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Regione Lazio PROVINCIA DI ROMA Comune di Roma STUDIO BENEDETTI 2000 S.r.l. CONSULENZA DIREZIONALE AMBIENTALE

Studio di Verifica Ambientale conforme al D.Lgs. 4/2008 IMPIANTO DI RECUPERO DI RIFIUTI SPECIALI NON PERICOLOSI Committente: ELPIDIA 2000 S.r.l. Via Polense, 5 Comune di Roma

Roma, 18/07/2008

Geologo Dott. Quirino Alessi


INDICE PARTE PRIMA: Relazione geologica Inquadramento normativo Inquadramento geografico Inquadramento geologico Geologia dell’area Geomorfologia dell’area Cenni di geologia strutturale Inquadramento climatico Clima locale Elaborazione delle precipitazioni Inquadramento idrogeologico Idrogeologia dell’area Inquadramento vegetazionale Sismicità dell’area

Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag.

4 6 10 12 13 14 15 16 21 25 28 31 31

Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag.

33 34 34 35 35 36 36 37 38 38 40 40

PARTE SECONDA: Relazione Tecnica Premessa Dati identificativi dell’impresa Ubicazione dell’impianto Tipologie di rifiuto in ingresso Macchinari ed attrezzature utilizzate Attività svolta (Tipologia 7.6) Descrizione del processo produttivo Quantità sottoposte a lavorazione Attività svolta (in 7.2) Descrizione del processo produttivo Quantità sottoposte a lavorazione Macchinari ed attrezzature utilizzate

PARTE TERZA: Ambienti potenzialmente interessati – effetti e mitigazioni Valutazioni delle emissioni polverose Sistemi di abbattimento Misure previste per contenere i rischi per la salute dell’uomo e per l’ambiente Inquinamento acustico Dotazioni di attrezzature personali Suolo Morfologia Flora Fauna Paesaggio Consumo di risorse Ambiente idrico ed acque di prima pioggia Panoramica area in esame

Pag. Pag.

41 42

Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag.

45 46 46 46 47 47 48 49 49 49 51

2


Allegati:

3


PARTE PRIMA: Relazione Geologica Inquadramento Normativo Le informazioni da inserire nello studio di impatto ambientale sono previste all’ allegato V alla parte seconda del D. Lgs. 152/2006 e del D.Lgs. 4/2008: 1. descrizione del progetto, comprese in particolare: a. una definizione delle caratteristiche fisiche dell’insieme del progetto e delle esigenze di utilizzazione del suolo durante le fasi di costruzione e di funzionamento; b. una descrizione delle principali caratteristiche dei processi produttivi, con l’indicazione della natura e delle quantità dei materiali impiegati; c. la descrizione della tecnica prescelta, con riferimento alle migliori tecnologie disponibili a costi non eccessivi,e delle altre tecniche previste per prevenire le emissioni degli impianti e per ridurre l’utilizzo delle risorse naturali, confrontando le tecniche prescelte con le migliori tecnologie disponibili; d. una valutazione del tipo e della quantità dei residui e delle emissioni previsti (inquinamento dell’acqua, dell’aria e del suolo, rumore, vibrazioni, luce, calore, radiazioni, ecc.) risultanti dall’attività del progetto preposto; e. la relazione tra il progetto e gli strumenti di programmazione e di pianificazione vigenti. 2. Illustrazione delle principali soluzioni alternative prese in esame, con indicazione dei motivi principali della scelta compiuta dal committente o proponente, tenendo conto dell’impatto sull’ambiente, nonché del rapporto costi-benefici. 3. Analisi della qualità ambientale con riferimento alle componenti dell’ambiente potenzialmente soggetto ad un impatto importante del progetto proposto, con particolare riferimento alla popolazione, alla fauna e alla flora, al suolo all’acqua, all’aria, ai fattori climatici, ai beni materiali, compreso il patrimonio architettonico e archeologico, al paesaggio e all’interazione tra questi fattori. 4. Descrizione dei probabili effetti rilevanti sull’ambiente,m positivi e negativi, dell’opera o intervento progettato, sia in fase di realizzazione che di esercizio: 5. dovuti all’esistenza del progetto 6. dovuti all’utilizzazione di risorse naturali

4


7. dovuti all’emissione di inquinanti, alla creazione di sostanze nocive e allo smaltimento dei rifiuti; e la menzione da parte del committente dei metodi di previsione utilizzati per valutare gli effetti sull’ambiente. 8. Una descrizione delle misure previste per evitare, ridurre e se possibile compensare rilevanti effetti negativi del progetto sull’ambiente 9. Un riassunto non tecnico delle informazione trasmesse sulla base dei punti precedenti. 10. Un sommario delle eventuali difficoltà (lacune tecniche o mancanza di conoscenze) incontrate del committente nella raccolta dei dati richiesti.

5


Inquadramento Geografico L’area oggetto dell’indagine è posta nel Comune di Roma, in via Polense n°5 al km 18.00 della Via Prenestina vecchia, località OSA. Esso è rappresentato nella Carta Tecnica Regionale (C.T.R.) sez. 375090. Dal punto di vista catastale l’area è individuabile sul foglio (vedi pag.8). Viene di seguito riportato: ¾

Stralcio ripreso dalla carta stradale, Scala 1:200000.

¾

Stralcio ripreso dalla Carta Tecnica Regionale, sez. 375090

¾

Stralcio ripreso dalla Carta Topografica IGM, tav. 150 IV SE

¾

Stralcio mappa catastale Stralcio ripreso dalla Carta Stradale, Scala 1:200000 N

Area in esame

6


Stralcio Carta Tecnica Regionale, scala 1:10000 – Sez. 375090

Area in esame

7


Stralcio carta topografica IGM 1:25000, tav. 150 IV SE (no scala)

Area in esame

8


Stralcio mappa catastale del Comune di Roma, foglio 670 part. 4059-4060 (area rossa)

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Inquadramento Geologico L’attività del vulcano dei Colli Albani viene per semplicità suddivisa in tre fasi principali: fase del Tuscolano Artemisio, fase delle Faete e fase idromagmatica finale. La fase del Tuscolano Artemisio viene a sua volta suddivisa in quattro colate piroclastiche : la prima è maggiormente sviluppata nel settore occidentale del vulcano ed è seguita da un ingente fase effusiva; la seconda è l’eruzione più importante del vulcano laziale sia per il volume dei materiali eruttati, circa 38 kmc, sia per la loro estensione areale, fino a 80 Km dal centro eruttivo, la terza colata è molto simile alla precedente ma sicuramente più ridotta; la quarta colata piroclastica determina la fine dell’attività dell’edificio Tuscolano Artemisio. Anche la fase delle Faete è suddivisa in più colate piroclastiche che hanno avuto però un’importanza subordinata nella storia del vulcanismo laziale. L’attività del vulcano si chiude con la fase idromagmatica finale. L’assetto geologico dell’area interessata è fortemente caratterizzato dalla presenza di terreni vulcanici legati ad un’attività eruttiva dell’apparato vulcanico dei Colli Albani. Tutto il settore albano e le aree limitrofe sono infatti composti da una coltre di depositi vulcanici estesi su di una superficie di circa 1500 Km2 prodotti durante l’attività del complesso vulcanico denominato “Tuscolano Artemisio”, sviluppatasi in prevalenza tra 600.000 e 350.000 anni fa, da un edificio centrale ad attività mista. Tale edificio è prevalentemente costituito da piroclastiti e colate piroclastiche con subordinate emissioni di lave leucitiche provenienti sia dall’apparato centrale che da fratture e centri locali. La coltre di materiali deposta comprende depositi di tipo piroclastico, da sciolti (pozzolane) a compatti (tufi variamente litoidi), oltre che da colate laviche e prodotti freatomagmatici. Lo spessore complessivo di questo insieme di materiali diminuisce verso la periferia dell’apparato vulcanico, dove vengono a trovarsi localmente intercalati ai depositi recenti della fascia costiera. Per ciò che concerne il substrato sedimentario soggiacente ai prodotti vulcanici, si osserva che il quadro delineato da numerose pubblicazioni di carattere specialistico consente di collocare il contatto tra le vulcaniti albane ed i depositi terrigeni neogenicoquaternari a quote comprese tra -80 e +40 m s.l.m. in corrispondenza rispettivamente del basso di Ardea e dell’alto di Pomezia, lungo una superficie piuttosto irregolare.

10


Stralcio Carta Geologica d’Italia (150 Roma)

Area in esame

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Tali depositi sono formati da potenti spessori di sedimenti argilloso sabbioso nella parte alta ed argillosi nella parte basale che si sono deposti dal Pliocene mediosuperiore, al di sopra delle unità carbonatiche meso-cenozoiche ribassate in modo differenziale da fasi tettoniche distensive e successivamente interessate da ingressione marina.

Geologia dell’area L’area in studio è sita su formazioni di origine vulcanica databili al Pleistocene medio, appartenenti al vulcanismo dei Colli Albani e più dettagliatamente alle manifestazioni eruttive finali. L’attività si concentra soprattutto sui livelli costituiti dalle lave leucitiche depostesi in colate di spessore medio di circa 8 – 14 metri, intercalate nelle piroclastiti della serie delle Pozzolane superiori. Queste colate laviche sono disposte radialmente attorno ai vecchi centri eruttivi dei vulcani Albani come, per l’appunto, l’edificio vulcanico di Monte Flacone. I terreni localmente affioranti sono tutti attribuibili alla serie dei prodotti effusivi e piroclastici emessi a più riprese dall’apparato vulcanico dei Colli Albani. In particolare sono state identificate le seguenti litologie: •

Depositi misti costituiti da elementi vulcanici di tipo cineritico e da sedimenti lacustri da dilavamento dei rilievi vulcanici.

Piroclastiti (Lapilli varicolori) costituiti da piccole scorie vulcaniche di dimensioni millimetriche.

Scorie di Monte Falcone costituite da scorie di lancio dell’edificio vulcanico di Monte Falcone.

Lave leucitiche costituite da colate laviche in parte attribuibili a Monte Falcone.

Piroclastiti semilitoidi (Tufo di Villa Senni) costituite da un tufo semilitoide caratterizzato dall’abbondante presenza di cristalli di Leucite.


Geomorfologia dell’area Ci troviamo nel settore Nord della struttura vulcanica dei Colli Albani. L’area si presenta collinare a raggi convessi disposti radialmente rispetto al centro della cinta calderica dell’edificio vulcanico di Monte Falcone. Le incisioni nella topografia sono la conseguenza di una rete idrografica radiale caratteristica delle zone vulcaniche. In questo caso, il loro andamento è accentuatamente parallelo con direzione d’insieme da sud-est versp nord-ovest, condizionato dallo sviluppo areale di alcune colate di lava che si allungano appunto nella suddetta direzione. Questi corsi d’acqua incidono abbastanza profondamente la serie locale dei terreni e delle rocce in prossimità dell’area indagata. Si tratta in particolare del Fosso dell’Osa. Le quote dell’area oscillano dai 50 metri s.l.m. del fondo ai 65 metri della parte sommitale.

Veduta aerea della morfologia della zona

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Cenni di geologia strutturale Il distretto dei Colli Albani è uno dei numerosi apparati vulcanici che si svilupparono lungo la piattaforma continentale del Lazio e della Toscana al margine nord-orientale del bacino tirrenico. Quest’area è caratterizzata dalla presenza di una crosta spessa meno di 25 km (Wigger, 1984) e da anomalie di flusso di calore (Mongelli & Zito, 1991). La presenza del vulcanismo è legata all’evoluzione recente dell’orogeno appenninico, che dal Miocene è stato soggetto a fenomeni estensionali per processi di assottigliamento crostale del bacino tirrenico. Il carattere peculiare della struttura dei Colli Albani è rappresentato dalla sua evoluzione in un’area ove si intersecano strutture tettoniche di primo ordine ad andamento NE-SW (associate alla tettonica compressiva) e ad andamento NW-SE (associate alla tettonica distensiva) con strutture trascorrenti NS, di recente individuazione e probabilmente rappresentanti la riattivazione di vecchie discontinuità. In particolare, queste ultime sembrano avere un ruolo importante nell’attività dei distretti vulcanici laziali (Trigila, 1995). Il basamento profondo, articolato in sistemi di horst e graben, è costituito da formazioni mesozoiche della successione pelagica con testimonianze di una transizione esterna nelle parti più meridionali. I Colli Albani iniziarono la loro attività a partire da meno di 600.000 fino a circa 20.000 anni fa (De Rita et alii, 1988), anche se testimonianze di epoca romana descrivono, sull’edificio centrale un'attività di "fontane di lava" e di “ricaduta di pietre” (Andretta & Voltaggio, 1994), probabilmente prodotta da un rilascio tardivo di gas dalla camera magmatica. Dal punto di vista stratigrafico, in funzione della storia evolutiva del vulcano, sono state riconosciute tre fasi deposizionali (De Rita et alii, 1988, Rosa 1995) ad attività differenziata per stile e volumi di magma coinvolti: Fase TuscolanoArtemisia (0,6 – 0,3 milioni anni fa), durante la quale la maggior parte dell’attività avvenne nella zona centrale, costituita da quattro cicli principali, con successivo collasso della grande caldera centrale (attuale “recinto esterno”); Fase delle Faete (0,3 – 0,2 milioni anni fa), interessa l’area collassata, ed è caratterizzata da attività prevalentemente di tipo stromboliano; Fase idromagmatica (0,2 – 0,02 milioni anni fà), durante la quale l'attività del vulcano, che interessa i bordi occidentale e settentrionale del recinto esterno, è stata condizionata dall’interazione del magma in risalita con l’acqua delle falde sotterranee.

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Inquadramento Climatico Il clima è formato dall’insieme dei fenomeni che compaiono più di frequente e più costantemente nel normale susseguirsi delle stagioni e che pertanto condizionano sia l’evoluzione dell’ambiente fisico che la vita degli organismi animali e vegetali. A tal riguardo il Lazio, presentando una varietà di aspetti fisiografici non costituisce una regione con caratteri unitari e tali condizioni si riflettono sul clima; proprio per questo si possono distinguere quattro subregioni climatiche: ™ Subregione Mediterranea (fascia costiera), caratterizzata da clima marittimo con escursioni termiche limitate e con moderata piovosità annua; ™ Subregione Mediterranea di transizione; ™ Subregione Temperata (fascia interna:vallate e colline), caratterizzata da Clima Temperato con inverno più marcato; ™ Subregione Temperata di transizione. Ad oriente predomina la condizione più o meno compatta di protezione montuosa ( Monti Sibillini, Monti della Laga, Catena del Gran Sasso e Monti della Majella). Questa barriera naturale oltre a impedire il flusso di correnti di provenienza balcanica, rallenta le correnti atlantico-mediterranee ( predominanti alle nostre latitudini) costringendole a scaricare sul territorio antistante l’umidità di cui sono arricchite. L’esposizione al Mar Tirreno, determina una particolare distribuzione anemologica con protezione dai venti settentrionali e libero accesso delle correnti dai quadranti sudoccidentali, nonché una profonda influenza termoregolatrice marina. In autunno solitamente si hanno nel Lazio depressioni di origine atlantico-mediterranea che apportano precipitazioni relativamente abbondanti e alte pressioni. In estate tali condizioni generano siccità temporanea determinando nella generalità dei casi un regime pluviometrico sublitoraneo con massimo principale in autunno e secondario in primavera. Il minimo stagionale si rileva in estate. Un fattore di sicura importanza è rappresentato dalla latitudine. Ciò comporta una differenziazione termica tra i territori Nord-orientali del Lazio con quelli Sudoccidentali. Tuttavia, in questa caratterizzazione generica del clima assume un certo rilievo l’effetto continentalità, proporzionale alla distanza dal mare. Latitudine e

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continentalità giocano pertanto un ruolo fondamentale nella caratterizzazione di taluni elementi metereologici nel territorio laziale. Per questo, a grande scala, nel settore più settentrionale della regione, a Nord della foce del Tevere, prevalgono i venti provenienti da Nord-Est (di origine siberiano-balcanica), freddi e aridi, che con una certa frequenza riescono a scavalcare l’orogene appenninico. Nel settore meridionale invece sono più frequenti i venti provenienti da Sud e SudOvest, tiepidi e umidi. Le precipitazioni, prodotte da masse di aria provenienti da Ovest, sono piuttosto scarse nella fascia costiera laziale. La ragione risiede nel fatto che sul processo di condensazione agisce l’effetto orografico, prima da parte delle catene più interne dell’ orogene appenninico e successivamente dalle catene più esterne. Pertanto le precipitazioni risultano più copiose nelle aree via via più interne del territorio laziale specie sui rilievi montuosi appenninici.

1.8 CLIMA LOCALE L’analisi climatica di un territorio risulta soddisfacente se esiste la disponibilità dei valori medi giornalieri, mensili e annuali di ciascun parametro climatico. Per l’analisi del clima sono stati utilizzati i dati relativi ai parametri climatici principali (Precipitazioni e Temperatura) osservate nella stazioni del Servizio Idrografico di Stato di Velletri. Per quanto riguarda la raccolta dati si è fatto riferimento alle pubblicazioni del servizio Idrografico e Mareografico di Stato con riferimento ai periodi di rilevamento e funzionamento delle stazioni termometriche e pluviometriche, secondo quanto certificato e verificato dai responsabili dell’archivio del servizio Idrografico di Roma. La scelta di questa stazione è stata fatta in base alla sua ubicazione geografica e morfologica e, soprattuto per la completezza dei dati registrati. Inoltre la stazione di Velletri è rappresentativa del regime pluviometrico dei Colli Albani anche se è influenzata maggiormente dalla vicinanza del mare. Le serie Storiche dei dati coprono un periodo di tempo che va dal 1951 al 2002. L’analisi delle variazioni della precipitazione annua a livello locale è di particolare interesse poiché pone in evidenza un periodo di generale stress idrologico che interessa non solamente l’Italia centro-meridionale ma, più in generale, i paesi del bacino

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mediterraneo. Tale fenomeno si caratterizza per una sensibile diminuzione delle precipitazioni a partire dagli inizi degli anni ’80, così come rilevato dall’ analisi delle serie storiche di numerose stazioni meteo-climatiche dell’ area laziale e non. In questo quadro di crisi ambientale generata dal deficit di precipitazioni (e aggravata da una maggiore richiesta di risorse idriche sotterranee prelevate soprattutto dai pozzi dell’utenza agricola), negli ultimi 20 anni si è rilevato un sensibile abbassamento di livello idrico degli acquiferi regionali. Le precipitazioni annue sono state mediate e riportate sotto forma di istogrammi come osservabile nei diagrammi allegati. L’ andamento dei valori medi mensili permette di definire il regime delle precipitazioni che interessano l’area; tutte le stazioni rilevano un minimo in corrispondenza di luglio ed un massimo in novembre. Questo tipo di distribuzione temporale delle piogge, caratterizzata da un massimo invernale e un minimo estivo, classifica il regime pluviometrico come marittimo. L’elaborazione dei diagrammi ombrotermici di Bagnouls-Gaussen conferma come i rilievi collinari della Campagna Romana e i rilievi vulcanici dei Colli Albani siano caratterizzati da 2-3 mesi di aridità.

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Serie Storica delle Precipitazioni " Stazione di Velletri" ( Periodo 1951-2002 ) 2000

Precipitazione media 1217 mm

1800

1600

Ďƒ = + 250

1200

1000

Ďƒ = -250 800

600 Periodo umido di durata> 5 anni 400 Periodo arido di durata > 5 anni 200

Anno

2002

2001

2000

1999

1998

1997

1996

1995

1994

1992

1991

1990

1989

1988

1987

1982

1978

1977

1976

1975

1974

1973

1972

1971

1969

1968

1967

1966

1965

1964

1963

1962

1961

1960

1959

1958

1957

1956

1955

1954

1953

1952

0 1951

Precipitazioni ( mm)

1400


Stazione termopluviometrica VELLETRI ( Periodo 1951-2002 ) Diagramma di Bagnouls Gaussen VELLET RI P MENSILE T° MAX T° MED T° MIN

gen

feb

mar

apr

mag

giu

lug

ago

set

ott

nov

mm

116

117

97

108

74

44

27

46

106

148

°C °C °C

10,6 11,2 13,6 16,7 22,2 26,2 7,4 7,8 9,8 12,5 17,3 20,9 4,2 4,4 5,9 8,3 12,5 15,6

25,2 20,4 15,6

20,4 16,3 12,2

177 153 11, 15,1 3 11,7 8,3 8,4 5,2

29,4 29,3 23,7 23,8 18,0 18,2

dic

Stazione termopluviometrica VELLETRI ( Periodo 1951-2002 ) Diagramma di Bagnouls Gaussen

P media annua: 1217 mm 200

T° media annua: 15°C 70

180 60

50

140 120

40

100 30

80 60

Tempratura ( °C )

Precipitazioni ( mm )

160

20

40 10 20 0

0 gen

feb

mar

apr

mag

giu

lug

ago

set

ott

nov

dic

Mese P MENSILE

T° MAX

T° MED

T° MIN

Come si può notare dai valori massimi, medi e minimi mensili della temperatura dell’ aria, si evidenzia come i mesi più caldi siano luglio e agosto. La presenza del mare, a pochi km dal sito investigato, produce un effetto mitigante sul regime termico della fascia costiera portando il valore medio annuale a circa 15,0°C. Facendo riferimento alla letteratura scientifica ( Blasi et alii-Fitoclimatologia del Lazio ) e sui dati sopra riportati del Servizio Idrografico di Stato il territorio investigato appartiene quindi alla Regione Mediterranea - Termotipo Mesomediterraneo inferiore - Ombrotipo Subumido Superiore - Regione Xeroterica.


1.

Termotipo, dato dall’indice bioclimatico di termicità. Questo indice permette di

ponderare sia l’intensità del freddo invernale, fattore limitante per le comunità vegetali, che l’ampiezza termica annuale. L’indice è dato dalla somma (moltiplicata per 10) di: temperatura media annua, media delle temperature massime del mese più freddo e media delle temperature minime del mese più freddo. 2.

Ombrotipo, dato dall’indice ombrotermico Io. Questo indice è dato dal rapporto

tra la somma delle precipitazioni dei mesi con temperatura media superiore a 0°C e la somma delle temperature degli stessi mesi. 3.

Il calcolo dell’Indice di aridità Ia è stato effettuato utilizzando la formula di De

Martonne. Dall’osservazione della carta, in linea generale, si evince che gran parte del territorio costiero ricade nel tipo climatico secco sub-umido e che, spostandosi verso i rilievi appenninici interni orientali, si incontra il tipo climatico per-umido. Nell’ area ogetto di esame si manifestano le seguenti caratteristiche climatiche: ™ PRECIPITAZIONI COMPRESE TRA 842 E 996 MM ANNUI; ™ APPORTI ESTIVI COMPRESI TRA 64 E 89 MM; ™ TEMPERATURA MEDIA PIUTTOSTO ELEVATA; ™ ARIDITÀ ESTIVA DA GIUGNO AD AGOSTO; ™ FREDDO NON INTENSO DA NOVEMBRE AD APRILE; ™ TEMPERATURA MEDIA DELLE MINIME NEL MESE PIÙ FREDDO COMPRESA TRA 3,6 E 5,5,°C.

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Elaborazione delle precipitazioni Per la definizione delle caratteristiche idrologiche si è valutata l’altezza critica delle precipitazioni. Come stazione rappresentativa delle propaggini occidentali dei M.ti Lepini, sono state prese in esame le precipitazioni brevi ed intense registrate nella Stazione Pluviografica di Velletri. Per valutare le altezze critiche di pioggia ( hc ) sono state considerate le massime piogge di breve intensità della durata t = 1 ora, 3 ore, 6 ore, 12 ore, 24 ore rilevate nel periodo 1952-2004. Mancano gli anni 1954 1959-62, 1964, 1969-71,1977-86 1991 1993-94 2000-2001 rendendo il numero degli anni disponibili pari a 27. Precipitazioni brevi ed intense registrate nella Stazione Pluviografica Velletri ( Periodo di osservazione: 1952-2002 ) Anno

1 ora

3 ore

1953 1955 1956 1957 1958 1963 1965 1966 1967 1968 1972 1973 1974 1975 1976 1987 1988 1989 1990 1992 1995 1996 1997 1998 1999 2002

29,5 38 29,5 22 27,4 59,5 39,6 58,4 29,4 40 22,8 36 30 28,4 36 36,2 27,4 31 36,6 21,4 30,4 35,2 72,6 35 26,8 40,8

62,5 45,9 33 40 46,4 66 53,4 68,4 29,8 46,8 44,8 63 41,8 34,8 44,6 38,4 45,4 37,2 41,2 39,4 38 50,8 90,6 35,2 35,8 51,4

6 ore mm 77 45,9 40,5 63 50,4 66,8 55,8 71,4 36,2 52,4 51,4 76 55,4 57,8 55,2 46,4 53,8 38,8 56,4 52,8 53,6 60,4 104,2 36,2 45,4 57,2

12 ore

24 ore

106 62,8 51,8 69,5 50,4 72 91,4 71,8 46,2 56,2 77,6 99 68 62,4 75,8 48 92,8 40,2 85 69,8 76,4 69,8 108 48,4 54,6 57,4

119,8 64,4 86,4 69,5 64 73,6 117,6 74,8 59 70,2 80,2 112,4 101,6 75,4 105,4 48,8 93 60,4 110,4 101 101,2 87 114,4 51,4 76,6 63,4

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I dati suddetti hanno permesso di determinare il periodo di anni (periodo di ritorno Tr) nel quale un determinato evento (intensità di pioggia) sia, mediamente, eguagliato o superato (ricordando che esso non rappresenta una scadenza fissa per il riprodursi di un evento, ma solo il valore medio del suo verificarsi). Il procedimento usato consente di allargare il campo delle previsioni oltre il periodo di osservazione, con attendibilità che va però riducendosi all’ aumentare del periodo di ritorno. Il metodo usato sia analitico che grafico è il metodo di Gumbel che permette di ottenere i valori dell’ altezza di pioggia di durata 1, 3, 6, 12, 24 ore rispettivamente per i tempi di ritorno di 5, 10, 50, 100 anni. Si è ottenuta quindi una matrice di 5 righe e 5 colonne rappresentanti i valori estremi di altezza di pioggia.

PRECIPITAZIONI BREVI ED INTENSE REGISTRATE NELLA STAZIONE PLUVIOGRAFICA VELLETRI ( RISULTATI ELABORAZIONE ) DURATA 1 ora 3 ore 6 ore 12 ore 24 ore VALORI ESTREMI PER I PERIODI DI RITORNO CONSIDERATI ( Tr ) Tr 5 anni 10 anni 20 anni 50 anni 100 anni

45,5 58,7 68,5 85,5 102,3

53,3 67,6 78,1 97,9 116,5

60,8 76,2 87,3 109,7 130,2

70,5 87,3 99,2 124,9 147,9

77,7 95,7 108,2 136,4 161,2

Si è poi provveduto al calcolo e alla costruzione delle rette rappresentative dell’ n

equazione caratteristica delle piogge hc = αt per tempi di ritorno di 5,10,50,100 anni. Tr 5 anni 10 anni 20 anni 50 anni 100 anni

α 34,9 46 54,6 67,8 81,6

n 0,17 0,16 0,15 0,15 0,15

22


ProbabilitĂ  di non superamento

160,0

.001

.50

.90

.95

.99

150,0 140,0 130,0 altezza di precipitazione ( mm )

120,0 110,0 100,0 90,0 80,0 70,0 60,0 50,0 40,0 30,0 20,0 10,0 0,0 1 t = 1 ora

t = 3 ore

t = 6 ore

10 periodo di ritorno Tr ( anni )

100 t = 12 ore

t =24 ore


PossibilitĂ  pluviometrica

altezza di precipitazione ( mm )

1000

5 anni 10anni 20 anni 50 anni 100 anni

100

10 1 0,177

h = 34,97t

0,162

h = 46,07t

0,151

h = 54,653t

10 periodo di ritorno Tr ( anni )

100 0,154

h = 67,887t

0,150

h = 81,635t


Inquadramento Idrogeologico

L’assetto geologico strutturale dell’intera area dei Colli Albani determina la presenza di un acquifero centrale (Fig. 2.3), posto sulla formazione del “Tufo Lionato” e del “Tufo di Villa Senni” ad una quota di circa 200 metri e di uno basale ospitato dai depositi che compongono il vulcano strato (Lotti & Associati, 1999).

N

Unità idrogeologica dei Colli Albani (Capelli, Mazza & Gazzetti, 2005). L’acquifero superiore, fortemente ricaricato anche per la presenza di vaste aree semiendoreiche alimenta i laghi e drena verso la più estesa falda regionale, la cui composizione chimica è influenzata dalle acque che attraversano le rocce limitrofe (Capelli et alii, 2005). La circolazione sotterranea dell’Unità Albana, verso sud-est, contribuisce inoltre al sostentamento delle pressioni degli adiacenti acquiferi Pontini (Allegato 3), favorita dal fatto che la serie vulcanica, sotto limitati spessori di sedimenti fluvio-lacustri, si estende


per una decina di chilometri verso i comuni di Sermoneta e Latina (Capelli et alii, 2005). Nell’area Albana, la maggiore produttività dei pozzi si ha o in corrispondenza degli orizzonti sabbiosi e/o ghiaiosi sovrastanti le argille di base o ai livelli pozzolanacei (“Pozzolane rosse”e “Pozzolane nere”) giacenti sui tufi antichi o direttamente sulle argille del substrato. Non rara è anche la presenza di una falda contenuta nelle sabbie intercalate alle argille Siciliane o ai sedimenti lacustri limosi. L’unità idrogeologica dei Colli Albani alimenta quattro bacini idrogeologici. Nel settore settentrionale la circolazione non è più rivolta verso il Fiume Sacco ma verso alcune depressioni dinamiche della piezometrica. Gli aspetti idrogeologici dell’area risentono dell’assetto fortemente disomogeneo, sia in orizzontale che in verticale, dei materiali interessati. Per quanto riguarda la circolazione idrica nel settore extracalderico, esso presenta uno schema tipico degli stratovulcani. E’ stata ipotizzata una circolazione con drenaggio centrifugo, attraverso più falde sovrapposte; tale aspetto idrostrutturale giustifica i fenomeni di alimentazione in alveo di alcuni corsi d’acqua che scorrono in direzione radiale rispetto alla culminazione della struttura. La superficie piezometrica della falda si presenta, nel settore sud-occidentale, molto articolata sia per l’assetto topografico che per l’elevato numero di captazioni con portate sensibili. Il complesso presente nell’area è costituito da sabbie e ghiaie con limi ed argille in varia proporzione e contiene falde anche sovrapposte, generalmente ben rialimentate dai corsi d’acqua e quindi molto produttive. Ai fini della determinazione della permeabilità dei terreni, si può affermare che i termini affioranti, possiedono una infiltrazione efficace mediamente elevata per effetto delle loro caratteristiche tessiturali, oltre che per la morfologia. Le colate laviche, se presenti, rappresentano linee di drenaggio preferenziali per la circolazione delle acque sotterranee, in quanto possiedono una elevata fratturazione che gli conferisce alta permeabilità secondaria. Non è possibile stimare con certezza la profondità della falda idrica perché la zona in esame è caratterizzata da più falde sovrapposte.

26


Stralcio Carta Idrogeologica dei Colli Albani (Regione Lazio)

ProfonditĂ  della falda dal fondo della cava 10/15 metri

N

27


Idrogeologia dell’area L’assetto geologico strutturale presente nell’area determina la presenza di acquiferi sospesi di scarsa entità e di un acquifero basale posto a circa 10/15 metri di profondità dal fondo dell’area ed ospitato dai depositi che compongono il vulcano strato, ovvero la sequenza di colate laviche e prodotti piroclastici da ricaduta. Sulla base delle caratteristiche fisiche e sedimentologiche dei vari termini delle serie affioranti, sono stati definiti dei complessi litologici che raggruppano formazioni tra loro idrogeologicamente omogenee. Ogni complesso, quindi, presenta in massa una medesima capacità trasmissiva e di immagazzinamento. Nell’area studiata si distinguono

due

grandi

tipologie

di

formazioni, per ognuna delle quali sono stati individuati i differenti complessi idrologici Area in esame

descritti di seguito: Complesso delle lave. Tale complesso è caratterizzato da valori di permeabilità medio alti per la presenza di un’estesa rete di fratture

o

per

porosità.

Laddove

si

intercalano livelli cineritici o lahar si ha una riduzione della permeabilità verticale. Complesso delle pozzolane. Depositi da colata

piroclastica

o

da

N Unità di alimentazione dell’area dei Colli Albani

ricaduta

(Boni, Bono & Capelli, 1988)

genericamente massivi e caotici, prevalentemente litoidi. Nel complesso sono comprese le ignimbriti e i tufi. Il complesso è caratterizzato da una permeabilità variabile da media a medio-alta per porosità e secondariamente per fratturazione. La permeabilità verticale del complesso è condizionata dalla presenza di paleosuoli molto estesi e in alcuni casi con potenze di ordine metrico. Se le vulcaniti hanno subito un processo di pedogenizzazione, la permeabilità risulta molto bassa. Sulla base di quanto rilevato in zona tramite l’elaborazione dei dati idrogeologici e stratigrafici raccolti, si configurano quindi, due circolazioni d’acqua principali delle quali quella più superficiale, discontinua per la diversa qualità dei sedimenti affioranti e legata a bacini di alimentazione piuttosto superficiali e di estensioni molto ridotte. Si tratta comunque più che altro di acque di imbibizione della fascia più superficiale dei terreni che vengono drenati dal reticolo dei corsi d’acqua localmente esistenti. Esse,

28


molto difficilmente danno luogo ad emergenze sorgentizie localizzate che, quando esistono, sono a carattere temporaneo legato all’alternarsi delle stagioni umide ed asciutte. La presenza di circolazione d’acqua sotterranea profonda indica la falda principale. Si tratta di acque contenute in un complesso di pozzolane sottostante la serie dei terreni precedentemente illustrati. Dalla ricostruzione dell’andamento dell’acquifero, in accordo con la giacitura dei corpi geologici di natura vulcanica e collegata la riconoscimento dei vari centri di emissione, è stato possibile ricostruire l’andamento delle idroisoipse relative a questa circolazione d’acqua sotterranea la cui origine và individuata ben al di fuori dell’area studiata in collegamento con il bacino dei Colli Albani. L’andamento delle isofreatiche mostra in sostanza di non risentire in modo rilevante della morfologia superficiale della zona. la zona circostante il pozzo esistente verrà impermeabilizzato per impedire un’interazione tra acque meteoriche e acque di falda.

29


Stralcio Carta Idrogeologica del Lazio (da Boni, Bono et alii)

Area in esame

LEGENDA Isopieze acquiferi carbonatici Complesso di copertura recente

Isopieze acquiferi vulcanici

Complesso detritico

Isopieze acquiferi alluvionali e costieri

Complesso dei travertini

Faglia Faglia normale

Complesso delle sabbie dunari Complesso dei depositi fluvio-palustri

Faglia normale presunta Faglia inversa e sovrascorrimento

Complesso delle piroclastici

Orlo calderico Cratere

Complesso di piattaforma carbonatica

Sorgente

Complesso delle lave e delle ignimbriti litoidi

30


Inquadramento Vegetazionale

L’area interessata dal presente studio rientra nelle aree seminaturali che circondano l’abitato di Ciampino; l’analisi vegetazionale evidenzia la presenza di una flora dalle caratteristiche pioniere, ubiquitarie ed infestanti, provenienti fitogeograficamente dal circostante paesaggio agrario antropizzato, che determina i pattern floristici con particolare riferimento al livello di antropizzazione del territorio limitrofo Negl’ultimi decenni, l'abbandono delle pratiche selvicolturali ha determinato un progressivo declino della vegetazione originale che, nelle aree ad essa meno favorevoli, sta regredendo a favore di specie più idonee alle caratteristiche edafiche locali. Le formazioni erbacee rinvenute nelle aree limitrofi, dove i suoli sono più sottili presentano forti contingenti di specie xerofile caratteristiche delle formazioni erbacee più aride quali: Aegilops geniculata, Trifolium stellatum, Dasypirum villosum, Cynosurus echinatus, alcune volte con presenza di Calamintha nepeta. Dove i suoli sono più profondi si ravvisano elementi tipici dei consorzi caratteristici degli ambienti più umidi quali: Holcus lanatus, Lolium perenne, Plantago lanceolata, Phleum pratense, ecc. Numerose sono, infine, le specie che di volta in volta sono indicatrici di situazioni di disturbo antropico: si assiste infatti ad una ricolonizzazione da parte di specie erbacee tipiche di ambienti antropogenici quali Malva sylvestris, Plantago spp., Verbascum spp., Silene alba, Pteridium aquilinum, Trifolium spp., Stellaria neglecta, ecc. Sismicità dell’area La sismicità dell’area risulta influenzata soprattutto dalla struttura sismogenetica dei Colli Albani. L’apparato vulcanico albano, d’altro canto, rappresenta una delle più attive strutture sismogenetiche fra quelle legate al vulcanismo recente e localizzate lungo il margine occidentale dell’Appennino. Come tutte le strutture del genere presenta una attività caratterizzata da limitata profondità degli ipocentri (generalmente inferiore ai 7 Km), distribuzione temporale degli eventi sismici “a sciame” e limitata intensità degli stessi (i valori di magnitudo non superano generalmente il valore di 4). Tra i terremoti più forti registrati sui Colli Albani, ricordiamo: 1806 (Rocca di Papa); 1892 (Lanuvio); 1899 (Frascati); 1927 (Nemi), tutti riferibili come VIII grado M.C.S. all’epicentro. In epoca recente, da ricordare lo sciame sismico del 1981, durato oltre 3 mesi e quello del 1989-

31


1990, protrattosi per circa 1 anno, durante il quale sono state registrate oltre tremila scosse. Limitata l’influenza delle strutture sismogenetiche “Appenninica” e della Valle Latina: il massimo evento sismico con fuoco nella Valle Latina avvenne il 24 agosto del 1877, ne seguì un altro nel 1901, ma l’effetto macrosismico nell’area in studio fu pari al 5°- 6° della scala Mercalli; il rovinoso sisma di Avezzano, il 13 gennaio 1915, che arrivò a Roma tra il 7° e l’8°, si attenuò in zona fino al 4°. Secondo la normativa sismica italiana il Comune di Roma non era classificato sismico. È stato successivamente riclassificato ed in ottemperanza all’Ord. P.C.M. del 20/03/2003 va considerato in “Zona 3”. Il gruppo di lavoro costituito con decreto 4485 del 4/12/2002 del Sottosegretario di stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ha indicato le “Norme tecniche” indicando quattro valori di accelerazioni orizzontali (ag/g) di ancoraggio dello spettro di risposta elastico e le norme progettuali e costitutive da applicare. Ciascuna zona sarà individuata secondo valori di accelerazione di picco orizzontale del suolo (ag), con probabilità di superamento del 10% in 50 anni, secondo lo schema seguente: Zona

Accelerazione orizzontale con probabilità di Accelerazione orizzontale di ancoraggio dello spettro superamento pari al 10% in 50 anni. [ag/g] di risposta elastico (Norme Tecniche) [ag/g]

1

> 0,25

0,35

2

0,15 - 0,25

0,25

3

0,05 - 0,15

0,15

4

< 0,05

0,05

Roma

32


PARTE SECONDA: Relazione Tecnica Premessa La presente relazione viene redatta su incarico del sig. Mauro Paolacci, nato a Zagarolo (RM) il 2.12.1956, in qualità di Rappresentante Legale della Soc. Elpidia 2000 s.r.l., con sede legale nel Comune di Colleferro (RM), Via Carpinetana Sud n. 86/B, CAP 00034. L’attività svolta è imperniata sul recupero di materiale bituminoso per la produzione di conglomerato bituminoso con processo a caldo, per la realizzazione di rilevati e sottofondi stradali e per la produzione di materiale per costruzioni stradali e piazzali industriali mediante selezione preventiva. In riferimento al Dm 5 febbraio 1998, nel punto 7.6 a) e b) e nel punto 7.2 b) ed f). La Società Elpidia 2000 S.r.l., è dotata, per le attività svolte, di autorizzazione alle emissioni in atmosfera ai sensi del DPR 203/88, per l’impianto di Via Polense 5, 00132 Roma, per il processo di produzione di conglomerato bituminoso con l’utilizzo di rifiuti nel ciclo produttivo. Il provvedimento di autorizzazione è stato emesso dalla Provincia di Roma – Servizio Tutela Aria ed Energia con Determinazione Dirigenziale n. 245 del 16/09/04 (Prot. Generale n.6638 del 21/09/04) La Società Elpidia 2000 S.r.l., è stata iscritta con Determinazione Dirigenziale n. 14 del 13.03.2000 al n. 109 del Registro delle Imprese tenuto presso la Provincia di Roma per operazioni di riciclo/recupero di altre sostanze organiche (R5) per un quantitativo dichiarato di 756.400 tonn./anno per i punti 3.1, 7.1 e 7.6; rispettivamente per tonn/a 900, 35.500 e 720.000. Tale autorizzazione è stata rinnovata con comunicazione del 19/12/2003 e determinazione dirigenziale n°130 del 23/06/2005, con le quali si è rinunciato ai punti 3.1 e 7.1 ed è stato confermato e rinnovato il punto 7.6 per 720.000 tonn/a, con 360.000 tonn/a per la lettere a) e 360.000 tonn/a per la lettera b). L’impresa è stata inoltre autorizzata, su comunicazione del 24/12/1998, con Determinazione Dirigenziale n°76 dello 03/08/2000 per il punto 7.2, lettera b) ed f), con 2.000 tonn/a per la lettere b) e 18.000 tonn/a per la lettera f) tramite iscrizione al n°160 dello stesso registro. Tale autorizzazione è stata rinnovata con comunicazione del

33


19/02/2003, ferme restando le lettere del punto 7.2 e le rispettive quantità, che ha portato alla Determinazione Dirigenziale n°134 del 23/06/2005. La presente relazione ha per oggetto le attività anzi descritte, che la stessa società intende continuare a svolgere nel proprio stabilimento sito in via Polense 5, Comune di Roma, CAP 00132 e per le attività di produzione di materiale per costruzioni stradali e piazzali industriali di cui alla lettera c) del punto 7.6, che sarà richiesta dopo l’eventuale parere favorevole del presente studio di verifica ambientale.

Dati identificativi dell’impresa ‰

Denominazione: ELPIDIA 2000 S.r.l.

‰

Sede Legale: Via Carpinetana Sud n. 86/B, 00034 Colleferro (RM),

‰

Sede Operativa: Via Polense 5, 00132 Roma

‰

C.F./P. IVA: 05281251008

‰

Recapito telefonico: (39) 0695290015

‰

Iscrizione registro imprese di: Roma il 18/04/97 al n. 01800780601 (REA 869425)

‰

Rappresentante Legale: Paolacci Mauro

Ubicazione dell’impianto L’area di insediamento dell’attività in oggetto ricade nel Comune di Roma, via Polense 5, al km 18.000 della Via Prenestina vecchia, località OSA. Il sito è individuato nel Catasto del Comune di Roma, Foglio 670, alle particelle 4059 e 4060, come rappresentato nell’allegata planimetria catastale, recante la perimetrazione dell’area di interesse.

34


Tipologie di rifiuto in ingresso Con riferimento al D.M. 5/02/98, si riporta l’elenco delle tipologie dei rifiuti in ingresso con i rispettivi codici CER e le operazioni di recupero previste: Punto 7.2. Rifiuti di rocce da cave autorizzate Codici [010413]

Descrizioni Rifiuti prodotti dalla lavorazione della pietra, diversi da quelli di cui alla voce 01 04 07

Operazioni R5

R13

Punto 7.6. Conglomerato bituminoso, frammenti di piattelli per il tiro al volo Codici [170302]

Descrizioni Miscele bituminose diverse da quelle di cui alla voce 170301

Operazioni R5

R13

Macchinari ed attrezzature utilizzate Attualmente, presso l’impianto si dispone dei seguenti macchinari ed apparecchiature: • Impianto Marini per la produzione del conglomerato bituminoso (già autorizzato); • Impianto Loro & Parisini per la produzione del conglomerato bituminoso (già autorizzato); • Impianto “CIMA “ per frantumazione e selezione inerti (oggetto della presente istanza di autorizzazione); • Pesa a bascula; • N. 2 pale meccaniche “CATERPILLAR”.

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ATTIVITÀ SVOLTA (Tipologia 7.6) DESCRIZIONE DEL PROCESSO PRODUTTIVO Produzione di conglomerato vergine a caldo

L’attività svolta è imperniata sulla produzione di conglomerato bituminoso a caldo mediante l’utilizzo di materiali “vergini” o il recupero di “fresato a freddo” dalla scarifica delle pavimentazioni stradali; quest’ultimo viene impiegato anche nella realizzazione di rilevati e sottofondi stradali. Presso il sito sono presenti due linee per la produzione di conglomerato vergine a caldo, rispettivamente impianto Marini ed impianto Loro e Parisini. Il ciclo produttivo avviene integrando materiali vergini (bitume, materiali inerti, additivo minerale etc.) con materiali provenienti dalla fresatura a freddo o dalla scarifica del manto stradale, aggiunti in proporzioni variabili. Le operazioni legate al ciclo produttivo possono essere così riassunte: Da una batteria di silos realizzati a parete sulla scarpata, contenente gli inerti suddivisi per classi granulometriche, ne vengono prelevati, secondo una miscela prestabilita, i quantitativi necessari. Gli inerti vengono quindi convogliati mediante un nastro trasportatore ad un essiccatore cilindrico rotante dal quale escono ad una temperatura di circa 280/300°, essiccati e depolverizzati. La depolverizzazione avviene mediante filtro a maniche di tessuto. Gli inerti all’uscita dell’essiccatore, e, separatamente, il materiale fresato (< 30%) vengono inviati tramite un elevatore a tazze interamente incapsulato su un vaglio vibrante che provvede a riclassificarli. Le classi così determinate dopo controllo ponderale, vengono immesse in un mescolatore. Nello stesso tempo confluiscono i quantitativi prefissati di filler prelevati via coclee dal depolverizzatore, con percorso di alimentazione autonomo da quello degli altri inerti. Nell’impasto il filler ha la funzione di ridurre la percentuale dei vuoti, aumentando la resistenza alla compressione. Infine viene aggiunto il bitume, il cui dosaggio avviene per pompa volumetrica. Nel mescolatore, mediante agitatore a pale si ha il ricoprimento di tutti gli aggregati da parte del bitume e la loro omogeneizzazione. Il prodotto risultante è il conglomerato bituminoso che viene quindi inviato mediante uno skip in una o più tramogge da dove viene prelevato a mezzo autocarri.

36


Gli impianti operano in un ciclo automatizzato, le cui operazioni sono gestite da una cabina di comando.

Realizzazione di rilevati e sottofondi stradali

Le attività sopra indicate vengono svolte nel rispetto del punto 7.6 del D.M. 05/02/1998. Il materiale di recupero proveniente da attività di scarifica del manto stradale mediante fresatura a freddo viene impiegato inoltre nella realizzazione di rilevati e sottofondi stradali in cantieri stradali al di fuori dell’impianto, previa esecuzione del test di cessione sul tal quale così come indicato nell’allegato 3 dello stesso DM 05.02.1998. Si intende realizzare anche l’attività di produzione di materiale per costruzioni e piazzali industriali, utilizzando lo stesso materiale di scarifica del manto stradale, mediante selezione, macinatura, vagliatura, separazione delle frazioni indesiderate eventualmente miscelate con materia vergine, con eluato conforme al test di cessione secondo il metodo in allegato 3 al D.M. 05/02/1998 (punto 7.6.3, lettera c)

Quantità sottoposte a lavorazione L’impresa intende continuare l’attività confermando le quantità di rifiuti già autorizzate per 720.000 tonn/a, ripartite, tra le attività di cui alla lettera a) e b) già autorizzate e la lettera c) del punto 7.6, nel modo seguente:

Punto DM Attività di recupero 5/2/98 (lettera DM 5/02/98) a) produzione di conglomerati bituminosi “vergini” a 7.6 caldo e a freddo [R5] b) rilevati e sottofondi stradali [R5] 7.6

Transcodifica Quantità CER 2002 autorizzata (t/anno) 170302 180.000

Punto DM Attività di recupero 5/2/98 (lettera DM 5/02/98) c) produzione di materiali per costruzioni stradali e 7.6 piazzali industriali [R5]

Transcodifica Quantità da CER 2002 autorizzare (t/anno) 170302 180.000

170302

360.000

37


ATTIVITÀ SVOLTA (Tipologia 7.2) DESCRIZIONE DEL PROCESSO PRODUTTIVO Conferimento

I rifiuti recuperabili da sottoporre a trattamento vengono conferiti allo stabilimento sia dai produttori degli stessi, sia da autotrasportatori appositamente autorizzati. Operazioni preliminari

Œ

Verifica preliminare a vista dei materiali in arrivo;

Œ

pesatura;

Œ

successiva approfondita verifica e classificazione dei materiali, ove previsto tramite specifiche indagini di laboratorio;

Œ

messa in riserva in attesa di lavorazione.

Condizioni di Messa in Riserva

In attesa di essere sottoposti alla lavorazione i rifiuti di cui alla tipologia 7.2 vengono stoccati nell’area appositamente destinata ed individuata nella planimetria di impianto all’interno di box di stoccaggio realizzati su basamento pavimentato e costituiti da barriere di separazione di tipo new-jersey. I rifiuti sono stoccati separatamente dalle materie prime naturali e dai prodotti di lavorazione. Operazioni di trattamento

Punto 7.2 – b) produzione di conglomerati bituminosi Nel sito operativo dell’impresa sono presenti due linee per la produzione di conglomerato vergine a caldo (rispettivamente impianto Marini ed impianto Loro e Parisini). Il ciclo produttivo avviene integrando materiali vergini (bitume, materiali inerti, additivo minerale etc.) con l’aggiunta, in proporzioni variabili, di materiali provenienti dalla fresatura a freddo o dalla scarifica del manto stradale (attività di cui al Punto 7.6 del D.M. 5.2.98 oggetto di altra comunicazione del 21.12.1998, rinnovata in data 19.12.2003) o di materiali inerti di recupero come quelli oggetto dell’attività di cui al Punto 7.2, costituiti da rifiuti inerti di rocce provenienti da cave autorizzate (oggetto della presente comunicazione di rinnovo).

38


Le operazioni legate al ciclo produttivo possono essere così riassunte: I quantitativi necessari dei diversi tipi di inerti (materie prime vergini o materiali di recupero) vengono prelevati dai rispettivi box di stoccaggio, nei quali sono suddivisi per classi granulometriche, secondo una miscela prestabilita. Gli inerti vengono quindi convogliati mediante un nastro trasportatore ad un essiccatore cilindrico rotante dove sono riscaldati a temperatura di circa 600°, essiccati e depolverizzati. La depolverizzazione avviene mediante filtro a maniche di tessuto. Gli inerti all’uscita dell’essiccatore vengono inviati tramite un elevatore a tazze su un vaglio vibrante che prevede a riclassificarli. Le classi così determinate dopo controllo ponderale, vengono immesse in un mescolatore. Nello stesso tempo confluiscono i quantitativi prefissati di filler prelevati dal depolverizzatore, con percorso di alimentazione autonomo da quello degli altri inerti. Nell’impasto il filler ha la funzione di ridurre la percentuale dei vuoti, aumentandone la resistenza alla compressione. Infine viene aggiunto il bitume, il cui dosaggio avviene per pompa volumetrica. Nel mescolatore, mediante agitatore a pale si ha la muscolazione ed il ricoprimento di tutti gli aggregati da parte del bitume e la loro omogeneizzazione. Il prodotto risultante è il conglomerato bituminoso che viene quindi inviato mediante uno skip in una o più tramogge da dove viene prelevato a mezzo autocarri. Gli impianti operano in un ciclo automatizzato, le cui operazioni sono gestite da una cabina di comando. Punto 7.2 – f) realizzazione di rilevati e sottofondi stradali. e ferroviari e aeroportuali, piazzali industriali Il materiale di recupero viene impiegato inoltre nella realizzazione di rilevati e sottofondi stradali, ferroviari, aeroportuali e di piazzali industriali, previa esecuzione del test di cessione sul tal quale così come indicato nell’allegato 3 del DM 05.02.1998.

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Quantità sottoposte a lavorazione Con riferimento alla Tipologia 7.2 Rifiuti di rocce da cave autorizzate l’impianto è attualmente autorizzato a trattare le quantità annue di rifiuto indicate nella seguente tabella, per un quantitativo totale di rifiuti dichiarato di 20.000 t/anno. L’impresa intende continuare l’attività confermando le quantità di rifiuti già autorizzate: Lettera D.M. 5/02/98

Punto D.M. 5/2/98 7.2

Attività di recupero b) utilizzo del granulato per la produzione di conglomerati bituminosi. [R5] f) utilizzo per realizzazione di rilevati e sottofondi stradali e ferroviari e aeroportuali, piazzali industriali. [R5]

7.2

Codice CER

Descrizione

01 04 13 rifiuti prodotti dalla lavorazione della pietra, diversi da quelli di cui alla voce 01 04 07 01 04 13 rifiuti prodotti dalla lavorazione della pietra, diversi da quelli di cui alla voce 01 04 07

Quantità autorizzata (t/anno) 2.000

18.000

N.B. Attività di recupero R5 svolta in cantiere stradale, FUORI dall’impianto dell’Elpidia 2000

Punto DM 5/2/98

Lettera DM 5/02/98

7.6

b)

7.6

f)

Attività di stoccaggio preliminare alla lavorazione

Codice CER

R13: Stoccaggio del rifiuto prima di sottoporlo a lavorazione per produzione di conglomerati cementizi e bituminosi

01 04 13

R13: Stoccaggio del rifiuto prima dell’utilizzo in cantieri stradali esterni all’impianto per la realizzazione di rilevati e sottofondi stradali e ferroviari e aeroportuali, piazzali industriali

01 04 13

Modalità di messa in riserva

Box di stoccaggio su basamento pavimentato, con muretti di separazione costituiti da barriere di tipo new-jersey.

Messa in riserva annua (t/anno) 2.000

18.000

Macchinari ed attrezzature utilizzate Attualmente, presso l’impianto di Via Polense 5 si dispone dei seguenti macchinari ed apparecchiature: Œ Œ Œ Œ

Impianto Marini per la produzione del conglomerato bituminoso; Impianto Loro & Parisini per la produzione del conglomerato bituminoso; Pesa a bascula; Vaglio;

Œ

N. 2 pale meccaniche.

40


PARTE TERZA: Ambienti Potenzialmente Interessati –Effetti e Mitigazioni VALUTAZIONE DELLE EMISSIONI POLVEROSE Considerazioni generali

Per ogni considerazione in merito ai sistemi di abbattimento e controllo delle emissioni atmosferiche connesse con l’attività, già autorizzata, di produzione di conglomerato a caldo, si rimanda alla documentazione tecnica allegata all’istanza di autorizzazione del 16/09/2004 ed alle prescrizioni presenti nel decreto di autorizzazione emesso dalla Provincia di Roma in data 21/09/2004 con Determinazione Dirigenziale n°245, del quale si presenta copia in allegato. Nel presente documento verranno prese in considerazioni solo le emissioni relative alle nuove attività con le quali l’Elpidia 2000 S.r.l. intende integrare l’autorizzazione esistente, ovvero la selezione e frantumazione inerti, produzione di materie prime per l’industria metallurgica, messa in riserva di inerti per la realizzazione di rilevati e sottofondi stradali. Le operazioni di trattamento di rifiuti metallici di cui al punto 3.1 del DM 05/02/98, per le loro caratteristiche intrinseche, non costituiscono fonte di emissioni puntuale.

Emissioni di polveri

La tipologia di polveri che possono essere emesse nei cicli di produzione in esame è estremamente varia, ma sono comunque da escludersi polveri radioattive, polveri contenenti fibre di amianto, polveri contenenti fibre minerali artificiali, polveri contenenti sostanze tossiche o nocive o acide. Durata delle emissioni

I cicli di produzione sono difficilmente costanti, variando fortemente in ragione della richiesta e soprattutto degli appalti partecipati. Condizioni dell’ambiente circostante

L’impianto è localizzato in zona a destinazione d’uso artigianale e, allo stato attuale, in assenza di fabbricati destinati a civile abitazione nelle immediate vicinanze.

41


SISTEMI DI ABBATTIMENTO Eimissione puntuale

L’operazione di frantumazione primaria viene effettuata

da uno sgrossatore vibrante,

seguito da un frantoio a mascelle.

Figura 1 – Frantumatore primario

Un sistema costituito da due griglie vibranti convoglia il materiale alimentato nella tramoggia di carico e lo fa cadere nella bocca d’ingresso del frantoio. La tramoggia di carico non può essere completamente incapsulata, in quanto deve essere consentito all’operatore addetto di operare a vista dalla cabina di comando posta al di sopra della bocca per poter intervenire bloccando la macchina o variando la velocità nel caso in cui blocchi di dimensioni eccessive o materiali estranei ostruiscano la bocca di carico impedendo la lavorazione. I materiali in ingresso ed in uscita dalla fase di frantumazione primaria sono comunque di pezzatura grossolana in quanto i blocchi di dimensioni anche considervoli vengono ridotti a dimensioni di circa 5-10 cm; la loro movimentazione quindi non costituisce fonte di emissioni di polveri. La produzione delle stesse è inoltre molto ridotta anche grazie al sistema di frantumazione a mascelle, caratterizzato da basse velocità e da rottura dei blocchi per compressione. In uscita dal frantumatore un nastro trasportatore conduce il materiale alla bocca di carico del mulino a martelli che costituisce la fase di triturazione secondaria. Il mulino a martelli è contenuto all’interno di una struttura chiusa in acciaio, viene alimentato dall’alto e lo scarico del materiale avviene al di sotto del corpo macchina

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direttamente su nastro trasportatore di uscita. L’operazione di selezione avviene tramite un vaglio vibrante completamente incapsulato mediante una struttura in lamiera del tipo di quella in Figura 2 per evitare la diffusioni delle polveri.

Figura 2 – Vaglio vibrante incapsulato

Il vaglio consente la separazione di tre flussi di materiali a diversa granulometria: 0-7 mm, 7-12 mm e 12-18 mm ed il loro invio a tre distinti nastri trasportatori le cui estremità libere, sono appoggiate su carrelli con ruote che ne permettono la spostamento in senso circolare per variare la posizione dei cumuli del materiale trattato. I nastri trasportatori adibiti alla movimentazione dei materiali a granulometria fine saranno dotati di carter di protezione, come quelli di figura onde evitare la dispersione eolica del materiale trattato.

Figura 3 – Esempio di nastro trasportatore carterizzato

L’estremità finale del nastro trasportatore di scarico del materiale di granulometria più fine sarà dotato di un dispositivo di raccordo verso il basso, del tipo di Figura 4, per ridurre l’altezza di scarico e, conseguentemente la dispersione di polveri.

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Figura 4 – Raccordo di scarico per nastro trasportatore

Emissione diffusa

La quantificazione del flusso di massa è impossibile da un punto di vista strettamente analitico, in quanto non esiste un’unica emissione caratterizzata da un effluente costante o comunque determinabile nel tempo. Durante le operazioni di carico e scarico le aree di messa in riserva del materiale polverulento rappresentano una fonte di emissione diffusa di particelle volatili, che vengono contenute da un sistema di abbattimento ad umido allacciato alla rete idrica e dotato di nebulizzatori distribuiti al di sopra delle aree da trattare. Tale configurazione, correttamente dimensionata, è in grado di provvedere all’ abbattimento delle polveri emesse e di provvedere a tale scopo anche durante il periodo di messa in riserva evitando l’eventuale trasporto eolico delle polveri presenti. Il sistema adottato consente di suddividere l’acqua in minuscole particelle utilizzando l’energia della pressione per vincere la naturale coesione del liquido. L’effetto che si ottiene è quello di interessare grandi superfici con minimi quantitativi d’acqua, captando le polveri nel raggio d’azione della nebbia emessa dagli ugelli. La captazione e la conseguente precipitazione avvengono per assorbimento del liquido da parte delle particelle polverose. L’apporto di umidità conferito, considerata l’elevata produttività oraria dell’impianto, è del tutto trascurabile, e viene assorbito dalle polveri senza originare alcuno scarico idrico. Verranno adottate ulteriori misure preventive per ridurre il sollevamento di polveri e, conseguentemente il loro trasporto eolico verso l’esterno dell’impianto, come la limitazione della velocità dei mezzi di trasporto all’interno dell’azienda, l’adozione di ridotte altezze di

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scarico degli inerti dai mezzi, l’umidificazione delle vie di accesso e dei piazzali di movimentazione per ridurre l’emissione di polveri dovuta al passaggio dei mezzi, l’adozione di barriere frangivento o plantumazioni idonee lungo il perimetro dell’impianto o delle aree di messa in riserva dei rifiuti pulverulenti.

Sistemi di misurazione

Secondo quanto previsto nell’Allegato 2 SubAllegato 1 del D.M. 05.02.1998 e nel D.P.R 203/88 verrà predisposto un sistema di controllo con misurazione in continuo dei seguenti inquinanti: IPA CO NOX SOX Polveri

Misure previste per contenere i rischi per la salute dell’uomo e per l’ambiente I residui trattati non presentano problemi dal punto di vista della manipolazione, essi sono infatti per la maggior parte costituite da residui solidi che per la loro natura intrinseca non sono da ritenersi pericolosi. Al fine di evitare qualsiasi contatto fra residui trattati e le persone addette al servizio, ovvero con l’ambiente circostante, sono state previste le seguenti misure: uso da parte del personale preposto di attrezzature antinfortunistiche a norma; la manipolazione esclusiva di soli residui compatibili dal punto di vista chimico fisico; divieto di fumare durante la lavorazione. Il personale addetto è stato preventivamente istruito sulle norme da adottare a protezione dell’ambiente. A protezione del personale vengono adottate le norme di sicurezza previste dalla normativa vigente, oltre alle normali previdenze antinfortunistiche nelle fasi di maneggio dei materiali.

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Inquinamento acustico La rumorosità ambientale durante le lavorazioni è legata esclusivamente alla movimentazione dei mezzi di scarico e lavorazione del materiale. Pertanto si tratta di rumorosità rientrante nelle norme stradali che non produce alcun effetto sui cittadini non esistendo abitazioni o luoghi di lavoro e incontri collettivi nelle vicinanze del sito sottoposto a Verifica. E’ opportuno far adottare i normali dispositivi in commercio per gli addetti ai lavori.

Dotazione di attrezzature personali Il personale addetto alle operazioni di lavorazione nello stabilimento sarà dotato di esperienza e capacità tecniche adeguate. Sarà comunque cura della Società predisporre corsi di aggiornamento per migliorare la formazione tecnica del personale e per gli aspetti collegati ai rischi di qualsiasi tipo nonché per l’addestramento sull’uso dei dispositivi di protezione individuale (DPI). Il personale impiegato sarà in numero funzionale alla quantità di materiale trasportato con operai addetti alla movimentazione degli inerti utilizzando dei mezzi d’opera adeguati (vedi relazione tecnica).

Suolo Il suolo è stato completamente asportato dall’attività lavorativa. Tuttavia l’area oggetto di studio insiste su terre di elevata fertilità di origine vulcanica. Questi terreni vulcanici appartengono idrogeologicamente al Complesso delle Piroclastiti ( Carta Idrogeologica della Regione Lazio ). Il complesso nel suo insieme presenta buone capacità d’immagazzinamento, contiene falde di notevole importanza nell’economia idrogeologica regionale. Questi terreni permettono lavorazioni profonde, sono ricchi di elementi nutritivi (azoto, anidride fosforica, potassa e sostanza umica), talvolta presentano notevole compattezza, dovuta alla natura stessa dei tufi da cui provengono e che danno origine a più forti percentuali d’argilla. Da un punto di vista geo-pedologico è possibile descrivere il terreno dell’area oggetto in esame come un Andisuolo lisciviato. 46


Questo risente della stagione secca estiva abbastanza marcata, ed è costituito da un orizzonte A bruno scuro, un orizzonte E, chiaro, impoverito in argilla, ferro e basi, ed un Bt, ben provvisto di argilla, che migrata dall’ alto, si è depositata nell’ interno dei pori e sulla superficie degli aggregati. La tessitura argillosa conferisce a questo tipo di suoli una elevata capacità di ritenzione idrica; dal punto di vista chimico essi sono piuttosto acidi.

Morfologia Ci troviamo nel settore Nord-Est della struttura vulcanica dei Colli Albani e la morfologia di quest’area è strettamente connessa con le litologie presenti. Infatti è caratterizzata da vallecole incassate nei sedimenti piroclastici e modesti rilievi allungati in direzione NNE. L’attività dello stabilimento non modifica l’assetto morfologico poiché utilizza materiali esterni all’area di lavorazione.

Flora L’area è caratterizzata dai cespuglieti a Spartium junceum e subordinatamente a Rhamnus alaternus, che colonizzano gli affioramenti litoidi e le scarpate della porzione orientale dello stabilimento. Le formazioni erbacee rinvenute nelle aree caratterizzate da maggiore acclività o dove i suoli sono più sottili presentano forti contingenti di specie xerofile caratteristiche delle formazioni erbacee più aride quali: Aegilops geniculata, Trifolium stellatum, Dasypirum villosum, Cynosurus echinatus, spesso con presenza di Calamintha nepeta. Numerose sono, infine, le specie che di volta in volta sono indicatrici di situazioni di disturbo antropico: si assiste infatti ad una ricolonizzazione da parte di specie erbacee tipiche di ambienti antropogenici quali Malva sylvestris, Plantago spp., Verbascum spp., Silene alba, Pteridium aquilinum, Trifolium spp., Stellaria neglecta, ecc. Nell’ insieme la corologia della flora è rappresentata da specie cosmopolite e mediterranee evidenziando un livello di naturalità medio-basso dell’ area in questione e delle aree limitrofe per la notevole presenza di flora sinantropica.

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Fauna L’area d’intorno al sito investigato presenta un mosaico di situazioni ambientali comprendenti: un prevalente uso del suolo di tipo agricolo-frutticolo con la presenza di impianti specializzati. Il paesaggio agrario di questa zona mantiene dei caratteri di promiscuità dovuti alla presenza di bordure alberate e piccoli incolti che svolgono un importante ruolo polifunzionale di zona rifugio e riproduzione, di mantenimento dell’eterogeneità territoriale. L’intero comprensorio è tuttavia attualmente inserito in un ambito territoriale fortemente urbanizzato. Tale condizione ha determinato, in particolare durante l’espansione urbanistica degli ultimi decenni, una “ricaduta antropica” che si traduce oggi con la presenza di una serie di aree edificate, lottizzazioni, attività produttive etc.; oltre ché in un diffuso quadro di inquinamento ambientale, di entità variabile da sito a sito, ma in generale presente in tutte le sue componenti. Proprio per questo la gran parte delle specie faunistiche presenti ha caratteristiche ecoetologiche di tipo “generalista”, tali da porle tra le specie che meglio siano riuscite a adattarsi e convivere con l’uomo (preferenze alimentari di tipo onnivoro od opportunista, grande flessibilità nella scelta dei luoghi di rifugio e di nidificazione, elevata tolleranza ai vari fenomeni di disturbo antropico, abitudini di vita prevalentemente notturna o crepuscolare). La distribuzione del popolamento animale presenta, attualmente, una condizione più o meno generale di frammentazione ed isolamento spaziale. Questa va principalmente ricondotta

a

una

progressiva

riduzione

degli

originari

ecosistemi

di

matrice

fondamentalmente agricola (ovvero agli effetti di una generale trasposizione delle componenti del paesaggio) ed alla parziale distruzione di habitat naturali e seminaturali localmente presenti.

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Paesaggio L’aspetto paesistico non viene alterato in quanto lo stabilimento è già funzionante da anni. Dall’esterno non è visibile l’impianto a parte la perimetrazione esterna.

Consumi di risorse I consumi di risorse (energia, acqua, ect) nell’impianto sono principalmente legati al funzionamento delle apparecchiature quindi si tratta di consumi limitati, tali da non influire sulla disponibilità locale di risorse. Per quanto riguarda l’innaffiamento dei piazzali per la riduzione delle emissioni in atmosfera viene utilizzato un pozzo per l’attingimento dell’acqua.

Ambiente idrico ed acque di prima pioggia Il potenziale impatto generato dalla gestione dell’impianto ELPIDIA 2000 s.r.l., è stato valutato sia nei confronti delle acque superficiali che delle acque sotterranee. In considerazione del fatto che la superficie dell’impianto sarà interamente pavimentata (ed impermeabilizzata), e valutati i risultati inerenti le caratteristiche litologiche del terreno riportati nella parte prima del presente Studio di Verifica Ambientale, emerge che l’attività descritta non abbia incidenza negativa nei confronti dei menzionati sistemi acquiferi. L’attività di recupero rifiuti che la Società Elpidia intende svolgere non prevede lo sfruttamento diretto di risorse naturali. Fatta eccezione per l’attingimento idrico, per l’innaffiamento dei cumoli, dal pozzo regolarmente autorizzato presente nell’area. La gestione dell’impianto comporta la predisposizione d’interventi edilizi che non determinano una radicale modificazione del paesaggio. Tali interventi consistono nella pavimentazione dell’intera superficie del lotto. Lo sfruttamento delle risorse naturali può essere definito “sfruttamento diretto” nel caso della pavimentazione dell’area (viene infatti sfruttato il terreno interessato dall’attività). La stratigrafia della pavimentazione sarà la seguente: 1. Strato profondo: 50 cm circa di terre stabilizzate; 2. Strato superficiale: 5 cm circa di asfalto.

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L’impianto in esame occupa una superficie interna in maggior parte scoperta, che sarà resa impermeabile con pavimentazione in asfalto ed asservita da una rete di raccolta delle acque meteoriche. Il sistema idraulico di raccolta e smaltimento delle acque meteoriche prevede il convogliamento delle acque piovane, tramite opportuni dispositivi come griglie e pozzetti, dalle superfici esposte, come piazzali o coperture, alle condutture di adduzione ai corpi recettori. I criteri di progettazione alla base del dimensionamento del sistema idraulico sono principalmente due: 1) criterio di natura climatologica: consistente nella determinazione dell’altezza di pioggia del progetto e della durata dell’evento più sfavorevole da considerare; 2) criterio geometrico: consistente nell’identificazione delle aree di influenza e nel dimensionamento della rete di deflusso delle acque. I dati climatologici, dai quali e possibile dedurre l’altezza e la durata delle piogge, sono ricavabili dalle informazioni registrate dalle stazioni pluviometriche più vicine alla zona d’interesse. In merito alla determinazione dell’area d’influenza, le superfici da computare sono tutte quelle orizzontali pavimentate alle quali si devono aggiungere aliquote diverse di superfici verticali. Per il dimensionamento delle canalizzazioni e delle tubazioni esso deve essere eseguito cercando di evitare l’ostruzione della rete ed il logoramento delle pareti delle condutture. Questo obbiettivo può essere ottenuto mantenendo la velocità della corrente nell’ambito di un campo, tipicamente compreso tra 0,3 m/s a 1,5 m/s, tale da evitare il deposito dei solidi sedimentabili ed il deterioramento per abrasione delle superfici della conduttura. Inoltre opportuno sovradimensionare le condotte per far fronte sia a temporanei restringimenti della rete che ad aumenti della portata eccedenti quella di progetto. In tutti i casi di smaltimento delle acque di prima pioggia dovranno essere rispettati i parametri di concentrazione stabiliti dalla normativa. L’articolo 113 del D.L.vo n° 152 del 3 aprile 2006 (acque meteoriche di dilavamento e acque di prima pioggia) stabilisce che le acque di prima pioggia e di lavaggio delle aree esterne devono essere “convogliate ed opportunamente trattate in impianti di depurazione per particolari ipotesi nelle quali, in relazioni alle attività svolte, vi sia il rischio di dilavamento dalle superfici impermeabili scoperte di sostanze pericolose e di sostanze che creano pregiudizio per il raggiungimento degli obbiettivi di qualità…”; in funzione della normativa sarà predisposto un adeguato impianto di depurazione all’interno dell’area.

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PANORAMICA AREA IN ESAME

N

N

Geologo Dott. Quirino Alessi 51


Studio impatto ambientale di ELPIDIA 2000 srl per impianto recupero rifiuti non pericolosi in Roma