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aínas ISSUE Nº5 . 04/2017


“LA MENTE UMANA NON È VERAMENTE UMANA SE NON SI METTE ALLA RICERCA DEGLI ERRORI DELL'UMANITÀ” “ANTICHI MAESTRI” DI THOMAS BERNHARD


AINAS ISSUE Nº5 . 04/2017 INFO@AINASMAGAZINE.COM Direttore Roberto Cossu Direttore artistico Bianca Laura Petretto Grafica e fotografia Sofía Arango Echeverri Comunicazione Maria Victoria Gomez, Lucía Vaca Fotografie di copertina e capitoli di © Sofía Arango Echeverri Copy 2017, Ainas Nº5 La traduzione, la riproduzione e l’adattamento totale o parziale, effettuati con qualsiasi mezzo, inclusi la fotocopiatura, i microfilm e la memorizzazione elettronica, anche a uso interno o didattico, sono consentiti solo previa autorizzazione dell’Editore. Gli abusi saranno perseguiti a termini di legge.

Is ainas faint is fainas . gli strumenti fanno le opere AINAS reg. n° 31/01 Tribunale di Cagliari del 19 09 2001, periodico di informazione bimestrale, cartaceo e telematico Iscrizione n° 372004 al Registro della stampa periodica Regione Sardegna, L.R. 3 luglio 1998, n° 22, art. 21. Editore Bianca Laura Petretto Direttore responsabile Roberto Cossu

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ISSUE Nº5 9 CHAPTER 1 . NEWS 10 gipi, amour et mort, l’ironie, derrière 16 des âmes, des armes, des larmes 17 thierry konarzewski 28 kounellis, la ricchezza della povertà 33 CHAPTER 2 . SPECIAL 34 la metafora riflessa, anish kapoor 48 scatti di potere 52 CHAPTER 3 . THE INTERVIEW 54 niveaux de gris, li chevalier 68 casapueblo, dialogándo con el maestro páez vilaró 79 CHAPTER 4 . CROSSING 80 neot semadar, l’altra israele 88 lalibela, lo spirito nella roccia 94 la regina delle dolomiti 100 florjan požun, cowboy 112 coppedé, l’anarchia delle fate 117 CHAPTER 5 . PATAATAP 118 40 anni all’eremo, hans georg berger

122 le phalanstere de l’ile d’elbe 173 CHAPTER 6 . SWALLOW 174 la strada dell’olio

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EDITORIAL

aínas ISSUE Nº5 GNAM

Dai diari di Irrsigler, custode della Galleria nazionale di arte moderna e contemporanea di Roma …. dicono che sono austero. Quarantacinque anni di austerità. Dicono che intimidisco mentre mi liscio l’uniforme. Che i bottoni sono troppo lucidi. Che guardo la gente “in tralice”. Dicono proprio così. Che quando cammino da una parete all’altra con le mani intrecciate dietro la schiena sembro un dittatore depresso. Dicono austero e vogliono dire superato, lo so. Ma allora perché mi hanno chiesto un parere su questo concorso? Hanno voluto addirittura che facessi dei nomi. E non scherzavano. I quadri. Ho detto questo, questo, e anche quello. Certo, non così in fila. Ci ho pensato tra l’uno e l’altro. Ci avevo già pensato per conto mio. Hanno sorriso quando ho indicato Santa Caterina, forse credono che sia un baciapile. Invece la trovo proprio bella. Così soffusa, ecco. Familiare ma irraggiungibile: le parole non sono mie, però mi sono piaciute. Insomma, ho dato anche io il mio parere. Sono sincero, a me i concorsi piacciono: c’è un traguardo, tutti corrono, la gente tifa e non deve solo guardare, deve anche decidere. Meglio che il calcio, meglio che la Roma. Dice: però non si vince niente. Perché, lo scudetto, quella cosetta vale qualcosa? Soldi, naturale, ma ciò che conta è il successo. Il prestigio, ecco. Comunque, ripeto, a me i concorsi piacciono. Eppure ne ho sentite tante in questi giorni: un concorso al museo, ma stiamo scherzando? Cos’è, un festival, uno stadio? Beh, un po’ è vero. Vengono a frotte, hanno gli occhiali colorati, masticano gomme, parlano a voce alta e tengono stretto quel telefonino come se qualcuno volesse rubarglielo. Invece lo tengono così per sentire la vibrazione. Comunque non sanno niente. Proprio niente. Dovevate vederla quella ragazzina che secondo me è miope da far paura. Passavo proprio accanto a lei, si è girata, mi ha sorriso e ha detto: <Un pochettino preziosetto, eh?”. Madonna santa, i diminutivi. Tutti con i diminutivi, non lo sopporto. Il museo è il contrario dei diminutivi, come si fa a non capirlo? Insomma, ha detto così e stava guardando il ritratto di Jane Morris. <Preraffaelliti>, mi sono intromesso, e forse sono sembrato burbero. Troppo altezzoso. Un custode saccente, addirittura. Colpa dei diminutivi. Lei ha tolto dal sacco, sì, portava il sacco, un foglietto e ha sorriso. Adesso sembrava raggiante: <Giusto, era la musa di William Morris, il marito, e Dante Gabriel Rossetti>. Capito? Si era informata, aveva studiato prima di venire qui. Devo dire che questo è bello. Le ho sorriso anche io e ho annuito. Avrà preso tutto da Internet, ma che male c’è, sennò a cosa serve quell’accidenti di cosa? Spesso parliamo male dei giovani e spesso sono migliori dei vecchi. –6–


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Erano stravecchie quelle due che di sicuro hanno la flebo attaccata alla tv, parlavano, lo giuro, di “Maria vecchia”. Ridevano, proprio loro: <Ma come si fa a essere belle a quella età?>. <Si può>, sono intervenuto. Mi è scappato. Ma cosa credono che sia la bellezza? Ho fatto anche il custode di eventi, in queste sale, e lo so. Imbecilli. Credono che la bellezza sia qualcosa che sta tutto dentro un reggiseno. E naturalmente hanno trattenuto il fiato, l’ho capito subito, davanti a Nusch Eluard, figuriamoci, l’acrobata, l’ipnotizzatrice. Altra musa che ne ha fatto più di Bertoldo. Niente da dire, per carità: artisti. Ne hanno il diritto. E non parliamo di quell’opera di Bellmer. Altre due hanno ragionato su Santa Caterina, per me la più gettonata: <Le sante non possono essere belle. Sono pure>. Il massimo un’altra ragazza: <Non possono avere messo questa “Maria testa” in concorso. È un quadro trabocchetto>. Così per un bel pezzo. <Ionesco o Boris Vian?> mi ha sussurrato un tizio col papillon che viene ogni giorno. Non so chi siano. Io vago, sento, e ogni tanto giudico pure io, anche se quei quadri li conosco da sempre: mi piace Isabella Far (quel viso mi fa pensare alla direttrice, a proposito, non ho ancora capito se qui dentro la amano o la odiano) e mi fermo più a lungo davanti a Palma Bucarelli. Che ricordi, che tenerezza, che splendida persona. Cosa avrebbe detto? Secondo me oggi sarebbe contenta, dopotutto anche lei ne ha combinate, non le mancavano certo le idee. Forse avrebbe approvato tutto il nuovo museo. Didascalie, storia, tempo: al diavolo, le opere invecchiano, muoiono, se si guardano con gli occhi degli altri. Se non si vivono personalmente. Come possono vivere se non le fa vivere il visitatore? E allora la vita è solo sua, banale o profonda. Io ne sono convinto. Sì, via la polvere, anche se io in questo palazzo non ho mai visto polvere. Le pulizie le fanno perfettamente. Rimarreste stupiti se sapeste quanti dettagli mi hanno fatto scoprire i visitatori proprio fra gli Antichi Maestri. Una foglia strana, un’ombra, un riflesso. <Non ci avevo mai badato> mi veniva da dire. Però. Però, quando ne ho parlato qui, non con tutti s’intende, mi hanno detto: <Passi il concorso di bellezza, miss e mister, ma andare a presentarlo in tv. Con Belén>. Il più sprezzante ha sentenziato: <La direttrice si è issata fino al bordo del cassonetto>. D’accordo, ma quando si gioca si gioca. Non puoi uscire dalla partita con la maglietta pulita. E se poi, lo dico solo in questo diario, se si aiuta la gente a essere più impegnata, ecco, è una buona cosa. Una ragazzina conquistata per due bacucche perse è un ottimo risultato. E pazienza se la rivoluzione dei cretini non è mai finita: <Uhm, secondo me sanno già chi vincerà. Gnam gnam anche qui>. Pensavano di essere spiritosi l’altro giorno. Io voterei per Santa Caterina e nessuno me lo ha suggerito … –7–


NEWS

CHAPTER 1


NEWS

gipi, amour et mort, l’ironie, derrière – 10 –


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«Lire Gipi est une expérience dangereuse!». Leggere Gipi è un’esperienza pericolosa. È cosi che, in maniera lapidaria, il Museo del Fumetto di Bruxelles mette in guardia i propri visitatori. Una sorta di monito dantesco: Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate. Dopo aver letto Gipi, il mondo non vi sembrerà più lo stesso. I vostri occhi, i vostri sensi, muteranno. Smetterete di guardare gli altri come avete fatto finora. E chissà, forse anche voi comincerete a poco a poco a trasformarvi. Ed era ora! Leggere Gipi è un’esperienza pericolosa, e trascendentale, e il Musée de la Bande dessinée, che non è solo il tempio del fumetto, ma uno fra i più importanti musei di arte contemporanea del mondo, non ha avuto paura di dedicare una mostra personale all’universo dell’autore. Gipi ou la force de l’émotion, (fino al 3 settembre a Bruxelles) rende omaggio all’artista e all’uomo, celebrando al contempo l’autore di fumetti. C’è da dire che i belgi, di fumetti, se ne intendono parecchio, dato che, insieme ai francesi, gestiscono con successo il florido mercato europeo della Nona arte. Già, perché l’annoso dibattito sul fatto che il fumetto sia o meno una forma d’arte qui non è più d’attualità. Come del resto negli Stati Uniti, che nel 1992 non esitarono a creare una categoria straordinaria e unica del premio Pulitzer, con la quale onorarono il <Maus> di Spiegelman. In Italia, <Unastoria di Gipi> è stata proposta per il premio Strega 2014, vinto poi da Francesco Piccolo con <Il desiderio di essere come tutti>. Ironia della sorte, questo desiderio di essere come tutti è in fondo la segreta speranza di Gipi, la cui umiltà e il senso di auto-derisione sono in gran parte narrati nelle sue graphic novel. Il diretto interessato non batte ciglio. E racconta che in Italia il semplice fatto di pronunciare la parola fumetto ti fa passare per un incolto frequentatore di edicole. Uno che legge o scrive robaccia e nemmeno se ne vergogna. Quando venne candidato allo Strega per <Unastoria>, Gipi si ritrovava ad essere invitato a cene e situazioni mondane, e gli capitava di incontrare «un sacco di gente importante, molti intellettuali» che non avrebbe altrimenti avuto modo di incontrare nella sua vita. In queste circostanze tentava invano di convincere questi eminenti personaggi a pronunciare la parola fumetto. Semplicemente fumetto. E non ci riusciva. Graphic novel si, assolutamente si, ma non fumetto. Troppo volgare, troppo inetto. Troppo poco da frequentatore di salotti. – 11 –


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Insomma, la solita vecchia storia del Nemo profeta in patria. Fortuna che Gipi non è uno che se le prende. Non è assolutamente interessato al mercato del fumetto: «Ho vissuto in Francia per tre anni ma solo perché ci stavano i miei amici; e ora vivo a Roma per amore», e la sua posizione in quanto artista è quella della totale libertà. Dalla pittura a olio all’acquarello (trilogia autobiografica), passando per il bianco e nero della matita e del pennarello, Gipi sperimenta una nuova tecnica per ogni nuova storia. Come un claustrofobico, fugge dall’opera precedente per entrare in quella nuova. Dimentica ciò che ha già fatto, come se non lo avesse mai fatto e come se ogni volta dovesse provare a se stesso cio di cui è capace. Oppure no. Ad ogni personaggio si addice una tecnica diversa. Per raccontare l’amore e la desolazione in <La terra dei figli>, Gipi s’impone una serie di limiti. Basta raccontare le emozioni con l’acquarello, basta imbrogliare, trovare facili espedienti: solo bianco e nero, via la voce fuori campo, stop con le ellissi. Economia di parole, onnipotenza del disegno, tempo narrante e tempo biologico al servizio della storia. Lui stesso evoca il suicidio artistico. Ma anche la necessità di sottostare al limite per poter «passare ad altro», evolvere, smettere di parlare solo delle proprie nevrosi e consegnare al lettore una storia inventata e non autobiografica. Un’arte della fuga che è un modo per sopravvivere a se stesso prima che ai posteri. In Gipi l’amore e la morte si tengono per mano, e tutto accade perché deve accadere. Come nella vita. E, come nella vita, le sequenze delle sue storie si sovrappongono – 13 –


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e si mescolano, in un gioco di rimandi e di flashback, scivolando dal presente al passato per rimbalzare sul passato anteriore e poi tornare indietro, qui e ora. Il cinema è onnipresente. <Esterno notte> è il titolo del suo primo libro (una raccolta di storie brevi dipinte ad olio, con i personaggi disegnati su lucido sovrapposto): «Questo primo libro è una raccolta di ricordi umani, e questi ricordi a un certo punto stavano nella mia testa ma non sapevo più se erano dei veri ricordi oppure se li avevo inventati o sognati. La pittura a olio mi permetteva di avere un risultato che non era realista. Le storie erano realiste ma la materia non lo era». Un libro sperimentale e compiuto, fondatore delle scelte successive, in cui Gipi mostra di non aver paura di cercare e cercarsi. Senza peraltro volersi necessariamente trovare. Il senso dell’umorismo è una caratteristica fondamentale del suo lavoro. I cortometraggi realizzati in gioventù mostrano il bisogno fisiologico di non prendersi sul serio e il suo film <L’ultimo terrestre> (2011, liberamente tratto dal fumetto minimalista di Giacomo Monti <Nessuno mi farà del male> e presentato alla 68esima Mostra di Venezia), è una satira fanta-sociale sulla quale plana il sorriso fatalista di Gipi. Il racconto dell’essere umano, o di cio che rende umano un essere, sembra lo occupi in maniera fondamentale. E quando le sue tavole rappresentano un bosco, uno scorcio panoramico, un fiume, una periferia urbana, Gipi ne fa dei personaggi a tutto tondo. Come nel cinema di Antonioni, in Gipi il paesaggio non è pura cornice, ma fa parte integrante della storia. E come in un film di Antonioni gli stati d’animo del narratore ti si attaccano addosso. Si dice che gli artisti, quelli veri, raccontino sempre la stessa storia, ma ogni volta da un punto di vista diverso. In Gipi questo è particolarmente vero. Le sue storie raccontano la difficoltà dell’amare, forse ancor più che quella dell’essere amati. Il pudore è nascosto dietro l’umorismo, ma fa spesso capolino. La follia è onnipresente ed è quella dell’artista che non si ritrova in nessuna definizione. Pittore, autore di fumetti, scrittore, regista - e perfino musicista - Gipi riesce con grazia a trascendere se stesso, con infinita ironia, e senza mai dimenticare l’altro da sé. Carla Boi Crediti di Daniel Fouss, Fotografie di © CBBD – 14 –


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des âmes, des armes, des larmes

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THIERRY KONARZEWSKI La première chose qu’il faut dire quand on parle de l’œuvre de Thierry Konarzewski c’est l’attachement obsessionnel pour un lieu. C’est une île qu’il habite, qu’il fréquente depuis nombreuses années et qu’il photographie, de jour en jour, de mois en mois, d’année en année. Cette tentative limite de description obsessionnelle d’un lieu, cette façon d’arpenter ce lieu fermé du reste c’est quelque chose qui le rapproche d’un Robinson bien sûr, isolé, seul, solitaire, mais aussi d’un auteur. C’est un auteur, il se trouve que c’est un photographe, mais qui comme tous les auteurs peut faire d’une partie du monde la métonymie de l’ensemble du monde. Et ce qui est frappant dans ce travail d’arpenteur, parce que c’est le travail d’un marcheur avant d’être celui d’un photographe, c’est cette dimension presque méditative, contemplative d’un lieu, d’un espace. Cela me fait penser à la pratique des anciens lettrés japonais qui à partir des petits jardins miniatures qu’ils pouvaient contempler, contemplaient à travers cette réduction du monde l’intégralité du monde. Et ce qui retient dans le travail de Thierry Konarzewski c’est cette capacité de passer du petit au grand, de travailler, de coulisser sur les échelles, sur les proportions. Lorsque l’on voit dans cette exposition ces grands tirages de plus d’un mètre quatre vingt de haut, on ne prend peut-être pas la mesure du regard du photographe, car ces grands tirages sont des agrandissements. Et ces agrandissements relèvent, comme du reste on peut le remarquer dans la littérature épique, de l’amplification héroïque. Il y a dans le regard de Thierry Konarzewski sur les choses cette dimension lyrique, cette capacité à faire du petit du très grand, de donner une dimension qui n’est pas la dimension réelle, mais de trouver comme un poète une manière de donner d’autres dimensions et de travailler à d’autres proportions les choses. Alors, avant de venir sur justement le travail du regard que Thierry Konarzewski porte sur les choses, je voudrais parler des choses – 17 –


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elles-mêmes puisque nous sommes devant un ensemble de choses. J’aime bien d’ailleurs ce nom de “choses” plus que d’“objets” puisque ce sont évidemment des objets, ce sont des bidons qu’il photographie. Ces bidons sont souvent de toutes petites choses qui tiennent dans le creux de la main et qui prennent évidemment dans cette amplification épique, une dimension lyrique, une dimension guerrière car ces masques peuvent être aussi des masques de guerriers, dans le caractère anguleux et dans les ombres portées entre guillemets sur les “orbites”. Il y a là toute une poétique du visage qui vient se superposer à une pratique qui est en réalité celle de la nature morte puisque ce sont des photographies de choses de bidons. Alors c’est peut-être cela qui retient et qui sans doute fait la complexité et la richesse du travail de Thierry Konarzewski: c’est qu’il a le génie d’imbriquer trois plans de la photographie. D’abord, je viens de le dire, la nature morte à la chose, ici des bidons; et puis deuxième chose à travers la manière dont il va travailler les matières, les plans très souvent frontaux, comme si finalement on était visage contre visage, il fait des portraits. C’est un autre genre de la photographie, qui n’a rien à voir avec la nature morte, mais qui vient là se superposer et dialoguer avec la nature morte. Et troisième chose, au delà de cette nature morte, de ce travail de portrait, il y a également un travail qui relève du travail paysager, puisque le travail de Thierry Konarzewski est celui d’un robinson, arpenteur d’une île, qui tente de restituer quelque chose de cet espace très particulier qui n’est ni la plage, ni le bord de mer, ni non plus le début de la côte; C’est cet espace intermédiaire, cette poétique du littoral dans laquelle Victor Hugo logeait des personnages tout à fait fantastiques. Je me souviens d’une lecture des Travailleurs de la mer où dans les marges du manuscrit de Hugo on voit apparaître des êtres fantastiques qui habitent ni tout à fait la mer, ni tout à fait la terre mais qui sont dans cet entre-deux et notamment un personnage absolument fantastique que l’on appelle Le Roi des Auxcriniers qui ressemble à une sorte – 18 –


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de monstre. Et bien au fond ces personnages qui font partie du paysage et qui présentent des visages sont eux-mêmes des émanations de ce littoral, des émanations de ce paysage. Donc, trois plans qui dialoguent : la nature morte aux bidons – le visage qui habite ces choses et qui leur donne parfois ce caractère un peu ectoplasmique, ce caractère fantomatique. Il y notamment des images où l’on a l’impression que les choses révèlent leur visage au travers d’une série de voiles, comme cette image qu’on voit ici. Et puis enfin il y a le paysage. Et ce paysage, comment apparaît-il dans ces bidons? D’abord parce que les bidons sont une partie de ce paysage quand on regarde comme Thierry Konarzewski le fait: Le paysage de près. Puisque c’est parfois dans les petites anfractuosités du rivage et des rochers qu’il découvre ses bidons, ces matières plastiques participent d’une certaine manière à la matière même du littoral. On le voit d’ailleurs à travers des visages, ou des portraits ou des masques ou des casques qui sont fracassés par la mer et par les roches. C’est donc toute une poétique peut-être cataclysmique. Tous ces bidons échoués, ces guerriers échoués, ces guerriers fracassés me font penser à une sorte de cimetière des éléphants qui serait en fait l’île mythique d’Enosim, dont du reste l’appellation est suffisamment énigmatique et pas du tout italienne. Enosim fait partie de ces îles fortunées que les poètes médiévaux imaginaient: Ce sont des îles qui sont là, qui ne sont pas là, qui apparaissent et qui disparaissent. Cela me fait penser d’ailleurs à une île qui était très connue au Moyen Age et qui s’appelait Abaton, une île qui recule au fur et à mesure que l’on veut y aborder. Pourquoi l’œuvre de Thierry Konarzewski est émouvante? Où trouver la source de cette émotion? Elle est peut-être dans le regard lui-même, le regard du photographe sur ces choses et le regard auquel il invite le visiteur sur ces choses. Qu’est-ce qui nous émeut, nous humains? Qu’est-ce qui est plus émouvant que le visage d’un autre humain? D’une certaine manière - c’est le philosophe Levinas qui en parle – 19 –


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le mieux - nous nous définissons par les visages: Notre manière d’être au monde est de se présenter à l’autre dans une nudité fondamentale qui est celle du visage humain. Le visage animal est couvert de poils, il n’a pas de cou, la tête est dans le corps alors que des millions d’années d’évolutions de l’être humain ont fait que la tête est sortie, le visage est sorti comme si il était déjà un appel à l’autre humain. Un appel, une présentation qui est une sorte de risque de sortie de soi devant l’autre. Et là nous sommes, nous et le photographe, face à des visages dont la peau est faite bien-sûr d’un matériau particulier puisque ce sont des peaux de plastique. Mais le regard du photographe est celui d’une projection anthropocentrique, le regard de ce photographe est celui d’un photographe qui projette l’image de l’homme sur les choses, qui projette le visage sur la matière des choses. Ces bidons sont en quelque sorte des écrans où peut-être cette volonté de rencontrer les autres, cette volonté d’aller à la découverte du visage des autres prend forme. Malgré le plastique et ses accidents qui l’ont déformé, fracassé, cassé, troué, malgré parfois la forme étonnante, étrange et peut-être lointaine du visage que présentent ces bidons, c’est quand même le visage de l’homme que l’on retrouve. Bachelard dirait: «c’est une rêverie autour des choses et de la matière». C’est exactement ça, c’est-à-dire que lorsque l’on est enfant et que l’on regarde les nuages, tout d’un coup on voit des visages, on voit des formes qui apparaissent. Et bien Thierry Konarzewski avec ses bidons a cette même démarche de rêverie sur les choses, cette rêverie qui fait apparaître dans les formes, dans les matières, dans les surfaces: des yeux, un nez, une bouche, souvent une bouche «d’ombre» dirait Victor Hugo. Des yeux qui sont des yeux évidés, des yeux qui n’ont plus que les orbites; c’est la raison pour laquelle ce travail a aussi quelque chose d’un peu funèbre. C’est probablement un cimetière de ces âmes qui ont fini de voyager, qui ont fini le parcours de leur vie, qui sont arrivées et qui ont trouvé en quelque sorte leur repos. Alors dans ces visages, dans ces formes anthropomorphiques il y a plusieurs choses: il y – 20 –


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a des corps, avec des anatomies, des beaux bustes, on peut les voir notamment dans cette belle image qu’il y a derrière nous: c’est presque un torse grec, un torse qu’on aurait découvert, qu’on aurait exhumé, qui est là avec ce côté un petit peu marmoréen qui donne ce velouté au plastique. Et puis il y a aussi ces orbites, ces yeux qui nous regardent, et qui regardent surtout la mer; ils nous font penser inévitablement aux statues de l’île de Pâques ces grandes orbites qui regardent à la fois la mer et aussi les étoiles. Il y a quelque chose de métaphysique dans ces bidons, qui scrutent et qui attendent; il y a peut-être aussi dans ce travail quelque chose qui donne cette émotion, qui donne cette tension, presque cette vie: c’est cette attente, attente que les yeux expriment. Et puis il y a aussi ces bouches, ces bouches rondes qui sont des bouchons, ces bouches d’ombre, ces bouches noires qui ne peuvent plus articuler quoi que ce soit, mais que le travail de l’artiste qui accompagne Thierry Konarzewski fait chuchoter; il y a là des voix. Des voix d’ectoplasmes, des voix de fantômes, des voix qui se racontent, qui racontent des histoires, des batailles, des rencontres, des amours et qui sont peut-être la matière même du bruit qui habite ces images silencieuses. Thierry Grillet Lecture Thierry Grillet - Enosim Thierry Konarzewski Espace Fondation EDF - 15 janvier 2015 - Relecture TK 04.12.2016 – 08.03.2017 Thierry Konarzewski vive fra Parigi e l’Isola di San Pietro (in Sardegna), dove, all’inizio del 2000, ha intrapreso una ricerca importante per le ricadute di senso etico e linguistico. Quella del fotografo francese è un’indagine compulsiva, dettata dall’ossessione interiore di camminare per le cale di Carloforte alla ricerca di volti, che il fotografo rintraccia nei rifiuti di plastica portati dalle burrasche. È una ricerca dal respiro animista, una religione dell’inaspettato. La sua mostra “Il posto delle anime” sono tutte le cale di Carloforte assiduamente frequentate da questo artista, anacoreta contemporaneo, contemporaneo “Monaco in riva al mare” di Friedrich. Dopo Parigi, Singapore, Arles, Carloforte, Bologna, Maastricht, approda ora allo spazio Cartec dei Musei Civici di Cagliari, dal 22 marzo al 14 maggio 2017, una selezione di ventisette scatti della serie “Enosim”, nome che i Fenici diedero all’Isola di San Pietro. La mostra è curata da Raffaella Venturi. Watch more here: https://www.youtube.com/watch?v=UpDsKPtfblI

Fotografie di © Thierry Konarzewski 2017 – 21 –


REGINA DELLE TENEBRE

Cala Lunga, 18 ottobre 2012. – 22 –


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PIETÀ

Cala Lunga, 22 ottobre 2012.

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IL PENITENTE Mo Picin, 11 gennaio 2013.

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MONACO GUERRIERO

Cala Lunga, 17 luglio 2012. – 25 –


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VI LASCIO IL MIO CORPO

Cala Lunga, 25 ottobre 2012.


NEWS

kounellis, la ricchezza della povertà – 28 –


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Per una volta l’epitaffio più calzante lo ha dato la fornace, spesso la discarica, dei commenti su Internet: <Da oggi siamo molto più poveri>. Sintetico e quasi scontato, perfetto. Il 16 febbraio è morto Jannis Kounellis, il grande artista dell’arte “povera”. Le etichette sono sempre brutte ma talvolta utili e questo è il caso. Naturalmente dentro la “povertà” di Kounellis c’è molto altro e per tutto questo “altro” va ricordato. Ma quel che è proprio incancellabile è il suo essere stato – sempre – di sinistra, tanto più nell’era del decesso della sinistra. Kounellis è nelle scarpe e nei cappotti disseminati che diventano opere inquietanti e fissano l’uomo privato della sua essenza umana, nel legno e nella juta che vivono un’altra vita rigorosa, nel mulino a vento sul traliccio dell’elettricità di Napoli (mai niente è caso). Nel suo prendere a martellate la globalizzazione, proprio quando la globalizzazione reale (e brutale) ci ha convinto che quella “buona” era un’illusione. Ciò che definisce la sua arte e la sua persona è il concetto più assente oggi: l’umanità. Lo diceva con stile quando ricordava che alle feste di Watteau preferiva i contadini di Millet. Quando rammentava che, nella sensibilità, doveva molto ai “Mangiatori di patate” di Van Gogh. E, quando faceva arte che interagiva con chi la guardava, si regolava di conseguenza. La bussola di Jannis è sempre rimasta intatta, la sua “povertà” parla uno dei linguaggi più comprensibili della creatività contemporanea ed è davvero difficile immaginare un’arte più ricca.

JANNIS KOUNELLIS

“Untitled” , 1969. The Knot Arte Povera at P.S.1 © 1985 Germano Celant and Umberto Allemandi & C., pg.106

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SPECIAL

CHAPTER 2


SPECIAL

la metafora riflessa, anish kapoor – 34 –


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Unborn - Mai nato, Hung - Appeso, Flayed - Scorticato, sono alcuni titoli delle opere esposte al Macro di Roma fino al 17 aprile 2017 di un grande artista contemporaneo. Anish Kapoor torna in Italia dopo una lunga assenza di dieci anni con una personale che restituisce il suo viaggio tra gli archetipi, lui Jules Verne che viaggia tra gli umori del sangue e i mostri della carne, ventimila leghe sotto la pelle. Chi è Anish Kapoor? Un signore dai capelli bianchi, il volto morbido, gli occhi sorridenti che accompagnano i gesti e la voce. Disegna con una falcata ampia e dispiega mirabolanti ellissi, forme volanti, esseri inverosimili, eppure reali. Architetto, artista, semiologo, star, costruttore di grandi installazioni e opere a specchio. Nato e cresciuto in India, ha vissuto per oltre quarant’anni in Inghilterra. Premiato nel ‘90 alla Biennale di Venezia, costruisce oggetti e forme che lasciano tracce visibili. Si, ma chi è Anish Kapoor? Leviathan, un grande mostro degli abissi incontrato durante il suo viaggio fantastico: 35 metri di altezza, un unico oggetto, un’unica forma, un unico colore. Uno spazio dentro lo spazio del Gran Palais. La sua installazione immersiva del 2011 a Parigi è il Leviatano biblico, il mostro marino immenso e potente che inghiotte i visitatori. Una creatura che mangia chi osserva e all’interno del suo corpo, tra gli organi giganti rossi rivelati dalla luce filtrata dall’esterno, si perdono i riferimenti spaziali e si vive lo smarrimento. Un vortice di acqua scura, un terribile abisso che diviene buco nero è l’opera ipnotica “Descension”. Nasce nel 2014 in India, poi a Versailles e in Italia, e quella voragine inaspettata nel pavimento che sprofonda nel passaggio quotidiano, in una piazza, in un corridoio, in una stanza, in una casa, inquieta il passante, risucchia, è la discesa agli inferi, luogo di non ritorno dove si perdono i pensieri, è l’energia vitale del caos che spaura. Attraente e respingente, spaventosa e cosmica. Immaginate che per la paura la febbre salga e sia talmente forte da far esplodere il termometro. Per terra si formeranno infinite palline di mercurio, lisce, riflettenti. Moltiplicate una di quelle forme non ben identificate e nel Millennium Park di Chicago si materializza un enorme Beam (fagiolo). Si chiama “Cloud Gate” e per 10 anni la sua superficie in acciaio inossidabile lucidissimo – 35 –


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ha deformato, restituito, specchiato migliaia di persone, di albe e tramonti, di mutevoli visioni della realtà. Poi è arrivata la materia oscura Vantablack. Anish è Merlino, l’unico artista che possiede e utilizza la materia che assorbe il 99,9% della luce. Si tratta del nero assoluto. Nel 2016 Kapoor acquista l’esclusiva del materiale innovativo e dipinge di nero il fagiolo d’acciaio. L’effetto è alchemico: i passanti sussultano, si perdono nel nulla di un buco nero gigante, immerso tra i grattacieli e la piazza della metropoli. Anish potrebbe essersi ispirato allo specchio dell’alchimia, indagando la scienza materica, sperimentando l’elisir, proiettando l’umanità e la natura su un metallo imperfetto per divenire arte. Sky mirror, il “non oggetto” che muta con il passare del giorno, che deforma e confonde è un grande disco d’acciaio riflettente; un’opera imponente che si erge nel centro o nei giardini di Londra o di N.Y. Un diametro di dieci metri immerso nel mondo reale che restituisce la realtà deformata, capovolta, nuova. Quindi chi è Anish Kapoor? Uno che “spesso non ha niente da dire” (lui dice), uno che sa cosa è la Brexit, che non si pone il problema del significato. Uno che si impegna. E attraversa i luoghi che ci fanno paura. Viscerale, cruento, carnale, feroce, diretto, sessuale, sicuramente non passa inosservato. Imponente è il suo segno e la sua opera. “Shooting into the Corner”. Fa paura. Ha messo insieme scultura, performance, installazione, pensiero, azione, architettura, scienza. Un progetto tecnico e ingegneristico alle spalle, studiato a tavolino nei minimi particolari, come un massacro. Un cannone spara 20 tonnellate di cera rossa in un angolo, ogni venti minuti si ripete il rituale azionato da un boia nero e le forme divengono pezzi di braccia, di organi, corpi disintegrati, spappolati, barbaramente violati, uccisi. Si tratta di cera e di installazione, ma è un buco nello stomaco, una realtà emozionale profonda e collettiva che si fa carne, sangue e viscere, il dolore dilaniato dell’umanità. Chi è Anish Kapoor? Costruttore di oggetti, viaggiatore amante dell’incerto, affascinato dalla magia che nasce tra l’oggetto creato e chi guarda, gli altri lo definirebbero un grande artista contemporaneo. Lui a Roma ha allestito la mostra con le sue mani insieme al curatore Mario Codognato: 30 opere, di cui 24 inedite, rilievi, dipinti, – 40 –


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installazioni, sculture, silicone e pittura, juta, cera, tessuti, pelli di animali, bruciature, tutto si mischia, penetra e emerge, sprofonda e affiora in un unico grande tableau dell’umanità. La condizione della materia, il potere della metafora guidano la trasposizione titanica di Anish Kapoor. Un moderno Prometeo che incarna la necessità di conoscere e sperimentare. Una sfida che provoca e ribalta tutto ciò che è statico, consueto, ovvio. La sua è la poetica del mondo visibile e del pensiero astratto che si incontrano in una continua polarità. E ancora il viaggio si snoda tra le viscere e la carne fatta di umori, di stracci, di plastica, eppure sono corpo lacerato, arterie tagliate, urla strazianti di un dolore collettivo. Gli specchi da lontano riflettono l’immagine al contrario. Pian piano lui si avvicina allo specchio dove si guarda con il corpo all’ingiù e vi è un attimo in cui la figura si ribalta e in quell’istante Anish Kapoor si vede: il riflesso e la persona sono la stessa cosa. Poi il moto riprende e tutto continua a trasformarsi. Bianca Laura Petretto

ANISH KAPOOR AL MACRO

Mostra “Anish Kapoor”, MACRO via Nizza. 2017 Fotografie di © Sofía Arango Echeverri Fotografia di pg. 58 © Edoardo Di Lauro, Lorenzo Cinquegrani, Li Chevalier – 41 –


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scatti di potere – 48 –


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“Leader mondiali fate attenzione: una foto con Trump può mettere a nudo la vostra anima”, un titolo ironico quello con il quale il Guardian lo scorso novembre lanciava l’analisi di Stuart Heritage su una serie di scatti che ritraggono il presidente eletto con alcuni rappresentanti politici di spicco. Da un Mitt Romney imbarazzato e nascosto all’ombra di sopracciglia arrese in caduta libera verso le tempie a Nigel Farage, bocca spalancata in un entusiasmo scomposto e quasi incredulo. Il ritratto fotografico, spiegano le infinite pagine dedicate dalla letteratura scientifica al tema, gioca su un filo teso che stasi e movimento si contendono centimetro per centimetro. Un equilibrio precario dell’autonarrazione in cui la posa gioca un ruolo fondamentale: in grado di fissare l’essenza del protagonista o di esaltarne l’identità frammentaria, di rassicurare riaffermando ciò che è noto o di sparigliare le aspettative rivelando particolari insospettabili e privati. Quando si tratta di leader mondiali, il ritratto ufficiale contribuisce a cristallizzare negli atteggiamenti e nella postura i canoni fondamentali dell’efficienza, dell’affidabilità e della forza, fornendo una scorciatoia ermeneutica a chi guarda. Dei tratti somatici del potere si è occupato l’argentino Alejandro Almaraz, che in “Portraits of Power” sovrappone una serie di scatti e di dipinti che ritraggono presidenti e primi ministri per mettere in rilievo quanto il significato ufficiale dall’autorevolezza, della dignità e della determinazione permanga a lungo immutato in uno stesso Paese, o nel mondo intero, considerato che “Paesi profondamente diversi finiscono per aderire a forme di rappresentazione della leadership piuttosto simili”. Dei presidenti americani, spiega Fernando Masullo, storico inviato della Rai a Washington e autore di “Mr. President. Da George Washington a Donald Trump”, solo cinque portavano la barba, Lincoln il primo e l’ultimo Harrison, eletto nel 1841. La questione ha implicazioni storiche: se fino alla prima metà dell’Ottocento la barba indicava forza e mascolinità, caratteristiche indispensabili per la leadership, a partire dalla fine del secolo si è trasformata in segno di trascuratezza e scarsa affidabilità. Gli esperimenti condotti all’università dell’Oklahoma non lasciano spazio al dubbio: il politico irsuto appare allo spettatore trasandato, reazionario e incline a sminuire le questioni di genere e quelle ambientali. Per questa ragione, forse, sui quotidiani britannici si – 49 –


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discute del look del segretario di stato scozzese Stephen Crabb: non si vedevano barbe nei primi banchi del Parlamento dal 1931, unica eccezione Jeremy Corbin, backbencher nell’animo, ancora oggi. La serietà al limite del broncio è stata a lungo il comune denominatore dell’iconografia del potere: fino agli anni Sessanta non ci sono ritratti ufficiali di leader sorridenti. Poi è arrivato il sorriso dinastico per eccellenza. Il gesto ammiccante, la nuova consapevolezza della presenza di un destinatario, la costruzione di una relazione attraverso la fotografia, sono figli delle grandi rivoluzioni che hanno messo in discussione i rapporti tra classi e sdoganato la distanza tra elettore ed eletto, o così si raccontava. La fabbrica dell’empatia in politica ha aperto la strada al ritratto informale: scatti posati e gesti amministrati con cura presentati come rubati al privato, fortuiti e rivelatori al tempo stesso. L’Obama con i piedi poggiati sulla scrivania dello studio ovale, le suole consumate a renderlo “uno di noi”, è stato fotografato dalla ritrattista ufficiale della Casa Bianca. Più modestamente, una foto di Salvini infagottato nell’ennesima felpa, è un manifesto populista che grida la distanza da una élite della quale tuttavia il ritratto partecipa, seppur barbuto. È una donna, Margaret Thatcher, a proporre per la prima volta una “narrazione di sé” dall’impronta volutamente “intima” per l’elezione a segretario del partito conservatore. È il 1975 e il curatore dell’immagine del futuro primo ministro, Gordon Reece, le impone un restyling radicale: esercizi che rendano il tono di voce meno stridulo, aboliti i cappellini (la lady di ferro cede, ma il filo di perle non è negoziabile), tailleur dalle cinquanta sfumature d’azzurro. Uno dei poster per la campagna ritrae Thatcher intenta a lavare i piatti (una variante minore la vede ai fornelli). Lo stereotipo della buona madre di famiglia che le viene cucito addosso sin dal primo incarico ufficiale (ministro nel governo di Edward Heath) non si combatte: si sfrutta. La rivoluzione è meno radicale di quanto si creda: si esprime nei mezzi più che nei contenuti. Maggie l’antifemminista, anche a capo del partito, è la stessa donna della quale il Guardian nel 1971 scrive: «È l’archetipo della casalinga del ceto medio». Così la vogliono gli elettori e lei mostra alla troupe della BBC la sua collezione di ceramiche e le sue scorte di cibo in scatola, meticolosamente allineate sulle mensole della dispensa, mentre firma la riforma dell’istruzione – 50 –


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più controversa della storia britannica. Sono trascorsi quarant’anni prima che il privato che sconfina nel pubblico divenisse una strategia consolidata, complici i nuovi media in un’era in cui i comunicati stampa passano per Twitter e le dichiarazioni programmatiche sono riassunte nelle foto del profilo Facebook, o almeno così concludono i primi studi sistematici a riguardo. L’unico vero rivoluzionario era forse Frank Delano Roosevelt, ritratto, in tempi non sospetti, seduto sulle scale della casa di famiglia di Hyde Park, New York, con i ferri da maglia tra le mani, accanto alla moglie Eleanor che, calice in pugno, trattiene un sorriso. Tra gli scatti “minori” e meno pubblicizzati, invece, una sorpresa recente. Bush padre, ormai ottantenne, posa con il capo rasato in segno di solidarietà verso un bimbo che tiene sulle ginocchia, il figlio di una guardia del corpo, malato di leucemia. Lo stesso Bush che, dalla fine del suo mandato, si è dedicato con passione alla pittura, “ispirato da Churchill”, pare. Solo che l’ammiraglio dipingeva paesaggi malinconici nel rifugio sul lago Maggiore, all’indomani della bruciante sconfitta elettorale del 1945. Bush, invece, si dedica ai ritratti dei leader mondiali (in mostra alla Presidential Library di Dallas), copiati diligentemente delle fotografie trovate su Google. E, consapevole del potere del mezzo, mette le mani avanti quando parla del ritratto di Putin: «È fatto con spirito di amicizia. Non sono bravo ma sto migliorando, spero che nessuno si offenda». Da ritratto a ritrattista, dalla pittura alla fotografia, andata e ritorno. Eva Garau

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CHAPTER 3 INTERVIEW


INTERVIEW

niveaux de gris, li chevalier – 54 –


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La pittura tradizionale cinese usa i segreti dei calligrafi: il pennello intinto in inchiostro, l’acqua, la carta, la seta e i lavori finiti divengono rotoli che possono essere appesi, distesi nei luoghi. Questa antica tecnica, denominata pittura dei letterati, era eseguita a mano libera. Dalla sua produzione traspare questa eredità e il forte legame con l’inchiostro che lei considera come una metafora della vita. Cosa intende quando afferma che l’inchiostro di Cina controlla, doma l’indomabile? Dans la peinture à l’huile le peintre travaille debout. La toile est dans une position verticale. Le peintre se mesure à un démiurge tout puissant qui domine l’avenir de la toile. La composition, surtout l’aspect perspective, se régle de façon mathématiquement! Dans la peinture à l’eau de l’orient, le support est dans une position plate. Le peintre s’incline, dos courbé. Malgré ses désirs qui visent la maitrise de sa composition, il doit sans cesse réorienter la direction de ses pinceaux pour s’adapter aux aléas du courant d’eau qui coule de façon impromptue. Chaque exercice consiste en une épreuve d’improvisation au méandre de cette création riche en surprise. C’est la beauté même de ce type de peinture qui exige le souffle et la spontanéité, très cher à l’expressionisme abstrait. Le processus de création ordonne un sens de l’humilité. La sua ultima personale si è realizzata in Italia al Macro di Roma, nell’ambito del progetto From La Biennale di Venezia & OPEN to MACRO. International Perspectives. La mostra presenta alcune installazioni provenienti dall’Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia. “Trajectory of desire” disegna un ritratto della sua poetica passando dalla pittura all’installazione con la polifonia dei violini e delle tele in scala di grigi. Il visitatore diviene parte dell’opera globale, può entrare, immergersi, esplorare, i violini hanno volti, espressioni di persone, di incontri, di luoghi con l’arte. Tutto si riflette in un pavimento che pare acqua, metallo o argento, per fluire o rimbalzare il vissuto di chi si trova in quella traiettoria. Questo viaggio artistico, dove le diverse tecniche d’arte e la musica trovano espressione, in che misura rispondono al mondo contemporaneo? – 55 –


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Les 30 œuvres à l’encre expérimentale sur toile ainsi que mon installation monumentale composée des instruments à cordes, que j’ai pris comme supports sur lesquels je transpose mes travaux photographiques, peintures, gravures, représentent, dans leur ensemble une vision kaléidoscope de la vie. Elles décrivent les trajectoires de notre désir : le désir du beau et de l’éternel. Elles relatent un entretien avec la vie, la mort, le triomphe de la mort par le beau. Ces violons surgis de l’eau sont semblables à des stèles poétiques insérées dans les paysages chinois, qui ont tant inspiré Victor Segalen durant ses voyages dans la Chine impériale. Les poésies gravées sur ces pierres avaient pour mission de faire perdurer la beauté de l’écriture dans le temps. Je peux évoquer à ce propos la peinture de Jean-Baptiste Regnault “La Corinthienne Dibutade” (1785) qui relate le célèbre récit de Pline L’Ancien: la fille du potier corinthien Boutadès vient de passer sa dernière nuit d’amour avec son amant, qui est sur le point de prendre congé. La jeune fille aperçoit sur le mur l’ombre portée du jeune homme projetée par une torche. Elle trace le contour de cette ombre à main levée, avant que son “modèle vivant” ne s’éclipse. Les témoignages anciens ou contemporains portant sur l’ombre à capter, à tracer, à graver inscrivent la naissance de l’art d’emblée dans la perspective du désir de l’éternel. L’ombre captée y surgit comme antidouleur de l’éphémère, un cri contre la tyrannie du temps. L’eau coule, le temps s’écoule, le monde fuit. Le poète s’éclipse mais son empreinte reste! Beaucoup de mes violons sont couverts de la lithographie des poésies gravé sur ces stèle qui se trouvent actuellement dans le Musée des Stèle de la première ville impériale de Chine <Xi an>. Ces poésies ont traversé des siècles grâce à leur gravure sur les pierres. Les ombres de menhirs bretons ou corses dans mes peintures nous renvoient également à ce même statut de l’œuvre d’art qui relaient le passé et le présent. Quel est le rapport entre ces œuvres et l’homme et la femme d’aujourd’hui? Les interrogations que ces œuvres proposent sont à mon avis atemporelles et reçurent. Il dépasse les frontières des civilisations, dépasse la délimitation de l’ancien, du moderne, et du contemporain. Aucun être peut échapper à cette condition tragique des mortel. Au cœur de cette condition, pour paraphraser François Cheng, c’est dans la beauté que les êtres humains puisent – 58 –


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sens et jouissance! Seule la beauté a le don de susciter le désir. Quant à l’art, il nous permet de <Mourir sans périr> comme disait Lao zi. L’Italie en est la preuve la plus parfaite! Dopo aver vissuto 20 anni in Cina negli anni ‘80 si è trasferita a Parigi e le sue opere sono state esposte tra i due continenti, dalla Royal Academy of Art London, al National Art Museum of China, a Shanghai Art Museum, Today Art Museum, National Library of China, the Base Contemporary Art Centre Bordeaux e la State Opera China. Cresciuta durante la rivoluzione culturale in Cina di Mao Zedong, dalle sue testimonianze rivela la condizione di prostrazione che ha subito come intellettuale e come persona. Le sue tele trasudano il dolore, l’impotenza verso l’autorità, la sopraffazione, la negazione dei diritti umani. In che misura l’arte è stata la compagna per superare e combattere il dolore, le avversità e per trasformare le cose? Mon art me sert de support pour restituer toutes les sensibilités qui appartiennent à l’homme dans toute sa dimension existentielle. C’est un combat, une sublimation, une tentative pour réveiller la conscience. En effet, mon enfance était immergée dans le gigantesque projet de révolution culturelle, dont le mot d’ordre fut de «transformer l’homme», l’être humain se voyait réduit au statut de chose, sans qualité autre qu’un pion sur un échiquier idéologique. L’homme y était à l’image d’un outil interchangeable et modulable à volonté par la machine à laquelle il était asservi. «Je suis un tournevis sans volonté ni désir autre que d’être déplacé et utilisé par le Parti au service du Peuple». Les paroles de ce soldat modèle de la révolution culturelles Lei feng sont exemple même d’une aliénation politique: il adhère à une idéologie qui substitue à son statut d’homme un statut d’utile. Or, la chosification de l’homme passe sans détour par l’extermination programmée de son désir pour le beau. Ni la sensibilité ni le désir du beau n’appartiennent aux choses! «Nous pourrions imaginer un univers qui ne serait que vrai, sans que la moindre idée de beauté ne vienne l’effleurer. Ce serait un univers uniquement fonctionnel où se déploieraient des éléments indifférenciés, uniformes, qui se mouvraient de façon absolument interchangeable. Nous aurions – 59 –


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affaire à un ordre de “robots” et non à celui de la vie. <Cinq Méditations sur la beauté> François Cheng. Je suis très attentive aux pratiques des artistes minimalistes occidentaux (surtout en design et architecture dont le culte de simplicité les lie à la culture orientale en particulier japonaise). Mais dans certains cas extrêmes de l’art visuel, les œuvres se fabriquent industriellement et s’exposent «sans artifice» visant la fin de la subjectivité. La déesthétisation de l’œuvre est son but. Nous avons effectivement affaire à des «produit» et non aux œuvres d’art. Nous ne sommes pas la pour polémiquer du pour ou du contre du minimalisme car, l’émergence de chaque courant d’art s’explique historiquement et sociologiquement. J’insiste simplement sur le fait que mes démarches sont à l’opposé. Mes œuvres se présentent à la fois comme le miroir d’une intériorité et comme le reflet d’une virtuosité technique. L’art de l’encre prône l’économie des moyens, néanmoins il vise à relever une émotion esthétique. Redonner une âme aux œuvres, redonnés de la beauté au monde, déplorer ou sublimer la vie réhabiliter le beau dans l’art, voilà ma visée ultime. In una intervista racconta che quando era piccola in Cina le “era permesso di guardare l’erba ma non i fiori perché erano belli”. Questa aberrante privazione della bellezza e dei processi naturali che ha provocato evidentemente grandi sofferenze, attraverso un processo quasi catartico l’ha indotta ad avvicinarsi all’estetica e l’ha condotta in Italia dove afferma di aver scoperto la vera bellezza. Può raccontarci questo incontro? J’ai découvert l’Italie au début des années 90s. dans un voyage très improvisé à Venise. Le choc visuel m’a donné un vraie <traumatisme crânien> dans le sens positive du terme. Mes rêves sont emplis de couleurs et de forme de l’art de la renaissance. L’Italie est devenue mon lieu de pèlerinage artistique obligatoire et même je dirais ma 3e patrie. Je voudrais citer ce hommage bien connu dédie à Venise. <Qui ne la loue est indigne de sa langue, qui ne la contemple est indigne de la lumière, qui ne l’admire est indigne de l’esprit, qui ne l’honore est indigne de l’honneur. Qui ne l’a vue ne croit point ce qu’on lui en dit et qui la voit croit à peine ce qu’il voit. Qui entend sa gloire n’a de cesse de la voir, et qui la – 60 –


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voit n’a de cesse de la revoir. Qui la voit une fois s’en énamoure pour la vie et ne la quitte jamais plus, ou s’il la quitte c’est pour bientôt la retrouver, et s’il ne la retrouve il se désole de ne point la revoir. De ce désir d’y retourner qui pèse sur tous ceux qui la quittèrent elle prit le nom de Venetia, comme pour dire à ceux qui la quittent, dans une prière douce : Veni etiam, reviens encore». Je remplacerai Venezia par Italie! Amante della musica e soprano, ha collaborato con l’Orchestra Sinfonica Nazionale Cinese e come solista dell’Opera di Parigi facendosi accompagnare da questa fedele amica nei suoi progetti artistici. La musica si è fusa con la pittura e con le installazioni e in occasione di un evento all’Opera di Pechino con il direttore Philippe Jordan, il primo violino Frèderic Laroque ha improvvisato una performance con la sua installazione, consacrando e riscattando la sua arte dedicata al bello. La musica diviene un vocabolario sinfonico che incarna i valori a lei cari. In che modo cerca di dare il suo contributo al dialogo, al rispetto, alla tolleranza, all’armonia che risponda ad un suo autentico desiderio di umanesimo? La polyphonie désigne l’écriture musicale en plusieurs voix simulées, ayant chacune une dynamique propre. Il s’agit de la convergence de plusieurs mélodies parallèles dans un ensemble musical respectant les règles d’harmonie. Ainsi l’enchaînement vertical des accords enrichit la composition globale. Cette globalité n’exclue pas la singularité et sa richesse se construit grâce au développement de l’individualité. Le monde que reflète l’œuvre <Polyphonie> est un monde qui ne peut plus ralentir ses pas vers un espace «commun» où s’intègrent les diverses nations et civilisations, où se croisent mille histoires et héritages. La rencontre des civilisations s’opère à l’échelle mondiale, mais s’intensifie également à l’intérieur de chaque nation dans laquelle une cohabitation des cultures hétérogènes est un fait historique acquis et une réalité sociale indéniable: dans ce monde interconnecté qui évolue de jour en jour vers un espace de rencontres où les multiples forces économico-culturelles tendent, au gré de leurs ambitions, vers interpénétration et intégration, – 61 –


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sommes-nous paradoxalement condamnés au sort de la division et du chaos? cette installation est composée de divers éléments musicauxartistiques et concrétisée par un arrangement polyphonique de l’espace se présente comme porte-parole de la conviction profonde de l’artiste: sauvegarde des contre-points culturels, superposition des lignes mélodiques diverses, résistance à l’uniformisation, refus de la pensée unique, refus de la monodie culturelle et politique… ce chant polyphonie se veut témoigner d’une vitalité créatrice née de la rencontre, de l’harmonie et de la tolérance, de toutes ces valeurs qui font l’Europe, telle que j’ai pu la découvrir. Non ama i confini, utilizza differenti discipline e linguaggi estetici, ricerca l’emozione espressiva e afferma che “Noi non abbiamo che la scelta del nero”. Una scelta radicale che inevitabilmente ci pone di fronte al quadrato nero di Kazimir Malevic che nel 1915 espose per la prima volta, annunciando il suo Suprematismo, nell’angolo della sala mostre. Quel luogo, nella tradizione russa aveva un preciso significato, veniva destinato alle icone, quindi un luogo sacro. Lo stesso luogo che Li Chevalier ha destinato alla sua tela fatta di oscuro da cui sgorga la luce. Questo per lei è il processo della creazione? Il n’y a pas de valeur symbolique dans ce noir. Le noir de Malevich pose comme principe la suprématie du sentiment pur dégagé par les formes et les couleurs. A l’opposé de cette démarche, mon noir n’est la que pour paraphraser visuellement l’aveuglement et l’obscurité qui symbolise notre ignorance et l’incommensurable complexité de l’univers. Je ne peux trouver mieux que la noirceur de l’encre de Chine pour épouser l’intensité de ces tempêtes métaphysiques intérieures. Panique et romantique oui! Le couple anxiété et contemplation peut paraphraser la pensée de Shakespeare : “L’homme qui ne médite pas vit dans l’aveuglement, l’homme qui médite vit dans l’obscurité. Nous n’avons que le choix du noir”. Entre les deux rives ténébreuses que nous décrit Shakespeare, à travers la noirceur pesante de l’encre recouvrant ciel et terre, parfois les lumières percent. Si le monde est obscur, l’art éclaire. L’angoisse de la perte ne peut être dépeint sans que ne résonne – 62 –


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comme en canon, une gloria à une précieuse présence, la nostalgie n’est que le symptôme d’une ardente quête de renaissance; ce manque, ce vide de l’autre est ainsi transposé comme le renouveau d’une aspiration au désirable, comme un appel à la beauté et aux grands espaces. La peinture de lettres chinoise se joue toujours et jamais sur le terrain cosmologique et spirituel. La primauté symbolique nous interdit de franchir la limite de la figuration pour s’aventurer dans la pure abstraction. Décrire le vertige devant le néant, l’évanescence, l’esprit qui vagabonde dans l’univers glacial dans un langage pictural actualisé est un défi. La semi-abstraction consiste à trouver la juste frontière entre la figuration et l’abandon total de la forme reconnaissable. Les lieux et non lieux nous renvoient à cette célèbre devise qui guide les peintres chinois depuis des siècles. La grande image n’a pas de forme>, une devise qui est d’ailleurs reprise par le sinologue François Jullien comme le titre de son ouvrage qui traite cette grande option picturale chinoise. Nous n’abandonnons pas les formes qui se réfèrent aux objets extérieurs, mais moins la forme est définie plus l’image est «grande» dans sa potentialité à devenir et dans son incitation à l’imaginaire. Une traversée de la vie ne supporte pas d’être contenue dans un lieu, ni dans un temps! Cette traversée est partout où la vie nous conduit. Blanca Saibante

LI CHEVALIER AL MACRO TESTACCIO

“Polifonia” , 2017. Fotografie di © Sofía Arango Echeverri Fotografia di pg. 58 © Edoardo Di Lauro, Lorenzo Cinquegrani, Li Chevalier – 63 –


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casapueblo, dialogándo con el maestro páez vilaró

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“Casapueblo”, República Oriental del Uruguay, Punta Ballena… Hoy… Siempre. - “¿Cómo anda Maestro? … Falta poco para que caiga el SOL”. (Carlos Paez Vilaró me dice Maestro para que crea en mis posibilidades. Así alientan los grandes). - “Por hoy, solo por hoy, el SOL se detendrá justo antes de caer, y con él las olas retrocederán, y las gaviotas involucionarán su vuelo.” Respondí mirando un horizonte cerrado a anocheceres. Cuando la sintonía entre dos seres es absoluta, las emociones y los pensamientos se anticipan, por ende, no se dialoga, solo discurre el instante. La palabra cesa. Sin embargo, en este preciso momento, sospechamos que era la última vez, y el silencio cedió. - “Suerte que me hiciste caso”. Aludió EL Maestro sin quitar la vista de todo… o de nada... - “Suerte que no te llenaste de técnica y te vaciaste, suerte que aún pintás para mostrar tu espíritu y no para vender un cuadro… Brindo por el intento, por que es el único logro posible… La vida es solo un pretexto para aprender a vivirla”. Caminó hacia el borde su balcón. El cielo retenido se inflamaba de anaranjados, grises y violetas. Me quedé sentado mirándolo enmarcado en el hueco de su balcón marino. Casi en silencio, susurré: - “Usted es la obra. Por eso estoy acá. Esta es la casa del SOL, que tuvo un solo hijo. SI la vida del artista no es su mejor obra, su arte es solo técnica, y no contagia. Amo la pintura que invita a pintar, porque detrás de ella, hay una vida que invita a vivir o enseña a morir, fin último de toda filosofía”. Yo sabía que quedaba poco tiempo, y la angustia me dolía en el cuerpo… Se volvió hacia mi, y sentándose entre el cielo, el mar y sus gatos, exclamó: - “¡Qué lindo! No esperaba este encuentro flaquito, porque – 69 –


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siempre estoy con vos sin que lo percibas. Te digo por encima de tu hombro: ¡Pintá! ¡Escribí! ¡Siempre viví con coraje! Recuerdo el día que te conocí. Me esperaste cinco horas. De Uruguay te ibas a Bahía, Brasil, en búsqueda del SOL, del símbolo, del tatuaje, de la negritud. Estabas en el punto justo entre la palabra y el color, entre la poesía y el sonido. Sin embargo, nuestro anclaje emocional fue la devoción solar que heredaste de tu padre. - “Maestro usted recuerda cuando me contó que en su mano atesoraba miles de apretones, desde Papas hasta el Che Guevara, presidentes, hasta Picasso, Dalí, Borges, Marechal, Vinicius de Moraes, cuerpos de mujeres… Recuerdo también cuando me anunció que quien abraza el arte si no tiene de una compañera que lo siga probablemente pierda todo… y que el espíritu artístico es vida o muerte, que nunca es gris, que es todo o nada… que es una pulsión quizás tan potente como la sexual. Recuerdo Maestro, mientras el SOL cae, y tal vez este instante compartido sea el último de hoy, cuando usted me ordenó a que exponga mi obra solo… a que me haga cargo de mi nombre… de mi arte. En definitiva, que tenía que hacerme cargo de mi poder. -“¿Te acordás flaquito cuando jugamos en mi casa de Tigre, con las linternitas de colores pintando en la oscuridad… Y pintamos en el aire un cuerpo de mujer, un SOL, una luna y todo el perfil de Casapueblo? Vos estabas con una linternita roja haciendo ojos y soles… - “Sí Maestro, y también recuerdo nuestras charlas de filosofía, una filosofía muy terrenal, llena de vida y no de libros, en donde usted me enseñó que las relaciones humanas no tienen que darse por afinidades de tipo político, religioso o racial sino que tienen que darse por una afinidad emocional. Sin un ser enfrente nuestro que nos trasforme no existe empatía… Todo lo demás es pérdida de energía… ¿Sabe Maestro?, es raro el tiempo, creo que la eternidad podría consistir en que el tiempo discurra hacia los costados, ni hacia delante ni hacia atrás. Alguna vez hablamos de ello, y creo que usted lo pintó”. Dije todo esto mirando el piso, como dudando de lo dicho. El Maestro se paró del sillón y se me acercó. Me tocó la cabeza y dijo: – 70 –


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- “Flaquito creéte”. - “¿Por qué tengo que creérme?” Pregunté tontamente. Sonrió y agregó: - “Es genial que no te creas… y desde no creerte te creas de a poco… Es muy bueno que no creas en tu cáscara, créele a tu alma”. Nos abrazamos y nos despedimos. Finalmente tuve la certeza que el tiempo corría lateralmente, lo lineal perdió sentido, y mi eje se movió hacia un costado. Y en ese costado estaba él, y estaba yo y esta charla. El tiempo retomó su camino de flecha, y todo se esfumó… menos dos almas. Gustavo Alejandro Campos

Fotografie di © Anabela Gilardone

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MAESTRO CARLOS PÁEZ VILARÓ


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CHAPTER 4 CROSSING


CROSSING

neot semadar, l’altra israele – 80 –


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Un pipistrello di carta oscilla appeso al globo del lampadario e i primi passeri entrano e schiamazzano nella vasta sala da pranzo. Trenta persone siedono con gli occhi chiusi, ogni volta che li aprono la luce è appena più intensa e altri sono arrivati dagli ulivi versando sulla porta un tè di erbe amare. Venti lunghi minuti di silenzio per salutare il giorno, poi qualcuno dice “buongiorno” e l’assemblea muta si solleva, una fetta di pane e marmellata, qualche sigaretta e via, tutti avvolti nei cenci da lavoro sulle biciclette o sulle macchine scassate per i campi e gli stabilimenti circondati dal deserto. Si lascia indietro quasi tutto sulla strada per Neot Semadar, i check point di Gerusalemme e i nugoli onnipresenti dei giovani soldati israeliani, il giardino coltivato delle pianure costiere e lo spettacolo cangiante del Mar Morto che s’incastra nel Negev, sabbia, roccia e canyon di sale o d’ambra, rossi e marziani quando il sole sorge o declina. Israele si assottiglia come una punta di freccia mentre le montagne giordane sfilano a est fino al Golfo di Aqaba e le spiagge di Eilat. Solo l’autostop collega l’incrocio di Kedorà ai cancelli del kibbutz. “Il concetto di volontario è relativo” dice Moaren, a Neot Semadar da oltre un anno. Ha istruito i meno esperti sui solchi paralleli da tracciare per il passaggio dei tubi d’irrigazione. La vite comincia a germogliare e il cielo terso non darà acqua nei prossimi mesi. Le nuove leve si sfiancano maldestre sulle zappe e Moaren, 25 anni e un passato da assicuratrice a Gerusalemme, ride e infierisce sulla terra bruna. Doan invece lavorava ai giochi per bambini, strutture di ferro e legno per un’azienda di Tel Aviv. Ora si aggira con il cacciavite intorno al vetusto condizionatore della falegnameria, seguito da due ragazzi poco più giovani. Hanno finito il servizio militare e rispettano la tradizione del lungo viaggio, non il Sud America o l’Asia ma Israele da sud a nord sulle gambe, ospiti dei tanti “angeli della strada”, case e fattorie che accolgono i pellegrini per pochi denari o una giornata di lavoro. “Inizialmente dovevo restare per un mese, poi giorno dopo giorno sono scivolato in questa calma. A volte è un po’ noioso e i vecchi tendono a essere rigidi nelle loro idee, ma sto bene in questa sospensione, non ho ancora programmato il ritorno” spiega Doan, flemmatico e appoggiato a un tronco d’albero, ma attento alla durata della pausa. Le case dei fondatori sono poco più in là, un sentiero di mattoni – 81 –


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rosa collega piccoli volumi azzurri ricoperti da fiori e piante. Sono arrivati nel 1989 come un semplice gruppo di amici, caricando sulle camionette l’essenziale e lo spirito egualitario che aveva caratterizzato parte delle prime ondate migratorie sioniste nel tardo XIX secolo. Socialismo è parola estranea a questa comunità di 230 individui sfuggiti al mondo, lontanissimi dagli impulsi del conflitto sociale, dalle guerre di una nazione diventata sempre più aggressiva e dal sanguinoso caos regionale. Non esistono gerarchie ma solo ruoli amministrativi che ruotano ogni quattro/ cinque anni, la segreteria (masker) composta da un uomo e una donna, l’organizzatore delle attività economiche e sotto di lui i singoli manager dei nuclei produttivi: la coltivazione di olive, datteri e frutta, la produzione di vino, latte, formaggio, olio e conserve, l’allevamento. Ai circa sessanta giovani volontari, israeliani e internazionali, si aggiungono venti salariati, scelti per le competenze specifiche nei vari settori. I prodotti entrano nel mercato nazionale, e riforniscono la cucina del “Pundak Neot Semadar”, ristorante, caffè e negozio di prodotti biologici. I pannelli solari, oltre a garantire le necessità interne, permettono al kibbutz di esportare dieci megawatt d’energia l’anno. Un complesso sistema di gestione razionalizza e riduce al minimo l’utilizzo dell’acqua, che Israele da decenni sottrae ai bacini palestinesi. Alle nove pochi colpi di gong chiamano la comunità per la colazione a base di verdure, uova, formaggio, pane e marmellate. È vietato parlare se non per poche sillabe funzionali al passaggio degli oggetti o alle richieste per il cameriere, mansione sottoposta come le altre a turnazione che i volontari trovano dettata in una tabella la sera precedente. Tutti si ritrovano poi nella piccola piazza antistante, sui muriccioli, seduti ai tavoli all’ombra degli ulivi o sull’erba, alcuni rivolti al sole e poggiati su schienali fatti di legno e cuscini. Il manager della produzione, una donna, interviene nel chiacchiericcio per dare alcune indicazioni sulle attività della giornata. La discussione è breve, il cerchio d’attenzione si rompe nei gruppuscoli precedenti. “Hei, guarda quanti marmocchi! Si vede che qua non c’è televisione!” scherza Samuel rivolgendosi a quattro giovani donne incatenate a pargoli e passeggini. Arrivato venticinque anni fa con il figlio dopo un matrimonio andato male, Samuel, 57 anni e una laurea in biologia, è il responsabile della cantina. “In realtà abbiamo – 82 –


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una televisione, e tutti i giorni arriva una copia di Haaretz, il giornale progressista. I telefoni sono permessi solo per lavoro, quelli personali rimangono confinati nelle stanze”, spiega. “Non ci sono filosofie per spiegare Neot Semadar. Non ci sono giudizi. È una cosa viva e per questo riesce difficile metterla in parole. Cerchiamo di restare coscienti, sensibili al reale. Per questo anche l’amministrazione rimane al minimo, per non restare costretta nelle regole e nei dettagli. Per non restare inchiodata all’opinione. Le nostre idee non sono importanti. Immagina soltanto, vivere senza idee significherebbe vivere senza guerre. Le guerre vengono dal fatto che si presume di sapere cosa è giusto e cosa non lo è. Cosa è la giustizia”. Il piccolo miracolo di Neot Semadar non è nelle dimensioni, nel numero esiguo della popolazione, nella cultura: “Veniamo da tutto il mondo, alcuni sono religiosi, altri non lo sono. È un nucleo di persone che sentono il problema del vivere. Siamo fortunati, chi ci raggiunge capisce senza tante parole, perché è nelle cose, nei gesti, nell’aria. L’isolamento ci aiuta, ma tutto comincia con uno sforzo individuale, un equilibrio che evita la conflittualità. Niente è sicuro, niente è chiaro nel deserto. Come il futuro. Come quest’oasi, non è ovvia, vivere qui non è scontato. La vita non è scontata”. In Samuel, come negli altri fondatori e nello stillicidio dei volontari, resiste l’esile impronta di Yosef Safra, il leader carismatico delle origini. “Non era un capo, e nemmeno una guida. Certo, ha istituito le poche regole esistenti, come quella del silenzio. O insistito sull’idea bizzarra del centro culturale. Ma non insegnava nulla, sollevava domande, incessantemente, e ce lo ha insegnato, insieme all’inconsistenza delle risposte. Ora siamo tutti leader, e la consapevolezza è rimasta immutata”. Il presente, tuttavia, ricorda all’utopia minimalista di Neot Semadar la sua presenza. Dal mattino alla notte inoltrata si sentono non troppo distanti il boato delle esplosioni e le mitraglie dei fucili. Tremano i vetri, alle volte. È Shizafon, il centro di sperimentazione d’arma dell’esercito israeliano nel Negev, casa anche per le trecento testate nucleari mai dichiarate da Tel Aviv. “Alcuni coloni vengono e si stabiliscono qui nel kibbutz. Sentono una comunione mistica con la terra. Prima mi addentravo di più nelle cose politiche, destra e sinistra. Ora vedo che alcuni si identificano con conflitto e conquista, altri lottano per eliminarne il desiderio. Sono state la guerra del 1967 e l’occupazione di tutti i territori palestinesi a creare queste – 83 –


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perversioni. Hanno cambiato la nazione, l’aggressione subita in passato si è trasformata in aggressione verso gli altri. Confido in chi, anche fra i coloni, desidera vivere in armonia con la natura e i propri vicini”. È visibile fin dalla strada il centro culturale di Neot Semadar, celeste, azzurro e irrispettoso dell’austerità desertica, Gaudì kitsch e fiabesco, una gigantesca torta di cemento, plastiche e lamiere portata a termine nel 2010 dalla sola comunità, priva di geometri, ingegneri o architetti. Tre piani collegati da un labirinto di scale quasi chiudono un cerchio intorno all’alta torre centrale, che attraverso un complesso sistema di condense trasforma il vento desertico in refrigerazione per tutto l’edificio. Al piano terra si susseguono il laboratorio di ceramica, quello per la lavorazione di legno e metalli, l’opificio e la galleria espositiva: monili, tessuti, quadri, trottole, lampade, oggetti d’impiego casalingo parlano di fiori, uomini e sabbia, come le sculture di legno di Maeil Ganour si piegano alle varie forme dell’essere in relazione. Stira un drappo bianco in una stanza poco distante il sessantenne ex-carpentiere, anche lui fra i fondatori: “Cerco di esprimere la fluidità nelle condizioni con l’altro. Qui tutto scorre. La statua all’entrata, per esempio, riprende il passaggio della Bibbia che racconta la creazione della donna. Il corpo si attorciglia teso fra le diverse identità possibili. O quella nella galleria, dove due esseri si mescolano in una zuffa erotica e violenta” spiega Ganour, che non ha smesso di disegnare e creare sgabelli per la comunità. “Vengono fuori dopo che ho insistito per tre o quattro mesi su un concetto. Non nascono da un sentire temporaneo. Solo così si può raggiungere ciò che tutti sanno, illuminare nella forma un’esperienza condivisa”. Il gong del pranzo suona in lontananza e Galita passeggia con il piccolo Kadim fra le braccia. Si è trasferita a Neot Semadar da un kibbutz immerso nelle alture del Golan, dopo una breve esperienza da insegnante. “Questo posto è diverso, qui si viene per compiere il vero passaggio. La vita del kibbutz ti aiuta nella ricerca del sé” afferma la giovane madre, in passato frequentatrice delle teorie antroposofiche. Poco distante l’area didattica, comprendente un asilo nido e una scuola che accompagna i bambini fino ai quattordici anni, momento in cui si mescolano ai coetanei delle scuole nell’area circostante. I 25 bambini vengono seguiti da docenti di professione e genitori che “sentono” infanzia e adolescenza. – 84 –


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“Non ho riflettuto sull’esito di questa pedagogia nei miei figli. Ci penserò quando verrà il momento, per ora voglio solo godere dell’attimo e concentrami su Kadim” spiega Galita, dispensata dal lavoro per il periodo che ha seguito le prime fasi della maternità. “Un giorno è una settimana e una settimana è un giorno. Fuori il tempo è costruito in maniera lineare, qui invece lo spezziamo di continuo con il dialogo e l’incontro. Se mi annoio? Impossibile, le persone sono infinite. No, non mi manca nulla, qui c’è tutto il necessario, medicinali, abiti, cibo. Se desidero qualcosa faccio richiesta. Burro e cioccolato per una torta, per esempio”. Non si ricevono salari a Neot Semadar. Per qualsiasi spesa inconsueta, le scarpe, un viaggio d’emergenza, un oggetto ritenuto necessario, bisogna fare domanda e il denaro viene estratto dal fondo comune. La parsimonia è non solo incoraggiata ma strutturale. Il kibbutz fin dalla nascita vive nella ristrettezza, manifesta nell’incompiuto dei campi e delle strutture, nel cimitero del ferro dove si recupera il possibile. Il gong suona ancora alle sette. I volontari, alloggiati insieme agli ospiti in un piccolo caseggiato fuori dal centro, percorrono a piedi o in bicicletta i due chilometri che li separano dal centro del kibbutz. Il silenzio è assoluto se non per il vento e le foglie spezzate dalla luna. A cena il bisbiglio è concesso fra le minestre, i semi, il riso e i fagioli. I vecchi sono assenti, rimasti nelle piccole case azzurre. La piazza si accende fioca con le lampadine colorate, riprende il rito del dialogo. “Certo, le persone litigano, i problemi esistono. E no, non mi sento limitato dal numero degli incontri e delle esperienze. Non credo che in una grande metropoli il circuito del conoscere sia molto più ampio, e qui abbiamo un flusso continuo di visite, il mondo viene a trovarci” dice Eylat, 33 anni, ingegnere meccanico ed ex newyorkese. “Alle festività israeliane affianchiamo le nostre tradizioni, il magal per esempio. Vestite di bianco le persone si dispongono in cerchio. Una o due prendono il centro e si muovono, danzano in maniera libera, espressiva. Quelli intorno li imitano. È un teatro collettivo di meditazione dinamica e ascolto, il contatto degli occhi e dei corpi, la comunità che s’intreccia e si riconosce” spiega calmo Eylat, mentre la piazza si svuota e dal ventre del deserto viene il sordo linguaggio delle bombe e dell’altra Israele. Luca Foschi – 85 –


© Luca Foschi

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© Luca Foschi

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lalibela, lo spirito nella roccia

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Quando nel XVI secolo il sacerdote Francisco Álvares visitò Lalibela, in Etiopia, rimase folgorato dalla spettacolarità delle sue 12 chiese e persino un fiume scavati nella roccia che riproducevano, in forma di monoliti, la città sacra di Gerusalemme e il fiume Giordano. Tornato in patria raccontò e riprodusse la planimetria di quello che aveva visto, senza essere creduto, commentando sconsolato: «Giuro su Dio che tutto ciò che ho scritto è la verità». La leggenda narra che il destino di Lalibela, il re vissuto intorno al 1200 che fece edificare questo immenso complesso sacro, fosse segnato fin dalla nascita quando, ancora in fasce, uno sciame d’api lo avvolse facendo presagire un futuro di grandezza del quale le chiese nella roccia sono la principale testimonianza. A 2.500 metri sul livello del mare, in un paesaggio afro-alpino costellato da capanne tukul in cui la roccia domina il territorio visibile ed invisibile, le chiese scavate nella pietra viva fanno ancora oggi di Lalibela una delle “Sette Meraviglie del Mondo” che, soprattutto durante Genna (il Natale Copto che si festeggia il 7 gennaio), richiamano in questo villaggio di meno di 3.000 abitanti oltre centomila pellegrini da tutto il circondario. Chi con improbabili bus, chi sul carretto, chi a dorso di un mulo, i più a piedi, tutti raggiungono Lalibela e non c’è strada o sentiero che quel giorno non sia percorsa da fedeli in viaggio per assistere alla messa di mezzanotte. Dopo 40 giorni di astensione da carne, uova e formaggi, Lalibela e le campagne intorno si ammantano dell’atmosfera tipica di un presepe vivente riproponendo una riflessione sul mistero della nascita e della morte. Le chiese, infatti, sono collegate tra loro da un dedalo di gallerie e il tunnel più lungo si attraversa nel buio totale, anche quando la folla di fedeli che lo percorre impiega oltre mezz’ora per soli 40 metri, ed è fatto divieto a chiunque di accendere un lume. Mentre si procede a tentoni nell’oscurità, i vocalizzi maschili e femminili, sincronizzati in una melodia ancestrale, si intersecano come in un coro mistico segnando il passo di una mestizia quasi dilatata all’infinito. Solo all’uscita, quando la luce riappare abbagliante e salvifica, un urlo quasi di vittoria si libra nel cielo. C’è chi dice che attraversare la roccia delle chiese di Lalibela sia una metafora dell’esistenza e aiuti a comprendere che si può rinascere tante volte e che tutte – 89 –


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le vite vissute e quelle a venire sono piene di alberi e foglie nuove. Forse è per questo che l’Etiopia è prima di tutto un luogo dell’anima, perché qui storia e leggenda, architettura e paesaggio, antiche scritture e una vita reale vivono, indomite, in un equilibrio senza tempo. Irene Melis Lalibela, 7 gennaio 2017

Fotografie di © Irene Melis – 90 –


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la regina delle dolomiti – 94 –


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Lo scrittore italiano Mario Rigoni Stern dice che l’alba in montagna porta con sé il brivido della creazione. Si sente nella pelle, nel fiato, negli occhi. Del resto si è in cielo, o almeno più in alto di quanto possano esserlo gli altri. Ed è un’ascensione, che forse vale un paradiso laico. Vero, in un brevissimo tempo si supera il confine del tepore e si raggiunge quello del rigore. Ma non è solo questione di freddo che comunque evoca la solitudine, e forse è proprio quella la cosa che si desidera. È altro e non è esprimibile compiutamente. Può essere che tutti, anche gli atei, anche chi passa oltre, inconsciamente cerchino proprio scintille di trascendenza. Può essere che questo sia il luogo giusto. E “tutti” significa il montanaro che abita qui e che magari sogna il mare, lo sciatore, il turista, il distratto. Allora più si sale e più crescono le possibilità. Anche se non è l’alba, ma un semplice mattino presto. E la folla non c’è ancora. E i colori non sono quelli delle costose bardature da sci. E i rumori dei gatti delle nevi si sono dissolti. E persino gli sguardi degli addetti agli impianti sono meno indifferenti. Sembrano un tantino più partecipi, forse l’altitudine agisce anche su di loro. Chi costruisce rotte nella sua esistenza, chi può farlo, chi nel “crossing” vede una risposta al perché questa terra sia così piccola e noi tanto restii a conoscerla, chi viaggia solo nella mente ma comunque viaggia e sente la necessità di farlo, dovrebbe contemplare la montagna. Tanto più se è piena di neve, un altro regalo al tempo stesso divino e diabolico. Magari non vedrà l’alba, ma vedrà il cielo come non lo ha mai visto. Marmolada, la regina delle Dolomiti italiane. Banalità da depliant, forse. Ma non è così. Bisogna avere il privilegio di salirci per scoprire che non è così. È veramente la regina indiscussa delle montagne più belle del mondo. Ma “Sua Altezza”, in tutti i sensi, non si concede facilmente. Mozza il fiato, ma sa anche fiaccare. Allo stupore sa unire l’insidia. Alle emozioni i pericoli. In una giornata di gennaio si parte presto, perché il viaggio è lungo, da Colfosco in Alta Badia. Freddo, molto freddo, ma un cielo azzurro esagerato come solo in montagna si può vedere. Gli sci grattano la pista ancora immacolata, perfettamente preparata dai gloriosi “gattisti” nella notte. La mattina presto non si ha molta voglia di parlare. Sarà il freddo, sarà che siamo ancora mezzo addormentati, sarà che mentalmente qualcuno sta ripassando il percorso da fare, fatto sta che si mugugna. E si ammirano le vette. – 95 –


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Ma alla fine, dopo che la tensione muscolare si è attenuata, non si resiste alla voglia di saperne di più, magari mescolata alla nobile arte della chiacchiera (alta o bassa), che in fondo è parente della curiosità se non della conoscenza. <Quella che montagna è?> <Mah, direi il Sassongher> <Ma no, il Sassongher è dall’altra parte. Quello è il Sella> <E quell’altra?> <Ah, quella è sicuramente il gruppo Fanes>. <Bene, lasciamo perdere> E tra un’interrogazione e l’altra, una pista e l’altra, arriviamo ad Arabba, nella valle di Livinallongo, dove iniziamo a respirare l’aria della grande Montagna. Sembra incredibile, ma con gli sci ai piedi siamo passati dall’Alto Adige al Veneto e ora la cabinovia ci porta su in quota, a Porta Vescovo. E Porta Vescovo spalanca le sue ante sulla Marmolada. La vista toglie quel poco di fiato rimasto: tutte le cime della Regina si dispiegano davanti ai nostri occhi e sembrano così vicine da poterle toccare con una mano. Ma la meta è ancora lontana. Bisogna distaccarsi da questa cartolina e scendere fino alla stazione intermedia per poi risalire faticosamente il passo Padon, la vera porta d’accesso alla Marmolada. Da qui una bella pista porta, attraverso il passo di Fedaia, fino a Malga Ciapela, dove inizia la scalata. Ora siamo pronti ad affrontare “la montagna perfetta e provare le soddisfazioni, anche per sciatori modesti, di una discesa divertentissima e brillante”. Così almeno raccontava una vecchia guida del Touring del 1937. Con la piccola differenza che allora la salita si faceva con gli sci in spalla fino alla vetta. Oggi invece l’ascesa si compie con una modernissima cabinovia divisa in tre tronconi che in circa mezz’ora porta da quota 1450 a 3270 di punta Rocca. La vetta è poco più su, ai 3343 metri di punta Penia. Va detto: questa funivia non è fatta per i deboli di cuore. La salita spalanca le porte sul baratro più profondo, un salto impressionante, non si vede l’ora di arrivare. <E se cade?> Se lo chiedono tutti, anche quelli che sembrano dissimulare meglio. <Beh, se cade amen. Credo.> Il viaggio è lungo e la paura lascia presto il posto allo stupore per la grandiosità del panorama, difficile da descrivere. Finalmente la salita si fa più dolce, quasi orizzontale sembrerebbe, e tutti – 96 –


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allentiamo la tensione. Ora la montagna è percorsa da immensi canaloni, vere e proprie valli tra una cresta e l’altra. E alla fine arriviamo in vetta. Il brusio che ci avvolge mentre scendiamo le scale di ferro che ci portano all’aperto cessa di colpo. Tutti tacciono. E non è per il freddo, che comunque è esagerato come tutto qui, e forse nemmeno per il panorama che si gode da questa terrazza. Crediamo che si tratti di rispetto. E timore. Meglio non svegliare il dormiente. Però c’è qualcosa di pazzesco: anche qui, a tremila metri e oltre, gli uomini hanno trovato il modo di massacrarsi. È successo durante la grande guerra tra austriaci e italiani e chissà che cosa avrà avuto di tanto grande. Un museo in quota ricorda quella pagina di storia. Lo spettacolo che da qui si ammira su tutte le Dolomiti merita di essere fotografato. La visibilità stavolta è perfetta e si riconoscono le vette più importanti: il Sassolungo, il Pordoi, il Sella, il Sassongher e così via, fino alle montagne di Cortina e oltre. Solo che sembrano minuscole, come in un plastico. Tacciamo, guardiamo, ci guardiamo. E alla fine, complice anche il freddo ormai insopportabile, ci prepariamo ad affrontare “la Bellunese”, la lunga pista di dodici chilometri che ci riporterà a Malga Ciapela. La sciata, anzi la scivolata, per dirla sempre alla maniera della guida Touring del ’37, non è particolarmente complicata, neppure per mezze tacche. Il problema? Le condizioni meteo. Se nevica, tira vento, le nuvole sono basse o la pista non è stata battuta durante la notte, la discesa si trasforma in un incubo che sembra non finire mai. Ma la giornata è radiosa e la scivolata sarà leggera. Partiamo come sempre in fila indiana, poi, dopo pochi metri, ognuno sceglie la traiettoria a lui più consona. Ed è giusto così perché le traiettorie sono personali. Intime. Da questo momento e fino al fondo valle io spengo il cervello. Non ho pensieri e tanto meno parole, sono come in trance. Niente di agonistico, semplicemente mancanza di coscienza. Gli sci conoscono la strada e corrono da soli, almeno spero. Gli occhi osservano, fotografano, registrano, ma non provano nessuna emozione. Ci penserò dopo, alla fine della pista, a riavvolgere il nastro e a elaborare le sensazioni, belle, brutte, pazzesche, spettacolari a seconda di come son venuto giù. Ma ora, durante la discesa, il tempo è sospeso, sono pronto a scommettere che è – 97 –


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sparita anche la pista ed io comincio a galleggiare, come quando da bambino facevo “il morto” al mare con gli occhi chiusi e la testa svuotata da qualsiasi pensiero. È una splendida sensazione di distacco da tutto. Se dovesse esistere il Paradiso io lo immagino così. Purtroppo tutto questo finisce in un attimo. Come le piste, corte o lunghe che siano. Una volta terminata la fatica, davanti a un sontuoso piatto fumante di tagliatelle con il ragù di selvaggina al rifugio Padon, ci scambiamo le impressioni. Si discute “scientificamente” di quella curva in contropendenza tirata con il compasso, di quel muro affrontato con cattiveria, di quel passaggio difficile in mezzo alla nuvola, che oggi non c’era, aggredito con determinazione. E il racconto si trasforma in leggenda e nel giro di pochi giorni la leggenda diventerà mito. Abbiamo affrontato difficoltà “che voi umani neanche riuscite a immaginare”. E non può essere che così per degli appassionati del cantore cieco e dei suoi poemi. Nessuno di noi ha ancora incontrato l’abominevole uomo delle nevi, ma tutti ci crediamo ciecamente e non è detto che una delle prossime volte… Poi arriva il momento che tutti odiamo: prendere la via del ritorno. Però un ultimo sguardo alla Regina non ce lo leva nessuno. È curioso, la materia di cui è fatta la Marmolada non è roccia dolomitica, come ci si dovrebbe aspettare, ma granito grigio. Come se la Regina non volesse confondersi con i suoi sudditi. D’altronde tutti i regnanti della terra hanno sangue blu che scorre nelle loro vene. Bene, è ora di rimettere gli sci ai piedi e di scollinare in direzione di Arabba. Con la speranza, l’ultima, che il terribile muro del passo Padon abbia pietà delle nostre povere ossa e con la testa piena di sensazioni irripetibili. Fino alla prossima scivolata. Marcello Maxia Diario di tutti, inverno 2017

Fotografia di © Sofía Arango Echeverri – 98 –


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florjan požun, cowboy – 100 –


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Visitare il lago Bled in Slovenia è un’esperienza con il silenzio. Durante l’inverno è solitario e isolato. Nelle notti di febbraio le case illuminate guidano il viaggiatore lungo la strada fino a Kočna, a 9 km dal lago dove si arriva al cottage di Claudia. In Slovenia l’ospitalità è una regola e questa donna materna e accogliente sa usarla con semplicità e affetto anche verso il visitatore sconosciuto. Prepara con dedizione la cena per tutti, una zuppa calda servita nella zucca, il goulash di carne saporita, e tutto assume un sapore da fiaba nel suo ristorante familiare. La mattina, la luce svela meravigliosi paesaggi bianchi. Una figura maschile avanza con il suo cavallo e pare una scena di un film di altri tempi. Florjan Požun è il suo nome, meglio conosciuto come il cowboy dei boschi. Lui è un cavaliere moderno e vive con sua moglie Barbara in una piccola casa al centro di Bled. Il cowboy dei boschi non è un personaggio prestato dai racconti fantastici ma un uomo capace di accompagnarti e di guidarti attraverso i percorsi bianchi pericolosi e avventurosi della natura innevata. Nei boschi sloveni si praticano gli sport estremi: rafting, arrampicata su ghiaccio, sci, parapendio e escursioni a cavallo. Barbara vive in casa ed ha uno spiccato senso materno verso chiunque passi di lì. La giovane ragazza, arrivata con le scarpe da ginnastica e grandi propositi da cavallerizza viene letteralmente adottata e equipaggiata di stivali, guanti e lana adatti per l’escursione. Intanto dalla strada ricoperta di neve che si perde nel bianco delle fronde fitte del bosco pian piano si materializza una figura a cavallo. Ricorda il magico personaggio di Cervantes. Alto quasi due metri, ricopre la calvizie con un cappello di pelle ocra a falde larghe, la pelle rosata, gli occhi azzurri e un pastrano scuro lungo sino ai piedi che accompagna la falcata. I cavalli arabi sono pronti per la partenza. Raja, la cavalla più tranquilla, viene assegnata alla giovane donna. O meglio, lei viene assegnata a Raja. La tranquillità che la aveva accompagnata si perde quando sale a cavallo. Raja significa speranza in arabo, e così è stato per la ragazza che si è lasciata guidare per ore nel bianco e nel bagliore della natura silenziosa e vibrante. Tre esploratori: la giovane donna, il ragazzo e il cowboy sono saliti lungo i sentieri che pian piano divenivano stretti e sempre più impervi. Come si addentravano nella fitta vegetazione e fra le montagne di ghiaccio, provavano la sensazione di isolamento e allo stesso tempo avvertivano la titanica forza della natura capace di – 101 –


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inghiottirli magicamente. Apparentemente tutto è ovattato, senza controllo, la vulnerabilità dei due impavidi visitatori è affidata alla competenza e all’audacia di Florjan. Dopo aver cavalcato qualche ora il piccolo gruppo arriva a Lovska koča na Taležu, cottage di un vecchio amico di Florjan in mezzo al bosco. Nella grande stanza centrale, al caldo, tutto è di legno: tavolini, panchine, muretti, tetti, pavimenti. L’uomo, altissimo e forte, porge un vassoio con due schnapps fatti in casa. Poi, nel posare i bicchierini afferma: “Questo è l’ultimo fine settimana per la vita di questa capanna. Sarà distrutta. I lavori la renderanno più bella, più grande e spaziosa”. Florjan sta zitto e si apparta, ha lo sguardo perso nel vuoto e triste. Poi si rivolge ai giovani turisti: “Perché? Come è possibile? Un luogo speciale come questo…. Lo frequento da sempre e la bellezza sta proprio in quello che vedete, così piccolo e semplice non ha bisogno di nulla”. Poi girandosi verso la ragazza racconta: “Molti anni fa avevo deciso di lasciare il lavoro che facevo in città perché lo stress a cui ero sottoposto mi aveva scatenato una malattia sulla pelle. Tre mesi dopo essermi trasferito tra queste montagne e vivendo nel bosco sono guarito”. La sua vita ora sono i suoi cavalli, il suo regno e la compagnia di Barbara. Guardando l’amico con disappunto gli urla in volto: “Contano queste cose, lo capisci?”. Poi tutto passa e si continua il cammino. Insieme condividono una fetta di torta di Bled con millefoglie, crema alla vaniglia e panna montata, brindano ancora con lo schnapps e poi via verso la discesa. La giovane donna cercava di comprendere come poteva controllare il carattere esuberante di Raja. Poi decise di affidarsi, assecondando i suoi passi lungo la strada, saltando i piccoli fiumi per diminuire lo sforzo nell’incedere lento, per poi cavalcare a ritmo sostenuto senza paura di scivolare sul ghiaccio. Lasciandola libera. Al rientro il cowboy ripete i suoi gesti rituali, si prende cura dei cavalli, ripone le sue cose meticolosamente e Barbara, quasi per caso, sofferma il suo sguardo su di lui e sorridendo sottovoce si lascia scappare: “È lo stile del mio uomo”. Forse il vero cowboy, eroe nostalgico di sconfinate praterie, non esiste più ma tra i boschi di Bled è certo che si può ancora incontrare. Fotografie di © Sofía Arango Echeverri – 102 –


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coppedé, l’anarchia delle fate – 112 –


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PASSEGGIATE ROMANE Lo scrosciare di una cascata metropolitana, acqua viva che attutisce il rombo delle auto. Ad occhi chiusi, seduta su una comoda e fresca panca marmorea, mi godo il mio angolo personale, ritagliato nel cuore dell’elegante Roma Nord. Ogni tanto si può fare. Isolarsi dal mondo, prendersi il lusso di fermarsi in pieno giorno e chiudere gli occhi per un attimo. Per due attimi, facciamo anche tre. Per scoprire alla fine, come se fosse la prima volta, la fontana magica. Ciuffi di muschio giocano con statue a forma di ranocchia, mollemente poggiate su un vascone. Non sono le tartarughe del capolavoro in piazzetta Mattei, ma c’è tutta l’indolenza romana, in questi batraci che si arrampicano pigri… La fontana è il cuore geografico del quartiere Coppedé, nonché uno dei simboli di questa strana entità urbanistica situata tra via Tagliamento e viale Regina Margherita. Il capriccio visionario di un architetto, anche ebanista di formazione, che si era invaghito delle atmosfere di un kolossal muto, “Cabiria”, risalente a pochi anni prima. Era l’Anno Domini 1917: il fiorentino Gino Coppedé ricevette la commissione per progettare una serie di palazzine borghesi. Non ne avrebbe visto la fine, scrisse ugualmente la storia. La Roma neocapitale d’Italia era in piena espansione urbanistica, non bastavano più le maestranze specializzate solo nel rifornire la Corte Papale. Anche per questo, forse, Coppedé progetta con l’anarchia formale del forestiero. È contemporaneo del catalano Gaudì, i due hanno in comune quella percezione di totale novità comunicata dalle loro opere, scollegate da ogni schema: così, nell’enclave romana, quello che vedi non è frutto di potenza o funzionalità, ma di sbrigliata, smisurata, fantasia. Per godersi la passeggiata, occorre prima di tutto scacciare dalla propria visuale le auto, ignorare l’abominio visivo dei segnali stradali, contare quei due, tre passanti che - a tutte le ore - si bloccano per una foto, col cellulare o la macchinetta (qui, diventano tutti fotografi e cineasti). Spaventoso, colossale, imponente, magico, satanico. Tutto questo significa sprofondare negli androni dei pochi - contati – palazzi, che costituiscono quest’isola, talmente “tanta” da risultare a volte kitsch. Talmente kitsch da risultare eterna. L’atrio del “civico 2” che dà sulla piazza Mincio, quello che sarebbe stato proprio ispirato a una scena di “Cabiria”, è un capolavoro di motivi geometrici: la – 113 –


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volta più esterna è decorata a squame di pesce, gialle e blu. La soglia d’ingresso sembra invece una stoffa cinese, con cavallucci marini bianchi su sfondo nero. Il resto sono terrazzi con colonnine e travertino finemente scolpito, d’ispirazione neogotica. Giallo, azzurro, bianco e nero, sottolineato da una scalinata che collega due arcate concentriche che risucchiano verso la porta, in una prospettiva da altare pagano sacrificale. Proprio questo palazzo appare in due film horror da antologia: “Il presagio” di Richard Donner, e “Inferno” di Dario Argento, tra l’altro di casa nel vicino quartiere Trieste. Più che un sacerdote tormentato da oscuri demoni, però, sembra che dal raffinato portone in noce dello stabile, recentemente restaurato, possa uscire da un momento all’altro una diva del muto, con lungo filo di perle, sigaretta e foulard. Di fronte, altro omaggio all’art déco nel Palazzo del Ragno. Poco più su dell’architrave, ornato da un imbronciato mascherone vagamente marziale, i visitatori vengono ipnotizzati da un ragno. Le sue infinite, lunghe zampe sembrano pronte a tessere una tela lisergica. Le finestre, ad arco, sono contornate da colonnine a torciglione. Se nel precedente palazzo ai lati del portone due aquile salutavano i visitatori, qui appaiono dei leoni. Un po’ dovunque, nei fregi, le api. Secondo alcuni simbolo di Roma (dallo stemma dei nobili Barberini), secondo altri emblema dell’operosità. Proseguendo la passeggiata, si arriva al capolavoro del quartiere che - come un gioco di scatole cinesi - è a sua volta un borghetto chiamato “Palazzo delle Fate”. Pinnacoli, torrette, banderuole giocano con i rampicanti e rampe di scale che disegnano a loro volta capricci in diagonale tra piano e piano. I vetri delle finestre per una precisa disposizione dell’architetto - sono intagliati. Sotto il tetto si intravedono travi lignee. Non c’è una parte d’intonaco libera da simboli, richiami, figure umane, motti latini. C’è uno Zodiaco, incorniciato da onde e fiamme stilizzate, la cui eleganza potrebbe serenamente essere riprodotta in un foulard di Hermès. Fuoco sputano poi le cornucopie, grappoli d’uva pendono dai tralci che accompagnano un balconcino, piccolo capolavoro di ferro battuto e marmo quasi sospeso nel vuoto. Qui bisognerebbe portare tutte quelle persone che amano dire “Io sono esente da invidia”. Fategli spiare il giardino, oltre i cancelli sprangati, e poi sibilate soavemente che si tratta di case private. Cambieranno – 114 –


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espressione. Anche se l’inutile invidia cede presto il passo alla felice sensazione di indigestione visiva nel seguire l’ordine casuale dei mascheroni e degli affreschi che sembrano mosaici, per l’uso smodato dell’oro e di moduli geometrici. Uno spettacolo reso ancor più suggestivo dall’illuminazione notturna, quando si accende anche l’immensa struttura in ferro battuto che pende sotto l’arco di palazzo degli Imperatori. Un soffitto a piastrelle su fondo turchino e il lampadario in stile tardomedievale visibile anche dalla vicina via Tagliamento, che segna il limite del varco spaziotemporale in cui ci troviamo. L’ingresso nel quartiere - per un’ipotetica visita si potrebbe fare proprio da qui: via Tagliamento alle spalle, sulla destra la chiesa argentina di Piazzale Buenos Aires, quindi ci si inoltra in questo tunnel di simboli pagani e richiami ancestrali, che chiunque può definire massonici, satanici, semplicemente bizzarri o magari un po’ di tutto ciò. A sinistra, in una vasca nuotano delle carpe. Sul pilastro di destra dell’arco degli Imperatori (quasi una versione in cartapesta del Ponte dei Sospiri) una Madonnina. Elegante, nella sua edicola illuminata da un lampioncino Liberty (of course), offre al visitatore un Gesù Bambino molto socievole, le braccine tese. Le loro espressioni sono assenti, rimandano a un altrove. Forse perché non c’è posto per il sacro, in questo piccolo mondo sospeso a metà tra il regno delle Fate e quello delle Streghe. Annapaola Ricci

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CHAPTER 4

© gigirigamonti


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40 anni all’eremo, hans georg berger – 118 –


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Per celebrare i 40 anni dalla scoperta dell’Eremo di Santa Caterina, sull’Isola d’Elba, 23 fotografie di Hans Georg Berger tracciano una mostra espositiva virtuale che restituisce, nella selezione a due mani di Hans e della sottoscritta, una epurazione benvenuta. Seguendo le emozioni si procede verso l’inizio, verso le rose, verso lo sguardo che traspone i ritratti in dialoghi. La mostra si apre con una presentazione che sottolinea alcuni brevi appunti, ipotesi di domande da rivolgere a Hans sulla sua arte, sul suo pensiero, sulla vita, per una intervista che non avrà risposte. Se non con parole, tracce, immagini di viaggio, pensieri apparentemente scomposti. Una non intervista. La mostra si costruisce con tutti gli elementi canonici: ha un testo che accompagna le opere in francese e in italiano. Si tratta di una testimonianza dello storico francese Francis Engelmann che visitò l’Eremo, sapendo poco... La mostra presenta le opere con le didascalie studiate e scritte da Hans Georg Berger. “Ho pensato che una forma insolita di proporre la didascalia, dove appare un discorso continuo sul mio concetto di fotografia e sul procedimento fotografico, potesse essere un modo nuovo di fornire informazioni e di accompagnare l’osservatore e il lettore nell’esposizione. Infatti, sono molto più di semplici didascalie… in ogni testo però c’è sempre il contenuto di quello che tradizionalmente s’intende come didascalia, in corsivo, con preciso riferimento alla foto”, ma tutto vira verso una nuova vita e la didascalia è un mezzo per esprimere il pensiero.

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Il viaggio di Hans Georg Berger è un ritorno alla mente naturale che sceglie come e cosa pensare, è una non-mente, è pura. L’artista è consapevole di camminare, il suo sguardo osserva quel che accade. Hans esercita la pratica del “sentire”, un fiore che cresce, la pioggia che ha un suono, un’amicizia che riprende a dialogare. La sua arte è un atto di rigore e dedizione all’immagine ed è una pratica meditativa. La creatività esercitata nel silenzio fa di lui un fotografo che dipinge l’anima con la luce e l’oscurità. La rivoluzione silenziosa e determinata che porta avanti nelle idee e nei fatti, soprattutto nel progetto che conduce a Luang Prabang, è segnata dal comportamento e dalla comprensione dell’altro. Sperimentare e indagare la conoscenza gli ha permesso di integrare il linguaggio fotografico con gli altri linguaggi. Il Laos, la Persia, l’ Elba con il suo Eremo e la botanica, la fotografia accompagnano la sua vita. In questo momento Hans si trova in viaggio e dei luoghi, delle persone, dei vissuti custodisce, come in uno scrigno, gli scatti che divengono patrimonio etico. In cantiere ha un lavoro fotografico che riguarda i quarant’anni dell’Eremo all’Elba, in Italia. La visione di questo esperimento di vita, tra la gente “semplice” di un paese di minatori isolani e i numerosi artisti venuti dai quattro angoli del mondo - da Guibert a Nan Goldin- si traduce nella living Sculpture nel senso di Beuys ed è soprattutto un discorso sul contemporaneo, tra arte e scienza, tra sperimentazione e creatività. Nella sua opera fotografica vi è un chiaro riferimento all’utopia concreta che esercitava Beuys. Sono forme e sono anime, hanno una vita tangibile e un respiro. I suoi ritratti sono storie e intensità che dialogano. Per i monaci di Luang Prabang le sue fotografie rappresentano la bellezza spirituale del mondo. Il novizio all’inizio del suo cammino, il piccolo Naga, avvolto in un telo bianco, scompare nella figura del monaco a cui si apre una nuova strada. Hans continua a viaggiare: in Germania, in Italia, nel Laos, in Persia o in altri luoghi – 120 –


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o semplicemente tra le fotografie, nell’insegnamento, negli scritti, nell’ascolto dell’altro. Forse Kunst=kapital può ancora essere un elemento rivoluzionario e contemporaneo e la cultura la più grande economia dell’uomo. La vita di Berger dedicata alla bellezza dell’umanità, alla non violenza, ai diritti umani, alla salvaguardia della natura, all’ascolto e all’azione per una evoluzione reale divengono patrimonio sociale attraverso la sua opera fotografica, attraverso l’azione artistica. I ritratti delle persone, i ritratti delle comunità, i ritratti della natura sono restituiti con rigore, con una presenza piena e materica, sono forme della bellezza che mute esprimono parole che non si possono dimenticare. Vogliono affermare che l’amore e la fraterna collaborazione tra uomini liberi e creativi è possibile. La sua opera ha la costante di trasportare l’osservatore dentro l’immagine, in fondo, nel cuore dove c’è il vuoto. Come se l’uomo di teatro, di musica, quale è Hans, abbia affinato il modo di ritrarre non come una tecnica fotografica ma meditativa. Quale silenzio potremo ascoltare ancora mentre scorre imperturbabile il Mekong? Quanto potremo ritrovare negli occhi della monaca, nella foresta, nei pressi dello Stupa “Santi” Hans Georg Berger che la fotografa? Quanto attraverso la sua arte potremo riconoscerci? Ho conosciuto Hans molti anni fa. Si è trattato di un incontro, di un’amicizia, di una gioia. Era appena morto mio padre, abbiamo passeggiato al mare e se chiudo gli occhi sento ancora la sua presenza, in silenzio. Sento l’abbraccio e la forza del vuoto. La bellezza del Mekong che scorre. Bianca Laura Petretto

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LE PHALANSTERE DE L’ILE D’ELBE “C’e una formula di Michel Foucault, per il progetto Eremo Santa Caterina, espressa dopo una prima conversazione tra lui, Herve Guibert e me, su che cosa dovrebbe essere questo luogo ideale. Inizio anni 80. A casa di Foucault a Parigi, rue de Vaugirard. Lo ha chiamato “LE PHALANSTERE DE L’ILE D’ELBE.” Per uno dei più grandi filosofi del nostro tempo il progetto Eremo, nel suo piccolo, era investito di un importanza particolare, emotiva, intellettuale e spirituale”. The Eremo di Santa Caterina, a small monastery on the Island of Elba/Italy has been, for 40 years, a retreat for artists, writers, scholars and scientists coming from all continents. They have left works of art, from paintings to sculpture, installations, drawings and photographs, as well as manuscripts and other documents related to their work done during their stay at the Eremo. While solo exhibitions have been organized regularly at the Eremo, and outside, the collection has never been shown in its complexity. Hans Georg Berger

Fotografie di © Hans Georg Berger


List of artists and scientists From 1977 to 2017 (a selection) Literature: Herve Guibert Mathieu Lindon Marie Nâ&#x20AC;&#x2122;Diaye Hector Bianciotti Eugene Savitzkaya Bernardo Carvalho Christian Caujolle Francis Engelmann Costanza Lunardi Marina Cianferoni Francesco Antonioli Anita Rind Antonella Salomoni Gitta von Cetto Peter Bartlett Photography: Nan Goldin Bernard Faucon Herve Guibert Hans Georg Berger Michael A. Smith Paula Chamlee Lorry Eason Jean-Claude Larrieu Eric Poitevin Andrea Lunghi Thierry Jouno Daniel Loewe Paolo Robino Performing Arts: Katja Rupe Patrice Chereau Ariane Mnouchkine Alfredo Corrado Traute Hoess Gerard Hardy Timothee Janssen Michel Dami Laura Muscardin Christoph Riemer Sathaporn Songthom

Music: Hans Werner Henze Hans von Bose Ralf R.Ollertz (Since 2009, the festival Intonazione yearly presents creations of contemporary music: List to be completed) Arts: Sarah Pickstone Kate Whiteford Duncan Bullen Alfredo Romano Anna Muskardin Thomas Weczerek Gianluca Gori Susanne Besch Karl Oppermann Adam Dant Helen Sear Cesario Carena Jonathan Bowker Helen Elizabeth Brough Surapon Saenkum Yannawit Kunchaethong Vichoke Mukdamanee Marcello Bufachi Edda Grossmann Simonetta Vanni dâ&#x20AC;&#x2122;Archirafi 24 contemporary Japanese calligraphers Archaeology: Riccardo Francovich Richard Hodges Sally Martin Orlanda Pancrazzi Piero Pierotti Botany: Fabio Garbari Gabriella Corsi Agostino Stefani Luisa Perno Daniel Mount Architecture: Gabetti & Isola

Tawatchai Kulthavarakorn Cesario Carena History of Art, History of Literature: Hugh Honour and John Fleming Henry P. McIlhenny Eugenio Luporini Lucia Tommasi Tongiorgi Peter Zahn Giuseppe Massimo Battaglini Neungreudee Lohapon Maria Ines Aliverti Valerio Marchetti Anthropology: Francesco Paolo Campione Giorgio Conti Catherine Choron-Baix Religion/Interreligious Dialogue: Marcello Zago OMI Angelo Cardinal Comaschi Duraisamy Simon Cardinal Lourdousamy Sr Miriam Benedict OSB Pha Khamchan Virachitta Maha Thela Pha One Keo Sitthivong Saeid Edalatnejad Majid Afshar Theoretical Mathematics: Carlotta Maffei Piero Negrini Philosophy: Michel Foucault Daniel Defert John Alan Farmer Helene Cixous Norberto Bobbio

www.hansgeorgberger.de


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Peu avant d’arriver au sommet de la montagne qui domine Rio nell’Elba on quitte la route pour emprunter un petit chemin bordé de cyprès qui grimpe jusqu’à l’Ermitage de Santa Caterina. Les voitures s’arrêtent là où le goudron et la modernité disparaissent. C’est le début d’un pèlerinage. Le chemin étroit, plus raide vers la fin, est une incitation à la méditation. Il faut poser ses pieds avec précaution pour éviter les pierres. La vue vers la droite, vers la mer et la dispersion dans l’infini, est interrompue par l’écran des cyprès. Tout vous ramène au retour sur soi. De loin on distingue à peine les bâtiments de pierre dans le maquis de cistes, de genets et de lavandes dont les touffes s’arrondissent entre les pierres de la montagne… Poco prima di arrivare in cima alla montagna che domina Rio nell’Elba, si lascia la strada asfaltata e si prende uno stretto sentiero bordato di cipressi che si inerpica fino all’Eremo di S. Caterina. Le macchine devono fermarsi lì dove l‘asfalto e la modernità spariscono. È lì che inizia il pellegrinaggio. Il sentiero stretto, un po’ più ripido verso la fine, spinge alla meditazione. Si deve guardare bene dove si mettono i piedi per evitare le pietre. La vista sulla destra, verso il mare che si confonde nell’infino è interrotta dalla barriera dei cipressi. Tutto costringe a ritornare in se stessi. Da lontano nella macchia di cisto, di ginestra e di lavanda, che a cespugli si insinuano nelle pietre della montagna, si scorgono appena le costruzioni di pietra… Précédée d’une esplanade herbeuse, se dresse l’église consacrée à Sainte Catherine d’Alexandrie, patronne des philosophes. Nous sommes arrivés. Simple, austère, sans autre décor qu’un fronton en arc de cercle brisé, flanquée d’un court clocher, elle incite au silence, au dépouillement, à la modestie... Alla fine di un ampio spiazzo erboso si erge la chiesa consacrata a S. Caterina d’Alessandria, patrona dei filosofi. Siamo arrivati. Semplice, austera, senza altra decorazione che un frontone ad arco circolare diruto, fiancheggiata da un campanile basso, induce al silenzio, alla semplicità, alla modestia… Devant moi au centre de l’espace jaillit un obélisque étrange aux arrêtes métalliques à moitié emplies de pierres. Les pierres – 126 –


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instables, enchâssées et superposées dans la géométrie métallique, sont tombées, comme victimes d’une fatale hémorragie. Est-il à moitié inachevé, ou désagrégé? Ou peut-être offert aux humeurs des passants, constructeurs ou destructeurs? Je le vois maintenant au moment où j’écris, comme une allégorie de l’œuvre accomplie ici par Hans, audacieuse, fragile, menacée, dépendante des autres, toujours recommencée. Cet obélisque est une réalisation d’un des artistes qui ont travaillé ici... Davanti a me al centro dello spazio si erge uno strano obelisco dal telaio metallico riempito a metà di pietre. Le pietre instabili, impilate nella geometria metallica, sono cadute, come vittime di una fatale emorragia. È un’opera incompiuta o una che si sta sgretolando? O forse è offerta agli umori dei passanti, costruttori o distruttori? Nel momento in cui scrivo, lo vedo come un’allegoria del lavoro di Hans in questo luogo, audace, fragile, minacciato, dipendente dagli altri, sempre reiniziato. Questo obelisco è una delle realizzazioni degli artisti che hanno lavorato qui... Par dessus le mur qui jouxte le clocher de Santa Caterina, une glycine déborde, suivie par les branches d’un rosier couvertes de fleurs blanches. Cette végétation exubérante trahit le jardin clos de roses auquel on accède par une porte basse et sombre percée dans le mur. Passée la porte, je découvre le jardin, étagé sur des terrasses de pierres sèches. Il est un peu à l’abandon, les mauvaises herbes luttent avec les rosiers. Il a le charme des choses familières retrouvées, le goût de l’enfance insouciante et de ses verts paradis. Le jardin exhale des senteurs douces, piquantes, balsamiques... Al di sopra del muro che fiancheggia il campanile di Santa Caterina, un glicine deborda, seguito dai rami di un roseto coperto di fiori bianchi. Questa vegetazione esuberante annuncia l’orto delle rose a cui si accede da una porta bassa e scura che interrompe un muro. Superata la porta, scopro il giardino, disteso su alcune terrazze di pietre a secco. È un po’ in abbandono, le erbacce lottano con i rosai. Ha lo charme delle cose familiari ritrovate, il gusto dell’infanzia incosciente e dei suoi verdi paradisi. Il giardino esala degli aromi dolci, pungenti, balsamici... – 127 –


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Quelques chaises abandonnées sous les pergolas couvertes de roses ou de glycine, invitent à la lecture. Le jardin est à la fois abrité, fermé aux regards extérieurs, et largement ouvert sur les pentes de la montagne et la mer. Je pense à un jardin de cloître ou de presbytère. Hans l’a appelé Hortus conclusus, le jardin clos des châteaux et monastères du Moyen Age, le jardin du Cantique des Cantiques, l’anticipation du Paradis… Qualche sedia abbandonata sotto i pergolati coperti di rose o di glicine invita alla lettura. Il giardino è nello stesso tempo riparato dagli sguardi esterni e totalmente aperto sulle balze della montagna e del mare. Penso a un giardino di chiostro o di presbiterio. Hans ha voluto chiamarlo Hortus conclusus, il giardino chiuso dei castelli e dei monasteri del Medio Evo, il giardino del Cantico dei Cantici, l’anticipazione del Paradiso… Avant que l’obscurité ne soit totale il faut se consacrer à l’humble, mais indispensable, tâche de l’installation des bougies. Une partie de la vie à l’Ermitage est consacrée à ces tâches simples. Au lieu d’une contrainte, je découvre qu’elles peuvent être accomplies comme des moments de recueillement, de dépouillement, d’apaisement. L’atmosphère des lieux me plonge dans un état méditatif, comme si je suspendais mon souffle. Je n’ai pas envie de parler. Je me sens légèrement mélancolique et heureux en même temps. Le temps ici est dilaté et adouci… Prima che l’oscurità sia completa, bisogna consacrarsi all’umile, ma indispensabile, compito di accendere le candele. Una parte della vita all’Eremo è consacrata a compiti semplici. Invece di essere vissuti come obbligo, scopro che possono essere svolti come momenti di raccoglimento, di spogliamento, di pacificazione. L’atmosfera dei luoghi mi immerge in uno stato meditativo, come se smettessi di respirare. Non ho voglia di parlare. Mi sento leggermente melanconico e felice allo stesso tempo. Il tempo qui si dilata e si addolcisce…

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X112-18 Konzept, Idee, Vereinfachung Santa Caterina habe ich als eine Disziplin erfahren, das Leben zu lernen. Die Fotografie hilft, sich auf das Wesentliche zu konzentrieren, sich nicht zu verlieren. Ein Modell der Fassade des Eremo steht, spiegelverkehrt, gegen die Große Landschaft und den Himmel Elbas. Ein Objekt für ein Fest; die Latten sind mit reflektierendem Material beklebt, das zurueckleuchtet, wenn man das Gerüst nachts mit einem Blitz fotografiert.

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Je découvre que ces dizaines de bougies, j’en compte quinze dans la salle à manger, donnent une lumière d’or, satinée, douce, joyeuse, un peu mystérieuse et suffisante pour cuisiner, dîner, boire, bavarder puis lire confortablement. Les murs blancs des pièces sont transfigurés et prennent des reflets saumonés, les ombres sont douces, les roses dans les verres sont plus légères et voluptueuses. L’atmosphère devient théâtrale, étrange, romantique, irréelle comme hors du temps. Cet éclairage aux bougies m’a donné d’abord un sentiment de fragilité, de vulnérabilité, puis un grand plaisir… Scopro che queste decine di candele, ne conto quindici in sala da pranzo, danno una luce d’oro, satinata, dolce, gioiosa, un po’ misteriosa e sufficiente a cucinare, mangiare, bere, chiacchierare e poi leggere confortevolmente. I muri bianchi delle stanze sono trasfigurati e prendono riflessi salmone, le ombre sono dolci, le rose nei bicchieri sono piu’ leggere e voluttuose. L’atmosfera diventa teatrale, strana, romantica, irreale come fuori dal tempo. Questa illuminazione con le candele mi ha dato inizialmente un sentimento di fragilità, di vulnerabilità, poi di grande piacere…

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X21-14a Der Morgen Vom eigenen Leben auf das Ganze zu schliessen, es als ein Beispiel zu nehmen, war der Ansatz von Montaigne, aber auch von Herve Guibert. Das eigene Leben mit seinen Verwirrungen und seinem Glück wird ein Beispiel, fast wie in einem Laborversuch. Kleine biografische Begebenheiten haben beide zur allgemeinen Gültigkeit gebracht durch die Literatur. Mir ist das ein Beispiel für die Fotografie, besonders die der frühen Zeit, die Fotos, die im Eremo di Santa Caterina entstanden sind. In der Beschäftigung mit den Religionen scheint das Biografische später zurückzutreten – in Wirklichkeit ist es aber immer da. Bei solch großen Gegenständen war es notwendig, dass ich mich zurücknehme. Mein aus der eigenen Biografie herkommendes Interesse ist aber immer da, der Blick ist immer dahin gerichtet, wo er eine Bedeutung für mich hat. Das einfache Zimmer, wie die Bühne eines Theaters. Alte Mauern; Bett und Vorhang; Darsteller.

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L’Ermitage est calme et isolé, seuls quelques rares visiteurs amis viennent saluer Hans. Je découvre à travers des bribes de conversation que ce lieu qui m’a paru hors du temps est fragile et menacé. Hans l’a restauré il y a presque vingt ans. L’Eglise avait été pillée, une seule pièce de l’Ermitage avait encore un toit. Le tableau miraculeux et béatifié, du XVIème siècle représentant Sainte Catherine recevant l’anneau de l’enfant Jésus, avait été volé, et vendu par un antiquaire. Retrouvé miraculeusement par Hans, il a fini par revenir à l’église de Rio nell’Elba où le curé le trouve plus en sécurité qu’à l’Eremo S. Caterina. Des monceaux de détritus et de débris recouvraient l’ancien jardin. Le site a été confié à Hans pour soixante ans en échange de sa remise en état et de son retour à la vie. Aujourd’hui l’évêque a d’autres idées. Je sens parfois Hans lassé des combinaisons italiennes, presque au bord du découragement. Derrière ce petit paradis que j’ai découvert avec innocence, je perçois grimaces et tiraillements. Cette nouvelle vision va-t-elle ruiner mon impression de bonheur perçue jusqu’ici? J’avais peur des fantômes, ou peut-être simplement peur d’avoir peur. Le fantôme d’Hervé Guibert qui a écrit ici une grande partie de ses livres, ne trouble pas mon esprit. Il me semble loin, déjà très loin d’ici. Il est mort à l’âge de trente-six ans, il y a seize ans déjà. Je sais qu’il est enterré dans le cimetière de Rio nell’Elba que j’aperçois à l’entrée de la ville au pied de la petite chapelle entourée de cyprès. Les murs du cimetière ont la forme d’un fer à cheval. Paul Klee, dans les années 1920, a réalisé un dessin de ce cimetière à la forme étrange. C’est une des œuvres importantes de la collection Klee exposée aujourd’hui à Düsseldorf…

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L’Eremo è calmo e isolato, solo qualche raro amico visitatore viene a salutare Hans. Scopro da spezzoni di conversazione che questo luogo che mi era sembrato fuori dal tempo è fragile e minacciato. Hans lo ha restaurato quasi venti anni fa. La chiesa era stata spogliata, una sola stanza dell’Eremo aveva ancora il tetto. Il quadro miracoloso e beatificato, del XVI secolo raffigurante Santa Caterina che riceve l’anello dal Gesù bambino, era stato rubato, e venduto da un antiquario. Ritrovato miracolosamente da Hans, ha finito per ritornare nella chiesa di Rio nell’Elba, dove il parroco ritiene che si trovi piu’ al sicuro che all’Eremo di Santa Caterina. Cumuli di detriti e rottami ricoprivano l’antico giardino. Il sito è stato affidato ad Hans per sessanta anni in cambio del restauro e del suo ritorno alla vita. Oggi il vescovo ha cambiato idea. Qualche volta sento Hans stanco, al limite dello scoramento, dei sotterfugi italiani. Dietro questo piccolo paradiso che ho scoperto con innocenza, scorgo sberleffi e dissensi. Questa nuova scoperta guasterà l’impressione di felicità che ho avuta finora? Avevo paura dei fantasmi, o forse avevo paura di averne paura. Il fantasma di Hervé Guibert che ha scritto qui gran parte dei suoi libri, non turba il mio spirito. Mi sembra lontano, molto lontano da qui. È morto a trentasei anni, già sedici anni fa. So che è sepolto nel cimitero di Rio nell’Elba, che ho scorto all’entrata del paese ai piedi di una cappelletta circondata da cipressi. I muri del cimitero hanno la forma di un ferro di cavallo. Paul Klee, negli anni ‘20, ha realizzato un disegno di questo cimitero dalla strana forma. È una delle opere importanti della collezione Klee esposta ora a Dusseldorf…

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Dans la bibliothèque, je découvre beaucoup de livres de botanique, des livres sur les rosiers anciens. Au dos d’un livre de 1995, je lis ce portrait de Hans: «Hans Georg Berger, photographe, voyageur, spécialiste des roses anciennes, vit et travaille sur l’île d’Elbe où il est installé depuis vingt ans. Il développe là un programme culturel qui associe musique, arts plastiques, botanique et recherche archéologique.» Les «Quaderni di S. Caterina», publications dirigées par Hans reflètent cette activité culturelle et les rencontres d’artistes qui ont eu lieu ici, de 1990 à 1996. Je comprends de plus en plus que cet Ermitage est la grande œuvre de Hans, commencée à l’âge de vingt-six ans… Nella biblioteca scopro molti libri di botanica, libri sulle rose antiche. In un libro del 1995 leggo questo ritratto di Hans: “Hans Georg Berger, fotografo, viaggiatore, specialista di rose antiche, vive e lavora sull’isola d’Elba dove si è stabilito venti anni fa. Qui sviluppa un programma culturale che associa musica, arti plastiche, botanica e ricerca archeologica.’’ I “Quaderni di Santa Caterina’’ pubblicazioni dirette da Hans riflettono questa attività culturale e gli incontri di artisti che hanno avuto luogo qui dal 1990 al 1996. Mi rendo sempre più conto del fatto che quest’Eremo è la grande opera di Hans, iniziata all’età di ventisei anni...

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G16-06 Menorah Fotografien des Schiismus, des Buddhismus, die Zoroastrier, der Taoismus: es ist immer wieder ein Versuch, durch das Erforschen des Kleinen das grosse Ganze, die Welt zu verstehen. Die siebenarmige Menorah war der erste Gegenstand, den ich 1977 in das Kloster gebracht habe, als das Dach kaum den Regen abgehalten hat, als nur drei Räume zu bewohnen waren. “Kelche wie Mandelblueten, mit Knäufen und Blumen”, sagt die Bibel. An dieser Menorah ranken Rosen; sie ist nicht aus Gold, sondern aus Eisen.


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F10-35 Medusa, Tisch, Skizze, Buch Für meine Arbeit ist ein Satz von Goethe von zentraler Wichtigkeit: “Es gibt eine sanfte Empirie, die sich mit dem Gegenstand innigst identisch macht und dadurch zur eigentlichen Theorie wird.” Wenn ich fotografiere, nähere ich mich meinem Gegenstand in vorsichtiger Weise. Ich spreche lange und leise, bevor ich die Kamera heraushole. Die Dinge und die Menschen haben ihre Geheimnisse, und beide erschrecken sich leicht. Ich möchte sie kennenlernen, verstehen, ergründen. Dabei hilft mir die Kamera. Die Medusa Rondanini war als Gipsabguss eben aus der Münchner Glyptothek angekommen; wir haben sie ausgepackt und aufgehängt in dem einzigen Zimmer des Klosters, das zwei Fenster besitzt. Nun kommt Licht von links und rechts. Der große Schreibtisch ist mit einem weißen Laken bedeckt, darauf liegt mein schwarzes Tagebuch. Zwischen Tisch und Medusa hängt eine Skizze von Gianluca Gori: zwei laotische Mönche haben mich eben zu einem Gespräch empfangen. – 145 –


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Ce soir dans un verre posé sur la nappe en lin bleu de la salle à manger, une rose Fantin Latour aux mille pétales serrés, embaume. Son parfum est poudré, complexe, sensuel. Les roses qui règnent dans le jardin règnent aussi dans la maison, en bouquets, sur la table de la petite salle à manger, sur la table blanche à côté de mon lit, sur la table où j’écris, sur l’autel de l’Eglise et même sur le rebord de l’alcôve de la salle de bain. Une grande paix enveloppe l’Ermitage. Questa sera in un bicchiere posato sulla tovaglia di lino blu della sala da pranzo, una rosa Fantin Latour dai mille petali chiusi, sfiorisce. Il suo profumo è polveroso, complesso, sensuale. Le rose che regnano nel giardino regnano anche nella casa, in mazzi sul tavolo della piccola sala da pranzo, sul tavolo bianco al lato del mio letto, sul tavolo dove scrivo, sull’altare della chiesa e anche ai bordi dell’alcova della sala da bagno. Una grande pace avvolge l’Eremo. Une visite à l’Eremo Santa Caterina Da “Una visita all’eremo di S.Caterina” © Francis Engelmann, Paris, mai 2007

X21-00 T. am Fenster Sich mit der Einzelheit so befassen, als wäre sie das Ganze. Auch das ist Goethe. Am frühen Morgen öffnet T. das Fenster in meinem Zimmer, vor dem schon die Sonne steht. Fast verbrennt sie ihn.

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E15-16a Luce d’estate, interno Hans von Marees, Adolf von Hildebrand, der Baron Gloeden, aber auch Thomas Mann und seine Kunstfigur des Schriftstellers Gustav von Achenbach im “Tod in Venedig” und Ingeborg Bachmann: sie alle schwingen mit in meinem Verhältnis zu Italien. Interieur: mein Zimmer im Eremo di Santa Caterina.

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G001-04 Le lit de Napoleon “Das Bild”, so sagt Herve Guibert, “ist das Wesen der Lust.” So wie sich von der Fotografie nicht sprechen lässt, ohne von der Lust zu sprechen, so verlangt die Lust früher oder später nach Ewigkeit in Form einer Fotografie (Boris von Brauchitsch). An einem heißen Sommertag sitzt Herve auf dem Bett, das der Kaiser Napoleon bei seinem Besuch im Eremo di Santa Caterina am 6.Mai 1814 dem armen Eremiten geschenkt hat, der bis dahin auf einem Strohsack geschlafen hatte. Das Napoleonsbett ist eines der wenigen Objekte, das dem Kloster verblieben war – es war in Teile zerlegt, die teilweise gebrochen waren, als ich es im Sommer 1977 unter einem Haufen Schutt gefunden habe. Wir haben es wieder zusammengebaut. Die Fotografie verbindet den kranken Dichter mit der seltsamen Geschichte des Betts, wird Teil der Parallelwelt, die sich aus Einzelbildern immer wieder neu zusammensetzen lässt, in der die Generalthemen konstant gegenwärtig sind: der Augenblick; die Vergänglichkeit; Erinnerung an Lust und Tod.

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F10-25 Die Carenas Ökologie. Wir sind aufgehoben in der Natur, sie ist kein Feind, und sie muss nicht überwunden werden. Die Idee der Buddhisten, dass alles verbunden ist, dass wir eins sind mit Steinen, Tieren, Wasser, Pflanzen. Dass wir in einem Kreislauf stehen, aus dem wir kommen und in den wir zurückkehren. Cesario Carena hat den kleinen botanischen Garten, der seit den 90er Jahren beim Eremo di Santa Caterina entsteht, mit seinen Skulpturen und Objekten ausgestattet, Objekte, die die Prekarietaet des Lebens zeigen, wo Steine und Ton und Eisen Leben ermöglichen, Beispiel geben und Mut. Es sind Objekte des Erstaunens. Meine Fotografie bildet ab die Solidarität, das Verstehen das uns eint. Cesario und Iaia und Elena und Simone Carena im sommerheissen “Orto dei Semplici Elbano”.

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G24-16a Le pinceau d’Uriel Meine Fotografien sind Spuren eines Denk- und Kommunikationsprozesses, bei dem es um Erkenntnis und Lernen geht. Manchmal sind sie –besonders bei den Arbeiten, die sich mit Fragen der Religion beschäftigen– Spuren geistigen Fortschritts, gar des spirituellen Wachsens einer Person. Es sind schöne Bilder (nur das schöne Bild, sagen die Schiiten, erhebt uns), aber ihre Schönheit ist nicht das Wichtigste: das Wichtigste ist die Erhöhung, ist die Hoffnung, ist das Spiel, das die Fotografie verspricht. Vor dem ländlichen Casino der Taddei Castelli zeigt der junge Maler Uriel Berlinger Herve die Weichheit seiner japanischen Tuschpinsel: Hand des Schreibers, Hand des Malers, winterliche Wiese. – 155 –


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E16-05 Alfredo Romano, artista siciliano, all’Eremo di Santa Caterina Steine, Rahmen, Pinsel, seltsame Objekte, Knochen von Heiligen oder Schurken, alte Gewehre, Muscheln und Schrauben: so sah der Rest der “Wunderkammer” der Mönche von Santa Caterina aus, als ich das verlassene Kloster auf dem Monte Serra betrat. Unter einem Berg von Schutt zog ich irgendwann mehrere gleich lange Tafeln heraus, dickes, ohne Hobel geglättetes Holz. Als ich die Tafeln zusammengesetzt hatte, kam eine Inschrift heraus; es war eine Liste von Namen unter der Zeile: “Riparo, rintavolo e rimesso” und die Jahreszahl 1806. Da standen die Namen der wichtigen Menschen von Rio, in dieser Zeit: ein Cavalier Taddei Castelli, der Ingegnere Mellini, die Ältesten von Rio, die Frommen der Gemeinde: das Altarbild der Heiligen aus dem frühen 17. Jahrhundert war restauriert worden. Ganz unten stand auch: “L’Eremita, Giacomo Giannoni”. Der wunderbare, sanfte Künstler aus Siracusa hatte in der Kirche des Eremo einen Sommer lang eine seiner Installationen eingerichtet; zeitgenössische ex voto, die die leeren weißen Wände wieder zum Leben brachten. Die Rieser staunten, und mancher erinnerte sich: so war die Kirche gefüllt, mit Bildern und Rahmen vom Boden bis zum Dach, bevor die Vandalen der Moderne sie ausgeraubt und geleert haben. Das Konzept der Wunderkammer wurde im Lauf der Jahre im Eremo mit zeitgenössischen Mitteln wiederbelebt: die Künstler und Wissenschaftler haben dem Kloster Manuskripte, Werke, Dokumente und Objekte geschenkt. Meine Fotografien sind Teil einer Wunderkammer!

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E26-05 Poesien Man hört es doch, das Raunen der Zeit. Volksglaube, Wunder, Zeit. Eugene Savitzkaya hat seine Gedichte auf dünne Streifen von Papier geschrieben und legt diese Streifen zwischen Steine, die er auf dem täglichen Weg ins Kloster sammelt. Er schichtet sie auf, sie halten, fragil wie Papier, fragil wie die Worte, die Ideen des Dichters. Die Fotografie besteht fort. Die Steine und die Gedichte sind heute, wie das Papier, verweht.

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X203-18a Andrea unter der Pergola Die Fotografie vermag alles neu zu ordnen, sie breitet die Dinge neu aus und schert sich nicht um Chronologie. Hebt sie die Zeit auf? Sie setzt die Gewichte neu. Weggefährten, Komplizen, Gäste: ihre Portraits zeigen die fließenden Grenzen zwischen Realität und Fiktion, zwischen Anonymität und Intimität. Der Foto-Künstler Andrea Lunghi ist mein geistiger Bruder. Er arbeitet über Linien, Architektur, über Traum und Schatten, über Stille. Manches davon ist im Eremo di Santa Caterina entstanden. Er hat den Schlüssel zur Tür des Klosters. Er lebt als Architekt auf der Insel Elba. Er ist ein Sohn des nahen Dorfs. Seine Familie kenne ich, seit ich auf Elba angekommen bin. Andrea habe ich zum ersten Mal gesehen, als ihn seine Mutter über die Piazza zum Kindergarten brachte. Seine Kunst, seine Fotografie berührt mich, seit er sie mir zum ersten Mal gezeigt hat. Sie ist mir nah.

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F07-08 Die Ziegen der Susanne Besch Das Vergnügen am Akt des Fotografierens wird zum Dialog. Die Fotografie ist das Resultat einer Aktion auf Augenhöhe. Die Berliner Künstlerin Susanne Besch hat Abbilder der Ziegen auf dem Monte Serra aus Ton geformt. Die Tiere sind wild, und wild ist auch die Zusammenstellung, die da im Klosterzimmer zum ersten Mal aufgestellt wurde. Susannes Hand ist noch voller Spuren vom nassen Ton. Ist das nicht die Hand, die wir von der Decke der Sistina kennen? Ein Demiurg ist der Künstler. Da ist also ein Werk, es ist eben entstanden. Meine Fotografie hält das Werk fest, aber auch den Augenblick, in dem die Schöpferin das Werk aus ihrer Macht entlässt. Nun werden beide allein gehen, werden Wege zu anderen finden. “Habent sua fata libelli.” Die Ziegen waren, um ehrlich zu sein, eine Bedrohung für das Kloster und sein künstlerisches Leben. Ich mochte sie nicht. Susanne hat ihre Schönheit erkannt und ihre wilde Eigenständigkeit. Sie haben nicht nur die Pflanzen bedroht – wie kann man einen Berg aufforsten, wenn dort 500 Ziegen ausgesetzt wurden? Sie sind in den botanischen Garten eingedrungen, sie haben die Rosen im Hortus Conclusus jeden Tag beäugt. Sie waren hungrig. Der, der sie ausgesetzt hatte, wollte den ganzen Berg für sich und die Ziegen. Er war noch bedrohlicher als die Ziegen: einmal hat er über Nacht nahezu 100 junge Zypressen in einem demonstrativen Akt der Einschüchterung gefällt, die wir soeben mit den Freunden aus dem Dorf gepflanzt hatten… Die Ziegen sind über die Jahre sämtlich gestorben, an Krankheiten oder beim Metzger. Sie leben fort in dieser Fotografie, und in der Form, die Susanne ihnen gegeben hat. Heute stehen sie, sorgsam arrangiert, an einem besonderen Platz bei unserer Freundin Ines Aliverti. – 161 –


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X206-25 ◀ Der große Botaniker Wissen und Fragen. Im Eremo di Santa Caterina ist mir die Wissenschaft als eine sanft fordernde Freundin begegnet. Theoretische Mathematik, Astronomie, Zoologie, Geologie, Archäologie, Botanik: sie alle kamen auf mich zu, weil der Ort Fragen stellte, auf die ich Antworten suchte. Ich wurde an der Hand genommen, und die Fotografie hat mich beim Lernen unterstützt. Fabio Garbari, der Begründer des botanischen Gartens von Santa Caterina, Präsident der Societa Botanica Italiana und “prefetto” des botanischen Gartens von Pisa, erklärt den Gärtnern, dem Ehepaar Lunghi, die Konfiguration eines der Endemiten der Insel Elba, die ein hauptsächlicher Gegenstand unseres kleinen Gartens sind.

F09-11 Ein Garten alter Rosen ◀

Im Eremo di Santa Caterina wurden im Lauf der 40 Jahre folgende moderne Sprachen gesprochen: Russisch, Polnisch, Suaheli, Italienisch, Deutsch, Spanisch, Nigerianisch, Portugiesisch, Arabisch, Farsi, Englisch, Französisch, Thai, Lao, Kambodschanisch, Schwedisch, Japanisch, Holländisch, Koreanisch, Ungarisch, Norwegisch – und die ASL, die Sprache der amerikanischen Gehörlosen. Zwei junge Gaertner sammeln am frühen Morgen Rosenblüten im Rosengarten, den ich im Hortus Conclusus des Klosters angelegt habe.

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F15-22 Sarah Pickstone Das Eremo di Santa Caterina ist ein Ort der Heilung und des Staunens und ein Ort der Erkenntnis. Die Fotografie ist in ihm eine Sprache, ein Idiom, das zunächst sehr leicht zugänglich war, dass aber schnell seine Komplexität enthüllte. Es musste ernsthaft erlernt werden, wie das Italienische, wie die Grundzüge der Archäologie, der Botanik, der Geologie, der Geschichte. Das alles waren Sprachen. Ich habe sie an den Mauern und an den Gästen des Eremo erlernt. Die Fotografie war dabei immer ganz mein, immer ganz nah bei mir, eine Freundin. Sarah Pickstone ist Malerin, sie kam als Preisträgern des Prix de Rome der Britischen Akademie zu mir, zusammen mit vier anderen Preisträgern, im Jahr 1994. Ihre Malerei hat den Monte Serra, die Geschichte der Heiligen, die Kirche, die Stille der Gärten, Licht und Luft und Wasser in einzigartiger Weise aufgenommen. Es entstand ein weit gefasstes Oeuvre; das Altarbild, das nun im Kirchenraum hängt, ist nur eine kleine sichtbare Spur davon. Sarah, die schöne junge Frau, schaut aus einem Fenster des kleinen Refektoriums, über drei Töpfe mit Basilikum hinweg. Ich denke an eine Erzählung von Boccaccio.

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E23-01 Le rose dell’Eremo Im Rosengarten von Santa Caterina entwickelt sich die Rosa chinensis„Hume’s Blush Tea-Scented China“ besonders gut. Es ist eine Hybride, die europäische Reisende schon um das Jahr 1700 in den Gärten von Kanton, Singapur und Kalkutta bemerkt hatten. Wir wissen, dass im Jahr 1752 ein Schüler von Linne, Pehr Osbek, diese Rose von Kanton nach Uppsala mitgebracht hat, und dass sie wenig später im Garten von Kew auftauchte, wo man sie “Old Blush” nannte. Sie hat sehr Große, gefüllte Blüten mit sehr zarten Blütenblättern, vielleicht allzu zart für die Winde des späten elbanischen Frühlings, Blüten, die zartrosa gefärbt sind und einen sehr feinen Rosenduft verströmen. Im Garten von Santa Caterina hat sie nach einer frühen, sehr kräftigen Blütezeit am Anfang des Rosenjahrs eine zweite, schwächere Phase. Dieser Rosenstock ist ein Geschenk meiner Mutter, er kam aus dem Rosarium von Sangerhausen, in Thüringen. Der Münchener Maler Thomas Weczerek hat im Rosengarten von Santa Caterina einen Monat lang eine Serie von Rosenbildern gemalt. Es sind Einzelbilder oder Diptychen, auf großer Leinwand, plein air, bisweilen im Kampf mit dem Elbaner Wind entstanden. Ich habe ihn täglich mit der Kamera, einer kleinen Rollei 35S, begleitet.

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X26-05 Das erste Foto von Santa Caterina, 1977 Disziplin des Sehens: das ist mir Fotografie. So wie die Fotografie die Welt in einen Rahmen fasst, so nimmt die Kunst einen Rahmen an, in dem die Welt vorgibt, klarer zu werden einfacher zu verstehen, freundlicher. Im Januar 1977 bin ich zum ersten Mal den Monte Serra hinaufgestiegen und habe das Kloster der heiligen Katharina von Alexandrien entdeckt. Es lag verlassen und in großer Einsamkeit. Als wäre es aus der Zeit gefallen, stand das Gebäude gegen die Landschaft, Türen verrammelt, das Dach schadhaft, umgeben von Brombeergestrüpp. Ich habe dieses Foto gemacht, nicht ahnend, welche Bedeutung der Ort (und das Foto) in meinem Leben gewinnen würden. Heute, wo ich dies schreibe, sind es 40 Jahre her, dass es entstand. – 171 –


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CHAPTER 6


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la strada dell’olio

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La strada dell’olio della mia cucina si dipana da Sesto Fiorentino a Morello, in un susseguirsi di stretti tornanti ed estemporanei rettilinei che sfumano in un battito di ciglia sul paesaggio dei colli fiorentini. Per tre generazioni la mia famiglia ha comprato qui l’olio che ancor oggi uso in tutti i miei piatti. Non perché sia il migliore, non perché gli altri non siano buoni. No. Uso l’olio di Morello perché è dentro di me e ci capiamo. Se ci addentate, abbiamo anche lo stesso sapore. Se ci spremete, versiamo nei nostri piatti le medesime lacrime, verdi, piccanti, pepate. E il perché è semplice. Ci sono tre serie di impronte lungo quella strada: quelle di mio nonno, quelle di mio padre e infine le mie, che saranno le ultime. Tra Morello e la chiesina di Gualdo c’è un tratto di strada che ho sempre sentito chiamare il Castellare. Ero un bambino piccolo piccolo quando lo vidi trasformare, da sterrato ghiaioso qual era, in un ripido viale asfaltato. Il Castellare ti tagliava le gambe. Prima di affrontarlo, mio nonno, mio padre e io tiravamo sempre il fiato per qualche minuto, facevamo un lungo sospiro e tentavamo la scalata rallentando il passo estenuato ancor prima di partire. Tutt’attorno a noi si estendevano i colli di Firenze, che potevi quasi toccare se non c’era troppa foschia, se in estate non svenivi dal sole battente e dal frinire incessante delle cicale. Le cupe candele dei cipressi. Il verde assolato dei prati che si coagulava in quello più folto dei boschi, che cangiavano in pietre e terra. Gli spruzzi gialli delle ginestre alla fine di maggio, i graffi carbonizzati delle ginestre ad agosto. Scalando il Castellare sto attento a posare i piedi nelle orme di chi mi ha preceduto. Conosco tutto di loro: quando si fermano o non si fermano a prender respiro. Quando rinunciano stizziti al mozzicone che affatica il fiato. Quando si girano a guardare, per timore di perdermi, di lasciarmi indietro. Soltanto io non mi volto mai, lungo quella strada. Dietro di me non c’è nessuno. Non diventerò una statua di sale, non perderò per sempre Euridice, ma neppure ci sarà un figlio che mi raggiunge. In nessun altro luogo al mondo, come in questo luogo, avverto la mia finitezza. E la fine – 175 –


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della nostra strada, della nostra storia. Qui, in questo preciso punto dell’universo, spirali d’acido deossiribonucleico si sono intrecciate per secoli per costruire una nuvola di coscienza, la mia, che ha interrotto la danza. Che ne sarà dell’uomo che ha bloccato il ballo dei cromosomi e delle generazioni, che non potrà mai voltarsi indietro scalando il Castellare? Me lo chiedo ogni volta che lo faccio. Ogni volta che mi volto, intendo. Perché, non appena con lo sguardo cerco ancora qualcuno o qualcosa, ogni verde delle colline precipita dentro i miei occhi e il canto degli insetti s’amplifica come una torcia nell’azzurro iridescente e la terra, l’asfalto, le scure rocce del monte, franano improvvise nelle mie vene e annegano nel mio sangue, affogando e affogandomi. E la strada dell’olio ricomincia a ballare la sua danza frenetica di un’estate sfrontata ed eterna, intrecciando ogni nucleo nascosto delle mie cellule con le foglie degli olivi che cangiano al vento. Con l’effetto Doppler innescato dalle rare auto che s’allontanano. Con gli atomi di carbonio che mi uniscono a questa terra e a tutta l’acqua che si cela fra le zolle e le migliaia di grilli che sviolinano alla notte. Con questa brezza che mi scorre attraverso e mi trasforma in un fantasma senza tempo, senza storia. Senza rimpianti. E la mia vita si comprime in un punto, poi si stende come un urlo affilato e ultrasonico, che dal cuore della terra sfreccia nella stella da cui sono nati gli atomi più pesanti del mio corpo. E la strada dell’olio, la mia strada, diventa la strada di tutti, che dal sole conduce attraverso il vuoto siderale a tutta questa vita che mi attraversa e penetra e che mi dice che, comunque vadano le cose, anche le mie orme saranno qui per sempre. Ma poi torno alla salita. Con gli occhi asciutti, senza nessuna illusione. Eppure, per un istante. Giorgio Giorgetti – 176 –


© sofiaarangoe

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AINASMAGAZINE Nº5 04/2017  
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