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SO &

MAGAZINE

SO

"Numero Zero" Paolo Andreozzi “Cementi inutili”, Jack Ceccato e Elena Maginzali "Salvo, l'uomo che pettina le Barbie", Daniela Corcella "Tanto per cominciare", Paolo Andreozzi "The walking dead", Paolo Longarini "Una giornata qualsiasi", Miriam Caputo “Pierre Bonnard, un guardare infinito”, Davide Guido "L'interpretazione 'gestazionale'", Paolo Andreozzi "Povero il Paese che dimentica i poeti", Antonietta Gambuto e Cristina Sbissich "La testa", Paolo Andreozzi “Una favola moderna”, Miriam Caputo “Calciofobia”, di Chiara Andreoli e Jack Ceccato "Sulle orme di Lawrence", Carmelo Andronico e Elena Maginzali "Viva la regina!", Roberta Grampelli "Tasca d'Almerita", Alessandra Pinca "Renzo Bossi, Vergine ascendente Caprocorno", Daniela Corcella e Daniela Pellegrini "Pierugo docet", di Chiara Andreoli e Daniela Pellegrini


? O T S E U Q ’ COSA E

NUMERO ZERO DI Paolo Andreozzi Questo è SO&SO di aprile, ed è il Numero Zero di SO&SO. Cos’è lo vediamo meglio poi. Ma aprile viene dopo marzo. E a marzo che è successo? In ordine sparso, e fino al momento di andare in stampa: è morto Lucio Dalla, è stato ‘rieletto’ Putin, Romney ha vinto il ‘super Tuesday’, Berlusconi si è negato al salotto di Vespa, un soldato USA è impazzito e ha ammazzato sedici civili afghani, c’è stata una cenetta tra Monti, Alfano, Bersani e Casini, con tanto di foto-ricordo su twitter, la strage antisemita di Tolosa, gli italiani si sono accorti che o Fiom o fiat voluntas Dei… E a Dio piacendo, appunto, dopo marzo è arrivato come sempre aprile. Con aprile, il Numero Zero di SO&SO. Ma cos’è SO&SO? Lo scoprirete da voi nelle pagine che seguono, io non voglio rovinarvi la sor-

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presa. Al più, posso accennaRe a ciò che non è: non è una rivista (nel senso che una cosa così non s’è mai vista, figuriamoci perciò ri-vista!), non è una fanzine (chi scrive su SO & SO non è fan di niente in particolare, ma in generale del semplice e caleidoscopico stare al mondo), non è un opuscolo (non vi chiederemo di sottoscrivere una causa, un contratto, una religione), non è un libretto delle istruzioni (ma forse è a questo che somiglia di più, rispetto al resto).


EDITORIALE...

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n r o t n i ’ d e o i l g … di ta

E’ che non sapevamo che fare, in realtà, come passare il tempo residuo dal lavoro, dallo studio, dalla famiglia, dagli amori, dagli impegni, dagli hobby, dal traffico e dagli acciacc hi, e allora lo abbiamo impiegato raccontandoci gli uni con gli altri quello che sappiamo a proposito di ciò che del vasto universo più ci interessa, ci emozio na, ci intriga, ci spaventa, ci ristora. Un po’ come fossimo una tribù intorno al fuoco, la sera, sotto le stelle. Che intorno al fuo co si scambia i saperi e i sogni: chi ha perlustrato un territorio lo racconta agli altri, chi ha incontrato un fiume spiega agli altri cos’è la corrente, chi sente parlare il vento ne traduce la voce misteriosa, chi ha avuto paura la descrive e la tribù la scaccia via, chi ha un ricordo lo fa diventare comune, chi un desiderio lo condivide perché lo si realizzi insieme. Non c’è un filo conduttore, in quei momenti, se non il fuoco stesso e i volti tutti attorno che rischiara. E tutto avviene sopra la terra e sotto il cielo,

semplicemente. Sopra la terra, sotto il cielo. Sopra e sotto… …SO&SO – indovinato! E chi siamo noi? Da chi è composta la tribù? Ma da chi scrive e da chi legge, ovviamente! E per questo Numero Zero quelli che scrivono sono gli scriteriati di cui l’ultima pagina riporta la fotina e un saluto (non barate: resistete alla tentazione di sbirciare là in fondo prima di aver ascoltato i nostri racconti!), e quelli che leggono siete voi tutti. Però dalla prossima uscita, magari, i ruoli si saranno già invertiti… Teniamoci in contatto, il nostro indirizzo di posta elettronica è in quarta di copertina. Ora, avanti. Attraverso parole ed emozioni: da Kubrick alla cipolla, dalla poesia all’anti-calcio, da Barbie alla cementificazione, da una lupa a Bonnard, dall’Iliade ai fumetti, dai vini del Sud a Lawrence d’Arabia, dal sacrificio che porta all’eccellenza alla follia delle letture parallele, dall'oroscopo del Trota all’immancabile posta del cuore… La notte è giovane, e vogliamo condividere con voi ogni scintilla che sprizzerà dal nostro fuoco allegro! Abbiamo detto all’inizio che SO&SO, se somiglia a qualcosa, somiglia a un libretto di istruzioni. E infatti quel che vogliamo soprattutto è imparare, facendo. Imparare che l’ordine si fa largo a fatica nel centro del caos, ma che la verità – se esiste – è in entrambi. E che la linea che li separa è assai sfumata e porosa, come quella talmente tortuosa e mobile che segna il confine tra passato e futuro. O tra sopra e sotto. Benvenuti!

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Cementi inutili

di Jack Ceccato e Elena Maginzali

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Non sono mai stanco di osservare: persone, situazioni, ambienti, luoghi. Il mio lavoro mi offre la possibilità di viaggiare molto, sia in Italia che all’estero. Mi sposto in auto, naturalmente, ma, appena possibile, utilizzo i mezzi pubblici, sia per gli spostamenti tra le città che all’interno delle stesse. E quindi, spostandomi spesso, ho modo di guardare, di osservare quello che sto attraversando, siano esse zone rurali, città o zone industriali. Le città italiane sono capaci di stupire per quanto sono variegate: le ordinate città emiliane, le cittadelle venete e quelle toscane, la confusione, la vita pulsante, e

per certi versi soffocante, delle città meridionali. Anche le aree residenziali che circondano i centri storici delle città godono di un certo livello di varietà, mentre le zone artigianali ed industriali che circondano le città, invece, sono monotonamente sempre identiche: grandi vialoni che si intersecano ad angolo retto, capannoni lunghi e bassi, dove spiccano quelli delle aziende per le quali l’immagine con la quale si presentano è un valore da aggiungere al prodotto e quindi si devono distaccare anche visivamente dal grigiore di asfalto e cemento di quelle zone.


RICONVERGENZE Esiste, però, un denominatore comune per tutte le città italiane, nei centri storici così come nelle aree che le circondano, nelle cinture residenziali o in quelle dedicate alle attività produttive; questo denominatore comune è la presenza costante e capillare di edifici non utilizzati. Io non so dire quale sia la percentuale di questi edifici; sono un cittadino comune, che guarda ciò che lo circonda e fa delle valutazioni empiriche su quanto vede, ma certo non in grado di valutare quanti milioni di metri cubi inutilizzati vi possano essere in Italia. Però so che ci sono inchieste che hanno quantificato con ottima precisione questi dati e so che queste inchieste vengono abbastanza regolarmente riprese, aggiornate e confrontate. E poi so quello che vedo. Vedo nuove zone in via di urbanizzazione, dove preparano nuove strade, consolidano i terreni e portano i sottoservizi (mi sembra si dica così, per indicare luce, acqua, gas, cablaggi telefonici) per edificare nuovi capannoni, mentre poco distante esistono aree già edificate altrettanto estese (se non di più) completamente inutilizzate o abbandonate. Percorro interi nuovi rioni che vengono costruiti nelle zone rurali perimetrali alle città, ognuno completo della sua piccola area commerciale destinata ad essere occupata in larga misura dalle catene in franchising, tutti con un gruppo centrale di condo-

l’Italia che verrà, l’Italia che vorrei mini a sviluppo verticale ed una zona circostante di condomini a sviluppo orizzontale; ma poi, arrivando in centro città, noto quanto elevata sia la percentuale di palazzine parzialmente o totalmente inutilizzate. L’incongruenza è evidente, la percepisco anch’io che sono persona semplice; e questa incongruenza spicca ancor maggiormente quando penso a due fatti che quasi quotidianamente mi raccontano i media: le aziende che chiudono o dislocano altrove la loro produzione sono in numero maggiore rispetto a quelle che vengono aperte; l’incremento demografico è prossimo allo zero o avrebbe addirittura segno negativo se non fosse compensato da un elevato livello di immigrazione. Ma allora, per chi vengono costruite queste nuove case e questi nuovi capannoni? Non sarebbe sufficiente recuperare gli spazi che già esistono? La prima risposta che ci sentiamo dare, quando poniamo queste domande, è che restaurare, intervenire sul “vecchio” è molto più costoso che costruire ex-novo. La risposta che ci raccontano molti libri e inchieste giornalistiche è un’altra, ossia che nel recupero c’è molto meno spazio per intrallazzare, che le imprese di costruzione sono (quasi) tutte in mano a delle lobbies molto potenti (e quindi protette), che il mercato dei materiali edili e la gestione degli sbancamenti sono storicamente ed in larga misura con-

APPUNTAMENTI PER LA CITTADINANZA ATTIVA E NON SOLO

Domenica 22 aprile al Teatro Valle di Roma “Roma 2013: dal PIL al benessere sociale”, seminario-dibattito organizzato da daZero con la collaborazione di Teatro Valle Occupato. Inizio lavori nel primo pomeriggio. Buona Partecipazione a TUTTI!!! LINK DI APPROFONDIMENTO: Dal Journal Blog: abbandonati.

Assurda Italia piena di cantieri. Nasce sul blog la mappa degli edifici

Da Streptos Music: Archeologia post industriale/1 Da Blitz quotidiano: Milano capitale dei cantieri abbandonati, cittadini in guerra contro le voragini Da La Stefani: Spazi pubblici abbandonati nel pantano della burocrazia

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trollati da mafia, camorra, ecc. ecc. Non voglio entrare nel merito di questa seconda risposta; sono convinto che le cose stiano così, ma le mie sono le sensazioni di una persona comune. C’è la legge che interviene in queste faccende ed ai suoi emissari (organi di polizia e giudici) è demandato il compito di dimostrare se si tratti di illazioni o di verità; fino a che una corte di tribunale non abbia appurato che vi siano dei reati, quello che io posso pensare restano, per l’appunto, illazioni. Occupiamoci, invece, della prima risposta, ossia restaurare è più costoso che costruire; questo è (probabilmente) vero, solo se facciamo l’analisi dei costi in modo convenzionale: materiali, progetto, manodopera, licenze. Se a questo aggiungiamo che in Italia gran parte dei centri storici sono, appunto, di valenza storica, allora dobbiamo a questi costi aggiungere anche quelli relativi ad un restauro conservativo e le cifre lievitano, non c’è dubbio. Parlando di zone industriali, demolire un capannone non è certo difficile, ma

molto più impegnativo può diventare rimuovere il suo basamento, molto spesso composto da una unica grande gettata di cemento; se poi il capannone (e/o il suo basamento) erano stati costruiti con materiali non idonei o addirittura nocivi (l’Eternit ne è un esempio eclatante), allora i costi di demolizione, rimozione e smaltimento aumentano a dismisura. Però … Adesso cerco di guardare a questo problema con l’occhio di chi non si lascia più condurre dai media, dall’abitudine, dal pensiero comune, dall’assuefazione a ragionare solo sull’oggi (perché questa è l’unica ottica con la quale ci stanno bombardando, perché consumare è un’azione che avviene nel presente ed ha senso nel presente); adesso cerco di fare un passo in più, di guardare a domani, a quello che lascio in eredità ai miei figli, ai miei nipoti e a quelli che verranno dopo ancora. E allora capisco che gli stiamo lasciando più problemi


perchè quelle case che non abbiamo voluto restaurare noi, “perché costava troppo” qualcuno le dovrà restaurare o spariranno e perché quell’Eternit che non abbiamo voluto togliere noi “perché costava troppo”, qualcuno prima o dopo lo dovrà togliere e smaltire. E poi capisco che stiamo lasciando loro meno opportunità, perché gli stiamo togliendo terra, natura, spazi liberi dalla presenza di manufatti umani; è un problema che chi abita in pianura percepisce con difficoltà, dato che lo spazio sembra essere senza fine, ma chi vive in montagna lo percepisce assai meglio. Se la gestione del territorio è sana (penso a grandi aree del Trentino Alto Adige come esempio) le costruzioni inutilizzate si riducono al minimo perché lì la terra è poca, è preziosa ed i “montanari” sanno bene quanta fatica si faccia a strappare un metro quadro di terreno piano alla montagna. Quello che oggi vorrei, dai miei amministratori comunali, è che bloccassero tutte quelle licenze edilizie che

mirano ad occupare nuovi spazi, che vanno ad aumentare la superficie cementificata. Vorrei, invece, che dessero agevolazioni a chi intende recuperare spazi esistenti, produttivo su produttivo, residenziale su residenziale. Recuperare, restaurare e riconvertire dovrebbero diventare le parole d’ordine dell’edilizia moderna: recuperare tutto lo spazio già occupato, restaurare laddove il valore storico trascenda il valore monetario, riconvertire agli standard qualitativi più avanzati, anche con demolizioni e ricostruzioni, tutto quello che così com’è non serve più o non è più adeguato alle esigenze ed alle conoscenze attuali. Stiamo iniziando a comprendere, con molta fatica, come le risorse che la Terra può offrirci non siano illimitate, ma ancora non ci comportiamo di conseguenza; il cambiamento di mentalità, di prospettiva, avviene lentamente e può essere più facile se iniziamo ad applicarlo a singoli problemi ben definiti. Inoltre abbiamo capito che la politica così com’è diventata non ci va più bene ed anche in questo caso il cambiamento può essere agevolato iniziando a lavorare a livello locale, affrontando e confrontandosi sui singoli problemi. Questo dell’edilizia e della gestione del territorio può essere uno dei piccoli, ma importanti tasselli, con i quali misurare le proposte dei nostri amministratori cittadini e con i quali mettere alla prova la nostra attitudine al cambiamento di prospettiva, passando dalla ricerca del beneficio immediato all’analisi del beneficio a lungo termine. Abbiamo il dovere, da cittadini responsabili, di fermarci e di fare alcuni passi indietro. La Terra, la natura lo stanno pretendendo; il pianeta è saturo della scelleratezza con cui finora è stato trattato. Alluvioni, frane, tutte le calamità naturali che continuano a colpire il nostro bel paese sono un campanello d'allarme, ma non possiamo pensare, noi da soli, di sistemare tutto il pianeta; quello che possiamo fare è iniziare ad occuparci del nostro giardino e quando tutti avranno iniziato a prendersi cura del giardino che hanno a portata di mano, il pianeta sarà sulla buona strada per essere sistemato. Dobbiamo tornare a vivere in armonia con la natura, non rubandole altri spazi, ma utilizzando al meglio quelli che le abbiamo già sottratto; dobbiamo produrre solo per i nostri bisogni, rinunciando al superfluo che ormai è diventato il superfluo del superfluo e, con questo, ritornare ad apprezzare la necessità come valore aggiunto, perché solo la percezione di ciò che manca, ci rende consapevoli del valore di quello che abbiamo.

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COME FARE SENZA? amenità dalla Rete e dalla city

Salvo, l'uomo che pettina le Barbie di Daniela Corcella Le espressioni “stare con le mani in mano”, stare lì a “guardare la California” oppure stare a “pettinare le bambole” sono comunemente utilizzare per indicare chi, anziché darsi da fare con il lavoro, le idee, la praticità, perde banalmente il proprio tempo, senza nulla quagliare. Io, però, ho sempre intravisto qualcosa di evocativo in questi modi di dire, quasi di magico. Perché un conto è non far nulla, altro conto, invece, è “stare con le mani in mano”, ovvero coccolarsi, carezzarsi, in qualche modo volersi bene, prendersi cura di sé. Cosa c’è di più utile ed insieme di più impegnativo a questo mondo? Tutti gli esperti in salute ce lo stra consigliano, è una cosa importante per il benessere della persona e della comunità intera. E poi stare a “guardare la California”: beh, la California è grande, un Paese ricco, il Paese del successo, delle star hollywoodiane, delle grandi stra-

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de e delle impetuose onde oceaniche. Tutta una vita non basterebbe a guardare l’intera California, se pur con attitudine contemplativa. Infine ci sono le bambole da pettinare. Chiunque abbia delle bambine per casa può godere di un osservatorio d’eccezione. Loro amano pettinare le bambole e lo fanno con dedizione, possiamo intravedere nei loro gesti un riporre le speranze nelle donne che saranno: belle, pulite, sofisticate e, soprattutto, pettinate. Questa è un’attività impegnativa ed importante, per uno sviluppo equilibrato perché le aiuta ad affinare la manualità ed insieme il senso della progettualità. Ma mai e poi mai avrei potuto credere che sarebbe stato un adulto, per giunta maschio, a regalarmi un senso del tutto concreto a questa attività. E’ lui, Salvo Filetti, l’uomo che pettina la Barbie. Non solo la pettina: le taglia i capelli, glieli tinge e le fa pure la messa in piega, attrezzandosi di tutto l’occorrente, come se avesse tra le mani donne in carne ed ossa. Dallo shampoo alla crema fino alla spuma per capelli passando per lo sfilzino. Non contento di tanta produttiva attività, ha organizzato pure una mostra nel mese di marzo, in quel di Varese, candidandosi e aggiudicandosi ormai il ruolo indiscusso di hair designer di Barbie, offrendo ai nostri sguardi allucinanti il frutto della propria operosità. Altro che nullafacente. Bambine di tutto il mondo state serene: se avete fatto un imprudente bagnetto con Barbie e per questo i suoi capelli si sono fatti stopposi, Salvo vi toglierà dalle grane con tutta la sua bella voglia di darsi da fare.


LETTURE SUL DIVAGO recensioni, evocazioni e provocazioni

TANTO PER COMINCIARE di Paolo Andreozzi

La prima recensione è del mio comodino. La prima evocazione è di un diritto. La prima provocazione è qualcosa che non si dovrebbe fare. Ossia: non si dovrebbe leggere più di un libro alla volta, ma proprio questo rivendico come diritto di lettore, e allora oggi recensisco la catasta che ho sul comodino. Però in breve. Il fatto è che ho una certa età, e la memoria ne consegue. E quindi non è che conclusa la lettura di un volume qualunque – narrativa o saggio, prosa o poesia – io poi me lo ricordi alla perfezione. Diciamo che sul ‘nastro’ della mia memoria resta registrata solo una percentuale di quel che ho letto, segnatamente quello che mi ha colpito o convinto di più, e il resto niente. Cioè: dopo aver letto, il mio nastro viene occupato solo in parte (minore), e per il rimanente (la maggior parte) è ‘bianco’. Non è colpa di nessuno, né mia né del testo – sarà l’età, appunto. Che peccato, però, per la memoria inutilizzata! (Mi dicevo, fino a prima della ‘scoperta’.) Ma poi mi è capitato – per curiosità, per dovere, per occasione – di trovarmi a leggere due libri contemporaneamente, e di portarli fino in fondo (non in sincrono, forse, ma entrambi). E di scoprire, a lettura finita, che sul mio solito nastro restava impressa dell’uno la solita percentuale, sì, ma anche dell’altro: stessa proporzione! Capite? Non un po’ meno di entrambi, ma un po’ di più complessivamente: ammetto che è stato un bel momento. Io sono uno sperimentale. Quindi ho sperimentato. E vengo così a scoprire che il numero massi-

mo di libri la cui lettura ‘simultanea’ lascia tracce utili nella mia (compiaciuta) memoria – e anzi, che la mette ‘a pieno regime’ eliminando il bianco, e il disappunto che me ne derivava – è sette. Guarda un po’, come i giorni della settimana. Facile come bere, no? Lunedì ne prendo uno, leggo quel che posso (compatibilmente con la vita, certo), e prima del sonno lo ripongo fino al prossimo lunedì. Martedì tocca a un altro. Mercoledì un altro e così via. Un sabato finisco il ‘libro del sabato’? Benissimo, comincerò un altro libro – che sarà il nuovo ‘libro del sabato’. Facile come respirare. Faccio confusione mentre leggo? Forse. Alla lunga farò confusione anche in memoria? Sicuro. Ma vedete, dipende dal perché leggiamo. E io certamente non leggo per partecipare a dei quiz, e nemmeno per ‘sapere come va a finire’. Semmai, leggo per sapere come è – com’è l’umano, come sono io stesso. Ed ecco l’istantanea del mio comodino, oggi. Con gli occhi del nemico – Rappresentare la pace in un paese in guerra, di David Grossman. L’opera italiana da due soldi – Regnava Berlusconi, di Franco Cordero. Dizionario delle cose perdute, di Francesco Guccini.No! Il libro del dissenso, AA.VV. per Fandango Libri. Troppe coincidenze – Mafia, politica, apparati deviati, giustizia: relazioni pericolose e occasioni perdute, di Giuseppe Ayala. Memorie di un rivoluzionario, di Victor Serge. Petrolio, di Pier Paolo Pasolini. La prossima volta parliamo di libri.

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BALLOONS la nostra bussola sul Pianeta Fumetti

di Paolo Longarini

THE WALKING D

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Sopravvivere. Non si cerca aiuto, non si insegue una possibile cura, nessuno ha illuminazioni divine, sogni premonitori con vecchie signore nere che indicano una via, no. Tutto quello che devi cercare di fare è sopravvivere. Rick Grimes cerca dalla prima vignetta di farlo e, contemporaneamente, di salvare la propria famiglia, miracolosamente ritrovata nel mezzo di una apocalisse zombi, incontrando altri sopravvissuti, combattendo con altri e ritrovandosi faccia a faccia, giorno dopo giorno, con un mondo dove la normalità non esiste piÚ, dove quello che prima era il tuo peggior incubo (l'armageddon era la domenica a pranzo con la suocera) adesso appare come un sogno irrealizzabile. L'opera di Kirkman, iniziata nel 2003 ed ancora in corso, tratta sostanzialmente di questo. Realisticamente. Oltretutto, la parte piÚ assurda del tutto viene immediatamente sbrigata, il protagonista si sveglia, solo ed illeso, in un ospedale devastato dai non morti e dai vani tentativi di resistenza di chi cercava di mettersi in salvo. Inoltre, ritrova la sua famiglia, portata al sicuro da un amico. In una situazione reale, questi due avveni-


THE WALKING DEAD Kirkman – Moore – Adlar Ed. italiana Saldapress. 11 volumi (finora) Euro 11,50

DEAD In una situazione reale, questi due avvenimenti hanno la stessa possibilità di verificarsi di quante ne abbia Cristiano Malgioglio di essere nominato prossimo Presidente degli Stati Uniti Galattici, Papa della Chiesa Cattolica e scopritore del moto perpetuo. Il tutto contemporaneamente. In un mondo che si è svegliato con il vecchio nonno Luigi, passato a miglior vita nel '71, ed ora fuori dalla porta di casa intenzionato a fare colazione con voi, e siete pregati di interpretarlo in maniera strettamente letterale, trovo particolarmente difficile che una persona, dopo aver passato delle settimane in coma profondo si alzi allegramente, scopra l'amara realtà e, dopo dei tentativi nemmeno troppo convinti, ritrovi moglie e figlio come niente fosse. Comunque, per fortuna, la parte strettamente irreale e fantasiosa finisce bruscamente qui. Da adesso in poi, zombie a parte, è tutto reale, baby. Tanto reale da far dimenticare che tra le mani si abbia una serie a fumetti, un simile grado di realismo, normalmente, si trova solo nelle miniserie o in albi one-shot, mai nelle serie regolari (The Walking Dead continua imperterrita la sua pubblicazione americana, arrivata a 94 numeri), per semplici e chiari motivi: le serie hanno delle regole. Primo cardine della serialità: creare dei personaggi FISSI nei

quali ci si possa identificare o che siano ciò che buona parte del pubblico sogni di essere; Secondo cardine della serialità: sospensione dell'incredulità. La puntata si chiude con Batman legato, incatenato, schiacciato dal classico peso da 24 Tons di marca ACME fattosi prestare da Wilcoyote, coperto fino al collo da cemento a presa rapida ed un televisore acceso sull'ultima puntata della sua soap preferita, ebbene, la puntata successiva si apre con Batman libero dopo essere riuscito a scappare da una botola segreta anticemento montata sul fondo della Batmobile, il tutto mentre scopre chi dei Forrester sposerà Brooke in maniera definitiva, grazie alla funzione videostreaming della Batcintura. Tutto è possibile anche se assolutamente non plausibile. Terzo cardine: l'ambientazione di base e le premesse della serie rimangono le stesse, così come i dettami morali e “l'insegnamento” della serie stessa. Superman non ucciderà mai nessuno, Lanterna Verde rimarrà verde e, se anche dovesse diventare un enorme fetente cosmico, lo farà per un ciclo narrativo e per alcuni successivi richiami, l'Uomo Ragno avrà sempre i problemi tipici dell'adolescenza (senza un soldo, difficoltà di spostamento, parenti a chiedergli quando si sistema, lunghi periodi chiuso in bagno) anche se viene disegnato ormai trentenne. Quarto cardine: non si muore. Mai. Se si viene colpiti è sempre di striscio o in maniera non pesante, una raffica di Uzi alle gambe non impedisce l'esecuzione perfetta di un triplo axel o di un carpiato con avvitamento finale da voto finale tra il 7 e l'8, così come prendere una palata in testa non ti lascia steso per terra ma equivale a poco più di una lieve carezza mattutina. Quinto cardine: il tempo non esiste ed il concepimento è una remota possibilità messa a disposizione degli autori per personaggi che hanno almeno un ventennio

di numeri sulle spalle. Mary Jane Watson, rimasta incinta di Peter Parker, ha avuto una normalissima gestazione di tre anni, la parte migliore è che sua figlia (?? Discorso lungo) è stata considerata quasi una prematura. Susan Storm maritata Richards ha due figli nati dopo cinque edizioni del Big Brother americano, sono rimasti neonati per sei anni ed ora sono bloccati tutti e due in un'età apparente che va dai cinque ai dodici anni più o meno dall'avvento dell'euro. Dick Grayson ha compiuto venticinque anni quando Pertini era presidente e, a ieri, gli si sono solo allungati un po' i capelli. Tutto questo, in The Walking Dead, è stato fortunatamente dimenticato. La grandezza di Kirkman è stata nel coraggio, forse nell'incoscienza, di scommettere sulla voglia dei lettori per qualcosa di diverso e non scontato in un tema seppur dibattutissimo come quello degli zombie. Avendo a disposizione un editore con una notevole dose di coraggio, Kirkman è riuscito volta per volta ad alzare l'asticella dell'originalità, portandoci a non poter immaginare cosa ci porterà la prossima pagina da sfogliare. Sarebbe troppo semplice dire “non affezionatevi troppo ai personaggi”, anche il far morire in rotazione i protagonisti ha un sapore di già sentito, qui l'autore fornisce una motivazione originale e realistica ad ogni scomparsa, ad ogni efferatezza o comportamento deviante mostrato nell'opera (fidatevi, quando incontrerete il Governatore, capirete di cosa sto parlando). Dimostrazione del successo ottenuto è stata la realizzazione di una fortunata trasposizione televisiva alla quale collabora lo stesso Kirkman (nel frattempo entrato nel pantheon Marvel) e prodotta da Frank Darabont (regista de Il Miglio Verde e Le Ali della Libertà) che ha voluto fortemente realizzarla, e bene, tanto che il programma è già stato ampiamente confermato per la terza stagione.

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SPIRITO ANIMALE rispetto, convivenza e amicizia tra umani e animali

UNA G Di Miriam Caputo

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“Bi bi bi bip”… “bi bi bi bip”… “bi bi bi bip”… “bi bi bi bip”… Inesorabile, come ogni mattino, come ogni giorno che il Signore Onnipotente ci ha donato, compresi sabati e Domeniche, lei “suona”. Come ogni giorno, pigio il tastino e rimando sapientemente la sveglia di cinque minuti, e poi ancora cinque, e cinque ancora, fino a che, stremata, per inerzia, mi sveglio. E… mi alzo! È tardissimo, ho pochissimo tempo per prepararmi. Sono in ritardo, come al solito. Mi lavo, truccatina veloce, mi vesto con le prime cose che trovo, non proprio quello che ho messo ieri, ma… l’altro ieri. Mi profumo (immancabile!). Caffè veloce, che tracanno in un millesimo di secondo e mi ingozzo con due biscotti. Scendo, finalmente sono pronta per uscire e… “ooops”. Lì, davanti al tappeto, bella, fresca, fumante, profumatissima, di consistenza abbastanza dura, di colore marrone, come il cioccolato al latte, giace. E al suo fianco, un musetto, lungo e disteso sul pavimento fra le zampotte belle piene, e il pelo vaporoso. Lo sguardo è sveglio, come sempre, impertinente ma mortificato, e dolce, il più dolce al mondo. I suoi occhi parlano e mi dicono: “scusa, mi scappava, l’ho fatta!”. Tesoro mio, come faccio ad arrabbiarmi? Mi guarda

con quegli occhi teneri, non ce l’ha fatta ad aspettare quella frazione di secondo sufficiente per aprirle la porta e farla uscire nel nostro giardino per liberarsi! A questo punto sono disperata, sicuramente arriverò in ritardo al lavoro, perché già sono in ritardo e in più devo raccoglierla e pulire. E chi glielo spiega a quei pezzi di ghiaccio dei miei capi che sono arrivata in ritardo perché dovevo pulire la cacca del mio cane. Se avessi dovuto cambiare il pannolino alla bambina forse ci sarebbe stata qualche remota possibilità che si staccasse un pezzo di ghiaccio da quell’iceberg di uomo o che si sciogliesse un millimetro di grasso da quell’ammasso informe di donna, messi entrambi lì a comandarmi. Sono tanto diversi fisicamente, uno secco l’altra grassa, ma in comune hanno il carattere e la testa, sono fatti con lo stampino, ragionano nello stesso modo per idee e preconcetti, con il cervello lavato e centrifugato dalla direzione della società. Ed hanno un altro aspetto in comune: gli occhiali a fondo di bottiglia, cecità fisica e mentale, ma ci vedono benissimo quando si accorgono che sto arrivando


GIORNATA QUALSIASI in ritardo per inconvenienti di questo tipo e puntano il ditino o il ditone sull’orologio. Digressioni a parte, mi rimbocco le mani per pulire, mi calo sul pavimento e continuo a pensare a che scusa inventarmi, perché la verità non la capiranno mai. Quando ho chiesto il permesso per portare il mio tesoro a fare la vaccinazione, mi hanno risposto: “figurati, c’è la produttività, non abbiamo concesso permessi neanche alle mamme, figuriamoci per il cane”. E mentre rifletto e pulisco con le ginocchia in terra, il mio tesoro si alza e capisce il mio stato d’animo, e mi mette le zampe sulle spalle e comincia a leccarmi la testa, le labbra, gli occhi, le guance, con una foga ed un entusiasmo ed un amore che solo lei sa darmi. A questo punto mi commuovo e perdo l’equilibrio, scivolo e faccio cadere il secchio contenente l’acqua per lavare il pavimento per terra. Una magnifica miscela di acqua e sapone si espande per tutto il corridoio. La mia gioia comincia a correre e scivolare come su una pista per i pattinatori, le manca solo il costume luccicante di paillettes per sembrare Carolina Kostner. Che cosa devo fare? In fondo il pattinaggio sul ghiaccio mi è sempre piaciuto, ho la forte tentazione di mettermi a scivolare anche io ma, ligia al dovere, cerco uno straccio pulito per asciugare. Lo trovo mentre imbratto l’altra metà della casa ed incomincio ad asciugare chinandomi ancora sul pavimento. Di colpo il mio tesoro mi salta nuovamente addosso, ed insieme incominciamo a scivolare per la casa . Improvvisamente sembra anche a me di essere diventata una

pattinatrice, si sta coronando quello che è sempre stato il mio sogno, grazie alla mia cagnolina. Mi sembra di avere il costume da pattinaggio artistico, è rosa con le paillettes argentate, le maniche a pipistrello per volare; dietro di me delle zampe pelose sbucano da un costume bianco splendente. È la mia gioia che volteggia sulla pista insieme e me ed il pubblico ci acclama. Ho un fisico mozzafiato, posso muovermi liberamente in tutte le maniere possibili come mai ho potuto fare. Nella pista tutto è concesso, attraverso il mio corpo posso esprimere tutte le emozioni che sempre mi devo tenere dentro e che non posso tirare fuori con le parole, perché in questo nostro mondo è proibito. E’ la mia cagnolina che me lo ha insegnato, lei si esprime solo con il corpo con lo sguardo e non conosce limiti, ipocrisie, non sa cosa sia la convenienza, lei fa e basta.

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MINIATURE l’arte è morta: viva l’arte

PIERRE BONNARD, UN GUARDARE INFINITO

di Davide Guido

Pierre Bonnard – La stanza da bagno, 1930

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A volte i vuoti contano più dei pieni. Perché delimitano i confini con certezza e possono dirci cosa c’è davvero più di quanto possa fare ogni altro indizio o presenza. Ecco perché il primo articolo di questa rubrica parlerà di un vuoto. Di uno dei maggiori dell’arte del ‘900. Che poi tale vuoto sia

in realtà una irripetibile pienezza poco importa rispetto all’incedere delle avanguardie che hanno attraversato il secolo trascorso e alla loro pretesa di storicizzare militarmente il preesistente, confinandolo nell’archeologia. Non molto diversamente dalla tecnica. Per tentare di comprendere cosa


“Ma il pittore dell’avvenire è un colorista come mai ancora è esistito…” Vincent Van Gogh, Lettera al fratello Theo del 5 maggio 1888 “Quel che c’è di meglio nei musei sono le finestre.” Pierre Bonnard realmente significa arte oggi allora probabilmente occorre partire proprio da ciò che manca, il cui congedo ha lasciato una ferita ancora aperta, che la tecnologia con il suo capillare dispiegarsi cerca di rimarginare una volta per tutte, serializzando instancabilmente tutto ciò che si può dare solo come evento, e che ogni artista che si trovi ad operare oggi conosce. Ricordo che il mio primo incontro con Bonnard avvenne per caso. Ero ragazzo e stavo sfogliando le pagine di un’enciclopedia quando mi imbattei in una pagina a colori con riproduzioni di alcune sue opere, un interno, alcuni paesaggi, un ritratto. Non sapevo nulla di Bonnard, non ne conoscevo neanche l’esistenza. Guardai le piccole riproduzioni. Non avevo mai visto quadri di una tale bellezza. Non assomigliavano a nulla che io conoscessi. Rimasi ammaliato dai colori. Non sapevo come definirli. Malgrado la loro forza e ricchezza non erano usati con quella che tra me avrei potuto chiamare “libertà”. No, non c’era alcun arbitrio, bensì intima necessità in quei colori. Nessuno di essi avrebbe potuto essere diverso da come era. Erano incredibilmente carichi di luce e (più tardi lo avrei compreso) di tempo e di molto altro. Sembravano essere

Pierre Bonnard - Mattino a Parigi, 1911

stati estratti con enorme pazienza ed un profondo amore per ogni dettaglio da un occhio quasi soprannaturale per la sua acutezza e profondità. Notai subito lo scarto che lo separava dagli impressionisti, ma anche da Gauguin e Cezanne. Al di là delle differenze reciproche loro dipingevano come degli “adulti”. Bonnard no. Bonnard aveva la capacità di trasformare qualsiasi soggetto in qualcosa di intimamente conosciuto. Il dono concessogli di fare del mondo che dipingeva un luogo in cui non vi fosse nulla di estraneo, ma ogni cosa fosse vicina e familiare, aveva qualcosa di sconcertante. irretiva ad un tempo. Mi chiesi perché non avessi mai sentito mai nominare un pittore dotato di una simile capacità, perché non fosse considerato tra i più grandi. La domanda in sé era giusta o quantomeno non del tutto sbagliata. Ma con il tempo mi sarei reso conto di quanto fosse ingenua. Perché il sovrano dominio dello stile e la ricchezza del suo discorso poetico fanno paradossalmente di Bonnard un “outsider” del ‘900, un esempio impossibile da seguire su un sentiero dove ha camminato praticamente da solo. Un vuoto, una zona d’ombra sembra celarlo agli sguardi.

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Con il tempo avrei conosciuto sempre meglio la sua opera. Mi procurai sempre nuove riproduzioni, viaggiando ebbi modo di vedere molti suoi quadri dal vero. L’incanto rimase immutato. La capacità di Bonnard di toccare corde profonde in me non si affievoliva con il passare del tempo. Anzi, al contrario, le sensazioni provocate dalla contemplazione delle sue opere si facevano più ricche, più articolate e complesse. Ma il mondo che egli aveva fissato sulle sue tele con il prodigio della sua arte era ormai tramontato. Nulla poteva richiamarlo indietro. Anche questo faceva parte del fascino delle sue opere. Il desiderio di abitarle, che avevo provato fin da quando le avevo conosciute, era inscindibile dalla condizione edenica che vi era rappresentata. Un mondo in cui ogni cosa, anche la più ordinaria e apparentemente insignificante, è riscattata dalla condizione di semplice dettaglio per divenire parte di una rete di memorie ed affetti che è misura di quel tempo interiore che è il luogo di elezione della pittura, depositaria di segrete corrispondenze di cui il colore è insieme veicolo e segno, in un dialogo muto ed instancabile di ciascun elemento con ogni altro, degli oggetti con l’ambiente che li circonda e di questo con le figure che lo abitano. La formazione di Bonnard avviene nel clima culturale della Parigi di fine ‘800, in un clima culturale caratterizzato da spiritualismo e simbolismo, espressione della generale reazione al positivismo che ha dominato buona parte del secolo. Il risultato è un atteggiamento fondamentalmente eclettico, che se da una parte rifiuta lo stile accademico ed il verismo ottocentesco, rendendosi disponibile alla sperimentazione d’avanguardia, dall’altra non rifiuta di recuperare elementi della tradizione considerati funzionali al proprio discorso. Bonnard condivide con il gruppo dei Nabis di cui fa parte,

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Pierre Bonnard - La symphonie pastorale, 1916-20

e che annovera tra i suoi membri Ranson, Sèrusier, Vuillard, Vallotton, Denis, l’entusiasmo per la pittura di Gauguin e subisce l’influenza delle stampe giapponesi, allora di moda, che rivoluzionano la superficie dipinta affidandosi ad una impaginazione dinamica e ad un segno essenziale e decorativo ad un tempo, alternato a campiture piatte di colore. Bonnard si impadronisce completamente del nuovo linguaggio, tanto da essere definito “nabis très japonard”, e si dedica in questo periodo all’illustrazione e alla creazione di affiches in concorrenza con Lautrec. Già dagli inizi è evidente la sua intenzione di essere “un peintre de la vie moderne”. Le novità sono assimilate e interpretate originalmente per svolgere un discorso poetico che non nutre alcuna nostalgia per un altrove esotico o medievaleggiante che caratterizza molta arte simbolista. I soggetti prediletti sono il movimento della strada con i suoi incontri fuggevoli, le fanciulle borghesi, gli interni familiari, descritti con l’intensità di una penetrazione psicologica che sa evocare la trama impalpabile degli affetti e delle abitudini quotidiane con straordinaria delicatezza e maestria. Si viene delinenando chiaramente fin da ora l’autentica vocazione di Bonnard, in cui ad un’aspirazione spontanea e al profondo amore per il vero si intrecciano indissolubilmente una raffinata cultura e un’educazione alla ricerca dei valori spirituali, attraverso la meditazione interiore. Come farà anche Vuillard, egli sembra inseguire con la propria opera, in un percorso di straordinaria e limpida coerenza, una personale “recherche du temps perdu”. Lo scopo della pittura per Bonnard è il raggiungimento di una verità che può essere colta nella sua interezza soltanto con un duplice movimento, in cui lo stupore di fronte allo spettacolo del mondo ed una radiante sensibilità, capace di cogliere il dato sensibile nella sua concretezza e nel suo effimero splendore, si congiungono alla capacità


di scandagliare le profondità interiori ed i recessi della memoria per conferire al dipingere il carattere di uno sguardo infinito che si volge instancabilmente all’esterno e da questo all’interno per scoprire sempre nuovi echi e rapporti. Verso il finire del secolo e i primi anni del ‘900 lo stile di Bonnard muta sensibilmente: il grafismo e le brusche cesure si attenuano, mentre le profilature più nette lasciano il posto ad una materia più morbida e densa. In questo volgere di anni matura completamente la sua visione, che resterà unica e insuperata nella storia della pittura moderna: la capacità di accostare ogni aspetto della realtà, anche il più semplice e consueto come parte di un tutto indivisibile, orchestrato dai registri della memoria e del sentimento, in un continuo inseguirsi di allusioni intime e sottaciute, di riflessi e stratificazioni di tempo e significati di cui ogni quadro è intessuto, che ne costituiscono l’atmosfera e che il pennello pazientemente aggrega fino a formare dei “frammenti su cui l’occhio scivola senza intoppo”. Tutto quanto è rappresentato viene così a partecipare di una dimensione più vasta che include in sé il passato e le sue tracce, poiché la pittura ha il compito di rendere visibile quell’intreccio sottile e insolubile che lega esseri e cose e che coinvolge ad un tempo anche il divenire, la disponibilità ad un futuro che, fuori dalla miracolosa pienezza dell’istante e del quadro divenuto “evento”, in cui tutto si ricompone nel prodigioso equilibrio di un tempo “ritrovato”, appare pervaso dalla consapevolezza struggente della fine e dall’incombere di un vuoto. Bonnard raggiunge la pienezza dei propri mezzi espressivi ed il culmine del proprio percorso artistico nel primo decennio del ‘900 e da allora saprà proseguire senza flessioni, con un fervore instancabile. Dalle atmosfere intime e discrete degli interni ovattati e dagli scorci urbani del primo periodo Bonnard muove intorno al 1920 verso il Sud, alla scoperta del plein air. Nelle sue tele deflagra la luce dorata e abbagliante del Mediterraneo, i colori raggiungono una potenza ed un’intensità nuove, mai sperimentate, ed al contempo si sfaldano per cercare una nuova trasparenza ed assorbire la luce del sole, mentre la natura, colta nel suo splendore meridiano ed estivo, è percorsa da una panica sensualità. Nei paesaggi la vibrazione atmosferica sollecita sempre più la forma e spinge il colore verso una purezza ed una temperatura sempre più elevate, verso una resa della luce che sembra coincidere con un’autonomia sempre maggiore dal dato reale, mentre il soggetto imbevuto e come corroso dal sole perde i propri contorni, si sgrana progressivamente, ed un unico fremito vitale unisce esseri e cose. Al contempo tuttavia Bonnard continua a lavorare sul registro dell’intimità. Ecco allora le nature morte di sontuosa ricchezza, le scene di vita familiare, le colazioni all’aperto dove la luce accarezza dolcemente i volti amati e gli oggetti, indaga gli angoli nascosti e getta ombre splendenti e insondabili, scompone e ricompone gli elementi della scena in un gioco continuo di rifrazioni, in un’atmosfera satura di silenzi e sospiri soffocati, pervasa da una sottile inquietudine, dalla com-

Pierre Bonnard – Lo studio con la mimosa, 1939

plessa, mobile fragilità dell’esistere. A questi temi si affiancano i magnifici nudi femminili, colti nell’intimità segreta e splendente di interni visitati dal sole, dove preziose piastrelle di cobalto brillano e riverberano il luminoso pulviscolo della stanza. Ma come accade sempre alla figura umana in Bonnard essi non sono gli unici protagonisti del quadro, non impongono l’esclusività della loro misteriosa presenza, ma, attraversati dalla naturale vibrazione dell’ambiente, accolgono e trasmettono suggestioni, tessono un dialogo fitto e sottile con tutti gli elementi della stanza, di cui sembrano adornarsi, vestirsi quasi. Sono parte integrante ed allo stesso tempo catalizzatori di un insieme di frammenti di realtà che proprio grazie ad essi raggiunge la sua unità, organizzandosi in un discorso armonico e complesso che è l’autentica sintesi della visione di Bonnard. Probabilmente per nessun altro artista possiamo dire che la sua pittura è stata in grado di restituirci la misura della complessità e della ricchezza, mai totalmente esperita, della vita. Nel trasformare ogni suo quadro in “evento” in cui l’esistente si dona allo sguardo in tutta la sua ricchezza visibile e segreta, intessuto di relazioni e segrete risonanze che sgorgano dalle immagini come cerchi nell’acqua, dilagando all’infinito, Bonnard ha saputo cogliere la verità più profonda e sconvolgente del cuore e della memoria: le tracce incancellabili lasciate dalla struggente e fuggevole bellezza del mondo, la volontà di durare e la sua impossibilità, per raggiungere attraverso una incessante meditazione una visione che nulla esclude, ma tutto comprende in sé, quella completa e perfetta simultaneità del vedere che è propria solo dello sguardo interiore e delle illuminazioni della memoria e del sentimento. Trasformando il divenire in essere, la condizione transitoria in condizione eterna.

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BRIGAMONDO appunti e virgole di viaggio

Sulle orme di Lawrence Prologo

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A Gerusalemme c’è un piccolo magnifico albergo, un gioiello dove si respira, dall’architettura all’arredamento, un’irripetibile atmosfera retrò. Si chiama American Colony ed è uno di quei posti che quando ci entri ti fanno girare la testa, dai quali almeno una volta nella vita bisogna passare. Tra gli scuri mobili antichi, lucidi e profumati di cera d’api, sui pavimenti di pietra usurata, si avverte aleggiare la presenza di uno degli ospiti più illustri che mi hanno preceduto: il Colonnello Thomas Edward Law-

rence, meglio conosciuto come Lawrence d’Arabia, la cui leggenda ha preso corpo da queste parti a cavallo della prima Guerra Mondiale. E sai che ti dico? Adesso prendo lo zaino e, kefiah rossa hashemita avvolta alla testa, parto verso la Giordania per ripercorrere le tappe del suo cammino. Sulle orme di Lawrence d’Arabia Non appena arrivati da Eilat, la punta d’Israele sul mar Rosso, alla frontiera di Aqaba con il sole a picco, anche il cartellone s orridente di re Abdallah


d’Arabia

di Carmelo Andronico e Elena Maginzali

"sembrava sudasse. Le formalità per il visto d’uscita sono celeri e senza complicazioni; del resto, com’è che si dice, al nemico che fugge ponti d’oro. E di certo gli israeliani non mostrano molto dolore o rimpianto quando uno straniero lascia la propria terra. Bene, facciamo il punto della situazione. Appena entrati in territorio giordano, dovremmo trovare ad attenderci un impiegato della Hertz con la nostra automobile noleggiata. A dire il vero, per com’erano intercorse le telefonate e i fax con il titolare, m’era rimasto un velato alone di dubbio che non ci fossimo compresi a sufficienza. Adesso è

giunto il momento della verità, per verificare se i miei timori fossero fondati o meno. Timori più che fondati, fondatissimi! Al di là del confine, nient’altro che un pallido piazzale deserto e polveroso, circondato dal nulla abbacinante, anch’esso deserto e polveroso. Il caldo sembrava essere ancora più opprimente e rendeva la situazione un po’ grottesca. L’unica forma di vita presente, un bianco taxi sgangherato Seat Malaga, la sorella sfigata della nostra Fiat Regata, con lo sportello aperto dal quale si vedevano penzolare indolenti i piedi polverosi acciabattati del pingue autista.

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Costui ci scrutava incuriosito e impietosito, chiedendosi di certo chi fossero questi quattro deficienti occidentali a piedi nel bel mezzo del nulla, che discutevano animatamente nel tentativo di buttare giù una strategia per risolvere l’empasse della mancata presentazione del noleggiatore. L’idea balenata in mente era di montare su quell’unico taxi (mai fare gli schizzinosi quando non ci sono piani B di contingenza) per raggiungere il centro di Aqaba, cercare la bottega del noleggiatore, sputargli in un occhio e farsi dare l’auto pattuita per poter poi proseguire il viaggio verso il mitico deserto del Wadi Rhum. A gesti e con un arabo dal vago aroma d’inglese, il baffuto tassista ci fece capire di avere un’idea migliore. Avrebbe chiamato il cugino, in possesso di un – a suo dire - formidabile automezzo, che ci avrebbe scarrozzato comodamente per le tappe previste del nostro passaggio in Giordania: Wadi Rhum, Petra, Mar Morto e Amman. Non intravvedendo molte alternative, accettammo l’offerta, tanto più che bisogna sempre evitare, quando possibile, di guidare in questo genere di Paesi; posti in cui le regole della strada sono aleatorie e dove, in caso d’incidente, si rischia di incorrere in guai serissimi. Il nostro amico montò sul suo sgangherato destriero e si allontanò fumante e cigolante. L’attesa durò una buona mezz’ora, per vederlo ritornare seguito da un berlinone giallo mai visto prima, di marca Samsung, come se la macchina fosse stata un omaggio allegato al telefonino. Ne scese il famigerato cugino; un omino magro e adunco vestito con pantaloni marroni e camicia a scacchi simil-tovaglia di tre taglie più grandi, che disse chiamarsi Swjiem, dalla carnagione scura e con, segno distintivo della latitudine, un bel paio di baffoni a cornice di un viso che sembrava disegnato da Walt Disney. Fu entusiasta di accompagnarci nel nostro giro anche perché, tra l’altro, sarebbe riuscito anche a visitare la sorella che risiedeva a Petra. E così, trovato anche un facile accordo economico, ci stringemmo la mano, che là vale più di un nostro contratto con il bollo tondo del notaio, caricammo i bagagli, montammo a bordo e partimmo verso la prima tappa, il deserto del Wadi Rhum, culla della leggenda di Lawrence d’Arabia. Io mi sedetti davanti accanto all’autista e chiacchierando amichevolmente facemmo conoscenza. Il percorso fu breve e suggestivo, una cinquantina di chilometri di strada che scorreva agevole, appoggiata nei valloni tra le montagne rosse e brulle,

tutte spigoli e polvere. Dopo un’oretta, finalmente arrivammo all’ingresso del deserto; un’apoteosi di rocce e montagne dalle mille tonalità del color ruggine, distese di sabbia soffice come il talco dal colore ocra, aria calda che fa tremolare l’orizzonte, arbusti tenaci, dromedari indolenti e beduini amichevoli con il viso cotto dal sole. La nostra meta era il loro accampamento, dove avremmo passato la giornata vivendo con loro e la notte dormendo in una delle loro tende. Giunti a destinazione, l’attendamento dei beduini ci si para davanti come la scena di un film: una pista circolare di terra ocra battuta circondata da una tettoia di canne, alla cui ombra si svolge la vita in comune su divani e tappeti dai mille coloratissimi disegni geometrici, frutto del lavoro delle loro donne. Di lato la zona notte formata da una ventina di tende color crema a pianta quadrata, di circa tre metri di lato ciascuna. Unica costruzione in muratura grezza, i servizi igienici, che chiamo così perché voglio essere generoso e che, manco a dirlo, sono stato l’unico a usare (per vedere soprattutto l’effetto che fa). L’accoglienza dei padroni di casa, gentili e ospitali, ci ha messo subito a nostro agio. In segno di benvenuto ci hanno fatto accomodare a bordo pista, sotto un’ampia area all’ombra, dove ci viene offerto un bel tè alla menta appena fatto. Sarà stato il caldo, sarà stata la polvere, sarà stata la giornata movimentata, ma un odore di menta così intenso che emanava quel tè bollente non l’avevo mai sentito prima. Un secondo giuro, solo un secondo, mi s’è acceso il campanello d’allarme che consiglia di non bere acqua e mangiare cibi poco cotti o frutta con la buccia in questi posti, Ma il secondo dura poco e il profumo era troppo invitante perché vi si possa resistere; del resto, al massimo avrei fatto un pit-stop un po’ più lungo al bagno visto che comunque ero ben vaccinato contro tifo, tetano e tutte le epatiti possibili e immaginabili! Superato brillantemente il tè, sistemiamo i bagagli in tenda. Secondo la mia unità di misura, la sistemazione è di lusso, visto che c’è un bel letto matrimoniale con lenzuola di cotone bianche e coperta coloratissima in simil raso, di fattura (orrore) cinese, utilissima in considerazione che di notte la temperatura cade giù in picchiata, due sedie in legno nero e paglia intrecciata per appoggiarsi e tappeti a rombi senape su sfondo cremisi per pavimento, così che la polvere venga tenuta lontana dai bagagli.


Guardo l’orologio, s’è fatta ora di pranzo; me ne accorgo dal buon profumo di cibo che si spande nell’aria, dai dromedari che blaterano perché anche loro sanno benissimo quando si mangia, e dai richiami del beduino, quasi fosse un muezzin che ci invita alla moschea. Ci accomodiamo sui soliti divani e tappeti all’ombra, mentre iniziano a portare il nostro pranzo; tanti piatti e scodelle con specialità locali, senza concessione alcuna, per fortuna, alle cucine turistiche-occidentali. Il particolare ricordo il mansaf, a base di agnello cotto nello yogurt, da mangiare rigorosamente con le mani, anzi, con la sola mano destra perché con la sinistra ci si fanno le abluzioni, lavando le zone del corpo dove di solito non batte il sole, spiedini di pecora e di pollo alla brace, l’hummus di ceci, la babaganoush di melanzane, il pesto di prezzemolo, salsa di yogurt e menta, peperoni arrosto, il tutto accompagnato da riso e pita (pane arabo a focaccia). Gli odori delle pietanze e delle spezie si mescolavano nell’aria, accoppiandosi in irresistibili combinazioni; i ceci dell’hummus si fidanzavano con la melanzana e l’aglio della babaganoush, l’agnello del mansaf con i peperoni arrostiti, la pecora arrosto con il prezzemolo e il cardamomo; quasi ci si saziava solo respirando. E adesso, dopo aver chiuso il pranzo luculliano con un altro bicchierone di tè alla menta, quale miglior modo per digerire se non un bel giro in fuoristrada per le attrattive principali del deserto? Prendiamo posto sul cassone di un pick-up Toyota, che una volta doveva essere di colore bianco, guidato da un ragazzino che parte di gran carriera, percorrendo a razzo le piste rosse di terra battuta. Guardando il paesaggio che corre via veloce, con le mille sfumature della ruggine a contrastare l’azzurro terso del cielo, riconosco il set del film “Mission to Mars” che è stato girato proprio qui. Ecco, Marte così dovrebbe essere e, a dire il vero, non mi sembra poi essere un posto poco accogliente, nonostante tutto. Proprio tra questi magnifici paesaggi, Lawrence d’Arabia cavalcava e traeva ispirazione per il suo romanzo autobiografico Seven Pillars of Wisdom (I Sette Pilastri di Saggezza), che prende il nome dalla montagna più famosa del Wadi Rhum. D’improvviso me la trovo davanti; maestosa, dal colore rosso carminio e granata, con un particolare profilo a coste, come se fosse un immenso pandorone caduto dal cielo. E da

lì, una serie di canyon con creste di roccia fatte a strati come fossero dei giganteschi millefoglie, corsi d’acqua che si ritagliano caparbi la strada nella pietra, pitture rupestri nabatee, allevamenti di cammelli e dune di sabbia color terra di Siena bruciata, morbida e finissima come fondotinta, da scalare a piedi nudi per poi ruzzolare morbidamente giù. Tornare bambini in un attimo e sentirsi felici, lontani dalla caotica civiltà, questo è il bello del deserto! Dopo aver atteso il passaggio del treno merci Aqaba-Amman, che passa sul vecchio tracciato della ferrovia, torniamo all’accampamento giusto in tempo per ammirare un tramonto mozzafiato che fiammeggia il cielo di amaranto e di arancione con lingue dorate, per poi prepararci per la cena, anzi, per il barbecue di patate cotte intere nella brace, carne di dromedario e montone, molto simili tra loro per sapore e consistenza. Finito di cenare, davanti al solito bicchiere di fumante tè alla menta, sotto un cielo illuminato dalla luna piena e da una quantità di stelle che noi cittadini ci sogniamo di vedere in tutta la nostra vita, i nostri amici beduini iniziano uno spettacolo fatto di danze indolenti, canti ripetitivi e ipnotiche litanie, accompagnati con percussioni e con l’Oud, una specie di antichissimo mandolino arabo. Trasmettono un misto di fierezza e serenità, doti peculiari di questo popolo che altrimenti non potrebbe di certo vivere e prosperare in quest’ambiente decisamente ostile. Dopo un po’ cala il silenzio; la volta celeste è così satura di stelle che sembra si possano toccare solo alzando un dito, i grilli prendono possesso dell’aria e il freddo inizia a farsi sentire. E’ giunta l’ora di andarsi a rintanare sotto le coperte nella nostra comoda tenda, raccogliere le idee e riposare un po’, dopo questa giornata stancante, così intensa di sensazioni ed emozioni. Domani si parte per Petra, ma questa sarà un’altra storia.

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CINECOHOLISM il vizio del cinema di ieri e di domani

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L’INTERPRETAZIONE GESTAZIONALE Decrittazione schematica di 2001: Odissea nello Spazio in trentanove punti e tre ipotesi di Paolo Andreozzi (L’ALBA DELL’UOMO) 1. DOPO I TITOLI DI TESTA SULLE NOTE DI RICHARD STRAUSS, LO SCENARIO PALEOLITICO SONO LE PALLE. PIÙ PRECISAMENTE RAPPRESENTA L’INTERNO DEI TESTICOLI DI UN UMANO, ADULTO NEGLI ANNI ’60 DEL XX SECOLO, PROBABILMENTE INGLESE. 2. GLI AUSTRALOPITECHI SONO LA SUA LIBIDO LATENTE. I LORO SPUNTI DI AGGRESSIVITÀ PER IL REPERIMENTO DEL CIBO O TRA CLAN RIVALI, SONO L’ORDINARIO ANDAMENTO DELLE PULSIONI EROTICHE DAL PUNTO DI VISTA DELLE GONADI MASCHILI. 3. IL MONÒLITO È L’ISTINTO RIPRODUTTIVO, IN GENERALE. 4. NELLA FATTISPECIE, IL MONÒLITO CHE COMPARE CONFICCATO IN TERRA SULLA SCENA PALEOLITICA È L’ISTINTO RIPRODUTTIVO CHE PRODUCE EFFETTI NEL COMPORTAMENTO DELL’INGLESE NEI MINUTI CHE SEGUIRANNO. PER ESEMPIO, L’INCONTRO TRA I PROTOUMANI E IL MONÒLITO SEGNA L’ACCENDERSI DEL DESIDERIO (NELL’UOMO FUOR DI METAFORA, NON IN LORO) DI UN ATTO SESSUALE COMPLETO. 5. LA SCOPERTA DELL’ “ARMA” OS–

sea da parte di uno degli ominidi rappresenta un ulteriore passo avanti nella preparazione dello sperma a livello testicolare. 6. L’osso scagliato dall’australopiteco verso l’alto è propriamente l’eiaculazione. 7. Lo scenario cosmico è ciò che sta oltre la fica, dentro. Più precisamente richiama la cavità corporea che si apre verso l’esterno tramite la vagina, di un’umana adulta negli anni ’60 del XX secolo, inglese anche lei. Probabilmente la coppia ha già scontato difficoltà nell’ottenere un concepimento naturale o una stabile gravidanza. 8. Il dottor Heywood Floyd incarna la “centrale operativa” (sotto entrambi i profili: fisiologico e psicologico) che nell’umana adulta presiede all’apparato stesso nei primi istanti di una situazione del genere. Il suo arrivo presso la stazione orbitante segnala che il corpo della donna ha registrato l’eiaculazione dell’uomo dentro di sé, e provvede a valutarne le conseguenze tramite i suoi sistemi di controllo e nelle sedi degli stessi. Ma l’atmosfera rilassata (la penna stilografica “della razionalità” che galleggia nell’aria) sulla navicella che lo porta alla stazione ricorda che comunque tutto sta avvenendo durante le fasi del piacere e subito dopo. 9. La videotelefonata tra Floyd e sua figlia, a motivo del compleanno della bambina, segna l’assunzione da parte della donna (fuor di metafora), quantomeno a livello inconscio, che c’è una connessione tra il piacere di questi istanti e la riproduzione, la nascita. 10. L’incontro tra Floyd e la delegazione scientifica sovietica, tutto un dire e non dire, ricorda la novità della situazione in corso (la possibile fecondazione) dal punto di vista delle “unità di disinfezione ordinaria” (come dei leucociti) che i sovietici incarnano metaforicamente (il film è pensato e realizzato in piena Guerra Fredda). 11. La scoperta di un secondo monòlito sulla superficie lunare rappresenta il fatto che la fecondazione è virtualmente avvenuta, consentita dall’ “insediarsi” dell’istinto riproduttivo anche nella donna: il gamete maschile è già arrivato a quello femminile (gli spettatori del film non hanno assistito al fatto: accadeva durante lo “stacco” tra il lancio dell’

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’osso e il volteggio delle astronavi – come da “manuale del senso del pudore cinematografico” impreziosito da sottile, tipico humour). 12. Ma si richiede un esame ulteriore più ravvicinato. Nella conversazione tra scienziati nell’ultimo trasbordo aereo, tra la base lunare e la sede del ritrovamento, Floyd mostra beffardo stupore alla tesi secondo cui la situazione in corso è dovuta ad atti “intenzionali” – e soprattutto, agli spettatori del film viene spacciata per un’immagine del suolo lunare, in mezzo ad altre sfogliate rapidamente a bordo, una macrofotografia a scansione di cellule animali se non addirittura di tessuto endometriale! 13. L’incontro fisico tra gli scienziati-astronauti e il monòlito ritrovato sulla Luna rappresenta l’accertamento che non di infezione batterica si tratta, ma di fecondazione in seguito a coito. La “centrale operativa” è ormai superflua, il sibilo che stordisce e paralizza i presenti lo prova: l’obiettivo della maternità d’ora in poi ha la precedenza su tutto. Ed è su questa inquadratura che termina il primo “capitolo” del film, L’alba dell’uomo, non alla fine della “sezione” paleolitica. Oltre a ciò, è abbastanza noto che nel primo progetto il regista non prevedesse che due scritte nel corso della pellicola: The Dawn of Man e Intermission (intervallo); il che corrobora l’interpretazione. A. Il maschio è la Terra del Paleolitico, la femmina la Luna attuale. E perfino nei momenti della loro massima fusione – l’atto sessuale, per di più intenzionalmente riproduttivo – la loro distanza reciproca misura 340.000 chilometri e 4.000.000 di anni. La colonna sonora del maschio è Also Sprach Zarathustra di Richard Strauss, quella della femmina An der schonen blauen Donau di Johann Strauss jr. La colonna sonora del monòlito, sia sulla Terra che sulla Luna, è di Gyorgy Ligeti.Tre denotazioni assolutamente incommensurabili. (Diciotto mesi dopo: in missione verso Giove)

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14. “Diciotto mesi dopo” sta per “nove mesi dopo”, e altrove si dice che la missione Discovery è cominciata “nove anni prima” – che sta per “nove mesi prima”: insomma, la gravidanza è agli sgoccioli. 15. La grande astronave Discovery rappresenta il sacco amniotico, all’interno dell’utero della madre, dove si svolge la crescita dell’embrione dai primi giorni della gestazione fino al parto. 16. L’astronauta Frank Poole è uno dei due gemel-

li, evidentemente, portati avanti per tutta la gravidanza. 17. Dave Bowman, altro astronauta a bordo, è l’altro gemello. 18. I tre astronauti ibernati rappresentano ciò che resta, nella “memoria chimica” dell’apparato generativo della donna, dei tentativi di fecondazione in vitro non riusciti. Duranti gli anni della scrittura e della realizzazione del film, un biologo e un ginecologo inglesi – Edwards e Streptoe – cominciavano il primo programma di ricerca per la procreazione artificiale umana, e non in segreto. Dice Kubrick: “Il film è un po’ come un documentario magico.” (Cineforum n°82, febbraio 1969) 19. L’elaboratore elettronico HAL 9000, responsabile di ogni dettaglio e dell’intera missione sulla Discovery, è la placenta. 20. Il videomessaggio dei genitori di Poole, a motivo (di nuovo, come per la figlia di Floyd) del suo compleanno, si nota per la totale assenza di reazioni “calde” da parte del festeggiato, ad evocare il fatto che per il nascituro suo padre e sua madre sono, almeno visivamente, due perfetti estranei. E per ciò che accadrà poi, questo non è che una profezia veritiera: “Poole” non conoscerà mai i propri genitori. 21. La prima conversazione tra Bowman e HAL riporta subito qualche inquietante dubbio dell’elaboratore sulla natura e su alcuni dettagli della missione, a presagire metaforicamente che perché la placenta svolga fino in fondo e alla perfezione il proprio ruolo il bambino deve sì venire alla luce, ma per l’appunto essa stessa deve andare incontro alla propria completa distruzione. E non è detto che sia d’accordo. 22. HAL cade in un vero e proprio baratro logico affermando che, poiché un calcolatore della sua “serie” non può sbagliarsi, allora se da Terra dicono che il suo “gemello” (repetita) gli ha imputato un errore, ebbene ciò non può essere vero. Questo a dire che tra chi deve nascere (l’umano, il figlio) e ciò che deve perdersi (l’organo di nutrimento e filtro, parte della madre) inizia ora un complesso scambio di segnali chimicofisici tesi a rompere il “patto” assoluto che li ha saldati insieme dal conce-


fora ovviamente i tre embrioni della tentata fecondazione artificiale della coppia vitali non sono mai stati, ma ora è sentenza definitiva: sono morti tutti, tranne Bowman. La madre adesso si finalizza esclusivamente a portare a termine almeno una nascita. 25. La conversazione tra HAL e Bowman, che chiede invano di rientrare sull’astronave, persuade l’umano che la separazione dall’elaboratore è ormai necessaria per sopravvivere, e che metterlo fuori uso e poi abbandonare la Discovery è l’ultima speranza che ha. Tra il bambino e il sistema protetto in cui si è formato lungo nove mesi è guerra aperta e inesorabile. 26. Bowman è riuscito a risalire a bordo e scompone metodicamente le “funzioni superiori” di HAL, il quale affronta la fine con terrore e regredisce nell’”infanzia” della sua filastrocca (in originale HAL canta Daisy, una canzoncina di corteggiamento – una serenata). Allo spegnimento del calcolatore si avvia un messaggio preregistrato dalla Terra dal quale Bowman sa del monòlito ritrovato sulla Luna diciotto mesi prima: capire il senso della sua radiazione elettromagnetica che punta su Giove era lo scopo segreto della missione Discovery. Al bambino arriva l’ultimo “avvertimento”: è tempo di uscire, costi quel che costi. B. Il solo commento musicale di questo secondo capitolo è l’Adagio di Gayane, dalla Suite di Aram Khachaturian per il balletto omonimo. Musica adatta a un commiato funebre, non a un evento neonatale. La separazione tra feto e madre vista come morte, come apocalisse, come rovesciamento heideggeriano del motto taoista: “Quello che il bruco chiama ‘fine del Mondo’, il Mondo chiama ‘farfalla’”. E comunque, un fratello è nato morto. pimento in avanti, senza la quale rottura probabilmente l’uno non avrebbe motivo di separarsi dall’altro per andare verso la luce, ignota, e l’altro non compirebbe il “suicidio” dovuto. 23. La sequenza della morte di Poole che esce nello spazio e, per responsabilità diretta di HAL, perde il contatto con il modulo monoposto e quindi ogni possibilità di rientro sulla Discovery, porta alle estreme conseguenze il processo, ed è la nascita prematura e infausta del primo dei due gemelli: un aborto spontaneo. L’altro gli sopravvive, ma percepisce nitidamente la perdita traumatica dell’unica altra presenza di tutta la sua vita finora – come in metafora mostrano gli strenui e vani tentativi di Bowman per recuperare il collega. 24. HAL nel frattempo stacca i tre astronauti ibernati dal mantenimento funzioni vitali. Fuor di meta-

(Giove e oltre l’infinito) 27. L’allineamento tra Giove, che si staglia nella notte stellare, e i suoi satelliti e il disco solare lontanissimo – quasi una “pista cosmica” di lancio o di atterraggio – rappresenta la direzione, il “canale” che dovrà attraversare il bambino per venire alla luce. 28. Il monòlito, alla sua terza apparizione – ora sospeso tra i corpi celesti –, significa il fatto che come l’accendersi del desiderio sessuale nel maschio adulto e come la disposizione a riceverne il frutto nella femmina adulta, così anche la “determinazione” a nascere al mondo del neoindividuo è presidiata dall’istinto riproduttivo. 29. Il portello della Discovery si apre, Bowman esce nello spazio a bordo del modulo monoposto.

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Ciò equivale alla lacerazione del sacco amniotico (la “rottura delle acque”) e al posizionarsi del bambino in prossimità del canale del parto, sempre “segnalato” metaforicamente da una perfetta congiunzione astronomica (e dalle “voci”, ancora, di Ligeti). 30. La sequenza di effetti luminosi a grande velocità e con un netto punto di fuga prospettica rappresenta la “discesa” del bambino nel canale, verso il parto. Le espressioni sbigottite o terrorizzate di Bowman (che indossa il casco) esemplificano il probabile “punto di vista” del nascituro in questi attimi. 31. La successiva sequenza di effetti cinematografici, in cui si alternano immagini cosmiche o microscopiche a primissimi piani dell’occhio di Bowman a colori falsati, suggerisce una “ricapitolazione” in pochi istanti della memoria profonda dell’essere umano prossimo alla nascita: la junghiana Teoria degli Archetipi da una parte e la tesi di Haeckel secondo cui “l’ontogenesi ricalca la filogenesi”, non possono essere ignote al regista. 32. Ancora una breve sequenza di effetti: figure geometriche solide cangianti sull’orizzonte dello spazio. Kubrick non disdegna nemmeno la platonica Teoria delle Idee, le quali l’anima conoscerebbe nell’Iperuranio prima di nascere col corpo e poi il corpo “ricorderebbe” nel corso della vita. 33. L’ultima di queste sequenze: immagini di particolari paesaggistici del nostro pianeta, ancora a colori falsati, senza alcuna traccia di vita. Probabilmente questo è l’effetto che può fare, nei primissimi istanti d’impatto con esso, il mondo fuori dal corpo della madre a chi finora ha una sola ininterrotta esperienza di vita, quella intrauterina: se “vita” era quella di prima (calda, abitudinaria, intangibile), questa dev’essere un’altra cosa – il neonato se ne farà presto un’idea. 34. Con l’ultimo primissimo piano dell’occhio di Bowman, che riprende il colore reale, il viaggio “oltre l’infinito” si è concluso; e così il passaggio del bambino dalla vita “di dentro” al mondo “di fuori”, della finitudine. Il primo ambiente in cui Bowman si trova in questa fase nuova è un interno “neoclassico”, bianco e nitidissimo, a rappresentare (a un primo livello) la sala parto. 35. Bowman vede un solo essere vivente, in questo interno: sé stesso. Un sé stesso, prima, ancora in tuta e casco e però con segni evidenti di invecchiamento nel volto. Dopo, un sé stesso in abiti borghesi, da camera, che si nutre solitario e si muove in quest’interno ben arredato, ed è ancora più vecchio. Il che indica intanto che il bambino ha tratto il primo respiro (Bowman per la prima volta non indossa il suo casco); poi, che l’ambiente in cui si svolge l’azione non rappresenta soltanto la sala parto ma anche lo spazio fisico, il mondo reale di cui il bambino comincia ad avere cognizione im-

putandogli – almeno inconsciamente – una natura intrinsecamente delimitata e circoscritta, specie a confronto con spazio e tempo apparentemente infiniti della sua esistenza prenatale; infine, che di registrare altri viventi oltre sé stesso non è ancora capace, eppure coglie una differenza enorme tra il prima e l’ora: adesso egli è nel tempo, non più salvo da esso, e pertanto egli muta col suo trascorrere – invecchia già. 36. Il calice di cristallo che cade a terra e si rompe, per inavvertito gesto di Bowman, rappresenta un’ulteriore conferma dell’assunzione, da parte del neonato, del forte sospetto che il “pianeta” su cui è atterrato sia il regno della caducità. 37. Ancora una repentina trasformazione di Bowman: è decrepito, disteso nel suo letto in attesa della morte. All’improvviso fissa la propria attenzione verso il fondo della stanza, poi solleva tremante un braccio e punta il dito indice verso un oggetto che prima non c’era: è il monòlito, che fa qui la sua ultima apparizione. Come se lo sconforto – probabile e comprensibile – che assale il neonato per tutte queste nuove “scoperte”, dovesse essere mitigato dalla consapevolezza che anche ciò è sotto il più alto “consiglio” dell’istinto riproduttivo, cui tutto si piega (perfino, un po’ schopenhauerianamente, la pretesa di felicità individuale). 38. L’inquadratura successiva è la scomparsa del vecchio, e la comparsa al suo posto di un neonato con gli occhi bene aperti, circonfuso da un’aura luminescente. Il che conferma l’ipotesi del “conforto” e rinforza l’accettazione del perituro destino umano in ragione delle necessità della vita in sé, quasi sentissimo: “tu finirai, è vero, non così la tua specie.” (E qui c’è Darwin, chiaramente.) 39. L’ultima sequenza del film è di nuovo nello spazio cosmico, con la giustapposizione simbolica della Terra e di un neonato “aureolato” di proporzioni planetarie. Il bambino continua a tenere gli occhi spalancati, enormi: non gli sfugge il senso complessivo della vicenda, la sua espressione emaciata è tutt’altro che gaia. Fosse stata una bambina, sarebbe stato diverso? Se protagonista del film fosse, anziché un Dave, una Davina Bowman – finirebbe con un sorriso? Forse. Ma questa è davvero mera congettura. C. Nascere al mondo è la vita vera, ma la morte è destino comune tra i viventi. E la coscienza della morte, tra gli umani. Non consola ma cauterizza, forse, l’elevazione a teoresi dell’istinto riproduttivo: la Volontà di Potenza, direbbe Nietzsche. Il film si conclude col (eterno) ritorno del tema di Zarathustra. E che di ritorno tratta, il film ce lo suggerisce fin dal titolo. Cazzo.


TEATRANZA danza e teatro: dal visibile al vissuto

Una favola moderna di Miriam Caputo C’erano una volta due sorelle, anzi ci sono due sorelle, Asia e Andrea. Asia e Andrea sono molto vicine di età (non hanno nemmeno due anni di differenza) eppure non potrebbero essere cosÏ diverse. Asia ha quasi dodici anni ,è bionda con i capelli lisci del colore del miele, occhi azzurri ma piccoli,

nasino appuntito, labbra sottili, collo lunghissimo, spalle strette, petto piatto, braccia lunghe e magre, gambe lunghissime, piedi lunghi e appuntiti con un collo del piede fantastico e sviluppatissimo, come se avesse sempre le scarpe con il tacco., anche se Asia indossa solo scarpe da ginnastica o ballerine."

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Andrea ha tredici anni, è mora con i capelli boccolosi, lunghissimi, spessi, occhi grandi e verdi, denti bianchissimi, labbra a cuore, un corpicino minuto, proporzionato ma un po’ tondo, petto pieno, figura morbida, non ha il collo lungo né le gambe lunghe come sua sorella, ma quando sorride è splendida e quando si muove è molto armonica e musicale. Anche di carattere le due sorelle sono molto diverse. Andrea è solare, allegra, positiva, adora canticchiare, guardare i film sulla danza, anche di quelli che non si trovano più, con Ginger Rogers e Fred Astaire, Gene Kelly, oppure i balletti di repertorio. Ad ogni occasione come i compleanni o Natale se li fa regalare in dvd. Appena sente una musica si muove, si lascia trasportare, balla, non riesce a stare ferma, e il suo sguardo ha una luce particolare. Asia è timida e riservata, un po’ cupa, ha sempre lo sguardo fisso. Ama leggere oppure stare davanti al computer o scambiarsi messaggini al cellulare con le amiche . Entrambe le ragazze frequentano la scuola di danza, Andrea perché adora la musica e il ballo, Asia perché la costringono i genitori, spinti dalla direttrice della scuola, persuasi che diventerà una étoile. La direttrice sostiene che con quel corpo e con quell’apertura se ne veda una ogni dieci anni e che sarebbe davvero un peccato mortale farsi scappare un’opportunità del genere per il futuro della figlia. Entrambe le ragazze sono infelici. Asia si sente in dovere di frequentare la scuola per non deludere i suoi genitori, ma non le piace. Inoltre le compagne di corso, avendo percepito le preferenze della direttrice per lei, le fanno sempre i dispetti, le fanno cerchio attorno, la guardano male se sbaglia qualcosa, e ne sono felici; se invece fa tutto giusto le rubano i vestiti o, addirittura, una volta che Asia aveva preso i complimenti della direttrice, le avevano messo il cellulare sotto il rubinetto del bagno. Andrea è infelice perché non sempre può frequentare gli stessi corsi di sua sorella, in quanto non portata fisicamente, e quindi è impossibilitata a difenderla. La direttrice si complimenta sempre con lei per la sua espressività e la incoraggia a continuare ma Andrea si sente costretta dalle re-

gole tecniche, castrata perché non riesce a fare la spaccata e non può esprimere la sua gioia nel movimento come vorrebbe. Talvolta la direttrice divide il gruppo in due, le ballerine di prima scelta “coscialunga” e le ballerine di secondamano, le “cozze” . Anche fra queste Andrea trova che ci siano delle ragazze molto carine. Naturalmente Andrea nonostante la sua grazia non entrerà mai a far parte della prima scelta, quella che balla in prima fila e per più tempo. La seconda scelta balla nelle retrovie e per pochi secondi, tante prove e attese estenuanti per quasi una comparsata. Le ragazze delle retrovie fanno di tutto per aumentare la loro apertura, si siedono in spaccata frontale (alla seconda posizione) con la pancia in giù e una di loro si siede sulla schiena dell’altra per spingere ed aprire, aprire e realizzare questo sogno che sembra impossibile. Un giorno la mamma accompagna le due sorelle alla scuola come sempre, ma questa volta non le aspetta fuori, parcheggia ed entra. Nello spogliatoio Asia si sente sempre osservata, le altre ragazze fanno gruppetto, parlano tra di loro nell’orecchio e la guardano. Andrea invece cerca di socializzare, parlano così di Giuseppe l’unico ragazzo che frequenta la scuola. Le altre ragazze lo adorano, Andrea si osa dire che a lei non piace in quanto troppo pieno di sé, azzarda anche a dire che è il ragazzo più bravo per forza, perché di maschio c’è solo lui, ma a quel punto tutte la guardano male e non le rivolgono più la parola. Una volta entrata nella sala, Andrea vede che non c’è la sua maestra preferita ma la direttrice e c’è anche sua sorella. Li per lì non ci fa caso, anche perché iniziano a provare la coreografia per il saggio di fine anno ed Andrea è felice, inizia a muoversi, la musica è bellissima, si sente lontano da lì, in uno spazio che non saprebbe bene definire, sicuramente non a parole, ma l’aria la sente leggera, e le sembra di dipingere un quadro con il suo corpo, con le braccia, con le gambe con il busto, si sente sospesa nell’aria in una stanza vuota con tanti fogli che volano, ogni foglio una lettera e davanti a lei un pianoforte nero con una lunghissima coda, i tasti suonano da soli, sono i fogli che girano vorticosamente nell’aria a far muovere i tasti e

L’aria la sente leggera e le sembra di dipingere un quadro con il suo corpo…

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a far risuonare le note . D’un tratto la musica si interrompe e la voce stridula della direttrice sentenzia, molto bene Asia mettici più entusiasmo però, benissimo Ginevra, benissimo Giuseppe, mi complimento. Tu Andrea ti isoli troppo, cerca di seguire gli altri così vedrai che hai fatto tutti i giri nella direzione opposta a loro e cerca di tirare queste punte, non te lo dovrei neanche più dire . La musica riparte, inizia tutto da capo, il piano che suona, i fogli che danzano, non ci sono più, sono in una zona remota della stanza e della mente di Andrea. Attorno vede solo gli specchi, le altre ragazze che si lanciano occhiatine complici, il ragazzo che si guarda allo specchio, felice e narciso, segue un tempo suo, va lentissimo, le occhiate complici le rivolge a se stesso. Ed infine vede Asia, perfetta, elegante e austera nei movimenti, un metronomo nei tempi, Andrea la segue e non sbaglia più nulla, ma è triste. Vede il volto tra il bianco e il violaceo di sua sorella, che guarda solo ed imperterrita il pavimento. Termina la musica, e la direttrice sentenzia, bravissima Asia, brava Andrea, vi metto tutte due davanti con Giuseppe. La direttrice non si è accorta che Giuseppe va lentissimo rispetto ai conti e si sorride allo specchio. Andrea capisce che se ha un dubbio deve guardare solo sua sorella e capisce che non può e non deve più sentirsi un foglio che svolazza nella stanza per portare una lettera, per scrivere una poesia e regalarsi e regalare un’emozione. Ripetono ancora il tutto un paio di volte. Tutto perfetto, ma la stanza, il piano, le note ,i fogli, non ci sono più. Escono dalla sala, le due ragazze si dirigono verso lo spogliatoio e Andrea vede la direttrice che parla con la mamma ed entrambe sorridono. Capisce perché è riuscita a passare dalle retrovie alla pri-

ma fila, sicuramente mamma e la direttrice si devono essere accordate su qualcosa ma Andrea non sa cosa. Orbene come potrebbe finire questa favola moderna? Asia diventa un étoile , si trasferisce all’estero e gira il mondo. Andrea cresce e trova altri modi di esprimere la sua creatività, nel teatro, nelle danze tribali, nelle percussioni, nella scrittura, nella poesia . Andrea capisce che l’unico modo per diventare una ballerina è dimagrire, si mette a dieta e diventa anoressica. Anche Asia non ne può più di fare le cose per piacere di mamma, papà e la direttrice e anche lei si ammala. Che ottimismo eccessivo e che pessimismo eccessivo. Con molta probabilità entrambe le ragazze, studieranno, si laureeranno, si fidanzeranno e continueranno a studiare danza fino a che non diventeranno grandi. Magari Asia smetterà per un po’ ,stufa di far le cose per piacer altrui, per poi riprendere quando sarà lei stessa a volerlo. E a quel punto può darsi che si pentirà di aver sciupato il suo talento. Magari Andrea farà anche altre cose nella sua vita ma le rimarrà per sempre questa sua grande passione che le impedisce di star ferma appena sente una musica e di disegnare immagini con il corpo, ma magari con la maturità sarà più serena, non baderà più alle occhiatine malefiche o ai maschi egocentrici. Forse aprirà una scuola di danza, come la maggior parte delle ballerine fallite. In un caso o nell’altro la loro mamma dirà sempre di essere la mamma di due prime ballerine, perché si sa che per la mamma “ogni scarrafone”… Una cosa è certa, comunque finisca la storia, la tecnica non è nulla senza la passione, il cuore e anche l’istinto e l’improvvisazione. Mai sopravvalutare il talento, mai sottovalutare l’esercizio, sempre con il cuore e l’umiltà.

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ANIMI diVERSI poesia toccasana per l’anima

POVERO IL PAESE CHE DIMENTIC di Antonietta Gambuto e Cristina Sbissich Il primo incontro che faremo è con Pierluigi Cappello, per due motivi fondamentali: il principale, dobbiamo ammetterlo, è che le curatrici di questa rubrica ne sono rimaste affascinate, ma il motivo più serio ed urgente è la mobilitazione che c’è in questo periodo per fare sì che gli vengano assegnati i benefici della legge Bacchelli. L’appello è sostenuto dalla Regione Friuli-Venezia Giulia, con un ordine del giorno votato all’unanimità dal Consiglio regionale, da diverse università ( Siena, Firenze, Udine, Roma Tre) e dall’Accademia della Crusca, ed è stato firmato da migliaia di intellettuali e semplici cittadini. C’è anche una pagina Facebook:“Assegnazione dei benefici della legge Bacchelli a Pierluigi Cappello”. Cappello viene definito come uno tra i migliori poeti italiani viventi, nel 2010 ha vinto il premio Viareggio con la sua raccolta di versi “Mandate a dire

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La neve che sei stato Chiusaforte è le tue mani rovinate, le sue case in fila lungo una strada che conduce al nord e le pietre e gli azzurri, sottilissimi dopo che è nevicato Chiusaforte è tutti i ritorni che mi allontanano mentre nevica il tempo sulla neve che sei stato sui passi contati e poi coperti dal bianco e c’è un piangere nascosto nel celeste nelle pigne ai piedi degli abeti nel silenzio che sgretola gli animi e qualche volta ci spinge in alto, in alto dove ci sono parole che erano sassi dette di punto in bianco, nel freddo lasciate alla confidenza delle nuvole; ho fatto un buon tratto di strada, ormai, e sono stato tuo figlio e sono stato tuo padre e conosco i gesti che non si spezzano davanti al dolore l’incandescenza dell’istante che li ha generati la tua mano sulla mia fronte il palmo della mia sul dorso della tua che non so come, non so dove mi portano ancora con te.

all’imperatore” (edita da Crocetti) ed è stato l’ultimo insignito del premio Montale. I suoi versi dovrebbero avere il posto centrale in questa rubrica, ma per l’assoluta urgenza di aiuto di cui ha bisogno ( purtroppo non si vive di sola poesia) ci permettiamo di parlare anche della sua storia: Era un centometrista, un ragazzo affascinato dal concetto di libertà che il volo porta con sé, iscritto ad un istituto tecnico aereonautico, avrebbe amato pilotare. A sedici anni sale sulla moto guidata da un amico, hanno un incidente, l’amico muore, lui rimane ferito gravemente. Va avanti con una pensione d’invalidità e un assegno di accompagnamento , ma ha bisogno di assistenza continua e ultimamente le sue condizioni di salute sono peggiorate. Ma lasciamo che sia Pierluigi Cappello a presentarsi con i suoi versi. (vedi box, n.d.r.) Cappello parla lentamente, le sue parole arrivano come i suoi versi, sottovoce, ma evocano innanziDue Lascio la camera com’era quando era nei tuoi occhi, incontrarti è il sapore che trattengo nel sorso di caffè. Tra il piacere e quel che resta del piacere il mio corpo sta come un posto dove si piange perché non c’è nessuno. Un giorno settembre era limpido e ventoso il silenzio ammutoliva, la terra tornava al cielo. Tra il mio sguardo ed il tuo lo stupore del mio caduto sulle ginocchia per vedere come stanno le nuvole e come le nuvole cambiano quando stiamo davvero. Scrivere come sai dimenticare, scrivere e dimenticare. Tenere un mondo intero sul palmo e dopo soffiare.


CA I POETI innanzitutto la dignità dell’essere umano. La sua scrittura procede per immagini, legate le une alle altre dai ricordi e dalle emozioni che le originano, potremmo dire che le sue poesie sono “acquerelli della memoria”, su contorni disegnati a matita. E’ difficile pensarlo lontano dal suo territorio, ma Cappello si esprime sia in italiano che in friulano, perchè avere a disposizione due lingue è un modo per esprimere meglio il proprio io, un arricchimento del suo modo di comunicare, dal momento che ogni lingua rappresenta un mondo ed una prospettiva diversa che può farci definire meglio la vita. Non usa le parole letterarie, ama parole semplici, come “sì” e “no”, ama usare il “lei” per poi arrivare a riempire di significato il “tu” se e quando ci sarà. Le sceglie perché sono parole che hanno un carico morale dentro. Ci ricorda che viviamo in un’epoca in cui c’è uno svuotamento della parola e la perdita di senso delle nostre esistenze, un’epoca nella quale noi, per quanto ci è possibile, siamo abituati ad evitare di scegliere, mentre la parola, ponendoci davanti al bivio della scelta, ci mette in crisi costante e ci restituisce anche il senso del limite, perché nello scePoesia scritta con la matita Sono devoto all’anima di grafite della matita: un solo colpo di gomma ed il segno lasciato sparisce, sentieri imboccati con leggerezza si riconducono alla docilità della via maestra i crolli vengono evitati con un’alzata di spalle, l’imprevisto è un vecchio con il pugnale spuntato. L’anima di grafite non conosce soste, esitazioni: nel suo stesso procedere in avanti ci chiama alla possiblità del ritorno, nel suo segno scuro riposa la dolcezza del bianco e Angelina torna a sorridere tenendo per mano un bambino abbagliato dal sole. da “Mandate a dire all’imperatore”

gliere una cosa sappiamo sempre che qualcos’altro andrà perduto. Si è definito “scrittore che scrive malgrado se stesso”, perché applica una forma di resistenza a tutto quello che gli passa per la testa e rimanda il momento di mettere le parole sul foglio sino a quando le immagini che gli affiorano non lo obbligano, quasi, a convertirle in inchiostro. Per congedarci dall’incontro con Pierluigi Cappello riportiamo la parte finale della sua poesia "Parole povere": “Uno mi dice a questo punto bisogna mettere la parola amen perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu. E io dico che mi piace la parola amen perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra e di pietà dentro al silenzio ma io non la metterei la parola amen perché non ho nessuna pietà di voi perché ho soltanto i miei occhi nei vostri" Pierluigi Cappello è nato a Gemona del Friuli (UD) nel 1967; vive a Tricesimo (Udine)

Piove Piove, e se piovesse per sempre sarebbe questa tua carezza lunga che si ferma sul petto, le tempie, eccoci, luccicante sorella, nel cerchio del tempo buono, nell’ora indovinata stiamo noi, due sguardi versati in un corpo, uno stare senza dimora che ci fa intangibili, sottili come un sentiero di matita da me a te né dopo né dove, amore, nello scorrere quando mi dici guardami bene, guarda: l’albero è capovolto, la radice è nell’aria. Mi specchio Con te prendo la sinistra per destra e la carezza, dio, com’è leggera, come l’estro dei cirri di stasera

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OMBRE Sono nato al di qua di questi fogli lungo un fiume, porto nelle narici il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio di quando nevica, la memoria lunga di chi ha poco da raccontare. Il nord e l'est, le pietre rotte dall'inverno l'ombra delle nuvole sul fondo della valle sono i miei punti cardinali; non conosco la prospettiva senza dimensione del mare e non era l'Italia del settanta Chiusaforte ma una bolla, minuti raddensati in secoli nei gesti di uno stare fermi nel mondo cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste di ceppi che erano state un'eco di tempo in tempo rincorsa di falda in falda, dentro il buio. E il gatto che si stende in questi posti, sulle lamiere di zinco, alle prime luci di novembre, raccoglie l'aria di tutte le albe del mondo; come i semi dei fiori, portati, come una nevicata leggera ho sognato di raggiungere i miei morti dove sono le cose che non vedo quando si vedono Amerigo devoto a Gina che cantava a voce alta alla messa di Natale, il tabacco comprato da Alfredo e Rino che sapeva di stallatico, uomini, donne scampati al tiro della storia quando i nostri aliti di bambini scaldavano l'inverno e di là dalle montagne azzurrine, di là dai muri oltre gli sguardi delle guardie confinarie un odore di cipolle e di industria pesante premeva, la parte di un'Europa tenuta insieme da chiodi ritorti e bulloni, martelli e chiavi inglesi. Il futuro non è più quello di una volta, è stato scritto da una mano anonima, geniale su di un muro graffito alla periferia di Udine, il futuro è quello che rimane, ciò che resta delle cose convocate nello scorrere dei volti chiamati, aggiungo io. E qui, mentre intere città si muovono sulle piste ramate degli hardware e il presente irrompe con la violenza di un tavolo rovesciato, mio padre torna per sempre nella sua cerata verde bagnata dalla pioggia e schiude ai figli il suo sorridere come fosse eternamente schiuso. Se siamo ancora cosa siamo stati, io sono lo stare di quell'uomo bagnato dalla pioggia, che portava in casa un odore di traversine e ghisa e, qualche volta, la gola di Chiusaforte allagata dall'ombra si raduna nei miei occhi da occidente a oriente, piano piano a misura del passo del tramonto, bianco; e anche se le voci del mondo si appuntiscono e qualcosa divide l'ombra dall'ombra meno solo mi pare di andare, premendo un piede dopo l'altro, secondo la formula del luogo, dal basso all'alto, seguendo una salita.

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da “Mandate a dire all’imperatore” - Crocetti editore

COPYLEFT racconti inediti

Questa è la storia di un migrante. Anzi: è solo un pezzo della sua storia. Facciamo che sia la testa, anche perché qui dentro tutto il corpo non c’entra. Comunque lui, il migrante, scende da monti a nord di una penisola bitorzoluta del Mediterraneo. Scende seguendo un fiume imponente e tranquillo, e arriva al mare. Un altro, non il Mediterraneo: uno più piccolo. Si è mosso da quei monti insieme alla sua gente. Ha dovuto farlo, perché lì erano arrivati altri più scorbutici di loro e li hanno sloggiati. E questi salivano lassù da terre da cui prima li avevano cacciati tipi ancora più ruvidi, che vennero da sud, da dove li avevano spinti via degli altri, sempre diversi, che ancora prima erano stati vicino al mare. Anzi: davanti a un oceano. Finché li costrinsero ad andarsene i pirati, forse: nessuno più se lo ricordava bene. Un domino di arrivi e di spintonamenti, sì, che a vederlo da sopra sembra un cerchio. Lungo mezzo secolo. Fatto sta che lui, il migrante, salpa coi suoi. E dei pirati non si preoccupa. Dopo un po', attraversa uno stretto ed entra nel Mediterraneo vero e proprio, anche se non è così che lo chiama.


i, incompresi, ininfluenti

LA TESTA di Paolo Andreozzi

Per inciso: nessuno gli dà ancora questo nome. Andando sempre verso sud, poco avanti i vascelli accostano alla terra. Ignota, ma non ostile: si fermano, e loro tutti sbarcano. Però quella costa si rivela davvero desolata. Più si allontanano dalla riva e meno i segni della vita gli si mostrano. Anzi: piuttosto sono resti di morte, quelli che vedono e che calpestano. Grossi bracieri incrostati, aste ammuffite conficcate nelle erbacce, qualche lama spezzata, stracci di tela, pezzi di cuoio, palizzate divelte. E ossa, fradice, di cavallo o toro. O di uomini. E anfore, ma rotte. E sopra la cima di chiome stentate, l’aria opaca di una caligine che sa di sangue. Dietro le rocce il mare riappare, ma di una baia cupa. E a un approdo naturale: alcune navi mezzo affondate, con gli alberi maestri spaccati come rami. Lo spettacolo vero è sul colle alle spalle della rada: una città, o quel che ne resta dopo un incendio, o un assedio. Forse un terremoto. Di sicuro dopo una lunga agonia, finita da poco. Delle mura c’è ancora qualche troncone, alle porte l’architrave è saltato, delle case le fondamenta annerite. E il palazzo che forse un tempo dominava il resto, non è che un arto mozzo con l’unico spalto integro puntato a un cielo acido. Nella piazza centrale, solo manufatto ben conservato ma adagiato su un fianco come se dormisse innaturalmente: un enor-

me cavallo di legno. Il migrante, con la sua famiglia e qualcun altro, capisce che è ora di tornare alle imbarcazioni per proseguire il viaggio. Portando con sé il poco d’utile, magari: legna, per le riparazioni. E invece per altri dei suoi la traversata termina là. - Qualunque cosa sia successa qui, è finita - dice uno - E a questa terra lasciata libera e a queste mura ben squadrate daremo noi vita nuova. Basta mare: vogliamo radici. I due gruppi si salutano senz’altre pretese di unità: ogni capofamiglia è re. Soltanto, danno materia a un mito del legame: risollevato il cavallo, chi resta avrà le zampe e il corpo, e il collo e la testa chi va via. Legno da non bruciare, da non toccare. Fino all’impossibile ricongiunzione. Poi lui riparte, con metà del suo vecchio popolo. Con tutto il suo nuovo. Seguendo il sole che tramonta e poi su verso nord, da vascelli e villaggi costieri razziano l’indispensabile: fatti loro pirati, dal mare. E quando il tempo giunge sbarcano su una riva profumata, in un’aurora fresca dell’ombra di colline scure, dalla natura ricca e solitaria. Davanti a sé, adesso, il migrante ha il mare di ponente cui darà nome con la propria gente, e a fianco una donna che gli dice: - Vieni, restiamo qui. Siamo tornati dove non fummo mai: a casa nostra. La storia del migrante, di Lars, si conclude così: in quell’abbraccio,

in quelle ancore gettate, in quei campi poi dissodati, nelle cave sotto il cielo, nelle opere di difesa, nei riti, negli anelli, negli archi, nelle stirpi e nei sarcofagi. Finisce questa storia, e comincia una civiltà. Si mossero e si urtarono in parecchi, allora: i Dori, i Lidi, i Filistei, gli Aramei, gli Assiri e i nostri Traci. I Micenei e i primi Hittiti scomparivano, e gli Egizi cambiavano ancora dinastia. Insieme alle mura di Troia vennero giù anche quelle di Babilonia e di Hattusa, ma in compenso si alzarono le colonne a Karnak, per esempio, e gli ultimi dolmen di Stonehenge. Solida pietra. Solida come il tufo delle arcate etrusche. Di quel cavallo di legno, invece, oggi non resta una sola scheggia. Da una parte come dall’altra dei mari. E c’è ancora una cosa. Quattrocento anni dopo la partenza di Lars il Trace, quasi da quegli stessi monti ma lungo un fiume meno importante del Danubio, l’Erebo, scendeva fino al mar Nero un altro uomo. Anzi, veramente a scendere era solo la sua testa, proprio, staccata da donne ubriache e indispettite dalla sua pena d’amor perduto. Era la testa di Orfeo, che cantava inconsolabile la fine di Euridice. Un altro migrante. O meglio trasmigrante, nell’intricata giungla delle vite da una generazione a quella successiva. E da libro a libro. Ma questa, certo, è un’altra storia.

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IN PUNTA DI TAPPO viaggio tra le emozioni, i profumi e i colori dei territori

di Alessandra Pinca

Tasca

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Il nostro viaggio, alla ricerca di sensazioni e di emozioni enogastronomiche, parte dalla Sicilia, casualmente proprio come accadde a Mario Soldati, negli anni ’70, per la raccolta di materiale per il libro dal titolo “Vino al Vino”. L’azienda è Tasca d’Almerita e abbiamo avuto il piacere di conoscerla in una degustazione, tenutasi all’Athenaeum di Roma a marzo, guidata dal direttore commerciale Ivo Basile. Tasca d’Almerita è prima di tutto una famiglia e la storia di una famiglia siciliana. Mario Soldati tratteggia la figura del conte Giuseppe Mastrogiovanni Tasca, conte d’Almerita, durante la sua visita alla tenuta di Regaleali, come “un gentiluomo di ceppo “gattopardesco”, sicilianissimo ma, insieme, naturalmente appartenente a una élite cosmopolita: come dire, insomma, che non

ha niente, ma proprio niente, di provinciale”. Nel corso della degustazione esce spesso questo carattere dell’azienda e dell’immagine che nel tempo ha saputo costruirsi; quella di una tradizione preservata ma che non diventa sterile, quanto piuttosto animata da un afflato internazionale e innovativo che ha permesso a Tasca d’Almerita di essere al passo con i tempi. Questa caratteristica passa dalla valorizzazione di vitigni autoctoni (Inzolia, Grillo e Nero d’Avola) alla sperimentazione di vitigni alloctoni (Chardonnay e Cabernet Sauvignon,per un totale di circa 40 varietà di uve provenienti da tutto il mondo). L’azienda è condotta dal conte Lucio Tasca e dai suoi figli Giuseppe e Alberto. I siti produttivi sono ben 5: la Tenuta Regaleali fra Palermo e Caltanissetta di oltre 500 ettari; Mozia in provincia di Tra-


d'Almerita In viaggio in Sicilia tra macchia mediterranea, agrumi e colate laviche pani (un’isola fenicio/punica di proprietà della Fondazione Whitaker); Capofaro Malvasia & Resort, gioiello vocato alla produzione della Malvasia e sede di un resort; la Tenuta Etna in località Sciaranova e Boccadorzo e, per finire, la gestione delle cantine e vini firmati dai cugini Sallier de la Tour, principi di Camporeale. I vini in degustazione erano sette e ognuno ha avuto la straordinaria capacità di essere espressione dei profumi della terra di origine, pur non potendo mai essere accusato di provincialismo. Il viaggio con i sensi – e la fantasia – parte dalla degustazione di: Almerita Extra Brut 2006 - DOC Il 2006 è stata la prima annata prodotta di Almerita Extra Brut, Chardonnay vinificato in purezza con metodo classico. Questo extra brut ha il pregio di rappresentare una sfida di Tasca d’Almerita in una regione, come quella siciliana, nella quale viene considerato come un prodotto di carattere innovativo. Una sfida che ci sentiamo di considerare come vinta, a ragione di profumi deliziosamente intriganti e complessi al naso, quali la crosta di pane, lievi-

to, pan di spagna, agrumi, mandarino, note appena accennate di burro, mandorla, pesca bianca, pera, un filo di polvere di caffè. Un naso che non viene tradito in bocca, con una buona freschezza giustamente temperata da una adeguata morbidezza, alcolicità e persistenza, che chiude con una nota mandorlata amarognola. Tasca d’Almerita produce anche la versione brut di spumante, pinot nero in purezza. Mozia, Grillo 2010 - Sicilia IGT Due parole sull’isola di Mozia meritano di essere fatte prima di passare alla degustazione. L’isola di Mozia ha un’estensione di circa 40 ettari ed è stato uno dei primi insediamenti Fenici nel Mediterraneo. La Fondazione Whitaker, proprietaria dell’isola e impegnata nella tutela del patrimonio paesaggistico della stessa, ha affidato a Tasca d’Almerita la gestione dei vigneti del Grillo, considerato come il “vino dei Fenici”. Tasca d’Almerita s’impegna, quindi, nella valorizzazione dello storico vigneto (5 ettari coltivati) producendo un Grillo in purezza. Data la particolarità del luogo e delle escursioni termiche che lo caratterizzano, le uve vengono vendemmiate all’alba e poste in cassette di legno e trasferite immediatamente su terraferma, condotte nella notte – su camion termocondizionati – presso la Tenuta a Regaleali, dove vengono successivamente spremute e vinificate in acciaio.

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Queste delicatezze sono necessarie anche per la particolare capacità del Grillo di ossidarsi, motivo per il quale spesso veniva vinificato unitamente a Chardonnay o Viognier. Giallo paglierino tendente al dorato, al naso l’impatto è elegante con note floreali di glicine, camomilla, cedro candito, mandarino e pera. In bocca si percepisce immediatamente la buona spalla acida, che ne farà un vino di buon invecchiamento, sostenuta da morbidezza e ottima persistenza gusto-olfattiva. Chardonnay 2009 – Tenuta Regaleali - Sicilia IGT Lo Chardonnay nasce per un’intuizione di Lucio Tasca che, all’insaputa dal padre, di stampo più tradizionalista, fece dei test i cui risultati abbiamo il piacere di degustare in questa occasione. Tasca d’Almerita è stata la prima azienda in Sicilia che ha introdotto vigneti alloctoni (chardonnay, pinot nero) e che ha inziato ad affinare i propri vini in barili di rovere francese. Il colore è giallo paglierino tendente al dorato e il naso è profondamente siciliano, solare, caldo, note di frutta matura (banana, frutta tropicale, papaya, mango, agrumi, note di cedro, susina) e fiori gialli. In bocca non delude e spicca per note evidenti di freschezza temperate da una sensazione piacevolmente vellutata e da un’ottima persistenza.

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La Monaca, Syrah – Sallier de la Tour 2008 – Sicilia IGT Questo Syrah fa parte della produzione che Tasca d’Almerita gestisce per conto di Sallier de la Tour. La zona di produzione è presso Monreale e l’annata in degustazione è considerata ottima, come ottima è l’espressione della sicilianità di questo vino. Il vino è di un vivace rosso rubino, con un naso spettacolare quasi magico; spiccano le note balsamiche, foglie di mentolo, alloro, eucalipto, macchia mediterranea, gelso, grafite, oliva, sambuco, fino alle più classiche note di cioccolato e aromi di vaniglia. Forse, rispetto a questa profusione di profumi la degustativa ci lascia un po’ delusi, per il tannino un po’ disidratante e un filo di amaro che permane in bocca. Il 2008 è il primo anno di produzione del Syrah. Abbiamo tutti concordato che se il naso permane e si evolve sulle linee del 2008 abbinando una degustativa adeguata, Sciascia sarebbe entusiasta di essere citato in abbinamento a questo Syrah, visto che il direttore commerciale dell’azienda definisce questo vino come “sciasciano”, senza smentita alcuna!

Tascante Nerello Mascalese 2009 – Sicilia IGT Definito dal produttore il vino più borgognone tra i vini siciliani. Prodotto in una terra ai piedi dell’Etna e prossima alle Gole di Alcantara. Questa è la Sicilia più vicina ai vini del Piemonte e della Borgogna, con corpi più esili ma molto ricchi di tannini e di un’impronta aromatica intensa ed inconfondibile, sicuramente figlia di un terreno lavico e al contempo votato alla biodiversità (750 metri di altitudine in un parco naturalistico in mezzo ad un bosco di castagni). Il Tascante è rosso granato, limpido, al naso particolarmente concentrato, speziato (cardamomo), floreale (garofano, rosa canina, lamponi, fragolina di bosco) e sentori di humus. In bocca rivela un tannino elegante, fresco ma con una buona alcolicità e ottima persistenza. Affina in botti di rovere di Slavonia da 30 e 60Hl per circa 18 mesi. Rosso del Conte DOC 2006 Il Rosso del Conte nasce come vino da invecchiamento e ogni anno varia il blend delle uve utilizzate in funzione della migliore selezione possibile. L’annata 2006 si presenta di un rosso cupo, al naso il carattere è sontuoso, con note balsamiche, di eucalipto, macchia mediterranea, frutti di bosco, note di gelso, tabacco biondo, cardamomo. In bocca è fresco, di corpo, caldo, abbastanza morbido con tannini eleganti che ben si accompagnano al sentore di frutti di bosco che permane nella gustativa. L’affinamento è di 18 mesi in barili nuovi di rovere francese da 225 litri. Capofaro Malvasia 2009 – IGT Salina L’ultimo vino in degustazione è una Malvasia proveniente dalla Tenuta di Capofaro. L’appassimento è effettuato con metodo tradizionale all’ombra; segue la pressatura soffice e le basse temperature che elevano ad alto grado l’elegante e piacevole aromaticità di queste uve. Infatti, al naso spiccano una gradevole albicocca, melone, miele, agrumi, buccia di mandarino, mentre alla gustativa risulta fresco, vellutato, morbido e giustamente dolce. Una vera espressione di questa eccezionale isola. La degustazione si è chiusa con un assaggio di Pecorino fresco di Regaleali, marmellata all’arancia di Regaleali, alici di Sciacca ed acciughe con capperi, lasciate all’abbinamento di ogni singolo partecipante, così come io vi lascio a meditare su quale potrebbe essere il migliore connubio tra questi intriganti prodotti siciliani e a proseguire il vostro viaggio secondo la vostra personale immaginazione.


CIBUS IN FABULA mangiare ad occhi aperti, tra tradizione e fantasia

Viva la regina! di Roberta Grampelli

Ebbene sì, si parla proprio di lei: bianca, bionda o rossa...è la cipolla, la regina, l'incontrastata prima donna della cucina! Ma non solo. La cipolla è una pianta eclettica e, oltre a prestarsi a numerosi utilizzi in gustose preparazioni culinarie, è un vero e proprio scrigno di proprietà benefiche per il nostro organismo. E' ricca di sali minerali, oligoelementi (quali zolfo, ferro, potassio, magnesio, fluoro, calcio, manganese e fosforo), diverse vitamine (A, complesso B, C, E) e flavonoidi. La cipolla è un ottimo diuretico, disinfetta l'intestino, contribuisce ad abbassare la pressione sanguigna, a far diminuire il tasso di glucosio, di colesterolo e trigliceridi nel sangue. Ha inoltre proprietà disinfettanti, espettoranti e battericide e può essere utile il suo impiego contro tosse, bronchiti e raffreddori. Io uso tenere da parte, in un vaso di vetro non chiuso ermeticamente, le bucce delle cipolle (scartando quelle più esterne e rovinate), dopo averle passate con un panno pulito e lasciate asciugare dalla loro naturale umidità. Le uso per farne un decotto di bucce molto utile come espettorante e decongestionante per le affezioni bronchiali e la tosse. Si prepara portando ad ebollizione una tazza di acqua e lasciandovi bollire una manciata di bucce per una decina di minuti; si scola, si addolcisce con del miele (preferibilmente di eucalipto) e si assume a sorsi. Forse il suo gusto non incontrerà il favore di tutti, ma non è nemmeno così male come si potrebbe pensare, e soprattutto è un'alternativa economica e naturale agli sciroppi convenzionali.

Procedimento

Corone di cipolle ripiene gratinate

Se, come succede spesso a me, dovesse avanzare del ripieno...niente paura, nulla va buttato! Con l'aiuto di due cucchiai, con il ripieno formate delle polpettine, passatele prima nella farina, poi nell'uovo sbattuto e leggermente salato ed infine nel pangrattato. Fatele friggere e servitele calde...otterrete delle gustosissime crocchette ! Buon appetito !

Pelare le cipolle togliendo solo la buccia più esterna, pulirle dalla sommità e dalle radichette e metterle a cuocere nell'acqua bollente salata per 15-20 minuti. Per mantenerne il più possibile il sapore e le proprietà nutritive, nonché la consistenza, io preferisco cuocerle a vapore completamente pelate, nel cestello della pentola a pressione, per ca. 8 minuti dall'inizio del fischio. Testare la cottura con una forchetta (devono essere cotte ma sufficientemente consistenti da non afflosciarsi) poi scolarle e lasciarle intiepidire. Tenere da parte una tazza di brodo di cottura delle cipolle. Con un coltello togliere tutta la buccia (nel caso la si fosse lasciata) e tagliare la sommità a ciascuna cipolla; svuotarle della parte centrale lasciando almeno tre strati di cipolla esterna e sul fondo mettere un pezzetto ad occlusione. Preparare il ripieno: in una ciotola mettere la polpa tolta dalle cipolle preventivamente sminuzzata nel tritatutto, la salsiccia spellata e sgranata, l’uovo, i formaggi grattugiati, le erbe aromatiche, sale, pepe e pangrattato quanto basta per ottenere un composto consistente.

Riempire abbondantemente le corone di cipolla con il ripieno, sistemarle su una teglia o pirofila oleata e versare sul fondo un mestolo del brodo di cottura tenuto da parte. Infornare nella parte media del forno a 180° per circa 20 minuti o finché le corone non Una vera bontà, invece, sono queste corone di ci- siano ben dorate. Sono ottime sia servite calde appena sfornate, che una volta raffreddate. polle ripiene gratinate che vado a presentarvi : Ingredienti: 6 cipolle medio-grandi; 150 gr. salsiccia fresca; 100 gr. di formaggio grattugiato (tutto parmigiano o metà parmigiano e metà pecorino a proprio gusto); 1 uovo; pangrattato q.b.; trito di prezzemolo, basilico e aglio; sale e pepe; olio extravergine d’oliva.

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DILETTANDOSI non di solo calcio vive l’uomo

CALCIOFOBIA di Chiara Andreoli e Jack Ceccato Sono un extraterrestre. Come lo so? Perché pur essendo italiano non mi interesso di calcio.“ Allora sei una donna!” direte voi; in parte è vero, nel senso che questa rubrica è curata da due persone ed una delle due è donna. Ma l’altra è maschio. E il maschio sono io! E a questo maschio il calcio non piace!!!“Impossibile! Blasfemo! Come puoi dire che non ti piace lo sport nazionale?” “Lo sport nazionale”; come mai il calcio è lo sport nazionale? Perché tutti ne parlano, perché i giornali sportivi hanno l’80% delle loro pagine dedicate al calcio, perché le pagine di sport dei quotidiani non sportivi sono per il 90% dedicate al calcio. Potrebbe sembrare sufficiente, e invece no, non ancora. Allora aggiungiamo che tutte le sere è possibile vedere in TV calcio in diretta, serie A, serie B, dilettanti, coppe e coppette, anticipi e posticipi, campionati italiani ed esteri; hanno fatto di tutto (e sempre più stanno facendo) affinché chi si vuole drogare di calcio ogni sera ne possa avere la sua dose. In diretta, ovvio (e a pagamento, altrettanto ovvio!), perché in differita non ha più lo stesso sapore… vuoi mettere? Se quando sei al bar o al ristorante non sai parlare di calcio, cosa succede? Sei tagliato fuori, ti guardano con sospetto, sei diverso, provochi diffidenza. Non parliamo poi se

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provi a parlare di libri, anziché di calcio! Perché se non sai parlare di calcio, in Italia, fai fatica a far conversazione. Il calcio entra dappertutto, permea tutto quanto; tutto è parametrato al calcio. Un ragazzino veloce, non corre come Usain Bolt, ma come “quello lì” (perdonatemi, ma non conosco neppure i nomi) ed un altro che salta tanto, non salta come Kobe Bryant o come Cristian Savani, ma come quell’altro là, che “di testa son tutte sue”.Se questo ancora non bastasse a farlo diventare lo sport nazionale, ci sono poi i numeri di tesserati della Federazione Italiana Gioco Calcio che superano di gran lunga quelli delle altre federazioni, in un rapporto di 3 a 1 rispetto alla seconda in classifica; in realtà sembra che la FIGC sia più lenta, rispetto alle altre federazioni, nel cancellare dai suoi elenchi gli atleti non più praticanti, ma il vantaggio rispetto alla seconda è tale, per cui quand’anche si portasse in pari, molto probabilmente rimarrebbe comunque prima, e con un ottimo vantaggio. “Ma allora, se il calcio è dotato di argomenti così forti per reclamare il ruolo di sport nazionale, come fa a non interessarti?” Semplice: il calcio è troppo, è invadente, è invasivo, ha sostituito la religione nel ruolo di oppio dei popoli (almeno in alcuni paesi e ne sta attaccando pesantemente altri dove sino ad ora aveva avuto il ruolo di fratello povero), è il “panem et circenses” dell’epoca attuale ed un’ottima strada per pervenire ad un livello di popolarità difficilmente raggiungibile per altre vie. Un esempio per tutti: voi credete veramente che mr. Bee avrebbe potuto arrivare dove è arrivato se non fosse prima diventato presidente di una delle squadre più famose d’Italia e non l’avesse portata a fasti e successi mai raggiunti prima? Volete un’altra ragione? Lo “sporco” che ci gira dentro, o intorno, se vogliamo essere ottimisti. Scandali di scommesse su partite truccate che si ripetono a cadenza regolare, tifoserie dai


comportamenti indegni, dentro e fuori gli stadi, presidenti che si comportano come comari al mercato o come massoni, giocatori che sembrano aver frequentato l’Actor’s Studio e negano spudoratamente l’evidenza. E questo succede a tutti i livelli. Dite di no? Avete mai provato ad andare a vedere una qualsiasi partita di campionato degli esordienti, tanto per fare un esempio? Avete mai prestato attenzione a come si comportano, come si atteggiano i giocatori in campo, oppure a quello che gli allenatori dicono loro o, ancora, al comportamento che tengono i genitori di quei ragazzini a bordo campo? Nauseante. E la categoria Esordienti va dai 10 ai 12 anni. Lo so che non è proprio tutto e sempre così, ma quella parte sana e buona che c’è (anche nel calcio, come in tutte le cose), viene completamente prevaricata, soffocata, oscurata da tutto quello che c’è di non buono. Ed io non lo sopporto. Spesso si dice che l’origine del male del calcio stia nell’eccessiva quantità di denaro ad esso collegato, fatto che stravolge tutti i parametri di valutazione. Troppo denaro, troppa avidità. Non concordo completamente con questa analisi, perché ci sono altri settori legati allo svago nei quali girano somme così ingenti (cinema, musica); ci sono anche altri sport attorno ai quali si muovono quantità di denaro ancora maggiori (F1, tennis, baseball, football americano), eppure non sono così “malati”; alcuni sono sport individuali, altri, anche se sport di squadra, sono strutturati in maniera diversa, per cui non sorgono le deformazioni che rovinano il calcio. Perché il calcio, secondo me, paga un dazio grossissimo a questa sua dicotomia irrisolta e, probabilmente, irrisolvibile; da molti anni è diventato spettacolo, perdendo la sua connotazione di evento sportivo, ma, contemporaneamente, ai regolamenti sportivi deve ancora sottostare. Gran parte dei campionati nazionali più importanti, a mio parere, hanno perso molto del loro significato, visto che un esiguo numero di società con budget praticamente illimitati si deve confrontare con altre dai bilanci (e dagli obiettivi) troppo diversi. Tutto questo stride e crea dissonanze, perché, diciamolo chiaramente, per la Juve dover mettere a repentaglio le sacre caviglie dei suoi campioni giocando contro gli onesti artigiani del Novara è una gran rottura di scatole, così come per il Barcellona giocare contro il Real Saragozza; preferirebbero di gran lunga incontrarsi tra di loro, in un campionato che vedrebbe sempre tutti gli stadi strapieni, mega incassi ai botteghini, raccolta pubblicitaria al top e PayTV che si scan-

nano per i diritti televisivi. E i campionati nazionali li lasciamo agli altri, con i loro scudetti, le loro retrocessioni e le loro beghe di campanile. Da una parte c’è il business, dall’altra lo sport. Infine, non mi piace uno sport dove l’interpretazione delle regole di gioco ha acquisito più importanza delle regole di gioco stesse. Le interpretazioni possono dar adito a discussioni, possono essere tacciate di faziosità, si discute di come si interpretano le regole e di come è interpretata l’interpretazione. Questo crea quella massa di parole inutili, costituita da tutte le rubriche de “l’ora dopo”, “il minuto dopo”, il giorno dopo”, che una volta ci occupava i lunedì da settembre a maggio e adesso ci soffoca tutti i giorni della settimana di tutti i mesi dell’anno. Dite che esagero? Guardate che le pagelle per le prestazioni dei giocatori dopo le partite Riscone – Inter non me le sono inventate io! Aria fritta e parole inutili, che nascono dall’interpretazione di 17 piccole, semplici, chiare regole. Come? Non lo sapevate? Ebbene sì, tutto il regolamento del gioco del calcio è racchiuso in sole 17 piccole regole (più svariate pagine di “interpretazioni”, appunto).Lasciatemelo dire: “tanto rumore per nulla”. Abbiamo esposto un po’ dei motivi per i quali non ci piace, abbiamo spiegato perché non ci interessa, ci siamo tolti qualche sassolino dalla scarpa e con questo direi che il calcio lo possiamo, senza rimpianti da parte nostra, congedare. Appuntamento al prossimo mese per iniziare davvero a parlare di ciò che ci diletta. NB: la parte femminile di questa strana coppia, dopo aver preso visione, riveduto e corretto il testo, si dichiara assolutamente in accordo con quanto scritto sopra. Potrebbe aggiungere che odia il calcio anche per motivi prettamente casalinghi: avete una vaga idea di come sia ridotto un divano dopo che dodici uomini sono venuti a casa tua per vedere un derby????

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ASTEROIDS ogni segno è foriero di sventure

Renzo Bossi, Vergine 8.9.88

di Daniela Corcella e Daniela Pellegrini Alcune delle qualità umane più ammirevoli sono caratteristiche dell'uomo Vergine. Una di queste è il desiderio di mettersi al servizio. Ma se non siete ancora persuasi che il giovane Renzo sia utilissimo alla comunità, considerate il fatto che è quasi sempre occupato nel prestare il braccio al più famoso papà ormai infermo. Con dedizione, ammettiamolo, quasi commovente. E’ noto che la Vergine sovente s'identifichi con il lavoro. Quindi se progetta di interdire Facebook e Twitter ai dipendenti della Regione in cui opera quale Responsabile dei Media del Carroccio, date credito all’affermazione che fece durante il convegno del luglio 2011 “Vecchia TV vs Nuova TV”, tenutosi a Roma, quindi in territorio per lui straniero: "Io stesso uso Facebook e Twitter quotidianamente, sempre improntandoli in ambito lavorativo" . Essendo infatti strumenti utilizzati intensivamente dagli stessi suoi colleghi di partito per le attività di comunicazione istituzionale, l’iniziativa non va interpretata come efficientismo alla Brunetta. L’ex ministro della Pubblica Amministrazione infatti, essendo dei Gemelli, è un tipo più effervescente. Renzo, semplicemente, preferisce curare di persona ogni dettaglio degli account della Lega.

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All'uomo Vergine piacciono i manuali d'istruzione. Proverà ogni cosa, quando spiegata con passi chiari e facili da comprendere. Se quindi il ragazzo si è trovato a ripetere tre anni di scuola superiore (lui dice due, ma per virgineo amor di precisione), non è

certamente per motivi di scarsa intelligenza insinuati dalle malelingue, ma perché ripercorre le nozioni fino a che non le ha comprese a puntino. Emozioni e sessualità non sono sufficienti per fare presa sul cuore dell'uomo Vergine. Per la Vergine l'amore richiede tempo, conoscenza e cure attente. Ci deve essere un incontro di menti. In definitiva, sceglierà la donna affidabile piuttosto che quella passionale. Perciò le recenti voci di sua abituale partecipazione a festini a base di coca e squillo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, vanno piuttosto interpretate secondo quell’innato senso di protezione e lealtà verso le proprie amicizie, poche ma ben selezionate, che rischiano di prendere la strada della perdizione. Come nel caso di Alessandro Uggeri, che ultimamente, tornato alla sua villa atterrando in elicottero, si è attirato l’attenzione della Guardia di Finanza. Suo bodyguard, autista e confidente d’eccezione, è della Bilancia, tipo più superficiale. L'uomo Vergine, realista e sobrio, difficilmente pretende di essere quello che non è. Pertanto, nel futuro panorama politico, siate sicuri che Renzo non si è mai sognato di passare per delfino. Possiamo immaginare che lo status di trota attribuitogli dal genitore (non potendo intendersi quale influenza d’acqua, che lo renderebbe ben più tormentato), lo soddisfi perfettamente, almeno fino a quando potrà garantirgli un certo comfort socioeconomico. Ponderatezza e lungimiranza sono infatti doti particolarmente in linea con i suoi pianeti, tanto più che l’ascendente è Capricorno, quindi gli conferma i piedi per terra, e il sedere sulla poltrona. Per coloro che rispettano l'intelligenza, la raffinatezza, la grazia ed il misterioso fascino della solitudine interiore, l'uomo Vergine evidenzia quanto siano rozzi gli uomini più appariscenti. Pertanto se siete amanti dell’understatement - ad Umberto, che l’ascendente Toro rende più sanguigno, preferite il più mite e sensibile Renzo. Rimbalzate via solo se nel vostro quadro astrale rilevate quadrature clandestine.


UOMINE&DONNI - Quando, come e perché la coppia scoppia.

Pierugo Fantozzi docet di Chiara Andreoli e Daniela Pellegrini Cari Uomine e Donni, sono una moglie di 40 anni. Sono sicura che mio marito mi tradisca. I segnali ci sono tutti. Prima mi andava a fare la spesa, mi cercava, era presente con i figli, gentile con i miei familiari. E’ vero che forse io non son più la stessa, gli anni sono passati anche per me. Forse più per me che non per lui. Ma come mai all'improvviso ogni cosa che dico è fonte di lite? Io mi spezzo per lui e cerco di non farglielo pesare. Cerco di tenermi informata su ciò che avviene nel mondo così da poterne parlare la sera a letto, cambio continuamente pettinatura per rendermi gradevole, guardo con lui la partita in televisione e per fargli capire quanto mi piaccia questo sport che lui ama tanto, lo riempio di domande sul calcio. Le mie amiche dicono che è normale, che dopo anni passati assieme succede che le cose possano un pochino cambiare. Ma io non ci credo. E’ ovvio che c'è un'altra: sono sicura di sapere chi è... sono certa di sapere come dove e quando. Il problema è come agire... affrontare il discorso? Fare finta di nulla? Piangere davanti ai suoi occhi? Supplicare? Insomma, vado a prendere di petto l'insulsa ragazzina oppure no? Saluti. Eleonora Dio mio, Eleonora, il cambio continuo di pettinatura ci sembra la cosa più inutile, fra tutte le tue immani fatiche, checché ne dicano le riviste femminili da ‘Intimità’ a ‘Donna Moderna’. A noi viene in mente la moglie di Fantozzi quando si pettinava “a schiaffo”: forse che il suo Pierugo, completamente assorbito dalla noncuranza capricciosa del

la signorina Silvani, se ne accorgeva? Quel che fai è encomiabile, ma non è dettato dalla passione. Non dalla tua, intendiamo dire. La spesa, tolleri che ogni tanto compri qualcosa che gli va o gli fai soavemente notare che si sbaglia sempre? I bambini, gli lasci spazio educativo o ti senti l’unica depositaria della loro formazione? I tuoi genitori… non è che per tutti questi anni lo hai costretto a passare una domenica si e l’altra no a pranzo da loro, e tua madre insiste ossessivamente perché finisca la porzione? Questo tuo “non farglielo pesare” si ripercuote per caso in sguardi costernati, sospiri di piombo e sorrisi-a-paresi? Il tuo interesse per il mondo, come si traduce, e perché, nell’urna elettorale? Non verrai a dirci che ti piace davvero il calcio? Sembra che tu non sia molto concentrata su quel che provi per lui, ma che cerchi di essere perfetta, per rispecchiar te stessa nella sua ammirazione, che ti appare dovuta, dati i tuoi sacrifici. Chissà se è nato prima l’uovo o la gallina. Se è stato prima lui a distrar lo sguardo, o tu che - bigodino per bigodino - ti sei trasformata in una Replicante. In entrambi i casi, la cura è la stessa. Riduci al minimo le menate di cui ti carichi per la famiglia, fai di più quel che più ti accende. Soprattutto mentre lui non spegne Sky. Ne sarete tutti più felici. E riempi la credenza di pane. Ma non degli sfilatini preparati in casa con le tue mani! Parliamo di quelli del fornaio di fronte. Sarà utile in ogni caso: se col marito c’è ancora qualcosa da salvare, la gelosia lo ricondurrà a te, Pierugo docet. Se con lui non c’è più niente da fare, non morirai di fame. Dacci notizie. U&D

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Chiara Andreoli Romana, classe '68. Laureata presso Vanish come smacchiatrice di leopardi, mangiatrice di stelle, danzatrice del vento. Disperatamente casalinga, incrollabilmente umana.

Miriam Caputo Nata a Milano nel 1975, vivo ad Ivrea. Eclettica, spirito libero, tarantolata, laureata (in giurisprudenza), ho studiato anche recitazione, dizione, improvvisazione, danza (classica, moderna, contemporanea, tip tap). Mamma del pastore tedesco Sally (bambina pelosa), adoro gli animali

Carmelo Andronico Nato a Roma, avevo 5 anni quando l’uomo sbarcò sulla Luna. Studi eclettici e variegati che vanno dal college inglese di gesuiti fino alla laurea, passando dal liceo più impegnativo della Capitale. Scelgo una professione non facile ma ricca di spessore e soddisfazioni, che mi ha permesso di girare il lato sfigato del pianeta facendomi capire quanto siamo fortunati e quanto invece dobbiamo impegnarci per far star meglio chi sta peggio di noi. Sono sposato e ho un cane; vorrei pensare che l’uomo sia buono, nonostante tutto, ma proprio non ci riesco...

Daniela Pellegrini Genovese di nascita, romana d’adozione. Non più ragazza, befana mai. Bibliotecaria per mestiere. Massmediologa per passione. Prophiler per costituzione. Leggo come mangiare. Rido come bere. Scrivo come respirare. Ascolto l’anima degli altri. Penso con la mia. Se c’è un problema, me ne occupo adesso. Se non ce n’è, me la spasso .

Antonieta Gambuto

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Nata, a maggio, nel sud, a n n i 6 0 . Trapiantata tra il freddo e la nebbia incolore delNord a dieci anni. Diploma di segretariato. Sposata a 20 anni quella ero, e dopo 32, sempre quella sono. “Piegata part-time” per scelta, l’altra ½ giornata è per me. Simpatica, empatica, generosa e altruista. Socialista, attualmente apolitica, anticlericale. Preferisco il buddismo, meno pragmatico e più essenziale. Rocchettara convinta, ma amo la musica in genere. Ottima cuoca, e assaggiatrice di vini. Lettura , fotografia, decoupage, sono le altre mie passioni. Sogno nel cassetto? Il cammino verso Santiago di Compostela

Jack Ceccato Feltre mi vide nascere nel ’59, Padova mi svezzò, Vicenza mi accolse e mi ospita tutt’ora, Agordo conserva i miei ricordi di ragazzo e Venezia mi ha visto diventar marito. Son veneto, senza dubbio, ma il Leone non alberga nel mio cuore, che appartiene invece ad una moglie, la stessa da 30 anni, e due figli.

Daniela Corcella

SO&SO VI E’ PIACIUTO? NO? SCRIVETECI A: so.so.redazione@gmail.com

Nata nel 1975, si sente ancora una fanciulla, al punto che quando sente che i nati negli anni '80 sono persone adulte, resta interdetta. Madre lavoratrice con una sfrenata passione per il fannullismo, ama ballare il tango e speakerare su web radio. Decisa inclinazione per tutto ciò che di indeterminato c'è su questa terra


Paolo Andreozzi

Alessandra Pinca

Nacqui e vivo a Roma, classe '64. Sposato, nulliparo, felice. Laureato politologo, artigiano del dissenso, socialista tendenziale. Devo lo stipendio ai contribuenti, ramo comunicazioni e contenzioso. Amo l'Umanità di ieri e gli umani di domani. E oggi? Oggi c'è un bel sole e vento teso, ho voglia di correre. Il resto su www.paoloandreozzi.org

Roberta Grampelli Classe '69, milanese di provincia per vissuto e per nascita, con un quartino di orgoglioso sangue trevigiano nelle vene. Diplomata in lingue ed eximpiegata, ma da oltre un decennio completamente e felicemente dedita all'azienda "famiglia". La mia propensione a godere dei piaceri della tavola hanno trovato il giusto sfogo nella passione per la cucina. Il mio motto? "cucinare è come amare...o ci si abbandona completamente o si rinuncia" [H.Van Horne]

Nel 1964 ho aperto gli occhi su Roma, dove ancora vivo fisicamente, mentre con l'anima viaggio senza sosta tra la Francia e le Langhe. Laureata in Scienze Politiche, amo le lingue straniere per poter comunicare con il mondo non solo con italici gesti. Da piccola amavo sparecchiare per poter bere il vino che restava nei bicchieri. Da grande ho deciso che non potevo più nascondermi dietro certe ipocrisie. Nella mia casa convivo felicemente con libri, bottiglie e peli di gatto, sapientemente miscelati con coloro che amo.

Elena Maginzali Nacqui e vivo a Casale Monferrato, classe 75. Sposata, bi-mamma, felice. Laureata in Scienze dell'Educazione, dissenziente per difetto, socialista tendenziale. Devo lo stipendio a mio marito che mi permette di fare la madre a tempo pieno. Amo l'Umanità di ieri e gli umani di domani. Oggi? Vivo per regalare agli umani di domani un bellissimo sole!

Paolo Longarini Flavio Gioia. Inventò la bussola. Egli nacque ad Amalfi. Paolo Longarini. Ha scoperto lo sgasacocacola. Egli nacque a Roma. Il nostro fin da piccolo dimostra innata passione per quelle strane nuvolette che permettono al mondo di capire cosa passa per la testa di un papero vestito da marinaio e di un ranger che gira indisturbato pur indossando una casacca gialla.

HUMAN AT WORK Davide Guido Nasce a Roma il 3 settembre 1970. Dopo brillanti studi alla scuola elementare vicino casa ed un fulgido percorso di scuola media, frequenta il liceo classico ottenendo immeritatamente ottimi risultati, ma studiando ben poco. Fin da bambino si cimenta nel disegno e nella pittura. Laureatosi in Scienze Politiche (ma perché?) ha iniziato a lavorare quasi per gioco nel campo dell’informatica, che ad oggi è la sua professione. Personaggio di letture e ascolti alquanto vasti afferma di conoscere la storia dell’arte e diverse altre cose, tuttavia su questo punto quanti lo conoscono più da vicino nutrono seri dubbi.

Cristina Bissi Sono nata nel 1965. Mi occupo di specchi sull’anima e spero che la mia vita non sia tutta una montatura. Vivo “con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole”. "Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo, per me, è il senso dello scrivere." (Ennio Flaiano)

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so_and_so  

"...da Kubrick alla cipolla, dalla poesia all’anti-calcio, da Barbie alla cementificazione, da una lupa a Bonnard, dall’Iliade ai fumetti, d...

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