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Anno 2

N u me r o 1 9

M a r zo 2 0 1 4

La rivista multicanale di narrativa fantastica liofilizzata istantanea

Bright Side

S ka n

AMAZING MAGAZINE

Intervista a Luca Azzolini Due romanzi di G. De Turris

Intervista a Alessandro Sandro Pergameno I l No ir c o m e n o n lo avete mai sorriso Buoni da mangiare S u ic id io Oltretomba Calibro 9 Combinazioni Nannina la puttana N ASF ­ L e T re L une 8

ProbabilitĂ  di successo

Macelleria n.6

Sopravvivenza Sangue e terra

Passami il dado da venti! Il corridoio nero Luce dell'Universo No v a S win g Vitals Do androids dream...?

d i J a c k ie d e R ip p e r

La guerriera

di Ignazio Piacenti


N o n pe r d e t e i l n u m er o d i A pr i l e 2 01 4 C h i b en c om i n c i a


Sommario Hanno collaborato

Jackie de Ripper e

Max Gobbo Roberto Bommarito Mirko Giacchetti Andrea Viscusi Alessandro Forlani Luigi Bonaro Polly Russell Giuliana Ricci C.M. Tidona Alexia Bianchini Andrea Atzori Massimo Luciani Riccardo Sartori Ignazio Piacenti

del

L'editoriale ............................. 5 di Jackie de Ripper OLTREMONDO Incontra Luca Azzolini, Golden Boy dellUrban Fantasy italiano di Max Gobbo .............. 6 Cronache dell'immaginario Gianfranco de Turris di Max Gobbo .............. 11 Anteprima L. Azzolini, "La regina delle spade di seta" .... 10 Novità da Multiplayer.it ............. 16 F. Falconi, "Muses" ......... 18 Una voce da Malta Intervista a Sandro Pergameno ...................... 19 di Roberto Bommarito Visti e letti da Giacchetti "Il Noir come non lo avete mai sorriso" di Mirko Giacchetti .... 23 A. Mascherpa, (estratto) "La ballata della rana nel bollitore" ............... 24 Guest Star "Buoni da mangiare"......... 28 di Mirko Giacchetti Being Piscu "Suicidio" ........................... 34 di Andrea Viscusi Il Grande Avvilente "Oltretomba Calibro 9" ... 40 di Alessandro Forlani Poscritti di futuro ordinario "Combinazioni" ................ 45 di Luigi Bonaro

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Bright Side ... e alla fine arriva Polly "Nannina la puttana" ...... 47 di Polly Russell Oltre lo Skannatoio Le Tre Lune 8 "Probabilità di successo". 49 di Giuliana Ricci Macelleria n.6 "Sopravvivenza" .............. 52 di C.M. Tidona "Sangue e terra" ................ 54 di Alexia Bianchini Nella pancia del Drago "Passami il dado da 20!" di Andrea Atzori .......... 58 I libri da rileggere M. Moorcock, "Corridoio nero".. 60 M.J. Harrison, "Luce dell'Universo" ................. 62 M.J. Harrison, "Nova Swing" ..... 64 G. Bear, "Vitals" di Massimo Luciani ..... 66 Cento di questi giorni I 50 anni di J.A. Lethem di Massimo Luciani ..... 68 Il venditore di pensieri usati P.K. Dick, "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?" di Riccardo Sartori ...... 70 L'e­Book nell'e­Reader "Il mondo di Mavros" ...... 73 di Alexia Bianchini Vale più di mille parole "La guerriera" ................... 74 di Ignazio Piacenti DARK SIDE ........................... 75


Sommario

del

Hanno collaborato

Sol Weintraub Herr Joe CMT willow78 TETRACTYS

(Leonardo Boselli)

Il Lato Oscuro "Mirach, l'incatenata" di Sol Weintraub .......... 75 Gli e足Book del Lato Oscuro I. Bruno, "Mondi Perduti" di Sol Weintraub .......... 79 AA.VV., "Cuore Trafitto" di Herr Joe ..................... 80 Skannatoio edizione XXVII L'altro lato Le specifiche ..................... 82 "Sacrifici" di CMT ........................... 83 "Torta di mele" di willow78 ................... 85 "L'innocenza non ha paura" di Leonardo Boselli ...... 89 Risultati e classifiche Skannatoio 5 e mezzo ...... 100

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Dark Side


S ka n AMAZING MAGAZINE

L'altro lato. Chi non ha nel proprio carattere un aspetto nascosto, che si guarda bene dal mostrare a tutti? Questo non vale solo per chi vuole far credere di essere un santo, tuttavia è spinto, sotto sotto, da torbide pulsioni, ma vale anche per chi si dimostra duro e spietato, mentre in realtà, in fondo in fondo, cela una incofessabile debolezza. Il filo conduttore dello Skannatoio 5 e mezzo di febbraio era proprio questo: creare una storia in cui il personaggio principale dimostrasse di possedere entrambi i "lati". Un altro "leitmotiv" della gara del mese è stato sicuramente la sfida nella sfida tra Cattivotenente e TETRACTYS. Si è trattato di uno scontro diretto tra un mostro sacro della competizione (mi riferisco a CT) e il nostro TETRA, che in quanto a smargiassate non è secondo a nessuno. Scoprirete nelle pagine interne a favore di chi si sia risolta la sfida. In ogni caso, sembra che lo scontro abbia catalizzato la gara: entrambi gli autori hanno dato il meglio di sé tanto che il confronto si è concluso con un distacco di un solo punto. Anche gli altri racconti, comunque, erano interessanti e in questo numero i lettori potranno gustarne una selezione in versione da gara. Per quanto riguarda i contenuti della rivista, non posso che ripetermi, visto che i collaboratori, a parte poche eccezioni, sono ormai consolidati da tempo. La rubrica Oltremondo, curata da Max Gobbo, ci propone un'intervista a Luca Azzolini avente per tema l'Urban Fantasy. Inoltre, vengono proposte due recensioni degli ultimi lavori di Gianfranco de Turris, citate anche su Il Giornale in un articolo dedicato allo stesso autore. Chiudono la rubrica interessati anteprime di pubblicazioni che saranno oggetto di recensioni e interviste in uno dei prossimi numeri.

Roberto Bommarito si ripropone una interessante intervista a Sandro Pergameno. Gli autori ospiti con i loro racconti sono come sempre: Andrea Viscusi, Mirko Giacchetti, Luigi Bonaro e Polly Russell. Ma è presente anche la novità di Alessandro Forlani con un suo scritto per la rubrica Il Grande Avvilente. Inoltre, Mirko Giacchetti torna a occuparsi di altri autori con Alessandro Mascherpa e un estratto de "La ballata della rana nel bollitore". Tra i concorsi extra-Skannatoio continua la pubblicazione dei migliori racconti de "Le Tre Lune 8" e della "Macelleria n.6". Da non perdere, poi, il saggio di Andrea Atzori e le recensioni di Massimo Luciani, che celebra anche i 50 anni di Lethem. Riccardo Sartori, invece, ci parla di un classico, forse il classico per eccellenza, di Philip K. Dick da cui è stato tratto il film "Blade Runner". Infine, il "dark side" si apre con un racconto di Sol Weintraub, seguito da due presentazioni di antologie i cui racconti hanno mosso i primi passi in concorsi letterari de "La Tela Nera", e da tre racconti dell'edizione di febbraio dello Skannatoio. Il tutto è racchiuso tra due fantastiche copertine di Ignazio Piacenti. Se avete resistito fino a qui, invece di catapultarvi subito nella lettura dei contenuti, avete in premio il mio consueto augurio di buona lettura! Vi aspettano tante storie fantastiche! Jackie de Ripper

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L'altro lato


S ka n

Oltremondo

Incontra

Cdeglilasseautori1983,piùLuca Azzolini è uno interessanti del pa-

norama fantasy italiano. Alla sua giovane penna si devono, infatti, diversi romanzi e parecchi racconti che si segnalano per originalità e freschezza. Già dall’esordio, avvenuto nel 2009, il pubblico degli appassionati ha potuto che apprezzare la sua scrittura agile e briosa, che troverà una conferma di gradimento nei suoi lavori successivi, tutti coronati da un rimarchevole successo di pubblico e critica. La sua produzione incentrata sul genere fantasy presenta titoli di grande interesse: Ricordare i cieli (Giovane Holden Editore, 2007), Il Fuoco della Fenice (La Corte Editore, 2009), Sanctuary (Asengard Editore, 2009), Evelyn Starr – Il Diario delle Due Lune con Francesco Falconi

(Piemme Edizioni, ottobre 2011), Evelyn Starr – La Regina dei Senzastelle – con Francesco Falconi (Piemme Edizioni, maggio 2012). All’attività di romanziere, questo giovane talento, nel corso degli anni ha affiancato, e sempre con risultati lusinghieri, quella di: editor, curatore editoriale e collaboratore di diverse riviste specializzate. Ma chi è veramente il creatore delle fantastiche storie di Evelin Starr? E ancora qual è il segreto che si nasconde dietro la sua incredibile abilità narrati-

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va, che come d’incanto trasporta i lettori in mondi fatati? Per dare risposta a questi interrogativi, abbiamo deciso di incontrare di persona Luca Azzolini, il golden boy dell’urban fantasy all’italiana. Ciao Luca, i nostri lettori amando il genere fantasy in ogni sua declinazione andranno matti per uno come te. Per cominciare, puoi raccontarci qualcosa delle tue prime esperienze di scrittore?


Ho iniziato a scrivere molto presto, attorno ai dieci anni, per gioco. Mi divertivo a inventare racconti gialli, fantastici e horror, e lo preferivo a qualsiasi altro “gioco” (calcio compreso). Poi, attorno ai diciassette anni, mi sono detto che volevo scrivere seriamente, e da lì è iniziato tutto. Ho pubblicato il primo racconto a diciotto anni, e da allora non mi sono più fermato.

modo di lavorare nuovo, ma che apprezzo molto. Parlaci un po’ dell’urban fantasy.

L’urban fantasy che amo è quello che si pone delle domande, e che le affronta a testa alta. È l’urban delle città post-apocalittiche, è l’urban degli amori difficili e sofferti, forse impossibili, ma che lascia sempre aperto uno spiraglio di speranza per il futuro. È l’urban che cambia i persoPerché hai scelto proprio il naggi che attraversano le sue genere fantasy? pagine, i lettori che leggono le gesta, e lo scrittore che È stata una decisione naturale, loro parla attraverso le loro voci. È facile per certi versi. Ho un genere grandi posempre amato i film fantastici tenzialità, con non c’è che dire, e e da ragazzino rimasi folgo- credo che non abbia rato dal ciclo di Darkover, di raccontato tutto. C’è ancora molto Marion Zimmer Bradley, l’au- altro da dire. trice che amo spassionatamente. Credo che a un certo Dacci una tua definizione di punto siano i libri a scegliere fantasy. te. Per me è stato così e, in tutta onesta, è stato il genere Se fosse una parola, sarebbe: fantasy che ha scelto me, non libertà. È un genere che, a mio il contrario… avviso, permette più di altri di la realtà che ci La saga Evelyn Starr, ti vede sondare circonda, metafore coautore assieme a Francesco e immaginiattraverso anche molto Falconi: com’è lavorare a un Il fantasy parla a tutti, nonforti. fa libro a quattro mani? distinzioni di sesso, età, razza, estrazione sociale. Non punta È stimolante, ma anche dito contro nessuno, ma alza complesso. Scrivere a quattro ilquestioni e pone domande, remani richiede tanta concentra- galando spesso risposte di un zione, unione d’intenti, e certo qual peso. genere spesso non sono mancati gli fresco, giovane, Èa un volte scontri, ma sempre per il bene ro, a volte impegnato, conleggepiù del romanzo. Questa è stata volti e voci. un’esperienza che mi ha arricchito molto, mi ha calato Quale tra questi autori è il/la in un’ottica diversa e in un tuo/a preferito:

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J. R. R. Tolkien R. E. Howard J. K. Rowling S. Meyer Li ho letti tutti e quattro, e credo di sentirmi più vicino a J. K. Rowling per quel senso del meraviglioso che ha saputo creare. Apprezzo anche la complessità di un grande autore come Tolkien, capace di creare una vera e propria mitologia che ha superato i decenni, conquistando estimatori in tutto il mondo. Howard e Meyer, invece, hanno dato, secondo il mio modesto avviso, uno spaccato del tempo in cui hanno scritto i loro lavori. Sono interessanti anche per questo. Viviamo in una società ipertecnologica, eppure la gente ama moltissimo questo genere: come mai? Credo per i valori che porta con sé. Per quell’aura di mistero che la tecnologia e i social stanno togliendo dalle


nostre vite, giorno dopo giorno. In questo genere si respira ancora la speranza che la azioni di una persona possano fare la differenza. Ce lo ripete George R. R. Martin, ce lo ricorda la Zimmer Bradley, l’ha chiarito la Rowling. C’è speranza, qui. Cosa non deve assolutamente mancare in una storia fantasy? Un buon ritmo narrativo, personaggi che sappiano staccarsi dalla pagina, passione per la storia che stai raccontando. Ecco, una cosa che deve essere sempre ben presente, a mio modesto parere, è la voglia di scrivere la storia che si ha in testa non per il gusto di dire “io ho scritto” o “io sono uno scrittore”, ma perché si vuole trasmettere qualcosa di sé. Vuoi dare qualche suggerimento a coloro che vorrebbero cimentarsi nella scrittura d’una storia di questo tipo? Riprendo parte della risposta sopra: siate sinceri. Con voi, con chi vi leggerà. Non scrivete per dire “io sono uno scrittore”, parola oramai abusata (basta vedere quanti profili ci sono su Facebook con l’aggiunta “Autore” o “Autrice”). Ecco, fregatevene. Concentratevi sulla storia e su voi stessi, stendete una trama dall’inizio alla fine (particolareggiata, ma non troppo da tarparvi le ali durante la scrittura), e solo dopo iniziate a scrivere la vostra storia. E

prima di ogni altra cosa, a caratteri cubitali, sarà scontato ma lo dico: LEGGETE. TANTO. DI TUTTO. SEMPRE. Vi sono autori contemporanei che sembrano concentrarsi molto sulle scene d’azione, trascurando l’elemento magico: a tuo avviso in questi casi si può ancora parlare di fantasy vero e proprio? Se pensiamo a George R. R. Martin, e alle sue Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, la magia è impalpabile, meno marcata che in altri autori, ma non per questo meno presente. Non lo trovo un difetto, anzi. La magia, se troppo facile, complica le cose e diventa ingestibile. Certo si rischia di essere meno “spettacolari”, ma a questo un buon autore fa seguire come risposta uno stile intrigante e una trama mozzafiato. Martin ne è un maestro indiscusso. Che rapporto c’è tra questo tipo di narrativa e la mitologia classica? Gli intenti non sono poi così diversi: c’è sempre la trasmissione di forti valori, sentimenti assoluti, grandi gesta. La narrativa fantastica e la mitologia classica percorrono due strade parallele, con qualche punto d’incontro nei secoli (penso a La storia vera, di Luciano di Samosata, scritto nel II secolo d.C.). La vera narrativa fantastica, così come la conosciamo, possia-

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mo invece farla risalire al romanzo gotico di inizi ‘800. Quanto hanno influenzato il genere personaggi come: Artù o Beowulf? Le leggende, i miti, le culture dei vari popoli hanno creato un sostrato di ricco e affascinante, da cui attingere a piene mani. Basta pensare a quel capolavoro che è Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley in cui, l’assenza di un punto femminile nella saga arturiana, le ha permesso di immaginare una storia complessa e straordinaria. Che rapporti vi sono a tuo giudizio tra la letteratura gotica e la fantasy? Come accennavo sopra, la narrativa gotica è stata la fiamma principale di un fuoco che non si è più estinto. Mi basta citare tre nomi, la prima, una donna affascinante e complessa, Mary Shelley con il suo Frankenstein, a seguire John Polidori con il racconto Il vampiro, e subito dopo Bram Stoker con Dracula. L’800 è stato il secolo del gotico, che ha creato una frattura col passato, negli intenti degli autori, nello scrivere. Il legame c’è, ed è indissolubile. Una provocazione: chi è più fantasy, Le cronache di Narnia, o L’orlando Furioso?

Amo L’Orlando furioso di Ariosto, un poema cavalleresco che ha attraversato i secoli


e che è godibilissimo, affascinante e profondo al tempo stesso. Ammetto di parteggiare spudoratamente per Ariosto. Le cronache di Narnia, in effetti, non hanno mai colpito eccessivamente il mio interesse. Ma sono sempre stato un lettore molto particolare. Se Tolkien rappresenta l’apogeo del fantasy colto e antimodernista, Howard si configura come il campione della fantasy eroica in stile pulp: qual è il tuo parere? Tendo a evitare le classificazioni strette perché, come ho detto sopra, in fatto di letture ho gusti molto particolari. Tolkien è sicuramente uno dei tanti maestri indiscussi, ma per me non è “il” maestro indiscusso. Perché, semplicemente, amo avere più insegnanti da cui attingere il meglio, dove possibile. Stesso discorso per Howard, ha tracciato un solco profondo nella strada della letteratura fantastica, che molti hanno seguito, e che fa di lui uno dei tanti maestri manifesti. Parliamo del mondo dell’immaginario: che differenze vi sono per te tra, fantasy, fantascienza e horror? Bella domanda. Un tempo avrei risposto in maniera abbastanza decisa, anche solo 5 anni fa, oggi invece questi generi (per una tendenza generale dell’editoria, della narrativa, e dei lettori), si stanno mescolando sempre

più strettamente. Se però mi soffermo su ogni genere, ecco che si aprono mille varianti. E non tutte nuove, anzi. Il fantasy, per esempio, può essere declinato in varie maniere. Per esempio, la science-fantasy, e penso a una saga come il Ciclo di Darkover (le cui prime stesure risalgono alla fine degli anni ’50), fondeva già fantasy e fantascienza. Come si sarà capito, sono uno che non ama molto le etichette. Forse amo la letteratura fantastica (che abbraccia tutti questi generi) proprio per questo. Non si parla solo di bianco e nero, ma di tante tonalità di grigio. Il tuo romanzo preferito? Troppi. Ma se devo pensare al libro che mi ha fatto dire “ecco, voglio scrivere anch’io”. Penso a La sfida degli Alton di Marion Zimmer Bradley, appartenente al ciclo di Darkover. È la serie che amo di più in assoluto. Per stile, tematiche, varietà, lucidità… Sarei felice , in futuro, di avere qualche lavoro mio altrettanto completo. Il film che più hai amato? Anche qui moltissimi. Se devo dirne uno solo, esco dal fantastico però e dico, Thelma & Louise. Lo dico per l’idea di estrema libertà contenuta nel film. Ultimamente, me ne rendo conto, è una tematica che rincorro. Chissà… Nel campo del fantastico, adoro in primis il ciclo degli X-Men,

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Star Wars, Il Signore degli Anelli, Harry Potter, Willow, LadyHawke, Stardust… Ne sto dimenando centinaia, ma sono davvero un patito del genere. Hollywood s’è spesso occupata di questo genere fantastico: secondo te nelle trasposizioni cinematografiche, si tiene abbastanza conto della struttura narrativa originaria? In certi casi non è proprio possibile, e un buon sceneggiatore a questo serve. Non necessariamente un film deve seguire pedissequamente il libro. Un film deve rendere l’atmosfera, il senso del gusto anche estetico, ma non solo. Deve catturare l’animo dei personaggi, deve trasmettere con un altro mezzo la stessa passione contenuta nel libro. Ci sono film superbi, altri molto meno. Un vero lettore, però, sa che la meraviglia racchiusa in un libro difficilmente si può replicare sullo schermo. Quali credi sia il futuro del fantasy? Un futuro roseo, mi auguro. Un futuro sempre più ricco e variegato, con molte nuove voci italiane a raccontarne. Un futuro pieno di sottogeneri nuovi, perché ogni autore deve avere la sua personalissima visione di questo genere. Sicuramente, il fantasy si avvia verso una nuova età che mescolerà sempre più i generi tra loro. Leggo sempre più spesso


romanzi dal sapore orientale, esotico, profumo di spezie, bazar, segreti inconfessabili, tecnologia. Una bella strada, perché no? Ci parli un po’ dei tuoi progetti? Volentieri. Sto lavorando in questi giorni a due progetti che vedranno la luce nel 2014 con Piemme. Uno è un romanzo OneShot, dedicato al mondo dello sport, dal taglio fresco ed emozionante. Mi sono divertito tanto a scrivere questo romanzo (ebbi l’idea due anni fa, e fu amore a prima vista). L’altra è una serie fantasy avvincente, dal ritmo serrato e ricca di colpi di scena, proprio come piace a me. Sto anche lavorando ad altri progetti, ma di quelli non posso ancora parlare. Sono però cose un po’ diverse dai miei ultimi romanzi, diciamo delle sorprese… Molto bene, non mi resta che ringraziarti anche a nome dei nostri lettori. Max Gobbo

È solo una bambina quando Shammuramat varca la soglia del Tempio di Ishtar. È la prima volta che mette piede in quel luogo sacro, e ancora non sa che da quel luogo non se ne andrà mai più. Sua madre la abbandona, vendendola come merce avariata per pochi "sila" di rame. Shammuramat non ha altra scelta: crescerà al tempio come un'ancella votata alla dea, istruita per diventare un giorno sacerdotessa, imparando a conoscere l'amore, il dolore e la delusione in un mondo di sole donne. In questo luogo fuori dal tempo, avvolto dal profumo d'incenso e dai canti alla dea,

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apprende l'arte della seduzione, del canto e della danza; ma anche il sapersi difendere con la spada. Perché il cuore di una giovane donna deve essere forte come una spada avvolta nella seta... E Shammuramat cresce, sempre più forte e risoluta, diventando una giovane donna dall'animo ribelle. Saranno proprio gli intrighi intessuti dalle sacerdotesse del Tempio di Ishtar a decretare il suo destino, trascinandola in un conflitto che rischia di distruggere il Regno di Assur, mettendola su un trono che non ha mai voluto, e per il quale può perdere tutto: persino il suo cuore…


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Oltremondo

Cronache dell'Immaginario

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“Se fossimo soli nell'universo, sarebbe un vero spreco di spazio�

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Oltremondo

Antepri ma

In Mangia Crepa Ama la terapista per coppie in crisi, Jesse Petersen, sembra aver dato il meglio di sé: Sarah e David hanno consolidato il loro rapporto e superato tantissime difficoltà tragico-comiche dalla loro prima fuga da Seattle. Il business organizzato per cacciare zombie a pagamento Come ritrovare se stessi nel bel ha dato degli ottimi risultati e domezzo di un’apocalisse zombie po aver affrontato scienziati pazzi e zombie bionici, un evento inaMangia Crepa Ama spettato sembra interrompere la di Jesse Petersen temporanea illusione di normalità. David viene morso da uno Si tratta di buoni propositi per il zombie. Ma neanche questo rienuovo anno? No, è il nuovo ed sce a fermarli. Dopo aver trovato esilarante capitolo della storia un possibile antidoto in grado di della coppia più scoppiata arginare l’epidemia, si dirigono dell’Apocalisse. verso Est per raggiungere un Muro di contenimento e diffondere Mangia Crepa Ama conclude la l’antidoto. I due sono abbastanza divertente ed esilarante saga di ottimisti, fino a che Dave non Finché Zombie non ci Separi, smette di mangiare ed inizia a scritta da Jesse Petersen. Una se- sollevare enormi oggetti, avere rie in cui ogni nuovo libro risulta addominali e glutei scolpiti e momigliore del precedente e che a strare gli evidenti tratti tipici di parere dei tanti lettori che anche un super eroe dei fumetti! in Italia hanno avuto il piacere di seguire le disavventure della gio- “Bastano due righe e già si capivane coppia, sembra essere sce con chi si avrà a che fare l’incarnazione scritta di un’inedi- (dei pazzi), già s'intuisce il tipo ta sitcom americana o meglio di umorismo che ci accompaancora dell’ironia di un film co- gnerà per duecento pagine (hume Zombieland o L’alba dei mor nero, rosso sangue e rosa Morti Dementi: shocking) ed i 5 minuti a dispo-

Jesse Petersen è uno dei tre pseudonimi utilizzati della scrittrice per dare sfogo alle sue variegate passioni letterarie. Dal genere urban – fantasy in cui adora cimentarsi con zombie, mostri e catastrofi, all’ “historical romance” a sfondo erotico e sensuale. In America in realtà è principalmente conosciuta come Jesse Michaels o Jenna Petersen autrice pluripremiata per romanzi di narrativa EROTICA ambientati nell’Inghilterra della metà dell’800, e questo spiega anche la cura e la piacevolezza delle descrizioni e dei momenti di intimità della coppia protagonista delle avventure di Finché Zombie Non Ci Separi. L’eclettica e un po’ frivola Jesse vive a Tucson e nel tempo libero ama giocare con i videogiochi, esplorare il deserto e leggere assieme a due enormi gatti. Qualche informazione in più sulla saga: Tra i migliori libri humor del 2010 per la community di Goodreads.com, una lettura divertente ed ironica, perché

Humor e paura insieme, una vera quindici, venti…Insomma addio avventura zombie, un contributo tempi morti!” importante e soprattutto nuovo Leggiamo.org alla fiction di genere.

Eri sempre sincero, e guarda come hanno funzionato bene, le cose!”, lo interruppi gesticolando. “Voglio dire… Mi avevi detto che volevi lavorare nel campo

sizione diventeranno dieci,

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uccidere zombie può salvare un matrimonio! “Non avevi nessun segreto quando ci siamo sposati, vero?


della finanza e… ah, no… aspetta! Hai lasciato perdere, non è vero? Mi avevi detto che, una volta ottenuta la tua specializzazione, io sarei potuta tornare a studiare, e invece no, hai deciso che nemmeno quello andava bene!”

Finché Zombie non ci Separi è l'inizio di una nuova trilogia survival – horror “rosa”, scritta da un’autrice giovane e tremendamente geek. Nel 2010 la Petersen ha debuttato nell’urban-fantasy con la prima storia di Sarah, giovane impiegata, frustrata e tremendamente insoddisfatta di suo marito David, costruendo un romanzo seriale fatto di un linguaggio semplice, diretto e veloce, che ricorda una sitcom televisiva ed intriso di pungente sarcasmo femminile! Recriminazioni, battibecchi, scaramucce e dispetti: scene di vita quotidiana di una normale coppia sui 35 anni, che affronta una crisi matrimoniale ma che si ritrova da un giorno all’altro in una pandemia che ha trasformato la loro città, Seattle, in un deserto popolato dai non morti. “Nella nuova realtà apocalittica le ossessioni di coppia dei protagonisti sembrano scomparire. Alcune però resistono con risvolti esilaranti: solo una donna in costante ricerca del controllo è in grado di notare l'abbinamento di manicure e pedicure di una zombie che sta per divorarla”. Bigodino.it

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EL PROSSIMO NUMERO

S ka n

OLTREMONDO OSPITERA’

Francesco FALCONI MAESTRO DELL'

URBAN FANTA SY ITALIANO

«Un libro appassionante, ricco di colpi di scena, che tiene incollati alle pagine e con una protagonista indimenticabile».

UN REPORTAGE ESCLUSIVO DA

Licia Troisi

Deepcon 15

Quando scappa da Roma diretta a Londra, coperta di tatuaggi e piercing, Alice sente che la sua vita potrebbe cambiare per sempre.

FESTIVAL Internazionale di SCIFI, FANTASYand HORROR in ITALY

E ALTRO ANCORA! Ha appena scoperto di essere stata adottata, ma per lei questa notizia è quasi un sollievo. Cresciuta con un padre violento e una madre incapace di esprimere il proprio affetto, ora Alice deve scoprire le sue radici e l’eredità che le ha lasciato la sua vera famiglia. Decisa, risoluta, ribelle, è una violinista esperta ed è dotata di una voce straordinaria. Ed è proprio questa voce a guidarla verso la verità: le antiche nove Muse, le dee ispiratrici degli esseri umani, non si sono mai estinte. Camminano ancora tra noi. I loro poteri si sono evoluti. E Alice è una di loro. La più potente. La più indifesa. La più desiderata da chi vorrebbe sfruttarne gli sconfinati poteri per guidare gli uomini, forzarli se necessario, fino alle conseguenze più estreme. Ma un dono così può scatenare l’inferno. E sta per accadere.

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S ka n Intervista a Sandro Pergameno

Territori d'oltremare

Una voce da Malta

Ro b e r t o Bo mma r i t o

Intervista originariamente apparsa sul blog di Kipple Officina Libraria: http://kippleblog.blogspot.com/

Certo. Diciamo che ho fatto la trafila che hanno fatto in molti. Ho iniziato a leggere fantascienza quando avevo undici anni, quasi per caso: un mio zio mi regalò per Natale alcuni libri, tra cui spiccava “Il sole sotto il mare”,di Jean Gaston Vandel, un romanzo che cattuCiao Sandro. È un vero ono- rò la mia fantasia di adolere averti ospite qui sul blog scente con il suo anelito lidi Kipple. La maggior parte bertario (parlava di una rivolta degli appassionati di fantacontro la tirannia). Dopo anni scienza sa molto bene chi sei. di letture voraci e solitarie, Ma, per chi si fosse accostato all’epoca dell’università coal genere solo di recente, ti minciai a frequentare altri andrebbe di raccontarci qual appassionati di Roma (avevaè stato il tuo percorso nel mo una cantina in subaffitto il mondo della SF?

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giovedì sera, che era utilizzata gli altri giorni per “feste” e “incontri”). All’epoca –parliamo dei primi anni settantaavevamo anche qualche iniziativa amatoriale (fanzine e articoli sparsi; ricordo che avevamo creato anche una piccola serie di bibliografie ciclostilate degli autori più celebri). In quel periodo ho conosciuto Sebastiano Fusco e Gianfranco De Turris, e con loro cominciai a fare qualche traduzione per Fanucci padre (persona squisita). Partecipando a una Italcon a Trieste (organizzata da Giuseppe Lippi) ebbi l’occasione di co-


noscere Gianfranco Viviani, l’editore della Nord. Dopo una breve parentesi alla Libra di Ugo Malaguti, quando Riccardo Valla (allora curatore della Nord) decise di mettersi in proprio e aprire una libreria a Torino, Viviani pensò a me per rimpiazzarlo. Naturalmente accettai con entusiasmo. Così, dal 1978 al 1985 circa, mi sono dedicato alla cura delle collane della Nord (da Cosmo Oro a Cosmo Argento, Fantacollana, Narrativa d’Anticipazione e Grandi Opere). E’ il periodo che ricordo con maggior affetto. Nel 1992 Fanucci figlio, che era subentrato alla morte del padre Renato, mi propose di fare il consulente per le sue collane di fantasy e fantascienza, ed io mi rituffai con entusiasmo in questa nuova fase fantascientifica. La crisi generale e dell’editoria fantascientifica in particolare portarono a un mio allontanamento dalla Fanucci intorno agli anni duemila. Da allora mi sono dedicato alla lettura e alla mia attività lavorativa principale (l’informatica). Come ha preso corpo l'idea del sito Cronache di un sole lontano (http://cronachediunsolelontano.blogspot.com/) e cosa ha da offrire all'appassionato di fantascienza? Era un’idea che mi ronzava per la mente da qualche

tempo. Guardando il panorama dei blog amatoriali o semiprofessionali anglosassoni, mi sembrava che in Italia, pur essendoci molti splendidi blog amatoriali, non ce ne fosse nessuno che si ponesse come obiettivo quello di dare un’informativa il più completa possibile sulle novità e uscite del settore, concentrata soprattutto sul settore editoriale fantascientifico. In realtà ci sono ottimi siti web (ad es, Fantascienza.com) che danno una buona panoramica di quanto avviene nel campo, ma spesso le uscite librarie si perdono tra le notizie di fumetti, cinema e media vari. E invece il mio interesse è principalmente sulle uscite librarie, con recensioni brevi ma puntuali. Ed è questo che cerco di fare assieme agli amici trovati su Facebook (grande strumento per conoscere persone con cui si condivide un interesse o una passione). Che poi ci si riesca, bè, questo è tutto da vedere, visto che il blog è nato solo pochi mesi fa’ ed è davvero presto per fare consuntivi. Dal sito è nata di recente l'omonima rivista, fra l'altro davvero ben realizzata, scaricabile gratuitamente da questo indirizzo (http://cronachediunsolelontano.blogspot.com/2013/11/n

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asce-il-nostro-magazine.html). Ti andrebbe di parlarcene?

Questa è stata davvero una sorpresa, anche per me. Il magazine non era proprio previsto. Le mie conoscenze di grafica e di programmazione web sono talmente basse che anche la nascita del blog per me era già un grosso successo…Un paio di settimane fa’ Tiziano Cremonini, grafico e illustratore, nonché amico vero seppure incontrato su FB, mi ha fatto questa proposta, mettendo a disposizione la sua esperienza e bravura di grafico e soprattutto il suo tempo prezioso per la realizzazione della rivista, che, lo ribadisco anche qui, non è un periodico e non ha fini di


lucro. Il merito quindi è sostanzialmente di Tiziano; io ho solo messo a disposizione il materiale del blog…ah, ho anche aggiunto il racconto di Alexia Bianchini, che si è offerta gentilmente di prestarcelo. La fantascienza in Italia non gode di buonissima salute. A cosa credi che sia dovuto: sono i lettori a non nutrire alcun interesse per il genere oppure è il mondo dell'editoria che non riesce a promuovere la fantascienza come dovrebbe? Questa è una domanda molto interessante e ricorrente. Ci sono vari fattori che hanno contribuito alla crisi dell’editoria di fantascienza nel nostro paese (i film vanno sempre molto bene, ma non portano mai nuovi lettori, purtroppo). Difficile dire quali di questi fattori abbia avuto più rilievo negativo. Provo comunque a elencare quelli che ritengo più significativi. La fantascienza, diciamolo subito, ha avuto un lento declino rispetto al culmine che aveva raggiunto intorno agli anni settanta/ottanta. Già agli inizi degli anni novanta il suo pubblico andava diminuendo, e così è stato sempre più fino ad oggi. Dai lontani potenziali 50.000 lettori siamo sce-

si a un pubblico potenziale di qualche migliaia di lettori (un rilegato che venda 3/4000 copie è già un bestseller ormai). La crisi economica ha di certo una sua influenza: oggi poche persone, e soprattutto pochi giovani, possono permettersi di spendere 15/20 euro per un libro cartonato. Ma i soldi e la crisi non sono il problema principale della fantascienza; prova ne è che anche la tiratura e le vendite di Urania, che ha sostanzialmente mantenuto un prezzo assai contenuto e alla portata di tutte le tasche (meno di 5 euro), sono andate calando. Direi che tre sono i fattori che hanno giocato un ruolo decisivo nel declino di questa forma letteraria in Italia. 1) la narrativa fantascientifica è stata spesso superata dagli sviluppi della scienza (ad es. su internet e il mondo virtuale), e molti autori del genere hanno continuato a ripetere un po’ stancamente tematiche ormai consunte (il che non vuol dire che non ci sono più buone opere di sf ma che è più difficile andarle a scovare all’interno di una produzione comunque molto ampia). Questa mancanza di nuove idee da parte di molti scrittori è coinciso con l’inglobamento di certe idee fantascientifiche all’interno della narrativa

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“mainstream”. Paradossalmente, oggi compaiono più romanzi di sf di un tempo, ma molti di questi escono al di fuori delle collana specializzate e gli stessi autori (vedi Tullio Avoledo, ad es.) preferiscono uscire senza l’etichetta fantascientifica. 2) Il progressivo imbarbarimento culturale (non solo in Italia) ha spinto gli editori a favorire altri generi di più facile consumo (leggi romance, fantasy, vampiri adolescenziali, e letteratura “banale” e “popolare” in genere) a discapito della fantascienza. 3) Un ruolo non troppo marginale può averlo giocato anche la mancanza di coraggio da parte di curatori ed editori. La mancanza di fondi a disposizione ha infine spinto gli editori, oltre che a fare scelte poco coraggiose, anche a risparmiare su figure fondamentali per il successo di un libro, come traduttori, curatori, grafici, ecc.. L’editore non può, lo ribadisco a chiare lettere, fare tutto da solo, come avviene troppo spesso oggi nell’editoria fantascientifica italiana.. Fra tutte le opere di fantascienza che hai curato, quali sono le tue preferite? Non ho dubbi. La collana


delle Grandi Opere, i volumoni annuali della Nord in cui inserivo una ventina di racconti e romanzi brevi dedicati ogni volta a un tema importante della fantascienza (La robotica, I mutanti, Il futuro della Terra, L’esplorazione dello spazio…), rimane sicuramente la mia preferita. Era molto divertente assemblare questi volumi e raccontare la storia e l’evoluzione della fantascienza attraverso queste sequenze narrative. Per quanto sia un'impresa ardua, se fra i grandi autori della fantascienza dovessi sceglierne solo tre, chi sceglieresti e perché? Difficilissimo fare una scelta. Cito, in ordine casuale, tre autori cui sono affezionato dai tempi della gioventù. Robert Silverberg, per la sua capacità di dare una svolta letteraria alla produzione fantascientifica dell’epoca, per il suo magnifico approfondimento psicologico dei personaggi, mirabilmente fuso con le tematiche fantascientifiche classiche (il rapporto tra uomo e alieni, tra uomo e Dio, la religione, gli androidi, i problemi esistenziali dell’umanità. I suoi romanzi più belli e più celebri, come Torre di cristallo, Tempo delle metamorfosi, Morire dentro (solo per citare tre dei suoi eccezionali romanzi) sono

inoltre ravvivati da uno stile limpido e letterariamente valido, il che, nei lontani anni sessanta, era quasi una novità assoluta. Il secondo è Philip K. Dick, ormai noto a tutti, per il suo genio narrativo, la sua folle e visionaria immaginazione, l’originalità delle sue tematiche: i suoi romanzi, complessi e poderosi, ricchi di personaggi memorabili, hanno lasciato un segno nella mia mente e nel mio animo (ma non credo di essere l’unico…). E infine, last but not least, il grande Jack Vance, scomparso di recente, maestro della narrazione avventurosa spaziale, la cui fantasia ha prodotto i mondi e gli alieni più affascinanti dell’intera letteratura fantascientifica. . A tuo parere cosa differenzia il grande scrittore di fantascienza capace di lasciare il segno nella storia del genere (e nel cuore dei lettori) da tutti gli altri? Ci vogliono tanti fattori per fare un grande scrittore di sf. In primis, come in ogni altro genere, bisogna saper scrivere, saper gestire la trama e i suoi sviluppi in maniera coerente e complessa, a partire dall’inizio dell’opera ma soprattutto nella fase conclusiva (molti romanzi si perdono nel finale), che è sicuramente la più difficile.

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Oggi è molto importante anche lo stile, e l’attenzione allo sviluppo dei caratteri dei personaggi e delle loro interrelazioni. In secondo luogo, lo scrittore di sf deve essere al corrente di tutti gli ultimi sviluppi della scienza e della tecnologia, e deve saper cogliere le possibili ricadute e implicazioni di tali innovazioni sull’uomo e sulla società. Infine, una grandiosa dote di immaginazione e fantasia. Solo il giusto mix di questi fattori può portare uno scrittore a distinguersi dalla media o dall’aurea mediocritas. Grazie mille Sandro per la tua disponibilità. È stato un vero piacere. Ti faccio un grosso in bocca al lupo per il magazine e spero di poterti ospitare di nuovo qui in futuro! Grazie a te! E’ stato un piacere anche per me.


S ka n … e che sembra tutto una serie di bianco sporco e nero opaco, sigarette secche e alcolici corrosivi, uomini perdenti e donne perfide, una trama che parte male e finisce peggio. In mezzo a tutta questa tristezza, l’unica ironia è quella di un destino beffardo e crudele… Ecco, grosso modo, cosa mi sono sentito dire quando ho fatto sapere che mi piace il Noir. E non pensate che me la sia cavata con così poco; subito dopo l’invettiva, mi è stato offerto una sorta di servizio ecologico per l’umore e, per punirmi dei miei peccati di lettore ribelle, mi è stata posta l’imbarazzante domanda: perché sei così infelice? Preso alla sprovvista, mi sono sentito in dovere di giustificarmi. Ho rivendicato il diritto a non mimetizzarmi alle classifiche di vendita e ai consigli televisivi. Accontentarmi di manuali di parodia culinaria, confessioni di una show girl qualunque e storiette tagliate spesse di tragedie e amori under 14. Poi, ma è solo colpa del Don Chisciotte che è in me, ho giocato una mano di Poker contro il mulino macina “cultura” che avevo davanti. Ho gettato due nomi nel piatto per alzare la posta, tanto per far capire che non tutto il Noir viene per nuocere: Il meglio che possa capitare a una brioche di Pablo Tusset e La ballata della rana nel bollitore di Alessandro Mascherpa. Due romanzi che non sono affumicati nella malinconia francese degli anni ’40 e mantengono il dna del genere, avendo anche il pregio di divertire il lettore.

Visti e letti da Giacchetti

Mascherpa

Bene, sappiate che ho perso, ma contro un baro cosa potevo fare? Sulle pagine di Skan Magazine ho il piacere di presentare La ballata della rana nel bollitore di Alessandro Mascherpa. Scrittore classe ‘76, così cremonese che di più non si può e anche psicoterapeuta di tutto rispetto. Dalla sua ha la capacità di raccontare storie che attraversano l’animo umano e in cui la comicità sboccia spontanea. Nel tentativo di scoprire che fine abbia fatto Ivan, un paziente depresso bipolare, il dott. Leonardo Rosaspini viene coinvolto in alcune vicende di malaffare. Nei panni di un improvvisato Callaghan e con la complicità di Tesla Marconi, l’esuberante ragazza di Ivan, dovrà risolvere un mistero che va oltre le semplici apparenze. Sullo sfondo della provincia cremonese, in bilico tra radici italiane e ambizioni americane, convergono loschi figuri e interessi contraddittori. Lo psicoterapeuta si troverà così al centro di un inganno della tv spazzatura, l’ennesimo incanto catodico servito all’ora di cena. Un Noir che suona come un blues pizzicato dall’ironia.

La Ballata della rana nel bollitore di Alessandro Mascherpa. Edizioni Parallelo 45, 287 pagine. €12,00

Booktrailer http://www.youtube.com/watch?v=UF8ShVUwPTw

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S ka n L a Ballata della Rana nel Bollitore

L'estratto

L a Ballata Uno

Accompagnarti per certi angoli del presente, che fortunatamente divente­ ranno curve nella memoria, quando domani ci accorge­ remo che non ritorna mai più niente ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria (“Viaggi e miraggi” F. De Gregori)

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La prima cosa che sento quando mi sveglio è il dolce profumo delle merendine della fabbrica di Bernelli, reso ancora più intenso dalla cappa di caldo umido che mi fodera i polmoni come una pellicola di Domopak. In un flashback ipercalorico ritorno in una manciata di secondi agli inverni freddi e nebbiosi della mia infanzia. La bocca mi si riempie di sa­ liva al solo pensiero di quei finti Saccottini ripieni di finta Nutella comperati a cinquemila lire al saccone perché difettati nella forma o nella confezio­ ne. Nessun limite, nessun problema di calorie o di peso nella fase esplosiva della crescita per un ragazzino di dieci anni che pesava meno di tutti i suoi coetanei e li superava in altezza di una decina di centimetri buoni. Penso che riconoscerei que­ sto posto anche da morto. La seconda cosa che sento quando mi sveglio è un do­ lore pungente alla tempia destra, come se avessero appoggiato un attizzatoio rovente sulla carne viva fa­ cendola sfrigolare. Immagino il fumo che sale dalla pelle bruciata. Ha il profumo inconfondibi­ le di un finto Saccottino alla finta Nutella.


Sono seduto su una sedia. Cerco di toccarmi la testa ma scopro che le mie mani non ri­ spondono alla richiesta inviata dal cervello. Le spalle sono indolenzite come dopo una partita di tennis. I polsi, legati dietro la schiena, bruciano e continuano a sfregare nervosa­ mente tra loro ignorando il cavo che li tiene uniti. Non è una corda, è liscio. Probabilmente un cavo del tele­ fono o qualcosa del genere. Il nodo è stretto quanto basta per impedirmi di scioglierlo ma non abbastanza per impedirmi di torturarmi le mani nel tentativo di liberarmi. Perché? Cerco risposte, ma sullo schermo bianco dei miei ricordi trovo solo scariche elettrostati­ che e puntini scuri che vortica­ no, come polvere in controluce. Mi guardo attorno e i miei occhi trovano conferma a ciò che il mio naso aveva già capito da tempo, solo che il capannone in cui mi trovo assomiglia molto poco alla visione da Fabbrica del Cioccolato che cullava la mia mente fino a qualche minu­ to prima. Bernelli ha chiuso da un paio d’anni. Probabilmente fallito in seguito alla crisi, forse spazzato via dalla moda del bio­ logico e dell’ultrasano, vallo a sapere. I nastri trasportatori e le macchine imballatrici osserva­ no silenziosi come enormi sarcofagi il capannone vuoto, ancora impregnato dell’odore dolce del passato. Forse il profumo, che aleggia nell’aria come uno spettro

discreto, trasuda dai loro pori meccanici. Probabilmente è tutto ciò che resta della loro vita di macchi­ ne. Sicuramente è tutto ciò che re­ sta dei miei ricordi legati a quel posto. Faccio un altro sforzo e, come un bambino di cinque anni che sta imparando ad allacciarsi le scarpe, tento di congiungere in modo maldestro il passato con il presente, per avere un quadro almeno parziale della situazio­ ne. All’inizio è piuttosto compli­ cato. Forse per via dell’abrasio­ ne alla tempia. Scrollo la testa per chiarirmi le idee e disperdere definitiva­ mente il torpore. Sarà per la staffilata di dolore che mi si incunea sotto il cra­ nio, sarà per quel magico senso di vuoto che segue il dolore quando si attenua, ma scopro con piacere che un po’ funziona. Solo un po’ perché si affacciano alla finestra della mia coscienza solo frammenti di una storia ancora priva di senso. I primi ricordi che mi arrivano sono agglomerati di facce, oggetti, stanze e parole, rime­ scolati insieme in un caleido­ scopio di immagini e suoni de­ formati e incomprensibili. Cosa diavolo mi hanno fatto? Una bruciatura in testa può procurare questa specie di amnesia? Forse non è una bruciatura, forse è solo una botta e il male che sento è il bruciore per l’abrasione superficiale.

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Sì, mi pare di ricordare che po­ trebbe essere così, ma è ancora solo una sensazione sulla punta della coscienza. Il tempo di rendermene conto e cominciano a emergere dal caos i primi flash un po’ più corposi, in ordine rigorosamente sparso, e il quadro d’insieme inizia a prendere forma, molto lenta­ mente, per prove ed errori. Due ragazze che mi sollevano di peso (?!) prendendomi sotto le ascelle e mi spingono dentro a una macchina, una splendida Mercedes grigio metallizzato senza graffi e ammaccature. Curioso come la mente si fissi su alcuni dettagli del tutto irri­ levanti. Chi se ne frega del fatto che non ha graffi la carrozzeria di quella macchina, se non mi ricordo nemmeno chi sono le due valchirie e come sono arrivato in questo mausoleo dolciario? Una busta marrone appoggiata sulla mia scriva­ nia. L’intestazione è “Per il Dott. Leonardo Rosaspini”. La mia corteccia cerebrale fa il suo sporco mestiere creando associazioni utili e l’immagine mi regala una connessione e un nome: Ivan. E poi di riflesso anche un cognome: Secchi. Ivan Secchi. Un mio paziente schi­ zoparanoide in fase miracolo­ samente remissiva. Poi altro flash, altro regalo. Una cascina invasa dalle erbacce. Un cancello per metà scardinato tenuto chiuso da un lucchetto di ferro. C’è qualcuno con me. Avverto la presenza di una ragazza ma, come in un sogno, non posso girarmi per


guardarla. Poi va tutto velocis­ simo e le immagini rallentano su una stanza buia. C’è confu­ sione. Tre esplosioni:. BOOM BOOM BOOM. Colpi di pistola. Un grosso cali­ bro. Un cannone stile far west impugnato da una… ragazza? E la cascina? Mi pare di riuscire a mettere a fuoco qualcosa. Qualcosa che c’entra con la mia infanzia e con un sadico rito di iniziazione. Possibile che si tratti della cascina Creda… Non mi è concesso il tempo di ricordare perché il caotico viaggio all’indietro nella storia del mio passato recente non concede fermate troppo lunghe. “Leo, Johnny il Cowboy è in carcere da un paio d’anni. Mi sa che non c’entra nulla con la tua storia. Si è fatto beccare mentre apri­ va con il flessibile la cassaforte di una villetta”. Altri nomi preziosi. La voce è di Matteo Genovesi, giornalista e mio amico d’infanzia. Lavora per il giornale locale e si occupa della nera. Quando mi servono informazioni su qualcuno che vedo o che dà noia ai miei clienti, lo chiamo e gli chiedo di controllare i suoi archivi. I de­ biti con Matteo si pagano in prosecco di Valdobbiadene. Ri­ gorosamente in multipli di sei. Il Johnny di cui mi parla è Johnny detto il Cowboy, pseu­ donimo pomposo per Giovanni Gatti, uno spacciatore e strozzi­ no della malavita locale. Figlio di allevatori di mucche, ha creato un impero grazie alla merda di vacca e a quella che

vende ai ragazzini dei licei citta­ dini. Oltre, ovviamente, a quella che fa sputare ai suoi debitori che non pagano. L’ho visto in carcere. Non deve essere passato troppo tempo perché il ricordo è molto vivido. La faccia squadrata da bovaro del Texas di Johnny che sorride e mi fa un altro nome, Ciccio qualcosa, una personcina per bene che gestisce il giro delle macchinette di videopoker in città e provincia. Ne parla a denti stretti e occhi sgranati, con l’ammirazione e l’invidia dovuta ai divi di Hollywood. Ecco, ci sono quasi. Una signora che potrebbe esse­ re, anzi è sicuramente, la mamma di Ivan. “Mio marito è tornato e ora mio figlio lo sta cercando!”. Oh, già! Ecco la storia, il filone principale. Ivan che sparisce. E il disco… “Allora, dottore, non ho tempo da perdere, lei sa chi sono e io so chi è lei. Quindi saltiamo le presentazioni, se non le dispia­ ce. Voglio il dvd. Dove è?”. Ita­ liano fin troppo buono per uno straniero, tradito solo dalla erre arrotolata e dura, più du­ ra di un tedesco che parla male l’italiano. L’Olandese Volante, il Big Boss della casa di produ­ zione mi guarda con l’interesse curioso e sprezzante che si ri­ serva agli escrementi di cane fatti a fiamma, come i gelati di Mc Donald’s. “Dvd? Non so di che cosa stia…”. TUM! Buio. È bellissimo ritrovare il senso di

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qualcosa. Specie se si tratta della tua vita. È una sensazione inebriante, anche se le tessere del mosaico non compongono proprio l’immagine che ti saresti augu­ rato quando avevi dieci anni e speravi di fare l’archeologo co­ me Indiana Jones. Ora ricordo. Non proprio tutto ma almeno so perché sono qui. E so cosa devo fare prima di beccarmi un’altra botta in testa e tornare a dormire. Da qualche parte alle mie spalle si apre una porta. Non cigola come ci si potrebbe aspettare da una porta di un capannone dismesso da anni. Sento le voci delle due ragazze, una più alta e fredda l’altra più gutturale e calda, che dicono qualcosa con tono asciutto e minaccioso. Non capisco le parole ma sento la voce stridula dell’Olandese che sembra ras­ sicurarle con un tono forzata­ mente paternalistico. Si avvici­ nano alla mia sedia. Una delle due [Ramona? Sì, Ramona!] ride e dice all’altra: [Sally? Sandy? No: Cindy!] “Spero solo che non facciano casini come è successo a mia cugina, che si è fatta rifare la bocca e adesso parla come Paperino!” L’altra sbuffa e cerca di rassi­ curarla: “Ma và là, figurati te se il paparino qui ci frega. Tua cu­ gina sarà andata da un cinese sfigato che l’ha operata in uno scantinato per due euri. Noi andiamo in tivvù, mica su un cubo a sculettare per un branco di vecchi tori da monta! Vero capo che ci porti da uno bra­


vo?“. L’Olandese fa la sua parte e spaccia il sogno con la disinvoltura consumata di un venditore porta a porta della Vorwerk. “Ma certo, Cindy, dal miglio­ re. Per voi ragazze solo il me­ glio, ve l’ho detto. Siete un investimento per noi. Se­ condo voi ci conviene ri­ sparmiare su gente che andrà in prima serata? Non è certo nel nostro interesse!”. Mentre si avvicinano sempre più alle mie spalle l’Olandese continua il suo discorsetto ri­ chiamandole all’ordine. Il buon vecchio metodo carota­ bastone­carota. Noto però che nella sua voce acuta c’è un ve­ lo di ansia. Già, le cose non sono andate come lui si aspettava e questo gli dà molto fastidio. Evidentemente non ci è molto abituato. Forse le ragazze gli stanno sfuggendo di mano? Nasconde il disappunto e anche un pizzico di disprezzo in un tono formale e conci­ liante. “Sì, ma prima mi dovete dare una mano con questa storia, ok? Non dimenticatevi il no­ stro accordo eh, ragazze?”. Parla quella con la voce più acuta, Cindy, la più loquace: “Certo, certo, ma facciamo che finiamo in fretta, eh capo? Che stasera vado in disco al Vida Chula con dei ti­ pi che mi portano roba da sballo a macca e non voglio fare tardi”. L’olandese non risponde, incassa con un grugnito ed

entra nel mio campo visivo, sovrapponendo il suo corpo grasso e flaccido a quelli snelli, algidi e smaltati (anche se ora un po’ cadenti) delle macchine per la produzione di merendine. Un’associazione degna di un quadro di arte moderna sul consumismo e sulle cause dell’obesità. Entrano nel quadretto anche le due ragazze. In un secondo riconnetto le loro voci ai loro corpi. Loro di contro mi guardano con freddo disinteresse. Evidentemente sono solo un fastidioso intralcio sulla via della celebrità. “È sveglio, dottore?”. E questo è il Boss. L’Olandese Volante, come lo ha chiamato Matteo, il mio amico giornali­ sta. L’uomo che risolve i pro­ blemi della casa di produzio­ ne forse più famosa in Europa. So che non avrebbe senso opporre ulteriore resistenza. Sono in tre e le due tipe hanno già dimostrato in pre­ cedenza la loro prestanza fisi­ ca. C’è una sola possibilità: prendere tempo e dargli quello che chiedono. E sperare che Tesla abbia fatto la cosa giusta. Mi gira in testa un’unica do­ manda: rilasceranno Ivan se darò loro il dvd? Se fossero professionisti probabilmente no. Lo farebbero sparire e forse sparirei anch’io con lui, ma qualcosa mi dice che que­ sta non è gente abituata a uccidere, solo a spaventare (per quanto non sottovalute­

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rei la determinazione di Ra­ mona). Con il lavoro che faccio me ne intendo di persone, è una dote innata sviluppata nel tempo con lo studio e la pratica clinica. No, l’Olandese è solo un uo­ mo d’affari, troppo grasso per poter minacciare di persona la gente, che si serve di due Charlie’s Angels truzze e fe­ roci, pescate in chissà quale palestra di periferia, per incutere timore. Non ho molta scelta, quindi mi decido a parlare e quando lo faccio mi stupisco della mia stessa voce. È ferma come non dovrebbe essere, anche se leggermente impastata, probabilmente a causa di un silenzio pro­ lungato. Ritrovo nel mio tono tutta la fatica degli ultimi giorni, ma anche l’esaspera­ zione di chi viene trascinato suo malgrado in una storia che non gli si addice per niente. E poi c’è qualcos’altro. Una sfumatura rossastra, elettrica, qualcosa che striscia lenta sotto le parole e in qualche modo mi compiace e mi dà la forza di continuare: la parte che sto giocando in questa storia in qualche modo perverso mi piace. Mi fa sentire vivo come non mi capitava da anni. “Facciamola breve. Ho il dvd e non mi costa nulla darvelo. Prima però una cosa: dov’è il ragazzo?”.

Continua...


S ka n Buoni da mangiare

Osservo la fila dei lampioni nella notte, riesco a contarne ventuno prima che un’altra puttana bussi al finestrino. È la terza nel giro di cinque minuti, ma questo è il Mirabello, quartiere nord oltre la ferrovia, meglio noto come l’Onu del sesso . Per la strada trovi nigeriane, slave e qualche italiana, mentre negli appartamenti ci sono tutte le altre nazionalità; se hai abbastanza soldi e preservativi puoi fare il giro del mondo in ottanta marchette. Il rosso dei capelli è il frutto di una tinta scadente per coprire il castano scuro, di cui si vede la ricrescita. Ha la pelle diafana, cosi tesa da squadrarle ogni curva del volto e con la poca carne che le è rimasta addosso sembra il fantasma di uno scheletro. Fuori ci saranno un paio di gradi, ogni respiro si trasforma in vapore. È vestita con un top di cotone liso e sbiadito di un colore che oscilla tra l’arancione e il giallo. La avvolge come una seconda pelle, mostrando un seno piccolo e avvizzito. Non riesco a vedere le pupille, ma è chiaro che trova la forza, per fare ed essere quello che è, solo masticando pasticche. - Bello, cerca compagnia?- dice e mi lancia un bacio. La sua voce supera a fatica la barriera offerta dal finestrino. Sorride, poi controlla l’abitacolo e si sofferma sulla valigia nel sedile

Guest Star

M i r k o Gi a c c h e t t i

posteriore. Prima di cacciarla, fisso la sua bocca per un paio di secondi. Il rossetto è troppo rosso, steso di fretta e spalmato anche sui denti, ma non è questo il dettaglio che me la fa desiderare. Vorrei farmelo un giro con questa, se avessi i soldi, chiaro. Scuoto la testa, ma rimane in attesa. – Vattene a fanculo, - urlo e le mimo la direzione con la mano. Mi mostra il dito medio e torna a passeggiare sul marciapiede. Si sistema la minigonna nera tirandola verso l’alto e scopre un livido violaceo sulla coscia. Le sue gambe ballano dentro a un paio si stivali neri troppo larghi. E pensare che un tempo il Mirabello era un posto rispettabile. Questo lo so, perché ci sono cresciuto e tutto era così diverso. Un groviglio di asfalto e cemento costruito attorno alla statale, giusto a un tiro di sputo dalla zona industriale. Tirato su dal nulla nei favolosi anni ‘60 per ospitare tutti quelli che nutrivano l’ambizione di essere carne da fabbrica. Mio padre ci arrivò quando ancora era un ragazzino. Nemmeno il tempo di sognare che già era davanti a un tornio. Dieci anni dopo si è ritrovato con la morosa incinta è l’ha sposata, poco prima che nascessi io. Dopo altri dieci anni è riuscito a evadere grazie a un mutuo e una

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catapecchia in collina. Sono tornato dove tutto è iniziato. Lascio perdere i lampioni, mi concentro sui graffiti. Nessun colore, solo scritte nere senza senso, condite da frasi con grammatiche stentate che dichiarano amore per qualcuno. Altre esprimono rabbia verso il sistema, gli extracomunitari e tutto quello che si può odiare senza troppo impegno. Il sedile mi inchioda in una posizione scomoda. Le gambe tremano per il freddo. Vorrei accendere il motore per scaldarmi ma sprecherei della benzina e non posso permettermelo. Controllo il cellulare. Tutto tace, ma so che la chiamata arriverà. Non mi resta che aspettare. Poco più avanti una macchina si ferma e carica Tanja, così ho ribattezzato la rossa di poco fa. Mi stringo nel giubbotto, batto i piedi sul tappetino e chiudo gli occhi. La suoneria mi penetra nel timpano, svegliandomi. Prima di rispondere, controllo l’ora; sono le dieci e trentatré minuti. Una sola tacca di batteria e la parola Papà riempie il display. Deve aver notato lo scherzo che gli ho fatto. - Pronto? – La mia voce impastata è un sussurro. - Ascolta, - non inizia nemmeno a parlare che già comanda – ma dormivi?


- Sì. -Ah, senti ho bisogno, qualcuno qui mi ha bucato tutte le gomme, vienimi a prendere. -Dove sei? - Viale Ceretti alla sala slot. Resto in silenzio un attimo. - Quando arrivi, vieni dentro, hai capito? -Sì. - Datti una mossa. Chiude la comunicazione. Certo che mi muovo , penso e lascio cadere il cellulare sul sedile passeggero. Mi allungo verso il cassettino e tiro fuori la pistola. La accarezzo e sento un brivido correre lungo la schiena, forse mi sento vivo, ma non ne sono sicuro. La sala slot è a soli due isolati. Calcolo quanto tempo ci impiegherei per arrivare sino a qui se partissi da casa. Mezz’ora circa, se ancora ci vivessi in una casa. Sono due giorni che la macchina è la mia dimora e la valigia contiene tutto quello che ho; un paio di stracci, uno spazzolino, un rasoio e nient’altro. Circa un anno fa è scaduto il mio ultimo contratto a tempo determinato, poi è evaporata qualunque occasione di mettere assieme un po’ di soldi. Ero iscritto a tutte le agenzie interinali, ma non mi hanno mai chiamato. Ho spedito migliaia di curriculum, ho fatto colloqui tutti finiti con “le faremo sapere”, “la richiamiamo noi” e “cercavamo un’altra figura da inserire”. La verità è che nessuno assume un quarantenne. Mia moglie Lucia non l’ha presa bene. Ha cercato di andare avanti con un sorriso tirato, ma

i pochi soldi che guadagnava lei non bastavano. Aveva paura di perdere anche il suo lavoro e si preoccupava di come saremmo riusciti a dare un’infanzia serena a Sofia, la nostra bambina. Nei primi mesi velava i suoi rimproveri con degli incoraggiamenti, ma tra noi la distanza aumentava; vivevamo in un trilocale, ma riusciva a sfuggire a ogni contatto. Senza troppi giri di parole, mi rinfacciava tutto e finii a dormire in cucina, sulla poltrona. Aveva ragione, ma io non avevo una soluzione. Sofia cresceva, ma non abbastanza in fretta per capire i continui litigi tra mamma e papà. Ci chiamarono dalla scuola per informarci che la bambina era spesso “agitata” e per sapere se avevamo problemi in famiglia. Provai vergogna nello spiegare la nostra situazione alla maestra, una donna grassa con l’espressione annoiata. Un'altra puttana bussa al finestrino. Questa è nera, sembra uscita dalla notte. Mima un gesto osceno con la mano e la bocca, poi strofina il pollice con l’indice. Sorrido. – Magari, ma non ho i soldi – dico e le mostro la pistola. Si allontana e corre in mezzo alla strada, rischiando di essere investita. Sono passati solo dieci minuti. Ho la bocca asciutta e la voglia di fumare mi tormenta. Dalla tasca laterale della portiera prendo il pacchetto, so già cosa aspettarmi; una sigaretta solitaria e delle briciole di tabacco. Non posso accenderla, non de-

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vo “bruciarmela” così, la fumerò dopo. Avrei dovuto insistere, contrattare sul prezzo della pistola e avanzare i soldi per un pacchetto di sigarette. Quando Lucia mi ha buttato fuori di casa non sapevo cosa fare; decisi di tornare dai miei. Fu un grosso sbaglio. Venni accolto con la solita insofferenza. Prima di riuscire a parlare, mio padre mi squadrò, poi si limitò alla solita domanda: “ma lo cerchi un lavoro?”. Mia madre fissava la televisione, fingendo di seguire l’ennesima trasmissione idiota. Come sempre, partì la sfuriata. “Alla tua età, io avevo un lavoro, mi ero già comprato una casa e guadagnavo bene io, tu invece? A me, Giovanni Spelletti, nessuno mi ha aiutato, nossignore, i soldi me li sono fatti lavorando e risparmiando. Tu invece vieni ancora qui a chiedere. Guardati, hai studiato, sei anche andato all’università, per cosa? Perché non avevi voglia di far niente. Ma non ti vergogni a essere mantenuto da tua moglie? Ma quand’è che ti decidi a crescere e a diventi un uomo?” Tra una domanda è l’altra arricciava le labbra come se azzannasse un limone sotto aceto, aggrottava le ciglia sino a unirle e alzava la voce per farsi sentire anche dai vicini. Continuò ad abbaiare il suo disprezzo per molto tempo, santificando la sua vita e tutto quello che possedeva; sottolineava la mia pochezza esaltando la sua dedizione al lavoro, la sua pensione, la sua


casa e i suoi soldi. Un paio di volte cercai di rispondere, ma dalle sue spalle mia madre faceva segno di tacere, di “lasciarlo parlare”, come diceva sempre. Credo che fu allora che decisi tutto, della pistola, delle gomme e di recuperarlo in piena notte. Non feci parola della mia situazione e aspettai che la smettesse. Quando sprofondò nel silenzio, come se l’offeso fosse lui, mi allontanai per andare al bagno e fare una deviazione nel primo cassetto del comò nella loro camera da letto. Il luogo dove la continua apprensione di mia madre, quella di rimanere senza soldi, aveva la forma di 350 €. Nascosti “perché non si sa mai” e sottratti sotto il naso a mio padre. Me li infilai in tasca. Sino a quando il grand’uomo si ammazzava di lavoro, tornava tra le mura domestiche per criticare tutto e tutti senza distinzione, mangiare e dormire. Da quando l’hanno messo a riposo, le cose sono cambiate; continua a criticare ma passa il suo tempo a giocare ai videopoker, spendendo in una settimana quanto Lucia guadagnava in un mese. Al Mirabello non c’era solo carne da fabbrica disposta a sopportare tutto. Tra i tanti qualcuno aveva alzato la testa, per inclinazione o per passione, e negli anni settanta aveva seminato in giro un po’ di piombo nascosto dietro a un simbolo e una bandiera. Gente che, in vent’anni con le attenuanti, ha coperto il percorso andata e ritorno dal

quartiere alle carceri. Tutti quei viaggiatori li potevi trovare parcheggiati al vecchio bar, indecisi se vuotare i caricatori o le bottiglie di rosso. Dopo qualche chiacchiera e una manciata di ricordi, mi ritrovai tra le mani una pistola. Mancano cinque minuti. Li passo osservando la Beretta; anche se è mia coscritta, sembra in buono stato. Spero solo che funzioni… quando ne avrò bisogno. Con la coda dell’occhio vedo arrivare un’ombra. Questa volta è un uomo, nero come l’ultima puttana, ma non sembra interessato ad adescarmi. Colpisce la portiera con un paio di calci e blatera qualcosa che non capisco. Cerco di reagire ma nella sua mano compare una pistola molto simile alla mia. - Hai minacciato una delle mie donne? – urla e mi punta addosso l’arma. Il vetro non è antiproiettile. Potrei essere un uomo morto. Alzo le mani. - Sparisci, prima che ti ammazzi. Obbedisco, accendo l’auto e parto. Dopo trecento metri, sterzo a destra e imbocco Viale Ceretti. L’insegna della sala slot è un fastidioso neon rosso che infetta le tenebre. Las Vegas Video Slot. Un piccolo fabbricato di un piano incastrato tra due palazzi. Una volta era un supermercato di quartiere, ora è uno spazio zeppo di macchinette mangia soldi, moquette verde e quadri orribili alle pareti. Il parcheggio è sul retro. Conto

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una decina di macchine, un lampione e un bidone dell’immondizia bianco. Mi fermo vicino alla sua. Coglione, non sono bucate le ho solo sgonfiate penso, osservando le gomme a terra. L’auto è un’utilitaria qualunque, come ce ne sono tante. Lui ne parla sempre come se fosse una fuori serie e se ne prende cura lavandola e pulendola almeno due volte la settimana. Se continua così, un giorno riuscirà a farla arrugginire a forza di lucidarla. Ripongo la pistola nella tasca della giacca e scendo. Ormai devi ammazzarlo, ma prima devi farlo soffrire. Ripenso a tutte le volte che mi ha criticato inutilmente, che mi ha punito solo perché non sapeva cosa fare, per come ha sempre deriso me e tutto quello che ero. La porta si apre su un mondo buio, rischiarato da luci soffuse e schermi colorati. I suoni elettronici compongono una sinfonia di rumore che sale di un tono quando qualche euro viene sputato fuori. Alla cassa c’è Marisa, una mora avanti con gli anni e troppo in carne. Non alza nemmeno la testa e indica la direzione. Mio padre è in piedi, vicino a uno sgabello. A fianco della pulsantiera c’è il solito bicchiere di cartone con dentro una piccola fortuna in monete. - Allora, - mi avvicino e cerco di entrare nel suo campo visivo. Fissa il monitor sino a quando le ultime due file di combinazioni non smettono di girare. Nei nove quadrati si alternano


vecchie pistole del far west, stelle da sceriffo, diligenze, busti di indiani con copricapo piumato, locandine wanted, un cavallo e un cactus, ma tutti questi simboli non valgono nulla. Preme un pulsante e il giro ricomincia. - Quanto giochi?- chiedo, cercando di distrarlo per un secondo. - Cosa te ne frega,- risponde senza nemmeno voltarsi – sono soldi miei e li spendo come voglio, hai capito? E pensare che è lui quello che ha bisogno.

Aspetto che sia lui a parlare. Solo dopo avere infilato e sprecato almeno venti euro, apre la bocca. - Cazzo, è piena, ma perché non paga? – batte uno dei pulsanti con la mano. - Qualcuno, - prosegue – mi ha bucato le gomme e se lo becco gli spacco la faccia. Mi devi portare a casa. Una volta era grosso e faceva paura, ma adesso è carne vecchia. Non spaventa più nessuno da quando la pancia gli occupa due taglie dei pantaloni e i capelli sono sempre più bianchi. La faccia gli sta colando via, le guance gli si sono allungate e la pelle casca rettilinea verso il basso. Sembra l’unico a non essersi accorto che gli anni lo stanno devastando. - Andiamo? - Aspetta, faccio ancora un giro - altre venti monete spariscono nella macchinetta. Osservo il bicchiere, potrebbero esserci poco più di duecento euro.

- Domani Lucia si deve alzare presto, possiamo andare via subito, – mento e lascio passare un secondo, poi sento i suoi occhi su di me e proseguo- per favore? Mi guarda come se lo avessi insultato. Scuote la testa e continua a giocare. Dopo una decina di minuti si decide. - Andiamo, va – e si dirige verso l’uscita. Passa davanti alla Marisa, si limita a un cenno con il capo ed esce infilando il bicchiere sotto la giacca. - Ma non li cambi?- Fatti gli affari tuoi e portami a casa, ma quand’è che ti decidi a tenerla pulita?- dice mentre si avvicina alla mia macchina. Da quando è nato adotta la solita strategia di difesa; se lo critichi ti risponde male e contrattacca subito. Estraggo la pistola e la punto verso di lui. – Ora, - dico con una calma che non credevo di possedere – appoggi il bicchiere sul tettuccio e ti sistemi nel baule. Gli lancio le chiavi. Le lascia cadere. - Ma vai a cagare, vuoi che venga lì a picchiarti finché non diventi furbo, eh? - Fai quello che ti ho detto. La mano trema, sento le nocche intorpidirsi per quanto stringo la presa. Il cuore picchia sullo sterno e mi sento leggero. Abbandona il bicchiere sul cofano, poi mi guarda e ride. – Ma sei scemo? Se vengo lì ti faccio male – avanza deciso e mi tira uno schiaffo. Rispondo subito. Lo colpisco con il calcio della pistola da qualche parte sulla testa. Crolla come un sacco di patate.

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Faccio sparire la Beretta nella tasca e, vedendolo a terra, mi guardo attorno. Mi abbasso e controllo che non ci sia nascosto nessuno dietro alle altre macchine. La luce del lampione rimbalza sull’asfalto umido e brilla in ogni piccola pozzanghera. Respira, significa che è ancora vivo. Per ora. Sulla tempia, dove l’ho colpito, c’è del sangue. Mi prendo il suo cellulare, massaggio la guancia e gli sputo addosso. Afferro le chiavi da terra, mi tolgo la cintura e gli lego i polsi. Per tutto il viaggio non ha dato segni di vita e questo mi ha permesso di guidare in santa pace. Amo scorrere lontano dal traffico, percorrere strade deserte che mi diano l’illusione di poter fuggire lontano dalla mia vita, dai miei problemi, da questa maledetta città. Senza scegliere la direzione, mi sono trovato davanti alla fabbrica in cui ha speso la sua vita. Ogni giorno a cena parlava del suo lavoro, di come migliorarlo se solo gli avessero dato retta e di quanto erano stupidi i suoi colleghi. Tesseva elogi alla sua furbizia quando riusciva a fregarne qualcuno. Raccontava di come non credesse a tutte quelle balle di scioperi e proteste varie; lui preferiva avere i soldi in busta che delle parole sui diritti. Cinque anni dopo avere smesso di lavorare, la ditta si è trasferita in Romania, poi in Polonia, sino ad arrivare in Cina dove


produce le stesse cose, ma a un costo minore. Tutti i capannoni che non sono stati convertiti a call center, sono stati abbandonati e violentati da teppisti e perditempo di ogni genere. Di tutto quel lavoro non è rimasto nient’altro che delle briciole velenose. Spengo il motore. Mi sfrego la radice del naso e sento tutta la stanchezza del mio corpo, della mia mente. Vorrei morire per quanto mi sento inutile. Apro la portiera e inspiro l’aria fredda; la sento scivolare nei polmoni mentre osservo il cielo stellato. Nelle orecchie sento riecheggiare l’Inno alla Gioia di Ludwig Van Beethoven. Questa è la vita? La libertà di morire felice, dopo aver perso pezzi di cuore e averlo sentito sanguinare sino all’ultima goccia?

Dal baule arriva un colpo secco. – Tirami fuori di qui, subito! – urla e scalcia come un mulo ferito. Sospiro, chiudo gli occhi. - Calma vecchio, tra poco tocca a te. Prendo il bicchiere con le monete e scendo dall’auto stringendo il ferro. Per una vita ho letto libri noir e non avrei mai creduto di diventare uno di quei disperati alla ricerca della propria redenzione. Non per una questione di soldi, di amore per una donna pericolosa o per vendicare un amico, ma è solo per la disperazione che sono arrivato qua. Apro il baule. – Scendi.Dalla mia bocca escono solo

parole secche. - Ma che cazzo stai facendo? Io ti ammazzo e ti… Non lo lascio finire, gli infilo la Beretta tra la testa e la spalla e premo il grilletto. Il rumore dello sparo deve averlo assordato. Non emette più un rumore, ha gli occhi sbarrati e la bocca spalancata. La ruota di scorta sotto di lui si sgonfia con un sibilo acuto. È immobilizzato e, per la prima volta nella sua vita, ha davvero paura di morire. Le lacrime nei suoi occhi me lo confermano. -Fai quello che ti dico, altrimenti ti ammazzo qui, capito? Scuote la testa e si protegge il viso con le mani. Afferro la cintura sui polsi, lo strattono urlando a squarciagola. - Avanti, scendi. Esegue l’ordine e appena vede la sua amata fabbrica inizia a singhiozzare. - Hai visto dove siamo?- Lo spingo con una pedata e lo vedo rotolare a terra. -Adesso, dov’è il grand’uomo che sei? Striscia. Lo lascio fare, lo prendo a calci nelle costole solo per dargli fastidio. -Avanti, alzati, - dico quando mi sono stufato di tormentarlo. Ondeggia e arranca verso la sua ultima destinazione. L’interno è un coagulo di cemento avvolto dal nulla. L’aria è appesantita da un forte odore dolce di marcio e muffa. Poco distante vedo la carcassa deformata di un grosso cane. -Inginocchiati, - dico senza perderlo di vista, mentre mi avvicino all’animale. Copro il naso con la mano e mi

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fermo quando gli occhi iniziano a bruciare. Era un labrador e ha scelto di venire a morire in questo posto. Al collo porta un collare blu, da cui pende una medaglietta. Si chiamava Isaac, come Isacco, quel figlio che doveva essere sacrificato per la fede. Una delle zampe è piegata in un modo innaturale e dalla carne sbuca un osso. Forse non ha avuto troppa fortuna nell’attraversare la statale. Sento un fruscio provenire dal suo corpo e capisco tutto. Siamo solo un pasto per i vermi. Si è inginocchiato, scuote la testa. – Cosa vuoi fare? – si guarda attorno in cerca di una via di fuga– Lasciami andare, non puoi uccidermi, sono tuo padre. - È proprio per questo motivo che ti ucciderò. - Pensa a Lucia e Sofia, come faranno senza di te? - Lucia mi ha sbattuto fuori di casa. Ha scelto Sofia e ha fatto bene. Se la caveranno senza di me. Non provo nessuna emozione ascoltando le mie parole; sono impermeabile ai sentimenti. Tra me e Isaac non sembra esserci molta differenza. - Posso darti dei soldi, tutti i soldi che ho, ma ti prego non farlo. Eccolo, non mi ha deluso, alla fine è arrivato a parlare di soldi. - I soldi mi servivano prima, ora non so che farmene, prendo un euro dal bicchiere vicino ai miei piedi e glielo mostro – mangialo. Lo avvicino alla sua bocca. Scatta in avanti e cerca di


mordermi. Sento le sue labbra sul dorso della mano, i suoi denti sono scivolati sulla mia pelle imbrattandola di saliva. No, non ci siamo capiti, - sorrido – se ti mangi i soldi, ti lascio andare. La mia menzogna illumina i suoi occhi. Cerca di ingoiare il primo, ma lo sputa almeno un paio di volte per via dei conati di vomito. Ho tempo e pazienza, non c’è fretta. La moneta gli gira in bocca un paio di volte, poi deglutisce. Strabuzza gli occhi e tossisce. - Bravo, ne devi ingoiare un altro, sei pronto? La scena si ripete, ma a ogni giro ci sono meno problemi; il peso dell’esperienza. Quando ne ha mandati giù undici, si rifiuta di continuare. -Se non li finisci, - scuoto il bicchiere – non ti alzi da tavola. Si mette le mani in bocca e cerca di vomitare. - No? Allora, resterai qui! Vado alle sue spalle, gli appoggio la pistola sulla nuca. - Sei pronto? - No, non farlo, ti prego – dice con la voce rotta dal pianto. - Tu, ti sei mai fermato con me? - Ti chiedo scusa, ti prometto che non… Premo il grilletto. Buona parte della sua faccia finisce per imbrattare il pavimento. Finalmente è morto. - Tranquillo, arrivo subito, Isaac e io ti terremo compagnia,- dico per rassicurarlo. Apro la bocca, inserisco la canna della pistola, ma è calda e mi scotta il palato.

- Cazzo, - controllo con la -Sali – dico, facendole un lingua i danni, ma non è niente cenno. di grave. Al suo arrivo il fumo nell’abitacolo viene spazzato via da un misto di sudore e profumo scaVolevo spararmi, ma non ci so- dente. Le rovescio le monete no riuscito. Forse è vero che sulle gambe. – Per tutti i soldi, non sono capace di fare nulla, lo faresti senza protezione? – che non sono un uomo. Anche allungo una mano e prendo il da morto mi perseguita con le necessario per un pacchetto di sue parole. Prima di andare via sigarette. ho seppellito il cane perché non -Protezione? meritava di marcire senza che - Preservativo. nessuno se ne prendesse cura. - Perché tu vuole così? – Con È l’una, ho le mani sporche di le sue mani piccole afferra terra e sono tornato al punto di delle manciate di euro e li getta partenza, parcheggiato lungo nella borsetta. uno dei tanti viali del Mira- Dovevo farla finita, ma non bello. ne ho avuto il coraggio. Mi sono fumato l’ultima siga- - Bene, andiamo, – risponde retta e aspetto che qualcuno senza pensarci troppo. venga ad arrestarmi. Tanja è discreta, le interessano Una macchina si ferma davanti solo i soldi, non spreca fiato e a me e scende Tanja. Lei si si- mi indica la direzione. stema la gonna, si ravviva i Inizio il mio ultimo viaggio e capelli ed estrae il rossetto percorro l’unica strada che mi dalla borsetta. Prima di pasporterà davvero lontano dalla sarselo sulle labbra, mi vede e vita, dai miei problemi e da sorride. tutto il resto. Tiro giù il finestrino e le faccio cenno di avvicinarsi. - Tu cambiato idea, aspettava me? Prendo il bicchiere. – Posso pagarti solo con questi, ma- lo mostro in modo che possa vedere il contenuto – devi rispondere prima a una domanda. - Dice a me. - Sei malata? - Io no, - scuote la testa – nigeriane malate Aids, no io. - Dimmi la verità, ho avuto una giornata difficile e smettila di raccontare bugie, non mi servono. Lei ci pensa un attimo, poi annuisce. – Se però tu mette profilattico, no ammala.

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S ka n Suicidio

Riuscire a chiudersi alle spalle la porta della sua camera gli pare già un successo. Vi si appoggia con tutta la schiena, come se dall'altra parte un'onda anomala spingesse per entrare. In realtà l'unico subbuglio è nella sua testa. Non sono ubriaco , si ripete ancora Enrico, ma un livello superiore della sua mente riesce a rendersi conto che se insiste tanto su quel punto è perché, in effetti, è del tutto sbronzo. Per la prima volta nella sua vita. Ma quale modo migliore di festeggiare i diciotto anni? Non ha nemmeno idea di che ore siano. Sa solo di aver avvertito i suoi genitori che avrebbe fatto tardi, e che probabilmente non sarebbe stato del tutto lucido, al suo rientro. È probabile che dalla loro stanza, in fondo al corridoio, lo abbiano sentito benissimo, mentre sferragliava con le chiavi per azzeccare il buco della serratura, e procedeva a tentoni per trovare al buio la strada verso la camera. Adesso che l'ha raggiunta, si sente finalmente al sicuro. Vorrebbe buttarsi sul letto, è tutto quello che il suo corpo reclama in questo momento, ma gli sembra impossibile sollevare la testa, tanto pesante

Being Piscu

An d r e a Vi s c u s i

che ha dovuto reclinarla all'indietro per farla sorreggere alla porta. Inchiodato in quella posizione assurda, inizia a sfilarsi la giacca, una manica per volta, contorcendosi per far uscire il braccio piegato senza dover inarcare la schiena, comodamente adagiata sulla superficie di legno dietro di lui. Prova prima con la sinistra, poi con la destra, ma non ci riesce. Ride. Poi, scoraggiato ma euforico, si decide a fare un passo avanti, e subito un altro per non perdere l'equilibrio. Allora, con movimenti lenti che richiedono tutto il suo impegno, come se invece che di aria fosse circondato di miele, tira via la giacca acquistata per l'occasione, che di sicuro richiederà un passaggio in lavanderia, a causa del vino e della vodka di cui è intrisa. La lancia sulla sedia che, pur essendo invisibile nel buio, sa trovarsi di fronte a lui. Dal suono deduce però che la giacca è finita a terra. Si dedica quindi alla cintura, e continuando a ciondolare la testa riesce ad aprirla. La tira da un lato, ma questa sembra incepparsi in uno dei passanti, a meno che lui non stia tirando nella direzione sbagliata. Stabilisce perciò che tutto questo richiede troppa fatica.

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Barcolla verso il letto, o almeno dove ritiene che il letto si dovrebbe trovare, e si lascia cadere sulle lenzuola a faccia in avanti. Fortunatamente il letto è davvero in quella posizione, e anche se non perfettamente parallelo al materasso, Enrico si trova spiaccicato sul materasso. La vera tortura comincia in quel momento. Gli sembra di affondare in una voragine misteriosamente apertasi sotto di lui: la testa pulsa, le orecchie fischiano, gli occhi bruciano, le dita formicolano. Sto per vomitare, constata. Lo stomaco si contrae, pronto a espellere l'antipasto misto, le penne alla boscaiola, la tagliata al pepe verde, le patate arrosto e il dolce, impastati in un'unica mistura semidigerita insieme ai litri di alcool che ha ingurgitato. Dovrebbe tirarsi su, cercare almeno di arrivare al bagno, ma non ne ha la forza. Rigetterà tutto lì, nel letto, e dormirà nel suo stesso vomito, e si sveglierà sporco e appiccicoso, e sua madre urlerà, e dovrà pulire... – Non vomitare – gli intima una voce vicina. E incredibilmente funziona. Il rigurgito torna indietro, il ribollire sembra quietarsi.


Enrico sospira di sollievo, poi realizza: una voce vicina. C'è qualcuno nella sua stanza. Ancora supino sul letto, allunga un braccio, alla cieca, in cerca dell'interruttore della lampada sul comodino. Accende la luce. Allarmato, si gira per guardarsi intorno, e scorge subito la figura, seduta a fianco del letto, a mezzo metro da lui. È un vecchio, molto vecchio: la pelle è raggrinzita come la buccia di una mela marcia, di una malsana sfumatura grigiastra; gli occhi sono sporgenti e opachi, infossati in profonde occhiaie color cenere, le labbra tirate indietro e avvizzite; è privo di capelli, ma ciuffi di peli bianchi gli sporgono dai padiglioni delle orecchie; le mani, poggiate in grembo su un oggetto che sembra un asciugacapelli, hanno nocche enormi, e artritiche dita rattrappite. Enrico si trova a pensare che quell'uomo sia prossimo alla morte. Il ragazzo fa per gridare, tanto per lo spavento che per il disgusto di quella visione, ma un singhiozzo gli strozza la voce in gola. – Non urlare, Enrico – ordina di nuovo l'altro. Parla in tono misurato, a basso volume, forse temendo a sua volta di svegliare gli altri occupanti della casa. – E non preoccuparti, me ne andrò presto. Enrico riesce a raccogliere le idee e il coraggio, e bisbiglia: – Chi sei? Che ci fai qui?

Il vecchio sorride, tirando ulteriormente le labbra già torturate. – La prima domanda è complicata, ma alla seconda posso risponderti molto facilmente. – Sposta con calma la mano destra, tenendo in mano lo strano oggetto e dirigendolo verso di lui. Dal modo in cui lo tiene, Enrico capisce che non è un asciugacapelli: è un'arma. – Sono qui per ucciderti. Sono ubriaco , cerca di convincersi Enrico. Ha bisogno di credere che quello che sta succedendo sia solo un sogno illogico indotto dall'alcool, che si è addormentato e adesso è caduto in quest'incubo. Preferirebbe sapere di essere riverso nel suo vomito, che pensare che sia reale. Ma le pulsazioni della testa, le vibrazioni nei timpani, il bruciore nello stomaco, sono sensazioni troppo vere perché possa trattarsi di un sogno. È sveglio, di questo è sicuro. Un'allucinazione? Può darsi che qualche suo amico gli abbia infilato qualche sostanza strana in un bicchiere? Non può escluderlo, ma... – Non cercare spiegazioni – il vecchio interrompe i suoi pensieri. – Non stai sognando. Io sono davvero qui, nella tua stanza, la notte del tuo diciottesimo compleanno. E sono qui per ammazzarti. La bocca di Enrico si prosciuga istantaneamente. Deve davvero credere a quelle parole? E perché non do-

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vrebbe? È impossibile, è improbabile... però sta succedendo. Si accorge di essere ancora semisdraiato, e con uno sforzo estremo si tira a sedere sul letto, a fronteggiare il suo assassino. – Perché? – riesce ad articolare, deglutendo a forza per respingere i conati. Ora che è di nuovo sollevato la testa riprende a pesargli sul collo, ma si impone di rimanere dritto e attento. – Non ti sarà facile capire – risponde l'altro, mantenendo l'arma su di lui. Non si tratta di una pistola, di certo non una che spara proiettili, perché la canna non è cava. Ma l'aspetto è inequivocabile, e qualunque cosa espella quell'oggetto, Enrico non è ansioso di scoprirlo. – Sono venuto qui perché tu sei colpevole. Nel corso della tua vita hai fatto cose terribili, cose di cui dovresti pentirti, cose per le quali meriti di morire. Non starò a farti un elenco, non serve che tu sappia a cosa mi riferisco, perché io lo so. La tua sentenza è stata emessa, e adesso la eseguirò. Enrico subisce quelle accuse senza protestare. L'apparizione inspiegabile del vecchio lo convince in qualche modo che la situazione sia seria, e che sia necessario tutto il suo impegno per capire come cavarsela. Conscio di non essere nella condizione più adatta per riflettere, prova a ricordare quali atti abbia compiuto in passato, tanto terribili da


fargli guadagnare un'esecuzione. Ma in fin dei conti, si ritiene un ragazzo del tutto normale. Non un modello di virtù, ma nemmeno un demonio. Ha fatto a botte, ha mentito, ha rubato, ha goduto del dolore altrui... ma questo basta a condannarlo? No, non può essere solo quello. Di cosa è colpevole, allora? Si rivolge al suo boia: – Io non ho fatto niente. – Si accorge di aver biascicato, perciò ripete, concentrandosi per parlare chiaramente: – Non ho fatto niente. Sono giovane, ma so come va il mondo. So che le mie colpe sono misere. Non ho danneggiato nessuno in modo grave, o permanente. E non ho fatto più male di quello che ho subito. Quindi... quindi, non è vero che merito la morte. – Hai ragione – risponde prontamente il vecchio, come se fosse preparato per quell'osservazione. – È vero, tu non hai fatto niente di terribile. Non ancora. Ma vedi, io so su di te molto più di quanto ne sai tu stesso. – Non dire cazzate – sbotta lui, che se pure sulle prime era intimidito dalla presenza dell'altro, adesso comincia a esserne infastidito. – Cosa puoi sapere di me? – Io conosco tutta la tua vita, Enrico Tamble. So tutto di te, non solo ciò che sei stato questi primi diciotto anni di vita, ma anche ciò che sarai in seguito. E se ora pensi di essere una persona qualunque, in futuro diventerai invece spregevole, malvagio, falso. Farai del male deliberatamente, per il solo piacere di farlo. Arrecherai tanto

di quel danno a chi ti sta intorno, provocherai così tanto dolore alle persone vicine e non solo, che il mondo non potrà che giovarsi della tua scomparsa immediata, in questo momento. Se io ti uccido adesso, tutto il male che compierai in futuro verrà evitato. – E come sai tutto questo? Come sai quello che farò in futuro? Il vecchio prende una pausa, scrolla con lentezza le spalle, ruota gli occhi, come in cerca di un'ispirazione. – Non ti sarà facile crederlo, ma io vengo dal futuro. Sono tornato indietro nel tempo, sono tornato qui, proprio per incontrare te, ed eliminarti. È un pazzo , pensa Enrico. È entrato in casa mia, completamente fuori di testa, e vuole ammazzarmi perché pensa che diventerò cattivo .

Eppure, quello che la sua mente cosciente gli suggerisce non gli pare affidabile. Come quando, poco prima, si ripeteva di non essere ubriaco ma sapeva benissimo di esserlo, adesso che cerca di liquidare quella faccenda con la spiegazione più razionale è intimamente convinto che ci sia dell'altro. È convinto che il vecchio non stia mentendo. D'altra parte, se fosse un maniaco omicida, lo avrebbe ucciso subito, con il suo strano aggeggio. L'aggeggio che assomiglia tanto a una pistola futuristica... Decide di stare al gioco. Nel peggiore dei casi avrà guadagnato tempo. – E come sei arrivato qui? Come funziona il

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viaggio nel tempo? Il presunto cronoviaggiatore ridacchia. – Tu sapresti spiegarmi come fa un aereo a volare? Eppure è un evento comunissimo del mondo in cui vivi, no? Ma lo dai tanto per scontato da non preoccuparti di come sia possibile. Lo stesso vale per il viaggio nel tempo: è una tecnologia che nella mia epoca esiste da più di venti anni, ormai. Qualcuno ha scoperto la vera natura di quello che chiamiamo “tempo”, e da lì è stato semplice per loro capire come modificarlo. Non che sia comune come andare in bicicletta, soprattutto perché è piuttosto costoso, ma non si tratta di un segreto di stato. Chiunque abbia i mezzi può rivolgersi a un'agenzia e compiere un balzo nel tempo, in qualsiasi direzione. Enrico non è un esperto di meccanica quantistica, ma Ritorno al futuro l'ha visto. – E i paradossi? Come evitate che la storia venga modificata? – Non ce n'è bisogno. Ciò che è, è sempre stato. Qualunque atto compiuto da un viaggiatore fa già parte della storia. Ti stupiresti di scoprire quanti eventi inspiegabili presenti e futuri sono in realtà causati da interventi di viaggiatori... ma non per questo l'universo si dissolve ogni minuto. – Quindi – prova a riassumere – nel futuro io farò del male a molte persone, compreso te. Per questo hai pensato di tornare indietro e uccidermi prima che possa farlo. Giusto? – Più o meno. – E come sei sicuro che io sia


davvero la persona che cerchi? Come hai fatto a rintracciarmi nel passato? – Ti ho già detto che so tutto di te. Sapevo dove ti trovavi stasera. Anche se non ero sicuro dell'ora in cui saresti rientrato. Per questo ti ho aspettato qui seduto, da mezzanotte in poi. – Ma come? – sbraita Enrico. Per un attimo si preoccupa di svegliare i genitori, ma poi realizza che il loro intervento non gli dispiacerebbe troppo. Di nuovo, il vecchio ghigna di fronte alla sua esasperazione. – Sapevo che eri qui perché lo ricordavo . – Che vuol dire? Chi sei? – E siamo tornati alla domanda iniziale... – commenta in tono vago l'altro. – Ma adesso sei pronto per la risposta. Il mio nome è Enrico Tamble. Io sono te. Nella debole luce dell'abat-jour, Enrico cerca di distinguere i lineamenti del vecchio. Solo dopo molti secondi si rende conto che sta tentando di stabilire una somiglianza con i suoi. L'escalation di assurdità non si è fermata. Ma mentre la sua mente razionale strepita a gran voce che è tutto impossibile, l'altra parte, quella remota e silenziosa, il cervello rettiliano preposto a conservare le sue funzioni vitali anche quando il resto non funziona, gli impone di rimanere ad ascoltare. Di credere. Cosa è più incredibile? Che uno sconosciuto decrepito si sia introdotto in casa sua, armato di un oggetto insolito, per portare avanti una conversazione senza senso e poi ammazzarlo, o piuttosto che l'individuo che gli sta di

fronte sia davvero il suo alter ego futuro? – Tu sei me? – chiede conferma. – Quanto... quanti anni? – Novantasei. Ne è passato di tempo, da questa notte... – Il tono della sua voce cambia, e diventa assorto, malinconico. – Ma la ricordavo ancora bene, ed è per questo che ho scelto questo momento. Ricordavo la festa del mio diciottesimo compleanno, e sapevo che ti avrei trovato qui. Ricordo ancora di aver riempito per tre volte il piatto di tagliata, di aver terminato la cena con quattro bottiglie di vino vuote davanti a me, e di avere offerto due giri di bevute a tutti, in discoteca. Ricordo di aver infilato una mano tra le gambe a quella ragazza, mentre ballavamo... mi sfugge il suo nome, ma lei mi ha morso l'orecchio e io pensavo che avremmo scopato ma poi gli altri mi hanno preso e trascinato via e non mi è importato più niente di lei, mentre mi lanciavano in aria e quasi arrivavo a toccare il soffitto colorato di luci intermittenti... L'uomo smette di parlare, ma sembra che continui a rievocare quei momenti dentro di sé. Ed è impossibile che finga: il trasporto con cui parla di quegli eventi, nella prospettiva in cui lui, Enrico, li ha vissuti, conferma la teoria che sia la sua versione anziana. Anche perché lui non ha ancora avuto occasione di parlare a nessuno di quella serata. Solo lui sa di aver rovistato tra le mutande di Lorena. E di certo, seduta sulla sedia in quel momento non c'è lei. – Va bene – si arrende infine. – Ti credo. Tu sei me, tra ottanta...

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ottantadue... settant... – Settantotto anni – calcola per lui il vecchio. – E in questi settantotto anni, hai capito che merito di morire, adesso? – Non per forza adesso. Ma questo era l'unico momento della mia gioventù in cui ero sicuro dove trovarti. Qualsiasi altro giorno avrei rischiato di perderti. E in fin dei conti, è stata una grande serata, no? Non sarebbe male andarsene con questa sensazione ancora vivida. Enrico scuote la testa, cercando di schiarire la mente. È ancora stordito, ma non si sente ottuso, ritiene di poter compiere un ragionamento. – No – dice – non è possibile. Hai affermato tu stesso che la storia non si può modificare, che tutto quello che succede è già successo. Allora come puoi tornare indietro nel tempo, e uccidere te stesso? Questo originerebbe un paradosso, no? Se ti uccidi nel passato, non esisti nel futuro per poter viaggiare indietro e ucciderti, ma allora non ti uccidi, e allora io continuo a vivere, e allora tra ottant'anni divento te e torno indietro, ma... – Fissa l'altro negli occhi, deciso a non lasciarsi sopraffare. – No, tu non puoi uccidermi. L'universo verrebbe destabilizzato se... – L'universo? – bofonchia il vecchio. – Credi che all'universo importi qualcosa di te? Se io ti uccido, tu muori qui, adesso, e io cesso di esistere. Ma tu sarai morto, semplicemente. Quest'arma scioglierà progressivamente tutti i legami tra le molecole che compongono il tuo corpo, e ti dissolverai in una nuvoletta di vapore. Dal momento


in cui ti colpirò, di Enrico Tamble non resterà più nulla, in questo universo . Il cosmo non collasserà per te, puoi starne certo. Enrico deglutisce, ma stavolta non per respingere un urto di vomito: cerca di contenere la paura. Come può sapere se il vecchio dice la verità? Cosa ne sa lui di viaggi nel tempo e paradossi cosmici? E di nuovo, perché l'altro, la sua versione futura, dovrebbe mentirgli? Tanto più che sta per ammazzarlo, e rimuovere se stesso dall'esistenza... – Se mi spari, tu stesso sarai morto – gli fa notare. – Peggio: non sarai mai esistito. Moriremo insieme. – Questo è ovvio. È la prima cosa che ho pensato, ragazzino. Ma non capisci? Io voglio morire. Solo che, nel farlo, voglio anche riparare a tutto il male che ho fatto, e di cui solo adesso mi sono pentito. Per questo, ti porterò via con me, e cancellerò tutto quello che è successo per colpa tua e mia. – Ma io posso cambiare! – insiste Enrico, che sta perdendo il controllo ora che inizia a credere davvero a quanto ha sentito. Ora che pensa di essere vicino alla morte. – Tu mi hai avvertito, hai detto che farò cose terribili, ma adesso che lo so, posso agire diversamente! Posso fare tutto nel modo giusto, posso fare del bene! – La storia non può essere cambiata – ribatte Enrico il vecchio. La pistola, che fino a quel momento è rimasta puntata nella sua direzione, ma adagiata sul grembo dell'uomo, ora si solleva e si porta a pochi centimetri dallo sterno del ragazzo. – No, ti prego! Non deve finire

così, possiamo trovare una soluzione insieme, possiamo essere migliori, entrambi... – piagnucola lui. – Non c'è altro modo – taglia corto il vecchio. Enrico serra gli occhi e trattiene il respiro, aspettando il colpo fatale, ignorando se sentirà rumore, calore, dolore, o se semplicemente tutto svanirà da un secondo all'altro. Tiene gli occhi chiusi in attesa dell'ultimo momento della sua vita, e per questo non si accorge che qualcun altro è entrato nella stanza fino a quando un verso strozzato lo distrae: il nuovo arrivato, chiunque sia, ha colpito il vecchio alle spalle. Qualcosa gli cade tra le ginocchia: la pistola. Senza esitare, si china a raccoglierla, e prima che la situazione gli si rivolga di nuovo contro, la punta contro il se stesso novantenne e preme il grilletto. Per qualche secondo non accade nulla. Il vecchio stesso sembra non aver avvertito il colpo, e fissa il ragazzo con uno sguardo incredulo... e un sorriso. Poi, a partire da dove l'arma lo ha colto, l'uomo inizia a farsi evanescente, e nel giro di dieci secondi, senza un rumore, il suo corpo svanisce. È sparito. Morto. Era venuto lì per uccidere se stesso da giovane, invece è stato ucciso proprio da lui. Si tratta comunque di un suicidio , riflette Enrico. Solo allora si ricorda dell'altra persona che è provvidenzialmente intervenuta per salvarlo. È ancora in piedi, di fianco alla sedia dove si trovava fino a un minuto fa il viaggiatore nel tempo. Enrico dà per scontato

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che sia suo padre, insospettito dal vociare proveniente dalla camera, e si gira per ringraziarlo. Ma non si tratta di lui. Pur nella penombra, i lineamenti dell'individuo gli sono familiari. Le rughe sono meno marcate, le dita più sottili, i capelli ancora in parte presenti, ma Enrico lo riconosce: si tratta di Enrico Tamble. Di se stesso, più vecchio. Notando che ha posato lo sguardo su di lui, quella versione di Enrico, anziana ma non decrepita come la precedente, inizia a parlare: – Non preoccuparti. Non sono qui per farti del male. – Da dove... quando...? – balbetta lui, confuso dalle multiple sovrapposizioni della stessa persona. – Ho settantanove anni. Il viaggio nel tempo comincia a farsi popolare, da dove vengo io. – spiega l'altro. ��� Non capisco – è costretto ad ammettere. – L'altro voleva uccidermi, ed era più anziano di te. Come facevi a sapere che sarebbe venuto qui? – Questa è una domanda piuttosto ottusa. Pensi che dimenticherai mai questa nottata? Enrico deve convenire che si tratta di una domanda stupida. A ottant'anni ricorderà ancora perfettamente che nella notte del suo diciottesimo compleanno è stato aggredito. Ma allora, perché a novant'anni tornerà indietro? – Lui era tornato per assassinarmi, e rimuoversi dall'esistenza. Per questo sei tornato tu? Per impedirgli di cancellarti? L'altro non risponde. – In questo modo, tu hai preservato la mia vita dai diciotto


anni in poi – prosegue Enrico nella sua analisi. – Quindi esisti ancora. Ma se voleva cancellare te e se stesso... il paradosso... – Quale paradosso? – interviene il quasi ottantenne. – Pensaci bene. Enrico cerca di afferrare la situazione: a sessant'anni da ora, tornerà indietro per salvare se stesso diciottenne dall'assalto del se stesso novantenne, ma dopo altri vent'anni, tornerà indietro per tentare l'omicidio. Dov'è il senso di quell'intreccio? E allora capisce: il vecchio, quasi morente, sapeva che la sua versione di settantanove anni sarebbe intervenuta per salvare il diciottenne, così come il settantanovenne sapeva che che a novantasei anni sarebbe tornato indietro, perché si era visto. Entrambe le versioni più anziane ricordavano quello che era successo, perché lui aveva vissuto quell'esperienza a diciotto anni. Non c'era nessun paradosso. – Ma allora – domanda di nuovo, dopo aver compreso quel punto essenziale – perché lui è tornato indietro? Perché ha detto di volersi rimuovere dall'esistenza, se già sapeva che sarebbe morto qui? – Ha ottenuto quel che voleva, non ti pare? – gli fa notare l'anziano. Poi si siede, occupando lo stesso posto su cui era stato il vecchio prima di lui. Porta gli occhi alla stessa altezza di quelli di Enrico, e spiega, in tono pacato: – Sapeva che sarebbe morto, e voleva morire, come ti ha detto. Ha ritenuto che quello fosse il modo migliore per andarsene. Adesso nemmeno io lo capisco, ma tra diciassette

anni, chissà... – Quindi ha mentito? Quando ha detto che sarei diventato una persona meschina, che avrei provocato solo dolore agli altri... non era vero? Tu lo sai, hai già vissuto la mia vita futura. L'altro Enrico gli rivolge uno sguardo penetrante. – Tu vuoi che sia così? – No! – esclama, convinto. – Non voglio rimpiangere la mia vita, quando sarò in punto di morte. Non voglio che la mia versione futura progetti di uccidere quella passata, per la vergogna che prova riguardo la sua vita. – Allora fai in modo che vada così. Anche se credeva di aver sciolto l'impossibile ingarbugliamento di quella situazione, Enrico è di nuovo spaesato. L'alcool sembra aver abbandonato il suo corpo, non si sente più stordito, ma lucido e attivo. Eppure, c'è qualcosa che non riesce a cogliere. Cosa diventerà in futuro? Sarà o no un individuo spregevole, come il vecchio lo ha accusato all'inizio? No , si dice. Non lo sarò. Capisce che l'esperienza di quella notte lo ha cambiato. E per un attimo gli sembra di aver risolto l'enigma. Quella è la spiegazione, la ragione di tutto, il motivo che lo ha spinto a tornare indietro, non una ma due volte: per fare in modo che lui stesso, fin da giovane, decida come agire in futuro. Dura solo un istante, poi quella sensazione di piena consapevolezza svanisce, quando Enrico settantanovenne parla di nuovo: – Bene, credo di poter andare adesso. E tu faresti meglio a dormire. Enrico diciottenne non sa come reagire. Dovrebbe salutarlo, salu-

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tare se stesso? – Oh, tranquillo – lo anticipa lui, forse ricordando l'imbarazzo che sta provando in quel momento. – Non c'è bisogno di formalizzarsi, tra di noi. – La pistola – gli ricorda. – Prendila. – Tienila tu. Ti aiuterà a ricordare che tutto questo non è stato un sogno. E poi non saprei che farmene, ne ho già una a casa. La conservo da quando ho diciotto anni... – il ghigno che gli compare sulla faccia lo fa assomigliare in modo inquietante al novantaseienne. Enrico fissa l'arma, che sta ancora tenendo in mano. Si chiede cosa dovrebbe farci, per i prossimi sessant'anni. Poi si rende conto di quanto sia assurda quella domanda. Di quanto tutto sia assurdo... ma reale, proprio come lo strano oggetto del futuro che ha tra le mani. L'altro si alza e si avvia verso la porta. Si ferma appena varcato l'uscio, gli rivolge un breve cenno del capo, e un ultimo saluto: – Buona notte. Ci vediamo tra diciassette anni. La porta si chiude, ed Enrico è di nuovo solo. Il sonno sembra aver atteso quel momento per abbatterglisi addosso. Si rende conto di non potersi opporre. Deve dormire, subito. Si leva scarpe e cintura, si infila sotto le coperte in jeans e camicia. Spegne la luce. Cercando una posizione comoda, si accorge di avere ancora in mano la pistola. La appoggia sul comodino. Domattina troverà un posto sicuro per conservarla. Per i prossimi settantotto anni.


S ka n Oltretomba Calibro 9

a Danilo Arona

Scattaglia inchiodò all'imbocco del vicolo, smontò dalla Giulia, sfoderò la pistola; non ebbe il tempo di intimare mani in alto, polizia!, che i satiri imbracciarono le mitragliette e le carabine, crivellarono di colpi lo sportello dell'auto. Lui si riparò dallo scrosciò dei colpi, e allo scatto degli otturatori si alzò: esplose tre proiettili nelle cosce dei capri. I tre rapinatori si accasciarono al suolo. Le sirene di altre auto di polizia ulularono e tacquero pochi metri distante. Scattaglia si tolse dal riparo della portiera, avanzò sui criminali con la Beretta puntata: «Dai, poche storie, arrendetevi stronzi.» Uno dei tre satiri sfilò gli occhiali a specchio, lo fissò con gli occhi gialli e belò: «Vaffanculo, guardia'»; si frugò nei pantaloni, scoprì una P 38 sotto il vello caprino. Lui gli spappolò tre dita con un colpo, scostò con un calcio le altre armi dai feriti. Gli agenti di rinforzo irruppero nel vicolo: «Tutto bene, ispettore?», lo salutò un assistente capo. Scattaglia gli fece cenno di accendergli una Muratti, ispirò, spalancò con un calcio il bagagliaio di una Renault ferma al basculante di un garage in affitto: in

Il Grande Avvilente

Al e s s a n d r o F o r l a n i

un cesto da bucato, riempito di stracci, c'erano i tre lari rubati ai Capitolini. Li passò sollevato agli esperti dell'esoterica: un agente indossò i guanti in lattice iscritti di pantacli e versetti dai Salmi; e lo stesso fremette, al contatto con le statue. «... e questa è risolta», lui sospirò. Gli agenti rianimarono, medicarono i tre banditi, incappucciarono loro i corni e li legarono gli zoccoli, li ammanettarono, li spinsero nel cellulare. Salirono sulle auto ed avviarono i motori. Scattaglia trattenne due uomini: «Attianese, Santini: vediamo che c'è là dentro», sollevò là saracinesca e si infilò nel garage, «È già strano che le capre rapinino un museo...» «... anvedi?!...», sbigottirono gli agenti. La rimessa era stipata di statuette: figurini squisiti di epoca repubblicana, imperiale; cippi italici smussati dai secoli, sculture alla Wiligelmo e bronzetti di Volterra. Ordinati in scaffalature e ammucchiati sul pavimento, coperti dal cellophane e imballati nella paglia: «... rubati a privati», Scattaglia azzardò, «collezioni illegali: se appartenessero ad Istituti, ne avrebbero denunciati i furti.» «Mica scemi, i cornuti: cos'è, un nuovo racket?» Spiegato il fazzoletto dalla tasca

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dei bell-bottoms, lui esaminò qualche pezzo: non aveva doti psichiche, non era un esperto, ma tremò di quell'addiaccio oltretombale e della loro indubitabile natura: «Sono lari anche questi, mi ci gioco la paga.» «Che famo, ispetto'? Sigilliamo, sequestro?» «Anzi: ce ne andiamo: come non fossimo entrati mai. Lasciamoci la Renault, parcheggiata davanti. Facciamo i lavativi, i piedipiatti fresconi: e stasera a fine turno», ammiccò, «mi prendo un aperitivo nel caffè che sta all'angolo. Prima, però...» Arraffò da una cassetta una scultura minuscola, una giovane di pietra rossa di sì e no sei centimetri. La infilò nella giacca. Gli sembrò di avere in tasca e sul cuore un ghiacciolo incandescente che però non si sciogliesse. Attianese e Santini si strinsero nelle spalle, lo accompagnarono alla pantera e accelerarono sul Lungotevere. Le campane di Maria Liberatrice suonarono le ventuno sui tetti di Testaccio; Scattaglia scrutò da un capo all'altro della strada nell'alone aranciato dei lampioni arrugginiti. Un'insegna della SIP sfrigolò nella pioggia.


Er Tornato appannava di marijuana la cabina telefonica all'angolo di via Vespucci: Scattaglia bussò sul doppio vetro, gli intese di seguirlo nel bar prospiciente. Il non-morto si strinse nell'eskimo, uscì nell'acquazzone, era fradicio e indolente; sputò in una pozzanghera lo spinello ancora acceso. Entrarono nel caffè. La ragazza al registratore di cassa si imbiancò dal disgusto, si premette una salvietta sui labbri e batté due Sambuca. Scattaglia pagò con un foglio da cinquecento, lasciò nella vaschetta qualche spicciolo di mancia. L'uomo al bancone, in zinale e cravatta, accennò ad una tendina sul fondo del locale. Er Tornato sbadigliò ed annuì, e strisciò versò una stanza nascosta che puzzava di cadavere, sudore e stantio. Scattaglia lo fermò ad un tavolo in vetrina: «Ho bisogno di tener d'occhio la strada», gli soffiò nell'orecchio, lo costrinse a sedere e schioccò ad un cameriere. «Li mortacci dellà», insistettero dal banco, «ché ce lasceno er puzzo.» Il ragazzo con il vassoio di aperitivi si fermò a metà sala madido di imbarazzo, lui lo invitò con un gesto deciso: scambiò con il distintivo i due liquori sul piatto. L'uomo al banco e la cassiera sopportarono l'olezzo. Scattaglia soffiò, fra di loro, una nube di MS e di Brooklyn alla menta, alternò le sigarette all'olezzo di putredine. Er Tornato sputò un incisivo nel posacenere di ceramica marchiato

Cinzano: «Ispetto'», sibilò, «te e l'amici tua me fate fa' li doppi turni: requiescat in pace, se diceva 'na vorta; e invece è 'na settimana che vado in giro pe' Roma. So' esausto.» «Che cosa significa? Chi t'ha chiesto, oltre me?...» Il non-morto batté le nocchie sul tavolino, un groviglio di lombrichi gli spuntò dalle maniche: «...'namo, ché famo notte... me dicevi 'na statuetta...» «Frugami l'impermeabile, ché è meglio che non la tocchi.» La ragazza bizantina con i riccioli di cinabro scintillò sul tavolino fra i bicchieri di Sambuca, lui la scostò. Lo spione-cadavere ridacchiò soddisfatto: «...e te pareva che non fosse 'n lare... li polizziotti me ne domandano da du' mesi.» «M'hai rotto i coglioni, di parlare per enigmi.» «Depositi dappertutto... collezioni rubate. Mo' c'hanno solo da arraffa' nei musei.» «Ai satiri non è mai fregato del racket dell'occulto, figuriamoci l'arte.» «Le capre, ispetto', c'hanno sempre 'n pastore. Mo davero ve credete che 'sti burini, che 'sti sgraziati cor pelo ar culo e pagani, che emigrano in città ad ogni rito ciociaro, se sappiano organizza'?» Scattaglia lo afferrò per il polso: Er Tornato insozzò i tovaglioli di pelliccia sintetica e di polvere di sepolcro: «Cosa cercano? Chi li guida?» L'altro strinse la statuina fra le falangi, una fiamma di fuoco fatuo gli incendiò gli occhi vuoti:

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e parlò da un'agghiacciante profondità con una voce infantile ed estranea. I vetri del locale si imperlarono di brina: … ridestati dal sonno con i nostri congiunti. . . non c'è una dimora da abitare e proteggere, privati del focolare e gli affetti più cari. . . giustizia, sovrano. . .

«Con chi sto parlando?» «'Na regazzina der ravennate che è schiattata de parto, quinto secolo dopo Cristo», rinvenne Er Tornato, «Er peggio è con chi sta: lei e tutti i lari de Roma.» «Spiffera, gran figlio di puttana: non voglio ripetermi.» «Stavorta, ispetto', nun me potreste proteggere; ce rimetto 'er carcame.» «Sei morto, imbecille, di che cazzo hai paura? Neppure quella molotov l'anno scorso a Valle Giulia ti ha...» Le vetriate del locale vibrarono per un motore che si immetteva dal Lungotevere nel vicolo Antinori. Un furgone Wolkswagen si fermò all'autorimessa; l'autista imprecò per la Renault parcheggiata di traverso alla serranda abbassata. Scattaglia sbottonò la fondina, contò i sei proiettili nel tamburo e mise il colpo in canna, rovesciò il tavolino: «Stai qui!» Er Tornato sfoderò un serramanico, la lama scintillò fra le abatjour del caffè: «Nun mancamme de rispetto.» Scattaglia uscì con il revolver puntato, corse al furgone sul lato del guidatore. Il non-morto fece palo all'imbocco del vicolo. Lui tirò la portiera per la maniglia


prima che l'autista si accorgesse dell'assalto, gridò non ti muovere, scendi dall'auto : un anziano travestito, col mascara rosso fuoco, gli si arrese a mani in alto e smontò dal Wolkswagen. C'era una pagaia, sul sedile del passeggero. «M'avete fatto pija' 'n infarto!», il transessuale piagnucolò, con una voce di basso comico da una boccuccia di gallina avvizzita. Lui gli pretese patente e libretto, la carta di identità: entrambi i documenti riportavano Sharon Di Monio. Scattaglia gli scoccò un'occhiattaccia allusiva: «Sharon, nun se pote? So' passato dall'artra parte.» «Perché quel garage? Lo sai, cosa c'è dentro.» «Un amico m'ha prestato 'n parcheggio: che sennò a 'na cert'ora non c'è 'n buco. So' innocente ispetto', nun m'angosciate!» L'anziano batté sulla fiancata dell'auto: lo sportello sul retro si aprì con un boato, e un satiro con un fucile a canne mozze esplose una scarica nel petto del Tornato. Il non-morto si scrollò dai pallettoni, affondò con il coltello nell'addome del capro, l'avversario scansò: lo sventrò con le corna. Er Tornato si accasciò sul ciottolato. «Diosanto!», Scattaglia ruggì: forò con un proiettile una spalla del satiro. Il travestito si tuffò nell'abitacolo, afferrò la pagaia e lo colpì sulla nuca: lo stese annebbiato. Richiuse la portiera e partì in retromarcia. Lui si rialzò sotto lo scroscio di pioggia e saltò sul Wolkswagen,

si tenne alle maniglie e lo specchietto retrovisore, spinse sul paraurti e salì sul tettuccio. Travolsero il non-morto e il satiro avvinghiati: la capra rotolò con le vertebre spezzate, l'eskimo del Tornato si annerì di pneumatici: «... daje ispetto', abbrancalo, ché me ripijo!...» Sharon svoltò sul Lungotevere Testaccio: all'altezza di piazzale Emporio, Scattaglia inghiottì, di sicuro sfioravano gli ottanta. L'auto schivò le lambrette, i passanti, sfracellò nei gazebo dei locali sul fiume, piegò verso l'argine; cozzò e sprizzò scintille sulle murate dell'Aventino: ma non rallentò. Il travestito si sporse dall'abitacolo, mulinò la pagaia; lui alzò l'avambraccio a proteggersi, il Wolkswagen sbandò sulla sinistra: «Tieni la strada! Ci ammazzi tutti e due!» Con il vento negli occhi, crivellato di pioggia, Scattaglia rabbrividì, a pochi metri davanti a loro, dei massicci piloni del ponte Palatino. Le punte acuminate delle ringhiere sul Tevere lo trattennero dall'impulso di gettarsi dal tettuccio, chiuse gli occhi, imprecò. Lo investì all'improvviso un alito rovente, cessarono gli scossoni, si sentì senza peso: «... cosa cazzo?...», guardò: l'auto si alzò in volo sulle acque, superò lo scavalco e virò verso l'isola Tiberina. Sharon, lasciato il volante, manovrava il Wolkswagen con il remo da canoa, vogò nel quadrato del Fatebenefratelli. Lui sbigottì di lunghi cirri azzurrini che dal

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Cestio e Fabricio accedevano all'ospedale, di un olezzo di uova marce che esalava da quelle nubi. L'auto si abbassò, fluttuò sui vapori; l'anziano transessuale li spazzò con la pagaia, sputò maledizioni a qualcuno nei cirri. Scattaglia si accorse di colonne di spettri: giovani con il laccio e la siringa nel braccio, balordi assiderati, prostitute sfregiate, truci cipigli con un buco nella fronte. Il furgone toccò terra nel cortile del sanatorio, lui sfoderò annebbiato di vertigini: «Smonta, ispetto'», Sharon lo apostrofò, «nun fare lo stronzo.» Scattaglia gli puntò la Beretta. Le ombre dei tossici, le puttane e i sicari lo trafissero di sguardi di imperitura malinconia. Dai ranghi azzurrini, che esalavano di putrido, avanzarono satiri che accerchiarono l'auto, gli puntarono mitragliette e gli intimarono di arrendersi. Consegnò la pistola, saltò dal tettuccio; l'anziano lo agguantò al girocollo: «Noantri, ispetto', semo semplice manovalanza: se vuoi sapere li cazzi nostri devi chiedere ar principa'», scherzò con i capri, «ma nun me sembra che è conciato per incontrarlo.» I satiri belarono. Si appesero le automatiche a tracolla e scrocchiarono le nocchie: «Nun starebbi per niente bbbene: 'mo je demo 'na ripassata.» Scattaglia, scamiciato, legato alla seggiola, spargeva sangue dal labbro rotto e dal naso ammaccato, stornava gli occhi gonfi dalla lampada alla parete: «Stai calmo, ragiona», ripeteva


a sé stesso, «cos'è questo posto? Non è l'ospedale: le capre e quegli spettri... ci avrebbero allertato...» Il satiro di guardia tirò il chiavistello, gli inflisse una secchiata d'acqua fetida e fredda. Uno dei cornuti sfoderò un taglierino, gli sciolse le estremità dal nastro da imballaggio: «Puoi muoverti, ispetto'?» Lui barcollò. Lo trascinarono dolorante e stordito per un lungo corridoio frequentato dalle blatte, lo lasciarono ad una porta di ebano con un foglio strappato incollato allo stipite. Si sforzò sui caratteri: … Inferno – Canto III – Per me. . .

I capri bussarono; «di qui, vai da solo», balzellarono in fretta sugli zoccoli fessi. Gli aprì una ragazza dall'incarnato olivastro, con gli occhi verde acceso e i riccioli biondo miele. Indossava una guêpiere sadomaso scelta da un catalogo di scempiaggini gotiche, teneva stretto al petto un covone di granturco: «Ciao», lo salutò malinconica, «io sono Pina, e tu sei lo sbirro?» «Torna da tua madre!», qualcuno ruggì da dentro, «Avanti, ispettore.» La ragazza si defilò dietro una tenda stampata a fiori che lasciava filtrare raggi salubri di luce diurna, un profumo di primavera e un garrito di rondini: «... devono avermi conciato davvero male...», Scattaglia inghiottì. Gli girava la testa. Respirò dopobarba, avana ed incenso. Entrò in una stanza dall'intonaco antracite.

Un negro prodigioso in abiti da becchino, e una P di diamanti appuntata alla giacca, lo invitò ad accomodarsi a un insolito scrittoio. Lui esitò: «È una cassa da morto.» Il negro ostentò le suole di vero cuoio sul coperchio rococò del feretro-scrivania: «Si serva di una sedia. Si versi da bere.» «Non posso, in servizio.» L'ospite smorfiò: «Permetta che mi presenti: Plutone; poco fa ha conosciuto la mia ragazza, Proserpina: in questo secolo così povero preferisce il diminutivo.» «Plutone e Proserpina: pittoresco, senz'altro. Ci siete o ci fate? Cos'è questo posto? C'è lei, dietro il racket dei lari?» «Non afferra, ispettore», il negro insistette, «Questa è un'eco del Fatebenefratelli nel limbo fra gl'inferi e questo mondo di cartapesta. Lei è di fronte al dio dell'oltretomba.» Scattaglia gli sputò sulla faccia. L'altro si asciugò col fazzoletto di tenebra, si alzò dalla bara, frugò in una madia di legno nero e posò sul coperchio quattro o cinque statuette: «Le bastano, queste?» «Ai Beni Culturali, le Belle Arti e l'Occulto le vorremo tutte indietro, se è possibile: grazie.» «Le ho stipate in cantine, soffitte e garage, cassette di sicurezza, magazzini e container. Quei capri imbecilli, rapinato il museo, si sono fatti beccare troppo vicino ad un nascondiglio...» «... e adesso ho beccato lei. Quali sono le sue intenzioni?»

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Plutone accarezzò le figurine sul feretro: le tocca a mani nude e neppure un sussulto; lui si stupì: «I vostri antenati: da oggi a duemila anni; a Roma e in tutta Italia, li avete dimenticati. Ascolto da venti secoli i loro tristi lamenti: chiedono giustizia, sono stati vilipesi. Io sono un dio: non ho facoltà di non rispondere secondo legge ad un lecito appello, sono in obbligo di esaudirli. E voi pagherete per il disprezzo del loro pianto; è un dolore silenzioso che un vivo non può conoscere», si rivolse alle immaginette, «persuadetelo voi.» I lari esalarono un vapore cenerognolo, la stanza soffocò di quel puzzo d'uova marce. Figuri ingobbiti, somiglianti alle statue, emersero dall'antracite dei muri con un orrido gorgoglio, si inchinarono al negro: «... porcatroia!...», Scattaglia allibì. Gli spettri lo guardarono con astio millenario, gli strisciarono contro. Lui udì un tinnio sulla bara. Il lare di pietra rossa della ragazza del quinto secolo scintillò di sanguigno sugli ottoni del feretro, uno schiocco di pale echeggiò nella stanza; i raggi di torce elettriche e corde penetrarono dal soffitto che svanì in schegge nere. Una squadra di incursori celesorcisti atterrò nella sala, i fari di un elicottero puntarono su Plutone. Er tornato gli sorrise dalla cassa da morto: «Me sarebbi sentito anfame, si t'avrebbe abbandonato»; lo aiutò ad alzarsi in piedi e sbracciò


all'elicotterista: calò un'imbracatura, Scattaglia la rifiutò: «Voglio essere sicuro di acciuffare lo stronzo.» Plutone agguantò gli spettri alla collottola, li scrollò sui celesorcisti come fossero fazzoletti: gli agenti stramazzarono disidratati, sparsero sul pavimento le M12 consacrate: «Filiamo, ispetto'!» Lui raccolse un'automatica da terra, spazzò l'orda di spiriti con i colpi benedetti. Un proiettile vagante bruciò un orecchio negro: «Ah, ti fa male?» Scattaglia esplose un'altra raffica, Plutone si tuffò dietro il feretro. Allo scatto dell'otturatore si alzò, gli rispose con un soffio stregato: un dolore lancinante lo atterrò intorpidito. Scattaglia strinse i denti e resistette, gattonò ad un altro mitra. Si accorse, con la coda dell'occhio, che Er Tornato strisciava col serramanico in pugno dietro la cortina che profumava di primavera: «Damme er tempo, ispetto'», gli pispigliò. Lui raccolse un'altra arma celesorcista, si alzò, avanzò contro il nume grandinando proiettili. Plutone sopportò: grondante di icore nero rinnovò l'incantesimo. Scattaglia crollò, sferzato da un'aria fredda: un alito spietato gli spezzò qualche costola, gli arrestò per un istante il battito cardiaco. «... e adesso, ispettore», il negro ruggì, «la aggiungo ai miei sudditi...» Qualcuno squittì. «... poi, però», Er Tornato ghignò, «spiccamo 'sto fiorellino: che ne dici, Pluto'?» Stringeva Proserpina con la lama alla gola, la punta arrugginita le affondava nella trachea. Il dio lo investì di un alito d'oltretomba: la ragazza sbiancò e perse i sensi. Scattaglia sorrise di come i riccioli del non-morto si ravvivassero a quell'orrida

messa in piega: «È inutile, maestà: con me c'hai già provato. E me lasciasti tanto fatto e sfonnato che so' fuori giurisdizione. Arendite, mo', ché te concio 'a regazzina.» Il rombo di altre auto ed elicotteri, che varcavano il limbo e assediavano l'ospedale, penetrò dal soffitto rotto con i belati, le sirene e gli spari. Nel rettangolo di cielo scoperto videro Sharon decollare con il Wolkswagen: «Se vedemo dabbasso, principa'», salutò il transessuale; batté con il remo sugli spiriti intristiti. «Riprendetevi quelle statue», si arrese Plutone; snocciolò la lunga lista dei nascondigli in città. Scattaglia si chinò su un agente caduto, gli sganciò dalla cintura le manette di frassino. Quando alzò lo sguardo il dio non c'era più, Er Tornato indossava la guêpiere di Proserpina. Il blindato era fermo all'ingresso di "Carlone", gli agenti dell'esoterica, in camice e sigilli, entravano ed uscivano dal magazzino di trattoria, caricavano il furgone di cassette di lari. I turisti e residenti in Trastevere sbirciavano in via Luce di là dalle transenne, si affacciavano alle finestre e domandavano ma cos'ha fatto. Il brigadiere del reparto operativo per la Tutela del Patrimonio Culturale sgombrava i curiosi con un laconico circolare. Attianese interrogava il titolare del ristorante seduto ad un tavolino fra i tanti sul marciapiede: l'uomo si asciugava il sudore freddo con il grembiule, e le pagine del taccuino si infittivano di illeciti. Santini era appoggiato sul cofano dell'Alfa, e infilato il tovagliolo nel colletto dell'uniforme inforchettava la carbonara e ingollava il Cerveteri: «... perché da divinità a boss della malavita?», Scattaglia si

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domandò. L'agente si scrollò, riaffondò negli spaghetti, si pulì le labbra unte, bevve un sorso e ruttò. Poi guardò perplesso alle gomme del blindato, leggermente schiacciate sotto il peso del carico: «E mo', ispetto', di 'sti cippi: che ce famo?» «Ecco: mi hai risposto», lui si consolò. Guardò alle grottesche e mascheroni barocchi che spiavano i romani dall'alto dei cornicioni, o interrati fino agli occhi negli zoccoli dei palazzi. Offesi di orina, di smog e di guano. «Abbiamo finito», gli riferì il responsabile dell'esoterica; scorse gli indirizzi incolonnati su un ciclostile, «il prossimo deposito ...» «... all'Ostiense: vi seguo.» Tolse a Santini il bicchiere e la forchetta, assaggiò la carbonara e inghiottì con il vino. Pulì i baffi dal giallo d'uovo sulla manica del trench e partirono sulla Giulia. In Piazza San Francesco l'agente frenò di colpo: «Cos'è, sei coglione?!», Scattaglia abbaiò. L'altro si strizzò gli attributi, gli accennò ad un grumo scuro ad un metro dall'auto: «Ispetto': c'è 'n gatto nero. E ammazza quant'è grosso!» «Riparti, imbecille: vedrai, se non si sposta.» Santini ingranò, ma il gatto non si mosse; premette sul clacson e lo stesso non si spostò. L'agente arrossì. Lui smontò sospirando malamadonna, l'incredibile felino lo guardò con gli occhi gialli. Sotto il pelo color notte e lucido allacciava un collare con un ciondolo di diamanti, una lettera, P; miagolò con voce umana femminile e maschile: «A presto rivederci, ispettore Scattaglia.»


S ka n Combinazioni La carne è debole, solo l'anima è immortale= E la tua appartiene a me=

Louis Cyphre

Era un vecchio ascensore, non aveva nulla di particolare. La piastra di alluminio che ospitava i pulsanti era opaca e ammaccata per l’usura. I numeri apparivano su tasti circolari illuminati da una tenue luce gialla. L’elevatore, al numero 1 4 di via delle Robinie, era molto temuto. Si diceva che ci fosse il diavolo dentro, o meglio, questo era quanto asseriva il portinaio. «Stupidaggini» ebbe a dire, quel giorno, Michele mentre fissava la porta dell’antico saliscendi. «Devo andare al quinto e, di certo, non vorrai che me la faccia a piedi» si rivolse spavaldo a suo cugino, Cesiro Albinoni, attempato portiere del vetusto stabile. Con quel suo cuore malandato, le buste pesanti, la spesa di Elide, quell’anziana “brontolona”, non aveva nessuna intenzione di arrampicarsi per quei fottuti scalini. «Scale? Se le facciano pure i creduloni». Michele e Cesiro erano nell’androne, davanti alla guardiola che dava sulla porta del sinistro ascensore. Era al piano terra. Michele, nel guardarlo, notò che la luce sopra l’entrata del lift, quella con la scritta «libero», era accesa. «Che strano, avrei giurato che fosse

Poscritti di futuro ordinario

Lu i g i Bo n a r o

spenta» farfugliò nei denti. «Cosa Michè?» «Niente Cesì». «Ti ricordi Giulia, la signora del quarto» proseguì Cesiro aggrottando le sopracciglia. «Ma chi, la bionda dei chihuahua?» «Eh, proprio quella lì». «Un mese fa ha preso l’ascensore. L’avevo avvisata, non spingete quel bottone, signò». «Quindi?» «È impazzita, Michè». «Come è impazzita?» «Impazzita. Prendono tutti quel diabolico saliscendi e=» «e=» «E= Li trovano così, terrorizzati, urlano con la bava alla bocca, tutti ripetono=» «Cosa=» «La parola, Satana». L’ultimo monosillabo risuonò nel silenzio dell’atrio. «Con la signora Giulia, però, c’erano anche i cani». «Come=» «Credimi Michè, digrignavano i denti e negli occhi=» «Che=» «Michè non mi ci far pensare= Il Male, Michè, il Male. Ieri ero lì al quarto, cambiavo il neon alla plafoniera del pianerottolo. Graffiavano dietro la porta ringhiando malvagi. Mi hanno fatto paura. Giulia, invece, sta meglio, vive sull’Appia vicino a un esorcista, manda tutti i giorni un tizio a curare quelle bestiacce». «Ma l’elevatore è mantenuto?»

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«La ditta interviene spesso. Mi spiace solo per quel poverino che è venuto qualche mese fa». «Perchè?» «Abbiamo sentito delle urla al sesto piano. Era il tecnico. Impugnava un arnese di metallo, barricato nell’ascensore con il volto sfigurato dalla paura. Ho dovuto chiamare il 11 3. Lo hanno ricoverato al Policlinico, all’istituto d’igiene mentale. Mi ha chiamato, sai= Per ringraziarmi di averlo soccorso. Si è ripreso, è in cura da uno psichiatra. Eh, da queste cose non si guarisce mai del tutto. Se solo mi avesse ascoltato=» Michele scrutava il lift, aveva la sensazione che quella la fioca luce maligna lo “chiamasse” nella penombra. «Vedi Michè, pare che quest’ascensore sia su una certa direttrice, un punto di transito dei demoni verso l’Ade » . Di colpo, si sentì ansioso. Non aveva più voglia di prendere quel dannato trabiccolo. Immaginava il diavolo che, aggrappandosi alle corde d’acciaio, saliva dall’inferno. Era confuso. Che stupidaggini. Non poteva crederci. Certo che non ci credeva. Ma, per quella volta, sarebbe andato volentieri a piedi. Se solo non avesse fatto il gradasso. Era sempre più in ansia. Un rivolo di sudore lo percorse, dalla schiena, superando la cintola, dritto alle natiche. «Che c’hai Michè?».


«Nulla. C’è dell’acqua?». Michele buttò giù una compressa per l’ipertensione. «Pensa all’americano Otis quando brevettò il primo progetto nel 1 861 , scoppiò la guerra di secessione. L’ascensore fu esportato in Europa? Ci fu una guerra mondiale. Certo, solo combinazioni, ma qualcosa sotto ci deve essere per forza, Michè» disse arricciandosi il baffo. «Vabbè Cesì, vado eh». Era atterrito e= Accidenti, non poteva più tirarsi indietro. Le mani sudate sulla maniglia, trasalì al cigolio delle cerniere. Entrò guardando per terra, come temendo di incontrare un’oscura presenza. Con la testa bassa, sbirciò la pulsantiera che lo fissava “malvagia”, tanti segnaposto, una “perfida” tombola che sbucava illuminata dalla piastra di alluminio, il bagliore di un lumino cimiteriale. Immaginò che dietro la grata della piastra vi fosse, al posto della cassa acustica, un satanasso che lo spiava. «Coraggio» si disse. Fissò la mano sulla cornice di bachelite che era intorno alla piastra e premette quel bottone con l’altra. Non successe nulla. «Questo rottame non si avvia» proruppe stridulo per la paura. L’elevatore si avviò all’improvviso. Il cuore gli salì in gola. A seguire, però, prese un’andatura “querula” e lenta. «A me sembra solo una vecchia carretta» si rincuorò Michele e mentre alzava la testa, fece un balzo all’indietro, spaventandosi a morte alla vista della sua immagine allo specchio del vetusto “catorcio”. «Sei un citrullo» rise isterico. Era già al quarto, non era successo nulla. Stava arrivando al quinto quando

Michele scherzò nervoso «Dove sono ‘sti diavoli?» L’elevatore si fermò a metà dell’ingresso, sospeso tra il muro al di sotto del sesto piano e la porta del quinto. Michele trasalì. Premette il pulsante con la campanella. Seguì il silenzio. Riprovò ma l’allarme non si attivò. Disperato, continuò a premere quel maledetto pulsante per minuti, un tempo infinito, mentre la paura sopraggiungeva incontrollabile di fronte a tanta claustrofobica impotenza. Era sicuro, satana stava arrivando. Provò a urlare ma la voce rimase soffocata in gola. Un attacco di angina gli fece portare la mano al petto, con il piede rovesciò la busta degli ortaggi della signora Elide. Passi lenti e regolari “tagliavano” il silenzio nello stabile. Michele, il petto dolorante, respirava a fatica: «Eccolo sul ballatoio». Il suono del calpestio si avvicinava all’ascensore ma a risentirli, quei passi, sembrarono, d’improvviso, familiari. Quella cadenza divenne presto una speranza, Cesiro. Sentì allentarsi la morsa del “male”: «Aiutami a uscire da questo trabiccolo Cesì!» implorò. La porta dell’ascensore si aprì e Michele non vide Cesiro bensì il volto del male, dei tratti aguzzi, un mostro con gli occhi rossi, peluria da capro e grosse corna, un fumo sulfureo si frapponeva tra lui e il volto del Male. Un colpo secco stroncò Michele. Si accasciò livido sul pavimento di linoleum. Cesiro si tolse la maschera e guardò il cugino morto tra i pomodori della signora Elide. «Michè, te lo avevo detto che ‘sto coso è maledetto». Teneva il suo toscano tra le dita mentre espirava il fumo denso. Poi,

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scese in guardiola e tolse la funzione che conferiva il controllo manuale dell’elevatore al quadro di controllo del piano terra. L’ascensore ritornò cigolando al pianerottolo. Qualche tempo dopo, la pingue signora Elide, unica residente in via delle Robinie, 1 4, quotidiano nel “tascone” di una orrenda vestaglia consumata, ciabattava rantolando nell’atrio. Deh= Niente più Michele a portarle il giornale o la spesa, niente più Cesiro che tutti i giorni l’aiutava a prendere l’ascensore. Non poteva scambiare nemmeno due parole. Giulia, la scema, se n’era andata da tempo con quel prete. «Lo amo» gli aveva detto. Mah. Questo pensava Elide mentre premeva il pulsante nero sullo stipite della porta. La scritta, “occupato” si illuminò di rosso. L’ascensore si mosse “sferragliando” lento verso terra. Nell’attesa, la vecchia sbirciava la cronaca locale. Aveva inforcato dei vecchi occhiali con una montatura nera spessa: «Portiere di 55 anni investito. Identificato il pirata alla guida di una Lamborghini, modello Diablo. La vittima si chiamava Cesiro Albinoni, unico parente del milionario Michele Albinoni, stroncato poco tempo fa da un infarto, aveva ereditato da poco tutta la sua fortuna». «Poveretti» “uggiolò” amara la vecchia. «Ma= Quest’ascensore non arriva?». Premette nuovamente il pulsante nero. Le lettere, di un arancione intenso, composero la parola, Guasto. «Accidenti. Certo eh, che è proprio vero. Quando il diavolo ci mette lo zampino=»


S ka n Nannina la puttana

Quando il paese venne squassato dal divenire dei fatti, Nannina aveva diciotto anni ed era bella come il peccato. Labbra rosse e carnose, incorniciate da folti capelli neri che le ricadevano in riccioli scomposti sul viso da bambina. Gli occhi scuri e intensi conferivano a quel volto, altrimenti dolce, un espressione da demonio. I seni nuovi, turgidi per età e per natura, poggiati come pesche mature sul corpo sottile. Nel piccolo centro arroccato sulla bocca di un vulcano sopito, ne avrebbero avuto da raccontare per almeno tre generazioni a venire. Ma andiamo per ordine. Il borgo: null'altro che quattro case in croce, trincerate da una fitta boscaglia di cerri, e come unico accesso una carrettiera sconnessa. Duecento anime, contando anche i cani e l'oca domestica di Santina la magliaia. Era la domenica di Pasqua, poco dopo l'alba. Nannina aveva già badato al campo e agli animali, perché come le ripeteva sempre suo padre, spellandole le cosce a cinghiate: una brava moglie deve saper accudire le bestie e preparare l'orto. Si stava dirigendo con il suo orsacchiotto gualcito tra le

... e alla fine arriva Polly

Po l l y R u s s e l l

braccia, a far le pulizie alla canonica. Come era consuetudine da almeno tre anni. Attraversò a testa bassa la piazza principale stringendo più forte il suo orsacchiotto, mentre cercava di non sentire i commenti carichi di astio e disprezzo al suo passaggio. Le comari che si fingevano indaffarate, chine da ore sullo stesso lenzuolo, col solo intento di acquisire più informazioni possibili prima del pranzo pasquale. «Porettella, Domine Dio non l'ha baciata! È pra che pija maritu, 'nvece va giocanno co li pupazzi.» «E chi se la recoje?» Apostrofò una di loro, inzuppando una volta in più il lenzuolo già lindo, «maritemu je fa pulì u sterillu tutte e settimane, e ogni vote che vado a vedè è più zuzzu de prima.» Da sei anni ormai Nannina si adoperava con vigore nel rendere lucide e pulite le case e le botteghe dei suoi compaesani. Tre lire per un ora di lavoro, soldi che passava di norma a incassare suo padre, giacché le donne non devono maneggiare il denaro. Ma facciamo un salto indietro, a un anno prima. A quando Nannina ebbe l'intuizione che, suo malgrado, le

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cambiò la vita. Suo padre non l'aveva mai mandata a scuola, le donne diceva, non hanno bisogno di studiare. Devono saper cucinare, badare alle bestie, accontentare il marito e crescere i figli. Far di conto non le sarebbe servito, leggere men che meno. Avrebbe solo riempito la sua testa bacata di sciocchezze. Così la ragazza divideva la sua giornata tra il lavoro e il badare al padre alcolizzato. Un pomeriggio estivo troppo caldo, il vecchio Peppino, il padrone dell'osteria, rientrò prima del previsto. Nannina come ogni lunedì era china, riversa sul pavimento a strofinar via le macchie vermiglie di vino incrostato. Forse il caldo, o il sudore che appiccicava le vesti al corpo della ragazza. Forse la posizione che aveva assunto, carponi sul pavimento di cotto. Forse quelle labbra troppo rosse e carnose. Qualunque cosa fosse stata, Peppino si sentì avvampare come non accadeva da anni. Sentì fuoco e passione montare a ogni respiro ormai affannoso. Partendo dallo stomaco la fiamma esplose e


avvampò in quel corpo non più giovane. Una passione furiosa e cieca che mai aveva provato con l'algida moglie, o con le puttane zingare che periodicamente passavano per quelle colline. Con la follia che dura solo un momento strattonò la ragazzina per i capelli e le schiaccio il viso sul pavimento. Con la destra la sollevò per i fianchi insinuando un ginocchio tra le sue cosce serrate, come una leva. Lei gridò solo una volta mentre l'uomo le strappava le vesti con una zampata. Si fece strada fra le sue gambe con una ferocia fino a quel momento sconosciuta e gridando come un lupo, infine la penetrò. La foga e la passione erano tali che la tortura durò solo pochi istanti. L'oste come svegliato da un sogno, con un gesto quasi sdegnato la sbalzò in un angolo e si portò le mani sul viso color cuoio. In quel preciso momento Nannina capì. Deglutì come se dovesse ingoiare una noce con tutto il guscio, tanto le doleva la gola. Fermò le lacrime prepotenti che già le inondavano gli occhi e si alzò. Aggiustò le vesti con entrambe le mani e raccolse di nuovo i capelli in una coda, poi guardò l'oste negli occhi, fiera. «Sono duecento lire, don Peppino.»

Da quel giorno non ci fu mercante, artigiano o fattore che non avesse bisogno di lei. Suo padre raccoglieva la frustrazione e le tre lire anticipate, continuando a cerare il fantasma di sua moglie in fondo alla bottiglia. E per ogni tre lire che lui spendeva in alcol, Nannina se ne infilava tra i seni tre o quattrocento. Rincasava sempre più tardi ormai, con il suo orsacchiotto tra le braccia. Suo padre aveva tentato molte volte di gettarlo. Né le percosse, né gli insulti e le minacce erano valse a qualcosa. Si era arreso alla fine, pensando che forse sarebbe riuscito a maritarla anche così. Pazza com'era. Pazza e anche assassina, come era solito dirle. Glielo ripeteva da quando era nata, maledetta da Dio, macchiata dal delitto più grande. Sopravvivere a sua madre in un parto difficile. Torniamo alla nostra domenica di Pasqua. Il paese era addobbato a festa, come i carretti degli ambulanti e le vetrine dei pochi negozi. Intorno alla fontana centrale e alle finestre le matrone avevano steso lunghi drappi ricamati. Chi lo possedeva aveva lavato il cavallo, intrecciandogli con fiori freschi, coda e criniera. E mentre gli uomini col vestito buono parlottavano della caccia del giorno prima, le donne dai primi

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banchi della chiesa di S.Cristoforo si battevano il petto, riferendosi gli ultimi pettegolezzi al riparo dei loro veli ricamati. La messa sarebbe dovuta iniziare da almeno venti minuti, uno sbuffo, poi un altro, un colpo di tosse. Finché suor Giacinta decise di controllare, aprendo la porta della sagrestia. Se avesse avuto migliori riflessi e più malizia avrebbe richiuso di scatto. Invece rimase lì, basita davanti alla porta spalancata, guardando esterrefatta quello che nessuno dei presenti avrebbe più dimenticato. Nannina vestita solo della tonaca slacciata di padre Amerigo lo cavalcava come un ciuco. Il parroco balbettò qualcosa mentre Lei, austera e dignitosa si alzò in piedi. Raccolse da terra il suo orsacchiotto, gonfio di denaro, e uscì dalla sagrestia. Come un'attrice alla fine di uno spettacolo fece un inchino al suo pubblico, e si incamminò lungo la navata. Cercò lo sguardo di suo padre tra gli astanti ammutoliti, «una brava moglie,» sentenziò, «è quella che ha abbastanza denaro da decidere, se vuole, di non diventarlo mai.» Attraversò la chiesa sventolando la tonaca come un mantello e uscì.


S ka n

OLTRE LO skannatoiO Probabilità di successo ricci.giuliana@email.it

La vita di Franky era un inferno. Una condanna a una misera esistenza. Del resto, lui era... non lo sapeva di preciso, ignorava quale parte del suo corpo gli appartenesse veramente e quale no. Anche i pensieri forse non erano realmente suoi, ma a nessuno interessavano i desideri che invadevano il suo animo. Non più, da quando suo padre era stato costretto ad abbandonarlo. Una lacerante voglia di libertà gli bruciava dentro. Franky era nato da un esperimento, vietato dalla legge, in cui il suo creatore si era prodigato a rimescolare le carte della natura. Non riusciva a immaginare cosa potesse averlo spinto: era un uomo molto solo che spendeva le sue giornate nell'ambiente asettico di un laboratorio di Genetica

NASF

Le TRE LUNE 8 Avanzata. E a casa era anche peggio. Forse lo aveva mosso l'idea di generare una creatura tutta sua, su cui riversare il proprio affetto e da cui ricevere amore incondizionato. Così, attraverso manipolazioni del DNA e trapianti di organi sviluppati in provetta, era arrivato a lui, Franky, un nuovo animale da compagnia. Non era stato un lavoro semplice, ma la prima cosa insegnatagli da suo padre era che una buona pianificazione aumenta notevolmente le probabilità di successo. Infatti, Franky era un essere eccezionale: aveva gli occhi di un gatto con una visione notturna estremamente nitida, l'olfatto di un cane, il corpo agile di una lepre e la coda di una volpe, quella solo per bellezza. Ma le sue qualità non finivano lì: possedeva anche due orecchie dall'udito molto fine e

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terminanti con due antenne di lumaca per aumentarne la sensibilità all'ambiente. Man mano che cresceva, altre particolari caratteristiche si sviluppavano e rendevano assai fiero il suo creatore. Purtroppo, quella vita idilliaca subì una brusca interruzione. Furono scoperti. Il laboratorio e l'abitazione vennero posti sotto sequestro e perquisiti. Suo padre, prima di essere arrestato, riuscì a nasconderlo presso alcuni vicini di casa. Le uniche persone che gli erano sempre sembrate molto legate a lui. Legate lo erano, ma al denaro. Dapprima, lo accolsero con stupore e sconcerto. Poi, lo studiarono come un oggetto: una simile creatura, nata dall'assemblaggio di esseri inferiori nella scala evolutiva, doveva essere per forza priva di intelligenza. Franky non fece niente per convincerli del


contrario. Quando compresero che era innocuo, i nuovi padroni decisero di usarlo per far giocare i loro figli. Lo costrinsero a saltare per prendere bocconi di cibo, a sopportare la loro esasperante curiosità, a rincorrere tutte le palle che lanciavano e a riportarle indietro. Pian piano, i suoi padroni maturarono ben altri progetti. La gente sarebbe stata disposta a pagare per vedere un essere come Franky. Sulla Terra non sarebbe stato possibile: tutti credevano che non fosse riuscito a sopravvivere senza l'aiuto del padre e non era salutare attirare l'attenzione. Nelle colonie lunari e marziane, però, il pugno della legge allentava di gran lunga la sua morsa e molte azioni illegali erano tollerate nei sobborghi delle cupole. Non di rado, i coloni si facevano innestare protesi o trapiantare organi mutati per potenziare il loro fisico e migliorare la propria qualità di vita. Niente di paragonabile a Franky, ovviamente, che da quel momento fu ammaestrato a compiere un sacco di esercizi per rendere più interessanti le sue future esibizioni. Imparò a saltare attraverso un cerchio infuocato, a camminare su una palla e danzare a tempo di musica. Il suo sconforto cresceva ogni volta che i suoi padroni si guardavano

compiaciuti per aver capito come sfruttare quella miniera d'oro. Presto si ritrovò addosso un collare localizzatore, munito di codice identificativo, affinché potesse essere rintracciato in caso di perdita o fuga. Lo stesso modello imposto dalla legge per i cani o altri animali domestici dal momento che la piaga dell'abbandono aveva raggiunto livelli intollerabili. Si era quasi sentito soffocare. Quella era la sua vita. Compiere estenuanti viaggi nella stiva delle astronavi, dentro una gabbia che aveva a malapena due fori per permettergli di respirare e al buio. Non nutriva speranze di essere tratto in salvo da qualche anima buona. Di solito, i controlli dei numerosi trasporti turistici si limitavano all'esame dei documenti e nessuno si incaricava di ispezionare il container degli animali da compagnia. Nel caso di un contrattempo, ai suoi padroni bastava offrire una piccola mancia. Raggiunto un albergo all'interno della colonia, Franky veniva ripulito, strigliato a dovere, profumato e infiocchettato. Poi, iniziava l'interminabile giro di tutte le piazze, dei locali eleganti e delle bettole della colonia, dove era costretto a esibirsi. A spetta-

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colo concluso, mentre i suoi padroni raccoglievano scommesse sulle sue capacità, un infinità di mani lo toccavano, lo accarezzavano e lo solleticavano fastidiosamente. Alcuni bambini, più curiosi e crudeli di altri, arrivavano ad afferrarlo, a stringerlo, a torcergli gli arti senza pietà, provocandogli dolori lancinanti e spremendo dal suo corpo ogni energia. C'erano momenti in cui credeva di non sopravvivere, di non riuscire a rivedere la Terra e neanche il suo creatore. Durante l'ultimo viaggio, Franky aveva scoperto che suo padre era uscito di prigione. – Ho visto Peter quando siamo partiti. – aveva detto il padrone – Vive come un barbone nel parco dello spazioporto. Mi ha chiesto del nostro ospite, lo rivuole. – Ormai, è nostro. – aveva affermato stizzita la moglie. – Giusto! Gli offrirò qualche soldo affinché non crei problemi. Del resto non può denunciarci senza mettere in pericolo la sua creatura. Ha le mani legate. Era la notizia che Franky attendeva. Era arrivato il momento di fuggire. Grazie a lui, i padroni avevano acquistato una nuova casa, lontana dagli ammassi edilizi della città e corredata di giardino, campo da tennis, piscina, porticato e numerose stanze. Lo spazio


all'aperto era immenso ma Franky poteva usufruire solo di un piccolo appezzamento di terra, posto sul retro dell'abitazione e completamente circondato da un alto muro. La recinzione era interrotta solo da un vecchio cancello, un'enorme barriera metallica che risultava scomoda rispetto all'ingresso principale e restava sempre chiusa. Le possibilità di fuga apparivano scoraggianti. Inoltre, doveva condividere quello stretto spazio con i cani da guardia. Erano grandi rispetto a lui e minacciosi, addestrati a vigilare e ad aggredire. Da principio gli avevano fatto paura, poi si era accorto che erano abbastanza stupidi e gli avevano permesso di scavare una buca al di sotto del cancello. Non si erano insospettiti neanche quando l'aveva nascosta sotto un cumulo di foglie secchie. La via d'uscita era pronta ma doveva liberarsi del collare. Aveva un piano. Arrivò la notte giusta. L'aria era torrida, resa ancora più greve dalla spessa cappa di nubi che oscurava le stelle e la luna. La pioggia cadeva fitta e formava una cortina che confondeva i tratti del paesaggio. La visibilità era nulla ma non per Franky. Si avvicinò alla cassaforte. Spesso aveva avuto modo di spiare il padrone mentre l'apriva. I suoi arti anteriori possedevano falangi che garantivano un'ampia articolazione nei movimenti, con essi digitò la combinazio-

ne e prese tutti i beni contenuti. In fin dei conti, erano guadagni suoi e gli avrebbero permesso di pagare il viaggio verso una delle colonie, per lui e suo padre. Adesso, doveva mettere in atto la seconda parte del piano. Disattivò l'allarme: suonando avrebbe richiamato l'attenzione di troppe persone e sarebbe arrivata la polizia. C'era un altro modo per generare del trambusto. Era un bene che i suoi padroni si fossero sempre cullati nell'orgogliosa certezza di saper comprendere e dominare qualsiasi cosa. Era facile ingannarli e nascondere la sua intelligenza. Neanche si erano accorti che, col tempo, il timbro dei suoi mugolii era mutato perché aveva sviluppato un paio di corde vocali. Si avviò al telefono e compose il numero del cellulare del suo padrone. – Sono Tom, il tuo vicino di casa. Volevo avvertirti che due losche figure hanno scavalcato il muro di casa tua e sono penetrati in giardino. Ora chiudo e chiamo la polizia. – inventò cercando di fare una discreta imitazione. Preso dal panico, il padrone non si fermò a riflettere: in una notte come quella, il suo vicino non avrebbe potuto distinguere neanche un elefante se si fosse aggirato nei pressi della sua abitazione. Svegliò la moglie e insieme corsero ad avvisare i figli. Franky sfrecciò tra le loro gambe mostrandosi impaurito e seguendoli passo passo.

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- – Maledetto allarme! – sussurrò la padrona. - – Lo avranno disattivato – spiegò il marito. - – I cani non abbaiano. Temo che li abbiano uccisi. Chiama la polizia. - – L'ha chiamata, Tom. Non muoviamoci da qui e cerchiamo qualcosa con cui difenderci. - – Bisogna nascondere Franky – si preoccupò la donna – Forse, è proprio lui che vogliono e la polizia non deve vederlo. - – E' inutile nasconderlo – disse uno dei figli – Se non gli togliamo il collare localizzatore possono trovarlo ovunque vada. - – Va bene! Sbrigati. - Il ragazzo si chinò e digitò il codice di apertura sul retro del collare. - Finalmente libero. - Prima che i suoi padroni potessero comprendere ciò che succedeva, Franky fuggì rapido come una lepre. In un attimo raggiunse la buca, la superò e si mise a correre lungo la strada, poi attraverso i campi diretto verso lo spazioporto. Avrebbe trovato suo padre e si sarebbero rifatti una vita in una delle colonie. Mentre sfrecciava nella notte, dentro di sé rideva all'idea di aver lasciato i suoi carcerieri i balia di ladri inesistenti. Per fortuna, tutto era andato come previsto. Del resto, una delle prime cose apprese da suo padre era che una buona pianificazione aumenta notevolmente le probabilità di successo.


S ka n Sopravvivenza Il sole ardeva alto nel cielo. Il riverbero sulla sabbia rovente della Zona Proibita era abbagliante, tanto che Alpha era costretto a tenere gli occhi semichiusi per poter vedere il suo avversario. Attraverso il filtro delle ciglia, gli appariva come una figura sfocata. Non riusciva a distinguerne i lineamenti, ma che importanza poteva avere? Era uno dei tanti, non diverso da lui: un uomo nudo con la pelle riarsa e i piedi bruciati dal deserto. Non desiderava combatterlo, ma la sua volontà aveva cessato di aver valore fin dai tempi dell’esodo. Tutto ciò che gli era concesso fare era sopravvivere per poter rischiare la vita un’altra volta, la prossima estate. Prese ad avanzare con cautela, studiando l’altro che, al contrario, quasi gli stava correndo incontro.

OLTRE LO skannatoiO

Macelleria n.6

Se lo ritrovò addosso in un attimo, prima di aver formulato una qualche strategia, e non poté fare altro che schivare alla meglio una serie di colpi sferrati in rapida successione. Quelli che riusciva a evitare del tutto erano meno di quelli che arrivavano a segno, anche solo di striscio. Per fortuna la rapidità dell’altro non era accompagnata da altrettanta potenza. Combatteva soprattutto con le mani, forse aveva fatto un po’ di pugilato prima di finire lì, in mezzo al nulla. Non sarebbe stato troppo difficile usare le gambe per atterrarlo e guadagnare un vantaggio, ma questo Alpha non lo avrebbe mai fatto, né, del resto, glielo avrebbero permesso. Cadere su quella sabbia rappresentava una sconfitta quasi certa: rialzarti, mentre il corpo ti bruciava come se ti avessero dato fuoco, ed evitare i colpi dell’avversario al tempo stesso era un’impresa che pochi riusci-

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vano a compiere. Per questo, perfino lì, atterrare qualcuno di proposito era considerato sleale. Alpha indietreggiò, chiudendo i pugni e sollevandoli a coprirsi il volto, distanziando appena i gomiti per schermarsi meglio. L’altro abboccò al tranello e prese a tempestargli di pugni l’addome. Non fu piacevole incassare i suoi colpi, per quanto tentasse di accompagnarli il più possibile, ma aveva ottenuto di fargli abbassare la guardia, e ora avrebbe potuto farla finita facilmente, la mascella dell’avversario quasi sembrava pregare per l’arrivo del suo sinistro. Il dolore sul lato destro della testa giunse così violento e inatteso da farlo vacillare. Dovette indietreggiare di un passo, combattendo contro la dolorosa pulsazione nella tempia. C’era un solo modo per farla passare: caricò il destro e sferrò un diretto al volto dell’uomo di fronte a lui,


che non dovette neanche sforzarsi per schivarlo. Il dolore scomparve all’istante, ma Alpha ricevette di rimando un colpo al fianco che lo fece piroettare di lato. La sabbia gli sfuggì da sotto il piede d’appoggio, e si sentì precipitare all’indietro. La sua reazione fu istantanea: portò indietro le braccia, spezzando la caduta, e atterrò sulle mani, tenendo la schiena lontana dal suolo. La sabbia bruciava come sempre, ma i calli su palmi e dita lo proteggevano, rendendoglielo quasi sopportabile. Mentre l’avversario avanzava, lo colpì alla coscia con un piede, costringendolo a fermarsi per ritrovare l’equilibrio. Ne approfittò rialzarsi con un colpo di reni, faticando a non rovinare in avanti nel tentativo. Stava per ripartire all’attacco quando il dolore tornò a farsi sentire, in una zona diversa del cranio. Fu costretto a tentare un sinistro laterale che a stento raggiunse il bersaglio, maledicendo l’incapacità dei suoi aguzzini. Forse di questo passo avrebbero finito per estinguersi, se non altro. L’altro gli fu di nuovo addosso, tempestandolo di pugni deboli ma che, alla lunga, lo avrebbero sfinito. Schivò e parò come poteva. Poi, deciso a tentare il tutto per tutto, finse di inciampare e allargò le braccia come se avesse dovuto bilanciarsi per non cadere ancora, dando all’altro un’ampia opportunità per tentare un colpo risolutivo. Questi non si fece pregare: sferrò un poderoso diretto che colpì solo l’aria nel punto dove il suo viso si era trovato fino a quel momento, e nel farlo si sbilanciò

tanto in avanti che quasi gli rovinò addosso. In quel momento, il dolore tornò a farsi sentire, più forte di prima. Il lato sinistro del cervello di Alpha sembrava in fiamme. Lui strinse i denti, sforzandosi per ignorarlo. Avrebbe potuto liberarsene con un colpo all’addome, invece fece un passo indietro e sferrò un gancio sinistro che prese in pieno la mascella dell’avversario. L’impatto fu tale che il Tokyr gli si staccò dalla nuca, portandosi dietro una ciocca di capelli insanguinata. L’insettoide atterrò sul dorso parecchi metri più indietro. Prese ad agitare le zampette, facendo vibrare freneticamente le ali nel vano tentativo di ribaltarsi. Poi iniziò a riempire l’aria di suppliche fischiate e sibilanti, ma aveva perso, nessuno lo avrebbe aiutato. Nel frattempo, l’umano che gli era appartenuto assaporava un attimo di inattesa libertà. Guardatosi intorno per un istante, ruotò su se stesso e iniziò una fuga disperata, destinata a terminare dopo pochi passi, quando centinaia di larve di Tokyr emersero dalla sabbia, arrotolandosi attorno alle sue caviglie e facendolo cadere in avanti. I lunghi corpi segmentati lo avvolsero in un attimo, arrampicandosi sul suo corpo con migliaia di zampette uncinate che lasciavano piccole crepe nella pelle secca. Ma ben presto non vi fu più pelle in vista, solo un ammasso di larve grigie che si contorcevano, mentre il veleno delle loro piccole zanne ricurve paralizzava la vittima e ne scioglieva le carni poco a poco, per permettere loro di cibarsi e al tempo stesso impedire all’umano di lottare. O di

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urlare. Alpha aveva assistito alla scena troppe volte per riuscire a inorridirsi ancora. Non era mai accaduto a lui solo perché continuava a vincere con, o a volte nonostante, la guida del Tokyr di turno. Ora avrebbe avuto il suo premio, e sarebbe vissuto fino alla prossima estate, quando tutto sarebbe ricominciato. Quasi subito, infatti, una breve, pulsante onda di piacere gli invase il cervello e i sensi. Poi il nulla lo avvolse, e cadde addormentato al suolo. Il Tokyr gli si staccò dalla nuca, estraendo le lunghe zampe anteriori dal cranio, e si allontanò, squittendo canti di vittoria, verso una duna larga e piatta ai margini dell’area dello scontro. Man mano che vi si avvicinava, la sabbia si sollevava e cadeva a pioggia sui lati dell’altura, rivelando la figura della femmina che era rimasta in attesa, da sola più grande dei due umani messi insieme. Lunghe antenne flessuose si protesero verso il vincitore, intrecciandosi alle sue in un lento movimento che trasformò i versi di trionfo in sibili di piacere. Poi, in uno scatto, la femmina si piegò in avanti e afferrò il maschio tra le fauci. Si udì un rumore come di pietra frantumata quando morse e spezzò il suo carapace, liberando le ghiandole riproduttive. Un attimo dopo, sollevò la testa e rilassò i muscoli della gola, aprendo la cavità a essa parallela. E il maschio fu dentro di lei, dove avrebbe trascorso i suoi ultimi istanti di vita tra agonia e piacere, mentre lei suggeva i suoi fluidi per fecondare migliaia di uova.


Sangue e terra Anaïs si lasciò accarezzare. La droga aveva fatto l’effetto tanto atteso, i sensi intorpiditi, le labbra schiuse ad attendere il nettare della vita. I tagli freschi sulla pelle avevano intriso le lenzuola di sangue. Ancora ansimava, mentre la mente soggiogata dall’oppio cercava dune di sabbia dorata sui cui posare i pensieri. Aprì le gambe per accogliere la forza dirompente di Stefan. Le grida colmarono l’aria rarefatta di quella squallida camera. Era il suo cliente preferito, quello che non faceva domande, che la possedeva con la giusta forza, che assecondava le sue voglie, i suoi demoni. Un gladiatore del Chiostro, ultimo avamposto del regno di Salimar, sul pianeta Terra. Anaïs adorava l’odore ferroso del suo stesso sangue, si leccava le ferite prima di fare l’amore, prima di godere della placida sensazione che gli oppiacei regalavano alla sua mente contorta. Lo aveva picchiato con ferocia, ancora sentiva i graffi sulla schiena di lui mentre le stava sopra, spingendo dentro di lei. Solo l’idea di aver fatto male al grande guerriero la

fece eccitare. Con forza le sue mani strinsero la lunga chioma dell’uomo. Lui grugnì e la guardò in cagnesco, il fiato corto. «Fammi male» gli disse, stringendo forte la presa e le gambe. Ma non era sottomissione, era desiderio di sfida, una lotta all’ultimo sangue con il suo avventore. Stefan non si lasciò sopraffare e iniziò la sua guerra, premendo, dando stoccate dirompenti che le fecero sentire il calore montarle nel ventre. Lo sentì crescere dentro di lei. Iniziò a ridere soddisfatta mentre lui soccombeva al piacere, perdendo la sfida. «Prima o poi qualcuno te lo da un cazzotto ben assestato» le disse rivestendosi. «Voi lottatori siete troppo permalosi». «E tu ti stai spingendo troppo oltre» le disse. L’aveva già sgridata per l’evidente magrezza. «E finirai per prenderti un’infezione» aggiunse puntando lo sguardo sulle due lunghe gambe su cui alcuni tagli ancora sanguinavano. «Vuoi che smetta? Domani, dopo il combattimento, portami una ragazza, così berrò il suo sangue anziché il mio» lo sfidò. «Chi ti dice che sopravvivrò?» «Io scelgo bene i miei

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clienti». «Ancora sedici vittorie e sarò libero di andarmene da questa latrina... potresti venire con me». «E per andare dove? Vieni solo liberato da quel coso» disse indicando la cavigliera elettronica, «mica diventi ricco. Sai quanti crediti ci vogliono per partire? Sarebbe meglio per te morire da eroe». «Sei solo una pazza schizofrenica» «Già, ma vieni sempre a bussare alla mia porta» rispose secca alzandosi dal letto e aprendogli la porta, facendogli segno di sloggiare. Anaïs lasciò la bettola vicino all’arena e si diresse verso casa. Il cielo da aranciato aveva lasciato posto a striature violacee. La folla diurna, lagnosa e petulante, aveva abbandonato i vicoli, dirigendosi in massa nei dormitori pubblici. Ormai quel luogo dimenticato da Dio era solo un cumolo di disperati. Sangue e sabbia, combattimenti e puttane. La Terra era solo il fantasma di se stessa, come i suoi abitanti, sciagurati detriti alla deriva. La temperatura sarebbe scesa da lì a pochi minuti. I droni del coprifuoco, vecchi ammassi di ferraglia arrugginita, invasero i vicoli. Anaïs


affrettò il passo. Lanciò la borsa sul pavimento e seguì l’odore di biscotti. Marion era addobbata a festa, come il solito. Truccata, vestita come una vergine vestale, le mani sporche di farina e sangue. «Tesoro, hai fame?» le domandò inclinando la testa di lato. Nastri di raso arricchivano i boccoli curati a regola d’arte. «No, sorellina» le rispose, ignorando il corpo inerme dell’uomo steso sul tavolo della cucina. L’accetta ancora infilata nel ventre. Rivoli di sangue scendevano lenti. Un piccolo lago rotondo si era formato sul pavimento. «Ti presento Omar» le disse indicando il cadavere. «Ha risposto all’annuncio per single. È appena arrivato con l’ultima astronave. Avremo da mangiare per un mese» continuò Marion, lo sguardo leggiadro. «Da quando la sabbia si è impadronita del mondo, il cibo scarseggia, è necessario far fronte alle proprie forze per sopravvivere» proseguì alzando lo sguardo e pronunciando l’ultima frase come uno slogan. «Sì, e vedo che l’hai scelto bello grasso questa volta». «Quando avrò finito i biscottini, mi aiuterai a tagliarlo?» le domandò la so-

rella. Sbatté gli occhioni per convincerla. «No. Scusami, ma sono un po’ stanca» le disse dirigendosi verso la sua stanza. «Sei andata a vedere di nuovo i gladiatori? Quand’è che me ne porti uno?» sentì dire dalla sorella, ma ormai aveva chiuso la porta. Anaïs si gettò sul letto, il corpo spossato, l’anima devastata. Il suo equilibrio mentale era messo a dura prova dalla paura di essere scoperte, prima o poi, dai guardiani. Era scaltra, attenta, minuziosa. Si erano divise i compiti per sopravvivere dopo la morte dei genitori, dopo che anche l’ultima città sulla Terra era stata piegata al volere della sabbia. Lei si procurava i soldi, mentre Marion si occupava della casa e di procacciare cibo. Dal giorno dell’incidente si era presa l’incarico di crescere la sorella, più giovane di cinque anni, malata e tenuta segregata in casa. Non era stato facile all’inizio. Marion restava catatonica per giorni, poi riemergeva da quello stato di stasi mentale ed era ipereccitata, vogliosa, irrequieta. Quando un cliente di Anaïs si era trasformato in cena, grazie all’intervento della sorellina, aveva visto quanto fosse positivo per Marion uccidere ed essere utile

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alla famiglia. Era rinata, non cadeva più in depressione e, sebbene non mettesse il naso fuori casa perché terrorizzata dal deserto, aveva sempre il sorriso stampato in faccia. Non avrebbero mai potuto tornare indietro, erano state inghiottite dal male e, anche se non voleva ammetterlo, la sua vita aveva dei risvolti positivi, la faceva sentire potente, padrona di se stessa e non aveva più paura degli uomini, né di morire. Eppure si era resa conto che il baratro era sempre più profondo… si stava scavando la fossa. Il suo corpo era sempre più fragile, la mente più labile. Marion entrò. Il vassoio di biscotti caldi fra le mani. «Ho calcolato che potrebbe bastarci per un bel po’, ma se me ne porti uno per regalo?» le domandò. Anaïs si mise seduta. Ormai le richieste di Marion diventavano sempre più pressanti. Ma come poteva rifiutarsi di aiutarla? Non poteva accettare di perderla. Uno schizzo di sangue le arrivò sulla guancia. Con il dito si pulì, per poi leccare avida. La gente dietro di lei urlava impazzita, incitando Stefan a uccidere l’avversario. Il caldo soffocante rendeva folli, l’adrenalina pompava. Le vene del moro che


fronteggiava il suo cliente abituale pulsavano. Terra e sangue. L’ascia di Stefan colpì lo scudo, i due si fronteggiavano da troppo tempo ormai. I muscoli stavano per cedere. I loro occhi si scrutavano famelici, le loro menti erano soffocate dal desiderio di sterminare il rivale. Il vento caldo sollevò la sabbia nell’arena. Stefan fece roteare l’arma. Quello era lo sguardo del mietitore, Anaïs lo conosceva bene. C’era il male in quelle iridi di ghiaccio. Il colpo partì diretto, con forza inaudita. Staccò la testa di netto al moro. L’arena tremò. L’eccitazione sugli spalti toccò il culmine di quella giornata di giochi. «Come volevi tu, hai visto?» disse Stefan. Si era portato dietro una Slut, una battona dei gladiatori, quelle sottopagate che i generali regalavano ai vincitori. La tipa puzzava di pecora e lo sguardo annebbiato mostrava chiari sintomi di dipendenza. «Ma questa cos’ha?» chiese la prostituta, indicando le lenzuola sporche di sangue. Anaïs guardò di traverso Stefan. «Io odio il sangue, io non faccio cose strane» continuò la tipa. Biascicava e ciondolava. «Guarda che l’altra volta sta-

vo scherzando. Bella merda mi hai portato. Dove l’hai trovata, nella spazzatura?» chiese Anaïs a Stefan che come un deficiente se la rideva. «Mi hai promesso bei soldi per scopare con una psicopatica?» continuò la prostituta. «Chiudi quel letamaio» urlò Anaïs. Provava ribrezzo per le Slut, donne che si vendevano a orde di maschi. Lei non era molto diversa, ma almeno poteva scegliere, poteva rifiutare. «Io non faccio sesso con una malata» le disse la tipa con sdegno. Anaïs le fu addosso. Si attaccò ai capelli e tirò con forza, ma le arrivò un’unghiata sul braccio. Trattenne un urlo, poi le diede un morso sulla spalla e mollò la presa quel tanto da allungare il braccio e prendere il portacenere di vetro. Con un colpo ben assestato sulla fronte la fece azzittire. La ragazza stramazzò al suolo. «Non eri qui per scopare, ma per farti tagliuzzare» disse al corpo esamine riverso sul pavimento. Poi si voltò verso il suo cliente e notò, non senza compiacimento, di averlo spaventato. «Non dirmi che hai cambiato idea» gli disse. Si spogliò, le labbra schiuse, gli occhi liquidi. Prese il coltello dalla borsa e lo

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soppesò fra le mani, con le dita ne accarezzò la lama, mentre Stefan si svestì per mostrare la sua virilità, sempre più trascinato in quella follia. «Mettila sul letto» gli ordinò. Un minuto dopo le era salita a cavalcioni, pronta per giocare. Anaïs passò la punta della lama fra i seni della sconosciuta, ma non riuscì a percepire il piacere che invece provava quando la lama fredda accarezzava la sua di pelle, quel sottile desiderio di dolore che la appagava, sedando le sue ansie. Stefan le si mise dietro. La prese mentre lei combatteva con se stessa, reprimendo il desiderio di tagliarsi. Non le fregava nulla di quella ragazza, non era nel far male agli altri che trovava piacere. Mentre Stefan cercava solo il suo piacere personale, lei voltò la lama verso se stessa, pronta a colpire, ma la mano possente di lui, nell’apice del piacere, avvolse la sua, le piegò il polso e colpì la giovane sotto di lei, in pieno petto. Anaïs vide gli occhi della vittima spalancarsi di botto, la bocca aperta, lo sguardo stranamente lucido, come se in quel frammento di tempo avesse avuto la piena consapevolezza di essere giunta alla fine. Stefan esplose nel


suo orgasmo, mentre il sangue della giovane inzuppava le lenzuola. «Merda» disse il gladiatore quando si rese conto di ciò che era accaduto. «Ma l’hai ammazzata?» Anaïs non rispose nemmeno. Valutò che fosse inutile ribattere. Si mise nell’angolo, si accese una sigaretta, e attese che lui tornasse dal bagno. Gli occhi fissi sullo scempio. «Abbiamo fatto casino. Potrebbero allertare i guardiani. Dobbiamo ripulire la scena» le fece notare restando in piedi, vicino al letto, a guardare il cadavere, con l’aria di chi non gliene fregava un cazzo di aver ucciso qualcuno. Folate di fumo accarezzarono il soffitto della camera. «Credi davvero che in questa fogna interessi a qualcuno di una Slut?» gli domandò. «E la vuoi lasciare così?» «Pago mille crediti al mese per avere questa stanza. Gli androidi la puliscono e disinfettano ogni mattina alle cinque». «Fa come ti pare. Se qui abbiamo finito me ne torno all’arena». «Potresti venire a cena da me» gli disse. «Davvero? Mi fai vedere casa tua?» le domandò ammiccando. «Sì, vorrei farti conoscere la

mia sorellina» aggiunse con un sorriso malizioso e una luce inquietante negli occhi. «Non mi dire… mi stai offrendo un altro incontro a tre?». Stefan non era mai sazio. «No, ma credimi se ti dico che è un’ottima cuoca» gli rispose.

spose. Un sorriso stampato in faccia. «Come cliente mi aveva un po’ stufata». «Spero che le voci che girano sui gladiatori siano finte, altrimenti ci avveleneremo mangiando la sua carne». «Sbaglio o sei tu che me ne hai chiesto uno in regalo?» «Già, ne volevo uno muscoloso… Mi aiuti a tagliarlo?» Stefan fece uno sguardo da le domandò la piccola, lo ebete quando si ritrovò di sguardo eccitato per il regalo. fronte Marion vestita come «No, io ti aiuto a metterlo sul una vergine vestale. Si gonfiò tavolo, ma poi ci pensi da socome un gallo, mostrando i la. Lo sai bene che non sono muscoli e le ferite delle centi- brava a tagliare la carne, non naia di battaglie nell’arena. la mia almeno» le rispose fa«Molto, molto carina, credo cendole l’occhiolino. che ce la spasseremo noi tre» disse allungando le sudici mani verso i boccoli, perfettamente laccati, arricchiti da nastri. Non si accorse della mannaia che cadeva sulla sua testa da dietro le spalle. Schizzi di sangue imbrattarono il viso imbellettato di Marion. «Ma, Anaïs, che fai?» disse la sorella. «Lo sai che prima mi piace parlare un po’ con loro» aggiunse guardando il cadavere sul pavimento. «Scusami, ma lui non avrebbe atteso i convenevoli, era pronto a saltarti addosso» le spiegò. «È bello grosso» fece notare Marion. «Come vedi questa volta ho provveduto io al cibo» le ri-

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Nella pancia del Drago

http://www.sulromanzo.it/redazione/andrea-atzori

Passami il dado da venti! Fantasy e giochi di ruolo: un connubio segreto e nascosto vergognosamente. Misteriose sedute sataniche, passatempo da nerd sociopatici, o forse il più brillante laboratorio narrativo faida-te per quanto riguarda character-design e setting-acrhitecture?

In una rubrica dedicata al fantasy non poteva mancare una puntata dedicata al gioco di ruolo. Dalla sua nascita come genere letterario indipendente, il fantasy ha avuto un’incredibile capacità di contagiare altri media e creare la propria readership in maniera obliqua: insieme alla musica metal e al cinema, si può dire che la sfera ludica sia ciò che più abbia contribuito. Ma che cos’è un gioco di ruolo? Gli appassionati mi perdoneranno il breve excursus esplicativo. Un gioco di ruolo è un gioco di narrazione e strategia dove i giocatori – riuniti attorno a un tavolo (o connessi via Skype) – interpretano un personaggio di propria invenzione e lo muovono in un mondo immaginario che è raccontato loro

da un arbitro di gioco detto “master”. Per supportare la narrazione e determinare le conseguenze delle azioni, il gioco si affida (di solito) a un sistema matematico che “traduce” in numeri le caratteristiche e le abilità dei personaggi, e che è supportato dal tiro di dadi (dalle 4 alle 20 facce), che nella loro imprevedibilità simboleggiano il caso (o il fato). Volendo fare un parallelismo con la letteratura, il gioco di ruolo è come un romanzo dove ogni protagonista è inventato da un diverso scrittore, e la trama è costruita dalla somma delle scelte di ciascuno all’interno della cornice (mondo, o ambientazione) narrata dall’arbitro di gioco – la figura più simile allo scrittore vero e proprio, al regista. Ecco, a occhi profani, un tavolo di roleplayers appare come un gruppo di individui in trance teatrale, appesi con il fiato sospeso alle parole dell’arbitro/narratore e al rotolare di deformi oggettini di resina numerati. Quando si gioca di ruolo, il mondo reale è tagliato fuori (tranne le matite, le gomme, la carta, le noccioline e il caffè). Da questa volontaria estraniazione nasce lo stereotipo deleterio che dipinge i giochi di ruolo come attività alienanti. Alienanti quanto potrebbe essere la lettura di un libro. Ma andiamo con ordine. Tutto si potrebbe ricondurre, ancora una volta, a J.R.R. Tolkien. Il Signore degli Anelli veniva pubblicato negli anni Cinquanta del secolo scorso e, intorno al 1966, raggiungeva distribuzione capillare in tutti gli States contagiando milioni di lettori. Nello stesso periodo e nello stesso continente nasceva il concetto base di quello che sarebbe stato il gioco di ruolo: partendo da dei Wargame di ricostruzione storica muniti di miniature, un arbitro prendeva

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atto delle dichiarazioni di azione dei diversi giocatori, le inseriva nel contesto narrativo, e ne comunicava le conseguenze. Nacquero negli States le prime convention di giochi, e non ci volle molto perché i concetti strategici dei simulatori di guerra tra miniature venissero calati nelle atmosfere fantastiche della letteratura tolkieniana ormai entrata nell’immaginario collettivo, e in quelle di tutti gli universi simili, ispirati a uno pseudo Medioevo europeo cavalleresco permeato da magia e creature mitologiche. Fu così che nel ‘74 – dopo cinque anni di prototipi, versioni beta e vari editori – i signori Gary Gygax e Dave Arneson pubblicavano con la T.S.R. (Tactical and Startegic Rule) la prima edizione di Dungeons & Dragons. Nasceva un mito, e non sembra tutt’oggi ancora destinato a tramontare. Dungeons & Dragons ha visto dal ‘74 al 2008 ben dieci edizioni tra nuovi game set, revisioni ed espansioni, montagne e montagne di manuali di regole e ambientazioni e mondi in cui “giocare” le proprie storie. Nel 1997, la T.S.R veniva acquistata dalla corporazione Wizards of the Coast e il marchio D&D entrava a far parte del publishing dei grandi gruppi editoriali. Con D&D era nato un nuovo modo di concepire non solo il gioco, ma la narrativa, e non ci volle molto perché lo stesso concetto di gioco passasse dal fantasy agli altri generi della letteratura fantastica. Nacquero così giochi ispirati alla letteratura horror gotica, come i celebri manuali della White Wolf Publishing, Vampire e Werewolf, giochi che permettevano di vivere le avventure dei supereroi della Marvel (Marvel SuperHeroes); riprendevano l’universo immaginifico e mitopoietico di H.P. Lovecraft (The Call of Cthulhu, 1981), o quello di altri best-seller del fantasy degli anni Ottanta, come la saga di M. Moorcock (Stormbringer, 1981); sino ad arrivare alla fantascienza e al Cyberpunk delle opere di William Gibson (Cyberpunk, 1988), solo per citarne alcuni. In maniera spe-

culare, inoltre, l’industria ludica diede vita a intere collane di romanzi ispirati a mondi originariamente creati per il solo gioco, come la prolifica saga di Dragonlance, ambientazione creata come espansione di D&D, il cui primo romanzo fu pubblicato nel 1984 e che conta all’attivo più di un centinaio di pubblicazioni tra romanzi e manuali; e come la fortunata serie di romanzi legati all’universo bellico del Wargame Warhammer, prodotto dalla Games Workshop. Nascosto nelle spoglie di una cultura di nicchia – dalle versioni da tavolo sino ai GdR videoludici e al LARP o gioco di ruolo “dal vivo” (in costume) – il gioco di ruolo continua a rappresentare un generatore di readership per la letteratura di genere. Ma non solo di readership: alcune delle basi dello storytelling che i corsi di scrittura creativa cercano di vendere, non sono altro che l’ABC del gioco di ruolo. Se si volesse investigare sull’oscuro passato di molti dei più noti autori di letteratura di genere, fantasy in primis, in Italia e nel mondo, la percentuale di giocatori (o ex) formatisi tramite questo laboratorio creativo fai-da-te, potrebbe stupire i più. Ma i roleplayer non amano farsi pubblicità. Ignorando predicatori folli che li accusano di evocare il demonio in sedute sataniche; schiere di genitori ignoranti che non comprendono cosa i loro figli vadano a fare per ore chiusi in cantina con gli amici; le occhiatacce dei vicini di casa il giorno dopo dell’urlo che alle undici di notte ha svegliato il quartiere con un «L’ho ucciso! HO UCCISO IL DRAGOO!» ; nonché il sopracciglio snob della letteratura “impegnata”: i roleplayer continueranno a riunirsi tra di loro e raccontare storie. E si sa, con il gioco si impara anche a fare sul serio. Nella prossima puntata la recensione di un testo inedito di Tolkien.

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I Libri da rileggere Il Corridoio Nero di Michael Moorcock

Il corridoio nero

di Michael Moorcock

Il romanzo “Il corridoio nero” (“The Black Corridor”) di Michael Moorcock è stato pubblicato per la prima volta nel 1969. In Italia è stato pubblicato dalla Casa Editrice La Tribuna nel n. 172 di “Galassia” e all’interno del n. 41 di “Bigalassia” e da Mondadori nel n. 133 di “Urania Collezione” nella traduzione di Gabriele Tamburini.

Alla fine del XX secolo la situazione mondiale sta diventando sempre più caotica. Anche nelle nazioni più avanzate la società di sta disgregando e in Inghilterra una fazione fascista prende il potere, portando ad una crescente xenofobia. Ryan è un uomo d’affari che finché è possibile cerca di tirare avanti ma arriva il momento in cui deve fare una scelta radicale per salvare la sua famiglia. Assieme ad un gruppo di parenti e amici, usa le risorse che hanno a disposizione per rubare un’astronave e partire per il pianeta Munich 15040, che orbita attorno alla Stella di Barnard. Il pianeta è ritenuto colonizzabile ma i sei anni luce di distanza rendono il viaggio lungo. Mentre gli altri vengono messi in ibernazione, Ryan guida l’astronave verso la meta ma la solitudine e i ricordi degli ultimi disastrosi anni sulla Terra rendono difficile mantenere il contatto con la realtà. La scrittrice Hilary Bailey, allora sposata con Michael Moorcock, aveva cominciato a scrivere un romanzo sul futuro collasso della società ma non l’aveva continuato. A quel punto, il marito aveva deciso di utilizzare le idee della moglie per un suo romanzo, diventato “Il corridoio nero”. Le scene ambientati sulla Terra sono la riscrittura della storia di Hilary Bailey e Michael Moorcock vi ha aggiunto tutta la parte ambientata nello spazio. Il risultato è un romanzo che racconta in parallelo la storia di Ryan sull’astronave, che ha deciso di chiamare “Hope

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Dempsey”, e una serie di flashback che mostrano il progressivo crollo della società inglese negli anni precedenti. Michael Moorcock ha costruito la storia in un modo tale che alla fine è un romanzo psicologico più che catastrofico. La storia è narrata seguendo il punto di vista di Ryan, una scelta in parte obbligata visto che è l’unico rimasto sveglio sull’astronave per vigilare sul suo buon funzionamento, mentre i parenti e gli amici fuggiti con lui dalla Terra sono in ibernazione. Questa situazione diventa sempre più pesante per Ryan, che perde progressivamente il contatto con la realtà ma cos’è reale? La storia di Ryan sull’astronave diventa sempre più surreale ma anche i flashback non sono necessariamente più affidabili. La storia dell’ascesa al potere di una fazione fascista è raccontata in maniera piuttosto rozza, dando l’impressione che l’Inghilterra si sia ridotta ad un paese di pazzi paranoici. Ad un certo punto, perfino i gallesi vengono considerati stranieri da guardare con sospetto, peggio ancora gli irlandesi. Anche in certe scene con parenti e amici ci sono situazioni al limite dell’assurdo. Anch’esse mostrano una società allo sbando in cui le persone si isolano sempre di più e cercano di avere contatti solo con un gruppo ristretto di persone fidate. Non sempre questo basta perché ci sono forti tensioni anche all’interno della famiglia e tra quelli che dovrebbero essere amici. I dubbi sull’affidabilità del racconto riguardano però soprattutto le scene sull’astronave. Ci sono parecchie scene con stampati del computer, che sono nello stile tipico delle vecchie stampanti che

stampavano solo testo, formattato con asterischi. In vari casi ci sono sequenze di testi stampati che formano schemi che rispecchiano lo stato mentale di Ryan, non certo ciò che un computer produrrebbe. Il risultato è che leggendo “Il corridoio nero” i dubbi su ciò che sta realmente avvenendo aumentano pagina dopo pagina. Le varie scene aggiungono ambiguità dopo ambiguità e Michael Moorcock inserisce deliberatamente vari dettagli che portano a diverse conclusioni. Alla fine del romanzo, ogni lettore può scegliere una delle spiegazioni alternative o rileggerlo per riesaminare i vari elementi. In ogni caso, ciò che è certo è che non c’è un happy ending perché “Il corridoio nero” è un romanzo dai toni davvero cupi. Se inizialmente c’è una speranza nel viaggio verso il pianeta Munich 15040, diventa ben presto chiaro le cose stanno andando male e potranno solo peggiorare. Lo stato mentale di Ryan, già compromesso all’inizio della storia, degenera in episodi psicotici. “Il corridoio nero” è uno scavo nella psiche di Ryan perciò è l’unico personaggio davvero sviluppato. Nelle scene sulla Terra il ritmo è elevato anche se non c’è molta azione. Il romanzo è piuttosto breve anche per gli standard britannici dell’epoca perciò anche nelle scene sull’astronave il ritmo non scende mai molto. Secondo me, “Il corridoio nero” è un buon romanzo ma per come Michael Moorcock l’ha sviluppato può piacere a chi apprezza quel tipo di storie e i temi contenuti, meglio se non ha tendenze depressive.

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I Libri da Rileggere Luce dell'Universo di M. John Harrison

Luce dell'Universo di M. John Harrison

Il romanzo “Luce dell’universo” (“Light”) di M. John Harrison è stato pubblicato per la prima volta nel 2002. Ha vinto il premio James Tiptree, Jr. e il finlandese Tähtivaeltaja Award. È il primo libro della sequenza del Fascio Kefahuchi. In Italia è stato pubblicato da Mondadori nel n. 26 di “Urania Supplemento” nella traduzione di Vittorio Curtoni. Nel 1999, Michael Kearney sta per riuscire a ottenere un notevole avanzamento nel campo della fisi-

ca quantistica assieme al suo collega Brian Tate ma è perseguitato da una specie di spettro che chiama Shrander. È convinto che questa creatura voglia che lui uccida qualcuno periodicamente, cos’ha tutto questo a che fare con il Fascio Kefahuchi, una strana perturbazione cosmica recentemente scoperta? Nel 2400, Seria Mau Genlicher è una pilota di navi K. Ciò vuol dire che è diventata parte dell’astronave tramite operazioni chirurgiche e impianti vari. Ha rubato la sua astronave ed è diventata un’assassina su commissione. Un lavoro la porta ad affrontare i misteri del Fascio Kefahuchi. Ed Chianese è un ex pilota spaziale che cerca l’eccitazione cercando reperti tecnologici lasciati da antiche razze che si sono avventurate vicino al Fascio Kefahuchi. Ha una sorta di dipendenza dalla realtà virtuale e deve dei soldi alle sorelle Cray, due criminali dalle quali deve fuggire. “Luce dell’universo” è diviso in tre sottotrame con tre protagonisti diversi, una ambientata nel 1999 e due nel 2400. La presenza di molti riferimenti alla fisica quantistica e il fatto che la sottotrama ambientata alla fine del XX secolo abbia come protagonista uno scienziato le cui scoperte avranno enorme importanza nel futuro può far pensare che il romanzo sia simile a "Infinito" di Stephen Baxter. Ben presto però il lettore può ben notare che è molto diverso e che gli elementi di fantascienza “hard” non sono preminenti. Nel raccontare la storia di Michael Kearney, M. John Harrison non sembra interessato alle sue ricerche scientifiche. Al contrario, sembra più interessato alla vita ordinaria di questo personaggio, compresa quella sessuale. Tuttavia, non ci vuole molto per rendersi conto che momenti normali della sua vita sono mischiati ad altri decisamente anormali.

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Michael Kearney continua ad avere rapporti con la ex moglie Anna anche dopo il loro divorzio. Si tratta di un rapporto malato e la loro relazione sessuale è più frustrante che soddisfacente. I due sembrano inchiodati in una situazione negativa e non riescono a troncare davvero la loro storia e andare avanti. Come se non bastasse, Michael Kearney è un assassino. Da molti anni è perseguitato da una creatura misteriosa che chiama Shrander e pensa che essa voglia che lui uccida qualcuno. Lo Shrander è in qualche modo legato al Fascio Kefahuchi, la misteriosa perturbazione cosmica che ha influenzato molte civiltà aliene da tempo immemorabile e influenzerà la civiltà umana nel futuro. I protagonisti delle due sottotrame ambientate nel 2400 hanno anch’essi problemi mentali di vario tipo, molto diversi ma con alcune analogie con quelli di Michael Kearney perché per tutti tre c’è una spaccatura tra le loro vite reali e la loro percezione mentale di ciò che si aspettano, di ciò che vogliono e di ciò di cui hanno bisogno nella vita. Nel caso di Ed Chianese, questa spaccatura è esplicita nel senso che questo personaggio cerca rifugio nella realtà virtuale per cercare di trovarvi ciò che non ha nella sua vita fisica. Nel caso di Seria Mau Genlicher, il problema è che quand’era una ragazzina è diventata pilota di navi K e per questo motivo è stata trasformata in un cyborg, più macchina che umana direttamente interfacciata con l’astronave. Dopo anni di quella vita, vorrebbe tornare indietro ma ciò è impossibile. Nonostante gli elementi di fantascienza “hard”, “Luce dell’universo” è più un romanzo basato sui personaggi. M. John Harrison scava nella psicologia attraverso flashback, fantasie, allucinazioni e pensieri assortiti dei protagonisti. Anche a causa del loro stato psicologico, la storia finisce per essere caotica e non sempre facile da seguire. Onestamente, a volte la storia è composta di deliri allucinatori e può dare l’impressione di essere inconcludente e frammentario. Questo romanzo

può sembrare più stile che sostanza, anche per i tanti riferimenti alla cultura popolare. Molti titoli dei capitoli vengono da canzoni e album rock, ci sono riferimenti al romanzo “La tigre della notte” di Alfred Bester e altri alla serie televisiva “Buffy l’ammazzavampiri”, compreso il nome di Seria Mau Genlicher che riecheggia quello dell’attrice protagonista della serie, Sarah Michelle Gellar. Questo mix di elementi così eterogenei è per certi versi la forza ma per altri la debolezza di “Luce dell’universo”. M. John Harrison mischia fisica quantistica e sessualità, assieme a mille altri elementi che vanno dalla space opera al cyberpunk e all’ingegneria genetica, in maniera brillante e alla fine si vedono anche i collegamenti tra le varie sottotrame. Probabilmente, questo è il tipo di romanzo che dà un’impressione anche migliore alla seconda lettura, che permette di comprendere meglio certi dettagli sparsi qua e là. “Luce dell’universo” ha però anche vari problemi. Innanzitutto, è davvero difficile provare simpatia per i protagonisti. La conseguenza è che può essere davvero difficile seguire con interesse le loro storie. I momenti che dovrebbero essere drammatici possono risultare piatti perché alla fine essi sono vittime soprattutto delle loro ossessioni personali perciò può essere difficile provare dispiacere per loro. A volte ci sono motivi oggettivi per il loro stato ma in parte è colpa loro se si sono ridotti così male. “Luce dell’universo” è il primo romanzo di una serie legata al Fascio Kefahuchi tuttavia la storia ha una sua conclusione. È quindi possibile leggerlo e solo successivamente decidere se andare avanti con gli altri romanzi della serie. A causa delle sue caratteristiche, “Luce dell’universo” è un romanzo assai controverso e le opinioni su di esso sono frammentate perfino più della storia! Personalmente, penso che abbia più meriti che difetti ma per le sue caratteristiche davvero uniche è difficile consigliarlo. Se vi piacciono i mix di generi e sottogeneri e non avete problemi ad addentrarvi nei meandri più oscuri della mente umana potrebbe fare per voi.

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I libri da rileggere Nova Swing di M. John Harrison

Al centro della città di Saudade è caduto un frammento della perturbazione cosmica conosciuta come Fascio Kefahuchi. Ciò ha dato origine ad una zona in cui tutto è anomalo, anche le leggi fisiche. Per questo motivo, la città è diventata un centro di interesse anche turistico da parte di persone che vogliono provare esperienze davvero uniche. Vic Serotonin è una sorta di guida che porta dentro e forse anche fuori da Saudade chiunque abbia il coraggio di avventurarsi nell’anomalia. La sua attività è illegale e la sua ultima cliente sembra perfino più pericolosa del normale. Vic deve salvarsi anche da Lens Aschemann, un poliziotto deciso a trovare le prove necessarie per arrestarlo. Nova Swing In “Nova Swing”, M. John Harrison torna di M. John Harrison nell’universo narrativo di "Luce dell'Universo". Questo secondo romanzo non è un seguito del precedente anche se il Fascio Kefahuchi rimane al centro della narrazione. “Nova Swing” è ambientato tutto nel XXV secolo e racconta una storia autonoIl romanzo “Nova Swing” di M. John ma, che quindi non richiede di aver letto Harrison è stato pubblicato per la prima “Luce dell’universo” anche se ci sono volta nel 2006. Ha vinto i premi Arthur C. connessioni tra i due romanzi. Clarke e Philip K. Dick. È il secondo romanzo della serie del Fascio Kefahuchi. In “Nova Swing” è ancor più del precedente Italia è stato pubblicato da Mondadori nel un romanzo basato sui personaggi. Rin. 1559 di “Urania” nella traduzione di spetto a “Luce dell’universo” è per certi Flora Staglianò. versi più lineare e può sembrare perfino

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convenzionale al suo confronto. Nel primo romanzo, M. John Harrison ha mischiato moltissimi elementi diversi da vari generi e sottogeneri in tre sottotrame, “Nova Swing” si concentra su una trama unica e su alcuni elementi. La storia è ambientata nella città di Saudade, dove un frammento del Fascio Kefahuchi ha creato un’area in cui la realtà non è più fissa. Ciò ha reso molto pericoloso avvicinarsi ad essa ma si tratta anche di un’esperienza unica e Vic Serotonin vi lavora come guida. Lens Aschemann, un poliziotto che assomiglia ad un anziano Albert Einstein, vuole arrestarlo. Questi protagonisti e una serie di altri personaggi più o meno importanti formano una storia che per alcuni versi ricorda “Stalker” dei fratelli Strugatski che ha toni da noir e vari elementi vagamente cyberpunk. È sempre difficile usare etichette per un romanzo come “Nova Swing” perché M. John Harrison crea l’equivalente delle sfumature di colore che un pittore potrebbe ottenere mettendo assieme vari colori. La storia è per certi versi ancor più frammentata che in “Luce dell’universo” con una trama piuttosto vaga in cui finiscono per emergere soprattutto i dettagli dei vari momenti. Anche alcuni tra i nomi e i cognomi dei personaggi sembrano scelti con un senso preciso perciò bisogna prestarvi attenzione. Onestamente c’è più che mai l’impressione che lo stile sia più importante della sostanza. Intendiamoci, M. John Harrison sviluppa bene i personaggi e la storia, pur assai frammentata, ha un suo senso, ma l’impressione è che ciò che interessa all’autore sia esplorare gli effetti che il Fa-

scio Kefahuchi e i protagonisti di “Nova Swing” hanno sugli altri. Non è un caso che il romanzo non finisca con una sorta di risoluzione della storia di Vic Serotonin ma continui con un ulteriore capitolo che riguarda altri personaggi. Personalmente, devo purtroppo dire che “Nova Swing” mi ha un po’ deluso. Rispetto a “Luce dell’universo”, non ci sono gli elementi che avevo trovato positivi mentre ci sono quelli che avevo trovato negativi o comunque non mi interessavano. Il protagonista Vic Serotonin è un personaggio di cui non sono riuscito a interessarmi e avrei preferito che ci fosse più spazio a Lens Aschemann, che mi pareva avesse un potenziale molto maggiore. “Nova Swing” ha i suoi momenti, anche di riflessione, come quando Elizabeth Kielar dice a Vic che “le persone perdono la strada per un atto di difesa. Poi si fanno prendere dal panico e decidono di doverla ritrovare.”. Si tratta appunto di momenti, non di idee che vengono sviluppate nel corso del romanzo. Alla fine, “Nova Swing” è un tipo di romanzo che mi lascia piuttosto freddo ma per le sue caratteristiche è inevitabile che le reazioni siano particolarmente soggettive. Se apprezzate lo stile di M. John Harrison e gli elementi che ha inserito nella storia, vi potrebbe piacere.

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IL libro da tradurre Vitals di Greg Bear

l’invecchiamento deve effettuare una spedizione nelle profondità dell’Oceano Pacifico. Trova finanziamenti da un miliardario interessato a vivere per millenni e nel corso di una spedizione marina riesce a trovare le creature che secondo lui hanno i geni giusti per trovare i segreti della longevità. Quando le cose sembrano mettersi per il meglio, Hal Cousins si trova invece nei guai. L’uomo che viaggia con lui nel piccolo sottomarino si comporta in maniera sempre più irrazionale e cerca di ucciderlo. Cousins riesce a salvarsi e a tornare in superficie, dove scopre che sulla nave base della spedizione un membro dell’equipaggio ha ucciso alcuni degli scienziati. Come se non bastasse, scopre che suo fratello gemello, che sta lavorando a ricerche simili, è stato ucciso, un altro evento che gli fa pensare che qualcuno Vitals davvero non voglia che certi segreti di Greg Bear vengano scoperti. La biologia è uno dei campi che hanno fornito maggiori ispirazioni a Greg Bear nel corso della sua carriera. Pochissimi anni prima l’autore aveva vinto il premio con il romanzo "Il risveglio di Il romanzo “Vitals” di Greg Bear è stato Nebula Erode", in cui forti basi biologiche vengopubblicato per la prima volta nel 2002. È no utilizzate per creare una storia fantaal momento inedito in Italia. scientifica. Sembra quasi che Bear abbia Hal Cousins è uno scienziato che sta lavo- pensato di avere sufficiente materiale per scrivere anche un’altra storia totalmente rando su biotecnologie connesse alla longevità. Per scoprire il modo di vincere separata perché “Vitals” è il frutto di un

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approccio simile. In “Vitals”, Greg Bear usa elementi con fondamenti scientifici riguardanti i meccanismi dell’invecchiamento ma anche i sistemi biologici, cioè network che si applicano a organismi in cui più individui possono in qualche modo lavorare assieme, in questo caso composti da batteri. L’autore usa queste basi per costruire un thriller in cui uno scienziato scopre una cospirazione di cui rischia di essere una delle vittime. Già ne “Il risveglio di Erode” Greg Bear aveva utilizzato alcuni elementi storici riguardanti l’URSS. In “Vitals”, fa riferimento a ricerche biologiche compiute nell’epoca di Stalin e nel corso del tempo attorno a queste storie sono state costruite speculazioni anche molto azzardate. Per un romanzo in cui una cospirazione è centrale non c’è nulla di meglio che sfruttare tali speculazioni. Quando Hal Cousins, uno scienziato che lavora ai segreti della longevità, riesce a trovare batteri imparentati con antichissime forme di vita, si rende conto che qualcuno non vuole che certe ricerche diano risultati. Cercando di sfuggire a vari tentativi di ucciderlo, viene in contatto con Rudy Banning, un bizzarro personaggio la cui mente sembra stata alterata. Per cercare di salvarsi, Hal Cousins deve cercare di scoprire chi sono i cospiratori e quali biotecnologie utilizzano ma le sue indagini lo espongono maggiormente al pericolo. Nel corso della sua ricerca della verità, si rende sempre più conto che la morte è solo una delle possibili conseguenze dell’intervento dei cospiratori e non necessariamente la peggiore. “Vitals” è sviluppato come thriller con elementi fantascientifici ma da questo punto di vista non è eccezionale. Chi abbia già letto thriller basati su cospirazioni e alterazioni mentali troverà elementi decisamente familiari, nulla di originale. L’impressione è che Greg Bear abbia una cono-

scenza limitata di questo genere e lo usi solo per sviluppare le sue speculazioni biologiche. Nel romanzo c’è perfino un ripetuto uso dell’espressione “Manhattan Candidate” ma dal contesto sembra che dovrebbe essere “Manchurian Candidate”. In “Vitals” si vede chiaramente che Greg Bear dà il meglio di sé nell’estrapolazione da basi scientifiche. La sua bravura è quella di saper rendere realistiche speculazioni che a volte sono davvero azzardate proprio perché le sviluppa da elementi reali con razionalità. Anche in questo romanzo, questa è la parte migliore ma stavolta non è sufficiente. Il fatto che “Vitals” sia raccontato in prima persona, per la maggior parte dal punto di vista di Hal Cousins e in due parti da quello di Ben bridger, non aiuta. La cospirazione è davvero vasta e inevitabilmente i narratori ne scoprono solo una parte tra continui colpi di scena. Greg Bear conclude il romanzo con un epilogo in cui Hal Cousins cerca di mettere ordine negli eventi: con la scusa di far cercare al protagonista di capirci di più l’autore cerca di aiutare il lettore, che può essere rimasto confuso da eventi che rimangono in parte oscuri. Il fatto che rimanga qualche mistero non è necessariamente un difetto ma in questo caso aggiunge confusione a confusione. Ad esempio, nel romanzo appaiono parecchi personaggi ma solo pochissimi di essi sono davvero sviluppati e in una storia di alterazioni mentali questo è un problema. Per questi motivi, “Vitals” è considerato ben lontano dalle opere migliori di Greg Bear, anzi per molti è tra i suoi peggiori. Secondo me le speculazioni scientifiche sono molto intriganti ma per il resto non l’ho trovato molto interessante. Può comunque piacere ai fan di quest’autore e a chi è interessato a speculazioni nel campo della biologia.

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Cento di questi giorni

M a s s i m o Lu c i a n i

punto di vista culturale. Sua madre morì quando lui aveva 13 anni, un altro evento che lo influenzò anche quando diventò uno scrittore. Inizialmente, Jonathan Lethem voleva seguire le orme del padre perciò studiò alla High School of Music & Art in New York. Successivamente, andò al Benninton College, in Vermont, dove però si trovò ad avere a che fare con una realtà del tutto diversa e si rese conto che gli interessava scrivere. Nel 1984 andò a Berkeley, in California, dove si stabilì fino al 1996 lavorando in una libreria che vendeva libri usati. Jonathan Lethem cominciò a pubblicare racconti nel 1989 e per qualche anno pubblicò narrativa breve. Nel 1984 pubblicò il suo primo romanzo, “Concerto per archi e canguro” (“Gun, With Occasional Music”), un mix di hard boiled e fantascienza che mostra foto © David Shankbone l’influenza di Philip K. Dick, di cui Lethem è http://blog.shankbone.org un grande fan. Grazie al pagamento ottenuti per i diritti sulla storia per farne un film, l’autore ha potuto lasciare il suo lavoro nella liJonathan Allen Lethem breria e dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Nel 1995, Jonathan Lethem ha pubblicato il ha compiuto 50 anni romanzo “Amnesia Moon”, ottenuto rielaborando vari racconti precedenti mai pubblicati. Jonathan Allen Lethem è nato il 19 febbraio È un romanzo di fantascienza apocalittica che 1964 a Brooklyn, New York. mostra ancora l’ispirazione a Philip K. Dick con anche alcuni omaggi espliciti. È anche Jonathan Lethem è cresciuto in una comune una storia “on the road” ispirata ai viaggi nell’area allora chiamata North Gowanus, ora compiuti da Lethem facendo l’autostop. diventata Boerum Hill. Suo padre era un pittore d’avanguardia e sua madre un’attivi- Nel 1997, Jonathan Lethem ha pubblicato il sta. Ha definito la sua infanzia bohémien ed romanzo “Oggetto amoroso non identificato” essa ha avuto su di lui un’influenza anche dal (“As She Climbed Across the Table”), una

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satira fantascientifica ambientata nel campus di un’università fittizia. La storia è incentrata sul rapporto tra una fisica che si innamora di un’anomalia spaziale e sul suo ex, che è stato piantato per quel motivo. Nel 1998, Jonathan Lethem ha pubblicato il romanzo “Ragazza con paesaggio” (“Girl in Landscape”), ambientato in un futuro vicino in cui le conseguenze dei cambiamenti climatici sono diventate molto pesanti. L’autore continua a usare molti elementi fantascientifici mescolandoli con altri generi, in questo caso ispirandosi al film western “Sentieri selvaggi” (“The Searchers”) di John Ford. Nel 1999, Jonathan Lethem ha pubblicato il romanzo “Testadipazzo”, conosciuto anche come “Brooklyn senza madre” (“Motherless Brooklyn”), un noir con un protagonista che soffre della sindrome di Tourette ed è ossessionato dal linguaggio. Il romanzo ha vinto il “National Book Critics Circle Award”, il “Macallan Gold Dagger” e il “Salon Book Award”. È stato anche nominato libro dell’anno da “Esquire”. Nel 2003, Jonathan Lethem ha pubblicato il romanzo “La fortezza della solitudine” (“The Fortress of Solitude”), una storia semi-autobiografica ambientata a Brooklyn tra gli anni ’70 e gli anni ’90 che affronta temi come il razzismo, le droghe, la musica, i fumetti e i graffiti. Nel 2007, Jonathan Lethem ha pubblicato il romanzo “Non mi ami ancora” (“You Don’t Love Me Yet”), un romanzo comico sulla musica alternativa con un marcato elemento erotico. L’autore si è ispirato agli anni passati come cantante di una band californiana tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.

Tra l’ottobre 2007 e il luglio 2008, Jonathan Lethem ha pubblicato una serie di graphic novel su “Omega the Unknown”, che riprende una vecchia serie di libri a fumetti degli anni ’70. Nel 2009, Jonathan Lethem ha pubblicato il romanzo “Chronic City”, che contiene molte influenze che vanno da Saul Bellow a Philip K. Dick, da Charles Finley ad Alfred Hitchcock. Nel 2009 da un racconto di Jonathan Lethem è stato tratto il film “Light and the Sufferer”. Nel 2011, Jonathan Lethem è stato uno dei curatori di “The Exegesis of Philip K. Dick”, un libro che raccoglie una selezione di scritti del grande autore in cui esplora le sue esperienze religiose e visionarie. Nel 2013, Jonathan Lethem ha pubblicato il romanzo “Dissident Gardens”, una saga multigenerazionale di rivoluzionari e attivisti. La storia dai forti toni politici è ambientata tra gli anni ’30 del XX secolo e il presente saltando avanti e indietro nel tempo nei vari capitoli. Nel corso della sua vita, Jonathan Lethem è stato sposato tre volte: con l’artista Shelley Jackson dal 1987 al 1997, con Julia Rosenberg dal 2000 al 2002 e dal 2004 con Amy Barret, con la quale nel 2007 ha avuto un figlio, Everett Barrett Lethem. Jonathan Lethem riesce a mescolare vari generi letterari in maniera davvero unica. È quindi impossibile prevedere come sarà il suo prossimo romanzo. Essere sorpresi fa parte del piacere di leggere quest’autore.

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IL venditore dI pensieri usati Ma gli Androidi Sognano Pecore Elettriche? d i P h ilip K . Dic k

Risposta alla domanda: boh! Non è scritto da nessuna parte. Ben ritrovati, cari lettori. Ho letto cose che voi umani… Dovete sapere che qualche anno fa, attratto dalla famosa frase “Ho visto cose che voi umani eccetera”, ho guardato il famoso film “Blade Runner”. Ebbene, arrivato a quel punto mi sono chiesto cosa diavolo significasse quella frase in quel contesto, e alla fine della storia sono rimasto con un senso di vuoto allo stomaco, una delusione profonda. Volevo saperne di più, capire che cosa mi fosse sfuggito… ma non avevo nessuna intenzione di rivedere quel tedio di film. Non saltatemi addosso, per cortesia. Così sono andato alla ricerca del titolo del libro e dell’autore, e l’avevo pure trovato, ma sono sempre stato restio a comprarlo: mi chiedevo se ne valesse la pena, e in rete i pareri sono contrastanti, quindi non riuscivo a decidermi. Però una sera mia moglie mi dice che era in offerta sul Kindle Post un libro di Dick a un euro e spiccioli, e io le ho chiesto quale, e lei mi ha detto qualcosa con le pecore, e io stavo divorando il capitolo finale di un Asimov, e Dick capitava lì bel bello: era il segno che era giunto il momento di leggerlo e le ho detto di prendermelo. E l’ho iniziato subito dopo aver concluso Asimov.

Allora, vediamo di cominciare a raccontare. Il libro inizia con una specie di litigio fra marito e moglie (“levami di dosso quelle rozze manacce da sbirro!”), armati di programmatore di umore e decisi a usarlo per amplificare l’astio, ma il tutto si risolverà in un niente di normale noia quotidiana. Il tizio in questione, Rick, ha una pecora elettrica: pare ci sia una religione per la quale possedere un animale sia indispensabile. Gli animali (tutti) sono quasi estinti e costano una follia, quindi chi non può averne li compra elettrici,

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sperando che nessuno se ne accorga. Beh, in realtà una volta ce l’aveva una pecora reale, ma gli è morta di tetano e ne ha fatta costruire una identica per salvare le apparenze. Conosciamo poi un altro tizio cui, a causa delle piogge di polvere, qualcosa nella sua testa è mutato. Con lui scopriamo che l’umanità “bene”, cioè quella che non ha subìto mutazioni, è emigrata su Marte, e che ogni emigrato possiede un androide che funge da servo. I mutati come lui, invece, vengono resi sterili; emarginati dalla società cessano di “far parte della storia” (cit.), restando sulla Terra in compagnia di altri irriducibili, nostalgici umani sani come il Rick di cui sopra. Perdonate l’iperaggettivazione. Con questo tizio conosceremo un rito della religione di cui parlavo poc’anzi, che lo porta a fondersi con altre coscienze e, così sembrerebbe, a vivere un sogno così reale che una ferita subìta sognando se la ritrova davvero sanguinante una volta sveglio. No, non ho capito granché di sta cosa, ma vedremo più avanti se verrà spiegata meglio, ammesso che sia fondamentale conoscerla. Il tutto è intriso di noia e stupida quotidianità. Intendiamoci, la noia non è quella del lettore, ma quella dei personaggi. Dick sa descrivere la noia in maniera interessante. Noia interessante… uhm… ho creato un ossimoro. Evviva. Dicevo, ci sono stati presentati due personaggi distinti: Rick, il cacciatore di taglie con la sua brava pecora elettrica, al soldo della polizia di S. Francisco (l’uomo, non la pecora), e il religiosissimo cervello di gallina. Lasciamo stare il secondo, che vi leggerete da soli, e concentriamoci sul mio quasi omonimo.

L’incarico in cui lo vedremo impegnato lo porterà a dover scovare un androide che ha quasi fatto secco un suo collega, cosa che gli riuscirà al primo colpo, e poi altri due, di un nuovo modello, talmente simili agli esseri umani da rendere perplesso persino lui quando deve decidere se chi ha di fronte sia umano o meno. Il primo di quegli esseri se lo ritrova davanti durante un test nell’azienda che li produce, e si lascia quasi ingannare. Quasi, appunto. Quando, dopo aver “ritirato” (si dice così) il primo androide, quello che aveva quasi fatto secco il suo collega, trova il primo degli altri fuggitivi, scopre suo malgrado una polizia parallela di cui non conosceva l’esistenza… e, sempre suo malgrado, nemmeno gli altri “paralleli” erano a conoscenza della polizia di cui abbiamo sentito parlare fino a questo punto e di cui fa parte il nostro uomo. Ebbene, Rick viene portato nel nuovo distretto e interrogato da quello che, secondo la lista che aveva nella valigetta portadocumenti, sarebbe dovuto essere un androide. E qui le cose si complicano, perché a questo punto il lettore non può più fidarsi di nessuno, nemmeno di Rick, perché non si riuscirà a capire bene chi sia realmente umano e chi no. Come ci si può fidare di qualcuno se nemmeno gli androidi sanno di essere tali? E qui, cari lettori, staccarsi dalla lettura diventa molto, molto difficile. Però a un certo punto la pausa pranzo finisce, o a letto gli occhi si chiudono da soli e ci si ritrova la mattina con la bavetta notturna che impiastriccia l’e-reader, e l’e-reader che si vendica il giorno dopo spegnendosi a metà di un capitolo… In ogni caso, sono riuscito a scoprire chi era androide e chi meno, solo che… al

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contrario. Perché a un certo punto si ritrovano in 3, ovvero Rick e due androidi presunti. Nel senso, pensavo che uno fosse androide e uno no, ma quello “no” l’ha poi ammesso spontaneamente. (Bang!) E quello ”si” non vi dico se fosse veramente umano oppure no, altrimenti vi tolgo il gusto di scoprirlo da soli. “E così la distinzione tra esseri umani autentici vivi e strutture umanoidi andava a farsi benedire.” Nel frattempo il nostro Rick inizia a farsi venire sensi di colpa per aver “ucciso” delle macchine così simili all’uomo da avere una specie di coscienza propria. Finito quell’incarico, stando a quel che lui stesso dice, avrebbe cambiato mestiere. Non sapremo mai se lo farà veramente. Ah, già: la storia del cervello di gallina sta andando avanti in maniera sghemba, ma si sta ben delineando l’orizzonte fra la sua e quella di Rick, e non vedo l’ora di arrivare là dove la terra incontra il cielo. Tornando a Rick, quando incassa le tre taglie dei tre androidi ritirati in un solo giorno va subito a indebitarsi spendendole come anticipo per una capra. La moglie non sa se saltargli addosso per baciarlo o per strangolarlo, visto il prezzo dell’animale, ma per fortuna opta per la prima ipotesi. Poi, per non sbagliare, va a fondersi con Mercer, il dio di cui parlavo all’inizio, e che non è inutile ai fini della storia, ma non starò qui a parlarvene. Quella stessa sera, dopo la pesantissima giornata (ritirare tre droidi in un giorno non è uno scherzo!), Rick viene raggiunto da un messaggio del suo capo che gli rivela la posizione di altri due fuggiaschi e lo obbliga a stanarli immediatamente. Lui,

però, andrà in un motel a passare la notte con un’androide. Una femmina che abbiamo già conosciuto. Cosa farà nel motel di notte con l’androide, lo lascio alla vostra immaginazione. Ma la notte è lunga, e quindi, seppur stanco, andrà a caccia. Si recherà nel luogo dove vive il cervello di gallina, che in quanto tale aveva dato rifugio ai tre androidi rimasti, (solo che Rick sapeva ce ne fosse uno di meno…) e con una rapidità impressionante li farà fuori. O meglio, li “ritirerà”. Senza fare il test, dato che inizieranno loro, per primi, a sparargli da dietro la porta dell’appartamento. L’incontro di Rick col cervello di gallina è di secondaria importanza per noi, dato che non ho approfondito la teologia locale. Finito ciò, dopo aver informato la centrale esce dal condominio e trova un rospo, lo porta a casa e… finisce il romanzo. Ma no, dai! Così, su due piedi? Nessuna traccia di quella famosissima frase? Vado a leggere la postfazione, ma niente: dice che il film e il libro sono due cose diverse. Però il libro va letto, cari lettori! Adrenalina (e polvere) a palate, tutto raccontato in una singola giornata di lavoro. L’ultima, in un certo senso, per Rick Deckard. E con la morale che la vita va rispettata in ogni sua forma. Bene, mi pare di aver detto tutto il necessario e nascosto parti altrettanto interessanti senza che ve ne siate accorti. Alla prossima, cari lettori, sempre che la palta non vi sopraffaccia!

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L'e-Book nell'e-READER Il Mondo di Mavros di Alexia Bianchini In uscita per La Mela Avvelenata il secondo capitolo della saga di MONDOSA, il seguito de Il Mondo dei Soffi Ardenti arricchito dalla splendida cover di Ignazio Piacenti. Dalla prefazione di Barbara Podetta:

Il Mondo di Mavros, che ci racconta Alexia Bianchini è, pur essendo un luogo fantastico popolato da esseri fantastici, la trasposizione del nostro mondo reale. Questo testimonia ancora una volta la capacità dell’autrice di creare una storia fantasy dai connotati talmente reali da farcela sembrare vera. Questo libro, avventuroso ed entusiasmante, trasuda forza e speranza e, nello stesso tempo, commuove e fa riflettere. Racconta di come le forze del Bene combattano coraggiosamente e senza riserve contro le forze del Male, seppure con il rischio di sacrificare a volte ciò che si ha di più caro. Racconta di popoli sottomessi al volere di un Signore crudele, ci fa inorridire e riesce a fare scorrere sotto la nostra pelle la sensazione vera della paura. Ma Diana, la protagonista che avevamo già imparato a conoscere nel primo libro “Il Mondo dei Soffi Ardenti” ci insegna che la speranza è una forza motrice molto potente. Che il coraggio esplode quando la rabbia per le ingiustizie prende il sopravvento. Che la dignità è un valore irrinunciabile per ogni essere. In questo libro si incontrano personaggi straordinari, esseri di cui Diana si fida, e la fiducia è un altro elemento fondamentale di questo racconto, i quali sono disposti a dare la vita in cambio della libertà di altri o per lealtà nei confronti della propria gente. Ebbene leggendo questo meraviglioso fantasy, è impossibile non paragonare quel mondo al nostro. Anche noi abbiamo popoli soggiogati dal potere di alcuni, popoli che hanno perso la loro dignità per la vigliaccheria di chi li vuole sottomessi. Popoli in guerra e altri che non hanno di che sfamarsi. Se solo anche qui ci fosse una Diana a risvegliare le coscienze di tutti, noi esseri umani potremmo vivere in un mondo decoroso e giusto. Il Mondo di Mavros è una storia con una narrativa che tiene il lettore incollato alle pagine, con la voglia di conoscere lo sviluppo degli eventi, i personaggi tanto diversi gli uni dagli altri, i luoghi pieni di fascino, a volte nel loro splendore e altre nel loro orrore. Un libro da leggere ai nostri figli.

Alexia Bianchini: Autrice di romanzi e racconti di genere horror, sci-fi e fantasy. Con CIESSE edizioni ha pubblicato MINON, romanzo dark fantasy, Io vedo dentro Te, romanzo sci-fi, e ha curato l’antologia D-Doomsday, una raccolta di racconti post-apocalittici. Ha pubblicato diversi racconti con Edizioni Diversa Sintonia, Del Miglio editore, Edizioni Scudo, GDS Edizioni. Con La Mela avvelenata ha pubblicato il romanzo fantasy Il Mondo dei Soffi Ardenti, il racconto gratuito Stuck-off di sci-fi, il romanzo L'Ordine delle sette spade, Reanimator, A. Z. A. B. all zombie are bastard, Eventi Bizzarri. Ha curato l’antologia horror R. E. M. e 50 fumature di sci-fi. È stata direttore editoriale di Fantasy Planet per due anni e curatore per Lite Edition e Ciesse Edizioni.

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VALE PIU' di mille parole

La guerriera della Terra dell'Erba Perenne

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Il Lato Oscuro

Sol Weintraub

Mirach l'incatenata

Now the sneaking serpent walks In mild humility And the just man rages in the wild Where lions roams [William Blake, The marriage of Heaven and Hell]

La musica mi graffia mentre la città china il capo alla notte, sferzata dalla pioggia e dalla marea. Sdraiata sul letto, mi avvolgo ancora nell'odore di Luca. Abbiamo fatto l'amore, a lungo, e l'ho sentito nel cuore, come non mi succedeva da tempo. L'amore. Riderebbe, il Serpente. Mi alzo e mi guardo allo specchio. Sorrido. Sfioro con le dita la pelle rossa e gonfia, là dove i piercing fino a poco prima bucavano la carne. Le mie catene spezzate. Luca li odiava. - Perché di colpo questa mania? - chiedeva preoccupato. Vedeva la sua bambina cambiare, senza riuscire a capire. Intanto io morivo, ogni giorno. Conobbi il Serpente a una conferenza su Dante. Sedeva in disparte, guardando la gente con stizza. Il docente declamava il

supplizio di Pier de le Vigne e lui lo anticipava, mormorando a occhi chiusi. Fui io a rivolgergli la parola, all'uscita. - Conosci la Divina Commedia a memoria? Lui non sorrise, ghignò. - Conosco a memoria tante cose. Fu come decidere di bere cianuro. L'istante della caduta. Scopammo sulle note del Mikado, tra mucchi di libri. Mi riaccompagnò alla macchina in silenzio. - Avevo capito subito quanto fossi troia. Non disse altro. Stava iniziando a piovere. ---

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Mirach batte. Mirach pulsa. Mirach sente. Tu la osservi. Occhi. 100011001010000000 sinapsi umane. Mirach vive.

Beulah Ovest. Il cielo grigio piombo. Le 14.48 sfarfallano sottoderma. Buio. Pioggia acida. Le strade, labirinti di liquami. Mosaici al neon, rose olografiche. Relitti si trascinano tra chioschi di soba rancida, costellazioni umane in moto


una torre. Luca mi amava da sempre. Mi amava più di ogni cosa. Quando mi stringeva lo sentivo tremare, come se temesse di farmi del male. Come se fossi di vetro. Per questo tornai dal Serpente. Ancora, e ancora. Mirach pensa. La sua lingua era bastone e - Merda. flagello. Mi umiliava, spuIn Place Tirzah, l'Uomo Astratto batte all'asta profezie tandomi sull'anima. lisergiche. La cattedrale iti- Lo odiavo. fallica di Tharmas. --Bambini transgenici cantano carole da tracheotomie - Guardala, è fottuta. infette. gioca con i riccioli - Mock on, mock on! Voltai- Almach cobalto. Sorride arrogante re, Rousseau¹. mentre osserva il corpo esani14.58 me. Mirach cade. Le labbra fanno su e giù per Crisi tonico-clonica. Girola cannuccia, succhiano il tondo. Caleidoscopio. del bicchiere. Sudore. - Mock 1on, mock on! 'tis all fondo Ormoni. Il seno gonfio. in vain! Curve morbide, come una 15.00 vecchia Cadillac. Come una Mirach muore. Chevrolet. - Dark, my life was so dark... E si fece buio su tutta la - canta. Una-scesa-in-down. terra. proprio. Mirach corre. La Rue d'Albion. I questuanti d'organi. I campi crematori. Oltre la nebbia organica il monolito agli Zoa scandisce gli attimi, metronomo tarato in secondi d'arco. 14.53

Alpheratz piange. Si stropiccia gli occhi ciechi. Corno d'Ammone. Fimbria. I mastini neurali fiutano un barlume di coscienza. Mechadendriti impazziti violano gangli, pompano inibitori. Custodi del Nulla. Mirach sente. Mirach batte. Mirach pulsa. Scivola via dalle tue mani. Tu vorresti stringerla, ma ormai è fumo. Mirach vive. Ancora.

--La musica striscia. La sento tra le cosce. Un intero battaglione di volti famigliari ruota assieme alla stanza. Mi monta la voglia di ballare. E ballare. E ballare. Il carosello si ferma e vedo il Serpente. In ogni viso. - Ti stai divertendo? - susQuindici minuti di ritardo surra. sulla dose. - Alla follia. È molto catarti--Siγe. Silenzio. co. Il profumo di Luca mi soffo- Almach ride. - Una-che-ha- Porto le mani davanti agli fatto-oplà-nel-Grande-Vero. occhi e le faccio ondeggiare, ca. Scelgo una magia dalla Alpheratz tace. scatola dei sogni. muovendo le dita. La succhio e sento la lingua Dalla nuca il grappolo di --sonde crocifigge Mirach al bruciare. Apro la finestra ed esco, sotto pavimento. Scivolano nella - Che cazzo credevi di fare? carne. la pioggia. stringe le guance Lassù, oltre le nuvole, brilla La mente. Il vuoto. La budd- Alpheratz con dita meccaniche. una stella. La luce verde ri- hi. I sogni. tace. schiara il cielo, trasforma la - Dove sei, puttana? - sbava. Mirach Può sentire i servomeccanicittà, i palazzi. Una lama che Scava. La cerca. smi attraverso la pelle, scattaSubiculum. Presubiculum. squarcia il sipario. no sotto il cromo. Un dente Ricordi reali. Ricordi umani. Tra le onde vedo emergere

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stride. Un dente si spezza. Ferro. Sangue. Almach dipinge stelle sulle unghie turchese. Sull'Ωlo-Interlink, Aleξ canta e calpesta icone.

Alpheratz Ierokerix, fallocrate di Tharmas. Vate di Enion. Muscoli ipotrofici innestati su un manichino di metallo. Patriarca di Beulah Ovest. fuggire. TrascendeC'è chi lo chiama progresso Vorrebbe re. Possesso di sé stesso Tra i fiori dei prati bagnati Del corpo che indosso rugiada, le api stanno Ora posso strappare ogni mio dalla attorno alla regina dello osso sciame. ² Sogna la Nave Zelante che si innalza oltre il Velo. Ma i prati della mente sono Capelli d'argento. Sudore fioriti ed effondono il nettare d'argento. celeste del convivio spirituaUna cometa. le. ² lei combatte nei duelli ieAlpheratz soffia aria asettica. Per ratici, ordalie degli Zoa. Il mechadendrita scivola sul Combatte per la Stella. ventre piatto. Sulla schiena Per un posto sul Carro nuda. dell'Ascesi. Mirach piange. Combatte per Albione. Non vuole più combattere. Non vuole più morire. Morire, sì. Non vuole più ri- Mirach è il suo corpo. sorgere. La voce della cometa attra- Taglia e ricuci per star meglio versa le lacrime. in divisa Entrare rospo e uscir Monna Lisa Cambiare Sostituire chip a un cuore già Con ciò che più mi piace spento Applicare Per simulare ciò che non Un'etichetta in calce al volto sento o al nome Mi pento Rinunciare A quell'identità che muta bestie in persone Alla moralità di chi ancora ha Mirach esiste. opinione è Essere. In questa società miraggio di Mirach Muscoli. Tendini. Ossa. Pelle evoluzione scura. Seduzione Dita. Lingua. Occhi. Cuore. Pensiero.

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Mirach pensa. Mirach spera. Senti l'anelito tendersi verso le tue mani. Appendici di coscienza squarciano parsec di anima. Mirach vuole.

--- Ti odio! - urlo al vuoto. Eppure, attraverso l'odio mi ha temprata. Ha aperto la mia gabbia, mi ha gettata nel fango, nell'Inferno della verità. Io l'ho ripagato col mio corpo che, giorno dopo giorno, ho modellato a suo piacere. Sono una puttana, pagata in istantanee di vita. Dalla scatola prendo un'altra magia. Nello specchio una ragazza dai capelli d'argento canta un rap sincopato. Mente e acciaio per chi non sa soffrire Chi vuole chiuder gli occhi e far morire L'urlo del vero uomo che vuole uscire Per dire e gridare Quel dolore che non può contenere Ma ormai è tardi per il volere Non c'è più tempo per pensare o sapere Sei solo carne fredda dentro il frigo del potere


--«Non cercare prima del tempo quello che accade a suo tempo. » 3

Serigrafia sulla lastra di cromo. Oltre il cristallo delle vetrate Beulah Ovest esulta al pensiero del sangue. Mirach trema. Almach le friziona la pelle con olio motore, la purifica con issopo. Le mani indugiano sul seno. Alpheratz si innesta al carro. Salmodia stringhe in binario, innalza meta-salmi tra volute di incenso. - Oh Demiurgo, creatore e mio Dio! Com'è che mi hai reso degno di diventare una delle tue membra, io l'impuro, il prodigo, il fornicatore? Mirach è. 10011100010000 volte se stessa. Specchio, in uno specchio, in uno specchio. - Com'è che mi hai rivestito della veste splendente, che brilla del fulgore dell'immortalità e che rende tutte le mie membra di luce? I mechadendriti la leccano. La lacerano. La scopano. Mirach è Alpheratz è Alpheratz è Mirach. L'incatenata. - Questa sozza e corruttibile dimora è infatti unita al tuo corpo immacolato e il mio sangue è mescolato al tuo sangue. Mirach prega.

--Il giorno che vidi Luca scoppiare a piangere capii di essere andata troppo oltre. Dissi addio al Serpente. Lui non rispose ma, per la prima volta, credetti di vedere nei suoi occhi un moto d'orgoglio. Una fitta spaventosa mi squassa lo stomaco. Affondo le unghie nei palmi e trattengo le lacrime. Che diritto ho di soffrire? Lo specchio riflette l'immagine di una me al di là del tempo. Sperduta in un mondo grottesco, estranea nella mia casa. L'amore si è dissolto, come il profumo dei nostri corpi. Rimane solo il vuoto. Sul comodino il suo Inferno. Torno a guardarmi. Hai fatto un ottimo lavoro, bastardo. Non sento più niente, non sono più niente se non te. --Albione brilla. Luce verde tra i miasmi tossici di Terra. Guarda a Est, oltre le forge di Golgonooza, oltre Eden.

indulgenze. Alpheratz guarda. Mirach guarda. Alpheratz è Mirach è Mirach è Alpheratz. Beulah Ovest li tiene. Li lega. La loro catena. Albione splende. Algorab avanza. Algorab il Vacuo. Orrido, torvo, antico errante. Urla. - Mai più! Da sotto le ali nere, appendici di carne e ottone aggiogano Minkar. Altrove la Nave Zelante attende. Chi, lei non può saperlo. Sogna. Albione. --Apro il libro, una pagina a caso. Non è giusto aver ciò ch'om si toglie.

Una goccia di sangue mi solca il seno mentre spingo l'anello nel capezzolo. Non faccio una sola smorfia. Non sento più niente. Sii orgoglioso. Hai fatto un ottimo lavoro. Note:

Alpheratz sogna. Vita. Verità. 1: “Deridete, deridete! Voltaire, Io sono la tua meta finale. Somma Artefice dei Mondi.

Beulah Ovest lo abbraccia. Lo stringe. Tra il pubblico l'Uomo Astratto vende pronostici, offre simonie, reclama

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Rousseau. - Deridete, deridete! È tutto vano.” cit. Deridete, deridete di W. Blake 2: cit. Antologia gnomica dei filosofi zelanti di Elia l'Ekdikos. 3: cit. Scala di Giovanni Climaco.


Gli e-Book del lato oscuro M on d i P e r d u t i di Ivan Bruno

Ivan Bruno è di certo un nome familiare ai lettori di Skan Magazine. Con lo pseudonimo di anark2000 infatti ha vinto, nell'ultimo anno, ben due edizioni dello Skannatoio 5 e mezzo, divenendo una presenza fissa all'interno della rivista. Autore dallo stile inconfondibile, carico di umorismo nero, crea nei suoi racconti un immaginario unico che attinge a piene mani da un misto di cultura maninstream e riferimenti profondi. Il risultato è quello che è stato definito esoterismo pop, vero e proprio marchio di fabbrica della sua produzione. Mondi Perduti nasce, come dice l'autore, dall'idea di rendere un tributo alla tragedia dell'11 Settembre e alla città di New York . Un viaggio onirico, iniziatico, in cui la visione si fonde con la realtà concreta e terribile. Diverse storie per altrettante vite. Un freak che porta in sé il dono di percepire i pensieri e le emozioni della gente. Un demiurgo che, di mondo in mondo, viaggia creando e sognando sulle note della sua ocarina. Un giovane soldato innamorato che si trasformerà, guidato da fili occulti, in una delle figure più tragiche della storia dell'uomo. Una giovane pilota che, in un futuro distopico, lotta per la sopravvivenza. E ancora vampiri, scienziati folli, miti egizi, mistica ebraica, la musica di Beethoven e i complotti massonici. Un caleidoscopio di emozioni e sensazioni scritto con la consueta verve alla quale l'autore ci ha abituati. Per chi già conosce Ivan la lettura è d'obbligo, per gli altri un'occasione da non lasciarsi scappare.

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http://www.lulu.com/shop/ivan-bruno/mondiperduti/paperback/product-21485582.html http://www.amazon.com/Mondi-PerdutiItalian-Edition-Bruno-ebook/dp/B00I4I4ZNI

Sol Weintraub

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Gli e-Book del lato oscuro Cuore Trafitto di autori vari

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Tratto da “Il Bloggo di Herr Joe & Ma’am Freida” http://freidajoe.wordpress.com/2014/03/13/cuore-trafitto-nuovo-e-book-gratuito-ovvero-anchegli-italiani-nel-loro-piccolo-spaccano-i-culi/

Spesso si sente dire o si percepisce come sottinteso, anche in contesti che dovrebbero essere intellettualmente validi, che gli italiani non sanno scrivere racconti e romanzi di genere. Anzi, fondamentalmente gli autori italiani non sanno scrivere proprio niente, al massimo possono accontentarsi di qualche “piccola tragedia famigliare”, di pseudo-commediole agrodolci sulla scia del vecchio neorealismo. Ecco, amici miei, questa è una emerita stronzata. Non lo dico solo in quanto italiano e in quanto scrivente racconti di genere, lo dico perché l’evidenza di tutti i giorni smentisce questa tesi. E, del resto, le persone che dicono che la narrativa italiana è inferiore a quella degli altri paesi sono solitamente gli stessi a dire che la musica italiana fa schifo (almeno dai tempi di Maria Callas) e così il cinema, da quando hanno tirato le cuoia Fellini e Pasolini (e qui Paolo Sorrentino avrebbe qualcosa da ridire). Si tratta di un atteggiamento molto provinciale e che denota anche una certa ignoranza. Una volta, sulla pagina Facebook di Ma-

sterpiece, ho letto i commenti di un accalorato “scrittore” che spiegava che il fantasy (generalmente detto, un grande calderone che vuol dire tutto e niente) non è un genere proprio della Letteratura italiana, e per questo gli italiani il fantasy non sanno farlo. Boh, forse il nostro accalorato “scrittore” è convinto che Ariosto e gli altri autori di letteratura cavalleresca fossero inglesi, che Calvino fosse statuni-

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tense e Anna Maria Ortese libica (anche se, in effetti, ha trascorso a Tripoli tre anni, da bambina), per non parlare poi del vasto repertorio di storie e leggende popolari che sono tutte di importazione cubana, come i sigari. La verità è che gli scrittori italiani falliscono miseramente solo quando cercano di scimmiottare le opere famose di altri paesi, specie quelli anglosassoni. Poi, che gli editori preferiscano pubblicare questi surrogati nostrani di opere straniere invece che lavori originali DOP, è tutto un altro discorso. Per dimostrarvi che il Popolo Italico i racconti di genere li sa scrivere eccome, vi propongo la raccolta Cuore Trafitto. Si tratta di un ebook scaricabile gratuitamente qui e che contiene tutti gli elaborati selezionati dell’ultima edizione del concorso 666 Passi nel Delirio, indetto dal sito “La Tela Nera (http://www.latelanera.com).

misterioso, e un forum riservato agli aspiranti scrittori. Questo forum è forse la parte più attiva del sito. Si tratta di una vera e propria palestra per chi vuole impratichirsi con la scrittura e confrontarsi con altri utenti con la stessa passione. Sempre partendo da argomenti più o meno inquietanti, si ha la possibilità di partecipare a numerosi concorsi letterari che vengono riproposti periodicamente e di cui 666 Passi nel Delirio è solo uno dei tanti. Il tema su cui vertono tutti i racconti di Cuore Trafitto, uscito in occasione di San Valentino, è l’amore in tutte le sue forme… ma sempre in versione Tela Nera, con un taglio decisamente dark. Le storie non dovevano superare le 666 parole. Del libro, per ora, ho letto solo il primo racconto, quello vincitore, Cuore di stracci, ma anche solo questo è un motivo sufficiente per scaricare l’ebook. Adoro l’atmosfera che l’autrice, Federica Soprani, è riuscita a creare in così poche righe: timore infantile, tenerezza, angoscia, un grande mistero sepolto nel passato, nelle profondità di un vecchio pozzo dall’acqua putrida… Di più non voglio dire per non fare lo spoilerone. Herr Joe

La Tela è uno dei siti italiani specializzati in horror e fantastico più frequentati ed articolati. Comprende diverse sezioni divise per argomento (cinema, letteratura ecc ecc…), una parte enciclopedica, in cui gli utenti possono trovare informazioni interessanti riguardo a tutto ciò che è oscuro e

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AMAZING MAGAZINE

S k a n n a t o i o e d i z i o n e XXV I I L' a l tr o l a to A noi dello Skannatoio piace l'altro lato, quello oscuro. La XXVII edizione tratta proprio di questo. Ecco le richieste a cui gli autori dovevano attenersi per sviluppare la trama dei loro racconti.

con descrizioni e reazioni, persino con brevi risposte di altri personaggi, purché il pallino della scena rimanga sempre sul monologo e sul personaggio che lo pronuncia.

LE SPECIFICHE Lunghezza. Minima: 7.500 caratteri. Massima: 40.000 caratteri. Genere: horror, giallo, fantastico. Particolarità: a) Questo mese, il compito degli autori sarà quello di caratterizzare il protagonista del racconto in modo che presenti "i 2 lati della medaglia". Ciò significa che NON deve essere il classico personaggio tutto buono o tutto cattivo, occorre metterne in risalto sia dei alti "buoni" che dei lati "cattivi". Perché, come nessuno nella vita è tutto buono o tutto cattivo, caratterizzare in questo modo un personaggio ne potenzia l'impatto sul lettore. La modalità con cui decideranno di farlo, è tutta nelle loro mani. Possono dargli un codice morale che, per quanto la natura del personaggio sia malvagia, lo porti a fare azioni buone, possono caratterizzare un personaggio borderline che sia un bastardo ma che abbia un debole per qualcosa di positivo che tende a difendere, possono fare un paladino della legge che nasconde un lato oscuro. Insomma, massima libertà.

LE COCCARDE Questo mese sono state assegnate due coccarde: 1) La coccarda "migliore uccisione" sarà assegnata alla morte che, a insindacabile giudizio del giurato che assegnerà questa coccarda, condirà al meglio la fine del monologo (questo significa che, per ambire a questa coccarda, alla fine del monologo, qualcuno dovrà morire in un modo che soddisfi appieno il giurato). Valore: 2 punti 2) La coccarda "humor nero" sarà assegnata, sempre a insindacabile giudizio del giurato di riferimento, tra coloro che, all'interno del monologo, riusciranno a inserire una chiave di volta sotto forma di umorismo macabro, che sia anche di significativo impatto sul racconto e/o sul monologo. Valore: 4 punti. (Questa non è facile, quindi fa ricco bottino). La seconda coccarda è stata appannaggio del TETRA col racconto "L'innocenza non ha paura". Nelle prossime pagine, potrete leggere i primi classificati (il sesto, il quarto e il secondo) in versione originale da gara.

b) In un punto a scelta della storia, dovrà essere presente un monologo di almeno 1000 caratteri. Il racconto del primo classificato, Cattivotenente, Il monologo non dovrà essere per forza un muro di sarà pubblicato in un e-book edito da La Tela Neparole solido e ininterrotto, è possibile intervallarlo ra. Buona lettura!

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S ka n Sacrifici

Il disegno era stato tracciato con il sangue diverso tempo prima. Una stella a cinque punte col vertice in basso, inscritta in due cerchi concentrici, con una serie di simboli a circondare quello più interno. Non era il sangue della vittima, pensò Lucio, toccando il pavimento col polpastrello dell’indice, protetto dal guanto di lattice. Doveva essere ancora viva e in buona salute prima del rituale. Era la terza scena del delitto di quel genere, la prima a cui lui avesse avuto accesso, dopo che la polizia aveva completato i rilievi. La vittima era Grazia Amiati, quattro anni, rapita pochi giorni prima. Gli agenti erano riusciti a trovarla solo quando ormai era diventato inutile, così come i due bambini prima di lei. Disperati, forse più in cerca di vendetta che di risposte, i genitori della piccola avevano perso fiducia nelle forze dell’ordine, e si erano rivolti a lui. Era il genere di chiamata a cui non rifiutava mai di rispondere. Era il fondatore, titolare e unico dipendente dell’Agenzia Investigativa Ferro, specializzata in indagini su casi dai risvolti satanici e paranormali in generale. Non era proprio ciò che la famiglia Amiati si era aspettata quando lo aveva contattato, ma li aveva convinti, e ora doveva dar loro ciò per cui lo avevano ingaggiato. Si piegò sulle ginocchia per osservare più da vicino il pentacolo. I simboli avevano un tratto irregolare, come c’era da aspettarsi.

Con ogni probabilità erano stati tracciati usando un dito, anche se la scientifica non aveva trovato impronte, il che implicava che l’assassino non era del tutto stupido. Non era difficile capire che si trattava di un circolo creato appositamente per un rituale di evocazione, né che il rito in questione non aveva funzionato. Avrebbe potuto citare molte ragioni per cui lo sapeva, tra cui il fatto che in caso contrario non sarebbe stato necessario provarci tre volte, ma la migliore era anche la più semplice: quelle cose non funzionavano mai. Si alzò. L’altro punto di interesse si trovava a ridosso della parete opposta. Anche qui il pavimento era sporco di sangue, ma non vi erano simboli o disegni di alcun tipo, era solo il sangue versato dalla gola tagliata di Grazia. Alla poverina non era stato concesso neppure il lusso di urlare, mentre la vita la abbandonava. Mentre cercava indizi che potessero essere sfuggiti agli agenti, Lucio si sentì montare dentro un disprezzo tale da farlo quasi avvampare. La stessa esistenza di individui come quel folle era un’offesa quasi personale, non riusciva a immaginare niente di più avverso alla sua natura. Non scoprì nulla che non avesse già saputo o immaginato. Uscì dal capannone abbandonato, tenendo le mani in tasca per proteggersi dal freddo a cui non era mai riuscito ad abituarsi, e si guardò intorno. Si trovava nella zona meno popolata dell’area industriale, piena di

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edifici tozzi e squadrati che avevano ospitato aziende ormai chiuse. Alcuni neppure erano stati completati prima che la crisi si abbattesse sul paese, tagliando fondi e mezzi. Posti vuoti e desolati come quello non erano difficili da trovare, e l’assassino non doveva aver faticato troppo per sceglierne ogni volta uno diverso. Per quanto si potesse pattugliare l’area, non era possibile sorvegliarli tutti. L’unico modo per fermare quel folle sarebbe stato anticipare le sue mosse. Una cosa più facile a dirsi che a farsi, a meno di sapere come pensava. E con tutti gli anni trascorsi nel ramo, Lucio sapeva esattamente come pensavano certe persone. Le conferme avute nel capannone erano sufficienti a fornirgli la base di partenza. Il sangue del pentacolo era molto più vecchio di quello di Grazia, segno che l’area per il rituale era stata preparata con un certo anticipo. I simboli provenivano da un ben preciso trattato di demonologia, trascritti con l’equivalente di moderni errori ortografici. Lucio sapeva quale edizione li aveva imbarbariti in quel modo, e dove fosse possibile reperirla in città. Era sicuro che non fosse un cimelio di famiglia. La gente di quel tipo non lasciava passare anni prima di mettere in pratica ciò che credeva di aver appreso dai libri, no. Doveva aver acquisito il tomo di recente, poco prima di iniziare a uccidere, e non ne esistevano a sufficienza da correre il rischio di uno scambio di persona. Sarebbe andato lui stesso a parlare col proprietario della libreria


esoterica in questione. Avrebbe ottenuto la risposta che cercava, e poi avrebbe atteso. Tre giorni esatti. Guidare a fari spenti nella notte era una necessità, a volte, più che una citazione. Lucio voleva essere certo che il suo obiettivo non notasse la sua presenza, così la sua auto scivolava silenziosa a debita distanza da quella dell’uomo. Come un’ombra del purgatorio, avrebbe detto qualcuno. Aveva iniziato a seguirlo fin da quando era uscito dalla sua casa, in un elegante quartiere residenziale, sotto la quale era rimasto appostato per tutto il giorno. Alto, elegante, distinto, non era il prototipo del satanista fai da te, ma spesso era chi già possedeva a volere di più. Cosa avrebbe chiesto, se il suo rituale avesse funzionato e il demonio gli si fosse parato davanti? Donne? Ricchezza? Potere? Difficile che se ne sarebbe venuto fuori con qualcosa di più creativo. Anche se avrebbe potuto fermarlo da subito, Lucio voleva vederlo all’opera prima di intervenire. I dubbi erano parte della vita, ma a volte necessitava di certezze assolute. Si fermò quando lo vide parcheggiare e scendere dall’auto. Si trovavano in una parte della zona industriale che non aveva mai davvero visto la luce, con più scheletri di edifici incompiuti che palazzi veri e propri. Scese a sua volta, e pedinò il sospetto verso una delle poche strutture dotate di un tetto e una porta, per quanto quest’ultima fosse quasi del tutto scardinata. Lo vide inoltrarsi all’interno con l’aiuto di una lampada elettrica, e si avvicinò quel tanto che bastava per osservare senza essere visto. Lo schema era prevedibile: tredici giorni tra un omicidio e l’altro o, meglio, per come la vedeva l’assassino, tra un sacrificio e l’altro. Ne erano trascorsi undici

dalla morte di Grazia. L’indomani, l’uomo avrebbe rapito un altro bambino, di certo si era già preparato, e il giorno dopo lo avrebbe ucciso inutilmente, nel suo folle tentativo di compiacere le potenze infernali. Lucio rimase in paziente attesa mentre l’uomo, intingendo un dito in un banalissimo contenitore da frigo, riproduceva simboli che neanche comprendeva appieno, preparando la scena per il prossimo delitto. Quando comprese che aveva terminato, gli fu addosso in un istante. Un colpo secco alla base della nuca e lo vide accasciarsi al suolo, inerte. Era paziente, Lucio, una virtù che aveva affinato col tempo. Rimase in piedi per tutto il tempo, appoggiato alla parete, mentre attendeva che l’uomo si risvegliasse. Fu solo quando lo vide sbattere le palpebre con aria confusa, tentare inutilmente di alzarsi e chiedere aiuto solo per scoprire di essere legato e imbavagliato, che si fece avanti. Nonostante la situazione, lo sguardo che l’uomo gli rivolse fu di superiorità, non di paura. La cosa gli strappò un sorriso. «Non comprendi, non è vero?» lo apostrofò. «Non riesci neppure a capire quanto tu sia insignificante nell’ordine delle cose. Ti basta guardarmi per credere di poter avere la meglio su di me, anche se sei legato come ami legare le tue vittime innocenti.» Si piegò sulle ginocchia per poterlo guardare fisso negli occhi, e vide comparire in questi un’ombra di dubbio. «No, non negarlo. So chi sei, so cosa hai fatto, so cosa avresti voluto fare. Sacrifici umani, nel ventunesimo secolo. Sai, ho conosciuto molta gente come te, ma raramente di una tale ignoranza.» L’uomo si agitò. Lucio si piegò appena in avanti, avvicinandosi. «Ti vedi? Anche adesso hai una reazione più forte all’essere smi-

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nuito che all’essere prigioniero. Credi di poter contrattare con me, di essermi tanto superiore da avere di sicuro qualcosa da offrirmi per la tua liberazione. Credimi, hai perso ogni possibilità quando hai avvicinato la lama alla gola del primo bambino che hai rapito. E per cosa poi? Un sacrificio al diavolo? Neppure ti rendi conto della tua follia». Si rialzò e percorse i pochi passi che ancora li separavano. Senza sforzo tirò l’uomo in piedi, poi gli fece luccicare davanti agli occhi la lama di un coltello dal manico in corno, un coltello sacrificale. Lo aveva preso a casa sua, e di certo era lo stesso che aveva usato nei suoi rituali. Per la prima volta, una nota di paura comparve in quello sguardo. «Anime innocenti» quasi sibilò Lucio. «Uccise prima di poter peccare, e tu credi che il diavolo potrebbe apprezzarle? Credi che potrebbe anche solo toccarle? Che non siano destinate al Paradiso?» La lama si alzò, poi ridiscese rapida, recidendo il bavaglio. L’uomo sgranò gli occhi, indietreggiò di un passo, si ricompose. «Gliele ho offerte!» tuonò. «Non puoi offrire qualcosa che non ti appartiene», gli rispose Lucio. E affondò il coltello. L’uomo lo guardò confuso, sprezzante, poi trionfante. Un ghigno gli comparve sul volto. «Eppure mi ha ascoltato, guarda coi tuoi occhi!» ruggì. «Immortalità? Questo volevi chiedergli?» domandò Lucio in tono di sufficienza, senza ricredersi sulla prevista mancanza di immaginazione. «E questo ho avuto, senza neppure dover offrire la mia anima», replicò l’uomo. «Ancora una volta, non hai capito». Lo afferrò per le spalle, costringendolo a voltarsi, a puntare lo sguardo verso il suo corpo riverso al suolo, a vedere la macchia di sangue che si allargava, coprendo il suo inutile pentacolo. «È sempre stata mia».


S ka n Torta di mele

«Ally! Sei pronta? Coraggio, o farai tardi a scuola». «Arrivo, mamma!» cinguettò una vocetta allegra. Un attimo dopo sulle scale si materializzò una ragazzina vivace e sorridente; i lunghi capelli color del fieno erano raccolti in una coda di cavallo e le pieghe della gonna a quadroni turchesi ondeggiavano a tempo con i suoi passi come sul ritmo di una danza. Violet guardò la figlia e un sorriso prese forma sulle sue labbra. «Tieni» disse, porgendole un sandwich al burro di arachidi e marmellata di more che Ally prontamente infilò nella cartelletta di pelle marrone. «Grazie, mammina. Oh» aggiunse, un sorriso sornione sul volto, «sai, ieri Suzy ha portato a scuola una fetta della torta di mele di sua mamma. Era buonissima» commentò, socchiudendo gli occhi come per dare maggiore enfasi. «Ah sì?» disse Violet, e si girò verso il lavello per lavare le scodelle della colazione. «Sì. Ma mica tanto come la tua». «Oh, grazie» rispose Violet con indifferenza. Ally rimase silenziosa ancora per qualche istante, poi partì di nuovo alla carica. «Mammina...» «Sì, tesoro?»

«Me la fai la torta di mele stasera? Ti prego ti prego ti prego!» «Ally, sai che oggi è il mio turno alla mensa. Tornerò a casa tardi e...» «Ti prego!» Violet scosse la testa con una risata. «E va bene. Torta di mele sia. Ma in cambio stasera lavi tu i piatti, va bene?». «Certo! Grazie mamma! Sei la migliore che ci sia» disse Ally, e abbracciò Violet, che si abbassò un poco per ricevere la mezza dozzina di baci che la figlia aveva messo in serbo per lei. «Ora vai, però. L'autobus sarà qui a momenti». «Va bene, corro. Ciao mammina». Rimasta sola, Violet si apprestò come ogni giorno a fare i lavori di casa. Lavò i pavimenti, rifece i letti, stirò i panni, spolverò i mobili; il tutto canticchiando sulle note dell'ultimo disco di Sinatra che George, suo marito, le aveva regalato per il suo compleanno un mese prima, appena due giorni dopo che era uscito nei negozi. «A forza di farlo girare sul piatto consumerai tutto il vinile» aveva commentato George una sera. In effetti Violet adorava quel disco e lo ascoltava in continuazione per tutto il giorno. E ogni volta che lo faceva pensava al suo George e a come l'aveva resa felice regalandoglielo. Allora ci metteva ancor più

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lena a rendere la casa splendida e a far trovare a suo marito la cena pronta in tavola quando tornava dalla sua lunga giornata di lavoro. Il suo volto soddisfatto e i suoi complimenti per i piatti che gli offriva erano la prova che la sua giornata era stata ben spesa. Ora, mentre Frank attaccava per la terza volta quella mattina I've Got You Under My Skin , Violet diede un'occhiata fugace all'orologio e si accorse che si erano già fatte le undici. Se voleva riuscire a passare all'emporio del signor Madison a comprare mele e uova prima di andare alla mensa, doveva sbrigarsi. Si vestì in tutta fretta e uscì nel tepore di quella serena giornata di aprile. Quando pioveva, spesso Violet prendeva l'autobus, ma privarsi di una passeggiata con un cielo turchese come quello le sembrava un sacrilegio. Si incamminò quindi a passo spedito. Quando ebbe girato l'angolo intorno alla chiesa si sentì chiamare. «Signora...» Si voltò e vide un uomo seduto a terra. La schiena era appoggiata contro i mattoni grigi dell'edificio. Era vestito di cenci sbrindellati e i capelli, resi grigiastri da uno spesso strato di sudiciume, erano lunghi fino alle spalle; Violet valutò potessero essere biondi, o forse bianchi: il suo


volto era così sporco e l'espressione così sofferta che era impossibile stabilirne l'età. Le mani, screpolate e ricoperte di tagli e ragadi, reggevano un consunto e lercio barattolo di zuppa di pomodoro, con cui mendicava qualche offerta. «Signora, la prego... ho fame» sussurrò. Violet si avvicinò, aprì la borsetta e ne tirò fuori un fazzoletto di cotone. Poi si accovacciò e iniziò a pulirgli il viso con il tessuto, che da bianco divenne in un attimo color cenere. Poi prese il borsellino e ne tirò fuori due biglietti da un dollaro che mise nel barattolo. «Ascolta» gli disse, «c'è una mensa dei poveri su Elm Street. La conosci?» L'uomo scosse la testa senza distogliere lo sguardo da lei. «Devi percorrere tutta questa strada. Questa è Main Street. Poi... anzi, facciamo così» aprì di nuovo il borsellino e prese una moneta che gli mise tra le dita della mano destra. «Prendi l'autobus. Il ventitré. Scendi alla seconda fermata. Da lì sono solo un paio di minuti a piedi, troverai di certo qualcuno che ti indicherà la strada. Ti accompagnerei io, ma devo prima fare una commissione». Violet si rialzò in piedi e rassettò la gonna con le mani. «Oggi sono io di turno, farò in modo che tu abbia una razione un po' più abbondante del solito» gli disse sorri-

dendo. «Grazie...» rispose l'uomo, i cui occhi si erano fatti più lucidi. «Oh, per così poco. Mi spiace solo di non poter fare di più...» «Grazie... lei, lei è una santa...» il mendicante stava ora piangendo vistosamente. Violet gli aveva pulito la faccia, ma era rimasto ancora abbastanza sporco perché le lacrime disegnassero sulle guance due linee più chiare. «Magari» rispose con candore. «Ora devo andare. Ci vediamo più tardi, va bene?» Riprese il cammino a passo più spedito. L'interruzione, seppur a fin di bene, le era costata alcuni minuti che doveva assolutamente recuperare. Si risvegliò lentamente, stordita e con la testa che le doleva come non mai. Cercò di capire dove si trovasse, ma nella mente c'era solo una nebbia confusa. Ricordò di aver incontrato quel povero mendicante, di avergli dato un dollaro... no, erano due. E i soldi per l'autobus... poi aveva proseguito per l'emporio e poi... nulla. Solo il ricordo di un forte dolore alla testa. Aprì gli occhi e capì con sgomento di trovarsi in un furgone. Era uno spazio buio e angusto, pieno di scatoloni accatastati l'uno sull'altro. Lei era seduta a terra, la schiena poggiata contro una parete; una corda spessa e robusta le

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legava strette le braccia. Di fronte a lei, in piedi, un uomo la osservava. I suoi occhi, circondati dal nero della pelle, rilucevano come fari. I capelli crespi e gonfi la fecero pensare a un orrendo clown venuto dritto dall'inferno. Quando abbassò lo sguardo alle sue mani, Violet strillò. Nella sinistra l'uomo impugnava un coltello a serramanico, nella destra una pistola. «La prego» pianse Violet in preda al terrore, «la prego, non mi faccia del male... ho una figlia, la prego...» L'uomo non disse nulla, ma il suo sguardo si fece più furente e i suoi piedi avanzarono di un altro paio di passi verso di lei. «No! No, per favore, la prego! La supplico mi lasci andare... la prego, ho una figlia...» ripeté, sperando di far breccia nella coscienza di quel mostro, sempre che ne avesse una. «Anche io...» rispose l'uomo. «Anche io ho una figlia. Mary. Si chiama Mary». Chiuse per un istante gli occhi e deglutì forte, come se stesse richiamando tutte le forze che aveva per ricacciare indietro le lacrime. «Ha ventun anni» continuò quando ebbe riaperto gli occhi. «Fa la cameriera per i Morris. Sono brava gente. Certo, la trattano come ogni bianco tratta la sua cameriera nera. Ma non ci possiamo lamentare, ne ho viste e sentite tante che... Comunque. Va a


lavorare in autobus, la mia Mary, tutti i giorni. Siede sempre nell'ultima fila, ovviamente. Ma non il mese scorso. No». L'uomo chiuse di nuovo gli occhi per un paio di secondi, il tempo di intraprendere un'altra lotta con se stesso. Poi proseguì. «Il mese scorso pioveva, faceva freddo per essere marzo. Lei era all'ottavo mese. Due gambe gonfie così aveva la mia Mary, e la schiena le dava il tormento. È salita sull'autobus, e tutte le ultime file erano occupate. Occupate da bianchi. Quando piove anche i posti dei neri vanno bene, non è vero? Per un po' la mia Mary è rimasta in piedi, ma non ce la faceva. Stava male. Allora ha visto un posto libero più avanti. Ci ha pensato un po', ha tentato di resistere, ma le gambe non la tenevano su e piangeva per il dolore alla schiena. Così si è seduta. Le persone intorno l'hanno guardata, l'hanno fissata. Lei sentiva tutti quegli sguardi e le facevano male. Ma forse tutti quei bianchi avevano anche visto quanto soffriva, perché nessuno le ha detto niente, alla mia Mary. Nessuno, tranne una donna. Una donna che ha iniziato a lamentarsi che una nera si era seduta in una fila riservata ai bianchi. All'inizio gli altri hanno voltato la testa dall'altra parte, fingendo di non sentirla. Ma lei ha continuato, e alla fine anche i passeggeri accanto hanno preso a lamentarsi. La mia Mary non si è alzata. Stava male, poverina. Un uomo si è avvicinato e le ha chiesto gentilmente di alzarsi.

Lei è rimasta lì. Allora le cose si sono messe male per la mia Mary. Le parole gentili sono sparite, e uno di loro ha iniziato a tirarla per un braccio per farla alzare. Hanno preso la mia Mary e l'hanno tirata e strattonata fino a farla drizzare in piedi. E l'autobus deve aver preso una buca proprio lì, perché la mia Mary è caduta. E' caduta a faccia in giù, tra le file dei sedili. La mia Mary è caduta e io ora dovrei essere un nonno orgoglioso; invece sono solo un padre disperato che vede la sua piccola piangere ogni giorno, ogni maledetto giorno che nostro Signore manda sulla terra; che la vede soffrire e disperarsi perché ha sentito la vita di suo figlio scivolare via dal suo ventre... e tutto questo solo perché una puttana dai capelli biondi e il cuore pieno di sterco di vacca non ha avuto pietà, non ha avuto la coscienza di capire che le leggi a volte sono stupide e inumane, che il cuore può spingersi al di là della miope visione di governanti ottusi. Ho cercato quella donna, e finalmente l'ho trovata. Lei è la puttana, signora Violet Cunningham. Lei ha distrutto la vita di mia figlia e io ora distruggerò la sua». Violet strillò, il petto gonfio di terrore. «No! Ci deve essere un errore... la prego, io non so nemmeno di cosa stia parlando! Glielo giuro, non ho fatto nulla...» «Zitta, cagna! So che è stata lei, lo so... ho fatto le mie ricerche e sono sicuro...» l'uomo si avvicinò ancora, Violet poteva vedere

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il foro della pistola a pochi centimetri dai propri occhi sbarrati. «No, davvero. Mi dispiace per sua figlia, sul serio... ma non è colpa mia. Lei ha sbagliato persona, io non c'entro, la prego... la mia bambina... lei mi aspetta a cena... io... devo farle la torta di mele... la prego...» Violet aveva smesso di gridare. La voce si era abbassata pian piano a una nenia, un lamento cupo e senza speranza. L'uomo armò il cane della pistola, mentre le lacrime sgorgavano copiose giù per le sue guance scure. Violet chiuse gli occhi, certa che la sua ora fosse infine giunta. «Non ce la faccio...» disse invece l'uomo. Violet alzò piano le palpebre e notò con sollievo che la pistola non era più nel suo campo visivo. L'uomo l'aveva posata a terra e ora era in ginocchio intento a tagliare con il coltello le corde che la tenevano immobilizzata. Violet emise un lungo e tremante sospiro di sollievo. Non appena fu libera, si allungò verso quel padre in lacrime e lo abbracciò. «Sono davvero desolata» gli disse, mentre cercava di bloccare i sobbalzi causati dai forti singhiozzi. Fece scendere piano le mani lungo la schiena dell'uomo. «È dura. Lo posso immaginare» sussurrò, le labbra accanto all'orecchio di lui. «Mi dispiace tanto per sua figlia...» In un attimo la pistola fu nella sua mano. Violet si alzò di scatto e la puntò in faccia all'uomo. «...ma sarebbe dovuta stare al


suo posto». Fece fuoco. Lo sparo risuonò con un boato assordante nello spazio ristretto del furgone. Violet non aveva mai sparato in vita sua e il rombo le strappò un grido. Il proiettile si era infilato nell'occhio destro dell'uomo, che si era completamente disintegrato in una poltiglia sanguinolenta. Pezzi di cervello erano schizzati sul pavimento misti a frammenti di ossa. L'aria era satura del puzzo di polvere da sparo e del ferrigno odore del sangue. Lasciò cadere a terra la pistola, diede le spalle a quel macabro spettacolo e vomitò tutto ciò che nel suo stomaco era rimasto della colazione. Quando ebbe finito, si voltò di nuovo verso il corpo steso a terra. L'unico occhio sano la fissava attonito, come se il suo proprietario non avesse ancora capito bene cosa era successo. Prese a tremare in maniera incontrollabile, così forte che i suoi denti sbattevano come piccole candide nacchere. Non aveva mai ucciso nessuno in vita sua e mai avrebbe pensato che un giorno lo avrebbe fatto. «Mi dispiace...» disse al morto. Se il suo interlocutore fosse stato vivo, avrebbe avuto serie difficoltà a capire le sue parole; il tremore generale che l'attanagliava rendeva quasi incomprensibili i suoni che uscivano dalla sua bocca. «Non avrei voluto spararti, e mi dispiace sinceramente per tua figlia. Io l'ho vista cadere, ma non avrei mai creduto che... è una tragedia, un'orrenda, immane tragedia. Ma... santo Dio, non è

colpa mia. Ve la siete cercata, tutti e due. Io so qual è il mio posto, e tu avresti dovuto insegnarle qual era il suo. Se tu lo avessi fatto, e se lei avesse rispettato le regole, ora la tua Mary starebbe coccolando il suo piccolo, anziché piangerlo. Io ho solo cercato di far rispettare la legge, su quell'autobus. Vogliamo forse un'altra Montgomery? Perché, perché ostinarsi a voler fingere di essere uguali a noi? Non siete uguali a noi, e non lo sarete mai. E prima lo capirete, meglio sarà per tutti. Soprattutto per voi». Smise di parlare e si sforzò di ritrovare il proprio contegno. Notò alcuni schizzi di sangue sul vestito, ma le bastò chiudere bene i bottoni della giacca per nasconderle. Alla scarsa luce riuscì comunque a vedere le lancette sul quadrante del suo orologio e vide con disappunto che erano già le tre. Un fastidioso senso di colpa si impossessò di lei al pensiero di non aver potuto mantenere la promessa fatta al mendicante. Sperò che ritornasse ancora, per potergli concedere quella razione abbondante che gli aveva offerto. Scavalcò il corpo e aprì, non senza fatica, il portellone del furgone. La luce del pomeriggio la accolse e le rivelò che si trovava in aperta campagna. Avrebbe dovuto camminare molto per ritornare in città, quindi si avviò a buon passo. L'aria vivace la aiutò a cancellare i segni dello shock, e quando arrivò finalmente all'emporio, dopo un'ora abbondante di camminata a passo svelto, vide con soddisfazione

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nello specchio dietro il bancone che il suo viso era tornato quello di sempre. «Un chilo di mele» disse al signor Madison, «e sei uova. Ho promesso una torta alla mia piccola, sa?» «Lei è una donna stupenda» disse lui, mentre infilava le mele in un sacchetto di carta, «se ce ne fossero di più, di persone come lei, il mondo sarebbe un posto migliore». Violet si limitò a sorridere e abbassò lo sguardo. In quel momento ebbe l'agghiacciante visione di un neonato, ricoperto di sangue, abbandonato sul pavimento lercio di un autobus. Mentre lo guardava, il neonato aprì gli occhi venati di rosso e li puntò su di lei. Violet lanciò un urlo e fece un passo indietro. «Che succede?» chiese il signor Madison. Lei si portò le mani al viso. «Mi scusi» disse, «mi era sembrato di vedere un topo...» «Un topo nel mio negozio?» disse lui allarmato. «No, no. Mi ero sbagliata. Va tutto bene» lo rassicurò. «Va tutto... tutto bene». Violet non ne era del tutto sicura, ma cercò di scacciare i cattivi pensieri e di concentrarsi sui suoi doveri. Prese la spesa e sfoderò il suo miglior sorriso. Non poteva farsi distrarre da stupide e inutili suggestioni. Aveva cose più importanti a cui pensare. Presto George sarebbe rientrato dal lavoro e lei aveva ancora una torta da preparare.


S ka n L'innocenza non ha paura

Il commissario Karl Vogel attraversò il pianerottolo del secondo piano ignorando il soldato di guardia che, al suo passaggio, si mise sull'attenti. Era iniziato il turno di notte e molti uffici del quartier generale della Gestapo erano vuoti. A Parigi c'era ben altro da fare la sera che star dietro alle scartoffie, a meno di non essere un ufficiale di prima nomina, oppure un veterano come l'ispettore Von Kleist, che restava fino a tardi per pianificare le operazioni del giorno dopo. A metà corridoio, Vogel si fermò di fronte a una porta a vetri su cui c'era scritto: Kriminalkommissar Albert Jodkum . La luce all'interno era spenta. Girò la maniglia, ma era bloccata. Quindi prese una graffetta dalla tasca, diede un'occhiata al corridoio, forzò la serratura ed entrò chiudendosi la porta alle spalle. Quando si abituò alla semioscurità, notò che l'ufficio era piuttosto spoglio: c'era una scrivania, un archivio, un paio di sedie e un attaccapanni a cui appese il borsalino che indossava. Aprì il primo cassetto della scrivania e diede un'occhiata al contenuto: carte e fascicoli. Nel secondo, invece, trovò una Luger che si mise in tasca. Infine prese una seggiola e si accomodò in un angolo accanto alla porta. Non dovette aspettare molto. Udì dei passi affrettati nel corridoio, poi una chiave graffiare la toppa. Dopo uno scatto, la porta si spalancò e un uomo in divisa

entrò nella stanza, si diresse verso la scrivania, accese la lampada da tavolo, alzò il ricevitore dell'apparecchio telefonico e compose un numero con rapide rotazioni. Dopo qualche momento d'attesa disse: «Allô, Genevieve?», ma non aspettò la risposta e riagganciò subito. Poi si

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appoggiò alla scrivania come per riprendere fiato. «Genevieve non ha risposto, Jodkum?» A quella domanda, l'uomo trasalì e si voltò di scatto. Di fronte a sé vide Karl Vogel che sorrideva e gli puntava contro una pistola.


Ventiquattr'ore prima

«Non sono deliziosi?» La signora Waldner si era rivolta al commissario Vogel accennando agli asparagi in salsa olandese che aveva nel piatto. «I migliori che abbia gustato dall'inizio della guerra», rispose. «I miei complimenti alla cucina». «Riferirò il vostro gradimento a Curgilev, il capo cuoco», disse compiaciuta. Vogel accondiscese con un cenno del capo e sorrise inarcando appena i baffi sottili. Alle cene del governatore di Parigi si respirava una strana atmosfera: i nazisti ostentavano la sicurezza dei padroni della piazza, ma allo stesso tempo assaporavano ogni portata come se fosse l'ultima. Il commissario, per nulla intimorito dal rango degli altri commensali, aveva conversato in modo affabile rivelandosi un fine intenditore di vini francesi. Qualche posto più in là, Felix Von Kleist, kriminalinspektor della Gestapo e superiore di Vogel, stava osservando con attenzione il suo sottoposto, quando fu interpellato da un anziano cameriere: «Gradite del foie gras, signore?» «Sì, grazie», rispose. Quindi, mentre veniva servito, aggiunse con fare malizioso: «Mio caro Vogel, voi che siete così competente, cosa ne pensate di questo foie gras?» La signora Waldner aveva sorriso per tutta la sera ma,

nell'udire quella domanda, divenne seria e abbassò lo sguardo nell'attesa di un giudizio impietoso. «L'aroma è gradevole e potrò dirvi di più quando l'avrò assaggiato». I vicini di posto si voltarono in attesa del responso e il cameriere, che aveva terminato di servire l'ispettore, si diresse verso il commissario. Con perizia, dispose nel piatto del foie gras su crostini di pane ai fichi. Tutta la tavolata pendeva dalle labbra di Vogel. «Bloc de foie gras avec morceaux», declamò con un accento francese perfetto. Quindi assaggiò e aggiuse: «D'anatra, senza dubbio, come si può dedurre dal leggero retrogusto muschiato». I commensali assaggiarono a loro volta la portata. Chi l'aveva già fatto assaporò un secondo boccone. Vogel si volse verso Von Kleist e lo fissò attraverso gli occhiali di tartaruga. «C'è chi preferisce il foie gras d'oca, più raro e quotato». Quindi prese il bicchiere e continuò: «Bisogna ammettere, però, che il gusto amarognolo dell'anatra si accompagna in modo sublime a questo Château d'Yquem, che la signora Waldner ha scelto con tanta cura». La donna alzò lo sguardo sorridente e l'ispettore non replicò, mentre il resto della tavolata tornò a gustare soddisfatta il foie gras d'anatra che aveva nel piatto. «Riuscite sempre a stu-

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pirmi», disse Von Kleist. Si era avvicinato a Vogel che stava ammirando alcuni libri sugli scaffali della biblioteca della residenza. Poco distante il governatore conversava con alcuni alti ufficiali della Wehrmacht. Il commissario prese un volume dal dorso di cuoio e domandò: «A cosa vi riferite, signore?» «Ho sempre pensato che aveste degli appoggi importanti, non fosse altro per il grado che avete ottenuto così giovane, ma non mi sarei mai aspettato di trovarvi qui dopo due sole settimane a Parigi». «A me, invece, colpisce la vostra franchezza», replicò Vogel mettendo il libro sotto il braccio e togliendosi gli occhiali. «Siete un uomo che dice quello che pensa, senza peli sulla lingua. Sin dall'inizio avete dimostrato ostilità nei miei confronti e non l'avete mai nascosta. Lo capisco: di me sapete che fino a pochi anni fa ero un civile. Non ho fatto carriera nella polizia come voi; devo tutto alla guerra. D'altra parte possiedo delle competenze che possono essere utili al Reich. A Berlino le hanno apprezzate, ma non sono qui per scavalcare nessuno». Pronunciò le ultime parole con un tono molto pacato, pulendo le lenti degli occhiali col fazzoletto che aveva preso dal taschino della giacca. «Le vostre competenze!», sbottò l'ispettore passandosi la mano sul capo rasato. «Ipnosi e psicologia! Certo, volete


rinfacciarmi d'aver già risolto un caso in poche ore, tuttavia in una vera indagine non basta essere capaci di suggestionare un uomo torturato da giorni, una vera indagine richiede esperienza!» «E io sono qui per imparare da chi ha più esperienza di me», replicò Vogel inforcando gli occhiali. Von Kleist rifletté per qualche istante, poi disse brusco: «Ho un incarico adatto a voi. Mi serve qualcuno che sia nuovo del dipartimento. Passate nel mio ufficio domattina», quindi si congedò. Vogel si sedette su una poltrona e un cameriere gli chiese se gradisse del brandy. «Grazie, no», rispose, e aprì il volume che aveva in mano. La signora Waldner si avvicinò all'ospite vedendolo solo. «Cosa leggete?», chiese. Il commissario si alzò, mostrò la copertina del libro e disse: «L'Emilio». «Amate Rousseau?» «Non in particolare: qualunque autore offre spunti interessanti». «Da Rousseau cosa avete appreso? Se tutte le sue opere fossero bruciate e poteste salvare una sola frase, quale imparereste a memoria?» «Non ho dubbi: “Chiunque arrossisce è già colpevole: la vera innocenza non ha vergogna di niente”. Tuttavia ritengo vera anche questa frase: chi impallidisce è già colpevole, perché l'innocenza non ha paura di nulla».

«Chi lo ha detto?» «Io». *** Era l'alba. Nessun'altra città al mondo può vantare un'atmosfera come quella di Parigi. Scacciando la sottile foschia, le prime luci del giorno si riflettevano sul selciato ancora bagnato dalla pioggerella notturna. Le strade cominciavano ad animarsi. Poteva sembrare tutto normale a un occhio assonnato, finché nei pressi di qualche monumento non capitava di alzare lo sguardo e di vedere sulla cima sventolare la svastica. Allora l'espressione rassegnata dei francesi acquistava un senso: era il volto di chi, vivendo giorno per giorno, si era ormai assuefatto a un futuro fatto di stivali che marciavano per i viali della città. «Buongiorno, monsieur Hulot. Il solito taglio?», chiese il barbiere mentre affilava il rasoio sulla coramella. Joachim Mordecai, ricco uomo d'affari di origine ebrea, si faceva passare da tempo per Jean Hulot. Era nascosto a casa di amici da quando aveva saputo di essere ricercato dalle SS. Gli avevano consigliato di uscire il meno possibile, ma non sopportava di lasciarsi andare e, al mattino presto, ne approfittava per recarsi dal barbiere. In quella condizione di semiclandestinità era l'unico vezzo che ancora si concedeva. «Sì, Raoul, il solito».

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Durante il taglio, il barbiere raccontava al cliente i fatti del giorno prima. Elencava le retate delle SS, le azioni della Résistance, le maquis attive in città e le persone note e meno note che, per evitare di essere deportate in Germania come addette ai lavori forzati, avevano ottenuto falsi certificati o, addirittura, erano riuscite a espatriare. «Tutto quello che raccontate, caro Raoul, è molto pericoloso» disse Joachim, mentre il barbiere gli mostrava la sfumatura sulla nuca attraverso lo specchio. «Avete notato, monsieur, che ve ne parlo quando non ci sono altri clienti?» Anche in quel momento erano soli nel negozio. Di tanto in tanto, si intravedeva attraverso la vetrina qualche passante che spariva subito dietro l'angolo. «Vuol dire che vi fidate di me? Non temete che possa raccontare a qualcuno delle vostre conoscenze?» «No, monsieur. Vedete, in realtà non ho grandi contatti, ma», aggiunse con enfasi, «se qualcuno avesse bisogno di documenti o di certificati falsi, io saprei come procurarglieli. Se poi pensasse anche di attraversare i Pirenei, per passare in Spagna e da lì in Argentina, io avrei proprio la persona giusta da presentargli». Il barbiere prese il pennello da barba e insaponò il mento di Joachim, poi iniziò a raderlo. «Dovete sapere, monsieur, che la città è piena zeppa di de-


latori. Alcuni di loro guadagnano dei bei soldi facendo il loro sporco lavoro. Se servisse, sarebbero capaci di vendere la propria madre. Ed è sempre peggio. Parigi è come un lago che si sta prosciugando e i pesci sono costretti a sguazzare in una pozza d'acqua: sarà facile gettare le reti e catturarli tutti, in un colpo solo». Joachim aveva iniziato a sudare. Mentre la lama gli passava leggera sul collo, oscuri presagi gli si affollavano in testa. Dopo un paio di minuti ruppe il silenzio. «Caro Raoul», disse osservando allo specchio il volto rasato, «se conoscessi qualcuno di questi pesci...» «Di quelli che vogliono migrare in Argentina?» «Sì. Se ne conoscessi uno, a chi dovrei indirizzarlo?» *** «Un vero mistero, Jodkum». Felix Von Kleist, seduto alla scrivania, leggeva con attenzione uno spesso rapporto. Girava e rigirava le pagine, osservava le fotografie, si soffermava sulle schede zeppe di dati, poi si passava la mano destra sulla testa calva. «Un vero mistero». Di fronte a lui, Albert Jodkum, un kriminalkommissar della Gestapo, non faceva che annuire. A un tratto qualcuno bussò. Senza attendere la risposta, la porta si aprì ed entrò l'attendente dell'ispettore. «Heil Hitler!», gridò tendendo il braccio. «Il commissario è arri-

vato». Karl Vogel fece un passo avanti e salutò. Indossava un impermeabile in pelle nera e un borsalino. Sulla cravatta era appuntata la spilla del partito nazista e sul naso affilato portava un paio di occhiali di tartaruga. Solo i baffetti sottili addolcivano il suo aspetto. Per il resto era di un'eleganza glaciale, quasi crudele. L'ispettore presentò l'un l'altro i due commissari. Jodkum era sulla sessantina, ben più anziano di Vogel, con i capelli ormai grigi e rughe pronunciate. Non doveva fargli piacere conoscere quel suo pari grado del quale aveva già sentito parlare troppo. «Ieri sera ho accennato a un nuovo incarico. Ho pensato di affiancarvi. Jodkum è un ufficiale di esperienza e sono certo che la collaborazione sarà proficua». I commissari si guardarono negli occhi. Entrambi avevano iridi azzurre. Il primo ad abbassare lo sguardo fu Jodkum. «Di che si tratta?» chiese Vogel. Von Kleist gli passò il fascicolo e disse: «Da tempo stiamo cercando di infiltrare agenti francesi nelle bande criminali che, nonostante i nostri sforzi, ancora infestano Parigi e i suoi dintorni...» «Vi riferite alla Résistance?», lo interruppe Vogel. «Dicevo», continuò brusco l'ispettore, «che abbiamo incontrato difficoltà a infiltrarci in alcune maquis. Tempo fa, tre

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agenti sono spariti nel nulla». «Sono stati scoperti?» Jodkum intervenne: «Così sembra». «Sospettate che ci siano tra gli agenti francesi dei doppiogiochisti?» «Non lo sappiamo, ma ne siamo quasi certi. Su questo dobbiamo indagare». Vogel sfogliò alcune pagine del fascicolo. Si leggeva di contatti preliminari presi dagli infiltrati. Alcuni di essi avevano bazzicato ambienti frequentati dai maquisards, dove si mostravano ostili nei confronti degli occupanti tedeschi o dichiaravano di voler espatriare, tutto nel tentativo di essere avvicinati da membri della Résistance. Azioni di quel tipo avevano avuto successo, soprattutto i primi tempi, ma altre erano fallite miseramente. «Sembra che sappiano di chi fidarsi», constatò Vogel. «In questo rapporto vengono indicati tre agenti scomparsi in circostanze misteriose. Battevano la stessa zona». «Mi pare evidente», disse Von Kleist, «che siano stati traditi da qualcuno che ha fatto il doppio gioco». Jodkum annuì compiacente. «La spiegazione dev'essere differente», commentò Vogel. «Se la motivazione fosse quella, i fallimenti sarebbero avvenuti a macchia di leopardo. Ci dev'essere qualcosa nella zona delle tre scomparse che la rende speciale». Poi, rivolto al collega, disse: «Avete indagato anche sugli agenti della Gesta-


po?» «E per quale motivo?» chiese piccato. «Il doppiogiochista potrebbe essere uno dei nostri», insistette. «Assurdo! Le scomparse sono avvenute prima che la mia squadra indagasse. Sono certo della lealtà di tutti i miei uomini!» «Non lo metto in dubbio...», replicò, mentre alcune fotografie gli cadevano dal fascicolo. Jodkum d'istinto si chinò a raccogliere quelle che, a ventaglio, erano finite ai suoi piedi e Vogel lo lasciò fare. «Mi scuso se ho dato l'impressione di lanciare accuse a caso. Io sono l'ultimo arrivato e sto vagliando tutte le ipotesi possibili». «Accetto le scuse, ma non sopporterò altre offese», disse Jodkum alzandosi. Impilò sulla scrivania le fotografie che aveva raccolto, chiese il permesso di allontanarsi e, al consenso dell'ispettore, uscì dalla stanza. «Si è fatto un nuovo amico, Vogel», disse Von Kleist divertito. «Se volessi dei nuovi amici», rispose aggiustandosi gli occhiali sul naso, «non li cercherei nella Gestapo». «Si dimostra saggio!», constatò l'ispettore ridendo. «Come pensa di procedere?» Vogel prese le foto che Jodkum aveva raccolto e messo sulla scrivania. Senza guardarla, mostrò a Von Kleist quella nascosta in fondo al mucchio e chiese: «Cosa

rappresenta?» «Si tratta di un negozio di barbiere», rispose l'ispettore dopo averla esaminata. «Bene. Penso che comincerò da lì». *** In quel primo pomeriggio di fine settembre un sole malato splendeva malinconico su Parigi. L'estate era finita e l'autunno si preannunciava piovoso. Lungo la via, il kriminalkommissar Karl Vogel camminava sicuro senza far caso ai passanti che lo scansavano. Alcuni di essi, dopo aver avvistato da lontano il suo impermeabile di pelle nera, avevano attraversato la strada e, svoltato il primo angolo, se l'erano data a gambe. Giunto a metà isolato, Vogel riconobbe l'insegna del negozio che cercava ed aprì senza indugio la porta. Due clienti stavano ridendo a una battuta del barbiere, ma al suono della campanella nel piccolo locale calò il gelo. «C'è da aspettare molto?» chiese Vogel in un francese impeccabile. Il barbiere, col pennello da barba in mano, rimase interdetto per qualche secondo, mentre il cliente che era seduto sulla poltrona balzò in piedi, col viso mezzo insaponato. Pulendosi col lenzuolo che aveva sulle spalle, disse: «No, no. Ho finito», e uscì in tutta fretta bofonchiando un saluto. «Bene, allora ci siete prima

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voi», constatò Vogel rivolto al secondo cliente. «No, no. Io ero qui solo per leggere. Anzi, ora devo proprio andare», e guadagnò l'uscita lasciando il giornale sulla sedia. Quando la campanella cessò di suonare, nel locale tornò un silenzio irreale. Vogel appese il borsalino all'attaccapanni e si tolse l'impermeabile, scoprendo un elegante completo in doppio petto. «Ebbene?» Il barbiere si rincuorò. Nonostante la prima impressione, quel tedesco non sembrava spocchioso come tanti altri. Dimostrava un'ottima conoscenza della lingua e una ricercata eleganza, non frivola come lo sarebbe stata per un francese, ma neppure rigida e pragmatica come lo era per gli inglesi e i tedeschi. «Prego, accomodatevi», disse il barbiere togliendo di mezzo il lenzuolo bagnato. «In cosa posso accontentarvi?» «Stasera ho un impegno importante e mi dispiacerebbe apparire sciatto. Vorrei essere rasato e, visto che ci siamo, potreste anche accorciarmi i capelli». «Sarete servito!» Prese un nuovo lenzuolo e iniziò a insaponare il mento di Vogel. Poi, dopo aver affilato il rasoio, iniziò a passare la lama, con perizia, sul viso del commissario. «Vi chiamate Raoul, vero?» Il barbiere si fermò di colpo e trattenne il fiato. Il rasoio era appoggiato poco sopra il pomo d'Adamo del cliente. Sentir


sussurrare il proprio nome da un ufficiale della Gestapo a pochi centimetri dall'orecchio, gli aveva gelato il sangue nelle vene. «Continuate, vi prego, e state attento alla fossetta sul mento: è il punto più difficile». «Ce... certo», e raschiò altra schiuma dal mento del commissario. «Non avete ancora risposto». «Sì... sì, mi chiamo Raoul». «Allora ho trovato la persona che stavo cercando. Ho sentito molto parlare di voi». «Spe... spero in modo positivo». «Sono qui per farvi un'offerta che vi eviterà molte sofferenze. Vedete, io odio la violenza. Evito di ricorrere a metodi spiacevoli, se gli eventi non mi costringono». «No... non capisco». «Vi chiedo solo di rispondere a un paio di semplici domande. Sono un uomo ragionevole e non c'è bisogno, per così poco, di rendere lo cose più complicate del necessario. Ne convenite?». «Pe... penso di sì, anche se non so ancora come potrei esservi utile», disse il barbiere rasando il volto anche sotto l'ultima basetta. Quindi, con tono professionale, aggiunse: «Desiderate un dopobarba particolare?» «Aqua Velva. Sono certo che non ne sarete sprovvisto», disse Vogel con tono allusivo. «Come desiderate. Ne devo avere una bottiglia nel retro. Torno subito».

Raoul entrò nel piccolo ripostiglio scostando una tenda, che si richiuse alle sue spalle, si tolse il camice, salì una scaletta, aprì un lucernario e con l'agilità di un ratto si calò nel vicolo dietro al caseggiato. Quando appoggiò i piedi per terra, due soldati delle SS lo afferrarono per le braccia. *** Joachim scaricò la valigia dal vecchio autocarro Citroën che l'aveva portato a destinazione. L'autista, che non aveva detto una parola durante il percorso, ripartì senza salutare e il veicolo sparì nell'oscurità. Alla fioca luce della luna, si mise a leggere i numeri civici finché non trovò il 21. Si trattava di una palazzina a tre piani. L'autista lo aveva lasciato piuttosto distante e Joachim aveva faticato parecchio a trascinarsi dietro la pesante valigia. Sul portone c'era un cartello. Diceva che lo studio era chiuso perché il dottore era fuori città e sarebbe tornato di lì a qualche giorno. Prese il battente e bussò. I colpi risuonarono cupi per la strada deserta. Dopo qualche istante, il portone si aprì con uno scatto e fece capolino la testa di un ometto stempiato che, con occhi furtivi, guardò a destra e a sinistra. «Siete stati seguiti?» chiese sottovoce. «No... non credo», balbettò Joachim.

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L'ometto lo prese per un braccio trascinandolo all'interno con forza assieme alla valigia. Era piccolo, ma energico. «Seguitemi», ordinò, e iniziò a salire lungo la scala buia alla luce di un lume a petrolio. Joachim salì un gradino alla volta strattonando la valigia a ogni passo. «Potete lasciarla all'ingresso», disse l'ometto. «No, grazie, preferisco tenerla accanto a me». Entrarono in una stanza del primo piano ben illuminata. A giudicare dall'aspetto asettico, era uno studio medico. Attraverso la porta di un piccolo locale attiguo si scorgeva un lettino per le visite. «Prego, accomodatevi e rilassatevi. Sarete stanco», disse l'ometto indicando una sedia di fronte alla scrivania. «Ora che siamo al sicuro da occhi indiscreti, possiamo parlare con calma. Mi presento: sono il dottor Eugène». «Sono contento di conoscervi», disse Joachim stringendo la mano che gli era stata tesa. «Un nostro comune amico ha molto parlato di voi e ha sostenuto che mi potete aiutare». «Certo», rispose Eugène con un tono gentile e rassicurante. «L'organizzazione di cui faccio parte si è già occupata di molte persone nelle vostre condizioni. Vi sono state spiegate le modalità del viaggio?» «Mi è stato parlato di Buenos Aires e dei costi. Di preciso


non so altro». «Allora vi spiegherò io il resto», disse il dottore premuroso. «Abbiamo tempo». *** Le mura scrostate di una stanza buia in un seminterrato di chissà quale palazzo di Parigi, solo quello era riuscito a vedere Raoul da quando era stato arrestato. Durante il tragitto, gli era stato messo un pesante cappuccio che un sergente delle SS gli aveva appena tolto. Non poteva che essere nel quartier generale della Gestapo. Lo aveva intuito dagli ordini abbaiati in tedesco e dal rumore crepitante di macchine per scrivere. Poi ne aveva avuto conferma perché, dopo aver sceso una ripida scala, aveva percepito l'odore acre di urina ed escrementi, oltre a lamenti sommessi che, talvolta, si trasformavano in urla disumane. Il sergente, che gli aveva tolto il cappuccio e liberato le mani, lo legò con forza a una sedia. «Dove sono? Cosa volete da me? Non ho fatto nulla». Un sonoro ceffone gli fece passare la voglia di parlare. Dopo qualche minuto entrarono nella stanza due ufficiali, uno dei quali era l'elegante cliente del pomeriggio. Jodkum squadrò il barbiere. «È questo il sospettato, Vogel? Io fiuto i maquisards lontano un miglio e questo puzza solo per le urine che si è fatto addosso. E dire che

Günther non l'ha ancora nemmeno sfiorato!» «Sono d'accordo con voi. Quest'uomo mi ha tenuto un rasoio sul viso per cinque minuti e non ha avuto alcun dubbio: tra tagliarmi la gola e tagliare la corda, ha scelto la seconda possibilità». «Avete avuto un bel coraggio», constatò stupito Jodkum. «Un rischio calcolato. Stavo seguendo un'intuizione». «E in cosa consiste?» «Prima sentiamo cos'ha in serbo per noi questo barbiere». Poi, rivolto a Raoul, disse in francese: «Ti lasciamo con Günther. Ha molta fantasia e conosce tanti modi per provocare dolori insopportabili. Dipende da te. Se ci dirai quello che sai, potresti anche uscire da questa stanza tutto intero». «Però io non so nulla!» «Io ti credo, e anche questo mio collega se ne convincerà presto, ma per persuadere i nostri superiori dobbiamo lasciar lavorare Günther almeno per un po'». «Ma io non sono nella Résistance. Cerco di farlo credere, inventandomi frequentazioni fasulle, per procurare danarosi clienti a un medico, un dottore che si fa chiamare Eugène. È lui che si occupa del loro espatrio. Io guadagno solo pochi soldi». Jodkum intervenne e disse, con un forte accento tedesco: «Tutto qui? Un solo nome? Ne ho sentite di false dichiarazioni spontanee: iniziano tutte così,

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ma poi, con un po' d'aiuto, i veri nomi saltano fuori». «E come si chiamerebbe in realtà questo dottore?» chiese Vogel. «Non lo so! Io non sono nessuno, io non so niente...» «Certo», riprese Jodkum sarcastico, «sei solo una piccola rotella di un ingranaggio più grande di te e di sicuro giurerai che non sai nulla di infiltrati scomparsi». «Sì, è vero! Non ne so nulla», insistette disperato, «conosco solo i nomi di gente partita per il Sud America». Jodkum si rivolse a Günther in tedesco: «Il trattamento standard, finché non diventerà meno reticente. Ho il sospetto che abbiamo messo le mani su un pezzo grosso». Il sergente rispose con un grugnito. Vogel parlò sottovoce al collega: «Questo Eugène è la chiave di tutto. Sarebbe un vantaggio conoscerne l'identità, ma pensandoci bene non serve. Gli ultimi rapporti degli infiltrati mi hanno dato un'idea: come ho trovato il barbiere, scoverò il covo del dottore. Vado subito, ogni minuto è prezioso». Poi si rivolse al prigioniero: «Adieu, Raoul. Avevi la mano leggera, un vero pregio. Avresti fatto meglio ad accontentarti delle mance dei clienti», e così dicendo uscì dalla stanza a passi veloci. Günther si tolse la giacca della divisa e si rimboccò le maniche. Il trattamento standard era per lui un rituale


che iniziava sempre allo stesso modo, stringendo saldamente con la destra un tirapugni di ferro. Vogel, salendo le scale, sentì le prime urla del barbiere. Sapeva che presto quel disgraziato avrebbe taciuto, per ricominciare subito dopo aver ricevuto una secchiata d'acqua gelida. Anche Jodkum non attese la fine della tortura. Dopo un paio di minuti, uscì in tutta fretta dalla stanza e salì i gradini a due a due. *** «Vi avranno detto», spiegò il dottor Eugène, «che purtroppo i costi sono molto elevati. Sapete, ci sono funzionari da corrompere, le vaccinazioni che è bene non trascurare, documenti da preparare e un lungo viaggio in incognito. Una volta in Spagna è fatta, e la traversata fino in Argentina sarà una passeggiata rispetto a tutto il resto. Vi garantisco che i 25mila franchi che chiediamo coprono solo le spese». «Sì, me lo hanno spiegato. Ecco la quota pattuita», disse Joachim estraendo una corposa busta dal cappotto. «Molto bene, lasciatela pure lì e accomodatevi sul lettino». In quell'istante squillò il telefono. «Scusatemi un momento», disse il dottore, e alzò il ricevitore senza dire nulla, schiarendosi soltanto la voce. “Chi può essere a quest'ora della notte?”, pensò. “Dev'esse-

re di certo molto importante!” Una voce all'altro capo disse: «Allô, Genevieve?» Eugène riagganciò il ricevitore. Doveva sbrigarsi. «Devono aver sbagliato numero», affermò rassicurante. «Ma torniamo a noi. Siete in cura per qualche malattia? Soffrite di cuore? Avete contratto la malaria o altre malattie esotiche in passato? Lo devo sapere perché alcuni mezzi di trasporto sono molto scomodi e potrebbe essere meglio evitarli nel caso di problemi di salute». Joachim entrò nel locale attiguo, si tolse il cappotto che diede al dottore e si sedette sul lettino. «L'anno scorso mi è stata diagnosticata una forma leggera di diabete. Devo evitare alcuni alimenti». «E avete un'intolleranza per le uova? Sapete, i vaccini sono a base di uova...» «No, non ho mai avuto problemi». «Allora tiratevi su la manica e rilassatevi, non farà male». Presa una siringa, cercò con perizia una vena del braccio e, dopo l'iniezione, sfregò la puntura con del cotone. «Stendetevi, potreste avere un lieve capogiro», disse il dottore. Uscendo dallo stanzino chiuse una pesante porta in metallo dietro di sé. Quindi si mise a osservare attraverso una feritoia a scomparsa. Joachim cercò di alzarsi, ma ebbe davvero un capogiro e ricadde sul lettino. Tutt'intorno si

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alzavano dei vapori che odoravano d'etere. «Non preoccupatevi», prese a dire il dottore al riparo dietro il vetro della feritoia, «tra poco sarà tutto finito. Sono rimasto sprovvisto di cianuro, ma ritengo che questa miscela di gas anestetici sia migliore. Potrebbe anche piacervi, sapete? Avrete presto delle allucinazioni, spero gradevoli». L'uomo, nella semioscurità di quella camera a gas improvvisata, cercò di alzare un braccio, ma ottenne solo un crampo doloroso. «Non tentate di muovervi, vi ho iniettato un blando paralizzante. Non potete immaginare quanti casi ho risolto, proprio come il vostro, e ho trovato la soluzione migliore, per tutti. Riuscirete a sparire senza lasciare traccia, i nazisti non dovranno preoccuparsi di inviarvi in Germania per liberarsi della vostra spiacevole presenza, e io mi arricchirò con parte dei vostri beni. Non mi fraintendete, però. Le spese sono davvero ingenti: voi avete conosciuto solo alcune persone, ma in tanti dipendono da me per il loro sostentamento. Innanzitutto mia moglie e mio figlio: una vita dignitosa costa molto in una città come Parigi, soprattutto di questi tempi. Sto pensando di trasferirmi nella mia città natale, ma mi priverei della principale fonte di reddito». Quelle parole prive di senso, rimbombavano nella mente di Joachim. Non poteva che esse-


re un incubo, tuttavia non riusciva a svegliarsi. «Certo, voi direte che per la famiglia si fa qualsiasi cosa. Ma io mi occupo anche di altri: gli uomini di fatica e gli autisti, per esempio, e poi ci sono alcuni funzionari che occorre pagare perché chiudano entrambi gli occhi. E cosa dire delle materie prime: la calce viva, il carbone per alimentare la fornace nel seminterrato, le droghe. Non mi credereste, e forse vi mettereste a ridere, se vi dicessi che organizzare un vero espatrio costerebbe meno». I pugni di Joachim si chiusero in un ultimo sforzo per sollevarsi. Avrebbe voluto urlare, ma più tentava di aprire la bocca, più le labbra si serravano e più i polmoni si riempivano di vapori. «Sì, lo so, forse ora comincerete a soffrire un po'. Il sacrificio comunque non sarà vano. Ho notato il vostro bel cappotto e il resto del vestiario. Dovete anche aver seguito alla lettera i consigli e indosserete una capiente cintura al cui interno saranno custoditi contanti, diamanti e pietre preziose. Ma la parte che preferisco è aprire le valigie. Ci sono talmente tanti ricordi che vengono alla luce. Non avete idea di quanti oggetti inutili la gente si trascini dietro». La vittima ebbe un sussulto. Sembrava dicesse che davvero non ne aveva idea. «Lo capisco, è difficile staccarsi dalle cose care. Le fotografie per esempio. Non vo-

gliamo ammetterlo, ma per quanto ci sia cara una persona, la prima cosa che dimentichiamo, dopo qualche tempo, è il suo volto. Le fotografie ci tengono legati ai nostri affetti, senza di esse non potremmo vivere, e ne riempiamo le valigie. Ho una stanza al piano di sopra che ho tappezzato dal pavimento fino al soffitto con le fotografie che ho collezionato; mi fa uno strano effetto vedere gli occhi di tutte quelle persone che mi fissano, gran parte delle quali non è più in vita». Altri spasmi percorsero quel corpo disteso, in precario equilibrio sul lettino. «So cosa state pensando: che sono un mostro. No, non credo. O forse sì, secondo i vostri parametri, ma di questi tempi non sono l'unico e neppure una delle poche eccezioni. Io comunque mi ritengo un benefattore. Ho avuto un'infanzia difficile, un padre che mi ignorava, e problemi di salute. Pensi che sono stato anche internato per un certo periodo. Però ho saputo riscattarmi: ho combattuto nella Grande Guerra e mi sono distinto; sono entrato in politica e, come sindaco, ho fatto del bene alla mia cittadina; mi sono laureato in medicina, in pochi anni certo, come è stato permesso ai reduci, ma nessun paziente si è mai lamentato delle mie diagnosi. Anzi, molti mi sono riconoscenti perché, contro leggi bigotte e proibizioniste, prescrivo morfina e procuro cocaina a chi ne ha bisogno. Senza conta-

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re gli aborti che sono costretto a praticare in clandestinità». Joachim era ormai del tutto immobile. «Avevo detto che avremmo fatto presto. E sapete cosa vi dico? Avete ragione: siete in perfetta salute. Vi sembrerà una battuta, ma l'agonia di chi è malato è molto più lunga. Lo dico sempre ai pazienti con malattie senza speranza: la vita è un male incurabile e la morte è un toccasana per l'anima, dovrebbero ritenersi fortunati». Il dottor Eugène chiuse la feritoia a scomparsa e concluse: «Non vi sto più ad annoiare, caro Hulot. Tra poco ventilerò lo stanzino e verrò a togliervi la cintura con i preziosi. Di certo mi scuserà se devo fare in fretta...» Trillò ancora il telefono. Il dottore si recò alla scrivania e alzò il ricevitore rimanendo in silenzio. Dopo qualche istante d'incertezza sentì dire: «Hallo, hallo! Con chi parlo io?» Eugène riagganciò il ricevitore. Non gli restava molto tempo. Guardando attraverso al feritoia, pensò: “Avevo fatto bene a preparare una sega di scorta. Monsieur Hulot è molto pesante e avrei dovuto sezionarlo in parecchie parti. È un peccato che debba scappare...” Poco prima, quella stessa notte

Von Kleist era seduto alla scrivania del suo ufficio e stava sorseggiando un caffè. Era stata


una giornata tranquilla, pensava, ma a un tratto squillò il telefono. Era una chiamata interna. «Signore, sono Vogel, potete raggiungermi nell'ufficio di Jodkum? » «Che succede?», chiese posando la tazzina. «È meglio non parlarne al telefono. Vi aspetto ». Quando giunse nell'ufficio rimase sorpreso nel vedere Jodkum in piedi, appoggiato alla scrivania e furente, mentre Vogel, seduto, puntava una pistola al collega. «Cosa significa quell'arma?» «Ecco glielo chieda!», sbottò Jodkum agitando le mani. «Chieda cos'è questa pazzia!» «Ogni cosa a suo tempo», disse Vogel porgendo con la sinistra un tesserino all'ispettore. Von Kleist inforcò gli occhiali da vista e lesse: «Karl Friedrich Vogel... Geheime Staatspolizei... Dipartimento C sezione 5! È la sezione degli “affari interni”!» «Mi dovete scusare», si giustificò Vogel, «se non mi sono qualificato finora. Nessuno è al di sopra di ogni sospetto». «Ma la vostra scheda diceva...» «Le schede le compiliamo noi al Dipartimento C. Sapete bene che non dovete credere a tutto ciò che leggete». «Vi dispiace se mi siedo», li interruppe Jodkum impallidito, «in attesa di capire cosa... stia succedendo?» Vogel lo autorizzò con un cenno della Luger. «Anch'io sono curioso», affermò Von Kleist. «Mai mi sarei immaginato di vedere due

miei ufficiali fronteggiarsi armi in pugno nel quartier generale!» «È semplice. Vi racconto una storia; provate a seguirla con attenzione. Un giorno un irreprensibile commissario indaga sulla scomparsa di alcuni informatori. Sospetta che la Résistance li abbia smascherati ed eliminati. Invece fa una scoperta del tutto inaspettata: era in atto una truffa ai danni di decine di persone disperate che pensavano di fuggire dalla Francia e che, invece, chissà quale fine facevano. Una truffa da centinaia di migliaia di franchi. Il nostro funzionario integerrimo ha pensato che ce ne fosse anche per lui. Aveva concluso che gli informatori fossero stati eliminati per sbaglio e che, in fondo, quei truffatori stavano agevolando il Reich, facendo piazza pulita di parassiti della società. Non gli fu difficile risalire alla mente dell'organizzazione e scese a patti col diavolo, che in questa storia assume il nome di dottor Eugène: avrebbe tenuto lontana la polizia e garantito una copertura al capo in caso di cattura, purché il compenso fosse adeguato. Le indagini nella giusta direzione cessarono e, allo stesso tempo, le sparizioni di informatori». Vogel smise di raccontare, mentre Von Kleist cercava di raccapezzarsi in una storia assurda che, però, poteva avere un senso. Albert Jodkum, pallido come un cencio, si mise a battere ritmicamente le mani parodiando un applauso: «Una storia davvero bella e che fantasia, Vogel, mi

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complimento. C'è solo un particolare: tutto ciò che avete raccontato è pura invenzione! Dove sono le prove! Io ho una carriera senza macchia, perché devo sentirmi insultato in questo modo?» «Continuate, Vogel», disse l'ispettore incuriosito. «Come avete fatto a dedurre tutte queste... supposizioni». «L'intuizione iniziale è nata per caso. Ritengo che sia sempre così. Le costruzioni più perfette sono quelle che rovinano al suolo per una piccola crepa, che nessuno aveva considerato. Le fotografie che mi sono cadute “casualmente” stamattina sono state l'indizio irrilevante che ha trascinato, in una catena di deduzioni, tutto il resto. Che bisogno c'era di nascondere una foto particolare, per me del tutto insignificante, tra tante ugualmente anonime? E poi il barbiere, più improbabile di mia madre come membro della Résistance, ma passabile come truffatore. Il fatto che non vi conoscesse, Jodkum, significava che i contatti erano avvenuti solo ad alto livello. La diabolica mente criminale era al vertice di una banda di malfattori improvvisati». «Ancora supposizioni», disse sbuffando Jodkum, che aveva ripreso un po' di colore. «Sentiremo mai qualcosa di concreto?» «La conferma l'ho avuta quando avete telefonato al vostro complice poco fa». «Il mio complice? Ho telefonato a una donna!» «Genevieve?» «Sì, Genevieve! È la mia


amante... ebbene sì, perché mi guardate a quel modo. Ho un'amante francese, voi non l'avete?» «Devo ammettere che usare “Allô, Genevieve?” come parola d'ordine per informare il complice del pericolo è geniale. Dev'essere un'idea che è venuta al francese, vero Jodkum?» «Ma quale parola d'ordine», replicò esasperato. «Ho telefonato alla mia amante, ma ho sbagliato numero. Tutto qui. Su una banalità avete costruito ipotesi pazzesche e vi state coprendo di ridicolo». Von Kleist non sapeva più a chi dare ascolto, ma ora la bilancia pendeva dalla parte di Jodkum, ed ebbe un'idea: «Ci basterà controllare il numero chiamato!» «No», disse Jodkum con un tono tra il dispiaciuto e il sollevato. «Non ho usato il centralino, ma la linea esterna». Vogel prese il ricevitore del telefono e lo passò a Von Kleist, poi iniziò a ruotare il disco per comporre il numero. «Sapete, da piccolo ero appassionato di telefoni. Erano così rari nel mio paesino. Quando andavo a casa di mio zio Markus gli chiedevo sempre di giocare col combinatore e contavo il tempo di rotazione impiegato da ogni numero. Il mio preferito era lo zero. Non credevo che un giorno mi sarebbe servito». «È libero», constatò Von Kleist, che si era portato il ricevitore all'orecchio, quindi udì che dall'altra parte del filo qualcuno respirava e disse: «Hallo, hallo! Con chi parlo io? C'è qualcuno lì?... No, ha riattaccato».

«Non sarà difficile dare senso a tutta la storia ora che abbiamo il numero». Jodkum era tornato ad assumere il pallore di un morto e tutto fu chiaro anche per Von Kleist che non gli risparmiò ingiurie: «Siete una vergogna per la divisa che indossate. Vi giustizierei io stesso, qui sul posto. Ma lo scandalo! No, sarebbe troppo comodo! Vi farò trasferire a Berlino domani stesso, senza clamore. Al vostro futuro penseranno là». «E riguardo al dottor Eugène, ispettore, cosa pensate di fare?» «Da quanto mi avete detto, si tratta di un criminale comune. Lasciamo che sia la polizia francese a fare le proprie indagini. Noi dobbiamo concentrare i nostri sforzi nella lotta contro la Résistance. Ah, Jodkum, consideratevi consegnato nel vostro alloggio», e così dicendo uscì dall'ufficio. Vogel lasciò la Luger sulla scrivania, davanti al collega, prese il borsalino dall'attaccapanni e lo indossò con cura, poi disse: «L'ispettore aveva ragione: la nostra collaborazione è stata proficua. Adieu». ***

occultare i resti utilizzando una fornace e recipienti contenenti calce viva. Si seppe in seguito che i corpi di altre vittime erano state gettate nelle acque della Senna. Nei locali della palazzina vennero rinvenute numerose valigie impilate, vestiti, effetti personali e «trofei» di vario genere, capelli e, addirittura, interi scalpi. Si accertarono 27 omicidi, ma al processo ne furono millantati 63. Le indagini individuarono il responsabile in Marcel Petiot, un medico che aveva condotto fino ad allora una vita molto particolare. A causa della guerra che, dopo gli anni dell'occupazione, era tornata a infuriare sul suolo francese, il dottore fu arrestato solo il 31 ottobre del '44, più di due mesi dopo la liberazione di Parigi. La difesa cercò di sostenere che le vittime fossero principalmente tedeschi e collaborazionisti, ma il processo si concluse con l'inevitabile condanna a morte dell'imputato, mentre i giornali dell'epoca dedicavano pagine intere al “dottor Satana”. La sentenza fu eseguita il 25 maggio del '46. Quando la testa di Marcel PeIl 6 marzo del '44, a causa di tiot rotolò nel cesto, dopo essere un principio d'incendio, due stata decapitata dalla lama della agenti di polizia francesi entraro- ghigliottina, a qualcuno sembrò no in una palazzina al numero 21 che ancora sorridesse. di Rue le Sueur. Ciò che videro nel seminterrato fu talmente riMarcel Petiot: nome in codice voltante che uno dei due dovette “Eugène” su "La Tela Nera" uscire di corsa all'aperto dove vomitò. http://www. latelanera. com/seFurono rinvenute parti di rialkiller/serialkillerdoscorpi umani smembrati e cadave- sier. asp?id=MarcelPetiot ri decapitati. Si era cercato di

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