Teneré - Anteprima

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1. TENERÉ

Il piccolo fennec piangeva, rannicchiato nel cavo dell’albero di datteri e nessuno poteva consolarlo.

Ma forse, prima di iniziare questa storia, c’è bisogno di qualche spiegazione. Innanzitutto non credo che sappiate tutti che cos’è un fennec. Il fennec è una specie di piccola volpe, molto graziosa, con un musetto appuntito e dall’espressione vivace, grandi occhi, ma soprattutto grandi, grandissime orecchie. Vive in gruppo ed è un abilissimo predatore: 5


predilige mangiare gli uccelli, ma ama anche i roditori, gli insetti e la frutta. Ha un finissimo odorato, un’ottima vista ed è molto intelligente. È agile e veloce e sa scavare rapidamente la terra per nascondersi dai pericoli. Durante il giorno di solito dorme, a meno che il cielo non sia coperto. Si addomestica facilmente, ma se viene portato in Paesi meno caldi e meno umidi di quelli in cui vive abitualmente, si ammala e muore in poco tempo. Infatti vive nel deserto, in particolare nei deserti del Nord-Africa. La nostra storia è ambientata in Tunisia. Il fennec di solito non costruisce le sue tane nel cavo degli alberi, ma le scava sotto la sabbia, poi le imbottisce di morbide piume e per dormire ci si rannicchia dentro, raggomitolato fino a nascondere il capo sotto la folta coda, lasciando scoperte solo le orecchie. Il nostro fennec però stava nello zoo di Tozeur, dentro una gabbia, costruita intorno a un albero di datteri; e non piangeva perché era prigioniero di uno zoo – o almeno non solo per questo. 6


Piangeva perché la sua mamma non c’era più. Adesso correva nei deserti del cielo insieme a tanti altri fennec, ma non era più con lui. Chiuso in quella gabbietta di zoo, Teneré tremava forte: sentiva il bisogno di rannicchiarsi nella sabbia, anche se non aveva mai conosciuto quella sensazione. Teneré era l’unico della gabbia ad essere nato lì: la sua mamma era stata catturata poco prima che lui nascesse. Un altro fennec, ormai anziano, viveva nella gabbia, e c’era già quando lui era nato. Di solito, la sera Teneré ascoltava i racconti sul deserto, sulla caccia agli uccelli, sulla ricerca dell’acqua. 7


I fennec non erano contenti di vivere imprigionati, ma la mamma di Teneré era sicura che un giorno lui sarebbe riuscito a tornare fuori. Per questo l’aveva chiamato Teneré, che nella lingua degli uomini del deserto significa “fuori”, “pieno deserto”. Improvvisamente gli sembrò di sentire le parole della sua mamma: «Fuori di qui la sabbia è morbida e accogliente, ed è bellissimo correre alla luce della luna insieme agli altri».

Così Teneré smise di piangere e si calmò. Un’idea spazzò via la disperazione: doveva fare quello che voleva la sua mamma, doveva fuggire e tornare nel deserto a cercare il suo branco. Ma come? 8


2. MATTEO

Seduto sul sedile posteriore della macchina,

Matteo era frastornato e felice: finalmente erano arrivati in Tunisia e stavano viaggiando verso le oasi del deserto.

Prima di cominciare il viaggio, con la mamma e il papà avevano studiato guide, mappe, percorsi da seguire. Poi c’erano stati i preparativi frenetici: biglietti, bagagli e saluti. Ora la macchina, presa in affitto a Tunisi, correva su una delle strade che avevano visto sulla cartina. 9


A Roma faceva freddo, mentre qui Matteo era vestito solo con dei jeans e una maglietta di cotone, nonostante fossero le vacanze di Natale. «Guarda com’è ancora verde la terra qui!», disse la mamma. «Il deserto è ancora lontano?». In effetti, sotto un cielo azzurro intenso, a destra e a sinistra della strada si stendevano sterminati campi di ulivi. «Anche qui era deserto, moltissimi anni fa», spiegò il papà, «ma gli antichi romani costruirono degli sbarramenti e delle enormi cisterne per utilizzare e conservare l’acqua delle piogge. Così la Tunisia è diventata terra da coltivare, e fin dai tempi antichi qui si produce un ottimo olio». «Eccolo lì: un pezzo di acquedotto romano!», gridò la mamma.

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3. TENERÉ

Calmata la disperazione Teneré si accorse

di avere fame: erano diverse ore che non metteva nulla in bocca. Lo zoo era silenzioso, ormai era notte fonda: l’ora in cui di solito i fennec partono per le loro scorribande nel deserto, alla ricerca di acqua e cibo. Nella ciotola Teneré trovò solo alcuni datteri. Il vecchio fennec era già fuori dalla tana e stava bevendo. «Bravo», disse quando vide Teneré mangiare, «ti farà bene». 11


Teneré addentò un dattero: era morbido e dolce. Dopo aver mangiato si sedette accanto al vecchio. «Andrò via di qui», gli disse. Il vecchio lo guardò con aria severa: «Non sarà facile, ma ti aiuterò. Mi piacerebbe venire via con te, ma sono troppo vecchio. E voglio essere l’ultimo fennec a morire qui dentro».

Passarono il resto della notte a studiare un piano per fuggire dalla gabbia e alla fine trovarono una soluzione: Teneré sarebbe scappato quando Faccia Lunga – il guardiano – avrebbe portato il cibo e, come sempre, la gabbia sarebbe rimasta aperta per qualche secondo. 12


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Poi Teneré sarebbe rimasto solo, ad affrontare un mondo che non conosceva. Il giorno dopo, sotto un caldo sole, lo zoo iniziò a riempirsi di turisti. Molti erano attratti dalla gabbia dei fennec. «Ma dove sono nascosti?». «Guarda! Ecco gli occhi: sono dentro l’albero!». «Come sono buffi!». «Ma perché si nascondono?». «Che orecchie enormi hanno!». Il solito supplizio per i poveri fennec. Teneré si sporse un pochino fuori dal cavo, per stiracchiarsi. Una signora, con dei grandi occhiali, strillò: «Ma che pelo lucido! Dev’essere morbidissimo... Che bella pelliccia ne potrebbe venir fuori!». Teneré si ritirò immediatamente nell’albero. Verso il tramonto lo zoo cominciò a svuotarsi. Fra poco sarebbe arrivata l’ora della chiusura e i guardiani avrebbero iniziato a portare il cibo nelle gabbie.

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