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Periodico del master in giornalismo dell’Università IULM - Campus Multimedia In-formazione - Facoltà di comunicazione, relazioni pubbliche e pubblicità

ANNO XII

NUMERO II

MARZO 2015

www.campusmultimedia.net/labiulm

La coop sei tu?

Viaggio nel pianeta cooperative Un gigante da un milione di occupati e un fatturato da 140 miliardi di euro sconvolto da Mafia Capitale pag 4 - 9

di GIOVANNI PUGLISI

Oltre i mascalzoni

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news pag 22-23

EXPO SOLIDALE

EDITORIALE

Conosco da vicino il mondo della cooperazione e del volontariato attraverso alcune mie esperienze di amministratore di istituzioni che si impegnano molto in questa direzione: ho sempre avuto una visione molto positiva di questa realtà e mi sono sempre convinto che la loro attività fosse qualcosa di assolutamente disinteressato e spontaneo, utile agli altri piuttosto, anzi mai, che a se stessi.

IULM

La recente vicenda di Mafia Capitale ha aperto una incrinatura nella mia visione di questo sistema: non tanto e non già perché penso che questa sia una piaga diffusa (almeno me lo auguro!), quanto piuttosto per la portata e il valore che ha assunto nel circo della comunicazione mediatica, con effetti, credo, comunque negativi nell’immaginario collettivo sull’intero sistema.

segue a pag 24

CASCINA TRIULZA LA FATTORIA DEI BUONI pag 10-13 YOUTUBE

LO SCOUTING DI FEDEZ E DJ FRANCESCO pag 14-15 LA SCIENZA SFIDA IL TEATRO pag 16,17 ROZZANO È MARZIALE pag 18,19 LA CRISI NEL PALLONE pag 20,21

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Gli scandali devono spingere a fare pulizia in un settore fondamentale per il sostegno al bisogno

Cooperazione, risorsa primaria del Paese dalla prima pagina

Non è certamente possibile fare l’esame del sangue ad ogni soggetto e ad ogni iniziativa che si propone alla nostra attenzione come progetto sul campo verso il sociale e il culturale: sarebbe una follia impossibile da gestire e darebbe alle nostre azioni un significato e un valore molto diverso, la diffidenza, infatti, come sistema di analisi e di giudizio sarebbe una brutta bestia in ogni rapporto relazionale. Per converso, invece, ciò che accompagna e gestisce il rapporto in ogni attività filantropica e in particolare nel mondo della cooperazione sociale è, e non potrebbe essere diversamente, la fiducia, sostenuta talora dal carisma dei soggetti impegnati nell’azione sociale, talora dallo slancio morale che accompagna molte persone in questa attività. La vicenda romana apre però alcuni squarci drammatici in tutta questa filiera. Squarci di drammatica verità: come, infatti, sia possibile dare “fiducia” – e che fiducia! – a personaggi così discutibili e discussi con il nazista Massimo Carminati e l’ex detenuto Salvatore Buzzi, accusato e condannato per reati gravissimi, come l’omicidio di una persona, nel 1980 (un secolo fa!) con 24 coltellate? Vero è che nessuno è vittima delle sue colpe per tutta la vita, ma è anche vero che i reati dei quali sia Buzzi, che Carminati si erano macchiati non erano bazzecole, che potevano essere facilmente dimenticati o cancellati con un colpo di spugna, bensì erano cose gravissime proprio contro la “persona”, lo stesso soggetto che avrebbe dovuto costituire il cuore delle azioni di sostegno e filantropia dei nostri “eroi”! Lungi comunque dal volere recriminare sulle responsabilità dei politici di prima o di seconda fila che hanno costituito, coscientemente o inconsapevolmente (cosa alla quale credo molto poco!), la

rete di sostegno e di supporto all’azione criminale di Carminati e Buzzi, ciò che mi preme mettere in evidenza è la eccezionalità della situazione, anche se essa deve farci riflettere sulla necessità di alzare la soglia dell’attenzione e della sicurezza, intorno ad ogni azione che abbia giro di risorse, specie finanziarie, soprattutto qualora esse siano destinate a scopi cosiddetti benefici o sociali. Il mondo della cooperazione e del volontariato è strutturalmente sano e gode di ottima salute: la sua attività nella quotidianità delle sue azioni riesce a dare spazio e speranza a molte migliaia di persone, che spesso hanno perduto anche il coraggio di mostrarsi nelle condizioni di disagio in cui si son venute a trovare a causa dell’innalzamento della soglia di povertà, che ha caratterizzato la vita delle nostre città e delle nostre periferie in particolare in questi ultimi anni. È solo il caso di ricordare come istituzioni solide e degne di rispetto come la Caritas oppure la Comunità di Sant’Egidio, proprio nella Capitale, svolgono un’azione sana e forte in direzione del sostegno alla società del bisogno: come peraltro centinaia di altre cooperative sociali che, in silenzio e con continuità, danno vita e anima ad azioni davvero importanti di sostegno al bisogno sociale o all’handicap o alla malattia o anche solo alla vecchiaia triste e abbandonata. Ma, oltre alle iniziative filantropiche e sociali che riempiono la vita delle nostre città e assicurano qualità e sostegno alla vita di migliaia di persone ogni giorno in ogni parte del nostro Paese, spesso con sacrifici di chi vi lavora, sempre con discrezione e impegno personale, fortunatamente esistono anche altre grandi attività di livello morale alto e qualità sociale importante, che svolgono azioni sul territorio nazio-

nale in modo trasparente e utile. Voglio ricordarne solo una, che conosco direttamente e che svolge con risultati eccezionale la sua azione di sostegno alla cooperazione e al volontariato, in modo esemplare, come esemplare è la sua genesi. Mi riferisco alla Fondazione con il Sud, struttura senza fini di lucro e di natura giuridica privatistica, voluta dalle Fondazioni di origine bancaria e dal mondo del volontariato e del Terzo Settore, che hanno investito in quest’impresa sociale centinaia di milioni di euro, con lo scopo di metterli a reddito e dare sostegno finanziario ed economico continuativo a iniziative di diversa natura che animano le città e le periferie del nostro Sud Italia. L’attività di questa Fondazione è ormai un fatto certo e consolidato del “sistema mezzogiorno”, con il risultato eccezionale di avere movimentato non solo coscienze e persone, ma anche soggetti pubblici e privati, dando vita, spesso, a nuove forme di cultura della cooperazione, come le Fondazioni di Comunità, che sono sorte in alcune città del nostro Mezzogiorno (Salerno, Napoli, Messina), per iniziativa congiunta di soggetti pubblici e privati. Esemplare iniziativa, che da sola – ma non è la sola! – merita la riconoscenza di tutti coloro che credono ancora in modo chiaro e forte nella cooperazione, nonostante Carminati e Buzzi. Anzi, se davvero dal male può nascere il bene, la triste vicenda dei due mascalzoni romani ci induce ad alzare sempre più la soglia dell’attenzione ogni qualvolta ci si presenta qualche “benemerito” della socialità, al quale dovremo dare fiducia solo dopo attenta verifica non solo delle intenzioni, ma anche dei risultati: come, per esempio, nel caso della Fondazione con il Sud. È l’unica maniera di evitare rischi di altre incrinature di fiducia. Giovanni Puglisi

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DICEMBRE 14 / MARZO 15 - N° 2 - A 12

QUESTO NUMERO La coop sei tu?

International University of Languages and Media

Diretto da

IVAN BERNI e GIOVANNI PUGLISI (responsabile) Progetto grafico Stefano Scarpa

In redazione: Cinzia Caserio, Marco Demicheli, Cosimo Firenzani, Federico Fumagalli, Elena Iannone, Mariella Laurenza, Daniele Lettig, Barbara Montrasio, Adriano Palazzolo, Federica Palmieri, Matteo Palmigiano, Roberta Russo, Stefano Scarpa, Alessandra Teichner, Girolamo Tripoli, Omar Bellicini, Francesca Del Vecchio, Azzurra Digiovanni, Salvatore Drago, Daniele Fiori, Francesca Romana Genoviva, Edmondo Lorenzo Gottardo, Lorenzo Grossi, Lorenzo Lazzerini, Alessandra Parla, Marta Proietti, Claudio Rinaldi, Giulia Ronchi, Carlo Terzano, Federica Zille.

via Carlo Bo,1 - 20143 - Milano 02/891412771 tutor.giornalismo@iulm.it Registrazione Tribunale di Milano n.477 del 20/09/2002 Stampa RS Print Time (Milano) Master in Giornalismo Campus Multimedia In-Formazione Direttore: Giovanni Puglisi Coordinatore didattico: Ivan Berni Responsabile laboratorio redazione digitale: Paolo Liguori Tutor: Silvia Gazzola Docenti

Federico Badaloni (Architettura dell'informazione) Camilla Baresani (Scrittura creativa) Ivan Berni (Storia del giornalismo, Editing e Deontologia) Marco Brindasso (Tecniche di ripresa, luci, montaggio) Marco Capovilla (Fotogiornalismo) Toni Capuozzo (Videoreportage) Piera Ceci (Giornalismo radiofonico) Marco Boscolo (Data Journalism) Andrea Delogu (Gestione dell’impresa editoriale-TV) Cipriana Dall'Orto (Giornalismo periodico) Luca De Vito (Riprese e montaggio) Giuseppe Di Piazza (Progettazione editoriale e Giornalismo Periodico) Dario Di Vico (Giornalismo economico e finanziario) Guido Formigoni (Storia contemporanea) Giulio Frigieri (Infodesign e mapping) Marco Giovannelli (Digital local news) Riccardo Iacona (Videogiornalismo) Bruno Luverà (Giornalismo e società) Caterina Malavenda (Diritto penale e Diritto del giornalismo) Matteo Marani (Giornalismo sportivo) Marco Marturano (Giornalismo e politica) Pino Pirovano (Doppiaggio) Andrea Pontini (Gestione dell’impresa multimediale) Marco Pratellesi (Gestione delle imprese editoriali Web) Giuseppe Rossi (Diritto dei media e della riservatezza) Alessandra Scaglioni (Giornalismo radiofonico) Claudio Schirinzi (Giornalismo quotidiano) Gabriele Tacchini (Giornalismo d’agenzia) Vito Tartamella (Giornalismo scientifico) Fabio Ventura (Trattamento grafico dell’informazione) Marta Zanichelli (Publishing digitale) Marco Subert - Francesco Del Vigo - Lavinia Farnese (Social Media Curation)

Presidente: Giovanni Puglisi Vice Presidente: Gina Nieri Amministratore Delegato: Paolo Liguori Direttore generale: Marco Fanti Consiglieri: Gian Battista Canova, Mauro Crippa, Salvatore Carrubba, Paolo Proietti

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Sopravvivere alla crisi economica si può. Le cooperative ne sono un esempio. Fatturato e livelli occupazionali in crescita dimostrano che con una gestione condivisa le imprese italiane possono ripartire. Agricoltura, grande distribuzione e servizi sociali sono solo alcuni dei settori di maggiore interesse, guidati oggi da grandi aziende cooperative. Agevolazioni fiscali concesse dallo Stato hanno da un lato richiamato critiche e detrattori e dall’altro investimenti e capitali. Non tutti però hanno compreso valori e regole. Scandali e realtà inquinate da Nord a Sud segnalano che il modello può funzionare, ma ha bisogno di maggiori controlli da parte delle associazioni di rappresentanza e delle autorità. Mafia Capitale è solo l’ultimo di una lunga serie di casi che meritano l’attenzione dell’opinione pubblica

DOSSIER/ COOP Pianeta Coop. Affari e mutualismo

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"Quello strapotere nella grande distribuzione”

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Facciamo una cosca in cooperativa…

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Più regole, meno politica, la nuova sfida coop

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SPECIALE/ EXPO SOLIDALE Cascina Triulza la fattoria dei buoni

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Gaetano Pascale, Slow Food: vi racconto il mio Expo 11 I sindaci con le Onlus: “Alleanza per i beni comuni”

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SOCIETÀ Professione Youtuber

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Lo scouting di Dj Francesco

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Fedez e l’Officina dei rapper

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CULTURA La scienza sfida il teatro

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Che spettacolo la matematica

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SPORT Rozzano, cintura nera d’Europa

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C’era una volta l’Eden del pallone

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IULM news Una food experience magistrale

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Lo spot per il Ministero arriva dalla Iulm

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twitter.com/labiulmcampus youtube.com/clipreporter facebook.com/Masteringiornalismo

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IVAN BERNI

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Quei tagliagole transmediali

Fra gli addetti ai lavori, da qualche tempo, circola l’oscuro termine “Transmediale”. Non è un’affezione dei menischi e nemmeno una pratica sessuale eterodossa. Il termine allude all’utilizzo di diversi linguaggi, fra i quali, ad esempio, quello dei videogiochi, nella narrazione giornalistica. Si tratterebbe, in questa accezione, di una rottura espressiva dei codici

LUCA PEYRONEL*

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Con Expo alla scoperta della Milano romana

ochi sono i giorni che ci separano dall’apertura dell’Esposizione Universale 2015. Milano è travolta da una corsa contro il tempo, fra cantieri aperti e allestimenti in corso: dalle grandi imprese e istituzioni alle più piccole realtà, ciascuno vuole partecipare, esporre, comparire. Qual è l’obiettivo di questa corsa? Quali i beni che si vogliono mostrare, i messaggi che si vogliono comunicare, i tavoli su ci si vuole confrontare? Fin dall’Esposizione Nazionale del 1881, quando fu coniato il termine di “capitale morale” d’Italia, Milano ha dimostrato la sua aspirazione ad essere una città dinamica, sempre al passo coi tempi, lanciata verso il futuro. Le parole di Guido Piovene nel “Viaggio in Italia” ben riassumono questa condizione: “Milano è una città utilitaria (…) demolita e rifatta secondo le necessità del momento, non riuscendo perciò mai a diventare antica”. Ma come è possibile restituire un’immagine fedele di sé, senza tener conto delle proprie radici, senza avere una reale coscienza della propria storia e identità? Alle soglie di Expo 2015, un bando di Regione Lombardia ha offerto una preziosa occasione di rilancio di una componente importantissima, quanto sottovalutata, per la ricostruzione dell’identità milanese: l’archeologia. Fra i vincitori del bando, infatti, vi è un ampio progetto, condiviso - fatto di per sé eccezionale - dalla Soprintendenza Archeologia della Lombardia, dal Civico Museo Archeologico di Milano, dall’Arcidiocesi di Milano, e da quattro università (Politecnico di Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Milano e Università IULM). Il progetto, denominato MEDIOLANUM MMXV, è mirato alla sistematizzazione e all’aggiornamento delle conoscenze del patrimonio archeologico della città e allo studio di strategie per la conservazione, il restauro e la fruibilità dei siti

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tradizionali, che per dare più efficacia al racconto non lesina l’uso di effetti speciali, rovesciamento prospettico nell’uso delle videocamere, montaggio serratissimo, visioni in soggettiva che simulano (o effettivamente utilizzano) dispositivi come le Steadycam o le minuscole ma resistentissime telecamere Go-Pro. Insomma: fiction e gaming per esaltare e spettacolarizzare le riprese video di eventi e azioni in movimento. Ci si domanda o meglio, ci si domandava, dove mai avremmo assistito all’applicazione di questa “tecnica mista” tanto suggestiva quanto pericolosa se utilizzata nel giornalismo, per il rispetto dei fatti da documentare e della loro sequenza. Poi sono apparsi i video di propaganda dell’Isis e si è scoperto che qualcuno, il “Transmediale”, lo applicava e lo gestiva con maestria. I tagliagole del Califfato “vendo-

no” il loro ignobile prodotto come un’estensione, reale, dei videogiochi di guerra con cui i giovani dell’occidente, e non solo, occupano il loro tempo libero. In quei video di propaganda è come se ci fosse la promessa di entrare nell’azione virtuale, di diventarne protagonisti, di ammazzarne uno più del nemico, di sentirsi inattaccabili e invincibili. O di farla franca, se l’esito della battaglia non è quello voluto. Tanto, basta un reset e si può ricominciare. E’, a ben vedere, una lezione spaventosa. Il corto circuito fra virtuale e reale praticato con sapienza cinica dal “ministero” della propaganda del califfato sprigiona una potenza simbolica mostruosa proprio perché somiglia a un gioco. Proprio perché ha tradotto in una carneficina reale un massacro da playstation. Attenzione, quindi: il nemico è anche virtuale. Perciò ancora più subdolo e pericoloso. ■

archeologici, anche di molti attualmente non accessibili al pubblico. IULM partecipa a tale progetto curando gli aspetti legati alla comunicazione e alla valorizzazione integrata, con il sostegno del Laboratorio ArcheoFrame da me diretto. La storia antica di Milano è generalmente poco nota ai suoi stessi cittadini, nonché ai sempre più numerosi turisti, per via di un’evidente difficoltà nella divulgazione di un patrimonio archeologico frammentato, nascosto e disperso. Un patrimonio che contiene però le tracce materiali di un passato importante: Milano fu una delle capitali dell’impero romano e, in quanto sede vescovile di Sant’Ambrogio, fu uno dei luoghi-chiave per la diffusione del cristianesimo occidentale. Gli edifici moderni celano nei sotterranei lussuose residenze, un palazzo imperiale, complessi pubblici monumentali, come il teatro e l’anfiteatro romani, strutture artigianali e commerciali, necropoli e straordinarie basiliche paleocristiane. Il progetto di ricerca applicata dell’Università IULM, affidato a Gioia Zenoni, ha come obiettivo la creazione di un’identità unitaria per questo insieme variegato e la costruzione di nessi concettuali forti fra tutti i monumenti e il paesaggio urbano attuale. Sono ora in fase di sperimentazione modelli e strumenti di comunicazione innovativi, che coniugano la qualità dei contenuti scientifici ad un approccio divulgativo e multi-prospettico. Un viaggio che racconterà con modalità differenti a diversi tipi di pubblico monumenti, luoghi, og-

getti e personaggi della Milano antica. Abbiamo quindi composto una redazione volta alla progettazione e alla realizzazione di percorsi narrativi e di materiale multimediale e audiovisivo: videoclip, documentari, applicazioni interattive. In un intreccio di sperimentazione e didattica, alle risorse interne al Laboratorio ArcheoFrame sono affiancati gli studenti dei corsi di Laurea Magistrale in Arti, patrimoni e mercati e di Televisione, Cinema e New Media, grazie ad un workshop chiamato “Archeotelling”, attivato insieme a Fabio Vittorini. I prodotti saranno diffusi sui social networks dell’università (pagine facebook e twitter Archeotelling e canale youtube) e su un nuovo sito web da noi realizzato in accordo con il MiBACT, il primo interamente dedicato all’archeologia milanese. Inoltre, abbiamo inserito la programmazione di eventi legati al patrimonio di Milano all’interno di un più ampio calendario di appuntamenti “Archeosharing IULM”, un ciclo di incontri organizzati e promossi dal nostro laboratorio ArcheoFrame per la diffusione della cultura archeologica fuori dalle sedi convenzionali, improntati all’interdisciplinarietà e ad un approccio trasversale fra mondo antico e contemporaneo. Fra i primi risultati del progetto si segnala lo speciale dedicato alla Milano di Ambrogio per l’avvio della serie “Italia. Viaggio nella bellezza”, realizzato da RAI Storia in collaborazione con ArcheoFrame, che sarà presentato e proiettato in università il 24 marzo. ■

*Docente Iulm

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DOS SIER

COOP

Pianeta coop affari e mutualismo Fare impresa in Italia non è un privilegio delle società di capitali. Coop, Conad, Granarolo, Unipol, sono solo alcuni dei grandi marchi che hanno deciso di sfidare il mercato attraverso la forma cooperativa. L’idea di unire le forze dei soci per favorire interessi condivisi e promuovere una gestione comune ha radici lontane. Nel tempo la cooperazione ha rivendicato valori e ideologie, ha subito trasformazioni e ha accompagnato lo sviluppo economico del paese.

DI CLAUDIO RINALDI M@claudrinald

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e cooperative sono nate prima di partiti e sindacati. Si sono manifestate nel sistema produttivo già nel XIX secolo e hanno vissuto le numerose evoluzioni del Novecento. Hanno raccolto consensi e prodotto nuove realtà. Il riconoscimento della funzione sociale è avvenuto solo con l’approvazione della Costituzione, con l’ art. 45. Una consacrazione che ha sancito il definitivo ingresso nel sistema economico del paese e ha provocato ricadute nei rap-

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Oggi incide sul PIL per circa l’8% e sfiora un fatturato di 140 miliardi di euro e conta oltre un milione di posti di lavoro. Numeri, che da soli non raccontano lo scenario di un mondo, scosso dal caso di Mafia Capitale - con la cooperativa sociale 29 Giugno al centro dell'inchiesta - e da altri scandali in giro per l’Italia, ma capace di affrontare la crisi con soluzioni alternative e in difesa del lavoro e della dignità delle persone. Pregi, paradossi e contraddizioni si intrecciano e meritano un’attenzione particolare.

porti con le altre formazioni intermedie. In particolare ha creato un legame decisivo e duraturo con i partiti. Anche le cooperative hanno partecipato alla divisione ideologica del mondo, accet-

il legame decisivo e duraturo con i partiti pare giunto al capolinea entro due anni la fusione tra legacoop, confcooperative e agci tando di dividersi in schieramenti politici opposti e confliggenti: comunisti contro democristiani, socialisti contro liberali. Tre grandi associazioni

di rappresentanza, sulla scia della tripartizione sindacale, hanno interpretato la passione politica, i sentimenti e le convinzioni dei loro iscritti; hanno loro offerto protezione e stabilità. Legacoop ha difeso interessi e valori della sinistra. Confcooperative quelli dell’associazionismo cattolico. L’Associazione generale cooperative italiane (AGCI) si è eletta paladino del mondo laico e liberal-democratico. Un panorama così variegato è giunto oggi al capolinea. La consapevolezza di un’evidente contrazione delle distanze tra le formazioni politiche e la ricerca di una maggiore autonomia decisionale ha infatti prodotto anche nel mondo della cooperazione una sfida comune. Nel 2011 le tre centrali hanno creato un coordinamento na-

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zionale, Alleanza delle cooperative italiane (ACI), con la finalità di formare una rappresentanza unitaria. Un percorso, che secondo il numero due di Legacoop Nazionale, Luca Bernareggi, “si concluderà nel 2016 con la fusione in un’unica grande associazione di rappresentanza”. Intanto la forza economica delle cooperative è cresciuta fino al punto che oggi in alcuni settori il paese difende il proprio valore produttivo prevalentemente sotto la forma cooperativa. Livelli di crescita più evidenti si registrano in particolare nell’agricoltura, nella grande distribuzione e nei servizi sociali. Non mancano grandi marchi anche nell’edilizia urbana, nella logistica, nei gruppi bancari e assicurativi. Numerosi enti locali hanno poi deciso di affidare servizi di prima necessità per i cittadini ad imprese cooperative con la convinzione che esse possano gestire

la loro forza economica e' cresciuta ancora: in alcuni settori l'italia difende il proprio valore produttivo sotto la forma cooperativa. oggi rappresentano l'8% del pil nazionale con maggiore equilibrio attività di interesse comune. Scandali e realtà inquinate da Nord a Sud dimostrano che non sempre scelte di questo tipo hanno prodotto vantaggi alla collettività. Si sviluppano nel tempo nuovi scenari economici, si riformano le governance, ma non cambia il presupposto di base, lo scopo mutualistico. La realizzazione del lucro rimane una prerogativa delle società di persone e di capitali. La volontà di produrre a favore dei soci un vantaggio, non perfettamente quantificabile in danaro, continua ad essere invece la vera peculiarità del mondo cooperativo. Assicurare ai soci il lavoro, offrire beni di consumo a condizioni migliori rispetto al libero mercato rappresentano i benefici per i quali si sceglie la forma cooperativa. Le simpatie di tanti derivano però anche da altro. Esistono notevoli vantaggi fiscali, giustificati da uno scambio “equo” con lo Stato. Da un lato le cooperative si impegnano infatti a non distribuire parte degli utili tra i soci e a investirli nuovamente nell’impresa. Dall’altro il legislatore decide di “premiare” il ruolo sociale con un regime fiscale agevolato: la parte degli utili, destinate a riserve patrimoniali indivisibili tra i

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Gli occupati dalle coop, un numero in continua crescita nonostante la crisi

soci, non concorre a formare il reddito imponibile della società. Il voto capitario è poi un’altra “medaglia” concessa alle cooperative. Il valore delle quote non conta nelle delibere assembleari: ogni socio ha diritto a un voto. Per queste caratteristiche, ma anche per i valori espressi in favore della dignità dei lavoratori, la cooperazione merita una considerazione nelle politiche economiche del paese. Il modo in cui alcune imprese hanno affrontato la crisi offre spunti di riflessione. Contratti di solidarietà e di riduzione degli stipendi in difesa dell’occupazione hanno permesso di superare momenti critici e ripartire con grande determinazione verso livelli produttivi di crescita e sviluppo. Il fenomeno della disoccupazione non ha riguardato le cooperative. I numeri dimostrano che il sistema ha tenuto, in controtendenza rispetto all’andamento generale. “Nel modello cooperativo c’è del buono che dovrebbe valere per tutte le imprese”. Anche se non sempre è così. ■

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LA CRITICA

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"Privilegi e strapotere nella grande distribuzione" DI DANIELE FIORI M@FioriDaniele

C’

è chi le detesta, le cooperative, e le considera un fattore di distorsione del libero mercato. Agevolazioni fiscali ingiustificate e truffe societarie sono i principali argomenti messi sul piatto dai “detrattori”. «Non mi stupisce la forma “cooperativa” in quanto tale. Ma il fatto che siano tali e tante, e operino in ambiti così diversi, lascia perplessi», racconta Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni. La radice genetica, strettamente legata al tessuto sociale ed alle appartenenze politiche, fa sì che i colossi delle coop godano di un generale sostegno e di un folto seguito. Non mancano però, specialmente tra economisti ed imprenditori, i critici, che puntano il dito in particolare contro i vantaggi che il legislatore prevede per questa forma di impresa. Capofila di questa battaglia il patron di Esselunga Bernardo Caprotti, che ha contestato appunto lo strapotere e le agevolazioni fiscali di cui godono le cooperative nella grande distribuzione. Le sue denunce e quelle di altri big del settore, hanno attirato l’attenzione della commissione europea, che indaga su eventuali aiuti di Stato e distorsioni della libera concorrenza. «Quello che il legislatore fa, disponendo una agevolazione fiscale, è provare ad orientare le scelte degli individui, come la scelta se costituire una cooperativa o un’impresa. Insomma, presume di sapere qual è il modo migliore nel quale dovremmo indirizzare le nostre risorse. Mi sembra che i fatti smentiscano questa presunzione», polemizza sempre Mingardi. Il suo riferimento è ai tanti casi, non

<< Il legislatore presume di sapere qual e' il modo migliore di fare impresa. I fatti lo smentiscono>> solo Mafia Capitale, che raccontano di un uso distorto delle imprese coop. Nel giro di mazzette intorno all’Expo spunta Manutencoop, colosso bolognese da 1 miliardo di fatturato annuo, indagato dalla Procura di Milano, ma anche per lo scandalo degli appalti della Asl di Brindisi. Situazione simile al nodo Tav di Firenze, dove lavora Coopsette, un altro gigante degli appalti pubblici, di cui si sta occupando la Procura del capoluogo toscano. A Trani invece la Cmc di

Ravenna è all’onore delle cronache per il caso del “porto fantasma” di Molfetta, cantiere aperto per incassare i c0ntributi pubblici poi stornati verso altri impieghi, secondo l’ipotesi accusatoria della Procura. Oltre ai casi di corruzione legati ai grandi appalti pubblici, un fenomeno in preoccupante espansione nel tessuto produttivo italiano è quello delle cooperative spurie: società che perseguono una serie di obiettivi illeciti, come l’evasione fiscale e contributiva, l’applicazione di contratti pirata, l’illecita somministrazione di manodopera e il caporalato. E’ un sistema semplice ed efficace. Le imprese, che hanno bisogno di lavoro flessibile ed a basso costo, si rivolgono alle cooperative spurie che forniscono

gli imprenditori denunciano: <<falsano il mercato>> poi i casi di corruzione e le truffe delle coop spurie manodopera in appalto a prezzi stracciati. Quest’ultime raccolgono persone, spesso straniere, che si accontentano di una paga oraria più bassa, assenze, malattie e straordinari sottopagati, contributi non versati. Grazie allo sfruttamento dei soci-dipendenti e all’evasione contributiva, le spurie abbattono i costi ed accontentano le imprese committenti, che risparmiano e riducono gli occupati in busta paga. Una volta terminato il lavoro, la cooperativa sparisce nel nulla con la stessa rapidità con cui è nata. Lo schema non cambia quando a commissionare il servizio è un ente pubblico. «Le amministrazioni prendono in carico sempre più mansioni e si trovano ad esternalizzarle a società, spesso quelle con le quali sono in buoni rapporti», spiega Mingardi. Specialmente i servizi di prima necessità per i cittadini vengono quindi affidati a cooperative, che si formano allo scopo. A vincere gli appalti sono le spurie, che fanno l’offerta più bassa, e non quelle che offrono garanzie di un servizio qualificato e regolare. «Il danno è presto detto», continua il direttore dell’Istituto Bruno Leoni, «risorse pubbliche, cioè soldi che sono stati sottratti a noi contribuenti, che finiscono in tasca a signori non proprio commendevoli. L’estensione del fenomeno è difficile da stimare: non ce ne rendiamo nemmeno conto». ■

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DOS SIER

Quella cosca in cooperativa...

COOP

Scandali e successi della 29 Giugno Onlus al centro dell'inchiesta di Mafia Capitale DI LORENZO GOTTARDO M@lorenzonasone

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uò un uomo essere diverso dalla sua storia?», se lo chiedeva spesso Salvatore Buzzi, citando Pier Paolo Pasolini, quando nel suo studio, con alle spalle “Il Quarto Stato” di Pelizza da Volpedo, concedeva interviste in cui raccontava i meriti e i successi ottenuti negli anni dalla sua 29 Giugno. E adesso invece ci si chiede cosa resterà della Cooperativa dopo quando si saranno spenti i riflettori di Mafia Capitale. Per ora quel che ne rimane sono un Consiglio d'Amministrazione incaricato dall'Autorità Giudiziaria, due presidenti delegati alle prese con le lungaggini della burocrazia e 1329 lavoratori su cui da qui a un anno penderà la spada di Damocle della disoccupazione. Perché, se l'operazione “Mondo di Mezzo” è riuscita a spazzare via il clan di Massimo Carminati, altrettanto non poteva fare con quel sistema di cooperative, facente capo al suo braccio destro Buzzi, che nella Capitale tuttora occupa settori fondamentali come la collaborazione con Ama per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti o la gestione dei centri di accoglienza profughi e dei campi rom. Un sistema senza il quale

Roma rischierebbe il collasso. L'unica soluzione possibile era quella di congelare la situazione, almeno nel breve periodo, e dare ai nuovi organi amministrativi la possibilità di proseguire con l'attività ordinaria mantenendo gli attuali rapporti contrattuali, almeno finché questi stessi non scadranno e sarà poi il mercato a decidere il futuro della 29 Giugno e di tutte le sue partecipate. E se così dovesse essere, il destino della Cooperativa potrebbe essere già segnato, sia perché appare onestamente impossibile

l'operazione "mondo di mezzo" ha spazzato via il clan di carminati ma non quel sistema di cooperative senza il quale roma collasserebbe scrollarsi di dosso la pesante etichetta di “cooperativa mafiosa”, sia perché molti di quei ricchi bandi di gara che negli anni le hanno permesso di prosperare sembravano esserle stati cuciti addosso in sede d'asta. Strano destino per una realtà nata proprio grazie alle simpatie del mondo romano più altolocato. Era il 29 giugno 1984 (da qui il nome della Società) quando a Rebibbia durante un convegno sulla condizione delle

SCHEDA

carceri italiane viene proposto, dallo stesso “detenuto modello” Salvatore Buzzi, il progetto di una cooperativa che miri al reinserimento lavorativo di chi esce dalla prigione. Un progetto che diventa presto simbolo di solidarietà e riscatto sociale e sul cui atto costitutivo sono presenti le firme di personalità come don Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas Diocesana, e Laura Lombardo Radice, moglie del deputato comunista Pietro Ingrao. Da quel giorno la 29 Giugno Onlus, fondata ufficialmente l'anno successivo, ha iniziato a crescere con l'appoggio del CNS, della LegaCoop e dei partiti politici, sia di destra che di sinistra, alla guida del Comune di Roma, fino a fare un vero e proprio salto di qualità nel 2007, sotto la giunta Alemanno, inserendosi in quei lucrosi appalti che ancora oggi controlla. Poi c'è stata l'indagine di Mafia Capitale, gli scandali che hanno scosso l'amministrazione comunale e la delibera che ha posto sotto sequestro la 29 Giugno e la Eriches 29 (il consorzio cui tutte le cooperative di Buzzi facevano riferimento) con tutti i loro beni. Nel mezzo stanno diverse migliaia di individui che grazie alla Cooperativa hanno avuto l'occasione per ricostruirsi una vita e che, se interpellati sulla vicenda, risponderebbero: «Criminale o no, Buzzi mi ha aperto le porte del carcere dandomi un lavoro!» ■

RISERVE DI UTILI

Dal 2006 in avanti la 29 Giugno Onlus ha registrato una crescita progressiva ed inarrestabile negli utili, nelle riserve e nel valore del capitale sociale

CAPITALE SOCIALE UTILI

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INTERVISTA

“Salviamo quel che c'è di buono” Dottor Flaviano Bruno, il 9 dicembre 2014, dopo le indagini su Mafia Capitale, l'Autorità Giudiziaria nomina per il Consorzio di Cooperative Eriches 29 e per la Società Cooperativa Onlus 29 Giugno un nuovo Cda di cui lei è il Presidente. Da allora come è stata riorganizzata la “matrioska” di cooperative creata da Salvatore Buzzi? «Definirla “matrioska” non è corretto. Le cinque società facenti capo a Salvatore Buzzi erano abbastanza definite. Ciascuna aveva una precisa linea di business con una clientela specifica. La Onlus, costituita nel 1985, e la Eriches, il consorzio e quindi anche la holding di tutto quel sistema, sono state sequestrate ed assegnate a noi in regime di amministrazione controllata. Successivamente sono state sequestrate anche la Formula Sociale, la Formula Servizi e la Formula Abc, il cui Cda è presieduto dall'avvocato Luca D'Amore». L'ha sorpresa l'influenza che aveva nel mondo degli appalti quella che, in fin dei conti, era una semplice cooperativa sociale? «Sì, ma bisogna fare delle precisazioni. La 29 Giugno è una cooperativa sociale che sul libero mercato non potrebbe competere con le Srl o le Spa. È in quest'ottica che la legge prevede appalti particolari o assegnazioni dirette senza bando di gara. Questo per dire che molti degli appalti garantiti alla 29 Giugno in questi anni non erano un favore fatto a Buzzi, ma un riconoscimento dell’azione socialmente utile svolta dalla Cooperativa». Come si spiega il fatto che la 29 Giugno abbia incrementato progressivamente i suoi utili in

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un periodo di crisi economica? «Gli utili derivano per lo più da aree e progetti innovativi come la raccolta differenziata, che nei Comuni vicino Roma è cominciata solo da pochi anni. Un altro settore interessato da un forte incremento del fatturato è stato quello dell'accoglienza abitativa e dell'assistenza, dove fare fatturato era relativamente facile perché si partiva da zero. È vero che c'è stata una crescita, ma è stata una crescita che si sarebbe verificata in ogni caso perchè le cooperative sono potute entrare in settori che prima non esistevano». Si è detto che la 29 Giugno fosse in grado di vincere così tante gare d'appalto perché molte le venivano "cucite addosso". È vero? «Ancora non sappiamo precisamente come si siano svolti i fatti, però, per quello che ho potuto osservare, le gare cui ha partecipato la 29 Giugno sono state gare regolari con margini di guadagno normali». E quale pensa possa essere stato il peso di Luca Odevaine, che le indagini hanno dimostrato essere a libro paga di Buzzi? «A questa domanda non credo di poter rispondere. Però basta andare a vedere gli incarichi che Odevaine ricopriva (pubblico ufficiale al Tavolo di coordinamento nazionale sull’accoglienza dei rifugiati e presidente della Fondazione Integra/ Azione) per rendersi conto che la sua era un’influenza non da poco». Diversi appalti sono ormai in scadenza e la vittoria dei nuovi bandi di gara non è garantita. Quale potrebbe essere il futuro dei 1329 lavoratori della 29 Giugno? «Noi parteciperemo a tutte le gare con la speranza di vincerle perché in passato la Cooperativa ha dimostrato di essere valida. Confidiamo di riuscire ad ottenere uno spazio sul mercato che ci consenta di non licenziare nessuno, Se non dovessimo riuscirci, vorrebbe dire che questo tentativo (previsto

dall'art. 416 della legge anti-Mafia), il primo in Italia, di mantenere operativa un'azienda sottoposta a sequestro non è andato a buon fine. Ma questa sarebbe, credo, una sconfitta per tutti». Attualmente qual è lo stato d'animo dei lavoratori e qual è il rapporto del nuovo Cda con i loro rappresentanti? «I lavoratori sono giustamente in apprensione. Di 1300 circa 880 sono soci, quindi questa Società rappresenta non solo il loro lavoro ma anche un investimento dei loro risparmi. I rapporti con le sigle sindacali sono improntati alla più chiara trasparenza e finora abbiamo trovato, magari dopo qualche piccola discussione, la più ampia convergenza e collaborazione». Rimarrà qualcosa di questa realtà o si corre il rischio che le conseguenze di Mafia Capitale spazzino via tutto quanto? «Noi non siamo qui né per liquidare né per preparare la confisca della Società, ma per migliorarla e riconsegnarla poi nelle mani dei soci o di chi verrà in condizioni possibilmente migliori di quelle che abbiamo trovato. Se alcuni soggetti che ricoprivano posizioni importanti in questa struttura si sono resi colpevoli di determinati reati, questo sarà la Magistratura a dirlo e a valutare le eventuali ripercussioni avute su un'operatività aziendale che noi per il momento stiamo riscontrando essere perfettamente coerente dal punto di vista economico». E il patrimonio nascosto di Salvatore Buzzi? Si dice che l'imprenditore negli anni abbia accumulato proprietà di vario genere intestandole alla stessa 29 Giugno o a terzi ricollegabili alla Cooperativa. «La Magistratura ha sequestrato un insieme di beni e sta facendo tutti i controlli del caso, quindi il processo di definizione del patrimonio che girava attorno a questo mondo è ancora lontano dall'essere completato». ■ [l.g.]

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DOS SIER COOP

PARLA IL NUMERO DUE DI LEGACOOP NAZIONALE

Più regole occupazio Meno politica agevolL La nuova sfida coop Nel 2016 le tre centrali cooperative si fonderanno in un'unica rappresentanza per difendere un "gigante" solo italiano indebolito dagli scandali e dalla crisi

luca bernareggi Nato a Monza, nel 1963, è dal 22 maggio 2006 presidente di Legacoop Lombardia, oltre a ricoprire, tra gli altri, l’incarico di vicepresidente di Legacoop Nazionale. Nel suo passato una militanza politica nel PCI e nel PDS. Nell’ambiente cooperativo è stato presidente dell’Associazione lombarda delle cooperative di produzione e lavoro. In Legacoop si è occupato di promozione e sviluppo di nuove cooperative e di interventi nel settore dell’edilizia convenzionata.

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CRISI E OCCUPAZIONE La crisi economica ha influito sul sistema delle cooperative? «Non possiamo sentirci a riparo dalla crisi. Se le banche non fanno credito, o se le PA non pagano, non pagano tutti, compreso le cooperative. Abbiamo chiuso esperienze secolari. Fino a qualche anno fa tra le prime dieci imprese italiane del settore-costruzioni, cinque erano cooperative. Adesso di queste ne rimangono solo due.» Come avete reagito in termini di occupazione? «Abbiamo provato a fare tutti un po’ di sacrifici, al fine di salvaguardare i posti di lavoro delle persone. Le imprese di capitale hanno risolto il problema dell’occupazione secondo una logica più risoluta, dichiarando degli esuberi o attivando procedure di licenziamento collettivo consentite dalla legge. In molte cooperative invece si è arrivati ad assumere orientamenti così radicali solo in mancanza di altre soluzioni. Abbiamo attivato forme di contratti di solidarietà, di riduzione degli stipendi, di rinuncia a parte delle retribuzioni, magari anche decidendo di mettere queste quote ad aumento di capitale sociale. Non è vero che davanti a scelte difficili, i lavoratori non capiscono e se ne fregano. I problemi è meglio discuterli piuttosto che nasconderli: insieme si possono fare scelte più sagge e responsabili. Nel modello cooperativo c’è del buono che dovrebbe valere per tutte le imprese.» Questa regola vale solo nei momenti di difficoltà? «No, dovrebbe valere anche nei momenti di felicità. Dei risultati di un’azienda devono beneficiare tutti. Prendiamo esempio dall’estero. La Wolkswagen è un modello: lì se bisogna tirare la cinghia la si tira tutti insieme, ma laddove ci sono i risultati, questi si dividono tutti insieme. Anche in Italia, molte cooperative negli anni di benessere hanno utilizzato l’istituto del ristorno, pagando ai lavoratori un surplus di retribuzione.»

AGEVOLAZIONI FISCALI Si discute spesso in merito ai vantaggi fiscali di cui godono in Italia le cooperative. Ritiene che tali benefici siano giustificabili? «Sì, sono giustificabili. Questi benefici sono frutto di uno scambio tra lo Stato e le cooperative. Da una parte le cooperative, per legge, non possono distribuire la gran parte degli utili tra i soci. Dall’altra, proprio per questo motivo, lo Stato concede vantaggi fiscali, comunque inferiori rispetto al passato.» Allora cosa ne pensa dell’indagine da parte del commissario europeo alla concorrenza in merito alla questione fiscale? «C’è un caso specifico che riguarda le cooperative italiane, sulle quali è stata aperta una procedura di infrazione per presunti aiuti di Stato: ci contestano 50-100 milioni di tasse. La tematica è stata sollevata soprattutto da alcuni concorrenti italiani nel settore della grande distribuzione. Ci sono delle regole europee che sembrano studiate apposta per mettere in riga quelli che cercano di comportarsi correttamente e lasciare campo aperto a quelli che si comportano in modo più furbo.» Quindi? «I governi italiani, sia di destra che di sinistra, ci hanno sempre difeso in questi anni. Noi crediamo di avere ragione. D’altronde alcune dinamiche europee spesso sono figlie di storie molto incoerenti. Apprendere che Jean-Claude Juncker, attuale Presidente della Commissione Europea, ha permesso quando era capo del governo in Lussemburgo un’evasione fiscale di 350 miliardi di euro ad alcune grandi imprese (anche italiane), e che questo è permesso dalla legge, mi fa nascere dei dubbi. I problemi sono davvero i 50-100 milioni di euro di agevolazione fiscale dati dallo Stato italiano al sistema delle cooperative? Trovo ridicola questa cosa.»

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zio olLa p

COOPERATIVE E PARTITI

Proviamo a parlare del rapporto tra cooperative e politica. «C’è una storia dietro le affinità tra partiti, sindacati e il mondo cooperativo e va rispettata. Bisogna riconoscere che l’Italia per molti anni ha vissuto su una divisione ideologica. Chiunque, un politico, un sindacalista, un commerciante, un artigiano, e quindi anche un cooperante, aveva la sua casa di appartenenza politica in relazione all’attività che faceva. Quel mondo lì è finito. Una parte di noi è ancora figlia del passato. Io personalmente non mi vergogno affatto della storia da cui provengo. L’importante è che ci sia sempre un giusto riconoscimento trasparente dei processi che vengono attivati.» Questo scenario c’entra con la scelta delle tre grandi associazioni di rappresentanza di convogliare in un unico coordinamento nazionale? «Sì, è vero che uno dei motivi di questa fusione è dettato dalla volontà di distinguersi dalle vec-

<<in passato ogni cooperatore aveva la sua casa di appartenenza politica. quel mondo lì è finito>> chie appartenenze politiche. Sia nel bene che nel male veniamo ancora letti non tanto per quello che facciamo ma per il mondo dal quale proveniamo. E’ necessario sgombrare il terreno da pretesti e pregiudizi che ci catalogano appartenenti ad una chiesa politica o religiosa. La realtà è questa: quella storia lì, come già detto, è finita. Nel 2011 LegaCoop, Confcooperative e AGCI hanno capito che la propria legittimazione come imprese cooperative deve fondarsi esclusivamente sul merito imprenditoriale. Il processo avviato con il coordinamento si concluderà entro 2 anni con la creazione di un’unica grande organizzazione di rappresentanza del mondo cooperativo italiano: l’ACI.» Non si corrono rischi di “spartizioni di poltrone” nella nuova unica grande associazione? «Almeno da 20 anni i nostri gruppi dirigenti vengono scelti in assoluta autonomia, senza condizionamenti politici. Mi sento di dire tranquillamente che alcuni dirigenti potrebbero essere dei manager di grandi imprese internazionali.» Dunque in passato le scelte erano condizionate? «Sì, prima c’erano quelle che si chiamavano le componenti. All’interno delle varie famiglie politiche culturali, quella comunista, quella socialista, quella laica e quella cattolica, si dovevano trovare degli equilibri. Oggi vogliamo emanciparci da queste appartenenze.»

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MAFIA CAPITALE E’ possibile che nell’ambiente della cooperazione nessuno si sia accorto dell’attività illecita di Salvatore Buzzi e della sua cooperativa 29 giugno? «E’ evidente che ci sono delle cose che non hanno funzionato. Bisogna dire che ad oggi la nostra attività di ispezione riguarda esclusivamente i requisiti mutualistici della singola cooperativa. Quella stessa attività andrebbe estesa anche ad altri requisiti. D’altra parte crediamo che l’attività di impresa in senso stretto e l’autonomia decisionale siano valori da tutelare, sui quali non vogliamo intervenire. Ma questo non autorizza nessuno a fare quello che vuole.» C’è stato dunque un difetto di vigilanza da parte vostra? «Probabilmente sì, in una certa misura credo abbiate ragione. Sicuramente c’è stata una leggerezza da parte nostra nel non vedere una situazione che presentava quelle anomalie.» Di quali anomalie parla? «Ho scoperto che Buzzi aveva una retribuzione di 25mila euro al mese. Secondo me noi come organizzazione di rappresentanza abbiamo difettato in questo. La forma cooperativa impone anche ai propri dirigenti di avere un’attenzione particolare ai livelli retributivi. Invece noi abbiamo dato riparo ad un signore che guadagnava queste cifre. Soprattutto nel settore della cooperazione sociale non conosco nessuno che ad oggi ha una retribuzione così alta. Questo non dovrebbe esistere, io la trovo una bestialità. La cooperativa non nasce per fare il ricco con i soldi degli altri.» E poi? «I miei colleghi del Lazio e di Roma avrebbero dovuto quantomeno chiedere conto agli amministratori, per quale ragione una cooperativa sociale che agiva solo nel territorio italiano avesse 30-40 società partecipate. È una cosa che non sta né in cielo né in terra. Lì si è davvero perso il senso mutualistico del fare impresa.» Qualcuno all’interno della Legacoop ha favorito volontariamente Buzzi? «Mah questo non lo so! So solo che la Legacoop del Lazio e quella di Roma sono state commissariate. Capisco che questa cosa faccia nascere delle domande. Poi c’è un contesto politico che secondo me non ha aiutato processi di trasparenza. Il problema nasce quando un funzionario o un dirigente pubblico si trova a gestire discrezionalmente milioni di euro. Nel caso di Mafia Capitale il tema dell’appartenenza politica non c’entra niente, perché davano soldi a tutti. Se ci fosse stata la Lega avrebbero dati soldi anche a loro.» E' possibile che il successo economico abbia oscurato l'aspetto mutualistico? «Si, questo probabilmente è un altro aspetto del problema. Uno basta che fa dei grandi numeri e come li fa diventa secondario. Il tema è molto serio: capire come la mutualità può essere garantita anche di fronte a 50/60 o 200 milioni di fatturato. Secondo me si può fare, perché ci sono cooperative che fanno anche un miliardo di fatturato ma rispettano requisiti mutualistici.»

COOPERATIVE SPURIE Mafia Capitale però non è la mela marcia. Il fenomeno delle false cooperative o cooperative spurie è molto diffuso. In che modo si può contrastare? «Secondo me si dovrebbero segnalare e denunciare alle autorità (magistratura, carabinieri, guardia di finanza) le criticità che necessitano di attenzioni e verifiche particolari. Basterebbe incrociare 4 dati (il costo del lavoro, la quantità di merci in relazione al numero di persone assunte, l’iva e i contributi previdenziali) per dedurre eventuali incongruenze.» Ci può fare un esempio? «Se io per gestire un magazzino di prodotti alimentari ho bisogno di 200 persone, non è possibile che altri con 50 facciano lo stesso. O tengono della gente in nero, o non pagano l’iva e i contributi oppure riciclano del denaro. In questo modo qualche soggetto si è costruito delle ricchezze spaventose. Negli anni i controlli fiscali della magistratura sono stati molto più efficaci delle azioni di qualsiasi altra istituzione.» Dunque Parlamento e Governo non hanno fatto abbastanza? «Avevano altre priorità. Dal canto nostro, a breve lanceremo come ACI una campagna di raccolte firme a sostegno di una legge che permetta alle istituzioni di intervenire per verificare alcuni requisiti specifici. Oggi c’è un vuoto legislativo che permette a qualcuno di sfruttare i benefici dell’impresa cooperativa per fini delinquenziali.» Le cooperative spurie sono un danno di immagine per voi? «Non c’è dubbio. Sono anni che ne parliamo, d’altronde sono quelle che ci fanno più male. In-

<<dobbiamo migliorare nella nostra attività di ispezione. cooperative spurie? forse non le abbiamo denunciate abbastanza>> quinano il mercato, alimentano comportamenti delinquenziali e usano una forma imprenditoriale della quale noi siamo invece orgogliosamente interpreti. Forse non le abbiamo denunciate abbastanza. È un problema reputazionale enorme, che riguarda tutto il Paese. Le irregolarità si ripetono a raccogliere i pomodori a Rosarno, a smistare merci a Bologna o a gestire servizi logistici a Milano. Gli stranieri spesso sono i primi ad essere usati in queste forme di imbarbarimento delle attività e alla fine arriva giustamente a pensare che la cooperativa sia un’esperienza negativa.» Cosa insegnano tutte queste vicende? «Innanzitutto, fare una cooperativa non significa di per sé essere un bravo cristiano. Buzzi ha dimostrato esattamente il contrario. Il suo, insieme ad altri casi in giro per l’Italia, prova come c’è chi usa la forma cooperativa per arricchimento personale. Non basta dirsi sono un cooperatore e allora sono a posto con la mia coscienza, con i miei parenti, con tutto. Da parte nostra forse servirebbe un livello di consapevolezza maggiore. Dobbiamo ancora migliorare.» ■ [d.f./c.r.]

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DOS SOLIDALE SIER

Non solo Stati e imprese: a Expo 2015 debutta la società civile organizzata

Cascina Triulza la fattoria dei buoni DI OMAR BELLICINI M@OmarBellicini

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on crediamo agli eventi, ma vogliamo approfittarne”. È questo il messaggio di Paolo Petracca, vice presidente di Cascina Triulza, la fondazione che raggruppa molte delle organizzazioni non governative che parteciperanno a Expo 2015: dalle Acli a Legambiente, dal Movimento dei Consumatori a Oxfam. Se non è la prima volta che la società civile interviene ad una manifestazione di questo tipo, è certo la prima esperienza di adesione, con un padiglione dedicato e una gestione delle attività interna all’Esposizione. L’inedito settore sarà, per l’appunto, il “Padiglione della Società Civile”, realizzato in un’area di 7900 metri quadri, nel contesto della quale si distinguerà l’antica cascina

lombarda che presta il nome alla Fondazione: un rustico massiccio, che vuol simboleggiare i metodi tradizionali di coltivazione. Una suggestione da cui partire, nella costruzione del futuro. Almeno secondo le intenzioni dei vertici di Expo s.p.a., la società a capitale pubblico incaricata di gestire la kermesse. Come per ogni prima, non sono mancate le polemiche, emerse con una certa evidenza dalle parole di Petracca: “Per chi si assume delle responsabilità le critiche sono sempre molte e arrivano da destra come da sinistra. Le più comuni? Se varcate la soglia di Expo, vi inserite nell’ingranaggio del potere. Oppure: sono arrivate le crocerossine della storia, le anime belle che credono di cambiare il sistema. Poco importa: quando si desidera un mondo migliore, e c’è un’opportunità come questa, non si può non accettare la sfida”. Oltre a questo, ha sorpreso l’assenza, fra le 77 organizzazioni attualmente riunite da Cascina Triulza, di una realtà come Slow food. Il colosso

agro-culturale, fondato da Carlo Petrini, parteciperà infatti ad Expo 2015 al di fuori del Padiglione della Società Civile. Pur non escludendo di svolgere, al suo interno, attività circoscritte. La scelta autonomista è stata interpretata, da Società Expo, come “volontà di aderire trasversalmente all’evento”. Chiara, sul punto, Fosca Nomis, responsabile di Expo s.p.a. per i rapporti col terzo settore: “Con Slow Food c’è stata un’interlocuzione diversa, con la scelta di aprire uno spazio nell’area della biodiversità. Ma non sono atteggiamenti in contrasto. La Cascina è una base fondamentale. Però ci sono altre modalità di partecipazione, che noi abbiamo promosso perché volevamo una presenza delle ONG in ogni area dell’Esposizione”. Del resto, le organizzazioni dotate di filiera internazionale hanno scelto in molti casi la via dell'accordo diretto, per sviluppare progetti nella totalità del sito. Al contrario, le associazioni il cui baricentro è l’Italia, hanno pensato fosse pre-

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TRIULZA, I NUMERI

7900 metri quadri di spazi espositivi

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proposte con legami internazionali

organizzazioni protagoniste degli eventi

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INTERVISTA

Mr. Slow Food Italia: �Vi racconto il mio Expo� DI FRANCESCA DEL VECCHIO M@viaggioaoriente

feribile una cordata, per gestire un Padiglione in autonomia. Anche in un’ottica post-manifestazione. Infine c’è chi, come Action Aid, ha deciso di partecipare ad entrambi i processi. Petracca fornisce una chiave ulteriore: “Slow Food, avendo una specificità sul tema, ha optato per una partecipazione più estesa. Forse su pressione della autorità politiche. C’è una parte della società civile che usa molto bene i media, che crede ai testimonial. Petrini ha bisogno del suo spazio vitale, è un opinion leader. È anche colpa del mondo dell’informazione, che crea personaggi di questo genere”. Al di là di tutto, la prima volta del terzo settore come membro effettivo di un’esposizione universale si avvia ad essere un esperimento positivo, anche per la buona prova di funzionalità data dal Comitato di gestione, che riunisce organizzatori dell’evento e rappresentanti della società civile. Un buon segnale per la fondazione Triulza, che si prepara ad una vita più lunga di quella di Expo 2015: il sindaco Pisapia ha scritto una lettera di suo pugno, in cui esplicita che la Cascina rimarrà a disposizione delle associazioni, una volta chiusa la manifestazione. Sembra essere in atto una rivoluzione. Una rivoluzione in punta di forchetta. ■

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organizzazioni firmatarie della fondazione

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ra i membri di Cascina Triulza il grande assente è Slow Food. Inizialmente il patron Carlo Petrini era stato fra i promotori del progetto Expo. Poi le posizioni si sono inasprite: “L’Esposizione si sta trasformando in un evento che non ha nulla a che fare col cibo”. Ma, nonostante le critiche, l’Organizzazione non ha disdegnato l’evento. Ne abbiamo chiesto ragione al Presidente di Slow Food Italia, Gaetano Pascale. Come nasce la partecipazione di Slow Food ad Expo? «Nasce un paio d’anni fa, quando ci è stata chiesta una collaborazione da parte di Expo, dato il tema della manifestazione. In quell’occasione si è deciso di aderire, visto che Slow Food si occupa di alimentazione e qui si discuterà di modelli di nutrizione. Un’organizzazione come la nostra non poteva non far sentire la propria voce: non esserci avrebbe significato indebolire il modello in cui crediamo, favorendone altri. Mi riferisco a quello delle multinazionali. Pensi che oggi, nel mondo, 10 gruppi controllano il 70% del mercato del cibo. Secondo noi è profondamente sbagliato. Vale la pena esserci e dire come la pensiamo. Saremo ad Expo per parlare di contenuti, non per fare propaganda». Concretamente, che tipo di attività svolgerete? «Abbiamo un nostro spazio: la Collina della Biodiversità. Il palinsesto delle attività è ancora da definire. Consideri che il contratto è stato firmato solo a dicembre. Ma l’idea è di creare un cartellone di iniziative culturali, con tavole rotonde e seminari. Ci sarà anche una proposta gastronomica. I prodotti che abbiamo scelto saranno formaggi e latticini, che rappresentano, meglio di altre categorie, la biodiversità. Ne presenteremo diverse tipologie, che si alterneranno nel tempo».

Cosa vi ha spinti a partecipare al di fuori del Padiglione della Società Civile? «In realtà noi siamo interni a “Cascina Triulza”. Parteciperemo al programma di quel Padiglione. È una situazione che si sviluppa su livelli diversi: Expo ha fatto un accordo con Cascina Triulza, come ne ha fatto uno con Slow Food. Per quel che riguarda la Cascina saremo come gli altri, ma saremo anche ad Expo in maniera indipendente, alle nostre condizioni». Pensa che le attività proposte possano davvero incidere sulle politiche internazionali di produzione e distribuzione di cibo? Se sì, come? «Penso sia in parte possibile: è ciò che mi spinge a fare il mio lavoro. È difficile affermare un modello che contrasti quello imperante, ma ci si prova con i mezzi che si hanno. Sul come, il discorso è più tecnico. Nel mondo ci sono 900 milioni di persone che soffrono la fame, benché si produca cibo sufficiente a soddisfarne 12 miliardi. E in tutto il Pianeta, per capirci, siamo 7 miliardi. Questo dimostra che non è un problema di quantità, ma di distribuzione. Il modello di agricoltura familiare -o di piccoli produttori- occupa oggi poco più del 12% delle terre coltivabili, eppure producono generi alimentari sufficienti per la metà della popolazione mondiale. È quello il modello vincente». Lei ha sottolineato il tema dello spreco. Non teme che il vostro messaggio si scontri con gli inevitabili sperperi che ci saranno, durante manifestazione? «Ci auguriamo che non ci siano. Noi, nei nostri spazi, non sprecheremo una briciola. Speriamo non lo facciano gli altri. In quest’ottica, se lei mi chiedesse se sono favorevole o contrario ad Expo, io potrei quasi dirle che sono contrario. Ma il fatto di essere contrari, non vuol dire essere assenti». ■

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SOLIDALE

I TESTIMONIAL DELLE ONLUS

CHRIS MARTIN OXFAM FAIR TRADE

Anima e voce dei Coldplay. Testimonial di Oxfam, gruppo impegnato nella lotta alla povertà, e di Fair Trade, movimento per il commercio equo e solidale e per la tutela del territorio.

PAOLA CORTELLESI SAVE THE CHILDREN

Comica, imitatrice e presentatrice televisiva. E', da anni, al fianco di Save the Children nel soccorso ai bambini vittime di abusi e di situazioni di degrado, ed alle famiglie in difficoltà.

ANDY MURRAY WWF

Tennista, numero 3 del ranking mondiale, vincitore a Wimbledon nel 2013, sostiene il WWF nella battaglia per la tutela della natura e per la salvaguardia delle specie in via d'estinzione.

Alleanza per i beni comuni I Sindaci con le Onlus insieme a Cascina Triulza

DI AZZURRA DIGIOVANNI M@AzzurraDigio

STEFANIA ROCCA ACTIONAID

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Stefania Rocca, attrice italiana, volto di ActionAid Italia, da sempre in prima linea nella difesa dei diritti dell'uomo e nella lotta contro l'esclusione sociale.

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Expo 2015 ci saranno anche i Comuni d’Italia. L’Anci, associazione che rappresenta le 8000 municipalità italiane, ha deciso di partecipare collaborando con il Padiglione della Società Civile, allestito all’interno di Cascina Triulza. Anci ha organizzato un programma di sei incontri spalmato durante i mesi della manifestazione. Ogni quarto lunedì

del mese, a partire dal 25 maggio, Cascina Triulza ospiterà un evento tematico. Il primo sarà dedicato alla “Buona Alimentazione”. Seguiranno, la “Buona Acqua”, La “Buona terra”, La “Buona Educazione”, La “Buona Cultura”, La “Buona Aria” e il “Buon Verde”. La parola “Buona”, volutamente ripetuta nel nome di ciascuna di queste giornate, intende sottolineare gli obiettivi delle diverse iniziative, assumendo così il ruolo di una tavola dei comandamenti del giusto vivere sociale. L’evento nasce dalla volontà dei Comuni di coinvolgere i propri cittadini, sensibilizzandoli su argomenti così radicati nella nostra cultura da essere spesso dati per scontati. L’acqua, la terra, l’aria e il ver-

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EXPO PASSATO E FUTURO

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2000

HANNOVER Si è tenuta dal 1 maggio al 31 ottobre. Hanno partecipato 155 Paesi e l'evento ha richiamato 18 milioni di visitatori. Per la prima volta vennero utilizzati strutture pre-esistenti.

UmanitA' natura, tecnologia

2005 La campagna Anci per Expo. Partecipare con tutti i cinque sensi.

AICHI (JAPAN) Dal 25 marzo al 25 settembre il Giappone ha ospitato per la seconda volta l'Expo. 121 Paesi hanno partecipato all'evento che ha richiamato 22 milioni di visitatori.

de sono beni comuni che devono essere difesi da ogni individuo, il quale deve prima capirne l’importanza, per poi prendersene cura. La scelta di valorizzarli all’interno di Expo, è significativa soprattutto a Milano, dove lo smog, l’inquinamento dell’aria e la mancanza di spazi verdi sono temi sensibili. Con le giornate dedicate all’educazione, alla cultura e al cibo, i Comuni cercano, anche, di confermare il loro profilo di istituzioni più vicine alle esigenze della comunità. Dedicare intere giornate all’importanza del vivere sano grazie a

ANCI DA APRILE 2014 AL 1 MAGGIO 2015 HA ORGANIZZATO 480 EVENTI. SARA' AD EXPO CON 6 GIORNATE DEDICATE AI BENI COMUNI e alla cultura una giusta alimentazione o alla valorizzazione del patrimonio culturale, in un Paese dove il cibo e l’arte costituiscono identità e tradizione, sono lezioni che hanno un unico obiettivo: il rafforzamento del senso comunitario. Anci si propone, al termine di ogni giornata, di definire un documento con le principali proposte dei Comuni e del mondo sociale, atto che sarà allegato alla Carta di Milano, l’atto conclusivo di Expo 2015. L’interesse di Anci per l’Esposizione Universale è nato nel dicembre 2013, quando ha firmato un protocollo d’Intesa con Expo2015, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Padiglione Italia, impegnandosi a organizzare delle attività per sensibilizzare i Comuni italiani sugli argomenti presentati durante la manifestazione. Venti co-

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muni, uno per regione, sono stati sfidati a proporre un progetto di valorizzazione del territorio, rispondendo ad una “call” nazionale. Nonostante le inziali timidezze, da aprile 2014 al 1 maggio 2015, sono stati messi in calendario 480 eventi, sia nelle città capoluogo, sia nei comuni più piccoli. Per la realizzazione di questo progetto, è stata coinvolta l’Associazione Res Tipica. A fine 2014, sulla scia del successo inaspettato di queste iniziative, Fondazione Triulza ha contattato ANCI per una partnership, accettando la proposta di sponsorizzare il territorio e favorire l’incontro tra i Comuni e le Organizzazioni della Società Civile. Collaborazione che ha aggiunto il fattore mancante: il mondo del sociale. Questo è stato il punto di partenza per l’ideazione delle sei giornate. Inoltre, i Comuni che parteciperanno a Expo, saranno presenti per tutti i sei mesi all’interno dell’area Mercato della Cascina, la sola in tutto il sito espositivo, con la possibilità di vendere le eccellenze alimentari che li contraddistinguono. La partecipazione di Anci, Società Civile e Expo, viene presentata come un’opportunità unica di cooperazione, perché si propone di ridare umanità e concretezza ad alcuni messaggi, altrimenti lontani dai bisogni dei cittadini. L’occasione non sta passando inosservata. Gli organizzatori di Dubai 2020, con tema “Connettere le menti, creare il futuro”, avrebbero contattato Fondazione Triulza per chiedere una consulenza. L’esperimento di compartecipazione, tutto made in Italy, tra l’azienda Expo e il terzo settore, potrebbe fare da principi- manifesto come: l’eco-sostenibilità, la biodiversità e l’importanza dell’acqua pubblica. Beni comuni che prima di essere esportati, devono essere difesi. ■

La saggezza della natura

2010

SHANGHAI Per un totale di sei mesi, dal 1 maggio al 31 ottobre, la Cina ha ospitato la più costosa Esposizione Universale della storia. 192 Paesi e 50 organizzazioni hanno partecipato.

MIGLIORI CITTA', MIGLIOR VITA

2020

DUBAI Si svolgerà dal 20 ottobre al 10 aprile. Sono previsti 25 milioni di visitatori. Il 2020 sarà anche l'anno del 50°anniversario della fondazione degli Emirati.

connettere menti, creando il futuro 03/03/15 16.31


SOCIETÀ

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WEB

DI ALESSANDRA PARLA M@AlessP90

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nternet ha messo in chiaro due cose: il mondo non è poi così grande se riesci a portarlo sul divano di casa tua e, quello stesso divano in cui arrivano tutte le informazioni, può essere il palcoscenico delle celebrity di domani. Niente più casting, curriculum o competenze particolari: nello “star system 2.0”, ad aggiudicarsi il futuro sono giovani e giovanissimi che sfruttando il mezzo web possono diventare famosi dal nulla. Per chiunque voglia farsi conoscere infatti, sembra proprio che YouTube sia diventata la vetrina più “efficace”: basta una telecamera, un po’ di creatività e qualche click, e il gioco è fatto. Sulla piattaforma web di video sharing infatti, fondata nel febbraio 2005 e di proprietà di Google dall’ottobre 2006, sono nati quelli che oggi vengono definiti YouTubers, ovvero persone che hanno trasformato il proprio hobby/passione in business. Non importa se si è appena comparsi sulla finestra di YouTube, quel che conta è incontrare i gusti del pubblico, divertire, stupire; questo permette oggi di trasformarsi da “Signor Nessuno” in uno dei tanti volti pronti a far parte del mondo delle celebrity. La chiave del successo per questi YouTubers è prima di tutto la capacità di mantenere vivo l’interesse degli utenti iscritti al proprio canale, che se sfruttato al meglio può diventare una vera e propria fonte

L'AGENTE

Lo scouting di Dj Francesco DI GIULIA RONCHI

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i tempi di internet e dei social network, dove la celebrità è alla portata di tutti e si conquista a colpi di click, i talent scout del nuovo millennio hanno saputo adeguarsi. Se un tempo reclutavano giovani promesse per strada, ora la selezione avviene o comunque passa sul web, dove utenti spesso giovanissimi pubblicano contenuti home-made che ottengono milioni di visualizzazioni ogni giorno. “Il nostro lavoro è paragonabile a quello di una società di management calcistica o televisiva” spiega Niccolò Vecchiotti, responsabile insieme a Francesco Facchinetti della New Co Management. “Ci sono diversi tipi di agenzie ma quelle che lavorano coi talenti digitali in maniera esclusiva, come la nostra, sono poche. Noi crediamo fermamente che il talento non si possa creare da zero - prosegue Vecchiotti - Per questo cerchiamo di metterci in contatto con gli utenti che riteniamo avere determinate potenzialità, e a loro offriamo la possibilità di crescere come artisti. Spesso capita che siano loro però a proporsi e noi li valutiamo”. Altro caso quello della Web Star Channel che nel 2014 ha realizzato il primo casting per trovare, quindi creare il prossimo fenomeno della Rete. “L’idea è nata - dice il re-

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Professione Youtuber

Dal pc di casa allo star-system: il business dei talenti digitali e lo zampino delle agenzie

sponsabile dell’agenzia, Luca Casadei, che nel mondo dello spettacolo lavora da 20 anni - dopo aver letto numerosi commenti sulle pagine dei nostri utenti in cui i ragazzi chiedevano loro dei consigli, oppure delle collaborazioni per pubblicizzare i loro contenuti. Così - prosegue il manager - abbiamo chiesto ai giovani aspiranti di presentarsi alla selezione con un video di presentazione e alla fine abbiamo premiato il più talentuoso”. A vincere un contratto con la Web Star Channel lo scorso novembre è stato il sedicenne Francesco Posa: il suo canale YouTube ha già raggiunto più di 5mila seguaci. In ogni caso queste agenzie consentono poi di spostare la celebrità acquisita su altri media. “Se riteniamo che un personaggio si addica alla tv o al cinema cerchiamo di veicolarlo in quel senso - sottolinea Vecchiotti - come nel caso di Frank Matano (autore de Le Iene, attore e regista) o Francesco Sole (conduttore di Tu Si Que Vales). Altre volte invece abbiamo scelto di preservare la natura digitale dell’artista, come nel caso di Chiara Biasi (icona di stile del momento, sulle orme della famosissima Chiara Ferragni che con il suo sito, nel 2009, ha dato il via al fenomeno del fashion blogging, plasmando anche il giornalismo di moda). Ovviamente il nostro obiettivo primario è far crescere un artista, quindi cerchiamo di assecondare le caratteristiche di ciascuno; d’altro canto dobbiamo pur monetizzare, e i media più tradizionali offrono opportunità considerevoli, sia in termini professionali che in quelli economici”. Anche per Casadei la tendenza è quella di seguire la vocazione di ciascun artista: “La Cindina coi suoi make up tutorial condurrà un suo programma in tv, Favij, il più famoso gameplayer italiano, sta girando un film hollywoodiano intitolato “Game Therapy”, mentre Leo de Carli (comico) pubblicherà un libro edito da Mondadori. “L’esperienza dei casting? La ripeteremo in tutt’Italia”. Questi solo alcuni dei progetti in serbo per il 2015. ■

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di guadagno: “Parte degli incassi pubblicitari vengono destinati agli “attori social” più cliccati grazie al “Partnership Program”, una formula che assegna agli utenti i dividendi degli introiti realizzati grazie alla pubblicità”, spiega BuzzMyVideos, multi-channel network che si occupa della gestione dei canali YouTube. A questo si aggiunge poi la capacità di conoscere i gusti del pubblico: in questo nuovo sistema tutto digitale infatti, è lo spettatore-utente a determinare il successo di uno YouTubers manifestando il proprio volere attraverso like, visualizzazioni e condivisione dei video. Per gli utenti che riescono a sfondare nel “tubo”, ci sono in ballo anche

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essere famosi suL “TUBO” PUO’ AIUTARE A SFONDARE SUL PICCOLO SCHERMO MA GARANTISCE ANCHE INTROITI ECONOMICI grazie alLE INSERZIONI PUBBLICITARIE altri vantaggi: l’essere apprezzati su una piattaforma online, può diventare l’occasione per fare un salto di qualità e arrivare alla tv o magari anche al grande schermo. E’ il caso di Frank Matano, Francesco Sole e ClioMakeUp, Youtubers italiani che hanno fatto il grande salto nel mondo dell’etere. C’è chi come Clio Zammatteo è partita dai tutorial di trucco per poi approdare su Real Time Tv, chi come Gabriele Dotti (in arte Francesco Sole) ha spopolato in rete con L’amore al tempo di WhatsApp e ha cavalcato l’onda del successo conducendo il program-

ness enzie

IL PRODUCER

Fedez e l’officina dei rapper DI MARTA PROIETTI M@MartaProeitti88

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ono partito da Youtube, ora mi godo il successo”. Con queste poche parole si può riassumere la breve ma proficua carriera di Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez. Il giovane cantautore rap, nato a Milano nel 1989, in pochissimi anni è riuscito a farsi conoscere dal grande pubblico attraverso una strada non ancora battuta. Fedez decide infatti di sfruttare Youtube. Attraverso la rete inizia a pubblicare i suoi lavori. Il primo album autoprodotto e condiviso è stato “Penisola che non c’è”, venduto in free download, dove il rapper si presenta immediatamente polemico nei confronti del mondo politico e in generale dell’Italia, mood che porterà avanti anche negli album pubblicati successivamente. In pochissimo tempo ottiene milioni di visualizzazioni, raggiungendo attualmente la cifra di 204.557.378 e, contando su 812.533 iscritti, conquista il mondo della musica prima e della televisione poi con il suo stile rivoluzionario, critico e contro corrente, spesso caratteristico dei rapper. Il successo di Fedez è evidente anche sulla sua pagina Facebook dove 1.610.226 utenti hanno cliccato “mi piace”. Attraverso la collaborazione con numerosi cantanti italiani, Fedez tra il 2011 e il 2014 pubblica ben quattro album, ampliando ogni volta il suo successo e aumentando

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ma “Tu si que vales” a fianco di Belen Rodriguez. Ma c’è anche chi è partito da YouTube per arrivare a gestire in proprio una casa di produzione e distribuzione di video: è il caso dei the Jackal, una crew di 10 videomaker napoletani che ha conquistato il web con “Gli effetti di Gomorra - La serie sulla gente” per poi investire sulla Ciaopeople Media Group. È interessante notare quanto siano diversissimi i motivi che rendono un YouTubers una celebrità: dalla simpatia all’ironia pungente tipica di uno show-men, dalle doti canore alle abilità estetiche, questi piccoli “imprenditori” di sé stessi riescono a raggiungere milioni di visualizzazioni e ad arrivare a fine mese con i guadagni delle pubblicità inserite nei video. “Si arriva a guadagnare 3 mila euro al mese” svela Frank Matano, che su YouTube ha iniziato con degli scherzi telefonici per diventare poi una Iena di Italia 1. Non si può parlare di uno “stipendio fisso” dunque, ma di guadagni che variano in base alle pubblicità, ai banner, al Paese di appartenenza, al numero di iscritti al canale YouTube. L’unica cosa certa è che Google trattiene il 45% dei ricavi, mentre tutto il resto va agli YouTubers. In termini economici, l’ Italia è ancora lontana dalle sei cifre che i web talent raggiungono negli Usa, ma il ghiotto mercato generato dal fenomeno ha permesso comunque la nascita di agenzie che prendono sotto la loro “protezione” le nuove star di internet e di network di produzione che gestiscono i canali della piattaforma video. E dopo l’intervista (con selfie) della YouTubers americana Bethany Mota al presidente Obama, chissà che anche nel nostro belpaese Clio non arrivi a dare qualche dritta a Mattarella. ■

le vendite. Scala le classifiche ed arriva ad aggiudicarsi il cd multiplatino con l’album “Sig. Brainwash-L’Arte di accontentare”. All’apice del suo successo decide di intraprendere una nuova avventura chiamata “Newtopia Label”, un’etichetta indipendente fondata nel dicembre 2013 insieme ad Alessandro Aleotti, in arte J-Ax, il pioniere del rap in Italia. “Noi siamo giovani ribelli in Italia, un comportamento opposto a quello della maggioranza. Vogliamo creare lavoro, vogliamo pagare le tasse. Investiremo le nostre energie qui, non all’estero. Non aspetteremo che ci dicano quando essere ottimisti. Il momento di cambiare le cose è adesso. La differenza tra noi e le altre etichette? Cuore e soldi, ci metteremo i nostri.” Questo è lo spirito del loro progetto, nato con lo scopo di aiutare giovani cantanti e cantautori ad emergere in un mondo discografico in cui è difficile farsi strada. Il nome Newtopia richiama, secondo quanto dichiarato dai fondatori, l’indimenticabile città immaginaria pensata da John Lennon (Nutopia) nel 1973. Tra gli artisti già arruolati nell’agenzia ci sono Caneda, un rapper milanese, Bushwaka, un gruppo, Weedo, fratello di J-Ax ed ex componente dei Gemelli Diversi, Denny La Home, proveniente dal programma televisivo “Amici di Maria De Filippi”, Lorenzo Fragola e Madh, rispettivamente vincitore e cantante di X Factor, programma tv in cui Fedez ha ricoperto il ruolo di giudice. In poco più di un anno il canale Youtube di Newtopia, in cui sono presenti i video musicali di tutti i rapper appartenenti all’agenzia, ottiene 2.874.046 visualizzazioni e 25.454 iscritti. Anche la pagina Facebook di Newtopia conta un numero importante di “mi piace”, esattamente 26.791. Fedez è il rappresentante ideale di un mondo musicale, e non solo, che sta cambiando e che, stravolgendo tutti gli schemi ufficiali, è quasi obbligato a passare per Youtube se vuole farsi conoscere e vuole raggiungere nel più breve tempo possibile il grande pubblico e quindi il successo. ■

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CULTURA MILANO

Einstein on stage La scienza sfida il te Andrea Brunello porta in scena un viaggio a tutta velocità dentro il tempo DI LORENZO GROSSI E CARLO TERZANO M@lollog89 M@Carlo_theThird

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ove va il tempo che passa? È la domanda che fa da leitmotiv all’ultimo spettacolo di Andrea Brunello - con la regia di Roberto Abbiati - Torno indietro e uccido il nonno, pièce teatrale curiosa e sicuramente coraggiosa che fonde assieme domande filosofiche e nozioni scientifiche. Brunello, del resto, sembra avere tutti i numeri per affrontare questo spinoso argomento con cognizione di causa, dato che nel proprio camerino conserva una laurea in Fisica ed un'altra in Matematica e ha alle spalle un passato da ricercatore. Nel 2001 decide di lasciare il mondo accademico per dedicarsi solo al teatro: «Ho sempre sentito di non essere un ricercatore vero, non era la mia vera passione - ci ha confessato l’attore a margine dello spettacolo -. Allo stesso tempo, però, avevo sempre studiato il teatro. Tre anni fa mi era venuta in mente una storia che aveva a che fare con la meccanica quantistica (“Il principio dell’incertezza” n.d.a) e ho scoperto che quella era la strada giusta per raccontare la scienza. Ho scritto questa storia in pochissimo tempo, era dentro di me». Non si tratta di uno spettacolo divulgativo in senso stretto, perché il pubblico non assiste, se non

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raramente, a degli esperimenti scientifici veri e propri e molte delle domande restano inevase. Del resto, come dice Brunello, «Le cose più ovvie sono quelle che ci traggono in inganno e per questo cerchiamo ogni volta di ragionare proprio su questo. Vogliamo creare una dimensione di confusione che contiene questa meraviglia. È inutile dare troppe risposte solo per fare finta di capire». La Compagnia Arditodesìo di Trento, fondata dallo stesso Brunello, grazie a Il Principio dell’in-

"si pensa che studiare la scienza sia noioso ma non è così. i principi della matematica e della fisica impattano continuamente sulla nostra vita" certezza, sviscera concetti della fisica quantistica, quali l’esperimento della doppia fenditura, il gatto di Schroedinger ed i multi-universi di Hugh Everett III. Il risultato è particolare, straniante sulle prime, ma sicuramente affascinante e non si può dire che il pubblico non gradisca: le risate non mancano ed i tanti dubbi che i due clown ci fanno sorgere quasi invitano a correre a casa per riaprire i testi di fisica del liceo. «Si pensa che studiare scienza sia noioso e difficilissimo, ma non è così - dice con un po’ di amarez-

za l’ex ricercatore -. I principi della matematica e della fisica non sono qualcosa di astratto, ma impattano continuamente sul nostro vivere». Per tutto lo spettacolo di Torno indietro e uccido il nonno ci sono in scena solo due personaggi, due clown legati da un rapporto di parentela: uno è steso sul letto sul punto di morte, l’altro è suo nonno che riappare dal passato e si posiziona al suo capezzale. Il pagliaccio ormai moribondo (Roberto Abbiati) continua a domandarsi: "Dove va il tempo che passa?”; un quesito al quale non si avrà mai una risposta precisa, poiché il suo antenato (Andrea Brunello) non vuole o non è in grado di darla, pur ragionando molto sul concetto di spazio-tempo, come del resto faceva il premio Nobel Albert Einstein. Il dialogo tra i due è spesso interrotto da una danza sincrona ipnotica che blocca il flusso del pensiero tra gli attori e gli spettatori. A metà dello spettacolo, Brunello esce per qualche istante dal suo personaggio e dalla sua filosofia teatrale per parlare direttamente con il pubblico in sala e chiede al tecnico delle luci di accendere i riflettori sulla platea. Comincia così un monologo sul calcolo delle probabilità, seguito da un rapido esperimento a base di ampolle e inchiostro disciolto nell’acqua: le leggi dell’entropia sono svelate in pochi secondi. Quindi le luci ritornano ad illuminare esclusivamente i due attori, che riprendono il ritmo cadenzato della narrazio-

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SCHEDA

La matematica da Oscar e il pubblico incantato dalle star della fisica

ANDREA BRUNELLO Andrea Brunello (a destra della foto) nasce a Venezia nel 1969, si laurea in Fisica e Matematica a New York. Nel 2002 fonda la Compagnia Arditodesìo con la quale intraprende dal 2013 il percorso drammaturgico del Teatro Scienza, dove racconta la cultura, la natura ed i misteri della fisica tramite l’interazione con l’uomo. I primi spettacoli di questo nuovo filone tematico sono Il Principio dell’Incertezza e Torno indietro e uccido il nonno, quest’ultimo diretto da Roberto Abbiati (a sinistra).

teatro ne fondendo nozioni scientifiche a quesiti esistenziali. Il titolo stesso dello spettacolo non è messo lì a caso. Infatti, il paradosso del nonno fu descritto per la prima volta da Renè Barjavel, uno scrittore francese di fantascienza, nel suo libro Il viaggiatore imprudente per dimostrare come i viaggi nel tempo siano in realtà impossibili. «Il mio obiettivo principale - spiega Brunello - è quello di creare una profonda comunione con il pubblico. Voglio emozionare e creare curiosità nei confronti della scienza, voglio che gli spettatori si pongano

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DI FRANCESCA ROMANA GENOVIVA M@fraro_geno

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dite udite: la scienza è alla portata di tutti. È scontato ai tempi della scuola dell’obbligo? Vediamo: avete mai detto “non fa per me” di fronte ad un’equazione? Mai pensato di accendere un falò col libro di scienze? Ebbene, ciò che ci manca non è un cervellone: è il metodo. L’approccio comune alla scienza è sbagliato. “C’è qualcosa di più affascinante dell’amore: alzare gli occhi al cielo e vedere che ci sono milioni di stelle!” Il mondo della scienza sembra ostico, noioso (e un po’ maschilista). Il teatro di Brunello nasce per incuriosire, suscitare meraviglia, mostrare il fascino e l’umanità della scienza. Ma Brunello non è solo. La divulgazione scientifica, negli ultimi anni, va a braccetto con lo spettacolo: i programmi di approfondimento scientifico usano la tecnologia dell’immagine per farci vivere il momento del Big Bang o risalire la spirale del DNA. Tutti noi ricordiamo i documentari di Quark; i “non fatelo a casa” non ci hanno dissuaso dal riprodurre gli esperimenti fatti in tv dallo scienziato con una brocca d’acqua o poco più. I nativi degli anni ’90 sono medici anche grazie alla simpatica maratona dei globuli rossi di Esplorando il corpo umano. Dal piccolo al grande schermo: sempre più spesso il pubblico delle sale si immedesima con uno scienziato, di cui la pellicola mostra la genialità e l’umanità. È indimenticabile John Nash, che è valso l’Oscar a Ron Howard. Un destino non dissimile sembra tracciato per i recenti film su Alan Turing e Stephen Hawking. Certo, parliamo di persone eccezionali ma, per dirla con Brunello: “per poter amare e studiare una cosa non serve essere dei geni.” Non serve nemmeno saper leggere: a dircelo è la meraviglia che illumina i

bambini alle prese con il piccolo chimico e i microscopi giocattolo. La genialità è semplicità. È diradare concetti scientifici alla luce della nostra quotidianità: la scienza non vive in una dimensione astratta. La scienza è in noi, ammassi molecolari immersi nello spazio-tempo. Chi non ricorda la scena di “A beautiful mind” in cui Nash usa la teoria dei giochi (la matematica del liceo!) per “abbordare” un gruppo di ragazze? Anche la scuola si riorganizza per una didattica innovativa: nel milanese si può citare l’iniziativa “Teatro scienza” organizzata dalla Fondazione Tronchetti Provera: un mix lezioni-spettacolo, giochi e rappresentazioni teatrali che incuriosisce gli studenti e li avvicina al mondo della scienza, raccontando le meraviglie della macchina perfetta (nientemeno che… il corpo umano!) e storie affascinanti come quella del matematico autodidatta Ramanujan. La Capitale ospita invece FormaScienza, che, come Brunello, parla di scienza attraverso il teatro: un percorso di approfondimento di un tema scientifico e rielaborazione in forma teatrale che si rivolge a scienziati, studenti, semplici curiosi. Scopo comune a questi tentativi è superare la lezione frontale, in cui la nozione viaggia a senso unico dalla cattedra ai banchi, per approdare ad una comunicazione con un pubblico partecipe. Così Brunello dal palco non dà risposte, ma spunti di riflessione. Non interpreta il professore, ma quella figura da luna park che invita i passanti a chinarsi sul caleidoscopio, per guardare lo spettacolo fantastico che si cela appena sotto la superficie della diffidenza; la guida che, alle porte di un fitto bosco, ci consegna la bussola (un pizzico di curiosità) e ci lascia proseguire da soli, per scoprire le meraviglie che vi si nascondono. Non come soggetti passivi, ma come “attori del sapere”. ■

nei suoi spettacoli si parla di teoria della relatività e di meccanica quantistica; il risultato è particolare, ma al pubblico piace e i teatri sono sempre sold-out tante domande, perché non ci si può non meravigliare sull’immensità del cosmo. Se riesco ad aprire uno spiraglio nel cuore anche di una sola persona, allora significa che ho raggiunto un importante traguardo». Questo è il vero scopo di Andrea Brunello. Per promuovere la sua arte, si rivolge direttamente anche agli alunni delle scuole superiori che stanno studiando proprio quelle tematiche. Non è dunque un caso se i suoi spettacoli sono quasi sempre sold-out, come è accaduto recentemente al Teatro Libero di Milano, dove Torno indietro e uccido il nonno è rimasto in scena per sette giorni consecutivi. ■

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SPORT ITALIA

Rozzano, cintura nera d’Europa

Con i suoi 400 tesserati, la cittadina a sud di Milano è la capitale del taekwondo a livello continentale DI FEDERICA ZILLE M @fedezille

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a chiamavano “regione morta”: pochi allenatori, poche gare, pochi risultati, in Lombardia. Il taekwondo è storicamente radicato al Sud perché lì è stato importato, alla fine degli anni Sessanta, dal maestro Park Young Ghil, pioniere di questa disciplina plasmata nei secoli dai guerrieri coreani e per lungo tempo bandita dal Sol Levante, nel suo tentativo di im-

nel 2010 in tutta la lombardia i club di taekwondo erano appena 27, oggi gli iscritti sono quasi 1600: un quarto di loro si allena a rozzano porre sulla penisola un controllo culturale oltre che politico. Insieme alla dominazione giapponese, nel Dopoguerra è crollata anche la dittatura di judo e karate, rendendo la disciplina dei calci (tae) e dei pugni (kwon) la più praticata al mondo: insomma, da conquistare restava solo Milano. Che oggi vanta il club con più tesserati d’Europa. “Documentandomi mi ero reso conto che solo 27 comuni lombardi su oltre 1500 avevano una palestra in cui si insegnasse quest’arte; gli iscrit-

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ti erano appena 800”, racconta Vittorio Albano, maestro e co-fondatore della scuola di Taekwondo Rozzano, “con tenacia e dedizione ero certo di poter far germogliare anche qui la curiosità per questo sport”. È il 2010, con un diploma di allenatore in mano e tanta voglia di fare della propria passione un lavoro, Vittorio lascia Taranto per tornare nella cittadina della periferia milanese

dove ha passato l’infanzia. Accanto a lui una ragazza dagli occhi neri, agili e brillanti: dietro a quello sguardo attento c’è la prima cintura nera femminile del capoluogo pugliese, Marika Montemurro. Poi sarebbe diventata presidente del club, nonché la madre di suo figlio. “Ci siamo conosciuti sul tatami quando eravamo solo due ragazzini, ora siamo una famiglia con

il taekwondo in italia

SCHEDA Sono Puglia, Campania e Lazio, con oltre 3mila atleti, a raccogliere il maggior numero di iscriatti alla Fita. L’arte marziale coreana è particolarmente radicata al Sud per ragioni storiche: la prima scuola italiana è stata fondata a Napoli nel 1968. Significativo anche l’incremento dei tesserati, aumentati negli ultimi cinque anni del 51% su scala nazionale: alla fine del 2014 erano 24.181.

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l’obiettivo di divulgare la nostra disciplina e vivere di sport”, racconta Vittorio, 28 anni, che a tempo perso lavora con il padre in un’azienda di cartellonistica e insegne luminose: le spese sono tante, dalle attrezzature all’affitto della palestra, dalle protezioni alle trasferte. Nonostante il mento sia in costante espansione, le società non ricevono aiuti significativi dalla Fita, la federazione di riferimento: “Con i fondi che ci assegna il Coni riusciamo a coprire i costi delle competizioni a livello nazionale e della preparazione olimpica”, specifica un addetto stampa della Fita, “ma non essendo un’organizzazione a scopo di lucro non possiamo permetterci di sostenere i club a livello locale: a fine anno chiudiamo in pari, nemmeno le tre medaglie ottenute ai Giochi di Pechino e Londra sono bastate ad attrarre sponsorizzazioni consistenti”. In realtà, a Vittorio e Marika, di tempo per arrotondare le entrare non ne rimane poi molto, dato che il taekwondo occupa gran parte delle loro giornate: “Portiamo avanti un progetto didattico in una scuola materna e una elementare, per tutto l’anno metà delle ore di educazione fisica sono dedicate alle arti marziali”. Spesso accade che scocchi la scintilla e che i piccoli allievi tormentino i genitori per continuare a sferrare calci pure nel pomeriggio: anche così si spiegano gli oltre 400 allievi iscritti ai corsi del club. “Vedere questi bimbi sorridere scendendo dal tappeto è la nostra motivazione – spiega Marika - siamo par-

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titi senza esperienza, stiamo crescendo con loro tentando di coltivare degli allenatori che in futuro ci aiutino a diffondere il taekwondo”. I numeri dicono che qualcosa si sta già muovendo. “Dalle Olimpiadi di Pechino a oggi i tesserati in Lombardia sono raddoppiati, salendo approssimativamente a 1600”. Questa la stima del presidente regionale della Fita, Stefano Ferrario, secondo cui “l’oro olimpico londinese di Molfetta ha dato un’accelerazione alle iscrizioni, senza dubbio”. Le società agonistiche lombarde ora sono quaranta, le medaglie conquistate agli ultimi campionati italiani due, gli atleti convocati al ritiro azzurro dell’Acqua Acetosa tre. “Arrivare in finale agli Italiani è un passaggio d’obbligo per poter entrare nel giro della Nazionale e dimostrare il proprio valore”, spiega Ferrario, “dato che la Federazione non invia delegati a seguire l’attività delle palestre sul territorio”. Vittorio non trattiene l’orgoglio mentre ci racconta del talento di casa: Mattia, nemmeno 13 anni, già una cintura nera in vita e quattro campionati nazionali all’attivo. “Speriamo di aiutarlo a raggiungere il suo sogno, che si chiama Tokyo 2020”, aggiunge Marika, “ma anche i risultati delle ragazze sono eccezionali: si può dire che la scuola di Rozzano sia rosa”. Rozzano. Svincoli autostradali, condomini che sembrano caserme, nomea da ghetto nell’immaginario dei milanesi. “I bambini sono sinceri, ti raccontano le situazioni che vivono in famiglia, storie a volte drammatiche. Per loro l’allenamento è un’ora di svago in cui sfogare quello che hanno dentro”, prosegue Vittorio, “la competizione sta in secondo piano: si perde, si vince, ma questo per loro dev’essere innanzitutto un tempio di

scuola da record Tarantini, 28 anni lui e 24 lei, Vittorio Albano e Marika Montemurro sono i fondatori della scuola di Taekwondo Rozzano: in soli quattro anni è diventata la società con il più alto numero di iscritti in Europa. Dal 2010 in Lombardia i tesserati sono aumentati del 28%.

TAEKWONDIBRA Appassionato di arti marziali fin da bambino, Zlatan Ibrahimovic ha realizzato diverse reti ispirate a mosse di taekwondo, tra cui il perfetto modollyo chagi sfoderato contro l’Italia agli Europei del 2004: prodezze che gli sono valse la cintura nera ad honorem da parte della Federazione.

un movimento in crescita, ma “con i fondi del coni riusciamo appena a coprire i costi della preparazione olimpica”, dicono dalla fita pace, dove stare bene”. L’ha fatta scrivere sulle pareti della palestra la filosofia del taekwondo, considerare i piccoli come piante verdi da curare perché diventino alberi robusti, che rispettano ma non temono le intemperie. “Avevo paura perché pensavo fosse uno sport violento – confida una mamma mentre osserva le mosse di suo figlio – ma sbagliavo, forma il carattere: cominciare dalla cintura bianca gli servirà a capire che non si può avere tutto e subito, che la vita è fatta di tanti gradini da affrontare un passo alla volta, con umiltà e determinazione”. Con il dorso della mano una bambina si sposta i capelli dagli occhi, poi schiocca un ultimo calcio contro il sacco da boxe. ■

l’oro di londra 11 agosto 2012, il taekwondo azzurro tocca il punto più alto della sua storia grazie all’oro conquistato da Carlo Molfetta nella finale olimpica della categoria +80 kg. Ventiquattr’ore prima Mauro Sarmiento - già argento a Pechino - aveva raggiunto il terzo gradino del podio nei pesi welter.

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SPORT

C'era una volta l'Eden del pallone ITALIA

DI SALVATORE DRAGO E LORENZO LAZZERINI M@sasadragao M@l_lazzerini

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ombardia isola felice del calcio italiano? Una risposta affermativa a questo quesito non deve trarre in inganno. Sebbene sia la regione trainante per numeri, oggi siamo davanti a un paradosso considerata la tribolata stagione che molte società lombarde stanno attraversando. Eppure è la regione più rappresentata in Italia per numero di squadre (1.706) e calciatori tesserati (190.148). L’altra faccia della medaglia racconta però di un movimento che non è rimasto indenne alla crisi economica che ha coinvolto anche il mondo pallonaro, dalla Serie A all’Eccellenza. Nella massima divisione si avvertono i primi sintomi: Milan e Inter sono forse ai minimi storici, l’Atalanta sopravvive da quattro stagioni grazie a una gestione ottimale delle proprie risorse e a un vivaio da anni ai vertici. Scendendo di pochi km al di sotto del Po è ormai segnato il destino del Parma, sull'orlo del fallimento, con il serio rischio di falsare il campionato, un caso senza precedenti nella massima serie. In Serie B il caso più eclatante è quello del Brescia che dallo scorso luglio sta cercando di portare a termine un complicato passaggio societario

BRESCIA Il 17 luglio 1911 nasceva il Brescia Calcio. Da allora ha collezionato 22 campionati di Serie A e 57 di B (primato assoluto per la cadetteria). Nella gloriosa storia delle Rondinelle c'è spazio anche per una finale della coppa Intertoto, persa col Paris Saint-Germain nel 2001.

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e ha accarezzato lo spettro del fallimento. Non se la passa meglio il Varese: dopo le dimissioni rassegnate dall'ormai ex presidente Nicola Laurenza, ci si prepara ad affrontare un'estate turbolenta. Per evitare il fallimento occorrerà trovare fondi per riempire il buco da 9,5 milioni. E la classifica non promette bene, complici anche i punti di penalizzazione. In Lega Pro drammatica la situazione del Monza: calciatori in fuga per gli stipendi non pagati e ipotesi di terminare la stagione con la Berretti in campo scongiurata grazie all’abilità del ds Califano. Cremonese, Mantova e Como procedono a corrente alterna: i grigiorossi dopo la fine dell’era Luzzara hanno vissuto anni caratterizzati da una serie di problemi societari; i virgiliani si stanno rialzando pian piano dal fallimento del 2010, così come i lariani, falliti nel 2004. In Serie D il Lecco prova a tornare tra i Professionisti sotto la presidenza di Evaristo Beccalossi. In Eccellenza non se la passa di certo bene il Vigevano,ormai fallito. Tutte situazioni generate in primis dalla crisi economica, ma non solo: errori di gestione, spese folli che al giorno d’oggi, specie in Italia, non ci si può più permettere, e in alcuni casi la presenza incostante delle società nella vita dei club.

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VIGEVANO

L'AC Monza nasce nel 1912. Vanta 38 campionati in Serie B dove detiene il record di partecipazioni senza aver mai centrato il salto in A. Suo anche il primato di vittorie (quattro) in Coppa Italia di Serie C. Conta sette promozioni dalla C alla B, l'ultima nel 1997. Nel 2001 l'ultima comparsa tra i cadetti.

Il Vigevano, società dal passato glorioso, ha alle spalle 11 stagioni disputate in Serie B. L'ultima risale all'anno 1958/59. Dal 1978/79 milita ininterrottamente nei campionati regionali (Serie D, Eccellenza e Promozione). Nel 2011 è retrocesso dalla Serie D e da allora fa parte del girone di Eccellenza lombardo.

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BRESCIA

Rondinelle vicine al baratro C'è Sagramola per la salvezza

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Da qualsiasi categoria, purché finisca quest’agonia! Da questa frase esposta su uno striscione è possibile intuire cosa rappresenta il calcio nella piazza di Brescia. Una società con 104 anni di storia, 22 campionati di Serie A e 57 di B, record di partecipazioni per la categoria. Una gloriosa storia che ha rischiato seriamente di esser spazzata via. I primi segnali della crisi emergono la scorsa estate, quando a fronte di un debito di 12 milioni è a rischio l’iscrizione del club al campionato, resa possibile poi dal prestito di 4 milioni concesso da Ubi Banca che chiede come garanzia le dimissioni dello storico presidente Gino Corioni. Da quel momento la gestione della società è affidata all’amministratore unico Luigi Regazzoni, incaricato di trovare nuovi acquirenti. Comincia una stagione senza l’ombra di alcuna certezza, arretrati di stipendi da pagare e ricorrenti rischi di vedersi togliere du-

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rante la settimana i punti conquistati sul campo. A novembre e dicembre diversi i tentativi di acquisto: ci prova prima Kadir Sheikh, uomo d’affari pakistano, il quale arriva perfino ad annunciare il buon esito della trattativa; poi Rinaldo Sagramola, ex dirigente di Sampdoria e Palermo, a capo di Profida, finanziaria svizzera del gruppo Comoi con base a Milano. Entrambi i piani di salvataggio sono però respinti da Ubi, non soddisfatta dalle garanzie. Si giunge così a fine gennaio evitando il fallimento grazie alla raccolta di 5 milioni tra gli imprenditori bresciani guidati da Marco Bonometti. Negli ultimi giorni di gennaio Ubi, dopo aver riallacciato i contatti con Sagramola, trova l’accordo con Profida per la cessione del club e il 25 febbraio avviene il passaggio di consegne. Scongiurato il fallimento si dovrà evitare una retrocessione in Lega Pro che avrebbe il sapore della beffa. ■

MONZA

Un club senza società, il ds:"Abbandonati per sei mesi" Pasta, bresaola e una fetta di crostata. Il menù della crisi è servito in casa Monza. Ed ha il sapore di un pranzo pre-partita. Solo che giocatori e allenatore se lo sono pagato di tasca propria. Perché ormai non c’è più un euro nemmeno per far sedere i calciatori a tavola. Ma non mancano soltanto i soldi. E’ la società ad essere svanita nel nulla. La storia parte dal 12 maggio 2013, quando la cordata “On International” guidata da Clarence Seedorf cede le quote del Monza al costruttore anglo-brasiliano Anthony Armstrong Emery. Nella stagione 2013-14 la squadra riesce a raggiungere la salvezza nel campionato di Seconda divisione Lega Pro. Ma i calciatori mettono in mora la società per il mancato pagamento degli stipendi. I debiti aumentano, mentre la pazienza dei giocatori sta per finire. E a settembre Armstrong si defila e vende la società, acquistata il 13 dicembre 2014 dall’inglese Dennis Bingham. In Brian-

za non si farà mai vedere: con lui sparisce anche la speranza di ricevere gli arretrati. «Siamo stati abbandonati per 6 mesi – dice il direttore sportivo Gianni Califano – e 16 giocatori sono andati via. Non si può andare avanti con debiti di 2-3 milioni di euro. Ci vogliono persone serie a guidare le società. Le imprese locali possono essere una soluzione, ma l’importante è che la proprietà sia presente con un progetto serio». Sul pianeta Monza si vede uno spiraglio, dopo che lo scorso 13 gennaio una cordata guidata da Piero Montaquila ha rilevato il club. Dopo la ricapitalizzazione il d.s. Califano ha potuto operare sul mercato. «Ho ricostruito la squadra – commenta – con l’obiettivo di raggiungere la salvezza. Ma servono garanzie sul piano societario» ■

VIGEVANO

Dopo il fallimento si cerca di risalire... con gli ascensori Niente di meglio di un’azienda che costruisce ascensori per provare a risalire. Perché il Vigevano Calcio ha davvero toccato il fondo dopo il fallimento dichiarato dal tribunale di Pavia il 6 ottobre 2014. Un colpo di spugna su 93 anni di storia. Ora al vertice c’è Claudio Mascherpa, titolare della “Mascherpa Elevators”, azienda di montaggio ascensori e montacarichi. Una realtà vigevanese al 100%. Così come i suoi soci. Perché il motto della nuova gestione è proprio «Vigevano ai vigevanesi – dice Mascherpa – questa squadra deve tornare il fiore all’occhiello della città e la spinta deve partire dagli imprenditori locali. Stiamo pagando i debiti della vecchia proprietà, ma siamo determinati ad andare avanti». Il Vigevano è iscritto al campionato di Eccellenza, ma in questa stagione più che di partite e allenamenti ha dovuto preoccuparsi dell’istanza di fallimento presentata dalla ditta Unieco di Reggio

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Emilia, creditrice di circa 130mila euro per i lavori effettuati nel 2012 al centro sportivo “Masera” e allo stadio “Merlo” di Vigevano. «Sono stati accumulati troppi debiti dalle gestioni precedenti, - spiega Mascherpa – le società di calcio dovrebbero essere amministrate in maniera più oculata ed essere più radicate al territorio. Il nostro impegno va in questa direzione». Intanto il Vigevano gioca con 3 punti di penalizzazione. La squadra non è scesa in campo per 3 volte tra ottobre e novembre e tutti i calciatori se ne sono andati. La nuova proprietà ha ricostruito la squadra da zero. «Nonostante il fallimento abbiamo presentato al giudice le garanzie economiche per finire la stagione – conclude Mascherpa – per la prima squadra, Juniores e settore giovanile. Poi dovremo ricostruire la società, mantenendo il titolo sportivo e accollandoci i debiti pregressi che devono ancora essere quantificati».■

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IULM

news

Una food experience magistrale

Il rettore Puglisi e Cracco inaugurano il nuovo ristorante Iulm da 500 posti

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uasi una festa rock, per l’inaugurazione del nuovo ristorante Iulm “Food Experience” , martedì 24 febbraio. Centinaia di studenti hanno partecipato al battesimo del nuovo servizio curato da Elior nel nuovo edificio Iulm 6, al quale ha anche partecipato la star di Masterchef Carlo Cracco, che ha firmato decine di copie del suo ultimo libro. Per il giorno dell’apertura, l’assaggio del menù del nuovo ristorante è stato offerto gratuitamente e già prima di mezzogiorno centinaia di ragazzi erano in coda per testare i piatti ed entrare in contatto con il grande chef vicentino. Il nuovo ristorante Iulm rappresenta una rivoluzione nei servizi di ristorazione universitari. “Questo, in un certo senso, è il primo servizio di ristorazione pensato in modo da fornire un prodotto di qualità agli studenti universitari” ha dichiarato il rettore Giovanni Puiglisi dopo aver tagliato il nastro dell’inaugurazione. Food Experience è composta da due food

FOCUS

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Lo spot per il Ministero arriva dalla Iulm

ra i protagonisti di Expo ci sarà anche l’università Iulm. L’ateneo e il Ministero delle politiche agricole stanno dando vita a una partnership che porterà gli allievi del master in Food and Wine Communication a occuparsi della campagna di comunicazione del ministero durante l’esposizione universale. Il tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita” è ampio e complesso. Expo s.p.a., la società incaricata dell’organizzazione e della gestione dell'evento, ha un proprio ufficio stampa, come anche le altre aziende coinvolte. Non curerà, però, la comunicazione delle istituzioni. Rappresentare il governo durante i sei mesi di Expo è quindi la sfida che Il ministero deve affrontare, curando in modo efficace i rapporti con i diversi interlocutori, dai semplici consumatori agli operatori del settore, dalle autorità agli investitori stranieri. L’accordo è stato presentato lo scorso 26 gennaio, durante un incontro nell’aula seminari

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court uguali: al pianterreno e al primo piano, per un totale di oltre 500 posti a sedere. Studenti, docenti e personale possono scegliere tra sei corner tematici. I menu cambiano ogni giorno e sono tutti appetitosi e equilibrati dal punto di vista nutrizionale, per soddisfare i gusti e le esigenze più varie. Per rendere più veloce il servizio e indirizzare gli ospiti verso il corner del menu desiderato, sono stati utilizzati diversi colori che identificano l’offerta alimentare: Forneria (magenta): pizze, focacce e altri prodotti da forno; Gastronomia (arancio): taglieri di salumi, formaggi e piatti freddi; Pasta (giallo): il piatto italiano per eccellenza; Etnico (viola): per provare gusti nuovi; Tradizionale (blu): piatto tris composto da primo, secondo e contorno oppure da un secondo e due contorni; Insalate (verde): preparate con ingredienti freschissimi. Il costo del menu fisso è di 7 euro e include il piatto principale, contorno, frutta o yogurt o dessert, pane e bevande a

dell’edificio Iulm 1, a cui hanno partecipato il ministro Maurizio Martina, il rettore Giovanni Puglisi, il preside della facoltà di Comunicazione Gianni Canova e il direttore del master Vincenzo Russo. “Quest’iniziativa – spiega Russo - nasce dal riconoscimento da parte dell’autorità pubblica della nostra università come polo della comunicazione. Siamo identificati a livello nazionale come un’eccellenza. Grazie a quest’intesa potremo offrire al ministero un supporto nello sviluppo delle strategie comunicative durante il periodo dell’Expo”. In particolare, gli allievi del master si occuperanno di produrre degli spot legati ai temi del nutrimento e del cibo. Dato il poco tempo che manca all’inizio della manifestazione, si tratterà di prototipi della durata di trenta secondi circa. Verranno prese in esame anche le campagne già realizzate, per stabilire su quali aspetti concentrare gli interventi del ministro durante i dibattiti a cui parteciperà. Sarà un’operazione vantaggiosa per tutti, sia per gli studenti che saranno coinvolti direttamente e potranno mettere in pratica le competenze acquisite durante i corsi, sia per il ministero, che potrà avvalersi di una comunicazione creativa e ben curata a un prezzo contenuto. Ma la partnership, che sarà firmata nei prossimi giorni, prevede un’ulteriore collaborazione. Da parte del ministero c’è l’idea di realizzare percorsi formativi che riguardano la comunicazione nel settore agroalimentare e che potranno essere utilizzati anche dopo Expo. “Gli imprenditori

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INIZIATIVE

Accordo Iulm-Iswa Obiettivo Wine Marketing

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Università Iulm e la Italian Signature Wines Academy (ISWA), hanno organizzato un incontro, martedì 24 febbraio, per presentare, in occasione di un seminario di approfondimento del Master in Food and Wine Communication, un grande progetto di collaborazione. Il prestigioso gruppo ISWA, che riunisce cinque aziende vinicole regionali (Allegrini - Veneto, Feudi di San Gregorio - Campania, Fontana Fredda Piemonte, Marchesi de' Fresco-

baldi - Toscana, Planeta - Sicilia) sarà impegnato con l'Università in attività di ricerca, istruzione e stage. Formazione accademica e impresa si incontrano per sviluppare le potenzialità comunicative del settore, che fino ad ora si è affidato a guide eno-turistiche e degustazioni, confinandosi in limitati spazi per addetti ai lavori. L'obiettivo è promuovere la ricerca scientifica nel campo del wine marketing e preparare una nuova generazione di professionisti specializzati. [f.p.]

ALTA FORMAZIONE

Reputation Management un master salva-immagine

libero servizio. Innovativo anche il sistema di pagamento: per ridurre le code, due totem elettronici posti all’ingresso del ristorante permettono di scegliere il menù e di ricevere pagamenti tramite la card dell’Ateneo, la Elior card, il bancomat o le carte di credito. E’ disponibile anche una cassa separata per il pagamento in contanti. A marzo sarà inaugurato anche lo “Smart Bar”, l'angolo caffetteria ideato da Elior per una pausa veloce e sfiziosa presso lo iulm 6. Aperto dalle 8.30 alle 16.00, propone bevande calde, prodotti da forno, gustosi piatti gastronomici e taglieri. Questi nuovi punti ristoro si aggiungono agli altri già attivi all'interno del complesso dello IULM sempre gestiti da Elior. Il “Caffè Letterario” e lo “Street Food”. Il primo unisce la tranquillità di una sala lettura all'efficienza di un bar di qualità mentre lo “Street Food” offre insalatone, pasta saltata, panini, anche con il servizio take away. ■

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ono aperte fino al 3 aprile 2015 le iscrizioni alla seconda edizione del Master Executive in Reputation Management. Il Reputation Manager è un professionista strategico fondamentale per l'attività e l'immagine di Aziende e Persone, una figura di primaria importanza nella gestione, nel monitoraggio e nella cura della reputazione online. L'obiettivo del corso è la preparazione di professionisti che siano anche in grado di prevenire e fronteg-

giare le situazioni di crisi. Punto di riferimento per il marketing e la comunicazione aziendale, per i privati e i professionisti si occupa della costruzione dell'identità digitale. Il Master è articolato in quattro moduli: Fondamenti di Architetture Digitali e Social Media, Comunicazione d'impresa e Relazioni Pubbliche nel Reputation Management, Fondamenti di ingegneria reputazionale, Aspetti legali del Reputation Management. I corsi inizieranno il 17 aprile 2015. [f.p.]

IL MASTER IN FOOD AND WINE COMUNICATION SARA' IMPEGNATO DURANTE L'EXPO NELLA CAMPAGNA DI COMUNICAZIONE DEL MINISTERO DELL'AGRICOLTURA, E LE OPPORTUNITA' CONTINUERANNO ANCHE DOPO LA DINE DELLA MANIFESTAZIONE italiani – spiega ancora Russo – hanno lavorato molto e bene sulla qualità del loro prodotto, ma poco sulla promozione. Per quel che riguarda la qualità, ad esempio, il vino italiano non ha nulla da invidiare a quello francese. Nella comunicazione, però, i francesi sono stati molto più attenti, si sono uniti e all’estero hanno una storia completamente diversa dalla nostra”. Oggi le imprese italiane stanno riconoscendo sempre più il valore che ha una buona comunicazione. Il ministero vorrebbe creare un centro per promuovere in modo efficace i prodotti dell’agroalimentare e vede nell’università Iulm un possibile partner. I corsi di formazione, che saranno il fulcro di questo progetto, verranno segnalati agli enti pubblici e privati che operano in questo settore. Alla base ci sarà uno studio approfondito della situazione economica dei mercati in cui i diversi operatori sono impegnati. Grazie alla sinergia tra università e ministero, l’obiettivo finale è creare un osservatorio della comunicazione agroalimentare. [m.d.]

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Maurizio Martina, Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali

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Profile for Silvia Gazzola

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