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Per sostenere le vocazioni sacerdotali

Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003 In caso di mancato recapito rinviare all’Ufficio Poste e Telecomunicazioni di Palermo C.M.P. detentore del conto per restituire al mittente che s’impegna a pagare la relativa tassa

Organo dell’Associazione Serra International Italia • Rivista trimestrale • n.125 Marzo 2012

Incontro al Risorto nostro contemporaneo


editoriale

Settembre-Dicembre 2011

Per sostenere le vocazioni sacerdotali

Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003 In caso di mancato recapito rinviare all’Ufficio Poste e Telecomunicazioni di Palermo C.M.P. detentore del conto per restituire al mittente che s’impegna a pagare la relativa tassa

sommario

Organo dell’Associazione Serra International Italia • Rivista trimestrale • n.125

® 3 Pasqua, certezza di vita eterna

PERIODICO TRIMESTRALE N. 125 ASSOCIAZIONE SERRA INTERNATIONAL ITALIA

I trimestre - marzo 2012 (XXXVI)

Incontro al Risorto nostro contemporaneo

di Vittorio Sozzi vita della chiesa

® 4 XLIX Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni di Lucia Lanzolla

® 6 L’anno della Fede, un dono da riscoprire di Antonio Rossi

Registrato presso il Tribunale di Palermo n. 1/2005 del 14 gennaio 2005 Iscrizione al Roc n. 21819 del 16/01/2012 Spedizione Abbonamento Postale Gr. IV Pubblicità inferiore 50%

Direttore responsabile Mimmo Muolo

Redazione Renato Vadalà Via Principe di Belmonte, 78 - 90139 Palermo E-mail: ilserrano@serraclubitalia.it

Comitato di Direzione Donato Viti, Presidente del CNIS Maria L. Coppola, V. Presidente del C.N.I.S. Vera Pulvirenti, V. Presidente del C.N.I.S. Dino Rocchi, V. Presidente del C.N.I.S. Mauro Tangerini, V. Presidente del C.N.I.S. Trustee italiani di Serra International

® 8 Cristo per le strade del mondo di Stefania Careddu

® 10 Giornata Nazionale dell’8xmille di Francesco Baratta

Redattori distrettuali (si veda il «Bellringers»)

le interviste

® 12 Andrea Riccardi: Buoni cattolici, buoni cittadini di Mimmo Muolo

Hanno inoltre collaborato a questo numero:

Sergio Borrelli G. Lagomarsino A. Montemaggi Novello Pederzini Lidia Pistarino Dante Vannini

cultura

® 14 Impegno contro l’antipolitica di Domenico delle Foglie

® 16 E se la virtù fosse anche un piacere? di Olga Calabrese

Giorgio Bregolin Stella Laudadio Viviana Normando Salvatore La Spina Lino Sabino Elsa Vannucci

Norme essenziali per redattori e collaboratori

chiesa e vocazioni

® 18 Il Papa: “Prima che colti i sacerdoti debbono essere santi” di Massimo Lanzidei

® 20 Il Ministero di direzione nei Seminari di Massimo Iorio

® 22 Via Discipulorum di Stefano Rega

1. Inviare il materiale per la stampa entro e non oltre il 18 Maggio 2012. 2. Inviare i contributi all’e-mail sotto indicata. 3. Inviare foto molto chiare con soggetti inquadrati da vicino. I redattori distrettuali, i collaboratori ed i Vice Presidenti di Club responsabili delle comunicazioni sono pregati di attivarsi per l’inoltro di brevi cronache relative alle attività svolte dai Club e dai Distretti alla Segreteria di redazione E-mail: ilserrano@serraclubitalia.it

vita del serra

® 24 Verso il Congresso nazionale di Maria Luisa Coppola

Gli articoli pubblicati esprimono il pensiero dei rispettivi autori e non rispecchiano necessariamente la linea editoriale della testata. La Direzione si riserva di pubblicare in tutto o in parte le foto, gli articoli e i servizi pervenuti, secondo le esigenze di spazio. Il materiale, anche se non pubblicato, non sarà restituito.

dai club e distretti

® 28 Notizie ed iniziative in dialogo

® 35 Lettere al Direttore In copertina: foto di Romano Siciliani

Stampa Luxograph s.r.l. - Palermo tel. fax 091 546543 (e-mail: info@luxograph.it)


editoriale

Pasqua, certezza di vita eterna di Vittorio Sozzi A un certo punto del Vangelo, Gesù pone una domanda che resta senza risposta e che suona inquietante, soprattutto oggi, in tempi di crescente secolarizzazione: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8). Domanda più che mai attuale, dato che il Papa – e con lui i Vescovi italiani – proprio sul tema della fede stanno insistendo da qualche tempo, come dimostra il fatto che ci accingiamo a celebrare, su iniziativa di Benedetto XVI, un anno dedicato proprio a questa fondamentale questione. Ma su che cosa si basa la nostra fede? La Pasqua ormai alle porte ci ricorda che non su una idea o su una dottrina, per quanto pregevoli, poggiano i duemila anni di vita cristiana che hanno cambiato la faccia della Terra. Essi prendono origine da un Evento, il più bello e sconvolgente che mai sia avvenuto su questo piccolo pianeta perso tra le stelle: la risurrezione di Gesù, la sua vittoria definitiva sul peccato e sulla morte, che comporta per tutti gli uomini la possibilità di ripercorrere la sua stessa strada verso la vita eterna, come professiamo ogni volta che recitiamo il Credo. Pasqua è questo Evento che ha rivoluzionato la vita di tutte le generazioni che dal 33 d.C. in poi si sono avvicendate nel corso dei secoli. Ma la Pasqua è l’evento capace di cambiare anche le nostre vite e l’intera nostra società. Non è sufficiente affermare che Cristo è un personaggio del passato, autorevole e importante, che però oggi è superato per gli epocali cambiamenti intervenuti nella vita delle persone e delle società rispetto ai tempi in cui è vissuto. La sua risurrezione infatti lo rende contemporaneo di ogni uomo, per sempre, come ha sottolineato un recente convegno organizzato dal Comitato per il Progetto culturale. Quindi anche contemporaneo nostro, vero uomo e vero Dio, che possiamo incontrare concretamente ogni giorno nell’Eucaristia e nella Chiesa, quella Chiesa dalla quale Gesù per sua volontà è inseparabile, e anche – secondo la sua parola – nel volto di ogni uomo e ogni donna, a partire dai più bisognosi della nostra fraternità. Incontrare Cristo, ascoltare la sua Parola, entrare in rapporto diretto con lui è perciò di fondamentale importanza per coltivare quella fede che oggi è messa in discussione da una cultura fortemente improntata al relativismo o addirittura al puro nichilismo. La Pasqua ci offre questa grande occasione ed è bene non farsela sfuggire, specie di fronte a un clima che tende a ridurre la più importante festa cristiana a una generica celebrazione della vita che rifiorisce o all’ennesimo appuntamento consumistico condito di uova e gite fuori porta. L’incontro con il Risorto, infatti, così come avvenne il giorno della Risurrezione ai discepoli di Emmaus ci permetterà di comprendere ciò che anche noi non abbiamo compreso, di scacciare dal cuore la tristezza per le delusioni personali e di tornare con gioia e rinnovato vigore verso gli altri, per annunciare a tutti quella Notizia bella e sconvolgente che davvero ha cambiato il mondo.


Gli auguri del Presidente «Kristòs Anèsti, alithòs Anèsti!» “Cristo è Risorto, é Risorto davvero!“ Carissimi amici serrani, è questo l’augurio pasquale che i nostri fratelli orientali si scambiano nel giorno di Pasqua, ricordandosi reciprocamente e gioiosamente l’avvenimento più importante della storia e il mistero centrale della propria fede. Cristo risorge, è questo l’augurio che ci scambiamo anche noi, desiderando che ciò che è avvenuto per Cristo accada un giorno anche per noi. Dopo la morte e la risurrezione di Gesù, la nostra vita non può più essere come prima, ma deve lasciarsi sconvolgere per avviarsi verso i tempi nuovi del Regno di Dio in terra. L’aria nuova che viene dalla Pasqua produca una nuova vita, che si concretizzi nel dono. Scrive Papa Benedetto XVI: «Non troviamo la vita impadronendoci di essa, ma donandola». Solo dalla Risurrezione può venire l’auspicato soffio di aria nuova nei rapporti umani, cari amici, per rigenerare concordia, là dove spira il vento del rancore e dell’odio. Il Redentore del mondo ha voluto scegliere la famiglia come luogo della Sua nascita, santificando così quest'istituzione fondamentale di ogni società ed è nella famiglia che ammiriamo la realizzazione del progetto divino di fare della stessa un'intima comunità di vita e di amore, chiamata ad essere una piccola chiesa domestica dove devono risplendere le virtù evangeliche e dunque a Voi Serrani ed alle Vostre Famiglie... Buona Pasqua con il cordiale e fraterno augurio di un soffio di aria nuova, di vita nuova da donare perché tutti i fratelli, il mio prossimo, risorga in Cristo !

di Lucia Lanzolla

XLIX Giornata

“Le vocazioni, doni della carità del Signore” è il tema del messaggio di Benedetto XVI per la quarantanovesima giornata mondiale di preghiera, che si terrà il prossimo 29 Aprile e che qui presentiamo in sintesi (per il testo integrale rimandiamo al portale del Serra Italia www.serraclubitalia.it). Il legame tra Dio e l’Umanità è narrato nella Sacra Scrittura. E infatti San Paolo, scrivendo ai Cristiani della città di Efeso, dice che Egli “ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità”. «La Verità profonda della nostra esistenza – scrive dunque il Papa – è che ogni creatura è frutto di un pensiero e di un atto di amore di Dio, amore immenso, fedele ed eterno (cfr Ger 31,3). Questa consapevolezza cambia sostanzialmente, nel profondo, la vita di ogni essere umano». Sant’Agostino, ricorda il Pontefice, nelle Confessioni ci ha descritto con grande intensità la sua scoperta dell’amore di Dio, di come Dio fosse dentro di sé, vicino, in attesa di essere amato, come un Padre che in silenzio ama e ti guida, ti sostiene senza far rumore. Benedetto XVI, inoltre, nel Suo messaggio sottolinea che ogni vocazione nasce dall’iniziativa di Dio che ne fa dono e salvezza, regalando pace e amore a chi è chiamato a servirlo. Occorre, pertanto, riannunciare specialmente alle nuove generazioni la bellezza invitante di questo amore supremo, che accompagna sempre in tutti i momenti della vita anche e soprattutto in quelli difficili. Vivere nell’amore di Dio, attraverso l’amore per il prossimo, i sacramenti, la preghiera – prosegue il messaggio – conduce alla gioia. «Infatti, l’amore per Dio, di cui i presbiteri e i religiosi diventano immagini visibili – seppure sempre imperfette – è la motivazione della risposta alla chiamata di speciale consacrazione al

Dino Viti Presidente Serra Italia

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vita della chiesa

Mondiale di Preghiera per le Vocazioni Signore attraverso l’Ordinazione presbiterale o la professione dei consigli evangelici. Il vigore della risposta di san Pietro al divino Maestro: «Tu lo sai che ti voglio bene» (Gv 21,15), è il segreto di una esistenza donata e vissuta in pienezza, e per questo ricolma di profonda gioia». L’altra espressione concreta dell’amore, quello verso il prossimo, soprattutto verso i più bisognosi e sofferenti, fa del consacrato un «un suscitatore di comunione tra la gente e un seminatore di speranza». A tal proposito il Santo Curato d’Ars amava ripetere: “Il prete non è prete per sé, lo è per voi”. Inoltre, il Pontefice sollecita chi già vive nella grazia di Dio a mettersi in ascolto e prestare più attenzione alle nuove generazioni, accogliendo all’interno delle comunità, delle parrocchie, delle associazioni i segni della chiamata sacerdotale da parte delle nuove “leve” del Signore, perché non vengano lasciati soli ma assistiti nel loro percorso verso il si al Signore. Elementi fondamentali del loro cammino dovranno essere l’amore alla parola di Dio, la preghiera attenta e costante e l’Eucarestia, perché in essa risiede l’essenza dell’amore di Dio. Tutto questo permetterà di comprendere la bellezza di una vita spesa per il Regno. «Auspico – scrive il Papa – che le Chiese locali, nelle loro varie componenti, si facciano “luogo” di attento discernimento e di profonda verifica vocazionale, offrendo ai giovani e alle giovani un saggio e vigoroso accompagnamento spirituale. In questo modo la comunità cristiana diventa essa stessa manifestazione della Carità di Dio che custodisce in sé ogni chiamata. Tale dinamica, che risponde alle istanze del comandamento nuovo di Gesù, può trovare eloquente e singolare attuazione nelle famiglie cristiane, il cui amore è espressione dell’amore di Cristo che ha dato se stesso per la sua Chiesa (cfr Ef 5,32)». Il pensiero di Benedetto XVI va anche alle famiglie, «comunità di vita e di amore» (Gaudium et spes, 48), in cui «le nuove generazioni possono fare mirabile esperienza di questo amore oblativo. Esse, infatti, non solo sono il luogo privilegiato della formazione umana e cristiana, ma possono rappresentare «il primo e il miglior seminario della vocazione alla vita di consacrazione al Regno di Dio» (Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 53), facendo riscoprire, proprio all’interno della famiglia, la bellezza e l’importanza del sacerdozio e della vita consacrata». I Pastori e tutti i fedeli laici, conclude il messaggio, «sappiano sempre collaborare affinché nella Chiesa si moltiplichino queste «case e scuole di comunione» sul modello della Santa Famiglia di Nazareth, riflesso armonico sulla terra della vita della Santissima Trinità».

marzo 2012

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Foto Pignata

L’anno della Fede, u n do n o d a ri s c o pri r e Il 2012 sarà un anno particolare per la Chiesa Cattolica. Soprattutto nella seconda parte verranno, infatti, ad intrecciarsi alcuni eventi di primo piano sui quali il Papa conta molto per il rilancio della missione nel mondo odierno. Innanzitutto verrà celebrato in Vaticano il Sinodo sulla Nuova evangelizzazione (dal 7 al 28 ottobre), che suona come un punto di arrivo (e quindi di ripartenza) per le iniziative già messe in campo in questo settore da Benedetto XVI (ricordiamo a tal proposito la costituzione di un Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione affidato all’arcivescovo Rino Fisichella, intervistato da “Il Serrano” nel numero di dicembre 2011, e l’avvio delle attività del “Cortile dei Gentili” del quale si occupa il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura). Ma forse ancora più importante sarà l’Anno della Fede che il Papa ha indetto con la Lettera apostolica Porta fidei dell’11 ottobre 2011. Esso avrà inizio l’11 ottobre 2012, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, e terminerà il 24 novembre 2013, Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. «Quest’anno – ricorda un documento della Congregazione per la Dottrina della fede – sarà

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di Antonio Rossi


vita della chiesa un’occasione propizia perché tutti i fedeli comprendano più profondamente che il fondamento della fede cristiana è l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Fondata sull’incontro con Gesù Cristo risorto, la fede potrà essere riscoperta nella sua integrità e in tutto il suo splendore. Anche ai nostri giorni la fede è un dono da riscoprire, da coltivare e da testimoniare, perché il Signore conceda a ciascuno di noi di vivere la bellezza e la gioia dell’essere cristiani». Va anche adeguatamente sottolineato che l’inizio dell’Anno della fede coincide con il ricordo riconoscente di due grandi eventi che hanno segnato il volto della Chiesa ai nostri giorni: il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, voluto dal beato Giovanni XXIII (11 ottobre 1962), e il ventesimo anniversario della promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, offerto alla Chiesa dal beato Giovanni Paolo II (11 ottobre 1992). Dunque si tratta di un evento davvero centrale, così come centrale è il tema che mette sotto i riflettori. «Il nocciolo della crisi della Chiesa in Europa è la crisi della fede. Se a essa non troviamo una risposta, se la

fede non riprende vitalità, diventando una profonda convinzione ed una forza reale grazie all’incontro con Gesù Cristo, tutte le altre riforme rimarranno inefficaci». Sono parole di Benedetto XVI pronunciate in occasione del discorso alla Curia vaticana il 22 dicembre del 2011. Il Papa ha menzionato la stagnazione delle vocazioni, il calo dei praticanti e l’invecchiamento della loro età, che configurano – ha detto – una «stanchezza dell’essere cristiani in Europa e più in generale nel mondo occidentale». Come si deve preparare il Serra Club Italia a questo importante evento? «Le Associazioni e i Movimenti ecclesiali – ha ricordato qualche tempo fa il cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – sono invitati a farsi promotori di specifiche iniziative che, mediante il contributo del proprio carisma e in collaborazione con i Pastori locali, si inseriscano nel grande evento dell’Anno della fede. Le nuove Comunità e i Movimenti ecclesiali, in modo creativo e generoso, sapranno trovare i modi più adeguati per offrire la loro testimonianza di fede al servizio della Chiesa. Tutti i fedeli, chiamati a ravvivare il dono della fede, cercheranno di comunicare la propria esperienza di fede e di carità dialogando coi loro fratelli e sorelle, anche delle altre confessioni cristiane, con i seguaci di altre religioni, e con coloro che non credono, oppure sono indifferenti. In tal modo si auspica che l’intero popolo cristiano inizi una sorta di missione verso coloro con cui vive e lavora, nella consapevolezza di aver «ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti». Conclusione La fede è compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi. Intenta a cogliere i segni dei tempi nell’oggi della storia, la fede impegna ognuno di noi a diventare segno vivo della presenza del Risorto nel mondo. La fede è un atto personale ed insieme comunitario: è un dono di Dio, che viene vissuto nella grande comunione della Chiesa e deve essere comunicato al mondo. Ogni iniziativa per l’Anno della fede vuole favorire la gioiosa riscoperta e la rinnovata testimonianza della fede. Le indicazioni qui offerte hanno lo scopo di invitare tutti i membri della Chiesa ad impegnarsi perché quest’Anno sia occasione privilegiata per condividere quello che il cristiano ha di più caro: Cristo Gesù, Redentore dell’uomo, Re dell’Universo, «autore e perfezionatore della fede».

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vita della chiesa

Ma quel Cristo, morto duemila anni fa in Palestina, ha ancora qualcosa da dire al mondo di oggi? A quei giovani – cioè – che hanno sempre più bisogno di “maestri” ma sembrano non interessarsi della Chiesa, a chi soffre perché privato della dignità e di qualcosa per vivere a pieno la propria umanità, a chi è perseguitato perché crede, a quelle città che brulicano di persone e di suoni. I colori e i volti dei quadri di Guaguin, Rouault, Dalì, Guttuso, Tavernari, Bacon così come i titoli degli oltre 100mila libri editi nel secolo scorso e i circa 100 volumi su Gesù che vengono pubblicati ogni anno sono una dimostrazione concreta dell’attualità di Cristo, figura nel quale le categorie di storicità e contemporaneità, apparentemente inconciliabili, si uniscono indissolubilmente dando senso all’esistenza dell’uomo e alla missione della Chiesa. “La contemporaneità di Gesù si rivela in modo speciale nell’Eucaristia, in cui Egli è presente con la passione, morte e risurrezione: è questo il motivo che rende la Chiesa contemporanea di ogni uomo, capace di abbracciare tutti gli uomini e tutte le epoche perché guidata dallo Spirito Santo al fine di continuare l’opera di Gesù nella storia”, ha sottolineato Benedetto XVI nel messaggio letto in apertura dell’evento internazionale “Gesù nostro contemporaneo”, che si è svolto a Roma dal 9 all’11 febbraio scorsi. Dopo il simposio su “Dio oggi”, tenutosi alla vigilia del Natale del 2009, – per iniziativa del Comitato per il Progetto Culturale della Cei - teologi, studiosi di diversa fede e di varie discipline (56 relatori in totale, tra i quali l’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, il Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, cardinale Gianfranco Ravasi, il teologo tedesco Klaus Berger, il teologo anglicano e vescovo di Durham Nicholas Thomas Wright) si sono confrontati su quanto “accadde a Dio in Palestina” e su quanto tale fatto continui ad incidere sulla vita dell’uomo contemporaneo. Ribadire “con tutta chiarezza” che “Gesù è salvatore” e che esiste una “forza salvifica della sua presenza nella storia” è fondamentale, ha affermato il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei. Soprattutto a fronte di “una opa-

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di Stefania Careddu

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vita della chiesa cizzazione della figura di Cristo attraverso la sua riduzione a ‘maestro interiore’, a ‘mito’, a ‘cifra di una bontà generica’ ma senza fondamento, a ‘fonte di consolazione’ per tamponare l’ansia esistenziale in forme religiose autoreferenziali” e di quella “strana reticenza a dire Gesù” che rischia di trasformare i credenti in “ripetitori stanchi di un cristianesimo scontato e insipido”. Eppure, ha ammonito il cardinale Bagnasco, “nessuna salvezza è possibile senza incontrare personalmente Gesù vivo e vero nella sua comunità che è la Chiesa”. Per il presidente della Cei, “separare Cristo dalla sua Chiesa è operazione che conduce alla falsificazione sia dell’uno che dell’altra”. “Cristo senza la Chiesa – ha spiegato – è realtà facilmente manipolabile e presto deformata a seconda dei gusti personali, mentre una Chiesa senza Cristo si riduce a struttura solo umana e in quanto tale, struttura di potere”. Ecco perché, ha chiarito il cardinale Camillo Ruini, presidente del Comitato per il Progetto Culturale, anche se “Gesù rimarrà sempre nostro contemporaneo, perché vive con noi e per noi nell’eterno presente di Dio”, è indispensabile che “la missione ritorni ad essere quella che è stata all’inizio: una scelta di vita che coinvolge l’intera comunità cristiana e ciascuno dei suoi membri, ciascuno naturalmente secondo le condizioni concrete della sua esistenza”. A richiederlo è la società odierna e in particolar modo i giovani che, ha ricordato il cantautore Roberto Vecchioni, “hanno bisogno di maestri che spesso mancano e hanno bisogno di essere portati per mano a scoprire un senso per la vita, al di là delle occupazioni e preoccupazioni quotidiane”. “Se ci sono oggi delle persone alle quali Gesù può essere veramente contemporaneo, quelli sono i giovani, perché soffrono più degli altri. Soffrono per le guerre, per la droga, per lo sfruttamento sessuale, per la mancanza di futuro”, ha aggiunto il teologo, don Armando Matteo, per il quale i ragazzi “sono i nuovi poveri”. Del resto, Gesù, come è emerso nei diversi dibattiti che hanno fatto da corona alle riflessioni frontali, ha sempre avuto una naturale predisposizione per i poveri e per i sofferenti. E per le donne. “La teologia sta scoprendo il femminismo spontaneo di Gesù”, ha detto monsignor Ermenegildo Manicardi, rettore del Collegio Capranica di Roma, mentre monsignor Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano e membro della Pontificia Accademia di teologia, ha precisato che “non esiste contraddizione tra l’opzione preferenziale per i poveri e l’universalità dell’amore divino”. In Gesù poi si ritrova anche l’esperienza umanissima del dolore, di quello morale prima che di quello fisico, ha osservato l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. Fattosi uomo, infatti, il Figlio di Dio deve aver sperimentato “la miscela di rabbia, tristezza, incredulità” che si avverte quando ci si sente traditi e “si vorrebbe urlare al mondo, ma il grido di dolore viene soffocato”. Una frustrazione che spesso, ha rilevato il presule, “esplode in una patologia depressiva che miete sempre più vittime soprattutto nel mondo giovanile” specialmente quando“ il tradimento giunge improvviso, inaspettato e fa crollare il sentimento che si provava per l’altro”. “Davanti al tradimento, però Gesù – ha evidenziato Fisichella – reagisce offrendo un amore ancora più grande”. Se stesso. Un dono che non si è esaurito duemila anni fa, ma si rinnova ogni giorno. “La Un Convegno della CEI contemporaneità di Gesù – ha concluso il teologo Piero Coda, preside dell’Istituto fa il punto sulla contemporaneità di Gesù universitario ‘Sophia’ – non è un’idea e neppure un’aspirazione. È un fatto, tangibile: qualcosa, qualcuno che, nella sua sconvolgente e silente alterità, si vede, si tocca, si mangia: l’Eucaristia”.

Cristo per le strade del mondo

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G I O R N A TA N A Z I O N A L E 8 X M I L L E

6 MAGGIO 2012

di Francesco Baratta

vita della chiesa

Cari amici serrani, ricordandoci del nostro impegno a favore della Chiesa e a sostegno dei nostri amici sacerdoti, ci prepariamo anche quest’anno, da laici impegnati e da serrani, alla Giornata Nazionale dell’8x1000, che la Conferenza Episcopale Italiana ha fissato per domenica 6 maggio. Ricordiamo a noi stessi, nei nostri club, ai nostri amici e conoscenti che l’8x1000, da esprimere con una semplice firma sulla denuncia dei redditi o sul cud, è una scelta libera che ogni anno va riconfermata. La Giornata Nazionale dell’8x1000 è un invito a partecipare alla missione della Chiesa, perché ogni singola firma può costruire un mondo nuovo, solidale con i sacerdoti impegnati nella loro missione, con i poveri vicini e lontani da noi. L’8x1000 non costa nulla. Anche per il tramite di noi serrani – per nostra vocazione e servizio in favore delle vocazioni sacerdotali – siamo la voce e il volto laico della Chiesa sul nostro territorio, può arrivare questo messaggio anche quest’anno a tanti, che magari sono distratti, non praticanti o indifferenti. Domenica 6 maggio – ma anche prima e dopo – facciamo scoprire ai nostri amici e conoscenti che l’8x1000 contribuisce alle opere parrocchiali e diocesane, dà forza ai progetti di carità, è uno strumento a favore delle famiglie in stato di necessità (la carità deve essere sempre sentita ed esercitata, particolarmente in questi tempi difficili di crisi economica); con l’8x1000 la Caritas può essere più presente ed efficace. L’8x1000 sostiene inoltre i preti anziani e ammalati, anche nelle zone più povere e disagiate del territorio nazionale e in terra di missione. L’8x1000 aiuta la Chiesa a rispondere alle necessità pastorali in tutta Italia e a costruire la speranza nei Paesi in via di sviluppo. Per questo, cari amici serrani, vi chiedo anche nel 2012 di promuovere nelle vostre parrocchie un’informazione trasparente sull’uso dei fondi, facendovi disponibili, vicino al vostro parroco, alla vostra parrocchia, all’incaricato diocesano per la promozione del sostentamento, presente in ogni diocesi, distribuendo e illustrando il materiale con il rendiconto che informa puntualmente come la

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chiesa ha utilizzato i fondi dell’8x1000 dell’anno precedente, sia sul territorio nazionale che in favore della vostra stessa parrocchia. La Cei ha già fatto pervenire ad ogni parroco un Kit con tutto il materiale illustrativo; chiedetelo e parlatene con il vostro parroco. Se il vostro parroco è consenziente, e lo è certamente, è opportuno e molto significativo che il laico serrano rivolga, al termine di ogni celebrazione, un breve appello ai fedeli per sensibilizzarli alla firma dell’8x1000 a favore della chiesa cattolica sulla propria denuncia dei redditi o sul proprio cud. Con le nostre parole di laici impegnati, l’appello della Chiesa a rinnovare la firma diventerà credibile, nella misura in cui noi siamo credibili, e prenderà vita e senso. È altresì opportuno promuovere la raccolta dei cud – opportunamente firmati – delle persone che per ragione di reddito non hanno l’obbligo di presentare la denuncia dei redditi (oltre dieci milioni non lo fanno) per consegnarli alle Poste Italiane. Ricordiamoci che la firma sul cud dell’operaio nullatenente vale come quella del facoltoso contribuente. Organizziamo un centro di raccolta in ogni parrocchia. È un modo utile e intelligente per essere fedeli sensibili e maturi al servizio della Chiesa e dei sacerdoti. Credo di interpretare il benevolo consenso del vostro Vescovo per dirvi grazie per il bene che contribuirete a realizzare, per la Chiesa tutta e per la vostra Chiesa particolare. Il nostro protettore Beato Junipero Serra ci benedirà da “Lassù”. Da ricordare che l’8x1000 a favore della Chiesa non è in contrasto con il 5x1000 a favore della Fondazione Beato Junipero Serra, anzi lo rafforza perché la Fondazione-Ramo Onlus è impegnata a destinare i proventi del 5x1000 a favore di Seminari e Seminaristi. Anche questa opportunità non costa nulla ed è nostro dovere esercitarla. Per ogni ulteriore delucidazione potete scrivere una mail al seguente indirizzo di posta elettronica barattagf@alice.it Il rendiconto della Chiesa italiana è disponibile tutto l’anno sul sito internet www.8x1000.it. Insieme ad esso è consultabile la dettagliata mappa delle opere realizzate nelle diverse regioni e diocesi italiane grazie ai fondi dell’8x1000, ricca di foto e testimonianze concrete.

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GIORNATA NAZIONALE 8XMILLE

vita della chiesa

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le interviste

Buoni cattolici buoni cittadini Intervista al Ministro per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione, Andrea Riccardi di Mimmo Muolo

Ministro Riccardi, gli italiani sono preoccupati per la cattiva congiuntura economica. Ma al di là del tunnel di questa crisi, si può intravedere già uno spiraglio di luce? È proprio sulla preoccupazione degli italiani che bisogna lavorare: accogliendola e comprendendola, ma anche circostanziandola. Perché la paura è nemica del nuovo mentre è di qualcosa di nuovo che c’è un gran bisogno. In qualità di ministro per la Cooperazione e l’Integrazione ho l’incarico di occuparmi anche della Famiglia, della Gioventù, così come di questioni come la droga, che costituiscono un nervo scoperto del nostro vivere comune. Nell’avvicinare questioni ed esigenze così diverse, mi accorgo di come l’incertezza sia divenuta il rumore di fondo della società italiana contemporanea. Se da un lato le conoscenze offerte dalla globalizzazione fanno apparire tutto a portata di mano, libertà ormai consolidate sembrano suggerire che tutto è possibile. Ma è proprio in questa assenza di limiti che si annida il panico di chi non sa bene cosa vuole, e la frustrazione di chi si vede calpestare i diritti più elementari, come quello a una vita dignitosa. Obiettivamente, la crisi economica che sta attraversando il nostro come molti altri Paesi, oltre a colpire i più deboli, ha toccato fasce sociali che si credevano immuni, destando sconcerto. A questo legittimo senso di insicurezza si aggiunge poi una notevole dose di insicurezza percepita, che ha purtroppo a che fare anche con politiche sociali poco inclusive. Il nostro governo, oltre a cercare di tirar fuori l’Italia dalla crisi economica, intende operare per una ripresa della società italiana nel suo insieme, assecondando un rinnovamento culturale peraltro già in corso. È qui, nella cultura, che vedo sicuramente uno spiraglio di luce. Spesso si guarda solo all’Italia dei problemi e ai cattivi comportamenti di taluni cittadini. Dove sono finiti i valori che hanno fatto grande questo Paese? Globalizzazione è comunanza di prodotti e tecniche, molto meno di idee e valori. Ma è anche nascita di muri. È troppo freddo il vento della globalizzazione e sconfinato il suo ambiente per stare nudi: tutte le identità - etniche, nazionali, religiose - si sono rivestite di panni nuovi, conflittuali e protettivi. Lo abbiamo visto nei Balcani. La nostra identità italiana è rimasta invece un cantiere aperto, come la politica. Senza tetto. Ripensarla non è semplice, tanto è complessa. Un grande contributo è stato quello del Presidente Napolitano durante le celebrazioni dell’Unità. È una sensibilità da cui partire quando dobbiamo dire ai più giovani chi siamo, trasmettere, educare. Abbiamo l’incertezza del cantiere in corso nella lunga transizione che vive il nostro Paese. Ma abbiamo qualche punto fermo da cui ripartire. C’è il fatto di essere cristiani, ad esempio. In un mondo spaesato, la presenza dei cristiani è una risorsa. Non sopravvivenza, non corazza di fronte al nuovo. Ma risorsa. L’essere cristiani è parte preziosa di un tesoro di motivazioni e di vissuto. Il vissuto religioso di tanti di noi, la Chiesa e il cattolicesimo italiano, sono la testimonianza di una tradizione. È una tradizione che porta convinzioni, certezze, modelli, levigati dalla storia. E poi c’è la nostra storia, appunto. L’Italia, proprio in questo anno del Centocinquantesimo dell’Unità, ha ripercorso, con uno sforzo corale che ha coinvolto le giovani generazioni, le radici storiche del nostro essere insieme italiani.Per il peso della nostra storia recente, per l’ubriacatura del nazionalismo bellicista e per l’esperienza amara della guerra mondiale, abbiamo avuto a lungo pudore o timore di dirci con troppo patriottismo italiani. Oggi, di fronte alla globalizzazione che impone di ridefinire la nostra identità, di fronte al contatto con gli immigrati, abbiamo ritrovato l’orgoglio civile di ridire la nostra identità nazionale. È una consapevolezza importante anche di fronte alle sfide dell’integrazione. Se dovesse indicare tre virtù civiche per uscire dalla crisi, quale sarebbe la sua raccomandazione ai cittadini? Quando penso alle risorse del nostro Paese, mi tornano in mente le parole che scriveva Aldo Moro guardando alla società italiana: “Al di là della politica c’è un residuo immenso che rischiamo ancora di sprecare”. Il nuovo non comincia oggi. Ma occorre farsi carico di una sintesi per ritrovare il senso del bene comune. Io, lo dico francamente, sono un uomo di quel residuo immenso di società. Su questo terreno mi radico e da esso traggo nutrimento quotidiano. Avverto però la necessità di una politica nuova, capace di far sintesi e di decidere. Mi sembra che il grande com-

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le interviste pito da realizzare sia mostrare che è possibile coniugare insieme la felicità personale con la giustizia e la solidarietà. Dallo spaesamento all’amore del paese. Non è il portato delle ideologie, che subordinavano la felicità alla realizzazione di un paradiso in terra. È un’antica saggezza che viene dal senso del bene comune, dalle radici di una sapienza evangelica, per cui c’è più gioia nel dare che nel ricevere. Pietro Scoppola, che mi manca tanto, scriveva: “Non c’è nulla di irenico nell’idea di storia comune: in essa i contrasti non sono per nulla posti in ombra ma anzi approfonditi e colti nelle loro diverse ragioni. La storia comune è l’antidoto della mentalità del processo al passato…; nel processo chi giudica è fuori dall’evento; nella storia tutti sono partecipi e in diversa misura corresponsabili”. Saremo capaci di suscitare nel cuore degli italiani la passione per scrivere una storia comune in questo piccolo-grande Paese che è il nostro, in un mondo che ne ha bisogno? Le tre virtù civiche che mi sento di raccomandare per uscire dalla crisi e scrivere questa storia sono fatte di giustizia,solidarietà e senso del bene comune. Qual è il contributo che i cattolici sono chiamati a dare oggi, anche alla luce del loro ruolo nel processo di unificazione del Paese? Mentre in Italia finiva il partito cattolico, si è riproposto il “religioso”: lo spirituale personale, la vita ecclesiale, i santuari, le nuove comunità e i movimenti laicali sino al fatto che i problemi dell’anima, del corpo, della vita, della fede sono diventati temi centrali, stanno a cuore alla gente, perché scaldano il cuore. Non per tutti, ma più di quanto si creda. È stato smentito il dogma della cultura occidentale: che più modernità diventa inesorabilmente meno religione. Per cui le esistenze cristiane dovevano farsi esili e marginali per continuare ad avere cittadinanza nel nuovo della modernità. Così non è stato. La religione è ridivenuta protagonista della vita di molti. Non è il passato restaurato, ma una situazione inedita. La religione vive dentro la secolarizzazione. Parlarne e scriverne vent’anni fa era un atto di coraggio intellettuale. Oggi tutti se ne accorgono: c’è sete di spiritualità, di senso, di valori fermi. Piaccia o non piaccia. Questa è un’età – dice Charles Taylor nel suo A secular age – di ricerca di autenticità, di mobilitazione per la fede e il senso della vita. Il mondo della politica ha bisogno di donne e uomini che abbiano una spiritualità che nutre l’eticità dell’agire, a partire dal proprio agire. I cattolici, in questo senso, possono dare un grande contributo. All’interno del mondo cattolico, c’è un ruolo specifico che, a suo avviso, il Serra Club può esercitare? Il Serra Club, secondo le intenzioni del suo ispiratore, il beato frate francescano Junipero Serra, ha il compito di assistere economicamente e spiritualmente chi si avvia a diventare sacerdote. Penso che questa sia anche un’indicazione di stile, per vivere la propria vocazione di laici, in un mondo che rischia di mettere la fede fra parentesi, confinandola nel privato. Testimoniare con il proprio comportamento che ci sono valori autentici ai quali ispirare l’esistenza e che questi valori non sono il denaro, il successo, il potere fine a se stesso, ma coinvolgono soprattutto la dimensione spirituale dell’uomo è un grande servizio reso non solo alla Chiesa, di cui il Serra è parte, ma all’intera società. E questo è tanto più importante oggi che non sempre gli adulti brillano, nei confronti delle giovani generazioni, per il loro impegno educativo e per il loro esempio concreto. In definitiva quale augurio di Pasqua si sente di formulare per i lettori de Il Serrano e per tutti gli italiani? Come credente auguro che la luce di Cristo Risorto illumini in maniera nuova l’esistenza di ognuno, aiutandoci a superare le stanchezze e i problemi di ogni giorno e soprattutto a vincere la paura. Come ministro di uno Stato laico ma non laicista mi piacerebbe che questa Pasqua segnasse per tutti gli italiani (e quindi anche per gli amici de Il Serrano) il passaggio ad una maggiore e consapevole partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, secondo i valori autentici della nostra Carta Costituzionale e della democrazia. Diceva don Bosco che i bravi cattolici sono anche bravi cittadini. Dimostriamolo con i fatti.

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cultura Molto si discute, nel mondo cattolico, sulla specificità dell’impegno dei laici sul terreno della politica; se debba trattarsi di un impegno politico tout court, oppure se si debba preferire la dimensione pre-politica. La distinzione non è di quelle di lana caprina, perché da quella scelta, possono dipendere strategie e opzioni alternative. Dopo l’incontro di Todi, promosso dal Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro, è nato il governo Monti all’interno del quale siedono come ministri tre protagonisti dell’incontro umbro (Corrado Passera, Lorenzo Ornaghi e Andrea Riccardi), e nel mondo cattolico associato ci sono stati alcuni segnali importanti in vista di una partecipazione più consapevole (vedi l’assemblea nazionale degli amministratori locali provenienti dalle file dell’Azione cattolica). Poiché non sembrano ancora maturi i tempi e le circostanze per una qualche forma di impegno politico diretto del laicato cattolico, forse sarà bene occupare il tempo che ci separa dalla fine della legislatura e dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento, per avviare una strategia pre-politica adeguata ai nostri tempi difficili. Al primo posto s’impone un forte impegno contro l’antipolitica, oggettivamente favorita dalla lunga e mai esaurita stagione di Mani Pulite, dal crescente discredito dei partiti e delle loro classi dirigenti. Il governo Monti, a suo modo, è il risultato del fallimento di un sistema bipolare in perenne torsione populista e belligerante, incapace di trovare un solo punto di contatto sul quale costruire un futuro condiviso per l’intera comunità nazionale. L’aver fatto ricorso a un governo tecnico non deve però esimere i cattolici dalla ricerca di fondamenta politiche comuni. In passato il collante è stato la Costituzione repubblicana. Nata dalle macerie di una guerra perduta, ha restituito agli italiani la possibilità di tornare a crescere tutti insieme, vincitori e vinti, in un quadro di regole comuni e di obiettivi di crescita condivisi. L’antipolitica, invece, ha favorito il nascere di movimenti e partiti che si sono nutriti voracemente della frammentazione, del discredito generalizzato, degli egoismi territoriali. Il suo superamento richiede una forte e determinata implementazione di cultura politica all’interno del dibattito interno ad associazioni, movimenti, realtà di base. Significa cioè tornare ad interrogarsi, senza riserve mentali e collocazioni precostituite, sul destino della città terrena che ci è stata affidata. In tal senso, sarebbe quanto mai opportuno che nelle nostre città nascessero, per iniziative dei laici cattolici, dei laboratori politici aperti a tutti. Dei luoghi nei quali si torni a rileggere la realtà secondo gli indirizzi

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della dottrina sociale cristiana, non precludendosi alcun campo di riflessione, dall’economia al Welfare, dalla vita delle istituzioni alla legge elettorale; ripartendo proprio dal territorio, da quella dimensione di contiguità che può rendere anche più facile il supera-

IMPEGNO CONTRO L’ANTIPOLITICA di Domenico delle Foglie mento di certi pregiudizi che ancora accompagnano il laicato cattolico. È superfluo sottolineare che non spetta ai vescovi o ai sacerdoti spendersi in prima persona. Forse potrà bastare un cordiale incoraggiamento, perché energie nuove, soprattutto giovanili, si mettano in moto. Pensare alla qualità della vita urbana (vedi i recenti disastri fatti dalle nevicate, insieme all’impreparazione delle amministrazioni) dovrebbe

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già bastare per una ripresa di iniziativa. Ripartire da una politica di prossimità può essere una grande occasione per i cattolici. Magari ribadendo, in ogni occasione utile, i fondamenti della nostra antropologia di riferimento che, se privilegia la vita, la famiglia e la libertà di educazione, nondimeno ha profondamente a cuore la giustizia sociale, la crescita equilibrata che non lascia indietro i poveri, il benessere diffuso fondato sul lavoro e sul merito. Questo ritorno alla politica, attraverso la pre-politica, fornirebbe anche un aiuto concreto a superare uno dei mali del nostro tempo, quell’astensionismo che si sta facendo sempre più consistente nel mondo cattolico e che indagini segnalano al 48%, ben due punti in più di quello medio degli italiani. Riportare i cattolici alle urne per esercitare il proprio diritto di scelta è un obiettivo non trascurabile per i prossimi mesi. Senza dire che l’esercizio del voto è comunque ossigeno per la democrazia. E i cattolici, per la loro vocazione naturaliter popolare, non possono volere un restringimento della base elettorale. Pena l’impoverimento della nostra democrazia, già messa a dura prova dai disonesti, dai populisti, dagli irresponsabili e dagli incompetenti.

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cultura GIUSEPPE SAVAGNONE è convinto che in questi anni d’incertezza, ci troviamo di fronte alla possibilità di una prospettiva etica nuova rispetto a quella kantiana: “Una visione in cui il dovere e il piacere sono compenetrati nell’intimo di una persona, valorizzando la sua tensione alla felicità. E quindi il dovere è un risvolto del desiderio di essere felice e di esserlo seguendo un positivo che orienta la passione verso il bene”. Cosi ha preso il via la nostra conversazione, che ha sullo sfondo l’ultima fatica editoriale del professor Savagnone: ”Educare oggi alle virtù”, edito da Elledici. Perché secondo lei il dovere è passato di moda, è stato messo in soffitta come un abito vecchio? Il concetto oggi più diffuso a livello etico tra i giovani, ma non solo tra di loro, è quello di autenticità. L’autenticità è la percezione di quello che si sente di fare per essere sé stessi, il desiderio di seguire le proprie inclinazioni per essere fedeli alla propria identità. Questo senso dell’identità travolge in maniera inevitabile tutto quello che è un sistema di regole, sia morali che sociali, di cui oggi si avverte solamente il carattere oppressivo. Non è un caso che oggi si parli molto più del vizio, cercando addirittura di rivalutarlo. Ci sono intere collane, tra cui una promossa da Oxford, che cercano di rivalutare i vizi. Essi vengono quindi riesaminati attraverso una serie di pubblicazioni, cercando di far vedere come in realtà non siano propriamente negativi. Si sostiene, anzi, che i vizi abbiano un grande pregio. Più comunemente possiamo dire che il concetto di virtù è un concetto che, riferito alla morale del dovere, è diventato oggetto di scherno, di irrisione. “Tu sei virtuoso” è un’espressione che ormai si usa come ad indicare che si è incapaci di vivere veramente la vita. Se c’è qualcosa che oggi viene veramente apprezzata, è la trasgressione.

E se la virtù fosse anche un piacere? di Olga Calabrese

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Come soluzione lei propone una sorta di educazione alla dimensione affettiva, emotiva, relazionale? Qui entra in gioco un concetto che era rimasto sfocato nel corso di questi due secoli. Da Kant in poi, possiamo dire che nella morale diffusa dell’Occidente, il concetto di dovere si sia imposto come categoria fondamentale. È questo che oggi viene in crisi per motivi che non possiamo ritenere infondati perché c’è veramente qualcosa di disumano in quel concetto di morale. Perché è un concetto di morale che esclude i sentimenti, l’affettività. La reazione a cui assistiamo oggi, è una reazione estrema e sbagliata a un altro estremo, ovvero una morale che riduceva tutto a degli imperativi che prescindevano totalmente dalla sensibilità. È una morale disumana, che prescinde dal bisogno di felicità dell’uomo. L’uomo non può vivere una morale come se fosse scisso dalla sua felicità. Cosa accadeva di fatto nella morale borghese che si è imposta dopo Kant nella nostra società? Vigeva sostanzialmente una certa ipocrisia, un certo perbenismo falso, per cui si rispettavano le regole però c’erano mille canali di fuga, mille manifestazioni segrete di

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cultura queste passioni che alla fine in qualche modo si facevano vive: nei tradimenti sotterranei, nei vizi segreti di questa società che non riusciva a trovare uno sbocco. Dunque, professore, lei intravede quasi una mutazione antropologica. Come la descriverebbe? La reazione attuale certo, caratterizzata da questo emotivismo scatenato è estrema, noi dobbiamo cercare una via che non sia un ritorno a quel modello, che è sbagliato. E non è un caso che si tratta di un modello non cristiano. Quello che si è imposto con Kant non è affatto il modello che traspare dal Vangelo e che è stato ripreso nei primi secoli del Cristianesimo e oltretutto anche nel Medioevo. San Tommaso d’Aquino nella Summa dedica una parte al problema della felicità, perché ancora nel XIII secolo si pensava che la morale dovesse ruotare attorno alla felicità. Bisogna pensare quindi una morale che faccia più leva sulle virtù in senso aristotelico. Entra quindi in gioco la tradizione aristotelica che valorizzava le passioni e i sentimenti. La virtù è il giusto mezzo della passione. E questo significa che la passione è importante. Certo, non va scatenata, ma nemmeno mortificata. La passione dell’ira è disastrosa se io la lascio scatenare, ma il vizio è anche essere incapaci di arrabbiarsi, incapaci di vivere la propria passione. La passione dell’ira ha una sua funzione, dice San Tommaso, e su questo è perfettamente sulla stessa linea di Aristotele. C’è un’ira buona, un’ira che bisogna avere, perché se non la si ha ci si piega di fronte all’ingiustizia. Gesù ha cacciato i mercanti dal tempio in uno scatto d’ira, ma è stato uno scatto che non era irrazionale, non era contro l’uomo, contro la verità o contro Dio, anzi sarebbe stato contro l’uomo, contro la verità, contro Dio… se Gesù non si fosse arrabbiato. Allora, cosa consiglierebbe oggi ad un giovane che non voglia sottrarsi alla chiamata alla felicità, ma voglia anche essere autenticamente umano? Il discorso delle virtù non è tornato, non è stato ancora scoperto. Bisognerebbe tradurre questo discorso della filosofia morale in un ambito pedagogico, perché ci ritroviamo ancora con la vecchia morale, in cui nessuno crede più. A questo discorso del dovere non ci credono più neanche gli educatori. E i figli, che non sono stupidi, percepiscono che si tratta ormai solo di slogan. Non possiamo accettare solo il crollo di tutto questo. Ecco che la virtù può diventare un discorso importante a livello educativo. Ci sono esempi, nella nostra società mediatizzata e globalizzata, di educazione alle virtù? Nella nostra società è ancora abbastanza raro trovare esempi di questo tipo. A me non risulta che ci siano esperienze educative basate su questo tema. La particolarità e la novità di questo libro non è la riscoperta della morale aristotelica, sarebbe assurdo visto che è stata riscoperta già negli anni ‘80 del Novecento, ma la proposta di un’applicazione nel campo dell’educazione. Non mi pare sia un discorso diffuso, ed è anche per questo motivo che oggi si parla di emergenza educativa.

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L’importanza della formazione in Seminario

Il Papa: «Prima che colti i sacerdoti devono essere santi» di Massimo Lanzidei Tre seminari regionali italiani (il “Pio XI” di Assisi per l’Umbria, il “San Pio X” di Catanzaro per la Calabria e il Campano Interregionale di Napoli) compiono quest’anno il proprio centenario di fondazione. Per questo il Papa ha ricevuto il 26 gennaio scorso i seminaristi e i loro educatori e docenti in una udienza speciale in cui ha toccato diversi temi molto interessanti anche per i Serrani. I Seminari regionali, ha detto, infatti, sono una «efficace palestra di comunione», luoghi in cui si sperimenta una dimensione territoriale più ampia di quella diocesana, e in cui è possibile ricevere una formazione al sacerdozio a tutto tondo, «attenta all’attuale contesto culturale». Benedetto XVI ha sottolineato come l’esperienza dei seminari regionali si presenti «ancora assai opportuna e valida». Grazie al collegamento con facoltà ed istituti teologici, ha proseguito papa Ratzinger, questa esperienza «consente di avere accesso a percorsi di studio di livello elevato, favorendo una preparazione adeguata al complesso scenario culturale e sociale nel quale viviamo. Inoltre, il carattere interdiocesano si rivela una efficace “palestra” di comunione, che si sviluppa nell’incontro con sensibilità diverse da armonizzare nell’unico servizio alla Chiesa di Cristo». In questo senso, ha spiegato, «i Seminari regionali forniscono un incisivo e concreto contributo al cammino di comunione delle diocesi, favorendo la conoscenza, la capacità di collaborazione e l’arricchimento di espe-

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Foto Pignata

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rienze ecclesiali tra i futuri presbiteri, tra i formatori e tra gli stessi pastori delle Chiese particolari. La dimensione regionale si pone inoltre come valida mediazione tra le linee della Chiesa universale e le esigenze delle realtà locali, evitando il rischio del particolarismo». Il Papa ha anche rimarcato come «il contesto culturale di oggi» esiga «una solida preparazione filosofico-teologica dei futuri presbiteri». E ha fatto anche alcuni esempi, in riferimento alle tre regioni dalle quali provenivano i suoi ospiti. Regioni, ha ricordato infatti, «ricche di grandi patrimoni spirituali e culturali», che però «vivono non poche difficoltà sociali». «Pensiamo, ad esempio, all’Umbria, patria di san Francesco e di san Benedetto. Impregnata di spiritualità, l’Umbria è meta continua di pellegrinaggi. Al tempo stesso, questa piccola regione soffre come e più di altre la sfavorevole congiuntura economica». In Campania e in Calabria, invece, «la vitalità della Chiesa locale, alimentata da un senso religioso ancora vivo grazie a solide tradizioni e devozioni, deve tradursi in una rinnovata evangelizzazione. In quelle terre - ha anche fatto notare Benedetto XVI - la testimonianza delle comunità ecclesiali deve fare i conti con forti emergenze sociali e culturali, come la mancanza di lavoro, soprattutto per i giovani, o il fenomeno della criminalità organizzata». Per questo il Papa ha raccomandato una formazione a 360 gradi. In sostanza «non si tratta soltanto di imparare le cose evidentemente utili, ma di conoscere e comprendere la struttura interna della fede nella sua totalità, che non è un sommario di tesi, ma è un organismo, una visione organica, così che essa diventi risposta alle domande degli uomini, i quali cambiano, dal punto di vista esteriore, di generazione in generazione, e tuttavia restano in fondo gli stessi». Inoltre, ha sottolineato, «lo studio della teologia deve avere sempre un legame intenso con la vita di preghiera. È importante che il seminarista comprenda bene che, mentre si applica a questo oggetto, è in realtà un “Soggetto” che lo interpella, quel Signore che gli ha fatto sentire la sua voce invitandolo a spendere la vita a servizio di Dio e dei fratelli». In altre parole, occorre che il futuro sacerdote metta «in giusto equilibrio cuore e intelletto, ragione e sentimento, corpo e anima, e che sia umanamente “integro”». La meta finale deve essere la santità. Benedetto XVI ha concluso infatti citando un discorso di Giovanni XXIII. «Prima ancora che sacerdoti colti, eloquenti, aggiornati, si vogliono sacerdoti santi e santificatori». Monito ancora più attuale, oggi, che della santità il mondo tende a dimenticarsi.

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Il Ministero di direzione nei Seminari di Massimo Iorio

La “bontà” dei sacerdoti di domani dipenderà molto dalla “qualità” degli educatori di oggi. E il Seminario si conferma il luogo adeguato e imprescindibile per una formazione sacerdotale adeguata alle sfide dei tempi, soprattutto in un mondo culturalmente globalizzato. Sono queste le conclusioni a cui si è giunti al termine della seconda Settimana di studio per formatori di seminari organizzata nello scorso mese di febbraio dal Centro di Formazione Sacerdotale della Pontificia Università della Santa Croce e incentrata su “Il Ministero di direzione nei Seminari”. All’incontro hanno preso parte circa settanta educatori di Seminari di tutto il mondo, uomini di Curia, Vescovi incaricati delle vocazioni e professori universitari con esperienza nella formazione sacerdotale.

Discernimento vocazionale e selezione dei candidati La relazione sul “Discernimento d’idoneità agli ordini” è stata affidata al Segretario della Congregazione per il Clero, SER. Mons. Celso Morga, che ha spiegato come un freno alle defezioni che si registrano nel sacerdozio possa senz’altro giungere da una migliore riflessione sulle condizioni dei candidati, che tiene conto “della mobilità culturale, delle aspettative sociali o economiche, dei condizionamenti familiari e dei conflitti che possano provenire da una pastorale ideologizzata”. Bisogna poi discernere adeguatamente tutti quei “fattori interni” che hanno a che fare con “la rigidità di personalità, la mancanza di salute fisica o psichica, gli inganni intellettuali o amorosi, le conversioni drastiche, l’egocentrismo, la frammentazione nella formazione religiosa, la mancanza di dominio di sé…”. Con dati alla mano, il prelato ha infine costatato come in tutta la Chiesa, dagli anni ’80, si verifichi “un sostenuto aumento del numero dei sacerdoti” e un’attenzione privilegiata “alla maggiore qualità della loro selezione”, tant’è che in pratica sono ordinati sacerdoti “solo un terzo dei seminaristi”. Mons. Agostino Superbo, Arcivescovo di Potenza e Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha illustrato i criteri per la selezione dei candidati al sacerdozio, che devono integrare i requisiti istituzionali (disponibilità a una donazione totale al Vangelo, qualità umane e intellettuali per un servizio disinteressato verso gli altri, personalità aperta) con il bene del giovane stesso, “che deve essere lui il protagonista della sua propria biografia”. Nel discernimento vocazionale resta perciò imprescindibile tenere in considerazione “le famiglie e le comunità cristiane di provenienza del candidato, in un abituale dialogo con le stesse” e rispettare sia la “tappa propedeutica”, che prepara al Seminario, quanto l’uso prudente “di una pausa formativa” che aiuti a “superare difficoltà e maturare criteri”.

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chiesa e vocazioni Identikit del rettore e del formatore “Uomo di Dio, completo e ben preparato, con volontà di dedicazione piena, con un indubbio amore a Cristo e alla Chiesa, trasparente, più padre che pedagogo, paziente e benigno, retto di spirito” sono invece le caratteristiche che deve possedere un Rettore di Seminario per rispondere adeguatamente alla sua funzione, così come le ha tratteggiate Mons. Paolo Rabitti, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, attingendo dalla sua esperienza. Il rettore deve anche mantenere una “interazione completa con il Vescovo, il rispetto per il presbiterio, l’amore esigente e paterno per gli educatori” ed essere “attivo nella formazione permanente”. A offrire l’identikit del formatore del Seminario è stato l’Arcivescovo di Tacna e Moquegua, in Perù, Mons. Marco Antonio Cortez Lara, che ha parlato di “un uomo fermo nella fede, con una forte identità sacerdotale, con una personalità matura, sicuro della propria vocazione, aperto ai contatti umani, colto, prudente e saggio”. In una sola parola, “integro”, in modo da essere “credibile per i giovani” e capace di attrarli “più per la testimonianza di una vita gioiosa e autentica che per la disciplina o gli insegnamenti teorici”. I formatori devono essere quindi in grado di “lavorare con passione e verità” nei diversi aspetti della pastorale, in contatto con le necessità reali dei fedeli, e trasformare così il Seminario in un luogo di incontro “di tutto il presbiterio diocesano (giovani e anziani), aperto a tutti i carismi della Chiesa”.

L’ambiente del Seminario Il Seminario “non è un luogo di passaggio ma un tempo per prepararsi al sacerdozio, capace di legare facilmente la ‘vita in comune’ con la carità pastorale e la fraternità sacerdotale future”. Pertanto il suo regolamento deve essere “immutabile, accettato e condiviso ma non opprimente, perché i valori educativi non si impongono ma convincono”, come ha illustrato dal canto suo il Vescovo ausiliare di Milano, Mons. Mauro Delpini. Molto dell’attività del Seminario e dei suoi formatori dipende anche dal flusso di relazioni esterne e comunicazione interna a tutti i livelli decisionali, come ha spiegato il prof. José María La Porte, decano della Facoltà di comunicazione istituzionale, segnalando al tempo stesso l’importanza di generare fiducia ed evitare il funzionalismo. “La lealtà, l’efficacia e la gioia” sono il risultato delle capacità di ascolto, del lavoro in squadra, del valore dato alle cose piccole e ordinarie e della disposizione ad affrontare i problemi come una opportunità e non come un fastidio. La verità nelle relazioni interpersonali, invece “è ciò che renderà ogni parola ed ogni fatto veicolo di fraternità in una vita comune caratterizzata da fatti di carità e non una mera scuola di ipocrisia rivestita da diplomazia”. Un occhio di riguardo va dato anche alle strutture che accolgono i seminaristi, come ha spiegato il prof. Fernando Puig: “l’ambiente esterno della casa deve favorire l’esercizio delle virtù umane che sono proprie del ministero sacerdotale”, principalmente attraverso “un distacco dai beni temporali” e la capacità “di averne cura, valorizzarli e metterli al servizio degli altri”. La prospettiva della Curia romana è stata invece presentata dal Cardinale Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, a cui è stata affidata l’apertura dei lavori, e dal Segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Mons. Juan Ignacio Arrieta, che ha parlato dell’autorità come servizio ecclesiale, sottolineando nelle qualità dei pastori “la fedeltà, la prudenza e la bontà”.

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chiesa e vocazioni

Via Discipulorum Concludiamo in questo numero la pubblicazione, a cura di mons. Stefano Rega, Rettore del Seminario di Aversa, di un “itinerario vocazionale” per l’uomo attraverso la meditazione di alcune icone bibliche. Nel ringraziare mons. Rega per la collaborazione, rinviamo per le restanti icone al portale serrano

11a ICONA: IL TABOR Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!». Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!». E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. (Mc 9,2-9)

Per riflettere Questa undicesima icona ci porta con gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, sul monte Tabor, per incontrare ed ammirare il Cristo trasfigurato che appare ai nostri occhi in tutto lo splendore della sua divinità. E l’orizzonte gioioso,.che aiuta a motivare tutto il cammino precedente. Gesù alla vigilia della sua passione e morte sente il bisogno di rafforzare la fede dei suoi apostoli e di dare loro certezza circa la sua divinità. E come se volesse riassicurali dinanzi al mistero del suo dolore, del suo apparente fallimento. E la conferma che per arrivare a questa gloria divina, bisogna passare per la via della croce. Tutto ciò allora può veramente soste-

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nere e incoraggiare il cammino precedente. Ciò che da forza, coraggio e gioia ai seguaci di Cristo di donare tutta la loro vita nell’essere buoni samaritani, nell’essere pane spezzato per il fratelli, è la certezza che al termine del cammino non c’è il nulla, l’illusione o la semplice filantropia, ma l’incontro con il Cristo glorioso e trasfigurato. E questo incontro è la meta finale. Allora ogni uomo che sceglie di mettersi alla sequela di Cristo volge il suo sguardo in basso per incontrare i poveri e i sofferenti, ma, per sopportare il dolore e il sacrificio, volge il suo sguardo in alto dove può già gustare in anticipo l’incontro con il Signore glorioso. Questa tappa dell’itinerario vocazionale diventa dunque il momento della ripresa delle energie spirituali nel faticoso esercizio della carità pastorale e della forte tensione verso il Regno di Dio. Il dolore, il sacrificio, la rinuncia a cui ogni discepolo è chiamato diventa cosi solo un momento dell’intero cammino della vita umana e non la tragica fine di un esistenza senza senso e valore. La meta finale della vita dell’uomo è la gloria, la vita eterna, la resurrezione. Nessun uomo è condannato a morte, nessun uomo è stato creato per terminare la sua vita nel dolore. Ma creati a immagine e somiglianza di Dio,

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chiesa e vocazioni siamo proiettati verso l’eternità, verso la luce che non finisce e verso la gioia che non si esaurisce. Così può avere un senso il dolore e il sacrificio se letti nell’ottica del Tabor, se colti come una piccola goccia nell’oceano del bene, dell’amore e del bello. “Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti” (Mc 9,9). L’esperienza della donazione di sè, dell’espropriasi per far posto agli altri, della compassione che fa assumere su di sè il dolore degli altri, nell’ottica della trasfigurazione, va custodita nel cuore, nell’intimità più profonda dove solo Dio può arrivare, dove solo Dio può sapere. Le parole umane non possono esprimere e nessun orecchio umano può comprendere. Solo il silenzio può commentare in modo eloquente l’esperienza del dono di sè, e solo un cuore grande nella generósità e nella gratitudine, può contenere.

Per pregare Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano. Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo. Dove andate lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte» , nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce. Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino infondo. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo firmato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno. Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero,

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o Dio; se li conto sono più della sabbia, se li credo finiti, con te sono ancora. Se Dio sopprimesse i peccatoti! Allontanatevi da me, uomini sanguinari. Essi parlano contro dite con inganno: contro di te insorgono con frode. Non odio, forse, Signore, quelli che ti odiano e non detesto i tuoi nemici? Li detesto con odio implacabile come se fossero miei nemici. Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri: vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita. (Salmo 138)

Voci dai Seminari Che dire di me? Mi chiamo Massimo Condidorio nato a Napoli. Dopo un’esperienza lavorativa nel settore calzaturiero, nel 2000 ho iniziato un nuovo lavoro: Public relation, “portagente” nelle discoteche campane. La mia famiglia è cristiana cattolica non praticante. Il 7 ottobre del 2007 mi è capitato un grave incidente stradale che mi ha procurato ferite, non solo nel corpo. Vivendo una sofferenza profonda, partecipai per caso ad un pellegrinaggio che poi si rivelò un momento di grande spiritualità, in cui finalmente potei “togliere il tappo al cuore”. Dentro di me si accese il fuoco dell’Amore. Fidanzato da tre anni, non compreso questo mio cambiamento, dopo 6 mesi ritornai single. Non sentii più il bisogno di lavorare nei locali. Provai a rifidanzarmi con un’altra ragazza, ma con scarsi risultati, perché mi accorgevo che il mio amore era aperto a tutti allo stesso livello. Nel Dicembre del 2007 conobbi il parroco Don Raffaele Grimaldi e con lui ho iniziato un’esperienza missionaria in Burundi. Nell’attesa di un nuovo lavoro, mi fu proposta da Don Raffaele, un’esperienza di volontariato al centro Caritas impegnando le ore del mattino con i bambini delle famiglie disagiate. Dopo aver lasciato la mia ultima ragazza, ho sentito il bisogno di mettermi all’obbedienza e lasciarmi guidare in questo nuovo cammino di fede. Il Signore non mi ha fatto mancare la sua provvidenza; nel Giugno del 2009 un amico mi propose la gestione di un negozio, precisamente un “trestore” (telefonia mobile) che è stata la mia attività fino a qualche mese fa. Frequento assiduamente la Parrocchia di San Nicola di Bari, a Giugliano, sforzandomi sempre più per abbandonarmi alla volontà di Dio perché solo in Lui ho trovato grazia. L’impegno in parrocchia nel gruppo liturgico e l’Eucarestia giornaliera hanno rafforzato il mio rapporto con Cristo fino ad assaporare la dolcezza della Sua chiamata. Questa è stata la motivazione che mi ha spinto ad entrare nel Seminario Vescovile di Aversa per valutare insieme con i superiori quale percorso seguire per essere discepolo del Signore; io sento di essere “matita nelle Sue mani”. Il rapporto con gli altri lo vivo con molta tranquillità, cercando sempre di testimoniare la fede con l’esempio nella vita quotidiana. La grande libertà che sento nel cuore mi porta a non dipendere dalla famiglia, ma ad avere sempre pronta la valigia per partire.

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vita del serra

Verso il Congresso nazionale di Maria Luisa Coppola “Un Partner come Dio educa alla vita? Ne discute il Serra…” è il tema del Congresso nazionale che si svolgerà dal 15 al 17 giugno a Bari, nella suggestiva cornice dell’Hotel “Parco di Principi”, a conclusione del biennio 2010/2012 del Presidente nazionale Avv. Donato Viti. Nel corso dell’ultimo CNIS, che si è svolto a Roma dal 14 al 17 febbraio u.s., è stata dettagliatamente motivata dal Presidente Viti e dai suoi vice presidenti che collaboreranno, ciascuno per i propri ambiti, alla buona riuscita dell’evento, la scelta del tema in oggetto. Quale significato cogliere e quali obiettivi si intendono perseguire per leggere in modo ampio ed approfondito i tanti perché della sfida contemporanea? Consapevoli del difficile momento storico, nel quale il relativismo antropologico investe la società civile, determinando un diffuso malessere, una sfiducia nel futuro causata senz’altro dalla crisi economica nazionale ed europea, ma che ha radici ben più profonde, un disagio delle relazioni interpersonali condizionate sempre più da fenomeni di individualismo crescente, diventa un imperativo morale, direi irrinunciabile, interrogarsi sul ruolo del laicato adulto nei confronti delle scelte fondamentali della vita. Quale misura segna il discrimine tra chi ha scelto di vivere con Lui o senza di Lui nella quotidianità delle azioni dettate dal Vangelo, che è la buona notizia della promessa della salvezza eterna? Noi serrani, da laici, abbiamo intrapreso una missione difficile quanto delicata nell’adempiere al servizio della madre Chiesa, ma quante sfide, quante tentazioni minano il nostro vivere! Alla mia riflessione si sovrappone un’immagine: quella di Christifideles laici 17, dove si legge che

«agli occhi illuminati dalla fede si spalanca uno scenario meraviglioso: quello di tantissimi fedeli laici, uomini e donne, che proprio 24

nella vita e nelle attività d’ogni giorno, spesso inosservati o addirittura incompresi, sconosciuti ai grandi della terra ma guardati con amore dal Padre, sono gli operai instancabili che lavorano nella vigna del Signore, sono gli artefici umili e grandi – certo per la potenza della grazia di Dio – della crescita del Regno di Dio nella storia». Il Presidente eletto, avv. Antonio Ciacci, ha così commentato:

”Diventa fondamentale cogliere il significato educativo del partenariato con Dio: la consapevolezza che Dio è con ognuno di noi induce a ripensare ogni azione umana in prospettiva salvifica ed a far crescere la consapevolezza che

ogni uomo ha il volto del creatore e, dunque, è un fratello in Cristo”. Questo cambia tutto: individui, società, strutture. Il congresso di quest’anno, quindi, porta alla riflessione profonda su quanto sia concretamente importante, ogni giorno, in ogni contesto, per ogni comportamento, avere Dio come partner per educarci alla vita. Per un movimento come il nostro, che ha a cuore la creazione di un contesto culturale, sociale, economico, che favorisca chi intende dedicarsi interamente in modo speciale al Signore attraverso la Vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata e che tende a sostenere quanti sono in cammino verso quella scelta o l’hanno già fatta e magari sono provati dalla loro solitudine; per il nostro movimento, appunto, è molto opportuno che si rifletta, dunque, sul senso vero e concreto dell’amicizia di Dio che consente di educare (e-ducere, trarre fuori, far crescere) alla vita, alla forza vitale che riconduce allo Spirito tutte le creature.” È, dunque, il tema del Congresso una domanda

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vita del serra ineludibile, densa di tanti perché da sciogliere, sulla quale il Presidente Viti ha invitato al confronto diversi operatori di ambiti sociali, al fine di tratteggiare ampiamente una visione chiara della condizione umana e della sua lacerante humanitas, e di lanciare un messaggio di speranza, rivolto in particolare alle nuove generazioni. Ed è proprio in tale ottica che il presidente Viti, già nel Cnis di ottobre tenutosi a Genova, aveva fissato come progetto del Congresso di Bari l’aiuto concreto ad un seminarista dell’Ucraina che l’Arcivescovo Metropolita di Leopoli ha indicato nella persona del seminarista Andrii Zyma nato il 13.10.1992 a Chorostkiv ed iscritto al 1° anno di Filosofia, che conosceremo in occasione dello stesso Congresso. Il nostro consulente episcopale, S. Em. il Card. Josè Sarajva Martins, introdurrà i lavori con la sua relazione sul tema congressuale; in seguito il giornalista Mimmo Muolo intervisterà il direttore dell’Avvenire Marco Tarquinio e lo scrittore Marcello Veneziani sul tema “Con Dio o senza Dio, cambia la società civile?” Il confronto dialettico successivo sarà animato da alcuni governatori. Il sabato mattina, si alterneranno al tavolo dei relatori S. Ecc. il Vescovo Savio Hon Tai Fai, segretario della

Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, ed il prof. Giuseppe Savagnone che illustrerà i temi della sfida educativa, dibattuti in seguito da altri governatori dei distretti. Nel pomeriggio, il ventaglio delle possibili scelte individuali, si aprirà al valore della cultura, su cui offriranno i loro preziosi contributi il prof. Antonio Incampo, ordinario di filosofia dell’Università di Bari ed il prof. Lucio Romano, medico e presidente dell’Ass. “Scienza e vita”: “Scienza e religione non sono in contrasto, ma hanno bisogno una dell’altra per completarsi nella mente di un uomo che pensa seriamente” (Planks).

S. Em. il Card. Zenon Grocholewski, dopo la sua lectio magistralis, chiuderà i lavori del Congresso. Durante la cena di gala, avverrà il

passaggio di consegne tra il Presidente uscente Donato Viti ed il Presidente del prossimo biennio Antonio Ciacci: un cambio già annunciato, che ci si augura proficuo nell’impegno di rinnovamento avviato da Viti, che non potrà non essere foriero di altrettante novità per attestare il nostro sodalizio tra i movimenti cattolici di ampio respiro e di grande progettualità, al passo con i tempi.

Il Serra Italia fruisce di un moderno portale dell’informazione, collegato con i siti più prestigiosi dell’editoria cattolica, che va promosso ulteriormente, al fine di

rendere capillare l’informazione delle nostre attività e del nostro progetto culturale, fruibile ed immediato canale di trasmissione di pensiero e di avvenimenti. Lo ha più volte affermato il Santo padre Benedetto XVI, nel corso delle settimane della comunicazione sociale, che il web, se ben usato, diviene uno strumento validissimo di evangelizzazione e di cultura religiosa: “Molti benefici derivano da questa nuova cultura della comunicazione: le famiglie possono restare in contatto anche se divise da enormi distanze, gli studenti e i ricercatori hanno un accesso più facile e immediato ai documenti, alle fonti e alle scoperte scientifiche e possono, pertanto, lavorare in équipe da luoghi diversi; inoltre la natura interattiva dei nuovi media facilita forme più dinamiche di apprendimento e di comunicazione, che contribuiscono al progresso sociale.” La domenica mattina, con i pullman messi a disposizione dalla Segreteria Congressuale, i congressisti saranno accompagnati nella Basilica di S. Nicola di Bari per assistere alla S. Messa celebrata da

Il Presidente del CNIS Dino Viti (a sinistra) con l’avv. Antonio Ciacci, Presidente Eletto del CNIS

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vita del serra S. Em il Card. Zenon Grocholewski,ripresa dalla RAI e mandata in onda sui canali nazionali; al rientro in albergo, la premiazione del concorso scolastico nazionale. Non mancheranno, nelle sere di venerdì e di sabato, momenti di intrattenimento con i linguaggi universali dell’arte teatrale e musicale. Ad impreziosire la cornice del congresso, saranno allestite due particolarissime e suggestive mostre: l’una dell’artista Giovanna Carotenuto, che dà forma alle materie prime

con sapiente creatività, l’altra fotografica dell’ing. Difonzo. I giorni del Congresso costituiranno per tutti noi Serrani un’occasione importante per confrontarci sulla qualità del nostro apostolato, ma anche (e soprattutto) un forte momento di condivisione della Bellezza della nostra missione, fondata sul valore inalienabile dell’amicizia. Per altro sull’evento, si rimanda alla puntuale informazione del nostro portale www.serraclubitalia.com

Il programma del Congresso Nazionale di Bari

Venerdi 15 giugno ore 16,00: apertura del congresso con i saluti delle autorità locali e serrane: Arcivescovo di Bari Mons. Cacucci, Sindaco di Bari - Presidente di Serra International Tomas Wong e del CNIS Donato Viti - Relazione introduttiva del Card. Saraiva; a seguire tavola rotonda con Marco Tarquinio, Marcello Veneziani e 5 Governatori del Serra, moderatore Mimmo Muolo - dopo l'intervento-testimonianza di Suor Gemma Carone, poetessa e suora del Cottolengo di Torino. La sera, spettacolo del gruppo teatrale “La banda degli onesti” con la commedia “Il dott. Caos”. Sabato 16 giugno mattina:

dibattito con S. Ecc. Savio Hon Tai Fai (Segretario della Congregazione Dottrina della Fede) a seguire tavola rotonda del prof. Giuseppe Savagnone con 5 Governatori di Serra Italia; pomeriggio: inverventi del prof. Antonio Incampo (Ordinario Filosofia del Diritto all’Università di Bari) dott. Lucio Romano (Presidente nazionale di Scienza e Vita) e relazione conclusiva di S. Em. il Cardinale Zenon Grockolewski, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, Seminari, Università. La sera, cena di gala con premiazioni e passaggio di consegne fra Dino Viti e Antonio Ciacci.

Domenica 17 giugno mattina: Santa Messa nella Basilica di S. Nicola di Bari (collegamento televisivo e radio); al termine della S. Messa ritorno in albergo per le premiazioni del concorso scolastico nazionale. Per gli accompagnatori sono previste escursioni turistiche anche ai Sassi di Matera e alle Grotte di Castellana.

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vita del serra

Il Board di Serra International si è riunito a Chicago di Dante Vannini Il Board di Serra International si è riunito lo scorso gennaio a Chicago con la partecipazione dei due Trustee italiani Dante Vannini e Romano Pellicciarini. La prima comunicazione ha riguardato il Presidente eletto per l’anno sociale 2012/2013 Stephen Bleas che per motivi personali ha rinunziato alla nomina. La Commissione nomine che si era riunita per la nuova composizione del Board per il 2013 non ha potuto affrontare il caso che avrebbe richiesto come consuetudine una lunga preparazione La sostituzione, nella fase temporale attuale, non è prevista dallo statuto e neppure una prorogatio per il Presidente in carica (Thomas Wong); pertanto è stato interpellato il Past Presidente in carica Tomi Asenuga (Nigeria) che ha accettato l’incarico. Il caso ha fatto sorgere la necessità di far modificare alla Convention di Providence, a giugno, il periodo del mandato dei membri del Board da uno a due anni; e l’opportunità di svolgere, quindi, le Convention con cadenza biennale. È stata modificata quella parte del Regolamento che ora prevede che ogni Consiglio nazionale possa avere solo le proprie deleghe di rappresentanza alle Convention e non quelle di altri Consigli. È stato rilevato che nel mondo esistono settanta differenti “Logo”; in proposito saranno attivate delle iniziative per unificare il simbolo serrano. Nel corso della riunione è stato deciso di procedere alla unificazione degli uffici di Serra International e dell’USAC a Chicago per ridurre le spese. Da parte del Brasile è stata avanzata richiesta di

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incorporazione di 54 club funzionanti ma senza la “Charter” per non avere pagato al Serra International la quota dovuta per regolamento per via delle ristrettezze economiche del Paese. Pur decidendo di non esaudire la richiesta, ma poiché lo stesso problema si presenta anche in altre parti del mondo, in particolare in Africa e in Asia, l’argomento sarà sottoposto alla prossima Assemblea internazionale. Il Presidente della Fondazione Internazionale ha elencato le iniziative prese a sostegno dei Consacrati bisognosi di aiuto ed è stata presentata l’agenda della prossima Convention che si svolgerà a Providence (USA) dal 21 al 23 giugno 2012. Per i Trustee gli impegni sono anticipati al 20 e termineranno il 24 giugno Nel 2013 ricorrono 300 anni dalla morte del Beato Junipero; in un primo momento era stato proposto lo svolgimento della Convention a Maiorca, sua isola natale, ma purtroppo le strutture ed i costi non consentono tale soluzione; di conseguenza è stato deciso di effettuare la Convention a Barcellona in data da definire. Per i serrani che desiderano visitare la vicina Maiorca si proporrà un pellegrinaggio organizzato. Ogni membro del Board ha presentato una serie di iniziative per aiutare i Consacrati e i seminaristi in modo che si trasferiscano le esperienze consolidate tra i vari clubs. Nel corso della riunione è intervenuto S. Emin. il Cardinale Francis Gorge, nuovo Consulente episcopale di Serra International che ha espresso apprezzamento dell’attività svolta dal Serra riconoscendo al movimento il sostegno che viene dato ai Consacrati, non solo a parole ma anche con attività concrete.

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Genova Pegli 364

Il dolore degli innocenti

Lunedì 6 Febbraio, il Serra Club di Genova Pegli 364 ha organizzato nella propria sede in Via Martiri della Libertà un incontro sullo spinoso e complesso tema “Il Dolore degli Innocenti” guidato da P. Vittorio Casalino O.F.M. P. Vittorio è da circa tre anni Cappellano dell’Ospedale San Martino e quindi in costante contatto con la sofferenza dei malati, che visita quotidianamente nei reparti del Nosocomio. Per la sua riflessione su questo difficilissimo argomento ha preso come riferimento, per analogia, l’intervista a Benedetto XVI il 22 aprile 2011- Venerdì Santo, trasmessa nel programma di Rai Uno: “A sua immagine. Domande su Gesù. ” In tale occasione una bambina giapponese di sette anni di nome Elena, sopravvissuta al terremoto in Giappone, e una mamma il cui figlio è in stato vegetativo dal giorno di Pasqua 2009 chiedono al Papa il perché di tanta sofferenza in persone innocenti, soprattutto nei bambini. Nella Bibbia, ha detto P. Vittorio, si possono trovare le risposte a tutte le problematiche umane e in particolare nel libro di Giobbe, un Libro Sapienziale che tenta di rispondere a questo difficile quesito. Dio ha creato un mondo armonioso, ma l’uomo e la donna con il peccato hanno distrutto l’armonia, con tutte le conseguenze che ne sono derivate. È significativa la frase che Giobbe pronuncia dopo che terribili disgrazie si sono abbattute sulla sua famiglia (Gb 1, 2022). Malgrado il grande dolore, si prostra e dice “… Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!” Il Libro di Giobbe, ha affermato il relatore, si può applicare “all’uomo innocente” di fronte al mistero di Dio. Giobbe è un uomo giusto, timorato di Dio, che ha sempre compiuto il bene. Secondo la mentalità antica, la malattia e le disgrazie erano il risultato di uno stato di peccato, come si evince anche dal Vangelo di Giovanni nel dialogo tra Gesù e il cieco nato (Gv 9, 1-3). È qui interessante la risposta di Gesù: “Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.” I libri Sapienziali, ha spiegato P. Vittorio, non raccontano fatti realmente accaduti. Giobbe, pertanto, potrebbe essere un personaggio protagonista di una vicenda drammatica frequente a quei tempi, che cerca di dare una risposta alla domanda “perché la sofferenza innocente?” È un interrogativo universale che gli uomini si pongono da sempre. Il Libro di Giobbe risale al periodo della deportazione degli Ebrei a Babilonia e quindi esprime la sofferenza di un popolo oppresso, situazione che si ripete spesso nella storia. Il tema centrale è la giustizia di Dio: “Perché permette che gli innocenti soffrano?” Siamo al cospetto di un Dio che tace, che non viene in soccorso del popolo sofferente e non viene a condannare chi fa soffrire. Giobbe riceve la visita di amici molto cari che restano sette giorni e sette notti con lui senza parlare perché troppo grande è il dolore. Giobbe stesso rompe il silenzio con un lamento (Gb 3, 1-3). Gli amici, anziché incoraggiarlo, lo condannano (secondo la mentali-

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tà del tempo), chiusi nei loro limitati ragionamenti umani. Giobbe sfida Dio e il Signore gli risponde parlando delle bellezze dell’universo ma anche del male, delle forze caotiche che attentano all’armonia del creato. Il dolore rientra nel mistero insondabile di Dio. Il libro di Giobbe non risponde all’interrogativo sulla sofferenza degli innocenti, perché non esistono risposte razionali a tale quesito. Bisogna probabilmente capire, come dice Papa Benedetto XVI alla bambina giapponese, che “dietro la sofferenza vi è un progetto buono, un progetto di amore. Dio ci ama.” La nostra mente limitata è incapace di comprendere questo mistero. Nell’ultimo capitolo Giobbe esprime fiducia nel Creatore e dice “…Chi è colui che senza aver scienza può oscurare il tuo consiglio? … Io t’interrogherò e tu istruiscimi. Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono.” Malgrado tutte le traversie e la dura lotta che ha dovuto sostenere tra il credere e l’avere sfiducia, ha proseguito P. Vittorio, Giobbe scopre Dio: “Perciò mi ricredo e ne provo pentimento su polvere e cenere.” Per entrare nel mistero della sofferenza, bisogna entrare nel mistero di Cristo che si è addossato le nostre colpe. Lui che era senza peccato, innocente, si è caricato di tutte le nostre debolezze e si è offerto per noi, facendo sue le sofferenze degli innocenti. P. Vittorio ha concluso sottolineando come sia grande il mistero dell’offerta delle nostre sofferenze con Cristo. Ha citato il brano del Vangelo di Luca: “Il figlio della vedova di Nain (7, 11-15)” dove Gesù compassionevole partecipa profondamente alla sofferenza della donna vedova privata anche dell’unico figlio. È morto, ma Gesù glielo restituisce vivo. Gesù si è fatto uno di noi per condividere la sofferenza degli innocenti, affinché gli innocenti possano trovare in Lui la forza necessaria per sopportare il dolore. Il relatore ha quindi parlato della propria esperienza accanto ai malati leucemici trapiantati, in gran parte giovani, che soffrono perché consapevoli della fragilità della loro vita, tuttavia animati da una grande speranza di guarigione e in essa trovano la forza di lottare e la pace. È un’esperienza molto commovente ed edificante. Il Signore non fa mancare ai sofferenti la forza di accogliere questo difficile momento della loro vita e solleva anche i familiari, che li assistono con grande amore e dedizione, ha ribadito P. Casalino. È un amore grande, “ scintilla di quell’amore infinito che Dio ha per tutti gli uomini e particolarmente per coloro che sono toccati dalla sofferenza.” Come ha detto il Papa alla piccola Elena, in merito al problema della sofferenza di tante persone, di per sé inspiegabile, non vi sono risposte, ma “sappiamo che Gesù ha sofferto come voi, innocente, che il Dio vero che si mostra in Gesù, sta dalla vostra parte, e siate sicuri che questo vi aiuterà… Sappiate “Dio mi ama.”” Lidia Pistarino

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Genova Nervi 476

Apprezzamento e stima

Anche quest’anno il Serra di Nervi ha iniziato, il 20 gennaio, il suo ciclo di incontri mensili con la gradita visita del Governatore del Distretto 70 (che raggruppa i 15 club di Liguria, Lombardia e Canton Ticino). La serata è stata arricchita dalla presenza di alcuni giovani, tra cui due sposi, che ci auguriamo possano diventare nuovi soci. I nuovi amici sono stati incoraggiati, dai soci presenti, a tornare nei prossimi incontri e ad assicurare al nostro Club, se lo desiderano, il loro personale contributo, in termini di preghiera e di proposte di rinnovamento. Il nuovo Governatore, dott. Emanuele Costa, nel rivolgere il suo saluto ai presenti, ha subito sottolineato che scopo della visita è soprattutto quello di conoscere, attraverso un ascolto attento delle singole persone, la realtà del Club di Nervi. Dopo aver ripreso un passaggio dell’omelia del nostro cappellano, don Carlo Migliori, che aveva evocato la compagine dei Dodici Apostoli di Gesù come prima esperienza di Seminario nella storia della Chiesa, il Governatore si è soffermato sui serrani potenziali, intendendo per tali tutti quei cattolici, che magari vivono accanto a noi, che sono serrani nel cuore, nel senso che sono vicini ai sacerdoti e ai consacrati. Successivamente, il dott. Costa ha accennato alle principali linee guida del suo programma di lavoro, delineato nel momento in cui, nell’ottobre scorso, ha accettato di guidare il Distretto 70. In sintesi, i temi prioritari sono stati individuati nel rinnovamento (individuale, e del Club nel suo insieme) e nella formazione. Affinchè il Club sia in grado di consolidare il suo stato di salute e di rinnovarsi, attirando nuovi soci, è necessario che ciascuno di noi si senta chiamato in prima persona a riscoprire la vocazione del Serra nel contesto attuale, così difficile ma così stimolante. Facendo sua una recente esortazione del Vescovo di Albenga, mons. Mario Oliveri, il Governatore ha affermato che a ciascuno di noi si “chiede di più”, nel senso che il nostro traguardo dev’essere quello di diventare pietre vive e scelte, posate sulla pietra angolare e scelta che è Gesù. In altri termini, ci viene chiesto di diventare cristiani perfetti. È questa la premessa per essere un buon serrano, e ciò configura un cammino lungo, cioè l’impegno continuativo di amare Cristo. E, in quanto serrani, lo dobbiamo amare nella persona dei suoi sacerdoti. Nella seconda parte del suo intervento il dott. Costa si è interrogato sul tipo di servizio del Governatore. Sappiamo che è una figura di origine nordamericana, ma il suo non è un incarico onorifico. Possiamo se mai considerarlo una sorta di cerniera e di ponte tra i vari club di un distretto, e tra gli stessi e le strutture organizzative nazionali (C.N.I.S. in primis) e internazionali (Serra International). Il Governatore si propone di diventare la colonna sopra la quale poggiano i vari club del Distretto, che dal loro leader ricevono sostegno e incoraggiamento, pur operando secondo criteri di autonomia organizzativa e di indipendenza. Dopo aver elencato alcune iniziative programmate, per il 2012, a cura del C.N.I.S. (incontri di spiritualità, convegni e corsi formativi, concorso scolastico nazionale su temi vocazionali), e dopo aver richiamato la visione che del Serra aveva il Card. Siri, il Governatore ha rimarcato che essenza del nostro Sodalizio non è quella di chiedere, ma di ascoltare, e di offrire aiuto ai sacerdoti. Infine, il dott. Costa, nell’intento di mettere meglio a fuoco la figura del serrano, ha fornito una serie di puntualizzazioni: sulla preghiera (non siamo gruppi di preghiera, in quanto la preghiera non è la nostra sola attività, pur avendo grande rilievo nella vita dei club); sul Seminario (non siamo un gruppo di amici del Seminario, pur essendo molto vicini all’impegno dei seminaristi); sui rapporti con la gerarchia (non siamo alle dipendenze del Vescovo o del cappellano, pur essendo al servizio della Chiesa, in spirito di rispetto e obbedienza totale (e, quindi, al servizio dei suoi pastori). In conclusione, se il seme lo getta Dio, il trattamento del terreno spetta a noi… Siamo un gruppo di laici che desiderano usare la …zappa per favorire la crescita feconda di quel Seme. Siamo cioè consapevoli della nostra vocazione di laici cristiani, che si dedicano al servizio delle vocazioni sacerdotali. Ci sentiamo impegnati, pertanto, a testimoniare quotidianamente la nostra adesione al Vangelo e a promuovere, nell’attuale società secolarizzata, una cultura favorevole al sacerdozio. Sergio Borrelli

Ricordo di Anna Maria Ceri Zuccarino Nella tristezza della scomparsa di una serrana di spessore, come la Dott.sa Anna Maria Ceri, ho l’onore di porre alla Vostra attenzione un breve profilo della stessa, per dotare il ricordo della sua figura di maggiore concretezza. La giovane oculista Anna Maria, innamoratasi del genovese Dott. Vincenzo Zuccarino, si trasferiva dalla natia Prato a Genova per seguire il marito – funzionario della Società Italia Navigazione – ed evitare così difficoltà all’unione della famiglia. Da persona intelligente e pronta quale era, Anna Maria si inseriva nell’ambiente genovese, superando le presumibili differenze con il contesto sociale toscano. Serrana da tantissimi anni, Essa ha sempre profuso energie nel sostenere le vocazioni al sacerdozio, impegnandosi in molteplici forme nel contesto del club 476 di Genova-Nervi, ed offrendo la propria disponibilità secondo le necessità del momento. In tale ottica meglio si comprende l’impegno profuso da Anna Maria nello svolgere le funzioni di Presidente del Club per ben cinque mandati, svolti tra la fine del novecento ed il primo decennio di questo secolo. Quale componente del Consiglio Direttivo per parecchi anni ha offerto la propria abitazione per le assemblee consiliari, risolvendo così i problemi logistici dei partecipanti e trovando magistralmente soluzioni al sorgere di problematiche. La sua scomparsa ci lascia orfani della sua vivace intelligenza, della sua sincerità, concretezza e disponibilità. Guido Lagomarsino

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Latina 420

Vocazioni e futuro del cristianesimo

Il Serra club di Latina ha vissuto un significativo momento di formazione e di ascolto sul tema: “Un Partner come Dio educa alla vita? Ne discute il Serra”. È intervenuto Monsignor Vittorio Formenti Officiale della Segreteria di Stato Vaticana e Responsabile dell’Ufficio Statistico della S. Sede, il quale ha illustrato il tema che costituirà il tema del XIII Congresso Nazionale del Serra italiano che si terrà a Bari nel mese di giugno p.v. .. “È bello essere qui con voi… mi sembra di essere in piena Trasfigurazione” afferma in apertura Mons. Formenti. E aggiunge “ Sono entrato nel Serra tramite la compianta Vincenzina Pastore, anima e illustre sostenitrice del nostro Movimento; quella prima esperienza mi ha profondamente toccato: vedere dei laici impegnati in un percorso di Fede e di sostegno alle Vocazioni Sacerdotali. È affascinante constatare la vitalità della Chiesa per cui seccato un ramo un virgulto spunta.” Quindi Mons. Formenti espone all’attento uditorio, una mappa sul numero dei Sacerdoti nel mondo: “ Dopo il Concilio Vaticano II, negli anni ‘66/67, la Chiesa ha subito una contrazione dei Sacerdoti nel mondo: il loro numero da 445mila unità è sceso a 405mila”. I centri più palpitanti di crescita non si registrano nel vecchio mondo cristiano, ma in Asia, in cui i cattolici sono una minoranza ma con un clero meraviglioso. In Africa il numero dei sacerdoti è cresciuto tantissimo con un clero giovane e ricco di promesse, ma con un numero di formatori insufficiente. Anche in America Latina si registra un quadro soddisfacente di vocazioni sacerdotali. A Guadalajara (Messico) il numero dei seminaristi si attesta sulle 580 unità! Di seguito mons. Formenti attraverso tre episodi accaduti a lui, ha offerto ai Serrani tre testimonianze sull’esistenza di Dio. 1°) Il viaggio a Praga avvenuto negli anni ’60, durante l’oppressione comunista. “La nostra guida, una signora attempata, alla mia richiesta di voler visitare la Chiesa di Santa Maria contenente una preziosa statuetta di Gesù Bambino nel XVII secolo, fu presa da un indicibile terrore, per cui le chiesi: per Praga ci sarà una speranza domani? Rispose: nel mondo nulla dura, solo Dio dura per sempre.” Qualche anno dopo la primavera di Praga avvenne senza colpo ferire. 2°) Il viaggio in Cina. Un professore universitario, guida turistica, condusse il gruppo a visitare un Tempio buddista e una Pagoda confuciana. Formenti osservò: i templi sono frequentati, ma non dai credenti, qui tutto è folclore, per la Cina ci potrà essere un futuro solo con la religione cattolica. L’ateo rispose: “ È la sola religione capace di dare speranza”. 3°) Umberto Scapagnini – un amico di Berlusconi –, un giorno provò l’esperienza dolorosa del tumore. Con l’aggravarsi della malattia, entrò in coma. Al risveglio della pre-morte parlò di un tunnel attraversato durante il coma: ricordava una gran luce, una grande pace, il volto di Padre Pio, e quello di due vegliardi (che risulteranno essere i suoi bisnonni). Scapagnini dopo quella esperienza scoprì la pienezza dell’amore di Dio e nel libro “ Il cielo può attendere” (edito dalla Marietti) parlò della Fede che guarisce l’anima e il corpo e della straordinaria freschezza simile a una sorgente zampillante che fu l’incontro con Padre Pio da Pietrelcina. Stella Laudadio

Ricordo di Carla Sammito Martedì 15 febbraio dopo una lunga malattia, ha reso l’anima a Dio la Sig.ra Carla Sammito alla veneranda età di anni 89. Nella Cappella dell’ ICOT si sono svolti i funerali, officiati da don Libardo Rocha Camargo cappellano dello stesso Istituto e del Serra. La Sig.ra Sammito iniziò a frequentare il Serra quale ospite (allora alle donne era preclusa l’iscrizione al club) alla fine degli anni settanta del secolo scorso e si iscrisse al nostro movimento quando una modifica statutaria, consentì l’iscrizione anche alle donne. La Sig.ra Carla Sammito è stata presidente del Club negli anni 1990 – 92 e a ricordo della sua presidenza volle donare al Club un magnifico labaro. Il past president Rosa Anna Cassoni, ha ricordato la serrana Carla Sammito con queste parole: “Cara Carla spetta a me, su incarico del presidente Antonio Foniciello, il tuo fraterno amico Antonio, assente perché influenzato, porgerti l’ultimo saluto a nome del Club di Latina al quale tu, generosa sempre e con tutti, hai dato tanto. Tu sei passata su questa terra attuando il precetto evangelico dell’amore, inteso come caritas ossia donare se stessi per i propri fratelli. Tutti coloro che hanno avuto il dono di conoscerti, e noi serrani in particolare, hanno sperimentato la tua disponibilità a “DARE”. La tua vita professionale è stata interamente dedicata ai malati, ad aiutarli nel momento del dolore e dello sconforto. Come serrana hai donato gran parte del tuo poco tempo libero alla crescita spirituale del club. Tu sei stata tra le prime donne ad essere eletta Presidente di un Club del Serra International. Anche il labaro che oggi è accanto a te è un tuo dono; esso ci è sempre stato prezioso e da oggi lo è ancora di più in quanto ricorda a tutti noi la tu generosità, il tuo sorriso, il tuo amore per il movimento serrano. Anche i soci che non hanno avuto il dono di conoscerti, ti conosceranno tramite esso. Cara Carla resterai sempre nei nostri cuori e il tuo ricordo ci aiuterà a rendere il Serra di Latina sempre più degno della sua missione. Ti abbracciamo e ti ringraziamo tutti”. S.L.

Pontremoli 827

Terra della mia anima Il Club di Pontremoli - Lunigiana in collaborazione con la Biblioteca Nazionale “Serra” ha organizzato la presentazione del libro “TERRA DELLA MIA ANIMA” di Padre Vigilio Bianchi ofm.

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La conferenza ha avuto due momenti distinti; nella prima parte Padre Emmanuel Noel Muscat, Rettore del Seminario di Gerusalemme, ha parlato della Terra Santa facendo un escursus dalla visita di San Francesco fino a giorni nostri; nella seconda parte S. Ecc. Mons. Cetoloni ha presentato il libro nel suo contenuto. Prendendo la parola Padre Noel ha testimoniato di quanto l’attività svolta in Terra Santa dai Frati Francescani, dalla visita di S. Francesco e poi dall’anno 1323 come custodi del S. Sepolcro, sia improntata alla comunione ed alla fratellanza con le diverse etnie presenti sul territorio e di come nonostante la popolazione di fede cattolica sia molto bassa, circa

il serrano n. 125


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Distretto 73

Maestri di umanità

Il prof. Giuseppe Savagnone in occasione dell’apertura dell’anno sociale del Distretto 73 (Puglia e di Basilicata) ha incontrato in Potenza il Consiglio Direttivo ed i soci serrani del distretto. Dopo i saluti espressi dal Presidente del Serra di Potenza, Beniamino Calvello, dal Governatore Savino Murro e dal Presidente del CNIS Donato Viti, si è svolto il programmato incontro-dibattito sul tema “Maestri di umanità alla corte di Cristo”. Il prof. Savagnone ha inizialmente tracciato una sintesi del percorso e dei metodi che di norma si seguono per la formazione e lo sviluppo educativo dei giovani, con particolari osservazioni e spunti riferiti alle problematiche che si presentano in questo periodo di crisi, quando è tangibile l’evidente disagio di cui soffrono gli educatori. Secondo il suo pensiero, per trovare un sentiero affidabile su cui camminare, bisogna cambiare il proprio atteggiamento riguardo all’emergenza educativa e prendere coscienza che questa difficoltà riguarda gli educatori, siano essi insegnanti, genitori o sacerdoti e non i giovani. Riferendosi alla filosofia kantiana dell’imperativo categorico, ha fatto rilevare come può verificarsi che l’uomo giusto non sia in realtà felice, perché deve rinunciare alla sua felicità per effettuare una scelta di vita basata su regole rigide che frenano i desideri, che soffocano le sue ansie e che spesso reprimono anche le sue aspirazioni. In questo contesto è stato affrontato dal relatore l’aspetto moralistico del dovere, dell’obbligo dell’obbedienza nell’imperativo kantiano in contrasto con la filosofia aristotelica che, invece, sostiene che la virtù è un’inclinazione che si acquisisce facendo spontaneamente il bene. Il prof. Savagnone si è dichiarato favorevole alla seconda tesi, contrapponendo al concetto del dovere per obbedienza, l’innovativo insegnamento del Vangelo secondo cui Gesù, carico di amore per l’umanità, è venuto a proporre un modello diverso di vita, si è volontariamente immolato per liberare l’uomo dal peccato. Per questo amore il dovere non è più imposto ma è divenuto un risvolto dell’amore stesso ed una sua conseguenza naturale. Scompare, quindi, la necessità dell’obbedienza che costringe al dovere, ma diviene preponderante l’esaltazione della virtù, quale seconda natura che ci inclina ad operare il bene spontaneamente, senza la necessità di sopprimere i propri sentimenti ma, al contrario, vivere la quotidianità con testimonianza positiva. Quindi, ha sostenuto il relatore, in questa emergenza educativa i nuovi maestri debbono indurre il ragazzo a riflettere, debbono convincerlo su ciò che è il bene, debbono operare per eliminare la sua insicurezza. Occorre che il nuovo insegnamento susciti la coscienza non solo del dovere, ma soprattutto la convinzione consapevole della virtù. Occorre oggi che il ragazzo comprenda come il suo costoso abbigliamento, autorevolmente griffato e purtroppo comunemente adottato, gli serva solo per mascherare la sua insicurezza. Infatti egli ha necessità di omologarsi agli altri, di unirsi alla massa del branco solo per una certa disinvolta ed inconscia incapacità di vivere in prima persona la propria vita. Il nuovo educatore, ha proseguito il prof. Savagnone, dovrebbe modernamente operare per addestrare i giovani al senso critico, che proprio in questa emergenza è carente. Dovrebbe condurli ed accompagnarli alla riflessione ma, per essere in grado di fare questo, dovremmo noi stessi per primi, che ci consideriamo educatori, vivere una vita personale etica, spirituale, cristiana. Infatti se i ragazzi dovessero fare riferimento al cristianesimo che noi spesso apaticamente pratichiamo, non potrebbero trovarvi alcuno slancio imitativo, né impulso. Quando noi stessi tutti, educatori, genitori, religiosi siamo avvezzi ad agire, mossi da una ragione che calcola, e non sappiamo più farlo adeguatamente se l’azione contrasta con i nostri non sempre leciti interessi della vita reale, non possiamo neanche comunicare credibilmente ed efficacemente veri valori ai nostri giovani. Se amiamo i nostri ragazzi e se l’amore è anche ascolto, secondo il prof. Savagnone, noi dobbiamo imparare ad ascoltare i nostri giovani, non reprimerli nella loro personalità, ma aiutarli perché in loro possano crescere e svilupparsi passioni buone. Il prof. Savagnone, a conclusione del dibattito, a cui hanno preso parte con positive e valide osservazioni molti degli intervenuti, ha messo in evidenza anche la necessità e forse l’esigenza di ridefinire i traguardi, le finalità e gli scopi del Serra Club, alla luce delle argomentazioni che hanno formato oggetto dell’incontro odierno. Secondo tali asserzioni il movimento serrano dovrà attrezzarsi modernamente se vorrà veramente svolgere una funzione efficace e decisiva nella società, perché potrebbe oggi non essere più sufficiente il semplice intento di creare dei sacerdoti senza una preventiva e valida preparazione. Per questo si renderà necessario, come certamente farebbe un abile contadino, rassodare il terreno, renderlo fertile ed in concreto realizzare e favorire quelle condizioni per cui dei giovani possano trovare motivazioni valide, piacevoli ed anche convenienti per intraprendere con entusiasmo la strada del sacerdozio. La stessa sarà in tal modo percorsa per intero e con convinzione. Un fertile terreno, ben predisposto con l’aiuto della preghiera e con il sostegno dell’azione, certamente potrà essere determinante a che i giovani rispondano, quando chiamati, e seguano la loro vocazione in una profonda coscienza. Chi può sapere oggi se, adottando queste nuove forme di collaborazione, di dialogo e di insegnamento, saremo capaci di trasmettere alle nuove generazioni solidi principi etici e prospettive profonde di significato. Lino Sabino

l’1,5%, la presenza della Custodia rappresenti un ponte per riavvicinare le varie fedi, cristiane e non cristiane. Padre Noel ha proseguito spiegando che i rapporti con le altre religioni presenti sono improntati al reciproco rispetto anche se in passato non sono mancati momenti di attrito culminati nel 2002 con l’assedio della Basilica di Betlemme. Padre Noel ha spiegato che in tale occasione i Francescani hanno dato una grande prova delle intenzioni di essere messaggeri di pace, rimanendo nella Basilica non solo per difendere il luogo, ma soprattutto per difendere la dignità umana e proprio per tali ragioni ha espresso l’importanza e la necessità del sostegno di tutti i credenti verso la Custodia.

marzo 2012

Ha preso quindi la parola S. Ecc. Mons. Cetoloni che ha presentato la figura e la vita di Padre Vigilio Bianchi, nato ad Arlia di Fivizzano, evangelizzatore in Bolivia e ultima presenza francescana presso il Convento di Villafranca in Lunigiana. S. Ecc. Cetoloni ha letto alcuni brani del volumetto scritto da Padre Virgilio un anno dopo un viaggio nei Luoghi Santi da lui definiti “Terra della mia anima” riuscendo a trasmettere alla platea quanto da sempre questa Terra sia intrisa di spiritualità e quanto sia struggente il desiderio di tornare in quei luoghi così lontani ma così dentro ciascuno di noi. E.M.

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Viterbo 433

Le missioni giuseppine nel mondo

Da tanti anni ormai Viterbo ha il grande privilegio di ospitare l’Istituto Teologico “S. Pietro” aggregato al Pontificio Ateneo “S. Anselmo” di Roma. Questo Istituto ha un corpo docente stabile di altissimo livello ed in esso vengono giornalmente a lezione i Seminaristi della Diocesi, gli studenti dell’Ordine Francescano, i Passionisti ed i novizi di ogni altro Ordine, i quali tutti tendono ad ottenere il baccalaureato in filosofia ed in teologia. L’Istituto è tenuto dai Padri Giuseppini molti dei quali fanno parte del corpo docente, mentre altri hanno la cura della chiesa “Leonardo Murialdo” e dell’annesso Oratorio, un complesso religioso dalle più fervide azioni a favore dei giovani e le loro famiglie. Il Serra Club di Viterbo non si è fatto sfuggire l’occasione di invitare per tempo, mettendolo in programma per il 17 dicembre 2011, il Padre Generale dell’Ordine dei Giuseppini, P. Mario Aldegani del quale si era saputo che sarebbe venuto a Viterbo dopo un giro nei vari Istituti dell’America. Nella sua intensa conferenza dal titolo “Le missioni giuseppine nel mondo”, P. Aldegani ha fatto un nutrito excursus delle attività missionarie ad iniziare dall’Amazzonia Ecuadoriana, prima frontiera giuseppina sorta nel 1922, per passare a quelle odierne dell’Africa e dell’Asia. Con palese gioia il Padre Generale ci ha poi informati che il Papa Benedetto XVI ha recentemente nominato P. Celmio Lazzari, della Congregazione Murialdina, Vescovo del Vicariato Apostolico di Napo, in Ecuador. È un onore per i Giuseppini che un loro confratello abbia avuto un incarico così importante quale è seminare l’annuncio di speranza del Vangelo in quelle povere terre del Centro America spesso preda di sette pseudo religiose, che rastrellano ragazzi di strada per farne dei guerriglieri o trascinarli in fatti squallidi. Da quando Leonardo Murialdo, l’educatore dei giovani poveri ed apostolo degli operai, è stato proclamato santo dal Papa Paolo VI, il 3 Maggio 1970, la Congregazione Giuseppina si è ancor più estesa dall’Italia a tutte le nazioni del mondo, specialmente dove i problemi della gioventù sono gravissimi ed i bisogni della gente umile sono infiniti. L’ardore instancabile dei suoi sacerdoti dinamici, solidi, intuitivi, mette in funzione scuole per artigiani (“Artigianelli” furono chiamati i primi ragazzi educati nelle iniziali scuole murialdine), colonie agricole, case famiglie, uffici cattolici di collocamento per giovani operai, oratori ecc. Come patrono di tutto questo immane lavoro fu scelta la figura luminosa di S. Giuseppe artigiano. Quando il Murialdo divenne Rettore del Collegio degli “Artigianelli”, egli volle fare il suo ingresso ufficiale il giorno 12 Maggio 1867 festa del Patrocinio di S. Giuseppe. A noi Serrani viterbesi resta l’impegno di pregare perche l’Istituto Teologico Giuseppino sia sempre popolato da studenti generosi che un giorno partiranno carichi di amor di Dio e sensibilità sociale per le sconfinate strade del mondo. Elsa Soletta Vannucci

Taranto 480

Un tesoro da scoprire e valorizzare

Si è parlato di vocazioni nell'incontro del Serra Club di Taranto, un tema assolutamente pertinente alla storia dei serrani, che hanno nel loro statuto l'impegno a sostenere ed aiutare coloro che sono chiamati alla vocazione sacerdotale. Due i relatori d'eccezione della serata, il vaticanista di Avvenire Mimmo Muolo, responsabile del progetto culturale della CEI per la Puglia, e don Giacomo Salomone, architetto, insegnante, oggi presbitero e vice-parroco nella parrocchia Santa Teresa del Bambin Gesù. Una serata resa particolarmente importante dalla presenza dello staff nazionale del Serra, con il suo Presidente nazionale avv. Dino Viti, accompagnato dal segretario Emanuele Pilato e dal tesoriere Giuseppe Savino. Luigi Romandini, che guida il club di Taranto, ha colto nel segno chiamando a parlare di vocazioni un sacerdote giunto alla consacrazione in età adulta ed un giornalista che, con il suo romanzo "Messaggio in bottiglia", ha voluto parlare “dell’amore, linfa della Chiesa e riflesso terreno dell’amore di Dio”. In questo quadro di grande interesse si sono inserite due splendide voci narranti, che hanno letto qualche brano del romanzo: Marina Luzzi e Aldo Salamino, che hanno creato spazi di attenzione diversa, evidenziando le riflessioni di Muolo sulla vocazione al matrimonio che il testo prefigura. Un 'Messaggio', quello del noto giornalista di Avvenire, che si inserisce nella costante ricerca che ciascuno compie sul proprio divenire, in una fase storica in cui risultano precari sia il contesto economico che quello affettivo. "Noi adulti giochiamo a fare i giovani, spesso per sfuggire alle nostre responsabilità - ha detto Muolo - ma il giovanilismo non ha nulla a che vedere con l'attenzione nei confronti degli under 30, che restano emarginati dal contesto economico e sono deresponsabilizzati anche a livello sociale". Il tema è affrontato all'interno di una storia comune, due giovani si scoprono, si trovano e... si ritrovano dopo dieci anni di silenzio, di ricerca, di attesa inconsapevole. Una storia che si svolge su piani paralleli fra un passato che segna ed un presente che sembra un valzer sulle sabbie mobili”. L'io narrante del 'Messaggio in bottiglia' cerca di capire il suo futuro, e attraverso le parole di un sacerdote capisce che il problema è ciò che deve fare con se stesso, con la sua vita, con la sua vocazione smarrita. Perché tutta la vita, sia quella di chi è prete che quella di chi è laico, è sempre una vocazione. E se è vocazione, c’è Qualcuno che chiama e che attende una risposta. Se si risponde “allora il buio non è più assoluto”. Don Giacomo Salomone ha raccontato la sua storia di vita. "Ogni vocazione è dono di Dio e come tale esso va accettato, riconosciuto e vissuto. Riconoscere la propria vocazione non è facile - dice don Giacomo - a volte occorre molto tempo, come è capitato a me, dipende dal contesto e dalle persone". Cresciuto in una famiglia cristiana, educato alla fede nella comunità parrocchiale dei Padri Minimi. Dopo la laurea sono arrivati lo studio professionale e l’insegnamento. Ma una sorta di insoddisfazione di fondo, la ricerca di una realizzazione piena, lo hanno portato a “mollare tutto” per andare a Massa Lubrense ad approfondire la teologia ed il carisma di San Francesco di Paola. "Quando Dio ha voluto il mio sacerdozio me lo ha manifestato"; nel 2011, a 57 anni, il Don Giacomo è diventato presbitero. Il presidente nazionale Donato Viti ha sottolineato che il serrano deve testimoniare di essere un cristiano autentico e portare la sua formazione nella società, sentendo la consapevolezza di avere in Dio un Partner unico e straordinario, capace di sostenerci nella nostra capacità di vivere il Vangelo ogni giorno. Gabriella Ressa

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il serrano n. 125


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Imperia 541

Un campanello d’allarme

Io amo il Serra. Ho molti debiti con il Serra che mi ha aperto molti orizzonti, mi ha messo a contatto con numerosi sacerdoti, religiosi e vescovi. Mi ha fatto conoscere serrani e serrane con cui ho condiviso non solo forti amicizie ma cultura, idee e cammini spirituali. È sufficiente che chiuda gli occhi perché, come in un film, scorrano figure di uomini e di donne splendidi nella loro dedizione verso i consacrati, anche nel silenzio e nell’ascolto empatico verso di essi (non solo nell’aiuto economico). Se i vescovi comprendessero appieno il dono che i nostri padri fondatori, mossi dallo Spirito Santo, hanno fatto alla Chiesa sono sicuro che solleciterebbero i governatori a fondare nelle diocesi nuovi club, stimolerebbero i club che arrancano, che perdono pezzi preziosi. L’ultima mia affermazione mi fa soffrire; mi piange il cuore aver sentito, all’ultimo Cnis tenuto a Genova, che dal 2006 al 2011 c’è stata una emorragia di soci del 20%. È un campanello di allarme che già da parecchio tempo sta suonando ma che molti di noi non hanno inteso nella sua gravità. L’invecchiamento, in tutti i sensi, purtroppo porta a queste conseguenze: 1) Le malattie, la stanchezza (il peso degli anni) tendono a far calare l’entusiasmo, non a spegnerlo del tutto. Obbligano a percorrere spazi più ristretti. 2) La reiterazione delle cariche (a causa anche dell’altra variabile, il numero esiguo dei soci…mi sono trovato, per esempio, una volta a parlare ad un club con 6 serrani anziani; lo stesso club ha poi chiuso) porta alla ripetitività delle idee e dei progetti. I nostri regolamenti sono invece “vestiti” confezionati per tutti i soci, nell’alternanza dei servizi. 3) Ci si chiude nel club perché si sta bene, si vive bene nell’amicizia serrana. Manca però la visibilità all’esterno – come si diceva sopra – aspetto importante e determinante per una inversione di marcia. 4) Tra le cause dell’invecchiamento metterei anche una variabile – a volte l’ho constato di persona – che chiamo “i capi carismatici”, ossia i soci che hanno fatto la storia del club, che in buona fede non hanno “lasciato” crescere gli altri o hanno assunto cariche in continuazione perché agli altri soci andava bene anche così. Ogni socio, invece, con i propri carismi e risorse, può invece contribuire a rendere nuovi, vivaci ed elastici i servizi. 5) Una domanda: c’è una scelta ponderata ed oculata dei nuovi soci? Il padrino continua a seguire per parecchio tempo il nuovo entrato?

L’inversione di rotta (c’è ancora tempo?) si potrà attuare percorrendo questi sentieri (o altri che lascio alla fantasia dei serrani): 1) La preghiera ardente non solo per le vocazioni ma per i nuovi soci che verranno. Se consacriamo il nostro Serra alla Vergine e facciamo la nostra parte certamente i nostri club non moriranno, anzi fioriranno. 2) Attivarsi per fare entrare ogni anno 3-4 soci dai 35 ai 50 anni, leaders nei loro ambienti e nella loro professione. Promotori di altri ingressi. So che non è facile scovare questi futuri serrani ma esistono dei club che hanno attuato felicemente ciò. 3) Un club che non viaggia sui 35/40 elementi non può possedere un bacino sufficiente da cui attingere per rinnovare il consiglio direttivo. Così si scopre che i serrani diventano presidenti di club senza aver fatto l’indispensabile “gavetta”. Tutti i gangli del Serra vanno infatti sperimentati e conosciuti (vedi regolamenti). Si procede per gradi, non per salti. 4) Tentare di rilanciare o rifondare i club in sofferenza prima che si estinguano fisiologicamente. Il Serra – a livello nazionale e locale – ha le persone adatte per fare questo. Ma ci vuole anche la buona volontà di quelli che sono rimasti a rimboccarsi le maniche ( e eventualmente fare “mea culpa” degli errori commessi). In conclusione: spero di aver fatto riflettere i miei amici serrani, anche seminato un po’ d’inquietudine nei loro cuori. Giorgio Bregolin

Bologna 481

Ricordo di Anna Maria Falavigna

La perdita della Signora Anna Maria Falavigna lascia un incalcolabile vuoto per il Serra di Bologna e per l’intero Serra italiano. Del Serra. di Bologna è stata la co-fondatrice, insiene al marito Dott. Alberto. Falavigna che, con l’aiuto di Mons Mario Sassatelli, ne è stato il fondatore; grande è il rimpianto perché poche persone sono state come lei dotate di così eccezionali virtù umane e cristiane La sua vita e la sua opera possono essere concentrate in quattro parole onnicomprensive: fu donna felice, fedele, feconda, fortunata • felice: felice di esistere, di essere sposa e madre; di essere cristiana e serrana; felice di trasmettere ottimismo e gioia; di potersi rendere utile a tutti e per tutto. Felice di circondare i Sacerdoti del suo amore e del suo incoraggiamento. • fedele: fedele al suo impegno umano, cristiano e serrano, senza cedimenti e paure, senza lasciarsi scoraggiare. • feconda: ricca di figli, di nipoti e di pronipoti; ricca di amici e di persone da lei “conquistate” alla fede e al servizio della Chiesa, ricca di amici Seminaristi e Sacerdoti ai quali sapeva infondere le certezze per scegliere e vivere l’ideale Sacerdotale, . • fortunata: perché sorretta da un marito col quale poteva condividere tutto e al quale era solidamente legata con un amore grande, ampiamente contraccambiato. La coppia Carlo Alberto-Anna Maria è apparsa così alla comunità diocesana e serrana, come un fulgido esempio di unione e di collaborazione non solo familiare, ma anche e soprattutto civile ed ecclesiale. Anna Maria resta viva nel cuore di tutti quei Sacerdoti e laici che l’hanno conosciuta perché in essi non si spegnerà l’eco di una ricchezza ampiamente ed affettuosamente donata. A lei, al marito e agli amici “storici” che “hanno fatto” il Serra dì Bologna, giunga il grazie sentito di tutta la comunità serrana di Bologna. Mons. Novello Pederzini

marzo 2012

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Capovolgimento della vocazione

Grosseto 483 Nel consueto incontro del nostro Club, mercoledi 29 febbraio abbiamo avuto il piacere di ospitare don Enzo Capitani, Cappellano del Carcere di Grosseto e responsabile del CEIS. Don Enzo ha ripercorso, e ci ha fatto ripercorrere, 30 anni della nostra vita diocesana e 30 anni del suo sacerdozio, partendo proprio da un covegno del Serra Club durante il quale gli venne proposto questo incarico legato al CEIS. Egli ci ha spiegato come, all’inizio, il suo maggior desiderio fosse quello di completare gli studi teologici a Roma. In seguito ha compreso, attraverso quello che lui chiama un “capovolgimento della vocazione”, come l’interesse maggiore fosse concentrato sulle persone e non sui libri. È rimasta la voglia di studiare, ma l’interesse maggiore si è spostato verso le persone. Il rapimento dell’on. Aldo Moro è stato un evento che ha fortemente inciso sulla sua vita: all’inizio non riusciva a capire come fosse possibile che un evento della storia nazionale si legasse alla sua storia personale. Ma in seguito ha compreso. Nell’anno del suo sacerdozio (1978) venne invitato da un gruppo di Roma a celebrare la Messa e lì venne avvicinato da una donna che gli chiese di ‘pregare per suo fratello che era un brigatista’. La donna rimase meravigliata dall’atteggiamento di ascolto e di non giudizio né di meraviglia del giovane prete. Da quel momento don Enzo ha cambiato il suo modo di vivere il sacerdozio e, forse, ha scoperto come il suo progetto venisse in fondo a coincidere con quello che era il progetto di Dio per lui. Infatti da lì iniziò il suo ‘viaggio’ nelle carceri fino al 1995 quando Mons. Angelo Scola, Vescovo di Grosseto, lo nominò Cappellano delle Carceri. Ma ancora prima, il suo apostolato nelle carceri si unisce ad un’ altra grandiosa attività che è quella del supporto ai tossicodipendenti. Don Enzo inizia questa attività negli anni ottanta in cui nascevano le prime comunità terapeutiche. Se si fosse fermato alla cura del disagio, sarebbe diventato solo un tecnico, mentre egli vedeva nelle varie fasi del programma di cura e recupero un rinnovarsi continuo della vita, nei rapporti con le persone e nel territorio. Quando nasce a Grosseto la prima accoglienza ai tossicodipendenti, nel 1987, vede don Enzo in prima linea dare il suo fondamentale contributo in spazi ancora freddi, male organizzati e non certamente ancora idonei all’accoglienza e al recupero di questi disagi. Ma don Enzo non ha perduto nè il suo iniziale entusiasmo, nè l’interesse fondamentale per la persona bisognosa nella quale rivede e reincontra sempre Gesù. Un augurio a tutti i nostri giovani seminaristi, affinchè possano trovare la loro giusta collocazione e la loro strada per l’amore di Dio e per l’amore degli uomini. A. Montemaggi

Distretto 77

Il Serra invitato alla C.E.C. Nell’ottica di una collaborazione con i responsabili delle Diocesi della Calabria, al fine di ottenere sinergie che possano consentirci di interloquire con le realtà sociali del comprensorio mi sono adoperato per intervenire presso i Vescovi della Calabria per la costituzione di club A seguito di ciò, lo scorso 7 febbraio, su invito dell’Arcivescovo di Reggio Calabria. Mons.Vittorio Mondello, ho relazionato alla Conferenza Episcopale Calabra. Erano presenti i Vescovi delle 12 Diocesi ed Arcidiocesi oltre i Vicari ed i Vescovi benemeriti. Introdotto dall’Arcivescovo di Reggio Calabria, che presiedeva la Conferenza, ho illustrato le caratteristiche del nostro Movimento, la funzione dei club, e rappresentata la modesta incidenza dei club, n. 2 attivi, su n.12 Diocesi. È stata chiesta la collaborazione di tutti i Vescovi per condividere gli obiettivi, volti a costituire un club per ogni Diocesi. La relazione è stata seguita con interesse ed alla fine molti sono stati gli interventi volti a conoscere le modalità per la costituzione di un club. Da tale incontro ho avuto la conferma che i Vescovi della Calabria, così come quelli della Sicilia, conoscono il Serra club e manifestano disponibilità a collaborare con i laici del Serra. In Calabria c’è il terreno per poterci inserire nel comprensorio. È compito nostro assecondare le comprensibili posizioni di prudenza dei nostri interlocutori con la condivisione dei Rettori, indispensabili per definire l’iter operativo. Salvatore La Spina

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in dialogo

Lettere al Direttore Crisi di vocazioni... serrane? Egregio Direttore, siamo ‘in crisi di vocazioni serrane’. Non è una novità, e in tempi di crisi totale, difficile fare eccezione. Il problema, anzi l’assillo del proselitismo era già presente e pressante quando entrai nel Serra quindici anni fa, tanto da costituire per me, da Presidente e poi da Governatore, una vera e propria frustrazione da fallimento. Eppure, a me sembrava giusto puntare molto sul protagonismo di ogni serrano, convinto che il serranesimo - ossia il cristianesimo – non è semplice adesione mentale o emotiva ad una teoria, ma visione esistenziale totalizzante, un ‘innamoramento’ che non finisce mai, così come ci insegna il Vangelo e la nostra Chiesa Cattolica. Dio, che ci ha creati senza di noi, non vuole salvarci senza di noi, senza cioè che il Suo Amore sia ricambiato, in totale, convinta e attiva comunione collaborativa con Lui. Convinzione che dovrebbe bastare a spronarci ogni giorno a “pensare” e conseguentemente a “fare”, realizzando così, secondo le nostre modeste capacità, la Sua volontà, comprese le finalità serrane. Invece, ho trovato nei Club situazioni più o meno formali e accomodanti, cioè soci che normalmente confidano e si affidano tutti al loro Presidente di turno, il quale risulta più o meno bravo nella misura in cui indovina a pensare, organizzare e realizzare ciò che li può soddisfare. Soci spettatori e fruitori, anziché serrani protagonisti e produttori di iniziative personali. Credo che la scarsa attrazione del Serra derivi anche da questa visibilità riduttiva e ambigua rispetto agli scopi dichiarati, un serranesimo formalmente troppo incentrato sul solo Presidente di Club. Il quale – invece - dovrebbe contenersi con le iniziative personali per dedicarsi di più a spronare, promuovere e quindi accogliere, agevolare e realizzare – coadiuvato dal Direttivo - le idee e le iniziative di ogni socio, bravo solo se riesce a rendere ognuno protagonista. Il Cristianesimo considera ogni uomo come “persona” non perché fa numero: Dio ci chiama per “nome”! Il Serra Club dovrebbe guardare sempre ad ogni singolo “serrano”- se intende perseguire efficacemente i suoi scopi. Il Papa – nostro primo e costante riferimento – contro la ‘crisi religiosa’ che va scristianizzando l’Europa e l’Occidente, lancia “un anno di Fede”. Ecco: cos’altro escogitare noi, di meglio che cercare di confermarci – ognuno - nella fede? Sappiamo che un briciolino come un sesamino di “fede vera” può... tutto. Che l’invito del Santo Padre trovi dunque ogni serrano pronto ad accoglierlo con entusiasmo: lanciamoci in un anno di fede’! Una fede ravvivata sicuramente sortirà il desiderio e la voglia di riattivarci in tanti modi e occasioni, anche nel nostro Serra Club. Pochi grandi Santi, senza teorie né strategie né mezzi massmediatici ma con la sola forza incontenibile della loro fede, hanno convertito da soli interi continenti. Fra Junipero Serra passava tra villaggi di primitivi che non comprendevano una sua sola parola eppure capivano istintivamente di trovarsi di fronte un uomo di Dio, e ne rimanevano conquistati. E lì, battezzato il primo che si faceva avanti e piantati tre pali per appendervi una campana, subito fioriva una Missione. È la Fede che salva e che rende santi, e la santità irradia bontà, sapienza, pace e gioia di vivere, tanto da attirare gli altri, perché ovunque si ammira un “sant’uomo”. Una cura ricostituente di fede fa sempre bene, se poi l’invito viene dal Papa, è un ordine. E chissà che da serrani veri“uomini-di-fede” non riusciamo a far rifiorire un po’ anche i nostri Serra Club. Gradirei sapere se Lei condivide o meglio se ha altre soluzioni. Romano Bergamaschi Caro Bergamaschi, ho letto con interesse la sua lettera e la pubblico volentieri, anche per suscitare – in linea con le intenzioni programmatiche di questa rubrica – un dibattito tra i Serrani. Personalmente sono un Serrano di così breve militanza (nemmeno due anni) da non conoscere bene la situazione della nostra Associazione. Certo, sento anch’io parlare da qualche tempo di crisi di vocazioni serrane, ma ho l’impressione che questa crisi sia parte di quella più vasta di vocazioni tout court. L’uomo contemporaneo non intende più vivere la propria esistenza come risposta a una chiamata e quindi come assunzione di impegno permanente. Si preferiscono gli episodi, i momenti, le esperienze e le sensazioni. Oggi qui, domani là. Questo è il vero dramma. Tuttavia, come cristiani, non dobbiamo deporre la speranza e mi sembra che lei abbia toccato i tasti giusti. Innanzitutto la fede. Concordo che l’Anno della fede, indetto dal Papa, sia un’occasione da non sprecare anche all’interno del Serra. E per quanto mi riguarda, come direttore de “Il Serrano”, farò la mia parte, a cominciare proprio da questo numero. In secondo luogo la santità. La fede deve spingerci ad una vita coerentemente conseguente. Non si può predicare bene e razzolare male. Facciamo dunque dei nostri Club luoghi in cui si vive in un clima di santità. E perché questo sia possibile, la terza parola d’ordine è comunità. Giustamente un club non è solo del suo presidente, ma di tutti i soci. Per questo concordo con Lei che – senza nulla togliere ai regolamenti – una vita più comunitaria, una maggiore condivisione e corresponsabilità, potrebbe dare più slancio all’azione associativa. Anche perché dove sono in molti a pensare, possono nascere idee nuove, capaci di tradurre il Vangelo in forme e iniziative accattivanti anche per chi è lontano o vive una fede tiepida.

VISITATE IL PORTALE: www.serraclubitalia.it ovvero com marzo 2012

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Il Serrano n.125  

IL SERRANO: Organo dell’Associazione Serra International Italia

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