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[PASSIONE CONSAPEVOLE, IN UN PICCOLO MONDO] di Canon Italia Titolo lungo, complicato; ma non abbiamo saputo fare di meglio. L'intervista con Silvia Poli (la professionista della settimana) ci ha aperto tanti varchi di interesse, anche a matrice interiore. Lei ci ha parlato di un'attrazione nei confronti della fotografia: un desiderio quindi oltre la passione, indirizzato verso cose che non si sanno e che si vogliono scoprire. Oltre a ciò, ne è venuta fuori un'indagine acuta sull'oggetto, sulla materia: quasi che dentro le cose vi sia u mondo da scoprire, da raccontare. La fotografia di Silvia corre quasi parallela alla fisica, quella degli atomi per intenderci. Sì, perché Lei ha un suo ordine, una propria sistematicità: tutte cose che vanno rispettate e accarezzate con cura. La passione consapevole si muove appunto dentro questo spazio piccolo, dove Silvia esprime tutta la propria creatività. Un limite? No, non crediamo. Una caratteristica? Forse. Siamo portati però a credere che quel mondo minuscolo possa rappresentare quasi un laboratorio di ricerca, dove vivono regole e desideri. Quello stesso potrebbe allargarsi, ingrandirsi, fungere da “lente” per altri mondi. Là dentro c'è molto di più di un soggetto fotografico, vivendoci passioni e attrazioni, desideri cromatici, curiosità. Ecco che allora il “piccolo mondo” di Silvia diventa quasi un minuscolo studio fotografico, che si replica con quello che possiede, in un gioco di contenitori ora grandi, ora immensi. E' la sua passione (o attrazione?) a muovere la scala del tutto. Forse un giorno ci troveremo (senza meraviglia) una folla di persone. Sarà solo questione di curiosità e consapevolezza. Il resto è già pronto. Grazie a Silvia per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.

D] Silvia, quando hai iniziato a fotografare? E perché? R] Non ricordo: ero molto piccola. Mi viene in mente un viaggio in Thailandia, con i miei genitori. Mi trovai tra le mani un'usa e getta e con questa scattai 200 fotografie. Lì capii che potevo fare la fotografa. Nel 2002 ho frequentato un corso base, poi un altro relativo alla camera oscura. Quest'ultimo era uno di quegli ambiti che nessuno mi aveva mai spiegato, ma restituiva quell'atmosfera che arrivava dai film.


D] Un approccio subito conoscitivo … R] Vero; continuato, dopo le superiori, con la LABA di Brescia: un ateneo che ha al suo interno una facoltà di fotografia. Per frequentarla ho fatto il diavolo a quattro, con tutti i sacrifici relativi: come partire da Lecco alle cinque e rincasare a tarda sera. Alla fine sono riuscita a laurearmi per il triennio. Nonostante il mio approccio deciso, comunque, l'inizio è stato del tutto casuale. D] Ha vinto la passione? R] Direi passione e attrazione, dedicata quest'ultima a qualcosa che non conoscevo. Fin dall'infanzia possedevo questa caratteristica: ciò che non potevo toccare aumentava la mia curiosità. D] La passione è stata importante? R] Decisiva, a tal punto che non riesco a separarla da me. Mi dico spesso: “Per questa strada posso farcela”; così vado avanti.

D] Come hai curato la tua formazione? R] Della LABA e del corso ti ho già detto. Oltre a questo c'è ben poco da dire: nessun Workshop, tranne quello in Accademia. Sicuramente il Liceo Artistico mi ha conferito una solida impalcatura, sulla quale si è inserita la visione a trecento sessanta gradi fornita appunto dalla Università. Là ho studiato Storia (della Fotografia), Estetica, Cinema, Video, Camera Oscura e molto altro ancora. All'interno dell'Ateneo puoi trovare delle postazioni di Camera Oscura dove sviluppare le tue immagini. D] Torno alla passione: in te è stata consapevole …


R] Dalle mie parti c'è un istituto di design che si appoggia alla fotografia. In quell'ambito conta maggiormente la passione e molto meno l'aspetto tecnico, che risulta quindi una conseguenza. Oggi con un manuale riesci ad imparare ciò che ti serve; il “fuoco sacro” o ce l'hai, o non lo puoi creare. Del resto siamo tutti bombardati da tanti stimoli, il che non aiuta a indirizzare i propri desideri.

D] Hai avuto dei modelli ispiratori? R] Sì, i vecchi: per via delle emozioni che erano in grado di trasmettere. Non potrei citarti un nome in particolare, se non Richard Avedon: questo per la passione che è riuscito a infondere nella moda e nella fotografia. Amo anche molti contemporanei, particolarmente per il pensiero che li accompagnano. Paola Di Bello è una di questi: mi piace perché indaga su cosa sia la fotografia, sul suo intrinseco significato. Un suo lavoro (concettuale) prende spunto da dei barboni che dormono per strada; lei li gira e li mette in posizione eretta. Interessante. D] Fotograficamente come ti definiresti? R] Mi occupo di still life. Amo gestire l'oggetto: molto meno le persone. Quest'ultime non mi spaventano, piuttosto temo di essere irrispettosa nel chiedere loro: “Mettiti lì o vai là”. Diciamo che con gli individui non riesco a imporre il mio ordine sistematico, che invece trovo facilmente nel momento in cui debbo occuparmi di oggetti. D] Quale'è la qualità più importante per chi si occupi di still life? R] L'attenzione per il dettaglio. Ovviamente è necessaria anche la curiosità: quella utile a scoprire un oggetto. Non a caso, per fotografare una cosa, io debbo conoscerla molto bene. Pure per le persone vale la stessa regole, che comunque trovo calzante anche di fronte ad un mondo inanimato. Non tutti conoscono questa necessità.


D] B/N o colore? R] Colore pulito. Uno sfondo bianco o nero e niente altro. Ciò mi aiuta a far risaltare l'oggetto, ma soprattutto fa sì che il suo cromatismo possa esaltarsi. D] Eppure vieni dalla Camera Oscura, che generalmente avvicina al B/N … R] Sì, ho stampato in quel modo. Il B/N ha i suoi vantaggi, le proprie particolarità: è intrigante ed emoziona, togliendo anche le distrazioni. Nel mio genere (lo still life) punto al colore perché mi restituisce la vita, la gioia. Tendo anche a vestire “a colori”, magari solo nei dettagli: un occhiale rosso o dei calzini arancioni. Tutto ciò mi fa star bene. Vuoi un esempio del mio desiderio cromatico? Ebbene, la settimana scorsa dovevo acquistare un'agenda. In cartoleria sono rimasta incantata da una serie di pennarelli, tutti disposti per scala cromatica. Non ho potuto fare a meno di comperarli. Questione di impulsi. D] Arrivata a questo punto della tua carriera, c'è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine? R] Diciamo che il progetto c'è, ma è quello che vorrei iniziare. Le mamme attirano il mio interesse, particolarmente per trovare cosa cambia in una donna nel momento in cui si trova in dolce attesa: tra prima e dopo. Vorrei dedicare a quel soggetto uno scatto al dì, o anche uno alla settimana. Oltre a ciò, desidero lavorare maggiormente con le persone. Credo sia una pecca non riuscire a trasferire in immagine l'emozione trasmessa da un individuo. D] Lecco, la tua città, ti ha offerto qualcosa da un punto di vista fotografico? R] Non ho trovato grandi ispirazioni nella mia città natale, forse perché son venute meno le


occasioni per testarla. Lecco è difficile, e vive di imprenditoria. Ecco, sì: lì ho imparato a lavorare, spronata da tutti (cittadini o genitori che fossero). Non a caso, non mi sono mai mancati occupazione o impegno: non fosse altro per imparare qualcosa di nuovo.

D] Mai fatto mostre? R] Sì, una nel 2010 all'Università; altre due in un locale a Milano; poi una tutta mia qui, a Lecco. Me la chiese un amico. E' stata una grande opportunità: l'esposizione doveva stare sul chiodo un mese e invece ha raddoppiato la propria permanenza. D] Hai iniziato con l'analogico? R] Sì, ho imparato dalla pellicola quale fosse il significato di immagine. D] Qualche rimpianto? R] No, non fino in fondo; forse solo un po' per il B/N. Quest'ultimo dona emozione e con la pellicola lo fa con maggiore intensità: perché restituisce il tatto, la concretezza, la materia. Il digitale “monocromatico” è quasi come l'e-book: bellissimo, ma manca la carta. D] Curi personalmente la post produzione? R] Sì, certamente: un'immagine deve nascere e ultimarsi tra le mie mani. Nei miei pensieri, già allo scatto, esiste la fotografia come dovrà essere. D] Qual'è il tuo flusso di lavoro? R] Non ho dei veri e propri passaggi standard, dipende anche da come mi sveglio. Il tentativo è quello di poter arrivare al risultato prefissato. In generale, comunque, intervengo sempre su vividezza e saturazione. Per me il colore deve pulsare di vita.


D] C'è un obiettivo che preferisci? R] I macro. Mi piacciono perché sono curiosa di natura. Con loro vado a scoprire piccole cose, che di solito passano inosservate. Un giorno sono riuscita a passare un'ora davanti a un formicaio, tanto ne ero attratta. D] Preferisci scattare in studio a fuori? R] In Studio: lo still life lo impone. C'è poi quel mio bisogno di controllare tutto, all'interno di un mondo piccolo che mi appartiene. D] Potessi scegliere, che foto scatteresti domani? R] Continuerei a scattare ciò che ho ritratto sino a oggi: gioielli. Questo per dire che mi piace ciò che sto facendo. D] C'è un foto alla quale sei particolarmente affezionata? R] Sì, e si chiama “Vernice Fresca”; viene da un lavoro personale, dove giocavo sul colare della vernice, sulla sua matericità. Lo studio riguardava persone o cose. Il progetto deve ancora finire. D] Ho visto anche dei tuoi ritratti, come mai? R] Era un progetto accademico: dovevo trovare il modo per ritrarre una persona, intervenendo personalmente anche sul trucco e sui vestiti. Sono tutti primi piani un po' chiusi (ho evitato la figura intera). Si è trattato di un “compito”, quindi; ma desideravo di portarlo a termine.


D] Potessi farti un augurio da sola, cosa ti diresti? R] Di continuare cosĂŹ. Ringraziamo Silvia Poli per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare. Canon Italia Gallery


PASSIONE CONSAPEVOLE, IN UN PICCOLO MONDO  

Un ringraziamento speciale a Mosè Franchi di canon Italia, Autore di questo articolo. Silvia Poli

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