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www.societadeb o r g. co m Nuova

edizione

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Aprile

i nf o@soci et adeborg.com 2008

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Periodico

edito

dalla

Società

de’

Borg

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RIMINI

Quelli del Borgo hanno rimesso in moto la macchina della Festa, e vi invitano a salirci sopra. E non solo come spettatori.

Le veglie, tra incubi misteri e briganti beatificati

In vista della prossima Festa, che si svolgerà il 6 e 7 settembre 2008, la Società de’ Borg è già partita con la sua organizzazione; ed il primo passo è stata l’elezione del nuovo consiglio direttivo. L’impegno della Festa è sempre - consentiteci di dirlo - un’impresa avventurosa. Prima fase: c’è da mettere insieme un bilancio preventivo ed iniziare a trovare le coperture economiche. A che punto siamo, allo stato attuale? La nuova squadra - a livello societario - è già pronta, ma deve essere, poi, integrata da un numero considerevole di “volontari”. Vediamo quali sono i responsabili, appena eletti: Sergio Serafini (riconfermato, in maniera plebiscitaria, come presidente), Mario Pasquinelli (vice-presidente e responsabile commissione economica), Marianna Balducci (segretaria e resp. comm. cultura), Piero Chierighini, Piero Emiliani (resp. comm. impianti tecnici e attrezzature), Mery Fabrizi, Giorgio Ferri, Roberto Maldini (resp. organizzativo e comm. spettacoli), Moreno Maresi, Giuliano Maroncelli, Luca Miserocchi, Manuel Pasquinelli (economo), Roberto Ravagli, Miriam Semprini (resp. comm. approvvigionamenti e stand) e Graziano Toccafondo. Il nuovo consiglio ha immediatamente provveduto - come in tutte le edizioni - ad affrontare la scelta relativa al tema delle prossima Festa. La nostra esperienza, fin dal 1979, si è caratterizzata attraverso l’individuazione di un filo conduttore ispirato ad eventi o a personaggi della storia e della cronaca locale - che da sempre ha guidato le giornate di settembre. Fra le varie ipotesi, che il vecchio consiglio aveva già messo in campo, è stata scelta quella che si rifà all’immaginario popolare, ancora vivo fino alla metà del Novecento: nelle veglie, in cui si riunivano famiglie e piccole comunità, i racconti finivano sempre per esaltare vicende che avevano come protagonisti fantasmi, streghe, folletti e briganti leggendari. Ho santì dì che in cla chesa u si sent tott al noti… magari un misterioso rumore di pesanti usci che si chiudevano o aprivano da soli… oppure di orribili ribéss, che nella credenza popolare venivano individuati come bisce mancanti della coda, e che per questo diventavano velenose e mostruose. L’altro grande filone dei racconti orali di quella volta riguardava le gesta di briganti, i quali finivano - in questi racconti trasfigurati - per acquisire un ruolo eroico e positivo, rimuovendo il loro lato sanguinario e crudele… e non c’era solo il Passatore, anzi, quella volta, si parlava di più di un bandito che rispondeva al nome di Mason dla Blona (Tommaso Rinaldini, figlio di una certa Isabellona). E mentre Stefano Pelloni operava nella bassa Romagna, il nostro Mason compì le sue scorribande proprio nell’entroterra riminese, dalla Carpegna a Montebello. Questi, e tanti altri argomenti, erano una sorta di “palinsesto” delle veglie ottocentesche. Si finiva, inevitabilmente, per toccare sempre gli stessi temi: vicende legate ai cimiteri, ai sepolti vivi, al malocchio, alle fattucchiere, alla Romagna sanguinaria, ricca di briganti e ribelli vissuti anche come eroi popolari… Nel 1787 Mason dla Blona venne catturato, imprigionato a Pesaro e tradotto a Ravenna per essere giustiziato. Durante il tragitto, e proprio sul

nostro Ponte di Tiberio, una moltitudine di popolani si accalcò attorno al carro che lo trasportava, salutandolo con fiori e lanci di baci. E furono soprattutto le donne, presumibilmente del Borgo, a commuoversi per la sorte riservata a quel bell’uomo, imponente e fiero. Se avessero potuto lo avrebbero liberato! La storia del nostro Borgo vede la sua componente femminile sempre in prima fila: dall’assalto ai

incentrato sul tema del fantastico e dalla magia. Questo è il “canovaccio” di massima della nostra manifestazione. Le commissioni della Società de’ Borg stanno iniziando ad elaborare e perfezionare il programma delle due giornate. Ogni contributo è più che gradito: tutti sono invitati a partecipare alla preparazione dell’evento, per inventarsi la Festa con noi, in una fase in cui è forte il piacere di dare libero sfogo alla creatività, diventando così, tutti

insieme, un po’ artisti, un po’ sceneggiatori o scenografi… E’ sufficiente contattare i responsabili delle varie commissioni, per vivere questa esperienza comune. Sarà l’occasione, inoltre, per rinnovare quegli elementi di convivialità e di condivisione che hanno sempre segnato positivamente le nostre iniziative. Pronti, via, si parte!

La Via Ortaggi del nostro cuore, con tanti protagonisti: la Gigia, suo figlio Tonino, i murales di Foglietta, la casa dei Chierighini… Cosa è vero e cosa è finto? La foto potrebbe essere scambiata per un acquerello d'autore, e i due borghigiani sembrano soggetti inventati e dipinti da Foglietta a completamento dei murales… E i nostri sentimenti da quale suggestione sono catturati? (La foto è di Leonardo Fazzioli). forni alle proteste contro gli uomini della legge… La nostra era una contrada abitata prevalentemente da marinai e pescatori, spesso precari e quasi sempre assenti da casa: quindi spettava alla donne farsi carico di tutti i problemi quotidiani e di partecipare ai momenti di vita collettiva, belli o brutti che fossero. Il personaggio storico che, forse, lega insieme tutti questi fenomeni leggendari, fantastici, criminali e rivoluzionari allo stesso tempo, è il conte di Cagliostro, imprigionato - quasi murato vivo nella Fortezza di San Leo, fino alla morte. A lui, la prossima Festa, dedicherà una mostra (divulgativa) a cielo aperto, lungo le stradine del Borgo. A Mason, invece, ci ispireremo per la sfilata di apertura del sabato 6 settembre. Il grosso degli spettacoli e degli addobbi, invece, sarà

Una serata, quella di venerdì 11 aprile, (ore 21) al cinema Tiberio, dedicata a Fellini, a Roma, a Rimini, al Borgo e… ai murales da resuscitare

Miti e retroscena della Roma felliniana, anni ‘50 e ‘60 a pagina 4 e 5 Fondazione Federico Fellini


2 I NUOVI RESIDENTI DEL BORGO

Una presenza discreta e forte, allo stesso tempo C’è una schiera di nuovi residenti che ha dato vita, anche nel Borgo, ad una presenza discreta, silenziosa, quasi in punta di piedi: sono le badanti, provenienti dai Paesi dell’Est. Un fenomeno cresciuto poco alla volta e che, ora, è diventato cruciale per l’assistenza degli anziani e dei malati; così in tutt’Italia, con una prevalenza nel Nord e nel Centro. Abbiamo, allora, deciso di dedicare questo ritratto ad una di loro. Ad una per tutte: le loro storie, in fondo, hanno tanti tratti - e sofferenze - in comune. Tamara, 58 anni, portamento elegante, occhialini da professoressa, gentile e affabile, ci riceve nel tinello dei coniugi Poggiali, presso i quali alloggia, fornendo loro una continua assistenza, 24 ore su 24. Viene dall’Ucraina e, come le sue colleghe, parla un italiano che, per la sua precisione, non finisce di stupirci. E’ piacevole ascoltarla. “Sono qui, in questa famiglia, da più di cinque anni; Gigi e l’Ernestina mi hanno accolto come una parente, offrendomi tutta la loro comprensione… specialmente durante un periodo molto difficile per me, per quello che era accaduto alla mia famiglia in Ucraina. Noi veniamo qua lasciando le persone care, e i loro problemi, a casa. Rischiamo di vivere come una pianta senza radici. Fortunatamente la vita del Borgo mi fa sentire meno straniera, in qualche modo sono anch’io parte di questa comunità, dove i vicini di casa si conoscono e si frequentano: giro nei negozi, la gente mi conosce, dalla Conad al Bar Alba, dalla bottega della frutta e verdura a quella del fornaio, dalla farmacia alla macelleria…” Tamara sa raccontarsi con proprietà e garbo. Nel suo paese ha conseguito una laurea simile alla nostra in Economia e Commercio. “Qui arrivano più facilmente le giovani in possesso di una laurea”, probabilmente, pensiamo noi, per la maggiore capacità e preparazione ad affrontare nuove situazioni. Inoltre ci conferma che nel suo paese la propensione ad imparare nuove lingue è alta, facilitata anche dal loro bilinguismo: a scuola studiano l’ucraino e il russo.

Tamara non si sottrae ad un giudizio sulla complessa e tragica vicenda del suo paese, a partire dal superamento del regime comunista: “Oggi la situazione per alcuni aspetti è peggiorata, vedi

Tamara, lo si vede dalla foto, dal suo sorriso, ha già Rimini nel cuore

il problema del lavoro e della casa, che prima erano in qualche modo garantiti… è un processo che deve ancora compiersi… si fa presto a distruggere, mentre è difficile costruire…” E il futuro di Tamara? “Io punto a ritornare in Ucraina, a Luzk, una città antica, fondata nel 985 dopo Cristo da Lubert, un principe lituano. Là sono riuscita a comprarmi una casa, grazie ai sacrifici che sto facendo. Questo si è reso possibile grazie al vantaggio del cambio e per il costo della vita, che in Ucraina è molto più basso rispetto all’Italia”. Lo stipendio di una badante, in Italia pari ad una cifra non ragguardevole, trasferito in Ucraina rappresenta un importo più che notevole. Chiediamo a Tamara, fra le altre cose, come passa il tempo, oltre i lavori di casa. “Guardo molta televisione, assieme all’Ernestina e a Gigi, e questo mi è servito ad apprendere più velocemente la vostra lingua. E tra i programmi che più mi piacciono c’è Forum: seguendolo ho capito tante cose dell’Italia. Ad esempio, nel vostro paese l’uomo ha molti doveri nei confronti della donna e della famiglia, anche quando è la moglie ad abbandonare il nucleo familiare. In Ucraina non è così: chi lascia il marito deve arrangiarsi! Quando esco, mi incontro con mie connazionali, magari in chiesa, quella di rito ortodosso, alle Celle: in Ucraina siamo quasi tutti cattolici ortodossi, mentre pochissimi sono i mussulmani…” Quando Tamara lascerà l’Italia, fra le cose che rimpiangerà ci sarà anche la nostra cucina: la piada, i passatelli, le lasagne… tutti piatti che, però, ha imparato a preparare come una nostra azdora e che aggiungerà ai menù tipici del suo paese, come la zuppa di verdura, le patate, i cavoli, la carne arrosto… E, per finire, ci esprime un suo particolare desiderio: “Prima di tornare definitivamente in Ucraina vorrei visitare le grandi città italiane: Venezia, Roma, Napoli…” A questo punto interviene, sorridendo, l’Ernestina, richiamandosi all’emergenza rifiuti: “Stan ved Napoli, t’an perd un gran che!”

I personaggi della Società de' Borg

Due vite parallele, anche nell'animazione borghigiana Parliamo ora delle nuove leve. Peo e Manuel, giovani trentenni, grandi amici, abituati a vivere tante esperienze insieme, con entusiasmo, compresa quella del Borgo. Partecipano alle nostre attività senza grande patema d’animo, con l’entusiasmo di chi ama divertirsi anche negli impegni organizzativi. Non hanno l’aspetto serioso di chi si sente investito di chissà quale compito… sanno conciliare l’impegno con l’allegria. Ma ascoltiamo i loro racconti. E’ Peo che parla per primo: “Giovane sì, però non di primo pelo. Mia nonna, l’Arsa, mi ha coinvolto fin da bambino nelle sue comparsate, nelle sue esibizioni. Per una delle prime Feste mi fece indossare un vestito, preparato dalle sue amiche, fatto con i sacchi di juta. Si trattava di verificare se quel costume di scena fosse infiammabile. E fecero la prova in diretta, davanti al bar di Pierino. Seduta stante appiccarono il fuoco, con un accendino, al costume che avevo addosso. Per fortuna… la tela non prese fuoco. Dopo i sacchi di juta ho fatto un po’ di tutto: il fantasmino, il diavoletto, poi, crescendo, il magazziniere, l’attivista negli stand, ed oggi sono impegnato nella parte tecnica relativa agli impianti e alle attrezzature. E dal ‘96 ho coinvolto, ho trascinato dentro un gruppo di amici, fra cui Manuel, ancora oggi impegnati nella conduzione dello stand organizzato da mia mamma, la Miriam… “ Manuel, confermando l’introduzione dell’amico, ci tiene a

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precisare che lui ha curato soprattutto quelle che loro chiamano le “relazioni” dello stand: “Un giorno mi chiama la Miriam assegnandomi il compito di organizzare il gruppo degli addetti alla distribuzione dello stand, tutti amici miei…” “Ci voleva uno con la sua pazienza, con la sua credibilità per guidare e coinvolgere un gruppo di ragazzi in un compito così prolungato e faticoso, per tenerli legati ore e ore al bancone…” ribadisce Peo, pensando al lavoro che c’è in quello stand riconosciuto come il più frequentato. La loro continuità ha portato Piero Emiliani Peo e Manuel Pasquinelli ad entrare nel consiglio direttivo della Società, dapprima Peo, all’epoca di Carando, poi Manuel con Serafini presidente. Peo ci tiene a sottolineare che la Festa, e i lunghi preparativi, lo mettono in contatto con una storia che è anche quella della sua Nel ritratto di Giuliano Maroncelli, Manuel e Peo, in un ritratto dedicato alla loro famiglia, con l’Arsa allegra e cordiale amicizia capostipite, del suo Borgo, delle sue radici. “Mi piace pensare che la Festa fa divertire la gente offrendo, però, anche una loro famiglie: sono tutt’e due sposati, hanno ciascuno un figlio, ed possibilità di approfondimento culturale; e, per noi che la hanno coinvolto le moglie anche nel volontariato della Festa. Sono organizziamo, la bellezza di realizzare un progetto unico nel suo il “nuovo volto” del Borgo, con il loro modo civile di comportarsi genere. Ma c’è anche qualcos’altro: il valore di fare una cosa e di confrontarsi, hanno studiato (Peo è architetto e designer, disinteressata, senza vincoli di parte, né politici, né religiosi… mi Manuel è consulente finanziario), hanno smussato le spigolosità caratteriali tipiche del vecchio borghigiano, conservando, nel piace l’anarchia della Festa!” Mentre Manuel, che non ha alle spalle una tradizione familiare di contempo, l’affetto e l’interesse per un’antica appartenenza, non stampo borghigiano, pone l’accento su “le nuove conoscenze che offre rinunciando a quella vita sociale che qui è sempre stata viva. questa esperienza; sul contatto con le persone che possono Non a caso l’ultima cosa che ci raccontano è legata ad un testimoniare di una storia forte di cui sapevo poco: modi di vivere, personaggio come il Leone, recentemente scomparso: usanze e vicende che mi appassionano. Anche lo studio sul tema della “Non era facile trovare una persona come lui, con tanta esperienza, che ci regalava una fiducia piena… Anche quando non riusciva più Festa diventa occasione per approfondire storia e cronaca riminese.” E’ piacevole ascoltarli, ma soprattutto è gradevole constatare la a parlare, stringendoci forte un braccio, sembrava volesse passarci profonda amicizia che esiste fra di loro e che coinvolge anche le il testimone!”


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Il Leone si è addormentato… per sempre

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Antonio Chierighini Tonino non lo vedremo più attorno ai foconi, sulla sua bicicletta, con quel sorriso che aveva preso il posto delle parole che non riusciva più a formulare. Il Leone era da tempo gravemente ammalato alle corde vocali, ed era stato sottoposto ad interventi particolarmente invasivi. Non aveva però perso un filo della la sua vitalità, della sua grinta. In tutta la vita, il lavoro gli ha sempre riempito l’intera giornata. Fino a pochi anni fa lavorava da fornaio, dormendo due o tre ore durante la mattina; nel pomeriggio, dall’INA Casa (dove era andato ad abitare), si spostava in bicicletta al Borgo, per pulire il pesce e per cuocerlo, ovunque si festeggiasse qualcosa, da Sergio Mazaset o alla Casa Bianchi… le occasioni nel Borgo non mancano mai. Il suo periodo d’oro coincise con quello della Festa, negli anni settanta-ottanta, quando sembrava che “i riflettori” della città fossero puntati sulla comunità borghigiana. Da giovane, grazie alla sua esuberanza (amava sfidare tutti, in qualsiasi campo), si era guadagnato quel soprannome - il Leone - che lo ha sempre accompagnato : in realtà era solo una persona generosa, con l’orgoglio di essere uno del Borgo, anche quando altri - prima dei successi della Festa - se ne vergognavano. La sua scomparsa riduce ulteriormente la schiera dei vecchi e insostituibili personaggi del Borgo San Giuliano.

Nella foto, Tonino alle prese con l'attività che amava di più. Non a caso, alcuni amici lo gratificarono donandogli in premio una piccola "graticola d'oro", di cui è sempre andato orgoglioso.

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La Barafonda alla riscossa E’ nata “L’infezna”, un’associazione senza scopo di lucro e di impronta (da cui il nome) femminile perché “le donne sono capaci di coniugare la creatività con l’iniziativa concreta e sanno conciliare tempi e azioni appartenenti a diversi contesti, insomma sanno fare più cose bene e contemporaneamente”. Questo è il parere di Luigina Ricchi (che risiede nella Barafonda dal 1934), presidente della Associazione. Anche se ad evitare il ripetersi di una discriminazione di cui ancora troppo spesso sono oggetto le donne nei campi decisionali, L’Infezna è aperta a ogni persona, senza distinzione di sesso, ceto, credo, etnia, che abbia legami originari o maturati con San Giuliano Mare ovvero Barafonda di Rimini e che condivida presupposti e obiettivi dell’associazione stessa. Perché L’Infezna?

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San Giuliano Mare o, storicamente, la Barafonda, costituisce un’area territoriale o, meglio, una comunità dotata di identità culturale, economica e sociale oggi seriamente a rischio sia per effetto dei cambiamenti demografici immigratori ed emigratori sia per un malinteso senso dello sviluppo economico che non coglie la necessità di conciliare la prospettiva con le peculiarità territoriali: musicalità del dialetto, la varietà dei sapori specialmente legati al mare, gli usi e i detti marinareschi, l’impatto paesaggistico, la mobilità interna, la vivibilità che nasce dalle relazioni umane e sociali. Tipicità e peculiarità dei territori non sono solo valori etici o ambientali ma sono altresì divenuti strumenti unici per contrastare una globalità basata sulla standardizzazione. Per questi motivi, stimolati dall’esperienza della “Società de’ Borg”, L’infezna vuole recuperare e tutelare questo patrimonio ricollegandolo alla vita delle famiglie ed alle attività e commerciali ricostituendo un tessuto urbano funzionale ed armonico. Primo progetto, già in cantiere: la valorizzazione del lungo fiume, sul deviatore. Diverrà (perché non si può sognare?) “Il lungofiume dei Poeti e degli Artisti”. Guido Lucchini è impegnato nella individuazione della cordata dei Poeti che scriveranno i loro versi sul retro delle case (dei proprietari consenzienti) che si affacciano sul fiume, mentre Giuliano

Maroncelli ha accolto con entusiasmo l’idea impegnandosi a coinvolgere altri pittori riminesi. C’è anche chi sta lavorando al progetto tecnico, piccole arene e piazzolle per esibizione di artisti, incontri, concertini. Per chi volesse contattarci: c/o La Casa Colonica via Brandolino, 25 – 47900 Rimini cell. 3493412552 – 3356846031 infezna@alice.it

Intellettuali forse no, creativi certamente In una riunione del vecchio circolo 1° Maggio, dedicata alla cultura (non sempre praticata), si decise di fare un gita a Firenze per visitare mostre e musei. In quella occasione volle intervenire anche Pifein, che non era d'accordo su quella novità delle gite, e lo disse chiaramente: "Meno giri di ruote e più mangerie!!" Pifein era contrario a quella gita anche perché soffriva di mal d'auto e, inoltre, temeva che il pullman potesse finire in un burrone (lungo il Passo del Muraglione non mancavano certamente i precipizi). Ma il Circolo non voleva rinunciare alla sua presenza. Ci doveva essere anche lui. Fu trovato, così, un espediente: venne dipinto un pannello grande come un finestrino dell'autobus, raffigurante una grande muraglia con sopra il cielo. Il pannello venne applicato proprio sul finestrino a fianco del posto occupato da Pifein. E, così il dipinto gli consentì di non vedere i burroni, di viaggiare tranquillo. Qualcuno disse: "Se avessimo dipinto il mare, a Pifein sarebbe sembrato di fare un giro in barca…"

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Una serata, quella di venerdì 11 aprile, al cinema Tiberio, dedicata a Fellini, a Roma, a Rimini, al Borgo e… ai murales da resuscitare

FELLINIANI SENZA DIPLOMA

Basta poco a creare della ruggine fra le persone, o fra le diverse componenti di una collettività. A volte, però, tutto si risolve se si fa uno sforzo di chiarezza, se non si lasciano ammuffire le cose. Ad esempio, qualcuno in città sostiene che “il Borgo si è voluto appropriare di Fellini”… un’affermazione, beninteso, espressa senza particolare malanimo, quasi fosse una considerazione scontata fra i riminesi che seguono certe vicende; un’affermazione che, però, noi giudichiamo non solo sbagliata ma anche un tantino ingenerosa. Riteniamo, quindi, necessario un chiarimento, allo scopo, soprattutto, di superare in maniera costruttiva, nell’ambito della nostra città, certi equivoci. Vediamo come sono andate le cose. Riviste, guide turistiche e giornali, hanno segnalato, già da diversi anni, che a Rimini esiste - e merita di essere visitato - il Borgo San Giuliano: quasi come meta principale di un itinerario felliniano nella sua città natale. Soprattutto per i murales dedicati al Maestro, ma anche per un presunto rapporto speciale esistente, nella vita di Fellini, tra lui e il nostro Borgo. Non tutto quello che hanno scritto risulta veritiero, ma non per responsabilità nostra. Come è nata, quindi, questa diffusa opinione?

ai suoi film. I dipinti vennero realizzati in prevalenza sui muri delle case più vecchie (allora i proprietari di quelle intonacate da poco non erano disponibili a queste operazioni): pertanto quasi tutti i murales del ’94 sono purtroppo scomparsi, a seguito delle numerosissime ristrutturazioni avvenute successivamente. Oggi esistono solo i murales dipinti negli ultimi anni, oltre a quelli dedicati a temi non felliniani. Nessuno immaginava che i murales del Borgo avrebbero fatto il giro del Mondo, su importanti giornali e riviste, né ci siamo adoperati in alcun modo per promuovere questo aspetto! Sempre di più, questa promozione inaspettata ha favorito un flusso di visitatori nel Borgo, proprio alla ricerca di quei dipinti… ormai scomparsi. Siamo giunti al paradosso che si è creata una “clientela”… ma manca “il prodotto”. Arrivati a questo punto, cosa sarebbe necessario fare, nell’interesse della città e per rinnovare la memoria del ‘fenomeno Fellini’? E’ chiaro che il ruolo strategicamente più importante è quello affidato alla Fondazione che prende il suo nome, che sta progressivamente costruendo un validissimo apparato di documentazione, di analisi e di costruzioni di eventi, legati al grande Maestro.

Una devozione di vecchia data

Il Borgo e i suoi murales felliniani (apparsi e scomparsi)

Una volta, prima che la città diventasse metropoli turistica e i riminesi andassero ad abitare in moderni quartieri residenziali, la loro vita più smagliante si svolgeva tutta lungo quei tre-quattrocento metri del Corso d’Augusto, fra piazza Giulio Cesare (oggi piazza Tre Martiri) e il cinema Fulgor. E’ lì che si davano appuntamento Federico, Titta, la Gradisca… Ed è quella, soprattutto quella, la Rimini che Fellini ha vissuto e reinterpretato nei suoi film. E’ quello il mondo che in Amarcord ha chiamato il Borgo, utilizzando questo termine al posto di “Rimini”, non volendo certamente riferirsi al Borgo San Giuliano, che non rientrava, tra l’altro, nelle sue frequentazioni giovanili.

Ma anche il Borgo potrebbe offrire un suo particolare contributo, fatto di emozioni e suggestioni. Se pensassimo, nell’immediato futuro, di ripristinare i vecchi murales, laddove sia possibile, e realizzarne dei nuovi (magari con l’intervento di artisti di grande rilievo) anche su pannelli da applicare ai muri, potremmo costruire un ambiente unico per i visitatori che amano Fellini: il Borgo per la sua conformazione urbanistica - non stravolta dallo sviluppo edilizio -, per il suo desiderio di coltivare la memoria di una certa Rimini, per la sua ‘devozione’ nei confronti dell’opera felliniana, può rappresentare un ruolo dignitosamente complementare alle grandi istituzioni culturali della città.

Ma, successivamente, chi nella nostra città ha tentato - da un punto di vista emotivo e popolare, naturalmente - di curare maggiormente la memoria del Maestro è stato sicuramente il nostro Borgo San Giuliano: con una ‘devozione’ continua, che risale agli anni Settanta.

E’ un messaggio che lanciamo alla Amministrazione comunale e alla Fondazione Fellini. L’appuntamento di venerdì 11 aprile va in questa direzione.

Rimini/Roma, andata e ritorno Federico nato nel lontano 1920 lasciò, però, presto Rimini, da ragazzo, nel 1939, per approdare definitivamente nella mitica Roma. In quegli anni, in particolare, c’era un abisso tra la modesta e soffocante vita di provincia - in una Rimini non ancora esplosa come metropoli delle vacanze - e la grande capitale. A Roma Fellini visse grandi stagioni di creatività e di libertà. Ma in tutti i suoi film, dai Vitelloni, alla Dolce vita, a Otto e mezzo, in tutti i suoi capolavori, c’è sempre il confronto tra i ‘due mondi’: quello della piccola e composta Rimini e quello della permissiva, esuberante e decadente realtà romana. Poi si arriva al 1973, quando Fellini dirigerà un film che si presentava con un titolo, al suo esordio quasi misterioso: Amarcord… Un filmcapolavoro, dedicato esclusivamente a Rimini, alla sua Rimini degli anni Trenta. Un omaggio straordinario alla città.

senza limiti, dove tutto sembra scorrere come su di un palcoscenico. Basta pensare alla coppietta sprovveduta che giunge nella capitale negli anni ’50 (“Lo sceicco bianco”), o a Moraldo che al termine de “I vitelloni”, mettendo fine alla soffocante vita di provincia, parte per la grande città, a “Roma” o a “Intervista” dove il regista ricostruisce il suo primo impatto con quella città smisuratamente sensuale e popolana… per arrivare al più recente “Ginger e Fred”, in cui si descrive l’approccio con la metropoli ormai conquistata dalla televisione, dalla sua moderna volgarità. E’ un Fellini non distante dall’incantato ed incantevole giovane Rossmann che, nelle prime pagine di “America”, giunge a New York. Il grande romanzo di Franz Kafka. Un libro che stava a cuore al regista riminese. 1992. Fellini finalmente rilassato con la sua città, nelle ultime estati della sua vita. I suoi rapporti speciali con Rimini erano stati, fino ad allora, quelli di un uomo che evitava accuratamente gli abbracci retorici, formali, ufficiali. Una persona di grande intelligenza che guardava bene a dove metteva i piedi. Le sue presenze nella città erano state molto rade. Poi improvvisamente, quasi si fosse stancato della vita romana, iniziò a sognare e progettare fantastici ritorni nella sua città natale. Sia prima che dopo la grave malattia del '93. (Nella foto, con Elio Tosi sulla terrazza dell'Embassy)

L’approdo nel grande serraglio dei sogni Si dovrebbe avere il coraggio di spararla subito grossa, buttando lì l’ipotesi che gonfia d’orgoglio il petto dei riminesi, e cioè che il tema ricorrente (e fondamentale?) di quasi tutti i suoi film sia riconducibile al confronto fra la piccola città di provincia, qual era Rimini negli anni Trenta (che lui lasciò giovanissimo alla volta della capitale), e la mitica metropoli romana: tra la modesta e ridicola vita di tutti i giorni e il sogno di un’esistenza libera, creativa, su di giri, nella bohème, un po’ artistica, un po’ cialtrona, della capitale. Anzi, a voler essere ancor più temerari, il tema dei temi, presente nella sua opera, è, precisamente, la partenza da Rimini e l’arrivo a Roma. L’approdo nel grande serraglio dei sogni, dei miti, della vita

La Società de’ Borg organizza una serata dedicata a Miti e retroscena della Roma felliniana, anni ‘50 e ‘60 con due testimoni-protagonisti: Moraldo Rossi (uno dei più stretti collaboratori di Fellini, fino alla fine degli anni cinquanta) e Benedetto Benedetti (scrittore e uomo di cinema, protagonista di “quella Roma”) al Cinema Tiberio, al Borgo San Giuliano, venerdì 11 aprile, ore 21 introduce Miro Gori Interverranno: Titta Benzi, Vittorio Boarini, Giampaolo Proni, Giuseppe Ricci nell’occasione verrà anche presentato l’ultimo romanzo di Benedetto Benedetti: “La signorina Notte” ed. Guaraldi Con il patrocinio della Fondazione Fellini.

Un po’ di cronistoria Già nell’organizzazione e nella realizzazione della prima Festa de’ Borg, quella del 1979, gli spettacoli si erano ispirati ai personaggi e alle vicende di Amarcord: la carrozza a cavalli (e’ fiacre) che trasportava la nuova “quindicina”, ovvero le nuove professioniste del Casino gestito dalla Dora, in Rione Clodio; Biloz il fisarmonicista cieco; il motociclista che impersonava Scureza; il Pataca nei panni dell’elegantone e, al termine della Festa, la proiezione dello stesso Amarcord, al cinema Tiberio. Ma anche in tutte le Feste successive alcuni spunti o temi erano tratti dalla sua filmografia: nella seconda, ad esempio, lo spettacolo si è ispirato alla Strada, con il Matto che attraversava il fiume su di un filo teso fra le due sponde. Dopo la scomparsa di Federico Fellini, la Festa del ’94 è stata dedicata interamente a lui; per quella occasione vennero dipinti - da pittori riminesi e non - più di 50 grandi pannelli, appesi poi nelle vie del Borgo; inoltre, proprio a partire da quella edizione, vennero realizzati diversi murales, che ritraevano scene tratte o liberamente ispirate

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Periodico edito dalla Società de’ Borg Reg. Tribunale di Rimini n° 9/2004 del 25/10/2004 Redazione e pubblicità Via Padella - Rimini Tel. 339 8962397 Direttore responsabile: Giuliano Ghirardelli ghirardelli@infotel.it

ENICA M O D A L E H C APERTO AN LLE 12.30 A 0 3 . 8 E R DALLE O NO TUTTO L’AN

In redazione: Ennio Carando, Enzo Cicchetti, Lella Coccia, Maurizio Lazzarini, Moreno Maresi, Giuliano Maroncelli, Luca Miserocchi, Grazia Nardi, Massimo Panozzo, Mario Pasquinelli, Verter Polverelli, Sergio Serafini, Dino Spadoni. Impianti e Fotolito: Linotipia Riminese info@linotipia.net Stampa: Tipografia VALMARECCHIA S.Ermete di Santarcangelo - Tel. 0541 758814

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6 Grazia Nardi volta pagina e, dopo gli anni '50, passa a descriverci minuziosamente (come sa fare lei) gli infuocati, e fortemente ideologizzati, anni '60. Il racconto è sincero, spregiudicato ed obiettivo… solo in un punto, però, lascia perplessi: quando attribuisce soltanto ai parroci la capacità di elargire posti di lavoro!

Se zuzed qualcosa a faz una strage! Quando nel 1965, a quattordici anni, mi iscrissi alla FGCI ovvero il PCI dei più giovani, si seguiva la “linea del Partito” che, unita alla convinzione di essere gli unici portatori della verità, i detentori esclusivi della ragione, la parte migliore della cultura, bastava ad un giovane di “sinistra” per essere in pace con se stesso, per mantenere la certezza sulla propria “coerenza” politica.

parità dei diritti nel lavoro e, nel contempo, guadagnare e mantenere la stima di donne e uomini che associavano all’immagine della donna impegnata politicamente a sinistra, quella di una donna “poco seria”. Per questo il babbo che pure votava PCI, per niente scalfito dal ‘68, non ammetteva che andassi alla riunioni “di sera”. Avevo, quindi, strolgato il modo,

una rivoluzione economica e culturale indicata come unico obiettivo perseguibile. Ricordo ancora i pizzichi al fegato per le accuse di Dario Fo in uno spettacolo tenuto alla vecchia Fiera, dopo che il Comune di Rimini gli aveva negato (ragioni di agibilità?!) la sala dell’Arengo. Ero tra gli spettatori, pronta a godere della satira contro il potere democristiano, dell’arte indiscutibile ed indiscussa dell’attore ma gli

rimasto (ho in mente dove siano oggi molti dei rivoluzionari riminesi che ci davano addosso, chi perso, chi nei posti di comando dell’economia o della burocrazia a destra o sinistra!) merita una qualche riflessione sui rivoluzionari de nojartri, tutt’oggi di estrema attualità. Ma ancora una volta, così come per gli anni 50, vorrei far prevalere sulle analisi politiche funzionali a questa o quella tesi, le sensazioni personali,

Per me iniziava il riscatto ricercato fin dagli anni 50, la fine dell’aparthaid, il rispetto per quel bidello invisibile agli occhi degli insegnanti e insignificante per gli alunni. Uno spiraglio per uscire dall’angusto contesto della famiglia d’origine per approdare alla Grande Famiglia del Partito. Già il chiamarsi con l’appellativo di “compagno/compagna” dava un senso non solo di appartenenza ma addirittura di autorevolezza e affidabilità. Anche se a me, ragazzina, dava l’impressione di un gergo parallelo a quello ufficiale (o normale?). “Quello è un compagno!” era un’espressione che già, di per sé, accreditava. E allora (ma l’ho capito dopo) il senso c’era tutto, dalla condivisione di un progetto comune alla solidarietà umana. “Un compagno” non veniva mai lasciato solo soprattutto nel momento del bisogno. Scattava una molla protettiva che aveva radici lontane, nella discriminazione che colpisce le minoranze che non sono al “potere”, fuori dalla “casta” diremmo oggi. Le 3 P di allora: Partito, Proselitismo e Propaganda Del resto mica era facile iscriversi. La domanda doveva essere avallata da almeno due garanti e la diffusione nel territorio era così capillare che, oltre le Sezioni, la militanza avveniva nelle Cellule di Zona o di Fabbrica. La campagna annuale del tesseramento era alla base dell’intero programma politico, accompagnata da quella del Proselitismo (si diceva proprio così). I compagni che realizzavano il più alto numero di nuovi iscritti venivano premiati: 1) con una menzione speciale sull’Unità o 2) l’invio ad una Scuola di Partito o (maximum) 3) con viaggio in URSS. Sicuramente un Settarismo (oddio ecco un termine che avevo completamente rimosso) ma storicamente contestualizzato tanto da non impedire l’evoluzione dal PCI al PDS, ai DS fino al PD. Il rapporto tra un progetto di governo condiviso ed il codice etico di comportamento, peraltro, costituiscono il richiamo principale di quello che oggi si presenta come il Partito più moderno. Ma questa è altra storia…. e se scrivendo degli anni ‘50 non volevo entrare nell’ideologia, tantomeno, in un momento come questo voglio correre il rischio di fare propaganda (anche questo un termine scomparso che ha dominato tutti gli anni 50 non solo in chiave politica ma anche in quella commerciale, quale sinonimo di “pubblicità). E fu subito ‘68! L’insieme di avvenimenti ed eventi, così definiti: il linguaggio (ricordate il “matusa”?), i fenomeni di costume (basti dire minigonna), il protagonismo dei giovani nella scena sociale, i collettivi, la rivendicazione della differenza, anzi del valore di genere, le nuove tendenze in campo musicale (dal Canzoniere delle Lame ai Beatles… era se non duro, perlomeno imbarazzante, ammettere di preferire i secondi).. creò in molti giovani della FGCI non solo una frattura politica ma anche un disagio esistenziale, fummo costretti a passare dall’attacco alla difesa…Fino ad allora eravamo quelli “più avanti” nella società, essere (giovane) donna poi e comunista era già in sé una conquista che andava conservata giorno dopo giorno con l’obiettivo di portare avanti una giusta battaglia per l’emancipazione femminile, soprattutto per la

Rimini e il Sessantotto, come per il resto dell'Italia, un rapporto controverso e difficile ancor'oggi da interpretare. Una storia troppo delicata, tutto sommato troppo recente, e destinata a rimanere ancora confinata fra le vicende "rimosse". (Nella foto di Gilberto Ceccarelli, piazza Tre Martiri di quegli anni, ribalta privilegiata di ogni tipo di contestazione). con la complicità di mio fratello che fingeva di invitarmi al cinema. Invece andavo alle riunioni e lui mi aspettava nella macchina, mezzo addormentato, dopo aver assistito al film. Finché stufo della situazione, una sera a cena, fece il grande annuncio: “la Grazia deve andare ad una riunione di Partito ed io non ho voglia di accompagnarla ma è giusto che lei ci vada”. Il babbo preso di sorpresa non me lo impedì ma se ne uscì con una sentenza da brividi: “arcurdev ché sé zuzed qualcosa a faz una strage”1. Così mi misi in casa e nella vita un altro tormento: evitare le ire paterne, assolvendo contemporaneamente ai miei doveri di compagna. Se la presero soprattutto con noi Dunque il ‘68 non era entrato in casa Nardi… e fuori? Maoisti, Femministe, Lotta Continua… tutti addosso! Come, proprio noi che inneggiavamo alle masse, ai diritti, alle libertà ci sentivamo dare dei burocrati? Il centralismo democratico ci veniva rinfacciato come una contraddizione in termini… la ricerca di intese tra tutte le forze democratiche di sinistra (più o meno sfumata) o, se vogliamo, l’inclusione del ceto medio (i compagni albergatori!) tra gli attori delle nostra politica, insieme agli operai, veniva liquidata come il più deleterio dei compromessi a scapito di

applausi più sentiti (e saranno stati più di 1000 i presenti) furono per le battute contro il PCI. Dunque non solo eravamo fuori dal sistema di governo. In quegli anni non si “entrava” cioè non si era assunti in banca se non c‘era la “benedizione” del parroco e difficilmente questo accadeva per un comunista. Ma eravamo fuori anche dal mondo della sinistra, almeno di questa nuova sinistra. Lo stesso pacifismo di cui PCI e FGCI erano stati da sempre porta bandiera…col Vietnam aveva preso una dimensione diversa. Negli anni ‘50, si tenevano le assemblee al (allora) Cinema Italia, con la distribuzione di volantini a favore della Pace. Ben altra cosa fu la manifestazione contro l’imperialismo americano in Vietnam nel marzo 1968. Sono ancora fermamente convinta che la “linea” prevalente nella FGCI, suggerita, diciamo così, dai dirigenti del PCI, quella di opporsi ad una dimostrazione davanti la base NATO di Coriano fosse quella giusta..anche perché dietro i rivoluzionari bonaccioni di casa nostra, non mancavano infiltrati provenienti dalla poi nota Facoltà di Sociologia di Trento…ma non c’era dubbio che l’atmosfera fosse cambiata.

alimentate da ed in un contesto familiare meno povero ma pur sempre modesto sia economicamente che intellettualmente, fuori dalla borghesia ma anche dall’aristocrazia politica di sinistra. Una vita, quella degli anni 60, che voleva dare un fondamento politico alla speranza. Insomma dalla lotta giornaliera per sbarcare il lunario si passava alla lotta per una società che doveva riscattarci da una dittatura e dalle ingiustizie… fino ad arrivare al socialismo?! Dunque il ‘68 visto da una ”compagna di base”. Grazia Nardi Ricordatevi che se succede qualcosa (riferita al disonore!!!) faccio una strage

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Che fine hanno fatto tutti quei rivoluzionari? Quanto poi i cambiamenti siano stati reali e cosa sia

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7 I NUOVI RESIDENTI

Il Vigile Elettronico quel personaggio che è riuscito nell’ardua impresa di scontentare tutti: i borghigiani per l’enorme ritardo con cui è stato attivato, gli automobilisti riminesi tartassati all’improvviso da una valanga di multe... Intervista a “ruote libere” con il nuovo abitante di via Marecchia Nel Borgo da tempo si parla del tuo arrivo, della tua presenza… ma dimmi, esattamente quando sei arrivato? Questa è una domanda da un milione di dollari! Intendi quando sono stato installato o quando mi hanno messo in funzione? Ti spiego: sono stato installato nell’autunno 2006 e per circa un mese avevo i miei colleghi vigili “umani” che mi facevano tanta compagnia… ma… io non facevo proprio nulla… il mio occhio era spento, poi all’improvviso…ma questa è un’altra storia. La domanda va fatta “in alto” e a quelli che si sono beccati le multe! Torniamo un attimo indietro, parliamo delle tue origini, del tuo nome.

Sono un sangue misto: ho antenati a Jena (ex DDR) per le lenti degli obiettivi, e antenati a Silicon Valley (USA) per le componenti elettroniche. Mi chiamano Vigile Elettronico, ma io mi sento fotografo, anzi paparazzo… con tutti i VIP che passano! E, nel Borgo e a Rimini, insieme ai tuoi fratelli del C’ENTRO, come ti trovi? Dai borghigiani sono stato accolto con gioia, ho ricevuto anche lettere d’amore, ne ricordo una in particolare : mi scrisse una residente, che mi descrivono minuta, con i capelli corti, con gli occhiali e mi dicono molto brava nella guida delle automobili, però mi dispiace di non essere mai riuscito a fotografarla. E’ stata la prima a mettersi in regola! Per il resto devo dire che i riminesi sono molto vanesi… hanno fatto a gara per farsi fotografare, c’è stata gente che ha trasgredito anche decine di volte pur di “apparire”! E’ vero che dopo di te, tutta l’Amministrazione Comunale, dai Consiglieri agli Assessori e al Sindaco, sarà tutta elettronica? In Russia si fa da tempo, a Silicon Valley dal 1961, a Rimini sostituirli tutti, sarà un po’ fatica! Che orari fai? E le ferie? Lavoro 24 ore al giorno e di ferie non se ne parla, a meno che il Giudice di Pace… (Intervista semiseria pensata “elettronicamente” in una nebbiosa serata da un gruppo di “fancazzisti” borghigiani, in compagnia di alcune bottiglie di Bianco di Custoza - Montresor 2006)

La chesa adubeda Per Natale, l’Associazione Commercianti e la Società de’ Borg hanno promosso - tra le altre iniziative - un piccolo concorso riservato ai migliori addobbi natalizi allestiti sulle facciate delle case borghigiane. La sera di giovedì 20 dicembre la giuria, accompagnata dal gruppo “I Pasqualotti” e da un folto numero di persone, ha girato per le strade del Borgo, valutando gli addobbi. Si è trattato di una festa improvvisata, fatta di canti, balli e soste nei vari locali e nelle piazzette. E alla fine i risultati sono stati i seguenti: 1° premio, alla casa di via Trai, 8 2° premio, piazza Padella, 6 3° premio, via Chiavica 33… e vista la generosità dei commercianti, che hanno fornito in abbondanza omaggi e regali, la giuria ha premiato altre quattro abitazioni: via Bissolati 4, via San Giuliano 91, via San Giuliano 61 e piazza Forzieri 16. La Società de’ Borg ha poi voluto dedicare un omaggio particolare alla casa di Pici, in via Padella 25, per ricordare il compianto Giuseppe Tosi. La premiazione si è svolta al Cinema Tiberio, sabato 22, all’interno dello spettacolo promosso dagli organizzatori. Durante la serata si è esibito il gruppo borghigiano che si è ispirato al film “Sister act”, composto dalle “nuove pupe”, nella parte di suore particolarmente frizzanti e svitate. Visto il successo, il gruppo si è esibito anche durante la cena sociale al ristorante “Tiro a volo”.

La foto riprende le “nostre suore” durante l’esecuzione di un Gospel. Da sinistra: Lidia, Isa, Sonia, Miriam, Maria, Sina, Lella, Rosy, Laila, Mery e Berta, accompagnate dal “novizio” Gianni e da Graziano, nei panni di Whoopi Goldberg (foto Luciano)

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8 I racconti di Dino

Quando la scuola Decio Raggi entrò in guerra Entrò all’improvviso Travagini e, come al solito, procedette all’appello. Con gli occhiali spessi da miope, a fondo di bottiglia. Il nostro amico, tutto impaurito, era rimasto immobile dentro il suo rifugio. E quando arrivò al nome di Carpi… nessuno rispose, mentre noi, dispettosi, tutti insieme, in silenzio, puntammo il dito verso lo stipetto! Il maestro, capita l’antifona, si diresse verso l’armadietto, lo aprì e tirò fuori il malcapitato riempiendolo di botte!

La scuola Decio Raggi venne inaugurata con la… mia terza. Frequentavo, appunto, la terza elementare quando nel 1939 l’anno scolastico l’ho vissuto nella nuova sede, imponente, moderna ed austera. C’era un abisso con il vecchio e cadente edificio scolastico: il Cortilone del prete, la nostra “alma mater”. Lì il riscaldamento - si fa per dire - era garantito da vecchie stufe di terracotta, in ambienti pieni di spifferi. La nostra grande meraviglia fu quella di trovarci di fronte ai termosifoni (visti per la prima volta!), aule e corridoi immensi, pavimenti in linoleum, bagni spaziosi e ben tenuti. E poi la palestra, con i suoi attrezzi…Anche i docenti erano diversi! Al Cortilone dominavano le maestre… ricordo la Zandoli, la mamma di Cecconi, e tante altre di cui non rammento il nome; una di loro, tra l’altro, era famosa per il fiasco di vino che si portava in aula… e ogni tanto la deva una trucieda!

“Me a ne so dì sl’era brev, us racunteva tot i dé dal batai cl’aveva fat a Caporetto”. Portava ancora i segni delle bruciature al viso, provocate dai gas durante la guerra di trincea.

E dopo la guerra si tornò al Cortilone (in attesa del restauro della Decio Raggi) (...) Ma ogni inverno iniziavano le scuole: con i nostri grembiuli neri, che diventavano sempre più corti, man mano che le nostre gambe si allungavano; andavamo alla scuola elementare nella piazzetta della Chiesa di San Giuliano, il maestro Strocchi era il nostro insegnante, tutto di un pezzo, veniva a scuola con gli stivali, forse un residuo del suo passato da ufficiale, e la punizione per i più discoli era: appoggiare la fronte sulla cattedra, mentre sulla schiena veniva posta la La Montessori non era ancora arrivata Alla Decio Raggi prevalevano i maestri, obbligatoriamente in camicia nera, in un clima progressivamente sempre più militaresco: Torquato Travigini - il mio insegnante - lo ricordo come persona bassa e tarchiata, “un barilotto”, aveva partecipato alla prima guerra mondiale fra gli Arditi, e nel suo stipetto, come i colleghi, aveva in dotazione l’elmetto da pompiere, l’accetta e la maschera anti-gas. Nessuno di loro, logicamente, era tenero. Allora l’insegnamento era improntato ad una forte rigidità. Un giorno, uno dei fratelli Carpi, prima che arrivasse il maestro si era introdotto per gioco in quello stipetto, rinchiudendosi all’interno.

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cassetta di ferro, che una volta conteneva proiettili, ora quaderni. Alla fine delle lezioni le nostri mani erano nere come il nostro grembiule, mentre i calamai infilati nel banco erano vuoti dell’inchiostro, i pennini delle cannette erano spuntati per le volte che erano stati infilati nel legno del banco. Erano i giorni lunghi della scuola, i pomeriggi lunghi dei compiti a casa in attesa della buona stagione per tornare sui marciapiedi, nei campi alla ricerca di nuove avventure (...) Luciano Liuzzi

Santa Caterina, via Forzieri, ecc.). Un giorno chiudendo all’improvviso l’acqua, impedì alla Teresina di completare il bucato che stava facendo - abusivamente - alla fontanella di piazzetta Pozzetto. Le rimasero tutti i panni insaponati… andò, allora, di corsa dal bidello, e senza alcuna spiegazione ui à dé un fibiadur ad boti! Nati senza camicia L’apoteosi della Decio Raggi la vivemmo, però, il 10 giugno del 1940, con la dichiarazione di guerra dell’Italia: tutti in grande parata, in fila, vestiti da Balilla, con in testa i maestri in camicia e stivaloni neri, fummo portati a far festa in città. Di quel giorno ricordo gli applausi, i cori, i canti, le grida… Io ero fra i pochi a cui mancava la divisa da piccolo fascista, e me ne

4a elementare – anno scolastico 1949/50 (In ordine alfabetico, ed è probabile qualche imperfezione o dimenticanza... è passato molto tempo!) Agostini Luciano, Agostini Nevio, Antonioli V., Baistrocchi Pier Paolo, Bellicchi Ivo, Bonasera G., Carolli, Casadei Giorgio, Cicchetti Adolfo, Cicco Riccardo, Ermeti Angelo, Garattoni, Enzo, Giolito Tiberio, Liuzzi Luciano, Marinucci Otello, Maroncelli Giorgio, Montevecchi Dino, Olivieri Sante, Pazzagli Pier Paolo, Perazzini Gaetano, Rastelli Giampiero, Semprini Pier Paolo, Zavatta Giorgio.

Anche gli altri maestri usavano metodi analoghi: ad esempio, a Mario Sancisi ui amenca ancora un ciof ad cavel, frutto di un intervento punitivo da parte del suo insegnante; altri docenti, invece, si accontentavano di piccole corvé, come quando a turno due ragazzi dovevano andare a vangare l’orto del maestro nel quartiere Fiorani…

lamentavo con mio padre… che allora mi diede questa risposta: “Cosa vuoi che ti serva quella divisa, quando fra un po’ ne dovrai fare un’altra!” Ero bambino, non potevo capire quell’allusione politica, né conoscevo l’impegno antifascista di mio padre, infatti gli risposi: “Babbo, ma se me la fate io non la rompo!”

La risposta borghigiana, in versione femminile Non sempre, però i maestri potevano fare quello che volevano: dovevano stare attenti… i nostri genitori si mettevano d’accordo e mandavano le mamme a protestare. Gli uomini avrebbero potuto compromettersi. E le donne non erano da meno… come quella volta che Fasuloun venne schiaffeggiato dal suo maestro (e per carità di patria tralascio il nome) e andò a lamentarsi a casa, provocando la reazione delle sorelle Sita e Rosina (la moglie di Ciarin). Le due battagliere borghigiane si recarono subito alla Decio Raggi, presero il maestro e lo sbatterono sulla scrivania! Ma ce n’era anche per i bidelli… Urano, uno di questi, prese anche lui la sua bella razione, da parte della Teresina. Lui con un rubinetto d’arresto governava, dall’interno della scuola, l’erogazione dell’acqua anche a E tutte le varie fontanelle del Borgo (piazza Pozzetto,

Quasi una laurea In quegli anni, completare le scuole elementari era già qualcosa, e ancor di più aver conseguito la licenza “della sesta”: roba di cui vantarsi e andar fieri. Come fece Chilein, il gaggio, quella volta che andò a Venezia per assistere alle gare aeronautiche della Coppa Schneider. Allora, dovete sapere, che per spostarsi da una città all’altra dovevi possedere obbligatoriamente un documento di riconoscimento: era grave esserne sprovvisti. Nel Borgo erano in pochi ad averlo. Chilein non si perse d’animo e raggiunse spavaldamente Venezia portando con sé la pagella “della sesta” classe. E Titti, come sempre, fu un protagonista di quei tempi: non avendo la cartella, portava a scuola quaderni e libri dentro una cassetta metallica, una di quelle in dotazione all’esercito tedesco per trasportare munizioni. Dino Spadoni

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