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Organo dell’Associazione Serra International Italia • Rivista trimestrale • n.115 Giugno 2009

Per sostenere le vocazioni sacerdotali

4 ® La Vocazione apre alla missione

9 ® Aumentano i peccati ma si perde la coscienza del peccato

12 ® P. Eusebio Chini precursore del Beato Serra

16 ® Diamo un futuro alle nostre Parrocchie

20 ® Indetto l’Anno Sacerdotale

28 ® Il Serra nell’America del Sud Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003

In caso di mancato recapito rinviare all’Ufficio Poste e Telecomunicazioni di Palermo C.M.P. detentore del conto per restituire al mittente che s’impegna a pagare la relativa tassa


Organo dell’Associazione Serra International Italia • Rivista trimestrale • n.115 Giugno 2009

Per sostenere le vocazioni sacerdotali

4 ® La Vocazione apre alla missione

9 ® Aumentano i peccati ma si perde la coscienza del peccato

sommario

12 ® P. Eusebio Chini precursore del Beato Serra

16 ® Diamo un futuro alle nostre parrocchie

20

di Gemma Sarteschi

® Indetto l’Anno Sacerdotale

28

† 3 Editoriale: Vacanze... un tempo di grazia di S. Ecc. Mons. Alberto Ablondi

® Il Serra nell’America del Sud Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003

In caso di mancato recapito rinviare all’Ufficio Poste e Telecomunicazioni di Palermo C.M.P. detentore del conto per restituire al mittente che s’impegna a pagare la relativa tassa

† 4 La vocazione apre alla missione

† 6 Intervista a Don Domenico Dal Molin di Gemma Sarteschi

† 8 Il dovere di annunciare il Vangelo di P. Sergio Natoli, Ofm

† 9 Aumentano i peccati ma si perde la coscienza del peccato? di Don Stefano Rega

† 10 Via Discipulorum

di Paolo Speranza

† 12 P. Eusebio F. Chini S. J. precursore del Beato Serra di Paolo Mirenda

† 14 Giovanni Maria Vianney, il Santo Curato d’Ars di Michele Vilardo

† 16 Diamo un futuro alle nostre Parrocchie: una riflessione critica di Giuseppe Savagnone

† 18 Che significa educazione sessuale a scuola? di Ugo La Cava

† 20 L’Anno sacerdotale di Willy Volontè

† 21 Mancano vocazioni. È proprio vero? Che fare? † 22 La posta del Presidente di Andrea Sollena

† 24 Diventare cristiani non significa rinunciare a pensare di Stella Laudadio

† 25 Giuseppe Lazzati: il quotidiano, via privilegiata alla santità di Casimiro Nicolosi

† 26 Rossano Calabro è serrana! di Acrese

† 28 Il Serra nel Sud America † 32 La biblioteca de “il serrano” di Benito Piovesan

† 33 Il serrano in una libera interpretazione del Vangelo di Elsa Vannucci

† 34 L’Aquila, il Papa Celestino V e la Perdonanza di Francesco Baratta

† 46 Il sostegno economico alla Chiesa

In copertina: Il monumento equestre al P. Eusebio Chini S. J. a Segno

PERIODICO TRIMESTRALE N. 115 ASSOCIAZIONE SERRA INTERNATIONAL ITALIA

II trimestre - giugno 2009 (XXXIII)

Registrato presso il Tribunale di Palermo n. 1/2005 Spedizione Abbonamento Postale Gr. IV Pubblicità inferiore 50%

Direttore Responsabile Giulia Sommariva

Redazione Renato Vadalà Via Principe di Belmonte, 78 - 90139 Palermo E-mail: ilserrano@serraclubitalia.it

Comitato di Direzione Gemma Sarteschi, Presidente del CNIS Ugo La Cava, V. Presidente del C.N.I.S. Gino Cappellozza, V. Presidente del C.N.I.S. Romano Pellicciarini, V. Presidente del C.N.I.S. Mario Montagnani, V. Presidente del C.N.I.S. Trustee italiani di Serra International Redattori distrettuali (si veda il «Bellringers»)

Hanno inoltre collaborato a questo numero:

Giampiero Camurati Alberto Pietra PierLuigi Motta Paolo Buracchi Piero Guido Ugo Monterosso Alberto Alfano Giuseppe Miccoli

Luigi Brazzorotto Roberto Bottari Lino Sabino Mario Gerbore Artimio Ratti Lucio Lacerenza Sergio Borrelli

Norme essenziali per redattori e collaboratori

1. Inviare il materiale per la stampa entro e non oltre il 5 settembre 2009. 2. Inviare i contributi all’e-mail sotto indicata. 3. Inviare foto molto chiare con soggetti inquadrati da vicino. I redattori distrettuali, i collaboratori ed i Vice Presidenti di Club responsabili delle comunicazioni sono pregati di attivarsi per l’inoltro di brevi cronache relative alle attività svolte dai Club e dai Distretti alla Segreteria di redazione E-mail: ilserrano@serraclubitalia.it

Gli articoli pubblicati esprimono il pensiero dei rispettivi autori e non rispecchiano necessariamente il pensiero della testata. Grafica: Anreproject

Stampa Luxograph s.r.l. - Palermo tel. fax 091 546543 (e-mail: info@luxograph.it)


Editoriale

Vacanze... un tempo di grazia E

state: è la stagione per creare un periodo da dedicare al riposo, al tempo libero, alla vacanza. È salutare prendere un momento per staccarsi dalle frenesie quotidiane, un tempo per vivere in famiglia, liberi dagli impegni della scuola e del lavoro. È un’avventura il viaggio che, chi può, sta per intraprendere perché ci porta lontano dai luoghi abituali e ci obbliga a scoprire ed accogliere il nuovo. Come è stata un’avventura per tanti giovani la partecipazione alla Giornata Mondiale della Gioventù, alla ricerca di luce e di pace, di una guida e di amici con cui condividere la fede e la speranza; ma è un’avventura anche l’inizio della vita di due sposi che hanno appena celebrato il loro matrimonio; l’avvio al ministero di un giovane prete da poco ordinato, o uscire dalla scuole superiori con l’approccio alla Università o al mondo del lavoro….. Come affrontare nel modo migliore un cambiamento di vita sia anche provvisorio come le “vacanze” estive ? Come un dono, come una Grazia, con uno spirito di fiducia che apre il cuore ad accogliere con gratitudine nuove possibilità ed incontri inediti che portano vitalità alla nostra esistenza. Veramente un dono da non sciupare

Ricordiamoci anche in questo periodo le nostre chiese; in qualsiasi posto saremo in vacanza non dimentichiamoci di andarle a visitare non solo perché sono belle o per partecipare alle Messe domenicali ma anche solo per pregare. La chiesa ci parla anche fuori dalle celebrazioni: la porta di una chiesa ci chiede di essere varcata per ritrovare la freschezza serena dell’interiorità; il battistero ci ricorda l’amore di cui siamo stati avvolti, inviati ad attraversare le acque della morte per raggiungere la vita; la Croce il Figlio di Dio che redime e rinnova il mondo; e poi l’altare, la tavola della cena del Signore che esprime la forza e la dolcezza del dono che Dio fa a noi.

Ricordiamoci dei nostri amici (seminaristi, sacerdoti, consacrati) anche solo con una telefonata ma soprattutto di coloro che in questo periodo potrebbero sentire ancora di più la solitudine ( sacerdoti soli, malati, anziani) e non solo. Che il Signore ci illumini Buone vacanze a tutti !

M. Gemma Sarteschi


la vocazione APRE alla missione di S. Ecc. Mons. Alberto Ablondi Vescovo Emerito

Vocazione e missione del cristiano

Mi piace iniziare questo dialogo a più voci, fra te Lettore, me Vescovo e tutti coloro che parteciperanno a questa avventura, con due parole tanto determinanti nella vita: vocazione e missione. Purtroppo, spesso sono appesantite da equivoci, perché preda di una saccente presunzione. È stato però giustamente detto che ogni uomo ha la sua vocazione, anzi è la sua vocazione. Proprio per chiarezza su questo argomento, chiediamo l’aiuto alla similitudine che si presenta con l’immagine dell’orchestra. Attraverso di essa si impongono quattro importanti e grandi livelli di responsabilità: verso Dio, verso se stessi, verso gli altri, verso il mondo. Ma perché questo legame è così vincolante? Esso viene dalla struttura e dalle leggi che danno vita allo spirito dell’orchestra. Mi piace infatti immaginare l’umanità come una grande orchestra, nella quale ognuno risponde di sé e di tutti, perché la sua partecipazione può fondersi in una meravigliosa sinfonia. Però l’armonia severa dell’esecuzione può essere compromessa anche da una sola nota stonata. Di fronte a queste finalità e pericoli, mi sento impegnato come Vescovo a cercarti, non per proporti la pesantezza di una predica o di una riflessione, ma per aiutarti a comprendere “chi sei e dove vai”, servendomi, come ti ho già anticipato, di semplici e poveri fogli. Ora che conosci “il mittente” e il suo proposito, dovrai capire che sentiamo il bisogno di dare un nome a questi fogli e ti rispondo subito: “Una cintura per la vita”. Pensiamo infatti che la vocazione cristiana chiami ogni credente ad

essere presente nel mondo per condividerne le gioie e le attese più profonde; e questi fogli desiderano sostenerlo nel suo cammino, proprio come può fare una cintura. Proprio per questo, caro amico, seguendo l’insegnamento del Vangelo, vogliamo aggiungere l’immagine della lampada, invitandoti ad essere un uomo dai fianchi cinti e con la lampada accesa. Questo ci richiama infatti alla duplice responsabilità del cristiano, verso la vita e verso la verità. Egli, come uomo dai “fianchi cinti”, deve infatti salvare l’esistenza, e come uomo dalla lampada accesa è impegnato a cercare e scoprire la verità.

Scoprirsi doni

Questo discorso della cintura, che innesta le missioni nella vocazione, apre doverosamente alla conoscenza e alla realizzazione delle diverse missioni. È determinante la consapevolezza, per cui qualunque esigenza morale ha radicamento in una giusta vocazione. In questo caso, abbiamo la gioia della chiarezza nel vedere sorgere dalla nostra cintura e dalla lampada che l’accompagna, le tre grandi vocazioni: il mistero e la gioia del dono, il bisogno dell’esistenza e la forza della verità per vivere da uomini. Anche per alleggerire il cammino di questi pazienti ascoltatori, voglio ricordare un canto ebraico, che ci introduce nella vocazione di uomini ad essere dei doni. Si dice che un Rabbino abbia voluto attraversare tutto il mondo per documentarsi su tutte le nefandezze, dalle guerre ai genocidi, dai furti all’immoralità. Il Rabbino raccoglie questa seminagione di male nel mondo e si domanda con quale materiale, con quali mattoni, si potrà ricostruire il mondo. Varie le ipotesi: con i forti? No! Con i forti, diventa debole, perché è facile diventare deboli. Con i ricchi? No!Allora con gli intelligenti? Ma l’intelligenza deformata dalla cattiveria è la più pericolosa. Dopo avere passato tutte queste possibilità, una resta: quella che il Creatore ci ha offerto creandoci. Egli infatti ci ha costituito dono primo e supremo. Questo ci aiuterà a comprendere di essere un dono per noi e per gli altri. Solo così un mondo nuovo potrà nascere, quando nessuno si sentirà così povero da non avere nulla da donare e così ricco da non avere sempre qualche bisogno. Non prendete sottogamba questo discorso, applicatelo alla lettera nei rapporti fra amici, nella vita di fami-

PASTORALE

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glia, nelle categorie più diverse, nelle chiese e nei luoghi di lavoro. Allora il mondo si colorerà di vita, perché fatto di uomini che sono “nuovi”, perché capaci di rinnovarsi nei doni sempre nuovi.

Non basta nascere per vivere

Ora dobbiamo essere molto prudenti. Il cammino che ci attende verso i doni e circondato dai doni, non ci permette l’uso di giochi di parole. Questi verbi, ad esempio, nascere ed esistere, non sono sinonimi e sottostanno alla legge del “non nominare il tuo fratello invano”. Gesù infatti, proprio per farci esistere, non ha soppresso la morte, ma si è messo al nostro fianco per andare “oltre”. Leggerai poi la scheda che parla della bellezza della vita e “dell’oltre”. Questa ci ricorda che nascere significa essere rivestiti da uno sguardo che ti scopre e che, scoprendoti ed incontrandoti, ti porta all’esistenza. È questo un gesto creativo, perché lo sguardo che ti raggiunge, ti chiama dal nulla e ti immette nella tua storia e nella storia del mondo. Quale ammonimento! Ci ricorda che dobbiamo chiedere perdono per le tante esistenze mancate, sia perché gli uomini vengono uccisi, sia perché sono privati della loro libertà o “compressi” nei loro diritti. Però, ricordiamoci anche che la semplice indifferenza nei confronti di chi è vicino, può impedire a questo di essere persona, rimanendo un triste “nessuno”. Mi verrebbe addirittura di dire che Dio ha lasciato all’uomo una grande responsabilità: fare giungere all’esistenza o abbandonare ad una vita incompleta. Le creature dunque assumono la qualifica artistica di essere delle “incompiute” nella loro bellezza.

Lampade accese e non luci fatue

E ora, per completare questo cammino preparatorio alle vocazioni e alle tante missioni che sono disseminate nella tua vita, dobbiamo seguire Gesù che ci accompagna alla Verità intera attraverso lo Spirito. Con questo atteggiamento, la lampada si incarna con la sua luce nel mondo, sulla via aperta dalla cintura.

Abbiamo detto prima di non giocare con i verbi, non perdiamoci ora con il gioco di “mosca cieca” delle luci fatue. Siamo di fronte ad un pellegrino povero che cerca la verità, perché cerca l’uomo. Ma come fa ad essere un cercatore, se quelle luci che gli hanno messo in mano, sono diventate fatue? Lasciate che vi aiuti con qualche indicazione concreta. Attenti, luce fatua è il cero del battesimo abbandonato fra le panche della chiesa; qui i portatori di luce fatua sono quelli che dovrebbero essere i primi catechisti: i genitori. Luce fatua però è anche quella che non aiuta ad assolvere gli impegni della cresima, quando non fa incontrare l’uomo, non facendo incontrare Dio. Ancora è luce fatua l’eucaristia delle nostre chiese, troppo spesso soddisfatte del numero dei presenti, invece che invase dal volto del Signore. E purtroppo, con queste esperienze alle spalle, rischia di diventare luce fatua anche il matrimonio, quando i giovani non distinguono l’autentico amore da tante luci fatue. Ben lontani dunque dall’essere visibile catechesi dell’amore che essi stessi vivono. C’è poi un’altra luce, anzi tante luci fatue, che potrebbero formare una costellazione: tutte le povertà degli uomini. Questi attendono di accendersi anche con piccoli gesti di carità che diventano grandi, immensi, se divengono veramente portatori di vita. Questi nuovi orizzonti aprirebbero ad una maggiore attenzione alla realtà e alla storia con la disponibilità ad aiutare e ad essere aiutati: questo è l’itinerario. Questa è educazione alla carità.

Parole di Vangelo che diventano parole di vita

Per dirvi ora quanto sia importante questo discorso, proprio perché è pesante, vorrei invitarvi ad alzare lo sguardo. La lampada, che abbiamo incontrato, diventa un punto di riferimento che accende nel cielo della nostra vita dei luminosi punti cardinali, che sono necessari ad ogni elevazione dell’uomo. Li ricordate? Il mistero e la gioia del dono, il bisogno dell’esistenza e la forza della verità per vivere da uomini. Un’ultima parola sia per i catechisti, perché non si lascino tradire da un catechismo letto, da una formazione parascolastica, da un Gesù saputo e non incontrato. E a tutti noi che siamo catechizandi, l’augurio che possiamo trovare compagni di cammino e di vita che ci facciano incontrare Gesù, e non un fantasma che spesso tanto gli assomiglia deformandoLo. E adesso voglio raddolcire i toni. Orientati dai punti cardinali, mai trascurati e primari, andate guidati dalla lampada e con i fianchi cinti verso le vocazioni, per realizzare le tante missioni che costellano il cielo e fecondano la terra.

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Intervista a

Don Domenico Dal Molin:

G

iovanni Paolo II propose un’attenta riflessione sulle diverse vocazioni per chiarirne l’identità, riscoprirne la ricchezza e valorizzarne la missione. Si sono avuti, anche tre Sinodi in cui i Vescovi hanno riflettuto sulla vocazione dei fedeli laici, sulla vocazione sacerdotale e su quella della vita consacrata. Il Papa, a conclusione dei Sinodi, ha proposto tre esortazioni post-sinodali: “Christifideles laici”, “Pastores dabo vobis”, “Vita consacrata”. A questi tre importanti documenti va aggiunta l’Enciclica “Redemptoris missio”, sulla vocazione missionaria. Questi documenti pontifici sono stati preceduti dal “Documento conclusivo del II Congresso internazionale sulle Vocazioni” degli inizi degli anni ’80 e dal “Piano Pastorale delle Vocazioni in Italia” della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) del 1985. La riflessione in questi ultimi anni è proseguita a livello europeo con il Congresso europeo sulle vocazioni (1997) che ha prodotto un Documento che segna un punto di non ritorno nella pastorale vocazionale dal titolo “Nuove Vocazioni per una nuova Europa” (NVNE). Anche la Chiesa italiana si è soffermata a riflettere su questo aspetto importante della sua vita, lo ha fatto dedicando al tema della pastorale vocazionale l’assemblea generale della CEI, svoltasi a Roma nel maggio del 1999.

A Don Domenico Dal Molin, Direttore del Centro Nazionale Vocazioni, chiediamo: come ha accolto la decisione di Benedetto XVI d’indire uno speciale “Anno Sacerdotale” (19 giugno 2009-19 giugno 2010) sul tema “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”? La considero una grande opportunità. Aiuta a lavorare nella linea della vocazione del ministero ordinato, che è una fucina per le altre vocazioni. Oltre alla cura delle vocazioni e del percorso in seminario, mi pare significativo che il Papa punti alla formazione permanente dei presbiteri, finora forse un po’ trascurata. Altrettanto interesse credo susciti il ‘Direttorio per i Confessori e i Direttori Spirituali’, che rimetterà al

centro dell’azione del prete il ‘ministero della consolazione’, di cui oggi c’è molto bisogno.

Che cosa pensa del fatto che Benedetto XVI abbia scelto S. Giovanni Maria Vianney come patrono della vocazione sacerdotale e di tutto il ministero? È una scelta che condivido profondamente, perché penso che nella nostra epoca, in cui le persone vivono di visibilità, legare il ministero sacerdotale ad un Santo che ha permeato la sua vita del nascondimento e dell’umiltà, sia una scelta profondamente evangelica. Giovanni Maria Vianney, poi, era un grande confessore, aveva una grande passione per le anime, per le vite. È, questa che ci ha concesso il Santo Padre, una grande opportunità per rilanciare il Sacramento della riconciliazione e rilanciare, quindi, la dimensione spirituale. Come sacerdoti, abbiamo estremo bisogno di ritrovare il senso di un ministero umile, semplice e quotidiano, che ci riporti alla dimensione dei “servi inutili” del Vangelo. Si parla di crisi delle vocazioni. È questa la situazione reale? È difficile dare una risposta globale. C’è una reale difficoltà sul numero delle vocazioni alla vita consacrata e al ministero ordinato. Constatiamo che esiste una sofferenza in questo momento, non parlerei di crisi, anche perché è un termine che non mi piace. Devo anche dire che è necessario un lavoro molto profondo che tocchi di più le vocazioni nella vita delle nostre comunità. Se non rinnoviamo le

L’INTERVISTA

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“Rinnovare le comunità e, se in crisi, il grembo della Vocazione, la famiglia” nostre comunità, non ci saranno vocazioni e l’anno sacerdotale indetto dal Papa è una grossa opportunità per rinnovare le comunità, dove è in crisi il “grembo” della vocazione, che è costituito dalla famiglia. Di conseguenza, si avverte una sofferenza reale, quantitativa e qualitativa delle vocazioni. Le valutazioni vanno fatte continente per continente, paese per paese e all’interno di ciascun paese. Prendiamo il caso dell’Italia: in alcune zone del sud Italia, il problema è meno avvertito, diversamente da quel che avviene nel nord, ma, nello stesso tempo, sono da sottolineare gli straordinari cammini del mondo laicale. Più in generale, occorre sottolineare che l’Europa occidentale è un mondo in crisi da tutti i punti di vista. L’Europa orientale ha qualche risorsa in più da spendere e c’è una grande quantità di richieste vocazionali, ma è necessario esercitare un corretto discernimento. Globalmente il mondo occidentale è in sofferenza perché manca la spiritualità.

Quali sono gli aspetti dell’opera del Centro Nazionale Vocazioni che ritiene più rilevanti da sottolineare? Sono due: l’attenzione alla realtà formativa degli accompagnatori, che sono educatori e i seminari laboriatoriali sull’accompagnamento e sulla direzione spirituale-discernimento che stiamo inaugurando proprio in questi giorni.

Mi permetta una domanda personale: com’è nata la sua vocazione? Devo la mia vocazione innanzitutto al contesto familiare, molto affettuoso e carico di spiritualità, che non ha esercitato su di me alcun tipo di pressione particolare, ma era disponibile ad una qualsiasi scelta di vita avessi intrapreso. Mio madre e mio padre mi hanno accompagnato con amore a quella che è stata la scelta della mia vita. La seconda ragione della mia vocazione la devo al grande entusiasmo che ho provato nei confronti della figura di un sacerdote che era il parroco della mia parrocchia. Le ho raccontato due connotati che facevano

parte della vita “ordinaria” di 25-30 anni fa, almeno in Italia. La famiglia, la parrocchia. Connotati di una vita “ordinaria” che vanno recuperati al più presto.

Non crede che molti Sacerdoti, forse per mancanza di formazione, pongono sempre meno al centro della loro vita e della loro opera, la Croce e Cristo e si dedicano, invece ad un’attività di carattere “sociologico”? Aggiungerei la Resurrezione. Condivido quanto lei dice. Non se si tratti di attività “sociologico”, come lei dice. So che molti sacerdoti – sollecitati da una cultura che privilegia l’improvvisazione, la frammentarietà, il part-time – sono molti presi da attività che hanno aspetti burocratici, anche di carattere economico. Si è persa la priorità, che è Cristo. La fedeltà a Cristo, come dice Benedetto XVI, è la priorità del Sacerdote.

Lei ha avuto una lunga frequentazione con Don Antonio Ladisa. Posso chiederle un ricordo? Porto nel mio cuore la profonda amicizia che ci ha legato in tanti anni vissuti insieme. Pur avendo quasi la sua stessa età, mi sono sempre sentito un discepolo nei suoi confronti. Ho imparato da lui tante cose. Ammiravo tanto, e soprattutto, la sua passione per la realtà vocazionale, la sua straordinaria capacità creativa. Riusciva a infondere un cuore nuovo in tante realtà che avevano bisogno di essere rinnovate. La sua positività, il suo sorriso costante, erano contagiosi. Aveva sempre una battuta che incoraggiava e sapeva leggere i risvolti positivi anche quando la situazione era difficile. Era una persona di grande profondità e sensibilità. Grande era il suo amore per la chiesa e, in forza di quest’amore – non solo per una questione di memoria aveva sempre in mente la citazione giusta al momento giusto. Era, questa, una questione di cuore e derivava dalla pienezza del suo cuore, amante e sorridente. Con tutti. D.Q. Fides

L’INTEVISTA giugno 2009

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A

Il dovere di annunciare il Vangelo

chi? il nostro carisma serrano deve essere rivolto soprattutto ai giovani. Perché la vocazione non è estranea ai giovani di oggi come non lo era ai giovani di ieri. I giovani non smettono di sognare e di essere attratti da grandi ideali. è scritto nel loro DNA. Ammirano le scelte di vita che rispondono ad una chiamata particolare e che richiedono forza d’animo e fedeltà d’impegno. Vale sia per la scelta religiosa come per grandi scelte professionali. Non sempre si è capaci di far germogliare quanto è già presente nel cuore di un giovane. I motivi possono essere diversi: – la società presenta modelli di vita a tempo determinato; – difficoltà a progettare il futuro; – incongruenza tra parole e fatti; – fare determinate scelte significa andare contro corrente; – non siamo spesso capaci di intercettare il bisogno di Dio dei giovani; – non è oggi scontato, per un giovane, sentirsi cristiano; – molti giovani non conoscono Cristo o lo conoscono male o per sentito dire; – pensiamo che la fede sia qualcosa da custodire imballato in qualche deposito e non un dono che diventa vivo quando lo consegno ad un giovane che si innamora del dono; – non siamo abbastanza missionari. Bisognerebbe fare qualcosa di più: dobbiamo essere in grado di saziare la “sete di esistere” dei giovani in modo da far incontrare l’altro in piena libertà e se l’altro è con la A maiuscola meglio. Come? Nessuno ha una ricetta preconfezionata. Però sappiamo che nel cuore dei giovani è sicuramente presente almeno in germe una idea di vocazione. Sappiamo anche che la vocazione avviene tramite la fede Allora l’obiettivo è quello di far emergere quanto è già presente seppure latente nel cuore per poi qualificarlo. Questo è possibile attraverso l’annuncio di fede che

deve necessariamente portare ad un incontro tra grazia di Dio e cooperazione umana. La fede è un dono che viene da Dio e che passa anche attraverso la nostra testimonianza. Come? Siamo abituati a vedere la chiamata come conseguenza di una fede matura e di solito è così Ma possiamo anche fare un percorso inverso: dalla missione alla fede e non solo dalla fede alla missione. Non dobbiamo maledire i tempi correnti. Oggi stiamo riscoprendo il cristianesimo per scelta, per innamoramento. Porre Cristo al centro di ogni situazione. Ricordarsi che il Vangelo è sempre da proporre e non da imporre. Non amareggiarsi per l’indifferenza dei lontani e gioire per uno solo che si converte. Sognare parrocchie che siano segno e luogo di salvezza e non un club dei perfetti. I sacerdoti non devono sentirsi soli ad annunciare il Vangelo, tutti dobbiamo cooperare perché l’annuncio cristiano non è solo da annunciare ma da vivere. San Paolo dice in una sua lettera: predicare il Vangelo non è per me un vanto ma un dovere. Guai a me se non predicassi il Vangelo. Quanti viaggi e quanti chilometri, quanti travagli purchè Cristo Gesù il crocifisso fosse annunciato. Il grande pontefice Paolo VI in una memorabile lettera Apostolica del 1975 scrisse: il mandato del Signore Gesù è di andare in tutto il mondo e proclamare la buona novella, non riguarda solo gli Apostoli ma anche noi cristiani. E coloro che hanno avuto la fortuna di riceverla devono comunicarla e diffonderla. Possiamo cadere, possiamo sbagliare, siamo fragili ma la nostra vita è chiamata a scegliere una strada di fronte ad un bivio o siamo missionari o siamo dimissionari. Solo diventando missionari della fede possiamo aiutare quei giovani che vivono nell’incertezza per farli scoprire amati da Dio e chiamati a vivere e non più a sopravvivere. Cuori aperti, menti aperte. Parole equilibrate a chi non la pensa come noi: allora scopriremo la possibilità di poter operare su un terreno comune. E attraverso l’esempio costante delle opere di bene, carità, gentilezza e spirito di servizio che ci dovrebbe contraddistinguere forse riusciremo a smuovere il cuore e la mente dei giovani. Gemma Sarteschi

IL PUNTO

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Aumentano i peccati ma si perde la coscienza del peccato?

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l più grande peccato dell’uomo è quello di aver perso il senso del peccato, di aver perso il senso del suo essere creatura perché si è autoeletto “dio” di se stesso. Quando l‘uomo acquista la coscienza di essere bisognoso e peccatore, allora comincia a comprendere il volto della misericordia di Dio. La Bibbia ci descrive la storia umana e la storia di Israele come un continuo ritorno al peccato originale e al peccato del deserto. Invece di camminare per le vie di Dio, l’uomo percorre il proprio cammino e si allontana da lui. Ma Dio non abbandona il suo popolo, come non si dimentica dell’umanità. Anzi, paradossalmente, è proprio in occasione del peccato dell’uomo che Dio rivela più profondamente il mistero della sua «tenerezza». Il Signore è un «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni» (Es 34,6-7). «Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono. Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere» (Sal 102,13-14). Se deve castigare il popolo che ha peccato, è preso da commiserazione non appena esso grida a lui dal fondo della sua miseria. «Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira» (Os 11,8-9).

In questa linea si colloca la missione di Gesù. Egli è venuto a rivelare il volto misericordioso del Padre, che guarisce e perdona. Cristo rivela Dio che è Padre, che è “amore”, come si esprimerà san Giovanni nella sua prima lettera; rivela Dio “ricco di misericordia”, come leggiamo in san Paolo. Tale verità, più che tema di un insegnamento, è una realtà a noi resa presente da Cristo. Rendere presente il Padre come amore e misericordia è, nella coscienza di Cristo stesso, la fondamentale verifica della sua missione di Messia (cf. Dives in misericordia, 3). Il miracolo che Gesù compie sul paralitico non è solo una prova della sua divinità («chi può rimettere i peccati se non Dio solo? »), ma è anche segno della radicale efficacia del suo perdono: un perdono che rinnova completamente. Il miracolo del corpo è il segno visibile di un evento invisibile agli occhi dell’uomo: il perdono dei peccati. Dio quando risana, risana radicalmente. Non restaura, ma crea di nuovo. Perdona i peccati, li cancella, li getta dietro le spalle, non li ricorda più. Ecco che cosa Cristo compie nel paralitico: una nuova creazione. «Io cancello i tuoi misfatti, per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati... Ecco, faccio una cosa nuova». Nella misura in cui l’uomo moderno ha perso il senso di Dio, rimette in questione le categorie cristiane del peccato e del perdono.

di P. Sergio Natoli OFM

L’uomo, avendo perso il senso del peccato, ha conseguentemente perso anche il bisogno di perdono e di misericordia. All’origine di questa perdita del senso cristiano del peccato non c’è solo una certa ottusità dell’uomo moderno e il suo pregiudiziale rifiuto di una dimensione anche teologica del proprio comportamento morale, ma anche delle grossolane deformazioni in una certa catechesi e pastorale. Abbiamo troppo insistito sulla materialità dell’atto che chiamiamo peccato, sulla rigida classificazione di esso, su un certo legalismo, su una preoccupazione quantitativa, trascurando le cause, facendo scarsa attenzione agli atteggiamenti e alle opzioni di fondo, insistendo quasi morbosamente su certi settori della nostra morale, riducendo il peccato ad un gesto individuale e trascurandone la dimensione sociale e comunitaria, dimenticando le colpe collettive legate alla nostra pigrizia e le segrete connivenze con istituzioni o sistemi oppressivi. A questo bisogna aggiungere la concezione di chi pensa di ottenere il perdono in una maniera semimagica senza le disposizioni necessarie. Noi sacerdoti spesso diamo poco tempo all’ascolto dei fedeli. Quando utilizziamo il tempo per essere segno della misericordia di Gesù, tocchiamo con mano la crescita della qualità della vita dei cristiani che diventano così testimoni credibili di quell’amore che ha nella misericordia una espressione altissima.

CATECHESI giugno 2009

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Via Discipulorum

Via Discipulorum Don Stefano Rega, Rettore del Seminario di Aversa, presenta la II tappa di un “Itinerario vocazionale” per l’uomo attraverso la meditazione di alcune icone bibliche

2a ICONA: I PESCATORI

Gesù chiama persone che hanno salde radici

Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore». Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono. (Lc 5,1-11)

Per riflettere

La seconda icona dell’itinerario della Via Discipulorum, presenta Gesù che raggiunge l’uomo là dove egli si trova, nella sua occupazione, nel suo mondo. È importante segnalare che i chiamati non sono gente disorientata, senza radici, in cerca di miglior for-

tuna, costretta a rifarsi un’identità e una sicurezza con un inserimento adeguato nel tessuto dell’umana convivenza. Al contrario, i pescatori sono ben piantati nel proprio ambiente. Hanno un nome che li identifica, un lavoro decente; usano e posseggono delle “cose” che costituiscono il loro piccolo capitale; hanno un certo benessere; nel loro piccolo, hanno accesso anche alla sfera del “potere”, precisamente sui dipendenti salariati. Hanno radici familiari profonde e appaganti. Già il rapporto di fratellanza costituisce un presupposto di solidarietà affettiva e operativa. Un quadro esistenziale in cui i futuri chiamati si trovano a proprio agio. Non sentono nessuna esigenza di uscirne, non appaiono insoddisfatti o frustrati, non sognano di far carriera altrove, protesi verso un tenore di vita e un avvenire più gratificanti. Anzi, non potrebbero emigrare da tale quadro senza provare l’esperienza lancinante di uno sradicamento completo quanto umanamente ingiustificato. Quando Gesù li incontra, essi conducono una vita di “uomini tranquilli” e stanno lavorando seri, senza distrazioni, per portarla avanti. In sostanza, appare qui l’immagine dell’uomo pienamente integrato nel suo mondo; per piccolo che sia, è il “suo” mondo. Ciò ha un’indubbia valenza positiva.

DISCERNIMENTO

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La persona umana non può esistere a lungo senza radici, al di fuori della trama di relazioni familiari, sociali e ambientali che la custodiscono e ne consentono la crescita. Su tale sfondo, la chiamata di Gesù a seguirlo risuona del tutto inattesa e insieme sconvolgente. Si ha il presagio di uno sradicamento totale. In vista di quale traguardo? Gesù assicurerà nuove radici, nelle quali l’uomo ritroverà trasfigurate anche le antiche. I primi chiamati sono persone impegnate, che interagiscono con la realtà circostante e che nel contempo, amano, fruiscono delle cose, modellano con impronte inconfondibili gli strumenti d’uso e l’ambiente domestico. Perciò il distacco dal “tutto”, non si presenta come l’effetto di un facile e disincantato cinismo né come la comoda quanto disumana separazione da qualcuno e da qualcosa, che non hanno veramente fatto parte di noi. Il vero discepolo inizia così a delinearsi come una persona ben equilibrata e con salde radici.

Per pregare

Sento che mi stai guardando, Signore, perché mi ami e mi vuoi con te. Non voglio essere come il giovane del Vangelo che ti volge le spalle. Vengo con te e monto nella tua barca abbandonandomi al soffio della tua grazia. Vengo con te sulle strade del mondo che sono oltre il mio piccolo orizzonte d’uomo, oltre le mie piccole speranze da due soldi. Vengo con te, con l’abito feriale della mia fatica, con il cuore aperto e con gli occhi spalancati per guardare ed accogliere il mistero che libera e salva, che arricchisce e impegna per qualcosa che vale. Vengo con te, testimone di amore sui campi della violenza, seminatore di stelle nel cielo opaco della mia stagione. Vengo con te, come testimone della vita che piega e vince la morte; come cantore della speranza fra una generazione senza domani. Non ci penso due volte e non ascolto le voci dissuasive che suonano sapienza e che non sono altro che corrosiva stoltezza. Non mi volto indietro a guardare e a pensare ciò che lascio: non è che un castello di sabbia che il vento rapisce e porta lontano. Vengo con te perché sei il “primogenito di ogni creatura” perché sei colui “per il quale tutto è creato”. Lascio quello che ho e quello che sono per venire con te, Dio del presente e del futuro, sulle strade della vita che hai tracciato per la grande carovana dei figli di Dio dentro la quale voglio vivere per raggiungere la vetta più alta della mia statura interiore per la quale mi hai chiamato. Amen

La Sacra Bibbia Ti immagini che succederebbe se trattassimo la nostra Bibbia come trattiamo il nostro cellulare? E se sempre portassimo la nostra Bibbia nelle tasche o nella borsetta? E se la guardassimo ad ogni istante durante il giorno? E se tornassimo a cercarla se la dimentichiamo a casa o in ufficio? E se la usassimo per mandare messaggini ai nostri amici? E se la trattassimo come se non potessimo vivere senza di lei? E se la regalassimo ai ragazzi? E se la usassimo quando viaggiamo? E se la prendessimo in caso di emergenza? Al contrario del cellulare, la Bíbbia non perde campo. Lei ‘funziona’ in qualsiasi luogo. Non bisogna preoccuparsi per l’esaurimento del credito perchè Gesù ha già pagato il conto e il credito è senza fine. E il massimo è che non cade mai la linea e la carica della batteria è a vita. “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino! “ (Is 55:6)* In lei troviamo alcuni telefoni di emergenza: Quando sei triste, digita Giovanni 14. Quando qualcuno parla male di te, digita Salmo 27. Quando sei nervoso(a), digita Salmo 51 Quando sei preoccupato(a), digita Matteo 6:19,34. Quando sei in pericolo, digita Salmo 91. Quando Dio sembra distante, digita Salmo 63. Quando la tua fede ha bisogno di essere attivata, digita Ebrei 11. Quando sei solo(a) e hai paura, digita Salmo 23. Quando sei aspro e critico, digita 1 Corinzi 13. Per sapere il segreto della felicità, digita Colossesi 3:12-17. Quando ti senti triste e solo(a), digita Romani 8:31-39. Quando desideri pace e riposo, digita Matteo 11:25-30. Quando il mondo sembra più grande di Dio, digita Salmo 90. Ho ricevuto questo elenco di telefoni di emergenza e mi sembra cosa buona condividerlo con persone speciali come te lettore. Trascrivilo nella tua agenda, uno di questi numeri può essere importante in qualsiasi momento nella tua vita!!! Può essere che uno di questi numeri di emergenza salvi una vita. Che Dio ti benedica...

Don Vincenzo

DISCERNIMENTO giugno 2009

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P. Eusebio F. Chini (Kino) S. J. precursore del Beato Serra

P

adre Eusebio Francesco Chini S.J. missionario, storico, geografo, nato a Segno in Val di Non nell’anno 1645 e deceduto in Messico nel 1711. Ad eccezione della ristretta cerchia dei Religiosi della Compagnia di Gesù e di alcuni storici altamente specializzati, non è stato manifestato il dovuto interesse verso un personaggio che si può definire “Grande Eroe e Gloria della nostra Patria”. La visita al Museo ed al Centro culturale di Segno costituiscono l’occasione per colmare un vuoto storico, culturale e spirituale: l’opera missionaria, la classicità e la modernità, per quei tempi, del nostro personaggio, lo qualificano non soltanto dal punto di vista storico, come il vero precursore di Padre Junipero Serra. Ecco alcune date significative del P. Chini. 10.08.1645 nasce a Segno Val di Non nel Trentino, e viene battezzato nella Pieve di Torra con il nome di Eusebio; 20.11.1665 entra nella Compagnia di Gesù, aggiungendo al nome di Eusebio quello di Francesco: vocazione missionaria; 12.06.1678 salpa, con altri 17 missionari gesuiti da Genova per la Spagna, dove si ferma per tre anni, a causa di vari contrattempi; 03.05.1681 sbarca a Vera Cruz nel Messico; 17.01.1683 veleggia da Nio, alle foci del Sinaloa, verso la California Bassa, in qualità di Cappellano e Cosmografo Regio degli Spagnoli; 20.11.1686 parte da Città del Messico, dopo l’insuccesso in California Bassa, come missionario fra le popolazioni Seri e Guymas; 13.03.1687 fonda la Missione di “Nuestra Senora de los Dolores” o semplicemente “Dolores”, centro e quartiere generale delle sue attività missionarie e scientifiche per 24 anni, in Pimeria Alta; 11.03.1702 scientificamente giunge a dimostrare la peninsularità della California Bassa; 21.01.1706 scopre l’isola di Santa Inès ed il giorno dopo quella di San Vicente nel Golfo di California; 15.03.1711 muore durante la dedicazione della chiesa di Magdalena, nello Stato di Sonora nel Messico. 14.02.1965 la sua statua viene collocata fra i Grandi

di Paolo Speranza

d’America nel Famedio di Washington, sede del Senato degli Stati Uniti. 19.05.1966 vengono scoperte le ossa del Missionario di Segno; 02.05.1971 il Presidente del Messico, Luis Echeverria Alvarez, inaugura solennemente la Monumentale “Plaza de Kino” alla memoria perenne di Padre Eusebio Chini; Magdalena, la cittadina Sonorese, doce morì porta il nome di Chini in perpetuo; 25.05.1971 nella Cattedrale di Hermosillo, capitale di Sonora l’Arcivescovo Navarrete inizia il processo di beatificazione; 16.06.1991 inaugurazione a Segno del monumento dedicato a Padre Eusebio Chini; 06.09.1998 Inaugurazione a Segno del Centro Culturale Padre Kino e del Museo Chiniano.

Padre Kino, geografo e scienziato, dedicò la sua attività scientifica a servizio della sua attività missionaria; è scienziato del mare, nella preparazione di bussole e astrolabi, attento osservatore della cometa di Halley. In Pimeria Alta, lungo le Coste del Golfo di California, fu esploratore, etnologo, perito agrario, cartografo, ma la sua opera di Missionario svolta nei territori della California e dell’Arizona ha dell’incredibile. In sintesi fu l’unico difensore degli Indiani promovendo una vita associativa e comunitaria tesa a comprendere l’anima degli indigeni. La vita comunitaria cristiana degli Indiani fu da lui affidata alle autorità indiane, attuando una specie di cooperativismo “ante litteram” allo scopo di sottrarre gli Indiani alla rapacità degli Spagnoli, provvedendo al loro sviluppo autonomo nell’agricoltura e nell’allevamento del bestiame. Quante furono le Missioni costituite da Padre Kino? La risposta analitica a questo interrogativo la possiamo trovare nel Museo di Segno. In sintesi possiamo affermare che furono ventiquattro, purtroppo andate distrutte dopo la sua morte, per opera degli Apache e dagli stessi europei che non seppero intuire la visione profetica del Padre Kino. Finalmente nel 1912 in quelle regioni subentrarono gli Stati Uniti.

CONTRIBUTI

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Illustri storici iniziarono allora il processo di riscoperta e rivalutazione del Chini e le sue missioni vennero nominate monumenti nazionali dal Presidente Teodoro Roosevelt, all’inizio del secolo scorso. Furono rintracciati i suoi scritti negli archivi dell’Europa ed America e poco a poco la sua figura di storico, scopritore e missionario prese consistenza tale da far collocare il 14 febbraio 1965 la sua statua fra i massimi personaggi statunitensi, presenti migliaia di persone, autorità prestigiose e circa 300 immigrati trentini. La settimana tra il 7 ed il 14 febbraio 1965 venne proclamata “Settimana di Padre Chini in America”. Il processo di riscoperta del personaggio Chini ha del fantastico sì da non riscontrarsi con nessun altro personaggio storico degli Stati Uniti. Non soltanto gli venne eretta la statua nel Famedio di Washington, ma altre numerose in Arizona e in Messico vennero erette davanti ai palazzi del Parlamento dei due Stati confinanti, Sonora ed Arizona, ai loro confini città come Tucson, Phoenix, Hermosillo ed altrove. Il nome di P. Chini è stato dato a baie, porti, strade, città, perfino enti pubblici e privati, ristoranti, uffici turistici, ecc.. Si avverava così la profezia di un amico di P. Chini, il Gesuita P. Gonzales: se Chini avesse potuto provare scientificamente la peninsularità della California Bassa non una, ma due o più statue gli sarebbero state erette. La riscoperta dell’opera di Padre Chini, ormai per tutti Padre Kino, è approdata al Processo di Beatificazione. In America e in Messico tutti attendono con trepidazione la notizia di “PADRE KINO SANTO”.

Fondazione Italiana Beato Junipero Serra

Le vostre offerte / elargizioni il nostro grazie dal 30 dicembre 2008 al 31 maggio 2009 cc postale n° 10909166 Acquaviva Angelo, Bologna

Boccoleri Giuseppe, Tigullio Solari Giuseppe, Tigullio Serra Club Torino Serra Club Roma

Serra Club distr. 69 Piemonte Di Bella Francesco, Nervi Serra Club Viterbo

Serra Club distr. 78 Triveneto Serra Club Montepulciano Alita Giovanni, Tigullio Serra Club Rovigo

Caporale Lucani, L’Aquila Soldà Aldo, Rovigo per un importo di € 6776,00

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Giovanni Maria Vianney, il Santo Curato d’Ars Nasce a Dardilly, nei pressi di Lione l’8 maggio 1786; è ordinato sacerdote a Grenoble il 13 agosto 1815; arriva ad Ars il 13 febbraio del 1818. Muore il 4 agosto del 1859. Beato l’8 gennaio del 1905 è dichiarato Protettore dei Parroci di Francia da Pio X. Pio XI lo canonizza il 31 maggio del 1925; nel 1929 lo stesso Pontefice lo proclama “Patrono di tutti i Parroci di Roma e del mondo”. Nel 1959 Giovanni XXIII, nell’anno centenario della morte del Curato d’Ars promulga l’enciclica “Sacerdoti nostri primordia”. Nel 1986 Giovanni Paolo II, il 16 marzo Giovedì Santo, nel 2° centenario della nascita del Santo, lo addita come esempio “incomparabile di sacerdote”. Con la emissione di una “Lettera ai sacerdoti” Benedetto XVI indice un anno, con inizio dal 19 giugno 2009, dedicato ai Sacerdoti, nel nome del Curato d’Ars. Questi, molto succintamente, i dati biografici del Santo Curato d’Ars. Ma chi è questo parroco, Santo, oggetto di attenzione di diversi Pontefici additato ad “esempio incomparabile di Sacerdote” a tutti i Sacerdoti del mondo? “Portateci Cristo, portatecelo in modo chiaro, riconoscibile, audace …Dio è la sola ricchezza che, in definitiva, gli uomini desiderano trovare in un sacerdote”. ”Senza il sacerdozio ministeriale non ci sarebbe né l’Eucaristia, e tanto meno la missione e la stessa Chiesa”. Con queste parole Benedetto XVI ha annunciato alla Congregazione per il clero l’anno sacerdotale nel nome del Santo Curato d’Ars. Con questa breve introduzione si vogliono dare momenti di riflessione sul sacerdozio ai serrani che operano nel campo delle vocazioni nel nome di un altro sacerdote il Beato J. Serra; l’associazione che porta il suo nome opera perché la società abbia tanti sacerdoti della santità del Curato d’Ars e del Beato Junipero Serra. Giovanni Maria Vianney sedette sui banchi di scuola a 17 anni. Ebbe molte difficoltà negli studi teologici e filosofici. Il suo Parroco lo aiutò convinto che sarebbe stato un grande sacerdote. A proposito del suo scarso quoziente di intelligenza disse: ”Penso, dirà il Signore, che abbia voluto scegliere il più testone di tutti i parroci per compiere il maggior

di Paolo Mirenda

bene possibile. Se ne avesse trovato uno peggiore, l’avrebbe messo al mio posto, per mostrare la sua grande misericordia”. Riteneva che il suo Vescovo si sbagliasse nell’affidargli la parrocchia: “Non mi rammarico di essere prete per dire la Messa, ma non vorrei essere parroco”. Per tre volte chiese al suo Vescovo di volersi ritirare dall’ufficio”per piangere in solitudine” i suoi peccati. Tre anni prima che morisse ed ancora prima tentò di fuggire per la paura di non essere degno di esercitare il suo ministero e tutte le volte i suoi fedeli pronti a fermarlo: “Signor Curato se vi abbiamo dato qualche dispiacere ditelo, faremo tutto quello che vorrete per farvi piacere”. Il prete, diceva, da un lato si capirà soltanto in cielo; se lo comprendessimo sulla terra ne moriremmo non di paura ma di amore. “Dopo Dio il prete è tutto. Lasciate per vent’anni una parrocchia senza prete e vi si adoreranno le bestie”. Ad un parroco che gli rimproverava la sua scarsa dotazione teologica: “Signor Curato quando si possiede così poca teologia, non si dovrebbe mai entrare in un confessionale”. E lui: “Mio carissimo ed amatissimo fratello quanti motivi ho di amarvi! Voi siete il solo che mi abbia conosciuto bene”. Man mano che aumentava in lui la consapevolezza della misericordia di Dio incominciò ad intendere “che io non sono buono a nulla”. “Il buon Dio che non ha bisogno di nessuno, si serve di me per il suo grande lavoro, benché io sia un sacerdote senza scienza”. “Mio Dio concedetemi la conversione della mia parrocchia. Io sono disposto a soffrire tutto”. E si mortificava, si flagellava, fino a svenire, mangiava pochissimo (le patate bollite duravano parecchi giorni). Con alto senso delle proprie responsabilità pastorali confidava ad un confratello: “Amico mio, voi non sapete ciò che voglia dire per un parroco presentarsi al tribunale di Dio”:

Le sue omelie

I fedeli asserivano che “nessun sacerdote ha mai parlato di Dio come il nostro Curato”. E il suo Vescovo: “Si

TESTIMONIANZE

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dice che il Curato d’Ars non sia istruito... però so di sicuro che lo Spirito Santo si incarica di illuminarlo”. Pio XI nella omelia pronunciata in occasione della canonizzazione del “povero Curato d’Ars” descrisse così la sua figura: “l’esile figura corporea di Giovanni Maria Vianney, la testa risplendente di una specie di bianca corona di lunghi capelli, il volto gracile e disfatto pei digiuni, dal quale talmente traspariva l’innocenza e la santità di un animo umilissimo e soavissimo che, al primo aspetto, le moltitudini venivano richiamate a pensieri salutari”. Giovanni XXIII ricorda al clero romano un pensiero di Pio XII: “Un sacerdote genuflesso davanti al tabernacolo, in atteggiamento degno, in profondo raccoglimento, è un modello di edificazione, un ammonimento e un invito all’emulazione orante per il popolo”.

Predicatore e catechista infaticabile

“Il Santo Curato d’Ars non aveva certo il genio di un Segneri o di un Bossuet, ma la convinzione viva, chiara, profonda, da cui era animato, vibrava nella sua parola, brillava nei suoi occhi, suggeriva alla sua fantasia e alla sua sensibilità idee, immagini, paragoni giusti, appropriati, deliziosi, che avrebbero rapito un San Francesco di Sales; tali predicatori conquistano veramente il loro uditorio. Chi è pieno di Cristo, non troverà difficile di guadagnare altri a Cristo”. Così Pio XII. E ancora: “...Quando alla fine della sua vita, la sua voce affievolita non arrivava più a farsi intendere da tutto l’uditorio, era ancora con il suo sguardo di fuoco, con le sue lacrime, con i suoi gridi di amore di Dio o le sue espressioni di dolore al solo pensiero del peccato che convertiva i fedeli accorsi ai suoi piedi. Come non essere colpiti dalla testimonianza di una vita così totalmente consacrata all’amore di Cristo?”. Conclude il Beato Pontefice “Al termine di questa Lettera, venerabili fratelli, desideriamo dirvi tutta la nostra soavissima speranza che, con la Grazia di Dio,

che questo centenario della morte del Santo Curato d’Ars possa risvegliare presso ogni sacerdote il desiderio di compiere più generosamente il suo mistero e soprattutto il suo “primo” dovere di sacerdote, cioè di raggiungere la propria santificazione”.

Strenuo apostolo del confessionale

“…l’amministrazione del Sacramento della Penitenza rifulse di particolare splendore e produsse frutti in sommo grado copiosi e salutari”. Egli trascorreva in media quindici ore al giorno al confessionale. Questo lavoro quotidiano cominciava all’una o alle due del mattino e non finiva che di notte. E quando cadde, di sfinimento, cinque giorni prima della morte, gli ultimi penitenti si strinsero al capezzale del moribondo. Si calcola che verso la fine della vita il numero annuo dei pellegrini avesse raggiunto la cifra di 80.000. E per confessarsi, pare che ci volesse circa una settimana. La sua santità è maturata “nel martirio del confessionale”. Nella Lettera ai sacerdoti in occasione del Giovedì Santo 1986 emessa il 16 marzo, quinta domenica di Quaresima,anno ottavo del suo Pontificato, Giovanni Paolo II nel tessere le virtù eroiche e la santità del Santo Curato d’Ars, che indica come esempio da imitare a tutti i sacerdoti, concludeva: “Chiediamo al Sacerdote eterno che il ricordo del Curato d’Ars, ravvivi il nostro zelo al suo servizio. Supplichiamo lo Spirito Santo di chiamare a servizio della Chiesa molti sacerdoti della tempra e della santità del Curato d’Ars”. Anche la nostra epoca ne ha grande bisogno, ed è capace di far sbocciare tali vocazioni. Mi piace chiudere questa breve ed insufficiente nota sul Curato d’Ars, con una domanda rivolta ad un laico, Vittorino Andreoli, che per un anno intero ed in vari articoli ha sezionato la figura del prete. “Leggendo le sue riflessioni, è impossibile non farsi conquistare dalla figura del Sacerdote come uomo di Dio tutto dedito agli altri. Ma allora perché pochi giovani avvertono il fascino di questa vocazione? (Francesco Ognibene) E Andreoli: “Il sacerdozio fa paura, anche perché il prete sembra dovere essere titanico, perfetto, iperattivo. E questo credo abbia l’effetto di scoraggiare. Eppure sappiamo che anche i grandi preti santi si sentivano indegni del loro ministero e ricorrevano di frequente alla confessione ed occorre stare attenti a non declinare la figura del sacerdote in base a criteri di impeccabilità e di efficienza. Il prete più grande non è il sapiente ma chi si crede un “rottame”. ...A chi aspira al sacerdozio andrà forse detto: “provaci il Signore ti aiuterà”…

TESTIMONIANZE giugno 2009

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Diamo un futuro alle nostre Parrocchie:

A

una riflessione critica

leggere gli articoli di certi quotidiani, ad opera di certi sedicenti “Sacerdoti del laicismo”, si coglie un concetto di fondo: il cristianesimo è morto e tutto ciò che è suo retaggio esiste grazie al sostegno dello Stato alla Chiesa Cattolica. Altri autori laici, ma non laicisti, sostengono, invece, con onestà intellettuale, la tesi secondo cui il Cattolicesimo è diventato, culturalmente, minoranza anche se rimane alta la percentuale degli italiani che continuano a definirsi cattolici. Entrambe le ipotesi non possono non spingere la comunità cattolica ad una seria riflessione sulla sua identità vera e sulla sua effettiva presenza sul territorio. In questo contesto si inserisce, a pieno titolo, una riflessione critica sulla parrocchia e sul progetto culturale della Chiesa italiana. La parrocchia, tradizionalmente intesa, vive oggi una crisi complessa

dovuta a fattori interni ed esterni ad essa che si influenzano a vicenda. All’interno della vita della Chiesa si è sviluppato un percorso mirante a superare pratiche pastorali e figure istituzionali fino a qualche tempo fa funzionanti e funzionali. Una parrocchia vista, dallo stesso corpo ecclesiale, incapace di assolvere alle dimensioni e ai compiti relativi al suo status e di restare al passo con i tempi all’interno di una società e una cultura in continua evoluzione. Il secondo fattore di crisi va ricercato nel rapido e irreversibile cambiamento culturale della società odierna. Una crisi, quella della parrocchia, che si può sintetizzare in una crisi d’identità e in una crisi di rappresentanza e di significato. La prima deriva da una struttura fortemente centrata sulla figura e sulla persona del parroco cosicché lo schema feudale parroco-fedeli è risultato, alla fine, oppressivo e incapace di riconoscere e di dare valore ad altre figure e ruoli di responsabilità. Una crisi d’identità derivante, anche, da un rapporto della parrocchia troppo ossequioso nei confronti della società civile e del potere politico di turno e perciò privo di contestazione profetica. La seconda, derivante dal fatto che una chiesa che vive al suo interno un indebolimento istituzionale (caduta della pratica religiosa, frattura tra fede e vita, crisi quan-

di Michele Vilardo

titativa e qualitativa del modello sacerdotale, un laicato spesso incapace di una intelligenza della fede) non può più essere rappresentativa. Così il cattolicesimo è chiamato a confrontarsi con le conseguenze generate dal forte indebolimento della sua presenza e della sua visibilità sul territorio, senza più gli strumenti adeguati per sostenere la sopravvivenza di quel reticolo parrocchiale a cui si era appoggiata, per secoli, la sua identità sociale. Ciò dice il venir meno di uno dei pilastri dell’identità cattolica: la presenza reale sul territorio. La parrocchia, infatti, riusciva a rappresentare, in un determinato territorio, la presenza attiva di una autorità in grado di garantire un ordine sociale supportato da una scala di valori mutuati dalla fede cattolica. Un universo religioso pronto a rispondere ai bisogni individuali e collettivi delle popolazioni. L’istituzione ecclesiale è stata così chiamata a riflettere sul fatto che il suo legame con il territorio non può essere dato per scontato ma deve essere ripensato, ogni volta, come un compito da svolgere. La parrocchia, finito il regime di cristianità (ma è davvero finito nella testa di tanti?), è chiamata a scoprire la possibilità di potersi pensare come una istituzione religiosa che non ha più alle spalle un’autorità, quella dello stato, in grado di garantire, sempre e comunque, circa la bontà e la qualità della sua struttura sociale e del suo operato pastorale. La parrocchia è presente con una sua identità ma in un territorio che si pensa e si coglie sempre più in modo autonomo e come spazio sociale. La crisi di rappresentanza è frutto di

RICERCHE

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una più ampia crisi di significato derivante dal fatto che le istituzioni parrocchiali non si vedono più riconosciute quelle funzioni e quelle prerogative che erano alla base del loro radicamento territoriale. Il mito della civiltà parrocchiale è entrato in crisi perché la gente ha dimostrato di non averne più bisogno allo stesso modo di prima. Infatti molti credenti hanno elaborato “una religione alla carta” seguendo percorsi autonomi per costruire la propria relazione personale con Dio. Da fedeli a pellegrini, cioè dalla regolarità della pratica religiosa si preferisce la carica emotiva di eventi vissuti in modo eccezionale. Da praticanti regolari a ospiti, da parrocchiani a pendolari. Dinnanzi a tutto ciò, occorre un recupero dell’identità cattolica, ossia il trasmettere anche una “intelligenza della fede” unitamente ad una fede celebrata e vissuta. Manca, ormai da tempo, un “intellectus fidei” che spinga la comunità credente a dare conto e ragione della fede che professa e ad affermare e salvaguardare l’identità cattolica. Una fede vissuta ma non pensata è paragonabile ad un corpo privo di sistema osseo. L’assunzione di una identità confessionale più marcata e decisa, che nulla a che fare con percorsi di integralismo o fondamentalismo religioso, che dica di no ad ogni forma di sincretismo religioso mirante ad annullare tutte le specifiche identità. Il recupero e l’affermazione dell’identità cattolica serve a scongiurare la frattura tra fede e vita, tra celebrazione liturgica e percorso morale quotidiano, tra il dirsi cattolici ma il fare scelte etiche, morali e politiche anti-cattoliche. Inoltre è necessario anche un nuovo slancio missionario che parta dalla consapevolezza di essere minoranza e che “annunci nuovamente il Vangelo, ne sostenga la trasmissione della fede di generazione in generazione” ponendosi al servizio del territorio in cui si è presenti.

I REQUISITI DELLA PREGHIERA

Se nella preghiera si usano le parole, queste devono essere chiare e semplici, come quelle della donna cananèa, che sa rivolgersi a Gesù, lei, presumibilmente pagana, in modo perfetto, dicendogli “Pietà di me, Signore, figlio di Davide” (Mt. 15,22) e mostra di saper perseverare nel suo dialogo – struggente e bellissimo – con Gesù, mantenendosi umile. La preghiera ha bisogno di convinzione. Come diceva San Giovanni Crisostomo, “quando manca la nostra cooperazione, anche l’aiuto di Dio viene meno”; quando, ad esempio, Pietro, per la violenza del vento, s’impaurisce e dubita di poter camminare sulle acque, chiede di salvarlo e Gesù lo apostrofa, dicendogli: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt, 14, 24-33). È ancora la parola di Matteo a raccontarci la forza che può avere la preghiera fatta con fede: “…se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui e là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile”. In qualche modo, con la fede, si partecipa della stessa onnipotenza di Dio; in Gv, 14,12, Gesù infatti dice “Anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre”. Perché la preghiera sia autentica, è necessario che sia accompagnata alla continua lotta per adempiere la volontà di Dio; non basta dire “Signore, Signore (…)” (Mt, 7, 21-23), occorre “dare mano all’opera”, come dice l’Enciclica Gaudium et Spes. L’efficacia della preghiera non conosce limiti. È lo stesso Gesù a dirlo, in un passo memorabile del Vangelo (Mt, 7, 7-11): “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. Chi tra di voi al figlio che gli chiede il pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!”. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che “in Cristo risorto, la domanda della Chiesa è sostenuta dalla speranza” (2630). Noi chiediamo aiuto a Dio perché speriamo nel suo perdono e perché desideriamo che venga il Suo regno. Esiste una gerarchia nella domanda, che non si riduce solo alla richiesta di “cose” materiali, pur importanti, ma implora anzitutto lo Spirito Santo. La preghiera deve essere fiduciosa, come quella, commovente, del buon ladrone, che sulla Croce, accanto a Gesù, gli si rivolge dicendo “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc, 23, 42). Il ladrone chiede a Gesù solo di essere ricordato e “Il Signore – dice Sant’Ambrogio – concede sempre di più di quanto gli si domanda”. Spesso, però, la preghiera, per sua natura infallibile, non dà il risultato sperato e Sant’Agostino spiega che questo avviene perché si chiede “aut mali, aut male, aut mala”, perché si chiede senza fede, senza perseveranza, senza umiltà, perché si chiedono cose cattive, quello che è conveniente e che quindi può arrecare danno. Scrive Padre Serafino Tognetti, su “Il Timone”: È come nell’amore: quando si è innamorati, basta che l’altro sia, e siamo disposti a tutto per dargli gioia. L’incontro di Dio con l’uomo è per la gioia dell’uomo. Se solo si capisse questo, il problema sarebbe non quando pregare, ma quando smettere di pregare. La preghiera allora è questione di un istante, e quell’istante è tutto: consegnare totalmente noi stessi a Dio in uno slancio di fiducia illimitato, e rimanere quieti in silenzio davanti a Lui”. Fides

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Leggere il tempo Le vicende che si svolgono nel tempo, a livello individuale e collettivo, sono per il cristiano l’oscuro sacramento del progetto di Dio. Decifrarne il senso, coglierne l’appello, non è dunque per lui un optional, ma costituisce il compito fondamentale della sua vita. Questa rubrica si propone di aiutare i lettori in questo compito, mettendo a fuoco, di volta in volta, un aspetto della realtà presente e offrendo alcune riflessioni su di essa, nella speranza che ognuno le prolunghi poi per proprio conto.

Che significa educazione sessuale a scuola? a cura di Giuseppe Savagnone

Finalmente d’accordo! In un clima infuocato di polemiche e scontri, membri della maggioranza e dell’opposizione sembrano trovare un punto di convergenza. Pochi giorni fa, il Consiglio provinciale di Roma, guidato dalla sinistra, ha votato una mozione per l’installazione di distributori di profilattici negli istituti superiori della capitale. Da parte sua, un autorevole esponente del governo di destra, il viceministro della sanità Ferruccio Fazio, ha pienamente approvato la decisione. La motivazione della scelta è che la lotta contro l’AIDS esige che i ragazzi possano avere un accesso quanto più immediato possibile ai preservativi, nel quadro dell’educazione a fare “sesso sicuro”, e trovarseli disponibili a scuola dovrebbe aiutarli a superare le resistenze a cercarli in altri ambienti meno familiari. Al di là del compiacimento per la ritrovata unità dei nostri politici, la presa di posizione del Consiglio provinciale di Roma non può non destare forti perplessità. La prima, più elementare, riguarda l’utilità di una simile innovazione. I preservativi sono già a disposizione in un gran numero di locali pubblici, dalle farmacie ai supermercati. Davvero sarà meno imbarazzante, per uno studente, ritirarli dalla macchinetta situata nel corridoio della sua scuola, tra il distributore di bibite e quello di merendine,

sotto gli occhi dei compagni e dei professori? Vale la pena sostenere gli inevitabili costi aggiuntivi dell’operazione, in piena crisi economica, per dare un’opportunità che rischia di non essere di fatto utilizzata se non da una sparuta minoranza? Ma c’è un’obiezione ben più grave, che riguarda, stavolta, l’opportunità della decisione presa. L’ha fatta un personaggio non sospetto di chiusure moralistiche, da sempre convinto sostenitore dell’uso dei preservativi, l’immunologo Fernando Aiuti, in una intervista ad «Avvenire»: «Il profilattico nelle scuole proprio non c’entra. Non discuto sulla sua utilità contro le infezioni o sulla normalità dell’avere un’attività sessuale, ma nei luoghi giusti (…) Dare ai ragazzi libero accesso ai condom in un luogo preposto a tutt’altro sembra un invito a fare sesso. Non solo: qualunque programma di prevenzione funziona solo se fa parte di un programma di informazione serio, guidato da esperti, completo. Limitarsi a mettere le macchinette fuori delle aule è come dare le chiavi dell’auto in mano a uno che sa guidare». Su questa linea critica si collocano le riflessioni di chi fa notare anche la pericolosità dell’innovazione, visto che in realtà i preservativi costituiscono solo all’80% una reale garanzia contro l’AIDS e che far passare tra gli

adolescenti il messaggio del “sesso sicuro” rischia di spingerli ad un’eccessiva spavalderia del tuto controproducente ai fini della salute. Per quanto ci riguarda, troviamo ragionevoli tutte queste obiezioni. Ma quella che, a nostro avviso, va al fondo della questione, si trova nella nota diffusa dal vicario generale della Capitale, il cardinale Vallini, il quale esprimeva la sua sorpresa di fronte al fatto che l’iniziativa venga «affidata alla scuola, per sua natura impegnata a promuovere la formazione integrale della persona» e, contestando il preteso “coraggio” del consiglio provinciale, osservava: «A noi pare che l’unico coraggio sia quello di voler banalizzare nuovamente i temi dell’affettività, della sessualità e dell’educazione giovanile, proprio in un tempo in cui è al centro dell’attenzione di tutti la questione dell’emergenza educativa». Questo, crediamo, sia il punto decisivo: quello educativo. La scuola dovrebbe contribuire alla crescita umana delle nuove generazioni, in un mondo spesso superficiale e violento. Stenta molto a svolgere correttamente il proprio compito, perché le spinte che vengono dall’esterno, unite a un calo di motivazione all’interno, tendono ogni giorno di più a indebolirne la valenza educativa, a vantaggio di una mera trasmissione di competenze e abilità. Si registrano, allora, quegli episodi di anomia e di cieca brutalità che vanno dalle manifestazioni del bullismo alla folle cru-

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deltà di chi dà fuoco al barbone in mezzo alla strada. Questa scissione, nel mondo giovanile, tra un sapere sterile e comportamenti disumani non può non impressionare chiunque abbia a cuore il futuro della scuola e della nostra società, quali che siano le sue convinzioni religiose o politiche. Si situa in tale contesto il modo in cui di fatto viene svolta la cosiddetta “educazione sessuale”, già da tempo in vigore nei nostri istituti scolastici. L’impostazione è dichiaratamente quella di una pura e semplice informazione scientifico-tecnica sulle possibili infezioni cui i rapporti fisici possono dare luogo e sulle prevenzioni – primo fra tutto l’uso dei profilattici – che possono evitarle. Non mancano, di solito, i riferimenti agli altri metodi anticoncezionali che possono servire, se non a evitare malattie, a non correre il rischio di gravidanze indesiderate. Il discorso si conclude qui. Ma è degno, un simile approccio, del nome di “educazione” a una realtà così complessa e importante qual è quella della sessualità? Qualcuno dirà che così, comunque, si fa un’opera di prevenzione che, a breve termine, può essere efficace. Il punto è che un simile modo di presentare la sessualità implica, che lo si voglia o no, una concezione di fondo che la riduce a puro e semplice fenomeno biologico. Siamo avanti a un riduzionismo pauroso, che annulla la dimensione integralmente e specificamente umana delle relazioni umane collegate al sesso e impoverisce la stessa identità di genere delle persone. Una “educazione sessuale” così realizzata non può non produrre nei ragazzi una visione distorta, tanto più insinuante in quanto apparentemente “neutrale”, “scientifica”. Questa è, del resto, la prospettiva culturale oggi dominante anche al di fuori della scuola. E qui si comprende l’approvazione data da esponenti sia della sinistra che della destra all’installazione dei distributori di preservativi. In realtà la mentalità che oggi riduce il sesso a fatto puramente fisi-

co, senza spessore umano, va molto al di là dei confini partitici e trabocca dalle televisioni, dal cinema, dalla pubblicità, pervadendo gli stili di vita, il linguaggio, il modo di vestire. Ma questo significa l’eclisse della sessualità e l’indebolimento di quell’erotismo che si vorrebbe stuzzicare ed esaltare, e che invece è mortificato ogni volta che lo si riduce a mero impulso biologico. Se si vuole fare educazione sessuale nelle scuole bisogna impostare le cose molto diversamente. È indi-

spensabile far maturare quelli che in partenza sono solo stati emotivi facendoli diventare sentimenti, per superare quell’analfabetismo affettivo che oggi caratterizza tanti nostri giovani. Solo in questo contesto gli stessi impulsi fisici acquistano tutto il loro significato e la loro risonanza umana. Una scuola che ignora questo quadro si appiattisce sulle spinte peggiori della nostra società e ne potenzia le derive disumanizzanti. E allora diventa logico anche installare, fuori delle aule, i distributori di preservativi.

Il desiderio di spiritualità: la città di Dio

Il luogo dello Spirito è ovunque e il diritto a coltivare lo Spirito è di tutti, non solo dei cristiani, così afferma Luigi Alici. Finalmente l’orizzonte si allarga a tutta l’umanità e non soltanto a piccoli gruppi che ne vorrebbero imprigionare l’azione al loro interno. Il cammino per costruire una città dove l’eccellenza del bene sconfigge lo scandalo del male, è già iniziato con la venuta di Cristo nostro Signore e nostro Dio: Egli non genera una nuova umanità, ma introduce una città invisibile in quella visibile. Alla fine dei tempi verrà diviso il bene dal male allo stato puro e non vi saranno due città ma una sola come all’inizio (la città di Dio di S. Agostino). I dannati verranno relegati allo stato di solitudine e di isolamento assoluto: il male, infatti, produce solitudine che rappresenta la diabolicità dell’inferno. Il male è un piccolo segno dell’inferno che come un virus viene iniettato nel corpus della cittadinanza; esso, dunque, è una forma parassitaria del legame ed è incapace, alla fine, di dare luogo ad una città alternativa, rappresentando la sintomatologia dell’incivile, dell’arroganza, del narcisismo, dell’individualismo e dell’emarginazione. Bisogna, perciò, ricercare l’altezza del bene, che è funzione della larghezza della relazione, per sconfiggere lo scandalo del male. Per questo c’è bisogno: di discernimento sul dove sta andando la convivenza (nuove forme di diritto stanno nascendo e la politica è in crisi); di nuovi progetti culturali per essere in grado di motivare ancora una volta il bene comune e il naturale (convivere con la natura e non distruggerla); di progettualità, passando dai segni ai disegni recuperando i rapporti con le Istituzioni; di formazione per recuperare la questione educativa in tutte le fasce sociali e infine di spiritualità. Per far rinascere il desiderio di Dio è necessario ritornare alle radici e alle prime comunità cristiane dove la sacralità non veniva infranta con riti superficiali e affrettati, ma aveva un ruolo fondamentale e rigoroso nel coinvolgere l’intera comunità cristiana; dove l’operare il bene arrivava, a volte, fino al martirio intercedendo e/o sostituendosi al sacrificio degli altri; dove la speranza, illuminando l’eccellenza del bene, aiutava ad affinare la sensibilità al gusto del bene comune. Mario Annunziata

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L’ANNO SACERDOTALE

Il 15 marzo scorso il Santo Padre Benedetto XVI ha indetto uno speciale Anno Sacerdotale. Perciò, dai primi vespri del 19 giugno, solennità del Sacro Cuore di Gesù, fino alla stessa data del 2010 l’Anno sacerdotale avrà lo scopo di sottolineare che ogni presbitero deve tendere alla “perfezione spirituale” perché il suo ministero sia efficace. È importante, ha affermato il Santo Padre, che il sacerdote sia ben formato sulla scia degli insegnamenti conciliari e sia sempre riconoscibile nella moralità e nell’aspetto. La circostanza particolare dell’annuncio è legata al 150° anniversario della morte del sacerdote francese Giovanni Maria Vianney, meglio conosciuto come il Santo Curato d’Ars, il quale verrà proclamato “patrono di tutti i sacerdoti del mondo”. Una reliquia del Santo verrà portata in San Pietro per la circostanza dal Vescovo di Belley-Ars. Alla conclusione dell’Anno il Papa parteciperà ad un Incontro mondiale sacerdotale. Santificare, insegnare, guidare. Dal momento in cui il vescovo impone le mani su un presbitero, la vita del sacerdote deve dare testimonianza di questi tre valori, i quali, prima di essere “ufficio”, ha affermato il Papa, sono un dono – non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi – grazie al quale il sacerdote partecipa a una vita nuova acquisendo lo stile di vita che fu di Gesù e degli apostoli mediante la “perfezione morale”. Sottile, ma da non sottacere, è un passaggio dell’annuncio di Benedetto XVI in cui invita a testimoniare anche con l’abito esterno (talare o clergyman) la propria appartenenza ad uno stato liberamente scelto. A sollecitare questa attenzione da parte del Sommo Pontefice è la consapevolezza dei radicali cambiamenti sociali degli ultimi decenni, che richiedono l’utilizzo delle migliori energie ecclesiali per la cura dei candidati al sacerdozio. E tra queste energie il Movimento Serra può a ragione vantare un ruolo di primo piano. Non ci meravigliamo se l’annuncio del Santo Padre ha avuto nei media un’eco pressoché impercettibile. L’attuale crisi delle vocazioni che riguarda anche l’Italia, relega il ruolo del sacerdote a gradini bassi nella scala dei valori dell’opinione pubblica. Salvo accorgerci quanto, soprattutto nelle piccole comunità, incida in negativo nella vita non solo religiosa, ma anche sociale, la venuta meno della presenza di un sacerdote a tempo pieno. Quanto sia preziosa la presenza di sacerdoti giovani nelle strutture oratoriane, che soprattutto nell’Italia del nord hanno rivelato negli ultimi decenni ancora una buona tenuta di ruolo, lo si comprende soprattutto quando viene meno la disponibilità delle nuove leve sacerdotali.

Ugo La Cava

Il Movimento Serra è chiamato a iniziative concrete da porre in atto, ma possiamo fin da oggi mettere in cantiere l’impegno per la rilettura di alcuni documenti portanti, primo fra tutti il decreto “Presbyterorum ordinis” del Concilio Vaticano II, eventualmente integrata con il decreto sul ruolo dei laici nella Chiesa “Apostolicam actuositatem”, oltre all’Esortazione postsinodale “Pastores dabo vobis”di Giovanni Paolo II sulla formazione dei presbiteri. Opportuno sarebbe anche conoscere ed approfondire la vita coinvolgente di un sacerdote semplice come il Santo Curato d’Ars. Naturalmente l’Anno sacerdotale potrà rappresentare anche una opportuna circostanza per dare visibilità al Serra che, ancora molti, anche tra i sacerdoti, non conoscono. Usiamo ogni mezzo mediatico per ottenere tale visibilità e per coinvolgere nuovi soci. Anche i siti internet sono da sfruttare ulteriormente: oltre al bel sito nazionale del Movimento, ogni club – se non lo avesse già fatto – potrebbe presentarsi localmente attraverso il web, basta solo trovare qualche volonteroso per tenerlo aggiornato. Oltretutto questo potrebbe rappresentare un campo per coinvolgere anche qualche giovane. L’Anno sacerdotale si potrà rivelare una grande occasione anche per rimettere nello sguardo dei fedeli, pur senza escludere i non cristiani, cos’è realmente la figura del sacerdote, uomo di Dio che sta nel mezzo, fra Dio e gli uomini, mediatore della grazia salvifica. Sacerdote come uomo dell’Eucaristia, perché il prete esiste in ordine all’Eucaristia per perpetuare la presenza di Cristo. Sacerdote come uomo della misericordia, che accoglie con amore i credenti e li porta a consegnarsi nelle braccia di Dio. Sacerdoti non esperti di economia o di politica (questo è il ruolo dei laici!), ma specialisti nel promuovere l’incontro dell’uomo con l’Assoluto. I serrani sappiano aiutare i sacerdoti a ritrovare la vera dimensione della spiritualità, dopo le spinte ad una eccessiva dimensione sociale che hanno caratterizzato l’azione di numerosi preti negli anni settanta-ottanta del secolo scorso, mercé una discussa interpretazione del Concilio. I laici, per quanto di loro competenza, si impegnino ad aiutare coraggiosamente i sacerdoti a trovare il tempo per la preghiera personale, per la direzione spirituale, per la programmazione pastorale, liberandoli da mansioni che essi possono opportunamente e generosamente assumersi. Ogni singolo Club potrebbe riscoprire figure di sacerdoti legati al territorio, sacerdoti canonizzati o beatificati dalla Chiesa o legati ad iniziative che hanno lasciato tracce nella storia locale.

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Mancano vocazioni. È proprio vero? Che fare?

La messe è molta, ma gli operai sono pochi”, “Molti sono i chiamati, pochi gli eletti”, anche questa è parola di Gesù. C’è sempre di mezzo la libertà della persona nel rispondere di “sì” al Signore che continuamente chiama. E inoltre vi è la certezza che il Signore Gesù vuole rimanere con noi fino alla fine del mondo. Allora che fare? La mia esperienza, dopo cinque anni di Rettore del Seminario S. Carlo di Lugano, mi dice che i chiamati alla vita sacerdotale e religiosa possono essere numerosi, ma forse manca un’attenzione, una cura fin dai primi passi per questi “chiamati”. Una elementare constatazione: la vocazione normalmente nasce all’interno di una vita di comunità cristiana, sia essa parrocchia o movimento o associazione ecclesiale. C’è sempre da diffidare delle vocazioni private “fai-da-te”. Una prima domanda s’impone: noi sacerdoti (o operatori pastorali, catechisti o insegnanti di religione) siamo consapevoli nella nostra impostazione e azione educativa che la vita è vocazione? In altre parole educhiamo fin da piccoli i ragazzi e le ragazze a comprendere che la vita cristiana è risposta al Signore che chiama? Il secondo passo dipende tutto dall’intelligenza spirituale di un sacerdote. La sua capacità di intuizione coltivata anzitutto nella sua stessa esistenza sacerdotale vissuta nello Spirito di Cristo; dalla sua passione umana per la costruzione della Chiesa per la quale ha dato a sua volta la vita. Senza lo sguardo acuto proveniente dallo Spirito è difficile leggere la chiamata nel cuore dei giovani. Il giovane si risveglia a qualcosa di grande solo quando incontra delle personalità, anche umili e semplici, che però intuiscono essere cariche di una umanità e di una fede affascinante. La stessa persona di un prete o di un laico adulto nella fede diventa per il giovane un “lieto messaggio”. Il terzo passo è quello che connota l’azione di cura e di educazione della vocazione. Un sacerdote, quando intuisce i germi di una chiamata alla vita consacrata, se ne prende cura, gli dà del tempo, la segue con particolare attenzione, gli offre una direzione e una guida personale, la coltiva con una pedagogia paziente e chiara, indirizza verso il Seminario o la vita religiosa. Solo chi è appassionato alla propria vocazione di consacrato può trasmettere questa stessa passione ad altri. Solo chi è generato può a sua volta generare qualcuno. È legge di vita! In conclusione senza l’humus della comunità cristiana, senza una cura attenta alla persona, senza un guida appassionata che educhi ad amare sopra ogni altra cosa Cristo e la sua Chiesa, gli operai rimarranno sempre pochi per soddisfare il bisogno di Cristo che vuole farsi presente al cuore dell’uomo. Willy Volontè giugno 2009

I premiati del Concorso scolastico nazionale

Ecco i vincitori del Concorso Scolastico 20082009 per la cui premiazione, in spirito di solidarietà, ci sposteremo il 27 giugno nella Regione Abruzzo al Santuario di S. Gabriele della Addolorata di Isola del Gran Sasso.

Scuole Primarie Primo Premio: Calcani Lorenzo, Ceci Marta, Di Maio Alessandro, Istituto Comprensivo Montereale, L’Aquila; Secondo Premio: Simone Matteo, “Salvo D’Acquisto”, Grosseto; Terzo Premio: Argenti Alessio, “Salvo D’Acquisto”, Grosseto

Scuole Secondarie di Primo Grado Primo Premio: Pavone Anna, Istituto Comprensivo Montereale, L’Aquila; Secondo Premio: Mercurio Giuseppe, ICS F. Guglielmino, Acicatena; Terzo Premio ex aequo: Musmeci Alina, Scuola Media Statale “A. De Gasperi”, Aci S. Antonio; ex aequo: Cacciatore Deborah, Scuola Media Statale Balsamo, Termini Imerese.

Scuole Secondarie di Secondo Grado Primo Premio: Verde Antonio, Liceo Classico “Umberto I”, Palermo; Secondo Premio: Bruno Daniele Vincenzo, Liceo Classico Chelli, Grosseto; Terzo Premio: Okpokpo Samuel, Istituto Alberghiero IPSSAR P. Artusi, ChiancianoTerme. Tutti gli elaborati pervenuti sono di ottimo livello e quindi difficile è stata la scelta dei premiati. Spiace per il Distretto 69 che per i tempi ristretti di questo anno non è rientrato, con la consegna del materiale, nelle date richieste. I suoi elaborati non sono stati, per correttezza, valutati insieme agli altri dai componenti della Commissione Concorso Scolastico Nazionale, ma avendo trovato alcuni particolarmente interessanti, abbiamo proposto di fare una deroga alla norma premiando due alunni con premi a sorpresa: Per la Scuola Primaria: Semeraro Alessandra, S. Anna. Torino. Per la Scuola Secondaria II Grado: Giuliano Arianna. BRAVI BRAVI BRAVI, e l’augurio che sale dal cuore è che la bellezza dei vostri sentimenti verso la famiglia e verso il prossimo sia sempre veicolata dalla fede in Gesù. Fede in Gesù, fede in questo Amore immenso e gratuito che avete tutti dimostrato di possedere e di voler donare. Maria Madiai


La posta del Presidente Il Presidente del Consiglio Nazionale Italiano del Serra, Maria Gemma Sarteschi Mencarini, nel congresso di Collevalenza ha manifestato il desiderio di essere il più possibile in contatto con tutti i Soci, anche per conoscere personalmente i dubbi, gli interrogativi, le aspettative ed i suggerimenti che possono essere espressi da chi fa parte del movimento serrano. Questo spazio è riservato a “La posta del Presidente” per esprimere i vostri giudizi ed anche le vostre critiche. Gemma invita cordialmente tutti ad accedervi liberamente, scrivendo all’indirizzo appresso indicato. Ciascuno avrà la sua personale risposta sull’argomento affrontato. È essenziale conoscere i vostri pensieri e le vostre idee. E-mail: nobisa@tiscali.it

Caro amico... Gent.ma Presidente, l’intervista del Cappellano emerito del Serra Club di Genova mons. Luigi Noli, cortesemente concessa alla nostra rivista “il serrano” e pubblicata nell’ultimo numero della stessa a pg. 10, ci ha narrato tratti di storia che hanno avuto una ricaduta nel vissuto. Il suo intervento a Genova nella sala Quadrivium, dove si è svolta il 21 marzo u.s. la manifestazione per i festeggiamenti dei cinquanta anni di Serra International in Italia, ha rappresentato un pur sommario bilancio del cammino finora compiuto e lo ha fatto con esattezza di citazioni e coraggio di giudizio. A me non è sembrato che stesse parlando un sacerdote di oltre novanta anni, ma semplicemente quel sacerdote giovane che cinquanta anni or sono ebbe incarico dal cardinale Siri di condurre nei primi passi il movimento serrano in Italia. Successivamente ho ricevuto una sua cortese e dotta lettera, rivolta anche a tutti noi serrani in cui il sagace sacerdote ha completato il discorso tenuto a Genova nella sala Quadrivium e, dopo aver espresso sentimenti di gratitudine, con chiara libertà di pensiero ha evidenziato che il primo cinquantenario è stato ormai vissuto e si augura in un miglioramento valido ed opportuno per il secondo cinquantenario. Si è soffermato sul processo pedagogico e formativo dei seminaristi studenti di teologia, sostenendo che debbano apprendere la dogmatica morale non senza “una suf-

ficiente competenza delle due lingue tuttora valide nella Chiesa Cattolica: il latino ed il greco... e la conoscenza della parte fondamentale della criteriologia e metafisica filosofica, necessaria per le lezioni di catechesi e prediche omelie...” Don Luigi Noli ha sostenuto fermamente che noi serrani dobbiamo ritornare alla fonte, dobbiamo ritornare a Seattle ed alla missionarietà del “Beato Junipero Serra Sacerdote”. Ha aggiunto ancora che occorre far suonare quelle campane che sono il simbolo del Serra, le famose campane che “Fra Junipero Serra, consacratore di tanta gioventù, appendeva agli alberi per chiamare tutti i bambini, ragazzi dei boschi, per parlare loro di Gesù e della sua Chiesa”. Sono rimasto lusingato e commosso perché egli si è rivolto a me, sono rimasto ancora affascinato per la validità e l’attualità di queste indicazioni impartite da quel sacerdote, don Giuseppe Noli, che è stato il primo cappellano del Serra Club in Italia; sono rimasto, però, anche allarmato perché mi accorgo che noi serrani non sempre abbiamo coscienza della nostra inadeguatezza. Alla luce di questi valori genuini che non possono non essere condivisi, mi sono chiesto quale possa essere un nuovo percorso per il prossimo cinquantennio, per contribuire a ricreare quella cultura vocazionale che pare si vada perdendo. Espongo a lei questo mio dubbio e la mia domanda è questa: cinquanta anni dopo siamo noi ancora in sinto-

nia con le campanelle che fra Junipero Serra appendeva agli alberi per chiamare i bambini e siamo capaci anche noi di appendere queste campane? Quale è il percorso e quali le strategie? Lino Sabino Caro Lino, conoscere Mons. Noli per me è stato un evento importantissimo, un giovane novantenne che vive con entusiasmo la sua vocazione. Chiaramente condivido i valori che egli esprime ed approvo anche il metodo piacevole e brioso, ma anche efficace e funzionale che ci suggerisce, quello per cui nelle nostre azioni dobbiamo far risuonare le campane, quelle con cui il beato Junipero Serra richiamava il popolo cristiano a riunirsi nella Chiesa. Sono passati cinquanta anni dalla costituzione del primo Serra Club in Italia, il primo anche nell’ Europa continentale. Il mondo e la società sono cambiati, ma queste campane continuano a suonare per tutti coloro che desiderano ascoltare la chiamata di Gesù. Non credo che si possa parlare di strategie o di percorsi per migliorare e contribuire a ricreare quella vocazione al sacerdozio che pare si vada perdendo. Il Serrano ha un compito importante nella società: egli deve testimoniare al mondo il proprio credo in una visione positiva, con l’esempio della propria condotta di vita e con una fede sempre più viva, che sono la vera parola della vita, la parola di Dio. Il Serrano deve rendere visibile l’amicizia che lo lega ai

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ragazzi che sono stati chiamati alla vocazione sacerdotale, ai sacerdoti e a tutti i consacrati. Il Serrano ha il dovere di comunicare e di ricordare che la fede cristiana non è, né deve essere un qualcosa di scontato, ma deve essere sempre e continuamente rinnovata. La fede esige un percorso spesso non facile, perché cristiani non si nasce, ma si diventa. Come? Io credo in un percorso segnato dalla preghiera, dall’ascolto e dalla conoscenza del Vangelo. A mio avviso conoscere il Vangelo significa scoprire l’ “Amore” ed è questo che il Serrano deve annunciare e testimoniare. Sai, credo proprio che alla fine sia solo questione di “Amore”. L’Amore è dono di sé, è un incontro che ti cambia la vita. Questo è avvenuto a Paolo sulla strada verso Damasco. Ne aveva sentito parlare e anche in modo negativo, ma quando Gesù gli va incontro, quando lo chiama per nome Paolo scopre “Uno” che lo ama. Paolo viene conquistato da questo amore. La conseguenza è un cambiamento di mentalità. Cosa dobbiamo fare noi serrani? Aprire i nostri cuori e anche le nostre porte, uscire, comunicare mostrandoci cittadini di una nuova città, la comunità di Cristo. Lavorare insieme unanimi nelle scelte, senza lasciarsi intimorire da un’insistente letteratura che, attraverso i mezzi di comunicazione sociale, in molte occasioni ci presenta note di anticlericalismo e di negazioni sull’esistenza di Dio. Se saremo capaci di farlo i giovani ci seguiranno, perché è vero che hanno bisogno di certezze in quanto la certezza è un sentimento di sicurezza, ma mi auguro che i nostri ragazzi abbiano più bisogno di verità. La verità va sempre cercata con fatica, va ricercata ad ogni costo perché è il punto di arrivo non solo di una vita personale, ma anche di una storia collettiva. La verità va continuamente cercata, attesa, amata per essere accolta. Oggi più che mai il mondo ha bisogno di verità. Ti ringrazio M. Gemma

At Sua Santità Benedetto XVI Palazzo Apostolico 00120 Città del Vaticano

Consiglio Nazionale Serra Italia riunito Frascati 20 Giugno 2009 esprime occasione inizio anno sacerdotale Santità Vostra sentimenti filiale devozione et vivissima gratitudine et gioia straordinaria iniziativa volta santificazione sacerdotale Conferma impegno Serra Italia promozione et aiuto vocazioni sacerdotali Domanda Santità Vostra benedizione per tutti serrani italiani et loro famiglie Presidente Nazionale Serra Maria Gemma Sarteschi

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Credenti o creduloni?

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Diventare cristiani non significa rinunciare a pensare

on è un gioco di parole. Un conto è essere credenti; tutt’altra cosa essere dei creduloni. Quale differenza passa tra due termini così simili e pure così radicalmente differenti? JeanLouis Bruguès, segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica, in un recente convegno tenutosi a Roma in occasione dei dieci anni dell’enciclica Fides et Ratio, così argomentava: «Da due secoli e mezzo, si è lasciato credere che la Chiesa fosse il nemico naturale del pensiero. L’Illuminismo ha costantemente polemizzato con un oscurantismo medievale cucito su misura. “Rinunciate a pensare e sarete dei santi”, facevano dire ai sacerdoti Voltaire e i suoi discepoli. “Istruitevi e sarete degli uomini”, rispondevano con esaltazione i nuovi razionalisti. Bisognava scegliere tra l’intelligenza e la fede. Diventare cristiano significava necessariamente rinunciare a pensare, come se la Chiesa fosse nemica

di Andrea Sollena (Giorno8)

di ogni idea sana e discutibile». Insomma, si confondevano i credenti con i creduloni, e ciò accadeva anche per la contro-testimonianza di tanti creduloni che si illudevano di essere dei credenti. Oggi le cose sono cambiate? Come riconoscere e distinguere oggi i credenti dai creduloni? Ecco, di seguito, alcuni criteri generali. Primo: mentre i credenti sanno coniugare nella loro vita l’intelligenza e la fede, i creduloni escludono l’intelligenza dall’atto di fede. Addirittura per loro l’intelligenza è un pericolo da cui guardarsi. Secondo: per i credenti “la fede e la ragione sono come due ali con le quali lo spirito si innalza alla contemplazione della verità” (Giovanni Paolo Il); per i creduloni, invece, fede e ragione sono due realtà inconciliabili e così, pretendendo di volare con una sola ala, anziché innalzarsi verso Dio, starnazzano nei loro recinti. Terzo: i credenti aprono il loro sguardo panoramicamente sull’intera realtà che li circonda, cercando e

trovando le tracce del Cristo anche in ambiti distanti da quelli in cui si trovano a vivere; al contrario, i creduloni si barricano entro gli angusti confini di una cerchia e puntano l’indice nei confronti di tutto ciò che, essendo diverso, disturba le loro piccole certezze. Quarto: i credenti incontrano Dio perché sanno incontrare l’uomo; i creduloni si illudono di rendere culto a Dio giudicando ed allontanando chi non la pensi come loro. Quinto: i credenti sanno che “la sacra Tradizione, la sacra Scrittura e il magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che nessuna di queste realtà sussiste senza le altre” (Concilio Vaticano II); i creduloni, al contrario, mentre esaltano la sacra Scrittura, degradano la sacra Tradizione ed il magistero della Chiesa, facendo così dire a Dio ciò che Dio non ha mai inteso dire. Sesto: per i credenti è Dio che conquista l’uomo con la gratuità del suo amore; per i creduloni è l’uomo che conquista Dio

attraverso un cammino cieco di obbedienza. E così i credenti hanno l’aria serena e gioiosa di chi è stato raggiunto dall’amore di Dio; i creduloni hanno l’aria turbata e sempre un po’ inacidita di chi si deve sforzare per risultare gradito a Dio. Settimo: i credenti sanno che da Dio non provengono mai angoscia e turbamento; i creduloni ritengono che tutto provenga da Dio, anche il male. E ciò accade perché i credenti, vivendo la sintesi fede — ragione, sanno operare distinzioni e cercano la Verità con la lampada dell’umiltà; i creduloni fanno invece di tutta l’erba un fascio e hanno già in tasca, ben confezionata, una piccola verità. Risultato finale? Non è di poco conto: i credenti vivono liberi, in forza di quella Verità il cui premio è proprio la libertà; i creduloni vivono purtroppo vincolati a mille lacci, oppressi da un legalismo che, mentre toglie loro il respiro, sottrae dai loro volti anche il sorriso.

CULTURA E FEDE

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Giuseppe Lazzati: il quotidiano, via privilegiata alla santità Giuseppe Lazzati, politico e intellettuale straordinario, si laureò all’Università Cattolica di Milano nel 1931, fu Presidente Diocesano della Gioventù Cattolica e, dal 1939, docente incaricato di Letteratura Cristiana Antica nello stesso ateneo ambrosiano. Nello stesso anno fondò i Milites Christi che in seguito divennero l’Istituto Secolare Cristo Re. Il Card. Martini definì Lazzati: un diamante dalle mille sfaccettature; una costante di Lazzati che non si stancò mai di mettere in pratica fu la vita va vissuta come vocazione (dal latino vocare – chiamare). La chiamata non ignora i talenti personali, ciascuno, col suo particolare carisma può rispondere alla chiamata. Lazzati fu deportato nei campi di concentramento in Polonia e in Germania. Il lager fu un’esperienza tragica che lo segna nel profondo ma che egli riesce a vivere in un triplice impegno: 1) l’incontro quotidiano col Signore nella preghiera; 2) la guida e la promozione dei Gruppi del Vangelo, 3) una assidua attività di sostegno spirituale ai compagni di internamento. Al suo rientro in Italia, fu coinvolto con Dossetti nell’opera di ricostruzione della vita civile del Paese, prima nella fase costituente, dopo in quella politica. Fu deputato della Democrazia Cristiana nella prima Legislatura dal 1948 al 1953. Rientrato a Milano si dedicò al laicato, l’allora Arcivescovo Montini lo porterà ad accettare diverse diaconie tra le quali la direzione del quotidiano L’Italia. Fu in seguito Rettore dell’Università Cattolica e ha elaborato una sorta di via laicale alla Santità che muove dal riconoscimento di santificare le realtà temporali! “è tutta la realtà che va consacrata a Dio, tutta, affinché ricondotta a Cristo, attraverso Cristo, canti il Suo inno di gloria al Padre che l’ha creata”. Tutta la realtà comprende: il cielo e la terra, gli spazi infiniti, l’erba del campo, il grano, tutti gli animali, le cose animate e inanimate, tutto ciò che è stato creato da Dio. Il laico, per Lazzati, non è l’anello terminale di una catena clericale, ma colui che si assume, in piena responsabilità, la sua vocazione di essere sale e lievito. Nell’A.C. diceva che si tratta di portare Cristo alle masse. Per Lazzati la chiamata alla Santità avviene attraverso tre punti: 1) essere la persona che Dio vuole; 2) dire si all’amore di Dio; 3) fare quello che Dio vuole. L’uomo può sentire la voce di Dio, nel silenzio, nell’attenzione, nella purezza di cuore. Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati, in una fase di crisi della politica, al rilancio della Città dell’Uomo, ponendosi sempre al servizio dello sviluppo integrale della persona. Si spegne il 18 maggio 1986 dopo una lunga malattia. Il 18 maggio 1991, su iniziativa dell’Istituto Cristo Re, ha avuto inizio la causa per la sua beatificazione. Lazzati ha guardato nel buio per poter precorrere l’aurora, e il suo modo di pensare laicamente conserva tutta la valenza politica nell’attuale contesto multirazziale, multireligioso, multiculturale. Stella Laudadio

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Rossano Calabro è serrana! iene denominata, con suggestivo termine derivato dal greco, acheropita, ossia «dipinta da mano non umana». Una pia tradizione vuole infatti che la bellissima Madonna affrescata in un fianco della navata centrale del duomo di Rossano Calabro sia apparsa miracolosamente sulla parete un mattino di tanti secoli fa, in età bizantina, tra il sesto e il settimo secolo dopo Cristo. A quella immagine, suggeritrice di una intensa spiritualità, i rossanesi sono profondamente devoti e attribuiscono poteri prodigiosi, tanto che una lapide marmorea posta lì accanto ricorda che durante la seconda guerra mondiale, quando tutta la

V

Giorgio Bregolin

regione ionico-calabrese venne sottoposta a una terribile serie di bombardamenti, la cattedrale e il piccolo e grazioso centro storico della città di Rossano rimasero incredibilmente indenni, forse perché resi invisibili agli aerei incursori da una provvidenziale nuvola, grazie all’intervento salvifico di Maria. Ed è stato proprio implorando la protezione possente di Maria, Madre delle vocazioni, che la diocesi di Rossano ha voluto e fondato un suo Club Serra, nato il 21 dello scorso aprile e costituitosi con una bella e commossa cerimonia inaugurale. Il Club, il secondo della Calabria dopo quello di Reggio e il settimo tra quelli che formano il Distretto

Casimiro Nicolosi

77, non sarebbe sorto se la Provvidenza non avesse mandato, a reggere la diocesi, un Pastore dalle straordinarie energie spirituali ed entusiasticamente convinto della validità degli ideali serrani. Nominato arcivescovo da Benedetto XVI e consacrato tre anni fa, mons. Santo Marcianò è giunto a Rossano animato da un non comune slancio apostolico e da un grande spirito di iniziativa, doti che, unite a una baldanza tutta giovanile (non è ancora cinquantenne) e a un temperamento cordiale ed estroverso, gli hanno consentito di conferire al suo ministero episcopale e alla

NOTE DI UN SERRANO IN VIAGGIO

Quando un amico venne a casa mia e mi invitò a conoscere il Serra non sospettavo minimamente di diventare in seguito un “girovago”, di macinare kilometri e kilometri in macchina, in autobus e in treno, quest’ultimo il mezzo più usato. Allora gli orari, le stazioni, le coincidenza e i frequenti ritardi sono diventati il mio pane quotidiano. Se i primi anni ho condotto quasi una vita sedentaria nel mio club di Imperia, in seguito prima nel distretto poi nel Cnis non ho avuto quasi più requiem. Ma questo mi è servito per conoscere uomini, splendidi testimoni del serranesimo da cui ho imparato molto, club, preti e religiosi che vivono a fianco dei serrani o viceversa, città d’arte, magnifici panorami della nostra bella Italia (come dormire in un piccolo hotel con la visione notturna di una incantevole Siena), cucine sempre varie e gustose… Ora, usando alcune lettere dell’alfabeto, vorrei esprimere le seguenti considerazioni in merito specialmente agli incontri avuti nei club in cui ho portato il “Progetto Vocazione”: A = come Amicizia.

Chi giunge dall’esterno può fiutare se nel club esiste vera amicizia o a che livello è giunta. Da tanti piccoli particolari, dai discorsi fatti in libertà, dai visi e dai gesti si può cogliere l’amore che esiste nel Serra. Da decenni ci stiamo dicendo che questo è l’aspetto fondamentale del cristiano e del serrano da cui non possiamo prescindere a costo di incomprensioni, chiusure e fallimenti. Gemma Sarteschi, il nostro Presidente, lo sta ripetendo in ogni occasione e fa bene perché il nemico è sempre in agguato ed è pronto ad insinuarsi nelle crepe che sono il nostro egoismo, l’arrivismo, il mettersi in mostra, lo scimmiottare un ruolo da chierici mentre noi siamo solamente a tutto tondo dei laici impegnati nella Chiesa di Dio a fianco delle vocazioni. C= come Consacrati. Ne ho conosciuti molti e ne continuo a conoscere. Vedo che pongono molte speranze nel Serra; lo considerano un dono di Dio. Cerchiamo di non deluderli con i nostri peccati di omissione; andiamoli anche a cercare e “facciamo Betania” con loro come fecero un tempo

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guida del gregge a lui affidato una operatività quale sarebbe augurabile si realizzasse in ogni diocesi. Uomo d’azione ma anche uomo di preghiera e di interiorità (è tra l’altro recente autore di un delizioso volumetto sul Padre Nostro, dal titolo Signore, insegnaci a pregare, pubblicato dalle Edizioni Paoline, la cui lettura vorremmo consigliare a tutti i serrani), mons. Marcianò alla grande importanza di una vera pastorale vocazionale ci crede fermamente: al punto che nella commossa e commovente omelia pronunciata nel corso della celebrazione eucaristica non ha mancato, impietosamente, di indicare nella non sempre adeguata corrispondenza dei presbiteri al difficile compito cui sono chiamati, una della cause scatenanti della secolarizzazione dei nostri tempi. Sul ruolo e sull’importanza del Serra, poi, l’arcivescovo Marcianò ha idee molto chiare: forse perché (e lo ha ricordato benissimo il presi-

dente internazionale Cesare Gambardella nel suo breve cenno di saluto all’inizio della cerimonia) quando venne costituito il club di Reggio Calabria egli era Rettore di quel Seminario, e, convintosi della bontà dell’iniziativa, la appoggiò toto corde. Adesso, al raggiungimento di questo traguardo da lui caparbiamente voluto, egli si è sinceramente commosso; e non ha esitato a confessarlo al popolo che gremiva la sua cattedrale: «Non mi capita quasi mai, ma stavolta mi sento davvero vacillare le gambe». Questa sua nuova creatura, insomma, non potrà che partire sotto i migliori auspici: anche perché può contare sin da ora su un gruppo di venti neo-serrani euforici e vogliosi di far bene, paternamente assistiti dall’ottimo don Pino Straface, Rettore del Seminario, e guidati da un presidente saggio e prudente quale è il professor Pasquale Galati.

Marta, Maria e Lazzaro con Gesù. Certo se teniamo conto dei caratteri di certi preti o della situazioni – scusatemi l’eufemismo – in cui a volte sono malamente incappati ci verrebbe voglia di fuggire o di lasciare perdere. Ma il serrano, che ha avuto questa chiamata, non può tradire e lasciare perdere, deve continuare a combattere. Dialogo empatico, vicinanza silenziosa ed operosa sono le chiavi di accesso al cuore dei consacrati. F= come Formazione. Per me rimane ancora un interrogativo. Eppure abbiamo programmato incontri, corsi ad hoc, discusso lungamente di statuti e di regolamenti. Vedendo però certi club mi viene il sospetto che alcuni “paletti” non siano stati piantati saldamente nel terreno; si gioca invece per esempio sul pressappochismo, non si rispettano determinate formalità, non si curano a sufficienza le commissioni ecc. Queste cose le continuavo a dire e a sostenere anche quando ricoprii la carica di Governatore…ho forse combattuto contro i mulini a vento? Chi mi conosce sa che ho sempre detto pane al pene e vino al vino. Non mi sono mai nascosto dietro un dito mettendo sempre sul conto incomprensioni e sofferenze. R= come Rinnovamento I carismi dei serrani vanno nuovamente puliti e

L’orgoglio per il conseguimento di questo risultato traspariva negli interventi parole di tutti i protagonisti della esaltante vicenda: nel Vescovo Marcianò, nel Rettore Straface, nel Presidente internazionale Gambardella, nel cui anno di carica si perde il conto di nuovi club fondati in ogni parte del mondo (dei quali questo di Rossano è naturalmente l’ultimo in ordine di tempo); nella Presidente nazionale Gemma Sarteschi, che ha rivolto ai presenti un meraviglioso e trascinante discorso, presentando con accenti originali la figura del sacerdote, ricordando il dovere di servizio del serrano, e insistendo soprattutto su un tema che le è particolarmente caro! l’amicizia quale valore fondamentale alla base della fecondità dell’opera serrana; nel neo-presidente Galati e infine del Governatore del Distretto 77 Vera Pulvirenti, che ha seguito con tenacia e intelligenza il sorgere del club.

lucidati. Quando vado nei club e incontro spesso anziani mi commuove il fatto che “nel libro della vita” abbiano scritto tante opere buone a favore delle vocazioni. Se nonostante gli acciacchi sono presenti ciò può essere testimonianza per i futuri soci che entreranno. Ma non si può però perdere altro tempo prezioso. Il campo da dissodare è infatti vastissimo. I numeri a livello nazionale però calano, le spie hanno già da tempo indicato che ci deve essere un cambiamento di rotta. I giovani soci entreranno se ce lo saremo meritati, strategie, statistiche e visibilità a parte. Il nuovo socio si conquista col sacrificio scegliendo con oculatezza. T= come Tempo da impiegare per il Serra. Il tempo è denaro, ma il tempo dedicato al Serra e alle vocazioni è tesoro prezioso per il Regno. Così dopo la famiglia e gli affetti viene il Serra, vengono i meetings formativi dove si fa cultura cattolica, dove s’incontrano in amicizia – fuori e dentro la sede – i sacerdoti, i seminaristi, i religiosi. Anche 15 minuti al giorno dedicati all’Associazione possono portare molto frutto. Le lettere dell’alfabeto possono essere ancora più numerose ma forse bastano per ora queste; vogliono essere l’umile riflessione di un serrano “girovago”.

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I viaggi del Presidente Internazionale

Il Serra nel sud America

A Cesare Gambardella, Presidente di Serra International per l’anno 2008-2009, mancava solo l’America Latina per completare il suo impegnativo programma di visita ai Club nei vari Continenti. Dal 28 Aprile al 16 Maggio è stato quindi realizzato questo lungo tour dal Venezuela al Cile, dall’Argentina all’Uruguay, dal Paraguay al Brasile che ha consentito una visita molto completa ai Club di questi Paesi del Sud America. Il Venezuela la prima tappa. Dopo una breve sosta a Caracas, una permanenza di tre giorni a Coro dove era organizzato un Convegno Nazionale cui hanno partecipato rappresentanti di tutti i Club del paese. Commovente l’accoglienza in aeroporto con un gran numero di serrani con i labari dei Club e, all’esterno, la banda della Scuola Salesiana che ha suonato per l’ospite. A fare gli onori di casa il vice Console Italiano e due grandi serrani: il Governatore del Distretto 53 Asuncion Acosta ed il Past Trustee Hugo Suarez. Giornate intense, aperte con la Celebrazione della Eucaristia presieduta dal Vescovo S. Ecc. Mons. Roberto Luckert e proseguite con interventi di grande interesse a cominciare da quello dello stesso Vescovo sul significato della affiliazione di Serra International alla Pontificia Opera per le Vocazioni Sacerdotali. Tutti i Club hanno partecipato con relazioni presentate dai propri rappresentanti e da esse è emersa l’immagine di un Serra molto attivo ed impegnato nella promozione vocazionale. Gli interventi si sono conclusi con quello del Presidente Internazionale. Negli intervalli del Convegno un bellissimo concerto dell’Orchestra Sinfonica ed una interessante visita al Conservatorio di musica (diretto dal Maestro italiano Maiolino) dove studiano ben 800 giovani. Toccante l’esibizione di un gruppo di “guanti ...con i soci cileni con il Club di Valparaiso. Primo a sinistra in piedi il Trustee Cavada Guzman bianchi”, giovani non udenti che

Gambardella con il Governatore Asuncion Acosta e S. Ecc. Mons. Ovidio Perez Morales V. Presidente della Conferenza Episcopale Venezuelana

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con il movimento delle mani (in guanti bianchi) esprimono la musica, guidati da un direttore, accompagnando altri ragazzi che suonano musica classica. L’ultimo giorno del Convegno, durante la cena, Cesare Gambardella è stato insignito dell’Ordine “Francisco José Iturriza Guillen” prestigioso riconoscimento che è assegnato ad una sola persona ogni anno; ha ricevuto la Medaglia dal Vescovo di Coro, Mons. Luckert, e dal Governatore Asuncion Acosta. Il 4 Maggio trasferimento in Cile dove, all’aeroporto di Santiago, il Presidente Gambardella è stato ricevuto dal Trustee del Board Fernando Cavada Guzman, cui va anche il merito di avere organizzato alla perfezione tutto il programma del viaggio. Due giorni intensi anche a Santiago. Interessante l’incontro con il Vescovo Ausiliare, Mons. Andres Arteaga, Decano della Facoltà Teologica ubicata nell’immenso campus in cui è anche la sede della Università Cattolica. Ciò comporta una importante vicinanza tra i giovani universitari e i seminaristi. Il Presidente Internazionale ha visitato quindi il Club di Valparaiso, uno dei pochi che non ha ancora ammesso le donne. I membri di questo Club sono tutti abbastanza anziani ed il Presidente ha cercato di sensibilizzarli sulla necessità di creare un ricambio generazionale, aprendo l’ingresso anche alle donne. Nel pomeriggio la visita al Seminario di San Rafael e poi, la sera, incontro con il Club Madre Teresa di Calcutta. Un Club numeroso ed attivo soprattutto nella preghiera, seguito da un Cappellano di origine italiana José Ciconi. Tappa successiva l’Argentina. Anche qui due giorni molto intensi con la costante guida di un altro Trustee del Board di Serra International, Joris Steverlynk che ha anche organizzato con la moglie Maria Laura una elegante cena nella sua abitazione. Da destra l’Arcivescovo di Buenos Aires Mons. Aguer, il Trustee Joris Steverlynk e Gambardella. Il Club di Buenos Aires ha problemi di età media dei membri, ma Joris, consapevole di ciò, sta lavorando attivamente e sembrerebbe avere già trovato nuovi elementi con l’aiuto dei quali rinnovare e sviluppare il Club. L’incontro con tutti i serrani locali ha avuto luogo durante una piacevole riunione con cena presso il Seminario di Devoto. Il Presidente Gambardella ha avuto modo di intrattenersi a lungo con i seminaristi sulle finalità del nostro movimento e con i membri dei Club presenti sul ruolo dei laici nella formazione di una moderna cultura della vocazione. Molto interessante è sembrato al Presidente Internazionale l’incontro con il Vescovo della Diocesi di Zarate Campana, S. Ecc. Mons Oscar Sarlinga, grande estimatore del Serra, che ha promesso il suo sostegno al locale Club di Campana ed al suo Presidente Ricardo Dib, ma soprattutto il suo aiuto per l’apertura di un nuovo Club nella Diocesi. All’incontro era anche presente il Governatore del Distretto Felipe Porro. Dall’Argentina all’Uruguay un breve volo fino a Montevideo. Calorosa accoglienza del Governatore del Distretto 56 (Uruguay e Paraguay) Alfonso Algorta e della Presidente del Club locale Lydia ...con l’Arcivescovo di Montevideo, S. Ecc. N. Cotugno Fanizzi, la Presidente del Club Lidia Vasquez, il Governatore Alfonso Algorta e la consorte. Vasquez. Pomeriggio molto intenso: inconCRONACHE giugno 2009

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tro con l’Arcivescovo di Montevideo Mons. Nicolas Cotugno e successiva lunghissima intervista con il Direttore del locale periodico Cattolico “Entre Todos”. In serata Eucaristia celebrata dal Cappellano Padre Miguel Ulfe e cena con i soci del Club presso la “Casa del Serra”. In Uruguay il Club Serra infatti possiede due case, una in città in cui vengono svolte le periodiche riunioni e una in località El Pilar, a circa 50 km da Montevideo, dove è possibile alloggiare anche 40 persone, adibita a ritiri o a corsi di formazione. Infatti il giorno successivo è stata organizzata per il Presidente Internazionale una giornata in questa seconda sede, con la partecipazione del Vescovo della locale Diocesi di Canelons. Anche in Uruguay un Serra molto attivo ed apprezzato dalla Gerarchia della Chiesa. Ultima tappa di questo entusiasmante tour il Paraguay. A questo paese il Presidente Gambardella ha dedicato tre giorni e nella visita è stato accompagnato dal Governatore Alfonso Algorta, partito con lui da Montevideo. Calorosa l’accoglienza di Mirta Falchi e Beatriz Aldana, Presidente e Past Presidente del Club locale. Particolarmente affettuoso l’incontro con Rodolfo Canese Past Trustee del Board di Serra International ed ancora elemento trainante del Serra in Paraguay. Il primo giorno ad Asuncion è stato dedicato alla Celebrazione Eucaristica nella Parrocchia di San Pietro e San Paolo e ad un primo incontro con i membri del Club di Asuncion e del Club castrense Giovanni Paolo II. Quest’ultimo probabilmente è l’unico esempio al mondo di un Club Serra militare, cioè formato quasi esclusivamente da militari delle varie armi; Club molto giovane e voluto dall’Ordinario Militare del Paraguay. Il secondo giorno il Presidente ha incontrato l’Arcivescovo di Asuncion, S. Ecc. Mons. Pastor Cuquejo. È seguita una intervista con il Direttore della rivista “Cristo Oggi”. Nel pomeriggio trasferimento a Ypacaraì e incontro con i seminaristi del Seminario Nazionale Propedeutico di Caacupé ai quali il Presidente Gambardella ha indirizzato un messaggio ed alle cui numerose domande ha risposto. La sera, dopo l’Eucaristia celebrata dal Parroco di Ypacaraì, l’italiano Padre Emilio Grasso, incontro e cena con i membri dei Club di S. Lorenzo e Il Presidente Gambardella con alcuni soci del Club castrense di Asuncion “Giovanni Paolo II” di Ypacaraì. L’ingresso della Casa del Serra a El Pilar, Montevideo

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Il terzo giorno è iniziato con una visita a Radio Maria ed una intervista in diretta. Poi trasferimento verso la città di Lukue ed un incontro molto toccante con Mons. Zaccarias Martinez che durante la celebrazione dell’Eucaristia nel Santuario della Vergine del Rosario ha chiamato il Presidente Internazionale a distribuire la Comunione. La sera a cena altro incontro con il Club di Asuncion ed il Club castrense Giovanni Paolo II presso la base della Aeronautica Militare. La serata, durante la quale il Presidente ha fatto il suo intervento, è stata allietata da canti e balli della Scuola di danza di Asuncion. ...con il Past Trustee Rodolfo Canese e la moglie Rachel Con il Paraguay si è concluso il programma di visite ai Club dell’America Latina. Si è così chiuso un cerchio aperto proprio in Sud America ad Agosto dello scorso anno con la Convention di Aguas de Lindoia e le prime visite ai Club di Rio de Janeiro. Sulla via del ritorno, durante una sosta tecnica a San Paolo, il Presidente Cesare Gambardella ha incontrato il Past Presidente Internazionale Affonso Iannone con il quale ha avuto uno scambio di idee sulla attuale situazione dei paesi visitati e su progetti per la loro ulteriore crescita. Anche questa è stata una esperienza indimenticabile – ha detto Cesare Gambardella – e soprattutto non potrò dimenticare le parole di un giovane seminarista che alla fine della visita al Seminario Propedeutico di Caacupé mi ha detto: “ora sono ancora più contento perché prima non sapevo che nel mondo c’è tanta gente che prega per me”. Questo solo episodio può ricompensare delle fatiche di un lungo viaggio e può giustificare la gioia di essere serrani. Acrese Con questo numero si conclude la rubrica dedicata alle visite del Presidente Internazionale Cesare Gambardella a ben 39 club, 15 nazioni e 6 Consigli Nazionali. Oltre ad un po’ di orgoglio per un italiano assurto alla Presidenza di Serra International è motivo di apprezzamento venire a conoscenza che Gambardella è stato il primo Presidente Internazionale a visitare, in puro spirito di servizio e con oneri personali, alcune di queste nazioni, dove ha stimolato e incoraggiato i valori serrani. Un grazie a Cesare che nel comunicarci la realtà del Serra nel mondo ci ha dato nuovi motivi di speranza per gli ideali serrani. La Redazione

27-30 agosto 2009 OMAHA - NEBRASKA - USA

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a SERRA

INTERNATIONAL CONVENTION

www.teledec.com/serra CRONACHE

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Le recensioni

La biblioteca de “il serrano” GIUSEPPE SAVAGNONE E ALFIO BRIGUGLIA Il coraggio di educare ELLEDICI Il problema educativo è sempre esistito, ma oggi sembra assumere un’urgenza ancora maggiore che in passato. Le indagini e le denunzie in questo senso si moltiplicano ogni giorno. Assai più raro, forse perché assai più arduo, è lo sforzo di proporre rimedi. Senza alcuna pretesa di suggerire una “ricetta” (che non esiste), questo libro mira a indicare, in positivo, alcuni essenziali punti riferimento per affrontare la crisi in atto e riannodare il dialogo tra le generazioni. Esso parte dalla convinzione che l’“emergenza educativa” non riguardi tanto i giovani, ma derivi se mai dalla difficoltà degli adulti di assolvere il loro compito educativo. E individua la radice di questa incapacità nella perdita, da parte loro, del significato stesso dell’educazione. Nel libro se ne sottolineano quattro aspetti: educare i giovani alla cura del proprio volto, aiutandoli a recuperare la loro unità interiore; educarli alla cura della propria storia, sollecitando da parte loro il dialogo con la tradizione e con i maestri; educarli alla cura degli altri, spingendoli a riscoprire l’importanza della dimensione comunitaria; educarli alla cura del senso e di Dio, aprendo loro le prospettive del significato della vita e del Mistero che in essa si manifesta.

Ciò, però, suppone che da parte degli adulti queste grandi dimensioni dell’esistere umano siano di nuovo oggetto di riflessione. È quanto questo testo vuole sollecitare. È dunque agli educatori che esso si rivolge, non certo nell’illusione di poter risolvere i loro problemi, ma per aiutarli ad orientarsi meglio nell’affrontarli. L L L

I MOSAICI DI MONREALE Simboli e messaggi in una nuova rilettura Quasi una liturgia dello spirito questo trittico sul duomo di Monreale, un messaggio ricco di significati per questi nostri giorni, così bisogno di simboli di rinascita spirituale. L’autore è mons. Saverio Ferina, 83 anni di età, tutta una vita scandita tra impegno sacerdotale e ricerche storico - archivistiche concentrate sulla arcidiocesi di Monreale e soprattutto sulla cittadina normanna dove ha svolto quasi tutto il suo lunghissimo ministero sacerdotale, assolvendo anche ad importanti incarichi organizzativi. Ma il suo stile di vita è rimasto sempre improntato a grande semplicità e modestia avendo sempre conservato il tratto di un uomo affabile, garbato, pronto a venire in aiuto a tutti, a mettere generosamente a profitto degli altri i frutti di lunghi anni di studi e ricerche. E, davanti alla sua mente c’era sempre il Duomo, uno scrigno di idee, forme e linguaggi che per lui restavano quasi in attesa di una nuova “rivisitazione”, come l’apertura di un archivio sigillato pronto a riproporre

per una nuova lettura “reliquiae” di pensieri, simboli oscuri, frammenti di scritture che apparivano a lui come eco di epoche lontane ancora da studiare e da scoprire. Questo dunque il nuovo approccio con cui egli si avvicina al monumento: la curiosità del teologo che indaga sul grandioso ciclo musivo per rileggerlo alla luce della fede, una Bibbia straordinaria da riscoprire per fare catechesi, come nello spirito delle austere cattedrali del Medioevo. Eccolo dunque addentrarsi a decifrare quell’ardua, difficile selva di simboli, scritture, immagini ed allusioni di un mondo misteriosamente lontano del quale l’autore cerca di carpire i segreti con un misto di curiosità e commozione. Opera di intelligente recupero culturale è stato, in modo particolare, il secondo di questi volumi al quale va il merito di riproporre una rivisitazione del Duomo attraverso le rarissime immagini dell’abate cassinese Benedetto Gravina il quale nel 1869 dava alle stampe un’opera eccezionale, oggi divenuta rarissima (presente solo in poche biblioteche). Di quest’opera dedicata al Duomo di Monreale, mons. Ferina, ha curato la riproduzione delle stampe litografiche ottocentesche, ancora una volta sottolineate dalla spiegazione del simbolismo che accompagna sia gli episodi musivi che le decorazioni delle pareti e del pavimento. Il più recente dei tre volumi e dedicato alla splendida cappella del Crocifisso ed anche questo si diversifica da altre pubblicazioni sull’argomento poiché si presenta come una lettura in chiave assolutamente spirituale di quel piccolo scrigno voluto dall’arcivescovo G. Roano (1687), inteso come compendio della bellezza e della simbologia dei mosaici normanni che egli volle riproporre attraverso immagini e decorazioni scolpite in finissimo marmo. Giulia Sommariva

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IN UNA LIBERA INTERPRETAZIONE DEL VANGELO

Il Vangelo è una catechesi di duemila anni fa che però dovrebbe essere oggetto di una frequente ed attenta lettura per trarne i principi che, attualizzati, devono servire da guida ai cristiani nella società di oggi. Matteo, a conclusione del capitolo 9, ci presenta Gesù che, avendo pietà delle folle stanche e sfinite come pecore senza pastore, dirama un invito-ordine (la frase termina infatti con un punto esclamativo) ai suoi discepoli di pregare il padrone della messe perché mandi operai alla sua messe. E’ un invito dato a tutti i suoi discepoli, quindi a tutti i cristiani, di pregare per un aumento delle vocazioni sacerdotali e religiose, invito che dovrebbe essere tenuto oltremodo presente oggi, momento di evidente e conclamata crisi di tali vocazioni. E noi serrani siamo impegnati a pregare come tutti i cristiani ed anzi molto di più essendo particolarmente sensibili sull’argomento. Continuando la lettura di Matteo ci si imbatte, al capitolo 25, nella parabola dei talenti. In origine il talento era una misura di peso usata per l’oro e l’argento; in seguito venne a rappresentare anche il valore di questi metalli e, pur subendo variazioni nel tempo, fu usato come moneta. Si pensa che Matteo si riferisca ad un talento di valore equivalente a 30-35 chilogrammi d’oro. Ebbene, un uomo, che si accingeva a partire per un viaggio, chiamò i suoi tre servi e diede loro dei talenti perché li facessero fruttare. I tre servi rappresentano l’umanità e sono definiti dagli statistici “campione rappresentativo dell’universo”; siamo abituati a sentire un termine simile allorquando i sondaggisti sbagliano le previsioni pre-elettorali: si sente dire che hanno sbagliato il “campione”. Il padrone non diede lo stesso numero di talenti ai suoi servi, ma in misura diversa in base alle loro capacità: ad uno cinque talenti, ad un altro due talenti ed al terzo solo un talento. Il padrone, al suo ritorno, chiese ai servi il frutto di quanto aveva loro consegnato. Solo il servo che aveva ricevuto un solo talento non lo aveva fatto fruttare e lo aveva sotterrato per non perderlo. Egli si è giustificato con il timore che il padrone gli incuteva, ma non è così; egli ha sotterrato il talento perché non ha riconosciuto nello stesso un bene da far fruttare. Sorge qui una riflessione spontanea e personale: mi è stato concesso di avere un certo livello culturale, una lunga esperienza professionale, l’inserimento in un ambiente cattolico, l’appartenenza al Serra, movimento organizzato e finalizzato alla promozione delle vocazioni sacerdotali, ecc.. Non so se siano pochi o tanti i talenti ricevuti, ma certo non devo comportarmi come il servo infingardo. In particolare, nei confronti del Serra, sono chiamato ad impegnarmi affinché esso possa essere uno strumento pertinente ed efficiente da offrire allo Spirito Santo. Cosa intendo con questi termini? Per esempio, ad un intagliatore non posso offrire uno stetoscopio, ma una sgorbia che, per essere efficiente, deve essere affilata; starà poi all’intagliatore, se lo crede, utilizzarla, rendendola così anche efficace. E così spetta a noi serrani offrire allo Spirito Santo un Serra che sia strumento pertinente alla promozione delle vocazioni e che sia efficiente tramite la valorizzazione di tutte le sue potenzialità organizzative. Sarà poi libera scelta dello Spirito Santo utilizzare l’offerta avuta e renderla quindi anche efficace. RIFLESSIONI giugno 2009

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L’Aquila

il Papa Celestino V e la Perdonanza

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a quando si è verificato il luttuoso evento del terremoto de L’Aquila abbiamo giornalmente sentito parlare con sincero dolore di quella città, della Chiesa di S. Maria di Collemaggio, del Papa Celestino V e qualche accenno alla “Perdonanza“. Forse è bene trattare anche sul “il serrano” argomenti inerenti a questa città martoriata oggi e non solo oggi da eventi naturali e morali, conoscere la vicenda umana di un santo che Dante ingiustamente bolla di viltà per il “gran rifiuto” ed il significato di vero Giubileo annuale della “Perdonanza”. Purtroppo l’Abruzzo è terra sismica e già nei secoli passati L’Aquila subì devastanti terremoti dei quali si ricorda quello del 1462, come spaventoso per i danni provocati in special modo alla Chiesa di Collemaggio dove la distruzione miracolosamente risparmiò tre ostie consacrate sotto un riparo di pietre, come riporta la cronaca del tempo: “lu Corpo de Cristo fu retrovato de nanti a lu altaro e aviase facta una casa, come chi l’avesse facta co mani e nun se maculò niente”. Anche nell’ultimo terremoto dell’aprile scorso la distruzione di questa bellissima chiesa (fra le più belle al mondo, che accoglie lo sguardo di chi giunge sul piazzale antistante come un tappeto orientale dai colori alternati bianchi e rosa), è stata quasi totale. Dentro questa chiesa si svolsero avvenimenti storici di portata mondiale dopo la morte di Papa Niccolò IV nel 1292 quando a Perugia la fumata bianca che annunzia l’elezione del nuovo Papa tardava ad uscire. In quei giorni un eremita, Pietro Angeleri, dal Monte Morrone in Abruzzo faceva sapere al Sacro Collegio di Perugia di aver avuto in visione Dio che gli ordinava di comunicare ai cardinali che lo sdegno divino li avrebbe colpiti se non si fossero decisi ad eleggere il Papa. Così avvenne che dopo ventisette mesi il Collegio si decise a scegliere quale capo della Chiesa nientemeno che l’eremita stesso. Era il 5 Luglio 1294. Pietro, il povero eremita bene-

Elsa Vannucci

dettino, era vissuto in una grotta per 5 anni, poi era salito sulla Maiella dove era stato seguito da altri anacoreti con i quali aveva costruito una chiesetta detta dello Spirito Santo. Qui egli dormiva sulla nuda terra avvolto nel cilicio. Intanto si era formata una Congregazione benedettina con 16 nuove case sparse per tutto l’Abruzzo in difesa delle quali l’eremita Pietro dovette affrontare un cammino di quattro mesi in pieno inverno per raggiungere la città di Lione in Francia sede del Concilio presieduto da Gregorio X, che confermò la congregazione di Pietro. Era il 1275 quando fece ritorno al Monte Morrone. Gli anni seguenti furono sempre di severa penitenza fra le montagne impervie di Abruzzo. I valligiani ed i montanari parlavano di lui come un santo a causa di fatti miracolosi avvenuti col suo intervento. Il 7 Luglio 1294 i Conclavisti di Perugia, arrampicandosi faticosamente su per il Monte Morrone, raggiunsero l’eremita Pietro per comunicargli che era stato scelto lui come nuovo Papa. Il povero uomo rimase frastornato e chiese tempo, ma i Cardinali gli fecero fretta ed egli dovette ingoiare tutte le perplessità. Lo stesso pomeriggio Pietro, il Cardinale Colonna e Carlo Martello, figlio di Carlo II d’Angiò, scesero dal monte e si recarono a Sulmona. Poiché Pietro era ben deciso a non recarsi a Perugia fu stabilito che l’incoronazione sarebbe avvenuta a L’Aquila dove, infatti, egli giunse qualche giorno più tardi in groppa ad un asinello. Pietro si recò subito al monastero di Collemaggio. Arrivarono personalità da tutto il mondo cristiano e domenica 29 Agosto 1294, giorno di S.Giovanni Battista, nella Chiesa di Collemaggio, fatta edificare dall’eremita in onore della Vergine Maria e S. Benedetto e consacrata appena sei anni prima, Pietro fu incoronato Papa con il nome di Celestino V. Alla presenza di 200,000 persone il novello Pontefice volle concedere la “Perdonanza” che assolveva tutti coloro che confessati e comunicati avessero visitato la Chiesa di Collemaggio dal primo pomeriggio del 28 Agosto al primo pomerig-

CONTRIBUTI

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gio del 29 Agosto. Un vero Giubileo annuale di ventiquattro ore, lucrabile ogni anno con una sola visita nella Chiesa di Collemaggio. Le celebrazioni della Perdonanza sono in vigore ancora oggi e la Bolla relativa a quel Giubileo è stata confermata da Papa Paolo VI il 1° Febbraio 1967. Celestino V era un uomo umile che amava la solitudine e rifuggiva dai fasti della corte papale. Purtroppo subì l’influenza di Carlo d’Angiò, re di Sicilia, il quale volle portarlo a Napoli dove lo ospitò nel castello di Castelnuovo. Qui il Papa era giornalmente assediato da cortigiani e trafficanti che reclamavano prebende e concessioni varie. Il povero Celestino si fece costruire una cella in legno dentro una stanza e lì cercò rifugio sempre nostalgico dei suoi romitori. Chiese di poter rinunziare all’alta carica della quale si sentiva indegno e inappropriato, ma gli fu negata questa facoltà. Egli allora convocò un concistoro e dichiarò la sua imperizia a guidare la Chiesa. Con le parole accorate rivolte ai Cardinali si concludeva il suo pontificato dopo cinque mesi e nove giorni di regno. I Cardinali si riunirono subito in conclave dal quale uscì eletto Papa Benedetto Caetani con il nome di Bonifacio VIII. Celestino, tornato ad essere un umile benedettino, si recò a Sulmona, ma il nuovo Papa mandò degli emissari a prenderlo. Non lo trovarono perché, sentendo il pericolo di una trama, era fuggito con l’intenzione di raggiungere la Grecia. Lo bloccarono a Vieste sul Gargano e lo portarono ad Anagni sede di Bonifacio VIII. Durante il viaggio di ritorno tutti lo ossequiavano e invocavano un miracolo per i loro guai. Dopo due mesi ad Anagni Celestino fu rinchiuso nella rocca di Fumone, una selvaggia località fra i monti, dove non poteva intralciare la curia di Bonifacio. Celestino morì un anno dopo questa detenzione. Era il 19 Maggio del 1296. Fu sepolto dapprima a Ferentino, poi a L’Aquila nel 1329, dopo la canonizzazione del 5 Maggio 1313. Attraverso i secoli, nella bella Chiesa di Collemaggio, i resti mortali di S. Celestino hanno subito i numerosi sussulti della convulsa natura di questo territorio, ma sempre, anche il 6 aprile 2009, sono stati preservati dalla distruzione che avveniva tutt’intorno. Dunque il miracolo delle tre ostie consacrate continua nel tempo. Guardando tutte le rovine della città de L’Aquila ci chiediamo se le macerie potranno mai seppellire il patrimonio di storia del fiero popolo abruzzese. A rinfrancarci vengono alla mente tutte le volte che questa città ha dovuto rialzarsi dalla prostrazione di guerre, terremoti e guai vari, recuperando una spinta vigorosa a credere nella propria forza progettuale verso il futuro. Elsa Soletta Vannucci giugno 2009

La benedizione nella famiglia

La benedizione è un dono grande e bello. Cerchiamo di dispensarlo e di riceverlo in un atteggiamento di fede e di rispetto.

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ià all’inizio della creazione una benedizione speciale fu riservata all’uomo e alla donna: “Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1,28). Perciò si può dire giustamente: “La Sacra Scrittura e la pratica tradizionale della Chiesa vedono nelle famiglie numerose un segno della benedizione divina e della generosità dei genitori” (CCC, 2373). Con il sacramento del Matrimonio i genitori cristiani ricevono il potere e il compito di benedirsi a vicenda e di benedire i figli che Dio ha donato loro. Se questo avviene regolarmente e con fede – o la mattina appena alzati, o prima di uscire di casa, o la sera prima di dormire –, questa benedizione imprime tutta l’atmosfera della famiglia, diviene una fonte di grazia, di unità e di pace e contribuisce a iniziare i figli alla bellezza della fede cristiana sin dalla loro infanzia. La benedizione che i genitori dispensano ai figli, e particolarmente anche la benedizione occasionale di un sacerdote che visiti la famiglia, è un mezzo prezioso di educazione religiosa, se viene amministrato e ricevuto in un’atmosfera di rispetto: “Dalla grazia del sacramento del Matrimonio, i genitori hanno ricevuto la responsabilità e il privilegio di evangelizzare i loro figli. Li inizieranno, fin dai primi anni di vita, ai misteri della fede dei quali essi, per i figli, sono ‘i primi annunziatori’. Li faranno partecipare alla vita della Chiesa fin dalla più tenera età. I modi di vivere in famiglia possono sviluppare le disposizioni affettive che, per l’intera esistenza, costituiscono autentiche condizioni preliminari e sostegni di una fede viva” (CCC, 2225). Anche la preghiera e la benedizione dei pasti fanno parte delle semplici forme espressive della fede, di grande significato nella vita quotidiana della famiglia, e che ne marcano essenzialmente l’atmosfera: “Dopo aver eseguito il nostro lavoro, il cibo resta un dono del Padre nostro; è giusto chiederglielo rendendogli grazie. Questo è il senso della benedizione della mensa in una famiglia cristiana” (CCC, 2834). p. Hermann Geissler FSO-Fides

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IL SERRANO: Organo dell’Associazione Serra International Italia

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