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LA PIAZZA di Giovinazzo

Via Cairoli, 95 Giovinazzo 70054 (Ba) Edito da Ass. Amici della Piazza Iscr. Trib. di Bari n. 1301 del 23/12/1996 Part. IVA 05141830728 Iscr. al REA n.401122 Telefono e Fax 080/394.63.76 IND.INTERNET:www.giovinazzo.it E_MAIL:lapiazza@giovinazzo.it Fondatore Sergio Pisani direttore responsabile Sergio Pisani redazione Gabriella Marcandrea - Giusy Pisani Porzia Mezzina - Agostino Picicco - Alessandra Tomarchio - Damiano de Ceglia Marianna La Forgia - Daniela Stufano Vincenzo Depalma- Onofrio Altomare Angelo Guastadisegni - Diego de Ceglia Mimmo Ungaro- Michele decicco - Enrico Tedeschi corrispondenti dall’estero Vito Bavaro - Nick Palmiotto Giuseppe Illuzzi - Rocco Stellacci stampa - Grafiche Del Negro progetto grafico - Ass. Amici della Piazza Grafica pubblicitaria: C. Morese responsabile marketing & pubblicità: Roberto Russo tel. 347/574.38.73

ABBONAMENTI Giovinazzo: 10 Euro Italia: 20 Euro Estero: 60 Euro Gli abbonamenti vengono sottoscritti con c.c postale n.80180698 o con vaglia postale o assegno bancario intestato ad:

ASS. AMICI DELLA PIAZZA II TRAV. MARCONI,42 70054 GIOVINAZZO (BA) ITALY La collaborazione é aperta a tutti. La redazione si riserva la facoltà di condensare o modificare secondo le esigenze gli scritti senza alterarne il pensiero. Gli articoli impegnano la responsabilità dei singoli autori e non vincolano in alcun modo la linea editoriale di questo periodico. FINITO DI STAMPARE IL 22.03.2013

A 20 anni dalla sua scomparsa, non nascondiamo un certo imbarazzo nel dover scrivere di don Tonino, Monsignor Antonio Bello. I motivi sono due. Il primo è che sul nostro Vescovo è stato scritto e detto praticamente tutto, da parte dei rappresentanti di qualsiasi fazione politica e istituzione, tanto che qualcuno, dopo la sua morte, si è assicurato almeno un paio di elezioni sbandierando presunte amicizie con don Tonino e candidandosi come prosecutore laico della sua azione filantropica. Se c’è una cosa quindi che questo giornale vuole evitare è di utilizzare strumentalmente l’immagine e le parole di Monsignor Bello per criticare qualcuno o qualcosa. Sarebbe troppo facile e per questo scorretto: chiunque uscirebbe sconfitto in malo modo in un ipotetico paragone con Lui, sia esso un uomo di chiesa o appartenente al mondo laico. Il secondo motivo di imbarazzo riguarda il fatto che chiunque si approcci a leggere un articolo sul Vescovo si aspetta di trovarci qualcosa di conforme all’immagine stereotipata che di lui si è fatta. I più anziani, allora, saranno contenti solo se si tirerà fuori l’oramai trita e ritrita retorica sul Vescovo che portava al collo un crocifisso in legno invece del classico gingillo smaltato e preziosissimo che da un po’ sembra essere tornato di moda. Gli ambienti ecclesiali che hanno con lui diviso parte dell’impegno pastorale invece attendono la conclusione del processo per la beatificazione di don Tonino Bello nel 2013. I più giovani, invece, saranno soddisfatti solo se leggeranno di un Vescovo un po’ Che Guevara, un po’ San Francesco, dalla parte dei più deboli ed emarginati, che

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editor

dava ospitalità in casa propria a drogati ed alcolizzati, a favore della multirazzialità tanto da scrivere la lettera «Caro Marocchino». Martellati dalla propaganda conservatrice dei vari cardinali Biffi, Sodano e Ruini, i giovani, infatti, trovano tutt’oggi nelle parole di don Tonino, una valida alternativa che si pone come un alito d’aria fresca nel clima bigotto e antisolidale della Chiesa ufficiale. Se volessimo accontentare tutti gli altri pur conservando un atteggiamento bipartisan, nulla sarebbe più facile che elencare le opere concrete di don Tonino quali la CASA., centro di accoglienza per


riale

tossicodipendenti, la marcia di pace in una Sarajevo in piena guerra, l’impegno pacifista come estremo baluardo del diritto alla vita. Monsignor Bello è stato tutto questo, anzi, sicuramente di più e per questo «di più» vi rimandiamo alle molteplici pubblicazioni curate dalla casa editrice La Meridiana, da Ed. Insieme o ai vari siti Internet. Ma se ognuno di noi ha già un’immagine propria del Vescovo da coccolare, accarezzare, alla quale ispirarsi, che bisogno c’è che ne legga su questa pagina? Per trovare semplice gratificazione nel veder riconosciuto il proprio

stereotipo? Vogliamo allora rivolgerci ai giovano di 20-25 anni, perché non ancora nati o perché troppo piccoli per ricordare, che non hanno idea di chi sia stato don Tonino. Voglio parlare agli immigrati e ai concittadini emigrati all’estero, a chiunque non abbia avuto la fortuna di conoscerlo, perché incuriosito si dia da fare. Vogliamo che don Tonino torni di moda, perché la libertà di pensiero, il coraggio di osare e la cultura non siano offuscati da questi anni bui. Per loro vogliamo ricordare che prima di Jovanotti, degli U2 o di Papa Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo del 2000 il Vescovo ha posto il problema della cancellazione del debito dei Paesi del Terzo mondo nei confronti del mondo occidentale e sviluppato. Vogliamo che i bambini sappiano che il Paese in cui vivono presta soldi all’Africa e poi se li riprende vendendogli armi e mine antiuomo. Vogliamo che i bambini sappiano che don Tonino sapeva e denunciava in televisione (Samarcanda di Michele Santoro) tutto ciò mentre gli altri tacevano. Perdono, perdono per questo trabocco di retorica che accompagnerà il ventennale della sua scomparsa. Lui, don Tonino, non aveva nulla a che fare con i santoni paganeggianti della cultura cattolica. Non era munito di stimmate, non aveva strani poteri pranoterapeutici o di chiaroveggenza, ed è per questo che non vedete pellegrinaggi di masse di disperati a Molfetta o la sua immagine su accendini, calendari e centrotavola. Lui era un uomo, un uomo libero, prima di tutto. Ed è così che ci piace ricordarlo. LA REDAZIONE

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DON TONINO VENT’ANNI DOPO: DA GIOVINAZZO AL MONDO. A NOI PIACE RICORDARLO COSÌ! LA FOTOCOMPOSIZIONE È STATA REALIZZATA DA

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NEL RIVERBERO DI CENTO IDEALI D T ’ : G ON

ONINO VENT ANNI DOPO DA IL NOSTRO COLLABORATORE AGOSTINO PICICCO,

IOVINAZZO AL MONDO

IN

OCCASIONE DEL VENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MONS.

TONINO BELLO (20

APRILE

2013)

CHE SI CI

APPRESTA A CELEBRARE CON PARTICOLARE SOLENNITÀ, PUBBLICA UN NUOVO VOLUME DI STUDIO E DI RICORDI RELATIVI AL COMPIANTO VESCOVO.

PROPONIAMO

UNA SUA NOTA

CHE ILLUSTRA LE MOTIVAZIONI E I CONTENUTI DEL LIBRO. PERCHE’ DON TONINO OGGI A distanza di alcuni anni sono ritornato a scrivere ancora su don Tonino vescovo. Penso che si tratti di un bisogno dell’animo: abbeverarmi alle sorgenti di acqua fresca per riprendere slancio e vigore nel cuore e nella mente. E’ un modo per ricordare il nostro vescovo e la sua umanità dal punto di vista di un laico. E’ un’occasione per considerare gli anni di episcopato molfettese, in particolare la presenza e il magistero espresso a Giovinazzo, dopo aver sedimentato vicende e pensieri nel tempo e nella lontananza anche geografica, rielaborati e riletti nell’ottica di un confronto con personaggi e vicende del mio contesto e della mia esperienza milanese. Per il ventennale della scomparsa dell’indimenticabile vescovo di Molfetta ho desiderato quindi offrire in questo volume un ricordo personale, con uno sguardo particolare ai temi dell’umanità, avvalendomi della prefazione del card. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo emerito di Milano, che dimostra ammirazione per don Tonino e stima e benevolenza per l’autore. Ho utilizzato testi inediti in mio possesso (riprodotti in appendice) e foto talvolta in-

solite che rappresentano il vescovo tra la sua gente nel pieno della sua “incarnazione” con la diocesi. Il ricordo è reso anche con simpatici aneddoti della presenza di don Tonino a Giovinazzo, nelle sue parrocchie e nei luoghi dove ferve la vita civile. Insomma, una lettura dell’umanità del vescovo operata attraverso una “lente locale”. I ricordi e le emozioni della mia adolescenza vengono completati dallo studio delle fonti e dalla meditazione dei testi del vescovo, che costituiscono quel magistero caldo e profondo, attuale, coinvolgente e stimolante per la sensibilità di tutti. L’UMANITA’ DEL VESCOVO Così ho individuato i temi dell’umanità del vescovo nello spessore delle relazioni, nella solitudine, nella malattia, nell’amicizia, nei sentimenti del Natale e, per quanto paradossale, anche nell’aspetto legato al governo della diocesi in cui pure si esprime il diritto come regolamentazione delle umane vicende della convivenza sociale.

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Ripercorro quindi il magistero giuridico del vescovo temperato dalla carità, il suo giudizio privo di ira che addolcisce lo spirito di chi ascolta e incoraggia alla virtù, forte del fatto che l’amore per la tranquillità non gli fa trascurare la disciplina, a vantaggio del suo spiccato senso di responsabilità. Ritrovo il suo ascolto per tutti, la solida cultura teologica, innestata su interessi letterari e arricchita da una forte tensione interiore, il senso dell’amicizia, la sua reazione alla malattia, “confitto in croce ma non sconfitto”, perché sull’altro lato della croce c’è il Signore che consola e sorregge.


Rivedo la sua presenza tra la gente, vigile per coglierne i bisogni e per dare loro “la forma del progetto e i contenuti della speranza” in un’azione episcopale caratterizzata da un grande dinamismo (quasi presagisse il trapasso precoce e volesse guadagnare tempo) e attuata con intelligenza, lungimiranza e senso profetico. Riascolto il suo messaggio per ristabilire l’armonia della vita, “non passando il tempo a tendere ed allentare in un’agonia di desiderio”. Soprattutto i giovani hanno bisogno di valori, di serietà, di credere e maturare un ideale. Non gli basta la cultura del superfluo e dell’effimero, la discoteca, la moda. Hanno bisogno di essere spronati dagli adulti ad essere coraggiosi e credibili, ad essere un riferimento per tutte quelle persone per le quali “la primavera non ha profumi, il tramonto non ha colori, Beethoven è un assurdo, Pascoli e Leopardi non dicono niente…”. Insomma, “Non dobbiamo essere i sacerdoti delle grandi ideologie, ma i monaci delle piccole cose”. DON TONINO E GIOVINAZZO In onestà occorre dire che don Tonino non è comprimibile nel perimetro di una città, anche se ritengo che non sarebbe male per Giovinazzo elaborare uno studio che ripercorresse in modo documentato il magistero giovinazzese, l’operato dei collaboratori qui individuati, l’attenzione specifica ai problemi della città (vedi il caso della ferriera), il rapporto con parrocchie e rettorie costantemente visitate, gli eventi diocesani al palazzetto dello sport (ad esempio l’evento “Pace e vita unico impegno” del 1984 e la relativa marcia della pace sulle note della canzone di Bob Dylan: “risposta non c’è ma forse chi lo sa, racchiusa nel vento sarà”). E poi gli incontri coi fidanzati, la partecipazione a convegni, conferenze e inaugurazioni, la visita pastorale del 1990/91, le riunioni

per definire la bozza del piano pastorale “Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi”, gli incontri di formazione per i catechisti, le assemblee di inizio anno pastorale con tutte le realtà ecclesiali, la presenza per la “presa di servizio” dei nuovi parroci, le visite ai ragazzi dell’istituto Vittorio Emanuele, al convento dei cappuccini, alla casa di riposo, all’istituto San Giuseppe, alle suore missionarie dell’oratorio, alle scuole di ogni ordine e grado (in particolare al liceo classico), alle confraternite. E ancora la partecipazione alla festa patronale, al pellegrinaggio al casale di Corsignano da lui riformato in spirito di fede, alla processione del Corpus Domini, agli incontri cittadini di avvento e di quaresima in cui scaldava il cuore degli intervenuti. Ovviamente la sua presenza non era solo ecclesiale ma riguardava anche il rapporto con i rappresentanti delle istituzioni e con il mondo della cultura, delle associazioni, del volontariato, della società civile apprezzandone la circolazione di idee, il fermento culturale, il dibattito e il confronto. In ogni caso si coglie, dagli aneddoti e dai rapporti con i singoli e con le comunità, l’attenzione e l’affetto paterno nutrito per la nostra città. In occasione del pontificale per il patrono San Tommaso il 3 luglio 1984 disse: “Cercate sempre le vostre comunità e amatele: anche se avete un parroco che fa rabbia perché non si muove, dei responsabili che invece di attirare respingono, amate sempre le vostre comunità e non allontanatevene. Solo in comunità si può scoprire Cristo”. Il discorso comunque non è quello di esaminare eventi e aneddoti e scritti fini a se stessi, ma chiederci se il suo messaggio ci ha fatto crescere come comunità cittadina ed ecclesiale. E oggi possiamo dire che il suo messaggio è vivo, che il seme sparso ha

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dato frutti, che non è più l’ora delle sterili nostalgie pur venate dalla malinconia, ma il momento di una forte presa di coscienza e di maturità cittadina. AGOSTINO PICICCO

COMUNE DI GIOVINAZZO IN OCCASIONE DEL 20° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MONS. ANTONIO

BELLO, LA S.V. È INVITATA ALLA PRESENTAZIONE DEL VOLUME

Nel riverbero di cento ideali Spessori di umanità nel magistero del vescovo Tonino Bello (Ed Insieme) di AGOSTINO PICICCO Intervengono con l’Autore: TOMMASO DEPALMA Sindaco ENZO POSCA Assessore alla cultura GIANCARLO PICCINI Presidente Fondazione don Tonino Bello Modera: RENATO BRUCOLI Direttore ED INSIEME Sabato 6 aprile 2013 – ore 19.30 Sala San Felice – Giovinazzo

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IL MAGISTERO FECONDO DI DON TONINO CHE HA ANCORA TANTO DA DIRE A TUTTI di Dionigi Card. Tettamanzi*

Mi hanno incuriosito i temi dei capitoli di questo volume di Agostino Picicco relativo all’umanità del Vescovo, anche perché mi hanno riportato alla mia personale esperienza di Vescovo, lunga e variegata nel ministero e nei diversi incarichi. Ora, da Arcivescovo emerito, non più troppo preso dalle molte preoccupazioni del ministero, ma sempre occupato nella Chiesa e per la Chiesa, tempo ricco di incontri, di colloqui, di predicazione, vivo la mia umanità in relazione con l’umanità di tanti. Conosco la passione dell’autore già da diversi anni nel divulgare la figura del suo don Tonino, Vescovo della sua adolescenza in Puglia. Agostino stesso negli anni dell’episcopato milanese mi ha sempre informato e documentato sugli scritti che man mano produceva relativi alla figura del Vescovo Tonino Bello, e in verità anche su altri scritti che lo vedono nel tempo libero fecondo scrittore sui temi che sono gli amori della sua vita: l’Università Cattolica, l’amicizia, l’associazionismo pugliese, argomenti della sua vita sociale, sui quali spesso mi ha aggiornato quando ci vedevamo in Duomo durante il suo servizio come componente della comunità di San Galdino. Dicevo che mi ha incuriosito il tema di questo volume: non si tratta del classico studio o di una raccolta aneddotica su aspetti particolari del magistero di un Vescovo (su cui pure Picicco è intervenuto e io stesso avevo scritto, qualche anno fa, la prefazione al suo volume A Sud l’orizzonte si è schiarito evidenziando un magistero alto che dal Sud giungeva fino al Nord) ma si tratta di un argomento che in qualche modo tocca ogni Vescovo e ogni uomo. Mi ha fatto piacere leggere in queste pagine come un laico consideri la figura del Vescovo, cosa si aspetti da lui, come si lasci coinvolgere dal suo messaggio, in che termini ne ritrovi la paternità e la capacità di indicare mete e ideali sempre più alti. È un segno bello di quel

legame che coinvolge tutti nella comune responsabilità sulla Chiesa e sulla ricerca di quel bene che il Signore predispone attraverso la sua Parola, il suo Vangelo, la liturgia e la carità. Mi hanno toccato le pagine relative all’attività di governo di un Vescovo. Vi traspare la sua umanità, il suo carattere e la capacità di relazione, prima ancora che la conoscenza del diritto e dei problemi. In particolare ho apprezzato la testimonianza su come il Vescovo Tonino Bello viveva l’amicizia come stile di vita e non come un privilegio offerto a pochi, la sua felicità, la solitudine in cui si immergeva come necessità vitale per predisporsi all’incontro col Signore; da lì scaturiva il suo rapporto con la gente, la corrispondenza, il confidarsi. C’è poi la fedeltà, filo rosso del rapporto con tutti e caratteristica forte del suo ministero. Conoscevo personalmente don Tonino, anche a motivo del mio servizio come Segretario della Conferenza Episcopale in quegli anni e, dopo la sua morte, ne ho sempre sentito parlare dai pugliesi a Milano.

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Ho ritrovato in questo volume aspetti che conoscevo, altri che intuivo e altri ancora che ignoravo e che mi hanno edificato: il suo eloquio caldo, carico di metafore, di immagini, di incoraggiamenti, mi ha fatto riassaporare aspetti di vita intessuta di gioia e passione anche per le piccole cose della quotidianità. Penso che il Vangelo abbia esaltato l’umanità di mons. Bello, il suo rapporto con la gente, in particolare con i giovani, con i poveri e con i sofferenti. Ho notato la sua grande tenerezza leggendo dei suoi incontri nelle parrocchie, le visite a sorpresa, l’attenzione verso i parroci, i preti giovani, i collaboratori, l’additare il giovane in carrozzella attorniato da amici in parrocchia come segno concreto di testimonianza di carità nella comunità. Posso davvero dire che leggendo queste pagine ho ritrovato nella vita di mons. Tonino Bello la centralità data al Signore e ho rilevato che il percorso della sua grande umanità è illuminato dalla fede coerentemente pensata e vissuta. Egli è riuscito a colmare l’attesa che la gente ha nel cuore offrendo il Signore Gesù come unica piena risposta. In tal senso il mio apprezzamento per questo volume di Agostino Picicco, con un duplice augurio: all’autore di continuare a scrivere da laico su questa figura e ai lettori, in particolare ai miei confratelli, di valorizzare questo maestro di spiritualità e di umanità, il cui magistero fecondo ha ancora tanto da dire a tutti.

*Arcivescovo emerito di Milano

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20 senza don tonino STRALCI DAL VOLUME «NEL RIVERBERO DI CENTO IDEALI» DI AGOSTINO PICICCO

DIRITTO E CONFRATERNITE Q T UANDO DON

ONINO VIETÒ IL GETTONE IN

DENARO AI CONFRATELLI DURANTE IL FUNERALE E ALLA MESSA SOTTOPOSTA A

«PREZZO

DI LISTINO

SOGGETTO A OSCILLAZIONI DI MERCATO» Di spessore fu la nor mativa sulle confraternite di don Tonino. In particolare ricordo la problematica della precedenza fra le confraternite di Molfetta che si richiamava a diritti e consuetudini lontane nel tempo. Don Tonino stabilì alcune soluzioni (rotazione per ordine alfabetico, turnazioni annuali…) ma ricordò che quando il problema fu posto a Gesù «tagliò corto dicendo che la logica del Regno prevedeva che gli ultimi sarebbero stati i primi e i primi sarebbero stati gli ultimi rovesciando così gli schemi delle graduatorie umane». Il 9 febbraio 1986 nel promulgare lo statuto dell’arciconfraternita di Santo Stefano in Molfetta, dopo averne descritto l’iter, chiese ai confratelli di «tradurre nella prassi quotidiana, le linee di tendenza, da voi stessi individuate, del presente statuto». E concluse invitando a ispirarsi più che a uno statuto di carta, «a quello che la voce del Signore, i bisogni della comunità ecclesiale, i gemiti della storia quotidiana e l’implorazione dei poveri scriveranno nei vostri cuori». La questione dello svolgimento del funerale dei confratelli presso la parrocchia e non presso la chiesa del sodalizio rivelò la delicatezza del vescovo nel non imporre la sua idea e nel richiamare, più che la normativa canonica, i documenti sull’importanza della parrocchia quale «luogo primario di aggregazione, di comunione, di sintesi pastorale. Gli altri raggruppamenti, associazioni ecclesiali, microrealtà di base... hanno senso solo se germogliano su una cultura di comunione e vedono la parrocchia come ‘comunione di comunità’. Diversamente, avremo frantumazioni per pochi intimi,

chiesuole simili a ‘clubs privati’, aridi ghetti, ‘mansarde’ liturgiche, dove ognuno si segrega per consumare minuscoli banchetti, sia pur prelibati, ma che nulla hanno a che fare con la convivialità delle differenze». Richiamava le indicazioni dei padri spirituali, i problemi spiccioli che certe prese di posizione dei confratelli causavano. In maniera quasi ironica diceva ancora: «So bene che voi, resi esperti di diritto canonico, avete pronto il paragrafo 2 del canone 1177 che dice: ‘? consentito a ciascun fedele, o a coloro cui compete provvedere alle esequie del fedele defunto, scegliere un’altra chiesa per il funerale, con il consenso del rettore di questa e avvertito il parroco proprio del defunto’. E così pensate forse di mettermi a tacere. Io, però, pur lasciando intatto questo diritto di ‘scelta’, potrei vietare al rettore della chiesa di dare tale consenso, a meno che non si tratti di chiesa parrocchiale e il defunto faccia parte di quella parrocchia …. Ma a questi espedienti io non ricorro, non solo perché potrebbero avallare l’idea che, gira e rigira, chi comanda ha sempre ragione; ma soprattutto perché io non voglio comandare: voglio solo persuadére. E mi sembra che nasca dal desiderio di persuadére l’atteggiamento di un pastore che vuole educare la sua gente alla ‘comunione’ non a forza di decreti o di ordinanze, ma sulla base di convincimenti profondi». L’8 dicembre 1986 scrisse alle confraternite di Giovinazzo sulla disciplina del rito del funerale. Lo spirito era sempre pastorale. Invitava a far sì che la partecipazione ai funerali non avvenisse per motivi economici, che i confratelli non si mettessero a fumare e a chiacchierare fuori dalla chiesa mentre si celebrava la messa. La presenza

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non doveva essere motivata dal gettone in denaro, era altresì opportuna la compostezza durante il rito con partecipazione attiva, attenzione alla liturgia e adeguamento ai segni dei tempi (se il corteo funebre rallenta il traffico della città è anche vero che distrae chi lo compie e allora è meglio che il rito esequiale termini in chiesa e qui venga reso il cordoglio ai parenti in un luogo che «amplifica e rende limpide la speranza cristiana e la serenità pasquale contenute nei riti liturgici»). Chiudeva con la consapevolezza di essere «educatore della fede» e l’assicurazione che il vescovo sarà sempre vicino per stimolare le occasioni di crescita comunitaria e personale. Il 25 marzo 1987 scriveva circa un altro problema confraternale: alcuni amministratori laici di chiese, confraternite, associazioni ricevevano offerte destinate alle celebrazioni delle messe che gli stessi poi passavano ai celebranti. E allora il vescovo a spiegare il significato dell’obolo per la messa, che va preservato da ogni ombra di sospetto o da superficialità e mancanza di riserbo, anche per evitare di far passare l’immagine della messa sottoposta a «prezzo di listino soggetto a oscillazioni di mercato» e a mediazioni inopportune se non ambigue. Citava sì i quattordici canoni in materia (945958) del codice di diritto canonico, ma argomentava che non si trattava di sfiducia verso i laici, ma di allontanare ogni sospetto di una analogia con un rapporto commerciale tra offerente e sacerdote. AGOSTINO PICICCO

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senza don tonino *DI DON PAOLO TURTURRO PRETE ANTIMAFIA

LETTERA A DON TONINO Carissimo don Tonino, ogni mattina sei il sorriso della mia giornata. La tua foto è sul mio comodino assieme al volto santo. Sai quel volto mi è molto caro. Ha il setto nasale rotto, come il mio. Ai piedi del letto mi metti in piedi, ricordando in piazza Duomo a Giovinazzo la tua vibrante Parola: «Giovani, in piedi. Giovani dinanzi a voi c’è un barca, una vela spiegata». Qui, in piazza Duomo, gremita di giovani attenti alla tua parola di fuoco. Qui, in piazza Duomo, a ricordare quel crocifisso: «Collocazione provvisoria». Qui, in piazza Duomo, a ricordare il cammino quaresimale: «Dalla testa ai piedi». Da Mercoledì delle ceneri a Giovedì santo, dove l’acqua purifica non solo i piedi. Qui, in piazza Duomo, a sentirti con le mie spalle addosso al campanile, perché non c’era posto in quella piazza del paese, dove non solo le campane suonano a festa. Qui, in piazza Duomo a svegliare i giovani a non bere a fontane inquinate, a cisterne screpolate. Qui, in piazza Duomo, a svegliarci assieme nella Pasqua del risorto. Poi ti ho incontrato nel palazzo vescovile. Che sorpresa! Lo Spirito del Signore è sempre una novità. Hai trasformato una curia in casa di accoglienza. Non bastano le mille lire per accogliere Vincenzo, Alberto, Giovanni, i pazzi delle strade dei nostri paesi. Non bastano i rendiconti dell’8 per mille per togliere dalla strada i barboni. E le prime comunioni del paese? Prospettavi in quel nostro incontro le prime comunioni come dei veri cenacoli, dove davvero il denaro della borsa di Giuda era escluso, proibito nel cenacolo dell’amore di Cristo. Quanto cammino, caro don Tonino, ancora da fare nella nostra chiesa! Quante volte mi è tornato in mente, in questi 12 lunghi anni di calvario, la tua croce «Collocazione provvisoria». Sì, è proprio vero, caro don Tonino, il dolore è sempre provvisorio, non è affatto eterno. La grazia è meravigliosamente eterna. Mi sono vestito tante volte, nella Messa Crismale,

con il grembiule della chiesa. Quel grembiule me lo hai affidato nella notte di Sarajevo, quando disubbidivi alle armi e quando sotto le bombe che cadevano lungo il treno dei dissidenti, tu ammonivi tuo fratello: «Perché venire fin qui, a Sarajevo, per nascondesi e proteggersi dalle bombe? E’ la sicurezza di Cristo in croce che ti ha fatto disubbidire alle guerre. Abbiamo seguito con coraggio il grido di don Milani e don Mazzolari: Obbedire non è più una virtù». Quella rinuncia di Cristo Gesù all’estrema ratio sulla croce, ti ha osato tanto, da donare un segno di conforto a chi si trovava sotto le bombe. Ci hai insegnato con solo con le tue parole di fuoco, ma con la vita delle tue notti oscure. Ci hai insegnato non più a presentare i segni della potenza dei cristiani, ma la potenza dei segni dell’accoglienza, della liberazione da ogni guerra. La potenza dell’amore e della vera giustizia verso i poveri e verso gli ultimi. E’ stato un lungo viaggio a venire a trovarti al cimitero. Da Bari a Lecce. Da Giovinazzo ad Alesano. Quante lacrime ho versato su prato della tua tomba, dove ora fioriscono non solo le margherite. Qui, ancora in piazza Duomo, la vela della chiesa della nostra diocesi prendeva il largo e mai distanza da Cristo Gesù. Ci hai vestiti di una stola lunga secoli di perdono. Ci ha insegnato a prendere il largo dalle cose della terra per respirare già di cielo. E’ ancora qui, con me, la tua stola. Nel tuo silenzio ho appreso che bisogna amare la chiesa fino in fondo. Fino all’orlo le giare della nozze di Cana sono state riempite. Fino all’orlo la nostra vita per il Signore. Fino al martirio dello spirito. E così ci scrivevi: «Amare, voce del verbo morire». Non mi scosto da Cristo. Non prendo distanze dalle sue beatitudini. Ho preso distanza da tempo dalla chiesa metafisica per pregare e lavorare nella chiesa della strada. I tuoi occhi hanno trasfigurato noi sacerdoti a elevare sguardi trascendenti, oltre le spalle di ogni persona. Ma a sera a riposare sulle spalle di Cristo.

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Io conosco ora le spalle di Cristo. Io sono ora quella pecora sulle spalle del Maestro. Non voglio più scendere e non voglio più uscire dal cenacolo del Suo amore. Memori, come affermavi che Tommaso, il didimo, era il forte della fede. Fuori del cenacolo il male impera ancora tre ore, «da mezzogiorno alle tre si fece buio sul tutta le terra». Poi il male non ha più potere. Poi la luce vince le tenebre. Sì, è proprio vero, le tenebre non possono vincere la luce. Ce l’ha insegnato san Giovanni nel suo prologo. Quante volte ti abbiamo visto venire, qui a Giovinazzo, con la tua cinquecento? E tutti gridavano di meraviglia: «E’ il vescovo! E’ il nostro vescovo!». So che hai molto sofferto nelle tue notti oscure, lontano dalla tua cattedrale, dalla tua casadiocesi. Ho sfogliato e risfogliato per me le pagine delle tue notti oscure. Forse hai sofferto più per i sorrisi sornioni dei prelati che per la tua malattia. Qualcuno ha pure pregato: «Ad pestum et ad bellum, libera nos, Domine». L’allusione, caro don Tonino, tu l’hai capita. E nel silenzio hai offerto al patibolo di Cristo la tua passione. Le tue pagine, le tue preghiere, ti assicuro, sono in tantissime sacrestie del mondo. Non solo pubblicate dalla san Paolo. Tanti, non solo preti, pregano con le tue pagine, adorano il silenzio dell’adultera, il silenzio della samaritana, le lacrime di Pietro, che ancora oggi scendono dal nostro volto. Tanti siedono ancora su quella sedia di Giuseppe, piallata dalle carezze dello sposo di Maria e presentata ad Assisi, nel convegno di tanti giovani. Molti di noi non siedono su poltrone. «Anche se i vostri peccati fossero rossi come porpora…Chi veste la porpora? Saranno bianchi come la lana… Chi veste la lana? Il buon Pastore. I veri pastori della chiesa». Caro don Tonino, è già sera. Spengo il lume del mio comodino e tu ancora mi sorridi, alzando lo sguardo al Signore della vita. Il volto santo mi assicura la sua pace. Domani aprirò i ricordi della casa dei giovani, dove don Michele tuo e mio carissimo amico ha donato non solo i passi a stampelle ma il cuore. TUO PAOLO

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dipingi la pace *DI DON PAOLO TURTURRO

PAPA FRANCESCO «Ripara la chiesa non più con le pietre preziose della terra ma con il ricamo delle nostre pietre ricevuti in faccia» Ho un grande sogno: la santità, un dono per tutti. Ridurre la santità al privilegio dell’altare è restringere a nullità lo Spirito Santo. Non c’è differenza tra un santo e un peccatore qualora tutti e due alla fine facciamo la volontà di Dio: uno da santo e l’altro da peccatore convertito. Opera il Signore dentro di noi. Fuori di Lui viviamo in un traffico di mente da smarrire il discernimento. Sono fuori dal traffico degli intrighi e degli inganni. Sono fuori dal traffico di ogni diplomazia. In certe assemblee liturgiche è fuori uso la Spirito Santo. Senza di Lui ogni uomo ha il cervello fuori servizio. Lo Spirito Santo illumina nell’apertura al creato, all’umanità, al singolo uomo oltre 360 gradi. Non è più concepibile un conclave. A chiave chiuse. Non si può chiudere la mente con una chiave. Sia il monito del cardinale Angelo Sodano all’elezione del Papa del cuore, del Papa generoso, che sappia amare tutti, che sappia accoglie tutti, nessuno escluso e non solo a parole. Mi avvio oltre la mente. Mi avvio con i sandali dello spirito. E sento Francesco I che prega con i fedeli della sua diocesi, Vescovo di Roma. E sento Francesco I che chiede la preghiera dei fedeli, perché il Signore lo benedica. Non abbiamo mai visto sulla loggia di Pietro un Papa inchinarsi per ricevere la preghiera della chiesa di Roma e del mondo. Il vescovo di Roma che porta un semplice bouquet di fiori a Santa Maria Maggiore. Non ti farò una domanda su quello che hai detto e fatto nella tua vita per sapere se sei d’accordo con i poveri. Già conosco la tua risposta. La gioia è la Pasqua del Signore che vuole cenare con i poveri e con gli ultimi. E’ la gioia della Pasqua che il buon Pastore si spogli delle cerimonie per vestirsi con il grembiule della chiesa. E’ la gioia della Pasqua il Pastore che veste lana bianca come nel grido di Isaia, se i vostri peccati fossero rossi come porpora… Chi veste la porpora? Diventano bianchi come lana… Chi veste la lana bianca, se non i veri pastori. E’ la gioia della Pasqua il pastore umile e semplice che ci sorregge con la sua preghiera. E’ la gioia della Pasqua il buon Pastore che ha in mano la forza dell’orazione per colpire e frantumare gli intrighi delle curie. E’ la gioia della Pasqua il buon Pastore che si invigorisce di sapienza del cielo e non della sapienza fatua della terra. E’ la gioia della Pasqua il buon Pastore che umilmente dichiara di venire dalla fine del mondo. Sì, è finito il mondo di uno stato che non ama più i suoi cittadini. Sì, si è aperta la griglia dei sospetti, è svanita la morte della chiesa. E’ la gioia della Pasqua camminare a piedi assieme per le vie della gente, assieme per imboccare la via del cenacolo dell’amore per tutti, assieme per le vie di una vera fratellanza, assieme per la via di un nuovo calvario che

sul suo monte splende soltanto la gioia della risurrezione. Santità, portaci sulle vie del ritorno di Emmaus al cenacolo aperto per tutti i popoli della terra. Santità, Francesco, portaci nel cuore del tabernacolo, nel pane fragrante del Risorto per tutti i popoli della terra. Francesco, non a caso hai scelto il nome del poverello d’Assisi. In te siamo il pane dei poveri. In te siamo un’eucaristia di cui tutti si possono nutrire. In te siamo non più una fabbrica di ostie ma un pane divino per tutti. Francesco, ripara la chiesa non più con le pietre preziose della terra ma con il ricamo delle nostre pietre ricevuti in faccia, quali gemme dello spirito per lo splendore della stessa chiesa di Cristo. Francesco, costruisci la chiesa con i carismi dello Spirito Santo. Francesco, portaci sul Tabor e trasfigura i nostri occhi a vedere il volto di Gesù, nostro unico e buon Pastore. Francesco, conducici silenziosamente al pozzo di Giacobbe, per sentire ancora fortemente dentro il nostro spirito di adorare Dio in Spirito e Verità. Francesco, tuffaci nella piscina di Siloe per purificarci e ossigenarci di vera fede. Francesco, accompagnaci sulle strade del mondo per salvare ogni adultera lapidata dai nostri cervelli. Francesco, scoperchia non solo il tetto delle nostre case, delle nostre chiese, ma il soffitto della nostra testa per assolvere i nostri e i peccati del mondo e gioire di essere amati per sempre da Cristo Gesù. Francesco, portaci nel deserto della nostra mente, perché il cilicio del nostro silenzio, ci faccia scoprire lo stupore di Dio che ci ama e salva tutti. Francesco, portaci nel cenacolo della vera fratellanza mondiale, dove ogni popolo, che ha ricevuto da secoli la rivelazione di Dio nostro Padre, si scopra vero figlio di Dio. Francesco, apri non solo i nostri occhi a stupirci di Dio in ogni nostro fratello e in ogni nostra sorella. Francesco, la tua mano ci sostenga e ci stringa forte nell’agave della santissima Trinità, comunità aperta a tutti i popoli della terra. *PRETE ANTIMAFIA

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di

citta’

GIOVINAZZO CHE VERRA’ R IVOLUZIONE VERDE DEL PIANO DEL

TRAFFICO.

IL CAFFÈ IN PIAZZA PER GLI AUTOMOBILISTI COSTERÀ 2 EURO IN FOTO E SERVIZIO PIÙ. ECCO IL REPORT DEL SINDACO Enrico TOMMASO DEPALMA Tedeschi Sala S. Felice gremita fino all’ultimo posto, c’era davvero molta attesa il 2 marzo u.s. per questo quinto appuntamento di comunicazione istituzionale, dopo l’interruzione forzata dovuta alla sosta elettorale. Tavolo a tre per l’assenza dell’assessore Pansini (per la perdita della madre), dell’assessore Piscitelli (indisposizione) e dell’assessore Stallone (impegnato nella fortunatissima trasferta a Trieste per la promozione del nostro olio). E’toccato al Sindaco fare un report anche per gli altri dell’attività amministrativa in questo lungo periodo. A parte il rinforzo della pianta organica del Comune con l’assunzione (probabilmente part-time) di un dirigente per il settore Servizi alla Città, ecco qui di seguito una panoramica almeno delle cose più importanti: ASFALTO S.S. 16 (TRATTE GIOVINAZZO – S. SPIRITO, GIOVINAZZO - MOLFETTA). Tratte strategiche per il piano estivo di rilancio delle tante attività turistico ricettive dei due lungomari (con parcheggi gratis) e lungo tutto il percorso, «dopo decenni» e senza ulteriori indugi, il manto stradale «sarà ripristinato in meno di un anno» - precisa il sindaco Depalma - «e non per il Giro d’Italia, come qualcuno va dicendo». Più che evidente che soprattutto quei pochi chilometri verso S. Spirito sono stati ritenuti urgenti perché determinanti per la rivalorizzazione della zona Est di Giovinazzo e per riattrarre a noi quella importante fetta di visitatori del capoluogo persa per le condizioni deprecabili di quella strada. Opere queste, insieme a quelle per lo smaltimento delle palme, appena assegnate ma con forti ribassi sull’importo della base d’asta e risparmi notevoli (in totale circa 100.000 e.). «Soldi ricavati da una leale competizione – ha dichiarato soddisfatto il sindaco – che ora potranno essere destinati ad altri lavori sui due capitoli di spesa». MERCATO GIORNALIERO E MENSA SCOLASTICA. Tanto rumore per nulla, l’ispezione ufficiale dell’ ASL si è conclusa con la prescrizione di sostituire 2 tombini in pvc con quelli in ghisa (?!). Stessa cosa per la Mensa dove tutto è risultato regolare, salvo i circa 3000 pasti (regolarmente pagati) che si sono dovuti buttare a causa del panico prodotto dalla ingiustificabile amplificazione che i media hanno fatto di «voci» che nessuno si è preoccupato di verificare. «Nessun accenno però da parte loro agli ora finalmente bagni degni di tal nome» e al riordino fatto

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per gli spazi del mercato, con tanto di sanzioni «per i furbi». ATTIVITÀ COMMERCIALI. «Dalle verifiche effettuate» questo il quadro riportato dal primo cittadino – «si è potuto appurare che molte attività commerciali si sono rivelate morose, e perciò hanno ricevuto l’avviso che se entro 30 giorni non regolarizzeranno la loro posizione partiranno tutte le procedure per una revoca delle autorizzazioni così come previsto dal regolamento». In corso, comunque, anche un adeguamento del regolamento del mercato giornaliero e, entro settembre, di quello settimanale. PUG (PIANO URBANISTICO GENERALE). Ovvero «lo strumento che una volta che sarà affinato, adottato e deliberato permetterà di poter riordinare tutte le vicende urbanistiche (dai confini di Santo Spirito e Molfetta e dalla costa alle FF.SS.) e potrà soprattutto tentare di normare nei limiti del consentito» anche la spinosa questione dalla zona D 1.1 (Zona artigianale) «Un pasticcio ereditato – sempre così il sindaco – a cui si sta cercando di dare risposte serie e concrete…soprattutto per quei cittadini che le stanno legittimamente aspettando» e che non solo sono vittime di una situazione drammatica ma adesso vivono pure dilaniate dai dubbi per la ridda di teorie contraddittorie o strumentali che circolano sulle possibili soluzioni del problema. Di qui l’affidamento da parte dell’amministrazione ad un soggetto terzo rispetto a qualsiasi forma di condizionamento o pressione e con una autorevolezza al di fuori di ogni sospetto; ma che, soprattutto, potesse essere in grado di trovare tecnicamente una quadra legale a tutto. Niente di meglio, dunque, della Università di Bari e con il preciso mandato di elaborare un piano che «utilizzando anche quel poco di buono che era stato impostato nel vecchio DPP» possa essere licenziato relativamente a breve «e, per di più, con un notevole risparmio di danaro oltre che di tempo». P.C.C. (PIANO COMUNALE DELLE COSTE). E’ di queste settimane «l’incarico da assegnare a studi competenti per redigere il piano delle coste limitatamente alla gestione delle attività commerciali su aree demaniali (e pertinenze), e cioè chioschi, strutture, tettoie…». Tema divenuto rovente «per i tanti investimenti fatti in questi anni in maniera maldestra – lamenta Depalma - perché magari anche stimolati da tecnici scorretti» e che hanno portato alla realizzazione di «cose


palesemente irregolari» e ad una situazione paradossale che però va adesso assolutamente «normata una volta per tutte». In poche parole, e al di là degli esiti di alcuni ricorsi presentati al TAR, sanare il sanabile (dove e se possibile) e comunque implementare attività che migliorino l’appeal della nostra costiera ma solo nel pieno rispetto delle regole e degli adempimenti previsti dalla legge. L’unica maniera, questa, per scongiurare di dover vivere in quel cono d’ombra di «diffusa illegittimità» che potrebbe tenere sotto scacco contemporaneamente Amministratori e onesti cittadini che «se devono fare un investimento per il loro futuro» hanno quantomeno il sacrosanto diritto di poter lavorare serenamente e senza temere ricatti o dover essere grati a nessuno. QUESTIONE SUAP (SPORTELLO UNICO ATTIVITÀ PRODUTTIVE). Solo le proposte «inchiodate da vecchia data» sono circa una ventina, pur tuttavia l’attuale Amministrazione ha dato mandato, con un atto di giunta, al dirigente preposto di approfondire il contenuto di tutti i vari Suap per poi procedere ad una valutazione congiunta con i diretti interessati e decidere se far andare avanti o meno i progetti. Qualche criticità annunciata per i troppi Suap interessati alla fascia costiera a ponente, anche nella considerazione che quest’ultima rientra di fatto nella materia specifica del PUG che si spera al più presto di licenziare e tenendo pure presente che il Suap è uno strumento che si può utilizzare soltanto in casi particolari e in assenza di un piano regolatore attivo. PIANO DEL TRAFFICO. Andrà a normare tutta la zona del Centro, la ex ZTL «Quattro fontane», i due lungomari e naturalmente il Centro Storico. Un piano organico già pronto ma che sarà comunque presentato ai cittadini entro questo mese per valutare l’opportunità di qualche eventuale «limatura» poiché è intenzione dell’Amministrazione licenziarlo entro aprile. Dopo «il primo tempo di ciò che è accaduto in Piazza» comunque qualche anticipazione il primo cittadino la fa: nei mesi estivi il lungomare

di ponente sarà pedonale per buona parte della giornata «anche perché speriamo che in quel periodo le pale meccaniche siano già al lavoro» (per sistemare la costa a rischio di crollo ndr); per i residenti ZTL abbonamento di favore (10c. al giorno) e grattino “graduato” per gli altri (al centro 2 eu./h). Insomma per «il sindaco di tutta la città», come nella circostanza si è definito, anche se «il caffè» ‘n mezz o Burg’ costerà caro se ci vai con la macchina, in compenso, grazie ai pigri, lavoreranno un po’ di più anche gli altri bar ed esercizi del paese. Ma è proprio partendo dal Centro «e con un piccolo, salutare cambiamento di abitudini dei cittadini» che il suo sogno di trasformare Giovinazzo in una appetibile Slow City può divenire concretamente possibile. Anche circa il «il dolore di pancia» adesso lamentato da qualche commerciante della Piazza e dintorni, è più che sicuro il Sindaco che «grazie a questa strategia» il malessere temporaneo di oggi potrà in breve tempo trasformarsi in un benessere mai conosciuto prima. E non solo per loro ma per tutta la città. SICUREZZA E VIDEOSORVEGLIANZA. Come purtroppo (per loro) ci insegnano molte realtà anche vicine, Sicurezza e Turismo sono un binomio che non si può assolutamente scindere. E poi con i tempi che corrono è già assai quando si riesce a parlare di (relativa) sicurezza. Anche se rispetto al resto dell’hinterland Giovinazzo potrebbe ritenersi quasi fortunata, Tommaso Depalma una sua ricetta per rendere ancor più sicura la nostra città sembra però averla trovata e ne ha dato l’annuncio: «Fra un po’ licenzieremo il provvedimento per dotare la città di un apparato wireless che non solo permetterà di utilizzare la rete per il sistema informatico e telefonico del Comune ma ci consentirà di gestire tra le 10 e 20 telecamere di videosorveglianza (inizialmente nei punti più nevralgici della Città e nel Centro Storico anche per la viabilità) per poi estendersi progressivamente dove ritenuto necessario. Un sistema questo, non solo autofinanziato, ma che consentirà addirittura un risparmio per le casse comunali di 16.000 euro all’anno poiché, a fronte di spese correnti per telefonia e rete intorno ai 64.000 euro il noleggio verrebbe invece a

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costare, stando ai conti fatti, circa 48.000 euro. Con il resto ce ne possiamo anche andare a cena tutti quanti!». Ridono e applaudono tutti alla battuta finale del sindaco, anche perché se quanto da lui anticipato diverrà presto operativo, quel bisogno di maggior sicurezza che tutti comunque invocano da anni sarà forse finalmente soddisfatto. Rimandando ad un prossimo numero gli approfondimenti necessari, doveroso almeno un accenno agli altri temi annunciati: Piano triennale delle Opere Pubbliche (è pronto ed andrà in giunta non appena possibile); Gare d’Appalto (senza ulteriori proroghe a breve partiranno le gare per la manutenzione del verde pubblico, per quella stradale ed edile, per le pulizie degli uffici…); cosiddetto Centro Civico, ovvero l’inutilizzato rudere della 167 (si sta cercando di cedere la struttura alla ASL per farne una piccola Cittadella della Sanità che comprendesse CPT, SERT, SIM e la Farmacia ubicata nel V. Emanuele, centralizzando così tutti i servizi e liberando sia l’Istituto che tutta l’area dell’attuale pronto soccorso interessata dai progetti di sviluppo previsti per la maglia C2); Area ex-AFP (assegnata la gara ai vincitori del ricorso al TAR, salvo eventuali strascichi, entro sei mesi sarà pronto il progetto e si potranno mettere a bando le opere per la bonifica e la valutazione del reale tasso di inquinamento residuo anche ai fini di una opportuna tipizzazione di utilizzo nel quadro del PUG); Campo Sportivo Raffaele De Pergola (si sta lavorando intorno ad un progetto per la riqualificazione ed una trasformazione polifunzionale della struttura per ospitare anche eventi spettacolari extracittadini); Politiche Sociali (colmato il gap “ereditato” di bilancio con l’IMU sulla seconda casa si è potuto, soprattutto grazie allo straordina-

rio impegno del vice-sindaco Michele Sollecito, non solo assolvere a tutte le richieste di contributi presentate nel 2012 ma persino a quelle inevase del 2010 e 2011. In più con la collaborazione di alcuni privati si è pure potuto evitare che qualche famiglia di nostri concittadini finisse all’addiaccio); Politiche Ambientali (firmata la convenzione con l’AMPANA, le guardie ecozoofile dal 1° aprile potranno anche elevare sanzioni a chi non rimuove le deiezioni del proprio animale o a chi insozza e fa bivacco sulle coste e negli spazi cittadini; garantita una loro collaborazione, se necessaria, anche per altre attività pubbliche. Imminente la campagna pubblicitaria per la sterilizzazione, ci sarà pure una modifica alla ordinanza 42 per individuare e colpire quanti spargano sostanze sospette sul territorio). LA CULTURA…È UN’ALTRA COSA! Pur essendo già stato pubblicato un articolo il mese scorso, non possiamo non ritornare sull’argomento della polemica accesa dal PD e GD nei confronti della gestione della Cultura, dal momento che il Sindaco ha voluto cogliere questa circostanza per rispondere pubblicamente, anche a nome della maggioranza, alle accuse mosse nei confronti del suo assessore Enzo Posca. E, trattandosi oltretutto di un esempio concreto di applicazione della sua personale linea guida come amministratore ed imprenditore «fare meglio, spendendo meno», lo ha difeso senza mezzi termini: «Hanno ragione quelli che hanno scritto che la cultura è un’altra cosa….se vogliamo confrontare quello che hanno fatto loro in questi ultimi 3 anni con quello che ha fatto Posca in questi 8 mesi , stiamo parlando dalla notte al giorno!...». E giù cifre su cifre, guardando il tabellone proiettato e commentando i dati con sapide battute: «Estate 2011- 46 eventi per 90.300 euro; Estate 2012 - 63 eventi per 74.900 euro con un risparmio, dunque, di circa 15.400 euro (e pure con eventi di grande qualità di cui si è parlato sui giornali); Festa di S. Antonio 2011 - 18.500 euro, quella del 2012 – 14.000 euro … E fermiamoci qui - altrimenti l’elenco sarebbe troppo lungo e a senso unico - concludendo con le stesse parole usate dall’ass. Posca nel suo misurato intervento di chiusura: «Le cifre e i fatti parlano da soli». Per chi avesse residui dubbi c’è comunque una tabella a disposizione, la stessa che è sta proiettata. Non avrà scusanti, così, il prossimo giornalista che volesse ancora scrivere la sua su questa vicenda, perchè prima di darli i numeri li avrà almeno letti.

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IL

CONTRAPPUNTO d e l l ’a l f i e r e

VIA FAVUZZI DALL’AFP TRANQUILLI, la politica non c’entra! NEL MONDO. Il Venezuela piange Hugo Chávez. La politica chavista ha fatto sì che la povertà nel Venezuela diminuisse di diversi punti percentuali, mentre anno dopo anno è cresciuta l’alfabetizzazione. Requiem per Hugo Chávez. La nazionalizzazione del petrolio e altre mosse politiche socialiste, le belle parole nei confronti di Gheddafi avevano diviso per anni il mondo intero. Chi l’ha considerato come un dittatore, chi l’ha paragonato a Castro, chi l’ha visto come una leader che ha saputo migliorare le condizioni di vita dei venezuelani. Sicuramente Hugo Chávez è stato un po’ di tutto. In questi 14 anni di potere abbiamo assistito alle accese critiche da parte dei liberisti e degli americanisti, ma allo stesso modo abbiamo osservato come il Venezuela, e forse tutto il Sudamerica, sia entrato in una nuova fase della sua storia. In un mondo occidentale come il nostro dove l’economia inciampa e dove la disoccupazione e il precariato crescono, viene da chiedersi più di una volta che cosa, e non chi, sia stato effettivamente Hugo Chávez. Senza cadere nei giudizi troppo affrettati. Intanto «Habemus papam»: Papa Francesco. La Chiesa sembra voler ripartire dagli esclusi, dai deboli dispersi (e non dalla curia, dall’assemblea dei potenti). Se così fosse, la scelta sudamericana sarebbe chiara. Il nome scelto dal Cardinal Bergoglio rimanda direttamente all’alter Christus e, sinceramente visti i tempi che corrono, non è un’eredità da poco. I critici sono già pronti a sparare sentenze. La disattenzione a Dio è drammatica. Le idee non molte. Servirebbe davvero un nuovo inizio, come lo fu al suo tempo Francesco per una Chiesa che, forse, era messa peggio di oggi. Questo fa ben sperare. IN ITALIA. Sono stati eletti i presidenti dei due rami del parlamento Italiano, che vanno ambedue al Centro-Sinistra. Alla camera, una new entry, la neo eletta nelle file di Sel, Laura Boldrini ex portavoce dell’alto commissario Onu per i rifugiati, ottiene il quorum per l’elezione alla quarta votazione. Una elezione,quella della camera, che possiamo definire scontata visti i numeri di maggioranza del Centro-Sinistra. Al senato,invece, attuale punto debole del sistema di maggioranza relativa, vie-

ne scelto dai senatori ed al ballottaggio Piero Grasso, eletto nelle file del PD ed ex procuratore Nazionale Antimafia con 137 voti. Dalla conta dei voti al Senato sorgono alcuni dubbi concreti che puntano subito su alcuni Grillini e con precisione 12 dell’attuale coalizione di 59 senatori che sembra si siano sciolti come neve al sole votando Piero Grasso. Alla base dell’inciucio targato cinque stelle la mera conta dei votanti al senato. Subito la risposta di Grillo, fondatore del Movimento. Hanno tradito il mandato degli elettori. Ma cosa si aspettava Grillo, il fanatismo islamico dai senatori di primo pelo che Palazzo Madama fino a qualche mese fa lo vedevano solo in tivù? Ne vedrete delle belle. Il tempo è galantuomo. A GIOVINAZZO. Qualcuno non conosce l’abc della democrazia partecipata. La Democrazia Partecipativa è intesa come partecipazione aperta a tutti i cittadini (sic!) che possono formulare proposte anche attraverso il ruolo delle associazioni nella gestione della cosa pubblica. Invece qualcuno suggerisce che la democrazia partecipata è quella che si esercita solo se si compila un modello identificativo presso la sede di Giovinazzo Città del Sole. Forse loro avranno un posto al sole nella Democrazia Partecipata, gli altri, i non iscritti alla CDS o ad alcuna associazione, si meritano invece una democrazia partecipata Minore. Tant’è. Il sindaco il 2 marzo riferisce il rendiconto dei 9 mesi di governo e della città del sole che verrà. Si prevede la rivoluzione del traffico. Aspettate l’estate e vedrete che Giovinazzo sarà una marina pe-

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donale. Un po’ sul modello delle città romagnole. Che bello! Chissà quale piano del traffico alternativo si inventeranno i nostri tecnici alla viabilità per sentirsi un po’ città a misura d’uomo. Il grattino in piazza costerà 2 euro e i commercianti già immagino affileranno le armi! La città è affamata. Non si muove foglia. Il PUG (Il Piano Urbanistico generale) in discordanza con l’agire della vecchia amministrazione è stato affidato ai consulenti dell’Università di Bari. Chissà quanto tempo aspetteranno costruttori e proprietari di terreni per vedere le prime gru. Dicevamo, una città affamata dove non lavora più nessuno. Ma qualcosa però si muove. Il futuro si chiama Piano Comunale delle Coste, ovvero il piano delle coste limitatamente alla gestione delle attività commerciali su aree demaniali in passato gestiti in maniera maldestra secondo il pensiero del sindaco Depalma grazie alla complicità di tecnici scorretti. Vedremo l’atto di indirizzo di n. 6 istanze, tra cui 5 ricadenti tutte a ridosso della costa tra la località cala Arena e Torre Gavetone. Vedremo dopo aver fatto tesoro della «lezione di urbanistica» nell’auditorium don Tonino Bello dell’integerrimo dirigente al settore Ezio Turturro sulla successiva fattibilità. Vi rimando alla lettura della delibera di giunta n.40 per scorgere nomi e cognomi di futuribili fruitori del Piano Comunale delle Coste. Intanto alcuni giovinazzesi hanno rivisto la toponomastica e intitolato più di una via a Vito Favuzzi. Non hanno capito che senza lui ci sarebbe un sogno in meno. Auguri, presidente del Consiglio!

alfiere@giovinazzo.it APRILE 2013


il

fatto

IN GRILLINI DI, GIOVINAZZO ON HANNO UNA SEZIONE SI RITROVANO

NEGLI SCANTINATI E SULLA RETE, HANNO SPESO

54 EURO PER LA CAMPAGNA ELETTORALE: IL 2° PARTITO PIÙ SUFFRAGATO DI GIOVINAZZO CON IL 23%, UN PUNTO PERCENTUALE IN MENO DEL PD (24%)

SONO

tonio Calin. La sede è semplicemente online basta iscriversi su www.meetup.com e cercare «Giovinazzo Cinque Stelle», ogni settimana le riunioni si tengono nei garage degli attivisti o nei luoghi pubblici visto che non si ha nulla da nascondere. Periodicamente si svolgono le riunioni provinciali e regionali. Il motto è dunque: largo alla trasparenza e alla partecipazione. Non esiste un organigramma perchè nell’ambito del movimento sono del tutto abolite le logiche tradizionali dei partiti. Nessuna tessera dunque e nessun finanziamento, nessuna carica direttiva. Solo ed esclusivamente donazioni volontarie, autofinanziamenti. Quanto è costata la campagna elettorale a Giovinazzo? Complessivamente 54 euro. «Inizieremo subito a predisporre sondaggi per capire quali sono le esigenze dei cittadini giovinazzesi – esordisce Giuseppe Depergola – il nostro intento è partire dal basso per raccogliere firme e fare le nostre proposte nel Consiglio Comunale, per cui occorre sempre il consenso democratico di tutti». Oltre agli obiettivi previsti dal programma nazionale per la città di Giovinazzo, i grillini hanno le idee chiare. «Innanzitutto piena trasparenza e comprensibilità degli atti amministrativi – prosegue Alessio Pierro – e poi obiettivi ben delineati: per la sicurezza proponiamo postazioni pattugliate nelle ore critiche ai quattro accessi della città (via Molfetta, via Bari, sottopassaggio via Bitonto, cavalcavia via Terlizzi) oltre al sistema di videosorveglianza; nel settore turismo proponiamo all’Amministrazione l’impianto di un servizio estivo fisso per le spiagge pubbliche (controllo e pulizia), per la raccolta differenziata (maglia nera a Giovinazzo) si può attuare un servizio incentivante per i cittadini che possa definitivamente spingerli verso comportamenti responsabili, di talché il ritorno economico sarà un grande risparmio per le discariche». E poi ci sono quei provvedimenti tanto esaltati anche nelle campagne elettorali ma mai creati. Ad esempio i parcheggi in periferia e il servizio di bus navette per l’eliminazione delle auto nel centro della città, iniziative turistiche di maggiore spessore e co-

Non è un partito, non è una setta segreta o l’antipolitica. Non è il movimento della protesta e chi lo ha votato non ha espresso nessun voto di protesta. Il Movimento 5 stelle è l’espressione dell’attuale sentire comune della gente, di ciò che vediamo ogni giorno davanti ai nostri occhi, di persone che non hanno nessun tipo di futuro. Sono laureati, professionisti, operai, imprenditori, commercianti, lavoratori autonomi, casalinghe. Tutti con un comune denominatore: quello di essere costretti a vivere alla giornata nella loro professionalità perché un posto fisso non ce l’hanno e non l’avranno mai, non potranno mai dormire sonni tranquilli perché lo Stato mai darà loro una possibilità. Anzi! Continua ancora a corrispondere compensi elevatissimi ai propri parlamentari, mentre si avvicendano le nebulose vicende di imbrogli e ruberie che vedono ai primi posti in classifica proprio loro, i politici con tutto il codazzo di Banche, Enti Pubblici, società più o meno legali, arresti eccellenti di onorevoli molto noti. Anche Giovinazzo non si è sottratta a tale vento di un cambiamento fin troppo sbandierato. «La stessa Amministrazione – raccogliamo il sentimento comune dei grillini locali - non ha ancora colto questo desiderio infinito da parte della gente di azzerare un sistema che continua ancora ad essere quello degli inciuci e degli aggiustamenti a favore di quell’amico del cuore o di quella persona in difficoltà. Tant’è! Un anno fa (che ora appare un secolo se misurato politicamente) la voglia di onestà e di giustizia non era ancora entrata a piedi uniti nel nuovo sentire politico e, volendo, si riusciva ancora a far passare dalle fessure del vecchio sistema politico l’intento di insediarsi sul più alto scranno con i gropponi sulle spalle, mascherati dal ventilato arrivo di un nuovo sistema (ma quale nuovo!). Giovinazzo oggi non ha ancora nulla di concreto che ha smosso la realtà economica del paese». LA MARCIA DEI GRILLINI GIOVINAZZESI Ma come nasce l’idea del gruppo in città? Il meetup Giovinazzo Cinque Stelle è nato a fine novembre 2012 e i fondatori sono Giuseppe Depergola, Mimmo Depergola e Angelo Raco. Subito dopo si sono uniti Domenico Perrino, Raffaele Maglia, Angela D’Aquino, Nicola Pierro, Alessio Pierro e An-

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ordinate in maniera seria senza creare solo eventi episodici che non attirano i paesi limitrofi ma lavoro per i cittadini, gli incentivi da parte del Comune allo sviluppo delle attività agricole, ad esempio gli uliveti tanto diffusi in questa zona (e oggi completamente sviliti) e il conseguente utilizzo dei prodotti a chilometro zero da acquistare direttamente alla fonte. «Mi dispiace sottolineare che a Giovinazzo non si registra l’interesse delle donne – interviene Angela D’Aquino – a differenza di ciò che avviene negli altri comuni e attualmente anche in Parlamento. Invito quindi le signore ad entrare in una sana ottica della politica e iniziare a capire che, in una forma di governo trasparente le donne possono assumere un ruolo principale e smettere i panni delle pedine nei quali finora sono state calate la maggior parte delle donne che vediamo nei ruoli istituzionali principali». L’ORGANIZZAZIONE DEL MOVIMENTO Per poter iniziare la campagna elettorale era necessario effettuare la raccolta firme. È stata così organizzata ed è stato ottenuto il consenso di 200 giovinazzesi grazie ai banchetti informativi che si sono tenuti nelle domeniche dei mesi di gennaio e febbraio. Il lavoro è stato comunque alquanto minuzioso e duro poiché sono stati organizzati incontri con tre nuovi e attuali parlamentari pugliesi mentre nell’ultima settimana di campagna elettorale sono state proiettate in Piazza le immagini dei comizi di Beppe Grillo. Risultato? Il Movimento 5 Stelle è riuscito a portare a casa un bel 23% a Giovinazzo per un totale di 2.632 voti e quindi gli sforzi sono stati ripagati. Arriverà ben presto il momento di affrontare le tematiche locali e di ottenere risposte serie e concrete dall’Amministrazione comunale. Ma come lavorerà il Movimento 5 Stelle? Nessuno dei candidati esprimerà mai una preferenza derivante da interessi di partito non programmatici, una preferenza dedita a far cadere un governo o a sostenere una forza d’opposizione. I COMMENTI DAL WEB Proprio in rete si gioca per i grillini un’altra partita. Forse quella più

importante per la loro ragione sociale. Dubbi, ignoranza del programma e degli obiettivi del Movimento 5 Stelle, poca voglia di arrendersi di fronte al nuovo e a ciò che potrà apportare. Sono questi i sentimenti contrastanti di chi si è esposto sul web per dire la sua. La delusione sul fronte politico degli ultimi venti anni ha un prezzo molto elevato e le stesse persone non si rendono conto che, continuare a votare a caso o solo perché qualcuno appena influente gli ha sussurrato nell’orecchio che una sistemazione per lui o per il figlio gliela garantisce (della serie «poi vediamo, sai con questa crisi non è facile!») non ripaga né in termini di dignità che di risultati. Sembra proprio essere questo probabilmente il messaggio che lancia sul web il grillino Mimmo Depergola in risposta a quanto postato dal sig. Luigi Carrieri che così afferma: il 27 febbraio 2013 alle 16:36: “«Grillini giovinazzesi, non montatevi la testa,perchè è stato SOLO UN VOTO DI PROTESTA, né è farina del vostro sacco! Anche io e la mia famiglia (6 persone) abbiamo votato per il M5S, ma non siamo per niente a favore della vostra idea politica.....favorevoli solo al rinnovamento generazionale e alla riduzione degli stipendi d’oro. Perciò, la prossima volta, rivoteremo da un’altra parte, così come faranno in molti altri. Grillini giovinazzesi e non, restate con i piedi per terra, perchè se levitate troppo, cadendo vi potete far molto male: la mandibola sbatterebbe sui piedi e se non avrete ritratto la lingua........!». È molto bello invece cogliere l’emozione di chi ha visto lontano, l’onda lunga del cambiamento che tra l’altro, se ben ricordate ci è stato anticipato stranamente da coloro che finora consideravamo ad un gradino più basso in fatto di democrazia, le primavere arabe. Così mette in riga dunque Domenico Raffaele il 28 febbraio 2013 alle 00:06 che posta: «Che tristezza leggere messaggi contro questi ragazzi. commentatori ignari del cambiamento e bravi a spargere disinformazione. L’italiano si merita Berlusconi e Bersani a vita. da lunedì sera tutti i sordi sentono e tutti i ciechi hanno riavuto la vista. Coraggio ragazzi continuate con il vostro entusiasmo e non date retta a costoro che sanno solo flaccidare il loro sedere nei bar e nei salotti di casa. 5 stelle forever». GABRIELLA MARCANDREA

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l’ angolo DI

del

lettore

GABRIELLA MARCANDREA

ANDREA CERVONE, IL 1° DIRETTORE DI BANCA «Non c’erano titoli derivati o titoli tossici. In quegli anni il credito veniva erogato prevalentemente sulla fiducia nei confronti della clientela, il direttore conosceva personalmente tutti i clienti» L’argomento oggi non è dei più simpatici. Non potevamo però rinunciare, in questo periodo così delicato per l’immagine degli istituti di credito, ad una chiacchierata con un nostro affezionato lettore. Che di banca ha vissuto. Ebbene sì, il primo direttore di banca di Giovinazzo, per la precisione della Banca Felice Maldari, ditta individuale bancaria nata nel lontano 1923. Abituati come siamo oggi a leggere solo diciture importanti in capo alle banche, parlare di una banca intestata ad un singolo cittadino, appare del tutto abnorme. Tuttavia, l’intuito e la genialità dei singoli hanno fondato le basi della nostra epoca e Giovinazzo può vantare la memoria di Felice Maldari, un fabbro dalla mente contabile, fondatore di una banca a Giovinazzo. Il dr. Andrea Cervone ha avuto l’onore di essere il direttore di questa banca dal 1972 al 1989 e ovviamente conserva tutta la storia e le vicissitudini di quell’epoca. Uno spaccato di vita di un istituto di credito dove non si conoscevano titoli derivati o titoli tossici. Dove tutto avveniva nella massima trasparenza e riservatezza. DA FABBRO A BANCHIERE. «Un’idea - chiosa il nostro lettore - nata dalla genialità di Felice Maldari, fabbro giovinazzese che ai primi del ‘900 emigrò in America creando subito un’officina meccanica per la produzione di stampi per pastifici». E che c’entra con la banca? Ebbene c’entra parecchio perché il geniale Felice Maldari, già in possesso della licenza di scuola elementare, allora merce rara, emigrò negli Stati Uniti d’America e precisamente a New York, e lì divenne il referente di tutti i concittadini emigrati che avevano necessità di farsi leggere le lettere che ricevevano dall’Italia dalle loro famiglie. Insieme a questa

FOTOGRAFIA MICHELE DECICCO

necessità, divenne ben presto diffusa la pratica di spedire i dollari, le famose «pezze» ai familiari. Allora era un’impresa. La commissione di cambio che veniva applicata in Italia era molto alta e don Felice aprì una vera e propria agenzia in America per ricevere e consigliare i compaesani interessati a queste operazioni. Di lì l’intuizione geniale di aprire una banca a Giovinazzo per fare affluire i soldi degli emigranti senza oberarli di elevate spese accessorie e in tempi rapidissimi attraverso telegrammi. Si posero in tal modo le basi della Banca Felice Maldari. «Dal 1923 a Giovinazzo si trasformò la realtà economica, affluiva moneta contante dall’America e si iniziarono ad aprire anche i primi conti correnti perché i soldi andavano pure depositati e risparmiati» - precisa il nostro lettore-direttore. Il quale fu ben lieto alla fine degli anni ’50 di essere assunto in qualità di impiegato presso questo storico istituto di credito che aveva visto rafforzare la propria immagine negli anni per serietà e affidabilità, anche perchè fondata sul principio della meritocrazia di chi lavorava. «La mia laurea in economia e commercio non poteva che essere rispondente al mio lavoro piuttosto che proseguire nell’ insegnamento scolastico». Fino al 1936 la Banca ha operato senza l’autorizzazione della Banca d’Italia che non era obbligatoria. Successivamente, nel 1955 la titolarità passò da Felice a Francesco Maldari e così l’istituto divenne Banca Felice Maldari di Francesco Maldari. Oggi sa-

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rebbe quasi impensabile una titolarità di questo genere! NUOVA BANCA MALDARI. Il dr. Francesco Maldari, assunta la guida della banca, avviò la ristrutturazione e l’ammodernamento della stessa in aderenza alla accresciute esigenze operative. E quindi, il 18 gennaio 1964 ci fu l’inaugurazione della nuova sede della Banca che occupava una superficie di 400 metri quadri (un bel salto rispetto ai 70 metri quadri iniziali) nel famoso Palazzo Marchese di Rende, nella centralissima piazza. I nuovi spazi operativi creati, consentirono, altresì, l’assunzione di nuovo personale, passando dai 2 impiegati iniziali a n. 15 unità lavorative al 31.12.1985. A tale data i risparmi depositati presso la banca erano di oltre 50 miliardi di lire. Il dr. Cervone fu nominato direttore nel 1972. «In quegli anni il credito veniva erogato prevalentemente sulla fiducia nei confronti della clientela». A dispetto di qualsiasi promotore finanziario la banca risolveva ogni esigenza e sulle forme di risparmio, venivano chiaramente e semplicemente indicati, l’ammontare degli interessi che il cliente avrebbe ritirato alla scadenza con tanto di sottoscrizione del direttore che se ne assumeva quindi la responsabilità. E così i Madoff di turno erano lontani mille miglia da quel settore. L’operatività della Banca Maldari era limitata ai clienti residenti nel comune di


GRUPPO FRATES Giovinazzo, Molfetta, Terlizzi e Bitonto. Solo su espressa autorizzazione della Banca d’Italia si potevano intrattenere rapporti anche con nominativi di altre località. L’attività della Banca Maldari non si limitava alle sole operazioni di sportello ma anche a tutte le altre incombenze di qualsiasi altro Istituto di Credito con tante responsabilità, queste, che delineavano una figura precisa di direttore generale più che di consueto direttore di filiale». LA CESSIONE ALLA BANCA DI LUCANIA. «Nel 1986 la Banca Maldari fu ceduta alla Banca di Lucania, e nel 1990 ne divenne uno sportello. Da quella data il nome di Felice Maldari tramontò definitivamente» ricorda il dr. Cervone che prima di tale cessione aveva già terminato la sua carriera. Una banca quindi che ha visto il suo sviluppo negli anni del boom economico, quando le Acciaierie Ferriere Pugliesi lavoravano a pieno ritmo e le imprese satellite erano in pieno sviluppo. Ci riferiamo soprattutto alle ditte di armamento ferroviario, circa dieci all’epoca sul territorio cittadino oltre a tutte le imprese edili e quelle di manutenzione dei manti stradali. Una vera e propria flotta che garantiva alla banca lavoro continuo. E OGGI? «I direttori odierni sono oberati dall’obbligo di dover raggiungere a tutti i costi determinati risultati, attraverso la vendita dei prodotti di investimento più svariati, prima la nostra figura era maggiormente rispettata» conclude il nostro affezionato lettore. Alla crisi di liquidità, alla mancata erogazione dei prestiti e alle sofferenze abbandoniamo il resto dei pensieri di tutti noi nei confronti degli attuali istituti di credito. GABRIELLA MARCANDREA

ha collaborato MICHELE DECICCO

IL DOTT. ALLEGRETTA VA IN PENSIONE E’ proprio così! Il Dott. Giovanni ALLEGRETTA, direttore del Centro Trasfusionale di Molfetta, va in pensione. E’ giusto, perché Egli, dopo aver dedicato molti anni della sua vita di Medico al sevizio degli altri, si riposi. Noi del Gruppo FRATRES di Giovinazzo, lo conosciamo dal 1988 quando ha intrapreso il suo lavoro di medico trasfusionista al centro di Molfetta e nello stesso periodo è diventato Assistente Sanitario della FRATRES. Ci dispiace, perché Egli era un preciso punto di riferimento, un vero amico non solo dei tanti donatori che si sono succeduti negli anni, ma anche di tutto il Gruppo FRATRES. C’è un vuoto in questo momento che non viene colmato da nessuno. I donatori sono un po’ smarriti maggiormente della Sua assenza. A parte questo, ci manca per le doti umanitarie e, anche se il suo carattere dimostrava una persona chiusa, Egli è stato veramente un uomo e un Medico all’altezza di ogni situazione. Avremmo voluto che il tempo si fosse fermato per tenerlo ancora con noi. Ora però che è tutto deciso, Gli facciamo tanti auguri affettuosi e sinceri, perché possa godersi un futuro sereno insieme a tutta la sua famiglia. Adriana De Vitis

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la cronaca nera

RAPINATORI NEL SACCO. ERA ORA! CONTRO

I FURTI URGONO

DI

GABRIELLA MARCANDREA

CONTROLLI E VIDEOSORVEGLIANZA!

mano maggiore sicurezza e sorveglianza, non si capisce infatti se l’atto sia stato originato da un piromane o da un gesto sconsiderato di vandali. Il problema è che da fin troppo tempo non si riescono a capire i motivi di tanto scempio notturno nelle vie cittadine lasciate al loro destino.

PH .

GIOVINAZZOLIVE .IT

Ancora un furto presso la stessa azienda. Ad essere colpita per ben due volte in pochissimo tempo è la Ditta Grossano Edilizia sulla SS 16 tra Molfetta e Giovinazzo. Il 4 marzo è stato perpetrato un furto di attrezzature e materiale edilizio. Evidente che tale opera potrebbe ripetersi ancora perché questo tipo di reato nelle aziende è oramai divenuta un’altra prassi ricorrente a Giovinazzo. Il 16 marzo si è registrato un furto di attrezzature ad opera di minorenni giovinazzesi a bordo di un’imbarcazione ormeggiata nel porticciolo di Giovinazzo. Sono stati denunciati ed affidati ai genitori. L’INCENDIO Il 22 marzo un’autovettura è stata incendiata in via Dogali. Una brutta storia che si aggiunge alle precedenti per le quali nessun autore finora è stato assicurato alla giustizia. Una Fiat Multipla con alimentazione a metano è stata completamente distrutta dalle fiamme. I cittadini recla-

RAPINE Il 28 febbraio, nella sera è stata messa a segno una rapina alla Farmacia Fiore in via Papa Giovanni XXIII. Un copione già visto. Tre persone incappucciate con pistola sono entrate nel negozio e senza mezzi termini hanno invitato tutti a stendersi per terra a faccia in giù. Hanno quindi intimato subito alle cassiere di consegnare il danaro contante e poi sono fuggiti su una Fiat Uno. Immediatamente sono stati chiamati i Carabinieri della locale Stazione di Giovinazzo ma i banditi avevano fatto perdere le loro tracce. Grande paura tra i clienti dell’esercizio commerciale. Il 9 marzo, invece è una data da segnare con lapis indelebile. Una rapina, l’ottava negli ultimi 5 anni compiuta ai danni della Tabaccheria di via Toselli. Una rapina finita male per i malviventi che si erano accinti a sottrarre l’incasso del punto vendita, con la solita pistola e il viso travisato. Erano riusciti a portar via 150 euro. Nella loro fuga però in via Bari sono stati intercettati dai Carabinieri della locale Stazione che li hanno fermati e trovati in possesso di soldi e pistola. Sono stati immediatamente identificati, S.F. di 32 anni e C.F. di 23 anni, pregiudicati di Bitonto e tradotti presso la Casa Circondariale di

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Bari. LE DENUNCE Il 2 marzo sono stati denunciati a piede libero M.U., un pregiudicato ventiduenne di Trani, presunto autore di uno scippo ai danni di una signora di Molfetta e un minore di Bitonto, L.D., resosi responsabile di un tentativo di furto aggravato di un’autovettura nei pressi di via Sindolfi a Giovinazzo. ATTENZIONE E PREVENZIONE I Carabinieri della locale stazione di Giovinazzo invitano i cittadini a seguire alcuni consigli: - chiudere a chiave le porte blindate delle abitazioni con le mandate previste; - non lasciare mai inserite le chiavi nel cruscotto dell’automobile quando ci si allontana per qualche minuto per aprire il garage; - non scendere mai dall’auto se si ha l’impressione di aver subito un urto sospetto in quanto potrebbe essere un raggiro da parte di un potenziale rapinatore della stessa; - chiudere bene gli infissi e relativi cancelli dei balconi anche ai piani superiori degli stabili; - non portare gioielli a vista per strada e soldi nelle borse o marsupi; - nella prossima stagione estiva non portare chiavi, soldi o valori sulle spiagge lasciandoli incustoditi; - segnalare immediatamente la presenza di persone sospette nei condomini di qualsiasi quartiere.

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ALFA 147 1.9 MJ - ANNO 2008 - KM.77MILA

FIAT 500 BIANCA POP2007 - KM.53MILA

ANNO

OPEL CORSA - CC.948 KM.65MILA

ALFA 159 1.9 SW PROGRESSION - ANNO 2007 - KM.119MILA

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storia DI

DIEGO

nostra DE

CEGLIA

INEDITO DI PASQUA FINALMENTE ATTRIBUITE LE STATUE DEI MISTERI DI GIOVINAZZO

Nel 2005 pubblicammo l’opuscolo “Pasqua d’altri tempi” con vecchie immagini dei riti pasquali Giovinazzesi e le relative notizie storico documentarie fino ad allora rinvenute. Nel corso di questi anni proseguendo nella consultazione degli atti dei notai che hanno rogato sulla piazza di Giovinazzo nel corso del XVIII secolo, sono emerse delle brevi ma significative notizie che consentono di stabilire con certezza chi e quando ne realizzò le immagini e con quale forma ebbero inizio le processioni dell’Addolorata e dei Misteri argomento che diventano oggetto dei due articoli che seguono. Considerato che numerosi sono stati i cambiamenti che ha subito quest’ultima processione a partire dallo stesso secolo XVIII, e che di essi nulla è emerso rispetto a quanto già scritto nell’opuscolo del 2005, su questi non ci soffermeremo, fiduciosi che nuove ricerche consentano di rendere più completo l’argomento e di ridare alle stampe l’opuscolo in edizione rivista ed aggiornata. Altrettanto dicasi per l’antico culto dell’Addolorata da parte dell’arciconfraternita del Santissimo. Ringrazio l’amico archivista dott. Michele Bonserio che mi ha fornito alcune note relative a questo culto, da lui rilevate nei libri contabili della confraternita del Santissimo.

più sentite, più tarde e meno radicate sono quelle di Terlizzi e Giovinazzo, che oltre i cinque misteri dolorosi comprendono altre immagini di personaggi della Passione di nostro Signore. Se le statue dei misteri di Molfetta sono ascritte al secolo XVI, quelle di Ruvo sono datate 1673, quelle di Terlizzi sono di epoche diverse (le più antiche sono ascritte al XVII secolo) e per Giovinazzo, fino ad oggi, solo attraverso il carteggio di un contenzioso del 1825 relativo alla proprietà della statua di Gesù all’orto, era stato possibile dedurre che l’iniziativa della processione fu della confraternita di S. Maria di Loreto (oggi estinta). Un atto notarile inedito ci consente oggi di sapere quando ebbe inizio tale rito, e di datare e conoscere l’autore delle statue che componevano ed oggi insieme ad altre compongono la processione, e che non erano state ascritte ad alcun artista poiché prive di qualsivoglia dicitura o firma.

L’ATTO INEDITO Il 18 marzo del 1718 venne rogato dal notaio Nicola de Adamo l’atto con il quale la confraternita di Loreto commissionò a mastro Carlo Cinzio Altieri, nativo di Altamura e residente in Giovinazzo, la fattura di ben 6 immagini: i cinque misteri dolorosi (Orazione nel Getsemani, Flagellazione, Ecce Homo, Cristo carico della croce, Cristo morto) e un manichino dell’Addolorata. «Die decimo octavo mensis martii undecime indictionis millesimo septingentesimo decimo octavo, Iuvenatii. Nella nostra presenza personalmente costituiti Domenico la Bianca di detta città di Giovenazzo priore della confraternità di S. Maria di Loreto di questa medesima città agente et interveniente alle cose infrascritte, I riti paraliturgici della settimana santa nelle quattro città della Dio- tanto in suo nome quanto in nome e parte de fratelli di detta cesi, si fanno risalire a differenti periodi; propria e peculiare di confraternità e suoi successori in futurum da una parte, e Carlo ciascuna è anche la datazione, il valore artistico, iconografico ed Giacinto Altieri scultore della città d’Altamura da più anni casato espressivo di ciascuno dei simulacri portati in processione il vener- e commorante in questa città agente et interveniente alle cose dì e sabato santo. infrascritte per se, suoi heredi e successori dall’altra parte. Detto e di detto2013 Domenico Le processioni dei misteri di Molfetta e Ruvo sono le più antiche e3 1Carlo Cintio asserisce nella presenza nostra APRILE

LE STATUE DEI MISTERI


priore di detta confraternità presente, come sotto li due del mese di gennaro di questo corrente anno 1718 convenne col reverendo sig. d. Oratio Facchini di questa medesima città di far le cinque statue di legname et una testa della Madonna con le mani, in tutto numero sei cioè un Christo all’orto con l’angelo che comparisce col calce, Christo alla colonna, Christo coronato di spine, Christo al Calvario colla croce in collo, e Cristo morto». Di queste sei, l’artista ne scolpì tre a devozione e ne fece dono alla confraternita. Il priore di essa e l’Altieri «convennero e stabilirono il prezzo di tre statue solamente di docati ottanta e che ne dovea tre perfetionare per questo corrente anno 1718 per servirsene in questo prossimo venerdì santo, e l’altre tre le dovea dare perfettionate per l’anno venturo 1719, che donava per sua devotione a detta confraternità con ponere nella base di dette tre statue il suo nome e cognome, come da albarano, che da me si conserva al quale astante che tutte dette sei statue son finite, e venute tutte a perfettione e per exquire detta sua volontà esso Carlo Cintio dona donationis titulo irrevocabiliter inter vivos a detta confraternità e per essa a detto Domenico priore presente, e suoi succesori in futurum, tre di dette sei statue e sono: Christo all’orto, Christo al Calvario, e la Madonna, qual donatione esso Carlo Cintio promette già mai revocarla». LA DONAZIONE DELLO SCULTORE Sicuramente più ricercata appare la realizzazione delle statue della Flagellazione, dell’Ecce Homo, e del Cristo morto, per le quali l’Altieri, che dové impegnarsi maggiormente per la rappresentazione degli elementi anatomici del corpo del Cristo, chiese il dovuto pagamento. Le statue che egli donò invece, presentano solo il volto, le mani ed i piedi in legno scolpito, l’Addolorata è infatti un manichino vestito con abiti in raso mentre il Cristo all’orto ed il Cristo con la croce hanno le vesti in tela gessata, tecnica indubbiamente meno dispendiosa, non solo in termini economici. A memoria di questa donazione l’Altieri richiese che fosse ap-

posta sul basamento delle tre statue un’iscrizione che così inconfutabilmente gli sarebbero state attribuite. Nel rogito notarile infatti si legge: «che sotto le base di dette tre statue donate esso mastro Carlo Cintio si debba mettere la sequente inscrittione: “Carolus Altieri sculpsit et puplico cultui donavit. Anno Domni 1718”. E togliendosi per qualche incidente, si devono di nuovo rifare l’estesse parole, quale innovazione di detta inscrittione sia tenuto detto Carlo Cintio, suoi heredi e successori, richiedere il priore e fratelli qui pro tempore di essa confraternità a rifare le medesime parole a spese del medesimo Carlo e suoi heredi e successori e caso che contravenissero detti priore e fratelli, qui pro tempore di detta confraternità a fare rifare detta iscrizione, possa detto Carlo Cintio, suoi heredi e successori cedere e donare dette tre statue ad altra confraternità a suo arbitrio e che la presente donatione sia nulla, come non fusse facta, così de patto, dichiarando esso mastro Carlo Cintio esser stato sodisfatto delli detti docati ottanta per il prezzo dell’altre tre statue e per tal pagamento seguito, quieta tanto esso sig. d. Oratio, quanto esso Domenico priore e fratelli di detta confraternità di S. Maria dello Reto, facendoli finale e generale quietanza [...] Ita che da oggi avanti le dette tre statue come sopra descritte passano in pieno dominio di detta confraternità ad haverle, tenerle e possederle come vera signora e padrona, riserbandosi esso Carlo Cintio, suoi heredi e successori, detto ius che quando venisse a guastarsi detta descritione di nuovo rifarla a sue spese con tutti l’altri patti apposti in detto instrumento, et sic etiam. Et promissero e convennero dette parti sollene stipulatione per tutto e quanto in detto instrumento si contiene haverlo per rato, grato e fermo et a quello non contravvenire per qualunque capo causa e ragione, quia sic» (Arch. di Stato Bari, piazza di Giovinazzo, sk. 21, prot. a. 1718, f. 38-40). ALCUNE STATUE VENGONO ALIENATE Anche se attualmente nessuna delle tre statue presenta l’iscrizione dettata dall’Altieri, è da supporsi che la sua volontà circa l’apposizione del suo nome sul basamento delle stesse fosse stata

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rispettata, poiché le statue rimasero in possesso della confraternita di S. Maria di Loreto fino agli anni Quaranta del Settecento quando questa confraternita le alienò tutte, tranne quella del Cristo con la croce. La statua dell’Addolorata realizzata dall’Altieri è quella esposta in Cattedrale nel cappellone della confraternita del Santissimo che la acquistò dalla confraternita di S. Maria di Loreto nel 1742 pagando per questa e per quella del Cristo morto la somma di 15 ducati e 37 cavalli. Nel 1743 la confraternita di S. Maria di Loreto vendette la statua di Gesù nell’orto all’Universitas di Giovinazzo per il prezzo di 10 ducati (Arch. di Stato Bari, piazza di Giovinazzo, sk. 23 not. F. P. De Musso, prot. a. 1743, ff. 78-81), mentre non è dato sapere il prezzo che ricavò dalla vendita del Cristo flagellato alla confraternita della SS. Trinità e dell’Ecce Homo alla confraternita di S. Maria degli Angeli. Nell’atto di vendita del Cristo all’orto infatti si legge solo che la confraternita di S. Maria di Loreto possedeva «molte statue di legno che rappresentano la passione del nostro Redentore, delle quali se ne serviva ogn’anno con fare una solenne processione nella sera del venerdì santo, e perché la detta confraternità presentemente si è resa impotente a portare il peso così grande di cera ed ogn’altro bisognevole per detta processione, … ha deliberato di cedere ed assignare alcune di esse statue a persone e luoghi pii». Le immagini del Cristo, opere di mastro Carlo Cinzio Altieri, che tuttora compongono la processione del venerdì santo insieme ad altre di epoche successive, presentano la particolare fattura dei capelli con scanalature e la stessa postura delle statue di Ruvo di Puglia (Getsemani, Ecce Homo, e Cristo con la croce) e di Altamura (Flagellazione, Ecce homo, Cristo con la croce) tutte opere di Filippo Altieri, padre di Carlo Cinzio. NOTE BIOGRAFICHE DELL’ARTISTA A mastro Carlo Cinzio Altieri è intitolata una strada in Giovinazzo anche se lo storico Giuseppe De Ninno asseriva di non conoscerne né le opere né la valenza artistica; quando infatti nel 1890 il De Ninno inserì il nome di questi nel suo testo Memorie storiche degli uomini illustri della città di Giovinazzo, scrisse: «si distinte al suo tempo nell’arte scultorea, secondo appunto rileviamo dal suo atto di morte. … Quali fossero state le opere da lui eseguite e dove, da procacciarsi il titolo di egregius sculptor, è a noi ignoto». Mastro Carlo Cinzio, nacque ad Altamura nel 1669 da Adelia Maria Santoro e Filippo Altieri, noto scultore, e si trasferì in Giovinazzo intorno al 1698. Sono sue opere anche S. Nicola, S. Corrado e la Madonna dei martiri una volta sul torrione della porta della città di Molfetta e oggi conservate in altre sedi; il S. Rocco, l’Immacolata e S. Nicola Pellegrino che tuttora decorano la facciata della chiesa del Purgartorio di Palo del Colle; la statua di S. Giuseppe ancor oggi presente nella Chiesa matrice di Capurso; la cappella della confraternita di S. Pasquale Baylon nella chiesa di S. Maria della Chinisa di Bitonto. Non sono invece più rintracciabili un crocifisso ed una statua del Salvatore realizzate per la vecchia cappella del Santissimo nella Cattedrale di Giovinazzo.

Carlo Cinzio tramandò l’arte scultorea al figlio Antonio Altieri autore delle due statue di S. Michele e S. Cristoforo presenti in piazza Costantinopoli in Giovinazzo.

LA GLORIOSISSIMA VERGINE DE’ SETTE DOLORI Suo culto in Giovinazzo nel secolo XVIII LA FESTA DEI DOLORI DI MARIA La processione dell’Addolorata al termine del periodo quaresimale è un rito che caratterizza quasi tutti i paesi del meridione d’Italia. L’attuale forma della processione e le caratteristiche delle sue statue hanno una chiara ascendenza spagnola essendo stato il sud Italia per lungo tempo sottoposto al dominio spagnolo dal sec. XV al sec. XVIII. Le origini del culto dell’Addolorata comunque risalgono ad epoca medievale, quando si sviluppò una letteratura “de passione Christi et dolore et planctu Matris eius”, cui celebre esemplare è il popolarissimo ‘Stabat Mater’ attribuito a Jacopone da Todi che compose in lingua volgare anche le famose ‘Laudi’ tra le quali “Donna del Paradiso” anch’essa legata a questo culto. Nel 1233 era sorto a Firenze l’Ordine dei frati “Servi di Maria”, che si distinse nei secoli per la diffusione del culto dell’Addolorata; l’abito di questi frati era nero proprio in memoria della vedovanza di Maria e dei dolori che essa sostenne nella passione del Figlio. A questi frati nel 1668 la S. Congregazione dei Riti permise di celebrare la Messa votiva dei sette Dolori della Beata Vergine, fissata da papa Innocenzo XII alla terza domenica di settembre. La stessa Congregazione nel 1714 ne fissò la celebrazione anche al venerdì precedente la Domenica delle Palme e papa Pio VII poi, nel 1814, estese la festa liturgica della terza domenica di settembre a tutta la Chiesa, con inserimento nel calendario romano in ricordo delle sofferenze inflitte da Napoleone alla Chiesa e per essa al Papa suo capo. Infine papa Pio X fissò la data definitiva al 15 settembre, come memoria non più dei “Sette Dolori”, ma più opportunamente come celebrazione della “Beata Vergine Maria Addolorata”. Nonostante il calendario liturgico post conciliare abbia lasciato solo al 15 settembre la “memoria” della Beata Vergine Maria Addolorata, i riti paralitirgici legati ad Ella sono rimasti concentrati in periodo pre pasquale.

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odierno Vescovo» (ADG, fondo confr. Santissimo, Libri di conti). Della donazione vi è testimonianza anche nell’atto rogato dal notaio Nicola d’Adamo il 25 settembre 1732 quando alcuni canonici della Cattedrale di Giovinazzo su richiesta dello stesso Vescovo dichiaravano «come sanno benissimo che nell’ingresso (che) fece l’illustrissimo e reverendissimo signor d. Paolo de Mercurio vescovo di questa predetta città, in questa sua residenza ... fè venire da Napoli a sue spese in questa città una statua di legno della Vergine Addolorata con duoi puttini a fianco, uno delli quali tiene la croce e l’altro la corona di spine, situata sopra una pedagna a modo di piramide ben lavorata, contornata e tutta lavorata, che a loro giudizio può valere detta statua docati 100 in circa, qual statua fu donata da esso mons. Vescovo all’arciconfraternità del SS. Sacramento sita dentro la Cattedrale di questa città» (ASBa, piazza di Giovinazzo sk. 21, vol. 371, f. 88). L’immagine è quella che tuttora è esposta sull’altare del Crocifisso (terzo a sin.) in Cattedrale, come è possibile rilevare anche dagli atti della Visita Pastorale che lo stesso vescovo de Mercurio compì nel 1737: «Visitavit successive altare Sanctissimi Crucifixi … in quo altare ultra sacratissimam statuam seu imaginem Sanctissimi Crucifixi adsunt depicte in lateribus sacre imagines sancti Joannis Apostoli ac sancte Marie Magdalene et in parte inferiori sanctissime Crucis adest fenestrella in qua est reposita sacra imago seu statua Sanctisssime Virginis Addolorate satis decenter ornata et pientissime que sumptibus illustrissimi et reverendissimi domini Episcopi fuit constructa et donata eidem confraternitati Sanctissimi Sacramenti et cum decenti cultu manuteneatur decrevit quod provideatur et decenter aptetur ante illum lamina ex cristallo» (BNBa, fondo De Ninno, vol. 17/2, f. 29v), la nicchia alla quale il Vescovo ordinava di apporre il vetro la confraternita l’aveva fatta realizzare l’anno precedente insieme alla grande tela che la sovrasta, fatta dipingere da Saverio de Musso (ADG, fondo Arciconfr. Santissimo, Libri di conti). Nella relazione della Santa Visita non si fa menzione dei due angioletti di cui si parla nell’atto del 1732, angioletti che peraltro neanche al giorno d’oggi adornano l’effigie. È ipotizzabile però che siano i due puttini con croce e corona di spine che tuttora vengono posizionati alla testa ed ai piedi del feretro del Cristo morto durante la processione del venerdì santo. Nel 1742 la confraternita del Santissimo acquistò dalla confraternita di S. Maria di Loreto al prezzo di 15 ducati e 37 cavalli oltre alla statua del Cristo morto, anche quella statua dell’Addolorata a manichino vestito che oggi si vede nel suo cappellone in Cattedrale (ADG, fondo confr. Santissimo, Libro di conti). Non ci è dato sapere quindi con quale delle due immagini della Vergine di sua proprietà la confraternita del Santissimo tenesse la processione a partire da tale anno: se con il mezzo busto ricevuto in dono dal vescovo Paolo de Mercurio o l’opera dell’Altieri acLA STATUA DONATA DAL VESCOVO DE MERCU- quistata dalla confraternita di Loreto. RIO Nel 1731 infatti Paolo de Mercurio nativo di Camerota (Salerno), PARTICOLARI DELLA CELEBRAZIONE eletto vescovo di Giovinazzo, nel prendere possesso della Dio- Dettagli sul culto dell’Addolorata voluto da mons. de Mercurio cesi fece dono a questa confraternita di una immagine dell’Ad- emergono più chiaramente da un atto notarile del 12 novembre dolorata. L’evento dovè essere solennizzato poichè tra le spese 1743 con il quale lo stesso Vescovo fece un lascito di 100 ducati sostenute dalla confraternita nell’anno seguente è segnato: «Per il alla confraternita del Santissimo nella persona del suo priore Nisparo nella processione della Madonna de’ sette dolori donata cola Cirillo e del tesoriere Martino Missere: «Asserisce alla presenza alla confraternita dall’ill.mo e rev.mo monsignor de Mercurio nostra detto ill.mo et rev.mo sig. d. Paulo de Mercurio vescovo ut supra qualmente

PRIME TESTIMONIANZE IN GIOVINAZZO In Giovinazzo, per quanto sin dal secolo XVI si abbia un riferimento a “prediche della passione” il venerdì santo (prediche che sicuramente dovevano contenere riferimenti ai dolori della Vergine, e che con le disposizioni del Sinodo diocesano del 1639 furono ben disciplinate), il culto delle immagini legate alla passione di Cristo ed ai dolori della Vergine in tempo quaresimale si sviluppò solo nel secolo XVIII. Anche se nel sinodo del 1639 tra le feste da celebrarsi dal clero e popolo di Giovinazzo non appare quella dei dolori di Maria, pare opportuno segnalare l’esistenza in un Antifonario manoscritto della Cattedrale di Giovinazzo, che raccoglie pentagrammi di epoche diverse, un «Officium de septes doloribus Beatæ Mariæ Virginis» datato 1692. Sui fogli pentagrammati le iniziali del testo sono arricchite da decorazioni miniate. Particolarmente interessante è la miniatura della “A” di Amen nell’ultimo foglio che da quanto è scritto sul cartiglio che l’avvolge, ci consente di conoscere il nome del committente, don Nicola Francesco Forte presbitero della chiesa di Acquaviva; dell’amanuense, don Palmo Antonio Annecchino di Acquaviva; nonché di chi adattò la salmodia in canto gregoriano, don Donato Francesco Ingellis sempre di Acquaviva, per uso del canonico della Cattedrale di Giovinazzo don Oronzo Fanelli (Exaravit r. d. Palmus Antonius Annecchino Aquevive ecclesie sacerdos, petente r. d. Nicolao Francisco Forte eiusdem ecclesie presbiteri. 1692. / Quod ad formam gregoriani cantus redegit r. d. Donatus Francisci Ingellis ecclesiae collegiate Aquaviven. Canonicus, hoc ad usum reverendi d. Orontii Fanelli Cathedralis ecclesie Iuvenacen. canonici). Si può ipotizzare pertanto una particolare devozione di don Oronzo Fanelli verso l’Addolorata alla fine del ‘600, anche se nelle chiese di Giovinazzo non c’è nessuna immagine dell’Addolorata di epoca precedente al ‘700, né se ne fa menzione negli atti delle visite pastorali o in altri carteggi.

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da dodici anni in circa per sua particolar devozione a sue proprie spese fece venire da Napoli la statua seu immagine della gloriosissima Vergine de sette dolori, e quella immediatamente la cedè e donò alla detta venerabile congregazione, affinchè l’officiali pro tempore della medesima nel giorno della sua festività con l’accompagnamento di questo rev.mo Capitolo e clero processionalmente si fusse portata per tutta questa città non solo per la di lui devotione ma anco di tutto il popolo della medesima come anco in detto giorno far celebrare non solo la messa cantata ma anco un panegirico in lode di detta Vergine addolorata. In virtù della quale donatione di detta statua di detta Vergine addolorata dalli predecessori officiali di detta ven. arciconfraternita si è fatta e continuata detta processione sincome nel corrente anno da detti officiali si è praticato. La onde detto ill.mo e rev.mo Vescovo sig. d. Paolo de Mercurio havendo fatto matura riflessione alle spese et altro bisognevole per detta processione così per la cera come per altro affare importante per solennizzare più decorosamente detta processione ha disposto e deliberato in acie eius mentis voler donare per titulo di donatione irrevocabile tra vivi alla ven. congregatione … la summa di docati 100 con la conditione patto e legge che ... come si è fatto in passato li officiali di detta congregatione continuino a solennizzare la festa pagando con quei soldi cera, messa cantata e panegirico». Nell’accettare la donazione alle condizioni imposte dal Vescovo, la confraternita nelle persone di rettore priore e tesoriere «promettono et obligano impiegare li sudetti ducati 100 come sopra non solo ma anco solennizzare e far solennizzare la suddetta festività e processione nel venerdì di passione nel modo come di sopra espressato ogni anno, e nel giorno della festività di detta gloriosissima Vergine addolorata» (ASBa, piazza di Giovinazzo, sk. 17 not. G. B. Cianciola, vol. 340, f. 325v). Che il Vescovo de Mercurio fosse devoto della Madonna venerata sotto questo titolo ne viene chiara conferma dalla seguente nota di spesa sempre della confraternita del Santissimo: «1738 a dì 5 aprile, Per due torce servite alla processione della Vergine de’ dolori, per uso del Vescovo e l’altra per il Vicario, ducati 1.70». Le seguenti note di spesa poi attestano che tale culto si andasse sempre più propagando: 1741 «a 24 marzo, Regalia alli musici per lo Stabat Mater,

ducati 0.82»; 1746 «1 aprile, al Violicello venuto da Palo per la processione dell’Addolorata, ducati 1.53.¾»; 1748 «5 aprile, Al padre lettore fra Nicolò da Barletta per il panegirico dell’Addolorata ed aggio, ducati 2.60»; 1750 «per la processione dell’Addolorata pagato il violoncello venuto da Bari»; spesa fissa era quella per l’onorario ai canonici della Cattedrale che partecipavano alla processione, canonici che nel 1754 però durante la visita pastorale dichiaravano un loro onere quello di partecipare alla processione che si teneva «nel giorno delli dolori di Maria Santissima nella settimana di Passione». Sul finire del secolo XVIII poi la manifestazione dové arricchirsi nell’apparato esteriore tant’è che nel 1779 la confraternita pagava «alli soldati del sig. Marziani <comandate della Guardia nazionale> per la processione di S. Maria Addolorata». Nel 1781 l’arciconfraternita del Santissimo chiese ed ottenne dal vescovo Michele Continisi l’autorizzazione a potere effettuare la processione dell’Addolorata non più il venerdì di passione ma la terza domenica di settembre (ADG, fondo Archivio Capitolare, docc. cartacei sec. XVIII, fasc. 7, doc. 116b). Domenica 16 settembre 1883, lo storico don Luigi Marziani, arciprete della Cattedrale, mentre si accingeva a accompagnare la statua dell’Addolorata in processione, fu colto da fulminante infarto sul sagrato della Cattedrale, come si legge nella raccolta dei suoi necrologi fatti pubblicare in suo onore dai familiari per i tipi di F. Petruzzelli & Figli (A Luigi teologo Marziani, arciprete della Cattedrale di Giovenazzo, rapito al cielo il dì 16 settembre 1883, Bari 1883). Non sappiamo fino a quando si sia mantenuta l’usanza di questa processione, infatti al giorno d’oggi l’arciconfraternita del Santissimo a settembre cura soltanto la celebrazione eucaristica in onore dell’Addolorata. In periodo pasquale invece, il suo culto è divenuto appannaggio della Confraternita della Purificazione, che reca in processione una ulteriore immagine della Vergine dolorosa della quale sinora si ignora autore e datazione.

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scene di vita DI ANGELO d altri tempi GUASTADISEGNI

CARNE DI CAVALLO, IL RAGÙ DELLA TRADIZIONE Carne di cavallo sì, carne di cavallo no. L’argomento è abbastanza dibattuto oggi. Altri tempi! Quando ero giovanotto – ahimè settant’anni orsono – il pranzo domenicale consisteva in un piatto di pasta fatto in casa da mani di fata, ebbene sì proprio quelle delle nostre mamme. Indovinate il condimento? Un bel sugo cotto con carne di cavallo, il famoso ragù. Quelle sì che erano pietanze gustose. La carne di cavallo, allora era molto ricercata sulle tavole domenicali (a quei tempi solo la domenica si mangiava il ragù di carne di cavallo) poiché durante la settimana il pasto quotidiano consisteva in pietanze gustose di legumi e verdure di stagione. Ma la domenica non si sfuggiva. Carne di cavallo, a volte anche di mulo, asino… senza differenza alcuna…purché carne! All’epoca c’erano due macellerie: una era poco distante dalla Pro loco, all’altezza di Piazza Costantinopoli e l’altra si trovava nei pressi dell’Hotel S. Martin. Era sufficiente ordinare la quantità desiderata. Al resto ci pensava il macellaio. La quantità della carne che il macellaio dava al cliente consisteva in pezzi di costate e spalla. Il tutto rigorosamente in carta gialla, grezza. Il prezzo? Sempre meno salato della carne di maiale o di pecora. Se vogliamo usare dei termini esatti per descrivere i sughi domenicali, si parlava di sugo alla carne di cavallo «evasa» o «sfuggita», meglio «scomparsa» o mai comprata. La carn sfcent! Il venerdì era usanza macellare le bestie (due, al massimo tre) e il sabato la carne era in vendita nelle due macellerie. E la gente ci andava per comprare le solite porzioni striminzite per

fare il sugo domenicale. Il tardo pomeriggio del giorno di sabato, mio padre e mia madre chiamavano me e il primo dei miei tre fratelli. Ci davano la solita paghetta e ci questo problema non potrebbe ora verifidicevano di andare alla solita macelleria equi- carsi anche per altri tipi di carne utilizzati na nel paese vecchio, nei pressi dell’Hotel S. negli alimenti e non indicati? Martin per comperare la solita porzione di carne. Una volta fatta la spesa si rincasava e mia 15 aprile 2013 madre si accertava della quantità. Né un PIETRO grammo in più, né un grammo in meno doD’AMBROSIO veva essere presente nell’incarto. Anche alcompirà 40 anni lora però il cavallo oltre che essere macellato, era usato per trainare i carri, era una bestia necessaria all’uomo. Oggi l’argomento della carne di cavallo è molto discusso. Effettivamente la parziale tracciabilità del cibo che acquistiamo quotidianamente non è una pratica corretta e depone completamente a sfavore del consumatore. La questione principale riguarda l’eventuale e presunto utilizzo delle carni di cavalli da corsa ai quali, nel corso della loro vita e per esigenze agonistiche, probabilmente sono state somministrate sostanze nocive ov- AMORE MIO, AUGURI, vero medicinali che possono risultare danFELICIDADES PER IL TUO 40° nosi per l’uomo. Il problema principale che sta portando al COMPLEANNO. sequestro di tutti gli alimenti contenenti percentuali minime di carne di cavallo è pro- CON TODO MI AMOR, EL DE prio questo. Ovviamente in questi casi scatTU FAMILIA ITALIANA Y tano anche delle forme di psicosi abbastanza diffuse ed ora è caccia in tutto il mondo ESPAÑOLA. agli alimenti dove non è indicata la proveI LOVE YOU, DESI nienza della carne di cavallo utilizzata. Mi domando e dico però? Ai nostri tempi quali controlli venivano effettuati? E ancora: ma

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l avvenimento

E’ DI GIOVINAZZO IL MIGLIOR OLIO DEL MONDO Sbanca la Puglia degli extravergine di oliva a Olio Capitale Adesso è ufficiale: è di Giovinazzo il miglior olio del mondo. A dirlo non certo noi ma il verdetto finale, dopo l’accuratissima preselezione dell’Università di Bologna, di ben tre diverse giurie nel concorso internazionale che si tiene ad Olio Capitale, la fiera-mercato di Trieste che a livello mondiale è divenuta un riferimento assoluto per il settore degli extravergine di oliva . Per capirci meglio, Olio Capitale è l’esatto corrispondente per l’olio di quello che Vinitaly è per il vino; ovvero un appuntamento anche questo divenuto irrinunciabile per buyers, produttori, importatori, distributori, tecnici, giornalisti e opinion leaders che da ogni parte del globo vengono a cercare in Italia il meglio del meglio. Ed è pure inutile continuare a sprecare altre parole per ricordare quale è la reputazione di cui gode il nostro Paese, nel mondo intero, per l’eccezionalità della sua cucina e dei suoi prodotti agroalimentari. Un risultato straordinario, dunque, quello che il vincitore assoluto di un concorso così prestigioso (e riservato esclusivamente agli extravergine di oliva) sia risultato un olio di Giovinazzo , il D.O.P. «Le tre colonne» dell’azienda agricola di Salvatore Stallone cui sono stati attribuiti sia il primo premio che la Menzione d’Onore. Primus inter pares l’olio di Giovinazzo per il suo «fruttato intenso» , hanno vinto il primo premio nelle loro rispettive categorie – sulle ben 230 etichette anche estere in concorso - l’olio della Cooperativa Olivicoltori Valle Cedrino di Orosei (fruttato leggero) e quello dell’azienda agricola Il colle di Paoletti Flavia di Bagno a Ripoli (fruttato medio). Solo un olio spagnolo nei 15 finalisti e soddisfazione nella soddisfazione, se la parte del leone l’ha fatta la Toscana con ben 6 nomination, è stata però la Puglia a sbancare il concorso aggiudicandosi ben 4 premi sui 7 assegnati quest’anno. Un risultato che la dice lunga sugli altissimi livelli qualitativi raggiunti dalla produzione della nostra regione, ma anche e soprattutto sulla validità dell’affermazione del nostro olio «Le tre colonne» di Giovinazzo quasi a completamento di un palmarès di successi guadagnati in un impressionante work in progress di premi e riconoscimenti: SLOW FOOD (già 3 Olive d’Oro, 2 menzioni ‘Grande Olio’) ORCIOLO D’ORO (Gran Distinzione Miglior Olio selezioni Ogliarola) SOL D’ORO VERONA - rassegna oli del Vinitaly (Gran Menzione per il miglior extravergine BIO) LOS ANGELES INTERNATIONAL EXTRA OLIVE OIL COMPETITION (1° class. ‘fruttato inten-

so’ Best of Show e Medaglia d’Oro Best of Class Award) PREMIO MONTIFERRU (2 Menzioni d’Onore, D.O.P. e BIO) BIOL (Gold Medal for the Best Organic Extra Virgin Oil) L’ORO D’ITALIA (un1° ed un 2° posto in Italia per il suo BIO “coratina”). Notizie dovute queste, giusto fermandoci all’anno scorso e pure tralasciando qualcosa, per evitare che l’oggettività di informazione potesse essere invece scambiata per un eccesso di entusiasmo campanilistico che non avrebbe certo reso merito né a noi né tantomeno a chi ha reso possibile questo successo. Un’affermazione, quella del tenace imprenditore giovinazzese, che non solo ci inorgoglisce, ma apre col suo esempio nuove prospettive di sviluppo non solo per la nostra città ma anche per l’intera Puglia. Tutti qui «sapevamo da sempre» e dicevamo che «l’oro verde» della nostra campagna non conosce rivali ma, senza il risultato di quell’ innovatore della tradizione quale si è rivelato Salvatore Stallone, chissà per quanto tempo ancora ci saremmo dovuti accontentare del semplice apprezzamento di pochi capaci estimatori ed intenditori e di una fama lontana nel tempo; oppure continuare a brillare della luce riflessa dal “cima” della vicina Bitonto. Si riappropria di tutta la sua credibilità, ora, quel cartello all’ingresso della città che dice «Giovinazzo Città dell’Olio» e il recente successo ci riconcilia pure con un passato che parla di una riconosciuta eccellenza che si perde nella notte dei tempi: quando, per esempio, i potentissimi Rufolo di Ravello (Gabellieri di Puglia) si trasferirono qui in un maestoso castello di cui è però rimasta (restaura-

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ta a metà) l’incredibile struttura del frantoio medievale, oppure quando i raffinati Gonzaga mandavano qui le loro navi a caricare l’olio con cui rifornire la loro splendida corte. Solo una nota amara, e non certo nel nostro meraviglioso distillato di olive, in tutta questa vicenda: la defezione all’ultim’ora di quasi tutti gli altri produttori d’olio di Giovinazzo pur invitati ed incoraggiati in tutti i modi a partecipare alla importante rassegna triestina dall’assessore alle Attività Produttive, l’altro Salvatore Stallone (a scanso di equivoci l’omonimo cugino del proprietario dell’azienda «Le tre colonne» che, come assessore, sta letteralmente rianimando tutto il suo settore). Una preziosa opportunità persa per i loro frantoi perché, proprio grazie all’ exploit del loro concittadino, anche loro avrebbero potuto aprire lì nuovi e proficui contatti. E senza dover stare più a spiegare che Giovinazzo è praticamente l’affaccio al mare di Bitonto, fa parte del cosiddetto «triangolo d’oro dell’ olio migliore del mondo…». Basta la parola, d’ora in poi dicendo «olio di Giovinazzo» le porte si apriranno da sole. Persino quelle più arrugginite: all’occorrenza e tra le tante altre sue straordinarie proprietà, pur se è uno spreco, vi è anche quella che l’olio è un ottimo lubrificante. ENRICO TEDESCHI

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DELIRIO ELETTORALE ALL’ITALIANA Non potevo esimermi dal fare commenti sulla campagna elettorale italiana, considerato che solo qualche mese orsono tale clima è stato da me vissuto in America. È naturale quindi porsi davanti all’esigenza di confrontare le realtà di due continenti così lontani ma sempre molto vicini nella storia per una forte alleanza e un granitico rispetto. Il nostro Presidente è stato eletto direttamente dal popolo ed è anche a capo del Governo. Indubbiamente aver espresso un consenso di tale portata fortifica tantissimo questa figura che diventa fondamentale nel governo delle nazioni e difficilmente potrà scontrarsi irrimediabilmente con le altre forze politiche. Non così in Italia. La fiducia al capo del Governo deriva dai componenti delle Camere che, negli ultimi anni in Italia sono sempre stati in forte fermento e che oggi, dall’ultima campagna elettorale appaiono completamente scollegati ognuno rispetto alle altre forze politiche presenti. Si parte con tale sistema, basato anche sulla presenza di vari partiti, da un’infallibile ingovernabilità che non porterà da nessuna parte ma che potrà produrre solo risultati disastrosi. L’America inoltre registra la presenza di due soli grandi partiti. Nei risultati o è bianco o è nero. O vincono i democratici oppure i repubblicani (sinistra e destra). Questa è solo la premessa. Se poi ci addentriamo nei discorsi ventilati da questi partiti nella campagna elettorale recente, in Italia non si capisce dove si va a parare. Si è tanto discusso di crescita, economia reale, sviluppo delle opportunità di lavoro per precari e giovani disoccupati. Ma quale sarà la molla che potrà concretizzare tutte queste promesse? Ancora. Se confrontiamo i dati possiamo ben affermare che gli USA contano una popolazione di 316 milioni di abitanti dal più recente censimento. Vi sono due organi, la Camera dei Rappresentanti e il Senato che costituiscono il Congresso. La prima conta 435 membri, il secondo ne conta 100. Ogni due anni, poiché i senatori vengono eletti dal popolo, quest’ultimo ha l’opportunità di rieleggerne un terzo o meno e quindi decidere se conferma o no l’orientamento e le scelte politiche che hanno effettuato. In Italia invece il recente censimento ha contato quasi 60 milioni di abitanti cioè ben cinque volte in meno rispetto alla popolazione americana. In proporzione e secondo logica, do«Porcellum», una legge elettorale ingiusta, vengono inseriti nelle liste direttamente dai partiti senza scelta democratica del popolo. E poi il numero non conforta. Ci sono 630 deputati e 315 senatori per un totale di

945 membri, una vera e propria follia. Un apparato che difficilmente una nazione in forte crisi economica come l’Italia può essere in grado di supportare. Per non parlare della presenza dei senatori a vita che lucrano altissimi emolumenti in aggiunta alle agevolazioni quotidiane loro spettanti. La domanda quindi in questo momento sorge naturale e spontanea. Come può l’Italia uscire dalla crisi se i suoi politici ragionano e agiscono in questi termini? Quello che vediamo in Parlamento in realtà non è lo specchio del comportamento di tanti elettori che vorrebbero un forte cambiamento ma poi tornano a votare solo quelli che finora hanno fatto solo promesse mettendosi intanto in tasca tanti soldi? Cosa ne sarà dei giovani italiani e del loro futuro? Noi, oltreoceano, staremo a guardare.

little italy DI VITO BAVARO

FAMIGLIA E AMICI? AL TRAMONTO! Noi emigranti d’antan abbiamo vissuto una vita dura, una vita che solo noi possiamo testimoniare. Le traversate in mare ci hanno formato ad una vita improntata al sacrificio e alla solidarietà, alla ricerca di alleanze nel nuovo Continente, nella terra straniera. Che dire però? Siamo anche riusciti a farci le ossa con la gente, a distinguere i veri amici da quelli falsi. Nel nostro percorso questa capacità di distinzione è stata fondamentale perché non è difficile cadere nell’illusione di avere dei veri amici. Per noi era importante perché rischiavamo di ritrovarci da soli in un paese e con una lingua del tutto sconosciuti. Devo testimoniare che anche io sono incorso in amare delusioni e, spesso, dopo tanto tempo mi accorgevo di aver sbagliato a valutare; molti concittadini che oggi non ci sono più, mi mettevano in guardia. E così sono arrivato alla conclusione che un vero amico non ti asseconda ma ti affronta, ti fa riflettere, mentre il falso amico ti dà sempre ragione. L’esperienza in particolare mi ha insegnato che per risolvere qualsiasi problema personale si deve contare solo su se stessi, non si deve dipendere da nessuno. Come dire! Vale sempre il motto: chi fa da se fa per tre. Tra l’altro noi non avevamo l’abitudine di contare sugli altri perché eravamo da soli in quell’avventura e il nostro tempo lo dedicavamo alla famiglia, a pensare di costruirci una realtà responsabile. In pratica ad applicare tutti i principi che i nostri genitori ci avevano insegnato. Oggi no. L’educazione che noi abbiamo trasmesso ai nostri figli non ha valore alcuno, si è rivelata un disastro. I figli oggi guardano i genitori come se fossero delle vittime della vita, gente incapace di vivere realmente ma solo trincerati dietro principi che non servono più a niente. Probabilmente avranno pure ragione, un dato però è certo. Noi abbiamo fatto una vita di sacrifici che ci ha permesso di sopravvivere alla miseria, loro invece, pur avendo una laurea all’attivo non hanno un lavoro bensì tanti bisogni e vizi da soddisfare a tal punto che non riescono a gestirsi, al punto che spesso con grande tristezza ascoltiamo notizie di omicidi commessi dai figli nei confronti dei poveri genitori per questioni economiche o di eredità. Atti per noi inimmaginabili. Questi comportamenti si registrano in tutto il mondo senza distinzione. Prima quindi si viveva poveri ma ricolmi di valori oggi…tutto fumo e niente arrosto! E cosa potranno insegnare ai loro figli? Forse abbiamo sbagliato noi a monte che non avevamo nulla ma poi abbiamo dato tutto ai nostri figli? Ormai però è troppo tardi, difficile rimediare. Sull’altro versante ci troviamo poi in un clima politico dove gli eletti continuano a vaneggiare e cercano di imbastire proposte di miglioramento delle nazioni che non hanno né capo né coda. Siamo arrivati in molti Stati a non ascoltarli più perché sicuri di ascoltare solo fandonie. L’ultima resa è stata anche quella di Papa Benedetto XVI. A parte i problemi di salute evidenziati, sono sicuro che il pontefice non è più in grado di affrontare i gravi problemi odierni, soprattutto la perdita di credibilità della Chiesa nel Mondo. Le stesse abitudini dei cristiani sono cambiate, oggi ci si spaccia per cattolici anche se viene condotta una vita atea. A differenza della severità dei comportamenti del passato dei cattolici soprattutto nei momenti sacri di ricevimento dei Sacramenti. Ieri si poteva entrare in Chiesa solo nella massima compostezza e serietà di abiti e comportamenti, oggi tutti si permettono di avvicinarsi alla Comunione magari in costume da bagno! Mille cambiamenti, mille delusioni del mondo odierno!

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ROCCO STELLACCI

ILVALENTINE’S VALENTINE’SDAY, DAY,GLI GLIINNAMORATI INNAMORATI IL DELLA COMUNITÀ COMUNITÀDI DIS. S.ANTONIO ANTONIO DELLA

ESECUTIVO E CONSORTI DELLA

SOCIETÀ S. ANTHONY INNAMORATI. JERRY SCIVETTI & EMILY DEPALO

INNAMORATI. GRAZIA & MIKE SERRONE 17 febbraio 2013. Carne, pesce e tanto amore sono stati i piatti forti serviti su di un vassoio d’argento ai soci e simpatizzanti che hanno partecipato all’annuale riunione di S. Valentino organizzata dalla società di S. Antonio di New York presso il rinomato ristorante «Vetro» gestito dai proprietari del Russo on the Bay. Società con basi ben radicate sul tessuto americano a dispetto di tanti altri sodalizi creati nel dopoguerra durante l’esodo emigratorio da tanti nostri conterranei e poi spariti. Niente paura in casa S. INNAMORATI. Antonio d’America: c’è tanta bella gioventù che non farà tramontare riti e COSIMO, JESSICA, costumi dei nonni giovinazzesi. Così si spiega il Valentine’s day. Se amare MICHELLE, ANTONIETTA FIORENTINO significa non dover mai dire mi spiace, amore, giovani o vecchi, allora la Comunità di S. Antonio ha detto «Sì, lo voglio»presso una sala elegantemente gremita alla quale il presidente Jerry Scivetti indirizzava il suo breve discorso introduttivo della serata, ringraziando gli astanti per la loro preziosa partecipazione in particolare alla folta schiera di giovani innamorati, futuro cuore pulsante dell’associazione. Inoltre rammentava che già sono in corso i preparativi per la prossima festività religiosa per il Santo da Padova che si svolgeranno nell’ultima settimana di maggio nella zona della «Piccola Italia», festeggiamenti che cincideranno con il «Memorial Day» (Giorno della memoria). Quindi si procedeva alla presentazione di Christofer Jackson «Grand Marshall» (ordinatore) per i festeggiamenti, padre Fabian direttore spirituale della società (assente giustificato) e i preziosi collaboratoti Mike e Luigi Serrone, Cosimo Fiorentino, Tony Marzella, Frank Sterlacci, Benito Dagostino, Frank Ricapito e Nick Giangregorio. ROCCO STELLACCI APRILE 2013 43


L’ANGOLO DI FIDO LA GRANDEZZA DI UNA NAZIONE E IL SUO PROGRESSO MORALE SI POSSONO GIUDICARE DAL MODO IN CUI TRATTA GLI ANIMALI

UNA POLITICA ANIMALISTA PER GIOVINAZZO Negli anni scorsi, animalismo ed animalisti erano due parole poco conosciute. Si parlava degli animalisti come di un gruppo di persone che ritenevano il benessere degli animali una priorità assoluta. Da tanti infatti venivano visti come ragazzini dediti solo a fare «ragazzate», come gettare vernice sulle signore impellicciate. Con il passare del tempo però le cose sono cambiate, molta più gente si è avvicinata all’animalismo, diffondendo i propri principi cardine. In alcuni paesi d’Italia ,alcuni animalisti sono riusciti anche ad essere eletti nei vari enti amministrativi, provando ad introdurre la cosidetta politica animalista. Giovinazzo ad esempio è un paese che necessita di tale politica, visti gli avvenimenti che si stanno susseguendo ormai da troppo tempo. Personalmente sono d’accordo con quegli storici che parlando dei grandi movimenti o dei cambiamenti importanti della storia li descrivono attraverso tre fasi: quella della derisione, quella della discussione ed infine quella dell’accettazione. Giovinazzo si trova ancora sulla scia della prima fase, le problematiche animaliste e la tutela degli animali risultano essere ancora qualcosa di astratto. E’ trop-

po poco infatti quello che viene fatto per la salvaguardia degli animali. Basti pensare all’ordinanza 42 (forse solo ora saranno applicate le modifiche tanto sperate), allo scempio dei veleni e delle bottiglie avvenuto l’estate scorsa e alla questione area cani. E’ triste ammetterlo, ma per entrare nella famosa fase della discussione ci vuole ancora molto lavoro e molto tempo, gli incontri e i dibattiti avuti fino ad ora non hanno portato affatto la famosa situazione dell’accettazione, ma soprattutto non sono ancora serviti nemmeno a sensibilizzare a pieno chi di dovere su tali tematiche. Obiettivo principale per arrivare ad una politica animalista è sicuramente trovare un punto in comune per il reciproco rispetto e per la civile e corretta convivenza tra associazioni e amministratori e tra «cinofili» e «cinofobi». Per ottenere tutto questo bisogna partire con campagne di sensibilizzazione mirate ed efficaci, iniziando un po’ a rivedere le posizioni assunte da chi ci amministra riportandoli al concetto di base, la tutela degli animali. Bisogna anche entrare nell’ottica che la sofferenza, la solitudine e l’abbandono,

URIEL, INVESTITO E RESUSCITATO

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IL CERCA COCCOLE

SOS ... URIEL

Uriel è un cucciolo di 4 mesi, è stato raccolto da alcuni volontari a ridosso di una strada a scorrimento veloce. Infatti dopo essere stato investito, è stato abbandonato li al suo destino, nell’indifferenza di tutti. Subito soccorso, al piccolino è stato diagnosticato un forte trauma cranico e soprattutto una brutta frattura alla zampa. Dopo le attenzioni e le cure dei volontari, Uriel pian piano si è ripreso ed ora è salvo. Il piccolo ha ripreso a correre, a giocare: ama molto le coccole. Adesso Uriel ha bisogno di una famiglia che lo ami e lo accolga con sè, perché questo cucciolo dopo tutte le disavventure che ha passato finalmente merita una gioia. E’ una futura taglia media , incrocio pastore. Si adotta in tutta Italia con controlli pre e post affido. PER INFO TELEFONARE AL NUMERO DI CELLULARE 349-6335749

spesso hanno varie sfaccettature e si manifestano a volte con sembianze umane, altre volte con sembianze animali, ma alla fine provocano lo stesso dolore e sono entrambi meritevoli di aiuto perché gli esseri viventi sono tutti uguali. SAVERIO SOLLECITO


IL GATTINO DELLA DISCORDIA Il primo cittadino di Giovinazzo probabilmente è uno specista serio. Per lui esistono animali di serie A (i cani) e animali di serie B (i gatti). Eppure le colonie feline in città sono tante e tutte meritano un degno rispetto. Basta osservarle per capire al volo che dovrebbero essere fermamente protette e tenute sotto osservazione costante dall’Amministrazione Comunale così come avviene in tante città italiane di grande civiltà. «Il 6 marzo ho soccorso un gattino con una zampa fratturata che si trascinava da giorni – commenta Gabriella Marcandrea – Commissario E.N.P.A. – Sezione di Barletta – trovandomi lì perché interpellata dalle gattare della zona che già avevano segnalato la vicenda al Comune proprio nella persona del Sindaco». Un gatto però non è come una persona. Tutti d’altronde sono a conoscenza delle grandi opere ed azioni compiute nell’ultimo anno dal Sindaco Depalma e i notevoli cambiamenti registrati nella cittadina, soprattutto a favore dei giovani che, poverini, continuano a sbattere per poter restare ancora nella loro cittadina. Non c’è quindi da meravigliarsi se, interpellato telefonicamente per chiedere delucidazioni per un veloce contatto con la ASL competente attraverso l’intervento della Polizia Municipale mi è stato così risposto “Io ho già avvisato chi di dovere per la cattura di quel gatto, in ogni caso nessun vigile interverrà in quanto hanno altro da fare e io, personalmente devo pensare alle persone e non ai gatti!Non mi disturbate più per queste cose!». Occorre però ricordare al Sindaco Depalma che esiste una responsabilità penale ai sensi dell’art. 544 bis per uccisione di animali, ergo chi si rifiuta di far soccorrere un animale randagio e, in questo caso, di sua proprietà, rischia la reclusione da tre mesi a diciotto mesi. Con l’aggravante in questo caso del rifiuto di informare immediatamente i Vigili Urbani che avrebbero dovuto contattare direttamente l’ASL Veterinaria, quanto meno per l’immediato trasporto presso un ambulatorio autorizzato. RIFIUTO CHE IN ITALIA NON SI PUO’ ASSOLUTAMENTE OPPORRE! Per di più al danno si è aggiunta la beffa: il Sindaco Depalma si è rifiutato di pagare qualsiasi spesa per eventuali cure da lui non autorizzate, lasciando quindi al gatto una sola ed unica opportunità: quella di morire! Nonostante la mia raccomandata a mano protocollata in data 08 marzo, il nostro puntuale Sindaco ad oggi non ha dato nessuna risposta alla richiesta di chiarimenti in relazione all’accaduto, preferisce il silenzio nei confronti

dell’E.N.P.A., un’associazione nazionale. Tuttavia, in quel funesto pomeriggio, in accordo con Daniela Volpicella della Lega del Cane di Giovinazzo il gatto è stato da quest’ultima condotto presso l’ambulatorio veterinario del Dott. Terlizzi a Bari, dove ha subito un’amputazione della zampa anteriore evitando così la morte. Il problema fondamentale è che la parcella del dott. Terlizzi (molto salata, di 600 euro!!!) è per legge a carico del Comune. E tra mille problemi quotidiani, seppure Daniela Volpicella abbia autonomamente deciso (senza consultare la sottoscritta) di richiedere donazioni su FB per raccattare questa ingente somma, non credo che questa possa essere considerata un’azione corretta. Per due semplici motivi. In primis va pubblicata la fattura del veterinario per poter chiedere soldi ai cittadini, in bella evidenza. In seconda battuta è alquanto pretestuoso pensare di coprire in poco tempo una spesa simile, atteso che i cittadini intendono le collette come qualcosa che possa essere un ausilio senza obbligo di importo alle attività della Associazioni Animaliste. Associazioni che però in tutto e per tutto devono agire nella totale trasparenza e legalità, cioè devono essere le prime a pretendere di far rispettare le leggi. La correttezza dei rapporti tra le Associazioni implicherebbe dunque il confronto e le decisioni comuni su eventi di questo tipo. L’E.N.P.A. non ha alcun tipo di accordo con l’Amministrazione Comunale riguardante la gestione del randagismo o il controllo delle colonie feline, ad ogni modo dovrebbe essere chiaro che tali accordi debbano avvenire sulla base di democratiche decisioni indipendentemente dalle conoscenze

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dirette o da progetti mai resi pubblici. «Mi riferisco al progetto del Canile Sanitario che ora è stato presentato alla Regione – prosegue Gabriella Marcandrea – e che può utilizzare i fondi regionali, recentemente sono stati stanziati 400.000 Euro destinati a tutti i comuni pugliesi sprovvisti dei Canili Sanitari. Restano in piedi però (che fine faranno?) i 14.000 euro destinati nel 2012 invece alla costruzione del Rifugio e che finora non hanno trovato destinazione in quanto il Comune di Giovinazzo non disponeva di fondi integrativi e del terreno necessario per il Rifugio, somma della quale però non si è parlato nel lungo intervento che il Sindaco Depalma ha effettuato nell’ambito di un Convegno sul tema tenutosi alla Sala S. Felice il 9 febbraio u.s.». E’ importante precisare che tale somma non può essere inserita ed utilizzata per il progetto attuale del Canile Sanitario. Sarà quindi restituita alla Regione? O come diligentemente si potrebbe fare, perché non destinarla ad un’area naturale di orientamento turistico che a Giovinazzo non è mai stata realizzata, per dare lavoro anche ai giovani della cittadina? Ci si auspica (in ogni caso effettuerò controlli diretti) che ci sarà massima trasparenza e pubblicità sul sito istituzionale dell’impiego di tale somma. GABRIELLA MARCANDREA

ANIMALISTI ITALIANI SEZ. GIOVINAZZO APRILE 2013


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DINO FIORENTINO, PESCATORE DI STELLE Molti nella Little Italy di New York e di Giovinazzo si sentiranno più soli. Questa estate non cercate Dino Fiorentino sullo scoglio della Rotonda con la paglietta in testa, l’eterno sigaro in bocca, gli occhiali scuri. Dino Fiorentino si è tuffato per sempre nell’azzurrità del suo mare che lo ha portato dritto in cielo. Si è tuffato per sempre in quel mare celeste con la medaglietta della Madonna di Corsignano attaccata alla pelle e adesso chiederà a San Pietro una lenza, un amo, l’esca per pescare una stella cadente.per donarla... a Dio! Con le sue ciabatte strascicate, le bermuda da pesca e la canotta da degustazione incontrerà Antonio Azzollini ed Enzo Cervone con il suo inimitabile papillon nero che indossava le serate del galà in onore alla Madonna di Corsignano e riaprirà il sodalizio che insieme fondarono in terra nel 1980. Naturalmente, Dino Fiorentino non si dimenticherà di noi. Come in terra così in cielo. Anzi, ora avrà dalla sua parte l’intercessione e l’aiuto degli angeli affinchè la Grande Festa diventi sempre più Grande. Dino Fiorentino era approdato in America nel 1961, all’età di 15 anni con la madre Pasqua e i tre fratelli. Suo padre Nicola e suo fratello maggiore erano lì un anno prima ad accoglierlo nella nuova Patria di acquisto che gli regalerà un piccolo pezzo di cielo. Da ragazzo, come tanti della sua età, a Giovinazzo, Dino si dava da fare come poteva per aiutare la famiglia: lavorò in diverse botteghe dove imparò parecchi, diversi mestieri. Ma il mare esercitava su di lui un’attrazione speciale, una forza straordinaria. Quel mare che poi sarebbe diventato il vero segreto del suo successo. A Giovinazzo insistette per entrare nel mondo dei pescatori e riuscì a strappare qualche giornata di lavoro, scaricando prodotti nei vari mercati, rendendosi utile in qualsiasi modo, pur di stare in contatto con il mare: gli bastava guardarlo ed era felice. La fatica non la sentiva. Da garzone di Giovinazzo a businessman nella grande distribuzione ittica di New York. Dino ha scoperto l’America, quella vera, fatta di sogni a stelle e strisce che diventano realtà. Ma quanta fatica! Con il Fulton St. Market, un’importante azienda fondata nell’ottocento a Manhattan, copre una vasta zona di quel quartiere di New York, punto di raccolta dei prodotti marini di ogni specie, frutti di mare, pesci, molluschi, provenienti da altri stati, come la California, il Maine, ma anche da Long Island, posti molto pescosi dove la pesca rappresenta una tradizione importante e un’apprezzabile fonte di ricchezza. La sua vita cominciava troppo presto prima di godersi la

meritata pensione. Cominciava nel cuore della notte quando la grande Mela protegge il sonno profondo dei suoi abitanti con un silenzio avvolgente, rotto ogni tanto dalla sirena di un’ambulanza lontana, un treno che passa, una luce che scatta nel buio di un appartamento. Quella luce era la lampada sul comodino di Dino Fiorentino. Le due del mattino: squillava la sveglia che interrompeva bruscamente il sonno e accelerava il risveglio. «Per pigrizia – mi confessava - la spengo sempre una prima volta, fingendo di non averla sentita; ma quella dopo un minuto riprende a suonare, come a dirmi: andiamo, alzati, è ora di compiere il tuo dovere». E allora Dino schiacciava il pulsante della lampada e la stanza si illuminava. Fra mille sbadigli si avviava verso il bagno, dove con gesto solenne apriva il rubinetto e il getto d’acqua fredda lo riconduceva infine alla realtà delle cose di ogni giorno. E’ così che Dino ce l’ha fatta. «Aveva un cuore grande. Da presidente della società di Maria SS di Corsignano – ricorda l’allora assessore Mauro Dinatale – ci emozionava, ci faceva piangere dalla gioia. E amava anche sorprendere. Un giorno, venne a prendermi in aeroporto con la limousine. Sapeva che a Giovinazzo non avrei mai ricambiato questo suo slancio di altruismo. Era fatto così. Amava due cose. L’importanza di dire e sentirsi rispondere ‘Ciao’. E il profumo del mare». Continua a stupirci «Pescatore di stelle». SERGIO PISANI

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