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Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003 In caso di mancato recapito rinviare all’Ufficio Poste e Telecomunicazioni di Palermo C.M.P. detentore del conto per restituire al mittente che s’impegna a pagare la relativa tassa

Organo dell’Associazione Serra International Italia • Rivista trimestrale • n.132 Marzo 2014

Per sostenere le vocazioni sacerdotali

Pasqua,

il nuovo alfabeto dell’umano


Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003 In caso di mancato recapito rinviare all’Ufficio Poste e Telecomunicazioni di Palermo C.M.P. detentore del conto per restituire al mittente che s’impegna a pagare la relativa tassa

sommario editoriale

Organo dell’Associazione Serra International Italia • Rivista trimestrale • n.132 Marzo 2014

Per sostenere le vocazioni sacerdotali

® 3 La Pasqua riscrive l’alfabeto dell’umano di Francesco Ognibene

PERIODICO TRIMESTRALE N. 132 ASSOCIAZIONE SERRA INTERNATIONAL ITALIA

I trimestre - marzo 2014 (XXXVIII) Registrato presso il Tribunale di Palermo n. 1/2005 del 14 gennaio 2005 Iscrizione al Roc n. 21819 del 16/01/2012 Spedizione Abbonamento Postale Gr. IV Pubblicità inferiore 50%

Direttore responsabile Mimmo Muolo

vita della chiesa

® 4 La primavera di Francesco di Giuseppe Gabriele

® 6 Rileggiamo insieme la Evangelii Gaudium di Stefania Careddu

® 8 Nuovi Cardinali, come cambia la geografia di Francesco di Stefano Nassisi

® 10 Vita della Cei al tempo di Papa Francesco di Massimo Lanzidei

® 12 Quale predica vorreste? di Gabriella Ressa

Redazione Renato Vadalà Via Principe di Belmonte, 78 - 90139 Palermo E-mail: ilserrano@serraclubitalia.it Comitato di Direzione Antonio Ciacci, Presidente del CNIS Giampiero Camurati, V. Presidente del C.N.I.S. Giuliano Faralli, V. Presidente del C.N.I.S. Gino Cappellozza, V. Presidente del C.N.I.S. Renato Vadalà, V. Presidente del C.N.I.S. Trustee italiani di Serra International Redattori distrettuali (si veda il «Bellringers»)

le interviste

® 14 Anche in tivù il Papa parla un “linguaggio pasquale” di Mimmo Muolo

Hanno inoltre collaborato a questo numero:

vita del serra

® 16 Un Serra capace di leggere i segni dei tempi di Beartice Sentinelli

Cosimo Lasorsa Maria Silvestrini Antonio Serpico Stella Laudadio

Renato Rubino Laura Baldini Mariaester Semprini Giancarlo Callegaro

® 18 Famiglia aperta alle vocazioni di Maria Luisa Coppola

® 20 Ripresa delle vocazioni e contributo del Serra di Mons. Nico Dal Molin cultura

® 22 Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II Santi del nostro tempo di Augusto Intermine vocazioni

® 24 Pastori che profumano di popolo di Maria Silvestrini

® 26 Servire i malati anche a costo della vita: la vocazione camilliana

Norme essenziali per redattori e collaboratori 1. Inviare il materiale per la stampa entro e non oltre il 31 Maggio 2014. 2. Inviare i contributi all’e-mail sotto indicata. 3. Inviare foto molto chiare con soggetti inquadrati da vicino. I redattori distrettuali, i collaboratori ed i Vice Presidenti di Club responsabili delle comunicazioni sono pregati di attivarsi per l’inoltro di brevi cronache relative alle attività svolte dai Club e dai Distretti alla Segreteria di redazione E-mail: ilserrano@serraclubitalia.it

di Graziella Nicolosi

® 28 Intervista a Don Claudio Rosi

Gli articoli pubblicati esprimono il pensiero dei rispettivi autori e non rispecchiano necessariamente la linea editoriale della testata. La Direzione si riserva di pubblicare in tutto o in parte le foto, gli articoli e i servizi pervenuti, secondo le esigenze di spazio. Il materiale, anche se non pubblicato, non sarà restituito.

di Enzo Martinelli dai club e distretti

® 29 Notizie ed iniziative in dialogo

® 35 Lettere al Direttore In copertina: Lavanda dei piedi (Foto di Romano Siciliani)

Stampa Luxograph s.r.l. - Palermo tel. fax 091 546543 (e-mail: info@luxograph.it)


La Pasqua

editoriale

riscrive l’alfabeto dell’umano

di Francesco Ognibene

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i hanno abituati ormai a osservare i segnali della possibile e sospirata fine della recessione compulsando cifre e grafici dettati dal flusso imperscrutabile dell’economia, sottilmente instillando nella nostra coscienza – dati alla mano – che quanto conta davvero nel definire la vita debba essere quantificato, misurabile sulla bilancia del dare e avere. Si capisce che dopo cinque anni di crisi passati a sospirare davanti a spread e percentuali sia ancora più difficile per la gente comune – per noi che ci muoviamo in questo scenario esistenziale ridotto alla sua definizione numerica – cogliere un orizzonte oltre quello delle spietate cifre. L’alfabeto dell’umano è dunque ridotto a una successione di numeri, come il codice digitale nel quale è compressa oggi ogni forma di comunicazione tra individui? Lo schiacciamento della prospettiva rende insieme più necessario e più difficile veder germogliare la speranza, semplicemente perché finiamo per non cercarla nel posto giusto. E invece, eccola: esile, forse fugace, magari pure illusoria, ma c’è. Ed è per esempio non tanto nell’indice della fiducia degli imprenditori che risale, o nel Pil che mette uno stentato più al posto del disperante meno, ma nello spuntare – una qui, tre là, cinque laggiù – di nuove vocazioni al sacerdozio dove non se ne scorgevano da tempo. Intendiamoci: gli stessi addetti ai lavori – come ben sanno i lettori di questa bella rivista – avvertono che sono segnali da prendere con estrema prudenza, proprio per la loro episodicità. In gergo economico, la definiremmo una “ripresina”. Ma resta il fatto – ed è quello che oggi conta – che ci sono numeri sulla mappa della nostra umanità che danno motivo di respirare sentendosi non tanto fuori da un deficit vocazionale di lungo periodo quanto al cospetto di una certezza, bene raro in questi tempi nebbiosi: ed è la coscienza lieta che non siamo abbandonati, alla deriva in attesa che la tempesta passi, ma dentro un cammino sicuro, certamente difficile ma dove la tenacia del passo è confortata da incoraggiamenti che ci parlano, di quando in quando. Dentro il sepolcro vuoto del mattino di Pasqua, e di ogni nostra giornata nella quale sembra che Dio ci abbia lasciati alla mercé dei fatti, la fede nel Risorto ci spinge con dolce fermezza a non darci per vinti, a non restare disarmati e avviliti: perché è lì, in quel buio persino spaventoso, che arriva la Sua voce, è lì che il Signore ci chiama fuori, a “uscire”, come dice Papa Francesco, a riprendere di corsa la strada per raggiungerlo dove già ci precede. Siamo attesi, pensati, cercati, accolti, chiamati: è indispensabile scrollarsi di dosso paure e incertezze quando risuona una volta ancora nella nostra vita l’inaudito annuncio della risurrezione (e sempre imprevedibili angeli ce lo portano, come a Natale l’altrettanto impensata notizia del Dio fattosi uno di noi). La domanda che forse abbiamo smesso di ascoltare, dentro un cuore assordato da troppe ansie, è quella che Gesù rivolge al cieco di Gerico: “Cosa vuoi che ti faccia?”. Pare così facile, ma prima della preghiera urlata col cuore (“Che io veda!”) c’è il riconoscersi incapaci di tutto se non c’è Cristo che ci strappa alla nostra cecità. Senza la preghiera del mendicante, del lebbroso, del centurione, della vedova, del paralitico, senza questa umiltà bisognosa di una grazia priva di misura, che supera la nostra natura tutta piegata a far di conto, ecco, non resta che aprire la pagina della Borsa e sospirare davanti alle obbligazioni che rendono troppo poco. L’eterno investe sulla materia creata, la trasforma in felicità vera, risurrezione dal pantano che pareva avvinghiarci, coraggio nel dire un sì finalmente convinto a una vocazione umana e divina – quale che sia, ma sempre a servire – cucita sulla nostra misura. Un affare da centuplo subito, e il resto per sempre.


vita della chiesa

La primavera di Papa Francesco di Giuseppe Gabriele

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agenda di Papa Francesco è sempre piena di appuntamenti. Il Pontefice del resto (e lo ha detto lui stesso) ama stare tra la gente, al punto che ha scelto di risiedere a Casa Santa Marta, piuttosto che nel Palazzo Apostolico. Ma in questa primavera del 2014, tra i tanti impegni, ce ne sono alcuni che spiccano per la loro importanza non è esagerato dire “storica”. In ordine cronologico ricordiamo gli esercizi spirituali della Curia (dal 9 al 14 marzo) per la prima volta predicati da un parroco (don Angelo De Donatis) non nel Palazzo Apostolico, ma in un Istituto religioso, la Casa del Divin Maestro ad Albano, una struttura con 124 camere e cinque cappelle nella diocesi di monsignor Marcello Semeraro; la visita del presidente americano Barack Obama il 27 marzo; la beatificazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II il 27 aprile; e il viaggio in Terra Santa dal 24 al 26 maggio, nel corso del quale Francesco incontrerà il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I. Come si vede un programma intensissimo (al quale vanno aggiunte ovviamente le Celebrazioni della Settimana Santa e il Messaggio Urbi et Orbi del giorno di Pasqua) nel quale è possibile vedere l’impronta personale del Papa e la sua grande attenzione ai problemi del mondo. L’impronta personale, innanzitutto. La scelta di tenere gli esercizi spirituali fuori dal Vaticano dice insieme radicalità e profondità di questo momento. Non dimentichiamo che Papa Bergoglio è un gesuita e dunque uno che di esercizi spirituali se ne intende, dal momento che fu proprio il fondatore dei

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gesuiti, Sant’Ignazio di Loyola, inventare questa pratica oggi seguita da tutti i consacrati e anche da un numero crescente di laici. Con la sua decisione Francesco ha voluto sottrarre gli esercizi spirituali della Curia romana al rischio di un certo ritualismo,


vita della chiesa per farne invece un momento di approfondimento e di comunione davvero straordinario. L’incontro con Obama si inserisce invece nel filone di quella che potremmo definire la “politica estera” del Pontefice. Incontro ancor più significativo perché per la prima volta davanti al presidente Usa si troverà un Papa latino-americano con tutti i significati che questo fatto può avere. Gli echi che arrivano da Washington riferiscono di un inquilino della Casa Bianca sempre più ammirato della figura del Papa. E non si può certo sottacere che nello scorso mese di settembre, quando gli Stati Uniti si preparavano a un attacco alla Siria fu proprio l’offensiva di preghiera del Papa a far desistere da tale proposito. Nel faccia a faccia perciò troveranno sicuramente posto temi come la pace e l’economia, oltre ai rapporti bilaterali e alle questioni relative alla Chiesa cattolica statunitense, ferita negli anni scorsi dallo scandalo dei preti pedofili, ma molto attiva sul fronte sociale e dei diritti civili. La canonizzazione di due tra i Papi più amati dell’ultimo secolo e mezzo è un messaggio alla Chiesa e al mondo. Si dice spesso che per i Pontefici è più difficile diventare santi, immaginando (il più delle volte a sproposito) che l’esercizio del potere possa in qualche modo essere di ostacolo alla santità. Invece l’esempio di Roncalli e di Wojtyla ci dice non solo che i santi sono tra noi (data la contemporaneità di queste due figure), ma che non c’è ruolo o ministero o “mestiere” che possa impedire a un uomo o a una donna di accogliere la grazia di Dio e di esercitarla in massimo grado. Infine il viaggio in Terra Santa a maggio. Qui davvero l’aggettivo storico non è sprecato. Il Papa incontrerà il Patriarca di Costantinopoli a cinquant’anni dal famoso abbraccio tra Paolo VI e Atenagora, che fu l’avvio del disgelo tra Cattolici e Ortodossi. In mezzo secolo tante cose sono cambiate, l’ecumenismo ha fatto passi da gigante, ma molta strada resta ancora da fare. Il Papa e il Patriarca incontrandosi presso la tomba di Gesù vogliono dire che l’unità è possibile, anche se resta lontana. E soprattutto intendono ribadire che essa non sarà l’annessione di una Chiesa nei confronti dell’altra, ma il frutto dell’itinerario che tutte le Chiese debbono necessariamente fare per avvicinarsi sempre di più a Cristo, vera fonte dell’unità. Insomma la primavera di Papa Francesco sarà lunga e impegnativa. Ma siamo certi che non resterà senza frutti.

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vita della chiesa

Rileggiamo insieme la

Evangelii Gaudium di Stefania Careddu

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on è semplicemente il primo documento di Papa Francesco, né un testo scritto solo per raccogliere quanto emerso dal Sinodo sulla nuova evangelizzazione. L’esortazione apostolica Evangelii Gaudium – 288 paragrafi in 5 capitoli - è in sostanza un’agenda di priorità, una mappa che indica la rotta. E questo primo anno di Pontificato, con i suoi strappi al protocollo e l’insistenza su alcune tematiche forti, è la dimostrazione che in quel documento ci sono i cardini del pensiero di Bergoglio e della sua visione di Chiesa. Una Chiesa che deve essere “in stato permanente di missione”, meglio “incidentata” che “autoreferenziale”, gioiosa nell’annunciare Cristo e vicina agli ultimi. L’aveva confessato nella prima udienza pubblica, quella concessa agli operatori dei media appena tre giorni dopo l’elezione: “Vorrei una Chiesa povera per i poveri”. Lo ha ripetuto nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù che si celebra a livello diocesano il 13 aprile, in diverse omelie e in altri interventi. I poveri che nell’Evangelii Gaudium definisce “i destinatari privilegiati del Vangelo” sono il vero “chiodo fisso” di Papa Francesco. “Occorre affermare senza giri di parole – scrive nell’Esortazione apostolica - che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli”. Ecco perché, durante la Gmg dello scorso luglio, ha voluto recarsi tra gli abitanti della favela di Varginha, a Rio de Janeiro, in segno di vicinanza e di affetto. Parole e gesti che ha ripetuto in occasione della visita al Centro Astalli di Roma dove

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sono ospitati rifugiati e immigrati. Come era già successo a Lampedusa – meta del suo primo viaggio apostolico – ha ricordato il dovere dell’accoglienza e la necessità di aprire le porte a coloro che rappresentano “la carne di Cristo”. Non è un caso che Papa Francesco si sia recato alla parrocchia romana del Sacro Cuore, a pochi passi dalla Stazione Termini, dove si è intrattenuto lungamente con un nutrito gruppo di rifugiati, e neppure che il giorno del suo 77esimo compleanno tre clochard abbiano fatto colazione con lui nel refettorio della Domus Santa Marta. Sempre nella linea dell’opzione prefe-


renziale per i poveri va letta la scelta di imprimere una svolta all’incarico di elemosiniere pontificio: a monsignor Konrad Krajewski ha chiesto di occuparsi concretamente delle persone in difficoltà e dei bisognosi, stando loro vicino spiritualmente ma soprattutto economicamente, “andando a cercarli senza aspettare che siano loro a venire a bussare”. Per Papa Francesco, inoltre, la vicinanza agli ultimi non si esaurisce con la solidarietà, ma si traduce in appelli e richieste alle istituzioni. “Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema”, ha sottolineato nel documento il Pontefice per il quale “l’iniquità è la radice dei mali sociali”. La voce di Papa Francesco si alza spesso per chie-

dere di adottare modelli economici rispettosi della dignità umana e stili di vita più solidali: nel messaggio per la Campagna contro la fame nel mondo, lanciata dalla Caritas Internationalis, ad esempio, ha esortato a “diventare più consapevoli delle nostre scelte alimentari, che comportano lo spreco di cibo e un cattivo uso delle risorse a nostra disposizione” e a “smettere di pensare che le nostre azioni quotidiane non abbiano un impatto sulle vite di chi, vicino o lontano che sia, la fame la soffre sulla propria pelle”. “È indispensabile prestare attenzione per essere vicini a nuove forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente, anche se questo apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e immediati”, si legge nell’Evangelii Gaudium. In questi mesi, Bergoglio – con le parole e soprattutto con i gesti – si è fatto prossimo agli emarginati e a quanti vivono una condizione di fragilità, dando lui stesso l’esempio. L’attenzione alle persone, la misericordia e il coraggio “di non girarsi dall’altra parte” danno dunque la dimensione di una visione di Chiesa senza confini, capace di abbracciare il mondo e di sporcarsi le mani. Attenta ai problemi reali e aperta agli ultimi. Come testimoniano la decisione inedita di proporre 38 domande alla vigilia del Sinodo sulla famiglia alle quali parrocchie, diocesi e singoli fedeli possono rispondere e la rosa dei cardinali nominati nell’ultimo Concistoro, espressione di comunità ecclesiali geograficamente lontane, spesso dimenticate ma ricche di entusiasmo e di fede. Del resto, il sogno di Francesco è quello di una Chiesa che sappia “uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo”. Che riesca cioè a dialogare con tutti, credenti e non. L’intervista concessa a Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica e ateo dichiarato, ne è uno degli esempi più eclatanti.

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vita della chiesa

Nuovi Cardinali, come cambia la geografia di Francesco di Stefano Nassisi

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nali il Segretario di Stato Pietro Parolin; il Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, il tedesco Gherard Müller; il Prefetto della Congregazione del Clero Beniamino Stella; il Segretario generale del Sinodo dei vescovi Lorenzo Baldisseri (che da segretario del conclave il giorno dell’elezione di Papa Francesco aveva ricevuto dallo stesso Bergoglio lo zucchetto cardinalizio che l’arcivescovo di Buenos Aires non avrebbe più usato); l’arS. Em. Card. Beniamino Stella Prefetto Congregazione Clero

foto Pignata

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on la creazione dei nuovi cardinali, celebrata nel concistoro del 22 febbraio – il primo di Papa Francesco –, la geografia della Chiesa subisce un’autentica rivoluzione. Le scelte del Pontefice argentino – annunciate al termine dell’Angelus del 12 gennaio – premiano infatti il cosiddetto “sud del mondo”, ponendo al centro della scena quelle zone del nostro pianeta più lontane e dimenticate, considerate fino a oggi “periferia”. Dei nuovi porporati al di sotto degli ottanta anni (quindi con diritto di voto in un eventuale conclave) la maggioranza assoluta (9 su 16) proviene dall’America Latina, dall’Asia e dall’Africa. Per le Chiese latino americane sono diventati cardinali Mario Poli, successore di Bergoglio alla guida della diocesi di Buenos Aires; l’arcivescovo di Santiago del Cile Riccardo Ezzati; l’arcivescovo di Rio de Janeiro Joao Orani Tempesta; l’arcivescovo di Managua (Nicaragua), Leopoldo José Brenes Solórzano. Insieme a loro, a sorpresa, Francesco ha voluto creare anche il primo cardinale di Haiti, il presidente della Conferenza episcopale, Chibly Langlois, dimostrando grande attenzione per questo Paese messo in ginocchio dal terremoto e dalla povertà. Nel continente asiatico indosseranno la porpora l’arcivescovo di Seoul (Corea), Andrew Yeom Soojung e il filippino di Mindanao Orlando Beltran Qevedo della diocesi di Cotabato. Per l’Africa entrano a far parte del collegio cardinalizio l’arcivescovo di Ouagadougu (Burkina Fasu), Philippe Ouèdraogo e l’arcivescovo di Abidjan (Costa d’Avorio), Jean Pierre Kutwa. Nel Nord America indosserà la berretta il canadese Gèrald Cyprien Lacroix, arcivescovo di Quebec. Infine nel vecchio continente diventeranno cardi-


vita della chiesa S. Em. Card. Pietro Parolin

foto Pignata

civescovo di Westminster, l’inglese Vincent Nichols e l’arcivescovo di Perugia, Gualtiero Bassetti. Quest’ultima nomina, oltre a essere del tutto inaspettata (Perugia non aveva cardinali dai tempi dello Stato Pontificio), è particolarmente significativa. Rappresenta, infatti, un vero e proprio attestato di stima verso Bassetti, che Francesco aveva già valorizzato a fine 2013 nominandolo membro della Congregazione dei vescovi. Ma rappresenta anche un riconoscimento alla stessa Cei, poiché non bisogna dimenticare che i vicepresidenti vengono eletti dall’assemblea. Francesco, ha dunque valorizzato un arcivescovo scelto dalla base. Inoltre Papa Francesco, che ha superato di una unità il tetto di 120 cardinali elettori fissato da Paolo VI (ma presto uno degli attuali elettori varcherà la fatidica soglia), ha deciso di non interrompere la tradizione avviata dai suoi predecessori di creare dei porporati ultraottantenni. La scelta è ricaduta su tre arcivescovi emeriti: l’ex segretario di Giovanni XXIII, l’arcivescovo Loris Capovilla, già molte volte in passato sul punto di indossare la berretta; Fernando Sebastiàn Aguilar, arcivescovo emerito di Pamplona e Kelvin Edward Felix, arcivescovo emerito di Castries nelle Antille. Le scelte operate da Papa Bergoglio, dunque, sot-

tolineano la sua priorità: mettere sotto gli occhi della comunità internazionale, affinché se ne occupi, le situazioni più difficili e disperate. Per Francesco occorre favorire oggi più che mai una vera e propria cultura dell’incontro, con coloro che sentiamo lontani e per questo diversi. E tanto più li avvertiamo distanti , tanto più grande deve essere la nostra voglia di incamminarci. E per questo è necessario in primo luogo conoscere senza distrazioni. Soltanto vestendoci della vita dell’”altro” saremo in grado di abbattere le disuguaglianze e di creare, invece, quell’osmosi che è premessa per una autentica fratellanza tra gli uomini e tra i popoli.

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vita della chiesa

Vita della Cei al tempo di Papa Francesco di Massimo Lanzidei

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omincia a delinearsi il volto della Cei, in seguito ai cambiamenti avviati per rispondere alle richieste di Papa Francesco. Come si ricorderà, il Pontefice aveva sollecitato i vescovi italiani a riflettere sulle modalità di scelta della presidenza della Conferenza episcopale italiana, sul ruolo delle Conferenze episcopali regionali e sul numero delle diocesi. Nel Consiglio permanente di gennaio è stata presa in esame la prima delle tre richieste e nel comunicato finale dei lavori si dà un ampio resoconto di quello che emerso dopo il giro di consultazione nelle singole conferenze episcopali regionali e dopo l’ulteriore approfondimento da parte del Consiglio. Ne è emerso che l’attuale statuto della Cei tutto sommato tiene. Dunque, i cambiamenti saranno tutto sommato contenuti e riguarderanno le procedure di scelta del presidente. Ecco che cosa dice al riguardo il Comunicato finale dei lavori del Consiglio permanente di Gennaio. Le Conferenze Regionali ribadiscono l’importanza che sia salvaguardato il peculiare rapporto tra la Chiesa che è in Italia e il Santo Padre. In questa luce, si ritiene che la nomina del Presidente della CEI debba continuare ad essere riservata al Papa, sulla base di un elenco di nomi, frutto di una consultazione di tutto l’episcopato. Sulla modalità concreta attraverso la quale salva-

foto Pignata

S. Em. Card. Gualtiero Bassetti Vice Presidente CEI

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vita della chiesa

guardare il coinvolgimento di tutti i Vescovi e nel contempo conservare al Santo Padre la libertà di nomina, il Consiglio Permanente indica due possibili percorsi. Il primo prevedrebbe una consultazione riservata di tutti i singoli Vescovi. Il secondo aggiungerebbe a tale procedura un ulteriore passaggio – altrettanto riservato nelle procedure e nei risultati – nel quale l’Assemblea Generale verrebbe chiamata a esprimere la propria preferenza su una quindicina di nomi, corrispondenti ai candidati maggiormente segnalati. Circa la nomina dei tre Vice Presidenti, le Conferenze Regionali concordano sul fatto di non cambiare l’attuale procedura, che ne prevede l’elezione da parte dell’Assemblea Generale fra i Vescovi diocesani (cfr. Statuto, art. 15, par.f). Infine, per quanto riguarda la figura del Segretario Generale, la maggioranza chiede che sia un Vescovo e che – come avviene per il Presidente – sia nominato dal Papa su una rosa di nomi, “proposta dalla Presidenza, sentito il Consiglio Episcopale Permanente” (Statuto, art. 30, par.1). I Pastori hanno sottolineato che tale forma, prevista dallo Statuto, appare come un buon punto di equilibrio che tutela rispettivamente la libertà del Santo Padre, il rapporto particolare del Presidente con il Segretario Generale e le istanze di partecipazione del Consiglio Permanente.

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La scelta della modalità concreta attraverso la quale giungere alla formulazione dell’elenco di nomi da presentare al Santo Padre verrà sottoposta alla deliberazione dell’Assemblea Generale. In sostanza, ciò che cambierà sarà il fatto che il Papa nominerà come presidente un cardinale (o un arcivescovo) che possa contare non solo sulla sua fiducia, ma anche sull’appoggio e la stima dei confratelli. E questa era appunto la richiesta principale di Francesco. Fare in modo che la guida della Cei esprima la comunione dei vescovi italiani con il Papa, ma anche quella piena collegialità che è una delle priorità di questo Pontificato. Il Pontefice ha dato in questo senso un segnale proprio elevando l’attuale vicepresidente della Cei, Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, alla dignità cardinalizia. Questa decisione del Papa, vista da alcuni come un segnale di sfiducia verso l’attuale vertice della Conferenza episcopale italiana, è invece un’indicazione metodologica molto importante. Poiché i vicepresidenti della Cei vengono eletti dall’assemblea dei vescovi, Francesco, creando cardinale un vicepresidente, ha detto in pratica: “Io riconosco grande dignità alle vostre scelte e le terrò sempre in grande considerazione”. Su questa strada dunque si sta incamminando la nuova Cei di Papa Bergoglio. E la stagione appena inaugurata promette di dare molti futti.

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vita della chiesa

ProgettOmelia

Quale predica vorreste? di Gabriella Ressa

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inque Diocesi italiane stanno sperimentando il ProgettOmelia, nato dalla collaborazione tra gli Uffici Liturgico, Catechistico e delle Comunicazioni Sociali Nazionali. Avviato a Cagliari, Siracusa, Taranto, Torino, Vicenza, e con un primo incontro di formazione generale, il progetto vuole verificare e migliorare il servizio omiletico, intervenendo non sul fondamento teologico dell’omelia, o sulla profondità dei contenuti, o della spiritualità dell’omileta, ma sui livelli della motivazione – attraverso l’analisi dei punti di forza e dei punti deboli dell’omelia, e delle competenze – analizzando la struttura ed il linguaggio comunicativi. Ad esso hanno aderito in primis i vescovi, consapevoli dell’importanza che questo progetto potrebbe avere in un’ottica di comunicazioni uniformate. Si tratta di una esperienza a cui i cinque gruppi stanno partecipando con profondo interesse, mettendo le proprie competenze a disposizione del progetto. In ogni Diocesi 10 persone (5 presbiteri o diaconi permanenti e 4 osservatori ed un responsabile) si sono incontrate ogni quindici giorni per quattro volte. Un quinto incontro si è svolto dopo un mese. Persone con profili ed esperienze diversi, in grado di

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offrire contributi specifici e arricchenti. Una persona che guarda ai contenuti, un’altra che è attenta alla dimensione relazionale della comunicazione, un’altra che guarda la dimensione ecclesiale e l’ultima esperta nel public speaking intervengono, nel corso dei cinque incontri, secondo l’analisi SWOT, acronimo di: strenghts = punti di forza, weaknesses = punti di debolezza, oppurtunities = opportunità, threats = rischi. Al termine degli incontri, che si basano sulla trattazione di cinque diversi argomenti: la presentazione del metodo – l’omelia e la sua struttura, l’organizzazione del tempo e l’obiettivo comunicativo, l’organizzazione dei contenuti – inizio, corpo e fine, i tre linguaggi – parole, voce, comunicazione non verbale, verifica del percorso – che cosa ho scoperto (punti forti, punti deboli) e che cosa è cambiato? le cinque Diocesi analizzeranno e racconteranno il percorso svolto, evidenziando gli aspetti positivi e suggerendo modifiche al progetto. L’ultimo momento di questo iter sperimentale è previsto a Roma, nel mese di maggio. Il clima che caratterizza il ProgettOmelia è fortemente positivo, e mira a realizzare un processo di crescita, sia del singolo che del gruppo,

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vita della chiesa basato sull’incremento della stima di sé, in vista del raggiungimento di risultati sempre migliori rispetto alle proprie attese circa l’omelia dal punto di vista comunicativo. Fautore di questa sinergia tra i diversi componenti del gruppo è il coordinatore, che, grazie alla sua esperienza di formazione e di coordinamento, crea sinergie, alleggerisce tensioni, sviluppa relazioni amicali. La necessità di guardare alla forma dell’omelia viene dall’intenzione della Chiesa di adeguare il linguaggio ai tempi che cambiano, per essere in completa sintonia con l’assemblea liturgica. “Con la velocità delle comunicazioni e la selezione dei contenuti operata dai media, il messaggio che annunciamo – afferma l’esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii Gaudium – corre più che mai il rischio di apparire mutilato….. l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa”. Insomma un modo nuovo di comunicare il Vangelo, che tiene conto dei linguaggi comunicativi: il presbitero oggi guarda con attenzione non solo a quello che vuole dire, ma anche a come lo dice, ed è pronto ad affrontare quei fattori esogeni che potrebbero distrarlo dal suo discorso. Non solo la grazia del Signore, ma anche la formazione, per poter adeguare l’omelia al contesto, rendendola sempre attuale e radicata nel quotidiano del cristiano.

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le interviste

Parla Mons. Dario Viganò

direttore del Centro Tele

Anche in tivù il Papa parla un “linguaggio pasquale”

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ocazione significa far posto a Dio perché possa parlare attraverso di noi. Persino nonostante i nostri limiti. Questo sono chiamati a fare i sacerdoti. E questo è ciò che insegna ogni giorno Papa Francesco con le sue parole e i suoi gesti. Parola di monsignor Dario Edoardo Viganò, 52 anni il prossimo 27 giugno, esperto di cinema e di tivù e dall’anno scorso Direttore del Centro Televisivo Vaticano (Ctv). In questa veste, tra l’altro, ha documentato in maniera innovativa la fine del Pontificato di Benedetto XVI, il conclave e l’elezione di Bergoglio. Restano, ad esempio, negli occhi di tutti le immagini del trasferimento in elicottero di Papa Ratzinger dal Vaticano a Castel Gandolfo il pomeriggio del 28 febbraio 2013. E la ripresa in campo e controcampo del primo contatto tra Francesco e i fedeli, il 13 marzo. In questa intervista a “il serrano”, monsignor Viganò racconta la sua esperienza alla guida della tivù del Papa. Come si racconta Francesco in televisione? Direi che si racconta quasi da solo. Anche perché abbiamo

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fatto tesoro dell’insegnamento di Benedetto XVI secondo cui la Chiesa non si racconta in base a criteri storici o sociologici, ma a partire dalla spiritualità. Lo abbiamo fatto sia al momento della rinuncia di Benedetto, sia all’apertura del conclave, con inquadrature particolari e uso di mezzi tecnologici, per far capire che nella Chiesa il protagonista è lo Spirito Santo. E anche al momento del primo affaccio dopo l’elezione, l’uso del grandangolo e del controcampo voleva esprimere l’abbraccio tra il Pastore e i fedeli, quindi vicinanza, condivisione e partecipazione. Papa Francesco poi si è presentato con il suo stile che potremmo definire “conversazionale”, per cui, per raccontarlo in tv, bisogna sottoporre lo strumento a questo suo particolare stile, cogliendo i gesti tipici del Papa come baci, abbracci, carezze. E dunque nella regia alterniamo sempre i campi totali a inquadrature ravvicinate dove inseriamo spesso dei piccoli dettagli: il modo in cui il Papa tiene la mano di un disabile oppure lo slancio con cui un bambino gli salta al collo. Gesti di una normalità che diventa assolutamente straordinaria.

È più facile o più difficile raccontare televisivamente Francesco rispetto ai suoi predecessori? Ha ragione il cardinale JeanLuois Tauran quando dice che la gente <veniva a Roma per vedere Giovanni Paolo II, per ascoltare Benedetto XVI e adesso viene per incontrare Papa Francesco>. Papa Wojtyla era certamente un frontman che conosceva molto bene la necessità di essere arguti rispetto all’uso dei mezzi anche perché veniva da un’esperienza (quella polacca sottoposta al comunismo) in cui ci voleva molta caparbietà per annunciare il Vangelo. Inoltre, quando fu eletto era nel pieno vigore della sua fisicità e divenne ben presto protagonista e padrone degli schermi. Benedetto XVI al contrario è uomo molto schivo, dedito per molti anni


le interviste visivo Vaticano allo studio e per tutta la vita abituato al silenzio e alla riflessione. Eppure egli si è dimostrato così forte nella gestione di uno dei problemi più gravi degli ultimi tempi: lo scandalo dei preti pedofili. E ha voluto incontrare le vittime e compiuto gesti memorabili che forse i media non hanno colto pienamente. Alla fine, però, paradossalmente ha riconquistato il cuore di molti con il gesto coraggioso delle dimissioni. Un gesto che nasce da un grande amore per la Chiesa e da un grande coraggio possibile, solo a una persona che vive con grande umiltà il rapporto con Dio e che è capace di farsi da parte perché Dio possa dire qualcosa alla Chiesa. Da quel momento anche l’atteggiamento dei media è cambiato e c’è stata una lettura ex post di tutto il suo magistero. Ricordo che all’arrivo a Castel Gandolfo, la sera del 28 febbraio 2013, abbiamo inquadrato tante persone che piangevano. Ed era come se dicessero: “Piangiamo per non averti capito subito”. E Francesco? Papa Francesco è profondamente diverso. La sua grande levatura intellettuale gli consente di usare un linguaggio molto

di Mimmo Muolo

semplice. Ma il Papa lo fa perché ha la chiara percezione che per un credente anche il linguaggio non può che essere pasquale. Cioè è un linguaggio che non può mai dimenticare l’esperienza della morte e della risurrezione e dunque va all’essenziale dell’esperienza del credere. Questo stile indica anche una prospettiva antropologica. In pratica non possiamo pensare l’uomo senza pensare che la carne dell’uomo è stata assunta da Dio. In altri termini non si può pensare a un uomo che non abbia nella sua carne il segno di Dio. A volte l’avrà obnubilato o ostacolato con il peccato ma quel segno è irrevocabile. E questo il Papa ce lo ricorda anche con gesti controcorrente. Ma non è una strategia di marketing per il rilancio della Chiesa. Egli usa un linguaggio semplice, cioè pasquale, è dunque essenziale e gioioso. E dal punto di vista delle vocazioni che cosa ci insegna il Papa? Papa Francesco ci ricorda che ciascuno di noi è un chiamato. Per esempio, quando dice:

“Andate a cercare il giorno del vostro battesimo”. Certo, poi la vocazione ha tante strade. Matrimonio, vita consacrata, sacerdozio. Parlando in particolare del sacerdozio, il Papa sottolinea che il prete è colui che vive una confidenza con il Signore non perché già santo, anzi proprio perché non lo è. Egli è consapevole della sua limitatezza, dei suoi peccati ma insieme è consapevole che permette a Dio di agire attraverso i suoi limiti. Dunque in Papa Francesco c’è l’invito a tutti i sacerdoti a farsi compagni di viaggio perché Dio possa essere anche il Dio della storia. Da questo punto di vista è anche chiaro che tutto ciò è possibile quando i preti vivono una relazione personale, prolungata, intima con il Signore Gesù nella preghiera. Non è possibile che questo avvenga per qualche sorta di miracolo. E non è possibile che ciò avvenga per una sorta di progetto o di convegno. Lo stile di Papa Francesco ci fa capire che se i nostri progetti non sono trapassati dallo Spirito di Dio possono persino rivelarsi contro Dio. Cosa possono fare i Serrani? C’è bisogno di grande sostegno. Sostegno di vicinanza, perché le situazioni dei preti sono molto diverse. Stare vicino con l’amicizia, con gli affetti buoni e con la preghiera. E impegnarsi a diffondere questa mentalità e questa sensibilità in tutta la Chiesa.

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vita del serra

Verso il Congresso di Bologna Il presidente Ciacci:

Un Serra capace di leggere i segni dei tempi di Beatrice Sentinelli

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a fede come nuovo modello per un’economia più giusta, un’economia che valorizzi l’uomo nella sua totalità. Una sfida per fare in modo che la ricchezza e lo sviluppo siano il mezzo e non il fine ultimo della società è oggi più che mai attuale. Ce lo ricorda Papa Francesco, quando sostiene che il denaro «è un bene solo se è utile agli altri». Ecco che così il legame tra uomo, economia e fede diventa il cuore pulsante del dibattito del XIV° congresso nazionale del Serra Club Italia, previsto a Bologna dal 30 maggio al 1 giugno. Una tre giorni sul tema “La bellezza della fede nel mondo governato dall’economia: una vocazione per la vera crescita”, che servirà a fare il punto sullo stato del Serra e sulle nuove esigenze che la modernità chiede di affrontare. Quel che tenteremo di fare, spiega il presidente nazionale Antonio Ciacci, è «mettere in evidenza che la dittatura dell’economia ha un grande limite perché non comprende l’animo umano, l’uomo nella sua totalità, ma è una parte dell’attività umana». Per questo il compito del Serra è anche «incentivare in maniera laica le vocazioni e far capire che occorre la fede per far superare le difficoltà che ogni giorno affrontiamo. Le nostre riflessioni – aggiunge l’avvocato Ciacci – sono il modo per avere una visione diversa, dare un segnale di speranza e di prospettiva che manca». Nei tre giorni di congresso all’hotel Savoia Regency, perciò, si sussegui-

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vita del serra ranno momenti di riflessione a tutto tondo, che spazieranno dalla prolusione del cardinale Josè Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione per le cause dei Santi e consulente episcopale di Serra Italia, alla relazione dell’economista Stefano Zamagni, consultore della commissione vaticana Giustizia e Pace. Ma a Bologna si ascolterà anche il pensiero di altri illustri ospiti come monsignor Domenico Dal Molin, direttore dell’ufficio nazionale Cei per la Pastorale vocazionale, il sociologo Enrico Cheli, docente dell’università di Siena, e padre Giuseppe Barzagli, professore nella facoltà di Teologia dell’Emilia Romagna. Quale è l’opportunità futura per il Serra? È la domanda che si pone il presidente Ciacci alla vigilia del congresso. Innanzitutto «riscoprire la finalità del Serra, che è quella d’incentivare in maniera laica la cultura delle vocazioni esterna alle strutture ecclesiastiche, ma in armonia con loro, sostenendo chi sceglie questa strada». Ma un cambio di passo è necessario, dice, «visto che la società sulla quale è prosperato è fortemente cambiata. Prima di tutto per noi stessi, perché dobbiamo estenderci e ringiovanirci, non tanto e non solo in età quanto in modalità operative e prospettive. Dobbiamo essere in grado d’incidere meglio nel mondo, essere in grado di utilizzare gli strumenti tecnologici, come la rete». Dall’altro lato comunque oggi, in un momento in cui specialmente in Europa le vocazioni sacerdotali sono in diminuzione numerica, aggiunge, «la sfida è doppia, perché la nostra finalità diventa ancora più urgente e necessaria rispetto a questa carenza». Nella società, invece, la crisi economica sta facendo riscoprire le radici proprie dell’essere cristiano e la bellezza della fede. Un ritorno al senso profondo della vita «certamente dovuto alla figura carismatica e fortemente comunicativa di Papa Francesco – dice ancora Antonio Ciacci – Il presentare la fede come qualcosa di bello, di positivo, di conforme alla ragionevolezza, come aveva detto anche Benedetto XVI, evidentemente ha riproposto il messaggio cristiano all’attenzione di tutti, in un momento in cui si è provati dalla precarietà del governo, dalle fibrillazioni dell’economia, dall’impostazione sociale basata sull’imperante consumismo». Ma accanto al tornare a ciò che conta di più, la società ha bisogno anche di vocazioni. Il sacerdote, ricorda il presidente nazionale, «deve essere, soprattutto adesso, in grado di ascoltare i giovani e le persone in difficoltà per poi poterli aiutare. Il sacerdote è una risorsa che ripropone un circuito virtuoso ed è ricchezza per tutti». Come applicare però tutto questo in un mondo governato dall’economia? Il dibattito di Bologna, infatti, partirà proprio dal pensiero cristiano e dal magistero della Chiesa sui temi economici per scendere in profondità. L’economia è straordinariamente importante, conclude Ciacci, «il fatto che si sviluppi il benessere fa parte della natura umana, bisogna però trovare gli strumenti perché si comprenda che l’economia non è il valore ultimo, ma è un mezzo per arrivare al valore ultimo. In più, perché non sia come una logica che prevede la vita di alcuni e la morte di altri, ma un meccanismo per crescere tutti insieme». Che non significa tutti uguali, precisa alla fine, «perché ovviamente capacità e merito sono importanti, ma è bene che tutti abbiamo le stesse possibilità, possibilità che vengono oggi mantenute nelle mani pochi». È la riscoperta dell’etica economica, cioè, che è funzionale al corretto andamento dell’economia. Il congresso di fine maggio comunque, che segnerà la conclusione del mandato del presidente Ciacci, sarà anche un momento per l’avvocato toscano per fare il punto del lavoro svolto in questi anni. «Mi sono sforzato di restituire al Serra i caratteri originari che ne hanno determinato la nascita – ammette facendo un bilancio - cioè essere un movimento laico che propone un sistema che sostenga le vocazioni con approccio nuovo». Inoltre, si è tentato di «incidere su tematiche rispetto alle quali i nostri soci hanno particolare sensibilità, come l’economia, l’etica economica e il corretto sviluppo», Con la speranza, conclude, di «poter affrontare sempre più spesso queste tematiche anche in futuro>. Avv. Antonio Ciacci, Presidente CNIS

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vita del serra

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aro Direttore, mi consenta di condividere il mio sconcerto nel leggere affermazioni deleterie e scarsamente argomentate sulla dequalificazione del valore della famiglia. La prima cellula vivente della società, in ogni angolazione la si voglia decifrare, è attaccata da falsi modernisti che credono superata “la famiglia di Nazareth”, e si ergono a maestri di tolleranti scelte di condivisioni affettive. Mi riferisco all’iniziativa del comune di Venezia che fa circolare nelle scuole fumetti sull’omosessualità e alle farneticanti espressioni dell’ex ministro Carrozza che ha definito la famiglia obsoleta ridicolizzando i ruoli genitoriali. Un attacco senza precedenti alla famiglia cristiana, all’amore coniugale generativo, all’indissolubilità del matrimonio religioso. Il tutto nel silenzio dei parlamentari cattolici. Non sarebbe il caso che i cattolici praticanti facessero seriamente argine a questa deriva? Lucia Demattè

Le sue notazioni, cara Lettrice, contengono già una risposta. Certo, tutti dobbiamo essere impegnati a fare argine a queste pericolosissime derive. Ma ancor di più dobbiamo sforzarci di rendere le nostre famiglie luoghi di amore e di santità. I giovani saranno invogliati a metter su famiglia se avranno respirato nella loro famiglia la felicità di amare ed essere amati. Per questo ritengo che l’articolo di Maria Luisa Coppola, che pubblichiamo in questa stessa pagina, completi bene il discorso

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Famiglia aperta alle vocazioni di Maria Luisa Coppola

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ontrocorrente nella giungla dei sentimenti e dei luoghi comuni, nell’affermare i valori non negoziabili della vita. Noi cattolici sembriamo smarriti di fronte al nuovo umanesimo che ingloba ed acquisisce ogni stile di vita, cancellando dal vocabolario (e non solo!) la parola pudore : se un tempo si diceva che in pubblico alcune frasi non andavano pronunciate, alcuni gesti trattenuti, oggi invece si mette in bella mostra ogni sconvenienza. Allo stesso modo non ci lasciamo sconvolgere più


vita del serra di tanto dalle situazioni familiari irregolari, dalle convivenze, dai tradimenti di coppia o dalle truffe nel mondo del lavoro, una morale doppia in cui il credo religioso è un fatto privato, un dialogo esclusivo con Dio ma non una pratica sociale. Il dio danaro ammalia- pecunia non olet- ed in tutti gli ambienti si cerca affannosamente il potere, l’affermazione personale con tutti i privilegi derivati. Si grida allo scandalo solo se un prete o una suora deviano ed abbandonano il loro status. Perciò noi “cattolici all’acqua di rose”, come sostiene Papa Francesco, abbiamo reso il nostro cuore “un mercato rionale”, c’è di tutto ed il contrario di tutto e quel che va bene per me non si tocca! Nel grande mercato della quotidianità, in cui c’è tempo per tutto tranne che per far festa la Domenica nella casa di Dio, accadono sovente le meraviglie del Signore, nel deserto dei cuori qualcuno si dispone al servizio del giardino di Dio scegliendo controcorrente di risalire alla fonte. Cari ragazzi e ragazze, diplomati e laureati, spesso in contrasto familiare, gettano alle ortiche gli orpelli della vita effimera e spogli delle vesti ma ricchi nel cuore compiono il cammino vocazionale, diventando faro nel buio, sale della vita. Fa rumore un albero che cade, il colpo di vento sulla casa, il lamento di chi si piange addosso e non ha la sensibilità di vedere indietro chi affanna veramente; non fa notizia il bene, la generosità di tanti ministri di Dio che in silenzio assolvono il ministero ed anche a rischio della vita, annunciano il Vangelo in terre difficili. Dalle mie parti, è terra di missione la difesa dell’ambiente e della legalità, in cui sono impegnati tanti giovani sacerdoti quotidianamente, spesso alla ribalta della cronaca, per aver smosso l’azione del Parlamento sull’emergenza sanitaria ed aver chiesto l’attenzione del Presidente della Repubblica al riguardo delle morti di tanti bam-

bini per malattie tumorali. Nelle chiese gremite di madri dolenti, i parroci sono diventati “spalla su cui piangere”, le parrocchie presidio di generosità, il luogo della condivisione e della fraternità. Pertanto, ai giovani in cammino vocazionale non manchino l’affetto e la premura, che non si sentano don Chisciotte né velleitari tedofori, ma unicamente prescelti dal Signore in un’avventura speciale. Nella settimana di formazione tenutasi presso l’Università di Santa Croce a Roma rivolta ai Rettori dei Seminari di tutto il mondo, l’arcivescovo Jorge Carlos Patrón Wong, segretario per i Seminari della Congregazione per il Clero, nel corso del suo intervento ha evidenziato l’interesse che da sempre il magistero ecclesiale riserva alla formazione sacerdotale. Si è tracciato l’identikit del sacerdote novello, cui non devono mancare l’istruzione, lo stile, la capacità relazionale e multiformi interessi culturali. Nella sua relazione S.E. il Vescovo di Ferrara, mons. Negri ha affermato che: “formazione umana significa riabituare l’uomo a un incontro obiettivo e spassionato con la propria umanità”, tanto che “uomo è desiderio di verità di bene, di bellezza e di giustizia”. Un’autentica formazione implica, quindi, “il riaprirsi del fascino dell‘uso adeguato della ragione come tensione della conoscenza della verità in tutti i suoi aspetti” e “la riscoperta della dimensione etica fondamentale come dimensione di autentica responsabilità”. In questo contesto, a partire dal 20 febbraio 2014 e fino al 15 gennaio 2015, il Centro di Formazione sacerdotale avvierà anche un apposito master, che prevede due ore settimanali di lezioni per un totale di 44 ore articolate in due semestri, rivolto a sacerdoti, prevalentemente studenti a Roma, che sono inviati dai rispettivi Vescovi per prepararsi al compito di formatori nei seminari. La delicatezza dell’azione serrana non può tralasciare la conoscenza di quanta attenzione vi sia da parte di Papa Francesco sulla formazione dei futuri presbiteri e sul ruolo cruciale del Rettore del Seminario al quale in primis vengono chieste le virtù sacerdotali e la capacità di adeguare il dialogo educativo alle nuove esigenze della società. Il grande lavoro, le preoccupazioni educative della pastorale vocazionale generativa sono scarsamente conosciuti nei vari ambienti sociali: di questo tramite si fanno carico gli amici dei Serra clubs, nel raccontare e testimoniare la Bellezza della vocazione e nello sperimentare che la grazia di Dio interviene inaspettatamente a squarciare il velo delle tenebre. Ci conforta Caravaggio che, nella meravigliosa tela custodita nella chiesa di S.Luigi dei Francesi in piazza Navona a Roma , ha figurato con grande intensità la Bellezza della chiamata di Matteo che è diventata arte sublime!

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vita del serra

Ripresa delle vocazioni e contributo del Serra di Nico Dal Molin

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l tema vocazionale proposto alla riflessione di tutta la Chiesa, in occasione della 51° Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, prende lo spunto dalla enciclica di Benedetto XVI “Caritas in Veritate” n. 9: Vocazioni testimonianza della Verità. Esso è stato ritradotto in uno slogan che segna il cammino della Chiesa Italiana:

Apriti alla Verità, porterai la Vita Proprio questo slogan è stato il “fil rouge” di riflessione e di approfondimento del Convegno Vocazionale Nazionale, che si è svolto a Roma dal 3 al 5 gennaio 2014, e che ha visto presente una numerosa rappresentanza degli amici serrani. Che cosa significa oggi “essere persone vere”? Che cosa ci richiede l’apertura e la testimonianza della Verità in un mondo dove, talvolta, l’ipocrisia, il “double face” e la mistificazione della realtà divengono stili di vita diffusi e contagiosi? Cercare la Verità Ciò significa, innanzitutto, la ricerca della Verità di se stessi, della vita, del senso e del perché noi facciamo qualcosa piuttosto che qualcos’altro. È la ricerca di una verità profonda e limpida nelle relazioni, che ci porta alla bellezza della intimità dello stare insieme. È il gusto di sentirci in contatto profondo con il nucleo profondo della natura e del creato, degli altri, di noi stessi. È la straordinaria esperienza di sentire che possiamo toccare con mano la verità della Tenerezza di Dio per ciascuno di noi. La verità non si compera in nessun negozio, in nessun centro commerciale; essa va cercata con pazien-

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za e, aggiungerei anche, con dolcezza. Ha un prezzo alto da pagare: è la fatica dell’interiorità, del tornare nell’intimo di noi stessi. È essenziale ridare alle nostre vite spazi di ascolto, di silenzio, di calma, di elaborazione interiore, per non cadere in un efficientismo nevrotico e parossistico, per non divenire anche noi schiavi del mondo delle apparenze. Il grande scrittore russo F. Dostoevskij aveva intuito profondamente tutto ciò, quando affermava: “Ama la vita più della sua logica e della ricerca delle certezze; solo allora ne capirai il senso e vedrai oltre le apparenze, seminando occhi nuovi sulla terra”. Raccontare la Verità C’è un testo biblico che ben si presta come quadro di riferimento per questo primo aspetto del nostro cer-


vita del serra care di essere persone vere; è un testo del profeta Geremia (2,13): “Il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente d’acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate che non tengono l’acqua”. Come potremmo noi ritradurre, oggi, la grande carica espressiva di questa immagine del profeta: la corsa banale e masochista verso le cisterne screpolate? Quali sono le screpolature aride del nostro cuore e della nostra vita? Ci aiuta un testo urticante e dolente del libro di Qohélet: “Tutte le parole sono logore” (Qo 1,6). La parola è malata, e questa malattia si chiama banalità e menzogna. È la crisi del linguaggio, l’inflazione della parola; le parole superficiali e vuote, il bla bla bla ininterrotto, come certi discorsi a voce alta, fatti al cellulare nei viaggi in treno; è la ragnatela delle chiacchiere e dei luoghi comuni, su cui con tanta insistenza ritorna Papa Francesco. “Tutte le parole sono già state dette”, afferma lo scrittore Joseph Roth, nel suo romanzo “Il mercante di coralli”; eppure noi ci ostiniamo a parlare tanto, ad ascoltare poco; e a snobbare il silenzio come fonte di sobrietà, di essenzialità e di feconda narrazione della Verità. Per amare la Verità … viviamo la Speranza “Noi cristiani non siamo scelti dal Signore per cosine piccole; andate sempre al di là, verso le cose gran-

di. Giocate la vita per grandi ideali”. È questa una ventata di incoraggiamento e speranza che Papa Francesco scrive nel Messaggio per la 51° Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, del prossimo 11 maggio 2014. La pastorale vocazionale, nella Chiesa e per la Chiesa, è oggi una sfida a tutto campo. Se poi questa sfida viene affrontata con la logica umana dell’efficientismo, sperando che il nostro sforzo produca numeri vocazionali significativi e importanti, andremo incontro sicuramente a delusioni profonde. “Accanto a situazioni difficili, che pur è necessario guardare con coraggio e verità, vanno registrati alcuni segnali di ripresa, soprattutto dove si formulano proposte chiare e forti di vita cristiana” (Orientamenti pastorali per la promozione delle vocazioni al ministero sacerdotale, n.2). Una prospettiva di positività e speranza è certamente il “cantus firmus” che colloca la pastorale vocazionale in un orizzonte di rinnovato coraggio e fiducia. Commentando la frase del Vangelo: “La messe è abbondante ma pochi sono gli operai”, Papa Francesco non esita a sottolineare come queste parole ci sorprendono non poco: “Chi ha lavorato perché il risultato fosse tale? La risposta è una sola: Dio. L’azione efficace che è causa del «molto frutto» è la grazia di Dio, la comunione con Lui (cfr Gv 15,5)”. Sempre nel Messaggio per la 51° GMPV, Papa Francesco afferma: “Nel racconto della vocazione del profeta Geremia, Dio ricorda che Egli veglia continuamente su ciascuno affinché si realizzi la sua Parola in noi. L’immagine adottata è quella del ramo di mandorlo che primo fra tutti fiorisce, annunziando la rinascita della vita in primavera (cfr Ger 1,11-12).” Amare la Verità significa diventare “uomini e donne di luce e di speranza”, in attesa dell’aurora che dipinge di luce, in maniera sempre più luminosa, l’orizzonte. Essere veri significa divenire uomini e donne che, prendendo su di sé le vite degli altri, vivono l’amore senza contare fatiche e paure; uomini e donne che, senza proclami e senza ricompense, nel silenzio, fanno ciò che devono fare, consapevoli che «il nostro compito supremo nel mondo è custodire delle vite con la propria vita» (E. Canetti ). Concreti e insieme sognatori, consapevoli che ogni momento della nostra vita è guidato da un filo rosso, il cui capo è ben saldo nella mano di Dio.

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cultura

Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II Santi del nostro tempo di Augusto Intermine

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iamo abituati a vedere i santi raffigurati sui “santini”. Spesso finiamo per considerarli quasi delle figure mitologiche, comunque lontane e inarrivabili. Ebbene l’ormai imminente canonizzazione di Gio-vanni XXIII e Giovanni Paolo II ribalta completamente questa prospettiva, per la “semplice” ragione che Angelo Roncalli e Karol Wojtyla, oltre che grandi Papi e grandi santi, sono stati uomini che hanno inciso profondamente nella cultura del nostro tempo. In questo senso essi davvero incarnano il vero prototipo del santo. Se infatti pensiamo alle grandi figure della storia cristiana, non sarà difficile

accorgersi che ognuna ha segnato la sua epoca lasciando un solco anche e soprattutto sotto il profilo della cultura. Pensiamo a don Bosco e all’educazione dei giovani, oppure a San Francesco e all’elogio della povertà. Senza dimenticare San Benedetto, creatore della nuova civiltà nata dalle ceneri del mondo antico. Gli esempi potrebbero naturalmente moltiplicarsi. E gli ultimi due in ordine di tempo – Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, appunto – si inseriscono a pieno titolo in questo alveo. Il primo con l’invenzione del Concilio Vaticano II ha aperto la strada ad un diverso rapporto Chiesa-mondo. Il secondo abbattendo il muro di Berlino ha permesso all’Europa e all’intero pianeta di respirare finalmente a due polmoni e di superare la logica bipolare della Guerra fredda. Ma questi sono solo gli aspetti più eclatanti dell’opera anche culturale dei due Pontefici che Francesco eleverà al più alto grado dell’onore degli altari il prossimo 27 aprile. Altri ve ne sono e anche in una linea di continuità che sorprende e illumina il cammino stesso della Chiesa del nostro tempo. Si pensi, ad esempio, quanto ha inciso una enciclica come la Pacem in terris sugli assetti politico-economici degli ultimi cinquant’anni. In pieno clima di confronto tra le superpotenze, Angelo Roncalli ebbe il coraggio – oggi possiamo dire senza tema di smentite profetico – di frantumare la logica delle contrapposizioni granitiche, dell’equilibrio fondato sul terrore di un olocausto nucleare, per proclamare che solo

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la pace e la fratellanza tra gli uomini e tra i popoli erano i mattoni con cui costruire il futuro. La Pacem in terris è uno di quei documenti del magistero della Chiesa cattolica che davvero ha spostato equilibri e smosso coscienze, favorendo l’insorgere di una mentalità di netto rifiuto della guerra (e della violenza in genere) come mezzo di risoluzione delle controversie. Un clima e una mentalità che da allora in poi si sarebbero sempre più diffusi (soprattutto fra i giovani) e che 23 anni dopo, nel 1986, avrebbero portato Karol Wojtyla a riunire per la prima volta nella storia i capi religiosi nella città di Assisi, per pregare a favore della pace. Uno straordinario asse, dunque, quello tra i due Papi ora santi, che diventerà una sorta di ariete puntato conto il Muro di Berlino, non a caso caduto nel 1989. Giovanni XXIII, poi, è stato l’iniziatore di una nuova stagione di dialogo con il mondo che oggi è patrimonio acquisito e irreversibile. Si pensi solo al suo “Discorso della luna”, la sera dell’apertura del Concilio Vaticano II. In quel discorso sono i sentimenti umani – tutti, dalla gioia al dolore, alla sofferenza, alla contemplazione del creato – a fare da protagonisti. Ed è come se il Papa abbia scritto proprio lì, affacciandosi alla finestra, il proemio della Gaudium et spes, la grande Costituzione conciliare che ancora adesso fa da bussola al nuovo rapporto della Chiesa con il mondo. <Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore>. Quanto queste parole abbiano inciso sulla cultura contemporanea è sotto gli occhi di tutti. Se oggi la Chiesa cattolica viene considerata un punto di riferimento nella lotta alle povertà, se le è palesemente riconosciuto un ruolo guida nella promozione della pace e dello sviluppo, se anche nella crisi attuale le strutture della Caritas e del volontariato di matrice ecclesiale hanno aiutato decine di migliaia di famiglie è anche per effetto di questa trasformazione indotta con la convocazione del Concilio da parte di Giovanni XXIII. Giovanni Paolo II anche in questo caso ha continuato nella via aperta da Papa Roncalli. Il Concilio è stato la stella polare del suo Pontificato, il rapporto con il mondo la coordinata fondamentale lungo la quale si è mosso, la frontiera che ha continuamente esplorato, il filo rosso che ha legato i tanti aspetti di un quarto di secolo assolutamente straordinario. Papa Wojtyla ha fatto cultura non solo mettendo fine alla guerra fredda, ma anche innovando il modo di approcciare i giovani, rivoluzionando le relazioni tra comunità ecclesiale e mondo del lavoro (non una condanna e una rivendicazione di classe come voleva la filosofia marxista, ma l’espressione della dignità dell’uomo e la sua partecipazione alla creazione), abbracciando la sofferenza e mostrandone il senso in un disegno di amore che oltrepassa i confini della vita terrena, aprendosi alla trascendenza. La cultura del nostro tempo deve molto a questi due uomini. Non è un caso che proprio Giovanni Paolo II abbia coniato l’espressione “civiltà dell’amore”, che in un certo senso riassume l’esperienza e la profezia dei due nuovi santi. Lo stesso Giovanni Paolo II si è battuto contro la cultura della morte, rappresentata dai molteplici attacchi alla vita nascente e declinante. Per questo la loro canonizzazione è un dono non solo per la Chiesa, ma per l’umanità intera.

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vocazioni

Pastori che profumano di popolo A colloquio con Mons. Luigi Renna, rettore del Seminario Maggiore di Molfetta di Maria Silvestrini

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omenica mattina, in piccoli gruppi i seminaristi vanno a prendere il caffè nel bar sullo stradone, catturano la mia attenzione mentre cerco con lo sguardo la vasta mole del Seminario Regionale “Pio XI”. Siamo a Molfetta sede dal 1926 del Seminario maggiore dove si formano i sacerdoti di Puglia. Uno dei più grandi e popolati d’Italia, culla di innumerevoli vescovi. Alla guida dal 2009 c’è mons. Luigi Renna, affabile, cordiale, deciso. Mentre con la memoria vado ad immagini remote in cui il seminario era un luogo chiuso da cui si usciva con un lungo vestito nero dai mille bottoni, riconosco proprio don Luigi insieme ai suoi ragazzi. Un incontro ed un’ amabile conversazione su come stia cambiando la formazione dei presbiteri. Mons. Luigi Renna, la testimonianza rivoluzionaria di Papa Francesco come influenza il modo di vivere il sacerdozio? Papa Francesco ha il merito di fare discorsi molto concreti e soprattutto di dare una testimonianza di quella che lui chiama ‘la Chiesa in uscita’, una Chiesa missionaria che si preoccupi non solo di coloro che sono praticanti ma anche di quelli che sono sulla soglia della realtà ecclesiale e dei lontani. È con questo stile di tutta la Chiesa, soprattutto con la missione pastorale dei presbiteri , che lui vuole imprimere una grande rivoluzione. Trascina con le sue parole, ma trascina soprattutto con il suo esempio e ci invita ad una vita presbiterale autentica. Espressioni da lui utilizzate, come quella di una mondanità spirituale che rischia di essere soprattutto presente nel clero, ci mette in guardia dal vivere il nostro sacerdozio come autoreferenziale, ripiegato su noi stessi , con tante soddisfazioni quasi narcisistiche che non si chiedono e non verificano quanta incidenza si abbia poi nei confronti del popolo di Dio. Io penso che quello che ci sta invitan-

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do a fare Papa Francesco è vivere il nostro presbiterato in una Chiesa che ‘è in uscita’, quindi una Chiesa che prende l’iniziativa per andare verso gli altri come ha fatto Cristo e come ha insegnato a fare agli Apostoli. Papa Francesco sta concretizzando il Concilio Vaticano II non più soltanto nella teoria, nei documenti ma nell’essere la Chiesa aperta al mondo. Le vocazioni a 50 anni dal Vaticano II come stanno cambiando? Quali ragazzi si avvicinano al sacerdozio nel III Millennio? I giovani sono figli del nostro tempo ed hanno le caratteristiche tipiche dei loro coetanei. Si parla di coloro che sono nati dal ’91 in poi come dei nativi digitali, perché avendo avuto un immediato contatto con il mondo di internet hanno modalità di comunicare un po’ diverse dalle precedenti generazioni. Sappiamo come la comunicazione sia parte integrante della relazione: quindi i giovani sono così, ma non per questo non sono chiamati a fare un esodo, un cammino di conversione che sappia adeguare le specificità e le sensibilità del nostro tempo al Vangelo e al Suo annuncio. Le vocazioni forse numericamente sono di meno. Nella nostra Puglia le aree geografiche dal punto di vista vocazionale sono molto variegate: abbiamo il nord che ha meno vocazioni, il centro un po’ di più, il sud in maniera molto adeguata, il nostro

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vocazioni Seminario Maggiore conta 192 presenze ed è il più popolato d’Italia. Il numero tiene ma non ci deve preoccupare soltanto questo, ci deve preoccupare la qualità di una testimonianza. Una testimonianza nasce da un cambiamento interiore di chi sceglie di mettersi alla sequela di Cristo ed investe tutta la sua vita in questa direzione mettendo da parte modalità, abitudini, che non possono essere coerenti né con lo stile di vita cristiano né con lo stile di chi ha una responsabilità nella vita della Chiesa. Come i genitori sono chiamati ad avere uno stile di vita particolare se vogliono essere i genitori in una chiesa domestica, così i presbiteri se vogliono essere gli annunciatori del Vangelo sono chiamati a fare anche essi un esodo. Io credo che il Concilio Vaticano II ci insegni che la profezia deve essere reale. Papa Francesco ai Superiori Maggiori ha detto: “svegliate il mondo siate profeti”, e nell’omelia della sua prima messa crismale: “siate pastori che odorano di pecore”, vorrei che in questo luogo si formassero pastori che profumano di popolo. Infine don Luigi è più difficile oggi fare il prete? Il mondo è più difficile da affrontare? Io credo che ogni tempo abbia le sue difficoltà. Oggi è un periodo particolarmente bello, per essere prete perché del prete emerge soprattutto la dimensione missionaria, la dimensione di uno sguardo che va verso i lontani. Emerge il valore grande, in una società che è fortemente erotizzata, della verginità per il Regno e del valore della donazione di sé stessi. Penso che sia difficile come è stato difficile in ogni epoca ma è forse più bello.

S. Ecc. Ricchiuti riceve il Club di Altamura A gennaio scorso ha preso possesso della diocesi Altamura-Acquaviva delle Fonti - Gravina il nuovo Vescovo S. Ecc. Arc. Mons. Giovanni Ricchiuti; avevamo chiesto per tempo una udienza per il club Serra di Altamura. L’inconro è avvenuto presso la Curia Vescovile di Altamura. Il nostro club non era affatto sconosciuto all’alto prelato che essendo stato Rettore del Seminario maggiore di Molfetta aveva avuto modo di frequentare il nostro Movimento. Dall’incontro è emersa la figura di un uomo dall’apertura festosa e dall’interiorità agostiniana pronto a vivificare il corpo mistico della Chiesa Murgiana. Abbiamo esposto l’esigenza da parte del Serra di un rinnovato fervore e di uno slancio pastorale che coinvolga anche e maggiormente le realtà parrocchiali della Diocesi ed abbiamo ottenuto dal’Arcivescovo impegno in tal senso. Ci ha raccomandato di frequentare maggiormente il seminario, anche quello minore della nostra Diocesi e principalmente di pregare, pregare e pregare. Il fascino dell’Arcivescovo Giovanni Ricchiuti non poteva non essere paragonabile a Papa Francesco, per la semplicità, spontaneità ed affabilità nei rapporti con chiunque incontri. La nostra Diocesi quindi è guidata anch’essa dall’Arcivescovo Francesco. Emanuele Pirato

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vocazioni

Servire i malati anche a costo della vita: ecco la vocazione

camilliana di Graziella Nicolosi

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i distinguono per l’abito dalla grande croce rossa sul petto; sempre in prima fila a fianco di sofferenti, deboli ed emarginati. Sono i Ministri degli Infermi, meglio noti come religiosi Camilliani, dal nome del fondatore san Camillo de Lellis. Patrono dei malati, degli operatori sanitari e della sanità militare, san Camillo - di cui quest’anno si celebrano i 400 anni dalla morte - è considerato il precursore della moderna assistenza infermieristica. A fratel Carlo Mangione, referente della Consulta generale camilliana per il IV centenario, chiediamo qual è l’attualità del suo messaggio e a cosa si ispirano i giovani che rispondono alla vocazione entrando in questo Ordine religioso. Fratel Carlo, che significa oggi essere Camilliani? Direi che significa andare controcorrente, considerando che ci si consacra al Signore attraverso i voti di povertà, castità e obbedienza, più il quarto voto – tipico dei Camilliani – di assistenza ai malati anche a rischio della vita. Se guardiamo il mondo che ci circonda, è evidente che nessuno vuole rincorrere la povertà, c’è una ricerca sfrenata dell’appagamento dei sensi e si fa fatica ad accettare gli ordini. Chi rischierebbe, poi, la vita per gli altri? Questi voti sono dunque una scelta radicale di sequela a Cristo. Per noi Camilliani, in particolare, il carisma a cui uniformarsi è l’attenzione alle fragilità dell’uomo e alle sue sofferenze. Ciò richiede una formazione specifica, che permetta di assistere al meglio il malato, interpretando e anticipando i suoi bisogni. La dimensione ministeriale attiva è

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vocazioni essenziale nel nostro cammino di formazione, sin dall’inizio. Per questo non ci si limita agli studi teologici, umanistici e sanitari, ma si effettua anche un servizio nelle corsie ospedaliere, nelle case di riposo per anziani, nelle mense per i poveri e nelle strutture per disabili. L’età media dei giovani che decidono di diventare Camilliani differisce molto in base all’area geografica. In alcune zone dell’Africa o delle Filippine esistono ancora i seminari minori; in Europa invece l’età media è più alta. Ci sono anche casi di vocazioni tardive, che potremmo definire “gli operai dell’ultima ora”: persone che a 50 anni decidono di abbandonare la propria vita precedente e abbracciare il carisma camilliano. Concretamente, come si formano i giovani Camilliani nei vostri seminari? Il regolamento di formazione prevede che ogni Provincia abbia una comunità di accoglienza “vieni e

vedi”, cioè un luogo in cui il giovane possa fare delle esperienze a forte impatto ministeriale. Questo periodo può durare da alcuni mesi ad alcuni anni. Dopo questa fase c’è il Postulandato, con il giovane già impegnato nella conoscenza del carisma di san Camillo e della sua spiritualità, oltre al servizio ai malati. Il Noviziato è un periodo di un anno per approfondire lo studio della vita di san Camillo, dell’Ordine e dei documenti della Chiesa, sperimentando un’intensa vita di preghiera e di servizio. Al termine del Noviziato il candidato si consacra a Dio, sancendo una temporanea appartenenza all’Ordine, che si rinnova di anno in anno. Il post-Noviziato, infine, è il periodo in cui si vive in comunità, proseguendo negli studi teologici e nel servizio ai malati. Con la professione solenne, si entra definitivamente a far parte dell’Ordine camilliano. È utile sottolineare che i Camilliani si dividono in “padri” (sacerdoti) e “fratelli” (laici). La formazione iniziale è comune: dopo, chi sceglie di diventare sacerdote prosegue con la preparazione all’ordinazione presbiterale, mentre i “fratelli” continuano con gli studi professionali (infermieristici o medici). In generale, come voleva San Camillo, “padri” e “fratelli” servono il malato in maniera globale: nel corpo e nello spirito. L’Ordine dei Camilliani sta vivendo un momento difficile dopo l’arresto del suo Superiore generale padre Renato Salvatore. Come hanno reagito i giovani in formazione? Nonostante lo sgomento iniziale, non abbiamo registrato neanche una defezione all’interno dell’Ordine, a maggior ragione da parte dei più giovani. La vocazione camilliana è forte e radicata, come dimostra una lettera aperta, scritta dai ragazzi delle nostre case di formazione dopo l’arresto del Superiore generale. “Siamo orgogliosi di dedicare la vita ai sofferenti, sull’esempio di Cristo e di san Camillo”, hanno ribadito con gioia. Quest’anno i Camilliani ricordano i 400 anni dalla morte del loro fondatore. C’è un programma molto intenso di celebrazioni iniziate la scorsa estate e che si concluderanno a luglio 2014. Qual è il senso di quest’anno giubilare? Per noi religiosi e appartenenti alla grande famiglia di san Camillo, vivere l’anno giubilare significa riscoprire e rinvigorire il messaggio che il nostro fondatore ci ha lasciato. È anche l’occasione per far conoscere di più questo Santo, senza limitarsi all’aspetto devozionale e religioso. San Camillo ha molto da dire anche al mondo laico, per il suo invito a curare le persone fragili nell’interezza dei loro bisogni.

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Vocazioni

Intervista a Don Claudio Rosi Rettore del Seminario Regionale di Siena “Pio XII” di Enzo Martinelli

Quale identikit del seminarista Nel rispondere non posso non fare riferimento alla mia personale esperienza, il seminarista è un ragazzo, un giovane, un uomo che è consapevole di essere stato chiamato, scelto da Gesù per essere totalmente Suo, a completo servizio della Salvezza degli uomini, nella Chiesa; uno che in forza di tale consapevolezza si lascia formare, lavora tenacemente su se stesso per conoscere Cristo e a Lui conformarsi, mediante i Sacramenti, la preghiera personale, lo studio appassionato, l’esercizio della carità. Una persona felice. Il DNA della vocazione al sacerdozio Penso sia la certezza di sentirsi chiamato al ministero sacerdotale proprio da Gesù nonostante i propri limiti e i propri peccati, proprio come è avvenuto agli Apostoli. Questa consapevolezza cresce negli anni con l’esperienza e porta a capire che la nostra capacità ed efficacia viene da Dio, dall’unione con Lui, dal lasciare agire Lui in noi. Segni e scoperte nel percorso vocazionale Il Signore non fa mancare i segni che confermano il chiamato nel suo cammino: darei la preminenza ai “segni interiori” , sono quelle luci che rischiarano la mente e scaldano il cuore nella meditazione, nella preghiera, magari durante gli esercizi spirituali e i ritiri. Ma anche molti segni negli avvenimenti della vita, il costatare come il Signore si serve di te per aiutare i fratelli, l’accorgersi come gli altri già ti vedono appartenente a Lui e ne sono grati con te, e tanti doni che uno scopre leggendo nella fede la propria storia.

Come cresce il germe della vocazione Ci può essere un momento preciso in cui una persona prende coscienza della chiamata di Dio, ma poi tale chiamata ti segna ogni giorno, si rinnova continuamente, cresce per coinvolgere completamente tutti gli aspetti della persona: la mente, l’affettività, persino il proprio corpo. In realtà la relazione con Cristo vuole essere “totalizzante” per ogni cristiano ma tale “totalità” è vissuta in tonalità diverse secondo i vari stati di vita (coniugati, consacrati, ministri sacri). Diversi tipi di “chiamata” La chiamata è sempre la stessa e al medesimo tempo diversa quanto sono diverse le persone che il Signore chiama. Ognuno ha le sue qualità e talenti. Proprio qui sta una grande sfida della formazione nel seminario: pur aiutando a crescere nelle dimensioni spirituali, teologiche e pastorali comuni a tutti i presbiteri, valorizzare la vasta gamma dei doni e delle capacità particolari di ciascuno. Il “punto forza” su cui fa leva il chiamato Il punto forza è quello di ogni cristiano: è la relazione personale con Gesù Cristo, che spinge ad accostare, amare, anzi “onorare” il prossimo, come faceva e fa Gesù. L’augurio ai giovani in ricerca “Non abbiate paura di Cristo e di seguirlo dovunque Lui vi chiamerà, perché Lui sarà sempre con voi; troverete in Lui tutta la vostra gioia. Gustate la sua Misericordia, piano piano vi renderà capaci di amare e di essere suoi collaboratori per la salvezza del mondo.”

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La Charter a Caltagirone Nella bellissima Chiesa del Salvatore, autentico gioiello dell’architettura settecentesca, ricco tra l’altro di pregevoli opere d’arte (tra cui una deliziosa Madonna di Antonello Gagini) e sede del sacello che custodisce le spoglie dell’indimenticabile don Luigi Sturzo, ha visto la luce il Serra Club di Caltagirone, un nuovo rampollo che viene ad aggiungersi alla collana di sodalizi di cui si fregia il 77° Distretto serrano. Come da tradizione ormai sempre rispettata, l’incontro ha avuto inizio con la Santa Messa, celebrata dal Vescovo Mons. Calogero Peri, un pastore che ha dimostrato (anche, ci piace pensarlo, in ossequio al suo saio francescano, lo stesso che fu del nostro carissimo Junipero) di guardare con grande fiducia e simpatia al nostro Serra, che ha fermamente voluto sorgesse nella sua diocesi. E che il Serra italiano guardi con grande ottimismo e benevolenza a questa nuova creature che nasce, può esser testimoniato dalla solennità che si è voluto dare all’incontro e dalla presenza delle maggiori autorità serrane, accorse da ogni parte d’Italia: dal Vice Presidente del Board internazionale Dante Vannini (il quale ha portato dalla sede centrale di Chicago e consegnato nelle mani del presidente la charter di incorporazione ufficiale del Club), dal presidente nazionale Antonio Ciacci, dal Past Presidente Internazionale Gambardella, dai Governatori distrettuali ai presidenti dei Clubs di Palermo, Catania, Acireale, Caltanissetta, Piazza Armerina, Rossano, Reggio Calabria oltre a numerosi soci provenienti da tutti i Clubs del Distretto. Con legittimo orgoglio, l’uscente governatore distrettuale Salvatore La Spina – che con intelligenza e pervicacia ha giocato nei mesi scorsi le giuste carte perché la formazione del Club giungesse a buon fine ed ha ripercorso, nel suo intervento introduttivo, tutte le fasi preliminari di una non breve gestazione finalmente coronata da successo, fin dal momento in cui, in un incontro con mons. Peri in occasione di una riunione della Conferenza episcopale siciliana, aveva ritenuto di poter lanciare l’idea della costituzione del Club: idea che era stata entusiasticamente accolta dall’illustre interlocutore. Dal canto suo, il governatore Fiorini ha presentato l’attuale situazione del sodalizio, dicendosi certo, a nome del Distretto e del Serra tutto, di poter contare su una formazione giovane e ricca di vitalità, che potrà costituire una nuova validissima risorsa per il movimento serrano. Il presidente designato del nuovo Club, notaio Gaetano Cammarata, in un commosso indirizzo di saluto e di benvenuto, si è detto lietissimo dell’avvenimento, ma al tempo stesso conscio del note-vole e responsabile impegno di cui viene a caricarsi assumendo, in un momento storico non facile, la guida del sodalizio e dando ad esso l’indirizzo iniziale. A conclusione del suo convinto e applaudito intervento, il presidente ha presentato il suo braccio destro Bruno Palazzo e la nuova famiglia dei ventidue soci, i quali, uno per uno, hanno ricevuto il distintivo dalle mani del presidente centrale. E, a riprova della simpatia con cui la nascita del nuovo Club è stata considerata e seguita nella comunità di Caltagirone, va ricordato un breve ma cordiale e benevolo cenno di saluto rivolto ai presenti, a conclusione della serata, dal sindaco della città Nicolò Bonanno. Casimiro Nicolosi

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Il barocco romano

Numerosa partecipazione dei serrani romani alla conviviale che ha avuto come ospite d’onore la prof.ssa Simonetta Prosperi Valenti Rodinò con una dotta conferenza sul tema “La Bellezza nella Fede e nell’Arte: il messaggio universale del Barocco romano”. Professore ordinario di Storia dell’Arte Moderna dal 2006 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma 2 “Tor Vergata”, la prof.ssa Prosperi Valenti è autrice di numerose pubblicazioni e ha fatto parte della giuria per la discussione di tesi di dottorato presso l’Università della Sorbona di Parigi. Storico dell’arte di fama internazionale quale massima studiosa del disegno italiano dei secoli XVI, XVII e XVII, è insignita del titolo di Accademica all’Accademia del Disegno di Firenze. Per ritrovare le radici dell’arte barocca, l’illustre oratore è risalito alla filosofia classica greca, in particolare a Platone e al neoplatonismo, che hanno influenzato tutto il Rinascimento italiano, ed hanno espresso per primi il concetto di valore etico dell’arte. Questa bellezza estetica ed etica insieme sarà avvertita soprattutto nel Seicento, durante la Controriforma, quando la Chiesa utilizzò l’arte figurativa come mezzo di comunicazione per diffondere un messaggio sacro con un linguaggio forte, diretto, facilmente comprensibile e come strumento per la divulgazione della parola evangelica contro la propaganda dei protestanti. Sarà, infatti, il barocco a proclamare attraverso l’arte figurativa muovi messaggi e tematiche antiprotestanti utilizzando iconografie nuove, quali soprattutto la Gloria di Dio, soggetto assai ricorrente nelle numerose decorazioni barocche. Nessun artista meglio del Bernini ha proclamato il messaggio della Gloria di Dio con le sue statue parlanti, animate, e con la sua capacità veramente unica di tradurre in spettacolo l’evento miracoloso. Messaggi che sono trasmessi attraverso opere di grande valenza mediatica, quali la “Cattedra di San Pietro” dello stesso Bernini cui è affidato il significato politico della Chiesa trionfante per esaltare il regno di Dio in terra e il potere temporale del papato, il “Trionfo della Divina Provvidenza” di Pietro da Cortona sul soffitto di Palazzo Barberini con effetti di straordinario illusionismo ottico, il “Trionfo dell’Eucarestia” di Giovanni Battista Gaulli, detto Baciccio, sulla volta della Chiesa del Gesù a Roma con un incredibile effetto di prospettive e il “Trionfo di Sant’Ignazio” di Andrea Pozzo dove si assiste a una dilatazione dello spazio per elevare l’uomo a Dio e trasportarlo alla contemplazione del soprannaturale. Un intervento di alto livello culturale che ha incontrato il favore dell’uditorio per la profondità dell’argomento e l’interesse suscitato. Alla conviviale hanno partecipato anche l’Avv. Emilio Artiglieri, Presidente della Fondazione Beato Junipero Serra, e Mons. Concetto Occhipinti, Rettore del Seminario Romano Maggiore, presso il quale ci recheremo nel prossimo mese di aprile per un incontro con i seminaristi per la preparazione alla Pasqua. Cosimo Lasorsa

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Brindisi 1041

Islam e cristianesimo

“Punti di convergenza e ponti di dialogo tra Islam e Cristianesimo”. Questo il tema di notevole suggestione e interesse del convegno organizzato presso il Salone del Museo provinciale “Ribezzo” di Brindisi dal Serra Club Brindisi, dall’Associazione “Maria Cristina di Savoia”, dall’Ordine del Santo Sepolcro e dall’Istituto superiore di Scienze Religiose di Brindisi. A relazionare, il prof. Bartolomeo Pirone, docente dell’Università Pontificia Lateranense di Roma e “L’Orientale” di Napoli. Il prof. Pirone ha colto l’attenzione dei numerosi partecipanti parlando, con dovizia di particolari e con una palese conoscenza del mondo arabo e islamico, delle divergenze e delle convergenze delle religioni cristiana e musulmana. E l’interesse dell’argomento e la bontà dell’esposizione sono stati confermati dal fuoco di fila di domande e spunti che tutti i presenti hanno voluto rivolgere al relatore: il perché delle guerre religiose promosse dal mondo islamico, come l’Islam considera Dio e come lo considera il Cristianesimo, la figura di Maria Vergine e con essa il mistero del Concepimento di Gesù, e così via, passando anche per la salvezza eterna vista dalle due religioni, l’iconografia e l’arte islamica. Ha chiuso i lavori del convegno S.E. Mons. Domenico Caliandro, Arcivescovo della Diocesi di Brindisi e Ostuni, il quale ha sottolineato soprattutto la differenza tra Cristianesimo e Islam. Il primo contempla in primis la Santissima Trinità, con Dio, Gesù e lo Spirito Santo, in un’unione che è alla base del credo cristiano, della nostra famiglia. La religione musulmana vede Dio al di sopra di ogni cosa, colui che comanda, riflettendo questa situazione nella loro società, a partire dalla famiglia. In sostanza, massimo rispetto per l’Islam, per la sua storia, per il suo popolo e la sua religione. Ma, i Cristiani restano Cristiani, senza contaminazioni di sorta. Così come i Musulmani restano tali. “E per loro – ha aggiunto il prof. Pirone – resta impossibile la conversione al Cristianesimo, poiché considerano la loro religione la perfezione assoluta. Da qui il loro fondamentalismo, che va compreso, ma non giustificato in alcuna maniera”. Con questo incontro, il Serra Club Brindisi ha inteso cementare ancor di più la collaborazione fattiva con le altre due associazioni vicine all’Arcidiocesi, la “Maria Cristina di Savoia” e “L’Ordine del Santo Sepolcro”. Una sinergia auspicata dal neo governatore del Serra por Puglia e Basilicata, Angelo Pomes, presente al convegno, e che si intende replicare in altre realtà del Distretto. Renato Rubino

Distretto 73

Incontro distrettuale

Il governatore Angelo Pomes ha voluto aprire il nuovo anno con un momento importante di riflessione e di amicizia nel Seminario Maggiore di Molfetta, il più frequentato d’Italia. Giornata particolarmente propizia, come ha sottolineato il Rettore mons. Luigi Renna, perché dedicato alla vocazione del Cristo alla missione indicata dal Padre. Il tema della vocazione come modo di orientare l’intera personalità alla Parola del Vangelo è ritornato più volte nel corso dei lavori, particolarmente con il presidente del Serra Taranto. Marino Liuzzi, che ha sottolineato come la difesa di alcuni principi irrinunciabili dovrebbe considerarsi parte integrante degli scopi del Serra Italia, e con il past governor Teodato Pepe che ha parlato della creazione di una cultura vocazionale in senso lato per evitare di confinare l’impegno solo alle attività legate al sostegno delle vocazioni già avvenute. I lavori hanno avuto un ritmo serrato. Dopo l’elezione della sig.a Maria Cristina Prampolini alla guida della Commissione Progetto Distrettuale, si è proceduto alla nomina del past governor Giulio Cocca alla presidenza della Commissione nomine per la individuazione, a tempo debito, del nuovo Governatore del Distretto. Quindi l’appassionata discussione sulle modifiche allo Statuto, dopo un intervento quadro del governatore Pomes che si è detto favorevole all’impianto complessivo sono intervenuti Marino Liuzzi, per Taranto, Teodato Pepe per Cerignola, Alessandro Palumbo per Foggia, Renato Rubino per Brindisi, Lucrezia Carlucci per Matera, Cosimo Buchicchio per Potenza. Fra le questioni poste la particolare sottolineatura che sia il Presidente del Club ad avere la rappresentanza dello stesso nell’Assemblea dei Clubs e la questione dell’autonomia finanziaria. Quest’ultima esigenza insieme alla conseguente richiesta di un Codice fiscale è apparsa molto sentita in relazione ad eventi in cui hanno peso le sponsorizzazioni. La risposta è venuta dalle parole autorevoli e chiarificatrici del past governor Savino Murro, che ha chiarito la differenza fra un contesto occasionale ed uno strutturato, ma il problema resta sospeso. Un’agape gioiosa insieme ai seminaristi ha concluso l’incontro. Maria Silvestrini

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San Miniato 978

Il Teatro dello Spirito

Un incontro interessante, piacevole, all’insegna di una vera accoglienza e di un ascolto attento quello del Serra Club di San Miniato col Teatro dello Spirito, rappresentato dal Presidente, Marzio Gabbanini e dal Direttore Artistico, Don Piero Ciardella. Nel corso dell’incontro la Presidente, Silvia Campani, ha espresso il suo compiacimento per l’iniziativa che ha permesso al Serra di testimoniare soddisfazione verso il rinnovato entusiasmo,la qualità delle proposte e delle attività portate avanti dal Dramma Popolare in quella che appare già una nuova stagione di successi e di più ampia visibilità dell’Istituto Dramma Popolare nel panorama della cultura locale e nazionale. È stato per questo invitato il Direttore artistico, Don Piero Ciardella, a raccontare la sua esperienza intorno all’impegnativo ruolo che è stato chiamato a ricoprire, collocando le proprie riflessioni sui compiti del teatro nel più ampio contesto del tema della «Bellezza» su cui il Serra ha dibattuto nel corso dell’anno con l’intervento di varie personalità. Ampia, puntuale, sincera la relazione del Direttore artistico, sacerdote di vasta preparazione teologica, filosofica, letteraria con responsabilità di vario genere nella Diocesi di Lucca, docente universitario e dall’anno scorso chiamato a guidare le scelte drammaturgiche del Teatro del Cielo. Muovendo dalla ventata di profondo rinnovamento operata da Papa Francesco all’insegna dell’umiltà e della carità, nello spirito di una nuova evangelizzazione, citando alcuni passi di un documento papale, Don Ciardella ha collocato la sua decisione di accettare la nomina di San Miniato entro una naturale continuità con il suo ruolo di sacerdote impegnato a portare la parola di Cristo a tutti avvalendosi anche del Teatro, lo spazio in cui un messaggio può giungere a tanti, soprattutto se capace di suscitare interrogativi, di scuotere le coscienze. Un Teatro impegnato sui grandi problemi dell’esistenza può, attraverso la parola e i gesti, trasformare semplici fatti in eventi, in qualcosa di bello e quindi di buono,perché destinato a generare un significativo miglioramento. Su questa base, il Direttore artistico ha affrontato con entusiasmo il suo compito, senza tuttavia nascondersi le tante difficoltà, a partire dal rispetto di una tradizione che vuole, per lo spettacolo centrale del Mese di Luglio, la scelta di testi inediti, non facili da reperire in un panorama assai povero della drammaturgia italiana contemporanea. Non a caso, per il 2014, in collaborazione col Teatro Rossetti di Trieste e col suo Direttore artistico e regista, è stata decisa la stesura di un testo su temi di larga attualità, anche in relazione ai drammatici eventi degli sbarchi a Lampedusa. Dopo il largo consenso con cui sono state accolte le riflessioni di Don Ciardella, il Presidente, Marzio Gabbanini, ha sottolineato la forte coesione, lo spirito di squadra, l’entusiasmo con cui, insieme a Don Ciardella e al Consiglio di Amministrazione, viene realizzato un Programma che recuperi i valori portati avanti dai fondatori, quelli di un Teatro dello Spirito veramente popolare perché capace di coinvolgere, motivare, interessare un pubblico sempre più vasto su temi di forte impatto e attualità: un Teatro di qualità aperto a tutti. Da qui i Venerdì del Dramma, appuntamenti interessanti e di buon successo, una partecipazione più attiva del corpo sociale, la collaborazione con critici teatrali come Masolino D’Amico, con registi di fama come Roberto Guicciardini e Antonio Calenda. Importanti i futuri appuntamenti: un ricordo di Mario Luzi con l’intervento di un’icona del teatro italiano; una Conferenza-Spettacolo con attori monologhisti e il coordinamento di Masolino D’Amico, un Festival con ottimi spettacoli, la creazione di un Comitato organizzativo per i festeggiamenti del Settantesimo dalla nascita del Dramma Popolare nel 2016, di cui è invitata a far parte la Presidente del Serra Club, Silvia Campani, che Marzio Gabbanini ringrazia per la calorosa accoglienza. Laura Baldini

Globalizzazione e libero mercato A Palazzo Grifoni si è parlato di “Globalizzazione, bisogni dell'uomo e libero mercato nell'ottica dell'Amore, della Verità, della Vita”. Il Convegno ha visto come qualificati relatori S.E.R. Mons. Tardelli, Vescovo di San Miniato, attento e sensibile interprete e diffusore dei temi della Dottrina Sociale della Chiesa nella società civile, e il Prof. Paolo Garonna, economista con un trascorso di 10 anni all'ONU. Il Prof. Garonna ha subito messo in guardia su come il fenomeno della globalizzazione, di grandissima attualità soprattutto per la crisi economica, finanziaria e sociale che stiamo vivendo e che colpisce tutti, sia soggetto a visioni distorte e falsi miti. I pro della globalizzazione si delineano in tre punti: il progresso tecnologico, che ha avuto una fortissima accelerazione e che favorisce le relazioni interpersonali; la mobilità delle persone, che riguarda principalmente le classi medie; la crisi degli stati sovrani, che genera una esigenza di strutture sovranazionali in grado di risolvere determinati problemi a cui lo stato non riesce a far fronte da solo, ad esempio il terrorismo o il costo del welfare. Secondo il Prof. Garonna, non è stata la globalizzazione in se stessa a portare alla crisi, bensì il non governo dell'innovazione. L'anello debole della globalizzazione, secondo il prof. Garonna, è l'etica; si può purtroppo sostenere che in questo processo c'è una carenza di “capitale etico”. Da questo punto prende le mosse la relazione del Vescovo di San Miniato Mons. Fausto Tardelli, che spiega due documenti fondamentali sul tema: l'enciclica “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI e l'Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium” di Papa Francesco, che si occupa anche della dimensione sociale del kèrigma. Il rischio più grande della globalizzazione, secondo Mons. Tardelli, è quello che l'interazione etica delle coscienze non vada di pari passo all'interdipendenza economica; inoltre si corre fortissimo il rischio del “fascino della tecnica”, il fascino del “come” anziché del “perché”, il pericolo della “globalizzazione dell'indifferenza” (n. 53 Evangelii Gaudium), in una “economia dell'esclusione e dell'inequità”, la negazione del primato dell'essere umano a favore della “dittatura delle cose”; il denaro che governa invece di servire; (n. 59) l'esasperazione del consumismo; l'individualismo post-moderno e post-ideologico. La globalizzazione va dunque governata attraverso la carità nella verità, con riforme politicofinanziarie che restituiscano al povero ciò di cui ha diritto. Per questo si mostra necessario risolvere le cause strutturali della povertà, nel rispetto della dignità della persona e del bene comune. C'è urgenza di una revisione del mercato, della creazione di opportunità di lavoro, di una vera economia (intesa come “arte di raggiungere una adeguata amministrazione della cosa comune”) a livello globale. Laura Baldini

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Guardare il futuro

Con il nuovo anno riprendono le attività del Serra Club di Latina, movimento da sempre impegnato nel sostegno spirituale e materiale delle vocazioni di speciale consacrazione. In realtà la pausa è durata solo alcune settimane. Infatti il Natale con le sue attese trepidanti, le sue promesse di gioia, i suoi annunci di pace, ha visto I Serrani pontini si sono riuniti presso la Chiesa Maria Immacolata di Borgo Carso. Ha presenziato il Governatore del Distretto 72, dott. Giovanni Sapia, la presidente eletta dott.ssa Stella Laudadio, delegata dal dott. Lidano Serra, assente per motivi di salute. con Mons. Mario Sbarigia, Vicario Generale della diocesi pontina,che ha celebrato l’Eucarestia in un clima di coinvolgente spiritualità. Durante l’omelia don Mario ha sottolineato che credere in Cristo significa aver trovato il senso della vita a partire dal quale immergersi completamente nel flusso della storia. Il Serrano – ha proseguito Sbarigia - deve essere un missionario pronto a servire e a ri-scoprire la propria identità cattolica. Egli deve progettare con Dio, abitare il futuro per una Chiesa tutta vocazionale. Ricordiamo la frase di Hans Urs von Balthasar, il grande teologo svizzero che affermava: i giovani cristiani che hanno a che fare con interrogativi vocazionali hanno bisogno di essere guidati da personalità aperte e oranti, oggi in maniera più urgente che nel passato. Papa Francesco, con le Sue esortazioni, ci invita ad essere Cristiani aperti, vivi, capaci di grandi desideri e di uscire dal nido per essere inviati nelle periferie più lontane. E il Serrano, sulla scia del Beato Junipero Serra, missionario sempre in marcia verso lidi lontani da evangelizzare, deve essere il nostro esempio. Con un cuore sempre in tensione il Serrano dunque, ha affermato ancora Sbarigia, è chiamato a cercare Dio per trovarlo e trovarlo per cercarlo ancora e sempre. E dove? Proprio in quelle acque profonde dove più volte Papa Bergoglio ha invitato a spingersi. Il Vicario ha concluso l’omelia con l’esortazione: “Nulla si perde nel Regno di Dio, soprattutto il dolore, che diventa l’annuncio di Cristo risorto”. In seguito il Governatore ha illustrato il programma di massima per l’A.S. in corso. “Prioritario sarà lo spirito di servizio e di comunione e, poiché il Club di Latina attraversa un periodo di crisi a motivo della diminuzione degli aderenti, la nostra azione sarà diretta alla promozione della famiglia, cellula base della società, e grembo delle vocazioni”.. Mons. Nico Dal Molin, direttore del Centro Nazionale Vocazioni, ha recentemente affermato che c’è stata una ripresa significativa delle vocazioni alla vita consacrata e il Santo Padre con la Sua forza e tenerezza l’ha confermata e irrobustita. La presenza del Vicario Generale e del Governatore hanno testimoniato la dimensione di apertura e di accoglienza tesa alla riaffermazione della fraternità e dell’amore.. Stella Laudadio

Acqui 690

Ricordo di un seminarista

Marco Zanirato, seminarista della diocesi di Acqui, il 7 gennaio, nell’alessandrino è stato coinvolto in un incidente mortale. Si stava recando con la sua Fiat Punto al seminario Interdiocesano di Valmadonna (AL), quando per cause imprecisate, ha perso il controllo del mezzo, che invadendo la corsia opposta, si è schiantato contro una Bmw. Il giovane è morto sul colpo. Marco stava affrontando gli studi in preparazione al sacerdozio presso il Seminario Interdiocesano di Valmadonna (AL). Nato nel 1990 a Cairo Montenotte (SV), era appassionato di musica e di internet: recentemente aveva completato il rinnovamento del sito del Seminario. Al terzo anno di teologia, sempre sorridente e gioviale, prestava la sua collaborazione pastorale presso l’Oftal, ed anche presso le parrocchie di Orsara e Rivalta Bormida. I funerali svolti a Cairo Montenotte sabato 11 gennaio, sono stati concelebrati da Mons. Micchiardi Vescovo di Acqui e da Mons. Ravinale Vescovo di Asti, da oltre 50 sacerdoti ed una decina di diaconi. La Chiesa di san Lorenzo era stracolma di giovani provenienti da tutta la diocesi, dai cittadini, dai compagni di seminario, da molti serrani e dai cittadini arrivati da tutta la diocesi. In questa tristissima occasione il Governatore del Distretto 69 Giancarlo Callegaro ha così rivolto l’estremo saluto serrano a Marco: Ciao Marco, i Distretti Serra del Piemonte e Liguria assieme a tutti i soci dei Serra Club di Acqui, Alessandria, Casale e Tortona, partecipano al grande dolore della tua Famiglia, della Diocesi, del Seminario, della Città, per la prematura “chiamata” al cielo. Desideriamo farti sentire la nostra vicinanza, la nostra amicizia, il nostro affetto; proprio come abbiamo manifestato un mesetto fa nel Seminario di Valmadonna, accolti dai tuoi Superiori, dai tuoi compagni studenti-seminaristi e da te. Ci addolora molto che un ragazzo, vero interprete di una autentica “chiamata”, che nella sua vita avrebbe potuto dare tanto alla Chiesa, ci abbia lasciato così presto. Il ricordo del tuo sorriso spontaneo e contagioso ci rincuora; pensiamo che tu abbia sparso tantissimi semi tra i tuoi amici e le persone che hai avuto modo di conoscere. Siamo fiduciosi che, con l’intercessione del Beato Junipero Serra, altri giovani raccoglieranno il tuo testimone, sfruttando i semi che hai diffuso e porteranno a compimento la missione da te scelta. Anche il Presidente Nazionale del Serra International avv. Antonio Ciacci mi scrive: “Sono molto dispiaciuto e mi associo alle condoglianze. Pregherò per l’anima Santa di un giovane che ha raggiunto la Gloria celeste, vicino a quel Cristo cui voleva dedicare tutta la propria vita. Un abbraccio forte. Antonio “ Ciao, Ciao Marco. Giancarlo Callegaro

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Viterbo 433

Nel mondo del rispetto

“Viaggio nell’imbarazzante mondo del rispetto”: è questo il sottotitolo di un libro di Francesco Mattioli, professore ordinario di sociologia presso l’Università di Roma La Sapienza, che l’Autore ha presentato in Viterbo presso la sala della Delegazione del Sovrano Ordine di Malta, grazie alla sponsorizzazione del Serra Club e della Diocesi di Viterbo. Si è svolta una tavola rotonda che ha accompagnato la presentazione del libro, edito dalle edizioni Paoline, dal titolo ironico “A che punto siamo arrivati” del prof.Mattioli con la partecipazione, oltre che dell’Autore, di mons.Dante Bernini, Vescovo emerito di Albano, del dott.Francesco Giorgino, giornalista RAI e conduttore del TG1 e della prof.ssa Maria Teresa Ubertini, già docente e Preside del Liceo Classico della città di Viterbo. Nella sala affollata da oltre 150 persone tra cui moltissimi Soci del Serra Club erano presenti il Presidente del Rotary Club dott. Mario Moscatelli, il Presidente del Panathlon Club avv.Stefano Marini Balestra, il sen.Giulio Marini e molte altre personalità. Dopo il saluto di S.Ecc.mons Lino Fumagalli e del Delegato dello SMOM avv.Roberto Saccarello, la Presidente del Serra Club di Viterbo prof.ssa Mariaester Semprini ha rivolto il suo benvenuto ai presenti e, riferendosi al titolo del libro, ha accennato all’importanza, anche in ambito sociologico, di proclamare non solo i diritti, ma anche i doveri, affermando come il rispetto debba essere considerato oltre che un diritto anche un dovere. Il prof.Mattioli inizia il suo intervento, affrontando il punto centrale della sua argomentazione, e cioè la considerazione che l’etica della nostra società è fondata sul principio,”non fare agli altri ciò che non vorresti che fosse fatto a te” che esprime una logica strumentale, un patto tra individui potenzialmente aggressivi che solo per tornaconto personale giungono al rispetto reciproco. Mattioli ritiene invece che il rispetto tra gli uomini debba nascere da due princìpi, uno cristiano, l’altro laico: nei Vangeli si legge il comandamento “Ama il prossimo tuo come te stesso” e Kant “Considera l’Uomo come un Fine, non come un Mezzo”. Il rispetto quindi si deve a chiunque, amico e nemico, proprio perché è un essere umano, la massima espressione dell’esistente, e senza seconde intenzioni. Un proposito difficile da perseguire, a volte “imbarazzante”, che non sempre si riesce ad onorare, ma al quale non si deve rinunciare. Alla presentazione del libro ha fatto seguito il dibattito, moderato da don Emanuele Germani,Direttore dell’Ufficio Stampa della Diocesi. È intervenuto il dott.Francesco Giorgino, giornalista RAI e conduttore del TG1 e anche docente alla facoltà di Scienza della Comunicazione dell’Università di Roma, con un’analisi sociologica del libro e con la citazione puntuale delle Encicliche che si sono succedute a partire dalla Rerum Novarum di Leone XIII, aventi contenuto sociologico, accennando anche alle rivoluzioni culturali del ’68 e della teoria della liberazione. Il dott.Giorgino ha duramente criticato il fenomeno della de-socializzazione e dell’egoismo risultante da un deleterio ripiegamento dell’individuo su se stesso. Mons. Dante Bernini, Vescovo Emerito di Albano e residente presso il Santuario della Quercia, frazione nella quale è nato, è intervenuto accennando al dilemma fede-ragione e proponendo un superamento dello stesso, sollecitando la mente alla valutazione del “bene “ e della “bellezza”. Infine la prof. Maria Teresa Ubertini, già docente di letteratura italiana e latina e poi preside del Liceo Classico della città di Viterbo, ha condiviso pienamente le argomentazioni del prof.Mattioli, confrontandole anche con riferimenti a passi della Divina Commedia e delle Lettere a Lucilio di Seneca, ponendosi infine il problema di quanto il rispetto per l’”altro”, inteso come valore assoluto, possa impegnare l’individuo nella vita quotidiana. Termino questo mio reportage citando le conclusioni finali dell’Autore: Rispettare gli essere umani come tali, trattarli come fini e non come mezzi non è solo un comandamento religioso o un imperativo etico, ma è la precondizione per poter capire quali sono le strade da percorrere,quali quelle da abbandonare, per rispettare se stessi, la propria dignità di uomini che hanno fatto una scelta morale. Mariaester Semprini

Livorno 486

La carità in S. Agostino

Il Vicario generale della diocesi di Livorno Mons. Ivano Costa, appassionato studioso di Patristica, su invito del Serra Club di Livorno, in un incontro aperto alla cittadinanza, ha trattato il tema “Aspetti della carità nei Sermoni di S. Agostino”, di cui vengono qui sinteticamente riportati alcuni passaggi. S. Agostino: il teorico di fede e ragione, il dottore della carità che è amore in Dio, amore tra Dio e il prossimo. “Se vedi la carità, vedi la Trinità” scrive S. Agostino (De Trinitate VIII, 8,12: CCL 50 287). S. Agostino imbocca il cammino della Verità, trova Dio, trova la Trinità grazie alla corrente filosofica del neo-platonismo che vuole Dio, Uno e Trino. “Tardi ti ho amato, Bellezza, così antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Sì, perché Tu eri dentro di me e io fuori lì ti cercavo” (Confessioni X, 27,28). “La storia d’amore tra Dio e l’uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e così il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più e la volontà di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall’esterno, ma è la mia stessa volontà, in base alla esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso” (S. Agostino Confessioni III,11: CCL 27,32). L’Oratore cita la Prima Lettera di Giovanni che tratta dell’Amore di Dio e dell’Amore del prossimo. Ci dice Mons.Costa: Il dottore della carità ci ricorda che il mistero della Trinità è tutto incentrato sull’amore: un Padre che genera per amore, un Figlio che si incarna per amore, lo Spirito che anima, soffia sull’amore in una comunione consustanziale. S. Agostino celebra il trio dell’amore e con esso la creazione e la Redenzione opere di amore. Lungo ed affettuoso l’applauso del numeroso pubblico presente. p. m.

Marzo 2014

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Aversa 1002

Scuola di filosofia tra classi liceali Il Liceo Classico Paritario Vescovile di Aversa “Card. Innico Caracciolo”, tramite il prof. Antonio Serpico, con il patrocinio morale del Serra Club e l’approvazione del Vescovo, S. Ecc. Mons. Angelo Spinillo, ha promosso un progetto di attività didattica originale, che attualmente è in svolgimento: uno studio in collaborazione tra quattro classi di quinto liceo appartenenti ad Istituti diversi del Comune di Aversa, incentrato sul seguente tema:

Il rapporto tra ragione e fede in uno dei massimi filosofi dell’Illuminismo tedesco:Immanuel Kant. Partecipano alla sua attuazione, con regolare autorizzazione dei rispettivi Collegi dei docenti e Dirigenti Scolastici, gli alunni e i docenti appartenenti ai – Liceo Vescovile Paritario “I. Caracciolo” (V sez A, guidata dallo scrivente); – Liceo Scientifico Statale “E. Fermi” (V sez O, guidata dal prof Tommaso Granata); – Liceo Statale “N. Jommelli” (V sez. Pedagogico, guidata dalla professoressa Lucia Mariniello); – lo stesso Liceo Statale “N. Jommelli” (V sez Linguistica, guidata dalla professoressa Carmen Stabile). Le ragioni che sono alla radice di questa esperienza sono varie. La prima è che l’argomento negli ultimi tempi è divenuto particolarmente attuale al punto che: – finanche Papa Francesco, in collaborazione con il Papa emerito Benedetto XVI, ne ha trattato ampiamente nell’enciclica Lumen fidei, la quale ha riscosso molti apprezzamenti e notevole successo editoriale tra credenti e non; – lo stesso Papa Francesco il 4 settembre del 2013 ha polemizzato per iscritto con il giornalista E. Scalfari per le critiche negative da quest’ultimo rivolte alla stessa enciclica, – ed, infine, il Papa emerito il 24 settembre dello stesso anno ha fatto altrettanto con il matematico prof. P. Odifreddi, che in un suo lavoro aveva esposto dubbi sulla credibilità della figura di Gesù quale emerge da scritti di Benedetto XVI risalenti ad anni precedenti, sostenendo in definitiva che la teologia è fantascienza. Questa iniziativa ha avuto come conseguenza che, nei mesi scorsi, a volte per la strada, altre volte nei circoli o salotti frequentati, discutendo dello stesso tema, si ripetesse acriticamente quanto spesso viene affermato negli ambienti dei credenti o in quelli dei non credenti. Nei primi si sostiene quanto la Chiesa ha sempre affermato e, cioè, che per conoscere la realtà e se stesso l’uomo ha bisogno del sapere scientifico-filosofico e della fede. Magistrale, a tal proposito, è la lezione che ci hanno lasciato Autori come Sant’Agostino, San Tommaso e, in ogni epoca, i documenti ufficiali della Chiesa, non ultimi l’enciclica Fides et ratio e l’enciclica Lumen fidei. Negli ambienti dei non credenti, invece, la tesi ultima ribadita più o meno da tutti e spesso in maniera acritica è che l’uomo di scienze e il filosofo non possano dare valore alla religione se non vogliono rinnegare se stessi e la loro cultura. Il secondo motivo è che i docenti, al fine di sottrarre gli alunni e se stessi all’influenza di posizioni precostituite, hanno pensato di studiare il problema di cui al progetto, affidandosi ad una delle pietre miliari della storia del pensiero filosofico, Immanuel Kant, che lo affrontò in un itinerario di ricerca trentennale (dal 1763 al 1793), svolto alla fine del Settecento, attraverso una meditazione profonda e appassionata per effetto della quale, dopo essere stato a lungo sostenitore della tesi che negava ogni valore al pensiero religioso, giunse alla fine ad affermare la naturalità e razionalità della fede cristiana. Essi hanno ritenuto che l’impegno nel progetto può consentire un approccio favorevole all’esame razionale delle diverse posizioni prima indicate non soltanto per l’autorevolezza del filosofo tedesco, ma anche perché la sua ricerca si sviluppò in luoghi e tempi diversi dai nostri, e, quindi, può ben essere utilizzata al fine di aiutare gli studenti a percorrerne le tappe in maniera serena e spassionata, senza subire i condizionamenti che possono venire dall’attualità, e ricorrendo, ovviamente, ai testi dell’Autore tedesco reperibili nel nostro Paese in buona traduzione in italiano. Altre ragioni della promozione del progetto si possono ritrovare nel fatto che, studiando le varie tappe della ricerca kantiana, è possibile perseguire anche il conseguimento dei seguenti “obiettivi finali”, che sono propri dell’insegnamento della filosofia dei Licei. Infine ,ma non ultimo, il desiderio di impegnarli in un tipo di studio non consueto, capace di indurli a esaminare a fondo e a sforzarsi di ben capire ragionamenti non semplici, realizzati in uno stile espositivo in cui il periodare è quasi sempre assai complesso e le idee vengono veicolate da termini spesso nuovi, nonché a discutere all’interno di un pubblico numeroso, composto oltre che da quasi cento studenti, anche dai docenti delle classi partecipanti, dalla professoressa Maria Luisa Coppola e, spesso, da S. Ecc. Rev.ma il Vescovo e da qualche autorità scolastica. A conclusione del lavoro a tutti gli alunni che avranno partecipato con impegno alle attività previste dal progetto il Serra Club di Aversa rilascerà un attestato di frequenza, e nel caso fossero state prodotte da loro pagine pregevoli sui vari momenti del studio di Kant, lo stesso Serra Club potrebbe, con l’aiuto dei docenti impegnati nel corso ed indicando il nome degli studenti che le avranno scritte, pubblicare queste pagine formandone un piccolo libro. Antonio Serpico

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in dialogo

Lettere al Direttore • Lettere al Direttore

Perché l’ “estensione”? Una tendenza diffusa tra i Cattolici è il contarsi. C’è chi tra noi è soddisfatto o deluso a secondo che le statistiche denuncino un aumento oppure una diminuzione di Cattolici nel mondo od in una zona di esso. Eppure non ci si accorge che si tratta di un pregiudizio in quanto contrario all’insegnamento di Gesù il Cristo, il Quale già scegliendo il modesto numero di dodici Apostoli ha evidenziato come rilevante non il numero, ma la fede di chi è disponibile ad evangelizzare. La tendenza di contarsi è un pregiudizio anche per il motivo che “la fede è garanzia delle cose sperate, prova per le realtà che non si vedono” (Eb 11, 1) e, quindi, essa non dipende dal numero di coloro che affermano di praticarla. Già da queste considerazioni emerge che l’esito dell’evangelizzazione non dipende dal numero degli operatori, né da quello degli evangelizzati, ma dipende dallo “scopo” attribuito all’evangelizzazione e, perciò, dal conseguimento dello “scopo”. È innegabile che per chi si propone l’evangelizzazione, il successo umanamente è un conforto ed un rafforzamento del suo impegno, ma sarebbe erroneo confondere questo “effetto” con lo “scopo”. Tutto ciò evidenzia al tempo stesso il significato e lo scopo dell’attività di “estensione” nell’ambito dei Serra Clubs, sia perché tale attività è una specifica manifestazione della generale evangelizzazione doverosa per ogni cattolico, sia perché lo “scopo” della “estensione serrana” non è l’aumento del numero dei Serra Clubs o dei Serrani, ma è il potenziamento delle probabilità di realizzare lo “scopo” del Movimento serrano consistente nel favorire la risposta alla chiamata di Dio al sacerdozio nonché nel sostegno a favore dei Sacerdoti. Per i Serrani, in particolare, vale la recente esortazione di Papa Francesco ad uscire per “offrire la vita di Gesù Cristo” (Esortazione Apostolica 24.11.2013, n. 49) a beneficio dello “scopo” essenziale del nostro Movimento in realizzazione dell’esortazione specifica del Cristo a pregare “il padrone della messe che mandi operai alla sua messe” (Mt 9, 37). La specifica evangelizzazione serrana dunque comporta la consapevolezza che l’efficienza dell’organizzazione e degli strumenti della nostra azione sono esclusivamente segmenti per realizzare lo “scopo” del Movimento Serrano, mentre la preghiera incessante e convinta è la linfa vitale dell’evangelizzazione serrana. Il Serrano realmente consapevole della Sua missione nell’ambito della Chiesa come popolo di Dio non può dolersi per la riduzione dei Serra Clubs e/o dei Serrani, perché in tale contingenza Suo dovere è meditare sulle eventuali carenze della Sua azione di evangelizzazione e dell’azione comunitaria del Movimento Serrano, ripetendo a Se stesso l’ammonizione paolina “Guai a me se non annuncio il Vangelo! “ (1 Cor 9, 16). Aurelio Verger

Sono d'accordo su tutto, caro Verger, tranne che sulla notazione finale. Nella sua frase "il Serrano (...) non può dolersi per la riduzione dei Serra Clubs e/o dei Serrani", io inserirei infatti un "solo". In altri termini non può solo dolersi. E non può neanche solo dolersi e meditare sulle eventuali carenze della sua azione. A me questi paiono due momenti necessari ma propedeutici a un terzo e più importante snodo: l'azione. In sostanza è necessario trasformare la preoccupazione (a volte la lamentela) e la riflessione in nuovo slancio. Non è questo il luogo per dire come. Se ne parlerà certamente in seno agli organi nazionali, distrettuali e dei vari club. Ma intanto grazie per aver posto il problema.

VISITATE IL PORTALE: www.serraclubitalia.it ovvero com Marzo 2014

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SERRA INTERNATIONAL ITALIA XIV Congresso Nazionale 30-31 Maggio - 1 Giugno 2014 BOLOGNA Hotel Savoia Regency

* «La bellezza della Fede nel mondo governato dall’economia: una vocazione per la vera crescita»

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Il serrano n 132  

IL SERRANO. Organo dell’Associazione Serra International Italia.

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