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SI Fest è promosso e organizzato da

Città di Savignano sul Rubicone Elena Battistini, sindaco Antonio Sarpieri, assessore alla Cultura Riccarda Casadei, presidente ICS Paola Sobrero, direttore ICS coordinamento scientifico Stefania Rössl, Massimo Sordi

con il contributo e il patrocinio di: Regione Emilia-Romagna Provincia di Forlì-Cesena Comitato direttivo Savignano Immagini Paola Sobrero, direttore ICS Antonio Sarpieri, assessore alla Cultura Stefano Bellavista, operatore culturale Angela Gorini, coordinatore SI Fest Mario Beltrambini, presidente Circolo fotografico Cultura e Immagine Stefania Rössl, ricercatore Università di Bologna e curatore Massimo Sordi, fotografo e docente di Fotografia Catalogo SI Fest a cura di Stefania Rössl e Massimo Sordi redazione Angela Gorini progetto grafico e impaginazione Stefano Tonti Pazzini Stampatore Editore Verucchio Savignano Immagini c/o Vecchia Pescheria corso Vendemini 51 47039 Savignano sul Rubicone (Fc) tel. (+39) 0541.941895 fax (+39) 0541.801018 info@savignanoimmagini.it www.savignanoimmagini.it

coordinamento generale e comunicazione Angela Gorini responsabile mostre e spazi espositivi Giuseppe Pazzaglia informazioni e segreteria in piazza Giovanmatteo Raggi e Alice Biondi per Alimat con la collaborazione di Giulia Lontani Alessia Pulelli Silvia Ravagli amministrazione Andrea Balestri ufficio stampa Mariaelena Forti social media optimization Daniele Federico BecomingAPhotoEditor.com immagine grafica Stefano Tonti con la collaborazione di Ilaria Montanari accoglienza Natascia Soannini con la collaborazione di Maria Grazia Parini allestimenti Mario Beltrambini Giuseppe Pazzaglia con la collaborazione di Andrea Borgini e Tomas Maggioli assistenza tecnica Massimiliano Ottaviani con la collaborazione di Giancarlo Rocchi assistenza informatica Melvin Piro servizi internet Kreativemind.it


si fest 19 savignano immagini festival 10.11.12 settembre 2010 AB ITAR E M O N D I LI V I N G W OR LD S a cura di Stefania Rรถssl e Massimo Sordi


Savignano e la fotografia: 19 anni preziosi da difendere Stiamo vivendo momenti di grande difficoltà economica e sociale tali da determinare forti elementi di incertezza e instabilità nella vita di molte persone e delle imprese. La crisi economica, nazionale e internazionale, impone grandi cambiamenti rispetto ai vecchi schemi di riferimento a fronte dei quali occorre una nuova capacità di iniziativa che parta dai punti di forza che una città e un territorio come il nostro si ritrovano grazie alle esperienze di lavoro e di investimento nel sociale storicamente realizzate. Occorre partire da una consapevolezza chiara della propria storia e identità per poi individuare gli elementi di forza da salvaguardare, nei momenti di difficoltà, e da promuovere nei momenti di ripresa. Se questo è vero, la cultura non può essere considerata la vittima sacrificale della crisi economica ma deve rappresentare uno strumento fondamentale da utilizzare per la rinascita e per un progetto di futuro: tanto più in un Paese come l’Italia, dove si conta il più grande numero di siti Unesco, un ricchissimo patrimonio storico-artistico e naturale, senza che peraltro sia mai stato dovutamente valorizzato. Sono questi i caratteri costitutivi della nostra identità di comunità che ci contraddistinguono nel mondo globalizzato e che rappresentano straordinarie occasioni di sviluppo economico. La nostra città è impegnata a sostenere, in questo momento di difficoltà, le proprie manifestazioni prestigiose capaci di far conoscere Savignano sul Rubicone al di là dei confini nazionali. Savignano Immagini è il frutto prodotto dal legame tra il nostro Comune e la fotografia, dal primo Portfolio al SI Fest 2010. Un patrimonio di relazioni con la fotografia d’autore nazionale e internazionale, che se in un primo momento riscuoteva un grande interesse soprattutto tra gli appassionati, nel tempo ha creato un legame sempre più saldo con la comunità savignanese, il territorio del Rubicone e le nostre imprese. Dal 2006 il Comune di Savignano sul Rubicone ha stipulato una convenzione con l’Università di Architettura “Aldo Rossi” di Cesena, che ha come oggetto di indagine il nostro territorio e le sue trasformazione urbane attraverso la fotografia. Quindi non solo fotografia strumento di indagine artistico, ma anche didattico e scientifico. Il rafforzamento del legame tra la fotografia, Savignano e il territorio del Rubicone, è dimostrato dal fondamentale sostegno al SI Fest 2010 fornito dalle nostre imprese a cui va un sentito ringraziamento. A proposito del legame fra fotografia e mondo delle imprese va ricordato la forte corrispondenza che esiste tra questa forma d’arte contemporanea e le importanti aziende del calzaturiero e della moda del Rubicone. Non mancano quindi scenari di sviluppo per nuove e più efficaci sinergie che abbiano al centro il territorio del Rubicone. Per il proseguimento e rafforzamento del progetto di Savignano Immagini occorre maggiore attenzione e riconoscimento da parte delle istituzioni pubbliche che in Italia, a differenza di altri Stati Europei, hanno ritenuto fin d’ora la fotografia come Cenerentola delle attività culturali sostenute dalle politiche pubbliche. Un ultimo e sentito grazie va rivolto all’Istituzione Cultura e al lavoro profuso dal suo encomiabile personale, al Comitato Direttivo Savignano Immagini in cui sono rappresentati il Circolo fotografico Cultura e Immagine e la Facoltà di Architettura “Aldo Rossi” di Cesena e al Coordinamento degli sponsor. Non ci resta che augurare un buon festival a tutti. Antonio Sarpieri assessore alla Cultura


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Abitare mondi dietro casa Dopo il triennio declinato sull’Identità, le ragioni della scelta del tema del 19° festival, Abitare mondi / living worlds, sono illustrate nella loro coerenza di percorso da Stefania Rössl che, insieme a Massimo Sordi, è stata ideatrice e artefice di parte prevalente delle proposte espositive: proposte che presuppongono e configurano un orizzonte ampio e internazionale avvalendosi di un osservatorio permanente e privilegiato come quello dell’università, che consente un quotidiano approccio alla ricerca, alla conoscenza, alla cura delle reti di relazioni reali e virtuali, all’aggiornamento disciplinare e didattico. Il rapporto costante con il mondo giovanile, la sua formazione e le sue propensioni, hanno ulteriormente motivato e consolidato gli orientamenti da tempo condivisi nell’ambito del festival di attribuire ulteriore spessore e visibilità alla giovane fotografia internazionale emergente: una direzione che per il secondo anno si conferma e si consolida nella impresa di Global Photography, una produzione del festival che ha visto nel 2009 con la collettiva intitolata looking at / looking for la partecipazione di ventidue autori e l’esposizione di 140 immagini, riproponendosi quest’anno con la mostra True stories, composta di ottanta fotografie, tredici sezioni fotografiche, sei sezioni video che riunisce venti autori provenienti da Italia, Francia, Germania, Olanda, Svezia, Polonia, Russia, Cina, Giappone, Stati Uniti, Canada e che andrà a rappresentare Savignano Immagini e SI Fest nel circuito di scambio fra Italia e Russia nel 2011, anno dedicato ufficialmente alla cultura e lingua russa in Italia e alla cultura e lingua italiana in Russia. Con proposte come questa il festival di Savignano sta perseguendo, valorizzando e affermando a ormai vent’anni dai suoi esordi, le proprie vocazioni, legate alla originalità, alla contemporaneità, alla ricerca, alla circospezione dello sguardo, al tentativo di suscitare molte domande, a quello di dare qualche risposta. Vocazioni legate nondimeno a stabilire attraverso la fotografia un legame profondo con il territorio, inteso, come sostiene Stefania Rössl citando Luigi Ghirri, quale un viaggio che ci può portare lontano anche iniziando a pochi chilometri da casa. Dunque una ricognizione del territorio non solo di tipo documentaristico ma che, oltre a preservare e fissare la memoria di un patrimonio visivo nel suo evolvere e stratificarsi attraverso i segni e le testimonianze del paesaggio e degli uomini, privilegia la profondità antropologica e sociale, cercando di fornire ipotesi e chiavi di lettura e di interpretazione dei luoghi, di tracce antiche e recenti, naturali e costruite, delle emergenze della contemporaneià da cui partire e a cui ispirarsi per predisporre la memoria del futuro. È questo il caso di progetti pluriennali come sin_tesis, paesaggio industria società, rivolto alla analisi dei fenomeni di trasformazione del paesaggio e degli ambienti sociali per metterne a fuoco le dinamiche identitarie attraverso campagne fotografiche condotte da fotografi nazionali e internazionali. Al secondo anno di attività il progetto, promosso e condotto in collaborazione con la Facoltà di Architettura “Aldo Rossi” di Cesena, ha visto avvicendarsi in rispettive campagne professionisti come Marco Zanta, Andrew Phelps, nomi prestigiosi come l’inglese Martin Parr, lo statunitense Mark Steinmetz. In previsione della presentazione della mostra e del catalogo, SI Fest propone in anteprima una videoproiezione con le foto di backstage e una selezione delle immagini scattate da Martin Parr durante cinque giorni di shooting dedicato ai luoghi dell’industria della moda nel territorio del Rubicone nel settembre 2009, in particolare agli outlet dell’abbigliamento e del calzaturiero di marchi di alta moda noti in tutto il mondo. È il caso del Censimento in immagini della Città di Savignano, inaugurato nell’edizione del 2007, diretta da Laura Serani, con Malick Sidibé, a cui sono seguiti i ritratti e i reportage di Marina Alessi, Simona Ghizzoni, Mario Cresci, Franco Vaccari con le rispettive personali interpretazioni dovute agli spunti creativi, alle personalità dei fotografi, all’utilizzo di tecniche diverse per indagare un microcosmo che diventa specchio del mondo grande. Quest’anno sarà Silvia Camporesi, nota e apprezzata fotografa forlivese, a condurre il censimento


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ispirandosi a tematiche del suo lavoro, che prevedono ambientazioni con l’utlizzo dei due elementi naturali dell’acqua e dell’aria. Dal percorso tematico rigoroso e coerente delle mostre emerge una comune tematica trasversale dedicata a motivi e aspetti sociali, in diversi casi ad aspetti marginali della società. A cominciare dal newyorkese naturalizzato sudafricano Roger Ballen, che in Boarding House ritrae, o piuttosto mette in scena, un mondo di miseri e marginali, reietti e clandestini in ambienti popolati di animali, insetti, oggetti poveri, domestici, bizzarri. Lo statunitense Mark Steinmetz, volgendosi alle nuove generazioni del sud degli Stati Uniti, ne coglie il senso di smarrimento e di disincanto conseguente allo sgretolamento del mito del sogno americano unitamente a quello di un falso progresso. Gli interni friulani di Italo Zannier realizzati negli anni Cinquanta raccontano una umanità povera, contadina e proletaria, prima che il miracolo economico compisse il grande passaggio a un’Italia industriale alla rincorsa della modernizzazione e del benessere. L’idea di nazionalità inglese esplorata da Simon Roberts si identifica con passatempi superficiali e occasionali attività ricreative, mentre le comunità rom di mezza Europa indagate dal danese Joakim Eskildsen nell’arco di sei anni colgono, attraverso fisionomie e sguardi ispezionati in profondità, l’anima dei luoghi. Cesare Cicardini fotografa gli homeless, i senzatetto intorno alla stazione di Milano, che si fanno a loro volta fotografi e interpreti di se stessi raccontandosi attraveso le macchine ricevute dal fotografo. Anche le True stories, le storie inventate tratte dal mondo reale, traggono spunto “dalla consapevolezza che spesso gli insignificanti frammenti possiedono la capacità di rivelarci le esperienze più profonde” (Rössl-Sordi). Persino i lavori che entrano di diritto nel festival di quest’anno, con il conseguimento dei principali premi, affrontano tematiche legate a concetti di diversità, di esclusione, di marginalità, addirittura di repulsione. È quanto ci propongono i portfolio di Patrizia Zelano, In Carne ed Ossa (Premio SI Fest / Portfolio 2009), di Paola de Grenet, Albino Beauty (Premio Marco Pesaresi 2009), di Paola Fiorini, Elisa Fashion District (Premio Portfolio Italia 2009). Assente lo still life, presenza fugace della fotografia storica, latitanza delle grandi firme, se si escludono quelle dei marchi del moda district fotografati da Martin Parr. Non si può far finta che non poco sia cambiato, che il disagio di vivere e di sopravvivere si traduca in consapevolezze e scelte diverse sia da parte dei fotografi sia di chi continua a guardare e praticare la fotografia come strumento di conoscenza, di crescita, di cambiamento, di dialogo. Malgrado le difficoltà, di risorse e di budget, SI Fest ha cercato di non tradire le sue vocazioni riuscendo a mantenere dignitosamente il suo impianto: sedici mostre, di cui quattro produzioni, coinvolgimento di nuovi spazi, incontri e tavole rotonde, atelier, presentazioni di libri, proiezioni video, galleria No Panic, Censimento, Notte per la fotografia, l’immancabile Portfolio in piazza e la novità del SI Fest Off; l’aumento delle librerie in piazza e dei premi, presenza degli autori di tutte le mostre, compresa una folta rappresenanza della collettiva Global Photography. Un’edizione difficile, il cui aspetto più positivo e sorprendente si è rivelato l’atteggiamento, quasi gara di solidarietà, che si è innescato da parte di collaboratori consueti e nuovi, da parte delle imprese locali che hanno preso a cuore il festival e da alcuni anni lo sostengono con sponsorizzazioni che hanno quest’anno superato il budget messo a disposizione dal Comune, l’impegno senza riserve dello staff organizzativo. In un altro anno di difficoltà – perché in questi quasi vent’anni ce ne sono stati altri – durante la direzione di Denis Curti il festival era intitolato La fotografia per la solidarietà. Anche quello di quest’anno, il primo della sua maggiore età e significativamente senza una, per lo meno unica, direzione artistica, si può in qualche modo considerare un festival della solidarietà, grazie a tutti coloro – e sono in tanti – che hanno voluto farlo vivere. Paola Sobrero Istituzione Cultura Savignano - Savignano Immagini


A R E A B I T

I M O N D

L I V I N G

W O R L D S


sommario

mettere al mondo il mondo stefania rössl

roger ballen SA

BOARDING HOUSE

mark steinmetz USA

18

SOUTH

26

MADE IN ITALY [SUL RUBICONE]

34

1957-2007 DAGLI INTERNI FRIULANI AL KITSCH NELLE CITTÀ

42

martin parr UK italo zannier IT

12

simon roberts UK

WE ENGLISH

50

THE ROMA JOURNEYS

60

THE EDGE OF THE SPIRAL

68

joakim eskildsen DK andrew phelps A

silvia camporesi IT cesare cicardini IT

DOWN BY THE WATER

76

LE FORME DELL’INVISIBILE

84

paola de grenet IT patrizia zelano IT paola fiorini IT sandro becchetti IT

ALBINO BEAUTY

90

IN CARNE ED OSSA

96

ELISA FASHION DISTRICT 102

100 RAGAZZI CHE LEGGONO 108

global photography sin_tesis lab #02

LA TERRA VISTA COME TERRITORIO 134

naturæ viaggi in italia

TRUE STORIES 112

PHOTOGRAPHS 154

set del cinema italiano 1941-1959 162

tavole rotonde

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atelier

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in piazza

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eventi

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Mettere al mondo il mondo1 “Scoprire il Nuovo Mondo era un’impresa ben difficile, come tutti abbiamo imparato. Ma ancora più difficile, una volta scoperto il Nuovo Mondo, era vederlo, capire che era nuovo, tutto nuovo, diverso da tutto ciò che ci s’era sempre aspettati di trovare come nuovo. E la domanda che viene naturale farsi è: se un Nuovo Mondo venisse scoperto ora, lo sapremmo vedere?” 2 L’estensione delle reti e dei sofisticati sistemi di comunicazione ci informano e ci avvicinano costantemente a una eterogeneità di situazioni, forme culturali e di pensiero che spetta all’attitudine del singolo rielaborare. L’apparente semplicità di accesso alle informazioni, che per la maggior parte si serve dell’immagine fotografica come strumento capace di realizzare un’immediatezza percettiva, oggi irrinunciabile, sembra indurre sempre più all’idealizzazione di spazi intrinsecamente fragili. Paragonabili a universi artificiali destinati a produrre generaliste volgarizzazioni del reale essi si offrono come illusorie esperienze del mondo. La rapidità che contraddistingue le mutevoli condizioni del presente è caratterizzata tuttavia da un susseguirsi di trasformazioni che interessano differenti livelli dell’abitare, abitare inteso come predisposizione insita nell’uomo a “rendersi conto”,3 all’approssimarsi alla comprensione del mondo non solamente attraverso la percezione. Se da un lato tali modificazioni indicano un processo evolutivo indirizzato alla sedimentazione di un’identità plurale, dall’altro esse introducono nuovi interrogativi riguardanti la posizione dell’individuo rispetto al suo habitat, alle sue tradizioni, alle sue proiezioni future. Ma siamo veramente consapevoli dei mutamenti a cui, nostro malgrado, partecipiamo? Abitare mondi/living worlds propone una lettura del contemporaneo esponendo una sommatoria di esperienze in cui l’interpretazione delle peculiarità dei luoghi conduce a espressioni linguistiche dal carattere autonomo. Se “il linguaggio è lo strumento principale del rifiuto dell’uomo di accettare il mondo com’è”,4 l’allusione alla possibilità di un dialogo interculturale, come in Um Filme falado di Manoel de Oliveira, induce a riflettere sulla reale disponibilità dell’uomo ad ascoltare, a distinguere simultaneamente le sfumature che concorrono a realizzare la complessità del mondo. Il termine di confronto che articola e stabilisce un legame di affinità tra i diversi progetti fotografici scorge allora forti similitudini nella capacità di riconoscere l’insieme di relazioni tra le persone e i luoghi, pronte a rinnovarsi quotidianamente. Il segno di tali legami, sia esso frutto dell’individuazione di tradizionali radici ataviche o esito di recenti attribuzioni di matrice socio-culturale, pone al centro della questione l’interdipendenza tra individuo e senso dell’abitare. Il soggetto fisico si confronta con l’ambiente che lo circonda trovando una misura tra sé e le cose, così, attraverso i segni che si sovrappongono sul volto,5 egli manifesta la leale capacità di appartenere e quindi di abitare. Se “l’abitare è il modo in cui i mortali sono sulla terra” la casa costituisce il ricettacolo per eccellenza che “più che tracciare una divisione tra cultura e natura”, come sostiene Marco Aime, “esprime una relazione tra questi due concetti”.6 1 cfr. A. Boetti, Mettere al mondo il mondo, 1972-73. 2 I. Calvino, Com’era il nuovo mondo in Id Collezione di sabbia, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2003, p.11. 3 F. La Cecla, Mente locale. Per un’antropologia dell’abitare, Eleuthéra, Milano 1983. 4 G. Steiner, Dopo Babele, Garzanti, Milano 1994, p. 266. 5 “Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrono gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, di isole, di pesci, di dimore, di strumenti, d’astri, di cavalli, di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”. In J. L. Borges, L’artefice, Epilogo, I Meridiani, Milano 1984, p. 1267. 6 M. Aime, Il primo libro di antropologia, Giulio Einaudi editore, Torino 2008, p. 212.


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Mettere al mondo il mondo1 “Discovering the New World was not a simple task, as we were all taught. But, what was even more difficult, once the New World had been discovered was seeing it, understanding that it was new, completely new, different from everything that people had ever expected new to be. Now the question that comes to mind most naturally is: if a New World were to be discovered today, would we be able to see it?”2 The spread of Internet and sophisticated communication systems keep us constantly informed and updated about a whole plethora of events, cultural forms and ways of thinking that we have to work out as best we can for ourselves. The apparent ease with which we can access information, which for the most part uses photographs as a way of conveying immediacy and which we today would be hard pressed to do without, seems to be leading increasingly to the idealization of intrinsically fragile space. Like artificial worlds that produce a generalised, popular view of what is real, they offer themselves as illusory experiences of the world. Now, speed is the hall mark of change, with one transformation following rapidly after another. These affect us at different levels in our lives, where lives are understood to be man’s natural predisposition to “take into account”,3 to understand, more or less, what the world is, and not only by using perception. If, on the one hand, such modifications indicate an evolutionary process towards the layered, plural identity, on the other hand, they raise new questions regarding the attitude of the individual towards his/her habitat, to traditions, and future plans. But are we really aware of the changes which, despite ourselves, we are involved in? Abitare mondi/living worlds offers a reading of the contemporary world. The exhibition is a summing up of experiences where the photographer’s way of interpreting what is particular about a place results in discretionary linguistic expressions. If “language is the main tool man uses to refuse to accept the way the world is”,4 as in Um Filme falado by Manoel de Oliveira, the allusion to the possibility of an intercultural dialogue leads us to reflect on the actual capacity of man to listen and recognise the subtleties which are being used to make the world so complex. Comparison establishes and regulates the links between the various photographic projects. It runs parallel to the ability to find all the relationships between people and places which begin anew each day. These links, whether they are the result of identifying traditional atavistic roots or of recent socio-cultural type attributions, place the interdependence between individuals and their sense of living at the core of the question. Face to face with their surroundings, people find their measure of things. This way, through the link lines which, layer upon layer cross his face, a person shows he can be loyal,5 and belong and therefore be living. If “living is the way the mortals can exist upon this Earth”, the house constitutes the best type of receptacle which “more than drawing a line between culture and nature,” according to Marco Aime, “expresses a relationship between the two concepts.”6 1 See also A. Boetti, Mettere al mondo il mondo, 1972-73. 2 I. Calvino, Com’era il nuovo mondo in Id Collezione di sabbia, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2003, p.11. 3 F. La Cecla, Mente locale. Per un’antropologia dell’abitare, Eleuthéra, Milano 1983. 4 G. Steiner, Dopo Babele, Garzanti, Milano 1994, p. 266. 5 “A man takes on the task of drawing the world. As the years go by he fills a space with pictures of provinces, kingdoms, mountains, bays, ships, islands, fish, homes, tools, stars, horses and people. Shortly before he dies, he discovers the patiently drawn labyrinths of lines traces the picture of his face”, in J. L. Borges, L’artefice, Epilogo, I Meridiani, Milano 1984, p. 1267. 6 M. Aime, Il primo libro di antropologia, Giulio Einaudi editore, Torino 2008, p. 212.


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Boarding House di Roger Ballen esplora i caratteri di una domesticità trovata, quasi per caso, suggerendo un’interpretazione del concetto di abitare che si compie nella costruzione di un immaginario simbolico. Deducendo frammenti naturali e artificiali dal mondo reale Ballen restituisce una successione di paesaggi dove la consuetudine del segno, in equilibrio tra elemento archetipico e oggetto d’uso quotidiano, trova nelle superfici della Boarding House nuova materia. Espressione fotografica e artistica dialogano all’unisono stabilendo equilibri inconsueti che affondano nell’eredità della memoria laddove annunciano la scrittura del linguaggio del presente. Svuotata da ogni caratterizzazione gerarchica la singola entità materiale appartenente alla dimensione collettiva si mescola con quella di un privato non sempre discernibile. Accostandosi invece alla dimensione oggettiva del quotidiano Italo Zannier elabora una riflessione sul senso del tempo che indissolubilmente trasforma le cose sedimentando segni sui volti degli abitanti. L’assoluta semplicità dell’esistenza contadina, densa di tradizioni ancora vive, sembra lasciare spazio a nuove domesticità che lasciano presagire, dietro una volontà di riscatto sociale, inevitabili segni di contaminazione. Dal ritratto di un’intimità domestica al ritratto della città, dal silenzio della dimora custode di antiche eredità all’espressione gridata di un incontenibile kitsch, il percorso mostra le tracce di una trasformazione culturale che si riflette anche nel linguaggio fotografico di 1957-2007 dagli interni friulani al kitsch nelle città. Se assumiamo la definizione di mobilità surmoderna,7 legata all’ideologia della globalizzazione e dell’apparenza che, secondo Marc Augé, è riscontrabile nei valori di deterritorializzazione e individualismo, riassumendo in immagini e trascrizioni i caratteri identitari della comunità rom Joakim Eskildsen avvicina la questione dell’abitare ai suoi principi originari. “I nomadi tradizionalmente studiati dagli etnologi possiedono il senso del luogo e del territorio, il senso del tempo e del ritorno”,8 così The Roma Journeys supera la dimensione descrittiva che caratterizza le singoli situazioni per rilevare, attraverso gli sguardi delle persone, l’anima dei luoghi. Il forte senso della comunità, che interviene nell’organizzazione dello spazio del vivere, assume gradualmente le fisionomie del luogo. Allo stesso modo il territorio pare trovare nuove conformazioni concedendosi il tempo per le ritualità dell’ordinario. Ungheria, India, Grecia, Romania, Francia, Russia e Finlandia sono i paesi attraversati, qui le sensibili differenze dei territori tengono ancora vivo il dialogo con la matrice arcaica propria delle comunità insediate. Un nomadismo assunto come pratica temporanea d’indagine ha portato invece Simon Roberts a percorrere con l’ausilio di un camper una serie di località dove la relazione tra abitanti e territorio privilegia la dimensione del tempo libero. I luoghi e le persone esprimono biunivoche relazioni proponendoci la figurazione di frammenti di quotidianità da cui paiono scaturire, con estrema autenticità, legami indissolubili anche se effimeri. We English racconta gli aspetti più evidenti di una società che cerca nelle declinazioni del territorio, così come nella rappresentazione del paesaggio all’interno del quale si inserisce, la naturalezza del vivere il proprio presente. Accanto a esposizioni che descrivono la varietà geografica del mondo trovano posto le indagini realizzate in ambito locale. Il progetto sin_tesis è un chiaro segnale di come un viaggio che ci proietta lontano possa iniziare, come sosteneva Luigi Ghirri, anche “nel raggio di tre chilometri da casa”. Se Martin Parr con Made in Italy [sul Rubicone] ha evidenziato gli aspetti di un’economia che struttura il territorio rivolgendosi prioritariamente alle dinamiche di un mercato globale, con The Edge of the Spiral

7 M. Augé, Per un’antropologia della mobilità, Jaca Book, Milano 2010, p. 8. 8 Ivi, p. 7.


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Boarding House by Roger Ballen explores a type of domestic set up almost come about by accident. He suggests a new way of looking at the concept of living by constructing a symbolic, imaginary world. By removing natural and artificial fragments from a real world, Ballen hands us a series of landscapes where archetypal elements and everyday objects are forged into new subject matter on the canvases/surfaces of Boarding House. Photography and artistry come together in an unusual equilibrium where the echoes of memory lap-dissolve with the announcement of a new way of writing for the present. Deprived of their logical order, ownership of things in the boarding house becomes confused: shared could become private, but we can’t always tell whose. By looking objectively at ordinary daily things, Italo Zannier reflects on the sense of time. It does not dissolve but rather transforms things, layer upon layer, sediment-like on the faces of these inhabitants. The absolute simplicity of peasant life, heavy with its lasting traditions, seems to make room for new forms of domesticity, probably brought about by social pressures, and showing the unmistakable signs of mixed lifestyles. From the depiction of domestic intimacy to that of the city, from the silence of the home, that guardian of old inheritance, to the shrieks of uncontainable kitsch, we follow in the tracks of a cultural transformation also reflected in the photographic language of 1957-2007 dagli interni friulani al kitsch nelle città. We can define supermodern mobility,7 as being linked to global ideology and appearance which, according to Marc Augé, can be recognised in de-territorialisation and individualism. In his pictures and transcriptions that sum up the identifying aspects of the Rom community, Joakim Eskildsen brings up the question of the original way of living: “Ethnological studies of nomads show they traditionally possess a sense of place, of territory and a sense of time and return”.8 In this way The Roma Journeys go beyond the descriptions of single events; they focus on the soul of places through the expression in the people’s eyes. The powerful sense of community which plays a role in how living space is organized, gradually influences the shape of the site. In the same way, the territory itself appears to take on new contours, giving itself time for the rituals of every day. Hungary, India, Greece, Romania, France, Russia and Finland are the countries travelled across, and the differences between the countries form the basis of the ongoing dialogue the community has with its ancient matrix. Simon Roberts became a temporary nomad with a camper so he could study a series of places where the relationship between the inhabitants and the lay of the land is connected with free time. The people and places express one and two way relationships showing us how fragments of daily life really create undeniable if fleeting links. We English is about the more well-known aspects of a people who seek in the land around them as well as in the representations of the landscape inside their homes, the natural way of living their lives. In addition to exhibitions about the different landscapes around the world, there are also works describing more local scenes. The sin_tesis project is a clear signal about how a planned trip to a faraway place can start, as Luigi Ghirri said, even “within a radius of three kilometres from home”. If Martin Parr with Made in Italy [sul Rubicone] shows how the economy restructures the land when its priorities are focussed on the dynamics of a world market, with The Edge of the Spiral, Andrew Phelps prefers to read the shoeprints showing the pre-existing environment typical of a rural lifestyle. Even in the area around Savignano, people and their things seem to be playing a sort

7 M. Augé, Per un’antropologia della mobilità, Jaca Book, Milano 2010, p. 8. 8 Ivi, p. 7.


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Andrew Phelps ha preferito leggere le tracce di un suolo che mostra le preesistenze ambientali proprie di una consuetudine rurale. Anche nel territorio di Savignano strumenti e individui sembrano entrare in gioco “non più come figure singole ma come segni di un sistema”9 dove alla gestualità di saperi artigianali si sovrappone un dichiarato richiamo tecnologico. La natura del prodotto industriale così come quella del manufatto emergono con forza sullo sfondo di un paesaggio che, pur non dissimulando i segnali della trasformazione, raccoglie l’eco di una tradizione vernacolare. Spingendosi oltre la scrittura documentaria Naturae trascrive con autentica evidenza brani di universi in cui uomo, artificio e natura, suscettibili di manifestarsi come entità autonome, rinnovano quotidianamente intrinseci legami. Paesaggi dalle parvenze singolari esprimono labili gerarchie ormai scardinate da sottili ambiguità. Proprio su queste nuove gerarchie l’uomo, strumento di misura dello spazio e riferimento primo dell’abitare, è chiamato a interrogarsi. La dimensione sociale del contemporaneo, in particolare quella del sud degli Stati Uniti ha attirato l’attenzione di Mark Steinmetz portandolo alla realizzazione di una vera e propria trilogia. Le immagini di South Central, South East e Greater Atlanta ritraggono, nello specifico della selezione South, lo spaccato di una società americana che mette in scena le proprie fragilità. Questi ritratti sembrano ancora capaci di “esplorare i modi in cui la fotografia può tradurre il mondo esterno in immagini, che è essenzialmente non una questione personale ma formale”.10 Ma la fotografia può anche uscire da se stessa nel momento in cui il fotografo decide di realizzare un progetto come Le forme dell’invisibile di Cesare Cicardini. Qui l’interazione tra soggetto e fotografo consente alla disciplina fotografica nuove modalità d’indagine che, sospendendo il giudizio, eliminano ogni sorta di barriera tra apparecchio e soggetto. La condizione più intima di un privato svelato supera la condizione di homeless consentendoci, silenziosamente, di varcare identità escluse. Il tema dell’identità costituisce il filo conduttore della ricerca di Silvia Camporesi che utilizza la fotografia e il video come strumenti per investigare, a partire dal proprio corpo, la dimensione fisica dell’esistere. Anche in Down by the Water l’artista rivela i termini di una sospensione corporea che rimette all’acqua la vocazione di elemento originario. L’acqua, Grande Madre, scorrendo raccoglie nel suo grembo la natura delle idee e la percezione del tempo. Elaborando l’idea di identità plurale, verificabile nel segno dell’immediato presente, Global Photography. True Stories si configura allora come osservatorio aperto a ospitare una varietà di storie strutturate secondo contraddistinti linguaggi, rappresentativi dei 20 autori proposti. Se la fotografia attribuisce al soggetto la prerogativa di indagare il limite tra dimensione fattuale e immaginaria, al fotografo viene riconosciuto il compito di stabilire il grado di labilità di tale confine. “Faccio sempre le stesse immagini, – scriveva Robert Frank – guardo sempre fuori cercando di vedere dentro di me. Cercando di dire qualcosa che sia vero. Ma forse niente è realmente vero. Eccetto quello che è qua fuori e ciò che è qua fuori è sempre differente”.11 Stefania Rössl Coordinamento scientifico SI Fest

9 A.C. Quintavalle, Farm Security Administration. La fotografia sociale americana del New Deal, Istituto di Storia dell’Arte, cataloghi, Parma 1975, p. XX. 10 J. Szarkowski, Mirrors and windows, The Museum of Modern Art, NY 1978, p. 21. 11 R. Frank, Moving Out, Scalo, Zurich 1994, p. 12.


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of game: “no longer as single figures but as signs of a system”9 where proclaimed technology sediments as a layer over the world of artisan knowledge. The nature of the industrial product like that of handmade products emerges forcefully against a landscape that while not disguising the signs of the transformation, picks up the echoes of a vernacular tradition. Going beyond the documentary, Naturae transfers authentic pieces of the universe where man, artifice and nature, normally presented as autonomous entities, daily reforge the links between themselves. Singular looking landscapes overturn the regular order of things and express its frailness by unhinging it with subtle ambiguities. It is this unsettled order of things that Man, himself the tool for measuring space and a reference for living, calls into question. The social dimension of the contemporary world, in particular society in the southern United States has drawn the attention of Mark Steinmetz and the making of an actual trilogy. The images from South Central, South East and Greater Atlanta portray that especially chosen South, the rift in American Society which shows up its fragility. These portraits continue to “explore the ways in which photography can translate the exterior world into pictures, which is essentially not a personal but a formal issue”.10 But photography can even go out of itself when the photographer decides to embark on a project like Images of the invisible by Cesare Cicardini. Here the interaction between subject and photographer allows photography new ways of investigating. Where judgemental attitudes are foregone, barriers between the camera and the subject disappear. People unmasked in their most intimate aspects are no longer the homeless. We can silently sidestep definitions of exclusion. The theme of identity constitutes the connecting thread through the work of Silvia Camporesi who uses photography and video to investigate the physical dimension of existence, starting with her own body. In Down by the Water, the artist uses the terminology of the body suspended thereby giving back to water its vocation as the original element. Water as the Great Mother, flows and collects in her lap the nature of ideas and the perception of time. Working around the notion of plural identity visibly manifesting itself in the immediate present, Global Photography offers itself as an observatory onto a variety of stories retold in distinctly different languages representing the 20 photographers in the exhibition. If photography accords the subject the prerogative of investigating the borderline between the factual and the imagined, the photographer is given the task of establishing the frailness of that division. On this topic, we can refer to Robert Frank when, in Moving Out, he states that “I’m always looking outside, trying to looking inside. Trying to say something tht’s true, But maybe nothing is really true. Except what’s out there. And what’s out there is always changing”.11 Stefania Rössl Scientific Coordination SI Fest

9 A.C. Quintavalle, Farm Security Administration. La fotografia sociale americana del New Deal, Istituto di Storia dell’Arte, cataloghi, Parma 1975, p. XX. 10 J. Szarkowski, Mirrors and windows, The Museum of Modern Art, NY 1978, p. 21. 11 R. Frank, Moving Out, Scalo, Zurich 1994, p. 12.


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roger ballen SA

BOARDING HOUSE

a cura di Stefania Rössl e Massimo Sordi

Per cinque anni, al centro dei lavori fotografici di Roger Ballen è stato Boarding House un luogo strano e affascinante vicino a Johannesburg. Un luogo affollato di poveri lavoratori, accampati, criminali clandestini, stregoni, bambini, animali domestici e insetti. Ci sono macchie e segni, oggetti curiosi e misteriosi disegni, odori e rumori ovunque. Queste fotografie sono immagini tratte da un sogno ad occhi aperti, avvincente e stimolante, formalmente sofisticato e riempito con ricchi dettagli a stratificazione. Un elemento di finzione è essenziale per il modo in cui Ballen rappresenta ciò che egli trova, e le stanze e gli angoli di Boarding House sono caratterizzate da un alterato senso del luogo. Con la loro enfasi nei disegni e negli elementi scultorei e la collaborazione così evidente tra l’artista e i suoi soggetti, le immagini in Boarding House confondono i confini tra fotografia documentaria e forme d’arte come pittura, teatro e scultura – ogni cosa che vediamo è una domanda.


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Roger Ballen (New York, 1950). Ballen vive e lavora da piu di trent’anni a Johannesburg, Sudafrica. Ha lavorato come geologo e consulente minerario prima di iniziare la sua carriera di fotografo documentando i piccoli villaggi rurali del Sud Africa e dei loro isolati abitanti. Dal 1994 tutte le sue fotografie sono state scattate nei dintorni di Johannesburg. Tra il 1982 e il 2008 ha realizzato diverse serie di lavori, passando dal fotogiornalismo a una visione artistica unica nel suo genere. Le sue immagini sono potenti dichiarazioni sul sociale e inquietanti studi psicologici. Il libro Outland, pubblicato da Phaidon come Shadow Chamber e Boarding House, è stato nominato miglior libro fotografico dell’anno al PhotoEspaña 2001, Madrid, Spagna. www.rogerballen.com Roger Ballen (New York City, 1950). Ballen has lived and worked in Johannesburg, South Africa for more than 30 years. He worked as a geologist and mining consultant before starting his career as a photographer by documenting the small villages of rural South Africa and their isolated inhabitants. Since 1994 his images have been taken around Johannesburg; they are both powerful social statements and disturbing psychological studies. Ballen’s book Outland, published by Phaidon like Shadow Chamber and Boarding House, was named Best Photographic book of the Year at PhotoEspaña 2001, Madrid, Spain. www.rogerballen.com Roger Ballen, Boarding House - Palazzo Martuzzi, sala Allende, corso Vendemini 18

For five years, the focus of Roger Ballen’s photographic work has been a strange and alluring place near Johannesburg he calls the Boarding House. It is crowded with poor workers, transients, criminals hiding from the law, witchdoctors, children, pet animals and insects. There are stains and marks, curious objects and mysterious drawings, smells and noises everywhere. These photographs are like images from a waking dream, compelling and thought– provoking, formally sophisticated and filled with layers of rich detail. An element of fiction is essential to the way Ballen represents what he finds, and the rooms and corners of the Boarding House he shows us are characterized by an altered sense of place. With their emphasis on drawn and sculptural elements, and the collaboration between the artist and his subjects clearly evident, the images in Boarding House blur the lines between documentary photography and art forms such as painting, theatre and sculpture – they make us question everything we see.

Images courtesy Galleria Massimo Minini


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Bite, 2007


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Fragments, 2005


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Collision, 2005


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Boarding house, 2008


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Skins and bones, 2007


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Girl in white dress, 2002


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mark steinmetz USA

SOUTH

a cura di Giulia Zorzi e Flavio Franzoni per MiCamera

Mark Steinmetz è un osservatore della società americana. Erede di una grande tradizione fotografica alla quale hanno contribuito autori di rilievo quali Garry Winogrand o Lee Friedlander, Steinmetz ha scelto il sud degli Stati Uniti, Georgia, Tennessee e Louisiana, quale set privilegiato e naturale per svolgere il proprio racconto. Con uno stile fortemente filmico, influenzato anche dal cinema italiano, persone e luoghi scaturiscono da una “flânerie” mai pianificata. In sequenze poetiche e narrative, i soggetti appaiono sospesi nel tempo, complice anche l’utilizzo magistrale di un bianco e nero che tinge ogni scena di una patina all’apparenza impalpabile ma in realtà fortemente caratterizzante. Steinmetz coglie e racconta il senso di delusione e isolamento delle nuove generazioni rimaste ai margini del grande sogno americano, mettendo in discussione la nozione stessa di progresso. Una questione mai affrontata direttamente ma affidata alla presenza ricorrente di simboli che alludono alla condizione socio-economica. Ciascuna fotografia è come un frammento di un quadro d’insieme che descrive il paese. Una fotografia aperta, un lavoro che pone degli interrogativi e non si rifugia in soluzioni affrettate. Come diceva Winogrand: “fotografie che pongono delle domande – e non ambiscono a spiegare le cose”. South presenta in anteprima europea il lavoro del grande fotografo americano. Le immagini sono tratte dalla trilogia pubblicata da Nazraeli Press: South Central (2006), South East (2008), Greater Atlanta (2009). Giulia Zorzi


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Mark Steinmetz (1961) vive ad Athens, Georgia. Ha insegnato a Harvard, Yale e al Sarah Lawrence College, e ha ricevuto il prestigioso Guggenheim Fellowship. Le sue opere sono presenti nelle collezioni più prestigiose, tra cui il MoMA di New York, il Metropolitan Museum of Art, il Whitney Museum of American Art e l’Art Institute of Chicago. www.marksteinmetz.net Mark Steinmetz (1961) lives in Athens, Georgia. He has taught at Harvard, Yale and Sarah Lawrence College, and is the recipient of a prestigious Guggenheim Fellowship. His work is in the collections of the Metropolitan Museum of Art, The Museum of Modern Art, The Whitney Museum of American Art and The Art Institute of Chicago, amongst others. www.marksteinmetz.net Mark Steinmetz, South - Galleria della Vecchia Pescheria, corso Vendemini 51

Mark Steinmetz is an observer of American society. Heir to a great photographic tradition which has seen the contribution of celebrated artists like Garry Winogrand and Lee Friedlander, Steinmetz has chosen the southern United States – Georgia, Tennessee and Louisiana – as the natural setting in which to tell his stories. With a style strongly influenced by the big screen, including Italian cinema, people and locations emerge in his works from a kind of “flâneur” that is never planned out. In poetic and narrative sequences, the subjects appear as if suspended in time, aided also by a masterly use of black and white lending each scene an apparently intangible patina that is, in reality, a strongly identifying feature. Steinmetz understands and narrates the sense of disillusion and isolation of the new generations living on the fringes of the great American dream, questioning the very notion of progress. This issue is never dealt with directly but is rather committed to the recurring presence of symbols hinting at social and economic living conditions. Each photograph is like a fragment of an overall picture describing the country. An open photographic style, works meant to pose questions rather than offering hasty solutions. As Winogrand used to say, “photographs that state problems” – and don’t attempt to explain things. South is the first european exhibition of Steinmetz’s work. Images are published by Nazraeli Press in the trilogy: South Central (2006), South East (2008), Greater Atlanta (2009). Giulia Zorzi


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Bourbon Street, New Orleans, 1995


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Jessica, Athens, Georgia, 1997


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Knoxville, Tennessee, 1992


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East of Knoxville, Tennessee, 1991


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Athens, Georgia, 1994


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martin parr UK

MADE IN ITALY [SUL RUBICONE]

presentazione del lavoro a cura di Stefano Bellavista videoproiezione realizzata da Alessandro Di Renzo

Il territorio del Rubicone (Gatteo, San Mauro Pascoli, Savignano sul Rubicone) Nell’area dei tre comuni di 54,66 kmq, risiedono attualmente 36.937 abitanti. Negli ultimi cinque anni la popolazione è aumentata a un ritmo maggiore di quello registrato a livello provinciale. Se si esaminano i singoli comuni si nota, nel quinquennio ultimo, per tutti i tre comuni una dinamicità demografica superiore alla media provinciale. Le imprese attive a fine 2009 sono 3.799, di cui oltre 400 sono espressione del settore moda (calzature e abbigliamento). I singoli comuni presentano valori di crescita superiori a quello medio provinciale: fra questi spicca Savignano sul Rubicone (+13,4%), seguono Gatteo (+5,5%), San Mauro Pascoli (+4,2%). Complessivamente il settore imprenditoriale nel territorio occupa oltre 13.000 addetti, di cui oltre 3.000 nel settore della moda (calzature e abbigliamento), un settore che produce oltre 500 milioni di euro di fatturato. L’area si contraddistingue in particolare per la presenza di diverse imprese manifatturiere di livello internazionale, come nel comparto della calzatura di San Mauro, riunite attorno alla filiera della scarpa femminile di elevata qualità, un universo di grandi, medie e piccole imprese specializzate, dalla componentistica, agli accessori, fino al prodotto finito.

Il distretto calzaturiero San Mauro Pascoli è famosa in tutto il mondo per la produzione di scarpe di alta moda. La vocazione calzaturiera del territorio risale alla fine del XIX secolo, quando alcuni ciabattini, dediti soprattutto alla riparazione, alla produzione e vendita di scarpe nuove, allestirono bancarelle nelle fiere. Dopo il secondo conflitto mondiale le botteghe artigianali si moltiplicarono e con gli anni Sessanta e il “miracolo economico” comincia l’ascesa di San Mauro Pascoli nel mondo della calzatura. Le aziende si ampliano, gli ambienti di lavoro vengono ammodernati e molte aziende si trasformano in vere e


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Martin Parr è senz’altro il più celebre e celebrato fotografo inglese contemporaneo. Nato a Epsom nel Surrey nel 1952, dopo aver studiato fotografia, si dedica al fotogiornalismo realizzando numerosi reportage per riviste e diverse compagnie teatrali. È autore di numerosissimi progetti fotografici e pubblicazioni. Dal 1994 è membro di Magnum Photos. Parr è stato un testimone privilegiato della società britannica dell’ “era Thatcher”. Con le sue foto di medio formato, caratterizzate dell’uso molto contrastato e luminoso del colore, racconta la storia del gusto (vestiti, interni, accessori…) e dei comportamenti della classe media inglese (e non solo) negli anni Ottanta. Il lavoro sociologico di Parr acquista maggiore importanza negli anni ’90 e si rivolge ad altri temi (la moda, lo shopping) e ad altri paesi (Giappone). La sua fama è rapidamente cresciuta in questi ultimi anni, e oggi Martin Parr è tra gli autori più acclamati nel campo della fotografia documentaria e anche della moda e della pubblicità. Negli ultimi anni ha anche ampliato e consolidato la sua attività come curatore ed editor di progetti fotografici: nel 2004 Martin Parr è stato direttore artistico dei Rencontres di Arles, e in questo 2010 curerà la Biennale di Fotografia di Brighton. Nel 2005 realizza la prima edizione di Fashion Magazine un libro-rivista sulla moda creato da Magnum e interamente realizzato con fotografie e testi prodotti da Martin Parr, che è stato presentato in tutto il mondo. Il soggetto preferito di Martin Parr è lo studio della ritualità collettiva (come, per esempio, il turismo di massa o lo shopping) o la crisi di valori della piccola e media borghesia, che coglie in lapidarie, ironiche e graffianti immagini – soprattutto a colori – piene di sense of humour tipicamente britannico, tra documentazione e studio sociologico. Il suo lavoro viene raccolto in una serie di mostre organizzate in diversi musei e gallerie tra Europa e Stati Uniti; attualmente le sue fotografie fanno parte del patrimonio permanente di molte importanti collezioni pubbliche e private. www.martinparr.com Martin Parr, Made in Italy [sul Rubicone] - Palazzo Vendemini, sala blu, corso Vendemini 67

proprie industrie. Accanto ai calzaturifici sorgono le attività “sussidiarie” che si specializzano nella fabbricazione dei semilavorati (tacchi, fondi, ecc.) nonché tomaifici, trancifici e studi di modelleria. Oggi San Mauro Pascoli è un importante centro di produzione di calzature e nel territorio del Rubicone hanno sede alcune delle più note marche dell’alta moda calzaturiera che spiccano per l’alta qualità dei prodotti e per lo styling conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Le aziende attive nel settore calzaturiero, localizzate nei comuni di Gatteo, San Mauro Pascoli e Savignano sul Rubicone, costituiscono un sistema produttivo coordinato, sviluppatosi prevalentemente secondo un processo spontaneo di distrettualizzazione.

Il Made in Italy Con l’espressione inglese “Made In Italy”, si indica il processo di rivalutazione della produzione artigianale e industriale italiana che ha spesso portato (soprattutto negli anni Ottanta) i prodotti italiani ad eccellere nella competizione commerciale internazionale. All’estero, infatti, i prodotti italiani hanno nel tempo guadagnato una fama tale da costituire una categoria a sé in ciascuna delle merceologie rispettivamente interessate. Sono generalmente riconosciute al prodotto italiano medio, notevoli qualità di realizzazione, cura dei dettagli, fantasia del disegno e delle forme, durevolezza. Attualmente il marchio “Made in Italy” è il terzo al mondo per notorietà, dopo CocaCola e Visa. Paradossalmente al significato odierno le origini non sono così nobili, infatti l’indicazione di provenienza di un prodotto veniva imposto ai produttori italiani negli anni Sessanta dagli importatori europei tedeschi e francesi sui prodotti tessili e calzaturieri per indicare ai consumatori dei loro paesi che i prodotti non erano prodotti nelle proprie nazioni. Germania, Francia e Inghilterra nel dopoguerra avevano già scartato la manifattura tessile e calzaturiera in quanto industria povera più adatta a paesi non sviluppati tecnologicamente.


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Il lavoro realizzato con Martin Parr: Made in Italy [sul Rubicone] Un’indagine sui luoghi dell’industria della moda, sugli spazi di lavoro come sistemi di relazioni che da esso si generano, come le mutazioni del paesaggio e della società contemporanea. Questo il tema del lavoro che Martin Parr ha realizzato durante la sua permanenza a Savignano sul Rubicone nel settembre 2009, per il lavoro Made in Italy [sul Rubicone] legato al progetto sin_tesis. Martin Parr ha orientato la propria campagna fotografica verso il settore della moda, con particolare attenzione alle industrie e agli outlet del mercato calzaturiero e dell’abbigliamento del territorio del Rubicone. Durante i cinque giorni di shooting fotografico svolto presso alcune delle più importanti industrie della moda italiane insediate nel nostro territorio, il fotografo ha conosciuto e documentato diversi aspetti legati al ciclo imprenditoriale delle aziende coinvolte, conoscendo in prima persona gli imprenditori che molto spesso sono anche gli stilisti, i creativi dei propri prodotti, ritraendoli all’interno delle loro aziende nelle fasi del lavoro quotidiano. Al tempo stesso Martin Parr ha potuto visitare l’interno delle industrie, indagando, conoscendo e documentando le diverse fasi del ciclo produttivo, ritraendo le persone intente nel curatissimo lavoro di realizzazione e finitura dei raffinati capi d’abbigliamento e delle pregiate calzature. Il settore della moda, in continua e rapida evoluzione, contempla sempre più frequentemente anche la fase della vendita diretta in sequenza alla fase della produzione. Quindi anche i factory outlet o gli outlet aziendali sono oggi una componente fondamentale per le industrie della moda. E allora lo shooting fotografico ha compreso anche questi luoghi che a volte si trovano all’interno della stessa azienda e in altri casi sono situati in autonome strutture commerciali. Ritraendo e documentando i momenti delle prove dei capi d’abbigliamento e delle calzature, la fase della vendita e dell’acquisto dei prodotti, l’autore ha idealmente descritto e definito una ulteriore significativa componente del sistema che abbiamo voluto indagare e documentare. Il lavoro fotografico di Martin Parr viene presentato in anteprima all’interno del SI Fest in forma di videoproiezione, in attesa della prossima pubblicazione della mostra e del catalogo. Il video contiene sia le immagini scattate durante il backstage, sia una selezione di cinquanta fotografie realizzate da Martin Parr per il progetto Made in Italy [sul Rubicone]. Stefano Bellavista

ideazione Stefania Rössl coordinamento Massimo Sordi

campagna fotografica Martin Parr a cura di Stefano Bellavista con la collaborazione di Angela Gorini Monica Sartini Paola Sobrero

la campagna è stata realizzata presso le industrie Alea Baldinini Casadei Liviana Conti Fait Adriatica Paola Frani Vicini


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in alto: Cesare Casadei (Casadei) Tonino Buda (Fait Adriatica) Gimmi Baldinini (Baldinini) Giuseppe Zanotti (Vicini) in basso: Paola Frani (Paola Frani) Liviana Conti (Liviana Conti) Andrea Maremonti, Claudio Onofri (Alea)


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italo zannier

1957-2007 DAGLI INTERNI FRIULANI IT AL KITSCH NELLE CITTÀ

a cura di Roberto Maggiori

Tutti conosciamo Italo Zannier, il critico appassionato, il filologo attento, il collezionista vorace, l’animatore e direttore di riviste, lo storico della fotografia che Germano Celant ha recentemente definito un “living monument” nazionale.1 Dopo più di cinquecento pubblicazioni, quarantaquattro anni d’insegnamento nelle università più prestigiose (Iuav, Dams, Cattolica, Ca’ Foscari, ecc.), la realizzazione di un’importante biblioteca con tanto di fondo fotografico didattico e un’infinità di episodi culturali incentrati sulla fotografia, caratterizzati dalla sua presenza in veste di collaboratore o curatore, può essere giustificabile associare lo studioso friulano alla critica e alla storia della fotografia piuttosto che alla prassi di questo “meraviglioso” strumento. Non tutti sanno che in realtà l’ingresso nel mondo della fotografia Zannier lo fa da apprezzato fotografo nel 1952, due anni prima di iniziare anche l’attività critica e giornalistica. Parallelamente a questa, Zannier fotograferà ininterrottamente fino al 1976, anno del terribile terremoto friulano, dopo il quale per i successivi trent’anni si dedicherà esclusivamente alla divulgazione della storia della fotografia per poi riprendere in mano la macchina fotografica, con intenti più ludici, nel 2007. Lo Zannier fotografo che qui ci interessa presentare in particolare è quello attratto dal tema dell’abitare, quello che indaga gli spazi della quotidianità e anche i tempi in cui questa si sviluppa, visto che la mostra prende in considerazione un arco temporale di cinquant’anni. La parte più cospicua dell’esposizione è costituita dai noti interni friulani, fotografati dalla seconda metà degli anni Cinquanta – se non consideriamo un autoritratto ripreso proprio in un interno casalingo e datato 1954 – fino alla metà degli anni Settanta. In queste fotografie, ragionate ed essenziali, ricche al tempo stesso di interessanti indicazioni sociali e di lirismo (la rappresentazione di qualcosa che va scomparendo, per quanto distaccata, evoca inevitabilmente una certa romantica malinconia), ritroviamo l’approccio neorealista tipico del dopoguerra,2 mescolato all’interesse per l’architettura che Zannier ha sempre coltivato. Sul versante del Neorealismo fotografico il contributo del giovane Italo è assai precoce, grande appassionato del cinema di quegli anni, dopo una breve efflorescenza cinematografica che lo vede cimentarsi con alcuni cortometraggi in super 8, Zannier nel 1952 passa definitivamente alla pratica fotografica a cui assocerà presto anche una lucida critica, redigendo, tra l’altro, nel 1955 persino il manifesto del “Gruppo friulano per una nuova fotografia” firmato da tutti i fondatori di quell’importante sodalizio: Aldo Beltrame, Carlo Bevilacqua, Gianni Borghesan, Jano Borghesan, Toni del Tin, Fulvio Roiter e naturalmente Italo Zannier. Al gruppo, a cui si aggiungeranno presto anche autori come Nino Migliori e Gianni Berengo Gardin, va riconosciuto il merito di 1 Durante un incontro pubblico tenuto a Bologna il 28 settembre 2008 nell’ambito del festival “Artelibro”. 2 Per approfondire il discorso sul Neorealismo fotografico degli anni ’50 si rimanda a: I. Zannier (a cura di), Neorealismo e Fotografia, Art&, Udine 1987; e a R. Maggiori, “Il ‘Neorealismo’ fotografico degli anni ’50”, in Il passato è un mosaico da incontrare, cat. mostra Nino Migliori, Editrice Quinlan, Bologna 2010.


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Italo Zannier fotografo, 1957-2007, dagli interni friulani al kitsch nelle città Fondazione Tito Balestra, piazza Malatestiana 1, Longiano

aver promosso, tra i primi in Italia in un’ottica Neorealista, una fotografia non più rivolta esclusivamente alla ricerca del “bello scatto” e all’immagine estetizzante fine a se stessa, ma un approccio in linea con le innovatrici istanze promulgate in quegli anni da Pietro Donzelli e pochi altri. Questa è storia nota, utile però a evidenziare come negli interni friulani, oltre alla registrazione certosina degli spazi, emerga anche un “racconto critico” che si evince dai personaggi – spesso presenti negli ambienti – dagli oggetti e dalla tipologia sociale, proletaria, a cui fanno riferimento quei luoghi. Gli spazi e il modo di raccontarli, e qui entra in gioco l’interesse per l’architettura che Italo Zannier, allievo negli anni Cinquanta di Bruno Zevi, trasferisce nelle sue fotografie. Quanta differenza, tra gli interni d’autore fotografati a Vienna su commissione di Zevi e i “poveri” interni friulani. Nelle fotografie delle stanze firmate da Adolf Loos, realizzate sempre da Zannier negli anni Cinquanta, leggiamo un rigore algido, una perfezione scevra da orpelli in cui l’elemento umano è quasi sempre bandito, il contrario delle camere da letto di Claut, delle cucine di Aviano, delle stanberghe di Erto o delle sale da pranzo di Aquileia. Da una parte il progetto adamantino di un’individualità illustre, dall’altra il risultato di un processo collettivo, di una comunità con i suoi usi, costumi e... fotografie, presenti in abbondanza a mo’ di reliquie piuttosto che come elementi decorativi. In quest’ultimi interni ritroviamo la composta e altera dignità friulana, una matrice collettiva che si riscontra costantemente pur in luoghi diversi, ma simili nel disordine ordinato, nella pulita precarietà. C’è poi la luce che svela senza clamore i luoghi e le azioni presunte di cui sono i contenitori, un’illuminazione funzionale a raccontare un’intimità preziosa difficilmente accessibile ad estranei, che Zannier è riuscito invece a registrare magnificamente e a rendere Storia. Questo racconto si è protratto negli anni testimoniando a più riprese l’evoluzione della società, dapprima friulana e poi, con l’incedere della globalizzazione, italiana. Una lettura incentrata su pochi ma loquaci indizi suggeriti dagli attrezzi, dal mobilio, dalle vesti e dai volti fermati nel tempo dall’apparecchio fotografico. Nella sintesi dello scatto prende così forma il cambiamento epocale di quegli anni, quando la società da rurale e contadina va via via trasformandosi in industriale, acquisendo tutti i vantaggi e le comodità della grande distribuzione, ma anche il kitsch conseguente. Questa peculiare sintesi raggiunge l’apice con le diacronie concluse tra il 1975 e il 1976. In questi lavori Zannier ritorna sugli stessi luoghi fotografati sedici anni prima e dallo stesso identico punto di vista, con la stessa lunghezza focale, posizionando persino i personaggi nel medesimo punto, rileva il cambiamento dell’ambiente e dei protagonisti che lo animano, offrendo allo spettatore tutte le deduzioni che vorrà cogliere. Con questa singolare narrazione in cui il passato volge al futuro, e viceversa, Zannier amplifica l’ineguagliabile forza della fotografia nel rappresentare i mutamenti storici, non a caso una diacronia di Zannier (Interno a Claut, 1960-1976) appare a


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titolo esemplificativo in apertura del volume A new world in a small place3 di Robert Brentano, il brillante professore di Storia Medievale dell’Università di Berkeley in California. Questi dittici pionieristici rappresentano ad oggi un esperimento diacronico tra i più rilevanti nella storia della fotografia, in anticipo addirittura sulle successive simili iniziative come quella di Second View,4 in cui i fotografi M. Klett, E. Manchester, J. Verbug, G. Bushaw e R. Dingus, ritornano sui luoghi fotografati cento e più anni prima da autori come T. O’Sullivan, W. H. Jackson, A. J. Russel, rifotografandoli con la stessa metodologia applicata da Zannier. Purtroppo pochi mesi dopo la realizzazione delle diacronie sopraggiunge il terribile terremoto del Friuli in cui scompariranno, tra l’altro, molte delle abitazioni fotografate da Zannier, consegnate definitivamente alla Storia e all’immaginario collettivo sotto forma di immagine bidimensionale. Zannier eseguirà le ultime fotografie professionali proprio tra quelle macerie, in una di queste, Il Castello di Colloredo di Monte Albano dopo il terremoto in Friuli, eseguita nel maggio 1976, spicca un emblematico cartello con la scritta “risorgerà”, una promessa, oltre che una speranza. Dopo trent’anni, insieme al Friuli – rinato già da qualche tempo – risorge anche il fotografo Italo Zannier che nel 2007 riprende a fotografare con nuovo entusiasmo. Questa volta gli spazi sono quelli globalizzati e standardizzati della nostra contemporaneità massificata e al lirismo intimo degli interni friulani si sostituisce l’ironia fragorosa o per meglio dire il grottesco. È un tripudio di kitsch fotografato in ogni dove, da New York a Barcellona, da Parigi a Vienna, fino a Venezia, “quasi una storia postneorealista”, così la definisce lo stesso Zannier,5 sottolineando l’impossibilità di immaginare oggi forme di realismo verosimili in una società irrimediabilmente contaminata dai reality e dalla spettacolarizzazione, senza troppe pretese, di tutto e di tutti. Un abisso tra queste e le “semplici”, antiretoriche ed emozionanti immagini di mezzo secolo fa che la Fratelli Alinari, Fondazione per la Storia della Fotografia ha generosamente messo a disposizione per questa mostra.6 L’occhio meccanico puntato sul nuovo millennio rileva così altri tempi e altre moralità e ancora una volta le fotografie scattate da Italo Zannier registrano ed evidenziano un cambiamento storico, l’ennesimo nell’alternanza dei cicli culturali che dialetticamente si muovono tra alti e bassi, senza prendersi troppo sul serio, in attesa di qualcosa che prima o poi “risorgerà”. Roberto Maggiori 3 University California Press, Berkeley 1994. 4 Second View. The Rephotographic Survey Project, University of New Mexico Press, Albuquerque 1984. 5 La definizione è tratta da: Angelo Maggi (a cura di), Ansia d’Immagini, cat. mostra Italo Zannier, Fratelli Alinari. Fondazione per la Storia della Fotografia, Firenze 2010. Queste fotografie sono state esposte nel 2007, insieme ad altre realizzate nello stesso anno, alla Galleria Bugno di Venezia. 6 Una parte consistente degli interni friulani presenti in mostra provengono dall’esposizione Ansia di Immagini. Italo Zannier fotografo 1952-1976, a cura di Angelo Maggi per la Fondazione Alinari e presentata al Mnaf di Firenze tra aprile e giugno 2010. Altre fotografie sono invece state fatte stampare dalla Fondazione Alinari appositamente per questa mostra.

Images courtesy Italo Zannier / Fratelli Alinari - Fondazione per la Storia della Fotografia


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Interno a Marano Lagunare (Udine), 1969

Interno a Erto (Pordenone), 1957


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dalla serie Le cittĂ nel kitsch, 2007


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dalla serie Le cittĂ nel kitsch, 2007


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dalla serie Le cittĂ nel kitsch, 2007


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simon roberts UK

WE ENGLISH

a cura di Stefania Rössl e Massimo Sordi

Simon Roberts ha viaggiato in tutta l’Inghilterra in camper tra il 2007 e il 2008 per questo progetto fotografico. We English prende corpo da Motherland (2005), con gli stessi temi di identità, memoria e appartenenza in risonanza tra loro. Nel fotografare la gente comune impegnata in passatempi diversi, Roberts intende mostrare un popolo con un profondo attaccamento al suo ambiente e alla patria. Egli esplora l’idea che la nazionalità – l’essere inglese – si trova sulla superficie della vita contemporanea, incapsulato in banali passatempi e attività ricreative di ogni giorno. La resa di queste immagini è volutamente lirica, come di un’Inghilterra pastorale, dove Roberts trova la bellezza nel banale e nell’esplorazione dei rapporti tra uomo e luogo, e nei collegamenti con i paesaggi che lo circondano. Il suo lavoro sottile nella scoperta e rappresentazione delle forme di carattere culturale e di identità, è di fatto un esame approfondito e rivela una ricchezza di dettagli e significati. Le sue fotografie mostrano una sobrietà compositiva, una ricchezza cromatica e di situazioni casuali.


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Simon Roberts (Londra, 1974). Si laurea in Geografia Umana presso l’Università di Sheffield nel 1996 e si specializza in Fotogiornalismo al Sheffield College (1997). Le sue fotografie sono state esposte di recente al National Media Museum del Regno Unito e al Museo di Arte Contemporanea di Shanghai. Sono inoltre rappresentate in importanti collezioni pubbliche e private, tra cui la Deutsche Börse Art Collection, la George Eastman House e il Wilson Centre for Photography. Come riconoscimento per il suo lavoro, Roberts ha ricevuto diversi premi, tra cui il Vic Odden Award dalla Royal Photographic Society (2007), una borsa di studio dalla John Kobal Foundation (2008) e, più recentemente, è stato nominato Election Artist dalla House of Commons Works of Art Committee (2010). Ha pubblicato due monografie, Motherland (Chris Boot, 2007) e We English (Chris Boot, 2009). www.simoncroberts.com Simon Roberts (London,1974). Graduated with a first class BA (Hons) Degree in Human Geography from the University of Sheffield (1996) followed by a Distinction in Photojournalism from the NCTJ, Sheffield College (1997). His photographs have been exhibited widely with recent shows at the National Media Museum, UK and the Museum of Contemporary Art, Shanghai. They are represented in major public and private collections, including the Deutsche Börse Art Collection, George Eastman House and Wilson Centre for Photography. In recognition for his work, Roberts has received several awards including the Vic Odden Award from the Royal Photographic Society (2007) – offered for a notable achievement in the art of photography by a British photographer, a grant from the John Kobal Foundation (2008) and was most recently commissioned as the official Election Artist by the House of Commons Works of Art Committee (2010). He has published two monographs, Motherland (Chris Boot, 2007) and We English (Chris Boot, 2009). www.simoncroberts.com Simon Roberts, We English - Galleria Vicini, via del Molino 6

Simon Roberts travelled throughout England in a motorhome between 2007 and 2008 for this portfolio of large-format tableaux photographs of the English at leisure. We English builds on his first major body of work, Motherland (2005), with the same themes of identity, memory and belonging resonating throughout. Photographing ordinary people engaged in diverse pastimes, Roberts aims to show a populace with a profound attachment to its local environment and homeland. He explores the notion that nationhood – what it means to be English – is to be found on the surface of contemporary life, encapsulated by banal pastimes and everyday leisure activities. The resulting images are an intentionally lyrical rendering of a pastoral England, where Roberts finds beauty in the mundane and in the exploration of the relationship between people and place, and of our connections to the landscapes around us. His work is subtle in its discovery and representation of forms of cultural character and identity, which actually, upon closer inspection, reveal a richness of detail and meaning. His photographs exhibit a disciplined compositional restraint, a richness of palette, and a wealth of narrative incident. Images courtesy Klompching Gallery


Keynes Country Park Beach, Shornecote, Gloucestershire, 11th May 2008

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South Downs Way, West Sussex, 8th October 2007

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premi


Camel Estuary, Padstow, Cornwall, 27th September 2007

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Saunton Sands, Devon, 23rd May 2008

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THE ROMA JOURNEYS

a cura di Stefania Rössl e Massimo Sordi

Tra il 2000 e il 2006, io e Cia Rinne abbiamo viaggiato in sette differenti paesi con lo scopo di renderci conto delle condizioni della vita dei rom. Cercavamo spesso di passare un tempo considerevole con queste persone e, se possibile, vivere con loro per un periodo. È stato questo interesse che, inizialmente, ci ha portati sulle vie dei rom, in Hevesarayos a nord-est dell’Ungheria, dove abbiamo passato quattro mesi a casa di Magda, un’anziana rom. Altri viaggi in Romania, India e in Finlandia erano iniziati attraverso contatti personali, mentre in Grecia e Russia siamo stati inizialmente assistiti dall’organizzazione per i diritti umani e in Francia dal Centro di Ricerche Gitane di Parigi. Questi viaggi non erano meticolosamente pianificati, sono stati invece il risultato di numerose coincidenze che ci hanno permesso di venire in contatto con i rom. Abbiamo provato a comunicare direttamente con loro, nella maggioranza dei paesi questo era possibile, mentre in Russia e India eravamo accompagnati da una volenterosa assistenza. Frequentemente ci è stato chiesto cosa ha fatto scattare il nostro interesse per i rom, ma non eravamo in grado di dare una risposta esauriente. Quello che è certo è che da quando abbiamo cominciato, semplicemente non siamo riusciti ad interrompere il progetto. Più conoscevamo i rom e più quello che scoprivamo accresceva il nostro interesse e affetto nei loro riguardi. Il lavoro è suddiviso in sette sequenze che corrispondono cronologicamente ai viaggi nei sette diversi paesi. Joakim Eskildsen


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Joakim Eskildsen (Copenhagen, 1971). Si è formato con Rigmor Mydtskov, fotografa della Corte Reale. Nel 1994 si è trasferito in Finlandia per imparare l’arte della realizzazione del libro fotografico con Jyrki Parantainen e Pentti Sammallahti presso l’Università di Arte e Design di Helsinki, dove si è laureato con un master in fotografia nel 1998. Sono frequenti le sue collaborazioni con la scrittrice Cia Rinne. Ha pubblicato: Nordic Signs (1995), Blue-tide (1997), iChickenMoon (1999), il portfolio al-Madina (2002), realizzato in collaborazione con Kristoffer Albrecht e Pentti Sammallahti, e il libro The Roma Journeys (Steidl 2007), che è stato premiato con il Premio Amilcare Ponchielli nel 2008, il Deutscher Fotobuchpreis (Gold) nel 2009 e, sempre nel 2009, con il premio Otto Pankok e la medaglia David Octavius Hill assegnata dall’Accademia di Fotografia Tedesca. www.joakimeskildsen.com Joakim Eskildsen (Copenhagen, 1971). In Copenhagen he trained with Royal Court photographer, Mrs. Rigmor Mydtskov. In 1994, he moved to Finland to learn the craft of photographic book making with Jyrki Parantainen and Pentti Sammallahti at the University of Art and Design in Helsinki, graduating with an MA degree in photography in 1998. He often collaborates on projects with writer Cia Rinne, and his publications include Nordic Signs (1995), Blue-tide (1997), iChickenMoon (1999), which was awarded Best Foreign Title of 2000 in the Photo-Eye Books & Prints Annual Awards, the portfolio al-Madina (2002), which was made in collaboration with Kristoffer Albrecht and Pentti Sammallahti, and the book The Roma Journeys (Steidl 2007), which a.o. has been awarded with the Amilcare Ponchielli Award in 2008, Deutscher Fotobuchpreis (Gold) 2009, the Otto Pankok Promotion Prize, and the David Octavius Hill-medal awarded by Deutsche Fotografische Akademie in 2009. www.joakimeskildsen.com Joakim Eskildsen, The Roma Journeys - Villa Torlonia, sala delle tinaie, via Due Martiri 2, San Mauro Pascoli

Between 2000 and 2006 I together with writer Cia Rinne undertook travels in seven different countries with a view to gaining an insight into the life of the Roma and the conditions they face. We always tried to spend a considerable length of time among the people whom we wanted to learn about and, if possible, to live with for a while. It was our own interest that initially took us to the Roma streets in Hevesaranyos in northeast Hungary, where we spent four months at the home of Magda, an elderly Roma. The other journeys to Romania, India and our travels in Finland came about through personal contact, while in Greece and Russia we were initially assisted by human rights organizations and in France by the Centre de recherches tsiganes in Paris. These Roma journeys were by no means meticulously planned, and instead the product of a number of coincidences that enabled us to come into contact with the Roma. We endeavored to communicate directly with them. In most countries this was possible, and while in Russia and India we were accompanied on our travels, and thus had willing assistance. We have frequently been asked what had triggered our interest in the Roma, but we were unable to provide a definitive, let alone exhaustive answer. What is certain is that once we hard started we were unable to simply discontinue with the project. The more we found out about the Roma and got to know them, the more our interest in and liking for them grew. In keeping with the different countries traveled, the photographic body of work is divided into seven series, the sequence of which roughly corresponds to the chronology of our journeys. Joakim Eskildsen


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Kosaya Gora I (Russia), 2004


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Saintes-Maries-de-la-Mer I (France), 2003


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The Kiss, the Eggs, and the Madonnas, Hevesaranyos (Hungary), 2000


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Winter V, Hevesaranyos (Hungary), 2000


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Sandstorm, Kalakar Colony, Barmer (India), 2001


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Venus and Mucusoara, Stefanesti (Romania), 2002


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andrew phelps A

THE EDGE OF THE SPIRAL

a cura di Stefania Rössl

Il paesaggio, come fenomeno naturale, non esiste. È inventato e diventa visibile quando incorniciamo la natura. L’espansione delle cittadine europee di media dimensione confonde i limiti urbani, un tempo ben definiti dai confini regionali. Il mio lavoro a Savignano tenta di mostrare quel piccolo frammento di spazio dove urbano/suburbano/selvaggio si mescolano. Cammina a spirale dal centro di Savignano all’esterno. Cerca di fissare il momento in cui smette di essere Savignano e inizia ad essere la fascia industriale e agricola. È difficile, se non impossibile. Così come il paesaggio è una costruzione della percezione, così è il bordo della spirale. Andrew Phelps

Le attività dell’uomo s’intrecciano mostrando legami di appartenenza con il disegno di un territorio dove i fenomeni economici, in continua evoluzione, fissano la ripartizione tra insediamenti industriali di diversa natura e aziende consacrate a pratiche di agricoltura intensiva. Il profilo delle sezioni territoriali che descrivono l’ambito collinare, la linearità della fascia costiera, l’alternanza di superfici di campagna coltivata, le aree residuali marginali assecondate da brani di vegetazione autoctona, rispondono, stagione dopo stagione, all’affermarsi di processi antropici di matrice diversa. In tal senso la conformazione fisico-morfologica della “regione” del comune di Savignano sul Rubicone e del suo immediato intorno costituisce il fattore in riferimento al quale si esplicano i nessi tra reti di organismi autonomi contraddistinti da posizioni geografiche ben definite. Dall’osservazione del paesaggio descritto, Andrew Phelps ha dedotto le premesse per una campagna fotografica che intende assumere le condizioni del contesto così come sono, senza alcuna volontà di elaborazione dei dati acquisiti. Assecondando la linea sinuosa di un’ipotetica spirale, simbolo di un inarrestabile divenire e di un progresso in corso, Phelps costruisce un repertorio d’immagini che si fonda sull’accettazione democratica delle parti. L’apparente disomogeneità introdotta dal linguaggio del frammento evidenzia le potenzialità di un territorio dove imprenditori, agricoltori e abitanti, quotidianamente sono chiamati a misurarsi con un reciproco processo di rinnovamento. Echi di natura, campi coltivati, manufatti dispersi, insediamenti dalle densità distinte, oggetti d’uso quotidiano, attrezzi di antichi mestieri, domesticità autentiche, prodotti della terra, scenari urbani allusivi, ritratti sintomatici di semplicità agreste, danno forma alle tessere di un paesaggio che sta a noi ricomporre. Stefania Rössl


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Andrew Phelps, fotografo americano, vive in Europa dal 1990. Il suo lavoro è influenzato dallo stile di vita transculturale che conduce, dividendo il suo tempo tra i deserti dell’Arizona e le Alpi dell’Austria. Lavora a stretto contatto con la Galerie Fotohof di Salisburgo come curatore e membro del consiglio. Accanto alla sua costante ricerca, Phelps cura Buffet, un blog sulle edizioni speciali di libri di fotografia. Andrew Phelps è rappresentato dalla Morat Robert Galerie di Amburgo. www.andrew-phelps.com Andrew Phelps is an american photographer who has been living in Europe since 1990. His work is influenced by the cross-cultural lifestyle he now leads, dividing his time between the deserts of Arizona and the Alps of Austria. He works closely with the Galerie Fotohof in Salzburg as curator and board member and his personal work is represented by the Robert Morat Galerie in Hamburg. Alongside a constant pursuit of new work, Andrew keeps a blog about special edition photography books called Buffet. Andrew Phelps is a member of the piece of cake project. www.andrew-phelps.com Andrew Phelps, The edge of the spiral - Opera Don Baronio, corso Matteotti 28 (Borgo San Rocco)

The landscape, as a natural phenomenon, does not exist. It is invented, becoming visible when we put a frame around nature. The sprawl of mid-size urban Europe blurs the once well-defined regional borders. My work in Savignano attempts to show the small sliver of space where urban/suburban/wilderness mix. Walk a spiral from the center of Savignano outwards. Try to mark the moment is stops being Savignano and starts being the industrial and agricultural belt. It is hard, if not impossible, to do. Just as the landscape is a construction of perception, so is the edge of the spiral. Andrew Phelps

A region where human activities become interlaced, showing a strong sense of belonging. A territory where an increasing economic development sets out the industrial and agricultural landscape design. Landscape profile of hilly territories, smooth coastlines, cultivated lands variety, vegetation and fringe areas all reflecting anthropic phenomena. For all these reasons Savignano sul Rubicone and its immediate surrounding areas, due to their territory shape, function as the core centre of independent institution networks, each in its own geographical position. Andrew Phelps takes the observation of this area as the point of departure for a photography project which collects data without any attempt to elaborate them. Phelps gathers a series of pictures based on a democratic acceptance of different parts, following the idea of spiral as the symbol of progress and vital development. The apparent discontinuity of a disjointed language points out the territory potentials. Individual traders, farmers and inhabitants are always involved in a reciprocal renewal process. Sounds of nature, cultivated lands, forgotten handmade objects, everyday objects, old utensils, fruit and vegetables and alluring urban sceneries are all tiles of a landscape mosaic that we have to put together. Stefania Rössl


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silvia camporesi IT

DOWN BY THE WATER

a cura di Giulia Zorzi e Flavio Franzoni per MiCamera

È il racconto di un percorso. Da dove viene l’ispirazione artistica e come si trasforma? Come nasce un progetto e quali immagini si lascia alle spalle? Abbiamo ripercorso insieme a Silvia Camporesi i lavori realizzati fino a oggi, cercando di descrivere una linea che restituisse l’intensità del processo creativo. I soggetti sono immersi nell’acqua, come in un grembo da cui nascono le idee, e le immagini sono raccolte in cinque isole, ciascuna delle quali racconta un diverso progetto attraverso opere inedite, dettagli, nuovi punti di vista. I quaderni dell’artista, Ofelia (new) e il video Dance Dance Dance completano questa narrazione del processo creativo. Giulia Zorzi


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Silvia Camporesi (Forlì, 1973). Vive e lavora a Forlì. Si è laureata in filosofia presso l’Università di Bologna e oggi è una delle più apprezzate e originali artiste italiane che privilegiano l’utilizzo del mezzo fotografico. Affianca l’attività artistica all’insegnamento di Fotografia e Critica dell’immagine presso diverse associazioni e università. www.silviacamporesi.it Silvia Camporesi (Forlì, 1973). She lives and works in Forlì. She graduated in philosophy from Bologna University and is today one of the most celebrated and original Italian artists using mainly the photographic medium. Alongside her artistic activities, Silvia Camporesi teaches Photography and Visual criticism at associations and universities. www.silviacamporesi.it Silvia Camporesi, Down By The Water - Casina di piazza Castello 1

It is the story of a journey. Where does the artistic inspiration come from and how does it develop? Can we describe the creation of an art project - and which images does it leave behind? Together with Silvia Camporesi, we have gone through her works, trying to draw a line that could express the intensity of the creative process. Subjects are immersed in water, like in a womb from which ideas are born, and on display are five sections, each one telling the story of a different work through previously unseen images, details, different points of view. Ofelia (new) and the video Dance Dance Dance complete the narration of the creative process. Giulia Zorzi

Images courtesy MiCamera Milano


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Il castello interiore, 2010


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Il castello interiore, 2010


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Deep, 2010


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Dance, Dance, Dance, 2007


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Ofelia, 2008


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cesare cicardini IT

LE FORME DELL’INVISIBILE

“Ho tutto e non ho niente, solo due cose mi restano, la mia pelle e la mia libertà.” Con una macchina fotografica 24 ore su 24 i senzatetto della Stazione Centrale di Milano raccontano la loro vita. Non è facile, per un fotografo, rinunciare allo scatto e al protagonismo spesso generato dal gesto del clic. Eppure Cesare Cicardini decide di fare un passo indietro, è così che nasce Le forme dell’invisibile, un progetto fotografico che vuole raccontare il vissuto di persone senza tetto e in condizione di grave esclusione sociale. La particolarità del progetto è che sono gli stessi homeless, dotati di macchine fotografiche 24 ore su 24, che testimoniano in prima persona, senza filtri e senza censure la loro vita di strada, mentre il fotografo ne raccoglie le esperienze e le storie in una galleria di volti e video-ritratti, creando un vero e proprio laboratorio di immagine dove periodicamente tiene un monitoraggio sulle attività fotografiche, stampa provini e si confronta con gli homeless sulla loro produzione dando forma al progetto. Le forme dell’invisibile è un progetto auto-prodotto e indipendente nato il 21 marzo 2009 giorno della prima foto scattata e lo si può seguire sul sito www.imagesoftheinvisible.com Denis Curti

Le forme dell’invisibile è realizzato in collaborazione con il centro SOS Stazione Centrale - Fondazione Exodus - aperto nel 1990, è sempre stato attento a un impegno educativo e di riabilitazione per le persone emarginate in difficoltà, nel corso degli anni ha prodotto diversi progetti e laboratori creativi di musica, scrittura e immagine.


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Cesare Cicardini (Milano, 1969). Per l’agenzia Contrasto ha immortalato le star di mezzo mondo, tra i personaggi che ha ritratto ci sono: Vincent Gallo, Maurizio Cattelan, Paolo Conte, Chris Martin, Joss Stone, Ben Harper. Ora è impegnato su diversi progetti artistici legati al ritratto, l’ultimo lavoro The New Burlesque nel 2009 ha ottenuto due menzioni d’onore presso il Prix de la Photographie di Parigi e l’International Photography Award. www.cicardini.com Cesare Cicardini (Milan, 1969). For the photo agency Contrast he has immortalized the stars from almost the entire world, among the characters he has portrayed there are: Vincent Gallo, Maurizio Cattelan, Paolo Conte, Chris Martin, Joss Stone, Ben Harper. Now he is working on several artistic portrait-relating projects, the last work The New Burlesque in 2009 won two honourable mentions at the Prix de la Photographie in Paris and the International Photography Award. www.cicardini.com Cesare Cicardini, Le forme dell’invisibile - Vecchia Pescheria, corso Vendemini 51

“I have everything and have nothing, only two things I have left, my skin and my freedom” With a camera 24/7 the homeless people of Milan Central Station tell their lives. It is not easy for a photographer, giving up taking a photograph and being at the centre of the attention often generated by the act of taking a picture. Yet Cesare Cicardini decides to take a step back, this is how The images of the invisible was born, a photographic project that aims to tell the homeless’ background in conditions of severe social exclusion. The uniqueness of this project is that the homeless people themselves, with cameras 24/7, witness first hand, unfiltered and uncensored, their street lives, while the photographer Cesare Cicardini gathers their experiences and stories in a gallery of faces and video portraits, creating a veritable image workshop where Cesare Cicardini periodically monitors the photographic activities, prints samples and meets the homeless to examine their production by so giving the project a shape. The images of the invisible is a self-produced independent project born on March 21, 2009 day of the first picture taken and can be followed on the site: www.imagesoftheinvisible.com Denis Curti

The project is implemented in collaboration with the SOS Center Central Station - Exodus Foundation opened in 1990, it has always been close to a commitment to education and rehabilitation of marginalized people in difficulty, over the years it has produced several projects and creative workshops of music, writing and images.


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Ore 21:24, sotto un albero prima di dormire. 09:24 p.m., under a tree before the bedtime.

Ore 8:53, Milano Stazione Centrale, risveglio dopo la notte su un vagone dismesso. “Col mio zaino e le mie tante angosce salgo su quel treno che mi illude di portarmi in un luogo migliore”. 08:53 a.m., Milano Central Station, in the morning on a disused train. “With my backpack and my many anxieties I board that train that deludes me to take me to a better place”


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Ore 17:43, Milano Stazione Centrale, “Ho tutto e non ho niente, solo due cose mi restano, la mia pelle e la mia libertà”. 05:43 p.m, Central Station, “I have everything and have nothing, only two things I have left, my skin and my freedom”.

Ore 21:18, Milano, nella spazzatura. 09:18 p.m., Milan, in the garbage.


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Ore 22:58, Jalid dorme fuori dal deposito merci della Stazione Centrale di Milano. 10:58 p.m., Jalid sleeps outside the former freight depot at the Central Station of Milan.

Ore 21:53, Stazione Centrale. “Ascoltami, c’è ancora un attimo di tempo, poi il vento ci porta via, noi che abbiamo sofferto senza trovare mai un mondo vero, semplice, per scappar via”. 09:53 p.m., Central Station. “Listen, there’s still a moment left, then the wind takes us away and we who have suffered without ever finding a real world, simple, to run away “


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in alto: Giovanni, ex gelataio, vive in strada dall’agosto 2004 e Carmela, ex impiegata, vive in strada dall’agosto 2006. in basso: Daniele, ex macellaio, vive in strada dal settembre 1986 e Maria Pia, ex cameriera, vive in strada da febbraio 2002. above: Giovanni, ex ice cream man, lives on the street since august 2004 and Carmela, ex employee, lives on the street since august 2006. below: Daniele, ex butcher, lives on the street since september 1986 and Maria Pia, ex waitress, lives on the street since february 2002.


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paola de grenet IT

ALBINO BEAUTY

Premio Marco Pesaresi 2009

La fotografia aiuta ad affrontare ciò che fa più paura, per conoscerlo, capirlo e rispettarlo. Dà voce alla nostra curiosità per le cose del mondo. I ritratti degli albini celebrano un diverso tipo di bellezza con il fine di eliminare i pregiudizi spesso associati al concetto di “diverso”. Il loro aspetto pallido e delicato, unito alla loro condizione di “minoranza”, rispecchia a pieno la mia idea di bellezza sublime. È una storia di lotta tra silenzio e passione, tra piacere e dolore. Paola de Grenet


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Paola de Grenet (Milano, 1971). Comincia a lavorare come fotografa nel 1999 a Londra, dopo aver terminato gli studi in Disegno Grafico al Camberwell College of Arts. Dal 2003 vive e lavora a Barcellona. Ha vinto, fra gli altri, la prestigiosa borsa di studio FotoPres (La Caixa, Barcelona), il Premio Marco Pesaresi (Savignano, Italia) e il concorso LICC (Londra). Lavora con la galleria 3Punts (Barcellona) e con il gruppo Posse Photo (Milano). Il suo lavoro si basa principalmente sul ritratto e sul reportage. www.paoladegrenet.com Paola de Grenet (Milan, Italy, 1971). She grew up in Naples, at 19 she moved to Florence for two years and then moved to London where she lived for ten years. Since 2003 she lives and works in Barcelona. After finishing her studies in Graphic Design (London, Camberwell College of Arts) she started working as a photographer in 1999. She works with the gallery 3Punts (Barcelona) and with the group Posse Photo (Milan). She won the prestigious grant FotoPres (La Caixa, Barcelona), the Marco Pesaresi prize (Savignano, Italia) and the competition LICC (London) amongst others. Her work focuses mainly on portraiture and reportage. www.paoladegrenet.com Paola de Grenet, Albino Beauty - Opera Don Baronio, corso Matteotti 28 (Borgo San Rocco)

Photography allows us to come close to what we most fear, to know it, understand it and respect it. It gives voice to our curiosity for the things of the world. The portraits of albinos celebrate a different kind of beauty and eliminate the stigma sometimes associated with difference. Their pale and delicate looks and their condition as a “minority� reflects like a mirror my idea of sublime beauty. It is a story of the fight between silence and passion, pleasure and pain. Paola de Grenet

Images courtesy Paola de Grenet/Posse Photo


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James, Barcellona (Spagna), 2005


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Tamara, Pagancillo (Argentina), 2006


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Dani, Barcellona (Spagna), 2006


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Ana, Barcellona (Spagna), 2004


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patrizia zelano IT

IN CARNE ED OSSA

Premio SI Fest / Portfolio 2009

Nella prassi intellettuale contemporanea si tende spesso a considerare l’arte come un evento umano intrecciato con le più svariate forme della comunicazione. Soprattutto oggi, in un’epoca nella quale ogni azione è correlata e condizionata dall’informazione, anche l’arte viene spesso vissuta come messaggio fra e per gli uomini. Tuttavia, alla luce di queste considerazioni, trovo ancora più attuale e interessante il pensiero di Heidegger per il quale l’arte, invece, è unicamente linguaggio e nulla ha a che fare con la comunicazione: essa è, pertanto, considerata Verità manifestata dall’Essere. Ma, come ben sappiamo, l’Essere può anche non-Essere e, quindi, la Verità non-Verità. É all’interno di questa ambivalenza ontologica che si distende la riflessione sull’uomo il quale, spinto sempre più a vivere unicamente per apparire, finisce per perdere ogni controllo sulla realtà. In un’epoca nella quale ci si trasforma facilmente in soggetti protagonisti del nulla sfuma ogni riflessione sull’esistenza permettendo all’Essere di diventare sempre più lontano e inaccessibile. Ma non è tutto, poiché non ci si sofferma più neppure sul fatto che ogni manifestazione è, contemporaneamente, nascondimento e ogni illuminazione è, nello stesso tempo, anche oscuramento. Ma l’arte è sorpresa, fragore improvviso in un cielo grigio e tenebroso: appare così, inaspettatamente, questo straordinario lavoro di Patrizia Zelano la quale, improvvisamente, riconduce alle riflessioni appena enunciate. In Carne ed Ossa, infatti, non è soltanto una stilisticamente pregevole rappresentazione di un aspetto oscuro, poco conosciuto, del nostro mondo; esso travalica anche l’interessante indagine messa in atto da un reportage nel quale viene svelato un “segreto” attraverso il magico linguaggio delle immagini. Ma potremmo anche andare oltre, e sarebbe già molto, analizzando la qualità tecnica e rappresentativa di un lavoro fotografico all’interno del quale, ogni scatto riporta alla memoria l’emozione visiva di Rembrandt e, per giungere ai giorni nostri, di Bacon.


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Patrizia Zelano (Brescia, 1964). Si dedica alla fotografia dal 2001. Alla base della sua formazione culturale vi sono studi etnoarcheologici. Nel 2005 e per i due anni successivi frequenta il Corso di Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Ravenna tenuto da Guido Guidi, dal quale riceve un insegnamento fondamentale per la sua ricerca artistica. L’arte e la pittura trovano nelle sue fotografie una sublimazione elevando il rappresentato da puramente edonistico a marcatamente ontologico. Sue fotografie appartengono a collezioni pubbliche e private. Ha realizzato pubblicazioni, mostre personali e collettive, in Italia ed all’estero, e ha ricevuto riconoscimenti e premi in manifestazioni nazionali ed internazionali. Primo Premio al SI Fest 2006 (Savignano sul Rubicone), Secondo Premio Portfolio 2006 (Prato), Primo Premio al Festival Internazionale di Fotografia (Napoli) 2007, Primo Premio SI Fest 2009 (Savignano sul Rubicone), finalista Premio Arte Mondadori 2009, finalista Wannabee Prize 2010. Vive e lavora a Verucchio (Rimini) Italia. www.patriziazelano.com Patrizia Zelano, In Carne ed Ossa - Galleria della Vecchia Pescheria, corso Vendemini 51

Tuttavia quello che vorrei ulteriormente sottolineare è quel raffinato linguaggio interiore che trasforma questo lavoro in una esatta analisi degli opposti tipica del pensiero di Heidegger e, se vogliamo addentrarci nelle sfumature di un altro filosofo, anche in quello di Sartre. Sotto questo aspetto, infatti, il lavoro di Patrizia Zelano assume il carattere di forza interiore poiché, mostrando questi incredibili accumuli di organi e ossa, riesce a trasportare e ad affondare ogni riflessione sulla disgregazione fisica e psicologica dell’esistenza. Ogni parte di animale sottolinea la moltitudine degli stessi ma, contemporaneamente, la loro inevitabile dissolvenza. Analogamente possiamo trasferire questa riflessione sull’uomo il quale, con la propria molteplicità di pensieri e azioni, spesso ripiegate egoisticamente su se stesse, contribuisce alla disgregazione dell’altro abbandonandolo in un vuoto evanescente. Messaggio forte, pertanto, provocatorio, attraverso il quale l’autrice strappa dalla propria interiorità la necessità di urlare al mondo il proprio sfogo soggettivo che si tramuta, a questo punto, in un pregnante avvertimento oggettivo. Osservare queste immagini filtrando dalle stesse non tanto l’aspetto reale, bensì quello interiore legato alla caducità dell’esistenza, traspone così ogni nostra riflessione all’interno di quel mondo nel quale Essere e Nulla giocano la stessa partita. Fabrizio Boggiano


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In Carne ed Ossa, #10, 2008


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In Carne ed Ossa, #11, 2008


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In Carne ed Ossa, Ossa #3, 2008


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In Carne ed Ossa, H. Bosch #1, 2008


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paola fiorini IT

ELISA FASHION DISTRICT

Premio Portfolio Italia 2009

Cosa ha portato Paola Fiorini ad entrare nel negozio, per sole signore, di Elisa la parrucchiera? Abitando a Verona nello stesso quartiere tante volte è passata guardando curiosa quella porta a vetri, con l’insegna dalle lettere adesive usurate, sino al giorno in cui ha sentito l’urgenza di affacciarsi e chiederle: “buongiorno, può farmi i capelli?” e sentirsi rispondere “certo cara… ai tuoi capelli lunghi possiamo anche fare una svedese!”. La svedese è una tecnica ormai di vecchia scuola e nel negozio gran parte degli arredi appaiono d’altri tempi, ma i fiori con un bel ramo di mimosa, della “Festa della donna”, riportano al presente. L’affare è fatto… e si fa la svedese, con i suoi quarantacinque minuti sotto il casco ad asciugare i capelli con i bigodini. Per un anno periodicamente l’autrice ha frequentato il negozio d’Elisa, ne è diventata una giovane cliente. Da sotto il casco, cullata nel suo calore materno e dal ronzio della ventilazione, quel piccolo mondo si è aperto ai suoi occhi, e al suo obiettivo, senza riserve, mostrandole l’ampiezza dei sinceri rapporti umani che lo animano. La musica della radio, i profumi dei cosmetici, le lunghe chiacchiere dialettali, popolaresche o confidenziali, tra Elisa e le sue clienti, celebrano lo stile di una vita sociale attenta e consolatrice. Per le donne anziane il momento della parrucchiera è quello del conforto, assicurato dai tempi lunghi della ritualità del servizio: l’attesa, il lavaggio dei capelli, il taglio, la messa in piega, il casco, ecc. Ore che per loro scandiscono un processo di ricostruzione nel morale. Sono donne vere che vivono a occhi aperti, senza anestesie, alimentandosi del ricordo e vivendo il sentimento della nostalgia di chi non c’è più. Ora Paola capisce che ad attirarla in questo luogo, è stata la forza morale di queste donne, Elisa innanzi a tutte, che affrontano la vita anziana con dignità e coraggio. Ecco il senso del portacenere zebrato che è simbolo stimolante della modernità che appare loro come un mito per altre generazioni, mentre il senso della fine della vita viene esorcizzato dalla vivace vita di relazione. Ecco perché è lì, quella donna tanto anziana che chiusa nel suo austero cappotto, aspetta, anche lei vuole piacersi per piacere. Silvano Bicocchi


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Paola Fiorini (Verona, 1975). Si considera autodidatta, pur avendo frequentato diversi corsi di fotografia, tutti lasciati però, per vari motivi, dopo le prime lezioni. Nel suo corredo ci sono di norma due Holga, ma il lavoro Elisa fashion district l’ha svolto con Hasselblad. In Paola Fiorini convivono il lato ludico, leggero e infantile di Holga e quello nuovo di “Hassy”, come tessere dello stesso puzzle. Nel 2008 alcune foto sono apparse su testate nazionali e internazionali. Nel 2009 si aggiudica il Primo premio al “Portfolio in Rocca” di San Felice sul Panaro. Nell’agosto del 2009 cover story sul mensile Il Fotografo. Viene chiamata a far parte dell’edizione 2009 di Trentinofototrekking. www.paolafiorini.it Paola Fiorini, Elisa Fashion District - Opera Don Baronio, corso Matteotti 28 (Borgo San Rocco)


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sandro becchetti IT

100 RAGAZZI CHE LEGGONO

100… ragazzi che leggono - antologia di un premio I ragazzi del Premio Verghereto dal 1992 al 2010 A diciotto anni dall’inizio, il Premio Verghereto è diventato un appuntamento stabile con il libro e la lettura per le giovani generazioni dei Comuni di Verghereto e Bagno di Romagna. Tutto cominciò un’estate in Piazza San Michele a Verghereto: i ragazzi scorrazzavano giocando per il borgo e gli adulti commentavano sulla fortuna di vivere in un piccolo paese dove anche i bambini possono muoversi con libertà, circondati dalle bellezze dell’Appennino. Qualcuno disse qualcosa su quello che perdevano, qualcun altro domandò cosa si poteva fare per aiutarli ad andare per il mondo con la fantasia. Nessuno ricorda come, venne fuori la lettura, poi il libro, poi l’autore. La Pro Loco di Verghereto appoggiò l’idea diventando il riferimento dell’iniziativa; la scuola – e per la scuola Giordano Moretti – fu entusiasta della proposta. Si cominciò così, con leggerezza e senza grandi aspettative. Tinin Mantegazza diede un grosso aiuto, disegnando il logo, dando consigli organizzativi e indicazioni per avere riferimenti nell’editoria. All’inizio di ogni anno scolastico, gli insegnanti propongono una rosa di titoli agli alunni, scelti fra le novità editoriali della narrativa ragazzi e per le diverse classi di età. A fine anno ogni sezione indica il titolo vincitore. L’incontro con l’autore vincitore chiude l’edizione e, per l’occasione, ogni alunno riceve in regalo il libro. Oggi nelle case dei nostri ragazzi ci sono almeno otto libri di cui hanno incontrato l’autore, le biblioteche scolastiche si sono arricchite di titoli, scrittori noti e meno noti sono arrivati nell’Alta Valle del Savio da tutto il mondo. Il Premio Verghereto ha incontrato amici straordinari come Sandro Becchetti, un grande fotografo romano che, per tre anni, ha partecipato alla premiazione regalando splendide immagini. Anna Grazia Giulianelli


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Sandro Becchetti (Roma, 1935). Inizia la sua attività di fotografo nella seconda metà degli anni Sessanta. Per lunghi anni ha documentato la realtà sociale, politica e culturale del nostro Paese in una intensa collaborazione con i maggiori periodici, quotidiani e agenzie di stampa. Nella capitale, Becchetti ha avuto l’opportunità di registrare gli sviluppi di una società in pieno mutamento, non solo nelle strade e nelle piazze, ma anche nei palazzi del potere: nomi illustri della cultura e dello spettacolo, personalità della vita politica ed economica sono stati protagonisti dei suoi ritratti. Sandro Becchetti, 100 ragazzi che leggono - Palazzo Vendemini, corso Vendemini 67

Scuola elementare, Verghereto, 2001

Palestra della scuola, Verghereto, 1999


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Autunno 2000

Giovanni Caviezel, autunno 2000

Laura Aguzzoni, 2001


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Franco Diavoli, Mario Lodi

Scuola elementare, San Piero in Bagno, 2001


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global photography

TRUE STORIES

a cura di Stefania Rössl e Massimo Sordi

Global Photography Esplorazioni dal mondo reale “La prima cosa che il fotografo capiva era che la fotografia aveva a che fare con l’attualità; non solo doveva accettare questo fatto, ma farne tesoro, altrimenti sarebbe stato sconfitto dalla fotografia”.1 Cosa significa oggi occuparsi di fotografia contemporanea? È ancora possibile trovare all’interno di un nucleo di autori internazionali che adoperano tecniche e linguaggi distinti affinità nella rielaborazione di un tema tanto complesso come quello della lettura del presente? Il titolo attribuito alla mostra di quest’anno, Global Photography, True stories, giunta alla seconda edizione, trova un chiaro riferimento nell’esperienza fotografica e cinematografica condivisa da William Eggleston e David Byrne alla fine degli anni Ottanta. Una collaborazione che ha condotto da un lato alla produzione di un corpus d’immagini, ideale continuazione del lavoro già presentato da Eggleston come The Democratic Forest e dall’altro alla realizzazione del film True Stories. Il rimando diretto al titolo suggerisce, nella presente mostra, la possibilità di intravvedere nuove interpretazioni, anche alla luce di quanto scritto da Luigi Ghirri a proposito di quel lavoro: “si potrebbe giustamente essere incerti se attribuire alle sue visioni quel carattere di verità che il titolo sembra assegnargli. È in questa serie di Eggleston, in bilico tra «Vere storie» e una visione di pura invenzione personale, che stanno i due estremi”.2 I termini di riferimento su cui – potremmo aggiungere – si concentrava una parte della fotografia americana e che continuano a manifestare una linea di pensiero predisposta a coniugazioni sempre nuove. La dimensione tangibile delle cose, così come la configurazione delle situazioni, è esplorata fino al punto in cui gli stessi elementi assurgono a protagonisti. “Le cose ci descrivono” – affermava Perec – “Possiamo descrivere gli uomini attraverso gli oggetti, attraverso l’ambiente che li circonda e il modo in cui si spostano in questo ambiente”.3 Le diciotto sezioni presentate riuniscono all’interno di un unico tema contesti fisici, geografici, spaziali e temporali differenti: una sottile ambiguità sembra relazionare gi aspetti più intimi dei singoli lavori, eterogenei nei contenuti e, allo stesso tempo inclini a

1 J. Szarkowski, L’occhio del fotografo, Five Continents, Milano 2007, p. 8. 2 L. Ghirri, L’America a Venezia firmata Adams e Gossage in Weekend de «La Repubblica», 16 aprile 1987, p.11. 3 Intervista a George Perec in «Littérature» n. 7, 1983 cit. in G. Celati, George Perec e l’uomo che dorme, in G. Perec, Un uomo che dorme, Quodlibet, Macerata 2009, p.154.


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melania comoretto IT christine fenzl D marcello galvani IT verena hanschke - floriana gavriel D zoltán jókay D mårten lange S dana lixenberg NL geoffroy mathieu F rafal milach - andrzej sidor POL muge CHINA karin apollonia müller D lydia panas USA tomoyuki sakaguchi JAP dorothée smith F igor starkov RUS amy stein USA donald weber CAN vanessa winship UK Global Photography True stories - Ex Consorzio di Bonifica, via Garibaldi 41

Global Photography Explorations from the real world “The first thing that the photographer learned was that photography dealt with the actual; he had not only to accept this fact, but to treasure it; unless he did, photography would defeat him”. 1 What does dealing with contemporary photography mean today? Are there any points of agreement in this group of photographers from around the world, each with his or her own distinctive techniques and style, in the way they have handled a theme as complex as reading the present? True stories is the title given to the current, second edition of Global Photography. It is a clear reference to the photographic/cinematographic experience shared by William Eggleston and David Byrne at the end of the Eightes. A collaboration that produced, on the one hand, The Democratic Forest a corpus of images, a natural extension of Eggleston’s previous work, and which led, on the other hand, to the making of the film True Stories. The reference hinted at in the title of this year’s exhibition suggests that new interpretations may be possible, even in the light of what Luigi Ghirri wrote about that particular work: “Justifiably, one could be unsure about attributing to his visions that character of truth that the title seems to assign them. In this series Eggleston wavers between “real stories” and a purely invented, personal vision, and where the two extremes exist.”2. We could add that these terms of reference are those which some American photographers concentrated on and which still continue to show a line of thinking which is always open to new forms of expression. The tangible dimension of things, like the outline of situations is explored so far that parts take on a leading role. “Things describe us,” Perec stated. “We can describe people through objects, through the environment which surrounds them and the way they move inside that environment.”3. The 18 sections being presented unite a variety of different contexts: physical, geographic, time and space within a single theme. The most intimate aspects of each single work are related with subtle ambiguity. As varied as they are as regards content, the works tend to tell figments from the real

1 J. Szarkowski, The photographer’s eye, The Museum of Modern Art, NY 1966, p.8. 2 L. Ghirri, L’America a Venezia firmata Adams e Gossage in Weekend de La Repubblica, april 16th 1987, p.11. 3 Interview with George Perec in “Littérature” n. 7, 1983 cit. in G. Celati, George Perec e l’uomo che dorme, in G.Perec, Un uomo che dorme, Quodlibet, Macerata 2009, p.154.


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raccontarci storie inventate tratte dal mondo reale. Frammenti che precisano i contorni di narrazioni personali pronte a compiersi entro immaginari sospesi, conseguenza diretta di desuete esistenze così come di episodi di incondizionata quotidianità. Nell’introduzione ai materiali del film che accompagnava alcune immagini di Eggleston, Byrne coniava l’espressione existential landscape4 per avvicinare alla lettura di un paesaggio che presentava come scenario dialettico, preordinato a enunciare nuovi metodi per la decodificazione del quotidiano. Un quotidiano che oggi più che mai si sta rivelando terreno d’indagine vivace e sensibile alla sintassi fotografica; una dimensione fisico-temporale in cui, all’interno di semplici contingenze elementari proprie di luoghi vicini piuttosto che riferibili a contesti lontani, i lessici sono chiamati a rinnovarsi naturalmente. Microcosmi appartenenti a un indistinto sistema globale risaltano allora come fattori primari: essi non sconfessano le relazioni di appartenenza ad un insieme generale ma precisano, attraverso differenti espressioni, sottese relazioni di dipendenza dai luoghi. Trattando di ambienti e società distinte, i diversi autori non esitano ad esprimere spaccati identificabili tratti dal mondo reale, proiezioni personali capaci di stabilire successivi ordini di appartenenza altrimenti difficilmente afferrabili. Sequenze di istanti si intersecano quasi a rammentare una sensibile percezione di incertezza; la stessa incertezza che accompagna quotidianamente le nostre esistenze e che sembra vivificare, costantemente, l’immagine fotografica. Accordandosi all’immediato presente, Global Photography si configura come osservatorio aperto a ospitare una varietà di storie strutturate secondo contraddistinti linguaggi. Se la fotografia attribuisce al soggetto la prerogativa di indagare il limite tra dimensione fattuale e immaginaria, al fotografo viene riconosciuto il compito di stabilire il grado di labilità di tale confine. In tal senso è possibile riferirsi a Robert Frank quando in Moving Out, affermava: “faccio sempre le stesse immagini, guardo sempre fuori cercando di vedere dentro di me. Cercando di dire qualcosa che sia vero. Ma forse niente è realmente vero. Eccetto quello che è qua fuori e ciò che è qua fuori è sempre differente”.5 Di fronte alla proliferazione d’immagini che costantemente ci vengono proposte come lettura dei principali fatti che accadono intorno noi, questo progetto prende le mosse dalla consapevolezza che spesso gli insignificanti frammenti possiedono la capacità di rivelarci le esperienze più profonde. Quelle che, semplicemente, riescono a descrivere le differenti sfumature e la veridicità di un reale attraverso un immaginario quanto mai chiaro, privo di qualsiasi condizionamento. Si tratta di fragili spaccati, storie tratte dall’ordinario pronte a raccontare la pluralità, le individuali espressioni della vita di ogni giorno. Ma se con Peter Galassi consideriamo la fotografia “la sintassi di un’arte volta al singolare e al contingente piuttosto che all’universale e all’immutabile”6 non intendiamo allora riferire alcuna volontà di giudicare ma solo la necessità di mostrare, attraverso l’occhio del fotografo, le remote complessità che ci raffigurano come parte degli universi rappresentati. Stefania Rössl, Massimo Sordi

4 cfr. P.Costantini, Identificazione di un paesaggio, in Nuovo paesaggio Americano. Dialectical Landscapes, a cura di P. Costantini, S. Fuso, S. Mescola, Electa, Milano 1987, p.16. 5 R. Frank, Moving Out, Scalo, Zurich 1994 pag. 12 (trad. d. A.). 6 P. Galassi, Prima della Fotografia. Dalla pittura all’invenzione della fotografia, Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 38.


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world. Fragments clearly outline personal stories, but fill them out into suspended tales of the imagination, the direct consequence of strange existences as well as episoldes of ordinary daily life. In the introduction to the film material which accompanied some of Eggleston’s pictures, Byrne coined the term: existential landscape.4 This facilitated the reading of a landscape he presented as a pre-ordered, logical scenario, setting out new methods for decodifying everyday life. A daily life which is ever more showing itself to be suited to the sensitive syntax of the lens. In a physical/time dimension with simple, humdrum events happening in nearby rather than faraway places, photographic language is naturally reqired to update its terminology. Microcosms within an indistinct global system now come to the fore as primary factors: while undeniably they belong to a larger whole, their way of being connects them to subtly to more precise, local places. Because we are dealing with distinctive habitats and peoples, the various photographers do not hesitate to point out the rift between these and the wider world. These personal projections establish successive orders of belonging otherwise difficut to grasp. Sequences of moments intersect causing a faint sense of uncertainty; the same uncertainty that goes hand in hand with our daily existence and which the photographic image seems to thrive on. In tune with the immediate present, Global Photography offers itself as an observatory onto a variety of stories retold in distinctly different languages. If photography accords the subject the prerogative of investigating the borderline between the factual and the imagined, the photographer is given the task of establishing the frailness of that division. On this topic, we can refer to Robert Frank when, in Moving Out, he states that: “I’m always looking outside, trying to looking inside. Trying to say something tht’s true, But maybe nothing is really true. Except what’s out there. And what’s out there is always changing”. 5 This project takes into account the proliferation of images which keep telling us how to read the main events happening around us. Conversely, it springs from the knowledge that often apparently meaningless fragments can reveal the deepest exeriences. Fragments which simply manage to describe different shades of meaning and the truth of what is real through what is clearly straightforward fiction. What we are talking about are fragile rifts, everyday stories which can be about everybody, the individual expressions of everyday life. But, if along with Peter Galassi, we consider photography to be “the syntax of an art that turns to the unusual and the contingent, rather than the unchanging and the universal”,6 then we prefer not to be judges; instead, we simply feel the need to show through the photographer’s eye the remote complexities which show that we are part of the worlds depicted here. Stefania Rössl, Massimo Sordi

4 see also P. Costantini, Identificazione di un paesaggio, in Nuovo paesaggio Americano. Dialectical Landscapes, curated by P. Costantini, S. Fuso, S. Mescola, Electa, Milano 1987, p.16. 5 R. Frank, Moving Out, Scalo, Zurich 1994 pag. 12. 6 P. Galassi, Prima della Fotografia. Dalla pittura all’invenzione della fotografia, Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 38.


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Rafal Milach-Andrzej Sidor, Local collector and hunter posing for portrait in his trophy hall, 2008


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Amy Stein, High grass, 2005


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Dana Lixenberg, Nathan Weyiouanna’s house, 2007


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Donald Weber, Stalker, Pripyat, Exclusion Zone, Chernobyl, 2009


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Marcello Galvani, Adam e Luca in piscina, Massalombarda (Ra), 2008


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Tomoyuki Sakaguchi, Home, 2007


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Muge, from the series Go home


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Marten Lange, from the series Anomalies, 2009


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Dorothée Smith, Löyly, 2009


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Karin Apollonia M端ller, Deposition


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Geoffroy Mathieu, Marseille, 2008


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Christine Fenzl, Deodoro’s team, Erundina, São Paulo, Brazil, 2005


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Verena Hanschke-Floriana Gavriel, Mandha S. Dhoti, 2009


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Melania Comoretto, Casa Circondariale Femminile, Rebibbia, 2007


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Lydia Panas, Tatiana, 2005


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Vanessa Winship, Hakkari - Iraq border


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Igor Starkov, Kalmykia, 2008


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Zoltรกn Jokรกy, from the series Remembering, 1992


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sin_tesis lab #02

LA TERRA VISTA COME TERRITORIO

a cura di Stefania Rössl

Dopo l’esperienza fotografica di Marco Zanta, che nella prima campagna per il progetto sin_tesis ha illustrato le differenti vocazioni di uno spaccato industriale locale e quella più recente di Martin Parr, che in quest’edizione del SI Fest presenta in proiezione un’interpretazione dell’industria savignanese legata alla moda, la campagna fotografica sin_tesis lab#02, diretta dal fotografo americano Andrew Phelps, ha assunto come oggetto d’indagine la dimensione imprenditoriale di piccole e medie aziende legate alla realtà rurale. Sin_tesis, progetto pluriennale dedicato al tema dell’industria interpretata alla luce delle trasformazioni del territorio e della società, espone in questa sede l’esito del workshop tenutosi nel mese di giugno 2010. Una selezione di 120 immagini presenta il lavoro di tredici fotografi italiani e degli studenti della Facoltà di Architettura “Aldo Rossi” di Bologna, sede di Cesena. In accordo con l’Ufficio di Piano e con il Settore Pianificazione Territoriale e Ambiente e con l’Assessorato all’Assetto del Territorio sono state prese in esame, prioritariamente, aree in cui la concatenazione di elementi individuabili nel territorio, destinati ad attività economico-industriali, definiscono una fascia aperta tra città e campagna. Le caratteristiche morfologiche dell’insediamento urbano e il disegno della tradizionale divisione del suolo, le tipologie architettoniche desunte dalla struttura cittadina e le declinazioni di costruzioni di matrice vernacolare hanno suggerito una serie di letture intorno al tema del limite. Il carattere frammentario delle costruzioni, aggregate per successive addizioni, descrive l’evoluzione economica e sociale del luogo. Al disegno del tessuto ordinatore connesso al tracciato del sistema descritto dalla via Emilia a volte si accostano, spesso subentrano, riconoscibili insediamenti e aree produttive intensive; profili di fabbriche che scandiscono con forza la misura del territorio. Parallelamente affiorano, in sintonia con un ambiente antropico a vocazione prettamente agricola, misurati edifici, espressione di un sapere artigianale autoctono. I caratteri semplici delle costruzioni spontanee che assieme definiscono uno scenario minore, ci parlano tuttavia di un accordo speciale, ancora presente, tra architettura e natura. Dalla contrapposizione di elementi discordanti e indipendenti trae perciò origine la fisionomia incerta di un paesaggio scomposto, frammentario, tutt’altro che univoco nel suo divenire. La fotografia diventa allora uno strumento privilegiato che consente di porre nuovi interrogativi: che legami sussistono oggi tra città e campagna? Le semplici relazioni fisiche, economiche, funzionali o di prossimità tra parti differenti producono nuove modalità di fruizione dei diversi ambiti? Esiste una reale interdipendenza suscettibile di stabilire nuove socialità fra gli abitanti? “Con la civiltà agricola la città diviene invece necessaria: l’agricoltura suscita


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SIN_TESIS paesaggio ] industria [ società progetto fotografico ideazione Stefania Rössl coordinamento Massimo Sordi con la collaborazione di Angela Gorini progetto grafico e allestimenti Raffella Sacchetti

sin_tesis lab #02 a cura di Stefania Rössl campagna fotografica Andrew Phelps coordinamento Massimo Sordi con Enrico Mambelli Facoltà di Architettura “Aldo Rossi” di Bologna - sede di Cesena DAPT Dipartimento di Architettura e Pianificazione Terrioriale ICS Istituzione Cultura Savignano

Sin_tesis lab #02 - Opera Don Baronio, corso Matteotti 28 (Borgo San Rocco)

immediatamente l’idea di industria, come conseguenza della divisione del lavoro. L’agricoltore ha bisogno di attrezzi, che siano attrezzi di lavoro o recipienti necessari allo stoccaggio; produce inoltre scarti di piante alimentari, scarti che si prestano alla fabbricazione di vari prodotti industriali, quali tessuti o abiti di paglia, ed altri materiali di scarto, come le pietre eliminate dai campi e che verranno usate per costruire dei rifugi. Così la città diviene ben presto un deposito degli specialisti dell’industria. In un certo senso la città nasce per dar riparo ai fabbri, ai tessitori, ai vasai che barattano i prodotti con quelli dell’agricoltura. […] L’agricoltore invece deve abitare vicino ai suoi campi, che possono essere lontani dalla città e dalla zona protetta in cui vivono gli specialisti. […] L’utopia realizzata delle prime città è costituita da un insieme di individui tutti uguali, tutti indispensabili”.1 Stefania Rössl 1 Y. Friedman, Utopie realizzabili, Quodlibet, Macerata 2003, p.156.

Si ringraziano le aziende: Agricola Guidi (Roncofreddo) BioFrutta di Liliana, Sanzio e Figli (Savignano) Cà Bastia, agriturismo (Savignano) Cafar (Gatteo) Camping Rubicone (Savignano) Cantina Frantoio Sociale (Savignano) Cantine Spalletti - Colonna di Paliano (Savignano) Casa Galassi, B&B (Savignano) Caseificio Pascoli (Savignano) Confezioni Plax, materie plastiche (Savignano) Floricoltura Morena e Giancarlo - Rinaldi Alex (Gatteo) Hortus Sementi (Longiano) Imass, mangimi (Longiano) I Portici, agriturismo (Capanni) Locanda della luna, agriturismo e antico frantoio Turchi (Longiano) Martini, mangimi (Budrio di Longiano) Maurizio Nanni, agricoltore (Savignano) Minimoto (San Mauro Mare) Ricci Giorgio, autodemolizione, ricambi industriali (Longiano) Scuderia Massimo Di Salvatori Caimi (Savignano) Seven Sporting Club (Savignano)

un ringraziamento particolare a Werther Vincenzi, irrinunciabile guida sul territorio


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Francesco Neri


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Emiliano Biondelli


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Daniele Cinciripini


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Rosario Patti


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Carla Pantanelli


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Enrico Benvenuti


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Gianpaolo Arena


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Ezio D’Agostino


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Natascia Soannini


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Carlo Brisotto


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Cesare Fabbri


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Enrico Mambelli


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Angela Anzalone


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Abitare microcosmi

Le cose, su Tlön, si duplicano; ma tendono anche a cancellarsi e a perdere i dettagli quando la gente le dimentichi. È classico l’esempio di un’antica soglia, che perdurò finché un mendicante venne a visitarla, e che alla morte di colui fu perduta di vista. Talvolta pochi uccelli, un cavallo, salvarono le rovine di un anfiteatro.

J.L. Borges

Possiamo leggere il territorio come un deposito di reperti che la natura e l’opera infaticabile dell’uomo hanno posato sulla superficie della terra e che progressivamente, per effetto di un’attività di incontrollabile subsidenza, si sono lasciati trasportare, come corpi nel fango, dal flusso del tempo per sprofondare finalmente nel ventre buio e limaccioso che ne ha cancellato, del tutto o in parte, la riconoscibilità, nelle forme e negli scopi. La realtà contemporanea appare così come un gigantesco spaccato stratigrafico in cui i frammenti umani, sovrapponendosi, costruiscono un ammasso inestricabile di segni, ed in cui ogni oggetto e traccia, galleggiando su di un suolo impuro, allude a ciò che è ormai perduto e che nessuno è più disposto a conservare. Il magazzino dell’uomo ha occupato ogni più piccola porzione di suolo. La città dei monumenti e delle strade, le sue periferie, il territorio rurale e quello “naturale”, espongono le tracce infinite, frammentarie ed eterogenee dei materiali accumulati. Il paesaggio dei campi coltivati, dei frutteti, degli orti, dei parchi, degli alberi e dei fiumi propone con instancabile insistenza, non meno di quanto accada nei contesti urbani, il segno dell’uomo, la sua presenza, la sua opera di appropriazione e di trasformazione, di cancellazione e di costruzione. Ma lo spazio dei luoghi, per la sua unicità, sfida qualsiasi classificazione sistematica, proponendosi come campo di valori aperto all’indagine sui significati e sulle forme delle sue componenti. Il tentativo di ordinare la molteplicità di elementi incoerenti,


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a volte governati da relazioni di assoluta estraneità, entro un sistema organizzato unitario, riconoscibile e quanto più capace di proporsi come chiave esplicativa della realtà, non può dunque che arrestarsi di fronte agli elementi stessi, indagandone la forma, la quantità, le modalità secondo le quali risultano distribuiti nello spazio e la loro dimensione relativa1. La ricerca di un sistema univoco capace di ordinare secondo una geometria esaustiva le molteplici aporie del paesaggio cede il posto, nelle parole di Gianni Celati, ad un atteggiamento di tipo interrogativo nei confronti della realtà: “A momenti la voglia di scrivere mi passa, ho l’impressione che sia inutile annotare ciò che vedo, perché questa è una finzione come le altre. Ma poi mi vengono in mente quelli che sistemano tutto con la loro saputezza, credono solo a ciò che hanno letto nei loro libri e giornali, e trattano tutto questo mondo con sufficienza perché odiano sentirsi smarriti, esposti alla casualità delle apparenze. Se hai la sensazione di capire tutto, passa la voglia di osservare” 2. Ad un percorso costruito sulla base di nessi di tipo causale si sostituisce il tentativo di intraprendere un processo di spazializzazione capace di abbozzare, se non costruire, un atlante dei luoghi la cui geografia non proponga alcuna dimensione di inconfutabilità ma, al contrario, si apra alla capacità interpretativa, soggettiva, costruttiva dello sguardo. La descrizione del luogo assume allora i contorni di un’esperienza in grado di sovvertire qualsiasi ordine, irrimediabilmente e felicemente condannata alla relatività. Perché lo sguardo, anche quando è mediato dall’obbiettivo dell’apparecchio 1 Cfr. M. Foucault, L’archeologia del sapere (1969), Rizzoli, Milano 1971. 2 G. Celati, Verso la foce, Feltrinelli, Milano 1989.


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fotografico, non potrà impadronirsi di ogni oggetto, di ogni superficie, di ogni luce e colore, della scia abbandonata da un rumore o descritta da uno spostamento. La superficie del mondo, come ricorda Claudio Magris riferendosi al paesaggio nordico, è inesauribile ed il rischio, di fronte a tanta ricchezza, è quello di non riuscire più a vedere, precipitando in una situazione dai toni assurdi, in cui la sovrabbondanza di elementi provoca l’incapacità di coglierli. E dunque non ci rimane che avviarci verso una conclusione in qualche modo obbligata: “forse la realtà, per svelare l’insostituibile significato di ogni esistenza, ha bisogno di essere potata, ridotta”3 . Ridurre, in questo caso, non significa affatto semplificare ma piuttosto individuare, rispetto alle figure del paesaggio, “la giusta distanza”. In uno dei suoi racconti, descrivendo un pezzo di territorio, stretto fra la costa ed il mare, Daniele Del Giudice si sofferma sulla sagoma di un grande faro bianco immaginando il raggio proiettato in profondità verso l’orizzonte e riflettendo sulla possibilità, per chi naviga, di riconoscere la periodicità, il tipo ed il colore della sua luce: “Il navigante segue il faro calcolando continuamente la distanza; è un buon modo, credo, quello di avvicinarsi alle cose misurando sempre quanto se ne è lontani”4. Il processo di sintesi, di riduzione, di “recisione”, che ha come oggetto il paesaggio e che ci consente di trovare “la giusta distanza” rappresenta dunque il primo, ineludibile, passo in grado di condurci a “nominare”, attraverso l’immagine, le cose. Che la nostra visione privilegi infatti l’idea di un paesaggio come palinsesto, in cui prevale il continuo

3 C. Magris, L’infinito viaggiare, Mondadori, Milano 2005. 4 D. Del Giudice, Lo stadio di Wimbledon, Einaudi, Torino1983.


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avvicendarsi di successive operazioni di cancellazione e scrittura di segni, o l’idea di un paesaggio concepito come rete di flussi e nodi in cui gli aspetti reali e quelli virtuali si intersecano costruendo una immagine inedita del territorio, non possiamo rinunciare a nominare uno ad uno gli elementi costitutivi di questa nostra visione e per nominarli è necessario osservarli senza perdere la cognizione dello spazio che ci separa da essi5. Solo in questo modo possiamo riformulare le relazioni fra gli oggetti fino a restituirli ad un microcosmo6, ossia ad uno spazio costruito “ritualmente”, in cui l’unica geografia reale sia quella restituita da uno spazio abitato, e perciò conosciuto, che nulla ha a che fare con lo spazio omogeneo e geometrico generalmente riprodotto dalle cartografie, capaci di rendere lo stesso paesaggio invisibile. Secondo Eugenio Turri, infatti, “il paesaggio è il visibile, il percepibile. Ma come nel visibile non è detto che si esprima

5 Per il concetto di paesaggio come rete e per quello di paesaggio come palinsesto cfr. A. Corboz, Ordine sparso. Saggi sull’arte, il metodo, la città e il territorio, a cura di P. Viganò, Franco Angeli, Milano 1998. Il concetto di palinsesto, come riporta efficacemente Roland Barthes, deriva dall’uso della pergamena, utilizzata già dalla fine del I secolo dopo Cristo dagli abitanti di Pergamo, in Asia Minore. La pergamena, realizzata in pelle di montone, di capra o, più tardi, di vitello, diventerà, con il passare del tempo, sempre più costosa, per questo sarà spesso reimpiegata: “si cancella il testo precedente, la materia soggettiva torna vergine e si verga un nuovo testo: è il palinsesto, emblema di ogni scrittura (nel senso ormai letterale del termine), poiché il testo, come i Moderni lo concepiscono, è costituito da un accumulo di tracce (di forme, di echi, di citazioni, di censure)”. In R. Barthes, Variazioni sulla scrittura seguite da Il piacere del testo, a cura di Carlo Ossola, Einaudi, Torino 1999. 6 M. Eliade, Immagini e simboli, Jaca Book, Milano 1981.


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per intero il mondo, così non è detto che il paesaggio esprima tutta la realtà di cui è la proiezione sensibile” 7. La presenza di una componente di non visibilità ribadisce la valenza percettiva e concettuale del paesaggio, distogliendoci dal considerarne esclusivamente i dati fisici, concreti, funzionali. Percepire, vedere, significa in questo senso disporsi a “salvare” gli oggetti nominandoli, sottraendoli, come nel caso della soglia di Tlön, alla scomparsa e ricercandone i possibili significati. Una ricerca realizzabile solo abbandonando ogni fretta e concitazione, concedendosi la lentezza che permette di rallentare il passo, di indugiare a lungo su un dettaglio, di soffermarsi, di esitare, di abbandonarsi trattenendo un frammento di realtà, senza perderlo di vista. Elena Mucelli

7 E. Turri, Il visibile e l’invisibile nel paesaggio, intervento al convegno organizzato dal prof. Biagio Cillo del Dipartimento di Urbanistica dell’Università di Napoli, Maratea, ottobre 1995. Federico Agostini, Davide Baldrati, Lucia Balestri, Erica Billi, Giuseppe Brialdi, Mimosa Calchi, Luca Corcelli, Silvia Corezzola, Alessandro Costanza, Pier Nicola Currà, Marco Di Foglio, Lorenzo Domenicali, Beatrice Emanuelli, Alessandro Frati, Giorgia Garavini, Simone Giacomoni, Andrea Lucchi, Vincenzo Lo Conte, Mirko Marescotti, Matteo Montanari, Margherita Potente, Elena Pozzi, Giovanni Pulcinelli, Alvise Raimondi, Cristian Rossi, Mirko Silenzi, Ilaria Tadei, Emanuele Testaguzza, Erzen Yildizoglu, Alessandro Zanetti, Andrea Zanzini (studenti della Facoltà di Architettura “Aldo Rossi”)


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naturæ

photographs

a cura di Steve Bisson

La stessa natura Naturae nasce da un percorso di ricerca interessato alla fotografia come linguaggio contemporaneo capace di narrare la complessità delle azioni umane e dei significati dell’abitare. È un progetto espositivo che riflette il bisogno di capire, meglio e di più, il mondo circostante al quale apparteniamo anche se a volte può apparire viceversa. Un bisogno che si esprime soprattutto attraverso l’osservazione della natura e dei suoi elementi, e la messa a fuoco delle relazioni tacite o intangibili che ci separano o uniscono a essa. C’è il desiderio di andare oltre la documentazione delle trasformazioni indotte dall’uomo sulla natura e delle criticità insite in questa difficile convivenza. C’è voglia di spostare lo sguardo sulle nuove forme di naturalità proprie dei luoghi del vivere contemporaneo, sulle molte “nature” nate dalla commistione tra casualità e artificio, sugli organismi indipendenti in costante mutazione, il cui presente porta in sé una visione di possibili scenari. Un racconto sgombro da interpretazioni malinconiche sul paesaggio perduto e privo di riferimenti olistici o basi contemplative. La natura che conta è quella che serve da sfondo per tracciare una mappa di supporto ai comportamenti umani sempre più disorientati e in affanno. In questa riflessione trovano spazio anche alcune conversazioni, presentate in questo catalogo della mostra. Con Domenico Luciani, che invita a storicizzare la questione del senso del rapporto dell’uomo con la natura. Egli rileva oggi un’ansia di riconciliazione dovuta a uno strappo primitivo e al progressivo disadattamento della nostra specie rispetto alle trasformazioni che essa genera. Shun Kanda enfatizza il vivere nella percezione della natura, intesa quasi come un genius loci necessario per rafforzare il senso di appartenenza a un luogo e per ridurre la condizione di estraneità e l’effetto di smarrimento tipici del più recente “urbanesimo”. Per Maarten Kloos l’essere umano è alla ricerca di una relazione autentica con la natura, ovvero con le proprie origini, quale conferma della propria esistenza, dello stare sulla Terra. Da qui prosegue la visione di un abitare all’insegna della sempre maggiore integrazione, simbiotica, tra organico e inorganico. È un dialogo paradigmatico ripreso anche da Andreas Kipar che vede un futuro nella de-mineralizzazione del pianeta e, più in generale, nel rifiuto di un ordine tout court, di quel tentativo irrefrenabile di addomesticare, dominare e controllare l’ambiente che ha condotto l’essere umano a sentirsi distante dalla sua stessa natura. Infine le brevi quanto significative parole di Stefania Rössl e Massimo Sordi, che introducono alla lettura delle immagini, riflettono la consapevolezza del servirsi della fotografia come mezzo per intendere il nostro rapporto con il mondo.


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karin borghouts B alejandro cartagena MEX guido castagnoli IT hin chua MAL michael de kooter NL anne lass D aleix plademunt E dustin shum CHINA Naturæ - Monte di Pietà, via Monte di Pietà 1

The same nature Naturae stems from an inquiry interested in photography as a contemporary language capable of expressing the complexity of human actions and the meanings of inhabiting. It is an exhibit that reflects the need to better understand, the surrounding world to which we belong although at times it can seem contrary. A need that is expressed primarily through observation of nature and its elements, and the focus of tacit or intangible relations that separate or join us with it. There is a desire to go beyond the documentation of human-induced changes upon nature and the critical aspects of this difficult coexistence. There is a desire to move the gaze toward new forms of naturalness distinctive of contemporary life, on the many “natures” formed by a mixture of randomness and artifice, on the independent bodies in constant mutation, which brings with it a vision of possible scenarios. A story purged of melancholy interpretations of the lost landscape and without holistic references or contemplative endings. The nature that still matters is the one that serves as a background for tracing a map that gives guidance to human behaviors increasingly disoriented and frantic. Also, some conversations find a place in these reflections and are presented in this exhibition catalog. Domenico Luciani historicizes the question of the meaning of man’s relationship with nature. He sees an anxious need today for reconciliation as a result of an ancient split and the progressive maladjustment of our species to the changes it generates. Shun Kanda emphasizes the fact of living within our perception of nature, understood almost as a genius loci which is necessary to strengthen the sense of belonging to a place and to reduce the condition of estrangement and the effects of alienation typical of the more recent “urbanism.” For Maarten Kloos the human being is looking for an authentic relationship with nature, or with its origins, as a confirmation of his existence, of the fact of being on Earth. Then he continues with a vision of living characterized by the ever increasing integration, almost symbiotic, between organic and inorganic. It is a paradigmatic dialogue also picked up by Andreas Kipar who argues for a future de-mineralization of the planet and, more generally, the refusal of an order per se, of that relentless effort to tame, dominate and control the environment that led to the human being feeling distant from its very nature. Finally, the short but significant words of Stefania Rössl and Massimo Sordi, that introduce the reading of the images, reflect the awareness of the use of photography as means to understand our relationship with the world.


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I progetti selezionati ritraggono distinte visioni e interpretazioni sul tema di otto fotografi provenienti da differenti aree geografiche. La raffigurazione simulata della natura che ritroviamo negli scatti realizzati a Dubai da Aleix Plademunt. Il progetto di Dustin Shum che fotografa con sottile ironia alcuni parchi urbani cinesi, lasciando emergere una rappresentazione contraddittoria e quasi iconografica della natura. Il bisogno fisico di appropriazione indiscriminato se non irrazionale della risorsa natura, per esempio dell’acqua, documentato dalle immagini di Alejandro Cartagena nella controversa realtà suburbana messicana. Michael De Kooter si posiziona invece ai margini della città, nella periferia di Losanna, dove l’artificio lentamente sfuma nella natura e dove i comportamenti possono mostrarsi illusori, quasi “borderline”. Lo sguardo di Guido Castagnoli corre lungo il fiume Tamagawa a Tokyo, un luogo di evasione dalla metropoli e di raccolta di istinti e desideri umani. Karin Borghouts gioca sul filo dell’ambiguità, concentrandosi su ambienti artificiali come gli zoo, spingendo chi guarda a riflettere sul senso della natura in questi spazi e, forse, sul senso stesso del nostro essere parte della città. Hin Chua indaga, con grazia e insieme con una forza poetica che si nutre di estremi, l’essenza del rapporto tra l’uomo e la natura, interpretandolo come una conseguenza della sua caduta dal paradiso terrestre. Quella di Anne Lass infine è più una deriva introspettiva che trasgredisce lo spazio fisico attraverso l’immaginazione e colloca la natura su una dimensione onirica quasi fosse un oggetto estraneo e fuori posto. Natura come finzione, ricreazione, ambiguità, negazione, periferia, rimozione, casualità e introspezione. Sono differenti punti di vista che sottendono una verità: più l’uomo si allontana dalla natura e più la ricerca. Tuttavia, la natura ha bisogno dell’essere umano? Steve Bisson


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The selected projects portray several visions and interpretations on the theme by eight photographers coming from different geographical areas. The simulated representation of nature that we find in the photos taken in Dubai by Aleix Plademunt. The project of Dustin Shum who photographs with thin irony some Chinese urban parks, highlighting a contradictory and almost iconographic representation of nature. The physical need for indiscriminate if not irrational appropriation of natural resources, water for instance, as documented by Alejandro Cartagena in the controversial suburban Mexican reality. Michael De Kooter is located instead on the edge of town, on the outskirts of Lausanne, where artifice slowly merges into nature and where behaviours may appear unrealistic, almost “borderline�. The gaze of Guido Castagnoli runs along the Tamagawa river in Tokyo, a place to escape from the metropolis and for gathering human desires and instincts. Karin Borghouts plays on the edge of ambiguity, focusing on artificial environments like the zoo, forcing the viewer to reflect on the meaning of nature in these spaces and, perhaps, the very meaning of our being part of the city. Hin Chua examines, with grace and with a poetic force that feeds on the extremes, the essence of the relationship between man and nature, interpreted as a consequence of his fall from Paradise. Finally that of Anne Lass is more a introspective drift that transgresses the physical space through the imagination and places nature within a dream-like dimension almost as if it were an alien and misplaced object. Nature as fiction, recreation, ambiguity, denial, surroundings, removal, randomness and introspection. Different points of view that underly a truth: the more man distances himself from nature, the more he must seek for it. However, does nature need humans? Steve Bisson


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Dustin Shum, Hengli, China, 2008


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Anne Lass, Untitled, Chicago, 2005


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Alejandro Cartagena, Lost Rivers, Suburbia Mexicana Project, 2008-2009


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Michael De Kooter, 46°31’21.99”N - 6°35’23.71”E, Public Sportspark, Vidy, 2008


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viaggi in italia set del cinema italiano 1941-1959 a cura di Antonio Maraldi e Simona Pera

Il cinema lungo la penisola Se prima della guerra era abbastanza raro, anche se non del tutto inusuale, che il cinema italiano uscisse dai teatri di posa, nell’immediato dopoguerra, sulla spinta estetico-produttiva del Neorealismo, non solo è sceso nelle strade e nelle piazze ma ha cominciato a muoversi lungo tutta la penisola. E si è trattato di una pratica che ha contagiato non solo i film neorealisti ma anche commedie e melodrammi, cinema popolare e cinema d’autore. Inseguendo questo suo peregrinare si è pensato a Viaggi in Italia. Set del cinema italiano 1941-1959, una mostra intesa a documentare alcune di quelle opere realizzate, in tempi e modalità diversi, dalle Valle d’Aosta alla Sicilia, con l’esclusione di Roma (i moltissimi film girati nella capitale sono stati oggetto in passato di approfondite ricerche). Avendo come preciso punto di partenza le preziose raccolte fotografiche della Cineteca Nazionale e del Centro Cinema Città di Cesena, la mostra è stata organizzata puntando da un lato alla documentazione delle varie location regionali (qualche regione è stata giocoforza esclusa), e dall’altro a evidenziare l’eccellente lavoro di quasi tutti i migliori fotografi di scena, attivi in quel periodo. Dovendo limitare la scelta, molte sono state le esclusioni, in diversi casi anche dolorose. Ad alcuni film, ritenuti particolarmente significativi, non si è però voluto rinunciare e si è andati alla ricerca di testimonianze fotografiche depositate presso altri archivi. Antonio Maraldi, Simona Pera


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Centro Sperimentale di Cinematografia Centro Cinema Città di Cesena La Biennale di Venezia Regione Emilia-Romagna, assessorato alla Cultura Viaggi in Italia - set del cinema italiano 1941-1959 - Monte di Pietà, corso Vendemini 53

Cinema across the peninsula If before the war it was quite rare, even though not completely unusual, that Italian cinema went out of studios, in the immediate post-war period, on the aesthetic production push of Neo-realism, not only it went into the streets and squares but it started to travel across the whole peninsula. And it was a habit that contaminated not only the Neo-realist films but also comedies and dramas, popular as well as authorial cinema. Following this wanderings we thought about Viaggi in Italia. Set del cinema italiano 1941-1959, an exhibition which aims to record some of those works made, in different times and ways, from Valle d’Aosta to Sicily, excluding Rome (the too many films shot in the capital were in the past object of deep researches). Having as a precise starting point the precious photographic collection from Cineteca Nazionale and Centro Cinema Città di Cesena, this event was set focusing on one hand on the recordings of the several regional locations (some regions were necessarily excluded), and on the other hand on pointing out the excellent work made by almost all the best still photographers working then. Having to limit our choices, many were the exclusions, in several cases also painful. To some films, considered particularly significant, we did not want to renounce anyway and we looked for photographic records stored in other archives. Antonio Maraldi, Simona Pera


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Osvaldo Civirani, Giorni d’amore di Giuseppe De Santis (1953), gli attori Marina Vlady e Marcello Mastroianni


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Bruno Bruni, Il medico e lo stregone di Mario Monicelli (1957), a sinistra, Vittorio De Sica, al centro, Mario Monicelli


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Paul Ronald, Nata di marzo di Antonio Pietrangeli (1958), gli attori Gabriele Ferzetti e Jacqueline Sassard


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G.B. Poletto, Racconti d’estate di Gianni Franciolini (1958), il set, sulla barca gli attori Gabriele Ferzetti e Sylva Koscina


A R E A B I T

I M O N D

L I V I N G

W O R L D S


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tavole rotonde Fare un libro, pubblicare un libro

a cura di Stefania Rössl, Massimo Sordi Uno sguardo trasversale sull’universo dell’editoria fotografica contemporanea consolidata si confronta con la realtà di piccole case editrici indipendenti. Il libro stampato può ancora essere considerato mezzo necessario per l’affermazione del progetto fotografico? Diego Mormorio, moderatore; Claudio Corrivetti, Postcart; Denis Curti, Contrasto; Gigi Giannuzzi, Trolley Books; Chiara Capodici e Fiorenza Pinna, www.treterzi.org

Slow-Photo

presentazione del manifesto Slow-Photo a cura di Mario Beltrambini, Circolo Fotografico Cultura e Immagine introduce Francesca Parisini, giornalista; saranno presenti: Gianni Berengo Gardin, Beppe Bolchi, Carmelo Bongiorno, Alessandra Capodacqua, Luigi Erba, Diego Mormorio.

Anche in fotografia, dopo l’accelerazione tecnologica di questi anni, si sente la necessità di tornare alle origini, di riscoprire il fascino dei fenomeni primari liberati dalla coltre degli effetti speciali. Dopo lo slow food sarebbe il caso di parlare di slow photo... Franco Vaccari

Dal clic al doppio clic Il valore delle immagini nel nuovo mondo

a cura di di Denis Curti La fotografia nell’era del digitale. Applicazioni e nuova progettualità Denis Curti, moderatore; Paolo Iabichino, creative director; Antonio Maraldi, curatore CliCiak, concorso per fotografi di scena; Michele Smargiassi, giornalista; Mauro Vallinotto, photoeditor.

Global photography True stories

a cura di Stefania Rössl, Massimo Sordi Giunta alla seconda edizione la collettiva Global Photography presenta una selezione di autori rappresentativi della “giovane” scena internazionale. Un racconto fatto di storie fotografiche che si intrecciano raffigurando le sottili relazioni che legano le persone ai luoghi. Christian Gattinoni, moderatore; Floriana Gavriel, Verena Hanschke, Zoltán Jókay, Dana Lixenberg, Karin Apollonia Müller

Intersezioni di paesaggi contemporanei

a cura di Stefania Rössl, Massimo Sordi Alcune recenti esperienze italiane, esito di committenze (Dove viviamo, Lugo Land) o pensate come osservatorio sul contemporaneo (Documentary platform, Urbanautica), restituiscono una testimonianza importante sulla nuova fotografia di paesaggio italiana e internazionale. Gigliola Foschi, moderatrice; Steve Bisson, Urbanautica; Silvia Loddo e Raffaella Sutter, Osservatorio Fotografico-Dove viviamo; Michele Cera e Federico Covre, Documentary platform; Luca Nostri, Lugo Land.


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atelier La foto della prima

atelier condotto da Mauro Vallinotto Workshop-atelier nel quale Mauro Vallinotto, photoeditor del quotidiano La Stampa dal 2006 al luglio di quest’anno, mostrerà come si prepara e si sceglie l’immagine di prima pagina in un tabloid. Attraverso un raffronto tra le testate nazionali e internazionali, siti web e Ipad compresi, i partecipanti al workshop verranno portati, attraverso esempi e verifiche in tempo reale, a confrontarsi con le migliaia di immagini prodotte ogni giorno dalle più importanti agenzie fotografiche italiane e mondiali, da Reuters a Getty, dalla France Presse a Corbis, dall’Ansa all’Associated Press. Potranno entrare direttamente nei database delle agenzie, controllando su maxischermo come vengono caricate online, minuto dopo minuto le più svariate immagini divise per argomenti: news, celebrities, sport, business. Scopo del lavoro sarà, con il contributo attivo dei partecipanti, quello di arrivare entro le ore 20 (in contemporanea con la tempistica reale di un quotidiano) alla scelta di una o più fotografie del giorno da proporre per un’ideale prima pagina. Il workshop avrà un naturale proseguimento la mattina successiva alle ore 10 nella piazza di Savignano dove, davanti a una tazza di caffè con brioche, si verificherà la bontà del lavoro svolto dal gruppo confrontandolo con le prime pagine dei quotidiani in edicola.

Fare libri

atelier condotto da Gigi Giannuzzi Gigi Giannuzzi è fondatore della casa editrice Trolley e dell’omonima galleria con sede a Londra (www.trolleybooks.com). L’atelier si propone di suggerire delle soluzioni per la costruzione e produzione del libro fotografico d’autore.

Fotografia e apparecchi stenopeici con il contorno delle nuove pellicole “impossible”

atelier condotto da Beppe Bolchi Beppe Bolchi è esperto delle pellicole a sviluppo immediato. Il programma prevede un approccio sia pratico che concettuale alla “Slow Photo” e specifici riferimenti sulle prime impressioni relative alle nuove pellicole a sviluppo immediato, otre a prove “on the road” sia dell’una che delle altre. L’atelier comprenderà quindi una fase teorica, consigli pratici per affrontare sia la fotografia stenopeica che le pellicole impossible, una fase dimostrativa e quindi delle prove pratiche.

Incontri con gli autori Presentano i lavori in mostra: Roger Ballen, Sandro Becchetti, Silvia Camporesi, Cesare Cicardini, Joakim Eskildsen, Simon Roberts, Mark Steinmetz, Italo Zannier. Presentano le proprie novità editoriali: Carmelo Bongiorno e Alberto Furlani.


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in piazza Lettori portfolio

Roger Ballen, Steve Bisson, Fabrizio Boggiano, Carmelo Bongiorno, Silvia Camporesi, Alessandra Capodacqua, Chiara Capodici, Franco Carlisi, Fabio Castelli, Michele Cera, Cesare Cicardini, Federico Covre, Paola de Grenet, Luigi Erba, Joakim Eskildsen, Gigliola Foschi, Christian Gattinoni, Zoltan Jókay, Dana Lixenberg, Roberto Maggiori, Gianmarco Maraviglia, Martino Marangoni, Fulvio Merlak, Diego Mormorio, Karin Apollonia Müller, Andrew Phelps, Marta Posani, Fiorenza Pinna, Fausto Raschiatore, Marco Rigamonti, Simon Roberts, Davide Scagliola, Mark Steinmetz, Giulia Zorzi.

Letture portfolio

Le letture dei portfolio si inscrivono nella tradizione del festival della fotografia di Savignano. Esperti provenienti da differenti esperienze professionali leggeranno i portfolio degli autori che si pre-iscrivono. I portfolio segnalati dagli esperti accederanno alla selezione finale per il premio SI Fest/Portfolio 2010.

Premio SI Fest/Portfolio 2010

Il migliore portfolio verrà pubblicato nella collana SI Fest Fotografi, edita da Pazzini Editore; sarà in mostra al SI Fest 2011 e nello spazio espositivo di MiCamera a Milano che ne curerà la produzione insieme a The Photographers’ room. Il portfolio accederà inoltre alla selezione del Portfolio Italia 2010 per l’assegnazione di un premio di 1.500 euro e due premi da 500 euro. www.fiaf-net.it L’autore del portfolio vincitore sarà inserito in www.photoltd.it il nuovo portale progettato e realizzato da Daniela Trunfio, nato per promuovere la fotografia italiana, un nuovo approccio al collezionismo, un agile strumento di conoscenza della realtà fotografica italiana per curatori, galleristi e critici nazionali e internazionali.

Premio Formazione

Un autore selezionato tra le letture portfolio parteciperà ad un workshop con Mark Steinmetz dall’1 al 3 ottobre 2010 organizzato da MiCamera a Milano.

Premio HF Distribuzione

All’autore del portfolio selezionato verrà attribuito di un buono di 500 euro per l’acquisto di libri fotografici a scelta tra quelli distribuiti da HF Distribuzione.

Premio Marco Pesaresi / Borsa di studio

Premio promosso da Savignano Immagini, Contrasto e Il Fanciullino di Isa Perazzini Pesaresi con il sostegno di Fnac e Comitato Turistico di Torre Pedrera. Alla sua nona edizione la borsa di studio è destinata a ricordare la straordinaria figura del fotografo riminese Marco Pesaresi. Il valore della borsa di studio è di 5.000 euro e sarà assegnata ad un reporter italiano di età non superiore ai 40 anni. Il progetto fotografico, realizzato grazie alla borsa di studio, sarà in mostra alla prossima edizione del SI Fest e in seguito nelle gallerie fotografiche della Fnac che ne produrrà l’esposizione.


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Proiezioni The Singled Person fotografie di Michael Ackerman, Morten Andersen, Lorenzo Castore, Thorsten Kirchhoff, Peer Kugler, André Lützen, Hisashi Murayama, Filippo Romano. Nelle immagini l’individuo appare sfuocato e misterioso, una silhouette solitaria che indica la necessità di una società rassicurante. Il paesaggio de/scritto luoghi italiani Patrimonio Unesco fotografie di Luca Capuano Un’operazione di documentazione di tutti i 44 Siti Italiani Patrimonio Unesco. curatore: Tommaso Gavioli; realizzata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Associazione Città e Siti Italiani Patrimonio Mondiale Unesco; con il Patrocinio della Commissione Nazionale Unesco presso il Ministero degli Esteri. www.artistocratic.com

Surfing Gaza fotografie di Alessandro Gandolfi Le immagini ritraggono i surfisti del The Gaza Surf club che spiegano: “Il surf è l’unico modo per sperare nella libertà”. Calati nel Piombo Fuso Striscia di Gaza fotografie di Aldo Soligno Un racconto fotografico ispirato alla poetica del cantautore Fabrizio De André, sulle conseguenze della guerra nella striscia di Gaza.

Le librerie in piazza

HF Distribuzione Vercelli, Obiettivolibri Milano, Micamera Milano, Pazzini Editore Verucchio, Dirk Bakker Books Amsterdam, Spazio Fiaf editoria, informazione e incontri a cura della Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.

eventi

a cura di Stefano Bellavista

Notte per la fotografia a cura di Alessandro Arcangioloni e Gianmarco Casadei

a cura del Circolo Fotografico Cultura e Immagine coordinamento Tomas Maggioli, Marco Vincenzi, Ettore Perazzini Sauro Errichiello, Silvio Canini


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SI FEST > NO PANIC 2010 ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------NO PANIC GALLERY corso Vendemini 56 “UNA FOTO AL GIORNO TOGLIE IL MEDICO DI TORNO” a cura di Chico De Luigi testo di Michele Smargiassi Un esercizio quotidiano, il desiderio di osservare con attenzione ogni piccolo istante. La collettiva presenta una selezione di immagini scattate e pubblicate quotidianamente nei blog dei seguenti fotografi: Chico De Luigi > BLOB Davide Farabegoli > A PICTURE A DAY KEEPS THE DOCTOR AWAY Valentina Bianchi > TUDEI_FOTOBLOG Jacopo Benassi > TALKING ASS Paolo Ciriello > TONY MARTORELLI Regina Orioli > MANI DI VELLUTO Lucia Puricelli > IN THE SKY WITH DIAMONDS Alessandro Di Renzo > BLOG Ospiti speciali della mostra Settimio Benedusi, Toni Thorimbert e Fabio Novembre che presenteranno un blog di fotografie scattate con iPhone dall’1 al 31 agosto 2010.

-------------------------------–---------------------------------------------------------------------------------------IMPOSSIBLE GALLERY corso Vendemini 52 “SIAMO TUTTI FOTOGRAFI” a cura di NO PANIC THERAPY e IMMAGINA La GALLERIA ATTIVA esporrà “in progress” i ritratti dei fotografi che parteciperanno al SI FEST 2010 utilizzando le nuove pellicole a sviluppo istantaneo prodotte da IMPOSSIBLE PROJECT creando una mostra “in progress” dei volti del festival. I ritratti saranno realizzati da Gianluca Colagrossi, Chico De Luigi e tutto lo staff NO PANIC. All’interno dello spazio un piccolo shop con tutti i prodotti IMPOSSIBLE.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------PERFORMANCE “SILVER TAPE” Venerdì 10, sabato 11 e domenica 12 settembre Incursioni fotografiche per le vie del centro di Jacopo Benassi e Chico De Luigi + ospiti a sorpresa


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Davide Farabegoli

Chico de Luigi

Luca Puricelli

Jacopo Benassi

Alessandro Di Renzo

Valentina Bianchi

Regina Orioli

Paolo Ciriello


Partner culturali Fratelli Alinari Fondazione per la Storia della Fotografia Fondazione Tito Balestra Onlus MiCamera Contrasto Fnac Centro Cinema Città di Cesena Fiaf HF Distribuzione Craf Istituto Italiano di Cultura Mosca e San Pietroburgo The Photographer’s room Pazzini Editore Media partner Radio Gamma Radio Icaro Rubicone

Main sponsor Baldinini Sponsor Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani Atos Lombardini Bcc Romagna Est Ceisa Gruppo Ivas Ondaplast Sacchetti Nello impresa edile Vicini Sostenitori Agenzia Immobiliare Rubicone Banca Popolare dell’Emilia Romagna Gruppo Bper Banca Marche Calzaturificio Casadei Cbr Cooperativa Braccianti Riminese Cooperativa Muratori e Manovali Edil Sav Fait Adriatica Gaia Costruzioni Innovazioni Progetti Iper Rubicone Promotional Project Saida Sammauroindustria

Ringraziamenti per la gentile concessione degli spazi: Comune di San Mauro Pascoli, Comune di Longiano, Accademia dei Filopatridi, Vicini - Giuseppe Zanotti Design, famiglia Bastoni, famiglia Rossi, Stefano Mazza, Giorgio Ricci, Francesco Baiardi Bianca Mattei Gentili, Lorenzo Zavalloni per l’appoggio e la collaborazione: Gimmi Baldinini, Werther Colonna, Augusto D’Antonio, Alexandros Doulis, Fabio Galassi, Giancarlo Giornelli, James Michels, Sabrina Raggini, Orfeo Silvagni, Maurizio Urbini, Werther Vincenzi, Giuseppe Zanotti per i complementi d’arredo in piazza: Il laboratorio dell’imperfetto

ABITARE MONDI / LIVING WORLDS  

si fest 19savignano immagini festival10.11.12 settembre 2010ABITARE MONDI LIVING WORLDSa cura diStefania Rössl e Massimo Sordi

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