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SICILIA www.siulp.it – sicilia@siulp.it FLASH N. 2 - 2013

EDITORIALE di Renato Azzinnari * La Sicilia sta cambiando. Lo si vede dal fatto che è ormai meta fissa di migliaia di giovani che vengono alle commemorazioni dei nostri Morti con grande entusiasmo e spirito di partecipazione. Nei giorni scorsi Palermo è stata invasa da un fiume di giovani provenienti da tutta Italia per l’anniversario del 23 maggio e da un mare di fedeli (circa 100.000) che hanno voluto assistere al rito della beatificazione di Padre Pino Puglisi - tre P - come viene simpaticamente chiamato, ucciso dalla mafia per aver messo in serio dubbio la supremazia della stessa in un quartiere “a rischio” come quello di Brancaccio. Ebbene, sempre per continuare ad utilizzare la metafora dell’acqua, si è creato uno spartiacque tra prima e dopo. Oggi anche la Chiesa ha finalmente preso posizioni chiare ed univoche e, dopo l’anatema di Giovanni Paolo II nella valle dei Templi nel 1993, l’Arcivescovo di Palermo Card. Paolo Romeo ha ora dovuto levare il suo grido contro gli uomini della mafia. Anche Papa Francesco è intervenuto col suo appello:”Preghiamo che questi mafiosi e mafiose si convertano”. La beatificazione di Don Puglisi è la prova della scelta di campo: quelli come Don Puglisi di qua, i mafiosi di là. Dico ciò perché non sono passati molti decenni da quando l’Arcivescovo di Palermo Card. Ernesto Ruffini addirittura negava l’esistenza della mafia nella sua Arcidiocesi. Tutti devono fare la loro parte. Noi poliziotti continuiamo a rappresentare lo Stato anche nei territori più lontani dal Centro, con scarsi mezzi e talora anche con scarsa considerazione da parte di chi ci amministra.

Editoriale di Renato Azzinnari Costi della politica e costi della Sicurezza di Flavio Faro pag. 2 Siamo stanchi di contare i nostri morti e i nostri feriti ed assistere all’impunità di veri e propri delinquenti di Sebastiano Di Luciano pag. 3 Una preparazione più mirata per garantire migliore Sicurezza di Rosanna Catinella pag. 4 L’accesso atti nel procedimento disciplinare di Sebastiano Canicattì pag. 5 Accanimento del potere disciplinare - o tempora o mores di Giovanni Assenzio pag. 6, 7

IN EVIDENZA: IL CASO STRADALE RAGUSA

Teniamo duro lo stesso e continueremo a stare a posto con la nostra coscienza. Il tempo ci darà ragione e se lo Stato potrà vincere, non solo le singole battaglie contro la criminalità organizzata ma finalmente la guerra, sarà un po’ anche merito nostro. * Segretario Generale Regionale Supplemento quindicinale al N. 21 del periodico Collegamento Flash, Iscrizione Tribunale di Roma N. 397/99, Iscrizione ROC N. 1123. Direttore Editoriale Sebastiano Di Luciano. Ciclostilato in proprio. Pagina 1


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COSTI DELLA POLITICA E COSTI DELLA SICUREZZA: La Stradale delle province Siciliane versa l’85% degli incassi delle multe alla Regione Sicilia ma è abbandonata a se stessa. Ragusa caso simbolo E’ di tutta evidenza una particolare attenzione degli organi di stampa e televisione che riprendono e stimolano una già alta sensibilità della gente comune sugli sprechi di tutti i tipi o sugli usi e sugli abusi del finanziamento pubblico ai partiti. Cittadini di tutte le estrazioni sociali finalmente assumono posizione con una rabbia e una veemenza senza precedenti. Questa certamente è una posizione giusta e comprensibile anche se appare doveroso sottolineare che ridurre o eliminare totalmente(160 milioni di euro) il finanziamento pubblico ai partiti significa racimolare le briciole rispetto ad un enorme debito pubblico che è di circa 2000 miliardi di euro. Allora il vero fulcro del problema di questo paese è quello di ridurre i costi della politica che è un ben altro aspetto di un fenomeno odioso e debordante:costruire un’autostrada o un’opera pubblica dopo 30 anni che è stata progettata con costi enormi per la collettività, aprire un aeroporto dopo 10 anni dalla sua costruzione ed evitare di renderlo operativo per complesse vicende occultate dalla burocrazia, non dare concessioni senza motivo ecc. ecc., questi sono esempi concreti dei veri costi della cattiva gestione politica. E dei costi sulla sicurezza? Come mai non se ne è mai preoccupato nessuno se non per i tagli lineari e senza senso? Nell’attuale temperie è di tutta evidenza che la gestione politica delle risorse è fondamentale, tanto è vero che oramai qualsiasi nuova legge che prevede spese deve avere una preventiva copertura economica. Orbene, se monitoriamo alcuni provvedimenti legislativi, approvati dal Parlamento Italiano per organizzare un evento a Roma o in qualsiasi altra città Italiana, notiamo un’attenta copertura delle spese in dettaglio ad esempio per asfaltare una strada, per abbellirne un’altra, addirittura per piantumare una zona ma non troveremo mai coperture di spese che riguardano la sicurezza. Le previsioni di spesa normalmente riguardano solo le risorse accessorie come lo straordinario o le missioni vedi elezioni o emergenza Nord Africa e nonostante lo stanziamento ci fanno attendere sei mesi ed anche oltre. La Sicurezza è ed ha un costo notevole per questo paese ed è arrivato il momento di quantificare i costi per un servizio di ordine pubblico allo stadio o per qualsiasi altra manifestazione. Facciamo comprendere all’utente che paga questi servizi quanto costano. L’invito è rivolto anche a quei Parlamentari che si impegnano a contare gli scontrini senza comprendere quanto sia importante il loro ruolo per la gestione politica delle risorse. Forse non molti sanno quali e quante risorse gestiscono i Comuni e le Regioni. Lo sapevate che l’85% delle multe che incassa la Polizia Stradale delle province Siciliane viene versato alla Regione? E che il 15% viene versato al Ministero dei Trasporti? Eppure tutti i Governatori delle Regioni piangono miseria. La circostanza ci sembra propizia per informare il Governatore della Regione Sicilia che anche la Polizia Stradale di Ragusa versa l’85% delle multe nelle sue casse, ma forse non sa che lo stabile che ospita alcuni di questi Uffici di Polizia è “inidoneo” se vogliamo utilizzare un termine elegante. E allora se è vero come è vero che la Sicilia è una regione a Statuto Speciale e che proprio per Statuto il Governatore è a Capo della Polizia Siciliana, che si impegni a risolvere il problema della Polizia Stradale di Ragusa e cominci ad inquadrare il problema politico sotto un’altra dimensione. Il Segr. Gen. Prov. Ragusa Flavio Faro Supplemento quindicinale al N. 21 del periodico Collegamento Flash, Iscrizione Tribunale di Roma N. 397/99, Iscrizione ROC N. 1123. Direttore Editoriale Sebastiano Di Luciano. Ciclostilato in proprio. Pagina 2


SICILIA www.siulp.it – sicilia@siulp.it SIAMO STANCHI DI CONTARE I NOSTRI MORTI E I NOSTRI FERITI ED ASSISTERE ALL’IMPUNITA’ DI VERI E PROPRI DELINQUENTI Un nuovo bollettino di guerra: questo è il resoconto delle giornate di follia. Un’orda di teppisti e delinquenti, che cerca di riciclarsi per pacifico manifestante, si rende protagonista di inqualificabili episodi di aggressione ai danni di poliziotti impegnati nei servizi di ordine pubblico. Decine e decine di operatori di Polizia feriti, anche gravemente, in seguito agli scontri che si verificano prima, durante e dopo manifestazioni pubbliche. Si scatenano vere e proprie guerriglie urbane con azioni molto prolungate. Purtroppo episodi di questo genere non sono nuovi nella maggior parte delle città italiane ed è per questo il motivo per cui ci si interroga sull’operato delle istituzioni che non ritiene assumere decisioni circa la possibilità di vietare molte manifestazioni, nelle quali generalmente, si sono verificati gravi incidenti. Purtroppo il problema della gestione dell’ordine pubblico nelle pubbliche manifestazioni è divenuto un problema sociale di elevata rilevanza con ingenti costi umani ed economici per l’intera collettività. Non è più rinviabile una presa di posizione politica il cui compito è quello di introdurre nel sistema legislativo provvedimenti che mettano le Forze dell’Ordine nelle condizioni di operare in fase preventiva. E’ necessario evitare i grandi concentramenti di pubblico con striscioni inneggianti alla violenza, applicando le norme vigenti nei confronti di coloro che si recano alle manifestazioni con il volto coperto di caschi, passamontagna, mazze e bulloni, con le televisioni pronte a riprendere la Polizia che (secondo loro attacca) difende la legalità e per utilizzare un solo termine difende gli interessi dello Stato. Da tutto ciò consegue che va nettamente distinto il ruolo degli organi di polizia, che deve essere esclusivamente finalizzato alla tutela dell’incolumità pubblica, facendo ricadere gli oneri economici ed ogni altra esigenza su chi si rende protagonista di attività illecite. Nelle partite di calcio ad esempio ai club, che dal calcio traggono profitti, debbono essere attribuiti i costi che l’ordine pubblico comporta. Riteniamo inaccettabile che simili episodi continuino a verificarsi, malgrado le esperienze passate, chi dovrebbe gestire queste delicate situazioni di ordine pubblico non ha appreso nulla. La nostra Organizzazione Sindacale da sempre chiede garanzie e tutele per il personale che opera in Ordine Pubblico, al Ministro dell’Interno diciamo che non siamo disposti ad accettare di contare sempre i nostri morti e i nostri feriti ed assistere all’impunità di veri e propri delinquenti. Esprimiamo la nostra solidarietà a tutto il personale così duramente impegnato, che quotidianamente rischia la propria vita per svolgere il proprio lavoro con la consapevolezza delle scarse gratificazioni che il medesimo offre. Siamo seriamente preoccupati sulle condizioni di impiego del Personale dei Reparti Mobili, in considerazione della necessità di rispettare le regole attuali ed in assenza di provvedimenti legislativi efficaci. Sebastiano Di Luciano Supplemento quindicinale al N. 21 del periodico Collegamento Flash, Iscrizione Tribunale di Roma N. 397/99, Iscrizione ROC N. 1123. Direttore Editoriale Sebastiano Di Luciano. Ciclostilato in proprio. Pagina 3


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UNA PREPARAZIONE PIU’ MIRATA PER GARANTIRE MIGLIORE SICUREZZA A noi Poliziotti, da anni ormai, viene ripetuto in ogni occasione che il ruolo della Polizia di Stato non è più soltanto quello di reprimere i reati ma soprattutto quello di prevenirli. Basta leggere qualsiasi giornale per rendersi conto che crimini particolarmente “odiosi” per una nazione che vuole definirsi “civile” come la violenza sui minori e la violenza sulle donne, (che ha portato lo scorso anno a 122 omicidi di donne da parte dei propri compagni) hanno avuto negli ultimi anni una crescita esponenziale. Di fronte a questa grave realtà però, l’Operatore di Polizia è lasciato solo ad affrontare situazioni difficilissime e delicatissime che anche uno specialista del settore avrebbe difficoltà a gestire nell’immediatezza. Il poliziotto, però, dato che è “supereroe” deve essere preparato e all’altezza di qualunque situazione si troverà davanti potendo contare solo sul proprio “buonsenso”. Noi sappiamo benissimo che periodicamente dobbiamo partecipare a quella meravigliosa istituzione (sulla carta) che si chiama aggiornamento professionale. Da semplice Agente quale sono mi domando: come mai nessuno ha ritenuto opportuno fornire una preparazione “aggiornata” e “settorizzata” a quelle che sono le nuove gravi problematiche che caratterizzano il tempo in cui viviamo? Come mai nessuno ha pensato di preparare con corsi di formazione specifici, tenuti da professionisti, almeno il personale che opera su strada e che è costretto ad intervenire per primo? Come mai gli Agenti sono costretti ad improvvisare e a basarsi solo sul loro istinto? (sperando che sia un buon istinto!) Ritengo che sia indispensabile rivedere completamente l’aggiornamento professionale che non può consistere sempre e solo negli stessi argomenti ormai avulsi dalla realtà. Il Segretario Regionale Rosanna Catinella

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L’ACCESSO ATTI NEL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE Così come la riabilitazione altri istituti non sono previsti o sono in contrasto con il DPR N. 737 del 1981 ma sono riconducibili a discipline normative compatibili ed applicabili alla disciplina dell’Amministrazione della P.S. considerando che gli istituti di cui intendiamo parlare non si pongono in contrasto con le norme dell’ordinamento giudiziario, né con lo “status” riconosciuto ai poliziotti. Come al solito non è questa la sede per fare particolari commenti né vogliamo avere la presunzione di trattare questi argomenti dal punto di vista scientifico, l’obiettivo, invero, è quello di fornire alcuni utili consigli ai tanti colleghi che giornalmente si rivolgono alla nostra Organizzazione Sindacale. Non ravvisiamo la necessità di favorire una conoscenza consapevole della materia disciplinare nel suo complesso, ma vogliamo cogliere l’opportunità per fare conoscere i diritti e le garanzie che spettano a tutti coloro che, direttamente o indirettamente, hanno a che fare con il procedimento disciplinare. Abbiamo sempre dato un fattivo contributo per combattere gli abusi ed abbiamo a disposizione dirigenti sindacali qualificati per preparare ricorsi gerarchici o giurisdizionali (argomento che tratteremo in seguito) anche perché abbiamo trattato casi che veramente hanno destato stupore. Basta citare quello di un funzionario della Polizia Stradale che ha aperto un procedimento disciplinare dopo 4 anni irrogando arbitrariamente la sanzione del richiamo scritto, caso che ovviamente siamo riusciti a far archiviare. Il procedimento disciplinare per essere legittimo deve essere adottato secondo un certo schema procedimentale e seguire determinate fasi. La prima fase è costituita dalla contestazione degli addebiti, pertanto quando si riceve una formale e regolare contestazione disciplinare è necessario fornire le giustificazioni per la redazione delle quali è previsto, dal citato DPR 737 articolo 14, un termine di dieci giorni, prorogabile a venti. E’ chiaro che prima di redigere le giustificazioni è sempre opportuno chiedere gli atti che hanno dato origine al procedimento e ciò è possibile in base all’articolo 25 della così detta legge sulla trasparenza 241/90 che fissa il termine di risposta in trenta giorni. Nel procedimento disciplinare, pertanto, l’utilità che il dipendente può trarre dalla disponibilità degli atti oggetto di richiesta di accesso è subordinata al riscontro nei termini fissati dall’articolo 14 del DPR 737 (dieci giorni prorogabili a venti) ma si pone di fatto in contrasto con il fondamentale diritto alla difesa. Proprio il diritto alla difesa è esigenza primaria del procedimento disciplinare che, nella fase delle giustificazioni, al dipendente inquisito consente di conoscere in tempo utile gli atti che lo riguardano al fine di poter presentare adeguate giustificazioni. Orbene, la legge 241/90 consente all’Amministrazione di fornire gli atti entro trenta giorni ma la conseguente valutazione dell’accoglimento della richiesta o avviene in un termine più breve o quel termine previsto dall’articolo 14 non è più valido. In questo caso ha una chiara prevalenza la legge 241/90 senza che il termine dei trenta giorni comprometta un regolare e giusto diritto di difesa. In sostanza il dipendente deve redigere le giustificazioni solo dopo aver ricevuto gli atti e, anche se i venti giorni sono già trascorsi, questa procedura gli è consentita. E’ di tutta evidenza una diversa previsione del termine risultante dal contrasto di due norme amministrative ma quanto sosteniamo è anche confortato dalla circolare del Capo della Polizia del 30.12.1998. Spesso chi è sottoposto a procedimento disciplinare non ha la giusta serenità per districarsi nel ginepraio delle norme che regolano la materia ed anche per questa ragione intendiamo sensibilizzare i colleghi ad avere una maggiore consapevolezza delle garanzie loro spettanti con la disponibilità di sempre a fornire indicazioni utili attraverso l’impegno dei colleghi del SIULP che, mettendo il loro tempo a disposizione degli altri, della giustizia ne hanno fatto un motivo di vita. Il Segretario Regionale Sebastiano Canicattì

Supplemento quindicinale al N. 21 del periodico Collegamento Flash, Iscrizione Tribunale di Roma N. 397/99, Iscrizione ROC N. 1123. Direttore Editoriale Sebastiano Di Luciano. Ciclostilato in proprio. Pagina 5


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ACCANIMENTO DEL POTERE DISCIPLINARE O TEMPORA, O MORES… .. Siamo sicuri che anche i più refrattari ai ricordi scolastici non hanno potuto dimenticare la famosissima frase con cui Cicerone si scagliava veementemente contro la corruzione dei costumi dell’ epoca. … Che tempi!!! Che costumi!!!! Non ci permettiamo di obiettare alcunché rispetto all’ eloquenza di quel così noto oratore; d’altro canto, che quella fosse un’epoca in cui il desiderio di affermazione spingesse chi poteva (per capacità o casata) a fare qualsiasi cosa pur di raggiungere lo scopo è anche questa cosa nota. Ma mai saremmo arrivati a pensare che all’interno della Polizia di Stato, sarebbe nata un’epoca in cui i colleghi venissero giudicati non tanto per gli innegabili meriti di servizio, quanto piuttosto (ed implacabilmente) sempre e diffusamente per ogni minima infrazione al regolamento di disciplina. Il discorso merita un approfondimento, altrimenti si rischia di essere fraintesi. Non apparteniamo a coloro che sostengono che siccome le cose vanno male sotto il profilo delle risorse umane e materiali disponibili, bisogna “chiudere un occhio” sulle eventuali manchevolezze comportamentali del collega. Siamo poliziotti, dobbiamo noi per prima dare il buon esempio e non possiamo permetterci di appartenere alla categoria di chi “predica bene e razzola male”: se errori, dolosi e/o colposi, vengono superiormente rilevati, è giusta e legittima la reazione sanzionatoria dell’Amministrazione. Quello che intendiamo sottolineare è che stiamo assistendo ad un notevole incremento di procedimenti disciplinari : e ci si riferisce particolarmente a quelli instaurati dinanzi al Consiglio di disciplina che, si ricorda, prevedono astrattamente la comminazione delle sanzioni afflittive più gravi, in quanto incidenti negativamente - temporaneamente o definitivamente – sulla stessa permanenza in servizio dell’incolpato. Ed allora ci si chiede: sono aumentati sensibilmente i colleghi grandemente “indisciplinati” rispetto al passato o, invece, si è solo incrementato il numero dei novelli “cicerone” (fuori, però, dai presupposti giustificatori della particolare epoca)???!!! Pensiamo invece che - pian pianino, quasi in sordina – si sia giunti ad una interpretazione del vigente regolamento di disciplina improntata ad una volontà di stampo inesorabilmente punitivo. E’ come se negli anni si fosse dimenticato che è ormai da tempo che si auspica una riformulazione del regolamento di disciplina, ritenuto da più parti (anche autorevoli) “datato” e comunque retaggio di quel “militarismo” ancora “sentito” al momento della sua emanazione e di cui risulta, quindi, a tratti permeato. E se è vero che nelle more rimane comunque vigente, è del pari innegabile che buon senso e gestione realmente improntata al “buon padre di famiglia” – o, meglio ancora, a managerialità – imporrebbero interpretazioni e conseguenti applicazioni di stampo “accusatorio” piuttosto che ispirate al vecchio Codice Rocco. Quello che registriamo, in buona sostanza, è la “facilità” con cui si giunge ad instaurare un procedimento disciplinare, particolarmente quando si ipotizza astrattamente la comminazione di sanzioni talmente gravi da essere riservate all’attenzione del Consiglio di Disciplina. Detta considerazione sembra a nostro avviso facilmente desumibile dal fatto che nelle contestazioni di addebiti è ormai quasi una regola (e non, come dovrebbe, sulla base delle premesse di cui sopra, l’extrema ratio) ricorrere a disposizioni di carattere residuale (art. 4 n. 18 D.P.R. 737/81, sovente richiamato in tema di sospensione dal servizio ex art. 6 , comma 3, n. 1) o considerare sempre e comunque sussistente il requisito della “gravità” nelle (si ricorda) generiche ipotesi sanzionatorie di cui ai nn. 2 e 4 dell’art. 7 comma 2^ D.P.R. citato. E non si pensi che l’eccessivo rigore nella fase di accertamento e contestazione venga, per così dire, mitigato in sede di trattazione orale e di decisione. Succede invece che si continui, per cosi dire, a dimenticare che il procedimento disciplinare, avendo natura di semicontenzioso, è regolato dai principi generali propri delle sanzioni afflittive, quali, soprattutto, antigiuridicità, coscienza e volontarietà, colpevolezza. In altri termini, se è vero che, sicuramente, non si può avere la pretesa, quale incolpato, di essere creduto nelle proprie argomentazioni a discolpa, si può però pretendere legittimamente di essere dichiarato esente da ogni responsabilità qualora non si raggiunga la prova certa ed inconfutabile dell’addebitabilità della responsabilità disciplinare a suo carico, in Supplemento quindicinale al N. 21 del periodico Collegamento Flash, Iscrizione Tribunale di Roma N. 397/99, Iscrizione ROC N. 1123. Direttore Editoriale Sebastiano Di Luciano. Ciclostilato in proprio. Pagina 6


SICILIA www.siulp.it – sicilia@siulp.it ossequio, questo, ai principi cardine in tema di giudizi di responsabilità, quali la presunzione di innocenza ed il divieto (conseguente) di inversione dell’onere della prova. Sembra invece che, sovente, basti un sospetto per instaurare, proseguire e portare a discussione un procedimento disciplinare e che gravi sull’incolpato rovesciare una presunzione di colpevolezza a suo danno: probatio diabolica, come dicevano i latini, che, nella migliore delle ipotesi, quando non raggiunta, si risolve con un derubricazione della sanzione applicata rispetto a quella contestata. Della serie: si applica la sanzione minore quando non si è “certi” dell’addebitabilità dell’infrazione a quel soggetto, ma l’ipotesi contestata è comunque “probabilmente” al medesimo riconducibile. Ed è intuitivo comprendere che quando il margine di discrezionalità è troppo ampio, il rischio (peraltro concretamente verificatosi) è che situazioni identiche “oggettivamente” - quali, ad esempio, la dovuta sottoposizione a procedimento disciplinare a seguito di sentenza di condanna ad un tot numero di anni passata in giudicato e beneficiante della sospensione condizionale della pena - vengano diversamente decise sulla base di valutazioni “soggettive” – come, per ritornare all’esempio precedente, un “giudizio” sulla maggiore “aberrazione” di una fattispecie delittuosa rispetto ad un’ altra – magari senza tenere conto di altri parametri oggettivi (quali il comportamento dell’incolpato, i precedenti disciplinari e di servizio). E ben si comprende come decisioni svincolate da “paletti” fermi ed incontrovertibili possono comportare inique, ingiuste ed ingiustificate disparità di trattamento tra colleghi: fatto che, superfluo sottolineare, è ancor più grave quando incide (negativamente ) sulla stessa permanenza in servizio dell’ appartenente alla Polizia di Stato. In ultimo, ma non da ultimo. Il “problema” della gestione della disciplina non riguarda solo le sanzioni “maggiori”. Quando si parla di quelle sicuramente meno incidenti sullo stato di servizio e sulla carriera del poliziotto – si pensi, soprattutto, al richiamo orale, a quello scritto, alla pena pecuniaria – si sta assistendo, a tratti, a palesi usi “disinvolti” del potere disciplinare da parte di qualche Dirigente, sempre puntualmente rimarcati e denunciati da questa O.S. In buona sostanza, c’è qualche Dirigente che - dimenticando che da chi governa il personale è pretesa la managerialità e non l’approccio da “caporale di giornata” di retaggio militare - pensa che “bacchettare” il personale (soprattutto quello, a torto o a ragione, “non gradito”) sia l’unico strumento per “allinearlo” o, peggio ancora, assoggettarlo ai propri indiscussi voleri. E questo non va. Organizzare il personale è capacità di sintesi, di coinvolgimento, di stimolare la partecipazione e la condivisione di tutti ad un progetto, secondo le proprie capacità, ruoli e potenzialità; è assunzione di responsabilità e non calare semplicemente le decisioni dall’alto e, peggio ancora, eliminare con lo stillicidio di controlli e sanzioni il dissenso o l’inefficienza. Ed allora vogliamo comprendere. Vogliamo capire se il “vuoto” determinato dalle “norme in bianco” del Regolamento di disciplina sia autonomamente colmato da ogni Questura, da ogni Dirigente secondo interpretazioni contingenti e quindi mutabili o se invece siano state diramate direttive ed orientamenti improntati ad un rinnovato (ed inusitato) rigore da parte dei compenti Uffici ministeriali, che invece dovrebbero dar mano, finalmente ad una riformulazione di un codice comportamentale e disciplinare, che delinei con precisione e puntualità i doveri di un appartenente alla Polizia di Stato alla luce delle rinnovate esigenze, interne ed esterne alla Polizia di Stato, alle mutate condizioni rispetto alla legge di riforma del 1981. Perché è forte ed improcrastinabile l’esigenza di un codice che ancori i giudizi sanzionatori dell’Amministrazione a parametri certi ed oggettivi, perché solo così si salvaguarda serenità di giudizio, scevra da condizionamenti e strumentalizzazioni, certezza di ruoli, azioni, omissioni, reazioni e conseguenze. E’ forte l’esigenza di un regolamento frutto di una concertazione che dia il giusto spazio alle argomentazioni ed alle osservazioni del mondo sindacale tutto, allo stato relegato solo ad un ruolo “marginale” rispetto a quello “prevalente” dell’ Amministrazione : perché solo dalla condivisione di regole e di obiettivi può svilupparsi efficienza, funzionalità, produttività, trasparenza, costanza e positiva progressione dell’ Istituzione della Polizia di Stato. Ed il SIULP è pronto, attento e disponibile a discutere di tutto quello che è tutela, in senso lato, del collega e del buon andamento dell’ Amministrazione. Il Segretario Gen. Prov. Palermo Giovanni ASSENZIO

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Siulp sicilia 2° numero  

il numero 2 del Collegamento flash

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