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Approfondimento per l’esame di Stato 2012 - 2013

Simone Agost ini

DISTOPIA NELLA SOCIETÀ CONTEMPORANEA

Enter the nightmare, this future does implore, Hijack your city -state: a prison, nothing more. Rounded up like cattle, you're forced in to the trains, Nothing that you've ever known will bring you so much pain. If you try to resist me you'll find me inhumane, But if you just submit you'll live your life a slave. Your love, your servitude will medicate your pain, With our technology, we'll al ways keep you safe. The nightmare unfolds before my eyes But I will resist ‘til the end of time. D ystop i a - I ce d E arth


Sommario 1984 ....................................................................................................................... 3 La Trama ................................................................................................................................... 3 Il contesto socio -politico ......................................................................................................... 4 L’elemento chiave: la psiche ..................................................................................................... 5 Psiche e Terrore ....................................................................................................................... 5 Il totalitarismo come distopia nella storia .............................................................. 8 L’utopia come tentazione alla distopia .................................................................. 12 Bibliografia ........................................................................................................... 16

E x e c u t i o n , d i Y u e M in ju n

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1984 1 La Trama 1984 è probabilmente il testo distopico più famoso. È stato scritto nel 1948 (anno le cui ultime due cifre, se invert ite, danno l’anno di ambientazione – e il titolo – dell’opera) e pubblicato l’anno seguente da George Orwell. Il romanzo narra le vicende di un uomo, Winston Smith, che si confronta con una realtà molto peculiare, salvo poi scoprire di essere egli stesso l’elemento peculiare e destabilizzatore di un ordine cost ituito est remamente forte. Il testo è diviso in tre parti, ognuna delle quali è dotat a d i una centralità tematica. Nella prima parte si parla principalmente del lavoro compiuto da Winston Smith all’interno del Ministero della Verità, un’ist ituzione dedicat a al monopolio che il Partito esercita sui fatti. L'occupazione di Smit h consiste nel “rettificare” articoli di giornale secondo delle dirett ive del Partito, rigorosame nt e propost e in neolingua (anche se non in modo completo). Ciò s’inserisce coerentemente con l’operato del Ministero della Verit à, il cui sforzo è volto all’alterazione sistematica e periodica dei documenti storici in modo da plasmare la storia e rafforzar e il potere – di tipo totalit ario – del Partito. Sempre in questa prima parte del testo ha origine l’elemento che fa da filo conduttore della storia: Winston Smith inizia infatt i a scrivere un diario il 4 aprile 1984 (sebbene non sia sicuro della data , dal momento che anch’essa potrebbe essere st ata alterata dal Part ito). Proprio con l’inizio della stesura di tale diario inizia un lungo percorso coscienziale che il protagonist a prosegue in gran parte del libro: Winston è un eretico, un o ps icocriminale, e il diario è l’att o ufficiale della sua presa di coscienza. La seconda parte parla della storia d’amore vissut a da Winston con Julia, una dipendente del Ministero della Verit à che come lui, seppure per motivi molto diversi, mal sop porta le ingerenze del Part ito nella sua vita privat a. La storia d’amo re si svolge nella segretezza e assume connotati diversi per i due amanti. Se per Julia l’unico interesse è la libertà di esprimere la propria passione, per il più anziano Winston l’amore ha anche un intrinseco sig nificato di ribellione al Partito e di riconquist a di un’umanità perdut a. Gli amanti s’incont rano in luoghi sempre diversi per sfuggire al controllo del Partito, finché non trovano una st anza in affitto miracolosamente priva di teleschermi (strumenti post i ovunque, atti a comunicare con il popolo e, nel frattempo, registrare ciò che hanno di fronte) al secondo piano del negozio di un rigatt iere. Nel frattempo la silente ribellione di Winst on (e di Julia) port a i due a comunicare i propri sentimenti di ribel lione a O’Brien, un membro del Partito Interno (la casta più elevata del Partito) che sono convinti far parte di un’associazione ribellistica comandata dal misterioso Emmanuel Goldstein. O’Brien ammette di far parte di t ale associazione e fornisce loro dei mat eriali il cui studio è necessario all’iniziazione alla sett a. Una volta tornati nella stanza in affitto, tuttavia, i due vengono arrestati da un’unità della psicolpolizia, della quale il capo si rivela essere il rigattiere. La terza ed ultima parte del testo parla della prigionia di Wilson e del suo t rattamento all’interno del Ministero dell’Amore, deputato all’ordine pubblico. Wilson viene imprigionato all’interno del Ministero e seguito proprio da O’Brien, rivelat osi un agente del Ministero dell’Amore in incognito, in un percorso di riconversione all’ortodossia della dottrina promossa dal Partito. Come lo stesso O’Brien rivela, le misure di riconversione di Wilson erano st ate attuate ancora prima che lui stesso avesse capito di essere un ribelle. All’interno del Ministero il metodico susseguirs i di torture ed indottrinamento culmina con l’apot eosi finale nella “stanza 101”, dove viene utilizzata come arma suprema di dominio il terrore. Il processo “cat art ico” di Winston ha buon fine, ed egli viene reintegrato nella societ à, un ingranaggio di nuovo perfetto all’interno dell’ enorme macchina che è il Partito.

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Tu t t e le c it az ion i di q u est o c ap it o lo f an n o r ife ri men to a 1 98 4 d i G . O rwel l (1 9 4 9 ) , ov e n on e sp res s amen t e r ifer ito alt ri men t i.

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Il contesto socio-politico

La mappa del mondo di 1984 Il mondo è nel libro suddiviso in tre superstati : L’Oceania (dove si svolge la t r ama), l’Estasia e l’Eurasia. Orwell, estremamente attento alle considerazioni storiografiche del proprio t empo, aveva compreso come l’ordine di grandezza dello “Stato nazionale” fosse inadeguato alle necessità politiche del proprio secolo: la risposta nove centesca sub - continentale operata da URSS e Stati Uniti viene ripresa nel romanzo dalle realtà ultra -cont inent ali del mondo di 1984. L’ordine di grandezza di quest i Stati è esagerato ed analogo alla situazione della Russia zarista non modernizzata: di fatto, ognuno di essi è uno st ato “pachidermico”. Tale eccesso in dimensioni si traduce in una necessaria debolezza a livello strutturale che impedisce ad ognuno di questi tre stati di prevalere sugli altri, anche a causa dei mutevoli rapporti di alleanza che pongono costantemente due superst ati cont ro un alt ro. Ciò si t raduce in un costante stato di guerra che contribuisce a mantenere più facilmente l’ordine interno dei tre superstati e a scaricare verso l’esterno le tensioni sociali. Secondo il documento dato da O’Brien a Wilson Smith, il fantomat ico trattato di Goldst ein chiamato Teoria e pras si del collettivismo oligarchico (che tuttavia è passibile di non essere altro che una macchinazione del Partito), Oceania, Est asia ed Eurasia sono governat e da sist emi oligarchici chiamat i rispettivamente Socialismo Inglese (IngSoc), Cult o della Morte o Annullamento dell’Io e Neobolscevismo. I tre sistemi sono essenzialmente simili, e le strutture sociali sono identiche. L’oligarchia del Socialismo Inglese, in particolar e, è costituita da una polarizzazione tra il ceto dei membri del Partito e i prolet, i proletari. A sua volta il Partito si dist ingue in Partito Esterno, composto da tutti i funzionari statali, e Partito Int erno, composto da una piccolissima élite di dirig enti cui fanno riferimento tutti i membri del Partito Est erno e le ist ituzioni. Le istituzioni sono solo quattro, ma vanno ad incidere su ogni aspetto della vita umana: il Ministero della Verit à agisce plasmando la cultura e l’informazione alle esigenze de l Part ito Interno, il Ministero della Pace si occupa della politica estera, e quindi di mant enere cost ante lo stat o di guerra e “l’impegno bellico” da parte delle indust rie, il Ministero dell’Abbondanza agisce su tutti gli aspetti economici, ment re il Mini stero dell’Amore si occupa dell’ordine int erno (coordinando anche l’organo di polizia polit ica, la psicopolizia) e agisce a livello della mentalità popolare.

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L’elemento chiave: la psiche

Le contraddizioni che caratterizzano le istit uzioni , nel loro rapporto tra nome ed attività svolte, riflettono due fondamentali concetti sost anziali rispetto alla realtà sociale del mondo di Orwell: il bipensiero e la neolingua. Per bipensiero Orwell intende un condizionamento psicologico volto a plasmare la ra zionalit à degli individui secondo le necessità del Part ito. Per fare ciò, Orwell individua nella psiche l’elemento chiave che fa da cerniera tra modelli di razionalità e la realtà: agendo sugli elementi più isterici e squilibrati della natura umana si può dunque passare da una concezione della realtà (o della verità) a quella opposta senza che ci sia la parvenza di contraddizione. Tale capacità di sost enere un’idea e il suo esatto opposto senza alterare il proprio grado di convinzione è in primo luogo dovut a ad un processo consistente nel dimenticare l’avvenuto cambio di opinione. Nel testo, in particolare, riferimento pregnante al bipensiero è la formula matemat ica 2+ 2=4. In uno dei primi scritti di Smith sul diario vi è il celebre “La libertà è libertà di scrivere che 2+2=4 ”. O’Brien, in una delle sedute nel Ministero dell’Amore, indottrina Smith in modo che questi veda il risultato dell’operazione 2+2 non come dovuto a ciò che pensa, ma piuttosto a ciò che il Partito vuole che sia in quel particolare momen to. Sotto questo processo mentale non è dunque irragionevole , per il membro ortodosso del Partito, pensare che una guerra cont ro un superstato sia appena cominciata e allo stesso tempo che essa sia in atto da sempre. Il secondo elemento che caratterizza e fonda la nuova realtà sociale di 1984 è la neolingua, una nuova lingua in fase di progettazione. Il suo uso è, nel racconto, limitato agli ambient i ministeriali e alle comunicazioni interne al Partito, nonostante sempre più persone tend ano, “nei loro discorsi di ogni giorno, a fare un uso sempre più ampio di parole e strutture grammaticali della neolingua” (1984, Appendice: i principi della neolingua ). La neolingua nel 1984 non è ancora ut ilizzat a da nessuno come unico mezzo di comunicazione, ma è auspicio del Partito che ent ro circa 70 anni tale lingua possa andare a sostituire l’archeolingua (corrispondente alla lingua corrente). L’obiett ivo della neolingua è quello di rimuovere ogni ombra di significato dal linguaggio. La caratteristica principale della neolingua, infatt i, è il rest ringimento del lessico non solo in una prospettiva di semplificazione linguistica, ma anche (e soprattutto) nell’ottica di rendere impossibile e irragionevole la formulazione di qualsiasi pensiero cont rario al Partito. Inoltre, la pronuncia della lingua è volutamente resa meccanica e poco musicale, in modo da promuovere il dialogo condotto in st ato d’incoscienza e nella mancanza d’inflessioni, enfasi, personalit à. Ciò contribuisce a definire l’ultimo concetto di ortodossia (in neolingua goodthink , buonpensiero), fondament ale per la promozione del consenso al Partito. “Ortodossia vuol dire non pensare - non aver bisogno di pensare. Ortodossia è inconscio.” È dunque nell’inconscio, nella più pura ed incontrollabile forma della psiche umana, che l’ortodossia si sviluppa. Il vero seguace ortodosso del Partito non è colui che condivide in toto le idee da esso proposte e le fa sue, ma colui che non pensa, o meglio, colui che non ha bisogno di pensare perché una forma di totalitarismo si occupa di fare questo lavoro per lui (si confronti, a questo proposito, tale conclusione con quelle di Hannah Arendt sul suddito ideale del regime totalitario).

Psiche e Terrore

Il sistema sociale di 1984 è un regime di tipo totalitario nella sua forma più pura e completa. Esso associa infatti a delle dinamiche di massa e all’ingerenza in tut ti gli aspetti della vita la presenza costante della paura. L’azione del regime totalit ario orwelliano si focalizza, come è stat o detto nel capitolo precedente, principalmente sulla psiche , ed in part icolare sulla dimensione dell’inconscio. L’inconscio è, infatti, difficilmente imbrigliabile con le strutture razionali, ed è anche più facilmente soggetto alle istanze di seduzione, persuasione e dissuasione ( più emozionant i – e per questo motivanti – della fredda dialettica int ellettuale, e soprattut to applicabili ugualmente a tutti gli strati sociali). Il romanzo, affrontando gli eventi sotto la prospettiva di un dissidente del regime, finisce con il

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concent rarsi su questi elementi fornendone un’analisi obiettiva delle forme e delle peculiarità, in un contesto – quello di un regime totalitario perfetto (dopo si proverà a definirne le caratteristiche principali) - nel quale questo tipo di azione sulle persone fa part e della consuet udine. La persuasione segue perfett amente le dinamiche sottolineate da Gustave Le Bon 2: nella loro versione massificat a, così come nelle sue forme precedent i (seppur in maniera inferiore) , le folle inglobano tutte le differenze dei singoli che le compongono in un’unica anima collettiva , che si mobilit a sempre all’ unanimità , pur nella sua incostanza (“La folla è facilment e carnefice, ma non meno facilmente martire”) e nella sua natura incosciente (“ la folla è sprovvista dell’attitudine a dominare i suoi riflessi”, “nulla può essere premeditato dalle folle ”), che si t raduce quindi in eccit abilit à, irritabilità, imp ulsività. Per ovviare al problema dell’incost anza è dunque necessario che vi sia una mobilitazione lucida delle masse: per fare un paragone in termini fisici, le masse cost ituiscono l’intensit à di un vettore (ma solo in quest o caso!) , mentre è necessario un int ervento esterno di mobilit azione che ne determini la direzione ed il verso. Per mobilitare le masse ci sono vari metodi, che riconducono in genere alle categorie della seduzione e della persuasione, che agiscono in gran parte nell’ambit o dell’incoscienza, eccitando e provocando reazioni “a caldo” . Alla base di quest a mobilitazione “accalorat a” delle folle c'è spesso un’ideologia (che cost ituisce uno dei più chiari punt i di raccordo tra 1984 e le esperienze totalitarie del Novecento). Nel romanzo tali azioni di persuasione e seduzione delle masse sono riscont rabili nelle grandi manifestazioni volte alla creazione di un’identità d i massa (appunto, un’anima collettiva ) estremamente emozionata, persuasa all’ortodossia e sedotta dalla facilità del mantenimento dello status quo. Si noti che il sent imento collettivo di appart enenza ad una determinata realtà è ad oggi il più facile – ma non necessariamente il più giusto – produttore di coesione sociale e d’ident ità. Proprio le masse costituiscono uno dei due principali attori della dissuasione nei confronti di se stesse: in questo apparente paradosso è bene andare a defi nire il concetto di conformismo. Secondo Erich Fromm 3 all’interno della massa l’individuo compie una reazione istint iva simile alla mimesi che viene praticata da molti esseri viventi in natura, allineando i propri sentimenti, le proprie emozioni e la propria volontà a “tut ti gli alt ri”. La perdit a d’identità dell’individuo all’interno della folla genera un panico risolvibile solo con una fuga dalla libert à: viene ricreat a un’alt ra identità che coincide con il riconoscimento di se stessi all’interno della massa e con la cont inua ricerca di approvazione della stessa . In questo senso, la massa cost ituisce un motivo di dissuasione nei confronti dei dissident i che non si conformano alla massa, che non si lasciano inquadrare ed irreggimentare all’interno delle maglie del pensiero unanime. Emblematici di questi processi di mobilitazione delle masse in 1984 sono la Settimana dell’Odio e i Due Minuti d’Odio , grandi manifestazioni popolari organizzat e dal Partito volte a scaricare la rabbia e le tensioni sociali verso l’est erno o vers o minoranze emarginate, le quali sovente subiscono vere e proprie forme di pogrom. Il secondo elemento di dissuasione che si può riscontare in 1984 è l’azione congiunta della psicopolizia e del Ministero dell’Amore , che operano in modo da cancellare ogni t ipo di dissidenza. A tale azione si aggiungono anche i cittadini, cui è richiesta la denuncia di comportamenti da considerarsi sovversivi: i bambini vengono persino istruiti fin da piccoli ad essere pronti a denunciare i propri genit ori. Winston Smith vien e controllato dalla ps icopolizia e, una volta colt o in flagrante nel suo psicoreato, viene imprigionato nel Ministero dell’Amore , dove subisce numerose forme di tortura. Inizialmente vengono eseguite torture di tipo fisico, come la fame , i pestaggi, le sco sse elett riche e lo straziamento delle carni ; successivamente, le torture vengono gradualmente associate a processi di indottrinamento sempre più radicali , fino alla totale conversione di Winston. “Il dolore fisico non è sempre abbast anza, ma per ognuno q ui c’è qualcosa di insopport abile – qualcosa che non può essere contemplato”

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G. Le Bon , L a p si col o gi a d el l e f ol l e , 1 8 9 5 E . Fr om m, Fu g a dal l a l i b er tà , 1 9 4 1

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In questo lungo processo di tortura e riconversione la paura viene utilizzata nelle sue diverse forme per arrecare dolore, ma è chiaro che esista una gerarchia di sofferenze: all ’orrore ed al dolore fisico viene contrapposto e messo in risalto il terrore psicologico, tanto che nella temutissima stanza 101, come ultima forma di tortura, viene scelto di porre di fronte a Winston la sua più grande fobia : i topi. Se Winston e Julia a vevano pensato , nonost ante le torture, di poter mantenere vivo perlomeno in coscienza il sent imento che li legava, di fronte alle proprie paure più grandi e insensat e entrambi capitolano e si tradiscono a vicenda pur di avere la vit a risparmiata dai loro i ncubi peggiori. In questo passo del romanzo, fors e il più emotivamente toccante, viene enfatizzat a in modo drammatico la fragilità della psiche umana : su di essa un potere coercitivo può esprimere un controllo est remo, persino superiore a quello ottenibile dal dolore fisico, dal momento che l’inconscio è in grado di condizionare e minare le fondamenta stesse sulle quali è edificato il sacro tempio della coscienza personale. Se l’orrore e il dolore fisico assoggett ano i corpi, il terrore e l’azione sulla psiche ne assoggettano anche l’anima. 4 È dunque questa la caratteristica che differenzia il sistema totalitario di 1984 da quelli che la nostra storia ha conosciuto: esso riesce ad assoggettare le persone sotto ogni asp etto della loro vit a, finanche la loro più profonda int imit à. A confronto, nel caso di totalitarismi come il nazionalsocialismo tedesco ed il comunismo sovietico, ed in modo ancora più evidente in forme di governo come il fascismo italiano, sarebbe più cor retto parlare di totalitarismi esigenziali, dato che l’elemento coscienziale non era subordinato al potere né alla sua ideologia (o non ideologia, nel caso del fascismo italiano) nel modo tanto completo descritto in 1984 . In effetti, nella storiografia t ra dizionale si tende a definire il solo regime mussoliniano come totalit arismo esigenziale (nonostante il termine “totalit arismo ” fosse nato proprio in questo contesto!), ment re il nazionalsocialismo e lo st alinismo vengono definiti come totalitarismi a tutt i gli effetti . Il motivo di questa scelta non è una scarsa considerazione delle caratteristiche proprie del totalitarismo che di fatto il regime t edesco e quello soviet ico non hanno assunto (per esempio, in nessuno dei due casi era attivo un avanzato siste ma di biopotere) , ma piuttosto la speranza che questi due exempla di regime totalitario rimangano per sempre dei riferimenti estremi, mai più superabili nella prassi politica.

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È in c re dib i le p en s ar e q u an t o s i a lu ci d a l ’ an a l is i d i A lex is d e To cq u e v il l e q u an d o s cri v e, b en p ri ma de ll ’ affe rm a rs i de ll a m a s sif i c az i on e ed in an t ic ip o di q u as i cen t o an n i su i re g im i t ot al it ar i (i l se g u en te t est o è in f att i t r att o d a L a d e m oc ra zi a i n A m e ric a d el 1 8 4 0 ) , “ I pri ncipi a v ev an o , pe r co sì di re , ma t e rializ za to l a vi ol en za , le r e p ub bl i ch e d e m ocr a ti ch e d ei n o st ri gi or ni l ’h an no r e sa d el tu t t o spi rit ual e , co m e l a vol on tà u m ana c h e e s sa v uol e co s tri ng e r e. S o t to i l g ov e r no a s sol u to di u no sol o , il di sp oti s m o , p e r arri v ar e al l ’ ani m a, c olpi va gr o ss ol ana m e nt e i l co rp o; e l ’ ani ma , sf u g g en do a q uei c ol pi, s ’ el ev a va gl ori o sa al di s op ra di e s so ; ma n ell e re pub bl i c h e d e mo cr ati ch e , l a ti r an ni de n on pr o ce d e af f a tt o i n qu e s to m od o : e s sa t ra sc u ra il co rpo e va d rit ta all ’ ani m a.”

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I L TOTALITARISMO COME DISTOPIA NELLA STORIA 5 Come già visto in precedenza 1984 port a con sé una descrizione estremamente lucida delle caratteristiche topiche del totalit arismo: in questa sezione ci si concentrerà su tali caratteristiche utilizzando come riferimento il lavoro di Hannah Arendt Le origini del totalitarismo, edito nel 1951. È interessant e notare come il lavoro della Arendt fu il primo ad equiparare il sist ema politico staliniano a quello (da poco scomparso) hit leriano, in un periodo nel quale l’influenza di Stalin come salvatore del mondo dal Nazismo e come profet a della Rivoluzione era al suo apice. Hannah Arendt e George Orwell sono accomunati , dunque, dalla loro posizione impopolare tra gli intellettuali di sinistra perché critica del regime staliniano. È anche suggestivo pensare come le due opere 1984 e Le origin i del totalitarismo, pubblicate a soli due anni di dist anza, siano state prodotte di fronte alla stessa realt à st orica. Di fronte a questa suggest iva coincidenza è interessante pensare che entrambi i testi siano un sintomo di insofferenza nei confront i di un particolare ambiente culturale (quello di sinistra) che nel suo dover essere “contro” a tutti i costi non si è accorto della deriva ideologica e politica che lo ha portato a fare compromessi con la stessa tentazione del male che stava combattendo. Dunque, se all’apparenza Orwell ed Arendt agirono in contest i e forme diverse, è possibile t rovare un elemento di continuità nel tent ativo di definire più precisamente le caratteristiche e le forme del totalit arismo novecent esco: in questo senso si può dire che l’espressione più lampante di distopia nella storia contemporanea è il totalitarismo . Innanzitutto, il totalit arismo opera uno scarto rispetto alla politica tradizionale. Il totalitarismo storico si differenzia dalle alt re forme di oppressione politica precedenti quali il dispotismo, la tirannide e la dittatura perché: “dovunque è giunto al potere, esso ha creato istituzioni assolutamente nuove e dist rutto tutte le tradizioni sociali, giuridiche e politiche del paese. […] ha trasformato le classi in mass e, ha sostituito il sistema dei partiti non con la dittatura del partito unico, ma con un moviment o di massa, trasferito il centro del potere dall’esercito alla polizia e perseguito una polit ica estera apertamente diretta al dominio del mondo. ” A riguardo di quest ’affermazione occorre operare una precisazione, forse non più ovvia al giorno d’oggi: la polizia politica, pur avendo un ruolo di primo piano nella polit ica interna del regime totalitario, non andò mai a sostituire l’esercito, ma solo a raccoglier ne l’eredit à di organo al centro dell’attenzione del potere politico. Questo passaggio coincide, di fatto, con l’int roduzione nella st oria del concetto di fronte interno e della sua acquisizione di primato rispetto al fronte t radizionale. Sulle polizie pol itiche De Grand scrive 6: “Lo studio di Robert Gellately sulla polizia nazist a ha rivelato che il numero degli agent i della Gestapo era relativamente modesto. L’Ovra italiana ebbe una consistenza simile ed alto grado di efficienza. Tale efficienza, in entr ambi i casi, si basava spesso su una rete di delatori di palazzo o di quartiere, che fornivano volontariamente informazioni sui loro vicini e colleghi.” Come si è visto in precedenza, questo discorso può essere esteso anche alla psicopolizia di 1984, alle diverse polizie politiche sovietiche (delle quali le più note sono certament e Ceka e KGB) e a quella forma ibrida tra polizia politica ed esercito di occupazione che erano le Einsatzgruppen. Tutte questi corpi di polizia rispondono, in effetti, alla consi derazione di De Grand.

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Tu t t e le c it az ion i di q u est o c ap it o lo f an n o r ife ri men to a L e o rigi ni d el t ot ali tari s m o d i H . Aren dt (1 9 5 1 ) , ed in p art ic ol a re a l Capi tol o XII I: I d eol o gi a e T er r or e , o ve n on esp res s am e n te r ife rit o a ltr imen t i . 6 A .J . De Gr an d , Il c on s e n s o al f a s ci s m o e d al na zis m o , r ip ort at o a ll e p a g g. 3 6 1 -3 6 3 di L e gg e r e la S t ori a

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A proposito dell’uso della polizia, la Arendt propone un’int eressante analisi dei concetti di colpevolezza ed innocenza. La loro dist inzione, come è infatt i sensibile in 1984 , non ha assolutamente senso all’interno di un regime totalitario : nella terribile e perfett a logica dell’ideologia dominante (su questa forma di logica sarà opportuno ritornare) non è l’avere compiuto un crimine che determina il grado di pericolosità di una persona, ma la sua stessa natura, le sue caratteristiche fisiche, ciò che pensa, il fatto che pensa. Inoltre, se normalmente si tende a definire un condannato, e d in misura inferi ore il suo boia, come colpevoli , all’interno del regime totalitario sia la vittima che il carnefice sono innocenti . Nel primo caso la colpevolezza non fa riferimento a delle azioni illecite compiute da singoli, ma è relativa ad una colpevolezza di gruppo (come nel caso gli ebrei) del quale ogni membro dovrà indistintamente pagare. Una persona può, dunque, essere innocua e condanna bile allo st esso tempo. Nel secondo caso, invece, gli ordini vengono dall’ alto, e sempre in alto si scaricano le responsabilità: sempre più “in alto”, fino ad arrivare all’ ideologia, che rappresenta una necessità (morale, storica, biologica) . O’Brien ed E ichmann sono in questo uguali: non colpevoli, perché eseguono ciò che viene detto dall’alto . In part icolare, il perfetto servitore del regime totalitario è colui, come Eichmann, che si identifica nel sistema tanto da lasciare che la propria coscienza venga diretta dal potere (in questo caso riprende il concetto orwelliano di ortodossia come il “ non dover pensare”) invece che da se stesso. Egli è convinto di non es sere responsabile di ciò che fa, dal momento che gli ordini provengono “dall’alto”. Eppure, se la responsabilità legale delle sue azioni può essere scaricat a sempre più in alto (e dunque è soggetta al vaglio di un’interpretazione, dal momento che nel caso di Eichmann si è passati da un sistema di leggi ad un alt ro), non ci sono dubbi che al funzionario tedesco sia da attribuire una responsabilit à morale . Eichmann, convinto di salvare se stesso perché mero ingranaggio di un’infernale macchina che senza di lui avrebbe comunque perpetrato gli orrori per cui è nota, si è dunque dimenticato che tale sistema funzionava principalmente grazie a t anta gente come lui , tante persone “a posto con la propria coscienza” semplicemente perché la avevano venduta al regime in cambio della deresponsa bilizzazione legale. Si è detto che l’ ideologia rappresenta una necessità biologica, morale, storica, così come che essa dispone di una logica perfetta (e perciò anche della necessit à logica). Non esiste imprevedibilit à per l’ideologia: essa dà una spiegazione totale del passato, una completa valutazione del presente e un’attendibile previsione del futuro : per questo spesso pretende di essere scient ifica. Il motivo per cui l’ideologia può permettersi di fare quest’operazione sta nel fatto che essa è indipendente dalla esperienza (povero Winst on, come può la sua memoria giocare scherzi tanto brutti da convincerlo che gli aeroplani esist essero prima della Rivoluzione?), ed addiritt ura fa riferimento ad una realtà più vera, una realtà che se non coincide con l ’ideologia è sicuramente sbagliata . “Una volta stabilit a la premessa, il punto di partenza, il pensiero ideologico rifiuta gli insegnamenti della realt à .” Di fronte all’insensatezza che il regime totalitario produce ogni giorno il pensiero ideologico riesce a non vedere contraddizioni (con un bell’esercizio di bipens iero), perché ciò che fa è imporre un supersen so sulla realtà, un universo che vede solo relazioni logiche, necessarie e prevedibili. Secondo Hannah Arendt l’aggressivit à dei regimi totalitari nei confronti dei fattori che disturbano la perfezione del supersenso (l’esistenza di esseri inferiori, la presenza di coscienze non uniformate) non è causata da brama di potere o di profitto, quanto piuttosto dalla necessità di dimost rare che la propria ideologia è quella che ha ragione . Lo scopo dell’ideologia, infine, non è necessariament e quello di migliorare le condizioni esistenziali di qualcuno o imporre misure politiche in senso utilitaristico (che varierebbero in base al contesto) , ma quello di cr eare una nuova umanità. Quest a missione di palingenesi spiega il senso che ha togliere truppe dal fronte orient ale mentre si sta perdendo la guerra per pot enziare l’attivit à dei campi di sterminio polacchi, o spendere risorse ingenti per il funzionamento d ei mastodontici apparat i dei quatt ro Ministeri .

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Tuttavia, ricorda la Arendt in un altro suo lavoro 7, “L’azione 8, la sola attività che metta in rapporto diretto gli uomini senza la mediazione di cose materiali, corrisponde alla condizione umana della plura lità, al fatto che gli uomini, e non l’Uomo, vivono sulla terra ed abitano il mondo. Anche se tutti gli aspett i della nostra esistenza sono in qualche modo connessi alla polit ica, questa pluralit à è specificamente la condizione – non solo la condicio sine qua non, ma la condicio per quam – di ogni vita politica. ” A difesa della pluralit à e della realtà, costant emente minacciate dall’ideologia unificat rice e super sensata , la filosofa propone infine un imperativo: “A chi dice che l’idea vale più della realt à bisogna rispondere che non c’è nulla che valga più della più insignificante realtà” Finora si è parlato di come il regime totalit ario agisca su un universo massificato utilizzando principalmente il terrore come strumento di imperium, spesso prefere ndolo alle più complicate e dispendiose forme di azione, come la seduzione di massa. Eppure, scrive Hannah Arendt , il terrore può imperare con assolutezza solo su indiv idui isolati l’uno dall’altro. Uno dei primi scopi del regime totalit ario è quindi crear e isolamen to . Per isolamento s’intende una situazione nella quale una persona perde ogni rapporto di tipo politico (e non relazioni di tipo sociale, su questo se ne discuterà in seguito ) con gli altri : isolamento vuole dunque dire anche impotenza. Questo isolamento consente innanzitutto di alienare l’uomo rispet to alla sua attitudine politica: il terrore agisce con più veemenza e radicalità contro chi è impotente perfino di fronte ai soprusi. Spesso si confonde l’azione della tirannide con il terror e total itario, dal momento che entrambi dist ruggono la capacit à degli uomini di fare politica: ciò è corrett o finché si parla di togliere la libertà agli uomini , ma mentre la prima forma sost ituisce alla libertà un vuoto ( un deserto) nel quale le relazioni polit iche sono inibite dalla reciproca diff idenza e dall’arbit rato, la seconda estirpa ogni presupposto di libert à e di senso della politica , comprimendo gli uomini fino a renderli indifferenziati, e dunque elimina ogni presupposto di pluralismo e di differenza (condizioni necessarie della libert à polit ica, così come della democrazia) . La polit ica, e con essa le relazioni di tipo politico, non hanno più senso in questo caso. Se l’azione del singolo è inquiet ante perché imprevedibile e non inquadrabile (dal momento che ogni azione dipende dalla contingenza e, soprattutto, si unisce a quelle degli altri ). L’azione della massa, invece, è facilmente prevedibile perché unanime, e quindi non suscettibile di altre influenze se non dell’azione mobilizzat rice. Si noti che l’uomo isolato all’int erno di un contesto di massa non costituisce un ossimoro, dal momento che l’isolamento politico si ha solo in un contesto senza possibilità di i ndividualismo, di differenza, di politeismo (in senso laico) di valori, di pluralismo. Una volta isolato, però, un individuo dispone anche di una attività relativa alla sfera privata, come per esempio la capacità di fare esperienze, di creare, di pensare. Ciò non può essere tollerato da un regime totalit ario puro (qui si nota la differenza tra totalitarismi puri ed esigenziali), che deve distruggere anche queste forme di iniziativ a alternative a quella prat ica. In questo contesto subent ra anche l’ estraneazione, volta a sopprimere tale tipo di iniziative . Tale azione non è strett amente necessaria per mantenere il potere (dato che, in effett i, per l’efficace funzionamento del terrore sono sofficient i l’isolamento e, vedremo, lo sradicamento), ma è un’ estrema conseguenza della necessit à del pot ere totalitario di dimostrare a se stesso ed ai dissidenti che l’ideologia adottata è quella giusta : come già detto, questa necessità si traduce in alterazione della realtà per confermare l’ideologia. L’estraneazione è d unque l’evoluzione dell’isolamento nella dist ruzione della libert à nella vita del singolo. Ad essa sono connessi i concet ti d i sradicamento e di superfluità: il primo fa riferi7

H . Aren dt , Vi ta a cti va ( 1 9 6 4 ), rip ort at o in Il n u ov o pr ot a g oni s ti e t e sti d ella f ilo s of ia – vo l . 3 B (2 0 0 7 ) di N. Ab b a gn an o , a cu r a d i G. Fo rn er o, a p a g . 7 1 1 . 8 l ’ az i on e in q u est ion e è q u ell a p o lit i c a, ch e s i di fferen z i a d a ll ’ att i vit à l a vor at i v a e d al l ’op er a re “ cre at ivo ” , n on n atu r a le , e ch e c on q u e st i e le men t i co s titu i s ce l a v it a a ct i va , l ’ a g ire u m an o .

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mento alla mancanza di riconoscimento da parte della comunità di un singolo o di un gruppo come parte integrante della stessa, il secondo indica una situazion e di non-appart enenza al mondo. Nei regimi totalit ari sono presenti ent rambe le forme di condizione, sebbene sia molto più comune il solo sradicamento : in effetti, esso si ha ovunque vi sia un regime di massa ( questo è forse ancora più chiaro nella società attuale), dal momento che l’estrema massificazione rende impossibile la presenza di “altri” con cui confrontarsi e dai quali, eventualmente, venire riconosciuti. La massa è infat ti un liquido dove non esistono poli, vertici definiti ove è possibile riconoscere in un’entità una individualità, una eccezionalità, una irrinunciabilit à: se in quest o contesto è difficile parlare di possibilità di riconoscimento e garanzia da parte degl i altri, si può dire che esso sia la situazione migliore per l’azione di un potere di tipo totalitario. Il motivo di questo fatto è che il regime totalitario – ed il t errore con esso - hanno un’azione più efficace su persone isolate da un contesto (da esso sradicat e, appunto), dal momento che la decontestualizzazione favorisce una generalizzazione , che può stare a significare anche semplificazione di quello che normalmente si penserebbe come un universo a sé. Se Winston è lasciato da solo, non è riconosciut o dagli alt ri come singolo dotato di est rema eccezionalità, né viene considerato per quello che è ma per quello che dovrebbe essere, è di cert o più semplice per il Partito operare su e cont ro di lui, inerme. Una tipica situazione di sradicamento che evolve nella superfluità, invece, è il processo che porta gli apolidi, gli ebrei ed i rifugiat i in primo luogo ad essere emarginati e non riconosciuti all’interno di una società, privati di diritti politici e poi, a causa dell’azione politica dell’ideologia (o m eglio, degli “esecutori dell’ideologia” : gli ortodossi, coloro che fanno ciò che viene detto dall’alto, come Eichmann e d O’Brien) , resi una nullità da razionalizzare. Un Nichts da associare , quindi, ai Vernichtungslagern .

“Se è vero che sei un uomo, Winston, tu sei l’ultimo uomo. La tua specie si è estinta e noi ne siamo gli eredi. Non capisci che sei solo? Tu sei fuori dalla storia, tu non esisti ” 9

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G. Orwe l l, 1 9 8 4 ( 1 9 4 9 )

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L’ UTOPIA COME TENTAZIONE ALLA DISTOPIA 10 1984 ci most ra come il biopotere fosse già sentito alla fine degli anni Quarant a come un elemento di assoluto pericolo per gli individui nel loro impari confronto con il regime totalitario. Il Partito, infatti, adot ta misure contro il concepimento (tra le qual i anche ostent azion i plateali di rifiuto della sessualità, si pensi alla Lega Antisesso) e impone un rigido cont rollo delle nascite, a causa del quale ogni figlio viene concepito sotto strett a autorizzazione del Partito – con un partner scelto casualmente. Al dominio sulle nascite il Partito associa una forte burocrazia, atta a “imbrigliare” i cittadini all’interno delle maglie della burocrazia, e un processo di educazione/indottrinamento delle quali si fa carico per intero, esautorando la figura dei genit ori. In questo modo i ragazzi si riconoscono e si identificano in primo luogo nello Stato , senza passare per realt à più part icolaristiche come quelle familiari. Non è incredibile, dunque, che in una situazione del genere i figli siano capaci di denunciare i propri genitori, ma che anzi vengano incoraggiati a farlo. Queste due primitive forme di biopotere si possono t rovare anche nella storia: i Giovani Comunist i, komsomol (analoghi alla ben più not a Hitlerjugend), agivano in modo del tutto simile alla Lega Antisesso, pur non essendo esplicit amente celibi, att raverso la dissuasione dal coinvolgimento romant ico nelle relazioni. Ciò avrebbe infatti precluso una totale dedicazione alla causa del Partito comunist a . È interessante il fatto che, siccome i komsomol erano caratterizzati dall’indossare fazzolet ti rossi attorno al collo, Orwell li parodizzò facendo indossare ai membri della Lega Ant isesso delle fasc e rosse attorno alla vit a. Altri esempi di forme di biopotere che sono state adottate sono la condanna del la sessualit à operat a da Vladimir Lenin (che nel 1918 si tradurrà in persecuzione, deportazione e fucilazione di tutte le persone ree di prostituzione) e, nel caso del nazionalsocialismo , il programma Lebensborn e il progetto Aktion T4. A quest i elementi s i può anche aggiungere l’ordine concentrazionario sviluppatosi in Europa negli anni T renta sul modello dei campi di prigionia per internati militari: essi non erano infatti solo delle prigioni, erano anche dei “laboratori di una nuova umanità ” 11. Attraverso il cont rollo della vita biologica degli internat i (cost retti a lavorare fino allo sfinimento o a contribuire al massacro dei propri compagni) il sist ema concent razionario opera un primo passo verso una vita politica nella quale si registra un in discusso primato della scie nza e della tecnica. É infatti indubbio che oggi la scienza stia creando un netto d ivario tra due tipi di umanit à, le quali sono distinte dal l’accesso , o meno, a certe opportunità che il progresso nella scienza e lo sviluppo della tecnica a questa associata creano. Non è un caso, in questo senso, che nei campi di concent ramento vengano eseguiti esperimenti a carattere pseu do- scientifico non solo per scopi militari o per le necessità di sterminare cert i gruppi di esseri umani, ma a nche per “contribuire al progresso scientifico ”. È in questo contesto che aberranti storie trovano luogo , come quelle che circondano le unità mediche naziste operanti in cert i campi di concent ramento (spesso coordinate dall’attività di Karl Brandt , medico personale di Hitler) o l’Unit à 731 giapponese (ma anche alcuni tipi di tortura subiti da Winston). Il biopotere rappresenta anche la sconfitta di quella che Hannah Arendt aveva proposto come elemento utile per la fine del totalitarismo: “Il dominio totalitario, al pari della tirannide, racchiude in sé i germi della propria distruzione ” 12 Il riferimento della Arendt era alla nascita: essa è imprevedibile e libera, con essa viene potenzialmente in vita un nuovo mondo, attraverso di essa si possono superare gli assiomi delle ideologie dai quali i regimi totalitari credono di potere dedurre la realtà.

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Tu t t e le c it az ion i di q u est o c ap it o lo f an n o r ife ri men to a Il p rinci pio r e s pon s abili tà di H . Jon a s ( 1 9 7 9 ), e in p art i co l are al C api t ol o V I : L a c ri ti ca d el l ’u t opi a e l ’ e tic a dell a r es po n sabil ità , ov e n on e sp re ss a me n te r iferit o a ltr im en ti . 11 H . Aren dt , L e o ri gi ni d el t o tal i ta ri s mo (1 9 5 1 ) 12 ib i dem

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Una volta inserito il concetto di biopotere nell’azione totalit aria non c’è davvero più scampo: alla luce di ciò che emerso da Auschwit z, alla realizzazione di quanto si è st ati vicini alla fine, uomini come Hans Jonas si sono chiest i se è possibile ancora credere in un Dio dopo t utto questo. 13 Di fronte ad una sit uazione catastrofica, immerso nella passione di una realtà storica vissut a da troppo vicino (la madre , per esempio, morì ad Auschwitz), Hans Jonas iniziò il suo impegno nella filosofia politica, procedendo nella definizione di un nuovo principio etico profondamente diverso dai sistemi tradizionali. Il testo che verrà affrontato in questa sezione è appunto quello che è considerato il suo capolavoro: Il Principio Responsabilità. Ricerca di un’etica per una civiltà tecnologica , specialmente nella sua ultima part e. La responsabilità che Jonas porta in primo piano è sicuramente quella con la quale ci si pone di fronte alla realt à, ed assume quindi una posizione di riferimento per ogni tipo di analisi storico politica. Essa è innanzitutto contrapposta all’ utopia che, per esempio, Bloch espresse come fondamento del suo Principio Speranza , testo con il quale Jonas ent ra in diretta polemica. “Per il momento va detto soltanto che nella zona in cui ci siamo addentrati con la nost ra tecnica e nella quale dovremo muoverci d’ora innanzi, la parola d’ordine deve essere cautela e non esuberanza ; la seduzione dell’utopia – il nostro tema attuale – è l’ultima cosa che deve offuscare la chiarezza che è richiesta a questo proposito. In ogni modo questo enunciato implica già che noi non crediamo alla possibilità dell’utopia. ” Se le precedenti forme di utopia si pronunciavano sull’essere di un’utopia (o meglio, sul dover essere, dunque una prospettiva che risiede in una dimensione deontologica) , Jonas riconosce al marxismo la carica innovatrice della promessa di un avvento di certe prospettive. Tuttavia, nota il filosofo, ciò p orta ad una considerazione dello status attuale delle cose (e dell’umanit à stessa) come per natura expendable, sacrificabile in nome della realizzazione dell’utopia (“La fede nell’utopia, qualora non sia più che non un semplice anelito – e questo cost ituis ce il suo primo predicato nel realismo marxista – induce al fanatismo con tutta la sua inerente propensione alla spiet atezza”). Il prezzo per realizzare l’utopia, dunque, non è mai abbastanza alt o , nemmeno se si parla di violenza. Inoltre, è inaccettabile che una élite, definitasi tale in base alle proprie stesse temerarie teorie, le imponga all’umanit à con un atto che non può che essere definito giacobino. L’errore che sta alla base delle prospettive utopiche (nel caso specifico d i Jonas solo quelle marxiste, ma lo stesso discorso può essere esteso senza nemmeno grandi sforzi anche a quelle fasciste e nazionalsocialiste, così come per quanto riguarda la varietà di socialismi reali) è stato in realtà già toccato anche dalla Arendt: l’uomo vivent e in realt à non è mai rinunciabile, riducibile all’identificazione, inquadrabile . Invece, gli ideali utopici accostano ad un processo di banalizzazione della coscienza dei singoli l’idea che “l’uomo aut entico” non sia ancora esistito (e che g razie alla realizzazione dell’utopia possa nascere) . In realtà l’uomo aut entico è proprio quello caratterizzato da meschinità ed eroismo, felicit à e tormento, innocenza e colpa: il vero uomo è proprio quello che si ha di fronte (“dalla testa al calcagno”) , con tutte le sue ambiguità, e non è assolutamente l’angelo che l’irresponsabile tende a delineare. “L’uomo che abbia perso davvero quell’ambiguità, l’uomo utopico, può essere soltanto l’homunculus della futurologia socio -tecnica, sottoposto in modo umiliant e ai condizionamenti della buona condot ta e del benessere, addestrato alla più totale conformità sociale” Fare polit ica secondo responsabilit à vuole anche dire fare i cont i con quest i fatt i, dunque. Per migliorare le condizioni dell’umanit à è necessa rio liberarsi dall’esca dell’utopia, dalla “t entazione del bene” che ci vorrebbe far abbandonare il realismo in favore di un eccessivo e accecante ottimismo. Fare politica secondo responsabilità è anche fare politica cont ro il totalitarismo, fare una resistenza cont ro gli assolutismi delle ideologie, mettere la realtà prima dell’ideale.

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Il r ifer i men to è a H . J o n as , Il co nc e tt o di Dio d o po A us ch wi tz (1 9 8 4 )

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La critica all’utopia di Jonas non è solo una critica all’ideale, ma anche a quella “esagerazione della tecnica” che deresponsabilizza di front e a ciò che è prodotto in nos tro potere, a quel progresso in nome del quale ogni cosa è giustificata. Il “Prometeo scaten ato ” costituito dalla civiltà tecnologica ha progressivamente proceduto a minacciare la sopravvivenza nel globo: Jonas parla infatti di come noi “ viviamo in una sit uazione apocalitt ica […] nell’imminenza di una catastrofe universale . […] se cont inuiamo a consumare energia e ad inquinare il pianeta agli attuali ritmi, che dest ino riserveremo ai nost ri nipoti? ” L’uomo occident ale, dunque, dopo avere perseguito in modo irresponsabile l’ideale baconiano di dominio sulla natura , si trova di fronte un mondo disast rato, prodotto da una perdita di autocontrollo che pone in pericolo non solo la natura dall’uomo, ma anche l’uomo da se stesso. Il decreto del fallimento a livello politico, antropologico ed ecologico dell’utopia marxista , e con essa di tutte le prospettive tradizionali, ci port a inesorabilmente alla definizione di un sistema et ico -politico nuovo , alla base del quale vi è un nuovo imperativo etico , dist ante dalla prospettiva individualistica k antiana e attent o a considerare gli effetti prodotti dall’agire comune: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza indefinita di un’autentica vita umana sulla terra” Tale nuovo impera tivo categorico , fondamentale all’interno della rifl essione di Jonas, opera un allargamento di orizzonti rispetto all’imperativo kant iano in due sensi: spaziale, dal momento che viene considerata ora anche la dimensione non -umana; temporale, dato che impon e la considerazione degli effet ti a lungo termine delle proprie azioni - in particolare le azioni di rilevanza politica, che presuppongono corresponsabilit à . Non basta più limitarsi ad essere a posto con la propria coscienza o al sicuro dalle possib ili con seguenze dei propri atti, o ancora rifarsi a i vecchi principi dell’ etica dell’ intenzione. Da un grande potere derivano infatti grandi responsabilit à 14, ed esse non possono e non devono essere scansate. Il sistema etico introdotto dal nuovo imperativo cat egorico è quindi fondato sulla responsabilità di fronte al mondo ed al futuro . Jonas sottolinea l’importanza della cautela come atteggiamento privilegiato da adot tare per seg uire al meglio tale imperativo: essa è “il lato migliore del coraggio” (e anche il più difficile da mantenere, in effetti) che è richiesto all’individuo per essere responsabile . Tale atteggiamento consente di non imporre alcun irragionevole veto allo sviluppo della scienza e della tecnic a a priori, ma di valutare caso per caso quale sia il modo migliore perché i prezzi che il progresso comporta siano i più bassi possibile. Tutto ciò è volto a ridimensionare l’estremismo con il quale si perseguono ciecamente gli obiettivi dell’ideale utopi co, senza discutere troppo dei prezzi da pagare (e qui ent rerebbe in gioco anche Kant e la sua versione dell’imperativo categorico, che impone di non considerare mai l’uomo come mezzo ma sempre come fine). “Il richiamo a fini “più modesti”, per quanto suon i stonato rispetto alla grandiosità dei mezzi, diventa una necessit à prioritaria proprio a caus a di quella grandiosit à. In ogni caso ci si deve togliere di testa l’utopia, il fine immodesto par exellence , non tanto perché la sua esistenza è precaria, quant o piuttosto perché già il suo perseguimento provoca la catast rofe. ” Per questo, lo spirito della responsabilità rifiuta i verdetti che le ideologie decret ano sulla inevitabilità di cert i processi . La crit ica dell’ut opia è quindi anche la critica alla deres ponsabilizzazione che l’asserzione di necessità storica portata dalle prospettive utopiche porta con sé (una utopia è per antonomasia ideologica). L’elemento distopico ha per Hans Jonas un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’umanità secondo il principio responsabilità. Innanzitutto, si noti come tutta la riflessione etica di Jonas nasca da una esperienza di realtà “distopica”, o come sia dai pericoli individuat i nell’utopismo scientifico marxiano e blochiano che il filosofo trova spunti per una riflessione che va ben oltre la mera crit ica ad una part icolare prospettiva polit ica. La paura, in effetti, assume per Jonas un ruol o fondament ale, tant o che al momento di spiegare ciò che caratterizza il principio speranza egli specifica: 14

L a c ita zi on e, o v vi a men t e, n on si r ifer is ce s ol a m en te a l mon do d i Spi de r ma n (d i St an Lee )

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“Al principio sp eranza contrapponiamo il principio responsabilità e non il principio paura. Ma la paura […] fa parte della responsabilità altrett anto quanto la speranza […] la paura è oggi più necessaria che in qualsiasi altra epoca in cui, animati dalla fiducia nel buon andamento delle cose umane, si pot eva considerarla con sufficienza una debolezza dei pusillanimi e dei nevrot ici ” Per paura, però, Jonas non intende il terrore paralizzante che dist oglie dall’agire, ma quella che esort a a compierla. Tale paura si può indiv iduare in particolare in due elementi : innanzitutto, essa può essere considerat a come un sentimento di responsabilità nei confron t i di un futuro ignoto che viene determinato anche dalle proprie azioni , ed è st rettamente correlat a al la cautela. Tuttavia, la paura è anche la questione originaria dalla quale scaturisce ogni responsabilità attiva: il pensiero di una catastrofe ambientale o di un alt ro scempio come la Shoah sono i motori che ci possono indirizzare verso una via di fuga (“quanto più oscura la risposta, tanto più nitidamente delineata è la responsabilità” ). La distopia , o la considerazione di quanto una realt à sia indesiderabile, è dunque la causa della nascita dello spirito della responsabilità e , con essa, di una possibile prospettiva escatol ogica (chiaramente, in senso laico) rispetto alla sit uazione presente . In questo contesto va a delinearsi il concetto di “euristica della paura” , cioè una ricerca stimolata dallo stato d’animo della paura che porta alla definizione dei nuovi doveri di cui l’uomo tecnologico deve farsi carico per tut elare sé stesso ed il mondo da scelte non responsabili. “Il paradosso della nostra situazione consist e nella necessit à di recuperare […] dalla previsione del negativo il posit ivo” Sulla base del principio dell’eurist ica della paura, è bene rinnovare ancora una volta l’attenzione su uno dei pericoli più grandi che si annidano nella nostra coscienza : le realtà distopiche analizzate in questo libro sono così dist anti dalle nostre percezioni e così simili tra l oro solo all’apparenza. Verrebbe da pensare che, pur provenendo rispettivamente da un romanzo e da libri di st oria, le situazioni rappresent ate in 1984 e nei totalitarismi si assomigliano tra loro molto più di quanto ognuno di essi possa somiglia re alla nost ra realtà . Eppure tutte le distopie che sono st ate analizzat e hanno in comune tra loro l’essere state concepite nella nostra realtà. È dunque sempre vivo il monito a temere il germe di totalitarismo che è in ognuno di noi, sia esso l’indifferenz a o il desiderio di fuggire dalla libert à, il giust ificazionismo o la pigrizia di chi non ha quel “coraggio della responsabilità” necessario a migliorare il mondo passo dopo passo, senza sconti rispetto ai duri prezzi che è necessario pagare né magie che r endano tutto perfetto all’improvviso. È dunque bene avere paura , vivere in un costante stato di allerta anche di fronte al pericolo che si annida in noi stessi. Solo , bisogna fare in modo che tale paura sia una paura benefica, e non una infruttuosa dispera zione. “Lottate e studiate ”, è l’imperativo lanciato ai propri figli da un internato nel campo di Fossoli : studiate per sviluppare un senso civico ed una coscienza di sé, un’identit à; lottate perché ciò che si è visto non riaffiori mai più dalle più nere o mbre della storia. Non si tratta di una battaglia persa in partenza , perché come scrisse Hölderlin 15,

“ma dov'è il pericolo, cresce anche ciò che dà salvezza ”

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Ci t a to an ch e d a H e i de g ger in L a qu e sti o ne d ell a t ecni ca

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B IBLIOGRAFIA Testi • • •

utilizzati: G. Orwell, 1984 , trad. it. di S. Manferlotti, Oscar Mondadori, Cles, 2012 16 H. Arendt, Le origini del totalitarismo , 1951 , Capitolo XIII: Ideologia e Terrore H. Jonas Il principio res ponsabilità. Ricerca di un’etica per una civ iltà tecnologica , 1979, Capitolo VI: La crit ica dell’utopia e l’etica della res ponsabilità • M. Manzoni, F. Occhipinti, F. Cereda, R. Innocenti , Leggere la Storia vol. 3A, Einaudi Scuola, Verona, 2007 • N. Abbagnano, G. Fornero, Il nuovo protagonisti e testi della filosofia vol. 3B, Pearson Paravia Bruno Mondadori, Varese, 2007

Siti int ernet utilizzati • Autori vari, “wikiquot e.org”, 2003 -2013, alle voci Friedrich Hölderlin e Rita Levi-Montalcini • Shimoda7, Prisoner of my own , “deviantART”, (http://fc00.deviantart.net/fs11/i/2006/241/b/b/prisone r_of_my_own_by_shimoda7.jpg ) • Anna Shipstone, Lands cape (http://www.artmajeur.com/files/spuggy/images/artworks/650x650/2868069_landscape_pe ncil_drawing.jpg) • Autori vari, “wikipedia.org”, 1984 fictious world map (http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/ec/1984_fictious_world_map.png) e Execution (http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/5/5f/Chineseart_Executionpaint ing.jpg) Altro • • • •

materiale : Informazioni fornit e dagli insegnant i e raccolte durante l’ arco dell’ anno scolastico Iced Earth, Dystopia, Century Media Records, Camden (Eng), 201 1 Y. Minjun, Execution, 1995 Apporto personale

“Non bisogna mai darsi per vinti. Io stessa dovrei “ringraziare” Mussolini e Hitler per avermi giudicata persona di razza inferiore e avermi così costretta a lavorare segregata nella mia camera da letto, dove avevo allestito un piccolo laboratorio e cominciato le ricerche che mi hanno portato al Nobel.” (R. L. Montalcini)

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H o s cel to d i n on a d at t a re l a t r a du z ion e p r op os ta d a St ef an o M an fer lot t i p e r l a se gu en te fr a se ( rip o rt at a in L ’el e m en t o chi av e : l a psi ch e ) : “In f ac t th e re wi l l b e n o t h ou gh t , as we u n der st an d it n ow . Orth o dox y me an s n ot th in k in g - n ot n ee d in g t o t h in k. Orth od ox y is u n con sc iou sn es s. ” La tr a du zi on e p rop o st a era la s e gu en t e : “ Ort od os si a vu ol di re n on p en s a re , n on a ver b i so gn o d i p en s are . Orto d oss i a e in c on sap ev ol ezz a son o l a st e s sa cos a . ”

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Profile for Simone Ago

La distopia nella società contemporanea  

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