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M n°29

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Ottobre 2007 F o g l io

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Quando venne posata la prima pietra della nostra chiesa, cento anni fa, mio nonno e mia nonna compivano vent’anni: penso sia stato motivo di orgoglio e speranza per loro e l’intera comunità intraprendere un’opera così grande e bella. Nessuno certo poteva supporre le sciagure e le sofferenze che le due guerre e il fascismo avrebbero inflitto alla popolazione nei primi cinquant’anni del ventesimo secolo. La nostra Chiesa nella sua maestosa bellezza è rimasta sempre come segno di speranza e, da qualunque parte si arrivi in paese, la si vede da lontano emergere al di sopra del verde dei prati e delle siepi della pianura. La Chiesa è con le sua mura il luogo nel quale spesso ci troviamo, nei diversi momenti e avvenimenti della vita e dove il Vangelo proclama sempre lo stesso messaggio di speranza: “Io sono venuto perché abbiano la vita, una vita vera e completa.” Giov.10-10. Questo annuncio trasmesso, sentito, fatto proprio e tradotto dalle comunità nel vivere quotidiano ha ispirato la ricostruzione del territorio, la Costituzione della nuova repubblica, la stesura delle leggi. Ci furono difficoltà, ma fu questo il motore che portò tutti ad usufruire di scuole, ospedali, trasporti, lavoro, previdenza e assistenza. Quando mandare un figlio a scuola voleva spesso dire metterlo in seminario e togliere una bocca alla fame, chi si formava si confrontava con il comandamento:”ama il prossimo tuo come te stesso” e anche se in realtà non sempre veniva messo in pratica, doveva essere il motivo ispiratore del vivere quotidiano. continua in ultima pagina

Cameroun

Guatemala Sr.A.Teresina Galdeman

Don Maurizio Bolzon e Don Giuseppe Pettenuzzo

Nicaragua P. Giuseppe Prandina

Giappone P.Riccardo Magrin

Brasile P.Giovanni Munari

Bolivia Luigi Mazzilli

Indirizzo: Diario Missionario C/O Parrocchia San Lorenzo piazza Prandina – 35010 San Pietro in Gu – (PD) - ITALIA email: matpaang@alice.it

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Brasile

Carissimo don Gianni,

Nell’impossibilità di partecipare con te e la comunità parrocchiale a questa festa del Centenario della Chiesa di San Pietro in Gu, mi unisco almeno con alcune righe per esprimere il desiderio profondo che avrei di essere con voi. Il pensiero va subito a tanti momenti della vita: la mia ordinazione sacerdotale, i ritorni dalla missione, il 50° di ma trimonio dei miei, alcuni battesimi, funerali, momenti di festa e di lutto. Credo siano i sentimenti di tutti: un profondo senso di gratitudine per tutto quello che la chiesa parrocchiale ha rappresentato e rappresenta nella nostra vita. Due aspetti principalmente: la chiesa come simbolo più importante del paese, quasi un richiamo permanente a fare comunione al di là delle cose che ci separano; e la chiesa come invito a costruire sulla roccia, non solo le persone ma anche le famiglie e le varie realtà di paese. Che Dio allora benedica questa data e questo luogo sacro. Lo renda sempre di più segno dell’unione paesana; simbolo di accoglienza anche per chi viene da fuori; espressione di fede della gente; luogo di perdono, incontro e riconciliazione; monumento di gratitudine; impegno a passare alle future generazioni quello che le passate ci hanno trasmesso. Che ci ricordi che Dio ci vuole bene e che andare a casa sua é sempre anche tornare a casa nostra. Con voi ringrazio il Signore per questa festa e per tutto quello che significa. In comunione profonda San Paolo del Brasile, 31 agosto 2007

P.Giovanni Munari

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Giappone P. Riccardo Magrin

Carissimo don Gianni, ho ricevuto il programma delle feste del centenario della costruzione della Chiesa di San Pietro in Gù. Ringrazio dell’invito. Purtroppo non posso essere presente alla celebrazione del centenario. Per questo grande evento, vi sarò vicino con la preghiera che la comunità cristiana di San Pietro in Gu possa rivivere il fervore e la fede dei nostri antenati che hanno costruito con grandi sacrifici la bellissima Chiesa. Di questa Chiesa, ricordo di aver visto la costruzione della facciata nel 1937, anno in cui io e il già defunto P. Teofilo Lucatello, entrammo nel Seminario (casa apostolica – missioni estere) di Treviso della cui vocazione ci sentimmo sempre condebitori della guida di mons. Castegnaro e di don Antonio Mistrorigo. In questa splendida chiesa sono stato battezzato, cresimato i ho celebrato la prima S. Messa. Da questa chiesa che porto sempre nel cuore sono partito per la missione del Giappone 53 anni or sono. Spero di rivederla ancora se Dio vorrà (perché ormai l’età è alta) e poca la probabilità. Termino augurando grande partecipazione di tutti coloro che come me han avuto la gioia di essere diventati figli di Dio in questa splendida Chiesa che è in San Pietro in Gu. Di cuore ricordando, saluti a tutti

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Nicaragua P. Giuseppe Prandina

Diriamba – Nicaragua 30 - 08 – ‘07 Don Gianni, parroco, Comunità parrocchiale di San Pietro in Gù Carissimi, dal Nicaragua mi unisco spiritualmente a voi nella celebrazione dei cento anni della nostra chiesa. Quanta storia racchiusa in questi anni: come una madre ha raccolto gioie e dolori, speranze e tristezze, dando una risposta per aiutarci a crescere e maturare. Congratulazioni a tutti! Che questa celebrazione ci sproni tutti a scoprire e assumere con responsabilità il nostro ruolo nella chiesa e nel mondo. Affettuosamente

Guatemala S.A. Teresina Galdeman Sipacate, agosto-07 Per don Gianni nel Centenario della Chiesa della Parrocchia. Mi è arrivata l’ informazione che in Settembre si celebra il Centenario della costruzione della Chiesa parrocchiale. Non posso star presente nella celebrazione, però cerco di farmi presente per mezzo dello scritto. Credo sia utile presentare un poco la situazione del Paese di Guatemala, dove sono. Dopo 30 anni di conflitto armato che ha lasciato molti morti o persone scomparse e molti rifugiati in Messico, oggi si vive una cultura di morte e di violenza molto forte C’è impunità quasi totale nel paese e un dislivello economico e sociale molto alto. Guatemala è il quinto paese nel mondo con più alto indice di denutrizione infantile cronica fra i bambini da uno a cinque anni.

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Il 95% dei Guatemaltechi si considerano cristiani, sia cattolici o no, e dalla Chiesa cattolica affrontiamo un proselitismo aggressivo e ben pianificato delle Sette evangeliche, che, anni fa, si sono proposte convertir al cristianesimo la popolazione guatemalteca in un 50% per la fine del secolo XX. Qui le Sette sono numerosissime. Però Guatemala è anche terra rigata dal sangue di numerosi cristiani, testimoni della fede. Ci sono vocazioni sacerdotali, ma sono ancora insufficienti per le necessità che ci sono. Sipacate – La Gomera – Escuintla (Municip.) (regione) Tre Suore in un popolo di 18 000 ab. Da tre anni siamo una presenza che accompagna e serve la nostra gente. Personalmente mi sento un frutto della fede e della preghiera della mia parrocchia natale, altre alla fede della mia famiglia. È per questo che desideriamo condividere il grande dono della fede con la nostra gente. Però contemporaneamente qui c’è bisogno di promozione umana: scuola di alfabetizzatone; possibilità, con una istituzione del paese, di frequentare la scuola Media per un gruppo di adulti, che diversamente, non lo farebbe; promozione del Comitato per la Chiesa; collaborazione con la Caritas diocesana per avere il medico e le medicine a prezzo accessibile; refettorio per 40 bambini denutriti da 1 a 5 anni. Contemporaneamente viene la evangelizzazione con la preparazione ai sacramenti, la Pastorale Giovanile, i Cenacoli con gli adulti sulla Bibbia. Da marzo stiamo portando avanti un Progetto di Evangelizzazione per 20 persone, che durerà fino a ottobre, per formare le persone che poi collaboreranno da vicino nella comunità. È una maniera di condividere la vita con chi ha avuto pochi mezzi per crescere, però è anche una scuola dove i poveri, i semplici, ti evangelizzano. Siamo convinte che, più in là del fare, la nostra testimonianza di vita consacrata è quanto la gente vede, apprezza e si interroga. Porgo sinceri auguri per tutti i fedeli. Che la celebrazione del Centenario sia anche un interrogativo per ogni cristiano: ho ereditato la fede dai miei antenati, e io come la vivo e la faccio vivere nella mia famiglia? Con profonda stima

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Cameroun Loulou, 22 luglio 2007 Carissimo don Gianni e carissimi amici della parrocchia di S. Pietro in Gù, una volta ogni due/tre mesi, don Arrigo, direttore dell’Ufficio Missionario Diocesano, ha la cura di inviarci l’estratto conto del conto corrente della Missione di Zamala. E così abbiamo saputo che anche voi avete voluto versarci il vostro prezioso contributo (1600,00 €). Ci sembra quindi doveroso — a don Giuseppe e a me — di farci sentire per dirvi di cuore il nostro più sincero grazie!. La nostra presenza qui, come saprete, è del tutto recente. Don Giuseppe è arrivato lo scorso dicembre ed io ai primi di maggio. Il vescovo di questa diocesi di Maroua-Mokolo aveva infatti chiesto a quello di Vicenza di poter avviare una presenza missionaria tra il popolo dei Guiziga (leggi Ghizigà), che fino a questo momento non ha mai avuto un prete tra di loro. E così noi siamo qua a muovere i primi passi in quella che potremo ancora chiamare “prima evangelizzazione”. I cristiani battezzati sono infatti pochissimi (qualche decina); più numerosi sono i “simpatizzati”, cioè i tanti che si stanno avvicinando al cristianesimo cattolico, ma che non hanno ancora iniziato un percorso di catecumenato. Spesso quando in Italia si pensa alle celebrazioni eucaristiche africane, si ha in mente delle scene piene di colore, con gente che canta, che danza, che esulta di gioia attorno al Signore Dio. Ed è senz’altro così in tantissimi posti di questo continente. Ma non posso dire lo stesso della nostra parrocchia. Qua c’è tutta una storia di fede e di tradizioni da scrivere, se non da zero, quasi! Così le messe sono decisamente più “calme”, spesso incerte perché ancora non si conosce bene cosa rispondere e come atteggiarsi nei vari momenti della liturgia. Ma, in fondo, siamo qua proprio per questo, per costruire insieme delle comunità cristiane che celebrano la loro fede e che vivono nello spirito del Vangelo. In questi giorni stiamo poi vivendo un momento particolarmente importante: siamo appena diventati “parrocchia”. Fino a ieri, infatti, il nostro territorio era solo un distretto parrocchiale, cioè una zona pastorale dipendente da una parrocchia decisamente lontana. Con l’arrivo di don Giuseppe e mio, il vescovo ha deciso di erigere il distretto parrocchiale di Zamala in parrocchia, appunto; e il 1° luglio è dunque nata la “Paroisse Sainte-Joséphine Bakhita de Loulou”leggi Lulu; che e un nome etnico del popolo Guiziga in mezzo al quale viviamo)]. In questi mesi il grosso del nostro tempo lo stiamo passando nei lavori di costruzione della casa parrocchiale. Si è trattato di un impegno piuttosto serio dato che si è scelto di non servirsi di imprese edili della città di Maroua, ma di servirsi del lavoro dei giovani del posto, che fino a prima non avevano mai visto né cemento, né tetti di lamiera... Va detto che nei primi tre mesi siamo stati grandemente aiutati da 2 muratori di Arzignano che, con la loro esperienza, hanno impostato il grosso dei lavori. Ma da quando Damiano e Gianni sono rientrati, è don Giuseppe che fa da capocantiere (e con quale competenza lo fa!). Se Dio vuole, ormai non dovrebbe più

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mancare molto alla fine della costruzione (penso che per i primi di settembre il cantiere potrà dirsi chiuso), così, una volta sistemati in modo meno precario (...!), si comincerà a muoversi di più per i villaggi e rendersi conto bene della realtà alla quale siamo stati inviati. Per ora i contatti più significativi con la gente li abbiamo la domenica, quando don Giuseppe ed io ci spostiamo nei villaggi per la messa. E lì che ci si rende conto delle condizioni di grande povertà nelle quali vive molta della nostra gente. Ed è ancora lì che cominciano ad emergere i bisogni di ogni comunità cristiana di villaggio. Quasi ogni villaggio ha cercato di costruirsi una cappellina, con i mezzi di cui disponeva: mattoni di fango e qualche palo. Ma in quasi tutti i casi si tratta di costruzioni in uno stato pietoso, che risultano essere decisamente piccole rispetto al bisogno di comunità in continua crescita. Così, finito con la casa parrocchiale, non ci sarà che l’imbarazzo della scelta per quanto riguarda il fronte sul quale imbarcarsi... Certo, non senza criterio. Don Giuseppe ed io ce lo diciamo spesso che l’aiuto che daremo dovrà essere proporzionale all’impegno del villaggio stesso: siamo fortemente decisi a non fare di questo popolo, che finora non ha conosciuto altri “interventi” esterni, un popolo di approfittatori o di “dipendenti dalla missione”. Il bello della presenza missionaria dei “Fidei Donum” è proprio il fatto che si lavora con la coscienza che nel giro di un po’ d’anni la missione dovrà passare al clero locale, che non ha certo dietro le spalle il sostegno di un Paese ricco com’è il nostro caso! E così si cerca di regalare il meno possibile e di far crescere nella gente il senso di responsabilità verso i bisogni della comunità cristiana o della loro stessa crescita umano-sociale. L’ equilibrio tra il dare (in fondo è anche giusto che il Nord del mondo restituisca al Sud quanto ha “prelevato” nel corso dei secoli!) e il chiederepretendere è la grande sfida della presenza missionaria (ma sono convinto che l’esperienza di don Giuseppe —20 d’Africa! — e il consiglio di altri missionari ci faranno evitare grossi sbagli!). In questo vi chiediamo di sostenerci con la vostra preghiera. E decisamente importante non sentirsi soli in questo impegno un po’ “di frontiera”: è la Chiesa di Vicenza che ha accolto la sfida della missione, non don Giuseppe e don Maurizio, per cui ogni battezzato della nostra diocesi è dentro a questa missione tra i Guiziga. Così, nel tornare a dirvi grazie per quanto avete fatto per Loulou, vi domandiamo di continuare a portarci nel cuore e nella mente. Io ci credo veramente tanto alla forza della comunione spirituale che c’è tra i cristiani: la vostra vicinanza, le vostre invocazioni al Signore renderanno feconda la semina del germe della Parola in questa piccola porzione dell’immenso continente africano, non ne ho nessun dubbio! Un abbraccio veramente fraterno a tutti! don Maurizio Bolzon, con don Giuseppe Pettenuzzo

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Bolivia di Luigi Mazzilli Tramite l’ufficio per la Pastorale missionaria della nostra Diocesi, ho fatto un’esperienza di volontariato presso le suore della Provvidenza a S. Carlos in Bolivia: un piccolo paese di gente semplice a centotrenta chilometri da Santa Cruz, sulla strada Cochabamba-La Paz. Condivide la stessa esperienza Elena, una ragazza di Marano che si era rivolta all’Ufficio missionario diocesano per dare un mese di disponibilità da vivere in missione nel Centro del bambino denutrito di San Carlos. Quando sei sull’aereo che da Venezia porta a Milano pensi che in fondo decidere di dare la disponibilità all’Ufficio missionario, per un mese a fare un lavoro come elettricista, (che è quello che hai fatto per tutta la vita), hai la sensazione che tutto sia semplice e naturale, che questa sia la conseguente e logica risposta alla tua domanda. Dopo, a Milano in un aeroporto molto più grande, intercontinentale, una miriade di voli in partenza, cominci ad avere l’idea che qualcosa di più impegnativo sta per accadere. Però, passato il primo momento, accolto a bordo di un jet molto grande, trovato il posto, l’attenzione cala, ci si rilassa, l’ansia della preparazione e dell’attesa della partenza spariscono. Le dodici ore di volo che seguiranno diventeranno persino monotone, come l’attraversamento dell’oceano, mentre la foresta brasiliana ti colpisce subito per la sua vastità, ma poco dopo anch’essa è come l’oceano, con la differenza che invece dell’acqua c’è il verde degli alberi interrotto ogni tanto da una linea con molte amplissime curve di colore marrone chiaro se si tratta di un fiume o dritta e rossa se si tratta di una strada. Lo stupore ti prende quando cominci a sorvolare San Paolo del Brasile. Quello che vedi dall’oblò sono grattaceli da tutte le parti, fino all’orizzonte e questa vista continua. Tu ci passi sopra, ma ancora ce ne sono. Pensi: “ormai siamo arrivati”, l’aereo s’abbassa, ma i palazzi non finiscono. Guardi gli altri passeggeri, nessuno si muove, torni a sbirciare dall’oblò e vedi solo sempre e ancora case e strade. Cominci a capire che stai per arrivare in qualcosa di grande, di enorme. Finalmente si atterra, ma il viaggio non è concluso: qua dobbiamo aspettare quattordici ore per prendere il volo che ci porterà in Bolivia. Si fa la dogana, si devono trovare i nastri dei bagagli e, con il traffico che c’è e la difficoltà di farsi capire, diventa necessario riattivare l’attenzione. Niente di straordinario: fila tutto liscio. Usciamo dall’aeroporto e troviamo le suore della Divina Volontà di Bassano del Grappa che hanno una casa a San Paolo e sono venute a prenderci, per non lasciarci lì ad annoiare. Tutto bene, tutto liscio torniamo in aeroporto per rimbarcarci per la Bolivia.

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Ormai, carte d’imbarco, passaporto, bagagli, funziona tutto come se avessi sempre bazzicato per gli aeroporti, tutto secondo i consigli degli amici e dell’agenzia che ci ha venduto i biglietti. Aereo molto più piccolo, nella carlinga ci sono solo due file di poltroncine doppie. Ancora prima di partire si spegne tutto. “Forse c’è qualche problema?”, penso. Niente paura si sistemerà tutto in un attimo. Torna la luce; solita tiritera del comandante: descrive il volo che stiamo per iniziare e annuncia che arriveremo a destinazione in due ore e quarantacinque. Partenza perfetta, un po’ più scossa e rumorosa di quella fatta con il bestione precedente, ma è comprensibile: questo rispetto a quello è un apparecchietto, magari con qualche problemino…ops! Parlato con calma, lo spagnolo del comandante assomiglia al dialetto e non è poi così difficile da capire, anzi, direi quasi che si capisce. Infatti,dopo un po’: ”è il comandante che vi parla” e avvisa che stiamo per attraversare una zona dove il tempo è perturbato. Improvvisamente diventa tutto buio, fuori non si vede assolutamente nulla, l’aereo perde quota ad una velocità che ti fa venire in gola lo stomaco e pure l’intestino, le lamiere scricchiolano, nessuno dice nulla, guardo Elena, lei mi guarda e non apre bocca, sta zitta, sembriamo tutti paralizzati. Istintivamente prendo il santino che mi aveva dato don Francesco con la raccomandazione di portarlo sempre con me. Dopo un tempo apparentemente infinito, borbottando e facendo i rumori più strani i motori ci riportano a prendere quota, ma tutto trema, gli scricchiolii e gli scossoni sono continui. Nessuno apre bocca, ci si guarda in faccia, ma zitti, muti. Stiamo ancora salendo, quando si riprecipita in un nuovo vuoto d’aria. E’ un continuo salire e cadere, i rumori e gli scossoni non finiscono, anzi sono sempre diversi sia per suono che per intensità. La tortura dura un quarto d’ora, così si scopre che i quarti d’ora non sono tutti uguali, ci sono quelli normali e quelli che non finiscono mai. Il cielo si apre, rivediamo le ali dell’aereo, la foresta amazzonica sottostante e finalmente atterriamo a Santa Cruz. Solite pratiche doganali poi all’uscita troviamo la Toyota delle suore che serve da bus, ambulanza per l’ospedale e furgoncino per carico e scarico. Ben arrivati in Bolivia! A quel che dicono si tratta del paese più povero del continente e, a quel che si vede, non si stenta a credere. Per essere più precisi, si trova quasi tutto, basta pagare, ma se non hai i soldi non trovi nulla. Non c’è lavoro come lo intendiamo noi, la paga è molto bassa e spesso insufficiente a mantenere dignitosamente una famiglia. Tutto, anche quello che per i cittadini dei paesi industrializzati ha un costo infimo, per una parte dei boliviani ha un prezzo inaccessibile. Anche se la Bolivia è considerato un paese povero, con difficoltà, la volontà di crescita e di riscatto non manca. Il popolo italiano manda un po’ di aiuti, ma la cosa più bella sono i missionari a le suore.

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Qua a S. Carlos ci sono le suore della Provvidenza che svolgono la loro missione in parrocchia, in un piccolo ospedale, che funziona grazie anche alla loro presenza, ma in modo particolare nel Centro del bambino denutrito, dove sono molto impegnate a curare sfamare e riportare a sorridere bambini anche molto piccoli. Nella casa delle suore, specialmente a causa dell’umidità e dello scarso isolamento dei fili, l’impianto elettrico non regge, si verificano cortocircuiti e scariche frequenti per cui l’interruttore salta fino a lasciare tutto spento. Il problema diventa drammatico quando a rimanere completamente senza energia elettrica è proprio l’ospedale. La migliore soluzione per la casa delle suore è quella di fare un impianto elettrico nuovo. Questo è quello che sono venuto a fare. E’ notte e dopo un viaggio di trentotto ore, tredicimila chilometri, essermela quasi fatta sotto sull’aereo per lo spavento, non mi reggo più in piedi. Mi siedo sul letto, mi passo una mano sul viso e, non mi era mai successo, escono un paio di gocce di sangue dal naso. Mi preoccupo? No di certo: con quello che ho passato per arrivare fino a qua, non sono queste le cose che mi possono intimorire, ringrazio Dio di essere arrivato e sprofondo nel letto, ma non riesco a chiuder occhio. La cassetta di attrezzi portata dell’Italia e destinata a restare qui contiene l’indispensabile e così all’indomani andremo, con l’aiutante che mi ha assegnato la Superiora, a Santa Cruz a comprare il necessario. Trovare il cavo, il filo, gli interruttori e il resto del materiale non è semplice, ma con l’esperienza e l’aiuto dei Salesiani riesco a mettere insieme l’occorrente. Il tempo scorre veloce e alla fine mi resta solo da fissare l’antenna che è anche questa assai importante, perché il telefono e di conseguenza internet sono via aria, ma potrà finire il mio aiutante. Il mese è passato e il lavoro finito, salutiamo e ci avviamo all’aeroporto. Ho trascorso sì un mese di lavoro, ma soprattutto di condivisione con le suore, che con la loro instancabile dedizione verso il prossimo, specialmente verso i più deboli, svolgono la loro missione. Ringrazio il Signore di avermi fatto conoscere suore, padri salesiani, gente comune, persone meravigliose, che con il loro paziente lavoro si adoperano per la crescita umana, sociale e cristiana di uomini, donne e bambini che trovano in loro un punto di riferimento costante e sicuro. Attorno alla città, per preparare la terra alle nuove semine prima delle piogge, si bruciano le stoppie. Sono giorni che il fuoco brucia ininterrottamente e il fumo denso stagna nell’intera zona, facendo lacrimare gli occhi e seccare fastidiosamente la gola, un autentico supplizio. Documenti, carte d’imbarco, bagagli, tutto a posto, ci avviamo al chk-in e dopo all’imbarco, ma… l’aeroporto viene chiuso. Come? È troppo pericoloso decollare in queste condizioni, forse si potrà volare domani. Bloccati per fumo! Allora noi che facciamo? Aspettiamo?

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Torniamo dalle suore a San Carlos e sono più di 100 km, prendiamo un taxi almeno nella loro casa abbiamo un posto dove trascorrere la notte. L’indomani si ripercorre nuovamente la stessa strada: in aeroporto la situazione non è completamente risolta, ma l’imbarco si può effettuare. Arriviamo a San Paolo, questa volta con un buon volo. Tutto a posto? No: sull’aereo per l’Italia il nostro posto c’era ieri. Andiamo al banco dell’Alitalia, facciamo vedere il passaporto dal quale risulta che siamo rimasti a terra per volo cancellato così dopo le diverse verifiche, per fortuna, ci trovano gli ultimi due posti. Finalmente possiamo partire e, nelle solite dodici ore, s’arriva a Milano. Qui succede che la nostra prenotazione per il volo delle 10.30 era per ieri e non vale più, inoltre il volo per Venezia è completo e così, dopo il solito giro di spiegazioni, ci faranno partire alle 14.30. Alle tre e mezza di pomeriggio atterriamo a Venezia, ma abbiamo un bell’aspettare davanti ai nastri, le nostre valige non scendono, infatti, come scopriremo al banco dei bagagli smarriti, ci dicono che a Milano erano state caricate sul volo precedente, quello che noi pensavamo di prendere. Siamo alla soglia dello sconforto mentre ci conducono nel magazzino dei bagagli smarriti. Vedendoci sgomenti di fronte a tanti scaffali, in innumerevoli file, tentano di rincuorarci dicendo che se ci sono, possono essere solo li. Come infatti è. Finalmente con le nostre valige in mano usciamo dall’aeroporto e torniamo a casa. Bisogna proprio dire che si è trattato di una magnifica esperienza, che ha meritato di essere vissuta. A tutte le persone che ho incontrato e a quanti hanno voluto dimostrarmi affetto e solidarietà, un grazie di cuore.

Luigi

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continua dalla prima pagina

Negli anni sessanta, l’economia ed il progresso richiesero tecnici preparati e il rispetto di nuove regole, e la mia generazione frequentò le scuole tecniche e gradatamente subentrò il principio del “ massimo guadagno con la minima spesa” In poco tempo le regole e il linguaggio dell’economia hanno pervaso tutta la nostra società, e si è perso di vista l’obiettivo del diritto alla ”vita, a una vita vera e completa” per tutti. Così abbiamo assistito allo smantellamento, attraverso un assurdo, accanito e trafelato fare e disfare, anche con la complicità dei i mezzi di comunicazione, di tutto quello che si era con tanta fatica e sacrifici costruito. Ma la nostra Chiesa è ancora lì con le sue solide fondamenta a ricordare nel tempo il vero, unico ed eterno insegnamento. Con forza, il 9 settembre in occasione della celebrazione del centenario per la posa della prima pietra, il nostro Vescovo Cesare ha ricordato che la Chiesa è per sua natura missionaria e che l’annuncio del Vangelo deve essere sempre coltivato e fatto a tutti gli uomini in ogni parte della terra. A tutti e in ogni parte appunto. G.T.

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Diario Missionario n.29