariva sino alla spiaggia con l’acqua bassa. Il fondo di roccia bianca si decomponeva e diventava sabbia ambrata. Quando decido di entrare nella piscina, spunta dalla vegetazione una grande vacca e si immerge. Penso che ha le pulci e le zecche e non entro in acqua. La vacca si trasforma in elefante che con la proboscide arriva sino alla mia macchina, una piccola utilitaria blu, e la sistema sull’acqua. Non va a fondo, il pachiderma ci gioca, la scuote, la lancia in aria e la frantuma, i vetri saltano e la distrugge. Sto lì, guardo e non faccio niente. Sms - imbarchiamo in orario.

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oltre la roccia Sogno montagne terrazzate di ghiaccio. Oltre, il mare. Scendo con uno scalatore, con facilità, anche se il terreno è scivoloso. Arrivo all’ultima terrazza. Lo scalatore sta più in alto. Faccio per risalire e non riesco a muovermi. Non trovo appigli e non posso saltare. Lo scalatore scende, mi passa vicino e non mi tocca. Gli chiedo aiuto e risponde che non può aiutarmi, devo farcela da sola. Mi oltrepassa e non si allontana. Sopra di me compare una ragazza. Chiedo a lei di darmi una mano per risalire. Continuo a scivolare e non trovo appigli. La donna non mi aiuta, oltrepassa me e lo scalatore con un salto. Faccio un grande sforzo di concentrazione. Ho terrore di sbagliare, perché se non salto in modo corretto precipito giù. Slitto, scivolo, e poi con tutte le mie energie salto. Non vedo più le terrazze, ma insenature, rocce di tufo bianche e la giovane donna che si gira e mi guarda. Sms - tutto fatto. E non mi sento stanco. Mi vieni a prendere all’aeroporto?

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il castello di acquafredda Sono in macchina con mio fratello, nei pressi del castello di Acquafredda. Piove e la strada è allagata. Roberto s’inoltra con la macchina per la strada sterrata e io lo esorto a cambiare rotta. Lui non mi ascolta e s’immerge nell’acqua alta dove la macchina viene risucchiata verso il fondo. Riesco a sfilarmi dal finestrino, mentre la macchina continua a sprofondare. Roberto non riesce a uscire e l’acqua lo sommerge. Mi tuffo sotto per aiutarlo, riemerge, ma non riesce a liberare le gambe. Mi sveglio di soprassalto e non so se mio fratello ce l’ha fatta. Il cuore in gola e mi fa male il petto. Sms - ti penso in modo struggente. Sei stata e sei ancora un gioiello capace d’illuminarmi la vita. La mia considerazione di te e il mio desiderio sono più forti del primo giorno. L’amore ha preso il volo, sulle ali di un gabbiano, per lidi lontani. In questo momento soffro le mie condizioni e non posso, non riesco, a comporle. Vorrei che tutti i fiori del mondo facessero a gara per profumare la stanza della tua vita. - All’imbrunire, Gaia, dalla sua terrazza, vede le amiche che accendono le fiaccole nella suttea di fronte. Si preparano per una festa e parlano sottovoce, poi si accorgono di lei e si affacciano per ascoltarla: “le persone non mi chiedono più nulla di Francesco, non mi vedono più con lui. Mi sento sola e mi viene da piangere. Quando l’ho conosciuto, non pensavo che mi sarei potuto interessare a lui. Non l’avevo visto. Poi è venuto fuori. Ora non dorme più con me. Mi passa davanti l’ultima immagine di noi: i vestiti sul bordo della piscina in una calda notte d’estate, nudi, con le braccia tese segniamo cerchi nell’acqua e ridiamo”. Sms - le cose, mia cara, le cose, non sono indifferenti, hanno una forza loro, propria. Sono calamite, pesano; se le senti parlare, ti raccontano storie. Il mondo è pieno di cose che vivono più a lungo di noi; senz’altro vale la pena capirne i significati. Le nuvole sono cose, la terra e il fuoco sono cose. Ci fanno sognare, quando le ottieni, torni a te. Gli uomini non puoi ottenerli, dovresti solo giocarci, sorridendo di loro e di te.

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il carro armato Francesco era arrivato con una macchina a noleggio. Sembrava un carro armato di colore verde militare, con uno stemma davanti che rappresentava una croce e un’aquila. Decidiamo di andar via insieme. Apro il portellone di dietro e vedo un vano rettangolare vuoto, completamente chiuso. Salgo davanti. La macchina è molto grande e lunga, ma ha due soli posti davanti e un bagagliaio libero. Sale anche Francesco, fa per mettere in moto e io decido di scendere e di prendere la mia macchina. Lui è d’accordo e nell’andare via gli dico di andare avanti, di restituire il carro e poi di salire con me. Questa soluzione mi fa sentir bene. La macchina non mi piace, è da guerra, poco pratica e per due persone. Sms - ero così contento di vederti….Mi sarebbe piaciuto stare un po’ insieme. Sei cosi attraente che è un piacere, anche il solo guardarti. Baci.

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il tribunale Aurelio aveva convocato una riunione di tutte le persone che mi conoscevano, per capire i motivi della difficoltà della relazione con Francesco. Presiedeva e intorno stava seduta la gente, in grandi poltrone di pelle scura. Quando arrivo, mi siedo a fianco di Aurelio. Nessuno osa accostarsi a lui, che mi accoglie con un abbraccio. Francesco è seduto di fronte, vestito in modo elegante, con un abito scuro, molto raffinato, differente dal suo solito stile. A un tratto, sento un dolore al petto e mi viene da scappare. Esco da quel tribunale e attraverso, al contrario, una fila lunghissima di persone che attendevano di entrare in aula. Alcuni volti sono noti, altri appartengono alla mia infanzia, incrocio gli occhi di mia madre che comprende il mio disagio e la raggiungo, per stringerla e per rassicurarla. Poi scappo, corro via, all’aria aperta. Perdo le scarpe, perdo il vestito e sento il dolore in ogni parte, dentro e fuori di me. Mi sveglio con il pianto e un macigno sul cuore. Sms - Arriverò domani. Ho perso l’aereo. Sono stremato. Buona notte.

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l’esserino Mi trovavo a casa della mia famiglia d’origine, nella stanza della biblioteca. Avevamo comprato un esserino che sembrava un piccolo gatto senza peli o un geco con la pelle trasparente. Era grazioso, pur essendo oggettivamente brutto, faceva tenerezza. Provava piacere nell’immergere il piccolo muso in una ciotola d’acqua. Visto l’interesse, lo presi e lo immersi completamente nell’acqua. In quel momento capii che avevo fatto un danno, l’acqua era fredda e l’esserino troppo piccolo. Lo tolsi subito e l’asciugai. Era trasparente e si era gonfiato come un’ampolla. Avevo notato, che di lato, c’era un piccolo foro. Ci soffiai dentro. L’aria calda, nell’entrare, cuoceva le membra e si gonfiava sempre di più. Mi sembrò il male minore aprire una parte della pelle, per far tornare l’interno a una temperatura normale. Il corpo, anche se danneggiato, pulsava, viveva ancora e si poteva ricucire, come le ferite. Dopo l’operazione, l’interno appariva come la carne di un pesce appena ripulito, un trancio di tonno rosso. L’esserino era morto. Ne potevamo acquistare un altro, ma non sarebbe stato lo stesso. Sms - un superbacio alla signora di Atlantide. A domenica, bellissima.

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la rombotovaglia Mi trovavo in un luogo molto grande, una specie di sala dietro un teatro. Entra Antonio, che non apprezzo, anche se è affabile. Mi ha portato un regalo. Si tratta di una tovaglia a forma di rombo, tribale nei colori e nella forma, di fibre vegetali, bruciata da una parte, con un effetto sfumato. Al centro della tovaglia è disegnato un rombo che si incastra nella sagoma di un rombo più grande. Le figure geometriche a loro volta contengono, per lato, un altro rombo pieno e scuro. Antonio, mentre guardo la stoffa, cerca di baciarmi sul collo e sul viso. Sento il contatto e mi piace, ma lui è fastidioso e mi allontano. Sms - Buon giorno! C’è il sole e l’aria sembra portare buone nuove. Per strada ho incontrato gente che sorride.

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le streghe Mi trovavo a camminare in un paese francese con le piazze fiorite e nelle strade, i lampioni accesi. Era sera e con me camminava, a debita distanza, Francesco. In un angolo c’erano alcune donne, conosciute come streghe. Tre giovani stavano sedute e una, in piedi, dietro un muro, vestita di nero. Mi avvicino pensando di farmi leggere la mano. Una delle tre donne si alza e mi viene incontro, mentre l’altra sta ferma. La terza rimane seduta e si gira verso di me. Sono giovani con un viso solare. Quella che ho accanto mi guarda e dice che ho un bel profumo, come se mi fossi fatta la doccia in quel momento. Rispondo che sono in giro tutto il giorno. Allora sorride e gli occhi le brillano mentre mi dice che aspetto un bambino. Questa cosa mi rende felice e le chiedo se è sicura. Si avvicina l’altra e mi dice: “Si, il profumo che hai è quello di una donna che aspetta un bambino. Se vuoi essere veramente sicura possiamo chiedere a lei ….” E, mentre parla indica la donna vestita di nero. Sono a un passo da lei e la vedo in viso. E’ orribile, completamente sformata, avvolta nel mantello scuro. Solleva lo sguardo e anche i suoi occhi sono scuri e provo paura. La strega piccola mi dice che possono leggere il mio futuro. Non rifiuto, ma non so cosa leggono. Sms - chiamami!

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il trapasso Mi trovavo nel palazzo dove un tempo c’era la mia casa. Nel sogno si trattava di un cantiere con i lavori di ristrutturazione in corso. Il capo condomino insisteva per verificare lo stato di avanzamento dei lavori. Visitai annoiata i piani con gli spazi aperti, insieme a mia madre. Al piano terra, il giardino era curato e sistemato con le aiuole fiorite. Era un andirivieni di persone, di architetti, di operai. A un tratto si sente una forte scossa, il giardino si muove, ho le vertigini. Mi guardo con mia madre e capiamo entrambe che si tratta di un terremoto che ci avrebbe seppelliti. Non c’è tempo per fuggire. In un attimo, il palazzo s’inclina in avanti e il soffitto ci sommerge. La materia mi penetra, nella testa e nel corpo. Nessun dolore, ma la sensazione concreta del passaggio. Una nuvola di bruma. Mi sono svegliata senz’aria, soffocata. Negli occhi il mio trapasso. Sms - mi chiami?

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il mio cane dorme nel mio letto Mi trovavo di fronte al letto, il mio, con unâ&#x20AC;&#x2122;altra donna, forse una governante. Le lenzuola di lino usate. Nel letto ci aveva dormito il mio cane e aveva lasciato le tracce. Escrementi simili a quelli delle pecore, tracce e odore. La governante voleva cambiare le lenzuola, io no. Ci tenevo a dormire dove aveva dormito il mio cane. Volevo sentire il suo odore. Sms - non ci crederai, si è rotto lâ&#x20AC;&#x2122;aereo. Forse non partiamo.

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il maremoto Il mio primo marito stava beato e incosciente in acqua, anche se si annunciava tempesta. Guardava le onde sempre più lunghe e torbide. Sotto il declivio, Francesco voleva entrare in acqua. Lo mettevo in guardia: “Arriva il maremoto, non esci vivo.” Lui era dibattuto, desiderava entrare. Io stavo seduta in un posto dove il maremoto non sarebbe arrivato. Il mio ex marito si allontanava, sempre più al largo. Non potevo far nulla e sapevo che presto sarebbe scomparso in un’onda. Francesco stava lì, davanti al mare. Io guardavo senza paura. Alcune persone si erano chiuse dentro le case. Sms - sono al rifugio sopra Cernobbio. E’ tutto bianco. Tornerò a valle domenica. Baci.

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più passa il tempo Nel sogno vedevo Marcella, la mia amica morta di cancro al seno. Stava in piedi in primo piano. Dietro, quasi in penombra, mio padre accovacciato. Marcella parlava, mio padre no, ma riusciva ugualmente a comunicare. Mi dovevano dire una cosa importante. Mi sentivo serena, contenta. Marcella, all’unisono con mio padre, diceva: “Più passa il tempo e più riusciamo a comunicare con voi. Il primo periodo non possiamo metterci in contatto con le persone amate, vive, ma dopo, esiste un modo e si riesce sempre di più a parlare”. Sembrava tutto chiaro. Sms - ho scalato un picco. Ho le mani quasi congelate, ma sono veramente sereno. (Il telefono non riceve, vanno solo gli sms)

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il corpo giornale Mia madre avvertiva un risentimento alla schiena, come se avesse fatto uno sforzo atletico. Decisi di massaggiarla. Il suo corpo era liscio e ben tornito, ma, mentre la massaggiavo, venivano fuori le costole e dei bozzi. Pian piano si rilassava, stava immobile. Le chiesi come stesse e non rispose. Urlai e lei non rispose. In mano mi ritrovai un giornale. Si trattava di un foglio del quotidiano divenuto il corpo di mia madre, manipolato. Volevo portarlo in ospedale per intervenire, ma il corpo reale era un foglio di carta scritto. Il suo corpo si era trasferito nel corpo-giornale. La carne fredda e la sagoma supina di mia madre era lì, morta. Mi son svegliata con una gran paura. - Donatella soffre d’insonnia e nel cuore della notte sale sulla suttea a guardare le stelle. Si accorge che anche Gaia vaga nella sua terrazza e la chiama: “Cosa ti succede?” – “Mi sono arrivate le mestruazioni e urino in continuazione…..” risponde Gaia e continua “ ho fatto un sogno o forse era una visione…. Due corpi distesi sull’asfalto, un uomo e una donna, completamente smembrati. Sono vicini, ma ognuno ha la sua posizione. Si vedono come al microscopio le loro parti sezionate, pezzi di carne, di ossa, di nervi e gli strati anatomici vengono trasportati da insetti scuri, simili alle formiche e alle blatte. Provo disgusto, ma poi mi sento molto bene, completamente rilassata”.

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il cuore di mio fratello Mi trovo in un paese di pietra. Per strada faccio amicizia con una donna più grande di me, curata e vestita di bianco. Le persone che passano la salutano e la chiamano Sindaco. Compare mio fratello, a cui presento la signora, e ci incamminiamo insieme. All’altezza di un emporio, si congeda e entra per riuscire, quasi subito, toccandosi il petto e, nel venirmi incontro, mi dice che non ce la fa. Capisco che sta male. Urlo, cerco aiuto e una macchina, i suoi battito sono accelerati. Le macchine sono chiuse e non c’è nessuno. Non so come, in tempo reale, mi ritrovo in mano il tracciato cardiaco. Senza alcun macchinario, si materializza il grafico ondulatorio del suo cuore. Ascolto il battito sul suo petto e non lo sento più, mentre nel grafico tutto sembra regolare. Arriva una macchina e il cuore di mio fratello si ferma. Poco prima, mi aveva invitato a pranzo in un ristorante che conosceva e, per non ferire il suo entusiasmo, avevo taciuto un impegno. Era felice di stare con me e non volevo deluderlo. Ora non c’era più.

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a letto in tre Mi trovavo in una grande casa di sconosciuti che riposavano. Decisi di riposare anche io con Valeria e con un ragazzo che mi intrigava. Francesco scriveva ed era attento a quanto accadeva intorno. Nella stanza da letto, in tre scherziamo, giochiamo, scambiamo baci, carezze e sesso tra di noi. Valeria mi dice che Francesco si è avvicinato per spiarci e questo non mi piace. Francesco era andato via. Sentivo fastidio per essere stata controllata, per tutto il tempo, nella mia intimità .

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l’animale di pezza Nel sogno, il mio medico viveva in una grande casa con molte persone. Aspettavo, anche se in realtà non c’erano altri pazienti e quando arrivò il mio turno entrai. Il medico stava in compagnia di un assistente. Consultava i libri, seduta su una sedia a dondolo. Parlava del più e del meno. A un certo punto l’assistente fa comparire uno strano animale e mi chiede di che si tratta. Risposi che mi sembrava una tartaruga. Mi dissero di guardare meglio. Vidi un serpente con un becco da rapace, di falco. Mentre cercavo di descriverlo, l’animale si avvicinava sempre di più e lo vedevo pauroso, lo sentivo addosso, sul viso, sul corpo e rimasi senza voce. Al momento del contatto divenne morbido, si trattava di un animale di pezza. Il medico rideva per il gioco. La mia visita venne sospesa e il medico mi invitò a seguirla. Andammo a una festa. Si distese in una chaise longue e mi fece cenno di sedermi. La guardavo incuriosita. Un invito erotico che non mi aspettavo. Alla festa partecipavano persone mai viste. Mi sentivo libera, tra sconosciuti, impegnati a fare altro. Sms - ho addosso un misto di incredulità e di sconforto. Mi verrebbe voglia di mettere un punto da qualche parte, ma dove? Dove sto sbagliando? Fra un po’ verranno i nodi al pettine. Posso cambiare il mio modo d’essere? Sono confuso. L’aria è fresca e profumata. Le luci e i colori giocano con la notte. Non so di che soffro. Sono svuotato. M’ammala un ovattato sentore di nulla.

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il topo Mi trovavo nella vecchia casa di famiglia dove avevamo deciso di pulire. I muri erano scrostati e le pietre affioravano. Stavo seduta sotto l’albero di limoni, nel giardino, e parlavo con mio padre. A un certo punto, vedo passeggiare sull’albero, un piccolo topo. Mi viene l’agitazione e subito dopo vengo attaccata sulla spalla sinistra, vicina al collo, da un grosso topo. I suoi denti affondano voracemente nella mia carne. Con le mani cerco di strapparlo, provo ribrezzo, ma lui non molla e affonda ancora di più i denti. Chiedo aiuto a mio padre che lo strappa con forza e lo lancia lontano. Mi ritrovo in mano una fiala con il mio sangue. Mio padre aveva agito come quando si è morsi da un serpente velenoso, aspirando il sangue infetto, non con la bocca, ma con un sistema asettico. Avrei potuto contrarre l’ittero e sarei diventata gialla. Mio padre consegna la fiala di sangue al medico. Ho paura e sono spaesata.

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i bambini nuotano nel loro vomito Ho sognato che osservavo bambini e ragazzi tra i sette e i quattordici anni che vivevano ai margini della società in condizioni disumane. Si trattava di sobborghi puzzolenti di una metropoli. Le case erano diroccate. I bambini vomitavano. Il vomito era per lo più liquido. Vomitavano tanto, da nuotare nel loro liquido. In fondo, non avevano niente di solido da buttar fuori, ma solamente acqua. Nuotavano e si rotolavano nel loro vomito. Vomitavano perché avevano fame. La fame era così atroce che buttavano fuori l’aria e i liquidi rimasti in circolo. I bambini e i ragazzi erano solamente maschi con i volti sofferenti. Sentivo un grande schifo.

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il ratto e il corvo Mi trovavo in una grande casa a corte con una serie di camere che davano sul loggiato. Un ambiente pulito, sistemato da poco. Arredato con mobili semplici, di legno, essenziali, quasi monacali. In un tavolo frattino campeggiava un topo grande, grigio, che sporcava e mangiava porcherie, immondezza, e dallâ&#x20AC;&#x2122;altra, un uccello nero, forse un corvo. Avevo un senso di schifo e di fastidio per la sporcizia, per il disordine e per la malattia che potevano trasmettere gli animali. Non apprezzavo che potesse essere violato il luogo dove avevo messo in ordine, con gran fatica, da poco tempo.

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il cibo dei fiori C’era una fiera. Una grande chiesa barocca, forse sconsacrata, con pochi paramenti. Incuteva un po’ di paura, come se il sacro invadesse i confini tra il bene e il male. Nel sagrato, si allestivano banchetti con fiori rosa, gialli e rossi di iris, tulipani e margherite. Pensai che il mio vaso blu era vuoto e avrei potuto prendere dei fiori con il gambo lungo, i gladioli, anche se non erano i miei preferiti. La mia amica Marina aveva allestito uno spettacolo all’aperto. Un luogo con un grande portone che si chiuse per l’evento. Si trattava di un ingresso che portava a un grande patio. Sulla parte alta pendeva una bandiera quadrata, piccola, di foggia orientale, giallo - arancio. Marina stava in piedi, al centro del portale chiuso. Mi aveva fatto visitare gli ambienti che si trovavano oltre e ci teneva a farmi vedere le piccole piante spontanee e da frutto che avrebbe portato a casa. In mezzo al melograno c’era la pianta della felicità. Una graminacea, mi diceva la mia amica, chiedendomi se mi piacesse. Quella pianta non aveva radici e risposi di no, preferivo il melograno, dicono porti fortuna. Anzi, mi sembrava una buona idea prendere una pianta di melograno dal giardino di mio padre e regalarla a Marina, prima che partisse. La mia amica voleva che mangiassi e mi faceva vedere una sogliola unta e avvolta in qualcosa di truculento, con il sangue. “Non mangio, grazie” le dissi categorica. Intanto, vedevo esposti dei cibi curiosi che gradivo. Corolle con combinazioni di capperi e bacche. Fiori e semi che preferivo come cibi, mentre la mia amica li esponeva per venderli. Guardavo felice i piccoli pasti di flora. Alla festa, mio fratello mi chiedeva perché mi fossi vestita in quel modo scanzonato. Risposi che mi sentivo bene in quei panni. Sms - a casa non rispondi, in studio nemmeno e il cellulare è staccato. Riproverò. Buona giornata. Ho sognato una sfinge riflessa in uno specchio.

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Ho sognato filtri colorati ricavati dai fiori e dalle piante. Al risveglio Gaia si ritrova tra le mani un libro del padre, antico e di piccolo formato. La copertina ha un bassorilievo di filigrana d’argento, frammenti di conchiglie, di vetro e ambra, di corallo rosso e di ossidiana che disegnano la sagoma di un cavallo e di un guerriero. Un talismano maschile e filiale, lasciato in eredità. Francesco ha continuato a inviare sms che non hanno mai avuto risposta. Da allora, Gaia non ha più incontrato Francesco. Ha dovuto affrontare un grande dolore e fare i conti con l’ombra. E’ scesa all’inferno su un tapis roulant e, in piedi, ha visto scorrere l’umanità. Alcuni la chiamano follia, altri malattia, semplicemente vita.

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Sono trascorsi dieci anni e con la macchina salgo su una strada impervia che costeggia la montagna, sino in cima, su una terrazza che guarda verso il lago d’Iseo. Incontro un amico, un pittore, che nella sua vita non ha fatto e non potrebbe far altro che dipingere. Un artista che vive in una terrazza, una baita con una suttea silenziosa e intorno, a distanza di voce, un’altra suttea e un’altra ancora. Da queste parti non hanno un nome, ma sono considerati i luoghi senza tempo dove nascono e si esprimono le verità. Maurizio è un artista con idee bizzarre, incomprensibili ai più, e la sua pittura continua nel pensiero, nel corpo, negli oggetti che vivono con lui. Parla di “luccicanza” e ha una teoria, legata al fatto che ci sono persone che hanno mantenuto in memoria questo dono. “Un file nel dna. Si tratta di una energia, di una trasmissione che permette alle persone di non avere emozioni negative, di generare luce, rendendo liberi – mi racconta convinto e continua –, chi possiede la luccicanza ne è consapevole e comprende che esiste la possibilità di un ampliamento della spiritualità, una sorta di disciplina con cui ci si allena per elevarsi. La luccicanza fornisce la modalità per capire la propria esistenza, è un talento spirituale che insegna ad amare.” Le sue opere sono visioni terrifiche e sublimi, fisiche e oniriche. Gabbie di scheletri schermati da pneuma e sangue, corpi alati senza testa. Esplosioni di caos, tra battiti impalpabili di acquerelli che ricordano ali vive e trasparenti di insetti. In lui e nelle sue opere si trova uno sguardo rassicurante, ma anche il bagliore di chi si è voluto spingere oltre. Dalla suttea guardo il lago imperturbabile e la bruma segna i profili dei monti, sull’altro versante, come quinte giapponesi imprendibili. Si è fatto tardi e vado via.

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I giorni seguenti lavoro da una città all’altra dell’Italia e nel transito, viaggiando da sola, ripenso ai lunghi anni di sonno - veglia trascorsi nella suttea nell’Alguer, di fronte al mare sardo, ricovero e nascondiglio di cose non dette e di celate realtà. Oggi è una splendida mattina. Sono le 8,27. Salgo sul treno Freccia Bianca Cesena-Milano, mi siedo e avverto come un solletico fastidioso, un brusio all’imboccatura dello stomaco. Mi sento emozionata, non per il viaggio, ma per un appuntamento. Sono le 10,09 del 20 ottobre e scrivo il mio sms - questa è l’ultima volta che ti puoi mettere in contatto con me. Non intendo sentirti, ne vederti e ti prego di non cercarmi mai. Non potrai più farmi del male. L’ultimo sms per Francesco, questa volta, è il mio. La catena è spezzata. Dopo dieci anni mi sento libera. Accanto a me, nello scompartimento, sono sedute tre donne. Una con i capelli d’argento e le lunghe mani curate, l’altra prosperosa, con un bambino tra le braccia, e la terza mora, con gli occhi lucenti, che guarda un probabile marito. Mi ricordano le amiche delle sutteas, ma non si conoscono e non parlano tra loro, scendono prima di me e vanno verso qualcuno che le attende. Sono arrivata alla stazione centrale di Milano. Mi sfiora, passando accanto, una giovane ragazza trentenne, alta con i capelli lunghi, che chiede scusa in francese. Potrebbe essere mia figlia, quella che non è mai nata. Non c’è nessuno che mi aspetta, sono leggera e va bene così.

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Finito di stampare nel mese di luglio del 2016


Fa arte, la promuove e la racconta. Bianca Laura Petretto è nata in Sardegna e vive nel mondo. Non è “nomade” ma è consacrata all’arte che viaggia. Quella contemporanea, soprattutto. Non a caso, insieme al maestro colombiano Jaime Arango Correa, sta realizzando il progetto “Erranti”, sede nell’isola e cuore dappertutto. In Sardegna ha fondato e dirige il B&BArt Museo. Curatrice, pittrice, regista, giornalista, fotografa, ama il colore rosso e tutti i materiali che la terra offre. Performance è una parola che la veste, la letteratura una riva obbligata: ha scritto quattro opere. Molti i riconoscimenti e tra questi, nel 2007, il Premio internazionale demo etno antropologico Pitrè per “Filloru e frore”. Gigi Rigamonti è nato a Desio nel 1949. Vive e lavora tra l’Italia, New York e il mondo. Ha studiato arte, economia e filosofia. Evidentemente non soffre di limitazioni, tant’è che arte per lui ha significato finora fotografia, scultura, socialità, pittura e mixed media. E qualcosa di più: nel 1983 ha partecipato alla mostra sulla Patafisica, curata da Enrico Baj a Palazzo Reale di Milano. Rigamonti è un patafisico, con ciò che comporta nel senso della libertà. Nel 2002 ha fondato Artandgallery, un ex teatro d’opera milanese trasformato in uno spazio multidisciplinare. Da quel momento concepisce la sua opera come un organismo in continua espansione: dalla pittura alla socialità.


AINAS

BOOK | SUTTEAS . 07/2016  
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