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Periodico del master in giornalismo dell’Università IULM - Facoltà di comunicazione, relazioni pubbliche e pubblicità

ANNO XII

NUMERO IV

NOVEMBRE 2015

www.lab.iulm.it

IULM

news pag 22-23

OGM vs BIO

La scelta è d'obbligo? L'Italia, culla mondiale del buon cibo, a un bivio: difendere le colture naturali o aprire alla ricerca. Ma non per forza una esclude l'altra pag 4 - 7

news

UNIVERSITA'

Mario Negri nuovo Rettore IULM Il 2 novembre il Senato accademico ha eletto il nuovo rettore dell’università IULM: è il professor Mario Negri, ordinario di Civiltà Egee, in forza all’ateneo dal 1995, già prorettore vicario e preside, fino al 2011, della facoltà di lingue e interpretariato. Negri succede al professor Giovanni Puglisi, in pensione da

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IULM

fine ottobre dopo 14 anni alla guida della IULM. Il nuovo rettore eletto dal Senato Accademico ha 65 anni ed è nato a Casale Monferrato. Tre i punti cardine del suo programma di mandato: sobrietà, collegialità e progettualità.

segue a pag 14

MILANO

pag 14-15

NUMERI E SEGRETI DEL PANE DELLE PIRAMIDI

pag 8 - 9

SOCIETÀ

ALLA SCOPERTA DEL MENTAL COACHING pag 10 - 11 COME LE APP HANNO CAMBIATO LA NOSTRA VITA pag 12 - 13

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QUESTO NUMERO Ogm vs Bio NOVEMBRE 15 / GENNAIO 16 - N° 4 - A 12 International University of Languages and Media

Diretto da

IVAN BERNI e GIOVANNI PUGLISI (responsabile) Progetto grafico Stefano Scarpa Daniele Fiori

In redazione: Cinzia Caserio, Marco Demicheli, Cosimo Firenzani, Federico Fumagalli, Elena Iannone, Mariella Laurenza, Daniele Lettig, Barbara Montrasio, Adriano Palazzolo, Federica Palmieri, Matteo Palmigiano, Roberta Russo, Stefano Scarpa, Alessandra Teichner, Girolamo Tripoli, Omar Bellicini, Francesca Del Vecchio, Azzurra Digiovanni, Salvatore Drago, Daniele Fiori, Francesca Romana Genoviva, Edmondo Lorenzo Gottardo, Lorenzo Grossi, Lorenzo Lazzerini, Alessandra Parla, Marta Proietti, Claudio Rinaldi, Giulia Ronchi, Carlo Terzano, Federica Zille.

via Carlo Bo,1 - 20143 - Milano 02/891412771 tutor.giornalismo@iulm.it Registrazione Tribunale di Milano n.477 del 20/09/2002 Stampa RS Print Time (Milano) Master in Giornalismo Università IULM Direttore: Giovanni Puglisi Coordinatore didattico: Ivan Berni Responsabile laboratorio redazione digitale: Paolo Liguori Tutor: Silvia Gazzola Docenti

Federico Badaloni (Architettura dell'informazione) Camilla Baresani (Scrittura creativa) Ivan Berni (Storia del giornalismo, Editing e Deontologia) Marco Brindasso (Tecniche di ripresa, luci, montaggio) Marco Capovilla (Fotogiornalismo) Toni Capuozzo (Videoreportage) Piera Ceci (Giornalismo radiofonico) Marco Boscolo (Data Journalism) Andrea Delogu (Gestione dell’impresa editoriale-TV) Cipriana Dall'Orto (Giornalismo periodico) Luca De Vito (Riprese e montaggio) Giuseppe Di Piazza (Progettazione editoriale e Giornalismo Periodico) Dario Di Vico (Giornalismo economico e finanziario) Lavinia Farnese (Social Media Curation) Guido Formigoni (Storia contemporanea) Giulio Frigieri (Infodesign e mapping) Marco Giovannelli (Digital local news) Riccardo Iacona (Videogiornalismo) Bruno Luverà (Giornalismo e società) Caterina Malavenda (Diritto penale e Diritto del giornalismo) Matteo Marani (Giornalismo sportivo) Marco Marturano (Giornalismo e politica) Pino Pirovano (Doppiaggio) Andrea Pontini (Gestione dell’impresa multimediale) Giuseppe Rossi (Diritto dei media e della riservatezza) Alessandra Scaglioni (Giornalismo radiofonico) Claudio Schirinzi (Giornalismo quotidiano) Gabriele Tacchini (Giornalismo d’agenzia) Vito Tartamella (Giornalismo scientifico) Fabio Ventura (Trattamento grafico dell’informazione) Marta Zanichelli (Publishing digitale)

L’Italia del 2015 è la capitale mondiale del cibo. I visitatori di Expo hanno sperimentato diverse culture alimentari. L’apertura però si ferma qui. Quando si parla della contrapposizione tra biologico e Ogm il paese è ancora molto diviso. Data l’attenzione che l’Unione Europea ha rivolto al tema negli ultimi mesi, abbiamo fatto il punto della situazione attraverso il parere di esperti nel settore. Elena Cattaneo, senatrice a vita e professore ordinario presso il Dipartimento di Bioscienza dell’Università di Milano, ci spiega i vantaggi della ricerca in ambito Ogm e sfata i pregiudizi in materia; Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti, conferma l’andamento positivo dell’alimentazione biologica sia dal punto di vista della produzione che del consumo.

DOSSIER/ OGM vs BIO Chimera Ogm-free

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La voce pro: "Il divieto ci danneggia"

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La voce contro: "Mais biotech pieno di erbicidi"

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Quel Bio che non conosce crisi

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Il pioniere: "La produzione però non cresce"

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Italia sesta al mondo per superficie agricola bio

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ATTUALITÀ Il pane delle piramidi

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Un panificio italiano nel "Porto Sepolto"

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SOCIETÀ Siamo nell'era del mental coaching

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La storia: "Da direttore a motivatrice"

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L'incontro: "Coach, mi hai (quasi) convinta"

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TECNOLOGIA Per tutto il resto c'è un'app

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IULM news Intervista a Mario Negri, nuovo rettore IULM

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Job day: giovani faccia a faccia con le aziende 14 Graphic novel e giornalismo

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twitter.com/labiulmcampus youtube.com/clipreporter facebook.com/Masteringiornalismo

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IVAN BERNI

Italia, un paese per vecchi tg

U

n’indagine dell’Osservatorio europeo della Sicurezza rilevava, qualche anno fa, una macroscopica asimmetria fra il modo di trattare la cronaca nera dei principali telegiornali italiani rispetto ai più seguiti telegiornali di altri grandi paesi europei. In particolare si segnalava come i nostri Tg1 e Tg5 mettessero, mediamente nelle loro edizioni principali, una media dell’11% di notizie di avvenimenti criminali contro l’8% della Bbc, il 4% della spagnola TVE e della francese France 2 e il 2% della tedesca Ard. Non c’è ragione di pensare che nell’ultimo periodo le cose siano cambiate. Il menù dei telegiornali nostrani, per non dire delle trasmissioni del pomeriggio e di molti “talk” specializzati in notizie “de paura”, è ancora farcitissimo di cronaca nera, con una preferenza quasi ossessiva sui casi di cronaca

DANIELA CARDINI*

Suburra, Gomorra e quei simpatici cattivi

E'

stata salutata con toni entusiastici: la nouvelle vague della serialità televisiva italiana, la tv di qualità che supera cinema e letteratura, e via celebrando. Soprattutto Romanzo Criminale e Gomorra, targati Sky, ed il recente Suburra (oggi è un film, nel 2017 la serie tv entrerà nel catalogo italiano Netflix), hanno riportato nei media e nel discorso comune l’annosa questione della qualità televisiva, che oggi pare vestire i raffinati panni della serialità “pay”. I fan sostengono che sia in atto una rivoluzione copernicana nell’ammuffito panorama della fiction italiana, confinata nei palinsesti Rai e Mediaset pieni di santi e poliziotti spesso narrati con gli stessi toni agiografici. In realtà il quadro è più complesso di quanto amano credere gli odierni tele-cinefili. Ma si sa, quando un fenomeno è di moda, todos caballeros. I neofiti della serialità si riconoscono tra l’altro per l’uso disinvolto e intercambiabile di termini come fiction, serialità, serie tv, telefilm, serial, di cui non padroneggiano le neanche tanto sottili differenze. O dalla diplomatica scelta di ignorare gli insuccessi “pay”, cioè quei titoli più apprezzati dagli uffici stampa che dal pubblico. E’ tuttavia innegabile che la triade Romanzo Criminale, Gomorra e Suburra rappresenti un segnale forte su cui riflettere, magari soprassedendo sulla sconcertante assonanza degli ultimi due titoli e

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che coinvolgono ragazzi o bambini (il caso Jara, il caso del piccolo Loris) o persone scomparse più o meno misteriosamente. Buon senso e logica indurrebbero a pensare che questa anomalia italiana dipenda da un maggior numero di reati commessi nel nostro paese rispetto al resto dell’Europa. Invece così non è: l’Italia registra un calo costante di reati gravi (omicidi, rapine, sequestri di persona) da quindici anni a questa parte, esattamente come avviene nel resto della Ue. E’ in crescita, invece, la microcriminalità predatoria, come testimonia la crescita dei furti in casa. Ma non è di questo tipo di reati che si riempiono le cronache dei nostri Tg. L’informazione televisiva insegue la cronaca dei morti ammazzati e la “serializza” e drammatizza quasi come una fiction. Dilata il singolo episodio fino a trasformarne i protagonisti in soggetti domestici, che tutti i giorni bazzicano i tinelli e i soggiorni delle famiglie italiane. Attori o comparse (mediocri, spesso squallidi e infine “mostruosi”) di una vicenda criminale che diventano star, come l’incredibile “zio Michele” del delitto di Avetrana. A proposito di questo fenomeno, si è sostenuto che si trattasse di una sofisticata operazione politica, tesa da un lato a diffondere un sentimento di paura, favorendo quindi partiti e schieramenti che hanno fatto della sicurezza la loro bandiera identitaria, e dall’altro a costruire un meccanismo di “distrazione di massa”

dell’opinione pubblica, portando l’attenzione della maggioranza altrove, rispetto ai gravi problemi economici e sociali del paese. In realtà quest’analisi – figlia del periodo in cui Berlusconi era al governo e con il Tg1 diretto allora dal fedelissimo Augusto Minzolini – non convince più e comunque risulta insufficiente a spiegare il perché di una anomalia che ancora continua. E anzi in certa misura si aggrava. Forse converrà prendere in considerazione un altro elemento. L’ossessione della “nera” dei nostri Tg probabilmente a più a che fare con la progressiva perdita di audience delle tivù generaliste e con l’idea di presidiare l’audience che rimane – lo zoccolo duro – attraverso contenuti che rispondano esattamente a quanto, si presume, desidera il pubblico superstite. In altri termini: l’informazione dei nostri Tg – e delle trasmissioni di infotainment – si gonfia di cronaca nera perché il pubblico più fedele rimasto alle tivù generaliste è composto da anziani. E siccome si pensa che l’anziano – molto spesso solo – non chieda altro che veder confermata dalla televisione la sua condizione minacciata, la solitudine, la brutalità dei tempi moderni, la paura del diverso, la fragilità della sua posizione sociale, eccogli servita una abbondante dose di paura quotidiana. Col rischio, reale, che i Tg nostrani risultino sempre più vecchi e pensionabili dei loro spettatori. ■

concentrandosi sulle tendenze in comune. Cominciamo dallo stesso regista, Stefano Sollima, il cui linguaggio nervoso e lucido sa ritmare il racconto del male con toni lividi. C’è il tema narrativo, quella cronaca oscura e inquietante che mostra come mafia, corruzione, camorra siano il terreno di coltura su cui si fonda l’apparente normalità della nostra vita quotidiana. C’è la matrice letteraria: Romanzo Criminale è stato scritto dal giudice De Cataldo, il successo internazionale Gomorra da Roberto Saviano e Suburra è ancora a firma di De Cataldo con Carlo Bonini. Anche il percorso produttivo è speculare: prima il libro, poi il film, infine la serie tv. Il tratto condiviso più significativo però è un altro: tutti, proprio tutti i protagonisti sono cattivi e violenti senza redenzione. E’ stato questo il tema più dibattuto all’uscita non tanto dei libri e dei film, quanto delle versioni televisive. Qualità o no, siamo pur sempre in Italia, dove la tv non riesce a scrollarsi di dosso la sua pessima reputazione. Perciò ci si è chiesti: questi cattivi sexy, che fanno innamorare le spettatrici e sono simpatici agli

spettatori, che hanno famiglia e vivono la loro mala-vita come fosse normale, non faranno venir voglia all’indifeso spettatore italiano di comportarsi come loro? Ora: la questione non è nuova, visto che JR esisteva già negli anni Ottanta. Neppure il bel Dexter, in anni più recenti, ha generato schiere di fan sanguinari o serial killer. Ma ecco dove sta la sorpresa della nuova serialità italiana: più della regia magistrale, delle ottime prove d’attore, della sceneggiatura impeccabile, la qualità è nella volontà di considerare lo spettatore finalmente adulto, capace - vivaddio - di superare la stantia contrapposizione fra realtà e tv. In Romanzo, Gomorra e Suburra il male è normale, ma attenzione: non imitabile, né desiderabile. Solo terribilmente vicino. Ciro, Dandi, Donna Imma potremmo essere noi. Davanti a queste figure reali e terribili la reazione di chi guarda non può essere imitazione, ma terrore, repulsione. Queste belle serie ci urlano, semplicemente, che il male siamo noi. Non possiamo nasconderci: ci tocca aprire gli occhi, e guardare. ■ *Docente Iulm

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DOS SIER

OGMvsBIO

Chimera OGM-free Importiamo milioni di tonnellate di prodotti geneticamente modificati per i mangimi È giusto vietarne il consumo diretto?

I

n Italia è vietato coltivare organismi geneticamente modificati (OGM) e fare ricerca sugli stessi. L’Italia è contraria al consumo diretto di OGM, perché non si conoscono con certezza gli effetti di questi alimenti sul lungo periodo e non si è in grado di escludere rischi per la salute umana (cd. principio di precauzione). L’Italia è dunque un Paese OGM free? Non del tutto. Gli OGM sono esclusi dai nostri pranzi e laboratori di ricerca ma non è vietato importarli: dati alla mano, importiamo ogni anno 8 milioni di tonnellate di soia e mais OGM, utilizzati come mangime per gli animali. Il tema degli OGM è tornato recentemente alla ribalta grazie ad alcune decisioni dell’UE (la Commissione Europea ha autorizzato per dieci anni l’ingresso di 19 OGM nell’UE, ma ha deciso di lasciare agli Stati membri la libertà di regolare l’ingresso di OGM nei loro mercati, in particolare vietandoli anche se sono stati autorizzati dall’Efsa, l’agenzia che certifica la sicurezza alimentare) nonché alla trattative sul TTIP. I sostenitori della politica anti-OGM, in primis Coldiretti e Legambiente, fanno riferimento ad argomenti di natura medica (gli OGM potrebbero nuocere alla salute umana) e culturale (non potremmo più parlare di made in Italy in caso di vini contaminati dal biotech). Il fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, ne fa una questione di “sovranità alimentare”, inteso come il diritto di ogni Paese ad avere il controllo su quel che si coltiva sul suo territorio. Non poche persone vedono nella politica italiana anti OGM (sostenuta da Maurizio Martina, ministro dell’Agricoltura, e dai suoi predecessori) una contraddizione, e chiedono che questa sia rivista, a seconda dei casi, chiudendo il mercato agli OGM o, viceversa, aprendo anche alle coltivazioni. In ogni caso, scienziati e agricoltori, pro e contro OGM, si uniscono nel chiedere più ricerca: entrambi ritengono che a mancare sia la sperimentazione, e propongono metodi diversi, dall’analisi in provetta alle mani nella terra. ■

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E la scienziata accusa: "Molti pregiudizi, pochi argomenti fondati"

Il TTIP è il partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, in fase di negoziazione tra USA ed UE. La Commissione esclude che tra gli effetti del patto vi sia l’invasione dei nostri mercati da parte di carni agli ormoni ed ogm americani. Il patto però uniformerà la legislazione in materia commerciale, per cui ci si chiede quale norma potrà impedire l’ingresso di ogm americani anche in Italia.

DI FRANCESCA ROMANA GENOVIVA M@fraro_geno

B elena cattaneo Senatrice e docente alla Statale di Milano

IL PUNTO DI VISTA

uona parte della comunità scientifica, da Umberto Veronesi a Roberto Defez (direttore del Laboratorio di Biotecnologie Microbiche del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli) ed Elena Cattaneo (senatrice a vita e professore ordinario presso il dipartimento di Bioscienze dell’Università di Milano), si schiera in favore degli OGM –o almeno della ricerca sugli stessi. Secondo Elena Cattaneo, il mais “tradizionale” espone i consumatori ad enormi rischi perché, come spiega su La Repubblica del 4 ottobre scorso, i campi sono irrorati due o tre volte l’anno con pesticidi e diserbanti dannosi per la nostra salute. Come dire che sulle nostre tavole arrivano ogni anno 200 tonnellate di insetticida –per il quale “il principio di precauzione sembra non valere”. L’uso di pesticidi in quantità così massicce è inoltre in grado di allontanare dai campi diverse specie animali (dalle lepri alle coccinelle), alterando interi ecosistemi (nb: per coltivare il mais Bt è comunque usato il glifosato, vd. Intervista a Maurizio Lauro). Ancora: il 62% del mais raccolto in Italia nel 2013 non era commerciabile per il consumo umano a causa dell’elevata presenza di fuminosine, micotossine potenzialmente cancerogene che non attaccano il mais Bt. Passando all’aspetto economico, l’Italia produce un decimo della soia e circa il 60% del mais necessari al fabbisogno nazionale, perciò è costretta ad importarne 8 milioni di tonnellate. Il valore delle importazioni raggiunge i 2.2 miliardi di euro. Se aggiungiamo che molto del valore derivante dalle esportazioni di cibi doc e dop viene perso per i costi di produzione, dipendenti anche dalla massiccia importa-

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Dei 19 ogm autorizzati dalla Commissione, 12 sono nuovi, mentre per altri 7 si è rinnovata l’autorizzazione. Si tratta di 5 varietà di soia, 7 di cotone, 3 di mais, 2 di colza e 2 di garofano.

ee zione di mangimi, si delinea un bel peso per una bilancia commerciale alimentare in rosso di almeno 4 miliardi. “Se si ritiene, scrive la scienziata, che i mangimi ogm siano sicuri per gli animali e per il consumo umano (indiretto), non sarebbe meglio produrli noi stessi?”. I consumatori temono una contaminazione tra coltivazioni OGM e tradizionali, che renda impossibile scegliere quali alimenti mettere in tavola. Inoltre, i semi ogm sono coperti da brevetti che li rendono estremamente costosi. Questi argomenti, secondo gli scienziati pro OGM, sono veri solo in parte: alcuni accorgimenti, come posizionare i campi OGM a una certa distanza da quelli non OGM, eviterebbero una confusione tra le coltivazioni. Sostengono inoltre che ad un coltivatore bio non conviene avere per vicino un contadino che sparge pesticidi. È vero che le coltivazioni OGM sono coperte dal brevetto delle multinazionali che le sintetizzano ma, per riprendere le parole usate dalla senatrice sul Sole24ore del 19 luglio, perché non contrapporre a questi prodotti una ricerca pubblica sugli OGM? In definitiva, secondo buona parte della comunità scientifica la politica italiana sugli OGM è il frutto di pregiudizi, non di argomenti scientifici. Già li importiamo, perciò alla contraddizione si aggiunge il (duplice) danno: da un lato si penalizza la ricerca, con l’Italia destinata a fare da ultimo della classe in un mondo sempre più aperto agli OGM. Dall’altro si limita la libertà d’impresa di quei coltivatori che sono pronti a mettere i loro terreni a disposizione per la sperimentazione. E sono centinaia: perché le statistiche mostrano che un campo di mais “italiano” rende 78 quintali di cereale per ettaro, mentre la stessa superficie, nella Spagna OGM-friendly, dà 110 quintali. Inoltre Efsa, OMS e Commissione Europea hanno dichiarato che il mais Bt è più sicuro di uno tradizionale innaffiato con i pesticidi, e con gli OGM si potrebbero proteggere alcune specie vegetali da malattie di origine virale (come è accaduto qualche anno fa per il pomodoro San Marzano). Quello che gli scienziati chiedono non è una rivoluzione in senso totalmente biotech dell’agricoltura, ma che si apra, su basi scientifiche, il terreno alla ricerca e alla coesistenza (già sperimentata con successo in altri Paesi) di coltivazioni bio e OGM. ■

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PRO

L

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"Basta disinformare i consumatori Il divieto ci danneggia"

uigi Barbieri, vicepresidente dell’Unione Provinciale Agricoltori di Brescia e coltivatore di mais, è favorevole all’introduzione in Italia del mais OGM e si dice pronto a mettere a disposizione i propri campi per la sperimentazione. “La mia opinione va per la maggiore, all’interno di Confagricoltura”, assicura. “Non voglio un’agricoltura esclusivamente gm, ma credo sia possibile la coesistenza tra coltivazioni tradizionali, bio ed ogm”. Dal suo punto di vista, in Europa siamo la pecora nera della ricerca. L’Italia vieta gli ogm “per semplici pregiudizi!”, dice Barbieri. “I consumatori sono contrari per ragioni non scientifiche. Si è parlato tanto di fragole-pesce e altre sciocchezze, la gente è spaventata!”. Un esperimento condotto da Confagricoltura Mantova durante il Festivaletteratura 2013 ha dimostrato che “basta spiegare agli oppositori degli OGM i vantaggi che offrono per far cambiare loro idea” (al termine dell’esperimento i favorevoli agli OGM erano il 55% dei partecipanti,

dal 46% iniziale). Quali sono i vantaggi? Come agricoltore, Barbieri preferirebbe il mais OGM perché ha una resa decisamente superiore rispetto a quello tradizionale. “Ci sono annate in cui il raccolto è veramente scarso, perché è aggredito da muffe e funghi”. Tutte cose che con il mais OGM non accadono. Inoltre il mais OGM non ha bisogno di tutti i pesticidi e i diserbanti necessari per il mais naturale. Questo rappresenta un vantaggio sia in termini di costi di produzione, che di salute dei consumatori. “Il mais ogm prodotto all’estero non solo ha una qualità migliore, ma vale più di quello tradizionale prodotto in Italia!”. Quanto alla libertà di scelta che l’UE lascia agli Stati in tema di coltivazioni OGM, Barbieri dice ancora che “chi è più aperto andrà avanti. Noi, di questo passo, rimarremo indietro. Se l’Italia vietasse l’uso di OGM anche per l’alimentazione degli animali, i costi dell’allevamento lieviterebbero. Una buona parte della filiera produttiva salterebbe in aria”. ■ [f.r.g.]

CONTRO

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"Quel mais biotech è pieno di erbicidi e glifosati Dobbiamo tornare alla terra"

on sono contrario agli OGM in generale, anche l’insulina lo è ed è indubbiamente utile. Ma mangiarli è un’altra cosa”. Maurizio Lauro, docente di Chimica nonché tra i fondatori di GasLoLa, spiega perché non dobbiamo coltivare gli OGM. “Si tratta di piante geneticamente modificate per resistere al glifosato, l’erbicida prodotto dalle stesse multinazionali che commercializzano i semi OGM”. Ecco l’inghippo: i favorevoli all’agricoltura biotech denunciano il massiccio impiego di pesticidi e diserbanti nei campi; ma per gli anti-OGM questi non offrono maggiori vantaggi: il mais Bt è comunque irrorato di erbicida, il glifosato appunto. Le multinazionali degli OGM vendono non solo i semi, ma anche i prodotti chimici necessari per la loro coltivazione. Mentre per gli OGM, però, non si è in grado di dimostrare la loro sicurezza per l’uomo, l’erbicida è stato dichiarato cancerogeno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. In più l’intervento sul DNA della pianta determina la sintesi di nuove proteine alle quali l’organismo umano non è “preparato”, col conseguente rischio di sviluppare reazioni allergiche.

Ma allora tra l’agricoltura “tradizionale” e quella degli OGM qual è la soluzione? “L’agricoltura attualmente praticata non è tradizionale. Si usano troppi pesticidi! Quante volte ho visto i contadini imbracati in tute “spaziali” per gettare sostanze chimiche sui loro campi! Se temono di venire a contatto con queste sostanze, perché non hanno paura di mangiarle?”. La soluzione è il ritorno ad un’agricoltura realmente tradizionale, che faccia convivere i macchinari moderni con metodi che non richiedano sostanze chimiche. Quanto al fatto che il mais Bt ha una resa nettamente superiore a quello non OGM, “la scienza dimostra che se continuo ad irrorare il campo di sostanze chimiche alla lunga il terreno si impoverisce di sostanze organiche, ecco perché diminuisce la sua produttività. È un circolo vizioso, continuando così serviranno sempre più sostanze chimiche per aiutare il terreno a produrre”. La soluzione è investire nella ricerca, intesa non come laboratori e interventi sul DNA, ma come ritorno alla terra, alla sperimentazione in campo, perché la natura offre (e offriva) molte più specie e molte più risorse di quelle che possiamo immaginare. ■

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DOS SIER

OGMvsBIO

Quel Bio che

non conosce crisi

Il numero uno della Coldiretti conferma: "L'Italia ha il primato europeo di imprese biologiche, consumatori disposti a spendere di più per la qualità"

roberto MoNCALVO

Presidente Coldiretti dal novembre 2013

LO ABBIAMO CHIESTO A

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Domanda in forte crescita, anche nella grande distribuzione DI MARTA PROIETTI M@MartaProietti88

N

ell’Italia della crisi economica un settore che sembra non averne subito le conseguenze è quello della produzione biologica. In base agli ultimi dati pubblicati dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, ed elaborati dal Sinab (Sistema d’informazione nazionale sull’agricoltura biologica), i consumi del mercato italiano biologico sono cresciuti del 17,3 per cento nei primi cinque mesi del 2014, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta dell’aumento più elevato dal 2002 ad oggi. Al 31 dicembre 2013 gli operatori del settore erano 52.383. Rispetto al 2012 si è registrato un aumento del 5,4 per cento. Nello specifico 41.513 sono produttori esclusivi; 6.154 preparatori esclusivi, comprendendo le attività che effettuano vendita al dettaglio; 4.456 effettuano sia attività di produzione che di preparazione

mentre sono 260 gli operatori che importano. I dati mostrano quindi un’avanzata importante del biologico. Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti (Confederazione nazionale coltivatori diretti), conferma: “La produzione biologica sta dando segnali positivi su due fronti: quello del consumo, in quanto c’è una forte domanda in crescita che rappresenta il segno di una richiesta di qualità e di sicurezza alimentare; e quello della produzione dove l’Italia registra il primato europeo in termini di numero di imprese biologiche. Questo dimostra che il consumatore è disposto anche a spendere di più in cambio di una qualità maggiore”. L’Osservatorio Sana 2014 evidenzia che la scelta di un consumo orientato al biologico dipende molto da fattori socioeconomici. Ad acquistare bio sono soprattutto le famiglie a reddito medio-alto, il 69 per cento, quelle in cui è presente un figlio in età pre-scolare e quelle in cui chi si occupa di fare la spesa ha un titolo di studio elevato. Le altre caratteristiche del “consumatore tipo” di prodotti bio sono: propensione all’attività fisica (62 per cento) e attenzione alla raccolta differenziata. “Molto spesso chi ha particolari esigenze nutrizionali, come vegetariani e vegani, predilige il biologico, - chiarisce Moncalvo- Il binomio avviene nel 78 per cento dei casi. Si è inoltre registrato un aumento nella spesa destinata al bio, passata a 39 euro rispetto ai 28 del 2011”. Nella maggior parte dei casi la spesa viene fatta nei punti vendita della grande distribuzione organizzata, anche secondo il presidente della Coldiretti “Acquistare i prodotti biologici attraverso il sistema della vendita diretta consente di usufruire di prezzi più bassi”. L’acquisto nei negozi specializzati avviene invece nel 23 per cento dei casi.

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INTERVISTA

ANDREA DI STEFANO

Presidente Cascina Cuccagna DI LORENZO LAZZERINI M@l_lazzerini

P

er il cibo siamo sempre disposti a spendere. L’importante è che sia di qualità". Così si spiega la crescita del consumo di prodotti biologici in Italia secondo Andrea Di Stefano, giornalista, pioniere del bio italiano e presidente di Cascina Cuccagna. Una cascina agricola del 1695 nel centro di Milano, recuperata con un lungo lavoro di restauro, dove si possono trovare prodotti a chilometro zero. Il settore sembra non risentire della crisi economica. Quali sono i motivi? «Il fenomeno della crescita del biologico è diventato più vistoso proprio in questi anni di crisi. Da una parte c’è una contrazione della spesa delle famiglie destinata ai generi alimentari, ma dall’altra abbiamo una crescita di due punti percentuali sulle vendite di prodotti biologici. É anche una conseguenza del cambiamento degli stili di vita. Poi c’è da dire che alcuni percettori di reddito hanno risentito meno degli effetti della crisi. Ci sono clienti disponibili a comprare meno prodot-

"Consumiamo sempre di più, ma la produzione non aumenta" ti, a condizione che siano di qualità superiore. Chi spende per la qualità si orienta sul biologico come scelta strategica. Questo spiega la crescita delle vendite del 10 per cento». Più consumo significa anche più produzione? «Purtroppo non tutta questa crescita si ripercuote sulla produzione. Sul lato produttivo, almeno fino alla precedente politica di attuazione dei Piani di sviluppo rurale da parte delle regioni, non c'era stato un vero sostegno alle produzioni biologiche. Aumento delle vendite a volte significa crescita delle importazioni. Il che è abbastanza surreale, visto che fino a poco tempo fa l'Italia divideva con la Spagna il primato di superficie agricola utilizzabile destinata al biologico». Chi sono i consumatori di prodotti biologici in Italia? «C’è un target composto da giovani, soprattutto giovani genitori che fanno attenzione all’alimentazione per i bambini, i neonati e tutta la fascia della prima infanzia. Inoltre la classe media ha un'attenzione sempre maggiore agli aspetti educativi legati al cibo. Spreca meno in termini quantitativi, ma preferisce consumare meglio». Quali sono gli ostacoli principali al biologico? «Direi l'accesso alle certificazioni. Per i piccoli produttori la questione della certificazione biologica è un grosso problema. Un esempio è quello del settore lattiero-caseario, che ha caratteristiche di produzione biologica ma non può fregiarsi della distintività della certificazione. Se sono un casaro di un'alpe di alta montagna e produco formaggio di

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malga quasi sicuramente ho una produzione completamente bio. Ma non ho le risorse per andarmi a comprare una certificazione». E' un problema di costi o di burocrazia? «Di costi. Una certificazione biologica costa annualmente circa 2mila euro. Possono sembrare pochi, ma se io, produttore di malga, faccio complessivamente 20mila euro di vendite di formaggio o di latte è evidente che questo 10 per cento diventa una cifra insostenibile». I prodotti Ogm rappresentano un fattore di rischio nel nostro mercato? «In questo caso il problema non è tanto italiano, quanto europeo. Con le ultime normative in Italia non c'è uno spazio di legittimità per le coltivazioni Ogm. Ma la partita non è chiusa, visto che alcuni paesi europei stanno interpretando le norme e scelgono di modificarle, come i paesi dell'Est e la Gran Bretagna. Oggi la politica di apertura agli Ogm non rappresenterebbe un fattore di rischio per il mercato italiano. Sull'insieme della regolamentazione dei prodotti biologici invece si. Pensiamo alle importazioni. C'è stata e c'è ancora una forte crescita delle importazioni di biologico in paesi dove l'apertura agli Ogm mette a rischio la garanzia di prodotti biologici e derivati. Queste rischiano di mettere tutto in discussione. A livello comunitario resta la conferma base sul divieto agli Ogm, che potrebbe essere messa in discussione se si arrivasse alla firma del TTIP. Questo potrebbe minacciare un certo modello di produzione di qualità agricola in Europa». ■

I DATI I prodotti che interessato maggiormente il consumatore sono quelli ortofrutticoli, lattiero-caseari, uova, pasta, riso e sostituti del pane. Molto forte sul mercato attuale è il vino. Questa crescita della domanda è dovuta a diversi fattori come ad esempio l’aumento del numero di referenze e della profondità di gamma dei prodotti bio nella Grande distribuzione organizzata (Gdo), l’ampliamento della gamma di prodotti che in passato non erano presenti e l’introduzione di nuove private label anche nei discount. Per quanto riguarda la produzione, è aumentata anche la superficie coltivata secondo il metodo biologico che corrisponde attualmente al 10 per cento della superficie coltivata nazionale, con una crescita pari al 12,8 per cento annuo. Roberto Moncalvo chiarisce che si registrano grandi numeri nel sud Italia e questo è soprattutto legato a un fattore oggettivo, quello climatico. “Nel meridione c’è un clima più secco rispetto al nord, che rende più semplice la coltivazione. In linea generale l’aumento riguarda l’intera Penisola, - osserva il presidente della Coldiretti- I dati elaborati dal Sinab mostrano che la regione con il numero più elevato di operatori è la Sicilia, seguita dalla Calabria e dalla Puglia”. Il mercato del biologico sembra quindi andare in controtendenza rispetto ad altri settori e si preve-

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Nel mondo l'Italia è solo al sesto posto per superficie agricola destinata al bio

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per cento Sau italiana destinata ai prodotti bio

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mln di ettari Sau riservata al bio in Australia

ra i Paesi dove la coltivazione biologica è più estesa, l’Italia si colloca al sesto posto per superficie agricola utilizzabile (Sau) nazionale investita a biologico. Secondo i dati del centro studi Confagricoltura, al 2012 la Sau italiana destinata ai prodotti bio (compresa quella in conversione) è di 1.170.000 ettari, pari al 9,1% sul totale. Il primato spetta invece all’Australia che su 12 milioni di ettari di Sau ne riserva al biologico il 2,9%. Seguono Argentina (2,6% su 3,64 milioni di ettari), Stati Uniti (0,6% su 2,18 milioni di ettari), Cina (0,4% su 1,9 milioni di ettari) e Spagna (6,4% su 1,59 milioni di ettari). In Europa quindi sono Spagna e Italia i Paesi con la più alta percentuale di Sau investita a biologico, prima di Germania (6,2% su 1,02 milioni di ettari) e Francia (3,8% su 0,98 milioni). Se consideriamo invece l’incidenza della Sau investita a biologico sul totale della Sau nazionale nei Paesi che hanno un’intensità più elevata di coltivazioni bio, l’Italia con il 9,1% scivola all’11° posto. Le prime tre posizioni sono occupate dalle Isole Falkland (36,3%), Liechtenstein (29,6%) e Austria (19,7%). Guardando alle coltivazioni, secondo i dati del centro studi Confagricoltura alcune nell’ultimo decennio hanno registrato incrementi costanti della Sau investita a biologico, mentre altre, come gli ortaggi, la frutta fresca, la frutta in guscio e i legumi secchi hanno un andamento irregolare. Al 2013 sono in crescita le coltivazioni di olivo, vite e agrumi e solo le colture industriali evidenziano una riduzione. Sulla zootecnia, l’allevamento biologico è diffuso soprattutto per le pecore e le capre (circa l’11% dei capi allevati), mentre i bovini biologici arrivano al 4%, seguiti dal pollame (1,8%) e i suini (0,5%). (l.l) ■

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ATTUALITÀ MILANO

Il pane delle Piramidi

La famiglia egiziana degli El Mandouh ha conquistato Milano con i suoi prodotti

DI LORENZO GOTTARDO M@LorenzoNasone

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uello del pane è un prodotto che va preso maledettamente sul serio, soprattutto a Milano. Secondo un’indagine della Coldiretti, risalente al 2014, l’alimento più consumato dagli italiani nel capoluogo lombardo costa, al kg, quasi 3 euro e 50 – solo a Bologna (3 euro e 80) e a Venezia (oltre 4 euro e 50) i

Dal "Forno delle Grucce" di manzoni fino alla famiglia El mandouh: la storia di milano è stata scritta anche nei panifici di quartiere prezzi sono più alti! Per il pane a Milano la gente scese in strada durante i moti del 1898 e il generale Bava Beccaris fece sparare sulla folla provocando più di ottanta morti. E nella sua storia la città ha spesso legato il suo nome a quello di celebri forni per la produzione del pane, tanto che Alessandro Manzoni, ne I Promessi Sposi, ci ha tramandato il ricordo del “Forno delle Grucce” da cui partirono i tumulti del giorno di San Martino nel 1628.

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Da qualche anno a questa parte però il pane di Milano sembra aver cambiato nazionalità, o almeno l’hanno cambiata coloro che lo producono. Molte delle tradizionali panetterie di quartiere hanno chiuso, soffocate dalla crisi economica e da orari che si fanno sempre più massacranti. Altre sono semplicemente passate di mano e a prenderle in gestione sembrano essere stati, soprattutto, cittadini di origine egiziana. Un’affermazione supportata dai dati forniti dalla Camera di Commercio che nel 2015 ha rilevato, sul territorio milanese, la presenza di 672 esercizi e imprese classificabili come panifici, di cui 149 gestite da stranieri, in buona parte egiziani. Una di queste attività, con sede in via Col di Lana, a due passi da piazza XXIV Maggio, è posseduta da Abdel Baki El Mandouh, un egiziano di 43 anni, arrivato in Italia dal Cairo nel 2000 per lavorare come panettiere. Abdel oggi rifornisce con i suoi prodotti quasi tutti i locali della movida sui Navigli. La sua è la storia non di un solo uomo, ma di un’intera dinastia di panificatori che a Milano ha fatto fortuna ed ora possiede ben 6 laboratori, situati in zone diverse della città (Rogoredo, P.ta Romana, Sant’Ambrogio), che producono più di un quintale di pane a notte ciascuno. «Perché – come dice Abdel – il pane dà lavoro tutti i giorni e la gente mangia pane tutti i giorni, anche se questa è una professione che richiede grandi sacrifici e che

non tutti possono fare». E infatti nel laboratorio di via Col di Lana a lavorare sono solo in due, Abdel e Mohammed, un suo parente poco più giovane. Da mezzanotte fino alle otto di mattina davanti ad un forno elettrico armeggiando con teglie roventi e poi da mezzogiorno fino alle sei del pomeriggio per preparare dolci e torte che necessitano di più calma e maggiori attenzioni. Gli orari sono massacranti, ma questa è l’unica soluzione possibile per ridurre i costi e garantire un guadagno consistente. «Per riposare c’è la domenica e quindici giorni d’estate in cui si torna in Egitto con tutta la

Sulla qualità delle materie prime non si può scherzare: il cliente vuole un prodotto buono, soprattutto se costa famiglia». Altrimenti bisognerebbe ridurre la qualità delle materie prime che però non è una strada percorribile: i clienti comprano un prodotto solo se è buono, soprattutto se costa caro. «Noi usiamo l'olio d’oliva perché dà un gusto completamente diverso al pane. I supermercati invece usano quello di semi perché devono risparmiare». E che il prodotto degli El Mandouh sia di ottima qualità lo certificano le decine di ragazzi che, a tarda notte

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FOCUS

nei week-end, fanno la coda davanti al suo laboratorio per prendere pizza e focaccia appena sfornate. Una clientela soddisfatta è la prima preoccupazione di ogni fornaio e Abdel, che nei suoi discorsi mischia egiziano, italiano e qualche parola in dialetto milanese, sa bene come conquistarsi l’affetto dei clienti. All’entrata si viene accolti dal profumo del pane ancora caldo, impilato in bella mostra dietro una teca di vetro, e sempre da un saluto gentile. Sopra la porta d’ingresso un grande orologio indica l’ora in ogni parte del mondo e sul bancone un soprammobile raffigurante l’ibis ricorda a tutti del Nilo, dell’Egitto e delle sue antiche tradizioni. «Pane per tutti i gusti e tutte le religioni. Qui si può trovare pane alle noci, al kamut, al rosmarino, alle olive e persino alle verdure miste. E per ogni cosa che compri un piccolo assaggio te lo offro io!» Fatica, un vasto assortimento e un pizzico di furbizia: così Abdel e gli El Mandouh hanno conquistato Milano e così il pane di Milano è diventato a poco a poco un pane egiziano ■

3,5 € prezzo al kg del pane a Milano

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i panifici presenti nel capoluogo

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quelli gestiti da egiziani o altri stranieri

C'ERA UNA VOLTA...

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Un panificio italiano nel "Porto Sepolto"

el suo romanzo “Il coraggio del pettirosso” (premio Campiello 1995) Maurizio Maggiani racconta la storia di Saverio Pascale e della sua lunga ricerca sulle origini della sua famiglia e del paese fantastico dal quale essa proviene: Carlomagno, «un paese di gente strampalata, fatta a modo suo…una tana di anarchici, di presuntuosi e attaccabrighe». Saverio è figlio di un immigrato italiano, libertario e cultore della poesia, che possiede un piccolo forno nella zona del porto di Alessandria d'Egitto e che la sera frequenta il circolo anarchico della Baracca Rossa, lo stesso dove Giuseppe Ungaretti teneva letture de “Il porto sepolto”. Alla morte del padre, Saverio eredita l'attività, ma

dopo le prime difficoltà, sentendo nell'animo sempre più pressante il desiderio di riscoprire il passato della propria gente. Saverio si trova costretto a vendere la proprietà del forno, che troppa fatica gli costerebbe mantenere, e s’immerge nella ricerca ■

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SOCIETÀ

MENTAL COACHING

Benvenuti nell'era del

mental coaching Oggi in molti si affidano a loro per raggiungere il successo, che si tratti di amore, sport o lavoro. Ma l'identità di questi "allenatori della mente" non è ancora del tutto chiara

Immagine tratta dal film "Le leggi del desiderio" di e con Silvio Muccino

DI ALESSANDRA PARLA M@AlessP90

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allora attenti a quello che desiderate, perché qui con me oggi lo potrete ottenere”. No, non è una minaccia. E' una delle “Leggi del desiderio” di Silvio Muccino, il film in cui il regista e attore veste i panni di Giovanni Canton, carismatico trainer motivazionale che, per dimostrare la veridicità delle sue teorie, accetta la sfida di portare tre persone al successo realizzando i loro desideri. Alcuni lo considerano un ciarlatano, altri un mitomane, altri ancora un buffone. In realtà è solamente un mental coach, una figura professionale di cui ancora oggi non è chiara a tutti l’identità, ma di cui ne è certa l’abilità: che si tratti di potere, successo, amore, denaro o vittorie, è colui che tutto puote. Non è una “specie di psicologo” così come molti lo definiscono, e nemmeno un motivatore. Il mental coach è un professionista che affianca le persone che vogliono raggiungere i loro obiettivi (siano essi sportivi, familiari o lavorativi) e il suo compito principale è quello di formare i clienti attraverso un vero e proprio allenamento della mente. La “preparazione” mentale si realizza instaurando innanzitutto un rapporto di fiducia vis-à-vis tra coach e persona improntato al dialogo, alla crescita e alla presa di coscienza di sé stessi. Grazie a particolari tecniche e abilità linguistiche, il mental coach è in grado di trasmettere strumenti

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e metodi che permettono di sperimentare benessere emotivo, di superare le difficoltà e di risolvere i conflitti interiori. Un modo per rafforzare l’autostima insomma, una filosofia di vita che può salvare da quella che più comunemente chiamiamo ansia da prestazione. Ma perché non possiamo farcela da soli? A quanto pare no. Il coaching oramai è diventato un aspetto fondamentale nella vita di atleti, cantanti, politici, imprenditori che, in vista di successi importanti da raggiungere, hanno la necessità di affidarsi a qualcuno e sentirsi dire “ce la devi fare”. Da Katie Holmes a Belen Rodriguez, “quando non ottengono più quello che vogliono, si rivolgo-

ATLETI, CANTANTI, POLITICI, IMPRENDITORI "QUANDO NON OTTENGONO PIù QUELLO CHE VOGLIONO SI RIVOLGONO A NOI" no a noi”, racconta Livio Sgarbi (nessuna parentela con il critico Vittorio, ndr), mental coach con alle spalle 25 anni di carriera a fianco di campioni del calibro di Ancelotti, Iaquinta e Clemente Russo. “Io non rimango in superficie, vado sul personale, indago nell’anima del cliente. Chiedermi aiuto è un grande attestato di fiducia, un atto di rispetto professionale e personale”, spiega. Sgarbi è uno di quei coach che nella vita fa anche altro. E’ un imprenditore, ha messo su un’azienda che si occupa di formazione per manager, società e privati, ma è an-

che un trainer che organizza corsi e seminari sullo sviluppo personale suddivisi per aree di interesse: business, life coaching, sport coaching. Sono questi sostanzialmente gli ambiti su cui oggi lavorano i mental coach, sebbene quello sportivo rimanga il più “fruttuoso” tra tutti, soprattutto dal punto di vista economico. Perchè sì, è indubbio che attorno a questa nuova professione sia scoppiato anche un business che permette ai vari coach di guadagnare un bel po' di quattrini. Dalla casalinga disperata al nuotatore che prepara le olimpiadi, sono sempre di più quelli che decidono di investire su questa sorta di angelo custode: ti aiuta a eccellere nella vita e, badate bene, non è un motivatore e nemmeno un councelor. A differenza di questi ultimi due infatti, il mental coach è un professionista in possesso di competenze specifiche che supporta il cliente nel raggiungimento degli obiettivi attraverso strumenti di comunicazione efficaci, quali la PNL (Programmazione Neuro Linguistica). I suoi non sono consigli come nel caso del councelor, e nemmeno spinte motivazionali, come nel caso del motivatore. Il lavoro del mental coach si basa sulla psicologia del cambiamento e ha come unico fine quello di fornire le risorse necessarie per la realizzazione personale. Ne sa qualcosa Alberto Ferrarini, ex “motivatore” del calciatore Leonardo Bonucci che, oltre a rifiutare le interviste, tiene a precisare la sua non appartenenza a questa categoria professionale. Sta di fatto che oggi, juventini e non, tutti hanno bisogno di sentirsi dire che vincere è l’unica cosa che conta. ■

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I VIP CON L'ANGELO CUSTODE

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"Da direttore a motivatrice: vi racconto la mia storia" DI GIULIA RONCHI

CLEMENTE RUSSO

KATIE HOLMES

BELEN RODRIGUEZ

E'

irrilevante chi sono io. E’ fondamentale ciò che sei tu”. E’ questo lo slogan con cui si presenta Claudia Musicco, consulente e motivatrice professionale. Claudia lavora nell’ambito del coaching dal 2009, quando ha deciso di lasciare la posizione di direttore commerciale che ricopriva in una grossa azienda. Claudia, cosa l’ha portata verso la strada del coaching? Nel 2009, la società per cui lavoravo aveva ridotto gli orari dei dipendenti per patto di solidarietà. Così, ho deciso di sfruttare il tempo libero per frequentare un corso di crescita personale. Dal primo giorno, ho capito che era quello che volevo fare per il resto della mia carriera. Ho fatto un percorso strategico per uscire dalla società e, successivamente, ho frequentato una seconda scuola di “success coaching”. Che tipo di persone si rivolgono a lei? Io sono specializzata nell’ambito del lavoro. Di solito, a chiedere la mia consulenza, sono i dirigenti di grandi aziende: negli ultimi due anni sono stati circa dueceneto. Recentemente ho aiutato un manager che, dopo essere stato promosso, necessitava di potenziare la sua leadership e la possibilità di delegare il suo lavoro. I singoli clienti, invece, arrivano a me tramite il passaparola. Dopo aver fissato gli obiettivi da raggiungere, ci vediamo circa dieci volte per mo-

INTERVISTA

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CLAUDIA MUSICCO nitorare i risultati intermedi. Ha dovuto affrontare un percorso formativo per attestare le sue competenze? Sì. Entrambe le scuole che ho fatto sono certificate ICF (International Coach Federation). E’ un’organizzazione accreditata di coaching con un preciso standard etico. Le sue scuole preparano a utilizzare undici competenze condivise a livello globale. Ha tre livelli di accreditamento: base, professional e master. Per raggiungerli, bisogna maturare delle ore di formazione e sostenere degli esami. Per ora, io ho raggiunto il secondo livello di certificazione. Cosa la differenzia da uno psicologo? La psicologia tratta di disagio, il coaching no. Se una persona ha un problema o ha subito un trauma nel suo passato, è necessario che intervenga un terapeuta. La sua professione è molto in voga negli ultimi anni, soprattutto fra i vip. Crede sia solo una moda oppure durerà? Essendo una tecnica durerà a prescindere. Se ci sono dei vip o degli sportivi che si affidano a un coach per migliorare le loro prestazioni tanto di cappello, ma non deve essere considerata solo una moda. Per fortuna ci sono federazioni che tutelano la professione; ricordo che in America esiste già da sessant’anni e anche nel nord Europa gode di grande prestigio. ■

L'INCONTRO

Coach, mi hai (quasi) convinta DI AZZURRA DIGIOVANNI M@AzzurraDigio

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essuno a vent’anni sa cosa vuole fare nella vita. I più fortunati, abituati a ripetersi che faranno una certa professione, si sono convinti a intraprendere un percorso di studi per poi diventare ciò che hanno sempre sognato. Io, fin da piccola, alla domanda «Cosa vuoi fare da grande?» cambiavo quotidianamente risposta. Parrucchiera, modella, giornalista. Anche se la strada del giornalismo ad ora sta avendo la meglio, dopo aver letto il banner pubblicitario «Diventare un Mental Coach Certificato ti permette di avviare una professione oggi molto richiesta e guadagnare tra i 5.000 e i 10.000 euro» ho deciso di ampliare i miei orizzonti e inserire tra le professioni possibili quella del mental coach. Decido di andare ad una lezione gratuita e farmi coinvolgere. Detto, fatto. Dopo aver svolto una ricerca online e aver trovato un corso di formazione, ho compilato il modulo di candidatura. A distanza di ore, sul mio cellulare appare una chiamata da un numero sconosciuto. È Arturo G. (nome di fantasia ndr.) esperto trainer e web coach. Con il suo carisma contagioso mi spiega il corso: quattro mesi di durata, lezioni attraverso degli webinar (seminario online) e incontri individuali con un mental coach. Per poter superare le mie perplessità ci accordiamo per un incontro. Dopo aver ricevuto promemoria via mail, il giorno prefissato “finalmente” è arrivato. Parcheggio la mia auto davanti alla location in una via residenziale in zona Certosa-Sempione, a portata di mano in caso di fuga. Citofono. Arturo mi accoglie all’ingresso. Il carisma che già al telefono si percepiva non è nulla in confronto a quello che trasmette dal vivo. Saliamo al piano superiore. Entriamo in una stanza: quattro

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pareti bianche, un tavolo rosso, una libreria piena di libri sulla motivazione riempiono lo spazio vuoto. La copertina di “Your brain at work” di David Rock cattura la mia attenzione. Mi ritrovo sola nella stanza. Il film che prima di entrare mi ero fatta non si avvicina minimamente alla realtà. Mi aspettavo di essere guidata verso una sala conferenze, piena di gente pronta a imparare tecniche mentali mai sentite prima. Una sorta di rivisitazione del film “Yes man” con Jim Carrey. Dopo aver metabolizzato che la versione hoolywoodiana è decisamente più emozionante della trasposizione italiana, apre la porta Giorgio M., Certified Mental Trainer. Ci sediamo e iniziamo a parlare. Mi chiede una breve presentazione. Gli narro la storia della mia vita, omettendo particolari, ed esaltando il mio interesse per la sua professione. Tocca a lui presentarsi. È un sport-coaching per una squadra di volley, un business-coaching nel mondo delle fiere, un professore di statistica per l’Università Bocconi e un consulente per i nuovi promettenti mental coach. Con delle slide al pc mi descrive il percorso che dovrei seguire: l’importanza di raggiungere gli obbiettivi formativi prefissati e la possibilità di poter realizzare il “Dream”, come direbbero i suoi amici americani. Il percorso fornisce competenze che possono essere utilizzate in ogni settore della vita, permettendo a ognuno di diventare il coach che desidera. Davanti al mio entusiasmo, Biffi chiama il suo collega Arturo per spiegarmi i dettagli amministrativi del corso. 2.000 euro per il percorso standard, 3600 per quello deluxe, pagabili in quattro rate o in un'unica soluzione con uno sconto di 200 euro. Il mio interesse fa ciò che vorrebbe fare il mio corpo: scompare. Mentalmente penso a tutto ciò che è possibile fare con quei soldi. Più ragiono sulla spesa, più il mio sogno diventa piccolo e insignificante. Mi alzo e ringrazio per la disponibilità. Anche se mi sembra evidente di non avere né la stoffa e né la convinzione per diventare una coach, mi ripeto di averci provato. I dubbi su cosa fare del mio futuro iniziano a farsi risentire. Tutto sommato però potrei diventare un’insegnante, o un’allenatrice o perché no, un’istruttrice di yoga. Oppure semplicemente finire il mio praticantato da giornalista. ■

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TECNOLOGIA APP

Per tutto il resto c’è un’app DI FEDERICA ZILLE M@fedezille

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re 7: sveglia, caffè e Whatsapp. C’era una volta il cellulare, microschermo verde, tastierino numerico e due uniche finalità, in sostanza: telefonare e inviare sms. Oggi, invece, sfiorando il touchscreen ci si dischiude tra le dita una mole di funzioni tale da rendere il telefonino uno strumento pressoché inseparabile. A dirlo sono i numeri: nel nostro Paese ci sono più sim che esseri umani, i contratti telefonici mobili attivi sono infatti 82,3 milioni, il 135% della popolazione residente; stando poi ai dati Eurispes, quasi sette italiani su dieci hanno uno smartphone e le applicazioni più scaricate sono quelle che consentono di tenersi in contatto con il mondo, su tutti i servizi di messaggistica istantanea. Il più utilizzato è Whatsapp, capace in soli sei anni di vita di collezionare nel mondo 800 milioni di download e surclassare il traffico degli sms tradizionali. L’Italia è il terzo paese dove è più radicato, a vincere sono l’interfaccia minimale e l’estrema velocità con cui è possibile condividere foto e brevi video o tracce audio; il distacco da Facebook Messenger è sempre più sottile, tanto che nel 2014 sono state proprio queste due le app più scaricate in Italia per iOS. Ne sarà felice il fondatore del social di Palo Alto, Mark Zuckerberg, dato che entrambe fanno parte del suo pacchetto azionario: un anno fa ha scucito 14 miliardi di euro per accaparrarsi Whatsapp assicurandosi il monopolio nel settore. Viene da chiedersi se questi strumenti aumentino il contatto o piuttosto rischino di isolarci. Il professor Guido Di Fraia, coordinatore del Dottorato

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in Comunicazione e Nuove Tecnologie della Iulm, propende per la prima tesi: «Con un gruppo di studenti abbiamo fatto un esperimento - esemplifica il sociologo - stare una settimana senza smartphone. Alcuni non ci sono riusciti, altri hanno evidenziato come questa astinenza abbia comportato fraintendimenti e difficoltà nel gestire le

“dipendenza da social? una questione biochimica: quando parliamo di noi il cervello produce dopamina, una sostanza legata al piacere” relazioni. Se utilizzati in modo consapevole sono certamente mezzi di arricchimento». Ore 13: a pranzo un selfie su Instagram. Tra le dieci app attualmente più scaricate in Italia da Google Play e Apple Store sono ben tre i social

network. Il 47% degli italiani che possiedono un cellulare dichiara di utilizzarlo anche per controllare le notifiche su Facebook - la piazza virtuale più frequentata - Google+, Twitter e Instagram. «Le persone parlano di sé per la metà del tempo - spiega Di Fraia - un atteggiamento del tutto naturale stando alle ultime ricerche: quando condividiamo i nostri pensieri si attiva infatti la produzione di dopamina, un neurotrasmettitore legato alle sensazioni di piacere». Non si tratta quindi di narcisismo, ma di bisogno di essere riconosciuti: «Il nostro cervello ci gratifica quando ci apriamo agli altri, questo può spiegare la dipendenza dai like o i selfie compulsivi». Nonostante Facebook e Twitter attirino utenti diversi, gli investimenti affrontati negli ultimi anni dalle due aziende danno l’idea di una guerra condotta a colpi di innovazione e componenti aggiuntive. Il social dei cinguetii, in particolare, ha cercato di colmare il gap sul fronte video acquisendo prima Vine, che permette di creare e condividere

LE APP PIÙ SCARICATE SU iPHONE NEL 2014 Sono le app di instant messaging le più scaricate dagli italiani nel 2014: stando ai dati di Apple, a fare incetta di download gratuiti sono state le creature dell’impero di Mark Zuckerberg. Tra le app a pagamento domina invece il fitness: 7 Min Workout e Runtastic aiutano a recuperare tonicità e monitorare le prestazioni dei runner.

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fb messenger

A guidare la classifica è Messenger, download quasi imprescindibile da quando la chat non è più disponibile sull’app di Fb

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2,5

filmati di sei secondi al massimo, e recentemente Periscope, un’applicazione dalle potenzialità – e relativi rischi – enormi: la novità sta nel passaggio dalla registrazione allo streaming immediato, in pratica con lo smartphone si possono ora realizzare delle vere e proprie dirette accessibili attraverso un semplice link. Se gli addetti all’informazione hanno accolto l’idea con entusiasmo, pregustando la possibilità di produrre live a basso costo, associazioni come Telefono Azzurro hanno posto l’accento sui pericoli che un uso poco consapevole di strumenti simili può generare: la preoccupazione principale riguarda il cyberbullismo, “giovanissimi ripresi a loro insaputa nelle aule delle scuole, per strada e in altri luoghi pubblici da coetanei o da adulti, nella quasi totalità dei casi senza alcuna autorizzazione”, denuncia l’onlus. «La gestione dell’identità e della sfera privata, all’interno dei social, nasconde dei punti critici avverte il professor Di Fraia - spesso i più giovani non percepiscono la complessità dell’audience che

82,3

i milioni di contratti mobili attivi in Italia

36%

gli italiani che accedono ai social da smartphone

le ore medie trascorse ogni giorno sulle app social

può intercettare i contenuti condivisi, molto più vasta ed eterogenea rispetto a quella che immaginano mentre pubblicano una parte di sé. Non è come nella vita quotidiana, dove il controllo delle distanze è fisico e il contesto in cui siamo inseriti ci aiuta a comprendere il ruolo degli altri». Lesione della privacy, dunque, ma anche della proprietà intellettuale dato che svariati utenti hanno sfruttato Periscope per trasmettere in tempo reale eventi sportivi coperti da esclusiva o intere puntate di serie tv - negli Stati Uniti sono già stati segnalati quei profili che hanno diffuso illecitamente match della Nhl e il ritorno de Il Trono di Spade. Come spesso accade, regolamentare e soprattutto monitorare il rispetto dei diritti saranno le sfide maggiori per i garanti del web. Ore 18: palestra o relax, la colonna sonora è Spotify Se il mercato discografico italiano regge è merito dello streaming. Negli ultimi anni la crescita delle piattaforme che consentono l’accesso immediato a cataloghi musicali sterminati come Spotify, Dee-

un milione di utenti in dieci giorni per periscope, l’app che manda la vita in streaming: violazione del diritto d’autore e cyberbullismo i rischi zer o Google Music è stata esponenziale: nel 2014 i ricavi di queste applicazioni hanno superato per la prima volta quelli generati dal download di musica digitale grazie a un +83% rispetto al fatturato dell’anno precedente. Dati che evidenziano una nuova modalità di fruizione musicale, con con-

sumatori sempre meno legati al supporto fisico – lo streaming permette di comporre un palinsesto personalizzato, fluido e composito – e sempre meno disposti a spendere soldi per scaricare brani ascoltabili tramite app sostenute dalla pubblicità. Restando in tema, un’altra icona che difficilmente manca negli smartphone degli italiani è quella di Shazam: il software - in grado di riconoscere in un paio di secondi qualsiasi canzone con tanto di dettagli su autore, album di provenienza e link al testo - è stata la quinta app più scaricata su iPhone nell’ultimo anno. Ore 23: mai più a piedi grazie al car sharing Lo sanno bene gli studenti fuori sede, i pendolari o chiunque per scelta non ha un’auto: le app che permettono di localizzare le vetture disponibili per un noleggio al volo sono tra le startup più ingegnose degli ultimi anni. Enjoy, Twist, Car2Go – negli ultimi mesi costantemente tra le 20 app più richieste su Google Play - e l’alternativa al taxi, Uber, sono servizi figli dell’era degli smartphone, a differenza di altre app nate online e semplicemente adattate ai supporti mobili. Rispondono al bisogno di mobilità nelle grandi città, all’esigenza di individuare ovunque e subito un mezzo più flessibile rispetto al trasporto pubblico locale. Che tuttavia in diverse città italiane si sta adeguando, dando la possibilità ai passeggeri di procurarsi i biglietti in qualsiasi momento, anche a bordo del mezzo, tramite app o scalando il costo dal credito telefonico attraverso un normale sms. Una soluzione intelligente per evitare la fila in edicola il lunedì mattina o, peggio ancora, incontri spiacevoli con il controllore. ■

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A seguire, una app da 800 milioni di utenti: il motto del Ceo, Jan Koum, è “no pubblicità, no giochi, no trucchetti”

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quizduello

facebook

shazam

Ha appassionato l’Italia per 12 mesi, per poi sparire come accadde a Ruzzle: attualmente è al 168° posto tra i download

È sempre Fb il social network più amato, tanto che un italiano su quattro lo ha scaricato sul proprio smartphone

Nata nel 1999, ha mezzo miliardo di utenti: il Ceo, Rich Riley, ha annunciato che presto riconoscerà anche libri e dipinti

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IULM

news

Cambio al vertice dell'Ateneo Dopo 14 anni lascia Giovanni Puglisi

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dalla prima pagina

na solidissima formazione umanistica classica abbinata al gusto della ricerca e al piacere della docenza. Mario Negri ha dedicato all’università e alla ricerca sul linguaggio delle antiche civilità egee – dalla minoica alla micenea – tutta la sua vita di studioso e di docente. In particolare Negri ha individuato nella storia linguistica dell’Egeo del II millennio a.C., con speciale riferimento ai testi amministrativi micenei e minoici (e particolare attenzione per la scrittura Lineare A), l’area privilegiata del suo interesse scientifico. Dopo il liceo classico a Casale Monferrato, Negri approda all’Università Statale di Milano, dove ha per maestri Vittore Pisani, Enzo Evangelisti e Dario Del Corno. Si laurea in Lettere Classiche con Evangelisti nel 1973 (“Elementi orientali nel Protogreco”, la sua tesi) e, nello stesso anno, inizia il suo percorso accademico in Statale come assistente di Glottologia, divenendo poi professore incaricato e associato. Nell’87 vince il concorso per professore ordinario di Glottologia e viene destinato all’università di Sassari per il periodo di “straordinariato” (una sorta di messa in prova, ora non più in vigore). Nel 1990 ottiene la cattedra di professore ordinario di Glottologia e Filologia all’università di Macerata. Un anno dopo, nello stesso ateneo, è nominato presidente del corso di laurea in Lingue e Letterature straniere. Alla Iulm viene chiamato nel 1995, come ordinario di Glottologia nella Facoltà di Lingue, letterature e culture moderne. In IULM Negri viene nominato, nel ’98 preside della facoltà di Lingue. Quattro anni più tardi è presidente del Settore Accademico in Innovazione e promozione dell’arte, della cultura e dei patrimoni dell’umanità e dal 2005 è Prorettore vicario dell’Università. “La Iulm è casa mia da vent’anni: sono il professore di ruolo più vecchio della nostra università”, dice il nuovo Rettore. Professor Negri, quali sono gli indirizzi e le priorità del suo nuovo incarico da Rettore della IULM? “Innanzitutto mi si lasci dire che la nostra è una università in salute: anche quest’anno abbiamo avuto un incremento della matricole di circa il 14% e, cosa particolarmente significativa, gli ultimi dati ci dicono che sono calati gli abbandoni al secondo anno, scendendo al di sotto della media nazionale. Per quanto riguarda la mia prospettiva, penso a un mandato concentrato sugli studi e la ricerca. La IULM deve caratterizzarsi per la grande sobrietà d’immagine e la qualità della sua offerta formativa. Sono contrario a troppa enfasi istituzionale. E poi dobbiamo puntare sulla collegialità".

INIZIATIVE

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Job day, faccia a faccia con le aziende

ziende e talenti. Top manager e giovani “cervelli”. Per mettere a stretto contatto i mondi dell’università e delle professioni, la IULM lancia l’iniziativa Job Day, una carrellata di incontri che permetterà ad alcune imprese leader nel proprio settore – e in qualche caso brand mondiali di livello assoluto - di aprire le proprie porte, entrando in contatto con gli studenti che frequentano l’Ateneo offrendo opportunità di stage e, in prospettiva, possibilità di collaborazione. Grazie a questa innovativa formula, manager e professionisti di veri e propri colossi globali della pubblicità, del marketing, della comunicazione, dell’arte, del lusso e del settore turistico, saranno ospitati in IULM ogni mercoledì, dal 14 ottobre fino a maggio 2016. Una vetrina per le aziende, ma anche un potenziale trampolino di lancio per gli studenti: se, infatti, le imprese faranno conoscere la loro realtà e il loro brand ai professionisti del futuro, attraverso le testimonianze dei top manager, gli studenti avranno l’opportunità di capire come funziona la macchina del recruitment, assistere a simulazioni di colloqui e conoscere

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Tre priorità per il futuro

Intervista al nuovo rettore IULM "Punteremo su sobrietà, collegiali Cosa intende, professore? “Siamo una comunità che può dare moltissimo, che nella collaborazione fra le diverse componenti – dai docenti al personale amministrativo agli studenti – può trovare un formidabile moltiplicatore. Una forza che ci aiuti a individuare e raggiungere gli obiettivi. La collegialità è un fondamento dell’Università”. Università in perenne sofferenza, in Italia, per una politica di tagli che sembra non avere mai fine. “Mi preme dire una cosa sull’antinomia, o addirittura il contrasto, fra università pubbliche e private. Noi siamo un ateneo privato ma non abbiamo fini di lucro. Siamo una istituzione di diritto pubblico a prevalente finanziamento privato. Ci battiamo per avere molti studenti perché questa è la condizione per fare meglio il nostro lavoro di docenza e di ricerca, non per accumulare utili. Dobbiamo assumere l’impegno alla massima sobrietà nelle spese senza che questo voglia dire taccagneria negli investimenti. Quando parlo di investimenti intendo, innanzitutto, risorse umane, progetti di ricerca, opportunità di crescita per i nostri collaboratori. Vorrei che questa

tutti i segreti dei processi di selezione. Così come avranno la chance di mettere in mostra il proprio talento, presentando il proprio curriculum vitae. Una formula win-to-win che ha come mission quella di costruire un ponte di collegamento tra il mondo dell’università e il mercato del lavoro. Proprio in quest’ottica, molte delle aziende che saranno invitate al Job Day pubblicheranno, quindici giorni prima dell’incontro in IULM, alcuni annunci di posizioni reali all’interno dell’apposita sezione dei Servizi Online del portale dell’Ateneo. Gli studenti avranno così la possibilità di inviare la propria candidatura e sostenere colloqui durante il Job Day, nel caso in cui l’azienda abbia valutato il loro curriculum in linea con le figure professionali richieste e quindi li abbia preselezionati. Ad inaugurare la formula del Job Day è stato l’incontro, mercoledì 14 ottobre, con i responsabili di Coca Cola, uno dei brand iconici del nostro tempo. E' stata poi la volta, mercoledì 21 ottobre, dell’appuntamento con la catena statunitense Starwood (al mattino, dalle 10.30 alle 12.30) e l’incontro (al pomeriggio, dalle 14.30) con la Triennale, polo milanese d’eccellenza per l’arte e il design. Mercoledì 28 ottobre (mattina e pomeriggio) è stata la volta del colosso televisivo, Sky. Densissimo il programma di novembre, con Sotheby's - Bulgari Hotel - Planetaria Hotel - Mediaset - Vodafone – GroupM. A dicembre saranno ospiti Ikea - Polo Musei Arte Moderna di Milano - NH Hotels, mentre a Febbraio toccherà a Club Med - Luxottica - Galleria Lia Rumma. Tutti gli incontri sono in programma nella Sala dei 146, nell'Edificio IULM Open Space (IULM 6). ■

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LA MOSTRA

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rità uro

IULM Mario Negri llegialità e progettualità" nuova stagione riportasse la IULM alla sua vocazione originaria”. Quale, professore? “La stagione della progettualità. Quando ero assistente alla Statale di Milano ancora non esisteva la facoltà di lingue. C’erano soltanto corsi di letterature straniere nella facoltà di lettere. Fu la IULM per prima ad avere la grande intuizione. Capì che c’era un grande spazio per le lingue, oltre che per la letteratura. E poi, anni più tardi, è stata la IULM per prima ad aprire le porte dell’università alle Relazioni pubbliche e alla Comunicazione. In tanti ci hanno imitato, o hanno provato a farlo con alterni risultati, puntando a portarci via studenti. Ecco, io credo che non ci si possa più adagiare. Non possiamo e soprattutto non dobbiamo permettercelo. Puntare sull’innovazione è nel nostro Dna: è la nostra vocazione da riscoprire”. ■

Graphic novel e giornalismo Arte e notizia

egli ultimi anni la Graphic Novel – ovvero il romanzo a fumetti – ha sempre più spesso incrociato il giornalismo, diventandone a buon diritto una declinazione fra le più interessanti e innovative. Metti le tavole d’artista, nate dalla matita di alcune tra le firme più autorevoli della Graphic Novel, e aggiungi la vocazione alla contaminazione dei linguaggi iscritta nel dna de La Lettura, l’inserto culturale del Corriere della Sera, in festa per il suo quarto compleanno, ed ecco la mostra “Graphic Novel. Racconti, cronaca, reportage: le storie disegnate nel supplemento culturale del «Corriere della Sera»”, che, dal 16 novembre, fa tappa all’Università IULM nel prestigioso spazio espositivo dell’edificio IULM Open Space (IULM 6). La mostra, che prima di approdare alla IULM è stata ospitata alla Triennale di Milano, è una rassegna completa dei lavori pubblicati dalla Lettura nel corso dei suoi quattro anni di vita. Come avvenuto per le mostre precedenti dedicate alle copertine d’autore e all’infografica utilizzata dal supplemento culturale del Corriere, il focus della mostra non è la “forma” in sé, ma le applicazioni di un linguaggio particolare in ambito giornalistico. Con la Graphic Novel il discorso si sposta sul rapporto strettissimo fra parola e immagine, sulla capacità di trovare un equilibrio tra la sovrapposizione dei piani – grafico, espressivo e informativo – e la misura (media) delle due tavole dedicate dal giornale a queste «storie disegnate». E’ l’esplorazione dei confini di un linguaggio che punta a coinvolgere e di informare allo stesso tempo, incrociando le esigenze di un giornale con le individualità creative dei singoli artisti che vi hanno collaborato, forzando anche, nel caso, i codici condivisi della comunicazione giornalistica, come quando le tavole svolgono in forma idiosincratica il genere, apparentemente poco affine al “racconto” - della recensione. Scorci fantastici e aderenza al reale convivono, la cronaca si sposa con la dimen-

MONDO FOOD

Nuove partnership con Gambero Rosso e FAO

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ungo Alimentazione, filiera agroalimentare, eccellenza del cibo, valorizzazione del “Made in Italy”: chiuso Expo, al quale ha contribuito con un ruolo di primo piano, la IULM conferma l’interesse strategico verso il mondo del Food con nuove partnership e offerte formative. Ai primi di ottobre, con la firma di un accordo fra il Rettore Giovanni Puglisi e il presidente di Gambero Rosso Paolo Cuccia, ha preso il via il progetto “Citta del Gusto”. La firma ha sancito la nascita della società “Città del Gusto – IULM Milano” – partecipata al 50% dai due soci - che darà vita, all’interno dell’Università, a un grande spazio dedicato alla formazione professionale ma anche ai tanti enthusiast che desiderano cimentarsi in corsi di approfondimento su vino e cibo di qualità. La prima "Città del Gusto" nasce nel 2002 a Roma. A questa seguono altre cinque in Italia (Torino, Napoli, Lecce, Catania e Palermo) e sei centri formativi all’estero (Tokyo, Seoul, Hong Kong, Bangkok, Istanbul, Miami a cui seguirà a breve Pechino). La Citta del Gusto di Milano sarà aperta a tutti, non solo agli studenti che frequentano regolarmente l’ateneo. Il progetto rappresenta l’occasione di un’offerta formativa innovativa, composta da una parte teorica affiancata da corsi con

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sione fiabesca, le aperture liriche si affiancano agli spunti morali, la riproduzione quasi fotografica di ambienti e personaggi scopre venature ironiche e surreali: da queste tensioni nascono le esperienze di artisti come Igort, Davide Toffolo, Federico Maggioni, Sergio Toppi, Paolo Bacilieri, Lorenzo Mattotti, Cinzia Leone. La mostra, realizzata con la Fondazione Corriere della Sera, è una sorta di autoritratto del giornalismo a fumetti, un genere, tra finzione e cronaca, che fa del rapporto simbiotico tra parola e immagine il suo terreno di sperimentazione e che La Lettura ha coltivato sin dal suo debutto. E’ proprio un viaggio a tappe nella galleria di storie e brevi racconti a fumetti de La Lettura, il filo conduttore dell’esposizione: si parte dal reportage a fumetti di Igort (vero nome Igor Tuberi) sulla situazione in Ucraina,

che ha inaugurato il primo numero nel 2011, per arrivare alle tavole più recenti, come quelle della fumettista Cinzia Leone che ha analizzato a colpi di matita la crisi greca. Finestra sul mondo delle graphic novel, la mostra è a cura di Gianluigi Colin, art direct del Corriere della Sera e di Antonio Troiano, responsabile della redazione culturale e del supplemento culturale, entrambi docenti IULM. L’esposizione farà tappa all’Università IULM dal 16 novembre al 23 dicembre (da lunedì a venerdì dalle 8.30 alle 19.30). Ingresso libero. ■

carattere pratico in grado di garantire un’elevata preparazione grazie a moduli formativo- pratico/teorici sempre in linea con le moderne tecnologie. Novità che riguarderanno Master e corsi di specializzazione sulla comunicazione ed il giornalismo enogastronomico, organizzati da IULM in partnership con Gambero Rosso. Nel frattempo, sul versante del diritto universale a un'alimentazione sufficiente, sana, corretta sul piano ambientale e nell’utilizzo della manodopera, la IULM taglia un primato europeo. Grazie alla prestigiosa partnership con la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, l’Ateneo tiene a battesimo il primo corso in Europa sui temi della sostenibilità e della sicurezza alimentare. L’innovativo percorso formativo del “Food Security and Sustainability”, che vedrà salire in cattedra delegati delle Nazioni Unite, intende raccogliere una sfida ambiziosa: plasmare una nuova generazione di professionisti e comunicatori che, oltre a leggere i temi della sicurezza alimentare in termini scientifici, sociali e di impatto economico, abbiano anche un background di competenze tali da farsi guida di un nuovo slancio globale verso il cambiamento. Al via da lunedì 16 novembre in Ateneo, il corso (della durata di cinque giorni full-time) sarà lo specchio di una didattica all’avanguardia che è da sempre presente nel dna IULM: un mix di teoria e pratica, lezioni in aula, esercitazioni di gruppo, case-studies e simulazioni di scenari reali. Con un valore aggiunto: il know-how della più importante agenzia delle Nazioni Unite: la FAO. Il corso, tenuto in lingua inglese e aperto a un massimo di trenta partecipanti, sarà un nuovo tassello del mosaico formativo dell'università. Ne sono un esempio di successo i Master in Food&Wine Communication e in Food Design, quest’ultimo promosso in collaborazione con Scuola Politecnica di Design. ■

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International University of Languages and Media

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Labium novembre 2015  

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