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aínas Nº3 . 09/2018


Todo pasa y todo queda, pero lo nuestro es pasar, pasar haciendo caminos, caminos sobre la mar. (Antonio Machado) Tutto passa e tutto rimane ma nel nostro passare passiamo tracciando cammini cammini sopra il mare. (Tr. Giovanni Bernuzzi)


AÍNAS Nº3 . 09/2018 WWW.AINASMAGAZINE.COM INFO@AINASMAGAZINE.COM Direttore Roberto Cossu Condirettore Giorgio Giorgetti Direttore artistico Bianca Laura Petretto Grafica e layout Sofía Arango Echeverri La fotografia della copertina, realizzata da Marzia De Tavonatti, è un dettaglio dell’opera di Carlo Previtali. Le fotografie delle sezioni sono dettagli delle opere di R.B. Bhaskaran. La fotografia della retrocopertina, realizzata da Marzia De Tavonatti, rappresenta un’opera di Carlo Previtali. La poesia di Antonio Machado è tratta da: Giovanni Bernuzzi, Tramontata è la luna. Traduzioni poetiche da Saffo al Novecento, Happy Hour Edizioni © Aínas 2018 La traduzione, la riproduzione e l’adattamento totale o parziale, effettuati con qualsiasi mezzo, inclusi la fotocopiatura, i microfilm e la memorizzazione elettronica, anche a uso interno o didattico, sono consentiti solo previa autorizzazione dell’Editore. Gli abusi saranno perseguiti a termini di legge. is aínas faint is fainas . gli strumenti fanno le opere AÍNAS nº3 © 09/2018, reg. n° 31/01 Tribunale di Cagliari del 19 09 2001, periodico di informazione trimestrale, cartaceo e telematico. Iscrizione n° 372004 al Registro della stampa periodica Regione Sardegna, L.R. 3 luglio 1998, n° 22, ART. 21. ISSN 2611-5271 Editore Bianca Laura Petretto, Cagliari, Quartu Sant’Elena, viale Marco Polo n. 4 Direttore responsabile Roberto Cossu

B&BArt MuseodiArte contemporanea

www.bbartcontemporanea.it info@bbartcontemporanea.com

Un ringraziamento speciale a Guido Festa Progettazione e costruzione di “GLOVE BOXES” e prototipi per la ricerca farmaceutica e nucleare www.euralpha.it

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AINAS MAGAZINE

AÍNAS Nº3 4

editorial

4 non un volto di meno 7

chapter I . vip society 8 andy warhol 9 making money 13 la pop segreta 19 kill self 23

chapter II . special 24 bhaskaran’s life cycle 27 rebel

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chapter III . interview 36 the eighth step

41

chapter IV . the new code 42 resurface, il sussurro dell’acqua 55

chapter V . crossing

56 addis abeba, il canto di una città 64 uganda, oro, mitra e pioggia benedetta 72 l’afrique 75

chapter VI . pataatap

76 carlo previtali . gianfranco mura . a due voci 91

chapter VII . swallow 92 polenta d’africa

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EDITORIAL

aínas NON UN VOLTO DI MENO

Incontrerete molti volti in questo numero di Aínas. La Marilyn seriale di Warhol per esempio. O immagini disegnate dall’arte più contemporanea. Di molti, la maggior parte, non conosciamo il nome, anche se scrutiamo gli occhi che a loro volta scrutano noi. Vediamo qualche lineamento vagamente definito. Magari sappiamo dove guardano o dove vorrebbero guardare, ma non abbiamo altre indicazioni. Sono volti confusi nelle folle, intuiamo qualche dettaglio delle loro storie, ma probabilmente non abbiamo né la voglia né il tempo di immaginarle, di provare a fissarle. E perché poi? Non è certo una novità che la Storia vera è fatta da chi non ha volto. O meglio, da chi non ha tramandato quei volti. I volti dei primi uomini, dei soldati, degli schiavi, di potenti sfortunati (almeno per la Fama), di raccoglitori, agricoltori, cacciatori, vagabondi, eremiti, imbroglioni, onesti. E poi eroi dimenticati, commercianti, borghesi, rivoluzionari, reazionari. Gente allegra e gente riservata. I vili e i coraggiosi. I santi e i dannati. Gente che ha trionfato per una stagione o si è avvilita per una vita. O quelli che semplicemente hanno vissuto senza la regola dell’eccezionalità. La firma in calce alla Storia appartiene a loro. Anche se non avevano i tratti di Cristo o di Lenin. Non sarà mai fatto, perché impossibile, il ritratto dell’Anonimo. Re e suddito allo stesso tempo. In ogni luogo. Il mondo contemporaneo ci dice qualche altra cosa sul volto. Internet, in un’accezione riconosciuta dagli stessi padri fondatori, tende ormai a nasconderlo. Ha moltiplicato i decibel virtuali della voce. Ha fornito un generoso lasciapassare alla parola. Però ha nascosto il viso. Che sorride mentre sparla. O piange mentre sembra felice. O semplicemente spreca. Persino il soldato ha perso la faccia: la volontà è la stessa, ma trasferita sul drone o su un aereo invisibile. La moltitudine si esprime, ma non si svela. E appena ai bordi del virtuale i volti sfilano incessantemente, come sempre, con le loro storie. Li vediamo negli autobus, nelle feste, ai comizi politici, negli ospedali. Nelle guerre da migliaia di vittime, nei barconi. Nei corpi immobili dopo il naufragio. Ad Addis Abeba o New Delhi, nelle metropoli brulicanti e nei centri di (si fa per dire) accoglienza. Ci stanchiamo di vedere il volto acconciato di Trump ma non possiamo vedere i volti naturali degli Altri. Che spesso sono morti rapidamente. Così scopriamo che l’elenco degli anonimi in fondo è sempre lo stesso. Le voci sono uguali, incatenate molto spesso dalla Disuguaglianza. Parliamo di miseria, insomma. Quella che ha mezzi. E quella che non ha niente. Solo una vaga speranza, che balla sul mare o si rivolge alla Caritas. Diciamo che questa è una dedica, a chi teme che parlare troppo di cose di cui si parla troppo sia solo retorica. A tutte le storie che non saranno mai raccontate. Roberto Cossu

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LIQUID MEZZANINE Camicia della collezione “Liquid Mezzanine” e fotografia di Sofia Arango, 2014

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CAT & FISH Dettaglio dell’opera di R.B. Bhaskaran Mixed media su tela, 2018 76,2 x 152,4 cm


I VIP SOCIETY


VIP SOCIETY

andy warhol

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MAKING MONEY Prima ancora delle armi, per attuare una rivoluzione serve una buona strategia. Lo sapevano gli artisti della Pop Art. E la loro strategia fu quella di impugnare gli stessi strumenti che la nascente società di massa aveva monopolizzato: la pubblicità, la comunicazione, il marketing d’immagine. Strumenti moderni, figli delle nuove tecnologie, che portarono alla standardizzazione dei costumi di un Paese inebriato dagli effetti dell’espansione economica e dalle promesse di una nuova vita all’insegna del benessere, della ricchezza materiale e della perfezione estetica. Tra quegli artisti ce ne fu uno che a partire dagli anni Sessanta avrebbe rivoluzionato la scena artistica e culturale newyorkese. Forte dell’esperienza come illustratore pubblicitario, Andy Warhol comprese le potenzialità delle interconnessioni tra arte, produzione e comunicazione e diede vita a una serie di lavori che non sono frutto di alcun atto creativo ma si limitano a proporre un immaginario già esistente: quello familiare e universalmente comprensibile della pubblicità e della comunicazione applicate al commercio di beni di consumo. Nella Pop Art, o “arte del business” come la definì Warhol, i criteri tradizionali di qualità, unicità e abilità tecnica vennero rimpiazzati da parametri più consoni alle esigenze dei nuovi fruitori dell’arte, ossia i consumatori: reperibilità, popolarità, valore economico, approvazione pubblica.“Making money is art, and working is art, and good business is the best art”. La sfera pubblica e sociale nella New York degli anni Sessanta è uno dei temi centrali nella mostra “Andy Warhol – Vip Society”, alla Pinacoteca di Sarnico, sul Lago d’Iseo. La mostra raccoglie un corpus di opere che spaziano dalla serigrafia alla stampa, all’installazione, alla scultura. I richiami allo Star System della musica e del cinema sono squillanti: aprono le celebri serigrafie policrome di Marilyn Monroe (1967), con le quali Warhol tentò di dimostrare come un’icona del desiderio di massa avesse il medesimo valore di un prodotto di largo consumo come una bibita o un alimento: ad esempio i barattoli di zuppa Campbell’s, derrata che spopolava in America e che Warhol ritrasse in infinite variazioni trasferendo su supporto visivo uno stereotipo comportamentale tipico del consumismo. In una delle sale troviamo una piccola sequenza di queste stampe, accompagnate dalla riproduzione dell’installazione di scatole di zuppa esposta nella mostra “Boxes” del 1964 alla Stable Gallery di New York. Tra gli altri numerosi pezzi in mostra, il ritratto di Greta Garbo nelle vesti di Mata Hari, le copertine dei dischi rock e i ritratti multipli di Mick Jagger, un esemplare della serie “Skateboard Decks” realizzata con tavole da skate, una citazione della produzione artistica dedicata all’”Ultima Cena” di Leonardo. I tre piani espositivi della Pinacoteca Gianni Bellini, ricavata nel Palazzo Gervasoni, conservano molti quadri rinascimentali del Quattrocento e Cinquecento provenienti dalla collezione d’arte di Sarnico. La retrospettiva propone quindi un dialogo fra moderno e contemporaneo, tradizione e innovazione, passato e presente. “Vip Society” lascia al grande ed elegante enigma della pittura rinascimentale la possibilità di confrontarsi con la psichedelica schiettezza della Pop Art. Michela Bassanello

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VIP SOCIETY

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Pg. 10 - 21 BACKSTAGE ANDY WARHOL Pinacoteca di Sarnico Fotografie di Marzia De Tavonatti

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LA POP SEGRETA Felicissima fu la proposizione del compianto Gillo Dorfles che ebbe a definire la Pop Art come “il riscatto dell’oggetto di consumo”. Felicissima perché andò a soddisfare pienamente il palato democratico di chi intravedeva il superamento dell’arte come oggetto e concetto di pochi e per pochi. Una certa qual oligarchia artistica veniva superata, già negli anni Cinquanta, con operazioni di grande “onestà” e trasparenza. Il mondo come era osservabile diventava, attraverso la Pop Art, “il migliore dei mondi possibili”, l’unico desiderabile e, semmai, garbatamente criticabile. E su questo sentiero s’incamminò lo stesso Andy Warhol, definito, forse un po’ troppo frettolosamente, il padre della Pop Art. Non fu, infatti, il primo a parlare “popular”. Semmai fu colui che esplorò appieno quest’area appartenente a un concettualismo che esibiva degli addentellati naturali già nelle manifestazioni artistiche di pensatori del calibro di Marcel Duchamp. Innegabilmente, infatti, lo scolabottiglie (1914) o la fontana-orinatoio (1917) spezzano definitivamente il “ritmo” grave dell’arte occidentale e aprono a esperimenti di ridefinizione etimologica dell’arte. Warhol ebbe il grande merito di portare la Pop Art alle estreme conseguenze dichiarandosi, altresì, implicitamente, come il concluditore del significato e della funzione dell’immagine rispetto alla parabola ultra millenaria che va dal paleolitico ai giorni nostri. Warhol fu un ricognitore della situazione visuale americana degli anni Cinquanta e Sessanta. I suoi lavori di grafico pubblicitario divennero, quindi, nel giro di un decennio (tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta), operazioni artistico-concettuali profondissime che ancora oggi rimangono parzialmente incomprese. Il capitalismo e il consumismo della società di massa divennero i suoi soggetti-bersaglio: lungi dall’assumere posizioni di critica e di contrasto (rispetto a quanto fecero i suoi colleghi dell’astrattismo espressionista), Warhol si orientò nella direzione propria di una fedele registrazione del “tempo dei simulacri” dove nulla più è dato come originale, ma tutto è copia di copia. La riproduzione delle cose non è falsificazione, ma una normale e regolamentata operazione economico-culturale. Warhol si introdusse in questa corrente adottando la serigrafia e la sua serializzazione come formula visiva del presente. Niente zuccheri aggiunti, quindi. Nessuna edulcorazione della pillola. Warhol affondò in questa corrente del presente permanente dove l’immagine non racconta più nulla, ma si esaurisce nel breve spazio di pochi secondi capaci di “bucare” e di sostenere l’immaginario collettivo che si identifica in ciò che vede. Ma l’operazione di Warhol tradisce, al fondo, una mai cessata poetica dell’ironia che, attraverso la rappresentazione di visi di fredda allegria, giunge a mostrare la perdita del valore in sé dell’oggetto artistico che diviene arte solo in virtù di una consacrazione fittizia da parte dei nuovi sacerdoti dalla contemporaneità. In una delle numerose varianti della pluricelebrata “Last supper”, l’immagine del Cristo vàpora e si decompone con le caratteristiche proprie di un manifesto vecchio e impolverato di centrale ferroviaria. Solo il nome di Andy Warhol torna a fare assumere al foglio un valore e una considerazione altrimenti impossibili. Andy Warhol muore nel 1987, ma senza aver tralasciato la compiutezza di una riflessione artistica che sa di testamento e di fine della storia. Con Warhol i cancelli del Novecento si sono chiusi e non sembra che sia ancora giunto il tempo di una convincente riapertura. Massimo Rossi

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VIP SOCIETY

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KILL SELF Tu ti nascondi i brufoli, io un ciuffetto nero, proprio qua, sulla fronte, che resiste a qualsiasi tintura. Guardami, Andy, e smetti di dipingermi. È il 1967 e sono morta da cinque anni. Sono la donna più bella d’America ma dei tuoi ritratti quello che mi piace di più è tutto scuro. Con la bocca nera. Volevo essere biondo come i miei nonni cecoslovacchi. Mi metto le parrucche, mi spalmo in faccia una cremina color carne. Per il naso non posso fare niente, lo accorcio con gli occhiali. Mi maschero, come fai tu. E così sembro meno melanconico. Sei timido e pieno di ansie: in questo siamo uguali. Sei un artista e tuo padre faceva il minatore. Voglio chiamarti Andrew, come all’inizio a Forest City. Non mi piace quel nome, Norma Jeane, ho fatto molta fatica a dimenticarlo, anche se vivo ancora con mia madre in una casa piena di gatti. Hai allestito vetrine e disegnato scarpe, hai un laboratorio dove passano tipi strani: qualche talento e molta marmaglia. Io frequentavo i Kennedy. Non ti han fatto felice, né loro né i tuoi mariti. Sono nata in California da una madre schizofrenica. Sono un’attrice. E nei film sono dolce, un po’ svampita, una miope che non porta gli occhiali. Da bambino collezionavo le foto delle star, accumulavo gli oggetti e li stipavo dentro le scatole di cartone, le mie Capsule Time. Roba qualunque, che ho trasformato in monumento. Ho fissato anche il tuo viso, impedendoti di diventare vecchia. Kill Self, scrisse il New York Mirror il giorno dopo. Abbiamo avuto infanzie tormentate, my dear. Io quasi orfana, tu sempre malato. Non siamo mai guariti. Ero la Blonde Bombshell che consolava i soldati. Gli uomini non mi hanno salvata. A spararmi è stata una donna. Non mi ha ammazzato, ma ho passato mesi in ospedale. Avevo paura di tutto, prima delle pallottole, anche di prendere l’ascensore. Dopo è stato peggio. Alessandra Menesini

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KING FISHER Dettaglio dell’opera di R.B. Bhaskaran Mixed media su tela, 2014 121,92 x 152,4 cm


I I SPECIAL


SPECIAL

bhaskaran’s life cycle With visual wit, mastery of a broad range of painting techniques, a sharp sense of evocative color now upbeat, now poignant and ingenuity as to where to use what to optimum effect, R.B. Bhaskaran introduces the viewer to an alternate universe populated by mountains, birds, fish, man and woman, elephant which play as metaphors or symbols in his various suits of works as “Evolution”, “Life Cycle”, “Cat”, “Couples” and “Still Life”. Intimations of personal and familial history are the starting points of fantasy and imagination. His depictions of the Life Cycle, amounts to a wonderful walk through the fanciful normalities and quotidian strangeness’s of dreams or of the blurred focus and luminal discomforts of what it looks and feels like to be dreaming, with lingering presences of people. A compendium of paintings and drawings are displayed in a vivid and lovingly achieved installation devised to recall the actual rooms he grew up in, these still-lives reflect his typically forthright attack, with brusque strokes and colours that evoke keen sensations of atmosphere and place. But Bhaskaran’s work has other qualities, as well. He has a sharp eye for the rhythmic ordering of forms, for subtly measured intervals and locations that turn his compositions into charged meditations. Life Cycle finds R.B. Bhaskaran deconstructing classical style. He inserts into the centre of this painting images of fragmented organic forms, shapes that dominate his compositions. For now his palette is predominantly grey and yellow ochre. The StillLife includes many objects vases, fishes and plants associated with cubist still lives. But now some of these things are brightly colored and they spill out of the picture, pressing beyond the boundaries of the frame bordered by gracefully drawn curves. Very quickly, Bhaskaran’s style then goes through a bewildering variety of changes. The confident touch and lucid colours lent themselves especially well to watercolour. Bhaskaran claims he never completely left abstraction, and we can see echoes of the principles of his teachers, A.P. Santhanaraj and L.Munuswamy of the 1960’s Madras Art Movement, resonating in the landscapes, interiors, and still life’s he produced over the course of nearly 50 years. Up close, it’s a mosaic of paint strokes differentiated mostly by colours ranging from muted to strident. But at normal viewing distance, they coalesce into gestures. At the canvas’ centre, a configuration of reds varying from a fleshy paleness, to

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an elusive violet in half-shadow, to full-throated pale scarlet in shade that becomes the jagged passage of light over a bouquet. Below, the inert beige of its vase barely restrains an adjacent yellow the tabletop behind, brilliantly illuminated. Simple in its elements, this sequence conjures up a complex of sensations: a ruffle of overspreading blossoms, their stolid support, and an abrupt escape to places beyond. Bhaskaran’s coherent attack makes it all seem effortless. In fact, in the same canvas he then moves on to secondary rhythms, elaborating the table’s full expanse and surroundings without diluting the first. Overlapping colours, conveying the soft sheen, the acrid yellow transparency of a jar, and finally the quiet luminosity of a tumbler’s column of water, turns the picture into a busy plunge into space. The distance from near to far edges of the table becomes almost supernaturally tangible. A mischievous verve and disarming sly humour propel a number of the large paintings, the commotion of figures and burst of objects set against sophisticated constructs of sharply formed, angular planes of flat, saturated colour. The denizens of these very urban scenes may be charmingly appealing with characters that are slightly askew managing to transmit, at the same time, and with aesthetic sophistication, an endearing, guileless innocence. With a first time view, the vision is one of wonder. “A minute in the world’s life passes!” Cézanne once exclaimed. “To paint it in its reality and forget everything for that!” Bhaskaran‘s work shows this intense interest in his visible surroundings, as well as her unaffected virtuosity. For him, too, a discipline of forms liberated a deeper search for the real. Abhijeet Gondkar

R.B. BHASKARAN Born in 1942 at Chennai, India. Former Chairman of Lalit Kala Akademi, National Academy of Art, Govt of India, Department of Culture. Bhaskaran studied Advanced Painting at Arts and Crafts, Chennai from 1960-66. In 1964 he underwent training in Fresco Technique at Bhanasthali Vidyapith College, Rajasthan. Under a Scholarship from IAPA, UNESCO, in 1968 studied Intaglio printmaking, lithography and ceramics at Ein Hod in Israel and between 197080 he worked on the same technique under Prof. Paul Lingren of Smithsonian Institute, USA, in India crowning his study of Printmaking techniques with Post-Graduate studies at Portsmouth Polytechnic, England as a British Council Scholar. He won Fellowship from Department of Culture, Government of India, Ministry of Education, New Delhi successively in 1979, 80, 81, 84 and 86. In 1982 he won the National Award for Graphic Art and served as a jury for National Exhibition of Art, Govt. of India, New Delhi. Participated in Festival of India, Print Workshop at San Diego State University, USA. Served as commissioner of 6th Triennalle, India, Indian Section. Bhaskaran has held important offices, namely that of an Honorary Secretary Lalit Kala Akademi, Chennai in 1987, Principal at the College of Art, Kumbakonam, Tamilnadu in 1995, and between 1997-2001 served in the same capacity at the Government College of Art, Chennai. Served as member of India Council for Technical education and as Eminent Artist, LKA, New Delhi between 1997-2002. He has also Served as International Juror for the Florence Biennale, Italy in 2005, 2007, 2009, 2011, 2013 and 2015. Apex Committee member for the National Gallery of Modern Art, Dept. of Culture Govt. of India New Delhi. He has widely travelled to Europe, East Asia and USA on various lecture tours on Modern Indian Art, at the invitation of various Universities. Bhaskaran has held one man shows between 1966 to the present in India, Tel Aviv, Jerusalem, Suva in the Fiji Islands, UK and Holland. R.B. Bhaskaran lives and works in Chennai, South India.

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SPECIAL

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REBEL Un ribelle che negli anni ‘60 fa nascere insieme ad altri artisti il “Madras Art Movement” per affermare l’individualismo, l’indipendenza e la libertà nella coscienza artistica indiana. R.B. Bhaskaran è un maestro contemporaneo che ha saputo coniugare sapientemente le immagini e gli schemi della cultura antica dell’India con una restituzione originale dell’arte e del pensiero moderni. Le sue opere hanno volti, sguardi e campiture grafiche da cui affiorano i corpi affusolati di Modigliani e i ritratti cubisti di Pablo Picasso. L’uso del colore e la forza della forma hanno il rigore e la meraviglia delle geometrie di Paul Cézanne, le sue composizioni regali dedicate alla famiglia, alla coppia, all’intimità, evocano l’impatto raffigurativo e prezioso di Diego Velázquez. Sperimentatore e profondo conoscitore delle tecniche pittoriche e di stampa, non accetta la teoria del “Nativismo” e la sua arte nobile ed eccentrica trova espressione nei suoi gatti sinuosi: sono caratteri, il suo personaggio artistico, il vagabondo che cammina. Attraverso la sua identità personale passa l’identità dell’India. Bhaskaran non vuole avere restrizioni e rifiuta l’”Indian style”, introduce consapevolmente nelle sue opere i motivi e i temi indiani con un linguaggio originale, determinato e innovatore. Racconta che negli anni ‘60 il processo di insegnamento deputato all’artista era molto diverso da quello attuale. I professori d’arte creavano i propri lavori alla presenza degli studenti perché potessero apprendere e ispirarsi. Nel suo studio o nelle accademie Bhaskaran disegna e crea i dipinti con gli allievi intorno, li rende partecipi del suo processo creativo. Diversi anni fa, osservandomi, aveva disegnato una gatta incorniciata da un filo da cui pende un pesce. Quegli occhi felini raccontano una persona, uno stato d’animo, un passaggio e un incontro. Bhaskaran guarda con ironia e profondità il gesto dell’arte, traccia il segno per lasciare un’eredità. Bianca Laura Petretto

◀ LANDSCAPE

Mixed media su tela, 2014 91,44 x 121,92 cm

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SPECIAL

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◀ LIFE CYCLE Mixed media su tela, 2015 121,92 x 121,92 cm __________________ CATS Mixed media su tela, 2014 76,2 x 45,72 cm

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SPECIAL

REBEL A rebel who in the ‘60s gave birth, together with other artists, to the “Madras Art Movement” to affirm individualism, independence and freedom in the Indian artistic conscienciousness. R.B. Bhaskaran is a contemporary master who has been able to wisely combine the images and patterns of the ancient culture of India with an original restitution of modern art and thought. His pieces show faces, looks and graphic backgrounds from which Modigliani’s slender bodies and Pablo Picasso’s cubist portraits emerge. The use of color and the strength of form contain the rigor and wonder of the geometries of Paul Cézanne. His regal compositions dedicated to the family, to the couple and to intimacy evoke Diego Velázquez’s representational and precious impact. Bhaskaran is an experimenter and profound connoisseur of pictorial and print techniques. He does not accept the theory of “Nativism” and his noble and eccentric art finds expression among his sinuous cats: they are characters, his artistic character, the walking vagabond. Through his personal identity, he transmits the identity of India. Bhaskaran does not want to have restrictions and refuses the “Indian style”. He purposely introduces Indian motifs and themes into his works with an original, determined and innovative language. He says that in the ‘60s the artists were taught to a very different teaching process than they are today. Art professors created their works in the presence of their students so they could learn and be inspired. In his studio or in art academies, Bhaskaran draws and creates paintings with the students around him, makingthem participants in his creative process. Years ago, while observing me, he drew a cat framed by a thread from which a fish hangs. Those feline eyes tell the story of a person, a state of mind, a passage and an encounter. Bhaskaran looks with irony and depth at the gesture of art; with a simple brushstroke, he leaves a legacy. Bianca Laura Petretto (Tr. di Pablo Echeverri Montoya) ◀

STILL LIFE Mixed media su carta, 2017 76,2 x 106,68 cm

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◀ DRAWING Mixed media su carta, 1973 55,88 x 45,72 cm __________________ BIRD AND THE MAN Mixed media su tavola, 2015 81,28 x 86,36 cm

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CATS Dettaglio dell’opera di R.B. Bhaskaran Mixed media su tela, 2017 71,12 x 175,26 cm


I I I INTERVIEW


INTERVIEW

the eighth step

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<La prima volta che l’ho vista mi ha colpito il gusto nel vestire. Come se attraverso gli abiti esprimesse la sua anima. E la donasse agli altri. Poteva indossare una canottiera o un abito da sera, per dipingere o andare al mare. Raccontava comunque la bellezza. Una bellezza piena>. Linda Salerno collezionava abiti: una sterminata distesa di capi, comprati, cercati, scovati ovunque. La griffe o la svendita. Elena Morando condivide la sua passione. Ma per lei vale il presente, mentre Linda non c’è più. L’anima però è rimasta, in quei vestiti, in quelle scarpe, in quei cumuli che avevano scandito una vita, prima della malattia, prima di un viaggio in Sardegna per sperimentare l’ultima speranza nel culto dell’acqua. Quella speranza che <è una buona colazione, ma una pessima cena>, diceva Francis Bacon. Elena aveva imparato a conoscerla quell’anima, in Gallura, e poi ha pensato che, più dell’omaggio di un’artista e di un’amica, fosse importante - e bello - conservarla. Il ricordo è un’altra morte, si dice, ma il ricordo della bellezza è una vita perpetua. Lo pensa anche il marito di Linda, Martin Kunz, che della malattia di Linda ha fatto la sua malattia, prima di riacciuffarsi alle cose di tutti i giorni. Ai libri, alle produzioni, alla passione artistica, alle mostre. Martin che, dopo, dopo tutta una esistenza, ha chiesto a Elena: <Vieni a vedere i suoi vestiti>. Migliaia. È questo il delicato recinto dove è nato il film-performance “The Eighth Step”. Interpretazione di Morando, produzione di Kunz. Presentato al Festival di Cannes e al Festival dei due mondi di Spoleto. Ovviamente “To Linda”. Al di là della moda, frivola o charmante, berciante o artistica, arrogante o allusiva, rimarrà sempre il dubbio: il vestito fa la persona o la persona fa il vestito? Forse entrambi. È comunque una narrazione. Una storia. Molte storie che si intrecciano, fasi di vita che collidono o si fondono. Nel caso di Linda quel caleidoscopio di stoffe era anche il suo modo di fare arte e di narrarlo. <Questo è ciò che ho capito>, spiega Elena. E per questo ha voluto narrare ciò che Linda narrava. Così è come se nel film una esperienza d’arte - che non è così lontana dalla vita - si sovrapponesse all’altra. Elena Morando mostra raramente il suo volto. Ciò che conta è il corpo, nudo nei sensi della libertà, dell’essenzialità, della possibilità di interpretazioni. C’è una purezza nella pelle che aspetta l’abito. E gli abiti piovono dai bordi della scena, cambiano rapidamente, si accumulano, entrano ed escono dal corpo vertiginosamente. Quasi che la danzatrice volesse inghiottirli. Per indossare altre personalità, provarle tutte, cercare l’introvabile. Fin dal primo istante. Come il bambino che si infila nei vestiti della mamma, e soprattutto nelle sue scarpe. Troppo grandi, ma meravigliose e accoglienti. Come un’adulta, ottocentesca o contemporanea, avida di scoprire cosa c’è oltre se stessa. Soffia una straordinaria forza di desiderio - desiderio del bello e dell’ineffabile - in tutto questo e il film la restituisce. <Mi sono guardata allo specchio. Come attrice cosa posso fare? Ho la carnagione bianca, non sono maggiorata, ho un corpo neutro. Voglio usarlo per raccontare una storia, un personaggio che gioca con la sua opera>. Elena gioca come giocherebbe Linda. E il gioco è serio anche se accarezza il divertimento. Sull’orlo del sorriso prima di una leggera inquietudine. Perché alla fine <è il confronto con un’assenza> e l’intero lavoro di preparazione è stato una lotta con la mancanza. E alla fine, quando gli abiti neri hanno avvolto l’ultimo gradino, <ci siamo commossi>. Il marito e l’amica. Il produttore e l’artista. <Ma tutto mi era venuto facile>, dice Elena: <Mi sentivo come se lei fosse presente>. Hieronymus Smith Pg. 38 - 39 THE EIGHTH STEP Un film di Elena Morando, ispirato da “Seven Steps”, serie artistica di Linda Salerno Produzione K10 Martin Kunz. Fotografie di Alessandro Viganò

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INTERVIEW

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STILL LIFE Dettaglio dellâ&#x20AC;&#x2122;opera di R.B. Bhaskaran Mixed media su tela, 2016 106,68 x 134,62 cm


I V THE NEW CODE


THE NEW CODE

resurface, il sussurro dell’acqua

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Chia Devis è un’artista colombiana che predilige la pittura. Utilizza l’olio e l’acrilico per sperimentare lo spazio e la materia. Nella prima parte della mostra cieli plumbei preannunciano un cataclisma. Le opere della serie “Turbolenze” aprono squarci sul tema dell’inquietudine; macchie scure, dove si nasconde, in posizione fetale, una donna, persa, strappata, inabissata, nell’urlo non udito da alcuno. Sono ombre pesanti e impenetrabili, fatte di nubi cariche di burrasca, ricordano l’archeologia dell’ombra di Matías Quintero Sepúlveda dove l’artista incide personaggi mitologici che emergono graficamente dalla materia nera. Chia Devis, attraverso un mare oscuro, scova l’impietosa presenza del dolore in una figura di donna nascosta tra i brandelli di una tempesta, dipinta con la cenere, senza fiamma, senza vita. Non esiste il sangue, non esiste la lama, non esiste la violenza, ma si sente l’urlo della barbarie e l’opera “Camicia di forza” segna il rapporto fetale con la vita, con il diritto di nascere e di vivere e con la negazione brutale della libertà. Un efferato crimine che si consuma nel totale silenzio, quello di spezzare la vitalità di un essere umano che fluttua nell’ombra di un nubifragio. Una camicia che è la mappa della sua casa, indossata da un manichino che non c’è. L’artista, che ha una formazione accademica in cui ha approfondito il design e la moda, usa la bellezza, lo stile, come media per celebrare con una veste, imbrigliata nei lacci di cuoio, la impotente ribellione alla violenza. E, in questi frames, si imprigiona la vita, si condensano gli eventi, come nell’immagine della “grande onda” di Hokusai. L’effetto del vuoto, presente nella xilografia dell’artista giapponese, accomuna l’ultima produzione di Chia Devis all’arte dell’ukiyo e del mondo fluttuante che rende rarefatto un evento e attraversa in modo spaziale la materia. Nei lavori dove l’artista colombiana dipinge i volti deformati che affiorano dal fondo di un oceano o di una piscina esplodono le potenti onde che scivolano nella sottile capacità di sentire e praticare la bellezza. Chia Devis non si sottrae a questo richiamo e recuperando la materia crea una nuova serie di opere che hanno come tema l’acqua e l’emersione. Sono opere viste dall’alto con vetri in sezione, sovrapposti come quinte che restituiscono il mare, l’abisso da cui emergono i corpi delle persone, prima deformate poi, pian piano, visibili che riaffiorano silenziose. Il suo è un viaggio della speranza. Un viaggio di trasformazione del dolore per ritrovare la vita. L’arte accompagna questa trasformazione con il colore, la trasparenza e le opere liquide purificano e rigenerano per scoprire il complice sussurro dell’acqua. Bianca Laura Petretto

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RESURFACE, THE WHISPER OF WATER Chia Devis is a Colombian artist who prefers painting over other visual art techniques. She uses oil and acrylic to experiment with space and matter. In the first part of the exhibition, plumbous heavens announce a cataclysm. The works in the series “Turbaciones” opens the exhibit with the theme of disquietude; dark blemishes, a woman feels lost, screams but these cries are not heard, remains in a fetal position, torn, sunken. Heavy and impenetrable shadows, made out of stormy clouds, reminiscent of the archaeology of the shadow of Matías Quintero Sepúlveda where the artist engraves mythological figures that emerge graphically from black matter. Through a dark sombre sea, Chia Devis finds the merciless presence of pain in a figure of a woman hidden amongst the shreds of a storm, painted with ashes without a flame, lifeless. Within her work there is no blood, no weapons, and no violence, instead we hear the scream of barbarism in her work “straitjacket” that marks the fetal relationship with life, with the right to be born and to live and with the brutal denial of freedom. A heinous crime that is consummated in total silence, a crime which breaks the vitality of a human being floating in a black shadowy shipwreck. A constraining jacket made with a fabric that has been imprinted with the architectural plans of her house, worn by a dummy that is not there. The artist, who has an academic background in fashion design, uses beauty and style as a medium to commemorate her scholastic heritage, with a garment, tethered with coarse leather belts that restrain her abruptly from her impotent rebellion against violence. Lastly, in her series “Resurface”, she shows how life is imprisoned and events are condensed, as the image of the “great wave of Hokusai”. The effect of the void, present in the Japanese artist’s woodcut, unites the last of Chia Devis’s production to the art of Ukiyo and the fluctuating world that makes an event rarefied and traverses the material spatially. In the works where the Colombian artist paints the deformed faces that emerge from the bottom of an ocean or a pool, the powerful waves explode with a subtle ability to feel and practice beauty. Chia Devis escapes from any beauty context retrieving the material with which she creates a new series of works that have as their central theme water, metamorphosis and re-emergence. These art pieces have a bird view perspective from above, a glass overlays the work that nostalgically returns back to the sea, the abyss from which the bodies of the persons emerge, first deformed then, slowly, visible, silently reappear. This is a journey of hope. A journey of transformation of pain to rediscover life. Art accompanies this transformation with colour, transparency and liquid works purify and regenerate to discover the conspirator whisper of water. Bianca Laura Petretto

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LAVORO NELLO STUDIO D’ARTISTA DELLA SERIE RESURFACE Chia Devis Acrilico su acetato, 2018. 700 x 140 cm Fotografia di Javier La Rotta _________________________

◀ RESURFACE Nº25 Chia Devis Acrilico su lastra acrilica, 2018. 25 x 25 x 25 cm Fotografia di Javier La Rotta – 45 –


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RESURFACE Nº13 Chia Devis Acrilico su lastra acrilica, 2018 25 x 25 x 25 cm Fotografie di Javier La Rotta ________________________

◀ ACQUA Nº1 Fotografia di Gianfranco Mura – 47 –


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RESURFACE Nº21 Chia Devis Acrilico su lastra acrilica, 2018 25 x 25 x 25 cm Fotografie di Javier La Rotta ________________________

◀ LAVORO NELLO STUDIO D’ARTISTA DELLA SERIE RESURFACE Chia Devis Acrilico su acetato, 2018 700 x 140 cm Fotografia di Javier La Rotta – 49 –


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◀ LAVORO NELLO

STUDIO D’ARTISTA DELLA SERIE RESURFACE Chia Devis Acrilico su acetato, 2018 700 x 140 cm Fotografia di Javier La Rotta

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RESURFACE Nº28 Chía Devis Acrilico su lastra acrilica, 2018 25 x 25 x 25 cm Fotografie di Javier La Rotta ________________________

◀ ACQUA Nº2 Fotografia di Gianfranco Mura – 53 –


WATERMELON Dettaglio dellâ&#x20AC;&#x2122;opera di R.B. Bhaskaran Mixed media su tela, 2009 114,3 x 167,64 cm


V CROSSING


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addis abeba, il canto di una città – 56 –


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ALBA L’alba è annunciata dai canti. E da sempre è un’alba che per gli occidentali suonerebbe strana. È marzo, ma non ha importanza. Mezzogiorno coincide sempre col sorgere del sole. Alle otto del mattino la luce è già forte e risuonano i canti musulmani dei muezzin e quelli copto ortodossi. Si fondono, in un concerto che chiama a raccolta. Che ogni giorno ricorda origini diverse ma un solo istinto religioso. Sono un’unica appartenenza civile di fedi differenti. Vengono in mente le nostre campane, quando formavano il ritmo quotidiano, scandendo le abitudini della comunità. Qui sono ancora il sottofondo acustico dell’esistenza. Sempre uguale e sempre diverso. Un coro che sale, anticipa il canto dei merli, fa da ouverture al primo brulichio della giornata. Mi sveglio e mi alzo. Sto alla finestra col registratore in mano. Vedo la distesa dei tetti. La rete della case. In lontananza qualche costruzione alta, i nuovi palazzi. Il resto, quasi tutto, è contemporaneità che sconta la povertà. Vedo la zona ampia delle capanne di fango con i tetti di lamiera. E una foresta di antenne paraboliche. In molte casupole si ripete lo stesso racconto: la porta di metallo, una capra, una lampada al neon e un televisore che trasmette perlopiù telenovelas africane. Schiudo gli occhi e sento i canti. Mi fanno sentire vivo, mettono in risonanza emozioni profonde. Cominciano a circolano le vecchie Fiat, i taxi Lada, macchine con le portiere che spesso si chiudono col fil di ferro. I furgoncini che fanno da taxi collettivo. Addis Abeba si muove. AL MERCATO Dicono che sia il più esteso dell’Africa. Una città dentro la città composta a sua volta da una serie di minuscoli villaggi. Vicoletti, labirinti, tendopoli. L’aria è densa di odori, suoni, polvere, colori. Il primo giorno entro al mercato da solo e subito mi sento mille occhi puntati addosso. Qui le persone di pelle bianca sono rare ed è ancora più strano che si inoltrino da sole in un territorio non turistico. Se incontro qualcuno col mio stesso colore scatta uno sguardo di complicità. Gli altri sguardi hanno un’energia diversa, e mille sfumature, spesso contrastanti: curiosità, simpatia, disprezzo, ammirazione. Io invece guardo fugacemente. Esploro, ma non mi soffermo mai. Non voglio attrarre troppa attenzione. Paura? Forse. O forse no. Rispetto. Capisco di essere fuori luogo. Molti mi chiamano. Vogliono che mi avvicini al loro banchetto. Alle mercanzie che espongono. I bambini mi chiedono insistentemente “money, money”. Gruppi di ragazzini cresciuti troppo rapidamente e organizzati in piccole bande si avvicinano e mi circondano. Al collo hanno appeso vassoi di cartone e mi propongono chewing gum e caramelle. Capisco che il mio passaggio lento in questo luogo modifica una routine secolare. E vorrei essere invisibile, senza elementi estranei: vorrei catturare i suoni reali del mercato, condividere il flusso naturale delle cose. E’ impossibile tirare fuori qualsiasi marchingegno tecnologico senza insospettire, o soltanto attirare l’attenzione. Il secondo giorno mi porto appresso un paio di microfoni invisibili, incorporati nelle cuffiette. Registro. E di nuovo sento i sensi di colpa: in fondo è come spiare. Ingannare lo sguardo di chi mi sta attorno. Tutto in nome della documentazione e delle ricerca fonoantropologica. E’ così innocente? Solo turismo sonoro? O non un’altra forma di colonialismo? Ci penso ancora: nello zainetto, tra microfoni, registratore e videocamera ho quanto basterebbe a sfamare una famiglia per almeno due anni. Eccolo il senso di colpa. Qui c’è un europeo privilegiato e saccheggiatore. Che cammina per le strade di un paese non turistico. Un paese pacifico, che non ha partiti dominanti, bombe da lanciare. Ti senti sicuro perché qui, ti ripetono spesso, c’è il tabù del furto. Cammino, sento i suoni e i rumori. E loro sentono me. Sono uno straniero. Ma forse, passo dopo passo, non sono più un estraneo.

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CROSSING CAMMINANDO Oggi faccio un sound walking: registro un percorso a piedi (Sono ospite dell’Istituto di cultura Italiano, alla mia quarta residenza artistica incentrata sul paesaggio sonoro della città). L’Istituto e le scuole italiane sono dentro una sorta di isola verde, protetta da cancelli e guardie. Oltrepassare il cancello mi dà la sensazione di tuffarmi in un altro mondo. Le strade sono polverose, i marciapiedi dissestati. Vedo buche dei tombini senza coperchi, canali delle fogne profondi e senza protezione. Percorro la strada principale verso la piazza centrale che qui chiamano “piassa”, memori di un passato italiano. Una melodia elettronica segnala una bilancia dove puoi pesarti in cambio di una elemosina, donne sedute in terra reggono bimbi di pochi mesi e vendono noccioline, altre friggono patate. Ci sono noleggiatori di giornali quotidiani, file di lustrascarpe, venditori di contenitori di plastica, scarpe usate, montagne di biancheria intima. Manichini ammaccati e mutilati indossano abiti da cerimonia dietro vetri opachi di polvere, ciechi che camminano in fila indiana cantano una melodia infantile straziata dall’eterna ripetizione. E foto di Gesù e calciatori, crocefissi e rockstar, odore di caffè tostato, pile di mango e banane, palazzi in costruzione ingabbiati da impalcature in eucaliptus che affiancano baracche e qualche residuo di architettura italiana. Il traffico è intenso, l’aria spesso irrespirabile. Clacson, voci, grida di venditori e taxisti. Dalla strada principale si diramano stradine in terra battuta e dissestata, delineate da case basse, in fango, pietra e lamiera. Sono vie popolate da bambini, capre, piccole baracche con attività commerciali che vendono spezie, uova, chat, verdure, galline, spezie e paccottiglia cinese. Molti uomini e donne, sdraiati per terra, avvolti di stracci, aspettano qualcosa. E ancora bambini, sorpresi e allegri. Registro i suoni sentendo un senso di scollamento: la mia attività di registrare, documentare, è il frutto di una speculazione intellettuale occidentale, di percorsi mentali lontani anni luce da questi sguardi, da questi odori. Qui il senso della vita è profondamente diverso dal nostro. Alessandro Olla Pg. 58 - 63 ETHIOPIA Fotografie di Alessandro Olla


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uganda, oro, mitra e pioggia benedetta – 64 –


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“Akorò” mi dice la vecchia toccandomi il braccio: “Akorò”. Si solleva una maglietta logora, i seni penduli le arrivano all’ombelico. Si tocca la pancia. Qui impari subito che Akorò vuol dire ho fame. I più smaliziati te lo dicono quando li guardi con simpatia, quando chiedi di poterli fotografare. Siamo in Karamoja, la regione più povera dell’Uganda. Ci trasferivano i funzionari piantagrane, un po’ come la Barbagia fino agli anni Cinquanta. Idi Amin la usava come riserva di caccia per i suoi sgherri. Avvistiamo un leopardo e da queste parti sembra sia un miracolo. Lui non ci degna proprio. Attraversa la strada ondeggiando, si perde nella savana. L’ultima cosa che vedo è la punta bianca della coda che segue il ritmo della zampa felpata. L’Uganda. Su 187 nazioni, nella graduatoria mondiale del benessere, è al 161 posto. L’attesa di vita alla nascita è di 43 anni. Qui opera una Organizzazione non governativa che si chiama “Africa Mission”. L’ha fondata, nel 1982, don Vittorio Pastori, meglio noto come don Vittorione. Duecento chili di voce tonante e pragmaticità settentrionale. Possedeva il miglior ristorante di Varese. Un giorno è andato in Africa a trovare un amico vescovo, ha visto i bambini scheletrici, è rimasto sconvolto e ha venduto tutti i suoi averi. Si è chiesto: cosa ci vuole, qui? Si è risposto: acqua. L’acqua distante decine di chilometri dai villaggi, quella che donne e bambini dovevano andare a prendere ogni santo giorno riempiendo taniche pesanti da caricare sulla testa. Gli uomini no: si ubriacavano di birra (calda, in Africa piace così) e sparavano tra loro, ma di questo parleremo dopo. Vittorione allora, dopo il primo viaggio in cui si era sentito vagamente allocco perché era arrivato tipo con la cioccolata e altra roba volenterosa ma inutile, ha deciso di far trivellare pozzi. In 36 anni, Africa Mission ne ha scavati più di mille. Ogni perforazione è una festa. L’acqua schizza in alto. La gente applaude e poi corre a ripararsi… Una pioggia benedetta. Impariamo altre due parole: ngakipì è l’acqua. Helakarà, invece, vuol dire grazie. Durante il nostro viaggio, diremo grazie tante volte. Le basi di Africa Mission in Uganda si trovano a Kampala e a Moroto, tra i Karimojon. Gente rissosa. Un solo centro del loro mondo: le vacche. Talmente sacre che quando è stato proposto l’aratro a buoi in sostituzione della zappa, molti capi famiglia si sono messi a piangere e qualcuno ha chiesto: “Non possono tirarlo le donne?”. Se le rubano a vicenda, le mucche. Quadrupedi scheletrici con una gobbetta sotto il cranio. Più vacche hai, più vali nella scala sociale del Karamoja. Ti sposi la donna più bella, perché qui la dote la porta l’uomo: deve foraggiare l’intero clan dell’amata. Fino a dodici anni fa le rapine erano sempre a mano armata e siccome i Karimojon hanno sempre ritenuto superflua ogni forma di vestiario, non era raro vederli andare in giro completamente nudi, ma con un mitra automatico a tracolla. Il presidente Museveni li ha disarmati, dopo anni di pugno di ferro. Ricorda bene quel periodo Hassan, la guida factotum del viaggio. Lui appartiene alla tribù dei Baganda, il gruppo dominante che infatti dà il nome allo stato (Uganda). Conserva ancora un sacro terrore dei Karimojon di una volta e quando li descrive aggiunge, con raccapriccio: “Without Mutanda” . Quasi gli facesse più paura questo del mitra sempre carico. Ogni nemico ucciso, una fila di piccole scarnificazioni, piccole cicatrici a formare lunghe serie che il guerriero Karimojon si autoinfliggeva con orgoglio. Negli anni hanno iniziato anche a vestirsi. A modo loro, ovviamente. I Karimojon interpretano, voler imporre loro qualsiasi cosa è una debolezza da neofiti. Le donne si agghindano con magliette e gonnelline, graziose. Per lo più scalze. Per gli uomini, vecchi o giovani, il look primavera-estate-

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Pg. 66 - 71 UGANDA Fotografie di Annapaola Ricci


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autunno-inverno è il seguente: cappello con una vezzosa piuma di struzzo (o da cow boy, molto in voga presso gli anziani), t-shirt e sopra – con una certa solennità – una coperta leggera che copre una spalla e si solleva quando alzano il braccio. Basta. Il “Whitout Mutanda” vale anche oggi. Nei villaggi, i piccolini scorrazzano nella nudità assoluta, la faccia incrostata di polvere e moccio. Uno, più grandicello, ha arco e frecce. Mi mostra il bottino della sua caccia, infilzato su una freccia e già arrostito: topini di campagna. Li vende, pare siano prelibati. Una donna cucina, la pentola per terra. Le chiedo di farmi vedere cosa: alza il coperchio, per fortuna c’è solo verdura. Dalla pentola si alza una nube fumante e benevola. Chiedo a gesti di mescolare… la donna si alza, stacca un rametto dalla staccionata del recinto, gira la zuppa. I bambini mi seguono come un codazzo, ripetono in coro qualsiasi cosa sentano. Ridono senza ritegno. Per loro sono una grossa cosa rosa, dall’odore strano. Fuori dal villaggio, un parco giochi. “Lo abbiamo voluto lì, gli adulti devono capire che i bambini devono giocare – spiega Carlo Ruspantini, il direttore di Africa Mission, folgorato da don Vittorione mentre faceva il servizio civile: “In Karamoja i bambini lavorano. In pochissimi vanno a scuola”. Risultato: non sanno contare, non sanno maneggiare il denaro. Nelle scuole, prima ancora della lettura e della scrittura, gli si insegna a far di conto. La proverbiale mancanza di puntualità in queste zone è data anche dal fatto che non saprebbero neanche come si legge un orologio. A Moroto, nel compound dei missionari, c’è un asilo. Alcuni pupetti piangono recalcitranti, non ci vogliono andare. Vogliono tornare dalla mamma? No, mi rispondono, sono orfani. Uno proprio non è sceso dalla macchina. “Mi toccherà riportarlo dalle suore – si lamenta don Sergio – e con tutto quello che devo fare oggi… dove me lo metto, nel taschino?”. Gli altri piccoletti arrivano in fila indiana, davanti a un distributore d’acqua. Due insegnanti controllano che si lavino bene le mani. È l’ora di pranzo. Una polenta di mais insapore e dei fagioli. Mangiano tutto con le manine, seduti per terra, felici. A guardia del compound, mi raggiunge Lopuche. Un tipo mingherlino, l’occhio acquoso. Mostra l’attrazione turistica sulla sua pancia: la collezione di cicatrici trofeo: ne avrà almeno una dozzina. Lo hanno reclutato come guardiano notturno, hai visto mai. È evidente che non ha paura di nulla. L’Uganda è un paese di paesaggi spettacolari: il maestoso lago Vittoria, da cui originano le sorgenti di un ramo del Nilo. Cascate, foreste, rocce bizzarre. La terra rossa, coperta di verde nella stagione delle piogge. Gli incontri memorabili come le donne Turkana, il collo lungo di collanine colorate sovrapposte e l’aria aristocratica, almeno finché non sputano a labbra socchiuse, con la precisione di un alpaca. Il sorriso privo dell’incisivo centrale inferiore, tipico di donne e uomini. Le collane di Mary, incontrata in uno sperduto villaggio dei Pokòtt. Fabbrica collari gioiello bellissimi e grazie a un progetto di Africa Mission è scampata all’infibulazione. Una barbarie che in Uganda dal 2009 è punita con pene severissime. Vanno in galera chi la pratica, i familiari e in genere chi obbliga, chi assiste e non denuncia, anche chi minaccia o insulta le donne che non si sottopongono a questa pratica (diffusa solo in questa regione dell’Uganda e prevista non per le bambine, ma solo per le ragazze alla vigilia del matrimonio). Pene severe che hanno purtroppo aumentato la clandestinità. Allora si va a cercare proprio le “chirurghe”, che nel microcosmo sociale del villaggio sono spesso anche levatrici, mediche, farmaciste e tutto quel che serve per godere del rispetto della tribù. Si va a cercare loro e, con la forza del ragionamento e dell’informazione, vengono “convertite”. Una rivoluzione copernicana: diventano le ambasciatrici della nuova mentalità; di un nuovo sentire in cui le donne possano avere rapporti col proprio marito e persino partorire senza essere ogni volta “tagliate” e poi “ricucite” (cruento, ma in molti stati africani ancora la norma).

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Come è normale vedere le donne zappare, i pupetti legati alla schiena; pipì e pupù scorrono giù, poi si asciugano nella polvere. Donne che arano, donne, uomini e ragazzi che scavano la terra in un importante giacimento aurifero sulle colline di Rupa. La miniera è a cielo aperto. Sulle colline, il villaggio. Capanne, stracci stesi. A terra un pannello fotovoltaico carica due cellulari. Si fruga dappertutto. Anche nelle viscere di un’ampia spaccatura che si è sviluppata nel terreno. Il fango brilla di pagliuzze minuscole. La terra viene lavorata a mani nude, scavata con le pale. Un formicaio silenzioso. Terra setacciata più volte, finché non si isola una polvere decisamente gialla: la conclusione di un lavoro che ogni giorno inizia alle cinque di mattina. Se va bene, dopo undici ore di attività, una famiglia arriva a guadagnare poco più di due euro. Torno al villaggio. Hassan ha lasciato l’autoradio accesa. Ha gusti musicali molto pop. I bambini ne vanno pazzi. Tutti ballano, anche piccolini che cammineranno sì e no da un mese… si muovono sulle gambette con un ritmo oscillante, la festa potrebbe durare una giornata. Il giorno dopo, a Moroto, è domenica. La Messa è commovente. Il vescovo predica in Karimojon. Il suo predecessore, ugandese Baganda, neanche si era degnato di imparare la lingua locale. Monsignor Damiano Guzzetti, invece, si esprime con incisività e la sua omelia è un capolavoro di mimica facciale e fisica, inframmezzata da esclamazioni baritonali. E i cori. Basta un tamburo e l’aria vibra di canti potenti, tra la nube dell’incenso e i colori dei costumi dei fedeli. Commovente anche per i miscredenti più incalliti. Fuori, il mercato. Frutta, verdura, cibi cucinati in strada. Il piatto tipico ugandese si chiama “chapati”, un incrocio tra focaccia e crèpe. Si mangia nudo e fritto, intriso d’olio. Riesco a ingurgitarne uno, con notevole sprezzo della maledizione del viaggiatore, nella strada più putrida di uno slum di Kampala. La capitale dell’Uganda ne ha diversi, di questi quartieri ghetto che sorgono – baracche su baracche – a macchia di leopardo tra ville, palazzotti borghesi, sedicenti grattacieli e campi di golf. Basta girare un angolo e si scende in bidonville con fogne a cielo aperto, discariche e giganteschi marabu intenti a cibarsi dei rifiuti. Una bimbetta vestita di rosa mi corre incontro, avrà due anni… si ferma davanti e mi dice “Hug”, vuole essere presa in braccio. La solleva da terra Bosco Lussagala, il mio Virgilio. Lui l’inferno l’ha visto davvero. È scappato dal Ruanda ragazzino, in pieno genocidio, e per anni nelle strade di Kampala ha vissuto di elemosina e furtarelli. Poi l’incontro con un sacerdote – che lo ha ribattezzato col cognome del santo dei salesiani – una nuova strada e la scuola aperta nello slum: ci studiano ottocento bambini. Ogni tanto qualcuno crolla, la testina addormentata sul banco: se di notte, con le piogge, i canali straripano, allagano le case ed è impossibile dormire. “Ogni anno ne dobbiamo lasciare fuori tanti”, mi spiega Bosco. Entro nella “Top class”, la sezione intermedia tra asilo e elementari. “Good morning”, dico. Un coro di vocine mi fa eco. Sembra un cartone animato. “Good morning, madam, how are you?” mi chiede un bambino. Rispondo che sto bene. Allora subito: “Good morning, madam, how are you?” domanda una mini allieva. Io, pazientemente, rispondo. E via così, tre, quattro, dieci volte, finché non si stancano di fare pratica delle loro prime parole di inglese. Li saluto e mi scuso con l’insegnante per aver interrotto la lezione. Sul piazzale, Bosco aspetta l’inizio della ricreazione. Ottocento testoline nere gli si presentano, ordinate. “Good morning, my children”, dice Bosco Lussagala. L’ex bambino di strada, a neanche quarant’anni, è il preside della scuola. “Good morning Mister Bosco”, scandiscono ottocento voci. Poi, l’inno nazionale dell’Uganda. Annapaola Ricci

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l’afrique

L’Afrique. Le thé au Sahara et Souvenirs d’Afrique. Des occidentaux largués qui tentent de se retrouver dans les cadres convenus de Bertolucci et Pollack. Promesse de douceur ; aucune obligation de négocier avec la réalité. Mots-clés : Occidentale, naïve, mais très bien prise en charge par la production de la chaine de télé pour laquelle je travaille. Du cinéma à la réalité. L’Afrique est là, physique, concrète. Vite. Il faut que je fasse quelque chose de mon corps. Chaleur et humidité, climatisation. 40° à l’extérieur, 18° dans les voitures avec chauffeur et les hôtels 5 étoiles. Mots clés : extrême, éprouvante. Je protège mon corps : manches longues, vestes, châles. Je couvre mes pieds. Je mets un chapeau. Je souris. J’ai l’air con. Je suis l’Occidentale de service. Comment être occidental en Afrique et ne pas se sentir bête ? Mes collègues n’arrêtent pas de prendre des photos. Allègres, insouciants. Je n’ose pas trop. Je me retiens. Ces gens, leur dignité, l’humilité d’être au monde et de se relationner à la géographie et aux éléments ; mots-clés : petits et relatifs. Comment m’y prendre ? Je voudrais aussi me sentir petite et relative. Je crois que je le suis. Le Rwanda, la Suisse de l’Afrique. Le génocide de 1994. Mots-clés : résilience, dépassement de soi. La volonté ferme, précise, d’établir une autre histoire. Permettre au pays de se reconstruire, donner aux habitants la sensation de pouvoir surmonter « les événements ». Au Rwanda on regarde droit devant soi pour construire une réalité autre. Les résultats sont là. Démocratie n’est pas le

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mot-clé quand on pense à Paul Kagamé ; mais bonne gouvernance et utilité publique oui, c’est sûr. Au Rwanda on améliore la vie des habitants ; on goudronne les rues ; on bâtit des écoles, des hôpitaux. Et on a des soucis environnementaux. À l’aéroport on nous oblige à remplacer nos sacs en plastiques par des sacs en papier. 1 €, please. On trouve ça un peu cher. Surtout en Afrique ; même dans la Suisse de l’Afrique. Mais bon, le sac papier à 1€ est un symbole d’évolution et de développement. On pense environnement quand on n’a pas faim et on travaille. Et quand on est à l’abri. Le Rwanda est le laboratoire africain. La promesse tenue de changement concret. Je suis petite et relative, je ne prends pas des photos et j’admire le paysage derrière les vitres du 4x4. Ouagadougou, Burkina Faso. Le pays des hommes intègres du Capitaine Thomas Sankara, Che Guevara de l’Afrique. Mots-clés : anti-impérialiste, anticolonialiste, panafricaniste. Et affreusement assassiné dans des circonstances toujours pas établies. 30 ans après Thomas Sankara est toujours là. Gueule fière et souriante sur les imprimés des t-shirts et sur les bols à café. Le Burkina reste le symbole de l’affranchissement de la colonisation française et de l’indépendance africaine. Les Burkinabés écoutent en boucle Radio France Internationale et ont une conscience politique supérieure à celle de nombreux européens. Et d’ailleurs dans n’importe quel maquis on discute de la situation du pays avec le voisin de table. Le Burkina est aussi ce Président au nom de pop star que nous devons interviewer : Roch Marc Christian Kaboré. Il ne vit pas au palais présidentiel mais il y va tous les jours pour travailler. Il ne veut pas se couper du monde et chez lui, chaque matin, aux aurores, il reçoit ceux qui ont de demandes, de plaintes, des questions, des doutes. Un Thomas Sankara contemporain. Un homme proche des gens et qui croit en son peuple. Hasta la victoria siempre. Le Burkina est aussi l’un des 5 pays du Sahel régulièrement frappé par les terroristes et où les attentats ne sont plus une surprise. Malgré ça, c’est un lieu d’une douceur inouïe. Même la chaleur, ici, est étonnement sèche et agréable. À Ouaga je me détends, je prends mes aises d’Occidentale, je vais à la piscine de l’hôtel et à la cité de l’artisanat. Je mange du poulet bicyclette et bois des litres de jus de gingembre. Je deviens aussi photographe. On est tous photographes quand on est en Afrique. Il suffit de regarder, même de manière distraite, pour avoir un cadre satisfaisant, des couleurs et une lumière appropriée. Je photographie femmes et enfants. Je demande la permission. Je ne vole rien mais je me sens un peu conne. C’est comme ça, c’est inéluctable, je suis l’Occidentale en Afrique. Quelques mois après, Cotonou, au Bénin. Au programme l’interview de Patrice Talon, président de la république, plus grande fortune du pays et patron de la fleurissante filière du coton. Tout va bien. Côté conflit d’intérêt ça rappelle d’autres pays un peu partout dans le monde. Climat insupportable. Chaleur humide, suffocante. Le jour de l’émission – 40 degrés au moins dans le car de la régie - je vomis dans les toilettes du président, soutenue par maquilleuse et coiffeuse. Je suis malade, affaiblie. C’est la juste claque, la leçon d’humilité de l’Afrique. Mots-clés : Eprouvant, Blanche, Occidentale, bête. Le lendemain, Ouidah, 40 km de Cotonou. La porte des esclaves. C’est ici que les esclaves étaient embarqués pour l’Amérique. Un guide nous explique comment « ça » se passait. Je prends très peu de photos. Mais j’en prends quand même. Et j’ai honte. Je me sens et sentirai toujours mal à l’aise en Afrique. Je suis une privilégiée sans trop savoir pourquoi. Née en Europe, j’ai eu de la chance. Eux, ils sont nés ici : esclaves, colonisés, violés, torturés, tués, secourus parfois. D’où vient leur contentement et leur dignité ? Comment font-ils à dépasser leur histoire lourde ? Et comment je pourrais, décemment, être Occidentale en Afrique et ne pas me sentir bête ou ne pas avoir honte ? Carla Boi

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Logo patafisico di Š Gigi Rigamonti


V I PATAATAP


carlo

pre

gianf


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vitali a due voci

ranco


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◀ COSTA D’AVORIO

Gianfranco Mura Serie fotografica “No Pity” __________________ BUSTO EMACIATO DI HERMANN Carlo Previtali Ceramica raku, 2011 63 x 36 x 19 cm Fotografia di Marzia De Tavonatti

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TERRESTRE XV MIMESI - TRACCE Carlo Previtali Ceramica raku, 2016 23 x 16 x 20 cm Fotografia di Marzia De Tavonatti

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◀ SENEGAL

Gianfranco Mura Serie fotografica “No Pity”

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AINAS MAGAZINE

MIMESI Carlo Previtali Ceramica raku, 2013 26 x 12 x 21 cm Fotografia di Marzia De Tavonatti

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TERRESTRE XIX MIMESI - OVALI Carlo Previtali Ceramica raku, 2016 24 x 17 x 21 cm Fotografia di Marzia De Tavonatti

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FLORA, TERRA Carlo Previtali Ceramica monocroma, 2010 24 x 13 x 18 cm Fotografia di Marzia De Tavonatti


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◀ MONTENEGRO

Gianfranco Mura Serie fotografica “No Pity” __________________

TERRESTRE XXV MIMESI SELENE Carlo Previtali Ceramica raku, 2017 22 x 16 x 21 cm Fotografia di Marzia De Tavonatti

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AINAS MAGAZINE

◀ TERRESTE XXX

MIMESI - FANGO Carlo Previtali Ceramica raku, 2016 23 x 16 x 21 cm Fotografia di Marzia De Tavonatti __________________ COREA Gianfranco Mura Serie fotografica “No Pity”

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STILL LIFE Dettaglio dellâ&#x20AC;&#x2122;opera di R.B. Bhaskaran Mixed media su tela, 2017 93,98 x 121,92 cm


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SWALLOW

polenta d’africa

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AINAS MAGAZINE

Scrivo una rubrica così frivola, non a caso messa in fondo alla rivista, che a volte m’imbarazza parlare di cose troppo serie. Eppure, per una volta, sono tentato di scrivere della polenta, e non solo perché in estate c’entra poco. La polenta che è un argomento serio, credimi, su cui non riesco mai a scherzare. Perché la polenta è un sole che ha illuminato i giorni più bui della nostra fame occidentale. E se guardi nella storia del mondo, di questi soli ne esistono ancora e per fortuna hanno brillato un po’ ovunque: un cibo per la sopravvivenza esiste sempre, un alimento che rende possibile la sussistenza, come l’aria che respiri e l’acqua che bevi. Ecco, se vuoi guardare la polenta con occhi diversi, ora che hai troppo caldo anche solo per pensarla, guardala così: un sole che ha illuminato un popolo e l’ha salvato dalla fame. Nient’altro che farina di granturco, se ci pensi, così come non sono nient’altro il frumento, il riso, la segale… Dentro questi semi è scritta la storia di generazioni e generazioni umane che si sono aggrappate a questi cereali per tirare avanti, per sopravvivere un altro giorno, un’altra settimana, un altro mese, una vita intera. Per questo non riesco a esser frivolo sulla polenta. Anzi, parliamoci chiaro: non riesco a esser scherzoso su nessun cereale. Quando penso al riso, penso ai miliardi di asiatici che ha salvato dall’inedia. La segale mi ricorda come doveva essere l’Europa del Nord prima che giungessero le patate a dar man forte in una dieta poverissima. Il frumento, invece, piuttosto che ricordarmi messi ondeggianti al sole, con la mano di Massimo Decimo Meridio che accarezza le spighe e Lisa Gerrard che canta Now We Are Free, mi fa pensare al bacino mediterraneo e alla disperata lotta delle sue genti contro la fame, la più terribile delle guerre. E via di questo passo. Perdonami quindi, se, un po’ in controtendenza, quando affondo la forchetta in un piatto di polenta a Varese o spilluzzico da un vassoio di cuscus in Marocco, invece di pensare a ciò che mangio, penso alle lacrime. Perché non c’è cereale, su questo pianeta, che non sia stato condito dalle lacrime. E magari ti do persino ragione quando mi dici che esistono mille differenze tra me e tutti gli altri, che l’Africa è lontana come l’altra faccia della luna: guarda, per aiutarti invoco pure il colore della pelle, i linguaggi ostrogoti, le religioni incomprensibili, i costumi indecifrabili… autentici evergreen buoni per faide, guerre, razzismi e chi più ne ha più ne metta. E proseguiamo a servircene, se proprio io e te ne sentiamo la necessità. Ma quando si parla di polenta, di cuscus, di pane nero, di riso colloso, io non riesco a sentirla davvero, tutta questa diversità che mi racconti. Perché sono tutti cibi bagnati dalle lacrime, consumati per secoli sotto l’ala della morte. E se oggi dovessi mai organizzare una grande festa di piazza, dove inviterei anche te e tutti i tuoi amici e gli amici dei tuoi amici, quelli che già percepisci un pochino diversi, allora vorrei servirvi tutti i piatti delle lacrime: dalla polenta alle patate, dalle zuppe di segale e di castagne al cuscus, dal riso bollito a quanto qualcuno mi verrà a raccontare. Allora sarebbe una grande festa davvero. E saremo tutti lì, guardinghi e sospettosi, finché non assaggeremo ciò che ci ha aiutato a combattere dolore e morte, le uniche certezze della nostra vita. Le sole cose che, in questa grande festa della fame, ci livellano tutti e ci rendono uguali, perché davanti all’inedia non esiste distinzione che tenga. E bravo tu, se riesci ancora a trovarne. Perciò non mi vien voglia di scherzare davanti alla polenta, come davanti al cuscus dell’Africa. Le lacrime non mi hanno mai fatto ridere o gioire. Giorgio Giorgetti www.cucinodite.it

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LIQUID MEZZANINE Body in PVC della collezione “Liquid Mezzanine” di Sofia Arango, 2014 Fotografia di Marco Castellani


DIREZIONI MARINE Fotografia di Bianca Laura Petretto, 2017 Finito di stampare nel mese di settembre 2018


ISSN 2611-5271

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AINASMAGAZINE Nº3.09/2018  
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