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www.societadeb o r g. co m Nuova

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2009

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Periodico

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RIMINI

Il corpo, l'anima e l'emigrazione

La Festa dedicata ai tanti che non hanno potuto, voluto o saputo vivere a Rimini Il tema a cui affidare la prossima Festa del Borgo 2010 era già stato annunciato, sulle pagine di questo giornale, nel luglio 2009. Ora viene completamente confermato e si sta già elaborando il programma nelle varie commissioni. Di che cosa si tratta? Del rapporto fra corpo e anima del Borgo, fra la sua struttura urbana e abitativa e lo spirito identitario che ha sempre contraddistinto questa parte della città: un agglomerato di case e di viuzze che dopo un lungo periodo di decadenza è diventato quasi un quartierino a la page senza distruggere quell’anima ribelle e proletaria, solidale e aperta, che tutti hanno sempre riconosciuto. I nuovi abitanti possono, magari, giungere da Bologna, o appartenere alla nuova borghesia cittadina e professionale, ma guardano con particolare attenzione alle originali vicende umane di questa borgata; non solo, ma anche la loro integrazione nel vecchio tessuto sociale (per quello che ne è rimasto) appare facile e ben accetta. Si sta formando, quindi, una nuova comunità, ben consapevole di quei valori trasmessi dalle vecchie generazioni, tentando di rinnovarli alla luce dei nuovi rapporti interpersonali e delle tante iniziative realizzate. La Festa punterà i suoi fari sull’emigrazione che a partire dall’inizio del Novecento ha colpito il Borgo (e non solo, logicamente) senza annullarlo: lo ha, via via, spopolato, passando da oltre duemila residenti ai circa 400 degli anni Settanta, tenendo presente, tra l’altro, che quest’ultima cifra è comprensiva dei nuovi arrivati (a quei tempi marchigiani e meridionali, soprattutto). Questo ‘terremoto demografico’ avrebbe potuto cancellare ogni forma di continuità con quell’anima forte e borghigiana del periodo precedente. Così non è stato grazie a quei “connotati molto marcati” che caratterizzavano la gente del Borgo, capace, successivamente, di non dimenticare chi partiva e di saper accogliere chi arrivava. La Festa tradurrà su due versanti queste valutazioni: sul piano culturale ricorderemo, attraverso Mostre e Pubblicazioni, i nostri emigranti, borghigiani e riminesi (da Fellini a Capitan Giulietti, da Nozzoli a Gino Paglierani, da Giovanni detto Nerone a Urbinati, muratore che all’estero diventò un circense, dal tenore Ettore Parmeggiani ai tanti che emigrarono in Argentina - ricordate gli Scalesciani ?- o nelle miniere del Belgio…). E la partenza da Rimini non era solo dovuta alla miseria, ma anche all’irrequietezza: in molti c’era soprattutto la voglia di una vita più densa, più libera, più affascinante. Giovani attratti dalla grande città. L’altro versante sarà quello spettacolare: in alcune vie del Borgo, illuminate soltanto da ceri e luci naturali, verranno riproposte scene ricavate dall’epopea dell’emigrazione (saranno anche proiettati, sui muri del Borgo, alcuni fotogrammi o episodi ricavati da film che testimoniano questo grande fenomeno, come Rocco e i suoi

CHI PARTE E CHI ARRIVA Era il 1994 e la Festa di quella volta venne dedicata a Federico Fellini, scomparso un anno prima. Si presentò, allora, ai promotori della Festa un giovane albanese, che da poco viveva a Rimini, dicendo: "Sono un pittore e vorrei fare qualcosa per ricordare il grande Maestro." Gli organizzatori non ci pensarono due volte e misero immediatamente a sua disposizione uno spazio in fondo a via Padella. Il risultato fu un pannello, che qui riproduciamo. Il giovane si chiamava Agim Sulaj. Oggi Agim è un affermato pittore, a livello internazionale, con grossi riconoscimenti. Questa vicenda è emblematica, si ricollega fedelmente al tema della prossima Festa: Fellini fu il nostro più grande emigrante, mentre Agim Sulai è un immigrato che è riuscito ad integrarsi al meglio nella nostra città. Non a caso i valori a cui si ispirano le sue opere pittoriche sono quelli dell'emigrazione e della solidarietà. E sicuramente lo interpelleremo - questa volta saremo noi ad andare da lui - per una collaborazione artistica. [foto Sergio Serafini] fratelli, La terra trema, Lamerica, Good morning Babilonia, La nave va, Nuovomondo…). Stiamo valutando anche l’opportunità di creare un piccolo ciclo di proiezioni al cinema Tiberio, tentando di sviluppare una riflessione ed un dibattito. Lo spettacolo centrale, avverrà sul fiume e nell’invaso, con una compagnia teatrale che si ispirerà liberamente a questi temi.

Non mancherà, logicamente, la ristorazione di strada, prestando particolare attenzione ai piccoli stand nelle piazzette interne al Borgo, le cui scenografie e installazioni si rifaranno all’epopea dell’esodo. Anche la musica diventerà protagonista ed evocatrice di quelle stagioni. Un capitolo a parte è rappresentato dal tema

“del ritorno”, che contraddistingue tante di quelle vicende umane. Ritorni più o meno difficili (e non c’è solo il tormentato ‘rientro’ di Fellini), reali e virtuali, in grado, comunque, di arricchire la cultura della nostra città (Capitan Giulietti tornerà pochissimo… ma lascerà moltissimo a Rimini). Mario

Grazia Nardi, con mano felice, ha redatto un bilancio umano e sociale della nostra comunità borghigiana (ma esiste ancora?). A lei la parola per il discorso di fine anno.

Cosa siamo? Un tratto intestinale della città! Ma il Borgo esiste ancora? Risponderei sì di primo impulso se non altro perché, a tutt’oggi, quando si cita “il Borgo” s’intende automaticamente quello di San Giuliano. Dunque c’è! Oppure è evocazione della memoria storica, ben conservata ma pur sempre riferita al passato? Temo che il contributo richiestomi da Giuliano,

riferito ai mutamenti di costume, innegabili, potrebbe trasformarsi in un quesito ben più profondo e scatenare diverse fazioni. Intanto dico la mia. Certamente gli abitanti non sono più “quelli di una volta”, personaggi unici, non clonabili, creati con uno stampo esclusivo, dalle battute lapidarie, ironici, goliardici, irriverenti, solidali, sapienti,

devotamente anarchici, incastonati nelle stradine, sugli usci, depositari di storie magiche, fatti reali talvolta oscuri, coperti dalla coltre borghigiana. Ognuno col suo casato, ognuno col suo soprannome. Non li citerò sia per non incappare in qualche involontaria e comunque segue a pag. 8


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La nostra Marianna Balducci ci parla della condizione femminile nel vecchio e nuovo Borgo, partendo dalla nonna - alla quale deve il suo nome -, una delle prime donne a gestire la ristorazione nel riminese

Non vogliamo assomigliare alle donne di quel quadro, incapaci di comunicare Spesso, girando per i vicoli del borgo in compagnia di mia nonna Aldina, ho incontrato diverse persone che ricordavano ancora con ammirazione la mia bisnonna Marianna (classe 1888), alle prese con la gestione della sua amata “canteina”, e che dicevano a mia nonna: “Quant l’era bona la tu mà ! Una sgnora!”. Agli inizi del ‘900, anche nel borgo S. Giuliano, come in buona parte del resto dell’Italia, essere donna significava prevalentemente dedicarsi alle attività domestiche: la conduzione della casa,

Marianna Domeniconi Morri, ‘fondatrice’ dell’omonima trattoria

il governo della famiglia, spazi in cui la donna esercitava un ruolo da protagonista assoluta. I requisiti erano un inesauribile senso di sopportazione, una rassegnazione senza limiti e scarse aspettative in quanto a riconoscimenti e gratificazioni. Insomma, la donna doveva faticare in casa e, spesso, anche a sostegno dell’attività del marito, rinunciando ad ogni benché minima aspirazione personale. Tutt’altro che “domina”, come la vorrebbe la radice latina del termine, la donna non era nemmeno padrona di sé stessa. Eppure, in una delle poche foto che ho di lei, la bisnonna Marianna ha lo sguardo imperturbabile e risoluto, anche se indossa il suo vestito buono non mi sembra gliene importi granché. Mi vengono in mente le donne dei quadri di Garzia Fioresi, pittore bolognese del primo ‘900: ruvide e dignitose, stanche, ma al lavoro. Non sono donne eroiche, non hanno tempo di pensare a queste cose, loro. Hanno da fare. Allentare la cinghia della totale sottomissione alle logiche della famiglia patriarcale richiedeva allora una grande energia, un carattere forte oltre ad un insieme di circostanze fortunate, come un marito molto innamorato e rispettoso della propria compagna. In questi casi era possibile per la donna “emergere”, riappropriarsi di sé stessa, addirittura mettersi sullo stesso piano degli uomini. La mia bisnonna Marianna ha avuto queste capacità e questa grande fortuna. In giovane età sposò Guglielmo, ferroviere del borgo, terzo di sette fratelli. I suoceri gestivano una piccola osteria dove la giovane Marianna si inserì talmente bene da divenire, in breve, la vera conduttrice del locale. Oltre ad essere brava in cucina e nel trattare con gli avventori, era dotata di un gran cuore e di un senso dell’ospitalità innato che la portavano ad essere

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generosa con tutti. Si guadagnò la stima dei suoceri che, alla loro morte, le lasciarono in eredità la “canteina”, nonostante avessero diverse figlie interessate alla sua gestione. Certo “la Marianna” non si riuscì mai ad arricchire. Per lunghi periodi dell’anno erano ospiti numerosi parenti ed amici ai quali si faceva credito. Ogni estate villeggiavano i fratelli di Roma con le loro famiglie. C’era poi la Seconda, una specie di balia che aveva tirato su le figlie, che veniva con le nipoti. A volte arrivavano persino i cognati dall’America, dove erano emigrati. Il bisnonno Guglielmo, “compagnone” com’era, quando il suo lavoro di ferroviere gli dava tregua, organizzava delle festicciole: in queste occasioni non mancava mai l’allegria, c’era chi suonava la chitarra, chi il mandolino o la fisarmonica, la figlia Aldina suonava il violino, alcuni cantavano e si ballava. In cucina si poteva contare sul prezioso aiuto di una vecchia zia soprannominata “la Frisouna” perchè friggeva tutto il giorno. Poi c’era “Bisigna”, un bizzarro cugino alla lontana, che provvedeva ai lavori pesanti come scaricare le botti del vino. Ed eccola, Marianna: una vera imprenditrice, forse, tutto sommato, non così tanto diversa dalle donne in carriera dei nostri giorni in quanto a responsabilità ed esuberanza. Allora perché in lei mi sembra di vedere ancora quel briciolo in più di concretezza e autenticità, rispetto alle donne di oggi? Le donne di oggi sono quelle di Giovanni Cappelli (pittore nato a Cesena nel 1929): sono padrone del loro destino, sono emancipate, ma sono soprattutto sfuggenti, sofferenti, uno strano male sembra consumarle senza alcuna indulgenza. Diventano, allora, presenze alienate, isolate nella loro esistenza soffocata. Eppure i nostri tempi ci hanno concesso finalmente una buona fetta di quella meritata libertà negataci in passato. Torno col pensiero alle donne di casa di una volta e le vedo… tutte assieme, solidali nell’affrontare e nel gestire un’ inesorabile sorte comune di privazioni e sacrifici. Oggi i sacrifici si fanno, eccome! Ma le donne li affrontano da sole. E, invece, anche il dipinto di Fioresi ce lo aveva raccontato: le donne del passato lavoravano assieme, tante generazioni condividevano lo stesso spazio che, seppur imposto dagli schemi sociali dell’epoca, diventava un luogo di scambio e di complicità. I tempi che dipinge Fioresi sono duri, c’è la miseria, la guerra pure. Non ci si può lasciar prendere dall’ansia del fare, quell’ansia che oggi ci consuma e ci fa sbandare nella fretta di qua e di là; non si può, si deve fare e basta. E non c’è niente di romantico in questo, c’è solo una profonda consapevolezza e forse un po’ di rassegnazione. È difficile riconciliarsi con questa generazione lontana. La si prende di petto per dire: io non sono così, io sono migliore perchè posso fare quello che voglio! Ed ecco che ci siamo incastrate con le nostre mani nella visione egoistica che domina la realtà di oggi, che ci vorrebbe tutte sempre sulla difensiva e in competizione. Siamo le donne di Cappelli, fisse nella loro sofferta intimità, incapaci di comunicare. In una realtà come quella borghigiana, però, per fortuna la distanza tra generazioni non sembra poi così incolmabile. Le giovani donne hanno la possibilità di confrontarsi col passato, lo conoscono perché viene loro raccontato. Emergono dei modelli che sono acquisiti e, seppur guardati criticamente con un certo distacco, appaiono sì “vecchi”, ma non in tutto superati. Delle donne di un tempo resta l’esempio, più o meno condivisibile, dai contorni più o meno sfumati, ma tangibile testimonianza di una realtà. Le donne di oggi hanno il dovere di costruire la propria di realtà, di uscire dalla statica diffidenza che le fa sembrare immobili quan-

do, al contrario, sono piene di passione. Sono anche loro donne autentiche e possiedono, per realizzarsi, molte più risorse rispetto al passato. Non resta che sfruttarle al meglio. Marianna Balducci

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La Chesa adubeda e altre iniziative Auguri di buone feste a tutti dall’Associazione dei commercianti del Borgo, che anche quest’anno promuove in occasione del periodo natalizio alcune iniziative per rallegrare il nostro “Borgonatale”. Innanzitutto l’illuminazione data dalle nuove luminarie, quest’anno multicolori e con delle grandi stelle luminose, e con l’offerta a tutti i passanti, nel giorno dell’accensione, di castagne e vin brulé; poi riproponiamo con la Società de Borg e le ACLI la terza edizione della “Chesa Adubeda”, il concorso che premia i più bei addobbi natalizi del Borgo, con premi raccolti dai commercianti. Inoltre, invitiamo tutti a partecipare alla serata festosa che si svolgerà al cinema Tiberio, con la premiazione, e allietata da uno spettacolo di intrattenimento. Stiamo anche preparando un’iniziativa che non mancherà di raccogliere l’interesse di tutti: “Borgo San Giuliano bello sì, ma ancor di più il Giovedì”, che consisterà nell’offerta a sorpresa - tutti i giovedì - di un prodotto a prezzi veramente sottocosto, da parte dei commercianti aderenti all’iniziativa! Tanti auguri allora, e che il 2010 sia meno avaro di soddisfazioni dell’anno appena trascorso. Buon Natale a tutti. Arturo Pane

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La Società de’ Borg ha realizzato, per il 2010 e per la prima volta, un proprio calendario. L’idea è venuta a Graziano, nella sua ferramenta. È lui che ha proposto di utilizzare le caricature di Guido Baldini: un omaggio ai personaggi di ieri e di oggi, con l’intento - anche - di tirar su due soldi da destinare a favore degli Scout marini, che ultimamente hanno subito un grave danneggiamento. Quelle caricature furono realizzate, negli anni Ottanta, da Guido su nostra richiesta: “perché non ti decidi a fare qualcosa per la Festa?”. Lui dapprima scrollò le spalle, poi, invece, alcuni giorni dopo si presentò con un mazzetto di cartoncini; sul primo di questi aveva disegnato una ‘striscia’ che lo ritraeva nell’atto di consegnare, ai borghigiani committenti, un vaso da notte da cui promanavano vapori inequivocabili. La scritta sottostante riportava un preciso imperativo: “E non dimenticatevi la vostra provenienza!” Nessuno si offese. Anzi. Quelle caricature vennero esposte durante la Festa, nella galleria d’arte di Dino Spadoni… e oggi sono protagoniste del nostro calendario (che potrete acquistare nei soliti ritrovi; in aggiunta gli Scout lo venderanno in giro per il Borgo e per la città). Guido Baldini nasce a Rimini, il 13 novembre 1933, da una famiglia originaria di Monteleone di Roncofreddo. Muore, a soli sessantacinque anni, l’8 aprile del 1999. La sua opera è stata celebrata nel 2003, con una importante mostra realizzata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, in collaborazione con il Comune, presso il Museo della città. Di quell’evento, Panozzo editore ha pubblicato un pregevole e completo catalogo.

Nano, forte, volitivo e appassionato

Guido Baldini era capace, con le sue caricature, di rappresentare il personaggio preso di mira attraverso l'aspetto fisico e i suoi tratti caratteriali. Con Fausto Gasperoni, chiamato da tutti Nano, valente idraulico apprezzato in tutta la città, Baldini ha puntato la sua attenzione sulla passione per l'eleganza e sulla ricercatezza nel vestire del nostro personaggio. Nano era un uomo di carattere e di fibra forte, con un volto da duro, una sorta di Kirk Douglas borghigiano. Per alcuni anni il nostro Gasperoni fu al centro di tutti i preparativi della Festa, arrivando persino a trascurare il suo lavoro. Ci sembra ancora di vederlo a torso nudo, sotto la canicola d'agosto, nel fiume a costruire impalcature per gli spettacoli dei primi di settembre. Era diventato il più fervente sostenitore delle iniziative del Borgo. Mettendoci poche pa-

Assaggiare la vita In primo piano, un corrucciato e attento Guido Baldini, ceramista e anarchico, amico del Borgo, in compagnia di Chino e de’ Dutor. Non si capisce se i tre stiano riflettendo sulle proprie esistenze o sulla qualità del sangiovese, messo a disposizione dagli organizzatori di quella tavolata.

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Buone notizie dal Borgo In occasione della distribuzione di castagne e vin brulé organizzata dall’Associazione Commercianti del Borgo, la Giovanna e la Lella hanno avuto una bella (e buona) iniziativa: hanno realizzato un mercatino di oggetti per la casa e di giocattoli, offerti gratuitamente da amici e

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parenti. E’ stata allestita una bancarella, davanti alla Marianna, e l’intero ricavato è stato destinato all’acquisto di materiale didattico da distribuire fra i bambini bisognosi. Giovanna e Lella vogliono, con l’occasione, ringraziare tutti coloro che hanno partecipato attivamente all’iniziativa, comprando o mettendo a disposizione gli oggetti; un grazie particolare va a quei commercianti e ai quei borghigiani che hanno non solo acquistato, ma anche offerto del denaro.


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Ecco un piccolo 'assaggio' dei risultati più importanti delle ricerche storiche di Amedeo Montemaggi

È Churchill l'uomo più grande del Novecento e Amedeo ci aiuta a capirlo Lo storico incontro fra Churchill e Pio XII I seguenti brani sono tratti dal volume: Amedeo Montemaggi LINEA GOTICA 1944. SCONTRO DI CIVILTA’ (Ed. Museo dell’Aviazione, Rimini)

MONTEMAGGI, DAI VICOLI DEL BORGO AI GRANDI MEANDRI DELLA STORIA

L’avevamo già detto che Amedeo Montemaggi è il borghigiano che non dovremmo più perdere di vista, che dovremmo ascoltare sempre più attentamente. Ora, pur nella sintesi a cui siamo costretti, vogliamo offrire una piccola antologia dei risultati che Amedeo ha raggiunto in decenni e decenni di studio: a partire, soprattutto, dalla rilevanza politica delle sue analisi. Contemporaneamente alla sua attività di giornalista (chi non lo ricorda a capo delle pagine riminesi del Carlino?), Montemaggi ha svolto una grandiosa attività di documentazione sulla 2ª Guerra Mondiale, dedicandosi - anima e corpo - alla Campagna d’Italia ed in modo particolare all’offensiva della Linea Gotica (Battaglia di Rimini, o Offensiva estiva di Alexander o Battaglia degli Appennini di Kesselring, che dir si voglia), pubblicando il frutto di queste ricerche in numerosi volumi. Tutti glielo riconoscono: “il Prof. Montemaggi è il principale studioso italiano della campagna d’Italia e in modo particolare della offensiva alleata sulla Linea Gotica nell’estate-autunno 1944”. Straordinarie sono le testimonianze depositate nel suo imponente archivio specialistico: materiale raccolto in Gran Bretagna, Canada, USA, Germania, Polonia, India, Nuova Zelanda, Sud Africa ed altri paesi e presso veterani. Ma la cosa che via via ha preso il sopravvento nella sua attività di storico è la tesi revisionistica, che mette in rilievo come l’andamento della campagna d’Italia dipendesse dalle importanti divergenze fra le Grandi Strategie americana e britannica, in relazione agli obiettivi della politica russa. Il primo ministro inglese aveva capito, prima degli altri, cosa avrebbe provocato nel tempo la rapida avanzata dell’alleato sovietico. Montemaggi sostiene, a questo proposito, che Roosevelt - addirittura - fosse d’accordo con Stalin per ‘sovietizzare’ l’Italia! E ad opporsi strenuamente rimase - in

In piazza de’ Funtanoun Rimini 1926. Borgo San Giuliano, via Pozzetto, sul portone di casa dove è nato Amedeo, nella foto ritratto fra i genitori: Agide Montemaggi e Settimia Magnani. Quella casa si trova all’angolo fra la via Pozzetto e la strada che porta all’asilo e alla Villa Maria.

Dove è nato Amedeo “Nella piazzetta de’ funtanoun (il fontanone rimesso al suo posto per merito di Pipoun, Giulio Ghinelli), su cui confluiscono la via Forzieri da una parte e la via Pozzetto dall’altra, un vetusto fabbricato di tre appartamenti, oggi rimesso a nuovo fa da schermo alla Villa Maria. Dei tre appartamenti quello restaurato col rispetto della sua antica forma e struttura è stato quello della mia famiglia”. (Il dipinto è di Alfredo Scarponi, Alfredo di Romagna)

una certa fase, la prima - solo Winston Churchill! Questa è la genesi della offensiva della Linea Gotica, una grande manovra a tenaglia detta “l’Offensiva Estiva” di Alexander, quella decisiva dal 25 agosto al 30 settembre, conosciuta come “battaglia di Rimini”. L’importante divergenza fra Churchill e Roosevelt, la riluttanza americana ad oltrepassare la Linea Gotica, la capacità e la tattica dei soldati tedeschi faranno fallire l’offensiva. “Le nostre forze indebolite in Italia furono fermate e gli eserciti russi dilagarono nell’Europa orientale” (Churchill). Amedeo Montemaggi lo dice chiaramente: “… è proprio in Italia che verranno decise le sorti dei Balcani e dell’Europa. Incredibilmente gli americani interrompono l’inseguimento dei tedeschi in ritirata dopo la battaglia di Roma e deviano il grosso delle loro truppe nella Francia meridionale mentre Churchill, informato che la situazione jugoslava - fra l’amico serbo Mihajlovic e il comunista croato Tito - è ancora incerta, decide di intervenire con le truppe del suo generale Alexander lanciando ‘un colpo strategico decisivo con truppe interamente britanniche e sotto comando britannico… Io spero di sfondare la Linea Gotica, irrompere nella valle del Po e poi avanzare su Trieste e su Vienna attraverso il varco di Lubiana… “ Per battere i tedeschi e, contemporaneamente, fermare l’avanzata dei russi. Churchill è, quindi, il paladino di una guerra ad oltranza al nazi-fascismo e di una resistenza accanita all’avanzata, in Europa e nel Mediterraneo, dell’esercito di Stalin. Questa sua lotta titanica - su più fronti - si fonde con l’obiettivo ideologico della Chiesa, nella difesa della civiltà cristiana contro il comunismo sovietico, ateo e materialista. Churchill incontrerà il Papa Pio XII, concordando con lui una linea di difesa della democrazia e della cristianità. Montemaggi ricostruisce questa pagina di storia nel libro LINEA GOTICA 1944. SCONTRO DI CIVILTA’. (Ed. Museo dell’Aviazione, Rimini).

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un gruppo di politici romani chiede loro di che partito siano. Alla risposta che erano “Comunisti-Cristiani” ribatte che erano fortunati perché avevano le catacombe a portata di mano. “Ma mi pare che non abbiano capito come la mia battuta si riferisse a loro!... Penso che abbiano inteso che io parlassi dei massacri perpetrati dai tedeschi.” - osserva nella sua ‘Storia della 2” Guerra Mondiale’. Scrive: “Roma è meravigliosa. Il 23 fui ricevuto dal Papa, di cui avevo conosciuto il predecessore quando ero venuto a Roma nel 1926 con mio figlio Randolph. Fu un ricevimento in gran pompa, presenti tutti i nobili romani in grande uniforme.” Poi Pio XII ricevette il Premier nel suo studio in visita privata. Fu un incontro di portata storica fra i due più grandi avversari del comunismo. “L’argomento principe dell’incontro - scrisse il Premier. - fu lo stesso che avevo avuto con il Papa Pio XI diciotto anni prima, il pericolo del comunismo, verso cui ho sempre avuto la più grande avversione (dislike). Se avessi l’onore di un’altra udienza col Sommo Pontefice non esiterei a parlare dello stesso argomento. (…) E’ facile intuire gli specifici argomenti di questo incontro anti-comunista al massimo livello alla vigilia di un evento, a cui il Papa non poteva non dare il suo viatico, inteso come benedizione a chi si appresta ad affrontare un’impresa lunga e pericolosa, o come benedizione del padre al figlio che parte per la guerra. E veramente il Santo Padre della Chiesa cristiana dovette vedere in Churchill il figlio che andava alla guerra per salvare la Cristianità. E dello stesso parere doveva essere anche il Capo della Chiesa Anglicana, il re inglese Giorgio VI, a cui il Premier telegraferà subito il successo dell’amichevole colloquio con il Papa Cattolico e gli auguri di Sua Santità a Sua Maestà ed alla Regina. Uscendo dal Vaticano Churchill era euforico. E ne aveva ben donde: era stato il trait d’union fra la Chiesa Cattolica e quella Anglicana contro il Comunismo. (…) Amedeo Montemaggi

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(…) In agosto la polemica con gli americani su Anvil-Dragoon e in contemporanea i colloqui napoletani con Tito tolgono al Premier ogni illusione di poter contare su alleati fidati nella lotta contro l’espansione del comunismo. A gennaio, ad Anzio aveva visto fallire la sua strategia per l’inettitudine (?) di Lucas, a giugno vede fallire l’accerchiamento e la distruzione dell’esercito tedesco a Valmontone per l’indisciplina di Clark (o per ordini superiori?), in agosto vede il grosso delle forze franco-americane rinunciare alla vittoria definitiva in Italia per svicolare nella Francia meridionale mentre le forze rimaste in Italia inseguono il nemico così lentamente da dargli il tempo di ricostituire di continuo le linee di difesa. Churchill scende in Italia per parlare con Alexander e rendersi conto della situazione. E molto amareggiato. Annota il suo medico, lord Moran: “Winston non parla mai di Hitler. Egli parla solo del comunismo e dell’Armata Rossa che si espande da un paese all’altro. È divenuta la sua ossessione.” (…) Churchill supera ogni indecisione. Lancerà la sua offensiva contro la volontà di Stalin e Roosevelt. Il suo obiettivo che, anche se dissimulato, non nasconde il suo intento chiaramente antisovietico di impedire all’Armata Rossa l’accesso al Mediterraneo. E uno scontro fra due mondi inconciliabili, ma dietro di lui la cristianità non è unita. Il Presidente degli Stati Uniti non sta con il mondo cristiano ma con quello sovietico. Nel ricordo della lotta secolare fra Roma e Cartagine, Ringraziamo Montemaggi… con i suoi scritti e le sue un evento militare epocale, ricerche ci ricorda che uomini come Winston Churchill Churchill pensa di entrare nella hanno saputo guidare l'umanità nella battaglia contro il Grande Storia come il romano Scipione vincitore di Annibale, nazi-fascismo e il comunismo di Stalin. Vincendola. e sceglie lo storico fiume Metauro come luogo ideale che darà una risonanza mondiale alla sua sfida al mondo marx-socialista. Per comunanza d’intenti strategico-religiosi vuole incontrare anche il Papa: nazismo e comunismo non sono meno pericolosi dei Turchi del XVI secolo. La sua decisione lo apparenterà ai Campioni dell’Occidente cristiano che in quel lontano 1456 salvarono la cristianità. Il Premier è a Roma, ospite dell’ambasciatore Sir Noel Charles, che gli presenta le maggiori personalità romane, parla con Alexander, Clark ed i più alti ufficiali anglo-americani, con il Primo Ministro greco Georgios Papandreou, con cui esamina la situazione politica in relazione al partito comunista EAM e al suo braccio armato ELAS in previsione dell’evacuazione dell’esercito tedesco di occupazione (Churchill pensa di inviare in Grecia un Corpo di spedizione di 10.000 uomini prima che i partigiani comunisti si impadroniscano di Atene). Ad

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6 – FUORI TEMA – Peace intende affrontare, di volta in volta, argomenti di attualità, al di fuori di quelli trattati solitamente da questo giornale

L'influenza di Darwin

Questo articolo sull’influenza AH1N1 uscirà quando la pandemia sarà nella sua fase rovente, gli animi saranno surriscaldati dal massiccio bombardamento mediatico, interessato più a se stesso che ad informare e cercare di chiarire ciò che veramente succede. La mia riflessione parte dalla contrapposizione fra i sostenitori della teoria darwiniana e quelli della teoria creazionista. I darwiniani sostengono che la vita degli organismi biologici sulla Terra è regolata dalla evoluzione delle specie per cui - facciamo attenzione - il più adatto si evolve, il quale non coincide quasi mai con il più forte, come comunemente si pensa. E’ una teoria che rispetta la tremenda efficacia della natura che, sostanzialmente, non considera la dimensione del singolo individuo, bensì un ordine che tiene conto solo dell’interesse globale. Con Darwin l’uomo codifica scientemente la sua dipendenza dalla natura e scende dallo scranno dell’essere vivente dominatore della vita animale, divenendo esso stesso prodotto della evoluzione. Negli ultimi decenni si sta facendo largo, partendo dal profondo sud cattolico degli USA, la teoria creazionista, in aperta contestazione a Darwin. La parola stessa ci fa capire, che secondo i creazionisti, Dio ha creato il mondo e la vita sulla terra. Possiamo dedurre che secondo i seguaci creazionisti, ciò che Dio ha fatto è perfetto e che, noi esseri mortali ed imperfetti, non possiamo né dobbiamo modificare. Questi movimenti sono in prima fila contro l’aborto, contro l’uso delle cellule staminali, contro le forme più spinte di inseminazione artificiale. E’ facile affermare che - in un certo senso, capovolto - rispettano la natura più i creazionisti dei darwiniani. La scienza, pur accettando le leggi della natura, attraverso le proprie scoperte e la loro applicazione tecnologica, ha sconfitto in molti casi definitivamente diverse malattie che hanno segnato tragedie immani nella storia dell’umanità. Torna alla memoria la terribile esperienza della peste nei secoli passati. Ciò rappresenta un grande passo avanti verso l’affrancamento da malattie terribili che hanno afflitto l’umanità. Questa capacità di modificare il corso naturale delle cose pone la scienza allo stesso livello di Dio, rendendola capace di interventi profondi e decisivi, fino alla modifica della vita stessa, divenendo fonte di creazione autonoma. Il nostro organismo è dotato di un sistema immunitario,teoricamente capace di distruggere ogni corpo estraneo con cui entra in contatto, virus o batteri che siano. Per una serie di ragioni succede che il nostro sistema immunitario non agisca correttamente e lasci passare organismi estranei che ci fanno ammalare. La natura, diciamo così, ha previsto l’abbassarsi delle difese immunitarie, per eliminare gli organismi meno adatti per la sopravvivenza delle specie. La scienza ha trovato dei rimedi che sostengono l’organismo, che eliminano direttamente gli organismi patogeni - gli antibiotici - oppure che allenano il sistema immunitario a riconoscere virus specifici. Le vaccinazioni. Ogni anno, durante il periodo autunno-invernale, assistiamo all’arrivo di ogni tipo di influenza. Come ogni anno le categorie più a rischio vengono vaccinate, ma ciò non impedisce di ave-

re circa 8000 morti in Italia a seguito della influenza stagionale. Arrivata l’influenza AN1H1, trasmessa dai nostri amici suini, si è scatenato il panico fra la popolazione. Contemporaneamente ci rassicurano che è meno virulenta della stagionale. Questo modo schizofrenico di informare crea incertezza nella gente, con punte di panico in alcune realtà territoriali (Napoli) e giusta preoccupazione nei genitori che hanno figli piccoli. Allora l’uomo non è in grado di sconfiggere tutto, allora ha ragione Darwin… ma l’informazione sotto-sotto ci rassicura. Il paziente

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CHI RICONOSCE CHI Nello scorso numero avevamo chiesto 'aiuto' ai nostri lettori: sarebbero stati in grado di riconoscere i protagonisti di una foto (che oggi riproponiamo)? Le risposte sono state numerose, ed ecco le segnalazioni al momento pervenuteci: 1 G. Ermeti 2 Elsa Tosi (la moglie di Guido Lucchini) 3 Carlo Alessandri 4 Mirella Giolitto 5 Ercole Scalesciani 6 Nino Miserocchi 7 Gilberto Calcinelli 8 Giolito 9 Lella Giusti 10 Paolo Zavatta 11 Paolo Bianchi 12 Marco Bonetti 13 Eugenio Casadei 14 Rinaldo Ghirardelli 15 Paolo Solaroli

Enzo Corbari ha scritto per i bambini del Borgo una favola a sfondo natalizio. Un adattamento in chiave moderna - e cittadina - della storia più importante della nostra civiltà.

Il vecchio e il bambino Che notte, questa notte! Una notte speciale, magica. La città si accende di luci meravigliose, colorate. La notte di Natale! Si sente in giro l’aria della festa. La più bella dell’anno. La notte dei miracoli. La notte delle favole. Un furgoncino gira su e giù per le strade. Lucido e sfavillante. Ogni tanto si ferma e un vecchio vestito di rosso, con un gran berretto rosso e una lunga barba bianca, un grande sacco sulle spalle, scende e va su per i muri delle case come l’uomo ragno, aggrappandosi alle grondaie e ai cornicioni fino sui tetti e si cala giù nei camini. Babbo Natale porta i regali ai bambini che dormono sereni. Sembra che non si stanchi mai, però non è vero. Ha un po’ di fiatone, ogni tanto inciampa. E’ ormai mezzanotte e le campane si danno la voce, allegre. E’ nato il bambino. Il vecchio si ferma incantato, si fa un segno di croce e poi risale sul suo furgone e brontolando fa: “Adesso andiamo in Stazione e ci facciamo un bel caffè, magari corretto con l’anice”. Appena entra nel bar, gli si appannano gli occhiali per il bel caldino che c’è. Guarda quanta gente! Gente senza fa-

morto era afflitto da gravi patologie pregresse, voi, noi, che siamo sani, non abbiamo nulla da temere… oppure nessuno ne ha veramente capito granché e anche i nostri scienziati brancolano nel buio. Posso ipotizzare che il mondo scientifico si sia, in un primo momento, spaventato per le temute e terribili conseguenze della pandemia ed abbia frettolosamente attivato un sistema mondiale di mobilitazione sanitaria. Accortisi che era poca cosa, ma non potendo fermare il treno in corsa, penso che abbiano cercato di rientrare nelle spese sostenute. Maurizio Lazzarini Peace

miglia ma che ancora ha un cuore. Infatti quando lo vedono battono le mani, e gli fanno festa e gli pagano da bere. “Babbo Natale, facci compagnia!!”. Ritornano bambini. E chi un brulé, chi un punch bollente, chi un grappino e poi un altro, un altro ancora… Come si fa a dire no? Ad un certo punto guarda l’orologio: è tardi, il tempo passa e la notte corre. “Bisogna che vada a finire il mio lavoro. Grazie! Ci vediamo l’anno prossimo, speriamo di esserci tutti”. Esce tutto allegro, “all’orza”, come si dice in gergo. Marinaresco, le gambe che si imbrogliano un po’, sale sul furgone, mette in moto. Una mano bussa sul vetro del finestrino. “Polizia!”. Erano in due. Uno gli chiede la patente, l’altro gli spegne il motore e tira fuori un arnese. “Soffi qui dentro!”. “Ma io sono Babbo Natale!” “Basta con questa commedia, ormai siamo grandi e non crediamo più alla favole!” Che tristezza! Soffia nel palloncino e questo si gonfia, si gonfia, si gonfia… e scoppia. Per forza con tutto quello che aveva bevuto…

“Positivo. Adesso lascia qui il furgone e va a casa a piedi”. “E i regali per i miei bambini?”. “Domani, domani; vergogna, vecchio ubriacone”. Vanno via portando con loro le chiavi del furgone. Il vecchio si getta a sedere per terra, la testa fra le mani, disperato. Piange e si bagna tutta la barba. Un facchino che era lì a guardare gli fa: “Non piangere, ti do il mio Ape. E’ un po’ sgangherato, ha l’asma, però va”. Lui vi trasferisce tutti pacchi dei regali e va via scoppiettando per la città, tutto contento. Arriva in piazza. Sotto l’enorme albero di Natale vede un qualcosa, una specie di coperta. Scende e la scosta. Un bambino piccolo, appena nato, che era incantato a guardare in su tutte le luci e le palle variopinte che pendevano dai rami. “E tu chi sei?” “Il Bambin Gesù, non si vede? E tu?” “Babbo Natale” “Veramente mi sembri più un nonno… posso chiamarti Nonno Natale?” Il vecchio ci pensa un po’ e poi risponde: “Mi piace anche perché i nonni sono più simpatici dei babbi; va bene che la gente spesso si dimentica dei nonni. A me mi lasciano nel ricovero tutto l’anno, e mi cercano solo sotto Natale. Per fortuna abbiamo i nipotini che ci vogliono bene, sempre. Ma tu che cosa fai qui? Non senti che freddo fa?” “Per forza, siamo a dicembre e quest’anno non è come quello passato che c’era il garbino”. “ Aspetta, ti porto all’ospedale. E lì che sei nati tu?” “ Allora sei proprio suonato, non ti ricordi che i miei sono poveretti e non hanno neanche la mutua? Sono nato in una capanna, su a Covignano, vicino alle Grazie. Anzi, bisogna che ci ritorni perché il mio babbo e la mia mamma, che stanchi com’erano, si erano addor-

mentati, magari si svegliano e se non mi trovano nella mangiatoia si prendono paura…” “Ti porti io, dai, ti carico sopra l’Ape, in mezzo ai pacchi dei regali”. E via che vanno, un vecchio vestito di rosso sopra un’Ape rossa e un bambino nudo, cantando una bella canzone di Natale. La luna che in cielo stava a guardare col suo faccione tondo tondo, si mette a ridere, e ride, ride… finché dal gran ridere si mette a piangere. Le sue lacrime vengono giù, sulla Terra, e per il freddo diventano neve che imbianca tutto. Il vecchio si volta e dice: “sfruffola”. E il bambino “anzi, buffa, che bel Natale!”. Arrivano alla capanna, non c’era ancora nessuno perché gli angeli non avevano ancora portato la buona novella. La Madonna, San Giuseppe, il bue e il somarello dormivano. Nonno Natale scarica il bambino, che lo stringe in un grande abbraccio, baciandolo sulla barba bianca. Il nonno cerca fra i suoi giochi, e gli regala un bel pallone. “Era il mio sogno… sopra ci sono anche le firme dei giocatori!” E con il pallone, più grande di lui, sotto il braccino, si infila zitto nella mangiatoia. Lo nasconde sotto la paglia e fa ‘ciao, ciao’ con la manina, mentre con l’altra accarezza il suo bel regalo. Piano piano i suoi begli occhi si chiudono e si addormenta. Il vecchio mette in moto il suo Ape, e via che va nelle strade del mondo, dagli altri bimbi, che anche loro dormono nei loro lettini. Sarà il freddo, sarà qualcos’altro, gli occhi del vecchio gocciolano. Non sarà che Nonno Natale… pianga? Chissà…


7 Per la serie "I nuovi residenti"

Paolo Miccoli è tornato nel Borgo da poco, ma si è già guadagnato la cittadinanza onoraria!

“Erano le quattro, non dormivo, mi sono alzato ed ho fatto una foto al Ponte…”

Paolo, nuovo nuovissimo residente, ha conosciuto pure il Borgo di prima… di prima della cura. Perciò con lui il discorso fila via liscio. Ci si capisce al volo. La nostra chiacchierata si svolge nell’ampio soggiorno della sua casa - ben ristrutturata - collocata all’inizio di via Marecchia, a due passi dal Ponte romano, dal Caffè Vecchi e dal Ristorante Ponte di Tiberio (anche questo di sua proprietà). Paolo, con quell’aria da gigante buono, da bolognese che sa vivere e lascia vivere, attacca a sorpresa con una frase che, lì per lì, non mi sarei aspettato: “La cosa più triste è che il Borgo non è fatto più dai riminesi…” L’avevo conosciuto che era un ragazzo che faceva le foto per il Resto del Carlino, immerso in una vita trafelata, piena di incontri interessanti (come capita ad ogni buon fotoreporter, e lui lo era). Mi dava anche l’impressione che fosse un po’ squattrinato, come tutti noi, ma sicuramente molto generoso: le sue preziosissime immagini in bianco e nero ce le offriva quasi gratuitamente. Sembrava che si vergognasse a chiedere i soldi. Poi sparì da Rimini. Se n’era tornato a Bologna. Ora me lo ritrovo davanti con un’aria da ‘ragazzo’ maturo, da uomo benestante, che non ha problemi a parlare degli immobili e delle imprese acquistate recentemente nella nostra città. E, se non lo avevo capito allora, lo capisco adesso che Paolo non ha paura di niente, che non teme nessun argomento. Gli chiedo, quindi, di ricostruire la sua storia, tra Rimini e Bologna. “Quando morì Minghini, arrivai io a prendere il suo posto di fotografo nella redazione riminese, alla fine dell’ ‘87, inviato dal Carlino di Bologna. Doveva essere una cosa provvisoria, ci rimasi, invece, fino al 1995. Di fatto non conoscevo Rimini. La mia famiglia, da buoni bolognesi, frequentava la spiaggia di Cesenatico. Allora, un po’ alla volta, cercai di conoscere la vostra città. Poi, quasi per caso, capitai nel Borgo, in una giornata di nebbia, in un ambiente deserto e un pochino disastrato… e fu un amore a prima vista. Era questa la Rimini che avevo immaginato. Cardellini, il mio mentore all’interno della redazione, che mi aveva preso a ben volere, mi parlava spesso del Borgo e di come in passato i riminesi non ci andassero volentieri. Iniziai a frequentarlo, a caccia anche di volti borghigiani, fermandomi spesso da Pierino, nel suo bar, o al Circolo 1° Maggio. In quelle occasioni conobbi Guido Nozzoli, il Nin, Mazaset… e non mi dispiacerebbe, con tutte le foto che quella volta ho scattato - dedicate soprattutto a quei personaggi - realizzare una mostra in una prossima Festa del Borgo. Posso dire tranquillamente che Rimini l’ho conosciuta nel Bar di Pierino, dove c’era gente che aveva delle cose da dirti, dei racconti da farti… racconti che oltrepassavano il Ponte, mentre la gente che abitava al di là oltre non andava!”

Cinque giorni a Rimini, due a Bologna. Mica male!

Chiedo a Paolo anche di dirmi qualcosa della sua vita precedente, quella bolognese; e con la solita sincerità, tipica di chi non è abituato a nascondere nulla, mi racconta di suo padre - un luminare della medicina bolognese -, della sua famiglia, a cui deve la sua condizione economica, ma soprattutto dei suoi trascorsi politici: “All’università, in quegli anni infuocati, mi iscrissi al Fronte della Gioventù, diventando un fervente missino, partecipando a numerosi scontri, e avendo al mio fianco quello che diventerà l’attuale onorevole Raisi. Mi è rimasta addosso quella passione politica, mentre l’estremismo di cui tutti fummo un po’ responsabili e un po’ vittime è acqua passata, fortunatamente…” Una passione che Paolo portò con sé anche a Rimini, durante la stagione da fotoreporter: “Nel ‘90 mi trovai alla Fiera di Rimini, alla fine del Congresso dell’MSI, da solo con Fini e con sua moglie Daniela: aveva vinto Rauti, e tutti se n’erano andati via, al seguito del vincitore; non mi rimase altro che fare un po’ di coraggio ad un isolato e perdente Gianfranco…”. Ma Miccoli ha sempre avuto una grande disponibilità all’amicizia, di qualsiasi ‘colore’, non è mai stato un fazioso, non ha mai conosciuto l’odio per coloro che poteva considerare avversari politici. “Divenni amico in quegli anni di Nando Piccari, di Enrico Gnassi, di Massimo Conti, di Werther Casali e di Checco Alici, quest’ultimo, uomo di

Allora è vero che quelli di Bologna appartengono ad una razza superiore!?

In questa immagine c'è tutta la seconda vita di Paolo Miccoli. In quella precedente fu un fotoreporter di talento (non inferiore al suo predecessore, Davide Minghini). In quella attuale, alimenta - con il suo entusiasmo e suoi investimenti - numerose attività nel campo della nautica e della ristorazione. (Nella foto, Paolo all'interno del suo Molo 22) grande umanità e disponibilità, che conobbi negli ultimi anni della sua vita, quando aveva già abbandonato l’attività politica. Divenni amico anche di Franco Polazzi, macellaio nella Vecchia Pescheria, un personaggio che conosce Rimini e i riminesi più di qualsiasi altro, di Maurizio del Pic-nic… Sono stato amico degli indimenticabili Gianni Fabbri e Nestore Crocesi, generosi e di cuore, quanto mai…” Poi quattro anni fa il nostro Paolo acquistò una casa nel Borgo quella che in passato fu l’abitazione dell’Arsa e di Sanzio, della grande famiglia Fabrizi - per andarci a vivere, recentemente, in maniera sempre più assidua. “Oggi vivo cinque giorni qui e due a Bologna. E nel Borgo sono sereno, ci vivo bene, sono tranquillo… non ho l’allarme, basta un giro di chiave: a Bologna spendo un sacco di soldi per la sicurezza della casa!” Appena tornato a Rimini, Paolo si mise in testa di aprire un ristorante, da far gestire, naturalmente. Un investimento, forse, non solo economico. Probabilmente Paolo, così socievole, così amante dei punti di ritrovo, non poteva pensare subito a qualcos’altro! Ed ha finito per acquistarne addirittura due: prima l’ex Acero Rosso (oggi Ristorante Ponte di Tiberio) e poi il “Molo 22”, lungo la passeggiata panoramica della nuova darsena. L’altra passione di Paolo è la nautica, da qui la sua scelta di diventare proprietario del cantiere all’interno della Marina di Rimini. E così Miccoli ha gettato le basi per diventare riminese a tutti gli effetti, e borghigiano d’adozione.

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Paolo non ci abbandonare!

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Porchetta di

Baiata

“Non posso lamentarmi o desiderare qualcosa di più: l’estate, pensa, posso tornare a casa in gommone, lungo il canale, partendo dal Molo 22 o dal cantiere e giungendo quasi sotto il Ponte di Tiberio, vicino casa mia. Sembra di essere a Miami, e invece sei sul Marecchia!” Il finale della nostra chiacchierata - avviene al fresco - nel terrazzino della sua casa, in fondo al cortile: un terrazzino affacciato sul canale, dove i suoi amici bolognesi amano d’estate cenare. E’ lì che si può ammirare il Ponte, da un’angolazione speciale: standoci così sotto, il grande monumento romano sembra ancora più imponente, come se incombesse su di noi. “Peccato che sia così poco illuminato! Tra l’altro è una lamentela ricorrente da parte dei gruppi di turisti in visita al Borgo…” Poi, Paolo, quasi non volesse smentire la sua fama di ragazzo generoso, mi affida un messaggio da trasmettere agli organizzatori del Borgo: “Io sono disponibile ad appoggiare in pieno qualsiasi cosa faccia o proponga la Società de’ Borg…” Come dire: di borghigiani ne saranno rimasti pochi, ma lo spirito non si è perso, e io su questo ci scommetto! Paolo è fatto così, va avanti di entusiasmo. Sul suo terrazzino sventola il tricolore con le insegne delle antiche Repubbliche marinare. Durante l’ultima Festa ha aperto la casa a tutti, offrendo vino, salumi e gnocchetti sardi (ne avevano cotti sei chili). Se, poi, lo incontri da Oriano devi lottare per offrirgli un aperitivo.

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8 I racconti di Dino

Barba e capelli, calendarietti osé e comizi improvvisati Nel Borgo c’erano tre barbieri, grosso modo quanti ce ne sono La posizione del negozio era, però, troppo al centro della vita colpendo addirittura la propria insegna, costituita da un grosso oggi, con Gianni & Alessandro, Emilio, Edo & Valerio… Quel- borghigiana. Proprio lì davanti c’era quel piazzale in cui noi gio- lampione di vetro. Finì in frantumi quel simbolo di cui andava lo che in passato ha avuto una storia più significativa fu Par- vani - non poco esuberanti - ci ritrovavamo abitualmente. Uno particolarmente orgoglioso. meggiani: e non solo per l’attività. Lui si chiamava Marino, ave- dei nostri scherzi preferiti aveva come oggetto proprio la sua bot- Lucio, poi, durante l’estate, data l’esiguità dell’ambiente, aveva va la barbieria accanto alla trattoria di Colombo e i suoi figli ave- tega, che si trovava al di sotto del livello stradale; c’era come un pensato bene di collocare le poltroncine d’attesa all’esterno, sulvano imparato tutti il suo mestiere; fra quest’ultimi c’era Ettore, piccolo fossato lastricato, uno scolo d’acqua, che scorreva lungo la strada. Questa sua scelta inconsueta, per i tempi, ci spinse ad il più grande di tredici fratelli, che diventerà un famoso tenore; tutto il caseggiato. Il nostro sport preferito era quello di lanciare escogitare, ai suoi danni, un nuovo passatempo. Furtivamente, chi invece subentrò al padre nel negozio fu Luciano, detto Cia- una grossa palla di legno, più pesante di una boccia, dal piazza- allora, qualcuno di noi provvedeva a legare - con una cordicella ni. Marino fu il capostipite dei barbieri del Borgo, un vero mae- le in direzione del negozio; la pendenza ne faceva via via au- - la fila delle sedie al paraurti di un auto o di un camion in sosta stro. Mentre in città ricordo che il più rinomato era Pagela, che mentare la velocità: la palla s’incanalava immancabilmente ver- lì vicino. Succedeva che l’ignaro autista partisse trascinandosi esercitava in piazza Cavour, a cui non mancava dietro il “salotto” del nostro barbiere. un filo di stravaganza: si diceva che finito di farti la barba ti pregava di bere un bicchier d’acqua, Vanein, un combattente del sabato sera da tenere in bocca, per gonfiare le guance, in Il terzo parrucchiere per uomo era Vanein, che svolmodo tale da poter verificare… se ci fossero stageva la sua attività in quello che poi divenne il neti tagli o buchi! gozio di scarpe del povero Federico Gorini. Vanein Dopo Ciani, subentrò nell’attività Cesare, conoera il personaggio, fra quelli ricordati, più estroversciuto da tutti come Cesarino. La sua clientela so e più inserito nella commedia umana del Borgo: era costituita in gran parte da giovani, a cui lui si aveva una bellissima voce, stila, sottile, da soprano, rivolgeva come amico e confidente, con attege quasi tutte le sere si esibiva nel Circolo 1° Maggiamenti molto suadenti, quasi signorili. Era cogio; ed era l’unico che sapesse interpretare fedelnosciuto anche per la sua passione per la musica, mente quella bellissima canzone, che ancora oggi in particolare per l’opera. L’ambiente come di alcune donne del Borgo, canticchiano assieme: “Sei norma era piccolo, ed era sempre pieno di genbella, sei splendida, di bianco vestita…” iniziava te… al punto tale che Titti, come al solito impadolcemente per poi salire progressivamente di tono: ziente e brusco, una volta, non trovando posto a una canzone che solo veri specialisti possono afsedere, sulla soglia, se ne uscì con una delle sue frontare. bordate: Ricordo che all’alba tra i primi passanti del Borgo “E saria mei che t’at cumpres menc desc, menc c’era quasi sempre lui. Si fermava al centro del Ponbescher e piò scarani!…” te di Tiberio e incominciava a cantare stornelli e Cesarino infuriato lo inseguì sulla strada con il vecchie canzoni marinare. A voce distesa. Era il suo rasoio in mano. saluto al fratello Aldo, pescatore, che partiva da casa Un altro episodio che lo riguarda porta… la fir- Siamo da Edo e Valerio, in via Madonna della Scala (un’appendice del Borgo). poco prima e dal porto, nei pressi della Madonna ma di Franco, la Scienza. Quella notte d’inverno Qui si rinnovano, ogni giorno, le sceneggiate tipiche di ogni sana e della Scala, mentre usciva con la piccola battana da aveva abbondantemente nevicato, e la Scienza di tradizionale barbieria. A tener banco, nella foto, c'è Edo, attore di primo piano pesca, rispondeva alla voce con uno strano intercalamattina presto aveva già pensato che cosa combi- in questa commedia dell'arte che, con estrema convinzione, passa - re di canzoni e saluti. Dalle finestre molti borghigianare: in via Marecchia si mise di buona lena ad solitamente - in rassegna i suoi argomenti preferiti, in ordine di importanza: il ni, quasi rapiti da quei canti, seguivano quegli scamaccumulare tutta la neve possibile davanti all’u- gentil sesso (con espressioni non sempre gentili), Berlusconi (omissis), i politici bi canori. Vanein, dal ponte, salutava così il fratello, scio di Cesarino, tamponandolo completamente. locali (lasciamo perdere)… ma il colmo del parossismo, Edo, lo raggiunge e poi andava ad aprire bottega. Al povero barbiere non rimase altro che invocare quando esalta le doti del paese in cui è nato. Si tratta di Borgo Nuovo, in realtà Tutto quel cantare…evidentemente prosciugava la aiuto dalla finestra del primo piano. una frazione, più che minuscola, vicina a San Vito. Due case in croce, che gola. Vanein, anche lui, quindi, faceva parte dei Un suo allievo fu quel Pasqualino che prima aprì nessuno ha mai visto! Ma Edo, sicuro com'è, la sua merce la sa vendere bene! “combattenti del sabato sera”, della schiera dei bevibottega al di là del Ponte, all’inizio del Corso E si permette pure il lusso di indossare - da maschio italico quale si proclama - tori e canterini del Circolo 1° Maggio. Senonché, a (dove in precedenza aveva lavorato Bergamotti) un aderente maglioncino rosa… Sullo sfondo, in azione, l'autore della foto: quei tempi, la barbieria rimaneva aperta anche la doper poi - cambiando mestiere - andare a gestire il Valerio, il vero regista di tutto lo spettacolo giornaliero. In primo piano un menica mattina, e in quel roteare di forbici e rasoi… Dancing Inferno, lungo il deviatore del Marec- cliente che pazientemente ascolta, senza reagire. non c’era nessuno che volesse farsi servire per prichia. mo! Gli habitué come Nino Fagnani ti cedevano voLa storia poi continua, tutt’oggi, con l’allievo di lentieri il passo, quasi a farti ricoprire il ruolo della Pasqualino - Emilio Righetti - che ha aperto un negozietto in via so la porta di Lucio ed entrava con un gran frastuono nel suo lo- cavia: “Va avanti te, che io devo finire di leggere il giornale…” San Giuliano: oltre a fare barba e capelli, lì, produce ed espone, cale, sorprendendo lui e i suoi clienti. Era come un proiettile che Oggi le cose sono cambiate, ma forse neanche troppo: si chiai frutti della sua passione per la pittura. Un uomo mite e schivo, squarciava la tranquillità del piccolo ritrovo. Il nostro barbiere mano, a volte, parrucchieri unisex, sono molto più eleganti, non a cui è impossibile non voler bene. tutte le volte cadeva nella provocazione, usciva imprecando e offrono più - alle vigilia delle feste - calendarietti profumati e rabbiosamente rilanciava la palla… senza mai pensare di seque- osé, ma in sostanza il loro negozio rimane un luogo di ritrovo, di Lucio, un barbiere troppo esposto strarla. Così il nostro scherzo poteva essere ripreso più volte du- incontri, una piccola fabbrica (più benevola che critica) dell’opiLa seconda barbieria del Borgo era collocata, sempre in viale Ti- rante una stessa giornata. La cosa durò fino a quando Lucio, al nione pubblica di quartiere. berio, la nostra strada maestra, vicino all’attuale Caffè degli Ar- colmo dell’esasperazione, rilanciò in maniera maldestra la sfera Dino Spadoni tisti: il gestore era Lucio Soretti, coadiuvato dai figli. I soprannomi affibbiatigli dai clienti e dagli amici erano, come sempre, Cosa siamo? Un tratto intestinale della città! particolarmente crudeli: Tosatopi e Topina. In realtà questi apsare che non si mangia più. Perché per fare na, che gusto poterlo calpestare con orgocontinua da pag. 1 pellativi non rendevano assolutamente giustizia della loro abilità una buona piada ci vuole la stufa a legna, glio, quasi con superbia! Perché una bellezprofessionale, se è vero che il loro salone, pur piccolo, fu antesiimperdonabile omissione sia per lanciare per far “tirare” la stufa ci vuole il locale za così chi ce l’ha, ce l’ha! E non ne trovi da gnano dell’attuale moda unisex: già a quei tempi qualche signol’input a chi volesse raccoglierlo. adatto ma, soprattutto, bisogna possedere la nessuna parte la riproduzione a mo’ di soura aveva iniziato a servirsi da Lucio. Inoltre lui fu anche il barPer non dire degli odori, quelli del cibo che ricetta originale e aver tempo da dedicare. venir, quei cazzabubboli grotteschi che, biere dei soldati alleati: infatti, nell’immediato dopoguerra, avetrasudavano dai muri intrisi, della fuliggine Quanti/e hanno le carte in regola? chiunque altro, in qualunque altra parte venva ottenuto l’autorizzazione ad esporre davanti al suo negozio un che ovattava l’atmosfera ed impregnava i Perché la classifica degli amanti del Borgo derebbe, magari dentro la palla di vetro che cartello in lingua inglese - “In off bonds” (mi pare di ricordare) vestiti e quelli che emanavano dai vicoli che vede al primo posto gli irriducibili ovvero spande neve o nei portachiavi. - che lo accreditava ad esercitare la sua attività anche con i milifungevano da orinatoi. E ancora i rumori, quelli (ma credo siano di più le donne: Mi- E’ poi vero che le botteghe sono diventate tari stranieri presenti a Rimini. anzi i suoni che si diffondevano come la co- riam, Lella, Laila… ops… ho dichiarato di negozi, i negozi supermarket ed il kebab ha

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lonna sonora di un film dell’Istituto Luce, voci, attrezzi, scarriolamenti. Qui, come altrove, non è più così. E non potrebbe essere altrimenti, oggi le ”veglie” pure rappresentate durante la Festa biennale, sarebbero falcidiate dalle auto in corsa, gli sms impediscono la conservazione di qualsiasi segreto da tramandare sottovoce, il traffico copre qualunque guizzo sonoro mentre lo smog cancella il sentore degli “umori” che, prima, arrivavano al naso in anticipo sulle immagini. Attualmente nel Borgo si registra una concentrazione notevole di affermati e caratteristici luoghi di ristorazione ma se si dovesse giudicare dagli olezzi che si percepivano in passato: il soffritto, la rustida, l’umido, la frittata, la piada, i cavoli, il minestrone… ci sarebbe da pen-

non voler far nomi!) che non l’hanno mai abbandonato, i pendolari alias quelli che, trovata una migliore “sistemazione” logistica in un’altra zona, ci vanno solo a dormire, vivendo il resto della giornata nel Borgo, gli importati per lo più borghesi professionisti che hanno realizzato quanto fosse trendy abitare nel Borgo in quelle casupole, trasformate in un set cinematografico, lasciate dai tapini (di cui sopra) oggi amaramente pentiti ed infine gli aspiranti tra cui la sottoscritta. Perché come dice mia mamma Elsa: nel Borgo c’è tutto quello che serve e se lo giri e lo frequenti, se ci fai la spesa, se ti fermi a chiacchierare fuori dal bar… in poco tempo diventi, per tutti, una con un nome e non solo una. E quel Ponte che gli altri vedono in cartoli-

STUDIO DI CONSULENZA AUTOMOBILISTICA di Arcangeli Ubaldo e C. Via XXIII Settembre, 36/38 - 47900 RIMINI Tel. 0541.28455 - 0541.21551 - Fax 0541. 708976 info@pibiesse.com

preso il posto della rosticceria, il fruttivendolo ha un nome italiano ma è rigorosamente albanese, il cuoco del ristorante più romagnolo è cinese, l’oste più tipico friulano mentre il colore olivastro delle “more” boghigiane è oramai soppiantato dal biondo delle badanti che scarrozzano i vecchietti diversamente destinati agli arresti domiciliari. Una realtà oramai diffusa con la differenza che chi arriva nel Borgo non vuole più andarsene. Tempo al tempo e nasceranno nuovi personaggi se è vero che la tradizione non è altro che una innovazione radicata nel tempo e nel luogo. Perché il Borgo, pur nella sua autonoma identità è un tratto quasi intestinale della città. Ci devi andare, è inevitabile. Grazia Nardi

Periodico edito dalla Società de’ Borg Reg. Tribunale di Rimini n° 9/2004 del 25/10/2004 Redazione e pubblicità Via Padella - Rimini - Tel. 339 8962397 Direttore responsabile: Giuliano Ghirardelli ghirardelli@infotel.it Impianti e Fotolito: Linotipia Riminese info@linotipia.net Stampa: Tipografia VALMARECCHIA S.Ermete di Santarcangelo - Tel. 0541 758814

2009_dicembre_E foi de' Borg  
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