La strada ti chiama - Anteprima

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Nel mese di maggio del 1976 il grande pianista canadese Glenn Gould, salito alla ribalta mondiale a metà degli anni Cinquanta con un’audace interpretazione delle Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach divenuta leggendaria, finiva di registrare le Suites Inglesi del medesimo compositore all’Eaton Auditorium di Toronto, la sua città natale. Sempre a Toronto, nel giugno di quell’anno fu inaugurata la torre delle telecomunicazioni, la famosa CN Tower, che con i suoi 553 metri di altezza era destinata a dominare la linea dell’orizzonte di quella popolosa e multiculturale città affacciata sulla riva del lago Ontario. Durante l’estate, mentre si svolgevano a Montréal le Olimpiadi in cui il Canada non riuscì a ottenere nemmeno una medaglia d’oro, quattro tredicenni si incontravano ogni pomeriggio sul far della sera per giocare a hockey nelle strade del quartiere di East York, a nord della Danforth Avenue, nella periferia orientale di Toronto. Parlavano talvolta di un misterioso tesoro nascosto che era necessario portare alla luce. I loro nomi erano Leonardo, Dimitrios, Oliver, Yves.

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TITOLO La mappa PARTE di Leonardo


1. Era ora

Era ora. Finalmente è arrivata l’estate. La pensavo, l’aspettavo, la invocavo. Tutti i giorni la stessa preghiera: estate, ti scongiuro, torna. Torna presto, ti amo, lo sai che ti amo. Ti prometto che non mi lamenterò mai più delle zanzare ingorde del mio sangue, e neppure di quanto è sfiancante percorrere in bici sotto il sole la Danforth Avenue per andare a prendere i pannolini per mio fratello piccolo, o il latte per mio fratello medio, o l’olio per condire l’insalata. Se a casa manca qualcosa, purtroppo tocca a me rimediare. Perché io sono quello grande, ho tredici anni, mannaggia alla mia grandezza. Tocca a me. Come se uno alla mia età fosse invincibile e non potesse stramazzare al suolo, stecchito dal caldo spietato. La mamma mi sopravvaluta. Sopravvaluta le mie forze. Intendiamoci, non è che mi chieda di aiutarla solamente durante l’estate, ma in inverno, per fortuna, mi salva la scuola, perché quando c’è scuola posso giustificarmi col fatto che ho da studiare. Ma d’estate non ho scampo. 9


«Mamma, bisogna proprio? Fa caldo da morire. Vuoi che muoia?». «Quando esci a giocare a hockey non lo senti il caldo?». Mi mordo la lingua. Vorrei rispondere: no, non lo sento per niente. E invece mi trattengo, altrimenti lei potrebbe innervosirsi, e perfino accusarmi di essere un pelandrone impertinente, bisbetico e screanzato. Qualora poi io avessi l’ardire di insistere, sarebbe peggio ancora; finirebbe male, malissimo, degenerando in reclusione: niente amici e niente hockey. Cosicché mi limito a dichiarare, con solennità, che per il mio funerale vorrei l’esecuzione dal vivo del Requiem di Giuseppe Verdi, e che per questo serviranno un’orchestra, un direttore d’orchestra, un grande coro e quattro cantanti solisti (un soprano, un mezzosoprano, un tenore e un basso), e che tutto ciò sarà sublime e commovente, ma ingaggiare quei musicisti le costerà tantissimo, perciò si pentirà di avermi mandato a comprare l’olio nella canicola assassina di metà agosto, senza contare che tutta Toronto mi ricorderà in eterno come l’infausto ragazzo morto eroicamente per una ignobile causa: condire l’insalata. Allora la mamma ride, e io fingo di scandalizzarmi. «Sacrifico la mia vita per un cespo di lattuga e tu ridi. È così che mi vuoi bene?». 10


«Poro el me butìn», mi prende in giro lei nella sua lingua veneta. «Tu scherzi, ma io sono veramente il tuo povero bambino. Piccolo, debole e indifeso. E tu invece mi scambi addirittura per Superman». Mi piace quando la mamma ride. Prima di attraversare l’oceano e arrivare in Canada, né lei né il mio papà hanno avuto tante occasioni per l’allegria.

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2. Nei panni degli altri

In Europa c’era stata la guerra. Anzi, due. Due conflitti mastodontici che coinvolsero mezzo mondo e uccisero milioni di persone. Dopodiché l’Europa era devastata, falcidiata, addolorata. E piena di vergogna e incredulità per ciò che di mostruoso era accaduto. I miei genitori, che alla fine della Seconda Guerra Mondiale erano ancora bambini, non avevano più nulla. Niente di niente. Erano molto ma molto poveri, e sottolineo sia l’avverbio molto che l’aggettivo poveri, sebbene due paroline così piccole, impalpabili, fatte di vento, non possano raccontare alcunché delle loro vite di superstiti, tra le macerie, in quel continente lontano e ferito che non avrebbero voluto lasciare. Con le guerre va così. Morte, strazio, miseria, desolazione, sopruso, ingiustizia, e infine rancori. Rancori che si raggrumano e covano, covano, covano. Pericolosamente, covano. Eppure, benché i popoli della terra abbiano imbracciato le armi con una frequenza e un’ostinazione demente che rasentano l’assurdo, 12


sembra che non siano ancora stufi di litigare. Ecco, io adesso vorrei chiedere una cortesia alle genti bellicose che abitano il pianeta: da ora in poi basta. Piantatela una volta per tutte. Sarà mica così difficile andare d’accordo! E va bene, ammetto che non è sempre una passeggiata in mezzo ai fiori. Pure a me succede di voler strozzare i miei fratelli quando mi fanno imbestialire. Per esempio, il disgraziato pomeriggio in cui Giorgio strappò in mille pezzi il quaderno di Socrate, io assunsi di colpo le sembianze di Attila, il cruento re degli Unni, ed ero prontissimo alla carneficina barbarica. Il colpevole del misfatto si salvò solamente perché intervenne la mamma a calmarmi e a farmi ragionare: Giorgio è piccolo, non si rende conto, non sa ancora distinguere cosa si può e cosa non si può fare, devi metterti nei panni di Giorgio, eccetera eccetera. Eh, certo, brava. Come se fosse semplice infilarsi nei panni minuscoli di Giorgio. Molto ma molto più facile, invece, calzare quelli di un temibile guerriero unno e procedere al massacro. Insomma, da quel giorno ho intuito che ci vuole una gran pazienza, e che per evitare lo spargimento di sangue bisogna fare lo sforzo sovrumano di uscire da sé e provare a vedere le questioni dal punto di vista degli altri. 13


Comunque io ci provo ad andare d’accordo, ce la metto tutta, mi impegno. Non demordo, perché la pace giova a chiunque: a me, a mia mamma, a mio papà, e anche a quei due seccatori in miniatura dei miei fratelli. L’armonia fa bene all’universo intero. Si sta meglio. Non ci vuole un genio per capirlo. E allora io mi chiedo: per quale ragione si fanno le guerre? Ci sarà forse qualcuno che ci guadagna? Be’, di certo non i miei genitori. Il colmo della miseria fu raggiunto pochi anni dopo la fine delle ostilità: nel paese in cui vivevano arrivò l’alluvione, ovvero il fiume strabordò e sommerse ciò che restava da distruggere. Cosicché era ormai evidente che qualcuno della famiglia doveva trovare il coraggio di imbarcarsi su una nave e partire, attraversare l’oceano, cercare fortuna altrove. Ed ecco che io sono nato qui, a Toronto, nella fortuna.

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3. Lusso un corno

Mio papà mi dice spesso: «Te si nato nel bombaso», che nella sua lingua veneta significa: sei nato nella bambagia. Secondo lui io sono venuto al mondo in mezzo all’ovatta, ai fiocchi di cotone, ovvero nella morbidezza e nel lusso. Lusso un corno. I soldi per comprarmi una vera attrezzatura da hockey non ce li ho mica, come la mettiamo? Come faccio, io, a diventare il più grande campione di tutti i tempi se non ho gli strumenti necessari? Devo sfracellarmi e scorticarmi sulla pista ghiacciata in pantaloncini e maglietta? Sì, lo so che questo è un pensiero meschino che non mi fa onore. Lo so che mio padre all’età di sette anni si alzava alle cinque del mattino per raccogliere la verdura nei campi, piangendo perché non poteva andare a scuola. E lo so che mia mamma a dodici lavorava in fabbrica inchiodando cassette di legno. Perciò, quando mi viene la tentazione di lamentarmi, mi dico: “Non farlo, Leonardo. Non mugugnare”. Ma non sempre ci riesco. 15


Essere sprovvisto del corredo per l’hockey sul ghiaccio tutto sommato mi sta anche bene, lo accetto. Chiedo solo che d’estate mi si conceda di restare indisturbato a leggere i libri disteso sul letto fino al calar del sole, dopodiché uscire per la strada a giocare con gli amici, sfidando lo stormo delle zanzare in agguato, impazienti di pasteggiare senza ritegno sulla mia carne vulnerabile. Quelle insaziabili vampire mi ronzano attorno con accanimento. Vengono a cercarmi addirittura in casa, adorano le mie gambe, banchettano sulle mie braccia, anelano al mio collo. Io però non ricambio la dedizione, e non ho mai dato loro alcuna confidenza e anzi, se ne vedo una appoggiata al soffitto in attesa del momento propizio per attaccarmi, la minaccio di morte: «Non ci provare. Ti tengo d’occhio. Vattene finché puoi, ti accordo la grazia. Ma se decidi di rimanere, sappi che i tuoi giorni stanno per finire». Niente da fare. Non capisce. Non capiscono. E insistono, mi tormentano, si approfittano della mia inermità. Una di loro ha perfino osato pungermi sulla bocca mentre leggevo il libro a fumetti che racconta le vite dei filosofi dell’antica Grecia. «Mamma, ma devo uscire ora? Non posso andare più tardi? Una zanzara mi ha avvelenato. Guardami 16


il labbro superiore, guarda come è gonfio. Sono impresentabile in società con questa bocca enorme». Non c’è verso. Se la mamma mi chiede collaborazione mi tocca scattare, per cui anche oggi mi rassegno al mio dovere ed esco nel bagliore accecante del primo pomeriggio maledicendo l’afa, l’umidità, l’asfalto arroventato, l’insalata, il supermercato, gli insetti molesti, le ingiustizie, la follia delle guerre e, per concludere, il mondo intero. Il quale, malgrado le disgrazie che ha attraversato nei secoli, ancora non ha capito un tubo di come ci si comporta per poter stare meglio tutti insieme.

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Nota dell'Autrice

Il personaggio di Yves che compare in queste pagine è liberamente ispirato all’infanzia e all’adolescenza di Yves Abel a Toronto, delle quali mi raccontò egli stesso in un mattino di dicembre del 2018, a Firenze, con la generosità e la gentilezza che lo contraddistinguono, e che sono il riverbero tangibile della sua anima luminosa. La città di Toronto, che qui affiora dalle parole di Leonardo, Dimitrios, Oliver e Yves, è liberamente ispirata alla reale città di Toronto, dove approdai partendo da New York in autobus, da sola e con spirito d’avventura, durante l’estate del 2019, per soggiornarvi a lungo, nei pressi della Danforth Avenue, al fine di completare le mie ricerche proprio nei luoghi in cui si svolge la vicenda, nonché per portare omaggio al genio di Glenn Gould. Ciò nonostante, i personaggi e la storia narrata in questo libro sono completamente opera di invenzione.

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Yves Abel è un direttore d’orchestra francocanadese, ospite abituale delle più prestigiose istituzioni musicali del mondo. Ha diretto in teatri come ROH Covent Garden di Londra, Teatro alla Scala di Milano, Metropolitan Opera di New York, Wiener Staatsoper di Vienna, Opéra National di Parigi, Teatro San Carlo di Napoli, Gran Teatre del Liceu di Barcellona, Glyndebourne Opera Festival, Rossini Opera Festival, solo per citarne alcuni. È stato Direttore Ospite Principale della Deutsche Oper di Berlino, e attualmente è Direttore Principale della San Diego Opera. In ambito sinfonico collabora con importanti orchestre, ed è stato Direttore Musicale della Nordwestdeutsche Philharmonie di Herford, in Germania. Ha fondato e diretto l’Opéra Français de New York, al fine di rendere noto il repertorio operistico francese di più rara esecuzione. Ha inciso dischi e ricevuto ovunque autorevoli riconoscimenti. Per saperne di più, e magari per tenere d’occhio il suo calendario di impegni e andarlo ad ascoltare quando dirige in sale da concerto o teatri d’opera italiani, basta scrivere il suo nome su internet.

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Indice La mappa di Leonardo 1. Era ora . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9 2. Nei panni degli altri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12 3. Lusso un corno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15 4. Il Dies Irae . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18 5. Amici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22 6. Le ragazze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 26 7. Il tesoro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 28 8. Inquieto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33 9. Hockey . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 36 10. Sospetti di angelicità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42 11. La notte di Natale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 48 La mappa di Dimitrios 1. Fanciulla sublime che camminavi in corridoio . . . . 53 2. Tutte tranne Sophie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56 3. Cherubino . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 64 4. Una questione di libertà . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 70 5. Atroce gelosia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 73 6. Io sono il Canada, tu sei la Francia . . . . . . . . . . . . . . . 79 7. Le isole . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 83 La mappa di Oliver 1. Il diluvio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 91 2. I grandi parlano troppo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 94 3. Che botta, ragazzi, che botta . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 96 4. Non ti va di diventare un campione? . . . . . . . . . . . . 104 5. Tutto scorre . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 109


6. 7. 8. 9. 10. 11. 12.

Partenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 112 Ciò che è più prezioso al nostro cuore . . . . . . . . . . . . 117 Naviganti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 120 Laddove non c’è terra a congiungere le terre . . . . . 124 La strada che scelgo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 126 Ma se dovessi imbattermi in Sophie . . . . . . . . . . . . . 130 E il tesoro? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 132

La mappa di Yves 1. Il cuore esplode . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 141 2. Il volo breve delle foglie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 143 3. Lacrime di ghiaccio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 145 4. Quando credi che l’alba duri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 150 5. Rapimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 154 6. Preferirei non dirlo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 157 7. Nessuna stella su di me . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 159 8. Perché io sono stato là . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 162 Un'altra primavera Toronto, marzo 2016 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 167 Nota dell’Autrice . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 173

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