Page 1

Claude Mary

UNA VOCE ARGENTINA CONTRO L’IMPUNITA’ Laura Bonaparte, una Madre de Plaza de Mayo Traduzione di Francesco Caporale P V G trato Santiago, seques l’11 giugno 1976

Io

Noni, sequestrata il 24 dicembre 1975

|rene, sequestrata l’ 11 maggio 1977

Luis

Víctor, sequestrato il 19 maggio 1977

24marzo Onlus


165

XIV - RIFLESSIONI SULLE MADRES Tutti i giovedì pomeriggio noi Madres ci ritroviamo sotto le grandi palme di Plaza de Mayo. Siamo sempre meno numerose, nessuna di noi ha meno di settant’anni. Gli impiegati dei ministeri e delle banche di questo quartiere d’affari, che attraversano i luoghi con passo svelto, sono abituati alla nostra presenza. Accanto a noi c’è sempre qualche persona che ci esprime solidarietà, ragazzi di HIJOS, qualche giornalista straniero, dei turisti. O degli argentini delle province, che spiegano ai loro igli la ragione di quelle sagome bianche dipinte sul suolo. Alle 15.30 iniziamo a camminare, spesso chiacchierando, per mezz’ora circa, intorno all’obelisco centrale della piazza. Porto il mio fazzoletto bianco e sul petto il cartello dove ho disposto le foto. Spesso m’interrogo su questo rituale, su cosa signiichi oggi... Il nostro movimento è imperituro, è vero. Ma i veri protagonisti della storia, quelli che hanno lottato, al prezzo della loro vita, per la giustizia legale e sociale, sono i desaparecidos. Loro che hanno lasciato un segno nel modo in cui le lotte popolari potevano farsi strada nel nostro paese. Salvaguardare i loro nomi, le loro storie, ecco cos’è importante. Con il passare del tempo mi domando: dove ci ha collocato la società? Certi argentini dicono che non osano rivolgere la parola alle Madres di Plaza de Mayo, che li intimidiscono, che non sanno cosa domandare. E’ come se avessero riposto in noi tutta la capacità di “fare qualcosa” per i desaparecidos. Non è forse più semplice far ricadere tutto su di noi? Come se quella tragedia non riguardasse che le Madres, le Nonne, gli HIJOS...Ci sono dei vuoti enormi nella storia del nostro paese. Un desaparecido è una perdita irreparabile per tutta la società. Ma noi, le Madres, non ci siamo forse affrettate ad


166

C

occupare questo primo piano? Al ritorno della democrazia abbiamo preso coscienza della notorietà acquisita: avevamo avuto accesso ad un luogo di potere, dopo essere state nient’altro che mogli di, madri di... Ogni luogo di potere trasforma i comportamenti, i modi di agire, di pensare, di parlare. Così come la Vergine Maria è passata alla storia per l’immolazione di suo iglio, la morte dei loro igli ha strappato le madri all’anonimato, nella maniera più brutale. L’immensa maggioranza di esse non possedeva altra identità sociale che quella che le legava ai commercianti del quartiere, alle amiche, ai vicini. All’inizio ognuna è uscita sola sulla strada per cercare un iglio, una iglia. Per lo più ne ignoravano la militanza o l’attività politica. Alcune avevano creduto alla loro iglia che aveva detto di “insegnare il catechismo” in una bidonville. Poi scoprivano che si trattava di altro, che i loro igli conducevano una lotta politica. Altre preferivano non sapere niente e assicuravano che i loro igli “non erano coinvolti in nulla”. Alcune hanno atteso mesi prima di presentare un habeas corpus, perché avevano l’impressione che questo avrebbe signiicato denunciare i loro igli o accusarli. In viaggio all’estero alcune Madres erano paralizzate dalla paura di rappresaglie se avessero parlato di ciò che accadeva in Argentina. Alcuni fecero circolare una diceria secondo cui le Madres in esilio nascondevano dei desaparecidos. Altre sono state vittime di allucinazioni. Questo è capitato anche a me vedendo in Svizzera una giovane alta, molto esile, che ho rincorso. Per qualche secondo avevo creduto di riconoscere la silhouette di Irene. Poco tempo addietro alcune Madres mi hanno conidato di aver vissuto momenti simili. Tuttavia noi non arriviamo a parlarne tra noi. Alcune Madres lo giustiicano dicendo di non poter pensare soltanto alla morte. Quando loro sognano il proprio


R

M

167

iglio o la propria iglia, li immaginano vivi, felici e mettono un posto a tavola per il loro compleanno. Si tratta di amore o del frutto dell’assenza? Talmente insopportabile che si inisce per inventare un fantasma e parlare con lui. Noi che lottiamo perché la verità sia inalmente conosciuta, non dovremmo cominciare a far conoscere la nostra? Quella della nostra lotta, certo, ma anche quella dei nostri dubbi, delle nostre debolezze, delle nostre paure. Questo ci renderebbe più umane. Non importa se siamo state ricche, povere, cattoliche o atee, se siamo state d’accordo o no con i nostri igli, che avessimo o no un impegno politico. Conosco la dificoltà di questo cammino che la mia formazione, il mio mestiere mi hanno aiutato a percorrere da tanti anni. Alcune Madres, da sole, non possono farcela. Conosco talmente l’angoscia che comporta una sparizione! Ogni madre reagisce secondo il proprio vissuto. Spesso ci mettiamo a parlare dei igli quando erano ancora piccoli. Quante volte mi è capitato? Dopo me ne rendo conto e mi dico: “Ma perché non ho parlato di qualcos’altro?”. E poi quella dificoltà di tutte le madri del mondo a staccarsi dai igli. Quell’oscillazione tra due opposti: che voli un giorno con le proprie ali, o che invece quel tesoro meraviglioso resti con noi. Fin dall’asilo ogni madre non vede il proprio iglio che come il più bello, il più precoce... Perché noi, Madres de Plaza de Mayo, dovremmo sfuggire a questa tendenza? Sfortunatamente, con il tempo, la vecchiaia, la paura della morte, questo desiderio di possesso rispetto ai igli aumenta. E, molto spesso, la Madre non resiste a questa tentazione di diventare una specie di ultima eroina. Al dolore per la sparizione del iglio si contrappone l’eccitazione di questo ruolo da rivestire, del dovere della Madre, di portarsi


168

C

al più alto grado del proprio potere, al punto di spingere più lontano, nell’ombra, i igli scomparsi. L Trascendere il mondo della famiglia o del quartiere da cui ci si è allontanati per la morte di un iglio o di una iglia, comporta delle conseguenze negative per la donna, diventata ormai “madre di un desaparecido”. “Sparizione”, “madre di scomparso”, sono delle espressioni completamente ambigue, inventate dalla crudeltà dei criminali. La sparizione, per un essere umano, è una dimensione impossibile. Al di là di ogni comprensione. Qualcosa di impensabile, che evoca l’invisibilità. Nella vita reale niente si perde completamente. Tutto ciò che è reale si usa, si silaccia, si logora, ma nulla della realtà sparisce. Cosa diventa l’identità di una madre quando i suoi igli spariscono? Alcune tra noi hanno avuto il dolore di veder sparire tutti i loro igli. Come Renée Epelbaum, oggi morta senza aver mai potuto conoscere la sorte dei suoi tre igli sequestrati. La genealogia può sparire? Personalmente mi considero ancora madre perché Luis è vivo, ma qual è il mio ruolo di madre rispetto ai miei altri igli scomparsi? Intendo parlare di una funzione materna, non della lotta che condurrò ino ai miei ultimi giorni per portare la mia testimonianza, per cercare di sapere qual’è stata la sorte dei miei igli e quella dei trentamila desaparecidos. So che è dificile da capire, ma non c’è una madre se non c’è più un iglio. E’ il iglio che fa la madre. La madre i cui igli sono scomparsi è cancellata nel suo signiicato. Si trasforma in spettro di ciò che è stata. E viene allora chiamata


R

M

169

“madre di scomparso”, con un termine che la deinisce e contemporaneamente la svuota di signiicato. Un termine che rispetto a ciò che è stata la deinisce per ciò che non è più. Parlo della crudeltà con cui questi criminali ci hanno violentato persino nel linguaggio. Che ci impedisce di pensare. Recuperare questa capacità in mezzo a tanta brutalità, signiica recuperare anche la nostra dignità. Devo riconoscere che ho molta dificoltà a parlare di questo con le altre Madres. Quanto mi piacerebbe dividere con loro anche queste rilessioni. Mi piacerebbe che queste parole arrivassero alle donne che nel mondo vivono situazioni simili alle nostre. L’importanza del movimento delle Madres de Plaza de Mayo, la formidabile risonanza internazionale che esso ha acquisito, la sua continuità ino ai nostri giorni, tutto questo non è affatto dovuto a qualità eroiche di cui saremmo dotate noi madri argentine. Noi non siamo mai state completamente sole. Persone a noi vicine, mariti, fratelli, colleghi, sono stati al nostro ianco. Ho ricordato l’inestimabile sostegno che ho ricevuto personalmente in Messico e che mi ha salvato dalla follia. Chiaramente a Buenos Aires le condizioni sono state differenti. I partiti politici hanno voltato le spalle alle Madres, ma qualcuno si è trovato là a dar loro appoggio, qualche avvocato coraggioso, qualche giornalista straniero. Poi le Madres sono state accolte in paesi stranieri per portare la loro testimonianza. E senza la CONADEP, il Nunca Más, forse noi non avremmo potuto resistere ino ad oggi. Nel luglio 1996 sono stata in Bosnia, a Tuzla, a un convegno delle Donne Solidali con le Donne di Srebrenica. Le similitudini erano sorprendentemente grandi. Una notte del 1995 alcuni soldati e poliziotti serbi e qualche bosniaco erano entrati


170

C

a Srebrenica portandosi via tutti gli uomini. Come le Madres di Plaza de Mayo queste donne andarono, per cercarli, nei commissariati, nei tribunali, ino al Parlamento Europeo, ino alle Nazioni Unite. Come noi si incontravano e si dicevano le stesse parole: “Anche voi?” Al processo del Tribunale internazionale dell’Aia, numerose testimonianze sono state raccolte, in base all’art. 61, “La voce delle vittime”, che rivelano i crimini atroci commessi, reclamando che non si dimentichi mai Srebrenica. Un pomeriggio a Tuzla mi trovavo con un gruppo di infermiere e di medici catalani. C’era una donna bosniaca che riiutava di parlare. Non faceva che tessere, in silenzio. Con l’aiuto di una traduttrice feci chiedere a quella donna se volesse insegnarmi il suo lavoro. Era una musulmana molto forte, dal volto duro. Mi sedetti su un banchetto, vicino a lei, avendo cura di non infastidirla. Lei mi mostrò come passare l’ago tra i ili della trama. Io ho provato a mia volta, ma non ci sono riuscita al primo colpo. La donna si girò verso di me e mi trattò bruscamente, da maldestra, e quasi subito dopo si mise a singhiozzare senza potersi fermare. Le presi allora, semplicemente, la mano. Qualcosa in lei si era sbloccato. Creando quella situazione l’avevo aiutata ad uscire dal suo “luogo” di vittima, a trovare quel “terzo luogo” che permette di continuare a vivere. Noi, “madri di scomparsi”, siamo simili a tutte queste donne. Non vogliamo essere riconosciute come madri mitiche. Non siamo degli esseri eccezionali, ma soltanto delle donne disperate che sono arrivate alla difesa dei diritti umani attraverso la porta di un dolore senza nome. Non esiste nella storia dell’umanità una sola madre che sia riuscita a consolarsi per la morte di un iglio. Le immagini che illustrano la morte di Cristo non mostrano forse Maria in lacrime, inconsolabile? Noi siamo simili, ma anche diverse l’una dall’altra. Le


R

M

171

differenze caratterizzano ogni gruppo umano e non è facile conciliarle. Il nostro gruppo non costituisce un’eccezione da questo punto di vista. Giacché siamo diverse, la nostra organizzazione ha un funzionamento orizzontale. Ognuna ha la propria parola e la propria voce. Noi non vogliamo una presidente che eserciti un’autorità sulle altre. Ognuna di noi è guidata dalla propria coscienza. Che il nostro fazzoletto bianco acquisti un senso dipende da noi, dalla nostra capacità di farlo passare in altre mani, come un simbolo di una lotta più vasta, per una vita migliore, più giusta. Ma non si può fare nulla da soli. La solidarietà, quest’inestimabile attitudine umana, si tesse attraverso molteplici piccoli gesti, raramente attraverso grandi discorsi. Non bisognerebbe idealizzare coloro che s’impegnano in questo cammino. Tutti noi ne siamo capaci, con i nostri mezzi, quali che siano la nostra religione, la nostra posizione sociale, il nostro modo di vedere il mondo. Difendere i diritti dell’uomo signiica accedere alla possibilità di condividere con altri esseri umani la generosità che è in ciascuno di noi. Vorremmo certo difendere i diritti dell’uomo ventiquattro ore su ventiquattro. Ma noi dobbiamo anche concederci, soprattutto le persone direttamente colpite, di “fare qualcos’altro”. E anche se io non cesserò mai di essere una vittima del genocidio che ha subito il mio paese, anche se il mio lutto si spegnerà con me, non riusciranno mai a rinchiudermi in quello spazio dove la morte scivola a ianco della sconitta.


189

INDICE Prefazione di Geneviève Jeanningros

3

Prologo di Claude Mary - Note al testo

11 13

I - INFANZIA SULLE RIVE DEL PARANÁ F I

15 17 20

II - GIUSTIZIA E INGIUSTIZIE N E R

29 33 36

III – BUENOS AIRES, I FIGLI - Gli anni di Perón

45 48

IV - UN MONDO CHE SI SPALANCA - Nelle

53 58

V - TOCCARE IL CIELO CON UN DITO - Separazione

65 69

VI - L’ILLUSIONE DEGLI ANNI SETTANTA - Il ritorno di Perón

75 80

VII - GLI ANNI NERI - Tra perplessità e disperazione

87 92

VIII – ESILIO IN MESSICO A I

99 102


190

IX – I SEQUESTRI - Alcune donne a Plaza de Mayo

107 111

X – SANCTUARY C M

119 122

XI – RITORNO A BUENOS AIRES - Commissione d’inchiesta - Tracce

127 130 136

XII – IL PESO DEL PASSATO - Brecce nell’impunità - Un vento fresco

143 147 152

XIII – L’ESEMPIO DEGLI ZAPATISTI

159

XIV – RIFLESSIONI SULLE MADRES L

165 168

NOTA DEL TRADUTTORE

173

POSTFAZIONE di Victoria Ginzberg - Mia nonna e la Memoria K G

177 177 179


A

Laura Bonaparte T

L

M

S A A

A

C

A rue89.com e

L

Francesco Caporale M B

Victoria Ginzberg desaparecidos,

N B Marea Editorial

L

Plon

24marzo Onlus

A

L

V G desaparecidos Madres de Plaza de Mayo - Linea Fundadora L ESMA UNESCO

Claude Mary, G

L

S

I

M

F B

L

P Ăˆ

A R desaparecidos italiani

P B

I B L B PĂĄgina 12

M

A

V

M

G

24marzo Onlus

G

I

A

UNA VOCE ARGENTINA CONTRO L'IMPUNITA'  

tutela dei diritti umani in Argentina, questione dei desaparecidos

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you