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PDF periodico di libera informazione

socialperiodico.it 12 novembre 2012 edizione Pomigliano

direttore Giovanni Tuberosa socialperiodico@gmail.com twitter @socialperiodico facebook.com/socialperiodico youtube.com/socialperiodico

Testata Giornalistica in fase di registrazione presso il Tribunale di Napoli.

anno 1 numero 1

il reportage _______________________

riflessioni ________________________

la rubrica ________________________

_____________________M. Rea a pag. 8

____________________ Tondi a pag. 12

____________________ E. Rea a pag. 10

Benvenuti nel mondo degli insuper(dis)abili!

Donne di Gaza: fra ardore e violenza.

O fùnneco: Imbriani-Poerio.

Il mondo delle bici nel Paese di Coppi e Bartali. Il sito web Copenhagenize.eu ha stilato una classifica delle venti città più “amiche delle biciclette” nel mondo. Tra queste non c’è neppure una città italiana. Intantto Napoli timbra disegni sulla superficie stradale, che solo nell’immaginario rappresentano quella che cerca di essere una pista ciclabile che però manca nella pratica. E Pomigliano? ■ Piccolo a pag. 4


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il commento

in questo numero di Social:

Ave-Sannio vs Molisannio: al via il decreto taglia-Province

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IL COMMENTO

di Mariassunta Cavaliere

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LA CRONACA

Ave-Sannio vs Molisannio: al via il decreto taglia-Province Pomigliano. Luigi Di Maio (m5s) disponibile per il Parlamento.

4 IN COPERTINA Il mondo delle bici nel Paese di Coppi e Bartali. 6

L’INTERVISTA

Taekwondo, lo sport della pace interiore.

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IL REPORTAGE

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RIFLESSIONI

Benvenuti nel mondo degli insuper(dis)abili! Donne di Gaza: fra ardore e violenza.

13  RIFLESSIONI Unisciti alla ribellione: salviamo l’Artico! 14

LE RUBRICHE

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LE RUBRICHE

O fùnneco #1 Imbriani-Poerio: un secolo di storia tra patriottismo e poesia

La vignetta #2 Un volto nuovo Il film consigliato ‘Giù la testa’

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il sommario

Periodico Quindicinale Indipendente Testata giornalistica in fase di registrazione presso il Tribunale di Napoli Direzione Amministrazione e redazione: Corso De Nicola, 73 - 80021 Afragola (Na) direttore responsabile Giovanni Tuberosa giovanni.tuberosa@gmail.com vicedirettore Erasmo Indolino erasmoindolino@gmail.com editore Associazione culturale “Social Engineering” capo-redattore locale Erasmo Indolino hanno realizzato questo numero: Sabrina Brillante, Mariassunta Cavaliere, Alessandro Freschi , Vittorio Oratino, Valentino Piccolo, Marica Rea, Elisabetta Rea, Fabiana Selva, Emanuela Siesto, Antonio Tondi, Sonia Tondi. realizzazione grafica E. Indolino, G.Tuberosa Finito di impaginare Sabato 10 Novembre 2012 Arrivederci al prossimo numero

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Recentemente è stato presentato al Governo il decreto legge che prevede il riordino di Province e Regioni ridisegnando la cartografia dello stivale. I ministri Griffi e Cancellieri hanno stilato su carta una mera riduzione delle cariche e una nuova ripartizione delle competenze, ispirati ai “modelli europei basati su tre livelli di governo”. Nel comunicato stampa del Consiglio dei Ministri risalente al 31 ottobre 2012 è palese il desiderio di dare una sforbiciata agli sprechi. Infatti la proposta garantisce il dimezzamento dei costi “ per un risparmio complessivo di circa 40 milioni di euro l’anno ”. Dal 1° gennaio 2013 saranno soppresse le Giunte e le deleghe del Presidente potranno limitarsi a tre consiglieri regionali per l’esercizio delle Sue funzioni. Dopo un anno dalla prima modifica del decreto verrà compiuto il disegno riformatore tanto atteso fin dal 1990, diverranno operative le città metropolitane: Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria. Per limitare ulteriori interventi legislativi il Governo ha ideato nuove procedure ad itinere “garantite dall’eventuale intervento dei commissari ad acta”. Viene inoltre confermata l’abolizione degli assessorati e imposto il divieto di cumulo degli stipendi presso gli organi provinciali e comunali. Sempre da gennaio 2014 entrerà in vigore effettivo la famigerata riduzione delle Province da 86 a 51. Sulla riforma già incombono i ricorsi tra i quali spicca quello riguardante il sistema elettorale, sollevato dalle Regioni. Del resto i requisiti fondamentali per le Province sono un territorio di almeno 2.500 chilometri quadrati e una popolazione non inferiore a 350mila abitanti. In caso contrario verranno effettuati ulteriori accorpamenti e tagli. Fra i dettagli dell’irreversibile Spending Review anche la Campania è al centro delle modifiche. Verranno preservate Salerno e Caserta ma a nord-est si scatena la polemica per i cambiamenti apportati a Benevento e Avellino. Sebbene il Governo insista sull’accorpamento del Sannio all’Irpinia con la nascita dell’Ave-Sannio, la gente del posto si batte per una totale riscrittura territoriale, sempre nel rispetto delle norme costituzionali, con una raccolta di 4500 firme per il distacco totale dalla Campania e l’aggregazione al Molise con la nascita del “Molisannio”. In questo caso non emerge un problema di collocazione provinciale ma di appartenenza regionale così la Campania rischia di perdere una parte significativa del proprio territorio. Il dissenso s’infiltra anche in altre aree. A Matera sono stati affissi manifesti funebri con la scritta “Condanna a morte del territorio della Provincia di Matera” dove il testimone storico-territoriale è stato ceduto a Potenza che conta numeri demograficamente più elevati. In alcuni casi i tagli imposti dal nuovo decreto andrebbero a contrastare giuridicamente con leggi preesistenti. Emblematico è il caso del Lazio, il cui Statuto regionale prevede 70 consiglieri rischiando, per una contraddizione tecnica dei policy maker, di essere penalizzati sul fronte dei finanziamenti. ■


la cronaca

Pomigliano. Luigi Di Maio (m5s) disponibile per il Parlamento. di Antonio Tondi @antonio_tondi

l’annuncio su twitter

Di Maio durante una manifestazione in piazza Municipio

svilimento del concetto di far politica, dall’uso personalistico che oggi molti fanno della politica e dall’incapacità di essere a pieno titolo rappresentativi. Non credo tuttavia che si possa rispondere a ciò parlando di autorappresentatività, dell’“ognuno vale uno ed ognuno si rappresenta” (che poi c’è da capire pure come si fa ad autorappresentarsi) né tantomeno la Rete può essere assurta sempre ed in ogni caso a baluardo della Democrazia e della democraticità delle scelte: la verità è che basterebbe rivedere il sistema della rappresentanza, riformarlo ed evitare di parlare di cose astratte. A Grillo, poi, va certamente riconosciuto il merito di aver portato una ventata d’aria (non so se fresca o rarefatta) alla politica italiana. Molte delle critiche che fa sono condivisibili. E’ vero che in Italia ci sono tante caste ed il Parlamento, sotto certi aspetti, è una di queste; è vero che l’Europa ci impone delle misure troppo austere; è vero che non si è stati in grado in questi anni di adottare misure per lo sviluppo e per la decrescita della disoccupazione; è vero che siamo un popolo di cervelli in fuga. Ma le soluzioni

dove sono? Basta mica dire “usciamo dall’Euro”? Ho sempre pensato che il rinnovamento della classe dirigente stesse nella capacità di leggere la realtà in una maniera differente e proporre soluzioni maggiormente ancorate alle evoluzioni e alle trasformazioni della società. E se i cittadini con cui si vuole comporre il Parlamento non fossero in grado di assolvere questo compito o non fossero capaci di proporre soluzioni adeguate alle criticità che il paese deve affrontare? Pomigliano d’Arco non può che guardare con speranza agli impegni che attenderanno Di Maio da qui ai prossimi mesi, considerati soprattutto gli enormi problemi che affliggono la nostra città anche all’interno del contesto nazionale. Noi di Social abbiamo deciso di impegnarci a seguire il progressivo evolversi della sua eventuale campagna elettorale. Cercheremo volta per volta di sottoporre a lui ed il suo gruppo le tematiche che più riguardano il nostro territorio, provando ad immaginare per ognuna di esse una via d’uscita, una soluzione. ■ edizione Pomigliano d’Arco |

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La notizia è apparsa qualche giorno fa sulla rete, un video e qualche frase di didascalia, in tipico stile grillino. Luigi Di Maio, 26 anni, dopo essere stato scelto dal gruppo di Pomigliano, ha dato la sua disponibilità a candidarsi alla Camera dei Deputati con il Movimento 5 Stelle. Prima però dovrà passare per le primarie, rigorosamente on-line, funzionali a selezionare i candidati e la loro rispettiva posizione nelle liste dei vari collegi qualora si andasse a votare con l’attuale legge elettorale. Quella di Di Maio è probabilmente una candidatura che si pone di traverso rispetto ad una vecchia concezione della politica: quella della stanze chiuse, delle tessere, del compromesso e del voto clientelare. E’ una candidatura che parte dal basso, dal lavoro profuso per anni sul proprio territorio. Un meccanismo di selezione della classe dirigente, dunque, cui da tempo Pomigliano non era abituata - ed i nostri concittadini eletti nelle ultime legislature al Parlamento italiano ne forniscono un chiaro esempio. Luigi ed i ragazzi del Movimento di Pomigliano (lo scrivo con convinzione avendo avuto la possibilità di lavorare fianco a fianco con loro in molte iniziative) sono persone che quotidianamente svolgono un lavoro eccezionale, provano a dare un contributo al proprio territorio ed immaginano la politica ed il fare politica non come la realizzazione di un interesse personale ma come il perseguimento dell’interesse collettivo, del bene comune; giovani che ritengono che oggi, come non mai, la moralità e la legalità debbano essere posti al centro della battaglia politica e credono che il ruolo di un amministratore, a tutti i livelli, sia quello di rappresentare (anche se per loro questa parola è un tabu) le istanze, le tensioni e le esigenze della cittadinanza. Il successo del Movimento 5 stelle in Italia forse nasce proprio da questo: dallo


in copertina

Il mondo delle bici nel Paese di Coppi e Bartali.

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di Valentino Piccolo Quando l’uomo si troverà a dover fare i conti con l’incontrovertibile orologio del corpo umano, preso di mira dalla vecchiaia più precoce, forse solo allora si renderà conto che la bicicletta sarebbe stata un alleato perfetto. Forse l’uomo in questione aveva una bicicletta, ma non sapeva, dove andare a pedalare. L’uomo in questione è probabilmente italiano. In un paese che vanta un record in fatto di contraddizioni, sapere che l’uso della bicicletta, positivo in quasi tutti i sensi, è poco incentivato, non stupisce più di tanto. Diamo un’occhiata fuori dallo stivale. Il sito web Copenhagenize.eu ha stilato una classifica sulle venti città più “amiche delle biciclette” del mondo. Vale a dire le venti città che dimostrano di possedere determinati requisiti: Infrastrutture, facilitazioni, politiche tese al miglioramento, influenza sulle persone, programmi specializzati, sicurezza, planimetria cittadina adeguata, e ovviamente il numero delle persone che usano quotidianamente la bicicletta, non solo per sport, ma per andare al lavoro, o a

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scuola. Ebbene tra le prime venti non c’è neppure una città italiana. Amsterdam, Copenhagen e Barcellona ai primi posti. Insomma, non è un problema di difficoltà nel gestire il traffico in una grande città, se in Catalogna ci riescono così bene. Il punto non è la mancanza di cultura tesa a rilanciare l’uso della bici, ma la continuità nell’attuarla. L’uomo attuale, sempre più in crisi di costi, stress da traffico e smog, non può ignorare quello che rappresenta il mezzo di locomozione del futuro, altro che del passato! Le grandi distanze non si coprono certamente con facilità, ma l’abitudine di prendere l’auto, anche per brevi distanze, non può far altro che peggiorare l’aria che respiriamo, e ne conveniamo che la bici è un mezzo, quantomeno sottovalutato. Il comune di Napoli ha recentemente timbrato parti della superficie stradale della città con disegni, volti a rappresentare quella che con molta probabilità è, o cerca di essere una pista ciclabile in teoria ma manchevole nella pratica. Il doppio senso di marcia è troppo stretto, scomodo, e superficiale. Il comune ha più volte dimostrato, con la ZTL ad esempio, che la politica della giunta è mirata a dare

un’immagine più pulita alla città, meglio disposta nei confronti dei cittadini che si vorrebbero distinguere nell’ambiente e nella vivibilità. Allora perché affidare una delle opere più indicative della città alle mani di chi, probabilmente, non si è reso conto che una pista ciclabile che si rispetti deve tener conto sia dei ciclisti, sia gli altri mezzi? Creare a Napoli ciò che è stato fatto a Barcellona, a Berlino, a Londra non è sempre possibile. Napoli è una città che si evolve continuamente, specchio di un ordine non concesso, di un movimento caotico non designato, che si è preso pian piano gli spazi che merita. Basterebbe riconoscere finalmente l’importanza di avere uno spazio per i ciclisti adeguato, e comportarsi di conseguenza. L’illusione dei grafici a forma di bici per le vie non deve prenderci in giro, Napoli ha le possibilità di creare uno spazio per tutti ma se fatto con leggerezza, gli interventi avranno il sapore della sconfitta. Prove simili però non sono rare in Campania. Nel comune di Pomigliano D’arco, esiste un’altra, piccola, speranzosa possibilità per chi vuole spostarsi su due ruote. Una pista ciclabile, lunga


Piste ciclabili come quella di Pomigliano sono la prova di come lo spirito ambientale vive assiduamente nella testa e nelle mani del popolo partenopeo, ma se non è accompagnato da una continuità nella gestione, da un continuo bilanciamento tra cultura della bici e dell’ambiente, non resisterà al tempo, orologio dell’uomo e delle opere pubbliche, entrambe destinate a tramontare se trascurate. ■

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la deserta pista ciclabile di Pomigliano d’Arco

la stazione ferroviaria di Copenhagen

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quasi tre chilometri, parte dalla vecchia stazione della circumvesuviana, ora stazionamento dei pullman, e arriva sino a Casalnuovo, servendo anche la clinica Melluccio, la nuova sede del liceo di Pomigliano, la piscina comunale, oltre alle stazioni di Pratola ponte, Parco Piemonte e La Pigna. Un percorso asfaltato veramente importante, ma abbandonato a se stesso. Poco curato e poco controllato, i principali visitatori sono, purtroppo, non dei ciclisti in cerca di allenamento ma molto spesso persone che praticano l’inciviltà e l’illegalità. Rifiuti, o peggio, siringhe fanno da cornice a quello che potrebbe rappresentare un avversario deciso a percorsi pedonali in Italia, ma che, come tante cose in regione, ha conosciuto prima l’entusiasmo dell’opera, poi l’incapacità di gestirla. Inoltre la strada è scarsamente illuminata la sera, e questo non fa altro che aggravare la sua situazione.


l’intervista

Taekwondo, lo sport della pace interiore.

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di Emanuela Siesto

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facebook.com/emanuela.siesto E’ l’arte marziale che conta il maggior numero di praticanti al mondo, il taekwondo, sport coreano risalente agli anni Cinquanta-Sessanta, basato soprattutto sulle tecniche dei calci. Ma se da un lato si può parlare di sport “da combattimento”, dall’altro non si può negare la tendenza filosofica di questa attività sportiva, che fonda i suoi principi sull’etica, la morale, le norme spirituali attraverso le quali, paradossalmente, gli uomini possono vivere senza litigare. Giuseppina Montanino, campionessa nazionale di takewondo (nel 2006 e nel 2008), ce lo conferma in un’intervista che ci ha gentilmente concesso: “Il taekwondo è uno stile di vita,una passione, o ti prende o non ti prende” esordisce “Non è solo corpo, ma anche mente”. La giovane atleta pomiglianese, attualmente in procinto di laurearsi in giurisprudenza, ha scoperto questo sport in tenera età, allenandosi spesso fianco a fianco con la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Londra 2012 Mauro Sarmiento. Come è nata questa passione? Avevo 10 anni, ero in un villaggio in Calabria per le vacanze estive. Lì c’era un ragazzo che praticava arti marziali;tornata a casa dissi a mio padre che volevo praticare anche io un’arte marziale. All’epoca a Pomigliano si praticavano solo judo e taekwondo e, dato il mio fisico “mingherlino”, mi fu consigliato di cominciare con quest’ultimo. Così iniziai questo sport nella mia città,ma presto il mio maestro si trasferì in una palestra a Casoria e decisi di seguirlo. Cosa ti ha maggiormente appassionato di questo sport? Il combattimento. Anche se ero una “femminuccia” piccola e timida mi piaceva combattere.

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Giuseppina Montanino durante un incontro di taekwondo

A che età hai iniziato a combattere? A 13 anni partecipavo già a varie gare. L’allenamento richiede sacrificio? Molto. Ricordo lunghi periodi di diete e allenamenti quotidiani; spesso rinunciavo alle uscite serali il sabato e la domenica per dedicarmi completamente allo sport. All’età di quattordici anni vantavi già la vittoria di un campionato, è vero? Si, a quattordici anni vinsi il campionato italiano nella categoria allora definita “Speranze”, dopodiché nella categoria “Juniores” ho vinto un altro campionato italiano, poi varie regionali, alternandomi tra i 58 Kg, i 55 Kg e l’ultima a Genova per i 53 Kg. Nel tuo bagaglio di esperienza sportiva c’è anche la partecipazione ad un

campionato internazionale. Dove hai gareggiato? Ho fatto parte della Nazionale Italiana nel 2006 per i mondiali in Vietnam, classificandomi al quinto posto, mentre nel 2008 mi sono classificata al terzo posto nel campionato internazionale in Svezia. Cosa ti ricordi dell’esperienza in Vietnam? Ero molto emozionata all’idea di partecipare al mondiale ma anche stressata dal caldo afoso, dal viaggio di dodici ore in aereo che sembrava non finisse più; avevo però molta voglia di andare avanti e dimostrare a chi aveva sempre creduto in me che i frutti c’erano. Chi ti ha maggiormente aiutato nel tuo percorso sportivo? Ci sono tre persone che non smetterò mai di ringraziare: mio padre, che mi ac-


compagnava tutte le sere a Casoria per gli allenamenti che non finivano mai prima delle 22; il mio maestro che mi ha seguita sin da bambina e ha da sempre creduto in me; il mio coach, che mi ha seguita negli allenamenti notte e giorno, e mi ha insegnato tecniche e disciplina.

La politica di Afragola fallisce ancora!

Oltre a partecipare a varie competizioni hai anche insegnato questo sport? Nella palestra di Casoria ho allenato per un breve periodo bambini di età compresa tra i sei e i dodici anni.

combattimento così piccoli? E’importante, all’inizio, far capire ai bambini che si tratta di un gioco, dopodiché li si può indirizzare alla disciplina da un punto di vista mentale e tecnico.

E’ giusto cominciare una disciplina da

Adesso sei in un periodo di pausa. Come mai questa scelta? Volevo dedicarmi allo studio per seguire un’altra grande passione: la giurisprudenza. Al liceo mi piaceva molto lo studio del diritto. Dopo il diploma mi sono presa un anno di pausa dallo studio per dedicarmi solo allo sport,ma il mondo dello sport è incerto, oggi ci sei, domani chissà, per cui ho ritenuto giusto scegliere una strada più sicura. Quello dello sport non è comunque un discorso chiuso,anzi,conseguita la laurea ho intenzione di riprendere gli allenamenti.

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Consiglieresti a chiunque questo sport? Certo. In palestra spesso si iscrivevano bambini molto irrequieti e le mamme temevano che il taekwondo potesse renderli ancora più vivaci, ma non è cosi, anzi, è un tipo di sport che ti calma i nervi. Inoltre non è esclusivamente maschile. Ne è una conferma il fatto che io l’abbia praticato. Il taekwondo non ha frontiere per nessuno, tutti possono esercitarsi nello sport “della pace interiore”. ■


il reportage

Benvenuti nel mondo degli insuper(dis)abili!

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di Marica Rea

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L’AGVH di Poggiomarino, fondata e fortemente voluta dalla signora Filomena Saporito, si batte da 25 anni per vincere le prevaricazioni subite dai ‘disabili’ provando a donare un sorriso alle persone del paese che soffrono e convivono con le più disparate patologie e disabilità.‘Come potete vedere sono tanti i ragazzi che ospitiamo’ ci dice Renato Palmieri, volontario più anziano dell’associazione, ‘ma ce ne sono molti altri che le famiglie preferiscono tenere in casa. Il limite con cui si deve più spesso combattere per far vincere le ragioni del disabile è più culturale oltre che istituzionale’. ‘La nostra è un’associazione in continua evoluzione che cambia e migliora giorno dopo giorno, cercando di adeguarsi e rispondere ai bisogni, sempre in aumento, dei cittadini che hanno problemi di disabilità’ afferma Virginia Raiola, presidente giovanissima dell’associazione ‘l’associazione sta subendo dei cambiamenti positivi, presto cambierà anche la nomenclatura, da AGVH in ADAAP (Associazione Diversamente Abili e Amici Poggiomarino). Gli obiettivi che perseguiamo sono: promozione di iniziative intese a facilitare la completa integrazione dei diversamente abili nella società; sostegno psicologico e materiale ai genitori per favorire il processo di accettazione del figlio disabile; diffusione degli strumenti legislativi e previdenziali di cui possono usufruire tutte le persone portatrici di handicaps.’ L’associazione al momento include un numero di una cinquantina di persone tra disabili, volontari, addetti al servizio navetta. L’incontro è sempre puntuale, alle quattro e mezza di ogni venerdì pomeriggio e non si può rimandare. Un team di 5 volontari col servizio navetta, offerto gentilmente dalla confraternita della Misericordia di Poggiomarino, ad

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ogni incontro si mobilita di casa in casa per ‘raccogliere’ tutti i ragazzi e portarli a gruppi alla sede dell’associazione. ‘Se non fosse per il servizio navetta offerto dalla Misericordia riscontreremmo grandi problemi per svolgere l’incontro’, ripete più volte Renato. Una volta radunati tutti, nessuno escluso, ci si saluta, abbraccia e si parla

come un gruppo di amici fanno dopo non essersi visti per molto tempo. Nell’associazione si svolgono attività come la recitazione ed il ballo, quest’ultimo diretto dal giovane maestro Gabriele Cretoso, il quale è entrato a far parte di questo mondo quattro anni fa e afferma ‘Collaboro con i ragazzi nel ballo per terapia e per divertimento


facendoli esibire in vari spettacoli’. Una volta radunati ci si accomoda tutti formando un cerchio per celebrare una preghiera iniziale, con le mani nelle mani del più vicino. Già qui riesco ad avvertire un grandissimo calore che mi folgora. Avverto una fitta al cuore quan-

danze perché in quel momento il desiderio più grande era conoscerli tutti, da vicino, volevo presto abbracciarli e provare quella che forse è stata una delle emozioni più grandi della mia vita, la gioia di comunicare con loro, non con le parole ma col cuore. Aurora, Giuseppe, Alfonsina, Maria,

Emiliano, Giustina sono solo pochi dei nomi che riesco ad elencare dei ragazzi che ho conosciuto. Sono altrettanti i volti che ho stampato tutti nell’anima, come le voci, i sorrisi, le emozioni che mi hanno trasmesso. ‘Ma tornerai presto?’ mi dicono prima di andarmene, lì cade una lacrima, ‘certo, quanto prima!’ rispondo con la malinconia di quella che è stata una magnifica giornata. ‘Vorremmo fare molto di più’ quasi si giustifica Renato ‘ma all’infuori dei locali forniti dalla Parrocchia, non abbiamo contributi esterni. Prima il Comune ci dava un piccolo appoggio economico, adesso siamo completamente soli ed autofinanziati. L’associazione fortunatamente riesce ad organizzare periodicamente anche delle gite fuori porta che vengono interiormente pagate dalle famiglie dei disabili’. Tra queste ricordiamo le gite svoltesi a Battipaglia, ad Agropoli, a Gaeta e solo quest’ultima estate anche a Napoli per i ‘Giochi senza Barriere’. Renato continua e le parole rimbombano forti ‘Noi qui non abbiamo bisogno di altro che delle nostre mani e del nostro cuore!’. La storia di Robertino Tra le storie che ci sono state raccontate, tutte a loro modo speciali, una in particolare mi ha toccato molto e merita di essere conosciuta. Questa è la storia raccontata dalla signora Giuseppina, madre di Robertino, un ragazzo di 16 anni affetto da una disabilità che gli consentiva di muovere esclusivamente gli occhi, scomparso lo scorso 26 dicembre. ‘Io sapevo a quale destino andasse incontro mio figlio, ma ho scelto di accudirlo con tutto l’amore che ho potuto fino all’ultimo dei suoi respiri’ afferma con occhi commossi ma orgogliosi. ‘Negli ultimi tempi chiedevo spesso a Robertino se, quando ‘quel giorno’ sarebbe arrivato, avrei dovuto continuare a frequentare il centro; ebbene lui con gli occhi mi rispondeva di sì. Per due mesi non sono riuscita ad esaudire il suo desiderio. Quando decisi di tornare in associazione subito mi sentii meglio. Avverto forte la presenza del mio bambino edizione Pomigliano d’Arco |

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do Rosa Garofalo, una giovanissima volontaria, mi presenta e mi introduce ‘ufficialmente’ in questo che è un mondo grandioso. Provo una certa commozione quando parlo di me, ed è amplificata di milioni di volte l’emozione quando riesco ad ascoltare il loro silenzio assordante, il si-

La politica di Afragola fallisce ancora!

lenzio di chi mi sta ascoltando talmente attentamente da farmi tremare. Eravamo cinquanta di noi e tutti, ripeto tutti, riuscivano ad ascoltarmi. Numerose poi, potete immaginare, sorgono le domande nei miei e nei loro confronti. Ma scelgo presto di finire di parlare e di aprire le


il reportage

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in ognuno dei ragazzi che ora considero tutti miei figli. La conferma che Robertino non mi ha lasciata, l’ho avuta quando è arrivato Luca, un altro bambino con la stessa disabilità di mio figlio. In lui ho immediatamente riconosciuto un segno del mio piccolo, il quale ha voluto dirmi che mi è ancora accanto’. Noi volontarie per una scelta d’amore Rosa ed Emilia Garofalo, Caterina Carbone, Pina Paduano sono solo quattro delle volontarie che si occupano dell’associazione. Mi parlano del loro percorso con occhi emozionati e voci tremanti. Caterina è nell’associazione da una decina d’anni ed è stata anche lei presidente dell’associazione. La descrive come una grande famiglia dove volontari e disabili vivono come su di un’isola felice. Parla dei disabili come di persone molto semplici ed umili, che sanno voler bene senza alcun limite: ‘ti sanno amare per come sei!Sono loro contrariamente ai normodotati e non vedere alcuna differenza!’ Pina invece è da tre anni nell’associazione, è una delle ausiliari del servizio navetta, e afferma di essere stata accolta meravigliosamente. Dice con un bel sorriso stampato sul viso: ‘Ma che cos’è poi, in fin dei conti, la normalità? Qui passiamo qualche ora insieme a loro e stiamo così bene che si arriva a un punto in cui non si riesce più a distinguere tra normodotati e non!’ dice scherzosamente Pina. Rosa ed Emilia invece arrivano nell’associazione da solo due anni e per un caso fortuito. Sono giovanissime e sentir parlar loro, lascia davvero senza parole. ‘Sono Rosa Garofalo e ho 16 anni. Sono una ragazza che ha una grandissima passione: quella del volontariato. Da due anni frequento l’associazione. L’opera di volontariato dell’AGVH consiste nel far divertire ragazzi disabili che ogni giorno devono affrontare tanti problemi. Sono davvero splendidi, persone che danno amore in modo

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La politica di Afragola fallisce ancora!

incondizionato. Possiedono sentimenti come tutti e spesso si rivelano anche migliori delle persone ‘normali’. L’unica diversità che riscontro tra normodotati e i non è caratteriale: sono più sensibili e incapaci di farti del male, se avvertono il tuo dolore ti aiutano senza chiedere nulla in cambio. In loro vige la ragione del non ragionare, questo è quello che di più grandioso ho imparato da loro. Non ci pensano mai neanche un attimo prima di aiutarti e agire nel tuo bene. Alle persone che discriminano i ragazzi diversamente abili chiedo di riflettere su cosa dicono e di smetterla di umiliarli. Li invito piuttosto a regalare loro un sorriso! Emblematico è stato il caso di un ragazzo autistico che conosco. Inizialmente

non parlava quasi mai, preferiva stare sulle sue. Dopo un mese che è stato con noi, divertendosi in compagnia, iniziò a parlare con tutti, a lasciare finalmente il suo mondo, imparando a vivere nel mondo degli altri. Sono davvero fiera del suo miglioramento! Questo evento può essere da esempio per molti. Queste persone non hanno bisogno solo di essere ‘riempiti’ di farmaci, ma è per loro fondamentale avere degli AMICI.’ I miei amici insuper(dis)abili! Non c’è persona portatrice di handicap con cui non abbia parlato e che non abbia conosciuto, sono diventati miei amici. Mi sono sentita capita da loro fin dal primo momento ed è proprio la comprensione il nutrimento di ogni vero legame. Provo

Non affatto chiara, invece, risulta essere la situazione dell’agvh di Pomigliano. Si ricorda, infatti, un’importante decisione presa dall’amministrazione comunale lo scorso 2 agosto: disdire il protocollo d’intesa (risalente all’anno 2004) con il quale la fondazione Pomigliano infanzia dichiarava di pagare le utenze di acqua, luce e gas della storica associazione Onlus AGVH che, ricordiamo, usufruisce della struttura soltanto di pomeriggio, per pochi giorni a settimana. A queste “divisione di spese” ha fatto seguito anche una “divisione strutturale”: è stato infatti innalzato un muro in cartongesso che permette di dividere i due ambienti, quello dedicato all’asilo nido e quello riservato ai ragazzi dell’associazione. La costruzione del “muro della vergogna” (così definito sul web da molti cittadini pomiglianesi, sensibilmente urtati dalla notizia) è stata giustificata come una semplice e diretta conseguenza della precedente divisione di utenze. Siamo in attesa di un incontro con i volontari dell’associazione, per chiedere un chiarimento in merito e una migliore spiegazione della situazione in cui si trova ora l’agvh di Pomigliano in seguito a tali importanti cambiamenti. ■ redazione Social - Pomigliano

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trepidazione nell’immaginare il prossimo nostro incontro, fortunatamente come cita un celebre proverbio africano ‘la casa dell’amico non è mai lontana’! Ho imparato una grande lezione: imparare a conoscere le persone con disabilità ci spoglierebbe definitivamente di ogni pregiudizio. Forse è proprio questa la loro superabilità, farti sentire a proprio agio, starti accanto e stringerti forte come farebbe un tuo fratello, ma soprattutto non giudicarti mai né con lo sguardo né col linguaggio, cosa che ti fa sentire sicuro, al riparo da tutto, come in un caldissimo abbraccio. Ed è da qui che parte l’idea di definirli ‘paradossalmente’ insuper(dis)abili, perché mi hanno dimostrato certamente di avere qualche difetto psico-fisico in più rispetto ai normodotati ma, sempre rispetto a quest’ultimi, ho meravigliosamente scoperto che possiedono qualche grandissima qualità umana in più! E’ la ricchezza che mi porto dentro e vorrei che queste parole lasciassero qualcosa dentro di voi. Tornerò presto amici miei, molto presto! ■


riflessioni

Donne di Gaza: fra ardore e violenza.

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di Sonia Tondi

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ltre alla ferocia e alla crudeltà conseguente all’espansionismo di Israele e alle sue continue pressioni sulla popolazione palestinese, un’altra forte violenza si abbatte quotidianamente sulle donne palestinesi, che portano insieme al flagello della guerra, la discriminazione di una struttura sociale ancora fortemente patriarcale e maschilista. Molti sono gli analisti che hanno messo in rapporto la povertà, il disagio e la disoccupazione maschile con l’aumento delle violenze sulle donne. Tale accumulo di frustrazione, molto spesso residuo di anni di carcere e violenze, verrebbe così sublimato nella violenza domestica, che però resta atto brutale in quanto tale, senza alcun tipo di scusanti. L’Ufficio Centrale di Statistica palestinese tra il 2005 e il 2006 ha condotto un’inchiesta su 4.212 famiglie nei Territori occupati dimostrando che soltanto una netta minoranza delle vittime di violenze si è rivolta alle istituzioni: il 23% delle donne intervistate era stata oggetto di maltrattamenti fisici; 61,7% di violenza psicologica e il 10,5% sessuale, compiute dal marito. Insomma la storia è sempre la stessa e, malgrado le dovute differenze, l’Occidente può non sentirsi completamente estraneo dinanzi a tali dati, soprattutto per quanto riguarda il mancato sostegno giuridico che le donne possiedono. Nella maggior parte dei casi, quando si tratta di ragazze nubili, la violenza quiescente si trasforma in matrimonio, l’ufficializzazione animalesca di una molestia sessuale, ma almeno gli animi si acquietano. Palestina Central Bureau of Statistics ha rivelato che il 51,4% delle mamme palestinesi temeva che almeno una delle loro figlie poteva essere soggetta a violenza da parte di membri della famiglia. Nella maggior parte dei casi, anche a seguito di denunce, la società palestinese demolisce le accuse, la donna che subisce gli abusi diventa carnefice, così saranno il “vestito

12 Social | 12 Novembre 2012

particolare” “ un comportamento diverso” le scusanti perverse di un abuso ingiustificato. Frequenti sono anche i delitti d’onore, la cronaca nera settimanale riporta notizie di giovani trovate morte strangolate, avvelenate, accoltellate, dai propri familiari. La sferzata israeliana ha contribuito al peggioramento della condizione femminile, le donne hanno infatti, come gli uomini, sperimentato il carcere fin dai primi tempi dell’occupazione, andando incontro ad abusi, minacce, violenze psicologiche. Nella detenzione in prigioni israeliane , manca qualsiasi tipo di cura medica e psicologica, dato allarmante considerando che molte delle donne sono incinte, e molte ancora di età inferiore ai 18 anni. Contro questa serie di soprusi è nato un movimento femminista e laico, che ha svolto un ruolo fondamentale nella lotta palestinese negli ultimi anni. Dal 1993 le femministe hanno cominciato a lavorare per l’uguaglianza sociale, giungendo circa un anno dopo dal Memorandum dei

Diritti delle Donne, una richiesta forte di giustizia, democrazia e uguaglianza di genere. La Giustizia Suprema Islamica ha accolto alcune fra le proposte da inserire nel disegno legge sulla famiglia, fra cui l’imposizione un’età minima di diciotto anni per accedere al matrimonio, un accesso facilitato al divorzio, e diverse limitazioni per quanto concerne la di poligamia , tutte da presentare al ministero di giustizia palestinese. Nessuna di queste proposte è mai arrivata in parlamento. Nonostante gli ostacoli della politica segregazionista, le donne di Gaza non si arrendono, per loro la lotta è più dura, poiché è duplice, anche quando lottano insieme, al fianco degli uomini la battaglia che precede è quella sessuale. “Dammi dei figli, mio Dio, e ne farò dei fedayin”. Sono loro, le mamme e le nonne di Gaza, a tramandare nei loro figli e nipoti l’importanza della lotta nella liberazione della loro terra;. sono loro insieme , braccio, mente e animo della rivoluzione. ■


riflessioni

Unisciti alla ribellione: salviamo l’Artico!

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di Elisabetta Rea

facebook.com/betta.e.rea In momenti decisivi della storia della Terra come quello presente, – forse la definizione di “punto di non ritorno” rende meglio il senso di incontrovertibilità – un’antica reminiscenza di sapienza creek (proverbio o anatema?) si mostra ai nostri occhi in tutta la sua chiaroveggenza:

Bisogna però fare un ultimo sforzo cognitivo e immaginare che quelle enormi placche di ghiaccio si distendono all’estremo Nord della Terra sin dall’età preistorica, e cioè che nessun uomo ha mai camminato su una Terra priva dell’Artide; e forse neppure potrebbe,

dal momento che le calotte artiche contribuiscono a mantenere bassa la temperatura terrestre, riflettendo nello spazio parte del calore emesso dal Sole. Ricapitoliamo, fuor di metafora: dopo 800.000 anni, l’Artide ha perso negli ultimi 30 anni il 45% della sua superficie. Diretti, si era detto. E diretto è l’urlo lanciato da Greenpeace: “Unisciti alla ribellione. Salviamo l’artico!”. L’ente no-profit si è innanzitutto posto un obiettivo: 3 milioni di firme; in questi giorni sul sito www.savethearctic.org sono stati superati i due milioni.

Naturalmente c’è da chiedersi - retoricamente - se il gioco vale la candela; ma l’interrogativo che più preme in qualunque individuo dotato anche solo di un’ombra di rispettoso amore per la propria Terra, la propria Storia è: necessitiamo realmente di fare appello al futuro dei nostri figli (perché dei nostri figli si tratta, non di indefiniti uomini del futuro), o al “senso civico”, così tristemente artificioso ed egoistico? Ce lo insegnano gli indiani Creek che il senso civico non ha niente a che fare con il puro, atavico, panteistico amore per la natura. ■

La battaglia di Greenpeace non è combattuta solo contro l’astratto mostro del consumismo sfrenato figlio dell’occidentalismo, il cui incontrollato stile di vita è causa primaria della precarietà dei ghiacci artici e non lo solo; la battaglia di Greenpeace è combattuta contro nemici dai nomi conosciuti: Shell, Exxon, Gazprom e altre compagnia petrolifere, che minacciano l’incolumità del fragile ecosistema artico trivellando in cerca di petrolio. Un enorme guadagno, naturalmente. Che però promette l’estrazione di soli 90 miliardi di barili di petrolio, che corrispondono ad un consumo mondiale di appena tre anni. edizione Pomigliano d’Arco |

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“Solo quando l’ultimo fiume sarà prosciugato, quando l’ultimo albero sarà abbattuto, quando l’ultimo animale sarà ucciso, solo allora vi renderete conto che il denaro non si mangia”. Visti i recenti risvolti in ambito ambientalista, sarebbe il caso di annotare una postilla all’assunto: “quando l’ultima calotta glaciale si sarà sciolta”. Non si tratta del solito allarmismo, delle iperboli tipicamente mediatiche che conosciamo fin troppo bene: i ghiacci artici si stanno sciogliendo. Sono notizie, queste, che si danno a bruciapelo, senza troppi fronzoli, nella maniera diretta che meglio crea nella percezione comune la portata storicamente enorme dell’evento. Ad accompagnarla non c’è neppure il classico “lentamente”, che in genere si abbina a profezie di disastri ambientali di questo genere, e che ne proietta gli effetti - e il nostro interesse – in un futuro indeterminato, un futuro di cui si occuperà qualcun altro. Nessun “lentamente”, dunque, perché “meno di una generazione” è un tempo evidentemente troppo breve perché la superficie dei ghiacci artici si riduca dai 6-8 milioni di kmq ai 3-5 milioni di kmq odierni.


le rubriche

O fùnneco #1 Imbriani-Poerio: un secolo di storia tra patriottismo e poesia di Elisabetta Rea

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Volti, echi, reminescenze sottratti al “fondaco” delle cose dimenticate, in un meridione incantato, che si muove fra magia e devozione, sapienza ed istinto, mai diviso, forte, radicato alla terra da cui prodigiosamente prende le forze. A cura di Vittorio Oratino, Elisabetta Rea e Sonia Tondi. Imbriani-Poerio: un secolo di storia tra patriottismo e poesia. Nel vecchio cimitero di Pomigliano d’Arco, dietro un tricolore affisso alla soglia, si erge quella che pochi riconoscono come il Sepolcreto della famiglia Imbriani-Poerio, dichiarato nel 1930 “monumento nazionale”. Monumento all’oblio, si direbbe, visto il diffuso disinteresse che la cultura – sia quella nazionale canonizzata e canonizzante, sia quella dell’aneddotica locale – ha dimostrato verso personaggi quali Alessandro Poerio, Paolo Emilio Imbri-

14 Social | 12 Novembre 2012

ani, Vittorio Imbriani; tutti loro parenti, patrioti, poeti. Una saga familiare spesso segnata dalla tragedia, ma radicalmente inscritta nelle vicende di un secolo, l’Ottocento, in cui la parola “Italia” non evocava trita retorica di partito, ma una lungimirante e forse azzardata speranza; non uno stato “vecchio” ma ancora in potenza. Ed è stata forse questa indefinitezza a determinare nell’intellighenzia del tempo un così fecondo attivismo, di cui Vittorio Imbriani è espressione. Lontano dal prototipo di letterato chiuso nel suo studio e perso in astratte elucubrazioni, Imbriani coniugò l’impegno politico (partecipò alla seconda e alla terza guerra d’Indipendenza, fu consigliere provinciale del mandamento di Pomigliano) con i suoi studi, teso a recuperare il patrimonio novellistico popolare e a creare una lingua che non si esaurisse nell’affettazione toscaneggiante, ma che prelevasse a piene mani dal serbatoio dei dialetti.

Inviso all’élite culturale per il suo orientamento reazionario in politica, retro-guardista in ambito letterario (ottenne l’ambita cattedra di letteratura italiana, che fu costretto a rifiutare, solo nell’ultimo periodo della sua vita, quando la tabe dorsale lo aveva ormai paralizzato completamente), Imbriani subì quasi una damnatio memoriae da cui soltanto Benedetto Croce prima (con ancora qualche pregiudizio) e Gianfranco Contini poi lo trassero, apprezzando in particolare quest’ultimo il carattere espressionista e plurilinguista dello stile imbrianesco. Se è vero dunque che l’onta più grave di una comunità è perdere il senso della propria storia, l’unica speranza viene riposta nella sensibilità di coloro che instancabilmente prelevano dal magazzino delle cose rotte e dimenticate. ■


le rubriche

il film consigliato ‘Giù la testa’ di Sergio Leone

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di Vittorio Oratino @VittorioOratino

bandito messicano, Juan Miranda, che con la sua numerosa prole si aggira per il Messico sempre pronto a saccheggiare i ricchi signori dell’aristocrazia, e di un dinamitardo irlandese, John Mallory, il quale, fuggito dalla sua nazione per motivi evidentemente politici – legati al gruppo armato dell’I.R.A. – si ritrova in Messico a lavorare per un ricercatore di argento nelle grotte americane. Benché quest’ultimo cerchi in ogni modo di allontanarsi dai maldestri obiettivi del messicano, alla fine entrambi finiscono per aver bisogno l’uno dell’altro in quella parte della storia che ormai condannava tutti, senza esclusione di classe e di età. Giù la testa è il racconto della rivoluzione, ma forse nemmeno solo di quella messicana. Più probabilmente si tratta del racconto di tutte le rivoluzioni,

quelle combattute e quelle ancora da combattere, ed è la storia delle ideologie che hanno mosso le rivoluzioni, la storia dei vuoti che le ideologie, nella loro assoluta infondatezza, hanno lasciato quando ormai nessuno era più in grado di governare al posto di chi per lungo tempo aveva perpetrato soprusi. Del resto Leone all’inizio del film sceglie una frase, non a caso di Mao, che meglio sintetizza il suo pensiero circa la rivoluzione armata, e la sua inutilità, in quanto portatrice di morte: «La Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di violenza ».

la vignetta #2 un volto nuovo di Frè

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Mentre in questi giorni – dall’8 all’11 novembre – ritorna per la seconda volta al cinema “C’era una volta in America” di Sergio Leone, io mi sento in dovere di consigliare, dello stesso autore, un film che, pur facendo parte di una trilogia – quella “del tempo” – si pone al di fuori di essa per il vigore con cui espone i suoi temi e per la carica politica dei suoi dialoghi. Si tratta di “Giù la testa”, film del 1971, secondo capitolo della “trilogia del tempo”, segue “C’era una volta il west” (1968) e precede di 13 anni il capolavoro assoluto che è C’era una volta in America (1984). Il film è ambientato durante la rivoluzione messicana, nel secondo decennio del novecento, ed è su questo tragico sfondo che si scontrano – un po’ per caso, un po’ per “un segno del destino” – le vite e le vicende di un


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