Page 1

Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003 In caso di mancato recapito rinviare all’Ufficio Poste e Telecomunicazioni di Palermo C.M.P. detentore del conto per restituire al mittente che s’impegna a pagare la relativa tassa

Organo dell’Associazione Serra International Italia • Rivista trimestrale • n.128 Dicembre 2012

Per sostenere le vocazioni sacerdotali

Il Natale dell’Anno della Fede


Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003 In caso di mancato recapito rinviare all’Ufficio Poste e Telecomunicazioni di Palermo C.M.P. detentore del conto per restituire al mittente che s’impegna a pagare la relativa tassa

sommario editoriale

Organo dell’Associazione Serra International Italia • Rivista trimestrale • n.128 Dicembre 2012

Per sostenere le vocazioni sacerdotali

PERIODICO TRIMESTRALE N. 128 ASSOCIAZIONE SERRA INTERNATIONAL ITALIA

IV trimestre - dicembre 2012 (XXXVI)

Il Natale dell’Anno della Fede

® 3 tre motivi per fare natale sul serio di Mimmo Muolo

Registrato presso il Tribunale di Palermo n. 1/2005 del 14 gennaio 2005 Iscrizione al Roc n. 21819 del 16/01/2012 Spedizione Abbonamento Postale Gr. IV Pubblicità inferiore 50%

Direttore responsabile Mimmo Muolo

vita della chiesa

® 4 rinnovare il mondo secolarizzato

Redazione Renato Vadalà Via Principe di Belmonte, 78 - 90139 Palermo E-mail: ilserrano@serraclubitalia.it

di Stefania Careddu

® 6 per una nuova pentecoste di Massimo Bianchi

® 8 collegare il vangelo al quotidiano di Mario Anselmi

® 10 la ragionevolezza dell’atto di fede di Giuseppe Savagnone

® 12 il «mattino di gesù» nel libro di benedetto XVI di Massimo Lanzidei

® 14 la vita è buona

Comitato di Direzione Antonio Ciacci, Presidente del CNIS Giampiero Camurati, V. Presidente del C.N.I.S. Giuliano Faralli, V. Presidente del C.N.I.S. Gino Cappellozza, V. Presidente del C.N.I.S. Renato Vadalà, V. Presidente del C.N.I.S. Trustee italiani di Serra International Redattori distrettuali (si veda il «Bellringers»)

www.copercom.it le interviste

® 16 debora caprioglio: grazie al matrimonio ho ritrovato la fede di Mimmo Muolo cultura

® 18 «montismo» o no? di Domenico delle Foglie vita del serra

® 20 «quando venne la pienezza del tempo...» di M.A.L.

® 22 leggere la provvidenza nelle vicende della vita di Maria Luisa Coppola

® 24 la confessione e le indulgenze di Cosimo Lasorsa

® 26 il serra in visita all’ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni di Mario Montagnani

® 27 il serra e il sostegno economico della chiesa di Francesco Baratta vocazioni

® 28 vocazione e vocazioni: percorsi molteplici, sempre aperti alla novità di Maria Lo Presti dai club e distretti

® 30 Notizie ed iniziative in dialogo

® 35 Lettere al Direttore In copertina: Renato Guttuso: «La fuga in Egitto»

Hanno inoltre collaborato a questo numero:

Sergio Borrelli Alessandro Gelich Gancarlo Callegaro Lino Sabno Alessandro Bassi L.

Stella Laudadio Michele Giugliano Lino Jacobino Marco Creatini

Norme essenziali per redattori e collaboratori

1. Inviare il materiale per la stampa entro e non oltre il 20 Febbraio 2013. 2. Inviare i contributi all’e-mail sotto indicata. 3. Inviare foto molto chiare con soggetti inquadrati da vicino. I redattori distrettuali, i collaboratori ed i Vice Presidenti di Club responsabili delle comunicazioni sono pregati di attivarsi per l’inoltro di brevi cronache relative alle attività svolte dai Club e dai Distretti alla Segreteria di redazione E-mail: ilserrano@serraclubitalia.it

Gli articoli pubblicati esprimono il pensiero dei rispettivi autori e non rispecchiano necessariamente la linea editoriale della testata. La Direzione si riserva di pubblicare in tutto o in parte le foto, gli articoli e i servizi pervenuti, secondo le esigenze di spazio. Il materiale, anche se non pubblicato, non sarà restituito. Stampa Luxograph s.r.l. - Palermo tel. fax 091 546543 (e-mail: info@luxograph.it)


editoriale

Tre motivi per fare Natale sul serio di Mimmo Muolo

U

n vecchio adagio dice che “Natale quando arriva arriva”. E poiché i proverbi hanno sempre un fondo di saggezza popolare, questo detto viene a ricordarci che la festa della nascita di Gesù non è nella nostra piena e insindacabile disponibilità. Semmai è vero esattamente il contrario. In altri termini non siamo noi a dettare i tempi dell’agenda a Dio, anzi è l’Eterno che entrando nel tempo cambia radicalmente il senso del tempo stesso e ci chiama a viverlo in un modo completamente diverso. Questo è vero per ogni Natale che si è susseguito nel mondo fin da quel fatidico 25 dicembre di oltre 2000 anni fa (pare infatti, secondo recenti studi, che la scelta della data non sia solo simbolica, la festa pagana del sole invitto soppiantata da quella cristiana, ma qualcosa di più). Ed è vero specialmente per il Natale del 2012 che cade proprio nell’Anno della fede. Perché questo Natale è diverso dagli altri? Per una serie di motivi che vale la pena di esaminare. Prima di tutto è – di nuovo – un Natale in tempo di crisi. Tante famiglie sono costrette a fare i conti con le ristrettezze imposte dalle mutate condizioni economiche e questo non può lasciarci indifferenti. Ma mentre è bene moltiplicare gli slanci della generosità e della condivisione con chi è nel bisogno, dobbiamo anche riconoscere che la crisi può e deve indurci a rivedere anche il nostro rapporto con la festa che ci accingiamo a celebrare. Per troppo tempo il Natale ci è stato scippato dal consumismo e come sotterrato da una montagna di pubblicità, di pubblicazioni, di film e di strenne che nulla avevano a che vedere con l’autentico spirito natalizio. È ora di recuperare l’essenziale e l’essenziale è proprio quel Bambino che sceglie di nascere povero in una mangiatoia al fine di salvarci, ricordandoci nel contempo che anche l’ultimo tra gli uomini e le donne è amato da Dio. Il secondo elemento che dà una coloritura differente a questo Natale è proprio l’Anno delle fede. Il Papa, proclamandolo, ha voluto mettere l’accento su quello che in effetti è il problema dei problemi della nostra epoca. La fede affievolita, intorpidita, intiepidita, a volte addirittura morta, di molti battezzati. Il Natale dell’Anno della Fede ci offre invece lo spunto per riattizzare la brace del credere liberandola dalla cenere della dominante cultura relativista che la soffoca. Guardiamoci intorno. Non è più tempo di cristiani tiepidi. Bisogna riscoprire l’impeto delle prime comunità. Se infatti le cose nella società, nell’economia, nella politica e in generale nella vita di tutti i giorni non vanno bene, non è perché siamo cristiani, ma anzi perché non lo siamo abbastanza. Infine c’è un terzo elemento che deve rendere speciale il prossimo 25 dicembre (e tutti i mesi a seguire). Viviamo in un momento in cui il bene più raro (e quindi più prezioso) non è l’oro, ma la speranza. Lo vediamo da tanti particolari e più di tutti dalla mancanza di fiducia che alberga nel cuore dei giovani, vittima del precariato inventato da noi adulti. In passato erano i giovani a trascinare il mondo verso il cambiamento. Oggi anche loro sembrano aver smarrito la forza propulsiva. Allora il Natale capita proprio a proposito. Accanto alle luci esterne, che adornano alberi, strade, negozi e finestre delle nostre città, noi credenti siamo chiamati a riaccendere le luci della speranza interiore. E non solo di quella con la “s” minuscola. A Natale infatti entra nel mondo la Speranza vera, Gesù Cristo, ed è compito nostro annunciarlo a tutti gli uomini. Anzi, per usare un termine caro a tutti i serrani, direi che questa è la nostra vocazione. E allora, buon Natale, amici. Un Natale vero, non quello fatto di pacchi regalo e di confusione che stordisce. Natale festa che quando arriva, cambia davvero la faccia della Terra. Come ha fatto 2000 anni fa e continua a fare anche oggi.


vita della chiesa

speciale anno della fede

rinnovare il mondo secolarizzato

L

a Chiesa deve allargare le braccia per accogliere “le persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo”. È questo per Benedetto XVI il messaggio emerso dal Sinodo che ha riunito per tre settimane in Vaticano 262 vescovi dei cinque Continenti e 94 invitati, tra uditori ed esperti, per riflettere sulla Nuova Evangelizzazione. Nel contesto attuale, segnato dalla secolarizzazione, serve, ha spiegato il Papa nell’omelia della messa conclusiva, “un’attenzione particolare” verso le persone lontane “affinché incontrino nuovamente Gesù Cristo, riscoprano la gioia della fede e ritornino alla pratica religiosa nella comunità dei fedeli”. Per questo, secondo i padri sinodali, oltre “ai metodi pastorali tradizionali, sempre validi”, la Chiesa deve “adoperare anche metodi nuovi, curando pure nuovi linguaggi, appropriati alle differenti culture del mondo, proponendo la verità di Cristo con un atteggiamento di dialogo e di amicizia che ha fondamento in Dio che è Amore”. Nel dibattito sinodale (condensato poi in 58 propositiones) sono stati affrontati vari temi, tra i quali ad esempio l’istituzionalizzazione del ministero per la catechesi ed i “cammini di conversione e riconciliazione” per i divorziati risposati, mentre è stato espresso “rammarico” per gli abusi compiuti da sacerdoti che ostacolano l’annuncio del Vangelo. Ancora una volta poi è stata messa in evidenza “la centralità della parrocchia”. “La pastorale parrocchiale dev’essere sempre più, diventare sempre più la pastorale integrata con tutti i nuovi movimenti, le nuove comunità, le associazioni, perché la parrocchia, pur nella sua necessità assoluta, non è più autosufficiente”, ha osservato il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei. Sebbene, come ha avvertito da parte sua monsignor Nicola Eterovic, segretario del Sinodo, sia “troppo presto per fare un bilancio esaustivo”, è certo che il dato principale è stato proprio il rilancio del valore della famiglia e della parrocchia in una pastorale integrata, che si apra cioè anche a nuovi ambiti come il mondo della cultura e internet. “Mantenendo i valori tradizionali di entrambe, bisogna cercare – ha spiegato l’arcivescovo croato -

4

modi nuovi per aiutare la famiglia che, in questo momento, si trova sotto attacco da diverse parti, ma bisogna cercare nuovi modi per evangelizzare la gente nelle parrocchie, non accontentandosi solo di quelli che le frequentano, ma anche andando alla ricerca di altre persone, che hanno ricevuto il sacramento del Battesimo e che non sono praticanti”. Di grande rilievo, per il segretario generale del


visto dai vescovi Sinodo, è il dialogo che si è svolto tra il Papa e i padri sinodali che spesso hanno basato i loro interventi proprio sulle analisi e le aperture del Pontificato di Ratzinger. “Benedetto XVI - ha ricordato monsignor Eterovic - ha potuto incoraggiare i pastori, soprattutto quelli che si trovano nei Paesi in cui i cristiani sono in difficoltà, a continuare ad annunciare la Buona Notizia anche in mezzo alle sofferenze, alle persecuzioni, perché la croce, per noi cristiani, è la via della risurrezione”. Nel Sinodo sulla nuova evangelizzazione, ha riassunto padre Adolfo Nicolas, il “papa nero” dei gesuiti, sono stati messi in rilievo argomenti strategici come “il riconoscimento dell’importanza dell’esperienza religiosa (l’incontro con Cristo); l’urgenza di una buona formazione spirituale e intellettuale dei nuovi evangelizzatori; il ruolo centrale della famiglia, luogo privile-

vita della chiesa giato per la crescita nella fede; l’importanza della parrocchia e delle sue strutture che hanno bisogno di essere rinnovate per diventare sempre più aperte a un più vasto impegno e ministero dei laici; la priorità all’evangelizzazione piuttosto che all’espressione sacramentale”. “Da questo Sinodo esce rafforzato l’impegno per il rinnovamento spirituale della Chiesa stessa, per poter rinnovare spiritualmente il mondo secolarizzato”, ha detto il Papa ricordando che la nuova evangelizzazione è una sfida che chiama in causa tutti. Perché “tutti gli uomini hanno il diritto di conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo; e a ciò corrisponde il dovere dei cristiani, di tutti i cristiani, sacerdoti, religiosi e laici, di annunciare la Buona Notizia”. Stefania Careddu


speciale anno della fede

vita della chiesa

per una nuova pentecoste di Massimo Bianchi

L’

anno della fede, visto dai religiosi, è un momento assai propizio per rinnovare innanzitutto il servizio della vita consacrata all’evengelizzazione. E poi anche per riflettere sul momento che i “frati d’Italia stanno attraversando. Diciamo subito che nel nostro Paese c’è un “esercito” sempre pronto a intervenire su tutte le frontiere della carità. È l’”esercito” formato dai circa 18mila religiosi italiani, che gestiscono scuole e ospedali, che animano santuari e parrocchie e sono anche ben presenti nel campo dell’editoria e della cultura con le loro apprezzate pubblicazioni. Si pensi a che cosa sarebbe l’Italia senza la presenza dei religiosi o senza città come Assisi e San Giovanni Rotondo, oppure ancora senza santuari grandi e piccoli, antichi e moderni. Insomma, anche in tempo di inquinamento materialista, la vita religiosa continua a costituire un polmone di autentica spiritualità che assicura l’ossigenazione dell’anima, sottoposta al bombardamento delle polveri sottili dell’ideologia relativista. In questo anno della fede i religiosi sono pronti a dare “battaglia” anche sul piano della nuova evangelizzazione e intendono farlo con le loro “armi”, che sono quelle dell’accoglienza, della preghiera e del loro stesso stato di vita. Lo ha ricordato ad esempio, nel suo intervento filmato all’assemblea generale della Cism, la Conferenza dei Superiori maggiori d’Italia, svoltasi a novembre ad Acireale (Catania) il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano. «La vita religiosa può contribuire a far passare gli uomini e le donne del nostro tempo da una fede per convenzione a una fede per convinzione». E questo passaggio, per il porporato, avviene quando ognuno può verificare concretamente che «l’umano viene chiarito, potenziato e salvato dall’incontro con Cristo». In sostanza ha aggiunto un altro cardinale, l’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, «la gente deve vedere Gesù brillare sul vostro volto. I vostri carismi devono far trasparire l’amore di Dio per tutti gli uomini e in particolare per i poveri. Le vostre case religiose devono essere luoghi di eccellenza dove si può toc-

6

care con mano la presenza del Dio-amore e la sollecitudine della Chiesa verso i suoi fedeli». Anche il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, ha messo in rilievo l’insostituibile ruolo dei religiosi all’interno di una società in forte trasformazione. «Nell’esperienza delle vostre comunità – ha infatti sottolineato rivolgendosi ai padri provinciali – c’è una ricchezza che non può restare chiusa in se stessa. Voi testimoniate ogni giorno che c’è un altro modo di vivere, rispetto alle tendenze disgregatrici imposte dalla cultura dominante e amplificate da una certa cupola mediatica». Tarquinio ha citato a questo proposito i cambiamenti in atto nella famiglia, nella scuola e nella politica, ha ricordato come «un clima e una serie di regole, che possiamo inserire nell’alveo del “politicamente corretto”, rischino di interrompere la trasmissione della fede». Ma ha anche sottolineato che, nonostante tutto, «l’Italia continua a respirare aria cristiana, anche se qualcuno vorrebbe privarla di questo respiro». Di qui la sua conclusione improntata alla speranza. «La società italiana ha bisogno del cristianesimo. E i religiosi possono appagare questo bisogno, continuando ad essere quello che sempre sono stati e a testimoniarlo nelle forme richieste dall’oggi». Il tutto, naturalmente, secondo lo stile che ha sempre connotato ciascuna famiglia religiosa. Secondo monsi-

il serrano n. 128


visto dai religiosi gnor Calogero Peri, vescovo di Caltagirone, questo stile è fatto soprattutto di «gratuità, umiltà, accompagnamento delle persone, per cercare insieme Dio». E poi attenzione ai bisogni, «sull’esempio del buon samaritano, che non passa oltre, ma si china sulle ferite dell’uomo lasciato al margine della strada e paga di persona anche le sue cure». A parere del presule, tuttavia, il contributo più originale che i “frati d’Italia” possono offrire è quello di coniugare profezia e testimonianza. «Ad esempio guardare la storia dalla prospettiva della risurrezione e non da quella della morte. Oppure essere come il vento, continuamente in movimento, senza mai stancarsi di cercare la novità. Oppure ancora – ricorda il vescovo di Caltagirone – adottare la metodologia dell’esodo, cioè passare all’altra riva senza voltarsi indietro, e non quella dell’Odissea, che segna il ritorno al punto di partenza». In sostanza, come ha aggiunto, don Pascual Chavez, rettor maggiore dei Salesiani, «la nuova evangelizzazione deve essere come una nuova Pentecoste, che fa diventare i discepoli di Cristo autentiche lingue di fuoco capaci di infiammare i cuori». Questo ha detto il Sinodo dei vescovi celebrato in Vaticano nello scorso mese di ottobre e questo bisogna fare «di fronte a sfide epocali come il secolarismo e la globalizzazione». Il Sinodo, però, non deve essere confinato nella prossima esortazione apostolica del

dicembre 2012

vita della chiesa Papa, con il rischio che vada tutt’al più ad arricchire le biblioteche teologiche. «Dobbiamo portare il Sinodo e le sue intuizioni nella vita della Chiesa – ha affermato padre Ornelas Carvalho, superiore generale dei Dehoniani –. Soprattutto noi religiosi cerchiamo di fare comunità e di generare comunione». Da padre Mauro Johri, ministro generale dei Cappuccini è inoltre giunto l’invito a «non sprecare le occasioni di evangelizzazione», come ad esempio le confessioni. E poi, ha aggiunto, «è importante la preghiera». Infine per Silvio Sassi, superiore generale dei Paolini, «l’evangelizzazione chiede umiltà: persone che si siedano accanto agli altri non per insegnare, ma per capire e accompagnare». Insomma una questione di stile. Proprio quello invocato anche padre Luigi Gaetani, carmelitano scalzo, nuovo presidente della Cism. «La domanda decisiva non è cosa fare di nuovo – ha spiegato –, ma come essere in se stessi luoghi e spazi di Vangelo», cioè «luoghi in cui si vive la grazia dell’incontro con Cristo». «Occorre dunque dimorare nel più profondo dell’anima, sapendo accogliere le sfide del mondo moderno e contemporaneo, senza chiudersi a riccio o continuando a ripetere ciò che si è sempre detto». In altri termini, «la fede non va solo dimostrata, ma testimoniata, vissuta, raccontata». E i religiosi italiani questo lo sanno fare da sempre. Perché è proprio la loro vocazione.

7


vita della chiesa

speciale anno della fede

collegare il vangelo al quotidiano

di Mario Anselmi

M

entre mi accingevo a scrivere queste righe sull’Anno della fede visto dai laici, mi sono imbattuto in una bella lettera pastorale del vescovo di Albano, monsignor Marcello Semeraro, che si intitola “Credo in te”. Emblematica, a mio avviso, è la foto di copertina, che lo stesso autore ha voluto inserire non a caso, ma come un preciso messaggio. Si tratta di un quadro di Van Gogh, intitolato “I primi passi”. Al centro della scena c’è un bambino che la mamma, poco fuori dal cancello di casa, tiene per le braccia aiutandolo a muovere, appunto, i primi passi. Dall’altra parte il padre, che giunto dal lavoro nei campi, ha posato a terra gli arnesi e sta aspettando il figlioletto a braccia aperte. Il resto possiamo immaginarlo, commenta monsignor Semeraro, ci siamo passati tutti. Ma l’immagine è emblematica perché descrive bene, persino al di là delle intenzioni del pittore, proprio la nostra condizione umana riguardo alla fede. Il bambino è ogni uomo che la Madre Chiesa guida a fare i primi passi verso il Padre, cioè Dio, il quale ci aspetta a braccia aperte e ci accoglierà con il suo abbraccio. Ecco, l’Anno della Fede per noi laici dovrebbe essere proprio questo. Riscoprire questo itinerario che porta verso l’Eterno, rinvigorire la nostra traballante andatura e camminare sempre più gioiosi e spediti verso la meta dell’approdo definitivo alla vita eterna. Nel quadro di Van Gogh, infatti, c’è una distanza notevole – ancorché non incommensurabile – tra le due figure della madre e del bambino e quella del padre. Questa distanza è la nostra vita terrena, cioè lo spazio che ci è dato per irrobustire con le nostre scelte personali la fede donataci da Santa Madre Chiesa, attraverso il battesimo e gli altri sacramenti. Oggi, molto spesso, accade che i laici battezzati

8

il serrano n. 128


visto dai laici rimangano per tutta la vita ai primi passi in fatto di fede. L’anno che Benedetto XVI ha voluto proclamare deve essere invece una palestra in cui impariamo ad assumere la giusta andatura, proprio come è successo ad ognuno di noi con l’esercizio del camminare. Certo, poiché la condizione umana è fallace e il peccato è sempre dietro l’angolo, qualche volta ci capiterà di cadere, qualche altra volta di assumere un atteggiamento zoppicante, ma proprio come avviene nel quadro, l’Anno della fede ci ricorda che alle nostre spalle c’è una madre amorevole – la Chiesa appunto – sempre pronta a sostenerci e a rialzarci, ad esempio con la forza del sacramento della misericordia. I mesi che sono davanti a noi vanno dunque vissuti

vita della chiesa proprio con questo spirito. Per quelli che si sono allontanati dalla pratica della fede possono essere una bella occasione per riprenderla. Per coloro che rischiano di viverla come una routine, questo periodo può e deve riaccendere la scintilla di un più consapevole collegamento del Vangelo con la vita di tutti i giorni. Per coloro che infine hanno già raggiunto tale consapevolezza è il momento di condividerla con gli altri, aiutando chi si trova di più in difficoltà. Per tutti l’Anno delle fede deve essere una potente spinta a riprendere in mano gli insegnamenti del Concilio Vaticano II e il magistero dei Pontefici (si veda ad esempio la Christifideles laici di Giovanni Paolo II) sul ruolo dei laici nella Chiesa e nella società. Soprattutto oggi l’Italia ha bisogno di laici cristiani ben formati in tutti i campi più importanti: dalla politica all’economia, dalle arti alle scienze, anche in settori apparentemente secondari come lo sport e il tempo libero.

Il bambino è ogni uomo che la Madre Chiesa guida a fare i primi passi verso il Padre, cioè Dio, il quale ci aspetta a braccia aperte e ci accoglierà con il suo abbraccio

La posta in gioco è troppo importante per lasciare che altri possano impadronirsi della scena (come purtroppo stanno facendo). Occorre dunque tornare a dispiegare gli insegnamenti dell’antropologia cristiana che possono influenzare positivamente tutti i campi dell’attività umana. Faccio un solo esempio: l’urbanistica. L’arte di progettare le città è fortemente tributaria della visione dell’uomo che si ha come riferimento. Vi siete mai chiesti perché i nuovi quartieri sono così anonimi? Perché ad esempio rarissimamente vengono progettate nuove piazze e si prevedono solo strade, grandi palazzi e viali interminabili? Tutto ciò è ispirato alla logica dell’individualismo che fa di ogni uomo un’isola. La piazza invece è sinonimo di socialità e mette le persone, non gli individui, in relazione tra loro. Come si vede, dunque, se lasciamo l’urbanistica in mano ad architetti e politici che si ispirano ad una antropologia non cristiana, poi non potremo tanto lamentarci della bassa qualità della vita nelle nostre città. Per concludere la nostra riflessione, dunque, voglio lanciare un appello: per noi laici, specie per i laici del Serra Club, questo Anno della Fede deve essere davvero un anno di vita. La vita buona del Vangelo. La vita buona che ci porta all’incontro con il Padre.

dicembre 2012

9


speciale anno della fede

vita della chiesa

la ragionevolezza dell’atto di fede

L

a fede è cieca? Nell’opinione corrente, quasi. La si contrappone spesso alla ragione, come se fossero nemiche o almeno estranee. Le si attribuisce una valenza prevalente emotiva e le si assegna il compito di dare senso alla vita, ma si separa questo problema da quello della verità, di cui sarebbero depositarie solo le scienze o che, in una versione ancora più radicale, sarebbe inconoscibile. Il risultato è una diffusa tendenza a sostenere che “ognuno ha la sua verità”, dando luogo a quella «dittatura del relativismo» che, nell’omelia della messa pro eligendo pontifice l’allora card. Joseh Ratzinger denunziava come la più grave minaccia per la nostra società. In questo quadro, credere si riduce a una fuga consolatoria in un mondo illusorio, che non può reggere il confronto con gli argomenti di chi non crede. A questo punto, la fede diventa un soprammobile e, separata dalla verità, non può più pretendere di orientare la vita. Già Giovanni Paolo II, nell’enciclica Fides et ratio, notava che questo ha delle conseguenze gravissime sul piano etico: «Persa l’idea di una verità universale sul bene, conoscibile dalla ragione umana, è inevitabilmente cambiata anche la concezione della coscienza: questa non è più considerata nella sua realtà originaria, ossia un atto dell’intelligenza della persona, cui spetta di applicare la conoscenza universale del

10

di Giuseppe Savagnone

bene in una determinata situazione (...) Ci si è orientati a concedere alla coscienza dell’individuo il privilegio di fissare, in modo autonomo, i criteri del bene e del male (...) Tale visione fa tutt’uno con un’etica individualistica, per la quale ciascuno si trova confrontato con la sua verità, differente dalla verità degli altri» (ivi, n.98). Da qui anche il venir meno della volontà di fare scelte radicali: «Non si deve assumere più nessun impegno definitivo, perché tutto è fugace e provvisorio» (ivi, n.46).


visto dagli intellettuali Ma veramente fede e ragione, sono separabili? È lo stesso Giovanni Paolo a rispondere, nella Fides et ratio: esse, egli scrive, «sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità» (Preambolo). Senza l’una, anche l’altra è compromessa, perché non si vola con un’ala soltanto. Su questa linea, Benedetto XVI non si è stancato di sottolineare la inscindibile connessione del cristianesimo con la sfera dell’umana ragione, nella prospettiva della verità. Ben lungi dal favorire un affidamento cieco, la riscoperta della fede nel Dio del Logos incarnato (logos, in greco significa pensiero, ragione, oltre che parola) rende «di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intima unità che le tiene insieme». È questa la grande sfida a cui gli intellettuali cattolici devono far fronte e di cui l’anno della fede costituisce un’importante tappa. In un mondo che, rigettando la fede, ha perduto anche la ragione e vede il dilagare delle superstizioni settarie e della magia, oppure dei fondamentalismi fanatici, si tratta di riportare alla luce la profonda ragionevolezza dell’atto di fede, in cui senso e verità della vita possono trovare il loro fondamento anche da un punto di vista razionale. Ma per questo, i primi a riscoprire questa valenza del cristianesimo devono essere i cristiani. Troppo spesso gli stessi credenti vivono la loro adesione in modo abitudinario, tradizionalista, senza un’autentica consapevolezza e senza collegare la proposta del Vangelo ai grandi problemi culturali ed esistenziali del nostro tempo. Perciò l’anno della fede deve costituire per loro, per i credenti, innanzi tutto, un momento di riflessione sui contenuti della Rivelazione, ai quali tal-

vita della chiesa volta danno il loro assenso quasi dandoli per scontati, senza coglierne la portata. Dallo stupore di questa presa di coscienza potrà derivare la forza di un annunzio missionario di cui la nostra società ha oggi un disperato bisogno.

renato guttuso:

“la fuga in egitto“ Il quadro riprodotto in copertina è ritenuto il bozzetto per un’opera eseguita nel 1983 in una cappella del Sacro Monte di Velate a Varese. Il Sacro Monte di Varese sorge su un’altura della città omonima ed è uno dei più noti itinerari mariani a livello nazionale e non solo. Quest’opera colpisce da lontano l’attenzione del visitatore per la vigorosa intensità dei colori e la composizione “narrativa”. Giuseppe, infatti, non è a piedi secondo la tradizione, ma in groppa all’asino insieme a Maria. L’opera cattura dunque il momento in cui la Madonna – con in braccio il Bambino ancora in fasce – e Giuseppe, sono in sella a un esile asinello e scappano da Erode verso una nuova meta, l’Egitto. La presenza di qualche masserizia, di arnesi da falegname nel ridotto bagaglio con pochi viveri e la descrizione del paesaggio desertico con i suoi toni dorati, le rocce, le palme e i cactus, caratterizzano non poco questa opera del pittore bagherese. Nella illustrazione della fuga della Sacra Famiglia, inoltre, chi li accompagna nel corso di questo lungo viaggio, non è un Angelo, come vorrebbe l’iconografia canonica, ma una colomba, simbolo di purezza, fratellanza e pace. “Il racconto evangelico, secondo la lettera di Matteo, si ripete ai nostri giorni (…)”– scrisse Guttuso in un noto articolo allora comparso sul Corriere della Sera (6 novembre 1983). Una rappresentazione, dunque, dal significato universale: il riproporsi nel tempo presente del dramma di coloro che devono lasciare la terra natia per sfuggire a oppressioni o persecuzioni. La commissione dell’opera al pittore venne affidata direttamente dall’ex segretario di papa Giov. Battista Montini, monsignor Macchi, suo segretario personale e arciprete della cappella del Sacro Monte di Velate e il tema a cui l’artista si indirizza è, appunto, un episodio biblico. Guttuso non fu religioso in senso letterale ma fortemente schierato su delle posizioni di forte laicismo dove si radica la protesta proletaria, tuttavia affrontò, con coinvolgente sensibilità, tanti altri temi religiosi. t. c.

11


il «mattino» di gesù nel libro di benedetto XVI

Consiglio della cultura, il quale ne ha sottolineato i diversi piani di lettura. Ad esempio il rapporto con l’attualità. «Penso al grido delle madri nella strage degli innocenti – ha detto il porporato –, un grido universale che risuona ancora ai nostri giorni, mentre muoiono i bambini a Gaza». Dunque, ha ricordato Ravasi, «non siamo di fronte a un testo solo informativo, ma anche performativo, che ci coinvolge e artiglia la nostra coscienza». Naturalmente non si tratta del solo pregio del volume. Un’altra qualità dell’opera ratzingeriana è infatti, per il porporato, «la chiarezza del pensiero, che si riflette nella chiarezza dello stile. Questo libro, infatti, non ha l’autoreferenzialità oracolare esoterica di certe pagine teologiche o filosofiche illeggibili».

Cosicché, ha aggiunto il “ministro” della cultura della Santa Sede, «Benedetto XVI ha messo in pratica ciò che un filosofo del linguaggio del secolo scorso ha dichiarato, ma non ha mai fatto: tutto quello che si può dire, si può dire chiaramente». Infine una raccomandazione ai lettori, anche alla luce del fatto che il volume esce a ridosso del periodo natalizio. «Vi sconsiglio – ha detto Ravasi – di incartare quest’opera nella carte per i regali natalizi con le stelline». Una metafora, naturalmente, per dire che non si tratta di una semplice strenna natalizia o di un instant book, ma «di un libro serio, il cui contenuto è per persone adulte». Su questa suggestione sono poi tornati il presidente di Rcs libri,

di Massimo Lanzidei

C’

è la storia e c’è l’attualità. La profezia veterotestamentaria e il Gesù dei Vangeli di Luca e Matteo, cioè quelli che parlano espressamente dei primi anni della vita terrena di Cristo. Ma soprattutto c’è un libro offerto a tutti, e in special modo ai cristiani adulti nella fede, perché approfondiscano questa loro fede. Per il cardinale Gianfranco Ravasi, sono «i fili principali con cui Benedetto XVI ha tessuto la stoffa» di “L’infanzia di Gesù”, il libro che completa la sua trilogia cristologica, da qualche settimana nelle librerie di 50 Paesi (e in 9 lingue) per una tiratura complessiva di oltre un milione di copie. Il volume, edito da Rizzoli e dalla Libreria Editrice Vaticana (Lev), è stato presentato recentemente alla stampa proprio dal presidente del Pontificio

12

il serrano n. 128


vita della chiesa Paolo Mieli («non è solo l’opera di un Papa ma anche di un uomo, come Joseph Ratzinger, che è tra le persone più importanti della cultura europea») e la teologa brasiliana, Maria Clara Bingemer. «Preparandoci a celebrare la grande festa del Natale – ha fatto notare quest’ultima –, questo libro può aiutarci in modo molto profondo ad aprire in noi uno spazio affinché il Salvatore possa nascere e manifestarsi, in un mondo come il nostro che ha tanto bisogno del suo Vangelo». Alla conferenza stampa erano presenti, tra gli altri, i cardinali Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i laici e Camillo Ruini, già presidente della Cei, oltre all’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e a monsignor Georg Gänswein, segretario personale del Pontefice. Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana, ha ricordato lo straordinario sforzo che Joseph Ratzinger ha compiuto per completare la trilogia. «Solo un grande coraggio e una grande passione potevano permettergli di arrivare in porto in anni in cui gli impegni del governo della Chiesa universale sono così grandi. Per molti di noi, che il Papa vi sia riuscito ha dell’incredibile e suscita ammirazione e gratitudine». Quanto infine alla struttura, le 176 pagine scritte da Papa Ratzinger partono in pratica dalla fine, e cioè dalla domanda che Pilato rivolge a Cristo: «Di dove sei tu?». Vero uomo e vero Dio, Gesù ha già esibito le sue generalità nella duplice genealogia che incontriamo in Matteo e in Luca. Qui come altrove, Benedetto XVI invita a incrociare l’apparente linearità dei Sinottici con l’esplicita visionarietà di Giovanni, sottoli-

dicembre 2012

neando come quell’umanissimo susseguirsi di generazioni non sia altro che una preparazione al manifestarsi del Logos. Si sofferma in particolare sul ruolo delle quattro donne rievocate da Matteo: Tamar, Rahab, Rut, la moglie di Uria. Quattro non ebree, mediante le quali la missione di Gesù si apre da subito alle «genti». Ma il punto d’approdo è la stessa Maria, il «nuovo inizio» sul quale si diffondono le pagine seguenti, dedicate all’Annunciazione. Insomma l’intento degli Evangelisti non è di «raccontare delle “storie”, bensì scrivere storia, storia reale, avvenuta, certamente storia interpretata e compresa in base alla Parola di Dio». Nel cuore del libro non mancano i riferimenti agli scritti dei Padri della Chiesa, oltre che le citazioni tratte dalla cultura latina dell’epoca (l’attesa di una nuova età dell’oro cantata da Virgilio nelle “Bucoliche”, l’impero di Augusto come tempo propizio al manifestarsi del Messia). Benedetto XVI non si sottrae nemmeno a un impegno di tipo quasi didascalico, si sofferma sulle peculiarità della vita quotidiana e spiega come e perché bue e asinello, mai menzionati nei Vangeli, finiscano nondimeno nei nostri presepi. Resta centrale la «primogenitura» di Gesù, nella quale già si annuncia in chiave mistica il mistero della Risurrezione. L’epilogo è riservato all’episodio di Gesù tra i

dottori del Tempio. È un’anteprima della sua vita pubblica e, nello stesso tempo, il principio del distacco dalla Madre. Il resto Benedetto XVI lo ha già raccontato nei due volumi del suo “Gesù di Nazaret”. Il primo volume fu pubblicato ad aprile del 2007 (41 edizioni e 2 milioni di copie), il secondo a febbraio del 2011 (40 edizioni e un milione di copie). Ora questo terzo volume costituisce una specie di «sala di ingresso» agli altri due e ci fa vedere «il mattino di Gesù».

13


vita della chiesa

la vita è buona nuovi linguaggi della tecnologia per la nuova evangelizzazione

L

a nuova evangelizzazione necessita di nuovi linguaggi e non può eludere la sfida delle tecnologie che hanno letteralmente rivoluzionato le forme della comunicazione, sia istituzionale sia personale. Con questa consapevolezza il Copercom (Coordinamento delle Associazioni per la Comunicazione) ha lanciato un filmato dal titolo “La vita è buona…”, in sintonia con il piano decennale della Chiesa italiana “Educare alla vita buona del Vangelo”. Il Copercom raggruppa ben 29 associazioni grandi e piccole del mondo cattolico e intende così contribuire, con originalità, alla scelta pastorale operata dai vescovi italiani, con un occhio particolare alla comunicazione che è la mission del Coordinamento. Inevitabilmente la scelta del mezzo attraverso il quale veicolare il filmato è caduta principalmente sulla Rete, non solo per evidenti ragioni economiche ma anche per la consapevolezza che se oggi si vuole incontrare i giovani, bisogna andare a cercarli là dove essi vivono, dialogano e si esprimono. E la Rete, con le sue svariate offerte e occasioni è un luogo privilegiato per l’incontro con le ragazze e i ragazzi di oggi. Il video è già in circolazione dai primi di ottobre ed è visibile sia sul sito del Copercom (www.copercom.it) sia su quello delle 29 associazioni aderenti. Il filmato, di cui è protagonista il poeta Davide Rondoni, è disponibile anche sui canali You Tube del Copercom e di diverse associazioni. Mentre scriviamo è stato già visionato da oltre duemila persone. Inoltre i video dei giovani hanno già collezionato oltre seimila visualizzazioni, per un totale che supera ampiamente le 8mila. Cifre destinate inesorabilmente a crescere, vista l’attenzione che i giovani stanno manifestando. Con le sue splendide parole, supportate da una suggestiva location, il testimonial invita i giovani a raccontare “la loro vita buona e il buono della loro vita”. L’invito è già stato accolto con slancio e generosità da alcune associazioni (Acli, Mcl e Azione cattolica) e da molti giovani che, autonomamente, hanno provveduto a mettere in Rete le loro testimonianze attraverso

14

il serrano n. 128


alla ricerca della luce

i video. Tutto trova spazio nel canale You Tube e nella pagina Facebook del Copercom, così da realizzare, come è negli auspici del presidente Domenico Delle Foglie, “una grande narrazione popolare della vita buona, in un Paese troppo spesso segnato dalla mala vita. Un Paese, invece, che ha solo bisogno di ritrovare fiducia in se stesso, magari riscoprendo le proprie radici cristiane, fonti inesauribili di speranza”. A cominciare dalla necessità di essere concisi, ma questo i giovani lo sanno benissimo, abituati come sono ai linguaggi dei socialnetwork. I video vanno inviati a un indirizzo dedicato: lavitabuona@copercom.it Alle ragazze e ai ragazzi il Copercom suggerisce di non preoccuparsi troppo della qualità delle immagini, anche se tutti loro vogliono sempre apparire bellissimi. Ciò che conta, suggerisce il presidente Delle Foglie, è soprattutto “lo splendore dei vostri volti, il fascino delle vostre parole, la bellezza della vostra vita buona”. www.copercom.it

dicembre 2012

Il salone dell’Arcivescovado di Taranto era pieno per una iniziativa interclub fortemente voluta dal Serra International di Taranto. Indicata come un avvenimento di tipo culturale, la conversazione dell’Arcivescovo mons. Filippo Santoro “Dal Sinodo a Taranto, le linee della nuova evangelizzazione” è stata molto di più, un evento di grazia. “Il sentimento di partecipazione e di gioia che ha coinvolto i presenti sin dall’inizio – sottolinea Maria Silestrini, presidente del Serra di Taranto, distretto 73 – ne ha sottolineato la valenza e il desiderio dei serrani di aprirsi al mondo, portando un afflato di evangelizzazione”. Mons. Filippo Santoro ha descritto il suo coinvolgimento nell’incontrare le testimonianze di vescovi venuti da ogni parte del mondo; l’Islam, dove testimoniare la propria fede vuol dire rischiare il martirio, i Paesi del blocco comunista, dove i cristiani vivono una primavera di rinascita, Hong Kong, Corea, Vietnam e Cambogia, dove le missioni cristiane si moltiplicano costantemente, ma anche i freddi Paesi scandinavi, che vogliono uscire da quella sorta di silenzio di Dio in cui si sono autoconfinati. Poi i temi, le soluzioni condivise raccolte nelle 58 propositiones, infine la sintesi che il Santo Padre ha compiuto nel discorso finale del 28 di ottobre, una pagina teologica che ben rappresenta, nella cecità di Bartimeo, la cecità dei battezzati alla ricerca del Volto di Cristo. L’uomo di oggi è come quel cieco, conosce la Luce, perché i Sacramenti avuti da bambino gli hanno fatto conoscere la bellezza della fede. Ora è confuso dal fragore del mondo, da un sincretismo religioso che fa perdere di vista l’essenziale, la capacità di leggere la realtà con serenità ed onestà intellettuale. A quest’uomo smarrito si rivolge la nuova evangelizzazione con parole che invitano a guardare ai testimoni, ai Santi, che punteggiano con la loro esperienza la vita di ogni giorno. Sta ai laici cristiani, alla loro testimonianza autentica nelle diverse agorà del mondo, essere gli uomini della missione. Che l’invito del Serra ai dodici clubs service, movimenti ed associazioni laicali della città, fosse andato oltre l’aspetto culturale e avesse toccato le corde di tanti cattolici in ricerca, si è capito dalle domande emerse nel dibattito. L’umanità con le sue debolezze si è fatta strada nella richiesta di Eucarestia per i separati, di motivazioni per ripensare il proprio modo di essere cristiani e giungere ad una autentica conversione, nella richiesta di una maggiore presenza esis t e n z i a l e d e l l a C h i e s a at t r a v e r s o l e P a r r o c c h i e . L’Arcivescovo ha risposto puntualmente. In lui fermezza e carità, chiarezza dogmatica e attenzione all’uomo. “Siate come le sentinelle del mattino, cercate Dio sin dall’aurora, chiamatelo ad ogni ora del giorno, offrite il lavoro, le difficoltà, la gioia e le sofferenze, chiamatelo a gran voce come il cieco Bartimeo, e Lui vi risponderà”. Gabriella Ressa


grazie al matrimonio ho ritrovato la fede di Mimmo Muolo

S

ul tavolino del soggiorno, tra il portafiori e i ninnoli, Debora Caprioglio tiene in bella vista il libro che ha letto in questo periodo. Non è uno dei best seller del momento. E neanche un testo da cui trarre la parte di una delle sue prossime interpretazioni. Anche se qualche tempo fa a Roma l’attrice veneziana ha dato voce ad alcune di quelle pagine, durante la presentazione ufficiale del volume. «Questo libro, che qualcuno ha definito un «fantasy metafisico» – spiega – è in realtà una storia d’amore, scritta da un sacerdote. E viene a ricordarci che l’amore è capace di abbattere tutti i muri e di far ripartire la nostra vita. Un po’ come è successo a me». Il libro è <+corsivo>Abelis<+tondo> di don Mauro Leonardi (edizioni Lindau), e funge da punto di partenza anche per la chiacchierata con la bella attrice, che sembra vivere una seconda giovinezza artistica (fra teatro e fiction), dopo aver ritrovato la fede, proprio grazie alla sua storia d’amore con l’attore e regista Angelo Maresca, culminata nel 2008 nel matrimonio. «Eravamo due single convinti – dice con un sorriso – ma ci siamo sposati in Chiesa. E lì è iniziato tutto». Che cosa significa “è iniziato tutto”? Intendo dire il percorso, mio e di Angelo, alla riscoperta della fede, che ha avuto

16

il serrano n. 128


le interviste nel corso prematrimoniale il suo momento di inizio. È stato il parroco di San Salvatore in Lauro, a Roma, a indirizzarci da don Antonio Pinzello, un sacerdote dell’Opus Dei, il quale ci ha preparato alle nozze, attraverso un itinerario non solo spirituale, ma anche culturale. Non è stata una folgorazione, ma un progressivo riavvicinamento alla pratica religiosa dalla quale mi ero allontanata, pur essendo sempre stata cattolica. Questa fede riscoperta influenza anche le sue scelte artistiche? Certo, tante cose sono cambiate. Non solo per quanto riguarda le mie scelte artistiche. Per molti, lo so, io sono ancora quella del film di Tinto Brass. Ma quell’esperienza mi ha insegnato moltissimo. E prima di tutto mi ha fatto capire che non si può essere famosi solo per la propria bellezza fisica. Dentro ogni essere umano c’è molto di più. Dobbiamo lavorare sui nostri talenti e accrescerli. Per me, questo ha significato studiare recitazione e dizione, impegnarmi fino in fondo nel lavoro, scegliere in qualche caso di stare ferma, piuttosto che accettare cose discutibili. Insomma, anche certe scelte, che ora appaiono discutibili, aiutano a crescere. Come si rapporta a Dio Debora Caprioglio? Anche in questo sono fondamentalmente cambiata. Per esempio nelle mie preghiere prima chiedevo soltanto, oggi sono capace di ringraziare per quanto ho ricevuto e di pensare anche alle necessità degli altri. La vita matrimoniale ha completato questo percorso e la particolare spiritualità dell’Opus Dei (cioè la santificazione attraverso il lavoro) mi ha insegnato a coniugare fede e lavoro, che in altre fasi della mia vita consideravo nettamente distinte. L’esempio tipico che faccio sempre parlando di queste cose è la scelta dei ruoli. Mai più certe cose. Ovviamente nessuna parte blasfema, ma personaggi con profili psicologici importanti e soprattutto che trasmettano, loro personalmente o per l’opera in cui sono inseriti, insegnamenti positivi. È stato così anche nel caso della recente fiction di Raiuno “Questo nostro amore”, con Neri Marcorè e Anna Valle, in cui lei interpreta il ruolo della moglie che ritorna dopo tanto tempo e in cui si potrebbe scorgere da un lato uno spot a favore del divorzio e dall’altro una critica al mondo cattolico rappresentato come bigotto e perbenista? No, non era uno spot a favore del divorzio. Tra l’altro nella fiction si parlava di nullità matrimoniale e il mio personaggio non era cattivo. Si trattava di una donna che a suo tempo aveva fatto degli errori e che, vent’anni dopo cercava di mettervi riparo. Quando però si è resa conto che le sue pretese, al limite ammissibili sotto il profilo squisitamente legale, configgevano con i diritti acquisiti da altre persone, soprattutto i bambini, si è tirata indietro. Insomma soprattutto di fronte alla scoperta che il marito aveva avuto dei figli con la sua compagna, dentro di lei è scattata una molla buona e ha concesso la possibilità di ottenere la nullità matrimoniale. Insieme con la fede ha scoperto anche che la vita è vocazione? Sì, mi sono sentita chiamata al matrimonio e ho corrisposto a questa vocazione, che ogni giorno cerco di rinnovare insieme a mio marito. Da quando ci siamo sposati andiamo a Messa tutte le domeniche e non ci vergogniamo di dirlo. E per il futuro? Mi piacerebbe interpretare un film in costume – risponde l’attrice –. E intanto ho fatto “La donna di garbo” di Goldoni al Parioli, insieme con Marco Messeri. Poi, perché no, vorrei interpretare anche la vita di qualche santa».

dicembre 2012

17


cultura

«montismo» o no? di Domenico delle Foglie

N

ell’immaginario collettivo l’Italia è passata dal carnevale perpetuo del berlusconismo alla quaresima del “montismo”. C’è un fondo di verità in questo fermo-immagine che sintetizza quanto è accaduto nel nostro Paese nel volgere di un solo anno. Di sicuro, sappiamo che Mario Monti ha riscritto con realismo e pazienza l’agenda del Paese, con l’obiettivo di mettere in sicurezza il bilancio dello Stato e recuperare quella credibilità internazionale che può garantirci il rifinanziamento dell’enorme debito pubblico (quasi 2mila miliardi di euro) che grava su tutti noi. Dunque può essere utile ragionare sul “montismo” che, sia chiaro, non è una categoria dello spirito. Piuttosto, uno stile di governo (pensate alle ironie sul loden del premier approdate persino al festival di Sanremo) che ha segnato un vallo di discontinuità col

recente passato. Non solo con il pirotecnico predecessore, ma soprattutto con i vizi degradanti della Seconda Repubblica, erede diretta della Prima. Capire e decifrare la discontinuità rappresentata dal governo tecnico serve anche a spiegare perché il “montismo” abbia fatto breccia nell’opinione pubblica italiana, e in particolare in quella porzione significativa della società civile che è costituita dal mondo cattolico. I credenti, infatti, sembrano apprezzare, forse più di altri, la ricetta montiana. Consensi a Monti sembrano anche venire dai vertici vaticani e della Conferenza episcopale italiana. Individuarne le ragioni può aiutarci ad orientarci meglio in questa stagione difficile. Innanzitutto il rispetto della verità. È questo il primo elemento del “montismo” largamente apprezzato. Il Paese ha tirato un sospiro di sollievo, dopo anni di propaganda e di menzogna programmatica. Quando un giorno gli storici analizzeranno il berlusconismo, forse potranno scrivere una pagina così titolabile: “Il Regime della Comunicazione”. Dove il racconto pubblico non era esattamente rispondente ai dati di realtà, ma veniva metodicamente riletto e ripresentato al popolo nella versione edulcorata del governo e della sua maggioranza. Un’autentica illusione ottica che non ha risparmiato tutte le altre forze in campo, che si sono adattate ad un confronto politico su un terreno falsato e avvelenato. Non offrendo, oggettivamente, il meglio di sé. Monti, invece, sin dall’esordio ha preferito la verità nuda e disarmante: “L’Italia è sull’orlo del fallimento e per salvarla il mio governo chiederà grandi sacrifici”. A questa affermazione impietosa, come sappiamo, sono seguiti i fatti. Dolorosi per tutti. Ma per onestà va ricordato che, nella Prima come nella Seconda Repubblica, la politica ha interpretato la propria funzione come gestione del denaro pubblico. Ha così premiato corporazioni e clientele ed anche se stessa, facendo un ricorso indiscriminato e irresponsabile all’indebitamento. Con Monti possiamo dire che “la festa è finita”. Infatti, non si possono chiedere sacrifici al Paese e continuare nello sperpero del denaro pubblico.

il serrano n. 128


In secondo luogo, la sobrietà. Il “montismo” è uno stile che sposa la sobrietà come metodo. Basti pensare alle brevi vacanze in montagna con la famiglia (ricordano più De Gasperi che le feste in Costa Smeralda) e al crollo dell’utilizzo degli aerei di Stato. Piccole cose? No, se è vero che l’antipolitica è cresciuta esattamente a causa dello sfoggio di ricchezza e potere da parte dei politici, oggi tutti accomunati sotto l’etichetta di approfittatori, se non addirittura di “ladroni”. Ma la sobrietà sta anche nella misura delle parole e più in generale nella comunicazione pubblica. Il “montismo” non prevede offese o risse, al massimo l’uso dell’ironia di stampo anglosassone. Eppure il premier, dinanzi a certe speculazioni giornalistiche sulle sue battute, si è persino ripromesso, con l’avvicinarsi della campagna elettorale, di farne a meno. Monti ha inoltre cercato di estendere la sobrietà a tutti i comportamenti di governo. E, al momento, non ci sono stati né scandali né eccessive sovraesposizioni. Infine la serietà. I tempi seri e severi che vive il Paese, esigono persone serie. Monti certamente lo è. Il suo passato testimonia la serietà personale, figlia di una borghesia lombarda che non esibisce la fede cattolica, ma cerca di viverla nell’ordinario. Anche la traduzione della propria fede religiosa in atti di governo impregnati di profonda laicità, come è giusto che sia,

dicembre 2012

non è un esercizio facile o trascurabile. Il perseguire la giustizia sociale, ad esempio attraverso una lotta senza quartiere all’evasione fiscale, oggettivamente rientra in questo orizzonte di traduzione della propria fede senza bisogno di sbandierarla. Forse in quest’ottica va persino inquadrata la scelta del governo Monti di applicare, con tutte le cautele necessarie, l’Imu anche agli immobili commerciali della Chiesa. Senza peraltro entrare in rotta di collisione né con l’Europa che la pretendeva, né con la Chiesa che la subiva. Un piccolo capolavoro di realismo che ci auguriamo possa, con le opportune modifiche, non penalizzare il mondo vasto del sociale. Ricapitolando: rispetto della verità, sobrietà e serietà. Quanto basta per convincere tanti italiani sulla necessità e validità delle ricette montiane che dovrebbero portarci fuori dalla più grande crisi finanziaria ed economica del dopoguerra. Certo, se mai un Monti bis ci sarà, molto si dovrà alle simpatie e ai consensi che il premier si è conquistato fra i ceti popolari e fra i credenti. Guai a catalogare Monti come il prodotto delle tecnocrazie. Se così fosse, crediamo che lui stesso si sentirebbe tradito. E noi tutti insieme con lui. Piuttosto, gli chiediamo di volgere lo sguardo con sempre maggiore attenzione ai ceti popolari e alla famiglie in grande sofferenza. Un segnale di equità per loro, nel 2013, sarebbe frutto di saggezza politica.

19


riflessioni di natale

«quando venne la pienezza del tempo...» La nascita di Gesù in una grotta, spesso suscita dei sentimenti di attenzione verso i più poveri nel periodo delle feste natalizie, anche da parte di chi con i suoi sprechi non si accorge di aggravare la condizione di coloro che sono miseri: la corsa alle compere è in contraddizione con la povertà di quel Bambino nato a Betlemme!

V

i è un tempo che è qualificato come particolare, e che è segnato dall’evento dell’incarnazione del Figlio di Dio: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio» (Gal 4,4). Così come vi è un tempo particolare, vi è un luogo particolare: la nascita di Gesù rimanda alla cittadina di Betlemme, la ‘casa del pane’. A Betlemme, Dio che nessuno prima aveva visto si rende visibile nel volto di un Bimbo (cf. Gv 1,18), stravolgendo tutti i criteri umani: proprio Colui che dominerà e regnerà per sempre è posto, inerme, nelle mani di Maria e Giuseppe. Nella ‘casa del pane’, si offre colui che, quale Pane di vita (cf. Gv 6), è donato per noi e posto nelle nostre mani. Il piccolo è al centro della scena, così come tutti i ‘piccoli’ dovrebbero ritrovarsi al centro della nostra attenzione. A Betlemme, luogo della nascita del Dio Bambino, operano, tra le tante realtà curate da religiosi, il Baby Hospital che è l’unico centro pediatrico dei territori palestinesi, e la Crèche, cioè ‘presepio’, l’orfanatrofio che accoglie bimbi abbandonati e se ne prende cura. Queste strutture sono punto di riferimento nel territorio palestinese che si

trova in condizioni di disagio e di povertà. Vi sono l’accoglienza della vita e la sua custodia. Ancora può essere annunziata una grande gioia! I pastori, all’annunzio dell’angelo, si recarono a Betlemme: «Andiamo… fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2,15). Ogni anno, nella notte di Natale, gruppi di fedeli si recano a piedi da Gerusalemme a Betlemme – attraversando i campi, e non seguendo la strada asfaltata – per celebrare l’evento della nascita del Salvatore. È un breve percorso, di circa 8 Km, ma è segno di un cammino verso Colui che gli angeli annunziarono come il Salvatore: «Oggi, nella città di Davide è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,11). Oggi la città di Betlemme fa parte del territorio palestinese e, per arrivarvi, si deve passare attraverso un controllo: un muro chiude il territorio palestinese e lo divide dal territorio dello Stato di Israele. È uno dei motivi di sconcerto per ogni pellegrino che si reca in Terra Santa: la terra è divisa e contesa, e dal 1948 ad oggi non si è ancora arrivati ad una ‘pace duratura’, da tutti auspicata. Le notizie recenti degli eventi occorsi tra lo

il serrano n. 128


Stato di Israele e il territorio di Gaza fanno percepire come siano necessari il concorso di tutti, il dialogo, la disponibilità per giungere ad accordi per una pace reale e duratura nel rispetto di tutti. Le parole del coro degli angeli, «pace agli uomini» (Lc 2,14), si fanno auspicio, desiderio, attesa. Vengono in mente le parole del Salmo 122,6: «Chiedete pace per Gerusalemme: vivano in pace quelli che ti amano»; è un invito a pregare per la pace che viene dalle parole stesse della sacra Scrittura. Nel narrare l’evento della nascita di Gesù, i testi di Matteo e Luca mettono in evidenza che i primi destinatari della lieta notizia sono gli emarginati e gli stranieri, e questi la accolgono con gioia. I pastori, emarginati dal contesto sociale, accolgono l’annunzio e si dirigono verso il Bambino segno della gioia loro annunziata; i Magi si prostrano davanti al Re che è nato; mentre gli abitanti di Gerusalemme – che aspettavano il Messia – ne hanno paura. Nel 2001 nel tempo di Natale ero presso una parrocchia a Tamale, in Ghana: nella notte del Capodanno una celebrazione eucaristica festosa ha accompagnato il passaggio da un anno al nuovo. Durante la celebrazione si è messa in risalto l’accoglienza reciproca nel nuovo anno; è seguito un momento semplice di convivialità

dicembre 2012

con dei gustosi pezzetti di pollo e della birra, per lo scambio degli auguri. Il giorno dopo, al mattino, ci si è recati dal capo villaggio per fargli gli auguri: si trattava di un musulmano che ha gradito gli auguri e i canti, sottolineando che gli piaceva intrattenersi con i cristiani, perché non portano conflitti. Nel pomeriggio un catechista aveva organizzato nel suo villaggio una festa: un incontro con danze ritmate da tamburi. Un Natale e una festa di Capodanno intensi e gioiosi, nella semplicità: indimenticabili! È giusto nei giorni di Natale ricordarsi dei più poveri, ma sarebbe opportuno estendere questa attenzione agli altri giorni dell’anno, soprattutto correggendo quei comportamenti che sono causa di impoverimento per i paesi poveri. Si può cominciare col modificare l’uso degli acquisti per i regali, per esempio, utilizzando oggetti offerti dal commercio equo e solidale nelle varie botteghe presenti nel nostro territorio: si unirebbe così al dono alla persona cara una attenzione verso i più poveri. E se poi dall’evento della festa si opera un cambiamento più duraturo, si fa diventare un episodio una vera ‘occasione’, molto più che un acquisto conveniente! Nonostante durante le feste emergano il frastuono, l’eccesso

di cibo, lo spreco, permane il valore del raduno familiare. Infatti, il tempo delle vacanze natalizie si caratterizza per i raduni in famiglia, e questo è certamente positivo; per alcuni è però un fatto isolato, rispetto ad un anno in cui i rapporti interpersonali sono generalmente affrettati. E vi sono anche coloro che proprio nel periodo delle feste si accorgono di essere particolarmente soli. Non ci dovrebbe essere spazio per la tristezza nel giorno che celebra il Signore che viene: così si esprime san Leone Magno. Comunque, l’arte bizantina rappresenta il Bimbo avvolto nelle fasce tipiche della sepoltura: quel Bimbo è lo stesso che offre la sua vita per tutti. Quindi il messaggio del Natale è forte, anche se pieno di dolcezza: da una parte intenerisce il ricordo del Bimbo deposto in fasce in una mangiatoia, mentre non si perde di vista che quel Bambino compirà la sua vita sulla croce. Quando i pastori arrivarono alla grotta «trovarono Maria e Giuseppe e il bambino» (Lc 2,16). Accogliamo il Signore Gesù e prendiamo esempio da Maria che rimane in ascolto di quegli eventi straordinari (cf. Lc 2,19), e ci invita ad accoglierli nella meraviglia della fede. M.A.L.

21


La mission del Serra, nell’anno della Fede, è quella di ogni battezzato che voglia dare senso compiuto al suo Battesimo. È semplice a dirsi, difficile a farsi; ma la Fede muove le monta-

leggere la p nelle vicend Una conversazione con il Presidente nazionale Tra amici è sempre interessante conversare ed io, in prossimità del S. Natale, rivolgo ad Antonio Ciacci alcune domande per conoscere meglio chi guida il nostro Movimento, anche a beneficio di quanti non frequentano il Cnis e non possono parlargli da vicino. Ha la responsabilità di “traghettare” il Serra Italia in questo difficile momento storico di crisi sociale, economica ma soprattutto antropologica, in cui tutti i valori sembrano perduti in una società liquida e tendente all’individualismo. Consapevole di quanto sia delicato il suo compito istituzionale, ma certa che lo assolverà con fermezza e con discrezione, come è il suo stile relazionale, provo a chiedergli di raccontarsi e di raccontare i suoi prossimi impegni. Antonio Ciacci, chi è? Sono nato a Montalcino (SI) il 22/12/1952, sposato con Luana dal 1982,ho una figlia, Maria Teresa, laureata in lettere ed esperta di editoria informatica, prossima alle nozze con Dario, medico anestesista. Avvocato a Siena dal 1976, Vicepresidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Siena, Giudice della Commissione Tributaria Regionale di Firenze, appassionato ciclista e contradaiolo dell’Istrice. A chi devi la tua formazione religiosa? Il mio babbo e la mia mamma (l’uno direttore didattico, oggi 93 anni, l’altra maestra elementare, morta 31 anni fa) mi hanno educato e trasmesso la loro fede, testimoniandola con il loro esempio; una fede

22

vissuta con molta sobrietà, poca esteriorità e nessun fanatismo. Ho sempre cercato di restare vicino a questo stile. Non mi sento, perché ho fede, migliore di chi non ce l’ha, mi ritengo solo molto più fortunato e penso che la fede si riconosca dalle opere, dai comportamenti, non dalle etichette. Ho sempre frequentato Chiese e Parrocchie; a quattordici anni, a Siena, presso i Frati Cappuccini di Poggio al Vento, sono entrato nella Gioventù Francescana. Quella è stata la mia palestra. Ho fatto esperienza di fraternità, volontariato in Missione (in Tanzania) e tante altre cose; da allora non è cambiata la mia scala di valori: ho sempre cercato di leggere in tutte le vicende della vita il disegno che la Provvidenza ha per ognuno di noi. Certo, non sempre sono stato fedele, ma il potente richiamo che viene direttamente da Cristo anche oggi mi induce a migliorarmi e, soprattutto, a non lamentarmi troppo. Nella tua vita, quale figura di riferimento per la tua crescita umana e spirituale? Le mie figure di riferimento sono numerose, ne ho sempre avuto bisogno. Il mio babbo, che anche oggi, anzianissimo, distilla preziose pillole di saggezza; la mia mamma, dalla quale ho imparato che esiste una virtù, ormai estinta o quasi: il buon senso; mia moglie, Luana, senza la quale non riesco neppure a pensarmi; il mio Padre spirituale, FràCorrado Trivelli, un Cappuccino livornese per 36 anni a Siena, deceduto lo scorso anno, da anziano, in un tragico incidente stradale proprio in quella Tanzania che mi aveva fatto conoscere. Anche oggi il mio comportamento lo ispiro ai suoi insegnamenti di francescano gioioso, entusiasta, concreto, positivo, dolce e severo, pronto all’ironia. I cattolici impegnati, cosiddetti, a volte si prendono troppo sul serio. La vita cristiana richiede scelte

il serrano n. 128


vita del serra

gne. Preghiera, azione e concreta vicinanza ai sacerdoti, ai religiosi, ai seminaristi. Vivere con creatività un rinnovamento dei valori eterni che il Signore ha impresso nelle nostre anime.

rovvidenza e della vita radicali e difficili, ma dev’essere vissuta con leggerezza e nella concretezza. Infine l’Avv. Luigi Becchi, il mio maestro professionale; era molto lontano dal cattolicesimo impegnato, ma testimone instancabile del valore del lavoro, dell’etica professionale, dell’amicizia. Conosceva il mondo e non si faceva illusioni, ma era un ottimista, credeva nelle persone e, quindi, confidava nel futuro, aveva fede. Quando sei entrato nel Serra, chi te ne aveva parlato? Nel Serra ci sono entrato presto, avevo 37 anni. Ero un avvocato abbastanza giovane e me ne parlò nientemeno che il Presidente del Tribunale di Siena, Lorenzo Ponticelli, persona nota in città per il proprio impegno cristiano. Mi presentai un po’ timoroso, pensando chissà cosa di quel gruppo di “notabili” che mi parevano molto austeri e ingessati nel loro ruolo. Bastò una conviviale per capire che il fondamento era una sana e simpatica amicizia, ispirata ad una vita cristiana coerente. Poi, grazie all’amicizia con Sergio Picciolini, ebbi una vera scuola serrana: Presidente, Governatore, Consigliere Nazionale ed oggi...la gatta da pelare della Presidenza Nazionale. Credo, però, di sapere bene cosa sia il Serra e questo mi aiuta molto. Hai un onore ed un onere: guidare il Movimento per un biennio. Quali le tue priorità? Le mie priorità le ho espresse in due slogan lanciati all’inizio del mio mandato: “Parlare poco ed operare molto”, “Estensione o estinzione”. Sembra semplicistico, ma dobbiamo creare eventi e curare la formazione dei soci perché essi aumentino e il movimento vada avanti. Non credo ai progetti troppo ambiziosi, che magari provocano entusiasmi momentanei desti-

dicembre 2012

nati a spengersi come fuochi di paglia. Molti, anche di coloro che hanno posti di responsabilità nei Club, nei Distretti, nel CNIS, in realtà non hanno capito bene cosa sia il Serra. Dobbiamo rivolgerci ad un certo target di persone (professionisti, imprenditori, medici, docenti, funzionari ecc.) che, come diceva il Card. Siri (padre del Serra italiano), magari non trovano congeniali altri gruppi e che possono meglio testimoniare la loro fede con lo stile tipico dei Club service, con quel certo understatemen raro nei gruppi cattolici, e così rivolgersi al mondo esterno. Oggetto della nostra azione è il mondo laico, spesso laicista, dove occorre che si apprezzino i valori universali che il cristianesimo propugna (pace, giustizia, solidarietà) per creare ambienti culturali favorevoli alle vocazioni di speciale consacrazione. Se riuscissi a far percepire l’essenza di tale specificità, mi riterrei molto soddisfatto e convinto; da qui potremmo ben proseguire il nostro viaggio o, se ci fossimo fermati,ripartire. E se qualcuno ti domandasse: ”Che fa un buon Serrano”? Un buon serrano è un buon cristiano convinto e contento di essere nel Serra, che si trova bene in amicizia ed ha a cuore le vocazioni, operando concretamente per favorirle e sostenerle, che sceglie di testimoniare con coraggio e nella vita reale il proprio credo. Un buon serrano è un uomo concreto, che sceglie il servizio come missione e non ha paura di manifestarsi liberamente. Chi, invece, entra nel club per aggiungere un distintivo a quelli che ha, per passare un po’ di tempo o, peggio, per acquisire visibilità’ e conoscenze utili ai propri fini, forse ha proprio sbagliato indirizzo. I punti cardine del tuo mandato, puoi riassumerli in un’espressione? Il mio mandato sarà ispirato a rigenerare entusiasmo fra i soci; vorrei che essere serrano fosse considerato bello e divertente perché si sta fra amici e si fanno cose buone. Al nostro Presidente, che con semplicità e schiettezza ci ha raccontato aspetti della sua vita professionale e familiare,svelando con quali sentimenti intende perseguire i suoi propositi, auguro buon cammino, nella certezza che persevererà nell’impegno di riaccendere l’entusiasmo nei cuori tiepidi e di rinnovare l’amicizia tra noi serrani, che è il primo motore della nostra avventura umana. Buon Natale! Maria Luisa Coppola

23


la confessione e le indulgenze

D

efinito nel Catechismo della Chiesa Cattolica il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione perché concede la remissione dei peccati e riconcilia il peccatore con Dio, la Confessione è il processo di purificazione che consente la riammissione allo stato di grazia di chi è venuto meno ai precetti della conversione ricevuti con il Battesimo. La Confessione è chiamata anche a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non sacramento del Perdono perché, attra- li rimetterete resteranno non rimessi”. Gesù che è Dio verso l’assoluzione sacramentale del sacer- e che ha il potere di rimettere i peccati, dona agli dote, Dio accorda al penitente il perdono e Apostoli, e quindi alla Chiesa, l’esercizio di questo stesso potere di rimettere i peccati. la pace. Non c’è dubbio che il potere di assolvere o conPer i cattolici la Confessione è il sacramento più ostico e difficile da accettare perché impone al peni- dannare sia un potere giudiziario e che per poterlo tente di rivelare i suoi peccati ad altra persona, anche esercitare è necessario che i peccati siano confessati se questi è un sacerdote, che è ministro di Dio, e nel alla Chiesa, e per la Chiesa ai sacerdoti che sono i segreto confessionale. Sono molti, infatti, i credenti che successori degli Apostoli. Una accurata analisi storica ci consente di asserire rinunciano a confessarsi e partecipano ugualmente al sacramento dell’Eucarestia, perché ritengono che sia come l’esercizio del sacramento della Confessione, più giusto chiedere direttamente perdono a Dio delle dalle origini della Chiesa, sia stato assolto sempre dalproprie colpe, come avviene per i protestanti, senza la l’ordine sacerdotale. Una prima traccia la troviamo sin dal I secolo nel mediazione del sacerdote. La rinuncia del mondo protestante al rito della Confessione è sostenuta dal con- “Didachè” o “Dottrina dei dodici Apostoli”, antivincimento che sia stata la Chiesa e non Gesù Cristo chissimo scritto quasi contemporaneo ai Vangeli di a istituire e imporre questo sacramento per ottenere il Matteo, Marco e Luca, che rappresenta la sintesi perdono dei propri peccati. dell’insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo Per rispondere a questa errata interpretazione agli Apostoli, dove si legge: “nella Chiesa confesoccorre rifarsi alle Sacre Scritture dalle quali si evince serai i tuoi peccati”. inconfutabilmente che non è stata la Chiesa a conceUn’altra traccia antica è quella di San Cipriano, pire il sacramento della Confessione ma lo stesso Vescovo di Cartagine (205 d.C.), che rivolgendosi ai Nostro Signore Gesù Cristo, perché solo Dio ha il cristiani li esorta con queste parole: “vi prego, fratelli, potere di rimettere i peccati, e che l’esercizio di que- di confessare ciascuno il proprio delitto, mentre chi ha sto potere è stato affidato da Dio stesso a Cristo e, peccato è ancora su questa terra, mentre è ancora quindi, alla Chiesa. possibile confessarsi, mentre la soddisfazione, come Questo principio è stato assunto dal Concilio di pure la remissione fatta per mezzo dei sacerdoti è graTrento come verità dogmatica e per questo motivo chi dita al Signore”. si pone contro questa verità non manifesta tutta intera Altre testimonianze autorevoli sono quelle di San la fede cattolica. Metodio, (311 d.C.), Vescovo di Olimpo nella Licia: In un passo del Vangelo si legge di come Gesù “al vescovo, sacerdote figlio del vero arcisacerdote, esercitò questo potere divino dicendo al paralitico che manifesti ognuno la sua propria piaga” e di San Basilio gli Scribi gli avevano portato davanti: “ti siano rimes- (379 d. C.), Vescovo di Cesarea: “i preposti della si tuoi peccati” e di come abbia dato questo potere Chiesa ricevono dai colpevoli la confessione dei loro agli Apostoli quando disse: “ricevete lo Spirito Santo; segreti di cui non è stato testimonio nessuno tranne Dio”.

24

il serrano n. 128


vita del serra Conseguenza della confessione e dell’assoluzione del peccatore è la remissione della colpa e della pena eterna. Pur nella riconciliazione con Dio restano, tuttavia, gli effetti derivanti dalla natura stessa del peccato che necessitano di una successiva purificazione, la cosiddetta pena temporale. Per superare ed eliminare il debito della pena temporale, la Chiesa ha fatto ricorso alle indulgenze. Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce l’indulgenza “la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autorativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi”. La storia delle indulgenze inizia con l’età apostolica, che si identifica con l’epoca dei dodici Apostoli. Nell’arco di tempo dall’età apostolica fino all’VIII secolo, il cammino della penitenza era pubblico e comportava severe mortificazioni; in tale contesto le indulgenze avevano lo scopo di ottenere una riduzione o la remissione della pena canonica (privazione di un bene spirituale o temporale)

attraverso le implorazioni ai martiri. Con il loro sacrificio, i martiri, in punto di morte, trasmettevano al Vescovo una supplica, detta “supplices belli martyrum”, con la quale si invocava l’applicazione dell’indulgenza a favore del penitente che ne avrebbe fatto richiesta. In un secondo periodo, che si estende dall’VIII al XIV secolo, si pervenne a una attenuazione della severità della penitenza, che da pubblica divenne privata, consentendo la concessione dell’indulgenza a quanti acquisivano meriti per la loro partecipazione a opere di misericordia, alle crociate e ai pellegrinaggi. Significativo di questo periodo è l’indulgenza concessa da Papa Bonifacio VIII in occasione del primo Giubileo nel 1300, applicata ai pellegrini che si fossero recati a Roma in visita alle Basiliche. Il terzo periodo, che va dal XIV al XVI secolo, vide l’allargamento della pratica dell’indulgenza, che divenne un vero e proprio abuso quando fu introdotta l’usanza di poterla ottenere con offerte di denaro a favore di opere di apostolato, le cosiddette “oblationes”. L’errata convinzione che con le offerte di denaro era possibile liberarsi non soltanto dalla pena temporale ma anche dalla colpa, sminuiva fortemente il concetto della Confessione e del Perdono e diede luogo a una dura reazione da parte di alcuni teologi, tra i quali San Tommaso d’Aquiino, e allo scisma protestante di Martin Lutero. Il “mercato delle indulgenze”, che tanti danni procurò alla Chiesa, ebbe fine con il Concilio di Trento (1545-1563), che mise ordine agli abusi con l’abolizione della raccolta di denaro e con la riaffermazione delle dottrine della Chiesa. Nel quarto periodo, che parte dal XVI secolo fino ai nostri giorni, la concessione delle indulgenze è stata regolamentata dai Pontefici che si sono succeduti sempre nel segno della continuità del significato originario. L’ultima riforma in materia è stata quella di Papa Paolo VI che, con la Costituzione apostolica “Indulgentiarum doctrina et usus” del 1967, pone i fondamentali dottrinali delle indulgenze e contiene norme che ne regolano l’uso e la concessione. Nel redigere le nuove norme, si è cercato, in particolar modo, di stabilire una nuova misura con l’indulgenza parziale, di apportare una congrua riduzione al numero delle indulgenze plenarie e di dare alle indulgenze cosiddette reali e locali una forma più semplice e dignitosa. L’indulgenza è plenaria o parziale a seconda che liberi in tutto o in parte dalla pena temporale dovuta per i peccati. Cosimo Lasorsa

25


vita del serra

il serra in visita all’ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni di Mario Montagnani

I

l Presidente Nazionale, Antonio Ciacci, con Mario Montagnani, quale suo delegato, sono stati ospiti dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale delle Vocazioni”. Si ricorda che il Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana (C.E.I.) il 29 settembre scorso ha ufficialmente integrato tra gli Uffici della Segreteria Generale l’““Ufficio Nazionale per la Pastorale delle Vocazioni”(UNPV), in considerazione dell’evoluzione delle esigenze pastorali e dell’esperienza maturata nel tempo. I rappresentanti del Serra hanno ricevuto una straordinaria accoglienza, particolarmente calorosa dal confermato Direttore Mons. Domenico Dal Molin, dal vice direttore Don Leonardo D’ascenzo, dal personale dell’Ufficio e dai numerosi sacerdoti provenienti da tutta Italia. Nel corso del Consiglio sono intervenuti i Direttori Regionali Vocazionali che hanno riferito sulla situazione attuale della Pastorale Vocazionale nella propria regione con commenti e proposte. Ha fatto seguito un’ampia e approfondita discussione con i vari relatori e in ultimo una nota di sintesi del Direttore Mons. Domenico Dal Molin auspicando sempre maggiore unione con i laici, e concludendo che “bisogna quindi rimboccarsi le maniche e risolvere i problemi”. Monsignor A questo punto Mons. Dal Nico Dal Molin Molin ha invitato il Presidente

26

nazionale Ciacci a prendere la parola. Dopo un cortese saluto di ringraziamento, Ciacci ha espresso da par suo prima di tutto l’importante significato del presente invito e della piena disponibilità dei serrania collaborare, quindi ha parlato degli scopi e delle finalità del Movimento Serra, l’organizzazione, la sua storia; tutto questo grazie alla fattiva collaborazione di tanti serrani autentici testimoni e soprattutto di molti presbiteri da mons. Noli al Cardinal Siri fino all’attuale consulente episcopale italiano il Card. Sarajva Martins. Da questa partecipazione del Presidente e del suo delegato Montagnani al Consiglio dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale delle Vocazioni della CEI, scaturisce anche un’altra f u n z io n e di importante promozione, e cioè che i Serra Club d’Italia, mediante la indispensabile opera dei Governatori e di concerto con il Vice Presidente Nazionale alle Vocazioni, Gino Cappellozza, facciano tutti la propostarichiesta di nominare un rappresentante del Serra presso i rispettivi Uffici Diocesani Italiani per la Pastorale Vocazionale. La sessione di lavoro è poi proseguita con l’intervento del vice-direttore Don Leonardo D’Ascenzo. Ha fatto seguito la suddivisione dei presenti in tre gruppi di lavoro per riflettere sul tema “Le Vocazioni testimonianza della Verità” (Caritas in Veritate, n.9).

il serrano n. 128


vita del serra

il serra e il sostegno economico alla chiesa di Francesco Baratta

D

esidero ricordare a me stesso, innanzi tutto, e agli amici serrani italiani che lo scopo essenziale del nostro essere serrani è quello ben conosciuto di favorire e sostenere le vocazioni al sacerdozio ministeriale…e sostenere i sacerdoti nel loro sacro ministero. Sostenerli innanzi tutto con la preghiera, ma incoraggiarli, valorizzare le loro vocazioni alla vita consacrata, nella nostra famiglia, nel luogo del nostro lavoro e in ogni circostanza della nostra vita quotidiana. Siamo certi di fare ciò con costanza e soprattutto con la nostra testimonianza? Siamo al termine dell’anno e come sempre vale la pena di verificare come quest’ impegno, nel sostenere le vocazioni anche sul versante del sostegno economico ai Sacerdoti della Chiesa cattolica (che vivono accanto a noi e per noi cattolici serrani), lo ricordiamo e soprattutto lo esercitiamo? O frequentemente lo dimentichiamo? Dicendoci quanto siamo bravi cattolici noi fedeli, quando incontriamo gli stessi sacerdoti o il nostro Vescovo, magari nell’ incontro per lo scambio degli auguri natalizi? La Giornata di sensibilizzazione per le offerte per i sacerdoti, che quest’anno è stata celebrata domenica 25 novembre, ha trovato nelle varie diocesi una vera partecipazione di noi credenti serrani nelle nostre parrocchie? Si ha l’impressione che non sia data importanza alla cosa e di conseguenza che i fedeli non siano aiutati da noi, come è scritto nel nostro impegno associativo, nel sostenere i sacerdoti anche per fare una offerta per i sacerdoti. Dispiace che non siano ancora conosciuti i meccanismi del sistema di sostegno economico alla Chiesa; non si sa, per esempio, che le offerte per i sacerdoti di fatto liberano denaro per le finalità di culto e di carità. Questo disinteresse purtroppo diffuso sta diventando pure pericoloso, perché i discorsi contro la Chiesa anche a questo riguardo stanno aumentando e non ci vorrà molto ai politici di turno vendere il sistema attuale di sostegno alla Chiesa per un pugno di voti.

dicembre 2012

È necessario innanzi tutto ricordare ai parroci e ai referenti parrocchiali incaricati per il sostentamento alla Chiesa e ai suoi Sacerdoti di utilizzare con impegno i sussidi messi a disposizione da parte del Servizio nazionale della Cei, e di spendere in questi ultimi giorni dell’anno qualche parola per ricordare il dovere che i cristiani hanno di “sovvenire alle necessità della Chiesa”. Il che significa anche contribuire al sostentamento dei loro sacerdoti. Siamo consapevoli delle difficoltà che stanno incontrando le famiglie italiane e insieme ad esse anche le nostre parrocchie; proprio per questo è necessario che tutti facciano la loro parte perché con il poco di molti si può fare tanto. La Chiesa ha fiducia della comprensione e generosità dei fedeli, che hanno sempre dato prova di affetto e vicinanza ai preti. Certo oggi la situazione di crisi si fa sentire e quindi potrebbe succedere che le Offerte per i propri Sacerdoti, che vivono per darci i Sacramenti, predicarci la bellezza del Vangelo, aiutare i bisognosi, possano ridursi. È importante che i preti stessi non temano di far conoscere ai fedeli il modo e il mezzo per il loro sostentamento per vivere dignitosamente. Aiutiamoli in questa forma di comunicazione che per alcuni di loro potrebbe risultare non facile. In questi ultimi giorni di dicembre il Serra Club Italia chiede uno sforzo finale per sensibilizzare alla raccolta di fondi per il sostentamento del clero nella forma di solidarietà nazionale. La quarta di copertina del Serrano (questa rivista) riporta uno spot di pronta efficacia. L’emolumento mensile del prete, anche con il contributo delle offerte dei fedeli (che lo scorso anno non hanno superato il 2,5% delle necessità) è compreso tra 800 euro mensili, per il prete giovane e 1400 euro per il vescovo all’età dei 75 anni. Tutti, in uguale misura! Sia per il prete, parroco di una parrocchia cittadina di 5000 anime, che per il parroco di una parrocchia di 100 persone, magari in condizioni disagiate e povere del territorio nazionale. I Serrani si devono attivare per migliorare quel misero due e cinque per cento, proprio in virtù del loro scopo ideale scritto nei loro statuti!

27


vocazione e vocazioni: percorsi molteplici, sempre aperti alla novità di Maria Lo Presti

Ogni percorso personale è unico, e la vocazione di ciascuno si manifesta e si comprende per vie diverse. Dio ha preparato ‘il meglio’ per ciascuno, e lo ha pensato da sempre: una cosa per noi inimmaginabile, perché abbiamo categorie di tempo limitate. Di Sara, di Geremia, di Paolo si legge che sono stati scelti ‘da sempre’ per una vocazione: Sara è stata scelta dall’eternità per essere la sposa di Tobia (cf. Tb 6,18); Geremia è stato plasmato-creato per essere profeta (cf. Ger 1,3); Paolo è stato scelto fin dal grembo materno per essere testimone di Cristo Risorto tra le Genti (cf. Gal 1,15). Il progetto di Dio è spesso diverso da quello che ciascuno ha immaginato, ma sicuramente è il migliore. Nel Nuovo Testamento più volte si fa riferimento a cose più grandi, migliori, da realizzare e a cui aspirare (cf. Gv 5,20; Eb 11,40). Certamente i genitori vogliono ‘il meglio’ per i loro figli, e per questo può sembrare strana la vicenda di Samuele e della sua vocazione, narrata in 1 Samuele 3,1-20: Anna, la madre di Samuele, riconosce che il figlio è un dono e, così come lo ha ricevuto, lo offre al Signore (cf. 1 Sam 1,26-27). Potrebbe sembrare una madre snaturata, perché lascia il fanciullo presso

28


vocazioni il tempio del Signore, ma l’esito della vita di Samuele ci dice che non è così: «Samuele crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. Perciò tutto Israele… seppe che Samuele era stato costituito profeta del Signore» (1 Sam 3,19-20). Samuele era nato per realizzare qualcosa di grande, e la generosità della madre pone le premesse perché ciò si realizzi: ogni persona non nasce per caso, ogni vita è un dono, e per ciascuno Dio ha un progetto. Nella Lettera ai Filippesi Paolo invita a discernere sempre ‘il meglio’ (cf. Fil 1,10). A volte si sceglie ciò che appare più semplice, anche se non potrà rendere soddisfatti appieno: il cuore dell’uomo ha desideri infiniti, e non si accontenta facilmente. Ciascuno dovrebbe incoraggiare a scoprire e coltivare ciò che si va percependo come ‘il meglio’ per l’altro, anteponendo il bene altrui al proprio: il sacerdote Eli comprese che il Signore chiamava il giovane Samuele (cf. 1 Sam 3,8); e prima di Eli, la madre Anna, felice della maternità, non tenta di legare a sé il figlio, che avrebbe potuto essere un conforto per lei nella vecchiaia. I genitori non sono i ‘proprietari’ dei figli ma ne sono i custodi. Mentre il genitore accompagna la crescita del figlio, realizza la vocazione alla quale è chiamato nel momento in cui riceve il dono della maternità-paterni-

tà. Così l’itinerario vocazionale di ciascuno si apre a continue novità. D’altra parte, non tutte le vocazioni si manifestano in età giovanile, alcune si svelano o vengono ‘consegnate’ nel tempo: dopo un largo tratto della sua vita, un giorno Pietro pescatore è stato chiamato a diventare pescatore di uomini (cf. Lc 5,10); così una coppia, che è stata chiamata al matrimonio, riceve ad un tratto una vocazione nuova con l’affidamento di un tesoro prezioso, una vita nuova, come capita ad Abramo e Sara (cf. Gen 18,1-15; 21,1-7), a Zaccaria ed Elisabetta (cf. Lc 1,5-25.57-80). Alla vocazione matrimoniale se ne aggiunge un’altra, e speciale. Anche Anna, madre di Samuele, ricevette ad un certo punto della sua vita, quando sembrava che ciò le fosse precluso, la vocazione alla maternità e vi corrispose con gratitudine al Signore fonte di ogni dono. Paolo scrive che ogni paternità discende dal Padre: da lui ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome (cf. Ef 3,14). Paolo indica insieme l’origine e la partecipazione ad un dono-compito grande. Ciò che è prerogativa di Dio è da Lui stesso assegnato agli uomini: all’umanità è dato il compito di condurre il creato, al re di avere cura del popolo di Dio che ne è il vero re, ai genitori di manifestare la maternitàpaternità di Dio. Per tutti, e così per genitori e figli, saranno spesso gli eventi della vita a guidare il discernimento, a sollecitare delle scelte, a richiedere particolari e nuovi impegni, aperti alla comprensione di ciò che il Signore propone giorno per giorno. In Paolo vi è un riferimento alla formazione ricevuta nel contesto familiare da Timoteo, quale fonte della maturazione della sua fede: «Mi ricordo… della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Lòide e tua madre Eunìce, e che ora, ne sono certo, è anche in te» (2 Tim 1,5). È posto in evidenza il valore dell’esempio e della testimonianza nel contesto familiare. È nella quotidianità che si innestano quelle piccole o grandi scelte che richiedono una risposta personale, mentre quotidianamente si invoca nella preghiera: «sia fatta la tua volontà» (Mt 6,10). Tale invocazione è tipica del credente, di colui che realmente e costantemente si affida a Dio, in lui ha fiducia, confida nel Signore che ha progetti di pace, di bene, di salvezza. La fiducia nel Signore ispira ogni parola della preghiera che Gesù ha insegnato. In sintonia con ciò, emerge la risposta di Samuele alla voce del Signore che lo chiama, una risposta pronta: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta» (1 Sam 3,10).

29


dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti •

Genova Nervi 476

La Fede: dal dono alla ricerca nel mondo occidentale Nel primo incontro dell’anno, don Carlo Migliori, cappellano del Serra di Genova Nervi, ha introdotto il tema dell’anno sociale 2012/13, soffermandosi sul grande impegno cui siamo chiamati per la ri-evangelizzazione della società occidentale L’anno della Fede, ha esordito don Carlo, è un tempo favorevole per riflettere sul calo dei cattolici praticanti in Occidente. E se è vero che con la crescita demografica aumentano i battezzati (17,4% della popolazione mondiale), sul modo di vivere la fede non disponiamo di notizie altrettanto rassicuranti. Di qui l’urgenza di attivarci affinchè i cristiani tiepidi riescano a riappropriarsi della gioia della fede e a offrire una testimonianza autentica del Vangelo! Citando la prima omelia di Benedetto XVI, il relatore ha rilevato che spesso i cristiani si preoccupano più delle “conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno“, ritenendo che la fede sia ancora “un presupposto ovvio del vivere (…), ma così non è.” Non solo quel presupposto viene negato, ma in larghi strati sociali è venuto meno quel “tessuto culturale unitario“, che si richiamava ai contenuti e ai valori della fede. E così “l’ambito delle certezze razionali” viene ridotto “a quello delle conquiste scientifiche e tecnologiche.” Ma per la Chiesa non ci sono conflitti tra fede e scienza “perché ambedue, anche se per vie diverse, tendono alla verità.” Don Carlo si è poi soffermato sulla Nota dottrinale che la Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2007 ha dedicato alla ri-evangelizzazione di quanti hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo ma vivono una fede superficiale, lontana dai Sacramenti e dalla Chiesa. È l’ateismo debole, che si distingue dall’ateismo dogmatico: mentre quest’ultimo è stazionario, il primo è in continua crescita, anche a causa della limitata attuazione degli insegnamenti conciliari, secondo cui evangelizzare non è solo insegnare una dottrina, ma “annunciare il Signore Gesù con parole e azioni.” Ma oggi, osserva la Nota, si teme “di proporre ad altri ciò che si ritiene vero per sé“, come se ciò attentasse “alla libertà altrui.” La libertà, invece, se prescinde dall‘“inscindibile riferimento alla verità“, scivola nel relativismo, che non riconosce nulla come definitivo. E quando l’uomo non crede nella possibilità di conoscere la verità, finisce col perdere “ciò che in modo unico può avvincere la sua intelligenza” e il suo cuore. La ricerca della verità è personale, ma non solitaria… Chi ignora quanto trasmesso dalla propria cultura o scoperto da altri, rinuncia ad arricchire se stesso. L’annuncio di Cristo rappresenta “una legittima offerta ed un servizio” capace di arricchire i rapporti fra gli uomini. Grazie al dono della fede, intuisco la grandezza del progetto che dà senso e pienezza alla mia vita. E allora sento il bisogno di partecipare il dono che ho ricevuto, senza con questo limitare la libertà dell’altro che, anzi, ne viene esaltata. Non solo, l’evangelizzazione, oltre ad arricchire i suoi destinatari, ha un ritorno positivo per la Chiesa, attraverso l’inculturazione della fede.3 Lo Spirito Santo, protagonista dell‘inculturazione, rinnova nella storia l‘evento “della Pentecoste, che si arricchisce mediante la diversità dei linguaggi e delle culture.” La Nota della Congregazione, in linea con i Padri conciliari, ritiene che la grazia, “che Dio dona attraverso “vie a Lui note”, può salvare anche i non cristiani. Ad essi, però, mancano due beni essenziali: la conoscenza del “vero volto di Dio e l’amicizia con Gesù Cristo, il Diocon-noi.” Il cappellano del Genova Nervi ha poi sottolineato come la totalità del dono di Gesù (fino alla morte di Croce) abbia contagiato i suoi discepoli. Essi, infatti, nel continuare la sua missione, non di rado hanno affrontato il martirio. Il martirio cristiano, ancora diffuso in alcuni Paesi, è molto più di un donarsi per la causa, è un atto di amore estremo che il cristiano, a imitazione di Gesù, compie quando percepisce che si risolverà in un bene grande per gli altri. Il martirio, dunque, “dà credibilità ai testimoni, che non cercano potere o guadagno ma donano la propria vita per Cristo.” Il relatore ha poi accennato alla conversione, affermando che essa implica “un cambiamento di mentalità e di azione“. È un cambiamento che, come ha testimoniato di sè san Paolo, equivale alla liberazione dal regno delle tenebre e all‘inizio di una “vita nuova in Cristo”, verso il quale tendiamo a identificarci. E la Chiesa, strumento del Regno di Dio, è già presenza del Signore nella storia, in attesa del pieno compimento, quando Egli sarà “tutto in tutti” Il Regno non è “una realtà generica“, ma la persona di Gesù, “immagine del Dio invisibile” (Redemptoris missio). La Chiesa, i suoi pastori ma anche i laici, rileva Papa Ratzinger, hanno un impegno apostolico irrinunciabile, quello di mettersi in cammino per portare l’uomo fuori dal deserto, nella terra promessa ove troverà “Colui che ci dona la vita” E la dimensione ecumenica, osserva la Nota, riguarda ogni fedele, “anzitutto mediante la preghiera, la penitenza, lo studio e la collaborazione.” Quando l’uomo conosce Gesù, ha aggiunto don Carlo, non può non innamorarsi del suo messaggio! E scopre che Dio ci ha lasciato lo Spirito Santo, che è Amore e guida la nostra crescita umana e spirituale. Per il credente sono riconducibili all’azione dello Spirito anche le scoperte della scienza. Il relatore, facendo suo il messaggio di speranza della Nota circa l’azione evangelizzatrice della Chiesa, ha rimarcato che “mai verrà a mancarle la presenza del Signore Gesù nella forza dello Spirito Santo.” Come ha scritto san Paolo “caritas Christi urget nos.” (2 Cor 5,14) La storia della Chiesa è ricca, anche nei periodi bui, di testimonianze luminose, di cristiani che hanno dato vita a iniziative e opere incredibili, con le quali hanno portato il Vangelo ”fino agli estremi confini della terra”. Il relativismo, oggi così diffuso in Occidente, alla fine non prevarrà. Don Carlo ha concluso il suo ampio intervento invitando i serrani, nell’Anno della fede, a vivere con coerenza la loro vocazione. Potranno così aiutare le donne e gli uomini dell’Occidente secolarizzato ad accogliere l’amore di Dio, presente in pienezza in Gesù crocifisso e Risorto. Sergio Borrelli

30

il serrano n. 128


dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti •

Distretto 72

Nell’anno della Fede il Serra rilancia la sfida dell’annuncio È una gioiosa giornata d’autunno – particolarmente calda – quella che ha accolto i serrani di Latina guidati dal neo presidente Lidano Serra. Don Libardo Rocha, vice cappellano del movimento Serra, dà il benvenuto ai convenuti. È intervenuto il nostro Vescovo, mons. Giuseppe Petrocchi. Hanno presenziato all’incontro il dott. Giovanni Sapia, Governatore del Distretto 72, e il prof. Ugo La Cava del C.N.I.S. L’introduzione ai lavori offerta dal Governatore Sapia, ha permesso di scorgere l’orizzonte di senso entro il quale inserire i vari temi; egli precisa che l’antropologia del Serra non si pone in discontinuità del passato e della tradizione, ma, si aggancia ad una prospettiva evolutiva: “L’indizione dell’Anno della Fede il giorno 11 ottobre 2012 offre ai serrani l’accesso alla comunione trinitaria, rendendoli partecipi e testimoni credibili di una missionarietà e di un diaconato consapevole della presente e travagliata fase di storia che stiamo attraversando”. Il 50esimo del Concilio Vaticano II – che ha rinnovato la Chiesa e i suoi rapporti con il mondo – costituisce per i serrani l’occasione preziosa e irripetibile per una rinnovata evangelizzazione. Il serrano è l’homo viator e, come il grande frate Serra che percorse a piedi 8.850 km evangelizzando e portando la Parola, è chiamato al dialogo, al confronto. Il prof. Ugo Cava, sempre attento al segno dei tempi, dirige l’attenzione sulla relazione d’amore che deve permeare ogni azione del serrano. “Il suo carisma, l’attenzione ai giovani, ai seminaristi in particolare per seguirli e aiutarli a coniugare idealità e concretezza, è la direttrice verso cui orientare, la nostra missione per il futuro. L’unità nella molteplicità”. Romano Guardini – pedagogista – scrive: parlare dei giovani significa aprire alla vita, incontrarla e dialogare con lei. L’uomo, qualunque sia la sua età, si sviluppa e procede nella realizzazione di se stesso. Il mondo giovanile è profondo e complesso, la sua sete d’infinito travalica il tempo: un deposito culturale immenso, una grande risorsa per il futuro del nostro paese”. Il professore richiama l’attenzione sulla fraternità che il Serra attiva attraverso la Fondazione Junipero Serra promuovendo tramite attenta programmazione, con borse di studio e iniziative varie, il sostegno e l’assistenza ai sacerdoti anziani o malati. Ugo La Cava ricorda infine l’incontro ecumenico di Assisi – uno dei luoghi più significativi della spiritualità francescana – voluto da Benedetto XVI, che ha messo in evidenza come il credere sia il comune denominatore per la fede e lo stesso Papa ne ha sottolineato i punti di connessione con l’altra ricorrenza ventennale del Catechismo della Chiesa cattolica. Il presidente Lidano Serra, dopo il saluto, sollecita i soci alla costruzione di un sodalizio fraterno attraverso una rinnovata grammatica del dialogo, capace di costruire nella reciprocità, la civiltà dell’amore. La partecipazione alla S. Messa celebrata dal Vescovo mons. Petrocchi, con il richiamo alla grandezza delle Beatitudini, ha costituito l’anelito di concordia non più assetato di primati personali, ma pronto alla diakonia e al patrimonio prezioso dell’alterità come Levinas ci ricorda: “Io sono per gli altri”. Sono i momenti così alti di con-vocazione e con-divisione che “offrono lo slancio alle generazioni di domani, ragioni di vita e di speranza” (Gaudium et Spes, 31). Stella Laudadio Celentano

Udine 625

Catechesi di commiato del nostro Cappellano don Bressan

I soci del “Serra Club” di Udine si sono ritrovati nella chiesa di San Bernardino presso il Seminario Interdiocesano in Udine per assistere alla Messa solenne. In occasione della prima riunione mensile del nuovo anno sociale i partecipanti con le gentili signore e graditi ospiti hanno salutato, in una attigua saletta, don Dino Bressan che lascia l’incarico di assistente spirituale del Club a don Maurizio Zenarola nuovo Rettore del Seminario Interdiocesano di Castellerio. Il Presidente uscente, dott. Cesare Alessandrini e quello entrante, ing. Sergio Satti, hanno ricordato le figure di due nostri soci recentemente scomparsi, rag. Giovanni Biasutti e la signora Edvige Tonini Madrassi esaltandone le doti di carità cristiana. Dopo i dovuti e sentitissimi ringraziamenti per il sempre attento e concreto contributo dato al nostro Club, da parte del Presidente, Satti, ha preso la parola, don Dino Bressan facendo notare come in questi dieci anni ci sia stato un avvicinamento sempre più stretto del Serra Club al Seminario attraverso frequenti visite grazie alle quali si sono rinsaldati i legami tra le persone. I seminaristi hanno molto apprezzato tutto questo affiatamento al punto da chiedersi se questa esperienza poteva essere estesa anche ad altre Diocesi. A conclusione, nell’augurare a don Dino Bressan i migliori auspici per l’incarico che andrà ad assumere nella forania di Variano, il Presidente si è detto certo che egli avrà anche la gioia di osservare l’operato dei giovani preti da lui formati e di raccogliere così tutto quello che ha seminato. Alessandro Gelich

dicembre 2012

31


dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti •

Acqui Terme 690

Imperia 541

Premiate le classi vincitrici

Auguri Don Fernando

Il 31 scorso si è svolto nel salone del San Paolo di Ovada la premiazione delle classi vincitrici al concorso scolastico indetto dal Serra Club acquese nell’anno sociale 2011/12. Sono risultate vincitrici le ex classi 3ªA/3ªB e 5ªA/5ªB della Scuola Primaria “Da Milano”. Gli alunni di queste classi hanno realizzato significativi ed appropriati disegni sul tema proposto dal Serra. Disegni riproducenti quindi le meraviglie del Creato, testimonianze di vita cristiana attraverso l’esempio dei Santi, riferimenti importanti a passi della Bibbia e del Vangelo. Le classi partecipanti al concorso si sono così classificate al primo posto regionale ed al terzo assoluto nazionale, ricevendo i relativi attestati di merito. Veramente tutti bravi i ragazzi per il lavoro svolto con tanto impegno ed altrettanto brava l’insegnante di Religione Anna Nervo, che ha sviluppato e coordinato assai bene l’insieme dei disegni. Il Serra club acquese fa parte del Distretto 69 - Piemonte; presidente è Michele Giugliano, il presidente eletto è Giulio Santi; past-president Giovanni Oldrado Poggio mentre il Cappellano è il Vescovo diocesano mons. Pier Giorgio Micchiardi. Ha precisato il dott. Pestarino che il Serra, a differenza degli altri gruppi similari di volontariato (come i Lions e Rotary) è anch’esso formato da laici di ispirazione cattolica ed ha aggiunto: “Ogni mese si organizza un meeting e, tra i maggiori obiettivi, c’è quello di promuovere ed essere supporto alla vocazione sacerdotale, di aiutare,quindi, giovani studenti che manifestano la volontà di diventare sacerdoti. Un altro obiettivo da raggiungere è uscire dalle canoniche per diffondere i contenuti e gli argomenti del nostro gruppo, come stiamo ora facendo in questa sala”. In precedenza il parroco don Giorgio aveva introdotto la manifestazione, presentando le classi, accompagnate dall’insegnante Anna Nervo e dalla dirigente scolastica Patrizia Grillo. presente anche il vicesindaco Sabrina Caneva, con l’assessore Paolo Lantero; nel suo intervento il Vice sindaco anche come madre ed insegnante, si è basata sull’acquisizione dei veri valori della vita, di cui anche la scuola, come la famiglia, costituisce un veicolo assai importante. Anche l’intervento della dott.ssa Grillo è servito sostanzialmente a sottolineare il senso della vita attraverso la conquista dei suoi giusti valori fondamentali. Il Vescovo mons. Micchiardi, accompagnato dal Vicario diocesano don Paolino Siri, nel complimentarsi con l’insegnante Nervo e gli alunni per l’interesse dimostrato e per l’alto valore dei bei disegni realizzati, ha sottolineato, riferendosi in particolare alla vita ed all’esempio dei Santi, “l’evidenza e l’importanza di certi valori per cui la vita diventa bella e si realizzano cose molto utili per la comunità”. Ha poi citato una frase molto significativa della beata Chiara “Luce” Badano: “Col Vangelo sotto braccio, possiamo fare tante cose”. Michele Giugliano Guiancarlo Callegaro

32

“Compleanno di Don Fernando Fragola Arciprete della Parrocchia di Chiusavecchia “Santi Biagio e Francesco di Sales”. 30 settembre 1920 / 2012: Novantadue anni. Chi puo dire quale sia il senso di una vita….. e di una vita così lunga? Una così lunga vita da parte mia merita stima silenziosa e un inqueto grazie.

Torino 345

Apertura anno sociale L’incontro si è tenuto c/o Villa S. Giuseppe e si è articolato essenzialmente nella riunione di Consiglio, nella S. Messa e nella meditazione/riflessione guidata da Don Alberto, che ha illustrato le linee guida del programma dell’anno, relativo al tema della Fede. Nel commento finale Don Alberto ha riferito in sintesi l’obiettivo dell’anno e il percorso che seguiremo per poter diventare veramente “ credenti”, in sintonia con l’anno della Fede voluto da Benedetto XVI. Nella riunione di Consiglio, il Presidente Romano Gallizio e il Tesoriere Antonio Travaglio hanno presentato il rendiconto. – È stato distribuito dal Presidente Romano Gallizio un documento di riferimento relativo alle Commissioni del Club (Programmi, Estensioni, Vocazioni, Comunicazioni, Nomine, Finanze, Statuto e Regolamenti, Rapporti con i Club del nostro ed altri Distretti), contenente l’indicazione dei temi di attività proposti e i nominativi coinvolti: è stata richiesta ai membri del Consiglio un’ analisi critica con commenti e proposte. – Sono state proposte le prime date di servizio di Portineria al Seminario Maggiore di Torino, e sono già state raccolti alcuni nominativi (al solito n. 2 turni Domenicali 8.30-13; 13-18). È stata quindi celebrata la S. Messa da Don Alberto Piola. Alla fine della Celebrazione e dopo la cena, don Alberto ha provveduto ad evidenziare i principali aspetti del tema degli incontri di conferenza e meditazione dell’anno: il tema della Fede ed in particolare il percorso da seguire per “diventare veramente credenti”, in sintonia con l’anno della Fede voluto da Papa Benedetto XVI. Il programma proposto da Don Alberto Piola si articola in una serie di incontri su vari temi di grande attualità: dalla Fede nella società secolarizzata, alle ragioni per credere,ai dubbi nel cammino di Fede, alla Fede come chiave per interpretare il male nel mondo,etc. Molto significativa la meditazione finale dell’incontro, ispirata da un brano del Cardinal Ballestrero: “Signore, lo dici Tu, credo, perché lo dici Tu”. R. G.

il serrano n. 128


dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti •

I compleanni dei longevi sono stati trasformati, nella società moderna in riti festosi pieni di auguri. Ma il solo numero degli anni è senza senso. Il senso della lunga vita di don Fragola non è nel numero di anni ma nella durata della sua – esplosione di amore – per coloro che l’hanno conosciuto, che lo conoscono e che gli sono vicino. Don Fragola si erge ancora come – sentinella sugli spalti della cittadella cristiana... questo coriaceo sacerdote piemontese veglia ancora nell’oggi della storia della fede cattolica. Vale per lui, come per ogni buon cristiano il versetto del salmo... “Insegnami, Signore, a saper contare i miei giorni ed avrò la sapienza nel cuore”. A don Fernando Giuseppe Fragola porgo vivissimi auguri fraterni anche a nome dei colleghi serrani – Il buon Dio gli conceda particolari doni di Grazia e una serena “veneranda vita terrena” Un Serrano d’occh. Lino Jacobino

Matera 463

«Fede»: dono o ricerca? “La fede e la ragione sono come due ali, con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità” è il tema che quest’anno svolgeranno i ragazzi delle scuole del territorio in cui opera il Serra Club di Matera e che parteciperanno al concorso scolastico diocesano abbinato alla seconda edizione del “Premio Letterario Mons. Francesco Saverio Conese”. Nell’aula magna del locale Liceo Scientifico “Dante Alighieri” si è svolta la prima giornata del percorso formativo propedeutico che è stata condotta da un giovane, qualificato sacerdote, don Ennio Tardioli. L’incontro con gli alunni referenti, tutor nella propria classe, è mirato a mettere tutti i ragazzi che parteciperanno al concorso in condizione di affrontare e svolgere la non facile tematica concorsuale. Per questa giornata di lavoro don Ennio ha trattato il tema: “Fede: dono o ricerca?” Proprio il punto di domanda è stato il cardine della conversazione e delle riflessioni avute con i ragazzi ed il sacerdote per questo ha addirittura ampliato il numero delle domande per portare i ragazzi ad una maggiore consapevolezza sulla contrapposizione della fede alla ragione, atteso che la stessa non può conoscere tutta la realtà e che la fede non può avere timore dell’intelligenza e della ragione. Fede e ragione sono entrambe virtù che provengono da Dio come doni elargiti a tutti con il sacramento del battesimo. Don Ennio si è poi intrattenuto, in un dibattito con un’ adolescente in crisi sul suo Credo. Il sacerdote ha citato i dubbi affrontati da Sant’Agostino prima di approdare alla fede. Con la ragione ci si pongono tante domande, anche quelle che riguardano noi stessi. Poi il senso della fede e la fiducia in Dio dà la forza che consente di superare ogni ostacolo. Alla fine del laboratorio sono stati posti ai ragazzi degli interrogativi con l’invito ad indicare le parole od i concetti che nella conversazione li hanno maggiormente interessati. Sorprendente, ma geniale, è stata la risposta di un ragazzo: “Fede: dono e ricerca”. Il semplice cambio di una vocale ha eliminato il punto di domanda. Lino Sabino

dicembre 2012

Acireale 1035

Concorso scolastico Passaggio della campana tra il presidente uscente dott. Mario Di Bella e il nuovo designato avv. Salvatore Peluso. Come da tradizione ormai irrinunciabile, l’incontro ha avuto inizio con la celebrazione della Santa Messa officiata dal vescovo della diocesi (e cappellano del club) mons. Antonino Raspanti, il quale nell’omelia ha voluto soffermarsi sulla figura e sull’opera imponente della santa del giorno (15 ottobre), Teresa di Avila, ricordandone la infaticabile azione apostolica e il ruolo di straordinaria importanza nel cammino della Chiesa post-tridentina. I lavori dell’assemblea del club hanno avuto come primo relatore l’uscente dott. Di Bella, che ha tracciato una sintetica me completa relazione sull’anno trascorso, un anno ricco di realizzazioni e iniziative; in particolare, egli ha accennato al concorso riservato agli alunni ha avuto un esito esaltante per il club, il cui albo d’oro si è arricchito di una medaglia d’oro, grazie al primo premio nazionale assoluto conquistato dalla studentessa Grace Mary Chisari della scuola media “Galilei-Pirandello” di Riposto (alla quale è stato formalmente consegnato il premio). Un caloroso indirizzo di ammirazione e di incoraggiamento rivolto ai presenti da S. Ecc. Mons. Raspanti ha concluso l’intenso pomeriggio di lavori. C.N.

Lotteria F.I.B.J.S. Il 26 Novembre 2012 alle ore 15,30 in Genova, nei locali della Chiesa di Santo Stefano, sono stati sorteggiati i premi della lotteria della Fondazione Italiana Beato Junipero Serra. Risultano vincenti: 1° Premio - TV Samsung 32” n. 3566 Club di Assisi (Distretto 171) 2° Premio - iPAD 2 MC773 n. 2354 Club di Catania ( Distretto 77) 3° Premio - Videocamera Sony n. 2816 Club di Bologna (Distretto 76) 4° Premio - Cornice Digitale Kraun 15” n. 4084 Club di Lugano (Distretto 70) 5° Premio - Fotocamera Sony n. 2006 Club di Aversa ( Distretto 72)

33


dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti • dai club e distretti •

Livorno 486

«Coloro che si vogliono bene» Il pensiero di noi serrani livornesi verso le vocazioni sacerdotali vivrà un momento di massima sensibilità nella settimana dal 19 al 25 Novembre, che la nostra Diocesi ha voluto dedicare al Seminario. Avvenimento che desta in noi riflessioni di particolare intensità. Parlando di vocazioni, il Papa ha detto: “Ogni vocazione nasce dall’iniziativa di Dio, che ne fa dono e salvezza, regalando pace e amore in chi è chiamato a servirlo”. La nostra città ha visto recentemente concretizzarsi questa iniziativa del Cielo, in un tempo livornese di rinascita delle vocazioni, realizzata con la vitalizzazione del Seminario di V. Galilei, guidato da Mons.Razzauti. È stato un segno insperato, il rinascere di un ambiente della fede e della speranza, che ha ripreso vita dopo un periodo di silenzio. Ci è d’obbligo ricordare... che tutto cio’ è frutto della volontà del nostro Vescovo, del suo entusiasmo e delle sue illuminazioni. In questo momento e in questa situazione, sarà ancora più importante che i laici operino, insieme a rinnovate preghiere, affinché il loro atteggiamento verso la vita cristiana e verso i seminaristi, manifesti accresciute quella tensione morale e quella sensibilità, che li faccia capaci di essere loro fratelli in ogni circostanza e in ogni situazione. Sarà necessario che sappiano offrire questo esempio, con la costante consapevolezza di chi siamo. Se dobbiamo essere testimonianza, dobbiamo conoscere, ricordare, trasmettere. È imperativo ricordare sempre più la nostra identità e la nostra vocazione alla vicinanza col fratello. Gli antichi Romani non sapevano bene come chiamare i primi cristiani, ma per indicarli li definivano “coloro che si vogliono bene”. Uno schietto e insolito riconoscimento, da parte di reggitori duri qual’erano i Romani, una attestazione ammirata da parte di un popolo pagano. Di altre cose, oltre il ricordo, è nostro dovere conservare intatta, anzi accresciuta, la formidabile valenza. Su tutte primeggia il ricordo dell’alba della cristianità. Duemila anni fa, in una terra di pastori, undici uomini furono inviati da soli in direzioni diverse, con l’unico ausilio dello Spirito Santo, in un mondo sconosciuto e spesso ostile… Undici….Chi, oltre ai pochi credenti, avrebbe creduto che i cristiani sarebbero diventati cio’ che sono. Il primigenio Mare di Galilea è divenuto un oceano. E ogni volta che l’Osservatore Romano spinge la sua voce fino ai confini del mondo, porta con sé lo stesso messaggio, la stessa frase, che spicca sempre sotto il titolo: ”Non praevalebunt”. Non prevarranno. È la citazione del passo del Vangelo, riferito alle forze del male, ma è e deve essere il nostro viatico per ogni nostro pensiero, per ogni azione che ci riguardi. È l’imperitura fiducia che nutriamo nel braccio di Dio. Quante volte, forse troppe, sentiamo dire ” ci sono pochi seminaristi, ci sono pochi sacerdoti. Ma dobbiamo sapere, dobbiamo conoscere, che questo non è vero in assoluto. Si scorge certamente, nel nostro Occidente, una presenza sacerdotale che vorremmo più nutrita, più numerosa. Ma sulla Terra, in Paesi lontani e fecondi, i cristiani stanno aumentando. Nei secoli, il lievito della chiamata ha visto crescere nuovi pani in posti differenti. È cosi’ ancora adesso. Quindi, fiducia, ricordo e fierezza, traguardando ogni cosa nell’immutabile sentire della pietà cristiana, che deve sempre informare ogni azione della nostra vita. È questo atteggiamento, questa speranza, questa forza, che dobbiamo costantemente ricreare, fortificare e mantenere, per trasmetterle intere ai nostri fratelli, ai nostri sacerdoti, ma soprattutto, ai nostri seminaristi, la splendente speranza futura. Per loro preghiamo, a loro guardiamo, in una vicinanza fraterna capace di far loro superare il deserto dei momenti difficili. Marco Creatini

Pellegrinaggio al Santuario di Montenero Il Serra Club di Livorno (Presidente Dott. Emanuele Tattanelli) è stato incaricato dalla Diocesi di Livorno di animare il Santo Rosario che viene recitato nel corso del pellegrinaggio mensile al Santuario della Madonna di Montenero. Il pellegrinaggio, che è presieduto dal Vescovo, Mons. Simone Giusti, consiste nel percorrere, a piedi, l’erta salita di circa un km che conduce, appunto al Santuario. Il Santuario, curato dai monaci Vallombrosani, è dedicato alla Madonna delle Grazie Patrona della Toscana. I livornesi sono particolarmente devoti alla “Madonna di Montenero”, anche da coloro che sono dichiaratamente non praticanti. La città di Livorno è legata alla Vergine Maria anche per un voto che venne stretto nel 1742, quando la città ebbe a soffrire per un terremoto e per il conseguente maremoto. Tutti gli anni, il 27 gennaio, si rinnova, con grande partecipazione cittadina, la cerimonia dello scioglimento del voto, che consiste nel pellegrinaggio al Colle, nella offerta in cera al Santuario e nel non festeggiare il carnevale fino al 28 gennaio di ogni anno. Dal 2001 l’allora Vescovo Mons. Diego Coletti decise di effettuare un pellegrinaggio diocesano ogni terzo sabato del mese: l’iniziativa raccolse consensi e da allora viene sempre praticata, con buona partecipazione di fedeli. L’iniziativa continua con Mons. Giusti fin dall’inizio del suo mandato episcopale diocesano. Quest’anno ha partecipato anche S. E. Mons. Gervas Nyaisonga, Vescovo di Dodoma (Tanzania) la cui diocesi stata, questa estate, visitata dal nostro Vescovo e da un gruppo di fedeli livornesi. Alessandro Bassi Luciani

34

il serrano n. 128


in dialogo

Lettere al Direttore • Lettere al Direttore

Valorizzare il Seminario anche con i media

Caro Direttore, leggo con molta attenzione il nostro “Serrano”, cui ovviamente sono affezionata! Innegabile lo sforzo editoriale di rendere la pubblicazione al passo dei tempi, di aprire il dibattito interno sui temi della fede con gli interventi di giornalisti professionisti di altre testate, poiché in cambio si ottiene la conoscenza del nostro Movimento laicale il cui carisma da solo dovrebbe costituire una specificità per la vita della Chiesa. Permettimi allora una mia breve considerazione: si dice con insistenza che le aggregazioni laicali ed i Movimenti in genere soffrono di un lento ricambio generazionale e, benché si auspichi un rinnovamento di idee e di contributi dei giovani, in realtà ad essi non viene offerta una valida occasione per esprimersi, per far sentire la loro voce così difforme dai nostri stili comunicativi. Tenendo in conto che il “Serrano” viene letto dai nostri seminaristi che, come gli altri coetanei, usano tutti gli strumenti multimediali, e frequentano assiduamente i social network , perché non strutturare una pagina dialogante sulle loro esperienze e sulla loro scelta di vita non solo spirituale ma che comprenda la loro preparazione, i loro linguaggi relativi alla musica, all’arte, alla scrittura creativa? Spesso si ha un’opinione troppo desueta del cammino di discernimento vocazionale, credendo sia costituito esclusivamente dallo studio dei testi sacri e della teologia; in realtà molti seminaristi studiano musica, sono lettori di romanzi e di poesia, arricchiscono il loro bagaglio culturale con esperienze di teatro ed altro...insomma, si preparano ad essere anche e soprattutto uomini calati nel reale, sacerdoti pronti alla nuova evangelizzazione per sostenere il dialogo con i giovani che affollano le nostre piazze. Mettendomi nei panni di un giovane lettore del “Serrano”, vorrei trovarvi articoli adatti alla mia età e soprattutto scritti con ….penna facile ed immediata! E potrebbe darsi che così guadagneremmo l’attenzione di qualche sponsor sostenitore della nostra rivista…non sarebbe male, non credi?. Maria Luisa Coppola

Cara Maria Luisa, ti ringrazio per i tuoi suggerimenti e pubblico con molto piacere la tua lettera. Fin da quando ho assunto la direzione del Serrano ho cercato di valorizzare la presenza dei seminari e dei seminaristi sulla nostra rivista. È mia intenzione continuare a farlo sempre di più. Anche e soprattutto con l'apporto degli amici Serrani dei vari club e distretti, ai quali chiedo di portare la rivista stessa nei seminari e di farsi da tramite perché dai candidati al sacerdozio possano giungere quei contributi che tu solleciti. Anche la redazione, naturalmente, farà la sua parte, promuovendo contatti e scambi con questo mondo che è punto di riferimento essenziale per il Serra Club.

VISITATE IL PORTALE: www.serraclubitalia.it ovvero com dicembre 2012

35


Il Serrano n.128  

IL SERRANO: Organo dell’Associazione Serra International Italia

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you