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M A G A Z I N E G R AT U I T O D I A R T E E C U LT U R A

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Giu - Lug 2012 Anno XI N.2

Milano e il design

Saloni 2012, grande “kermesse” della creatività. Vicende, figure e fenomeni che hanno accompagnato e sostenuto gli sviluppi culturali, sociali ed economici del nostro paese. L’opera in prima pagina è dell’Architetto Giuseppe Belluardo.

Museo del Novecento

Il linguaggio contemporaneo dell’arte in tre mostre promosse dal Comune di Milano: “Tecnica Mista” curata da Marina Pugliese, “Beppe Devalle – Collage degli anni Sessanta”, “Il Disegno della Scrittura: i libri di Gastone Novelli”.

Como, Villa Olmo

La dinastia dei Brueghel: la straordinaria concretezza del racconto; il gusto di descrivere gli uomini nella loro vita quotidiana, anche la più semplice, mettendone in luce gli aspetti grotteschi, ridicoli. Fino al 29 luglio 2012.


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MILANO

Pedala veloce la Dosolina... “Angel dei poupon” S

corre lenta l’acqua dei navigli, fine merletto di canali che, per secoli, ha permesso a Milano di stendere un lungo braccio verso la Svizzera, a nord, e verso il mare, a sud. Collegamenti e trasporti, fra cui quello preziosissimo del marmo rosa di Candoglia, usato per la costruzione del nostro Duomo, resi possibili sfruttando la navigazione di questi canali, nati nel lontano 1100, che molto interessarono anche un illustre ospite degli Sforza, Leonardo da Vinci, che ne migliorò lo sfruttamento in modo da “..condurre in miglior modo le acque da un loco all’altro..”. Scorre lenta l’acqua, ma molto veloce pedala invece la Dosolina sulla sua bici, costeggiando i navigli su su, fino in Svizzera, con un bagaglio ben più prezioso del marmo rosa. Ma chi è Dosolina? La leggenda la descrive come una magnifica ragazza dagli occhioni blu, che si innamora di un pelandrone con cui convola a

Ma chi è Dosolina? La leggenda la descrive come una magnifica ragazza dagli occhioni blu...

Disegno di Alessandro Ghezzi

molto ingiuste nozze pochissimo tempo dopo il primo incontro. Fuggono da Sondrio a Milano dove Dosolina, forte e volitiva, dopo infinite angherie subite dal marito decide di mollarlo. L’autogestione, nell’immediato anteguerra, è quasi impossibile per una donna sola, a maggior ragione se colpevole dell’abbandono del tetto coniugale. C’è una sola possibilità per tirare a campare: lavorare sul marciapiede. Dosolina lo fa. Complice dell’amica Luisa, specializzata in contrabbando, la fanciulla smercia sé stessa ed anche altra roba, trasportandola a suon di “sbiciclettate” nella vicina Svizzera. Ma, come spesso accade, in chi ha vissuto una vita cattiva si annida un cuore d’oro, e siccome niente

Teatro alla Scala Eterna dimora della Callas La Callas continua a perseguitare i melomani con l’intento di spaventarli a morte!

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a storia è quasi “musicale”, trattandosi di 2 spiriti che si aggirano in uno dei più famosi teatri al mondo: la nostra Scala. I teatri, con lunghi corridoi, accoglienti platee e scomodi loggioni semibui, ma soprattutto con grovigli di umidicci corridoi sotterranei, ben si prestano a spunti letterari, a cominciare dal famoso Fantasma Dell’Opera, opera di Gaston Leroux del 1910. Qui Erik lo sfigurato, abitatore dei meandri dell’Opera di Parigi, passa dal ruolo di assassino a quello di melodioso cantore, possedendo, per doverosa necessità di umana compensazione, una voce impareggiabile, che spazia da toni cavernosi a gorgheggi seducenti coi quali ammalia la sua adorata Christine. Ma questo è un brutto personaggio, ben diverso dai leggiadri fantasmi della nostra Scala. Parliamo, niente popò di meno, che di due grandi soprani, la Malibran e la Callas, antagoniste non dirette, visto il vissuto anagrafico. La prima, spagnola, nasce nel 1808 e muore giovanissima nel 1836, ma in tempo per lasciare tracce incancellabili di grande canto, a cominciare da quella Norma, ripresa poi per ben 89 volte dalla Callas, con altrettanta maestria. Ma perché queste dive, concentrato di passionalità e bravura, dovrebbero arrivare, da morte, ad un contenzioso impossibile in vita? Si dice che la Malibran, invidio2

sa della concorrenza postuma della Callas, si presenti alla Scala, anche lei in veste di puro spirito, allo scopo di infastidirla, mentre la Callas seguita a perseguitare i melomani, con melodici sussurri e fru-

sempre presenti ai suoi spettacoli per poterla fischiare, decidono di offenderla con meno rumore ma con più cattiveria: le lanciano mazzi di ravanelli belli rossi che il soprano, notoriamente miope, scambia

per fiori, stringendoseli al petto con sublime espressione di ringraziamento. Venuta a conoscenza dell’affronto, la rabbia è implacabile. Anche da fantasma, Maria non molla, e se non sono più i vecchi “Tebaldini” a frequentare la Scala, certamente qualche figlio o nipote da terrorizzare gira sempre.

si butta via, anche quello si deve sfruttare. Siamo in piena seconda guerra mondiale ed il razzismo divampa. Dosolina decide che portare oltralpe dei bimbi ebrei, condannati a morte, le assicurerà soddisfazione in terra e un posto in paradiso. E’ così che iniziano, con freddo, con afa, con pioggia, con vento, di giorno e di notte, i suoi viaggi lungo i navigli, con gerle piagnucolanti e maleodoranti di pannolini sporchi. Non si contano i bimbi salvati da questa santa donna. Ma i soldati tedeschi non impiegano molto ad interrogarsi su quelle lunghe, belle gambe, sempre intente a pedalare e pedalare, quei dorati capelli al vento, quel sorriso smagliante. Ma dove va quella bellissima donna? I soldati capiscono e sparano, colpendo Dosolina al fianco. Ma lei non si arrende. Mancano solo pochi chilometri al confine e pianti di neonati, innocenti ed affamati, si levano dal cestone. Dopo tutti questi tribolamenti, non si può morire proprio ora. Dosolina ce la fa! Passa il confine e, il tempo di consegnare la “merce” a chi di dovere, muore. Ma, ancora oggi, Dosolina è lì, lungo i navigli, col suo altruismo, a tendere l’orecchio per catturare anche il più piccolo dei piagnistei, pronta a risalire sulla sua bici e rimettersi a pedalare veloce per salvare una vita dopo l’altra.

Milena Moriconi

Milena Moriconi

Piazza della Scala, Milano, stampa del XIX secolo scii di seta, con l’intento di spaventarli a morte. Come mai? Si parla di un divertente episodio risalente al 1955, alla fine dell’opera la Traviata, con regia di Luchino Visconti, interpretata con sconvolgente bravura da una Callas nel pieno della sua potenza espressiva. Quella sera i sostenitori di un’altra “grande” dell’epoca, Renata Tebaldi, denigratori della Callas e

Milano, Naviglio Grande


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MILANO

Storia di Palazzo Clerici

Una dimora patrizia nel cuore di Milano nimemente capolavoro del Tiepolo a Milano, l’opera venne celebrata anche nella celebre guida della città del 1787 redatta dall’allora segretario di Brera, Carlo Bianconi. Per i lavori di rinnovamento del palazzo milanese, Anton Giorgio Clerici dilapidò il patrimonio familiare e alla sua morte, avvenuta nel 1772, l’edificio passò di proprietà ad un ramo secondario della stessa famiglia. Successivamente la residenza

Nell’anticamera degli specchi il soffitto affrescato da Giovanni Battista Tiepolo nel 1741: la corsa del Sole tra le divinità dell’Olimpo

Tiepolo Palazzo Clerici

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alazzo Clerici sorge in una zona tra le più antiche della città meneghina, nella via che anticamente conduceva a Como ed era detta “contrada del prestino dei Bossi” (via Clerici, 5). Una posizione non casuale per l’edificio, visto che la famiglia era proprio originaria di Cavenago nel comasco e si trasferì a Milano dopo aver accumulato una certa ricchezza con il commercio della seta. L’ascesa sociale della famiglia fu piuttosto celere ed in breve tempo arrivò ad occupare un posto di rilievo nel patriziato locale. Il ca-

postipite Giorgio I, per dimostrare lo status raggiunto e dar lustro alla posizione della famiglia, volle investire nella costruzione di imponenti dimore tra Como e Milano, come ancora oggi si possono ammirare quelle di Niguarda, Tremezzo sul lago di Como e a Castelletto di Cuggiono. La costruzione di Palazzo Clerici a Milano ebbe inizio nel 1653 con l’acquisto della residenza messa in vendita dai Visconti di Somma Lombardo, la quale subì restauri e aggiunte di altre costruzioni nel tempo, fino al 1695, quando si raggiunse l’estensione attuale.

L’edificio ebbe il suo massimo splendore nel corso del Settecento quando venne completamente modificato ad opera del marchese Anton Giorgio Clerici, il quale ne fece una delle dimore più sfarzose della Milano dell’epoca, con la realizzazione tra l’altro della famosa anticamera degli specchi con il soffitto affrescato da Giovanni Battista Tiepolo nel 1741. Il vasto affresco della sala, detta anche galleria per la dimensione molto allungata, rappresenta la corsa del Sole attraverso il cielo abitato da diverse divinità dell’Olimpo: considerato una-

venne data in locazione ai governanti del Ducato, ovvero all’Arciduca Ferdinando d’Asburgo Lorena e all’Arciduchessa Maria Beatrice d’Este, rappresentanti dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria a Milano. Quando la coppia si trasferì a Palazzo Reale, l’edificio rimase di proprietà del governo che lo cedette nel 1813 a quello napoleonico. Recuperato durante la restaurazione dagli austriaci, il palazzo passò ai piemontesi dopo l’unificazione italiana e dal 1862 divenne sede della Corte d’Appello. Francesca Mariano

La Chiesa di San Calimero Facciata neoromanica e interno ottocentesco a navata unica

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edicata ad uno dei primi Vescovi della città, la Chiesa di San Calimero, nell’omonima via, ha origini antichissime: edificata nel V secolo, venne successivamente ricostruita in forme romaniche tra l’XI e il XII secolo, di cui oggi restano solo il fianco meridionale e la parte absidale. Nel corso del Seicento la chiesa subì l’ennesima ricostruzione ad opera di Francesco Maria Richini, cancellata più tardi dal discusso intervento di Angelo Colla (1882/84), che volle recuperare le forme romaniche. Ciò che vediamo oggi è una facciata neoromanica a capanna e in mattoni scoperti, con tre grandi monofore e tre portali, quello centrale preceduto da un protiro. L’interno, sempre frutto del rifacimento ottocentesco, è a navata unica con cappelle laterali, sopra le quali sono poste aperture

a trifora che conferiscono luce e leggerezza all’ambiente. Della decorazione medievale e del corredo pittorico dei secoli successivi resta davvero poco. Nella zona absidale troviamo un brano d’affresco di gusto tardogotico del XV secolo attribuito a Cristoforo Moretti, che raffigura la Madonna col Bambino e due Sante: la figura di Maria, seduta su di un trono ricoperto da un drappo rosso, pare ritagliata lungo i contorni del manto blu, mentre la Santa di destra risalta per il suo abito alla moda con cintura a vita alta e i capelli biondi intrecciati e raccolti. Nella terza cappella a destra è collocata la tela del XVI secolo “Natività” di Marco d’Oggiono, che imposta il soggetto sullo sfondo di un brano paesaggistico di stampo leonardesco; è molto riuscito il gruppo in primo piano con due angeli che si prendono cura

San Calimero. Foto di Giovanni Dall’Orto

del Bambino e San Giuseppe che guarda con benevolenza la scena. Di scuola seicentesca lombarda è una drammatica ed essenziale Crocefissione attribuita al Cerano, posta nella prima cappella a destra: lo sfondo cupo e privo quasi di ogni elemento paesaggistico fa rivivere il dramma della morte, che pare impresso sul volto di Maria, quasi una maschera tragica impietrita dal dolore. Sempre del Seicento un San Francesco che riceve le stimmate di Francesco Paino. E’ rimasta invece intatta al susseguirsi dei restauri la cripta della seconda metà del Cinquecento, che conserva i resti di San Calimero. Ricca di colonne ed archi a tutto sesto, deve la sua decorazione ai “Fiammenghini”, che dipinsero sulle volte tondi entro i quali sono raffigurati i Vescovi di Milano santificati. Stefano Pariani

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IN EVIDENZA

Maurizia D’Ippolito M

aurizia D’Ippolito nasce a Monfalcone (GO) dove completa gli studi liceali. Si laurea a Trieste. Attualmente abita a Latisana dove crea le sue opere. La passione per i colori e il disegno trovano una felice realizzazione con svariate tecniche: collage, tempera, acquerello, incisione, tecniche miste. Negli anni, la necessità di esplorare nuove ricerche espressive e creative, porta l’artista a privilegiare il disegno geometrico e la luce cangiante delle stagnole policrome. Nascono così delle vere e proprie opere d’arte scartando cioccolatini, caramelle o altro. Attualmente, oltre ai lavori con il collage di stagnole, l’autrice prosegue la ricerca di materiali di recupero eterogenei da assemblare per riuscire ad esprimere i propri stati d’animo. Da diversi anni la pittrice espone le proprie opere in mo-

Al centro del cuore, cm. 36 x 60,5, tecnica mista, acrilico e vetri su legno stre personali e collettive con un buon successo di critica. Scrive di lei Mario Micozzi: “Maurizia D’Ippolito dipinge, con provata esaustiva manualità elegante e raffinata, paesaggi visibili e non visibili e cioè non sempre riconducibili ai luoghi necessariamente reali perché sono dentro e fuori la visione della oggettualità d’impatto e di quella riflessa come in uno specchio. Sono soggetti realizzati nel rispetto della piena ar4

Paesaggio 45, cm. 18 x 51 tecnica mista, stagnole, carte e vetri

L’autrice dipinge paesaggi visibili e non visibili con provata manualità elegante e raffinata monizzazione tra luce, colori e forme espressivamente geometrizzate, se anche essi sottendono ad una forte tensione emotiva dell’anima e vivacità ‘dicotomica’ del pensiero. Si intuisce come i contenuti dominanti della ricerca di D’Ippolito siano la riappropriazione legittima della identità dei luoghi dell’anima e dell’intelletto, malgrado la defibrillazione del tessuto sociale”. Concludiamo la presentazione dell’artista con le parole di S. Carnelos: “Come una nave che per oltre trent’anni ha viaggiato per lidi inesplorati, in cerca di esperienze uniche e irripetibili, facendo tappa porto dopo porto, Maurizia D’Ippolito, con la sua visione libera e creativa, è protagonista di sperimentazioni di linguaggi, a partire dalle forzature prospettiche “vangoghiane”, fino allo sbriciolamento della forma “picassiana”, destrutturando la regola compositiva, componendo i piani, presentando attenzione alle fasce cromatiche”. mauridipo@gmail.com

Paesaggio, cm. 39 x 12 tecnica mista, stagnole, carte e vetri

Galleria d’arte

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Mostra:

5 al 20 Maggio Inaugurazione:

Sabato 5 Maggio ore 17

GIOVANNI CERRI Lo sguardo dentro, lo sguardo fuori Inaugurazione

Lunedì 21 Maggio dalle ore 18,00 Dal 21 maggio al 21 giugno 2012 Orari: da martedì a venerdì dalle 15,30 alle 19,00 mattina e sabato su appuntamento Catalogo in galleria

Via Vigevano 35 - 20123 Milano Tel. (+39) 339 3916899 E-mail: info@area35artgallery.com Web: www.area35artgallery.com

Olivares Matteo Carlo

Performance live painting in Rho: Venerdì 18 Maggio Sabato 19 Maggio Domenica 20 Maggio

www.galleriaquadrifoglio.net


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MOSTRE A MILANO

The Abramovic Method Arte come esperienza psicofisica

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ttualmente è la più nota e acclamata performer internazionale, l’artista che usa come strumento di lavoro il corpo e tutto ciò che questo è in grado di sopportare, trasformando l’esprienza in arte. Marina Abramovic, artista serba classe 1946, ha scelto la sede di Milano per proporre e “divulgare” il suo metodo, il suo modo di fare e di intendere l’arte. La mostra-performance ha preso il via il 21 di marzo nel Padiglione di Arte Contemporanea di Milano e terminerà il 10 giugno. Con il corpo, argomento e strumento d’espressione, scandaglia i limiti fisici e mentali del suo essere, con le sue esibizioni ha sopportato il dolore, lo sfinimento e il pericolo in un incessante indagine ed esplorazione delle complesse trasformazioni emotive e spirituali che avvengono nell’animo umano nel momento in cui vive situazioni e momenti di estrema tensione. Nel 1997 vince il Leone d’oro come miglior artista alla Biennale di Venezia per la sua straordinaria video-installazione-performance Balkan Baroque. L’installazione che la Abramović ha ideato e della quale era protagonista l’ha vista per tre giorni spazzolare con sangue di

® Laura Ferrari

® Laura Ferrari

Marina Abramovic 21 marzo 2011 – 10 giugno 2012 Milano, PAC Padiglione di Arte Contemporanea Info: Lunedì: 14:30 -19:30 da martedì a domenica: 9:30 -19:30 il giovedì aperta fino alle 22:30

www.theabramovicmethod.it maiale un enorme cumulo di ossa di mucca nel periodo in cui la guerra civile dilaniava la sua terra natale: l’ex-Iugoslavia. Per apprendere appieno il percorso e il lavoro di ricerca di Marina ascoltiamo le sue parole: “Nella mia esperienza, maturata in quaranta anni di carriera, sono arrivata alla conclusione che il pubblico gioca un ruolo molto importante, direi cruciale, nella performance”. ”Senza il pubblico, la performance non ha alcun senso perché come sosteneva Duchamp, è il pubblico a completare l’opera d’arte. Tutti coloro che invece decidono di vedere le installazioni senza necessariamente essere partecipi possono entrare al Padiglione di Arte Contemporanea in ogni momento durante gli orari di apertura e osservare le performance. Il Metodo dell’Abramovic, esplora anche il semplice atto dell’osservare, ed è per questo

motivo che una serie di telescopi, permetteranno di vedere dal punto di vista macroscopico e microscopico coloro i quali sceglieranno di cimentarsi con le interactive installations. Ecco dunque spiegato il metodo Abramovic: artista – pubblico performer- spettatore in un inedito triangolo nel quale ognuno “gioca” un ruolo fondamentale nel rendere l’esperienza arte. Questa ambivalenza del pubblico e questa compenetrazione con l’artista costituiscono dunque il cuore del lavoro dell’Abramovic che ha preso forma definitiva dopo l’esperienza del MoMa di New York nel 2010 dal titolo “The Artist is Present”. L’artista si esi-

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biva ogni giorno nelle ore di apertura del museo: seduta in assoluto silenzio a un tavolo nell’atrio, invitava i visitatori a sedersi di fronte a lei per tutto il tempo desiderato. Marina non aveva alcuna reazione di fronte ai partecipanti, tuttavia il loro coinvolgimento costituiva il completamento dell’opera, permettendo di vivere un’esperienza personale con l’artista e con la performance stessa. In una recente intervista Michelangelo Pistoletto, interpellato a proposito della Abramovic ha dichiarato: “Marina si immette nel funzionamento biologico della vita, approfondisce le dinamiche dei rapporti tra gli esseri umani.” La ricerca incessante sull’uomo inteso come essere globale “psicofisico”, l’esplorazione dei limiti affascina, coinvolge e stimola, anche chi si è poco o mai interessato all’arte contemporanea. La performance è appunto il momento più estremo in cui si esplicano le esperienze della Body Art. Come scrive l’antropologo V. Turner: “La materia base della vita sociale è la performance, la presentazione di sé nella vita quotidiana, il sé è presentato mediante la performance di ruoli, mediante la performance che li infrange, e mediante la dichiarazione a un pubblico della trasformazione di stato salvata o condannata, innalzata o liberata”. Mariantonia Ronchetti OK

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Sostieni l’Associazione Culturale Ok Arte! Con soli 50 euro per 1 anno diventerai un nostro socio sostenitore: riceverai sempre la rivista a casa e sarai informato costantemente dei nostri eventi. Puoi effettuare un bonifico a favore dell’Associazione Culturale Ok Arte, Banco di Brescia - IBAN IT16Y0350001604000000013222 specificando nella casuale: Desidero ricevere i prossimi numeri di OK ARTE a questo indirizzo: Nome, Cognome, Città, Cap, Indirizzo. Informazioni e chiarimenti scrivendo a info@okarte.org - tel. 3397684287 La rivista “OK ARTE” è leggibile anche sul portale www.okarte.net www.okarte.it visitato da migliaia di persone ogni giorno. Sul portale trovi l’elenco dei punti di distribuzione delle copie. tel. 347-4300482 info@okarte.org

SERATE MUSICALI Stagione 2012 Per informazioni e prenotazioni: «Serate Musicali» - Galleria Buenos Aires, 7 (MM1 Lima) Milano UFF. BIGLIETTERIA – TEL. 02 29409724 (LUN./VEN. 10.0 0-17.00) E-MAIL: BIGLIETTERIA@SERATEMUSICALI.IT Sala Verdi del Conservatorio– Via Conservatorio MAGGIO 2012 Lunedì 21 maggio 2012 – ore 21.00 Pianista STEPHEN HOUGH L. v. BEETHOVEN Sonata n. 14 in do diesis minore op. 27 n. 2 “Chiaro di Luna” S. HOUGH Sonata per pianoforte “broken branches” A. SCRIABIN Sonata n. 5 in fa diesis maggiore op. 53 F. LISZT Sonata in si minore Venerdì 25 maggio 2012 – ore 21.00

Progetto BRAHMS (I) Violinista LEONIDAS KAVAKOS Violinista ALEXANDER HOHENTHAL Violista DIEMUT POPPEN Violista HARIOLF SCHLICHTIG Violoncellista PATRICK DEMENGA Violoncellista GIOVANNI GNOCCHI J. BRAHMS Sestetto per archi n.1 in si bemolle maggiore op. 18 Sestetto per archi n.2 in sol maggiore op. 36

ORCHESTRA DEL CONSERVATORIO DI GENOVA – Direttore ANTONIO TAPPERO MERLO Pianista ANDREA BACCHETTI D. SHOSTAKOVICH Ouverture Festiva per orchestra op. 96 G. GERSHWIN G. BIZET M. RAVEL Fantasie sulla Carmen Bolero

Lunedì 28 maggio 2010– ore 21.00 Pianista EDUARD KUNZ D. SCARLATTI 10 Sonate S. RACHMANINOV Lilacs Liebesleid F. LISZT Consolations 1-6 Rapsodia Ungherese n. 12

Mercoledì 6 giugno 2012 – ore 20.30 (Auditorium Verdi – L.go Mahler) Violinista UTO UGHI Pianista MARCO GRISANTI G. TARTINI F. MENDELSSOHN Sonata in fa maggiore (1838) P.I. CIAIKOVSKI Trillo del Diavolo Tre pezzi op. 42 – Meditazione – Scherzo – Melodia S. PROKOFIEV

GIUGNO 2012 Lunedì 4 giugno 2012 –ore 21.00

Le «Serate Musicali» si riservano variazioni per cause tecniche o di forza maggiore 5


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MOSTRE A MILANO

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al Museo del Novecento Il linguaggio contemporaneo dell’arte poco note come Rossogiallonero (1968) di Carla Accardi, appena restaurate come Coma (2000) di Alexander Brodsky, nuove donazioni come la Scultura da prendere a calci (1960) di Gabriele De Vecchi e le opere di Andrea Mastrovito e Marta dell’Angelo. Nella Sala Focus è ospitata la seconda mostra, “Beppe Devalle – Collage degli anni Sessanta”, 29 marzo – 7 ottobre 2012, a cura di Flavio Fergonzi. Sono quindici collages realizzati nei primi anni Sessanta e Salem (1965), un recente dono dell’artista al Museo. Beppe Devalle, con ritagli di news magazines americani o di vecchie riviste di moda, con eleganza e sapiente disposizione ha dato vita a delle vere e proprie opere d’arte. Opere che risposero a quei tempi a una nuova esigenza artistica, cui la pittura non sapeva dare risposte. Devalle, più tardi, capì che quei prelievi fotografici, e quegli accostamenti, potevano costituire per la pittura una specie di nuovo trattato di armonia: capì, insomma, che il soggetto poteva non essere più

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Giuliana de Antonellis

Ricerca artistica: la forza della poesia

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yB ana l piano na, 196 terra del 4, c Museo, curata da o l la ggi Marina Pugliese, la mostra os uc “Tecnica Mista”, 29 marzo– ar t a 9 settembre 2012, si propone di far capire come e perché gli artisti hanno inventato nuove tecniche come il collage, l’assemblaggio e il fotomontaggio, oppure utilizzato nuove classi di materiali o di dispositivi, quali la plastica e il video, la performance, l’uso del suono e l’installazione. I temi affrontati riprendono quelli contenuti in un saggio pubblicato da Bruno Mondadori nel 2006, Tecnica mista, che per l’occasione funge da catalogo; per i più piccini e non solo vi sono una breve pubblicazione di Panini Editore, una serie di laboratori didattici e un audioguida per meglio comprendere quest’arte contemporanea. La mostra propone anche opere del patrimonio del Museo del Novecento

regolato da una consecutio temporum fissa, ma diventava capace, anche in pittura, di reggere choc visivi e temporali mai prima immaginati. Le opere in mostra riflettono bene la “ricerca iconografica” dell’artista. La terza mostra, allestita nelle teche degli Archivi del Novecento, al 4° piano del Museo, si intitola “Il Disegno della Scrittura: i libri di Gastone Novelli”, 29 marzo – 17 giugno 2012. Curata da Marco Rinaldi, l’esposizione è dedicata ai libri realizzati dall’artista, compresi quelli da lui illustrati con opere di grafica e disegni, in cui si evidenzia l’impegno civile e politico dello stesso, quale testimonianza, ricca e preziosa, del complesso rapporto tra immagine e scrittura e di come questo rapporto sia importante nella comunicazione del linguaggio di Novelli. Per l’occasione, è uscito il volume: Gastone Novelli. Catalogo generale. I. Pittura e scultura a cura di Paola Bonani, Marco Rinaldi, Alessandra Tiddia (Silvana Editoriale) Le mostre, promosse dal Comune di Milano, sono realizzate in collaborazione con Electa e Civita e rese possibili grazie alla sensibilità degli sponsor Bank of America Merrill Lynch e Finmeccanica. Info: www.museodelnovecento.org

Shadow Play di Hans-Peter Feldmann e NON NON NON Retrospettiva di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi

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bbiamo bisogno di poesia, di lirica e di autenticità senza affettazioni? Bene, c’è un luogo a Milano che fino al 10 giugno da spazio a questo sentire: è Hangar Bicocca. Spazio espositivo innovativo e sempre all’avanguardia nella presentazione dell’arte contemporanea con un progetto ambizioso: portare l’arte dai circuito per gli specialisti ad un pubblico più ampio. Fino al 10 giugno 2012 è possibile visitare le mostre “NON NON NON”, retrospettiva di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, e “Shadow Play” installazione di Hans-Peter Feldmann. Molti gli elementi che legano questi artisti, primo fra tutti il loro modo di prendere posizione di essere contro, di non conformarsi. Gianikian e Ricci Lucchi si servono di

materiale d’archivio – film etnografici, coloniali, di propaganda – che analizzano e rifilmano con la “Camera Analitica” di loro invenzione, ribaltandone il significato e il senso comunicativo. In questa visione muta, ma fortemente eloquente, i popoli sottomessi – armeni, rom, colonizzati, etnie locali – e i personaggi anonimi diventano i protagonisti della Storia (con la S maiuscola) di ogni epoca. Feldmann è una delle figure più importanti dell’arte concettuale, la cui produzione è caratterizzata da un lavoro di archiviazione e catalogazione attraverso cui l’artista documenta ogni aspetto della vita quotidiana. Proprio la sua attitudine critica davanti al mondo dell’arte e della cultura lo porta nel 1980 ad abbandonare il circuito artistico e ad aprire un negozio di oggetti curiosi a Düsseldorf, attivo fino agli anni ‘90, quando ricomincia a riavvicinarsi al mondo dell’arte. In Bicocca porta un’installazione complessa, un tavolo lungo 20 metri costellato da piedistalli girevoli su cui volteggiano oggetti e figure di varia natura, da giocattoli a piccoli elettrodomestici. Le luci a faretto illuminano le figure, proiettando le differenti ombre sulla parete bianca retrostante. Il risultato visivo è lirico e nostalgico al tempo stesso: un teatrino delle ombre capace di narrare infinite storie, un moderno mito della caverna di platoniana memoria. Del percorso artistico di Gianikian e Ricci Lucchi invece la mostra riunisce sette installazioni video, presentate per la prima volta contemporaneamente in un allestimento concepito e realizzato ad hoc. Nell’ambito della rassegna sono presenti inoltre dei disegni ad acquerello inediti, tra cui un rotolo di carta lungo 15 metri su cui gli artisti hanno rappresentato antiche favole armene raccontate dal padre di Yervant Gianikian. Senza giudizi, senza critiche solo arte e poesia. Info: Hangar Bicocca12 aprile – 10 giugno 2012 Via Chiese 2 Milano: Giovedì – Domenica dalle 11 alle 23 Ingresso gratuito. www.hangarbicocca.org Mariantonia Ronchetti


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MOSTRE A MILANO

Dario Fo Lazzi e sberleffi L

a figura di Dario Fo, questo è certo, non ha mai smesso di stupire. Dopo aver studiato presso la milanese Accademia di Brera, sin dai primi anni cinquanta lavora come autore di testi per spettaco-

li televisivi e radiofonici. Nello stesso giro di anni incontra e sposa Franca Rame, conosciuta in una compagnia teatrale e da lì in poi compagna di sempre, sulla vita e sul lavoro. Fo, attraverso la scrittura, dichiara se stesso, esprime la propria opinione, forte – non esente da critiche, al punto che l’edi-

zione di Canzonissima del 1962 (da lui scritta, diretta e presentata) fu interrotta e censurata. È candidato al Premio Nobel per la Letteratura già nel 1975, e finalmente nel 1997 ne viene insignito; oggi, all’età di 86 anni, Fo è punto di riferimento della cultura italiana: autore di pièces teatrali, tra cui Mistero Buffo (1969), rielaborazione della Commedia dell’Arte settecentesca, e di libri – il più recente Boccaccio riveduto e scorretto (2011), ha l’instancabile vitalità di chi non finisce mai di stupirsi e di farsi domande. Non è, dunque, un caso che attualmente il Comune di Milano dedichi un omaggio a questo grande uomo, puntando le luci su un altro aspetto della sua creatività, la pittura. A Palazzo Reale si organizza uno “spettacolo complesso”: dal 13 al 18 marzo è stato possibile incontrare il maestro all’interno dell’iniziativa “Bottega d’artista”, volta a ricostruire il suo atelier personale - tutti i

posti sono andati esauriti nell’immediato. Invece, fino al prossimo 3 giugno, è aperta la mostra “Dario Fo a Milano. Lazzi sberleffi e dipinti”, un evento che si focalizza sulla sua produzione pittorica e più strettamente artistica, dagli anni della formazione ai nostri giorni. E allora maschere, quadri a colore acrilico, bozzetti teatrali, arazzi e collage ci rendono più consapevoli e partecipi del mondo del loro creatore. Ma c’è di più: proprio come avviene per il lato più poetico della produzione di Fo, intesa a riprendere e rivedere la gran-

Maschere, quadri, bozzetti teatrali, arazzi e collage ci rendono più consapevoli del mondo di Dario Fo

cisare che questa esposizione è un omaggio nei suoi confronti che il nostro Paese gli doveva. Dario Fo, in una dichiarazione rilasciata nella stessa occasione, aggiunge: “Io ho fatto mostre in tutto il mondo. In America, in Russia, Svezia, Norvegia, Finlandia […] il buco era Milano. Per me è un transito, non è un arrivo, perché penso di non fermarmi; i giorni della mostra saranno la cosa che mi interessa, perché

voglio vedere la gente, voglio sapere che cosa pensa davanti a dei quadri che non sono mai stati messi su un muro”. Dario Fo chiama, esprime il desiderio di essere presente il più possibile all’interno degli spazi espositivi per entrare a contatto con la sua opera che, a sua volta, si rapporta al pubblico. Lui chiama e Milano – d’obbligo – risponde. Silvia Colombo

Marina Kaminsky Intensità e gestualità

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arina Kaminsky, siberiana d’origine, da tempo residente a Milano e attivamente presente sulla scena artistica meneghina, è una pittrice che si è fatta apprezzare per la solida struttura della ricerca, affidata ora al colore ora a una violenta possibilità di scomposizione della forma. Marina Kaminsky è stata selezionata alla 54° edizione della Biennale di Venezia per presentare una sua opera al Palazzo delle Esposizioni di Torino. Nelle sue elaborazioni giocano l’intensità del gesto e del colore. Come si coglie nelle sue opere, la pittrice mette grande cura nell’utilizzo del colore. Mostra un senso artigianale che è già per sé garanzia del suo impegno. Il risultato è di sincerità, anche se la sua pittura resta aperta

ad arricchimenti di linguaggio che appagano con accesa e incisiva espressività. In abbondanza, anche il ricorso al blu, l’autrice l’ha persino messo nella denominazione del suo studio di a Milano: “Atelier M.K. in Blu”. Ogni mercoledì del mese Marina accoglie nel suo Atelier non solo gli amici, ma tutti gli appassionati d’arte per trascorrere delle serate piacevoli ed informali accanto ad un buon bicchiere di vino. Ricordiamo le date dei prossimi appuntamenti d’arte: mercoledì 16 maggio e mercoledì 20 giugno dalle ore 18:00. via S. Maria Valle, 4 - Milano info@okarte.org francescabellola@gmail.com Aldo Caserini

de tradizione del passato, manipolata attraverso lo specchio del presente, anche la sua pittura è un grande documento della storia dell’arte passata. Finalmente un’occasione per incontrare un aspetto creativo di Fo ancora fortemente trascurato in Italia; non a caso l’assessore Boeri, durante la conferenza stampa di presentazione, ha voluto pre-

Dario Fo a Milano Lazzi, sberleffi e dipinti a cura di Felice Cappa

24 marzo – 3 giugno 2012 Milano, Palazzo Reale Piazza Duomo (MM1, MM3) Orari: lunedì 14.30-19.30 da martedì alla domenica, 9.30-19.30 giovedì e sabato fino alle 22.30 Ingresso: 9/7,50/4,50 euro – intero/ridotto/ridotto speciale

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DESIGN

MILANO E IL DESIGN

La Triennale e i Saloni 2012 Grande “kermesse” della creatività I

l punto nodale de ”I Saloni 2012” è la Triennale di Milano in viale Alemagna 6, un luogo deputato ad accogliere le novità e a trasmetterle in tutto il mondo, sia che si tratti di arte o di architettura, di design o di innovazione tecnologica. Il mondo dei “creativi” guarda con interesse a quanto è stato proposto durante questa grande kermesse e dalle risultanti di affluenza e di scambi si riesce a capire quali idee hanno successo e come esse influenzeranno il mercato. Al visitatore, all’artista, all’architetto, al designer, al giovane studente, al bambino curioso la Triennale offre nel mese di aprile tutta una serie di manifestazioni a tutte le ore, apre le porte ed accoglie come una grande madre. Ma andiamo con ordine. Dal 14 aprile 2012 al 24 febbraio 2013 si inizia con la quinta edizione del Triennale Design Museum dal titolo TDM5: Grafica italiana, ove si porta avanti il percorso di promozione e valorizzazione della creatività italiana, estendendo la ricerca a una storia che è sempre stata considerata minore e ancillare, per restituirle la giusta autonomia. TDM5: Grafica italiana rappresenta quindi un’opportunità per presentare vicende, figure, fenomeni che hanno accompagnato e sostenuto gli sviluppi culturali, sociali, economici e politici del nostro paese, che rimangono ancora relativamente poco conosciuti, nella loro ricchezza, al di fuori delle comunità specializzate. Dal 17 aprile al 17 giugno 2012 si prosegue con De Pas, D’Urbino e Lomazzi. Il gioco e le regole, un progetto MINI&Triennale Creative Set, un omaggio al gruppo storico De Pas, D’Urbino e Lomazzi attraverso una selezione di pezzi iconici che ne evidenzia l’importan-

Poltrona Joe

ve idee legate al comfort e alla multifunzionalità, ha partecipato ad eventi di risonanza mondiale, quale l’Expo di Osaka, contraddistinguendosi sin dagli anni ‘60 per un approccio progettuale anticonvenzionale e un design dal sapore ludico e ironico, dal forte valore espressivo. Fra i loro progetti più famosi la poltrona gonfiabile Blow del 1967, le strutture pneumatiche, abitative ed espositive, degli stessi anni, la poltrona Joe del 1970 (un guantone da baseball in onore del giocatore Joe Di Maggio) e l’appendiabiti Sciangai del 1973, trasposizione ingrandita delle bacchette dell’omonimo gioco. Dal 1966 ad oggi sono stati sviluppati oltre 2000 progetti che spaziano dal design industriale all’arredamento, dagli allestimenti

so spazio, nel medesimo luogo. Oggetti da cercare. Come in una sorta di quête, o di caccia al tesoro, un po’ ludica e un po’ seria, questi piccoli oggetti di servizio, talora disegnati e realizzati appositamente per questa occasione (la panchina per i vigili del fuoco, la piantana per estintore) non sono collocati nella dimensione inevitabilmente artificiosa dell’esposizione “dedicata”, ma sono disseminati – a volte nascosti, altre volte sfacciatamente esibiti – nelle pieghe dell’edificio, spesso là dove effettivamente servono (le sedie per i guardiani, la mensola che valorizza un muro e ne fa un nuovo spazio espositivo) e non là dove meglio potrebbero essere visti dal visitatore. Per giocare e ritornar bambini è stata allestita la mostra “PinkVision – Art Science and Bricks”, dal 17 al 29 aprile, di VisionLab Triennale di Milano, in collaborazio-

Vicende, figure, fenomeni che hanno accompagnato e sostenuto gli sviluppi culturali, sociali ed economici del nostro paese ne con LEGO®. Il progetto Art Science and Bricks mette in gioco i mattoncini LEGO®, un gioco per tutti, e ha invitato a giocare 45 Artiste e Scienziate, che hanno sviluppato, in completa libertà di ispirazione e realizzazione, 45 opere con il kit di 7140(!) mattoncini di dotazione . Il meglio della creatività industriale e professionale dal 17 al 22 aprile, alla Triennale, al Triennale Design Museum e alla Triennale Bovisa ha mostrato al pubblico quanto il design influenza la nostra vita quotidiana. Giuliana de Antonellis OK

La rivista bimestrale “Ok Arte” è edita da 11 anni dall’Associazione Culturale Ok Arte. Il taglio editoriale è mirato a valorizzare la Cultura e i Tesori nascosti del nostro Paese, a partire dalle tradizioni più suggestive a noi vicine. Ok Arte è la “vetrina” ideale dove pubblicizzare mostre, artisti, designer, rassegne, eventi. Concorso Osaka te apporto nella storia del design italiano sia dal punto di vista della ricerca e della sperimentazione, che dal punto di vista professionale. Lo Studio, nato nel 1966, ha portato avanti negli anni importanti ricerche sulle tecnologie industriali, ha collaborato con diversi imprenditori aperti alla sperimentazione sui materiali e ha elaborato nuo8

all’urbanistica e all’architettura. Nell’arco di pochi giorni, dal 17 al 22 aprile, il TMDS ha presentato Lorenzo Damiani - Prova a prendermi/ Catch Me If You Can una mostra composta da oggetti sparsi in luoghi diversi, sempre all’interno della Triennale, ma non “allestiti” nello stesso ambiente, nello stes-

La rivista “OK ARTE” è leggibile anche sul portale www.okarte.net - www.okarte.it di ampia visibilità visitato da migliaia di lettori ogni giorno. Sul portale trovi l’elenco dei punti di distribuzione delle copie. Un vero e proprio “Compagno di Viaggio nel mondo dell’Arte” tel. 347-4300482 info@okarte.org


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DESIGN

MILANO E IL DESIGN Tra internazionalità, multifunzionalità, tecnologia e soprattutto giovani

Una porta sul futuro

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alone del Mobile 2012. Il 3% di pubblico in più, il 70% di presenze straniere, un successo che conferma l’Italia e Milano il centro del mondo del design che esprime il bisogno di rinnovamento, dà spazio a nuovi modi di intendere la realtà. Un luogo storico come Palazzo Clerici si fa portavoce, grazie a Domus, del progetto “the future in the making”, che persegue obiettivi multiculturali e multi esperienziali mescolando design, gastronomia, energia solare e 3D, arte e molto altro. Presenta, tra gli altri, Dirk Vander Kooy con la linea Endless prodotta dal vivo con un robot che fonde la plastica. Markus Kayser con una macchina a controllo numerico che usa l’energia solare e la sabbia come materia di produzione. Josè Ramon Tramoyeres che applica la tecnologia 3D per la gastronomia. In questo contesto esordisce il nuovo progetto “BE OPEN”, ideato dall’imprenditrice Russa Elena Baturina, obiettivo coinvolgere anch’essa artisti e designer, filosofi e urbanisti, letterati e industriali di tutto il mondo. Se il momento storico che stiamo attraversando è difficile, solo la capacità creativa e globalizzata di schiere di giovani e meno giovani eccellenze, può trovare la capacità visionaria di ripensare il futuro. Una scommessa davvero affascinante che presuppone un rinnovato coraggio e una capacità di immaginare

Foto di C. Morello Courtesy Cosmit spa soluzioni che portano a considerare il design, non soltanto un fatto meramente estetico ma sociale e “politico”. Per questo, alle conferenze organizzate da “BE OPEN”, hanno partecipato: dallo chef Carlo Cracco, all’artista Julian

Dove di casa è il mobile 5

0 edizioni archiviate con successo, 2mila e cinquecento aziende espositrici provenienti da tutto il mondo: letti, armadi, tavoli, sedie, tinelli, soggiorni, comodini, comò, tavolini, divani, poltrone, consolle, credenze, complementi da giardino, librerie, salva-spazio, specchi, cassettiere, mensole. E poi, piani cottura, elettrodomestici, cappe, sanitari, docce, vasche, lavabi. E ancora, oggettistica, elementi di decoro, tessili, accessori. Come saranno domani gli oggetti con i quali divideremo il nostro spazio domestico, lo abbiamo già visto oggi nei Saloni. L’edizione di quest’anno arriva in un periodo che ci vede

Foto di A. Cimmino Courtesy Cosmit spa

spogliati di tante certezze. Questa condizione ha pesato sull’approccio di molte delle persone che hanno visitato i padiglioni in quel di Rho. Se prima della crisi il Salone era il serpente tentatore che ci spingeva ad addentare la mela avvelenata, convincendoci che il divano doveva essere cambiato con la stessa frequenza con cui si alternano le stagioni, ora le cose non stanno più così. Nulla ci vieta di sognare, però, che quel sofà – visto a Rho – con la presa usb e il collegamento wifi un giorno possa essere nostro. Massimo Zanicchi

Schnabel, alla designer Patricia Urquiola, all’imprenditore Alberto Alessi, e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Su questo fronte il padiglione Satellite ha portato avanti un processo che coinvolge la tecnologia più avanzata per la realizzazione di manufatti sperimentali. Sono stati selezionati per partecipare 750 giovani provenienti da 38 paesi. Nessuno disegna più con la matita, i loro progetti tecnologici sono confezionati al computer e i loro prodotti sono già coperti da brevetto. La curatrice del Salone Satellite, Marva Griffin Wilshire, afferma giustamente che oggi non si può vivere senza tecnologia. Per questo, sul sito Cosmit.it, è visionabile un catalogo curato da Susanna Lengrenzi che si è piazzato nei primissimi posti tra i cataloghi visionati in Italia. Il 18 Aprile, ha parlato in una conferenza sul tema Paolo Antonelli, senior curator del Moma a New York, su design unito a tecnologia e comunicazione. Il 19 i giovani del Bric che raggruppa Brasile, Russia, India e Cina, hanno raccontato ciò che sta avvenendo nei loro paesi Foto di A. Russotti in veloce trasforma- Courtesy Cosmit spa zione. In questo rinnovato contesto intellettuale, la Libreria Bocca considerata dal Fai luogo da proteggere, presenta il “progetto Shi on” piccole opere (ne sono già state vendute 250) che dovrebbero nell’intento dell’autore Shuhel Matsuyama, circondare il globo con il loro antico significato di amicizia e armonia. Anche Cappellini, è uno di quegli imprenditori che ha puntato su giovani designer emergenti, provenienti da paesi meno industrializzati. Menti fresche, ancora capaci di “sognare”. Gli indiani Sahil & Sarthak hanno ideato per lui la poltrona Stork; il brasiliano Zanini De Zanine la seduta Trez; i cechi Jan Plechac e Henry Wielgus la seduta Circle. Foscarini presenta le sue nuove “luci”, progettate da Vincente Garcia Jimenez, in modo travolgente e cinematografico su un’infinità di schermi. Moroso non è da meno, con le sue contaminazioni che mescolano da tempo elementi occidentali e africani, della spagnola Urquiola. Tanti modi per dire “salviamo il mondo”. Clara Bartolini

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IN EVIDENZA

Tramite La l’emulazione del suo più intimo sentimento, N l’artista trascende dal motivo geometrico sino a raggiungere velature metafisiche

linea retta nella

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ell’intenzione di un’autonomia artistica del tutto propria, nei riferimenti di un’arte volta al Concettuale e al Minimal, nelle nette incisioni della forma ermeticamente chiusa, nell’elusione alle innumerevoli transizioni tra l’interno e l’esterno interpretabili come metafore dello scambio e della comunicazione visiva, si esplicano i principi con cui si sviluppano le creazioni di Clelia Cortemiglia. Le sue opere, già presenti in importanti gallerie d’arte pubbliche e private, sia italiane che estere, caratterizzano il panorama artistico contemporaneo tra il XX e XXI secolo. Lo scorso aprile l’artista ha esposto le sue creazioni in una mostra personale presso la Galleria “Il Collezionista” di Roma. Clelia Cortemiglia percorre una strada che evidenzia l’evoluzione della sua arte visiva astratta mediante la volontà di sottrarre, l’arte medesima, ai vincoli formali e culturali che ne costituiscono la tradizione. La scelta di rinunciare di conseguenza al naturalismo, alla mimesi (post-impressionismo ed espressionismo), alla prospettiva (cubismo), al passato (futurismo) e alla forma (informale), rappresenta senza dubbio il baluardo di una volontà arti-

Valentina Cortese

Maria Callas 10

stica maturata attraverso una risoluzione stilistica propria dell’Astrattismo-Neoplastico. Tramite l’emulazione del suo più intimo sentimento, Clelia Cortemiglia trascende dal motivo geometrico sino a raggiungere velature metafisiche, basa i suoi principi di definizione “plastica pura” come una nuova prospettiva stilistica formale, volta alla semplice combinazione geometrica e sull’intimo equilibrio di rapporti tra linea e colore, definiti mediante ritmi di rettangoli e blocchi cromatici. Gli elementi da lei creati ne sono gli indicatori, come la centralità del cerchio e le dualità dei colori Bianco/Oro e Nero/ Oro che richiamano ad una superficie ruvida aggraziata, nella quale riflette la purezza e la nobiltà della rievocazione al metallo per eccellenza: l’oro. La sua fedeltà alla linea retta è assoluta, là dove la prevalenza del bianco esprime una candida emozione di infinito e armonia compositiva, i cerchi e gli innumerevoli solchi rievocano lo spazio assoluto e irreale della tela bianca. Attraverso la dialettica della forma, Clelia Cortemiglia, fa eccellere il suo linguaggio tra spazialismo assoluto ed ermetismo del segno. L’uso della luce e dello spazio, ap-

plicato ad un intreccio di sfumature, solchi e tonalità cromatiche che variano dal bianco al nero, dal nero al grigio e che enfatizzano l’oro come il colore simbolo di regale divinità, lasciano spazio a sentimenti fruibili di eternità, compostezza e nobiltà morale. Richiamando le teorie del celebre pittore Mondrian (“Nell’astrazione di tutte le forme e di tutti i colori, cioè nelle linee rette e nei colori primari nettamente definiti”) si esalta l’espressività pittorica della Cortemiglia, la quale si reincarna e rivive nelle sue tele sottoforma espressivo-plastica, dove il geometrismo-razionale e concretista ne caratterizza la sua pittura astrattocontemporanea. Oltre all’uso del colore, le opere si basano sull’unità di tempo e dello spazio, progettando le proprie creazioni artistiche per non essere solamente percepite come pure e semplici pitture e/o sculture ma come forme, colore e suono attraverso gli spazi. Come il suo grande “Maestro” e “Amico” Lucio Fontana le ha insegnato, Clelia Cortemiglia assimila e reinterpreta i “Concetti Spaziali”, dove il tema dello spazio era affrontato attraverso la perforazione o il taglio del supporto di volta in


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IN EVIDENZA

luce del divenire

Cortemiglia

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volta usato (carta, tela, zinco, rame ecc.). Attraverso una ricerca pittorica costante che si riconduce ad uno “strutturalismo geometrico” multiforme e informale, la Cortemiglia, dimostra di saper plasmare delle immagini irreali pienamente astratte. All’opposto della tecnica chiaroscurale l’artista con quegli sprazzi di luce incandescenti e solenni, porta a far emergere i volumi determinando un movimento in profondità verso l’esterno. La luce fisica incide su quelle superfici “ruvide” ricolme di grazia che rievocano antichi splendori attraverso l’utilizzo di lastre dorate, sinonimo di suggestione simbolica. Ricordiamo una sua bellissima mostra intitolata: “Spazio, Luce, incanti e spiritualità nel ritratto femminile”, inaugurata quest’anno in occasione della festa delle donne presso il museo “Guido Guidi” di Forte dei Marmi. Le opere esposte erano dedicate a personaggi illustri nel mondo dell’arte e dello spettacolo come: Maria Callas, Mina, Valentina Cortese. L’artista esalta la qualità straordinaria di queste pitture mantenendo l’innesco sensibile entro un assoluto pudore, ostentando la sua dimensione più introversa e silenziosa, rivolgendo al contempo lo sguardo verso cadenze legate ai rapporti umani e interpersonali. I fotogrammi che riproducono i volti delle persone da lei scelte e la successione delle sequenze costituiscono una “sequenza di sintesi” delle diverse fisionomie. Ernesto D’Orsi

SEGRETERIA DI STATO dal Vaticano 14 dicembre 2009 Gentile Signora, è qui pervenuto per il cortese tramite di S.E. Mons. Gianfranco Ravasi, Presidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, un suo quadro dal titolo “Spazio luce” (in acrilico e oro in foglia del 1999), che Ella ha gentilmente donato al Santo Padre Benedetto XVI perché sia destinato alla Collezione d’Arte Contemporanea dei Musei Vaticani. Il Sommo Pontefice mi incarica di farle giungere le espressioni della Sua riconoscenza per il cortese dono, che ha apprezzato, e per i sentimenti di filiale venerazione che l’hanno accompagnato e, mentre formula voti di proficua attività artistica ispirata ai perenni valori del Vangelo, invoca, per intercessione della Vergine Maria, ogni grazia e consolazione celeste e impartisce di cuore a Lei e alle persone care una speciale Benedizione Apostolica, pegno della grazia e della pace recata agli uomini dal Signore Gesù nel Suo Natale. Con sensi di profonda stima. Fernando Filoni

Spazio luce, in acrilico e oro in foglia del 1999

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IN BREVE

Giancarlo Bressan L’

artista Giancarlo Bressan è nato a Verona, vive e opera a Milano. Ha svolto a lungo un’attività riguardante la ricerca nel settore della chimica organica, mantenendo sempre vivo l’interesse per la pittura, creando così un varco tra le sue conoscenze scientifiche e l’interpretazio-

ne della realtà profonda, di cui ci raccontano le sue opere. Lavora da alcuni anni sulla rappresentazione del paesaggio e sulla pittura en plein air, di luoghi e personaggi fantastici, che fanno riferimento alla pittura surrealista. L’artista narra, attraverso una pittura pura di tipo naif, di luoghi naturali riportati alla loro essenza primordiale, di luoghi e personaggi legati al mondo onirico, supportati sempre da paesaggi incantati creati con le “nuances” della natura stessa. L’osservazione di aurore boreali, albe, tramonti, riportano l’artista ad una pittura quasi meditativa, dove si avverte nel colore, nella luce e nella materia, il suo paesaggio interiore. Una spiritualità che va oltre i limiti fisici dei luoghi rappresentati e ritrova nella materia pittorica il suo infinito. Valeria Modica

Dialogo tra artisti

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ue artisti, Claudio Cubello e Fausto Cubello, rispettivamente zio e nipote, si confrontano in un dialogo all’insegna dei nuovi linguaggi dell’arte contemporanea. Le opere di Claudio Cubello non nascono da una Claudio Cubello progettualità predefinita, ma dal suo istintivo e irresistibile richiamo del colore, che nelle sue tele ha una suggestiva fluidità. Le ampie e dinamiche colature imprimono movimento ai piani cromatici e li sollecitano nella loro raffinata ritmicità. È come se la mano dell’artista fosse guidata da stimoli e impulsi quasi “inconsapevoli”, che portano a un risultato di grande forza cromatica ed espressiva. La libertà assoluta contro ogni ideologia. Il risultato sono delle grandi tele che comunicano una enorme forza creativa, dove la materia pittorica travolge la tela come lava infuocata e irruen-

Maria Corte

Poesia

Incisioni suggestive

OSVALDA L’era insci bela, la sciura Osvalda che la stava in la mia porta semper alegra, se la gh’aveva no la luna storta! El so marì faseva el faturin ma il suo fio l’era semper vesti che pareva un principin L’era piena de guai, la sciura Osvalda un dì se scepava un rubinett l’alter un lampadari o la persiana gh’era semper un via vai a cà sua l’idraulico, l’elettricista, el tappezzè pora Osvalda che la stava in la mia poreta cul so fiolin che pareva un principin Una sera de Nuvember so mari, papà del fiulin vestì me un principin anca se faseva el faturin, ll’era in gir per consegne in muturin però gh’era un gran nebbiun inscì l’han tirà sota in general Guvun. Quai d’un l’ha vist scappà via a tutta birra un macchinun ma l’ha minga ciapà la targa perchè gh’era un gran nebbiun in general Guvun. Lacrim e disperasiun e la se strepava i cavel, la pura Osvalda! E dopo un mes l’han vista anda via cul so fiulin, che pareva un principin cunt un sciurun ch’el g’aveva un macchinun. L’era trop bela, la sciura Osvalda la s’è più vista in la mia porta cul so fiulin vesti me un principin l’idraulico e il tappezzè poden pu fagh i riparasiun e inscì g’an semper un gran magun

Alessandro Ghezzi

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Cubello vs Cubello

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e dovessi definire Maria Corte con una sola parola, senza dubbio direi “delicata”. Delicata, nel tratto, nella voce, nel gesto. Delicata nei sentimenti, nell’anima. Maria è una creatura trepida. Basta rubarle un lampo improvviso degli occhi, un lampo di cui lei stessa si imbarazzerebbe un pochino, per capire che una timidezza infinita, che un infinito rispetto e amore per gli altri la frenano: benchè io creda, che tutto sommato le piaccia di essere proprio così come appare. La sua incisione è lo specchio di quest’anima calda e sommessa: tutto appare, delicato, paziente preciso. Dalle ombre degli alberi, delle case delle pieghe dei campi, escono luci che paiono luci d’inver-

no, quando la neve e il gelo paralizzano il mondo. Luci nitide, ferme, dalle quali i particolari, i dettagli, emergono quasi tornassero a vivere dopo un letargo lunghissimo. Io mi figuro Maria mentre lavora: china su se stessa, assorta, caparbia, instancabile. E alla fine, come sorpresa. Sorpresa di aver liberato la luce dalle ombre dei suoi bellissimi alberi, dalle pieghe della sua bellissima terra. Mentre io non mi sorprenderei se, da questi tratti delicati e gentili, un giorno esplodesse il vulcano che dorme in fondo a lei. Dopotutto, anche la timidezza e il riserbo sono spesso un messaggio: solo chi ha poco o niente di dentro, è un fuoco di artificio continuo.. Edgarda Ferri

ta, creando solchi e nuove strade per arrivare alla nostra anima. Fausto Cubello, classe 1986, sta per laurearsi presso l’Accademia di Belle Arti di Frosinone, vive a Rocca d’Evandro, un paesino dell’entroterra casertano, ed ha già partecipato a diversi concorsi nazionali, come il Premio Arte laguna di Venezia, il concorso calcografico di Gorlago e il Premio Pandosia a Cosenza, ottenendo menzioni speciali. Conosce e utilizza diverse tecniche pittoriche medievali e rinascimentali (tempere grasse e magre) ed è esperto di tecniche calcografiche (xilografia, puntasecca, litografia). I soggetti delle sue opere sono essenzialmente personaggi fantastici caratterizzati dal tema della metamorfosi. Info: MaMo Galleria - via Plinio 46, Milano 0239448222 galleriamamo@gmail.com

Giuseppe Belluardo

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iuseppe Belluardo è un architetto che vive e lavora tra l’Italia e la Cina, con oltre 23 anni di esperienza nella progettazione di strutture residenziali, di ospitalità, di villaggi, spazi ad uso commerciale e architettura del paesaggio in Europa e in Cina. E’ un esperto di bio-architettura e di tutti gli elementi che rispettano il territorio e la natura per un sano costruire. Negli ultimi quattro anni ha lavorato in Cina (Shenzhen e Shanghai) attraversandola per quasi tutto il suo territorio per lo sviluppo di diversi progetti di scala medio grande. In Cina ha approfondito l’applicazione del Feng Shui alla progettazione. Inoltre si interessa dei rapporti tra la musica e l’architettura, apportando il concetto di “Armonia” sul modo di concepire lo spazio costruito e quello circostante. Oltre alla professione di architetto ha svolto e svolge attività di relatore sull’architettura ecologica, sulla geobiologia, sui principi del Feng Shui, sulla storia e la progettazione del giardino occidentale e la simbologia nell’architettura e nei giardini. gb.architetture@yahoo.com


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MOSTRE

Adolfo Wildt

A Forlì le sculture dell’artista milanese C onosciuto come maestro di Lucio Fontana, Adolfo Wildt (1868-1931) è qualcosa di più di questo e di uno dei nomi che hanno popolato il panorama artistico milanese del tempo. Scultore sempre attivo nella città natale, una Milano a cavallo tra Otto e Novecento, inizia la sua formazione solo una manciata di anni dopo l’Unità d’Italia, prima presso la bottega di un barbiere, poi di un orafo e di un marmista, proseguendo presso lo studio di Giuseppe Grandi.

Prendendo slancio dalla scultura antica, gli occhi delle sue figure scompaiono, lasciando spazio a dei vuoti vacui

ma – carattere che sconta vivendo talvolta al limite della povertà – stringe legami con alcuni dei personaggi di maggiore spicco, tra cui D’Annunzio, suo collezionista, e Pirandello, per cui realizza le maschere dei suoi “Sei personaggi in cerca d’autore”; immortala tra gli altri Arturo Toscanini e Vittore Grubicy De Dragon. prendendo slancio dalla scultura antica: gli occhi delle sue figure scompaiono, lasciando spazio a dei vuoti vacui, compensati dall’essenza quasi caricaturale delle sopracciglia aggrottate dell’uno o dei capricciosi riccioli della barba dell’altro. Questo, in sintesi, è solo un assaggio di ciò che la mostra “Wildt. L’anima e le forme da Michelangelo a Klimt”, allestita presso i Musei San Domenico di Forlì e a cura di Fernando Mazzocca, Paola Mola e Antonio Paolucci, intende mettere in luce. Certamente l’opera dello scultore milanese, ma anche tut-

Wildt, Monumento funebre bonzagnim te le relazioni che egli, come uomo e come artista, ha intessuto attorno a sé. Un dialogo con il tempo presente – il gruppo sarfattiano di Novecento, Klimt, De Chirico, Martini – ma certamente anche un’assimilazione ragionata del passato, da Fidia a Michelangelo, da Bernini a Canova. Silvia Colombo

La sua prima scultura, “La vedova”, un ritratto della moglie, risale agli anni Novanta dell’Ottocento e non possiede ancora lo slancio vitalistico ed espressionista che caratterizzerà la produzione successiva. Anzi, manifesta quella pietas e quella delicata bellezza formale che risente, almeno nella posa e nel panneggio del velo sul capo, di innegabili influssi canoviani (La Vestale). Virtuoso del materiale lapideo, che sotto le sue mani si plasma sino ad assumere morbide sembianze superficiali, Wildt nel 1922 fonda la Scuola del Marmo, corso serale che già l’anno successivo entra a far parte del programma didattico dell’Accademia di Brera. Personalità volontariamente al di fuori da qualsiasi sche-

Wildt. L’anima e le forme da Michelangelo a Klimt 28 gennaio – 17 giugno 2012 Forlì, Musei San Domenico piazza Guido da Montefeltro, 12 Orari:da martedì a venerdì. 9,30-19 sabato, domenica e festivi: 9,30-20

Ingresso:intero 10 euro; ridotto: 7 euro sito internet: www.mostrawildt.it

Pittori piuttosto pittoreschi

Realtà al cubo ovvero, più realista del re S

arà capitato anche a voi di vedere un quadro di Picasso e pensare “Ma che diavolo aveva bevuto questo prima di mettersi al lavoro?”. In cerca di qualche suggerimento sul contenuto dell’opera, avrete indagato sul titolo e le idee vi si saranno chiarite. Ma non troppo. Perché nell’immagine ingarbugliata, avrete intravisto solo qualche minima traccia dell’oggetto della rappresentazione. La prossima volta che vi capiterà di trovarvi a rivivere l’esperienza di osservare un Picasso cercando di capirci qualcosa, tenete a mente che il pittore cubista nel momento in cui si mette all’opera immagina di far ruotare fra le mani il soggetto da rappresentare – cosa o persona che sia – nel tentativo di coglierne non un solo aspetto, ma di percepirlo nella sua globalità. In parole povere, se volessi ritrarre un salame, non dovrei limitarmi a trasporre su tela quanto mi trovo davanti al naso, ma dovrei osservarlo da tutte le prospettive possibili e poi tentare di farle convivere tutte insieme sulla tela. Chi osserverà il risultato penserà di avere di fronte agli occhi un garbuglio più simile a un piatto di spaghetti che a un insaccato. Ma questo, solo perché non gli è mai capitato di vedere un salame in contemporanea da venti lati diversi.

Condivisibile o meno, questo era il rapporto che, secondo Picasso, legava la realtà alla sua rappresentazione. Ne era così convinto che non esitava a farsi beffe di chi osava sostenere il contrario. Un aneddoto che circola sul web, e che tra le fonti autorevoli vanta un manuale di neuro-linguistica pubblicato in Gran Bretagna negli anni Novanta ancora in commercio, ne offre una significativa conferma. Picasso, a un collezionista che gli aveva rivolto l’invito a dipingere le cose come realmente sono, rispose con una domanda. Ovvero, come secondo lui le cose fossero realmente. Il tizio non si perse d’animo. Recuperato il portafoglio dalla giacca, lo aprì ed estrasse una fotografia. Ritraeva sua moglie. «Così come realmente è» aggiunse l’uomo porgendo il ritratto al pittore. Picasso con la faccia tosta e l’arguzia che lo contraddistinguevano rispose più o meno con queste parole: «Visto che questo è il suo esempio di arte realistica, ne posso dedurre che sua moglie sia alta grossomodo cinque centimetri, bidimensionale, senza braccia né gambe e senza colori eccezion fatta per qualche sfumatura di grigio». Non è dato sapere cosa rispose il collezionista. La tesi di Picasso non fa una piega, ma resta il fatto che per noi esseri umani un’immagine figurativa tende ad essere più fedele al suo modello rispetto alla versione cubista. Nonostante volesse farci credere che il suo stile fosse

Nei quadri di Picasso non vedete quello che ci vedeva lui? Il problema è che non sapete come guardarli

più realista del re, la sensazione è che i quadri di Picasso potranno anche descriverci la realtà ma ce la descrivono come diventerebbe se qualcuno la facesse passare attraverso un frullatore. Sfido chiunque a distinguere una pera da una mela dopo che sono state frullate. Ma come per la frutta, anche per le immagini di Picasso, un buon motivo per frullarle ci deve pur essere. Quel buon motivo si chiama sperimentazione. Il vero propellente alla base dell’evoluzione che ha portato l’uomo dal tracciare righe rozze sulle pareti delle caverne al dipingere quadri come “La primavera” di Botticelli. Massimo Zanicchi

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Un forte influsso dalla filosofia “esistenzialista” fluttua nel pensiero di questo artista riservato e profondo

IN EVIDENZA

L’astrazione che

paolo

“L

a materia di cui sono fatti i pensieri è il seme dell’artista. Sogni che hanno origine dal pennello del pittore. E, poiché l’occhio è la sentinella del cervello, trasmetto le mie più intime percezioni tramite l’arte, la mia visione del mondo”. Le parole del grande pittore Arshile Gorky non potrebbero descrivere meglio la poetica che inonda la pittura ed il fare artistico di Paolo Ciabattini. Imprenditore e architetto che approda alle arti visive in qualità di artista solo in età “matura” ma che decide coraggiosamente di farne la sua passione, il suo motore di ricerca interiore, il suo hic et nunc. Traspare il suo essere nelle tele che dipinge con un potente intimismo, quasi a svelarci un mondo interiore permeato da piccoli segreti cosmici che collegano il suo universo privato, interiore, ad una più forte esigenza di trasmettere al fruitore l’altro universo, quello parallelo. Svelare le percezioni recondite che, come affermato da Gorky nella frase dell’incipit, vengono filtrate dalla retina dell’occhio attraverso la sinergia che si crea nel cervello umano. Quelle percezioni, secondo Ciabattini, se scevre dai giudizi della mente, possono mostrarsi pure; come pura è la visuale a noi circostante e trasfondersi poi nel colore, sulla tela, tramite il segno, il disegno, la materia. Le sue opere astratte sono il frutto di anni di studi ed approfondimenti che hanno portato

Rifrazioni cm. 100 x 50 14

Rifrazioni cm. 70 x 50

l’artista a superare la soglia del figurativo per approdare all’astrattismo come segno di una maturazione spontanea che lo ha dolcemente catturato e che altro non è se non il normale passaggio artistico ed introspettivo. L’influenza dell’Espressionismo Astratto è intensa ma sicuramente adagiata sulla personalità introspettiva dell’artista Ciabattini che ha sviluppato nel tempo un messaggio stilistico molto personale ed unico. Lo storico dell’arte Alan Jones definisce la corrente dell’Espressionismo Astratto come: “lotta verso l’infinito sublime” e quella lotta è profondamente insita nell’artista Ciabattini. Il prodotto artistico di questa corrente è notevolmente variegato ma una sorta di marcato “individualismo” (si pensi a Mark Rothko) è innegabile. Il senso

Rifrazioni cm. 150 x 100 non è negativo dell’accezione “individualista”, tutt’altro. E’ il potente desiderio di voler trasmettere i propri sentimenti, le proprie emozioni, il proprio spirito, eliminando per quanto possibile le influenze del mondo esterno e quelle della propria mente, lasciandosi cullare dalla percezione del proprio “sé”. Tre varietà si denotano nell’”Action Painting” che nacque in America negli anni ’50 e che ritroviamo nelle tele delle “Rifrazioni”, dei “Segni” e delle “Città Amorfe” di Paolo Ciabattini. La prima è caratterizzata da strati sottilissimi di colore che si sovrappongono creando un effetto in parte traslucido e che possono essere considerati “astratti” ma non necessariamente “espressionisti” (Mark Rothko, appunto). La seconda, come in Willem De Koo-


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IN EVIDENZA

tende all’infinito

Ciabattini

Rifrazioni cm. 300 x 120 stridenti. Come è lo stridere della vita. I movimenti della pennellata sono liberi e talvolta pregni di quell’automatismo di matrice surrealista che dà libero sfogo alle pulsioni, alle sensazioni provenienti dai nostri neuroni. L’astrazione di Paolo Ciabattini è certamente, come da lui stesso ammesso, segnica-gestuale e solo talvolta rimanda alla colorfield abstraction (o pura astrazione). La matericità delle tele è tenue, dotata di delicati colpi di spatola e di colore posto “a corpo” in piccole incanalature verticali e orizzontali, fino ad intrecciarsi, scontrarsi, incontrarsi in gesti autoreferenziali, casuali ed improvvisati tanto da rifiutare ogni costrizione formale o razionale. Non penso di errare nell’affermare che anche un forte influsso dalla filosofia “esistenzialista” fluttua nel pensiero di questo artista riservato, criptico e profondo.

Rifrazioni cm. 150 x 100 nig, con le sue “donne concrete” e dipinte invece in modo “espressionista” la cui manifesta corporeità si inserisce nella tradizione iconografica del nudo femminile. Per giungere alla terza, Jackson Pollock ne è un palese esempio, dove l’arte gestuale dei leggendari drip painting è composta da strati di colore versato o sgocciolato che talvolta implica elementi figurativi. La concezione è bidimensionale e senza dubbio vi è un rifiuto totale della mimesi naturalistica. Il colore è usato come massima espressione psicologica, libero, con variazioni che possono essere cupe e con cromature accese ricche di tonalismi, a volte stridenti. Volutamente

Rifrazioni cm. 150 x 100

Si pensi a quanto esposto da Jean-Paul Sartre nel suo trattato filosofico L’essere e il nulla che si basava su una serie di opposizioni e paradossi caduchi e piuttosto semplicistici ma che proprio per questi motivi furono tanto popolari. Sartre pensava che, mentre tutte le azioni sono soggette a un giudizio morale, non esistono princìpi morali oggettivi. La libertà sta nella scelta, anche se questa scelta potrebbe essere né razionale né deliberata. Tra le cose cui attribuiva maggiore importanza vi era l’impegno o l’assunzione di responsabilità. Soltanto questo – impegnarsi in qualcosa che oltrepassi l’interesse personale - avrebbe potuto sollevare l’essere umano dal fardello della non esistenza. Ecco quindi come mai il sentire filantropico di Paolo Ciabattini ci viene mostrato con tale intensità nelle sue opere. L’impegno e la responsabilità dell’individuo-artista è per lui un richiamo interiore che si deve manifestare nel messaggio artistico ed umano insito nelle sue opere. Paolo Ciabattini anela alla rappresentazione aulica e vera del suo essere, del suo divenire e del suo percepire in modo sensibile. Dunque non resta che osservare il suo sito ed attendere la prossima, imminente mostra personale che ci consegnerà vibrazioni, sensazioni o meglio “rifrazioni” umane, ricche di talento e di quell’anelito di “ri-nascita” che Ciabattini artista ci permette di esperire grazie all’intenso coinvolgimento emotivo che suscitano le sue opere d’arte. www.paolociabattini.it Massimiliano Bisazza

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MOSTRE

La straordinaria concretezza del racconto, l’attenzione al rapporto con il reale

C’

è da perdersi nel ricostruire la genealogia della famiglia “Brueghel”. Dal capostipite Pieter, il Vecchio, a Pieter, il Giovane, quindi il figlio Jan, che a sua volta ebbe undici figli, di cui cinque maschi, i quali si dedicarono anch’essi alla pittura. Senza dimenticare nipoti e parenti acquisiti, tutti portatori di originali contributi creativi. Insomma, una famiglia che diventa nel tempo una redditizia azienda di produzione artistica che si caratterizza per uno stile inconfondibile, “il marchio Brueghel”, sia pure modulato a seconda delle diverse sensibilità dei pittori. La mostra di Villa Olmo a Como ha provato con successo a tenere insieme il genio di questa nobile stirpe, contribuendo a far conoscere l’epoca d’oro della pittura fiamminga del Seicento, attraverso un progetto unico nel suo genere, mai realizzato prima, che verrà poi esportato in altri importanti Musei del mondo, come quelli di Tel Aviv, Praga e Miami. Prima di entrare nel mondo di Brueghel, non si può non fare riferimento a Hieronymus Bosch, di cui possiamo ammirare per la prima volta nel nostro Paese, il capolavoro “I sette peccati capitali”. Il percorso espositivo della mostra ruota proprio attorno a questa opera, visto che in passato spesso le opere di Pieter Brueghel furono attribuite a Bosch. Ma la differenza è sostanziale. Nelle opere di Bosch prevale un atmosfera cupa e misteriosa, ricca di simboli alchemici, di segni astrologici, di visioni allucinate. In Pieter, al contrario, quello che colpisce è la straordinaria

Brueghel

un “brand” di successo gli aspetti grotteschi, ridicoli. Lo dimostra , tra le altre, l’opera dal titolo “Villaggio con contadini e animali”. Sulla stessa falsariga continua l’opera Pieter il Giovane, nei cui lavori da una parte si accentuano i caratteri caricaturali (effi-

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tadino intento a bere e fumare. La Mostra è molto ben allestita. La semioscurità delle sale mette in rilievo attraverso un perfetto gioco di luci i colori vivi dei quadri. Altro non si vede che le immagini le quali emergono con evocativa sugge-

Jan Brueghel il Giovane, Allegoria dell’udito, 1645-1650 ca., olio su tela, 57 x 82,5 cm cacissimo in questo senso il tondo “L’adulatore”), dall’altra non mancano accenni a registri più solenni e austeri. I temi più caratteristici restano comunque quelli delle

Pieter Brueghel il Giovane, L’Adulatore, 1592 ca., olio su tavola circolare, diam. 18,5 cm

concretezza del racconto, l’attenzione al rapporto con il reale, il gusto di descrivere gli uomini nella loro vita quotidiana, anche la più semplice, mettendone in luce

conosce Federico Borromeo che acquista molte sue opere. Nei suoi lavori vi sono trasformazioni importanti e per la prima volta compare una natura morta, tanto da essere definito “Brueghel dei fiori”. Anche gli altri figli che si dedicarono alla pittu-

feste dove ancora una volta è la gente la protagonista. Si veda “Festa di matrimonio all’aperto”. Jan Brueghel, il Vecchio, figlio di Pieter, viaggia in Italia e a Milano

Il gusto di descrivere gli uomini nella loro vita quotidiana, anche la più semplice, mettendone in luce gli aspetti grotteschi, ridicoli ra non dimenticarono di mantenere vivo il marchio “Brueghel”, vendendo i dipinti ereditati e producendo nuove creazioni con il proprio stile personale. Da segnalare, poi, Jan van Kassel, figlio di una sorella di Jan il Giovane, che si specializzò in dipinti di piccole dimensioni con soggetti quali animali, insetti, uccelli, fiori e allegorie. Nel lavoro “Studi di farfalle e altri insetti” da ammirare la precisione scientifica con cui gli animali vengono riprodotti. Senza dimenticare, per finire, David Teniers, il Giovane, che aveva sposato Anna, una figlia di Ambrosius Brueghel, il quale si specializza in scene di genere, vita dei campi, interni di osterie, come nell’opera “Contadini in una taverna”, dove rifà se stesso come fosse un con-

stione dalle tele. Uno straordinario percorso che va letto non tanto e non solo in un rapporto cronologico quanto in relazione ai vari abbinamenti tematici ed emotivi che vengono di volta in volta proposti e favorisce, nella intimità della scenografia realizzata, la scoperta dei numerosi particolari di cui tutte le opere sono ricchissime. E’ un gioco graditissimo degli occhi, ad esempio, analizzare uno per uno i visi e le espressioni dei numerosi personaggi ritratti nella “Festa di matrimonio all’aperto” di Pieter Brueghel, il Giovane. Alla Mostra, sostenuta come main sponsor da Unicredit, si affianca anche un progetto teatrale per un approfondimento didattico che parte dall’opera di Bosch per analizzare i vizi capitali da Plauto a Pinocchio. Ugo Perugini

La dinastia Brueghel a cura di Sergio Gaddi e Doron J. Lurie

aperta fino al 29 luglio 2012 Orari: da martedì a giovedì: 9-12 da venerdì a domenica: 9-22 Ingresso: Intero 10 €; ridotto 8 € sabato, domenica e festivi: 9,30-20

Ingresso:intero 10 €; ridotto 7 € sito internet: www.mostrawildt.it


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M O S T R E I N I TA L I A

Rembrandt

Maestro della luce L

e Scuderie del Castello Visconteo di Pavia ospitano fino al 1° luglio la mostra “Rembrandt incidere la luce. I capolavori della grafica”. L’esposizione, curata da Laura Aldovini, presenta quaranta incisioni, molte delle quali autografe del grande maestro olandese, accanto ad alcune della sua bottega e tutte provenienti dalla prestigiosa collezione del marchese Luigi Malaspina di Sannazaro (17541835), che costituisce oggi il nucleo fondante dei Musei Civici di Pavia. Composta da circa cinquemila opere che spaziano dal ‘400 all’’800, la raccolta di stampe del nobile pavese venne infatti donata alla sua morte, costituendo di fatto la fondazione del primo museo nella città lombarda. L’esposizione permette dunque di ammirare non solo opere celeberrime del maestro olandese, ma anche di scoprire un vero e proprio tesoro, esposto per la prima volta a Pavia. Rembrandt Harmenszoon van Rijn (Leida, 1606 – Amsterdam, 1669) viene generalmente considerato uno dei più grandi pittori della storia dell’arte europea e il più importante di quella olandese: fin da giovane ottenne riconoscimenti come pittore ritrattista e le sue vicende personali furono segnate da lutti, tragedie familiari e da crescenti difficoltà economiche che lo costrinsero infine sul lastrico. Eppure l’arte di Rembrandt non risentì di queste avversità, ma sembrò trarne in qualche modo un giovamento: pa-

Un sapiente uso della luce, impiegata per sottolineare dettagli importanti e sempre funzionale alla comprensione del soggetto trattato rallelamente alla pittura l’artista si dedicò con gran fervore, anche con l’intento di vendere rapidamente le sue opere, all’incisione, prediligendo l’acquaforte e la puntasecca. In breve tempo Rembrandt portò entrambe le tecniche a importanti livelli espressivi, soprattutto grazie ad un sapiente uso della luce, impiegata arbitrariamente per sottolineare in maniera non convenzionale dettagli importanti e sempre funzionali alla comprensione del soggetto trattato. Questo è il caso, come spiega la curatrice, de “l’Autoritratto con sciarpa al collo” (1633) esposto in mostra, in cui l’artista, ponendo il proprio volto in ombra, ne illumina solo una guancia e gli occhi fissi sull’osservatore. Tra i vari capolavori esposti in mostra il visitatore potrà

Rembrandt, Autoritratto con la sciarpa al collo, 1633 ammirare una serie di ritratti e autoritratti che colpiscono per la grande capacità di introspezione, come “Ritratto di Jan Six” (1647) e “Autoritratto alla finestra”(1648), o le celebri scene sacre, come “La morte della Vergine”(1639), la “Resurrezione di Lazzaro” o “La stampa dei cento fiorini” (1649 ca.) e l’incisione, ancora enigmatica nel suo significato, de “Il Faust”(1652 ca.). Tre opere di Albrecht Dürer (1471-1528), tra cui la xilografia con “La morte della Vergine”, sono proposte in questa sede come illustre confronto con il maestro olandese. Il catalogo della mostra, edito da Silvana Editoriale, oltre ai saggi introduttivi di Susanna Zatti e Laura Aldovini, presenta brevi ma puntuali schede tecniche delle opere. Dopo la sede pavese, “Rembrandt incidere la luce. I capolavori della grafica” sarà ospitata dal Museo Storico del Castello di Miramare di Trieste dal 7 luglio al 7 ottobre 2012. Francesca Mariano

Gli artisti? I nuovi profeti

La fine del mondo tra Apocalisse e Apocatàstasi D

opo i successi del 2011, Meridiano Acqua Meridiano Fuoco e The Future of Promise, le due grandi mostre internazionali nel contesto della Biennale di Venezia Arti Visive, anche nel 2012 sport & culture, l’ambizioso progetto che vuole accompagnare Reale Società Canottieri Bucintoro 1882 nel futuro di Venezia e della sua internazionalità, ha riportato nuova e preziosa linfa ai Magazzini del Sale nel kilometro della cultura veneziana. Bucintoro Cultura – Art&salE, sotto l’appassionata regia del suo coordinatore Piergiorgio Baroldi, ha portato nei saloni sociali altri due eventi di grande prestigio.

Cavagna, Ubalda Committeri, Dadagaben (Grazia Marino), Luca Dall’Olio, Luigi De Cicco, Gabriella Fabbri, Matteo Fiorucci, Maty Galafate, Max Gasparini, Claudio Guadagna, Li Jin, Michela Lupattelli, Monica Maffei, Elvio Marchionni, Vincenzo Martini, Antonietta Meneghini, Paolo Monizzi, Ciro Palumbo, Annalisa Picchioni, Luigi Piccioni, Alfio Presotto, Elisabetta Sabbati, Laura Scaringi, Francesca Sirianni, Stefano Solimani, Massimiliano Studioso, Alessandro Testa, Loreta Teodorova, Rodolfo Tonin; con installazioni e sculture: Piergiorgio Baroldi, Toni Bellucci, Roberto Denti, Gabriella Fabbri,

Michela Lupattelli, Laura Scaringi, Marilena Scavizzi, Francesca Sirianni, Stefano Solimani. Ed ancora, Bucintoro Cultura Art&salE, in collaborazione con lo Studio Charles Matz di New York e con l’Accademia delle Belle Arti di Venezia ed il suo Presidente Luigino Rossi, dal 24 marzo al 24 aprile, ha portato ai Magazzini del Sale “Through my window”, una straordinaria mostra personale del fotografo coreano Ahae. L’esposizione, in tour itinerante a livello mondiale iniziato

Venezia 2012 -Bucintoro Cultura – Art&salE con Ahae Da New York a Parigi Nel magico contesto del carnevale veneziano, un titolo altrettanto magico che si richiama alle profezie del calendario Maya: “La fine del mondo tra Apocalisse e Apocatàstasi, gli artisti? I nuovi profeti”. La mostra, curata da Alberto D’Atanasio, ha portato nella coreografia unica del Magazzino Gardini un gruppo di artisti che hanno trovato soddisfazione in una partecipazione significativa di visitatori. Catalogo a cura di Fabio Versiglioni edito da “Futura Edizioni”, Perugia, con un testo filosofico a cura di Valentina Orlando e un testo storico-artistico a cura di Alberto D’Atanasio. Gli artisti con opere pittoriche: Alessandra Angelini, Fabrizio Berti, Daniela Biganzoli, Luisa Caeroni, Claudia Carducci, Donadella - Lella Casolari, Giovanni Casamassima, Gabriele

Ahae, Anatra mandarina maschio 2011 Pamela Lafragòla, Alberto Lazzaretti, Elisa Lorenzelli, Ruggero Marrani, Paolo Monizzi, Pier Giuseppe Pesce, Paolo Rinaldi, Marilena Scavizz; con opere multimediali e fotografiche: Nicola Bertagni, Roberto Denti, Matteo Fiorucci, Maty Galafate, Remo Giombini, Paolo Lazzaroli, Elisa Lorenzelli,

l’anno scorso, ha già trovato spazio al Grand Central Terminal di New York, alla National Gallery di Praga ed in altre prestigiose sedi. La prossima tappa della mostra di Ahae sarà il mitico Louvre di Parigi. Silvano Seronelli 17


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LA CASA DELLE IDEE

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ASAIDEA, riconosciuto punto di riferimento nel settore dell’architettura, dell’arredamento e dell’antiquariato ha recentemente restaurato la“Chiesetta del Viandante” di Tavazzano risalente al 1626, per trasformarla in uno spazio polivalente denominato la “CASA delle IDEE”. L’ambizioso progetto è stato illustrato dal titolare dell’azienda, il sig. Giuseppe Acerbi alla fine del 2011. Con il recupero dell’antica struttura, CASAIDEA è impegnata a promuovere un progetto di particolare significato per il rilancio dell’azienda, con l’ausilio di strette collaborazioni con ambienti pubblici e privati che permetteano di concretizzare gli obiettivi culturali e informativi e favorire l’intera comunità ed il territorio. In questa “location” davvero suggestiva la famiglia Acerbi ha ideato un ricco calendario di eventi culturali, artistici, aziendali, convegni, patrocinati dal Plef (Planet Life Economy Foundation). Il 13 maggio alle ore 17.00 si è tenuto il secondo appuntamento di un percorso dedi-

cato al tema del VIVERE nel privato e nella comunità. Il tema affrontato è molto attuale e sfizioso: “La cucina come spazio fisico nell’ambiente domestico e la tradizione gastronomica culinaria del Lodigiano”. Gli altri temi che verranno sviluppati nel corso dell’anno, saranno il VERDE, l’ENERGIA e la FESTA. Ad ogni incontro partecipa un relatore qualificato che affronta il tema proposto con un taglio di ampio respiro, per conoscere e approfondire l’argomento da diversi punti di vista, sulla base di studi ed esperienze significative. Relatrice dell’evento del 13 Maggio è stata la prof.ssa Egeria Di Nallo. Il Suo profilo è degno di nota: Professore ordinario di sociologia dal 1980, dopo un periodo di insegnamento a Parma e diverse esperienze tra le quali quella di antropologa nella Selva Amazzonica, viene chiamata a Bologna alla Facoltà di Scienze Politiche e qui rimarrà ricoprendo vari insegnamenti e cariche, fra cui la Direzione del Dipartimento di Sociologia. Fondatrice, nel 2004, dell’Associazione per la tutela e valorizzazione del patrimonio culinario gastronomico tipico d’Italia, è autrice del programma Home Food che tutela e preserva, attraverso le Cesarine, il cibo tipico e la tradizione gastronomica che si tramanda nelle famiglie, collegandosi al territorio e alla sua cultura, recuperando l’idea della cucina nella sua valenza più ampia e metaforica. Perché il cibo, dice, è sempre espressione della storia dell’uomo e del suo territorio, e si porta dietro concetti che vanno ben oltre il semplice atto di alimentarsi: appartenenza, identità, senso del vivere sociale. Buoni cibi, insomma, per buoni pensieri. Al dibattito, moderato dal dott. Emanuele Plata, Presidente dalla Fondazione PLEF, ha partecipato anche il Sindaco di Tavazzano con Villavesco, Giuseppe Russo. Partner dell’evento Scholtès, noto brand la cui storia è costellata di continui successi che rivelano una costante tensione verso l’eccellenza professionale, nella creazione e lavorazione di elettrodomestici per la casa dal design unico ed inconfondibile. Con esempi di “cucina attiva”, si dimostra come preparare in soli 3 minuti, una dorata e croccante pizza, grazie all’utilizzo della pietra refrattaria in dotazione, che riproduce perfettamente le condizioni di un vero forno a legna. Il rinfresco è stato offerto da CASAIDEA, con la collaborazione di Convivium, Accademia Piacentina di cucina, fondata dal presidente Antonella Rota, che riunisce un gruppo di amici legati dalla passione per la buona cucina.

Eventi d’Arte Tony Dallara, desiderio di infinito

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ASAIDEA ospita fino al 20 maggio 2012 un’inedita mostra personale di Tony Dallara. La serata inaugurale dello scorso 15 aprile è stata caratterizzata dalla vivacità e dall’euforia del numeroso pubblico che ha accolto con grande calore il famoso artista. Il sig. Giuseppe Acerbi, titolare di CASAIDEA, ha fatto gli onori di casa con il solito garbo e la sua squisita cordialità che lo contraddistingue. Tra i graditi ospiti intervenuti per l’occasione, ricordiamo Giuseppe Russo, sindaco di Tavazzano con Villavesco, che è stato tra i primi ad apprezzare le iniziative culturali promosse presso lo spazio espositivo. La mostra curata da Francesca Bellola, direttore editoriale della rivista Ok Arte, è stata presentata da Ugo Perugini che ha riassunto con efficacia e competenza, la vita artistica di Tony Dallara. In questa esposizione sono presenti oltre una ventina di opere che racchiudono il lungo ed a volte contrastato percorso di Dallara nell’arte, caratterizzato da continue sperimentazioni non usuali alla ricerca mai banale dell’infinito. Dallara è un cantante famoso quasi per caso. In realtà fin da ragazzo si intuiva la sua versatilità: so-

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gnava infatti, di iscriversi all’Accademia di Brera per diventare un artista. Così, mentre negli anni sessanta incideva dischi e viaggiava per il mondo, nei ritagli di tempo frequentava il quartiere di Brera e gli studi degli artisti più rappresentativi di quel periodo. Stringe una forte amicizia con Roberto Crippa che si consoliderà nel tempo, conosce Lucio Fontana, Remo Brindisi, Piero Dorazio, Enrico Baj, solo per citarne alcuni. In questo periodo si dedica alla pittura cercando sempre il confronto con gli altri pittori suoi amici. Discute sulle teorie dell’astrattismo e sull’utilizzo di nuovi materiali come la plastica, il catrame liquido ecc. per affrontare la tematica a lui cara dello spazio. La sua prima mostra risale al 1960 presso la Galleria Cairola di Milano. Da allora ha esposto anche all’estero in paesi quali Canada, America, Giappone, Corea, ottenendo consensi ed apprezzamenti più che in Italia. Dichiara lo stesso Dallara quasi con rammarico: “Difficilmente quando un personaggio è noto in un campo riesce ad ottenere la stessa credibilità in un altro”. Dino Buzzati, scettico, trascinato da un amico a vedere il suo studio dichiarò: “Quando si dice che Tony Dallara è un buon ragazzo, si registra puntualmente la verità. Non mi è mai capitato di vedere una persona di così vasta popolarità che appaia cosi rigorosamente immune dall’influsso nefasto del successo”.


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MOSTRE

Tony Dallara, non solo musica Tavazzano celebra l’artista con un’ampia rassegna N

on è facile presentare Tony Dallara pittore senza fare riferimento alla sua carriera di cantante e personaggio dello spettacolo, conosciutissimo in Italia e nel mondo. Dallara è un’icona della musica leggera e uno dei più prestigiosi precursori di cambiamenti nella sensibilità del gusto musicale ma anche del costume italiano. Ci sono canzoni (ad es. “Come prima”) che ormai sono entrate

maestri, oltre che amici, e che rappresentano quanto di più significativo sia emerso dal periodo storico delle “Avanguardie”. Ma torniamo all’astrattismo. Frequentando questi pittori, intorno ai primi anni Sessanta, Dallara non può non rimanere colpito e affascinato dalle esplorazioni spaziali di quel tempo. Ecco, allora, che nei suoi quadri vengono riportate immagini della luna, con i suoi crateri, i suoi “mari”,

silenzio che quasi induce alla riflessione se non alla meditazione. Cosa ne pensi? Condivido certe tue interpretazioni. E’ vero che le immagini di pianeti, lune, buchi neri, possono provocare in chi li guarda sensazioni di silenzio, pace, quiete. In realtà, come ci hanno illustrato alcuni scienziati, nel cosmo c’è un rumore di fon-

nell’immaginario sonoro collettivo, capaci di individuare da sole (con poche note) un’epoca, un periodo storico, perfino il carattere di una generazione, che chiedeva di potersi esprimere senza filtri e senza ipocrisie. Con voce chiara e forte. Per questo motivo, può apparire quanto-

Francesca Bellola e Tony Dallara meno singolare che la sua scelta creativa in chiave pittorica sia l’astrazione, intesa come necessità di alzare lo sguardo verso un cielo immaginario o immaginato. Questa è l’impressione che ci coglie, osservando le opere esposte nella mostra personale curata da Francesca Bellola ed inaugurata lo scorso 15 aprile e aperta fino al 20 maggio 2012, presso CASAIDEA, azienda che si occupa di Architettura, Arredamento e Antiquariato nello spazio espositivo “Casa delle Idee”, nella “ex-Chiesetta del Viandante” a Tavazzano con Villavesco (LO). Il suo rapporto con l’arte non è sporadico o velleitario bensì radicato, anche con collaborazioni e amicizie di assoluto rilievo: basti a questo proposito citare alcuni artisti, abituali frequentatori del quartiere di Brera, come Enrico Baj, Remo Brindisi, Roberto Crippa, Gianni Dova, Lucio Fontana, Giuseppe Migneco, che furono suoi

rese con tecniche plastiche del tutto originali, dei pianeti, immersi in pulviscoli meteorici, tutte immagini vivide, ricche di sfumature coloristiche, calate in una inevitabile solitudine che ancora non angoscia ma fa riflettere. Chiediamo a Dallara, cos’hanno in comune per te la pittura e la musica? Sono entrambe forme d’arte che si esprimono fondamentalmente attraverso i colori. Sia una canzone che un quadro acquistano la loro peculiare espressività attraverso l’uso combinato e significativo dei cromatismi che nella musica si rivelano attraverso l’uso di diverse tonalità, l’attenzione ai chiaroscuri, al volume, all’intensità, ecc. Tu hai sostenuto che la ricerca dell’infinito, che testimoni attraverso le tue opere, é anche un’esigenza religiosa. Ma cosa intendi esattamente? Io credo che l’uomo abbia bisogno di tendere verso lo spazio, verso l’infinito perché è qui che più facilmente può trovare risposte alle questioni più profonde su cui da sempre si è interrogato, cioè la sua origine e il suo destino. Nei miei quadri propongo una specie di viaggio spaziale attraverso i misteri della vita. Noi abbiamo accennato al fatto che le tue opere suscitano una sensazione di

Un momento dell’inaugurazione

La pittura e la musica sono forme d’arte che si esprimono attraverso i colori

sorta di ritrosia e pigrizia mentale per cui facciamo fatica a immaginare che una persona sia in grado di eccellere in campi diversi. Gli Stati Uniti, e New York in particolare, sono un Paese e una metropoli che tu ami, che hai frequentato e dove hai conosciuto molti personaggi dello spettacolo, come ad esempio Marilyn Monroe. Ce ne vuoi parlare? Nel 1961 venne in Italia Jane Russel, che aveva appena girato alcuni film con Marilyn Monroe (Il mio corpo ti scalderà, Gli uomini preferiscono le bionde). Alcuni produttori decisero che avrei fatto una tournée di sei mesi con lei. Poi la stagione sarebbe proseguita l’anno dopo con Marilyn. Allora andai in America, nel gennaio 1962, per prendere accordi con lei. La conobbi di persona e fu un’emozione incredibile. Marilyn era più di una donna

do, continuo, assordante, fatto di esplosioni cosmiche, radiazioni ad alte frequenze. Molti grandi maestri della pittura come Crippa, Fontana, ecc. hanno creduto nel tuo lavoro. Pensi che avresti potuto ottenere qualcosa di più in questo ambito? E se sì, cosa eventualmente è mancato? Ritengo che in Italia abbiamo ancora una mentalità piuttosto chiusa. Pensiamo che non sia concepibile che un cantante possa essere anche un valido artista. C’è una

affascinante, era già un mito. Le strinsi la mano e… per una settimana non me la lavai più! Purtroppo, però, le cose andarono diversamente dal previsto… Il 5 agosto 1962 accadde quello che sappiamo. Io, allora, le dedicai una canzone “Norma mia”, perché il suo vero nome era Norma Baker. Poi ho anche realizzato alcuni quadri che la ritraggono insieme a diversi oggetti che fanno parte del suo immaginario. Ugo Perugini 19


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C U LT U R A

L’attività

GINNICA

Illuminismo e Romanticismo, la partecipazione delle donne nell’era moderna Seconda Parte

I

l 18° secolo illumina le tenebre dell’ignoranza con la ragione e la pedagogia avrà un pilastro nell’Emilio di Rousseau. Sarà la Germania ad ottenere i maggiori progressi in campo ginnico, con la creazione della prima scuola pubblica dove s’insegna l’educazione fisica: il Philanthropinum di

Dessau, grazie a Basedow. L’importanza dell’unità psicofisica sarà ribadita da Guts Muths che attribuisce all’attività ginnica il merito di stabilire l’armonia tra il corpo e lo spirito nella sua opera “La ginnastica per la gioventù”. Seguirà il Romanticismo, che nel corso del 19° secolo rivaluterà il sentimento e la fantasia e terrà in grande considerazione la ginnastica, vista nella società tedesca come un mezzo per rivalutare la nazione. Nel libro “L’arte ginnastica tedesca” Jahn si rifà ai greci ed ai romani, affermando che l’attività ginnica favorisce la vita in comune ed il patriottismo. Trascorreranno ancora alcuni anni, prima che il barone francese Pierre de Coubertin, grande appassionato di sport, investen-

do buona parte dei suoi capitali, riesca a far risorgere il mito delle Olimpiadi. Dopo 2672 anni dalla prima edizione dei giochi olimpici dell’antica Grecia, il 6 aprile 1896 ad Atene, saranno celebrati i “Giochi della I° Olimpiade dell’Era Moderna”. I principi ispiratori di De Coubertin considerano lo sport strumento di crescita fisica e morale dei giovani, che li educa al sacrificio, alla disciplina ed alla responsabilità, senza nulla togliere all’autonomia ed alle capacità decisionali del singolo. Le donne e l’era moderna Il barone De Coubertin non invitò alcuna donna atleta alle olimpiadi, così il “gentil sesso” ebbe, all’interno dello stadio, un ruolo marginale e piuttosto umile, come

Miró! Poesia e luce D

al 16 marzo al 10 giugno il chiostro capitolino del Bramante ospita una delle più grandi rassegne italiane dedicate all’artista catalano Joan Miró. L’esposizione, curata da María Luisa Lax Cacho, è suddivisa cronologicamente e tematicamente tra le nove sale del percorso, dove si può ammirare la produzione degli ultimi trent’anni della vita dell’artista a Maiorca, dove la Fundació Pilar i Joan Miró possiede molte opere dell’artista, concesse in via del tutto straordinaria per l’anteprima italiana. Vengono presentati oltre 80 lavori mai giunti prima in Italia, tra cui 50 olii di sorprendente bellezza e di grande formato, ma anche terrecotte, bronzi e acquerelli; tra i capolavori, gli olii “Donna nella via” (1973) e “Senza titolo” (1978), i bronzi come “Donna” (1967) e schizzi come quello per la decorazione murale per la Harkness Commons-Harvard University. L’opera di Miró offre complessivamente una personale interpretazione surrealista dei temi pittorici tradizionali, caratterizzata da una semplificazione oltrechè stilistica anche poetica e fiabesca del reale, in cui memoria e inconscio sono codificati in gesti segnici pressoché elementari talvolta inquietanti, talvolta gioiosi. Artista spagnolo (1893 – 1983) cono20

sciuto anche per i suoi bronzi e ceramiche, Miró s’interessa dapprima all’impressionismo ed al fauvismo, per abbracciare in seguito le suggestioni cubiste picassiane, nonostante il più profondo richiamo per il dadaismo di Tzara. Nel 1924, grazie all’amico Masson, aderisce indissolubilmente al surrealismo con opere sospese nell’incanto della suggestione inconscia, slegandosi mano a mano dal desiderio della rappresentazione ed indirizzando-

si verso un lirico astrattismo raggiunto mediante calibrati gesti grafici deformanti ed evocativi del naturale. Non solo la pittura in senso stretto però interessa l’artista, che infatti si dedica a disegni per balletti, ai papiers collés con inserzioni materiche e realizza moltissime illustrazioni anche per opere di C. Tzara. Poco prima della guerra civile spagnola, Miró esegue una serie di peintures sauvages affollate di figure grottesche e mostruose e, stabilitosi tra Barcellona e Palma di Maiorca, realizza la serie delle Costellazioni, guazzi che ispirano a Breton parallele composizioni poetiche. Dal 1944 si dedica assiduamente alla ceramica, realizzando poco dopo la grande decorazione murale per l’Hotel Terrace Palace di Cincinnati e lavori di portata monumentale come quello per il palazzo parigino dell’Unesco del 1958. Nelle sale espositive romane è stata ricreata l’ambientazione dello studio Sert tanto caro all’artista, e vengono riproposti anche tutti gli oggetti, i pennelli e gli strumenti che Miró usava nella sua attività artistica e che si sono conservati grazie all’attività della Fundació Pilar i Joan Miró. Carla Ferraris

sorreggere gli allori durante le premiazioni. La filosofia romantica ottocentesca, infatti, considerava la donna una creatura languida e malinconica, destinata alla vita domestica, alla procreazione ed allevamento dei figli. Le arti femminili erano il ricamo, la poesia, i giochi da tavolo, la musica, grazie alla quale era concesso qualche passo di danza. Un ulteriore ostacolo era costituito dall’abbigliamento, gli abiti erano ampi e la morale proibiva di mostrare la pelle nuda, a parte qualche scollatura per la sera. Praticamente risultava quasi impossibile alle donne il godere della libertà di movimento per correre, saltare e lanciare. La prima Federazione Sportiva Femminile Internazionale nacque in Francia nel 1921 per promuovere l’agonismo fra donne. A Parigi nel 1922 ed a Goteborg nel 1926 si tennero i Giochi Mondiali Femminili che rischiarono di oscurare le Olimpiadi Maschili. Il comitato Nazionale Olimpico liberalizzò la partecipazione delle donne nei Giochi di Amsterdam del 1928. Qui le atlete si cimentarono nei tornei di scherma (fioretto, spada e sciabola), tennis e tiro con l’arco. La partecipazione aumenterà gradualmente: ad esempio nel 1952 ad Helsinki solo la metà dei paesi partecipanti invieranno una rappresentanza femminile e nel 1968, a Città del Messico, le concorrenti non supereranno il 12% (845 su 7.200 atleti) nonostante la massiccia presenza delle atlete dei paesi socialisti. Si pensava che la maternità costituisse un

ostacolo alla pratica dello sport; solo recentemente si è scoperto e dimostrato che non è così, ne è la prova la nostra Valentina Vezzali, campionessa mondiale di scherma nel 2005, dopo soli 4 mesi dal parto. In realtà il rapporto donne e sport ha radici molto antiche; ne sono la prova alcuni mosaici romani rinvenuti nella Villa del casale di Piazza Armerina, comune siciliano in provincia di Enna. E’ probabile che la pratica sportiva femminile si possa far risalire ad almeno 2000 anni prima di Cristo nel bacino del mediterraneo, anche se limitata a corsa, ginnastica a corpo libero, con nastri e bastoncini. Clara Terrosu


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IN EVIDENZA

Adriana Collovati Dimensione spaziale

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a ricerca dell’artista friulana è tutta imperniata su valori e suggestioni ottico-cinetiche e rapporti ritmici, intesi in senso prevalentemente grafico, ma divenuti componenti fondamentali per una pittura “astratto-geometrica” che comporta tuttavia una precisa sequenza di immagini disposte in successione ritmico-musicale. Le sue composizioni sono tessiture giocate sul contrasto “colorico” in continuità con il linguaggio “aniconico”, nell’intento di scoprire qualcosa della “realtà interiore”, non visibile ad occhio nudo e non riconducibile, quindi, a forme conosciu-

te. Accanto al raffinato, sottile e sinuoso gioco stilistico del segno grafico, svettano le soluzioni compositive formali dell’artista, che al di là del puro rapporto fenomenologico delle linee-forme, investono in modo globale l’intera concezione dello spazio umano. Il ritmo compositivo dell’artista pur muovendosi secondo una precisa scansione spaziale, crea strutture e forme, finemente eseguite, che evocano presenze sfuggenti alle logiche della realtà umana, per offrirsi totalmente al piacere estetico della percezione visiva. L’autrice espone due nuove opere nell’ambito della corrente artistica “Il Metaformismo” al Mu.MA - Galata Museo del mare di Genova dal 10 maggio al 31 agosto 2012. Vedi foto dell’opera intitolata: ”Legami mitologici: Ulisse ed il mare dell’inconscio collettivo” (tecnica mista su tela, cm. 100 x 70). Fabio Tedeschi

Enrico Fraschetti “Opus Nova”

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arte musiva o del mosaico è l’arte di realizzare motivi e figurazioni per decorare pareti e pavimenti. Le sue origini sono assai remote e si rifanno ai reperti archeologici provenienti dalla città di Urak in Mesopotamia nel 3.000 a.C. L’artista ha riportato in auge l’arte musiva “Opus Sectile” realizzandola con criteri innovativi. L’opus sectile è considerata una delle tecniche di ornamentazione marmorea, per costruire pavimentazioni e decorazioni murarie a intarsio, più raffinate e prestigiose, sia per i materiali utilizzati (marmi tra i più rari e quindi costosi) che per la difficoltà di realizzazione, dovendosi sezionare il marmo in fogli assai sottili (“crustae”). Questa tecnica fu largamente impiegata fino al medioevo per poi disperdersi. Enrico Fraschetti ha ripreso l’arte musiva “Opus Sectile”

non più come vasta superficie parietale, ma adattandola come quadro portatile in pietra naturale. L’autore ha il merito di trovare soluzioni tecniche geniali perché il quadro marmoreo, possa avere una propria collocazione, con un normale gancio da muro, su ogni tipo di parete. Anche l’ultima sua creazione intitolata “Love dream”, è stata realizzata con la tecnica ispirata all’antichissima “Opus Sectile” in pietra naturale definita dall’autore “Opus Nova”. Fraschetti rifiuta gli usuali meccanismi di mercato e preferisce tramandare alle nuove generazioni, con passione e generosità, le tecniche che ha affinato per non disperdere le conoscenze acquisite sull’arte musiva. www.efras-opusnova.com F.B.

Roberta Musi Il crocefisso L

e partecipazioni di Roberta Musi, pittrice, grafica, scenografa dal talento indiscusso, ad eventi di grande rilevanza, sono in continua ascesa. Dopo l’invito ad esporre una sua opera alla 54° edizione della Biennale di Venezia curata da Vittorio Sgarbi presso il padiglione Italia di Torino, ha presenziato con una sua nuova creazione ad “Arte e Moda Italiana nel Mondo” presso la Camera dei Deputati a Roma con l’intervento di Gianfranco Fini e di Santo Versace. Il Cardinale Arcivescovo di Milano ha inviato all’artista una lettera di ringraziamento per il suo operato, in

Regina Di Attanasio Attimi di felicità C

ome gocce di ottimismo, le tele realizzate da Regina Di Attanasio ci introducono in scenari di fiaba e in universi cromatici in sospensione tra il suono della vita e il silenzio. L’esperienza pittorica dell’autrice comunica il senso profondo della “joie de vivre” con campiture ed accenti non più fauvisti, ma temprati dalla sintesi e dalla legge-

particolare per la mostra collettiva intitolata “L’immagine dell’Umanità sofferente” inaugurata lo scorso 30 marzo al Cenacolo di Bagutta a Milano. E’ un sogno che si realizza anche per Franco Tarantino, pregevole artista nonché ideatore e curatore della collettiva dedicata al Crocefisso. Alla mostra dedicata al compianto amico Domenico Montalto, hanno aderito trentacinque pittori e scultori professionisti. Roberta Musi è stata selezionata, insieme ad altri validi artisti, per partecipare al concorso indetto da Roberto Formigoni allo scopo di ornare con “Il crocefisso” (vedi foto), le sale del nuovo Palazzo della Regione Lombardia. Il prossimo appuntamento dell’autrice sarà presso CASAIDEA, azienda artigianale che si occupa di architettura, arredamento e antiquariato a Tavazzano con Villavesco (LO) dove inaugurerà una mostra personale domenica 17 giugno alle ore 17.00. F.B.

rezza cromatica. Regina Di Attanasio ha presentato le sue opere in una mostra personale tenutasi dal 17 al 30 aprile scorso nel Salone Bernini della Galleria Spazio Museale di Sabrina Falzone a Milano. Quello che colpisce a prima vista nelle opere dell’artista è l’esplosione di colori che la tela è in grado di raccogliere e di rimandare al fruitore. Nata nel 1955, Regina Di Attanasio si occupa di arte figurativa attraverso il linguaggio della pittura ad olio. Eredita l’abilità esecutiva dei grandi maestri della pittura dell’Ottocento, ai quali dedica un’ampia parte della propria produzione artistica, ripercorrendo le tracce storiche delle correnti pittoriche del XIX secolo, dai Macchiaioli agli Impressionisti, senza dimenticare la lezione del paesaggismo romantico inglese e tedesco. Regina Di Attanasio è stata selezionata nel 2010 per il Premio Città di New York. Ha esposto in Francia, Portogallo, Germania e in diverse città italiane (Roma, Milano, Palermo, Ferrara, Spoleto, etc.). Attualmente vive e lavora a Cesena. www.paintingclouds.it Sabrina Falzone

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ITINERARI IN LOMBARDIA

Edicole votive nel lodigiano

I Madonnini: invocazione, protezione e ringraziamento A

passeggio nella campagna lodigiana, ricca di scorci suggestivi e di paesaggi da scoprire, è possibile, anzi quasi certo, incontrare e ammirare una delle migliaia di edicole votive dedicate alla Madonna, i cosiddetti “Madonnini”. Alcuni di questi sono delle vere e proprie opere d’arte, costruite per ringraziare di un miracolo che la tradizione popolare riporta ancora fino ai giorni nostri; a chiedere protezione per i raccolti e le messi fruttuose; per invocare acque in abbondanza necessaria all’irrigazione dei campi. Non a caso infatti quasi tutte le Madonnine sorgono vicino a un ruscello, un canale, una roggia. L’acqua come elemento di purificazione spirituale, ma anche come elemento fondamentale per il ciclo della vita che si ripropone con i nuovi raccolti, i nuovi frutti della terra. Fino agli anni sessanta molte di queste Edicole erano punto d’incontro per funzioni religiose, soprattutto a Maggio, mese per tradizione dedicato alla Madonna, ma anche il mese in cui la terra ha bisogno di protezione dai temporali troppo violenti, le grandinate o la siccità. Molte di queste piccole costruzioni prendono il nome dalle cascine vicine e sono state costruite per testimoniare fatti religiosi particolari. Così è, ad esempio, per il Madonnino del Catanzino sulla Roggia Codogna, una derivazioni del canale della Muzza. Si racconta che nella prima metà del ‘600, durante la dominazione spagnola, una ragazza fosse inseguita dai soldati e, proprio quando sembrava che per lei non ci fosse più via di scampo, una luce folgorante fermò i malintenzionati facendoli fuggire. Questa luce venne interpretata come presenza della Madonna a protezione della fanciulla e per ringraziare di questo presunto miracolo, fu costruita l’Edicola. L’immagine raffigura l’assunzione in cielo della Beata Vergine Maria con angioletti e affianco S. Pietro e S. Rocco. Vicino a questa Edicola ce n’è un’altra, costruita come ringraziamento di un altro fatto miracoloso. Risale alla fine del 1700 quando, durante la raccolta del fieno, i buoi trainanti un carretto, furono aggrediti da uno sciame di api. Impazziti iniziarono a

correre trainandosi dietro il carretto pieno di fieno e, solo per miracolo, i contadini che stavano lavorando nei campi, non vennero schiacciati da un ponticello in legno che resse il peso dei buoi impazziti. Così nel 1801 fu costruita la Madonnina dei Buoi, una delle migliori Edicole come architettura e stile. Un punto di riferimento a protezione dai pericoli della peste, del colera e della carestia è il Madoninno dedicato a S. Rocco a Bertonico. Costruito nel 1500, riedificato nel 1700, è un complesso abbastanza ampio con alcuni disegni che si fanno risalire al ‘600, ma che un restauratore improvvisato con tanta passione, ma poca competenza ha involontariamente deturpato. Un’altra Edicola costruita per ottenere clemenza dalle calamità naturali, è quella della Madonna dell’Aiuto a Brembio. Costruita prima del ‘700 è collegata al passaggio dei Lanzichenecchi, che distrusse-

Staff

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Direttore responsabile Avv. Federico Balconi Direttore editoriale Francesca Bellola Relazioni Pubbliche Ilaria Ricotti Marketing Consultant Antonio Negroni Progetto Grafico e impaginazione Kerr Lab Stampato dalla Igep Via Castelleone 152 22

CR Testata OK Arte Reg. Tribunale di Milano del 6 maggio 2008 n. 283

Informazioni e pubblicità 3474300482 info@okarte.org OK ARTE sede in c.so Buenos Aires 45 presso agenzia Cattolica

Hanno Collaborato: Clara Bartolini Massimiliano Bisazza Aldo Caserini Silvia Colombo Giuliana De Antonellis

Ernesto D’Orsi Sabrina Falzone Carla Ferraris Edgarda Ferri Alessandro Ghezzi Luca Impellizzeri Francesca Mariano Ivana Metadow Valeria Modica Milena Moriconi Stefano Pariani Ugo Perugini Antonio Purpura Mariantonia Ronchetti Silvano Seronelli Fabio Tedeschi Clara Terrosu Massimo Zanicchi

ro la vicina cascina Taccadizza. Quasi tutti i Madonnini vengono curati dagli abitanti delle cascine vicine, che li accudiscono con devozione e amore. Sono sempre ricchi di fiori freschi e piante odorose. Sono il simbolo di una devozione popolare e di una tradizione alla ricerca della protezione e dell’incoraggiamen-

to del Soprannaturale. Quella però che io preferisco è una semplice costruzione vicino a Lodi Vecchio in località Le Gualdane. Circondata da ortensie sempre ben curate e fiori freschi, contiene una Madonnnina in atteggiamento accogliente; diventa il punto di arrivo di una passeggiata, una riflessione, un pensiero! Ivana Metadow

Lo scrivo col cielo I

l giorno 11 marzo 2012, presso il “Laboratorio sperimentale per le arti visive” di via Plinio 46 a Milano, la nostra collaboratrice Ivana Metadow ha presentato il suo libro “lo scrivo col cielo”. Alla presenza di un pubblico attento e numeroso, dopo una breve presentazione da parte del presidente dell’associazione culturale “Ok Arte” Alessandro Ghezzi, l’autrice ha letto, accompagnata musicalmente dalla chitarra del ma-

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estro Fabio Albertani, alcuni brani del libro. Le struggenti note ed il profondo contenuto degli scritti hanno creato forte emozione tra i presenti. Chi fosse interessato al libro potrà contattare la prof.ssa Valeria Modica presso il laboratorio sperimentale – tel. 02/39448222, che sarà lieta di consegnare con il volume un originale acquarello creato per l’occasione. OK

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Rubrica del Prof. Purpura

Nuovo orientamento

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na nuova esigenza sociale urgente che emerge tra le altre è la ricerca di un orientamento di tipo personale e sociale che molti oggi non hanno o si ritrovano in modo confuso e frammentato. Gli eventi socio politici degli ultimi decenni non ne hanno prodotto uno costruttivo, basato su valori sociali, possibili punti di riferimento educativi per la società. Anzi, le uniche indicazioni continuamente sottese e alimentate dai mass media e da modelli di comportamento sociale irresponsabili sono stati il consumismo sfrenato, il possesso, il potere e i falsi idoli, gli investimenti su strumenti finanziari derivati. Tutto ciò ha prodotto i risultati catastrofici che tutti noi sappiamo e che perdureranno per anni. A tale fenomeno si è aggiunta una aberrante politica irresponsabile con eventi che tutti noi appuriamo dai giornali giorno dopo giorno. Si è perso un orientamento corretto, guardandolo dal punto di vista nautico, abbiamo perso la rotta: quella che si pensava una giusta tendenza si è rivelata un falso orientamento. Tutti sappiamo però che una rotta va scelta in base a dei punti di riferimento veri, concreti adatti e immaginati, affinché in futuro producano risultati positivi per tutti gli individui: i governanti avrebbero dovuto con responsabilità e coraggio progettare e programmare un futuro di equo benessere basato su principi etici validi. Ciò non è stato fatto: l’opportunismo e l’egoismo l’individua-

lismo, il falso benessere hanno portato alla bramosia del potere mentre la ricchezza di pochi ha creato una errata percezione della realtà. Oggi molti di noi si sentono traditi, offesi, delusi, arrabbiati e molto preoccupati per la fiducia mal riposta negli anni in chi ha gestito la cosa pubblica e per un futuro incerto da affrontare. Oggi la società è alla ricerca di un nuovo orientamento. Gli individui hanno il diritto e il dovere di crearsene uno basato su punti di riferimento sociali concreti, corretti e veri, quali quelli di vera affettività, di assunzione di responsabilità, di diritti, ma anche di doveri, di giustizia, di scelte spesso difficili da fare perché costellate da sacrifici, ma con esito positivo e costruttivo, che possano alla fine essere di gratificazione per gli individui nella consapevolezza di aver costruito qualcosa di valido per sé e per i propri figli. La storia che verrà scritta nei prossimi anni non ci farà certamente onore come quella passata, l’uomo dovrà trovare la forza per un rinnovamento con una presa di coscienza e consapevolezza nuova, rivolta soprattutto al sostegno dei più deboli e alla costruzione di una corretta etica e morale sociale. Alcuni presupposti che possono influire su una nuova presa di coscienza: responsabilità nel fare il proprio lavoro al meglio per sé e la comunità, qualsiasi esso sia perché tutti sono importanti, soprattutto quando sono servizi rivolti al

sociale; scelte fatte con saggezza e in rapporto alle proprie possibilità; rapporti sociali basati su veri affetti senza ipocrisia e con disinteresse; manifestazioni affettive con i propri figli, basate sul dialogo e non su regali futili: i giovani devono conoscere, tra l’altro, il valore delle cose, dei soldi e degli affetti; investire sulla cultura, la conoscenza, l’arte, la letteratura, la musica ecc. perché sono aspetti formativi per l’uomo, che dovrà tramandare ai propri figli il bello della nostra realtà, e da cui possano trarre stimoli per nuovi modelli da seguire. Un nuovo orientamento, pertanto, che ci porti ad una corretta rotta, ognuno faccia la propria parte con serietà e consapevolezza!

Le cinque epoche del

film italiano

La black-commedia all’italiana de “I mostri” 1

963. Il bel paese si è ormai lasciato alle spalle i tempi foschi del dopoguerra e va incontro, speranzoso e fiero, verso un futuro di floride e incoraggianti prospettive. Siamo a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il periodo del cosiddetto “Miracolo Economico”: si agogna un sempre migliore lifestyle mentre John Fitzgerald Kennedy, al di là dell’oceano, ammira il nostro incremento dei tassi di reddito; d’estate si va tutti al mare, ci si fa la tele, l’auto all’ultimo grido, la bella casa con dentro una bella famigliola e, perchè no, pure l’amante. “I mostri” di Dino Risi, sceneggiato lucidamente dai mostri sacri AgeScarpelli con i contributi tra gli altri di Scola nonché di un Petri alle prime armi, inaugura il fortunato filone del “film a episodi” ed è per certi versi, il lato oscuro di questa tonda e luminosa luna, il riso amaro (e qui nulla c’entra il precedente neorealista che vede anch’esso da “I Mostri” di Dino Risi protagonista Gassman), diventando un prontuario cinematografico omnicomprensivo delle debolezze e dei vizi d’un paese, una sorta di radiografia d’un paese che sta per ammalarsi. “Il mondo è tondo e chi non galleggia va a fondo” si pontifica di fronte ai figli. E’ evidente che si faccia riferimento a un’Italia che fa i conti col cambiamento di valori etici e il suo conseguente spaesamen-

to di fronte ad esso e che quindi non esita a sfoggiare con vanto qualsiasi suo basso istinto. Siamo lontani anni luce dalla sincera filantropia d’ispirazione cattolica della Resistenza (quelli dei preti e dei generali che si fanno riempire di piombo per amor patrio, almeno al cinematografo). E’ quell’italietta del furbo che trionfa sull’onesto che rimarrà tale, ahi noi, fino ai giorni nostri. Le più acerrime frecciate sembrano essere quelle scagliate contro il sistema politico di allora (la DC l’avrebbe fatta da padrona per un altro quarto di secolo): nell’episodio “La giornata dell’onorevo-

Si è già in piena era “non Parlamento, Pappamento si chiama”, la preistoria della cosiddetta “casta politica” delle monetine scagliate ai politici, delle barzellette sporche sulle donne, dei miracoli, dei Roma & Padania ladrona e compagnia bella. A Tognazzi e Gassman (il primo molto più abile, almeno in questo contesto) va il plauso di essersi resi maschere grottesche per raccontare quegli anni così lontani eppure così vicini di vita(ccia) italiana. Luca Impellizzeri

Bar Il Cortiletto di Achille Cennami

all’interno dell’Accademia di Brera

le”, un’azzimato Tognazzi s’inventa impegni lunghi tutta una giornata per far slittare il ricevimento di un onesto generale (uomo d’altri tempi, guarda caso) che ha scoperto una certa speculazione e quindi vuol denunciarla all’ufficiale, troppo indaffarato com’è in affarismi e ruoli di facciata per occuparsi realmente della cosa pubblica. 23


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Giada Paolini I segreti dell’anima

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li scatti fotografici di Giada Paolini catturano attimi fuggenti, momenti indelebili della propria trasformazione interna. Intensamente attratta dal proprio universo interiore, costellato da continue mutazioni, cambiamenti; non abbandona mai però l’attenzione verso ciò che accade all’esterno e che investe l’essere umano nella sua interezza. Gli autoscatti effettuati con la sua Nikon D7000 nel suo obiettivo da 50mm sono un continuo divenire di propri autoritratti artistici che con grande impatto ci svelano alcuni segreti tra i più reconditi della sua anima. Voglia di comunicare, condividere i propri stati emozionali e grazie a questo processo imparare a conoscersi meglio:

Broken brains questo è il “viaggio” compiuto dall’artista nelle sue opere. Un transfert, a volte in quel lato cupo, oscuro, goticizzato, di “baconiana” derivazione ma che conduce sempre verso un sentiero di luce, di speranza, ad un chiaro messaggio di positività. In tal modo Giada Paolini esorcizza le proprie paure e le intime negatività che fanno parte della natura umana e ne ricava chiare derivazioni conscie ed incon-

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scie sempre “filtrate”, ripulite, quasi epurate da scatti con influenze “modaiole” che rasentano il gesto Pop a scatti interiorizzati in chiave quasi espressionistica. Immagini. Immagini con funzione poliedrica ma con lo stesso unico fine. Quel fine tanto decantato dai classici greci a tal punto da iscriverlo sul tempio dell’Oracolo di Delfi: “Conosci te stesso”. Non stupirebbe se l’arte di Giada Paolini fosse definita “oracolare” del proprio mondo interiore e non stupisce dunque che sia apprezzata sia in Italia (presente alla 54° Biennale di Venezia – Padiglione Italia) che all’estero (Berlino, Palma di Maiorca, Barcellona..) con un certo afflato sia dal pubblico che dalla critica. Allora non resta che “addentrarsi” negli autoscatti di questa artista forlivese che col proprio corpo, mani, viso, curando ogni particolare scenografico autonomamente, ci dona la piacevolezza di un anomalo viaggio quasi ludico che non mancherà di stupirci. www.giadapaolini.com Massimiliano Bisazza

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OK ARTE Giugno Luglio 2012  

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