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NUMERO 8| DICEMBRE 2013

“LA PACE NON È UN SOGNO: PUÒ DIVENTARE REALTÀ; MA PER CUSTODIRLA, BISOGNA ESSERE CAPACI DI SOGNARE.”

Nelson Mandela

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Numero 8 | Dicembre 2013

SISM Il SISM - Segretariato Italiano Studenti in Medicina è un’associazione noprofit creata da e per gli studenti di medicina. Si occupa di tutte le grosse tematiche sociali di interesse medico, dei processi di formazione di base dello studente in medicina, degli ordinamenti che regolano questi processi, dell’aggiornamento continuo dello studente e riesce a realizzare tutto ciò attraverso il lavoro di figure preposte a coordinare i diversi settori sopraddetti sia a livello locale che nazionale. Il SISM è presente in 37 Facoltà di Medicina e Chirurgia sparse su tutto il territorio. Aderisce come membro effettivo all’IFMSA (International Federation of Medical Students’ Associations), forum di studenti di medicina provenienti da tutto il mondo riconosciuto come Associazione Non Governativa presso le Nazioni Unite.

LA REDAZIONE Publishing Group Coordinator Valentina Peritore - Sede Locale di Roma Sant’Andrea Responsabile Redazione Irene Mameli - Sede Locale di Cagliari Redazione Marta Caminiti - Sede Locale di Roma Sant’Andrea Federico D’Attilio - Sede Locale di Parma Francesca Farina - Sede Locale di Catania Francesco Fasano - Sede Locale di Padova Matteo Marsico - Sede Locale di Perugia Paolo Miccichè - Sede Locale di Palermo

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info: publishing@sism.org www.sism.org


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INDICE EDITORIALE di Valentina Peritore IL SALUTO DELLA REDAZIONE di Irene Mameli PRESENTIAMO IL PRESIDENTE di Federico D’Attilio LA PAROLA CHE CHIUDE IL GAP: AGENDA DI UN TRAINING INASPETTATO di Eleonora Leopardi e Laura Vivalda IN THE REPORTER’S SHOES di Francesca Nigro e Mario Davide Roffi NELSON MANDELA: “IO SOGNO DI UN’AFRICA IN PACE CON SE STESSA” la Redazione di Zona SISMica “CHI PAGA IL FLAUTO DECIDE LA MUSICA”: DIARIO DEL IV WORKSHOP SUL CONFLITTO D’INTERESSI di Marta Caminiti BARBALÙ STORIA DI QUOTIDIANA VIOLENZA di Paolo Miccichè GLI STATI UNITI D’AFRICA di Francesco Fasano SWITCH YOU PAPER - OVVERO COME RENDERE I CERVELLI PIÙ VERDI di Riccardo Orrù COSA È UN TRAINING? (DIALOGO SOPRA I MASSIMI SISTEMI DELL’EDUCAZIONE NON FORMALE) di Francesco Fasano e Claudia Chiurlia

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EDITORIALE Valentina Peritore Carissimi SISMici da tutta Italia, è ormai Dicembre, l’aria si fa fresca, per non dire fredda, i camini si accendono, le festività si avvicinano e anche Zona SISMica ritorna per voi. Questo sarà il primo numero curato da me e l’ultimo numero della Redazione di Zona SISMica 2012-2013, prima della nuova chiamata. Vorrei, quindi, cogliere l’occasione per ringraziare chiunque abbia speso almeno un briciolo delle sue energie in questo progetto, dalla Redazione, al Publishing Group Coordinator uscente, Stefano Guicciardi. La nuova Redazione di Zona SISMica si formerà a breve, se siete interessati a scrivere, ad immergervi in questo team bellissimo, pieno di entusiasmo e voglia di fare, controllate le e-mail!

nei giorni scorsi abbiamo appreso tutti, la dipartita di Nelson Mandela. La Redazione di Zona SISMica ha deciso di onorare la sua memoria, dedicando una pagina, ad uno dei suoi migliori discorsi, quello di ringraziamento per il premio Nobel. La grande eredità di Nelson Mandela non sono case, soldi, gioielli, sono i valori per cui ha vissuto, l’uguaglianza la pace, la libertà, il rispetto. Non troverete solo questo all’interno del nuovo numero di Zona SISMica, ci sono anche tanti nuovi spunti, pronti per essere letti e commentati da voi! Spero di aver stuzzicato un pochino la vostra curiosità! Buona lettura e buone Feste! Ci si rivede nel 2014!!

Questo numero sarà particolare, poichè

IL SALUTO DELLA REDAZIONE Irene Mameli Bentrovati per il consueto numero natalizio!

del 25 novembre e sul IV Workshop sul conflitto d’interessi.

Questo mese ci imbarcheremo in Africa, parlando di uno dei suoi più grandi leader, Mandela, e degli “Stati Uniti d’Africa”.

ARE YOU REEEADYY?

Ci sposteremo poi nei panni del reporter, passando alla conoscenza del nostro nuovo Capo e chiudendo il cerchio cercando di capire una volta per tutte cos’è un Training e come è organizzato. Infine ficcheremo il naso nel progetto BNP 2013 “Switch Your Paper” e faremo un’importante riflessione sulla giornata

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Numero 4 | Dicembre 2013

PRESENTIAMO IL PRESIDENTE Federico D’Attilio Credevate di esservi liberati di me, eh? E invece no, eccomi di nuovo con un altro articolo su Zona Sismica. E stavolta sarà davvero l’ultimo (almeno finchè non si rinnoverà la redazione!). E per concludere in bellezza questo anno così ricco di emozioni, quale modo migliore se non intervistare nientepopòddimeno che il nostro nuovo beniamino, l’idolo delle folle, l’uragano modenese, il paladino della Corporate, il sogno di tutte le fanciulle SISMiche, il nostro caro e adorato neo-eletto Stefano Guicciardi? Dopo un inseguimento estenuante per via dei numerosissimi impegni sono riuscito ad accalappiarlo per farmi rilasciare questa intervista in esclusiva. Gustatevela!! Presidente eletto (l’intervistato ci tiene a precisare!), grazie infinite per il tempo e la disponibilità. Immagino che per un neo-VIP come lei sia difficile trovare lo spazio per rilasciare interviste! Partiamo allora con una domanda scontata e facile: Quali sono le prime impressioni, le emozioni “a caldo” per questo successone elettorale? Domanda tutt’altro che scontata e facile. Non è per niente semplice dirlo. Per ora devo ancora rendermi conto di tante cose e adattarmi alle nuove prospettive. Spero davvero di guadagnarmi la fiducia che mi è stata data dal Congresso. Già che ci siamo, facciamo anche un po’ di gossip, che non guasta mai! Quali sono stati i primi rapporti “lavorativi” con questo nuovo CN? Quali sono le impressioni iniziali su questo nuovo gruppo di lavoro? Molto positivi. Sulla carta credo sia una squadra eccellente, capace di fare faville. La difficoltà sta ora nel sincronizzarsi www.sism.org

sulla stessa lunghezza d’onda e lavorare all’unisono. Piano piano ci stiamo conoscendo e stiamo stabilendo i nostri ritmi, e non vedo l’ora che sia Gennaio per la prima seduta del Consiglio Nazionale, in cui sarà possibile confrontarsi faccia a faccia e non solo tramite mailing list o meeting Skype. Per un motivo o per un altro, l’uscente CN si è trovato spesso al centro di critiche e discussioni. Come ha intenzione di rapportarsi con l’operato dei suoi predecessori? Linea di continuità o cambio di rotta? Le critiche ci sono e ci saranno sempre. Le ha dovute affrontare lo scorso CN e le affronterà anche questo. Quando inizi la vita di reparto ti insegnano che il bravo medico non è quello che non fa errori, ma quello che ne fa di meno, e credo che questo valga anche per noi. L’importante è saper fare autocritica ed apprendere dagli sbagli. Ci sarà con il passato una linea di continuità su alcuni fronti, mentre su altri si cambierà un po’ rotta. Ci dica di più, siamo sinceramente interessati: ha in mente qualche sorpresa, colpo di scena o geniale intuizione per stupirci tutti ed entrare nel firmamento delle leggende SISMiche? Oppure vuole lavorare al rafforzamento di quanto di buono è già stato fatto? Io credo che al momento al SISM non serva una rivoluzione, ma un’ottimizzazione delle sue potenzialità. E’ stato fatto tanto di buono perché quello che funziona, di base, è il nostro metodo: il continuo confrontarci e l’analisi mai superficiale dei problemi sono la nostra forza. La nostra presenza sul territorio, poi, non ha pari tra le altre associazioni studentesche. Questo è un enorme risorsa, ma al contempo necessita di uno sforzo enorme di coordinamento, ed è forse lì che abbiamo molto da apprendere. Crede che le mancheranno i ruoli che

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Numero 8 | Dicembre 2013 ha ricoperto in questi anni? PG, IL, Trainer… Insomma, ora che è Presidente non può più permettersi di svolazzar di fiore in fiore! Mi sa che il suo tempo sarà drammaticamente dominato da questo suo nuovo e importante incarico… Sì, il tempo che questo incarico mi porterà via sarà tanto, ma è giusto che sia così. Ovviamente non avrò più modo di occuparmi direttamente della mia Sede Locale come Incaricato, ma ogni volta che sarà possibile cercherò sempre di dare una mano. La nuova Commissione Locale è molto affiatata e sono sicuro che lavorerà molto bene. Per quanto riguarda il Publishing Group, in effetti un po’ mi mancherà divertirmi con la grafica e la Corporate Identity, che rimarranno sempre il “primo amore”. Un rapido parere su questi nuovi eventi nazionali che ci si prospettano all’orizzonte? Come crede che influiranno questi “congressi primaverili” e “congressi autunnali” nella

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nostra vita associativa? Non relegando la propositiva carica tematica propria del meeting nel periodo primaverile e non vincolando alcuni processi decisionali congressuali nel periodo autunnale si otterranno degli eventi più “dinamici” che potranno dare una spinta all’Associazione. Si tratterà di un importantissimo esperimento che porterà sicuramente ad un cambiamento radicale nel nostro modo di concepire gli eventi. Ultima domanda. Tutti hanno delle aspirazioni, dei progetti, dei sogni nel cassetto. Sicuramente ne ha anche lei, non neghi! E allora ci dica: qual è il suo sogno nel cassetto? Cosa vorrebbe riuscire a fare in questo suo anno di mandato? Di progetti ne ho tanti, ma quello su cui mi piacerebbe focalizzarmi è la gestione del campaining. Dopo aver fatto parte dei gruppi di formazione Advocacy, vorrei iniziare a tradurre quanto più possibile la teoria in pratica,sviluppando

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Numero 8 | Dicembre 2013 tiche che possa poi servire a modello per i prossimi anni. Se si deciderà di portarlo avanti sarà un grosso impegno, ma che potrà aprire scenari davvero significativi.

Chi lo sa, magari ci rivedremo anche nel nuovo anno! Un abbraccione a tutti voi e un caloroso ammaccabanane!

Inoltre mi piacerebbe rendere il SISM un protagonista attivo in merito alle vicende di attualità che toccheranno la nostra vita di studenti di oggi e medici di domani. Che dire, il buon Stefano sa andare subito al sodo e centrare il cuore delle domande senza tergiversare! Risposte chiare, rapide ed indolore!!! Lo ringrazio infinitamente per l’attenzione e il tempo concessomi nonostante le svalangate di impegni e gli faccio i miei più calorosi auguri per questo nuovo anno che si sta ormai avviando. Con questo saluto anche voi lettori in via ufficiale e definitiva. Il mio lavoro in ZS per quest’anno è terminato. Attendo speranzoso la chiamata per la nuova redazione e mi auguro di veder spuntare nuovi giovani articolisti in erba.

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LA PAROLA CHE CHIUDE IL GAP: AGENDA DI UN TRAINING INASPETTATO Eleonora Leopardi e Laura Vivalda Io ero in sala d’attesa, in un corridoio e mi hanno chiesto, scambiandomi per un’altra persona: “Ma è lei la X fragile?” alludendo a una malattia genetica. “No”, ho risposto “io non sono un’X fragile! E anche se lo fossi?” Non ho capito allora, e ancora non capisco, come si possa identificare una persona con una malattia, non si può usare il verbo essere, perché una persona non è la malattia. Molte volte, quasi quotidianamente, nella nostra attività clinica o nel nostro percorso di formazione, assistiamo a questa sgradevole identificazione. Lo scopo della nostra azione clinica è molto semplice e lineare: raccogliere delle informazioni per effettuare una diagnosi e di conseguenza curare la malattia. Questo viene anche codificato: si tratta della medicina disease centred. Come scrisse Sydenham già nel 1600 “il medico si occupa di quella cosa che è uguale in Socrate e nello sciocco.” Ma non ci sembra che manchi qualcosa in questa visione? Certamente!

porta con sé quando si presenta davanti ad un medico, ciò che dalla malattia dipende e allo stesso tempo la influenza: sentimenti, idee, aspettative, desideri, paure. In una parola, tutto questo si definisce la sua agenda, un mondo che va esplorato e indagato dal medico per avere la piena coscienza di chi abbiamo davanti e non solo da quale patologia costui o costei è affetto. Questa è la medicina “patient centred.” Due brevi, importanti parole su chi ci ha accompagnate in questa riscoperta della relazione medico-paziente. Loro il camice se lo sono tolto: sono i Medici Senza Camice, un gruppo di studenti e specializzandi romani che, assieme ad altri operatori sanitari ed educatori hanno immaginato e realizzato un “cantiere” di socioanalisi narrativa dell’istruzione e dell’istituzione medica, da cui è recentemente nato un libro di medicina narrativa, riflessione ed immaginazione. Per “curare” il malessere derivato da una formazione ed una medicina spersonalizzanti è nato dunque il piccolo

Manca colui al quale l’informazione su diagnosi ed opzioni terapeutiche appartiene, colui che la malattia la vive, la subisce, la agisce, ma non per questo la rappresenta. Ovvio, il paziente! Socrate, lo sciocco, la ragazza (non) affetta da sindrome dell’X fragile. Questo modello clinico è stato il punto di partenza ed il filo conduttore del laboratorio “Non basta che me lo dici, vorrei che ne parlassimo” svoltosi a Roma dal 5 al 7 Dicembre, insomma l’altro ieri o quasi. Un laboratorio incentrato sulla comunicazione considerata lo strumento base per esplorare tutto ciò che ruota intorno al “disease” del paziente, ciò che lui

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Numero 8 | Dicembre 2013 volume “Medici senza camice, pazienti senza pigiama”, che racconta questa grossa carenza della formazione in Medicina e della pratica medica e studia le cause che ne hanno determinato il radicamento. Abbiamo dunque preso parte al laboratorio guidato da quattro psicologhe cliniche del gruppo “C.U.R.A.” di Milano, trovandoci con un gruppo di studenti e giovani medici, romani e non solo, SISMici (la maggior parte) e non, con e senza camice. L’agenda (c’è sempre un’agenda!) dei formatori prevedeva una parte tecnica sull’architettura del colloquio, una mattinata di discussione sulla relazione triadica medico-paziente-familiare e sulla guida che il Codice Deontologico può fornire in tale relazione. Tutto questo era poi seguito da un intenso pomeriggio di individuazione e condivisione e delle emozioni del medico davanti ad un corpo malato e, l’ultima mattina, una riflessione conclusiva sulla profonda implicazione dei determinanti sociali di salute all’interno di una medicina patient centred. L’agenda di noi partecipanti prevedeva sentimenti, idee, aspettative, desideri, paure… Inutile dire che gli spunti di riflessione, immedesimazione,autoformazione, analisi sono stati molteplici, spesso personali, ma sempre condivisi. Obiettivo finale è apprendere che sì, si deve arrivare alla diagnosi ed alla terapia, ma senza mai perdere di vista la persona attorno a cui tutto ciò ruota e da cui tutto ciò deriva, per curarla non solo con un rimedio ai suoi sintomi, ma prestando attenzione a tutto ciò che ci porta: può aiutarci ad arrivare alla diagnosi, è indispensabile per curarla e farla sentire curata, mai assecondandola, ma sempre esplorandola. Non vogliamo raccontarvi tutti i contenuti ed i metodi del corso, un po’ perché seguirebbe una project proposal di infinite pagine, un po’ per farvi pentire di esservelo perso (è un esempio di comunicazione aggressiva, NdA). Vogliamo invece condividere gli appunti ed appuntamenti che abbiamo aggiunto alla nostra agenda, stavolta quella cartacea.

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Facts. Vale a dire, che cosa è successo in pratica? Che il metodo utilizzato per condurre il laboratorio è stato la didattica esperienziale , o “non formale”. Vi dice qualcosa? Alle presentazioni in Power Point, brevi, si sono alternati role playing, estrapolazioni di concetti a partire da testi, analisi di videoregistrazioni di visite vere e con pazienti simulati, adulti e pediatrici. E poi esercizi di immedesimazione, condivisione di esperienze attraverso la scrittura di racconti, espressioni di emozioni attraverso statue umane. Sì, di fatto è stato un training. È stato sorprendente osservare come un metodo che sempre di più ci accompagna nella nostra formazione di studenti in ambito associativo abbia una reale applicazione anche dopo, nella vita professionale, quando metodi e contenuti dobbiamo davvero iniziare a metterli in pratica, senza però mai smettere di formarci, e di essere coinvolti per poter capire. Findings. Le scoperte: molte. Che anche i primari (di oculistica) si prestano a training in comunicazione, recite, registrazioni e valutazioni. Che il Codice Deontologico non è un semplice pezzo di carta retrò, ma offre spunti concreti che ci possono guidare nella relazione con il paziente ed il suo accompagnatore, che sia un parente, un amico, il tutore legale, il caregiver. Soprattutto, che a contribuire a buon parte dell’agenda del paziente sono i determinanti sociali di salute: i fattori individuali e lo stile di vita, le reti sociali e comunitarie, le condizioni di vita e lavoro, per finire con la situazione socio-economica, culturale ed ambientale non sono semplici concetti riservati ad un’area tematica, al LabMond o agli igienisti pubblici, in caso qualcuno dovesse ancora pensarlo. Si tratta invece di aspetti strettamente impliciti alla visione della medicina patient centred, che influenzano la “pratica ideale” del medico, il quale ha il compito di esplorarli, pur non essendone l’unico responsabile, di agire su di essi per ridurre le disuguaglianze in materia di diritto alla salute, di “chiudere il gap” come dichiarato dal Royal Colle-

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Numero 8 | Dicembre 2013 ge of Physicians inglese nel 2010. Il medico, attraverso la comunicazione, è tenuto ad indagarli, per rendere il paziente più consapevole del suo contesto, per rendere il suo sintomo l’opportunità per agire sul contesto sociale: una protrusione discale lombare sintomatica necessita di ibuprofene e riposo, ma che fare se l’innocente termine “riposo” implica per il paziente perdere un lavoro, non poter mobilizzare un parente malato con cui vive senza aiuti? Il medico in questo non è solo: alla consapevolezza segue un’azione il più possibile supportata da un lavoro d’équipe, all’interno della famiglia, della struttura sanitaria, del territorio, della società, in una medicina che dall’individuale giunge al globale, passando attraverso una medicina comunitaria. La comunicazione diventa quindi funzionale alla clinica, ma anche alla dimensione politica della salute, quella a cui partecipano tutti i cittadini in quanto tali, non come semplice componente della società, ma che la società “provano a trasformarla” (A. Boal) agendo secondo la mission ideale dell’eliminare le diseguaglianze in salute. Future. Che cosa ci riserva il futuro quindi? Soprattutto tre aspetti. Altri corsi e momenti d’incontro senza camice.

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Il libro, presentato al termine della seconda giornata, in cui si trovano la storia dell’X fragile e di molte altre persone, magari da infiocchettare sotto l’albero di Natale per il nostro amico, collega, familiare: che sia dalla parte del tirocinante, del medico, del paziente, soddisfatto o insoddisfatto, buon comunicatore o meno, sano o malato, emotivo, evitante, studioso, dubbioso… comunque un attore della relazione di cura. Infine, la riflessione emersa nel processo di socioanalisi, divenuta inchiostro narrato su pagine del libro e sottolineata durante il dibattito che ha fatto seguito alla presentazione, che ha toccato formazione, relazione, la costruzione del paziente, ed immaginazione. Immaginazione di una nuova formazione medica autogestita, un’ipotetica Università Popolare, per fare una medicina nuova, volta ad esplorare le dimensioni < <biologiche, psicologiche, sociali e antropologiche>> del paziente, a trasformare la società, a “chiudere il gap” di disuguaglianza nell’ambito dei determinanti sociali di salute. Per concludere, vi regaliamo una parola in cui possiamo riassumere questi tre giorni di laboratorio: consapevolezza. Un ulteriore passo nella consapevolezza che, all’interno del percorso verso la nostra futura o recente professione, ci porta idealmente dal “fare il medico” all’”essere un medico”.

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IN THE REPORTER’S SHOES Francesca Nigro e Mario Davide Roffi Area SCOPE-SCORE: “Standing Commitee on Professional and Research Exchange” in sigla. Per gli amici “Area scambi”. Per gli speranzosi candidati annuali all’assegnazione delle mete: “Viaggio, divertimento, feste, avventura”.

portela ai giorni nostri, nel bel mezzo di una mandria in arrivo di studenti carichi di valigie, macchina fotografica, cartine e crema solare. Il vostro LEO è resuscitato dalle tenebre: sfoggia un’abbronzatura color ambra e un sorriso rassicurante.

E’ l’area jolly del SISM e da sola ha più proseliti della SCORP e della SCOPH messe insieme. Si dice che riconoscerne i militanti sia semplice. Per personale esperienza - con il LEO della mia SSLL e il confronto nazionale durante i Meeting e i Congressi annuali della nostra associazione - ho imparato che individuarli è estremamente facile… a tal punto da stilare un profilo tipo! Riporto qui di seguito la facies tipica del LEO ( AAA è cangiante a seconda dei periodi).

Come per magia le occhiaie sono svanite (potrebbe sembrare l’effetto di una lozione anti età ma non lo è) e hanno ceduto il passo a un tic ben individuabile: l’ammiccamento continuo di uno dei due occhi (nel linguaggio universale del corpo “ci penso io, capito”, “ciao baby”, “no problem”). La tendenza all’isolamento e alla solitudine è solo un ricordo lontano: lo troverete al centro della pista e con indosso vestiti dal gusto discutibile (“sono il LEO e posso vestirmi come voglio” cit). Si raccomandano attenzione e cautela perché sono facilemente riscontrabili manie di grandezza e di dominio.

FACIES TIPICA DEL LEO nei mesi dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile. Il sorriso da pubblicità che sfoggiava durante la candidatura per il venturo anno associativo e nei giorni seguenti all’elezione per raccogliere quanti più partecipanti per l’assegnazione delle mete, ha ceduto il passo a una contrazione spastica della bocca, un colorito itterico del viso, delle occhiaie rasenti il suolo e un nervosismo che si taglia con il coltello.

Nel restante periodo dell’anno, al termine della campagna scambi e prima della candidatura, il LEO va in letargo.

Se cercate il LEO non sempre lo troverete: si osservano ripetute tendenze a scomparire senza lasciare traccia alcuna. Un consiglio? Setacciate le aule studio e i luoghi raccolti, perché, in caso contrario, lo avvisterete dietro il pc,un enorme cumulo di carte e in compagnia di una strabordante tazza di caffé, mentre è alle prese con la famigerata e monolitica burocrazia degli scambi. FACIES TIPICA DEL LEO nei mesi di maggio, giugno, luglio, agosto, settembre. Ricordate la fata di cenerentola? Traswww.sism.org

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Lo troverete a lezione o a casa, in versione di studente secchione o di perfetto pantofolaro. Declinerà ogni qual si voglia uscita per restare nel suo habitat a guardare la TV o a dormire avvolto da innumerevoli strati di coperte. Ma non fatevi ingannare dalle apparenze: al suo interno ribolle ancora lo spirito felino, è solo questione di tempo! In the LEO’s shoes Circa una settimana fa, in occasione dell’assemblea dei soci per il nuovo anno associativo, sono stato riconfermato LEO per la sede locale di Roma La Sapienza, iniziando, quindi, il terzo anno di attività in questa famosa/ famigerata area tematica. Inevitabile interrogarsi sui percorsi mentali (forse sarebbe meglio dire psichiatrici) che conducono ad una scelta - con l’aggravante della reiterazione - che comporta un notevole carico di oneri e impegni, senza apparenti grandi onori e gratificazioni. Nella presentazione del mio end term report ho fatto a modo mio, soddisfacendo al tempo stesso il primordiale istinto di dare un nome alle cose e una definizione ai nomi, avvalendomi di un

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estratto del Vocabolario Treccani per la definizione di ‘scambista’: 1 - Ferroviere addetto alla manovra degli scambi ferroviari; 2 - Impiegato postale incaricato dello scambio di effetti postali nelle stazioni ferroviarie; 3 - Chi pratica lo scambismo (pratica consistente nello scambiarsi partner al fine di provare nuove esperienze sessuali); Attinente, giusto? Sebbene tutte e tre siano attività che in senso lato possono rientrare tra le peculiari competenze di un Exchange Officer - come ben sapranno i miei tanti compagni di avventura passati, presenti e futuri sparpagliati per l’intero Stivale - ho avvertito al tempo stesso l’esigenza di condividere anche con chi non è di “casa scambi” l’insieme di emozioni ed esperienze che costellano il firmamento della SCOPE-SCORE. E prometto solennemente che per farlo non abuserò di metafore dal dubbio gusto e da una connotazione ecumenica che chi mi conosce sa senza dubbio non appartenermi. E’ ormai noto che una buona maggioranza dei LEO (oserei dire vicina alla totalità) sia vittima di un autocompiwww.sism.org


Numero 8 | Dicembre 2013 acimento fortemente narcisistico, dovuto al semplice fatto di essere ‘catalizzatore’ di scambi internazionali. Naturalmente l’autocompiacimento è quasi sempre proporzionale al numero degli stessi (la preistorica e inesauribile gara a chi ce l’ha più lungo è sempre attuale). Tuttavia è altrettanto vero che la più entusiasmante delle mansioni di un LEO è quella dell’accoglienza: non solo per le frequenti apparizioni in pista con vestiti dal gusto discutibile (come descritto in modo impeccabile da chi ci ha osservato dall’esterno con l’occhio ‘critico’ del reporter) ma anche per altri molteplici motivi. Non ultimo, almeno per noi LEO maschietti, il netto sbilanciamento degli incoming in favore del gentil sesso. Ovviamente la componente narcisistica, egocentrica ed autoreferenziale del buon LEO non viene meno neanche in questa fase. Al contrario, è proprio in questi momenti che dà il meglio di sé, visto l’indiscutibile ruolo di guida spirituale, punto di riferimento e leader carismatico che si ritrova ad assumere nei confronti di un gruppo più o meno nutrito di ragazzi ‘internazionalmente variegati’ (spero perdonerete le mie velleità poetiche, in fin dei conti sono un LEO anche io, capitemi). Ebbene, è in qualche meandro di questo vortice di autocompiacimento che è possibile intravedere la vera essenza dello Scambista, quella vocazione che lo induce reiteratamente a non tener chiusa quella sua maledettissima bocca, nel momento in cui la monotona voce di un membro del Consiglio Esecutivo domanda le candidature di Sede Locale per il successivo anno associativo.

cipanti. Ed è proprio quella quota di estraneità (che normalmente siamo abituati ad assorbire in quantità pressoché omeopatiche) che giorno dopo giorno ci travolge come un mare in tempesta, facendo ribollire in noi emozioni contrastanti. Le sensazioni che descrivo non hanno la pretesa di essere esaustive, perché il motore che anima chiunque si dedichi a questa area, pur avendo una matrice comune, assume connotazioni proprie nella sperimentazione di tutte quelle sfaccettature che ciascuno di noi intraprende in maniera individuale (per tale motivo invito chiunque voglia condividere le proprie sensazioni e riflessioni a farlo nei commenti). Cosa certa è che questa nostra piccola grande avventura offra un’ enorme gamma di esperienze e opportunità (di mettersi in gioco, di conoscersi meglio), che ognuno è libero di declinare secondo le proprie attitudini. Chissà, magari a qualcuno potrebbe capitare alla fermata del’autobus di Ostia beach, alle quattro di notte dopo un beach party di fine agosto, di mettersi in ginocchio per chiedere la mano di una esotica tunisina (N.d.R. e ricevere con ogni probabilità un secco NO in risposta)... ma queste speculazioni è meglio lasciarle al caso, affinché faccia il suo dovere nel far incrociare binari che - se non fosse per quella ironia della sorte che caratterizza molti incontri - viaggerebbero in direzioni diverse senza mai incontrarsi.

Vorreste che vi rivelassi la fatidica vocazione, ma non posso: per il semplice fatto che nessuna parola sarebbe in grado di esprimerla adeguatamente. E’ un’emozione, un sentimento, un misto di sensazioni, che diventano parte della propria identità durante quel singolo mese che riesce a sfiorare – a volte colpire, violentare - parti profonde e inesplorate della nostra essenza. Ogni persona che partecipa allo scambio porta con sé una ‘diversità’ a sua volta diversa da quella di tutti gli altri partewww.sism.org

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NELSON MANDELA: “IO SOGNO DI UN’AFRICA IN PACE CON SE STESSA” La redazione di Zona SISMica La redazione di Zona SISMica vuole ricordare Nelson Mandela, scomparso il 5 Dicembre 2013 attraverso il suo discorso di ringraziamento per il premio Nobel per la Pace: Vostra Maestà il Re, Vostra Altezza Reale, stimati membri del Comitato Norvegese per il Nobel,onorevole Primo Ministro, madame Gro Harlem Brundtland, ministri, membri del Parlamento e ambasciatori, aignori premiati, mister Frederik William de Klerk, distinti invitati, amici, signore e signori,estendo il mio sentito ringraziamento al Comitato per il Nobel per averci insignito del premio nobel per la pace. Vorrei cogliere l’opportunità per congratularmi con il mio connazionale e vincitore, il presidente Frederik William de Klerk per aver ricevuto questo grande onore. Non voglio essere presuntuoso se aggiungo anche, tra i nostri predecessori, il nome di un altro eccezionale vincitore, il defunto reverendo Martin Luther King Jr.

nostro secolo. Quando questo momento verrà, noi gioiremo insieme per una vittoria comune contro il razzismo, l’apartheid e il governo della minoranza bianca. Inoltre questo segnerà un grande passo avanti nella storia e sarà un giuramento popolare e mondiale per combattere il razzismo, ovunque questo si manifesti e qualunque forma esso assuma. La ricompensa non sarà misurata in denaro. Sarà, e dovrà essere, misurata dalla felicità e dal benessere dei bambini, i più vulnerabli cittadini di ogni società e il più grande dei nostri tesori. La ricompensa di cui abbiamo parlato sarà inoltre misurata dalla felicità e dal benessere delle madri e dei padri di questi bambini, che possono calpestare la terra senza paura di essere derubati o uccisi per motivi politici o economici, o ricevere uno sputo perché sono mendicanti. Il valore di questo regalo per tutti quelli

Anche lui lottò e morì per dare un contributo alla soluzione delle stesse grandi questioni che noi abbiamo dovuto affrontare come cittadini del Sud Africa. Siamo qui oggi come semplici rappresentanti di milioni di persone in tutto il mondo, il movimento anti-apartheid, i governi e le organizzazioni che hanno lottato con noi, non per combattere contro il Sud Africa come paese o contro uno dei suoi popoli, ma per opporsi al sistema inumano (dell’apartheid) e impegnarsi per una veloce fine dei crimini contro l’umanità causati dall’apartheid. Grazie al loro coraggio e alla loro perseveranza negli anni, noi oggi possiamo anche fissare le date dei giorni in cui l’umanità si riunirà per festeggiare una delle eccezionali vittiorie umane del

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Numero 8 | Dicembre 2013 che hanno sofferto sarà, e dovrà essere, misurato dalla felicità e dal benessere di tutte quelle persone del nostro paese che avranno buttato giù il muro inumano che le divide. Questa grande massa avrà voltato le spalle al pesante insulto alla dignità umana che dà a qualcuno il ruolo di padroni e ad altri di servo, e trasforma ciascuno in un predatore la cui sopravvivenza dipende dalla distruzione dell’altro. Il valore della nostra ricompensa condivisa è, e sarà, misurata dalla gioiosa pace che trionferà, perché il diffuso sentimento di umanità che lega insieme neri e bianchi in una sola razza umana ci avrà confermato che potremo vivere come i “bambini del paradiso”. Così vivremo, perché avremo creato una società che riconosce che tutti sono nati ugali, che hanno diritto in egual misura alla vita, alla libertà, alla prosperità, ai diritti umani e ad un governo giusto. Tale società non dovrà permettere più che possano esistere prigionieri di coscienza, né che possa essere violato alcun diritto umano di una persona. Lontano dalla rissa dei politici del nostro paese, vorrei sfruttare l’opportunità per unirmi al Comitato Norvegese per il Nobel e fare i complimenti al mio collega, Frederik William de Klerk. Egli ha avuto il coraggio di ammettere che un terribile sbaglio era stato fatto per il nostro paese, e per il popolo, con l’imposizione del sistema dell’apartheid. Ma c’è ancora qualcuno nel nostro paese che erroneamente crede di dare un contributo alla causa della giustizia e della pace rimanendo fedeli a quelle caratteristiche distintive dei gruppi, a quelle divisioni che hanno dimostrato di non portare a niente se non a un disastro. Rimane la nostra speranza che anche questi siano benedetti da una sufficiente intelligenza per capire che la storia non sarà mai cancellata e che la nuova società non può essere creata riproducendo il ripugnante passato.

ani, un mondo libero dagli orrori della povertà, della fame, della privazione e dell’ignoranza, sollevato dalla minaccia e dal flagello delle guerre civili e delle aggressioni esterne e liberato dalla grande tragedia di milioni di persone obbligate a diventare rifugiati. Noi non crediamo che questo nobel sia inteso come un riconoscimento per un qualcosa che è già accaduto e passato. Sentiamo le voci che dicono che c’è un appello da parte dei tanti, sparsi nell’universo, che vogliono la fine del sistema dell’apartheid. Noi comprendiamo la loro richiesta, noi dedichiamo ciò che resta delle nostre vite per usare l’esperienza unica e dolorosa del nostro paese come prova che la normale condizione per un uomo è la democrazia, la giustizia, la pace, l’assenza di razzismo, l’assenza di sessismo, la prosperità per tutti, un ambiente salutare e l’uguaglianza e la solidarietà tra le persone. Mossi dall’appello e ispirati dalla “gloria” di cui ci avete insigniti, noi ci impegniamo a far ciò che possiamo per contribuire al rinnovamento del nostro mondo così che nessuno possa, in futuro, esser considerato come un “miserabile della terra”. Non lasciate mai che sia detto dalle future generazioni che l’indifferenza, il cinismo o l’egoismo non ci hanno fatto raggiungere quegli ideali dell’umanesimo che il premio nobel porta con sé. Fate sì che gli impegni di tutti noi dimostrino che non eravamo dei semplici sognatori quando parlavamo della bellezza della genuina fratellanza e quando dicevamo che la pace era più preziosa dei diamanti, dell’oro o dell’argento. Fate risorgere il nostro secolo. Grazie.

Questo deve essere un mondo di democrazia e rispetto per i diritti umwww.sism.org

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“CHI PAGA IL FLAUTO, DECIDE LA MUSICA”: Diario del IV Workshop sul Conflitto d’Interessi Marta Caminiti Caro diario, sì, sto partendo per il Workshop di Parma. “Workshop sul conflitto d’interessi nella pratica medica”, un sacco di paroloni. Voglio finalmente capirci di più! Si parla tanto di non potersi far finanziare da case farmaceutiche per gli eventi sismici, di Policy Statement…da dove nascono queste riflessioni? Una idea vaga ce l’ho, ma penso sia arrivata l’ora di approfondire. Speriamo di trovare risposte, ma soprattutto nuove domande. GIORNO 1 Dopo aver passato un’ora a girare tra le rotonde di Parma e provincia, eccoci nella ridente Panocchia (anche se, in realtà, a ridere erano i Parmigiani a cui chiedevo indicazioni stradali chiamandola “Pannocchia”). Ad accoglierci un casale di campagna, un Organizing Committee super sorridente e mezza decade di National Public health Officers (NPOs). Già vedo le premesse di un week end da sogno! Tra volti ritrovati e nuovi abbracci, presto siamo tutti seduti ai nostri posti, in attesa che si apra il sipario. Giulia Occhini apre le danze, dà il benvenuto a tutti e presenta l’agenda; segue l’OC Coordinator, Marco Lamarmora, che ci introduce alla sua squadra energica e quanto mai variegata (5 OC guests da Roma, Novara, Catania, Firenze e Padova), uno sguardo ai formatori (wow, finalmente conoscerò Alicino!) e via, si parte.

tende ad essere indebitamente influenzato da un interesse secondario”. E nella pratica medica, l’interesse primario, è la salute; quello secondario, possono diventarlo i soldi. Ma questa definizione è applicabile a qualunque tipo di conflitto. Conflitto inteso come condizione, non come comportamento. In effetti, non ci avevo mai pensato: ci si può ritrovare in un conflitto d’interessi senza aver fatto nulla di male. Come ci si comporta di fronte ad un conflitto di interessi, invece, dipende da noi.

Il pubblico è già rapito, stiamo iniziando

timidamente ad inquadrare il problema: oggi influiscono sulla sanità grandi e ricche multinazionali o industrie, che sono spinte per definizione più da interessi commerciali che dal bene per la salute pubblica. Si fanno tanti esempi, si parla dell’ILVA di Taranto, si parla della Coca Cola, si parla del VIOXX (farmaco antinfiammatorio autorizzato nel 1999 dalla FDA –Food and Drug Administration-, e rimosso dal commercio nel 2004 perché associato ad elevato rischio di infarto ed ictus; nonostante chi lo vendeva conoscesse i suoi effetti collaterali, è stato comunque messo sul mercato causando migliaia di ischemie). E qui si inizia a sentire di tanto in tanto

Ci porge il suo saluto il dott. Curti da parte dell’Ordine dei Medici, ma passa presto la parola ad Alice Fabbri ed Angelo Lo Russo: tocca a loro spiegarci perché quel weekend abbiamo deciso di andare a Parma. Cos’è il conflitto d’interessi, ci chiedono. Loro l’hanno definito come “un insieme di condizioni per cui un giudizio professionale concernente un interesse primario

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Numero 8 | Dicembre 2013 il rumore sordo di mandibole che cadono, soprattutto quando ci parlano dell’EMA, l’Agenzia Europea per i Medicinali, che “garantisce la protezione e la promozione della salute dell’uomo (…) attraverso l’attività di coordinamento, valutazione, della sola documentazione inviata dalle case farmaceutiche (senza nessun controllo di laboratorio) e monitoraggio dei prodotti autorizzati (…) dai singoli Stati, mettendo a punto linee guida tecniche e fornendo supporto scientifico ai suoi sponsor” (Wikipedia). Beh, proprio l’EMA, che dovrebbe garantirci la qualità dei farmaci, è finanziata all’80% della case farmaceutiche (tonk, mandibola).

Negli anni 2000 si inizia ad arrivare all’affermazione in ambito sanitario delle PPPs, Partnership Pubblico-Privato, iniziative in cui attori del servizio pubblico, aziende del settore produttivo privato e/o organizzazioni della società civile si alleano per il “raggiungimento di un obiettivo comune”.

Ma chi sono gli attori coinvolti nei conflitti sulla salute? L’industria del farmaco, certamente, ma anche le Agenzie Regolatorie (EMA e FDA), i ricercatori, l’editoria… e ovviamente, i medici e i pazienti. Ma ne parleremo meglio più avanti, ci dicono, perché ora “parlerà Nicoletta Dentico”.

Mentre la sento parlare di brevetti di farmaci, mi incanto a guardare il modo in cui la sua passione professionale si trasforma in mimica, in tono di voce, in concetti chiari ed efficaci.

Quella Dentico? La Presidentessa dell’OISG (Osservatorio Italiano Salute Globale)? Non sapevo sarebbe venuta al Workshop! Entusiasta, mi tengo forte alla sediolina, pronta per seguirla nel suo viaggio attraverso le politiche sanitarie degli ultimi decenni. Ci insegna che la Salute è una chiave che apre ogni porta, che ogni paese dovrebbe riconoscerla come priorità: oltre ad essere uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano, è anche uno degli elementi imprescindibili per il raggiungimento della pace (è stata Direttrice Italiana di Medici Senza frontiere nel 1999, l’anno in cui l’associazione ha vinto il Nobel per la Pace). E chi ha la responsabilità della salute di una nazione? I governi! Da qui, inizia un excursus su come le scelte politico-sanitarie fossero cambiate dagli anni ’70 ad oggi, vedendo una sempre maggiore ed ostinata presenza del settore privato nelle questioni di salute pubblica. Perché? Perché nel 1983 alcuni governi hanno iniziato a bloccare i finanziamenti all’OMS, che ha dovuto ricercare fondi da altre parti (ad oggi è finanziata al 21% da privati, tra i quali spicca il nome di Bill Gates). www.sism.org

Un modello multi-stakeholders, in cui ha la parola su tematiche chiave sia chi è ricco di voglia di lavorare per la salute pubblica, sia chi è ricco e basta.Nicoletta Dentico le definisce come una risposta allo svuotamento dello Stato, che vede il mercato come unica forza della società.

Lei non ha finito di parlarci, ma il suo treno sta per partire, e mentre Giulia la accompagna all’ingresso, lei continua a spiegarci le ultime cose, continuando a parlare anche dopo i saluti fin sull’uscio, come quegli innamorati che non vorrebbero attaccare il telefono, mai. Fosse per loro, starebbero tutta la notte a raccontare ciò che li fa ardere dentro, che li fa sentire vivi. (“Attacca prima tu” “No, prima tu!”). La salutiamo tutti carichi di nuove prospettive, e già speriamo di sentirla parlare di nuovo, al più presto. Cosa c’è di meglio di un bel documentario prima di cena? Ci propongono di vedere“ Inventori di malattie”, un approfondimento su tutte quelle “patologie” neonate create appositamente nell’immaginario collettivo da strategie di marketing delle case farmaceutiche, che ovviamente avranno una nuova cura a queste “malattie” pronta ad essere lanciata sul mercato! Questo fenomeno si chiama “Disease Mongering”, ovvero come creare patologie a tavolino per vendere più farmaci. “Il nostro sogno è inventare farmaci per gente sana”: la frase, attribuita ad Henry Gadsen, direttore generale della multinazionale farmaceutica Merck, riassume proprio la filosofia che si cela dietro questo fenomeno agghiacciante.

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Per fortuna il documentario è anche su Youtube, potrò farlo vedere ad altri, per esempio in sede locale, per dare una idea più concreta di questi concetti. “La cena è pronta!”, dice fiero Federico D’Attilio con il mestolo in mano sguainato a mò di spada. Ci sediamo tutti nelle grandi tavolate parmigiane e tra il vino, le gavette e i brindisi la serata vola. C’è chi va poi a sistemarsi il sacco a pelo, chi va a ballare in pigiama partecipando al social program, chi gira in triciclo sorridendo nell’altrui sgomento (senza fare nomi, Saccobotto!). Almeno quanche ora però è meglio dormire…domani sarà una giornata piena! Dolce notte! GIORNO 2 Stamattina si parla di ricerca scientifica, e di come essa venga influenzata dai soldi dell’industria farmaceutica: custodendo la tazza di caffè come fosse una gemma rara trovata in un qualche piratesco forziere, trovo il mio posto in sala. Spoiler: questa è stata la sessione più dura da mandar giù, quella un po’ più sconvolgente. Quella che ti fa chiedere: “Ma perché nessuno mi ha mai spiegato queste cose? Dovrò fare il medico!”, ma anche: “E ora, a cosa posso credere? Dove sta la verità?”. Ma andiamo con ordine. Alice Fabbri ci snocciola qualche dato: l’industria farmaceutica finanzia il 77% della ricerca

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italiana, e il 70% di quella americana. “No cash, no cure”: questo è lo slogan che rispecchia un po’ il fenomeno per il quale si fa ricerca solo per quelle patologie per le quali ci sono più finanziamenti; ad esempio? Le patologie croniche, quelle che fanno vendere più farmaci. Così facendo, si arriva ad avere delle “neglected diseases”, delle patologie dimenticate: sono un gruppo di malattie tropicali endemiche in paesi a basso reddito , come la Malattia di Chagas o la Malattia del Sonno, che vengono “dimenticate” dalla ricerca perché interessano la parte più povera della popolazione mondiale. Vige infatti la regola del 90/10: il 90% della ricerca è volta a ricercare cure per patologie di cui è affetto il 10% della popolazione. Un inizio scoppiettante insomma. Ma c’è di più: Alice ci spiega che quando le industrie devono mettere in commercio un loro farmaco, sono loro stesse a doverne di verificare e certificare l’efficacia e la sicurezza: ad esempio, ci dice,nel caso della Reboxetina, un antidepressivo della Pfitzer, dei 7 studi effettuati in confronto con il placebo, ne è stato pubblicato solo uno, quello con le evidenze più soddisfacenti. Quali sono quindi i rischi dell’ingerenza dell’industria come maggiore investitrice nella ricerca? Maggior rischio di manipolazione dei dati, indirizzamento della ricerca verso farmaci che abbiano un ampio bacino di produzione/com-

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Numero 8 | Dicembre 2013 -mercializzazione, avere delle priorità per la ricerca di tipo commerciale/economico. E su quali livelli può influenzare la ricerca? Nella conduzione della ricerca stessa, nell’elaborazione statistica dei dati, nella scrittura dell’articolo scientifico (fenomeno del “ghostwriting”: l’articolo viene pubblicato da un autore, che però non è davvero colui che lo ha scritto; la casa farmaceutica fa scrivere l’articolo con i contenuti che desidera, e poi lo fa pubblicare sotto il nome di un famoso e stimato medico/scienziato/professore), nella pubblicazione degli studi (quelli che non danno risultati favorevoli al farmaco, non vengono pubblicati), nella scelta dei pazienti su cui condurre la ricerca, nella scelta degli end points della ricerca. Questo può accadere perché il controllato diventa controllore. Per spiegarci nel concreto come una ricerca possa celare alterazioni dei dati a tutti questi livelli, ci hanno diviso in gruppi per partecipare ad una sessione di lettura critica di articoli scientifici, utilissimo! Ma la mattinata non è ancora finita: Andrea Siro, il nostro Information Technology Group Coordinator, ci parla di Open Access finalmente capisco meglio di che si tratta! Non poteva esserci contesto migliore per spiegare l’utilità di questa rivoluzione per la letteratura scientifica: per leggere gli articoli Open Access non bisogna pagare, sono su riviste on line a disposizione di tutti. Questo ovviamente permette una più ampia e rapida diffusione del sapere scientifico e una maggiore accessibilità ai dati pubblicati. E dopo quello che avevamo sentito poco prima sulla difficoltà di poter riconoscere criticamente la validità di una ricerca, la possibilità di avere un accesso sempre più libero e trasparente ai dati dei trial o ai risultati dei vari studi ci è sembrata subito di vitale importanza per poterci informare al meglio su ciò che il mondo scientifico, e in particolar modo quello farmaceutico, ci offre.

sentiva come se avesse scelto la pillola rossa e fosse entrato nel mondo Matrix quella mattina, regno di nuove verità e di distruzione di vecchie certezze) a sorrisi allegri ed entusiasti (di chi si è sentito catapultare nella tana del bianconiglio, piena di nuove informazioni e diversi punti di vista da cui guardare la realtà). Io non so a quale dei due gruppi appartenessi, ma non ho fatto in tempo a chiedermelo, che è arrivata la sessione pomeridiana: Angelo Lo Russo ci guiderà nel fascinoso mondo del marketing dell’industria farmaceutica. Introducono brillantemente l’argomento Nicola Pecora e Susanna Bolchini, simulando in modo particolarmente convincente (e divertente!) una presentazione di un farmaco a un convegno: da qui si parte! Perchè si parla di marketing in medicina? Perchè esiste un prodotto industriale da piazzare sul mercato,con la finalità di ricavarne il maggior profitto: e questi prodotti sono i farmaci. Chi saranno i “clienti” a cui pubblicizzare e vendere il prodotto? I pazienti, i medici, ma anche i governi (ad esempio, per le politiche sanitarie di vaccinazione). Lo scopo è comunicare una stretta associazione del farmaco con sentimenti di benessere, sicurezza, speranza, e contrapporre ad essi la paura dei pazienti per la malattia, facendo coincidere il prodotto con la soluzione alle ansie e ai problemi del consumatore. Le “piazze” che ospitano questo mercato sono i congressi scientifici, gli ambulatori medici (dove non mancano gli informatori delle case farmaceutiche), la televisione e i mass media, (in America

Dopo una breve pausa pranzo, in cui si alternavano sguardi spaventati (di chi si www.sism.org

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Numero 8 | Dicembre 2013 ed in Nuova Zelanda è legale passare in TV pubblicità di farmaci prescrivibili, facendo promozione diretta sul consumatore). Attraverso clip di film e telefilm, Angelo ci cattura e riesce a farci avere una visione trasversale della figura dell’informatore farmaceutico e delle armi di cui si serve per sedurre i medici: dare campioncini in regalo che rimangano sempre a disposizione del medico, condurre conversazioni non incentrate sul farmaco bensì informali, volte a creare un legame di amicizia e fiducia con il medico; ma, soprattutto, il regalo di gadget della casa farmaceutica. Si alza dalla platea un grido di dolore: “Ma le loro penne scrivono così bene!”, seguito da un altrettanto straziante: “Come posso rifiutare un adorabile mini-mouse? Come?”. I gadget sono la parte più losca e subdola di tutto questo capitolo: la casa farmaceutica può pagarti le spese per andare ad un congresso, può rimborsarti per farti presentare la ricerca di un nuovo farmaco, può sponsorizzare una conferenza, ma in questi casi, è già più facile comprendere come si possa essere influenzati, è più facile riuscire a fare una riflessione sulla propria etica e decidere come comportarsi in queste situazioni di conflitto d’interessi. Ma una penna con una scritta colorata quanto può influenzare la mia pratica medica? Poco, ci verrebbe da dire. In realtà, ogni giorno, mentre compiliamo ricette, la teniamo in mano, leggendo in continuazione il nome del farmaco o della casa che lo produce, con i colori che richiamano quelli della scatolina del prodotto. È così improbabile che quel famraco ci rimanga in mente più di un altro? Che a prescindere dalla sua efficacia/ qualità potremmo essere spontaneamente più predisposti a scrivere quel nome sulla ricetta? È nei nostri taschini, con la scritta in bella vista leggibile da tutti, medici e pazienti: è come se noi (futuri) medici permettessimo di farci ridurre a dei grossi cartelloni pubblicitari. Per che cosa? Per avere una penna in più che scrive? Non ne possiamo pro-

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prio fare a meno? Per altro, i soldi che le case farmaceutiche investono in pubblicità è ben un terzo delle loro spese totali (33% marketing), mentre solo l’11% è dedicato alla ricerca. È quindi anche con i soldi dei pazienti-consumatori che viene alimentato questo sistema: un motivo in più per trovare la forza di riflettere sulla possibilità di dire: “No, grazie”. Persino chi si disperava per la perdita dei futuri potenziali mini mouse, inizia a farsene una ragione. Angelo chiude ricordandoci quali possono essere gli strumenti, individuali e collettivi, che possiamo utilizzare nella nostra quotidianità: conoscere e consultare le fonti di informazione indipendente, saper leggere criticamente la letteratura scientifica, saper ricercare documenti nelle banche dati online, evitare le situazioni a rischio di conflitto d’interesse (con la consapevolezza che non sempre sia possibile) e, soprattutto, fare rete e diffondere l’informazione. È arrivata l’ultima sera: a cena si mangia e si recita al contempo, con Francesco Fasano che si improvvisa regista di una banda di squinternati attori un po’ brilli, che poi saremmo noi partecipanti del workshop! Due ore dopo, ancora si gioca, tra imitazioni di strani pesci, improbabili balletti e improvvisazioni in stile telenovelas sudamericane. L’OC ci fa brindare, e prepara la musica facendoci passare la serata (mattinata?) a ballare tutti insieme. Tra un’ora ci si deve svegliare, meglio tornare al sacco a pelo ed essere pronti per l’ultima giornata. GIORNO 3 Piccoli zombie sonnacchiosi si aggirano per il casale, cercando di rintracciare le valigie, le posate e la dignità persa durante la serata precedente nel gioco theatre-based. Chiusi i bagagli, siamo pronti per la mattinata con Cristiano Alicino, che ci parlerà di etica medica. Ci vengono presentate delle situazioni di conflitto d’interessi, e viene chiesto ad ognuno di noi di dire come si sarebbe comportato. È stata una dimostrazione di quanto sia facile abbracciare un principio nella teoria, ma quanto non sia sempre altretwww.sism.org


Numero 8 | Dicembre 2013 tanto immediato applicarlo nella pratica quando la scelta ha delle forte ripercussioni sulla nostra vita. Segue poi un excursus sulla deontologia e sul ruolo del medico nelle situazioni di conflitto; il momento più forte però è stato l’ultimo. Ci viene dato un compito: prenderci una mezz’ora per raccogliere le idee e scrivere una breve descrizione di una situazione di conflitto che ancora non abbiamo risolto e poi, chi avesse voluto, avrebbe potuto condividere lo scritto con il gruppo.

Questi tre giorni sembrano durati una vita, non sono mai stata ad un evento altrettanto formativo, torno a casa davvero con una prospettiva in più, con nuovi strumenti, tante informazioni e avendo acquisito nuove capacità. Non mi aspettavo potesse darmi così tanto! Cosa posso fare quando torno in sede locale? Mmm magari ci scrivo su un articolo!

È emerso che tutti viviamo quotidianamente situazioni di conflitto, e che è forte la necessità di saperle gestire; che di tipi di conflitti ce ne sono tanti, ma che a risolverli poi siamo sempre noi stessi, e non possiamo far altro che trovare più strumenti possibili per riuscire a risolverli. Così si chiude il workshop: ci si chiede tutti in cerchio cosa di questa esperienza porteremo con noi, cosa ci farà riflettere, cosa non ci è piaciuto ma, soprattutto, cosa possiamo fare una volta tornati a casa. Ci si abbraccia, abbondano le foto, le macchine sono cariche e presto siamo pronti a partire.

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BARBALÙ STORIA DI QUOTIDIANA VIOLENZA Paolo Miccichè L’Onu ha istitutito la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. La data fu scelta perché, in quel giorno nel 1960 tre sorelle della Repubblica Domenicana furono stuprate e assassinate, causando una profonda indignazione nella popolazione. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) considera questo tema come una priorità per la sanità e una violazione dei diritti dell’uomo. Quest’anno, l’Associazione Italiana Donne Medico ha voluto far conoscere questo tema in un modo particolare, coinvolgendo una compagnia teatrale. La Compagnia Il Teatro del Cerchio di Parma, oltre a mettere in scena spettacoli più classici, si occupa di trattare temi sociali e spesso scottanti, fra cui c’è anche la violenza sulla donne. Lo spettacolo “Barbablù, storie di quotidiana violenza” (così si chiama), ha già girato qualche città e sono ancora molte le regioni in cui sarà messo in atto. Io, insieme ad altri membri del SISM di Palermo, l’ho visto, e posso dire in poche parole che è forte, toccante, duro, riflessivo ma soprattutto davvero realistico e coinvolgente. Di certo la tematica non è facile da

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portare a teatro, e sicuramente ostica da trattare e da riuscire a presentare al pubblico, ma questi attori, con la regia di Mario Mascitelli, ci riescono e anche molto bene. Abbiamo avuto la possibilità di parlare con il regista e fargli qualche domanda, ed ecco perché e come questo progetto è nato e cresciuto. Come mai un tema così particolare per un’opera teatrale? E come mai un uomo a gestire un tema simile? Bè, effettivamente è difficile che un uomo tratti un tema così delicato rivolto verso le donne. La scelta su Barbablù è nata innanzitutto dall’analisi della favola di Barbablù che terrorizzava e terrorizza molti bambini tutt’ora, una favola che spaventò tanto anche me quando da piccolo la ascoltai, e che, oggigiorno, non è neanche conosciuta dalla maggior parte dei bambini perché i genitori non la raccontano; trovo invece che sia una delle favole più educative che ci siano proprio per il suo tema. La favola tratta della violenza sulle donne in una maniera estrema, e il crescente numero di casi di quelle che ormai sono purtroppo notizie quotidiane di qualcuno che uccide, attacca, picchia o sfregia una donna mi ha portato a voler

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Numero 8 | Dicembre 2013 ricostruire questa storia rendendola attuale. I casi denunciati di violenza sono circa il 10%, e allora forse più se ne parla più si affronterà la tematica in una maniera diversa. Basti pensare che fino a non tanto tempo fa esisteva il “delitto d’onore” che in qualche modo andava a giustificare proprio la violenza sulle donne e infatti fino agli anni ’70 nessuno era stato mai veramente accusato di violenza carnale verso le donne. Quindi proprio perché è un argomento così attuale non si poteva non parlarne; ma il difficile era parlarne senza cadere in cose scontate, in <em>clichè</em> e in roba che avrebbe reso lo spettacolo inutile. E’ facile sbattere il mostro in prima pagina, è quello che fanno tutti i quotidiani per poter vendere di più, uno spettacolo invece ha tutto un altro concetto. Come è nata l’idea di realizzare questo spettacolo? Allora, quando io devo fare uno spettacolo, cerco sempre di figurarmelo nella mente. E la prima idea che ho avuto

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nell’immaginare una rappresentazione sulla violenza verso le donne è stata quella di un armadio (nds. l’armadio è uno dei pochissimi oggetti presenti sul palco e il più evidente, quasi un fulcro), un armadio che rappresentasse il mondo interiore della donna, tutto ciò che lei custodisce gelosamente, dove tiene tutti i suoi ricordi, tutte le frasi più importanti, è una metafora dell’intimità in cui tiene la vera sé stessa che spesso si sacrifica e si annulla in favore dell’altro che diventa poi il carnefice. Partendo dall’armadio, ho cominciato a ricostruire tutta una situazione che comincia dagli albori della storia, ossia quando si conoscono i due personaggi, fino alla fine della storia, chiaramente tragica. La storia viene raccontata anche attraverso episodi divertenti, molta musica, il tango, momenti ironici dove verrà anche da ridere, perché in fondo, moltissime storie che poi sfociano in una violenza avranno avuto dei bei momenti e saranno cominciate in maniera totalmente diversa. Questi momenti in cui si ride, molto iro

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Numero 8 | Dicembre 2013 nici, sono in fondo i momenti più tragici, perché sai che piega prenderanno gli eventi in seguito. Quale è il messaggio che spera gli spettatori portino a casa? Per le donne, una riflessione, perché spesso i segnali ci sono fin da subito da parte del compagno. Purtroppo però le donne magari un po’ non vogliono coglierli perché, quando innamorati, tendiamo tutti a nascondere i lati brutti del partner e a vedere solo quelli belli, per lo meno all’inizio, e un po’ non se ne accorgono perché si focalizzano su altre cose positive. In più c’è il concetto della famiglia, che purtroppo da tradizione ha come valore primario quello che non si deve parlar male della famiglia, per cui è meglio mettere tutto a tacere piuttosto che si parli male dei membri. Inoltre la tradizione religiosa cattolica ha una visione della famiglia con una gestione di tipo patriarcale per cui spesso in queste situazioni non si denuncia perché la sacralità del matrimonio non va messa in discussione neanche in questi casi. Bisogna scardinare tutto questo sistema e questo modo di pensare. L’uomo quanto è coinvolto nella vita reale e nello spettacolo? Qual è il suo ruolo? Lo spettacolo è fatto per la gente, non per noi, per cui è uno spettacolo che ha bisogno dei pareri della gente, uomini compresi. La rappresentazione è cambiata molto dalla prima edizione. Mi hai chiesto il ruolo dell’uomo. Nella rappresentazione sarebbe facile raffigurare l’uomo come il mostro e la donna come semplice vittima: le donne darebbero addosso e gli uomini direbbero “io non sono così”. Noi abbiamo cercato di far capire come, per quanto questi uomini siano pericolosamente predisposti alla violenza, hanno comunque una sorta di umanità, in alcuni momenti cercano di riavvicinarsi alla donna e certe volte si sentono provocati da qualche gesto della donna e finiscono però per scattare in maniera del tutto esagerata e spaventosa.

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Quante volte un uomo si è innervosito o alterato per provocazioni della compagna, e quante volte accadono litigi in una coppia? Il problema è la reazione smisurata e distruttiva di questi uomini assolutamente incapaci di gestire la loro ira che sfogano sulla donna come fosse un oggetto. C’è una base di veridicità oppure no su cui è costruito lo spettacolo? Certo, assolutamente. Prima di metter su lo spettacolo, c’è stato un ampio lavoro di documentazione grazie alla collaborazione dei centri antiviolenza, di psichiatri, psicologi e delle testimonianze. Lo spettacolo che vedete è frutto di una unione di tante storie realmente accadute e ripetutesi tante, troppe volte. Inoltre il lavoro per rendere credibile lo spettacolo e far immedesimare lo spettatore non finisce qui, come accennavo prima, fondamentali, alla fine di ogni performance, sono i pareri del pubblico, i pareri della gente che trova elementi di sé nella storia, che sente la trama come qualcosa di reale. E così continuerà a essere: nel corso del tempo abbiamo eliminato oggetti di scena, abbiamo lavorato più volte sulla profondità e la personalità dell’uomo, abbiamo modificato il carattere della madre, tutto secondo ciò che emergeva ogni volta. Ringraziando il regista, Mario Mascitelli, non solo per la disponibilità all’intervista ma all’interesse avuto per i nostri pareri, vi invito davvero a vedere lo spettacolo che affronta con mille sfaccettature il tema della violenza sulla donna. “Vorrei essere un feto, per non dover decidere quando uscire. Le luci; le voci; il freddo; il distacco dall’utero e da ciò che mi teneva in vita. Quando è cominciato tutto? Vorrei essere un feto, per avere una seconda opportunità” Qui il trailer dello spettacolo: http:// www.youtube.com/watch?v=Fv-BBvk_ cvk Qui invece il loro sito dove trovate i loro contatti: http://www.teatrodelcerchio.it/ www.sism.org


Numero 8 | Dicembre 2013

GLI STATI UNITI D’AFRICA Francesco Fasano N.B. Si, il tono di questo articolo è paternalistico, da santone new age. Ma sono vecchio. I vecchi possono, giusto?

moderna, sul ruolo della medicina e del cittadino nella lotta al diritto alla salute.

N.N.B.B. Ricomincia dal titolo; il titolo è la chiave ;)

E così, come una fulmine ad arco, solo per il gusto di stordirvi, mero artificio letterario, l’articolo prosegue da tutt’altra parte, in tutt’altro modo, con tutt’altro colore.

”Ma che splendida utopia ma che bell’idea, che bella notizia ci vorrà almeno un secolo! non ci saranno mai e poi mai” Questo è l’estratto di un testo, come spesso meraviglioso, del Teatro degli Orrori, una rock band italiana conosciuta e no che afferisce a un collettivo di artisti che naviga nello squallore del mercato discografico italiano sotto il vessillo de ‘La Tempesta Dischi’. ‘Ma che splendida utopia, ma che bella idea, che bella notizia’ è per me un motto fortissimo. Un appassionante scambio di battute in una diatriba di salotto dove sia importante essere ernesti, e ahimé un mantra costante della nostra quotidianità. Siete molto interessati ora, perché non sapete assolutamente dove stia andando a parare, ma sapete con certezza che prima della fine dell’articolo il cerchio si chiuderà e avrete anche questa volta una nuova invettiva anarco-insurrezionalista sul ruolo del medico nella società

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Thomas Isidore Noël è nato in un pessimo posto, dove se hai sete o aspetti la pioggia o ti prendi il colera. Chissà se giocava a calcio tra le case di fango e paglia di Yako. Da bischerello suonava la chitarra e cantava pure in una rock band poco prima di prendere i voti, scappare dal convento e diventare militare. Incapace di stare fermo, come quelle persone mosse da un irrequietudine ardente e molesta, entra a far parte dei ROC (Regroupement des Officiers Communistes) e sovverte, sovverte, sovverte tutto. E’ un combattente nato, trascina il popolo in rivolte continue fino al giorno in cui lo nominano presidente del suo paese. Neanche il tempo di una lacrima sul viso e già comincia a cambiare tutto, e a trasfomare quell’”orribile” posto in un miracolo in terra. Convinto che solo l’unione possa fare la forza e che sia giunta l’ora di una reale fratellanza tra le genti del continente

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Numero 8 | Dicembre 2013 nero scende ad Addis Abeba per fondare il nuovo fronte africano, che si opponesse una volta per tutte al blocco euro-statiunitense che da sempre costringe nel fango lo sviluppo africano con lo stivale. Si batte per la cancellazione dell’odioso debito internazionale che si può ottenere solo con la marcia congiunta, tamburi alla mano, di tutte le nazioni africane. Ma nel frattempo è a casa, perché pensare globale e agire locale: riuscì a dare 2 pasti e 10 litri d’acqua al giorno ad ogni cittadino dello stato, combattendo la desertificazione. Fece di educazione e salute le priorità del suo mandato, e fu il primo a denunciare la condizione sanitaria disperata in cui versava l’Alto Volta per l’epidemia di AIDS che vi si abbattè alla fine degli anni ‘80. Pare credesse nella PEER Education. Proibì infibulazione e poligamia, e per dare l’esempio per la lotta alla corruzzione vendette le auto blu del governo, impose a parenti e collaboratori di viaggiare solo in classe economica e rischiò tutto nella costruzione della ferrovia del Sahel, scommessa che vinse e permise al Burkina Faso di sviluppare commercio e relazioni estere che implementarono e consolidarono basi economiche fondamentali. Poi Thomas morì. Ma questa è solo cronaca di bassa lega, emotiva e zeppa d’impressioni, senza alcun fondamento storico, non può essere la verità, potrebbe anzi essere una storia inventata, un mito di fondazione con eroe leggendario impavido e forte. Sicuramente non è la verità. Allora in questo caso, nella finzione cinematografica, Thomas sarebbe stato fatto assassinare dalle multinazionali del petrolio, dagl’oligarchi dei diamanti di sangue e dalle grandi banche mondiali (scegliete voi la vostra) attraverso le ignare canne di kalashnikov di avidi signori della guerra che armano bimbi ancora in fasce. La storia di Thomas Sankara è incredibilmente sconosciuta. E’ criticabile da molti punti, non tutto è limpido come l’acqua, ma la cosa incredibile è che non ho ancora visto una maglietta col suo profilo stampato e l’altro, Che Gue-

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vara, non era da meno. Dal mio personale punto di vista sono sempre stato poco attratto dai forti personalismi, dai leader onniscienti che sanno e fanno tutto loro, accentrano ogni potere senza delegare e che alla fine muoiono assassinati e lasciano dietro di se un vuoto pneumatico, non troppo perché mi sembra portino poca novità ma più che altro perché non ritengo sia proceduralmente la cosa da farsi. Nevermind, non è questo il punto. Volevo raccontarvi la storia di questo grande uomo perché ultimamente ho ragionato molto sul perché mi fossi iscritto a Medicina, su cosa ho fatto in tutti questi anni e sul poco che credo di aver imparato. Ho pensato che avrei voluto correre in Africa dal primo anno, non troppo con l’idea di poter dare una qualsivoglia forma di mano (non so fare nulla e non sapevo tanto meno fare nulla prima) ma con l’idea chiara di poter guardare e scoprire, farmi trascinare dalla cultura e dalle usanze, proprio come un vero turista globale che torna a casa con un carico di selvaggina dal safari fotografico credendo di sapere dove sia stato. Col senno di poi dico di essere felice di non averlo fatto, di aver resistito a quella chiamata selvaggia dal centro della giungla, per rispetto, perché non sono turista, perché ritengo che una cultura vada studiata, amata e sognata ben prima e poi forse conosciuta direttamente con le mani nel fango. All’alba della fine della mia carriera di studente mi chiedo se la mia situazione personale sia veramente cambiata di qualcosa, se ora in effetti possa io fare qualcosa per aiutare, e come ovvio e palese dal punto di vista sanitario sono di nuovo punto a capo. Aiutare, come? Ragionando in questi anni assieme a quei folli pazzi sognatori che preparano il LabMond ogni anno (QuellidiBologna si fanno chiamare) ho, passo per passo, capito quanto poco possa la cooperazione sanitaria sola, dura e pura, porsi ai problemi sanitari di un paese complesso e caldo come l’Africa. Di più di 50 anni di aiuti umanitari, missioni d’emergenza e concerti degli U2 www.sism.org


Numero 8 | Dicembre 2013 cosa è rimasto? L’Africa sta peggio di prima. Molto peggio di prima. E non serve, anzi è controproducente, andare a fare il safari di un mese per la foresta, per vederlo: ci sono barconi carichi di fratelli che naufragano ogni santo giorno, abbiamo compagni africani in università ad interrogare e coi quali fare mille migliaia di conferenze di testimonianza e ci sono i dati, i dannati dati che nessuno vuole mai leggere. Da 50 anni a questa parte, con tutti gli aiuti, le donazioni e beneficienze che abbiamo lanciato oltre mediterraneo sapete cosa è successo? Il flusso di capitali è stato maggiore sulla direttrice sudnord. La beneficienza a cuore aperto e sorriso sardonico non è stata altro che un investimento, a buon rendere. ”L’ente nazionale idrocarburi non mi prende sul serio eppure l’acqua era acqua il cibo, sano un tetto un letto un po’ di rispetto non sono mai mancati” Ricordo un editoriale scioccante di Binyavanga Wainaina che qualche anno fa esortava l’uomo bianco a tornarsene a casa, a lasciare l’Africa all’uomo nero, che se davvero fosse stato una scimmia sarebbe tornato sull’albero ma non avrebbe potuto dare la colpa al cattivo uomo bianco.

gali ma domandiamoci, dai gioielli ai cd, dai vestiti alle bomboniere, da dove vengono, chi li ha fatti, di che materiali son composti, chi ha ritirato dalle miniere le sabbie sottili per il mio I-Phone nuovo? Queste son le vere domande da farsi per provare ad aiutare l’Africa e ahimè il mondo tutto, che a Natale sembra molto più vicino del solito. Thomas Sankara stava facendo bene. La sua era una rivoluzione sanitaria prima di tutto, perché è la salute il valore e patrimonio sul quale si fonda una nazione: una nazione sana e forte può creare, crescere e prendersi cura di sè e del mondo. Ma noi non gliel’abbiamo permesso. Le multinazionali del petrolio chiamarono i ministri delle nazioni più ricche del mondo e convennero che la politica estera del Burkina Faso non era conforme ai loro interessi, e per avere il serbatoio pieno per andare in centro a fare le spese che alimentino le radici dei nostri alberi da salotto di cartapesta abbiamo scelto di abbattere i baobab. Il medico può fare molto. Il suo potere è ahimé ancora quasi illimitato nel poter orientare le persone.

Facile dire collaboriamo, ma la collaborazione non è mai portare se stessi a decidere il da farsi, è l’umile proposta di aiuto o persino l’umile richiesta di sapere, conoscere o persino l’umile richiesta di poter aiutare. Forse. Ora perché smuovere tutto questo polverone così caoticamente? Forse perché è quasi Natale, e la generosità si spreca. Dite quel che volete, ma l’unica buona azione da boy scout provetto che possiate fare questo Natale non è donare il vostro 5 per mille a Emergency o MSF, e neanche al nostro partner CUAMM. Se volete farlo va bene lo stesso ma quel che conta davvero è che nel mese di Natale, della bontà assoluta, del Gesù Cristo di Nazareth non compriamo inutili rewww.sism.org

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Numero 8 | Dicembre 2013 In primo luogo è necessario che si sviluppi una riflessione su cosa sia e come debba esser fatta la Cooperazione sanitaria e cosa sia la Cooperazione ALLO sviluppo, cosa sia lo sviluppo, e deve maturare all’interno della nostra associazione. Col

buon

cuore

non

basta.

E se la conclusione dovesse essere solo che gli Stati Uniti d’Africa potranno contrastare la malefica cupola Euro-cino-statiunitense (russo-giappocoreana) dell’avido capitalismo neoliberista che li soggioga, allora vorrei potessimo dire che noi medici lottiamo per la salute dell’individuo e delle popolazioni del mondo tutto, e marciamo contro i soprusi e le angherie perpetrate da enti internazionali vampirici che noi stessi alimentiamo e che ci impegniamo affinché gli Stati Uniti d’Africa possano esistere davvero.

non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel’ ‘Il debito pubblico nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo assoluto, di coloro i quali hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso’

La nostra lotta dev’essere contro noi stessi. Tan-tan Fine della favoletta. :) Cosa ne pensate? Se non vi è piaciuta parliamone assai, ma se anche solo un po’ vi è piaciuta non prendete la macchina e non fate regali questo, lo scorso e il prossimo Natale, non comprate prodotti di multinazionali sanguinarie (tutto ciò che è confezionato) e siate incredibilmente felici. Qual che giorno fa è morto Nelson Mandela. Domenica 15 a Bologna ci si trova per parlare del futuro del LabMond. Ci vediamo lì. ‘Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità.’ ‘Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali

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Numero 8 | Dicembre 2013

SWITCH YOUR PAPER OVVERO COME RENDERE I CERVELLI PIÙ VERDI Riccardo Orrù Ormai non possiamo più permetterci di non riciclare. Non è neanche più solo una questione di ambiente, ma anche di semplice economia. Si, perché riciclare non ci permette solo di non infarcire il terreno come un tacchino durante il giorno del Rigraziamento, ma anche di riutilizzare risorse e risparmiare quelle energie che si utilizzerebbero per produrre un prodotto “vergine”. Inoltre la questione ambientale si sta facendo veramente pressante, ed è a dir poco snervante vedere davanti ai propri occhi l’eventuale soluzione. In realtà quello che gettiamo è lontano anni luce dall’essere inutile. Con la carta questo discorso raggiunge il massimo della sua forza. Perché la carta è il materiale più facile da riciclare ed è anche incredibilmente diffuso e utilizzato, in particolare per il packaging, che in pratica passa dallo scaffale del negozio al cestino in un batter d’occhio. Bei

concetti,

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importanti

e

li, lo

starete pensando (e se non state facendo vergognatevi).

Ma come farli percepire alla popolazione, come renderli veramente fruibili sui grandi numeri? Colpendo i li! Plagiando le

più giovani

debomenti!

So che potrebbe sembrare un piano degno dell’Imperatore Palpatine, ma è proprio con questo spirito che è nato Switch Your Paper. Gli obbiettivi principali sono due gruppi, famosi per la facilità con cui è possibile interagirci: Studenti universitari di Medicina e Psicologia e 300 bambini delle scuole elementari. I primi svolgono un doppio ruolo: prima vengono formati nelle tecniche e nella cultura del riciclo di tutti i materiali con particolare attenzione alla carta (un approfondimento insomma del programma che si studia nell’esame di Igiene e Sanità Pubblica), e in un

uti-

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Numero 8 | Dicembre 2013 secondo momento formano a loro volta i piccoli studenti all’importanza del riciclo e organizzano e gestiscono la parte “pratica” (AKA la parte più diabolica del piano). I secondi invece dopo aver attentamente ascoltato le lezioni dei nostri formatori, si lanceranno in un mese di maratona del riciclo, dove si scontreranno senza esclusione di colpi per decidere chi riuscirà a riciclare più carta! Ed ti

ecco qui i del progetto fino

ad

risultaora:

no saputo subito entrare nell’ottica del progetto e sono riusciti a tirare fuori idee nuove e originali che rendono il progetto veramente “loro”. E per quanto le giornate di formazione siano state lunghe e intense sono sempre rimasti concentrati sul loro obbiettivo: la formazione di bambini, sicuramente un’ impresa non facile e piena di sorprese. Ma per quanto già la formazione sia stata un’esperienza stimolante, questo non è che l’inizio! Gli incontri con i genitori e gli insegnanti inizieranno a breve e dopo quelli ci aspetta la vera sfida dei piccoli demonietti, che non riusciranno a mettere in difficoltà i nostri ragazzi neanche con le più strampalate domande che la loro fantasia possa concepire! A questo punto non ci rimane che prepararci al prossimo step! Ne avremo di belle da raccontarvi... Good luck!

Questa banda di matti sono i nostri studenti nell’atto di apprendere quanto più possono (non vedete le facce attente a non perdersi un solo momento?), prima di affrontare la sfida della formazione dei bambini. Questi ragazzi e ragazze sono stati mitici, attivi fin dall’inizio, han-

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Numero 8 | Dicembre 2013

COSA DIAVOLO È UN TRAINING? DIALOGO SOPRA I MASSIMI SISTEMI DELL’EDUCAZIONE NON FORMALE Francesco Fasano e Claudia Chiurlia Claudia: “ ...si, ma come facciamo a spiegare cos’è un training? Come si spiega l’emozione e l’esperienza? Secondo me è impossibile. O lo provano, o nulla!” Francesco: “Diciamogli che è bellissimo! Scherzo: partiamo col dire che i training sono processi educativi che ripongono i discepoli al centro, non il maestro; focalizzàti più sui metodi di condivisione e comunicazione che sono perenni, piuttosto che sui contenuti, sempre in divenire.” C: “Ho solo timore che a parole perda tutto il senso. Non per niente si chiama formazione esperienziale! A quel punto sarebbe giustificabile che il lettore preferisca un opuscoletto sul tema specifico, per esempio la leadership.” F: ‘Chiaro, quel che dici è verissimo. Una parte delle cose che si possono imparare al mondo forse si possono davvero apprendere solamente dai libri, ma senza dubbio si tratta di una parte limitata del sapere.” C: “Invece un training da la possibilità attraverso giochi e simulazioni di mettersi alla prova su un argomento specifico, di vivere alcune dinamiche in un ambiente protetto e di poterne discutere immediatamente dopo, facilitati da osservatori esterni.” F: “Si! Non so esattamente quando il gioco sia stato declassato a metodologia didattica prettamente infantile e sterile, e d’altro canto elevata ad unico metodo realmente rispettabile la lezione frontale del lector accademico. Come minimo si dovrebbe immaginare una didattica composta di vari canali comunicativi, senza scartare la lezione frontale, ma che senza dubbio non può rimanere l’unica.’ C: “Soprattutto nel SISM, dove nessuno sale in catterda! Pensa alle tematiche che come trainer affronwww.sism.org

tiamo usualmente, che ci servono per migliorare la nostra realtà associativa: communication skills (come sviluppare le proprie strategie comunicative in modo costruttivo), project management (un’appropriata gestione della progettualità), leadership , group dynamics (riconoscere e gestire le dinamiche di gruppo), avoiding burnout (evitare sforzi eccessivi e non finalizzati nelle proprie attività che finiscono per “bruciarci”) e così via ; sono tutti strumenti fondamentali per le attività di Sede Locale, ma non sono temi “medici”. Non essendo professionisti del settore, proclamarci degli esperti sarebbe un po’ ridicolo, no? Ed allo stesso tempo ammazzerebbe la condivisione: chi mai avrebbe il coraggio di dire “non sono d’accord” oppure “io l’ho vissuta diversamente”. Ed è una cosa che ti svuota a lungo andare, non condividere. Ti capita mai di tornare da una giornata all’università e sentirti...non so… incompleto? Come se non avessi vissuto?” F: “Baby, sfondi una porta aperta. Non so come facciano alcuni ad andare avanti meccanicamente senza coinvolgersi nelle cose che apprendono. Quanto sono importanti le emozioni nell’apprendimento?” C: “ E’ possibile che faccia più paura affrontare le emozioni piuttosto che vivere in modo asettico...ma ci stiamo distraendo, France’! A questi poveretti non credo interessino i nostri problemi esistenziali, ma piuttosto motiviamoli a non riproporre queste dinamiche deleterie anche nel SISM. Incentiviamoli a vivere il SISM come palestra di vita!” F: “Soprattutto bisogna lanciare il messaggio che i training non sono slegati dall’ educazione medica. Ci sono molti aspetti della formazione che potrebbero essere affrontati in modo non formale…” C: “ La comunicazione con il paziente,la relazione di cura, l’educazione e senbi-

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Numero 8 | Dicembre 2013 -lizzazione della popolazione…” F: “E non solo! I diritti umani, la violenza di genere, la salute globale… ma io sono convinto che tutta l’educazione medica potrebbe essere riproposta in modo più interattivo e quindi efficace! Bisogna fare un’altra riflessione importante, riguardo la formazione dello studente e del cittadino in generale: la forma di apprendimento che ci viene proposta, in effetti, ci plasma e descrive secondo precise caratteristiche. Persone emerse da diversi sistemi di educazione sono davvero diverse: chi più quadrato e chi più creativo a seconda delle corde che son state toccate e della coscienza che sia stata sviluppata. Ritengo che la nostra formazione sia castrante da questo punto di vista: guarda la nostra società, ove il contatto fisico è reso demonio, ove la condivisione è considerata in primo luogo un rischio di tradimento, per i quali poter rimanere feriti. Sembriamo braccati, sulla difensiva, sempre allerta.’

C: “Dovrebbe essere un’esperienza di tutti, anche se ovviamente non possiamo costringere le persone. Questo forse è uno dei punti deboli e forti allo stesso tempo dell’educazione non formale, il fatto che sia su base consapevole e volontaria, altrimenti non funziona. Dovremmo impegnarci tanto per renderla allettante anche agli scettici.” F: “Beh, potremo cominciare con un articolo su ZONA SISMICA. Che te ne pare?” C: “E se… madò non mi prendere per pazza… e se fosse questa chiacchierata (magari togliendo le tue parolacce e i miei sproloqui)?” F: “Top. Space. ;)”

C: “Mi fai pensare a quando mi sono formata come trainer al TNT...mi ha davvero cambiata, mi ha dato fiducia nelle relazioni umane in soli tre giorni di condivisione e di training.” F: “Se ti avessero vista prima e dopo, vero? Assurdo. Chi mi conosce sa quanto diavolo mi abbia dato fare training, quanto sia cambiato. Ti accende un fuoco che ti da la spinta nelle tenebre. Se non hai partecipato, organizzato, fatto o vissuto un training non ti puoi rendere conto di quanto perdi, di quante tue potenzialità reprimi. ”

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SISM - Segretariato Italiano Studenti Medicina Ufficio Nazionale: Padiglione Nuove Patologie, Policlinico Santâ&#x20AC;&#x2122;Orsola, via Massarenti 9, 40138 Bologna. tel/fax: +39 051 399507 â&#x20AC;&#x201C; e-mail: nationaloffice@sism.org web: www.sism.org Codice Fiscale 92009880375

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Zona SISMica - Dicembre 2013