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ZERO RESTO Sergio Covelli ISBN: 9788889149997

Prima edizione in formato tradizionale: Dicembre 2006 Š Andrea Oppure Editore

Seconda edizione in formato e-book: Gennaio 2011 Š Pecorenerecords

Impaginazione e-book: Sergio Covelli www.sergiocovelli.com


Sergio Covelli

Zero resto

AndreaOppure Editore


Il regno dei cieli è simile ad un mercante che cerca belle perle; e trovata una perla di gran pregio, va, vende quanto ha e la compra. Vangelo secondo Matteo, XIII, 45-46


- Parte prima Jendu videndu


I Sabato 18-XX-XXXX. Ore 07:00:00. Non appena suonò l’aggeggio maligno sul comodino scattò d’istinto l’accensione del telefonino. La prassi era questa ed il movimento quasi automatico. Quel giorno di primavera quella sua sveglia strimpellò maldestramente più presto di tutte le altre contemporaneamente ticchettanti in quell’alloggio. Non che questo succedesse di raro, anzi, era sempre il primo ad alzarsi in quella casa avuta come dimora da figli di papà oziosi ed elettrostatici senza la benché minima brama né di esercitare né di apprendere né di ragionare né di argomentare né di esistere. Ovviamente, a quell’ora tutti ronfavano rumorosamente, ad eccezione di Alessandro Coselli detto ‘Cozza’. “Mi chiamerà lui o lo chiamo io? Mah?” pensò “Accendiamolo prima, va’… Poi si starà a vedere…” La prima luce del giorno era sempre quella: piccoli cristalli, di quarzo verdolino liquefatto, immersi in tante piccole bacinelle che istituivano il display del suo cellulare, di giorno ininterrottamente a portata di organo prensile, di notte sul tamburo-comodino accanto al suo lettone a due piazze. 5 5 7 2, lo stramaledettissimo PIN e, istantaneamente, il trillo asimmetrico di un SMS gli fece tornare in mente l’effetto acustico della sveglia appena ammutolita con un pugno ben assestato. “Ma come cazzo sarà il livornese di merda? Stringato e preciso anche per telefono: non mi chiama mai! Solo e sempre messaggini. E se lo chiamo si arrabbia pure, vuole che anch’io gli scriva… Che fava d’omo!” SVEGLIOOO? QUI TEMPO SPETACOLARE. PICCOLI CUMULI E SCIROCBO DEBOLE. E IN QUELLA FOGNA D FIRENZE? Mittente: Jeppa +39339458xxxx Inviato: 06:57:01 Sab 18-XX-XXXX

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“Mmm… Jeppa, porca puttana, fammi almeno aprire la finestra! Già sveglio il testa di ’azzo!” Era sabato e come ogni sabato Cozza e Jeppa, si destavano molto prima di me che, a quell’ora, m’ero collassata da poco dopo la classica notte di sbronze ed arrembaggi falliti del venerdì sera fiorentino. I due ‘fratellini’, così li chiamavano quelli del ‘giro’, prediligevano fare presto, ritornare a casa, trovare la cucina come se fosse passato un armento di cinghiali famelici e assetati di ubriachezza, non farci minimamente caso, e recarsi dritti dritti a nanna, non troppo distrutti, per godersi appieno quello che sarebbe successo loro l’indomani, sempre che le condizioni atmosferiche glielo avessero consentito... Forse erano dei tipi un po’ bizzarri, ma cos’è strambo se tutto è strampalato? A loro modo di vedere un’oretta ‘lassù’ valeva più di mille ciucche e forse, per Jeppa, più di una notte di sesso con Amanda, la ragazza di Cozza o, in alternativa, per Cozza almeno quanto un bacio della ex di Jeppa, con la quale non avrebbe mai avuto speranze. Si chiamava, o meglio, si chiama, Letizia e faceva la segretaria a Piombino, comprensibilmente era stata lei a mollare Jeppa di punto in bianco, dopo che lui aveva intrapreso a non uscire più la sera con lei perché al mattino del giorno seguente doveva regolarmente incontrarsi con il solito fiorentino socio di avvenimenti. Non era stata una disgiunzione con accordo vicendevole, no no, era stato mollato proprio a tradimento, dopo due anni e mezzo vissuti senza il ‘fratellino’ in mezzo alle biglie tutti i santi fine settimana dell’anno. Ed ora Jeppa pativa, silenzioso e rassegnato, come una mosca su una tela di ragno. Cozza, dopo sette-otto minuti di rincoglionimento da risveglio, tutto imbambolato, all’esile chiarore dei bagliori rossi e verdi dei led del suo stereo vintage, con amplificatore immancabilmente valvolare, e del suo modernissimo PC portatile, entrambi in standby, con passo da ipovedente, si diresse verso il balcone, tirò su la tapparella e, improvvisamente, le pupille gli si rimpicciolirono riempiendosi di quel bagliore piuttosto grigiastro che sopravveniva dall’atmosfera. Rispose all’SMS non appena tornato parallelo al materasso e con i bulbi oftalmici ancora tutti cisposi.

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SULLA FOGNA TEMPO DI MERDA, CUMULINEMBI E TRAMONTANA. FA LO STESSO, SOLITA ORA SOLITO POSTO. CIAO TESTA DI ’AZZO! DEH DEH DEEEEH!!! Mittente: Cozza +39328386xxxx Inviato: 07:09:31 Sab 18-XX-XXXX Cozza leggeva tantissimo, anzi, specialmente i romanzi li divorava proprio, impersonificandosi sempre in uno dei protagonisti principali. In quei giorni stava interpretando Sergio di Nell’istante di Armando De Carmine, dopo aver incarnato in una sola settimana i personaggi di primo piano di Tre di tre, Nave di crema, Volatili da stia e da gabbia e Curva d’amore dello stesso autore. Il libro che stava leggendo parlava di come nella nostra vita esistano momenti di assoluta densità nei quali, d’improvviso, precipitano lunghi anni di calma piatta ed appariva come l’esatto contrario della vita schizofrenica e fitta di avvenimenti che Cozza divorava quotidianamente con ingordigia estrema. Gli prendeva così… Prima si fissava con uno scrittore, leggendone tutte le opere, e poi, in fondo, sentenziava con uno dei suoi soliti coloriti modi di dire. Su De Carmine ormai non aveva più dubbi, benché gli mancassero ancora, alla propria mnemonica collezione libraria, altri quattro o cinque suoi testi, non sarebbe andato oltre: quella ricorrente velata malinconia dell’autore lo aveva proprio nauseato. Il verdetto era scritto: “‘Sto libro? Mah? Un parere? Doppio D C”. “E che vuol dire?”, io. “De Carmine = Due Coglioni”. “Ah, mi sembra d’intendere che non me lo consigli…” Ci aveva messo un po’ a capirlo, ma finché non era convinto al cento per cento di una qualunque opinione era abituato a procedere a dritto per la strada decisa in partenza. Proprio per questa sua caparbietà nell’insistere a leggere libri che io avrei abbandonato già alla sesta pagina, era considerato, da noi amici, un ottimo critico e tutti gli chiedevamo continuamente un parere sui romanzi da acquistare: una sua critica positiva valeva all’ignaro autore almeno una decina di copie vendute in più.

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Cozza, prima di vestirsi e partire, decise di finire il penultimo capitolo lasciato quasi a fine la sera prima. Gli mancavano poche soporifere pagine. Prese in mano il libro, l’aprì là dove aveva inserito un segnalibro costituito da un pezzo di fazzolettino di carta strappato, ma si assentò dal mondo, immediatamente dopo, riaddormentandosi profondamente. In quei velocissimi cinque-sei minuti di pseudo-riposo che seguirono tra l’invio dell’SMS di risposta e l’avvio vero e proprio della giornata Cozza riuscì a fantasticare di tutto. Sognava ad occhi aperti, o forse pensava e basta, non si può dire, fatto sta che la robaccia che gli frullava nel cervello era folle come solo le storie dei suoi deliri sapevano essere. L’ultimo sogno, o meglio incubo, rimase ben impresso sulla sua corteccia cerebrale come una grandinata farebbe, a inizio settembre, sulle foglie delle viti: era entrato in uno squallidissimo locale, con gli interni tutti colorati di un rosa splendente ed accecante, vicino al porto di Livorno, con il suo amico Jeppa, ed aveva incontrato Amanda, la sua attuale ragazza. Lei era lì, tutta tesa e in punta di piedi, stava giocando animatamente, ai limiti del tilt, con un flipper di quelli primo modello, con i numeri segnapunti che giravano crepitando rumorosamente. A guardarla, da un lato, su una specie di sgabello-seggiolone, c’era un bambino di due-tre anni d’età, vestito in magliettina e pantaloncino corto giallo paglierino, che stava girato di spalle rispetto a Cozza. Lui si era avvicinato incuriosito ed il mocciosetto, improvvisamente, con un balzo da quadrumane antropomorfo, gli era saltato al collo da dietro, cercando di affogarlo, senza farsi vedere in volto. La sensazione di soffocamento era vera e l’infante non scherzava affatto, per di più aveva una forza davvero impressionante e Cozza non riusciva a scrollarselo dalle scapole in nessun modo. Amanda, noncurante, continuava a giocare imperterrita la sua seconda palla e Jeppa guardava la scena disinteressato a distanza di cinque-sei metri. Cozza non riusciva a capacitarsi di come mai nessuno di loro due intervenisse tempestivamente e, nel frattempo, sentiva le mani paffute del bambino nelle sue, avvertiva il calore che emanavano ed il lisciume della pelle, ma non c’era proprio verso di staccarsele dal collo. Finalmente 4


quando quasi quasi stava lì lì per morire, in quel fetido bar sul lungomare livornese, era riuscito a scaraventare il bimbo, per terra, lontano da sé. Così, guardandolo in viso, si era spaventato a morte. L’infante cattivo aveva la faccia di Cozza in una sua foto, scattatagli dal padre il giorno del compleanno dei due anni d’età, che lo ritraeva davanti ad una torta al cioccolato gigante con un paio di enormi candeline conficcate perpendicolarmente ed accese. Era lo stesso identico viso da furbetto con gli occhi scuri e grandi di quel ritratto, uguale uguale identico, ma ora quel volto lo guardava fisso con un’espressione un po’ diversa perché aveva la bocca mezz’aperta, in modo da far vedere i denti uno sì ed uno no, delineata in un ghigno che dire satanico è davvero poco. Non appena Cozza si era riconosciuto gli erano venuti i brividi a vedersi così, seduto per terra a gambe divaricate, con quel riso beffardo da film horror. Gli aveva procurato più spavento quella visione che il senso di soffocamento che aveva sentito precedentemente. Era sé stesso bambino che, venticinque anni dopo, guardava sé stesso adulto ed era sé stesso bambino che voleva uccidere sé stesso adulto. Praticamente, nel sonno, Cozza aveva cercato in qualche modo di suicidarsi? Si svegliò di soprassalto, spaventato, sudatissimo e con la pelle d’oca. Guardò la sveglia: 07:16:21. Pensò che non era possibile che aveva fatto ‘sto po’ po’ d’incubo in soli trecento secondi. Si riprese. Con la testa ancora sprofondata nel cuscino, guardando il soffitto senza metterlo a fuoco, ci ripensò di nuovo e dedusse che doveva essere un segno: o quello sarebbe stato uno strano giorno o quel bimbo era il fantasma nato dalle conseguenze dell’interruzione di gravidanza che lui ed Amanda avevano praticato pochi mesi prima, per colpa di un rapporto carnale che, con tutta probabilità, non era stato interrotto in tempo… Se proprio doveva scegliere tra le due possibilità decise con fermezza che quello sarebbe stato un giorno bizzarro. Molto meglio pensarla così. “Doppio M I: Meno Interrogativi = Meno Incognite”. Con quest’equazione chiuse l’argomento.

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Si alzò definitivamente dal letto ancora col batticuore, si diresse verso il bagno, si guardò allo specchio e le prime parole del giorno che disse furono: “Che faccia da delinquente... Sembro uscito ora dal manicomio criminale!” poi aggiunse quasi ridendo “Uomo Ombra! Ora son cazzi tua! È venuto a trovarci un nuovo amichetto dei sogni!” In effetti, quello era stato un tormento mattutino piuttosto atipico per lui, perché molto diverso dagli incubi che spesso popolavano le sue notti insonni. Cozza soffriva di diversi disturbi del riposo, soprattutto incubi ricorrenti e ripetitivi e, con meno frequenza, ma maggior intensità, sonnambulismo. Praticamente riusciva a dormire bene solo, come lui stesso affermava, ‘abbracciato e aggambato’ alla sua amata Amanda, anche se lei, ultimamente, non si concedeva molto, e per questo motivo, per riuscire a riposare, era costretto a piombargli in casa, in quel del quartiere di Rifredi, in piena notte e quasi sempre a sorpresa. Cosa che, a volte, la faceva letteralmente infuriare… Il suo sogno angoscioso per eccellenza, ciclico da qualche anno, era quello che Cozza chiamava l’Uomo Ombra. Questo personaggio era costituito dalla sagoma corvina di un robusto signore sulla cinquantina, vestito con impermeabile, cappello Borsalino e scarpe eleganti con la suola di cuoio, non molto dissimile da Richard Rick Blaine, il personaggio che Umphrey Bogart interpretò nel famosissimo film Casablanca di Michael Curtiz. I suoi abiti erano ben riconoscibili dal profilo ed il rumore che le calzature generavano sul pavimento, quando di notte andava a trovare Cozza nel letto, non lasciavano dubbi: erano sicuramente mocassini neri e lucidi. Il fratellino fiorentino si era scervellato più volte a rimuginare su chi potesse essere nella realtà quell’uomo così infame, ma non riusciva a ricordare di aver mai conosciuto un individuo vestito a quel modo durante tutta la sua esistenza. La visita si dipanava sempre con lo stesso procedimento: mentre Cozza dormiva pancia a terra, e ci riusciva solo in questa posizione, con la coda dell’occhio vedeva il profilo di quell’uomo arrivare e appropinquarsi al letto, dopodiché sentiva le sue mani, guantate di levigata pelle, sulla propria nuca spingergli il volto dentro al cuscino con l’intento di soffocarlo. 6


Cozza tutte le volte pensava “Ora smette, ora smette… Tranquillo, stai tranquillo.” Ma la pressione si faceva sempre più forte ed il respiro sempre più affannoso. A quel punto, in piena disperazione, considerava “Cristo lasciami! Porca puttana, pezzo di merda mi stai ammazzando! Aiuto! Aiuto!” E solo quando, senza più speranze e dopo un quarto d’ora di terribile angoscia, davvero stava veramente per soccombere, si svegliava di soprassalto con quella orribile sensazione nell’animo: quell’individuo era stato lì per l’ennesima volta ed anche quella notte, manca poco, non ci rimetteva la pelle. La sensazione del contatto tra lui e l’Uomo Ombra era ben viva sul cuoio capelluto della sua nuca, il respiro affannoso ben presente in bocca ed il batticuore associato al sudore, tutto a completare l’assoluta percezione corporea che quell’uomo era come se esistesse per davvero. Dopo, tutte le volte non riusciva a spiegarsi un bel po’ di cose: “Ma perché lo faccio avvicinare? Perché rimango impietrito non appena arriva? Perché non riesco a reagire? A muovermi? A scrollarmi quelle manacce di dosso?” Ovviamente la nottata si concludeva lì, non ritornava mai a dormire perché, spesso, gli era capitata più di una visitina per notte, per cui preferiva pensare a dormire la notte seguente: questo era uno dei motivi principali del perché Cozza leggeva così tanti libri…

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II Mauro Geppini, detto ‘Jeppa’, si era svegliato in un modo decisamente diverso rispetto al suo fratellino di Firenze: niente sé stesso bambino e niente uomini tenebrosi: i sogni che faceva lui in quel periodo avevano sempre a che fare con il sesso e non erano affatto incubi, anche se, per la ricorrenza con la quale si stavano manifestando ultimamente, stavano quasi per diventarlo... In quei giorni era costretto, suo malgrado, a doversi masturbare di prima mattina per l’eccitazione che quei pensieri sconci e libidinosi gli procuravano. Faceva un po’ come Lester Burnham, interpretato da Kevin Spacey in American Beauty di Sam Mendes, per intenderci il protagonista principale che è quello che alla fine del film muore, ma con l’eccezione di non farlo tra i caldi vapori di una doccia Jacuzzi da venticinquemila dollari, bensì seduto sul suo letto sciagattato oppure in bagno, davanti al maleodorante gabinetto, pagato al massimo un paio di Caravaggi. Il fratellino livornese era figlio unico. Quel giorno i suoi genitori non erano in casa perché il venerdì sera erano partiti, con il vecchio camper del babbo, per qualche meta enogastronomica, per la verità più eno che gastronomica, dell’Italia Centrale. Si ostinavano ad andare in giro, anche se abbastanza raramente da quattro anni a questa parte, solo durante i fine settimana, nonostante fossero entrambi in pensione ed avessero tutto il tempo a disposizione: doveva essere una sottospecie di tradizione per auto convincersi di essere ancora giovani lavoratori… Jeppa, a suo modo di vedere, aveva dei genitori un po’ balordi. La mamma, Mirella Fioralesi in Geppini, una santa donna tutta casa e chiesa, bigotta e borghese fin dentro il midollo osseo, lo ossessionava con mille insistenti inutili premure. Lo trattava ancora come un bambino di sei anni. Riusciva a parlargli ininterrottamente anche per più di un’ora sragionando a caso di Dinasty, Beautiful, Un posto al sole e mille altri programmi televisivi per minorati psichici oramai allo stadio del non ritorno. Ma la cosa più assurda era che tutto ciò avveniva puntualmente mentre Jeppa si sparava nei padiglioni auricolari musica hardcore a tutto fuoco, tramite enormi cuffie senza fili, saltando ed 8


urlando come un forsennato. Come facesse quella donna a chiacchierare imperterrita, del tutto indifferente, di fronte a così ardimentose gesta da rockettaro da pogo selvaggio questo lui non riusciva proprio a spiegarselo… Il babbo, Vittorio, un omone grande e grosso molto più di Jeppa, invece, poveretto, soffriva di attacchi di panico e depressione violenta che lo costringevano chiuso in camera da letto, a volte, anche per mesi. Mamma e figlio, nonostante mille diversi tipi di psicofarmaci e pillole della felicità che con tutta probabilità andavano a finire più nello stomaco di lei che in quello del marito, non riuscivano proprio a farlo riprendere. Quel venerdì Mirella aveva dovuto prendere Vittorio con la forza per fargli fare quella gita, nonostante, un tempo, fosse stato sempre lui ad avere la passione per i viaggi on the road. Il rapporto di Jeppa con suo padre era, per dirlo con un solo vocabolo, pessimo. Passavano anche centinaia di giorni senza rivolgersi la benché minima parola perché, non appena lo facevano, la donna di casa doveva prontamente intervenire, nel bel mezzo dei calci e dei pugni che puntualmente si scambiavano collericamente, per dividerli. Insomma, l’ambiente familiare che si avvertiva in casa Geppini non godeva affatto di quello che si potrebbe definire un clima idilliaco… Jeppa, prima che fossero le sette del mattino, mandò un SMS al suo amico Cozza, poi si alzò dal giaciglio con un gonfiore nei pantaloni del pigiama che non accennava a calare neanche quando si recò in bagno per urinare. Prima di farla tirò lo sciacquone del cesso perché suo padre lasciava sempre la pipì lì dentro per non sprecare acqua, secondo lui, inutilmente. Poi, fu costretto a sedersi, per non spruzzare il piscio sulle mattonelle della parete dietro il gabinetto, dato che orientare verso il basso il proprio organo sessuale eretto si prospettava come un’impresa alquanto difficile. Mentre la faceva prese a caso dalla cesta dei giornali, di fronte alla latrina, una copia di Panorama, con in copertina un frate spensierato che correva mano nella mano con una dolce fanciulla sorridente, in un immenso prato di papaveri rossi, e la scritta sotto: CARO PAPA, DOMANI MI SPOSO – INCHIESTA – SEMPRE PIÙ PRETI SI RIBELLANO A 9


WOJTYLA E CHIEDONO DI PRENDER MOGLIE. Non ci badò più di tanto, pensò più volentieri a cercare qualche foto di quelle donnine nude che di solito affollano tali riviste. Sfogliando si accorse che c’era qualcosa che non quadrava, era tutto in bianco e nero tranne le pubblicità, solo queste erano a colori. Pensò “Ma guarda ‘sti matti che t’inventano! Per far risaltare di più la propaganda hanno fatto il giornale in bianco e nero!” Eppure sembrava tutto molto vecchio… I titoli del sommario erano TERRORISMO, COSA C’ENTRA IL SINDACATO?, oppure MITI DI IERI, FAUSTO COPPI: C’ERA UNA VOLTA UN NASO, oppure INCENDI ESTIVI, L’ITALIA BRUCIA, oppure ancora ISRAELIANI E PALESTINESI, EBREI E MUSULMANI SI FRONTEGGIANO IN TERRA SANTA. Sì, va bene, ok, tutto molto attuale, però cosa c’entravano GLI AFFARI ESTERI DELL’UNIONE SOVIETICA, oppure BEIRUT: È QUASI GUERRA CIVILE, oppure ancora GOVERNO: PARLA LA MALFA, MINISTRO DEL BILANCIO? Mah! Aprì il giornale a caso e beccò una pubblicità della Talbot Horizon che enunciava: UN’AUTO ECONOMICA, NON IN ECONOMIA! TUA CON 245.000 LIRE IVA E TRASPORTO COMPRESI! “Eh? Cosa? La Talbot Horizon? Boia, deh! Ma che cazzo di giornale è questo?” Tornò alla copertina e vide la scritta sotto il titolo della rivista che dichiarava: 5 Maggio 1980 – Anno XVIII – N. 733 – £. 700. “Porca puttana! Ma che minchia ci fa questa reliquia in bagno? Ma da dove cazzo arriva? Quel matto del babbo l’avrà preso tra gli scaffali della cantina! Pur di non spendere soldi in giornali rilegge quelli che ha già letto vent’anni fa! Ma vaffanculo! S’è proprio rincoglionito quel tirchio di merda! Oramai è da manicomio!” Gettò il pezzo d’antiquariato nella cesta, si alzò dal gabinetto e la situazione clinica della forte turgidità non era affatto migliorata. Anzi. Riprese quel Panorama del 1980 e pensò tra sé e sé “Chissà se ce la mettevano qualche fica sui giornali vent’anni fa…” 10


Fece scorrere speditamente le pagine tra le mani, il soffio provocato dalla sventagliata cartacea quasi gli mosse i pesanti, lunghi e fitti dread locks che gli discendevano dalla testa a mo’ di rastaman. “Altro che! La fica è sempre stata attuale un po’ come il conflitto in Palestina! Sempre!” Il giornale era traboccante di espliciti riferimenti sessuali, sia nelle foto delle pubblicità di orologi, abbigliamento intimo e profumi, che negli articoli scritti da chissà quale raccomandato giornalista dell’epoca. La sua pulsione genitale lo spinse a fermarsi su tre pagine dedicate ad una giovanissima Laura Antonetti che posava senza veli mostrando seno, fondoschiena, pube e quant’altro. “Ci mancava solo che stesse a cosce spalancate!” Finalmente, grazie alle grazie della allora ventenne attrice ed a quel bianco e nero che rendeva tutto più eccitante perché anomalo ed inconsueto, Jeppa, intorno alle sette e un quarto, riuscì a curare quel fastidioso gonfiore mattutino persistente, che lo torturava da quando non era più fidanzato, finendo così gli ultimi strappi del rotolo di carta igienica. In seguito, come tutte le volte, Jeppa si auto praticò il solito interrogatorio di terzo grado, gli mancava solo la lampada da trecento Watt rivolta, da una distanza di dieci centimetri, dritta dritta in faccia: “Ma sono un maniaco? Sono un perverso? Ma com’è possibile? Tutti i santi giorni! Non posso andare avanti così! Maremma maiala! Devo trovarmi una nuova ragazza!” Ma poi, subito dopo, si giustificò: “Cazzo! E invece faccio bene! Almeno mi rilasso e poi non ci penso più per il resto del giorno. Che ci posso fare? Sono un uomo io e c’ho voglia. Non sono mica uno di questi pischelli di ora senza ormoni e senza testosterone in corpo! E poi ero abituato a trombare spesso con quella zoccolona della Letizia, ora che le mie abitudini sono cambiate così improvvisamente lo faccio e basta, che problema c’è? Oh!” ma sì, contento lui… Dopo aver letto un SMS inviatogli da Cozza, essersi sciacquettato al volo ed essersi vestito in modo piuttosto sportivo, senza mai essersi guardato allo specchio, Jeppa andò al Bar Da Peppino, sotto casa, nel suo adorato quartiere della 11


Venezia, e fece colazione come sempre, allo stesso modo e alla stessa ora, verso le sette e mezza: un succo di frutta alla pera, un fagottino al cioccolato ed un caffè ristretto ed amaro che sorseggiò lentamente fumando una Diana rossa e leggendo le ultime pagine de Il Tirreno, là dove si parlava per lo più di spettacoli, sport e, soprattutto, previsioni del tempo. “Jeppa, non mi dddire che vai anche oggi?” chiese, con quell’inconfondibile accento messinese, Peppino dal di là del bancone, mentre sorseggiava un vino bianco. “Boh? Ci provo, ma la vedo dura, il tempo è brutto e qui il giornale dice che pioverà…” “Be’, allora riposati, no? Almeno un giorno alla settimana che puoi rimanere a dddormire! Ma va’ a dddivertirti la sera invece di alzarti presto la mattina!” “Hai ragione Peppino, a volte penso a chi me lo fa fare…” “Appunto, lo vedi? All’età tua io inchiappettavo tutte le femmine che mi capitavano a tiro, va be’ che ero a lavorare alle acciaierie in Germania e lì era uno zoccolaio di maialone bionde coi mariti tutti cornuti, però anche qui le belle spurciddhe non mancano!” “Va be’, per oggi oramai ho fissato, ma mi sa che domani non andrò, sennò dopo la Letizia chissà quand’è che ne tromberò un’altra!” “Bravo, belle parole! Inchiappettane qualcuna anche per me che oramai sono vecchio e sposato! Lascialo stare quell’amico tuo fiorentino che è tutto matto! Tromba tutto quello che si muove! Sta’ a sentire a zio Peppino!” Jeppa se la rise di gusto. La spontaneità e la schiettezza con la quale Peppino affrontava, coi suoi clienti, gli argomenti erotico-sentimentali rendevano la sua sboccataggine semplicemente comica, come se tutta quella sua genuina volgarità non fosse altro che il modo per far sembrare l’argomento più divertente e nulla più. Poi asserì: “Via, vado! Sennò fo come il Focardi.” “Come fai?” Peppino certi detti proprio non li conosceva… “Come il Focardi, che da presto fece tardi! Segna sul solito conto!” “Il tuo o quello di tuo padre?” chiese Peppino ridendo. 12


“Che domande? Quello del mi’ babbo, no?” “A proposito, come sta quel pover’uomo dddi Vittorio?” “Lasciamo stare, va’! Ieri la mi’ mamma se l’è portato per forza in giro col camper! Figurati! Ci metteranno un’ora solo per parcheggiare, a malapena sa guidare la macchina!” “Mirella! Santa dddonna! Che non farebbe per suo marito.” ansimò Peppino scolandosi l’ultimo sorso dal bicchiere. “Mah? Io lo lascerei a casa! Cazzi sua! È lui che vuole stare in quelle condizioni!” sentenziò Jeppa. “Non è vero, la dddepressione è una vera e propria malattia, non dire così di tuo padre.” lo redarguì il barista. “Sarà… Via, fo come il Baglioni, che si leva dai coglioni. Ciao Peppino!” “In bocca al lupo!” “Crepi!” ed uscì di corsa dal bar senza ricordarsi di richiudere la porta a vetri.

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III Anche Cozza si adoperò alla sua solita colazione, ma non parlando di amore in un bar, bensì nel silenzio della cucina di casa sua, facendosi largo tra fiaschi di vino mezzi vuoti e pezzi di biglietti da visita e dell’autobus, avanzati dalla produzione di filtrini per spinelli ai quali erano dediti, la sera, i suoi coinquilini. Due toast con una specie di prosciutto cotto di soia plastificata e già quadratizzata e sottiletta gommosa della stessa identica misura dello pseudo-salume per vegetariani, succo di frutta vitaminizzato del discount, una specie di beverone arancione fosforescente, una brioschina al cioccolato, un caffè, una Fortuna Ligths ed una defecata automatica di quelle come diceva sempre lui: “Caffè e sigaretta – cacata perfetta!” Con il suo abituale zainone tutto nero in groppa Cozza andò a prendere l’autobus che lo avrebbe portato alla stazione dei treni. Non sapeva guidare la macchina e ne aveva anche tantissima paura, perciò quando si spostava gli toccava l’amico trenino, il mezzo preferito dai morti di fame che non possono permettersi un’auto o da chi, come lui, prova orrore anche solo a sedercisi internamente, pure da fermo nello spiazzo d’un parcheggio. Lui la chiamava la bara con le ruote e spesso riproponeva la solita espressione quando entrava in macchina di qualcuno: “Mi raccomando, vai piano! Meglio quaranta minuti in ritardo che quarant’anni in anticipo!” Tutti si tastavano sempre la pallera per scaramanzia. Si ricordavano che dovevano andare piano più per la sfiga che poteva portare che non per attenzione verso di lui. E poi partivano, ma non prima di aver guardato per bene negli specchietti retrovisori… In sostanza, Cozza ne aveva proprio il terrore, un terrore che non era paragonabile allo sgomento che provava durante i suoi incubi, bensì una paura vera del mondo esistente, quindi qualcosa che in qualche modo, al contrario dei sogni, poteva anche essere schivato. Se avesse potuto, con il treno ci sarebbe arrivato fino a lassù, ma ad un certo punto prendere l’ordigno con le ruote di gomma era proprio inevitabile…

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Il fratellino fiorentino approfittò del conciliante sballottolio, provocato dall’attrito fra il convoglio e la ferrovia, per finire di leggere, finalmente, Nell’istante. “Forse ora, al contrario di stamani, ce la farò, non mi posso riaddormentare di nuovo in treno!” considerò fiducioso. Tra una pagina e l’altra, la sua serenità e le sue aspettative per la rischiosa giornata che lo avrebbe atteso, furono turbate dal pensiero dell’autrice della romantica dedica scritta in seconda di copertina. In quel periodo non riusciva proprio a divertirsi con lei e, per giunta, aveva la percezione che le cose non sarebbero più tornate come un tempo. Da dove gli pervenisse questo presentimento neanche lui lo sapeva, ma di certo s’era reso conto che finché si concentrava nella lettura tutto andava bene, invece non appena s’interrompeva, giusto il momento di voltare pagina, accadeva che Amanda si appoggiasse sul davanzale della finestra della sua coscienza e Cozza si sentiva afferrare da una mostruosa invisibile aleggiante angoscia. Fu tentato di chiamarla, ma lei sicuramente a quell’ora dormiva perché il venerdì sera andava a divertirsi e a piroettare in qualche disco-pub fino a tardi, mica come lui… Allora si accontentò di immaginarsela nel letto a riposare, s’intrufolò col pensiero sotto le lenzuola e la ricostruì frammento dopo frammento, cominciando dagli affusolati piedi e dalle delicate caviglie, risalendo per quei polpacci e quelle cosce da ballerina classica che aveva, arrampicandosi dal piatto ventre ai perfetti seni e poi, peregrinando in una divina mollezza, fino ai glutei, e di nuovo su per la nerboruta schiena per trovare il liscio collo e attorcigliandosi, finalmente, arrivò al suo bel viso circondato da una cornice di capelli dorati e imbambolato dal sonno. “Cosa starai sognando?” le chiese vagliando tra una serie di situazioni e personaggi vari che non corrispondevano a sé stesso “Devo far piano sennò va a finire che, sfiorandoti, ti sveglio, rivedo quei tuoi occhi devastanti e mi metto a piangere senza motivo. Ti prego, tienili chiusi ancora pochi istanti, giusto il tempo che io vada via, buonanotte, dormi amore mio.” Si allontanò col pensiero quatto quatto pensando e ripensando a quanto straordinariamente Amanda gli piacesse. Era 15


soprattutto quel suo sguardo disarmante a sconvolgerlo letteralmente, quei due raggi di luce che sprigionava dal viso e che lo illuminavano, tutte le volte che la guardava, trasmettendogli quella felicità che lui, ora, inspiegabilmente, non era più in grado di restituirle. Fisicamente lei non era propriamente quella che si potesse definire una cavalla modello Letizia, ma in quanto ad equilibrio e proporzione nelle forme e nelle curve era come una di quelle fotomodelle che si vedono sui giornali di moda, non si sa mai quanto sono alte, ma senza termini di paragone, se sono basse non se ne accorge nessuno. Se proprio Cozza doveva trovare il pelo nell’uovo, e di tanto in tanto lo faceva, visto che dopo due anni di relazione con una donna quasi tutti gli uomini si dedicano a quest’ignobile connaturata attività, questo pelo nell’uovo era proprio il pelo. Amanda aveva questa specie di foresta equatoriale tra l’inguine ed il perineo che non si decideva mai a potare neanche d’estate, né tanto meno ad intagliare a forma di triangolino o rettangolino, come si addirebbe ad una siepe rigogliosa di un giardino ben curato. Non che a Cozza questa vegetazione così lussureggiante dispiacesse poi troppo, ma quando, rapito dai suoi feromoni eccitati, gli prendeva desiderio di baciarla proprio lì, non poteva far altro che puntare dritto dritto all’unica zona priva di flora, poiché tra i contorni di quel precipizio che dona la vita e le cosce di Amanda attecchivano fiorenti edere chilometriche. Gli sarebbe tanto piaciuto soffermarsi lì intorno, prima di andare al sodo, ma quel pelo nell’uovo poi si sarebbe trasformato, puntualmente, in almeno un pelo in bocca e il fratellino fiorentino non era certo tipo da peli sulla lingua… Cozza spense il canale dei pensieri erotico-sentimentali. In una manciata di centesimi di secondo passò su altri mille canali tematici con uno zapping furioso, confuso e forsennato, ma non trovò nulla d’interessante. Decise, allora, di arrestare del tutto il flusso elettrico che alimentava il tubo catodico della sua ragione, e, in un attimo, fu avvolto da una nuvola di elettroni in stato di assoluto disordine nucleare. Il vuoto regnava definitivamente tra lui e Amanda e di questo vuoto, Cozza, ora, se ne sentiva pressappoco circondato.

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Concluse il libro senza entusiasmo. Fu una specie di liberazione e, una volta arrivato davvero in un ‘istante’, cioè quello di scendere, volutamente dimenticò Nell’istante su quel sedile che lo aveva vezzeggiato fino al traguardo. Gli piacque concepire con la fantasia la faccia di colui che avrebbe ritrovato quel romanzo lì sul sedile, la sorpresa nel vederselo tra le mani, la dedica della sua ragazza “Alessandro, in questo ISTANTE ti amo alla follia_ Tua per sempre_ Amanda_”, il pensiero del ‘ritrovatore’ che sicuramente si sarebbe trattato di un segno e la sicura decisione, da parte sua, di iniziare a leggerlo la sera stessa. Le porte dell’abituale treno del sabato, il Rapido 3160, partenza Firenze Santa Maria Novella ore 8:41, arrivo Lucca Centrale ore 9:58, si aprirono in perfetto orario. Una volta sceso sul Binario 2, Cozza si trasportò tra la popolazione come un TIR in un parcheggio perché lo zaino era veramente voluminoso. Non pesava molto, una decina di chilogrammi appena, ma agli occhi della gente doveva fare una certa impressione perché lo fissarono tutti con sbalordimento, come per dire: “Cazzo, ma che prestanza deve avere ‘sto ragazzo per portare un bagaglio così ingente e così pesante tanto placidamente!” Lui ci andava in brodo di giuggiole a fare il vigoroso e considerò tra sé e sé “Non sanno che in realtà lo zaino è solo ingombrante, di pesante c’è solo la testa che mi porto sul gozzo… quando mi ricordo di avercela…” In verità Cozza era forzuto per davvero, anche se, in effetti, non era tipo da accorgersene, perché spesso andava a sfogare la sua schizofrenia contro le macchine da body building di una palestra, vicino casa sua. Come al solito Jeppa si fece attendere. Nel frattempo il fratellino proveniente da Firenze divorava con gli occhi il cielo lucchese che non era poi un granché, anzi la giornata non faceva presagire niente di buono, ci stava di dover tornare a casa mesti mesti e niente divertimento. Eccolo, con il suo Pandino 4x4, verde palude e tutto sbilenco, da scaricatore di porto livornese con la passione per i funghi, Jeppa parcheggiò sul marciapiedi, vide il fratellino, gli fece un ammicco e lo salutò lesto e succinto.

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Dopo il suo classico ghigno di benvenuto nell’agghiacciante mondo delle autovetture attaccò riflessivo guardando Cozza con aria interrogatoria: “Oh che faccia di cazzo c’hai stamattina? Hai visto L’esorcista ieri sera?” “Sei bello tu, ‘mbecille! Ste battute te le raccontano al porto?” “No, me le invento io, al porto si parla solo del Livorno e di topa.” constatò Jeppa. “Bell’ambiente! Se continui a lavorare lì diventerai una bestia peggio d’un cicosparino. “Un cico-chè?” “Un cicosparino.” “E che è? Un animale che vive solo nei tuoi incubi?” “Fava, non sai cos’è un cicosparino? È una bestia mezza cicogna, mezza pesce spada e mezza rinoceronte.” “Ah ah ah ah ah!” Jeppa si sganasciò dalle risate. “Ridi ridi, esiste davvero!” “Sì, va be’, lo so che mi prendi per il culo, testa di ’azzo!” “È un animale al quale piace punkeggiare a bestia, un po’ come quel demente del mi’ fratello!” “Michelino? Ma è sempre in Spagna con i cani al seguito?” “Boh! Mi sa che l’hanno rinchiuso allo zoo di Madrid, reparto animali non ben identificati, reparto cicosparini appunto.” “Che matto! Poveri genitori tuoi! Con due figli così! Di due nessuno è rimasto a casa! Uno abita per i cazzi suoi con gli studenti universitari e l’altro sempre in giro per l’Europa!” “Vien via! E allora tu? Co’ ‘sti capelli alla Bob Marley dei poveri che oramai non s’usano più! Che deve dire il tu’ babbo? È per questo che s’è ammattito e non ti può vedere! Per i tuoi capelli pieni di pulci!” Si sfottevano a vicenda che era un piacere ascoltarli, peccato che nelle vicinanze della loro auto ci fossero solo turisti non italiani… “A mio padre non gliene frega proprio un cazzo di come porto i capelli, anzi è contento se risparmio i soldi del parrucchiere, quel taccagno di merda! E comunque non me li taglierò mai!”

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“Sì sì, vedremo se ti prendono a lavorare a Camp Derby al deposito dei carri armati, se non te li fanno tagliare!” “Macché! A quei fascisti di merda gl’interessa solo se sono iscritto al Partito Comunista, pensa che sanno che il mi’ babbo quattr’anni fa ha fatto la tessera di Rifondazione e l’hanno chiesto anche a me al colloquio…” “Pezzi di merda!” “Davvero, sono tutti israeliani lì dentro, lì per lì m’è venuto da rispondere Sì, sono iscritto al Partito Marxista Leninista Italiano e sono pure di religione musulmana!, sai che faccia avrebbero fatto?” “Ah ah ah, maledetti capitalisti del cazzo!” “Comunque, davvero, c’hai due occhiaie peggio dell’ispettore Derrick! Ma hai dormito stanotte?” Jeppa preferì cambiare discorso tornando sull’aspetto sconvolto di Cozza, non voleva ragionare di lavoro proprio di sabato… “Dormire ho dormito, ma poi stamani quando mi sono rimesso a letto dopo averti mandato il messaggino ho fatto un incubo terrificante! Guarda qui!” mostrandogli l’avambraccio sinistro “C’ho appena pensato e già m’è venuta la pelle d’oca!” “Ma smettila di drogarti! Chi è arrivato stanotte? L’uomo nero? L’uomo verde? L’uomo giallo o la Pantera Rosa?” fece Jeppa sfottendolo e sorridendo. “Davvero! Altro che L’esorcista! A confronto è un film comico L’esorcista! E nessun Uomo Ombra, non stanotte per lo meno…” “Embè? Racconta un po’!” Jeppa si divertiva un sacco a raccontare gl’incubi di Cozza ai suoi colleghi del porto e non vedeva l’ora di sentirne sempre di nuovi. “No, no, meglio di no! Lasciami stare, un’altra volta te lo racconto, va’!” “Va be’, cazzi tua! Io andrei dallo psicologo fossi in te!” fece Jeppa ridendo a crepapelle. “Ridi ridi, ‘mbecille costì!” “Io invece mi sono spezzato anche stamani!” continuando a ridere.

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“Ah ah ah, tu dovresti andare dallo psicologo, altro che! Ho paura che prima o poi ci provi anche con me! Con l’arrapamento che c’hai!” “Prima di provarci con un uomo me lo taglio! A me mi piace la fica! C’è poco da fare!” “Be’, meno male… Mi sento più tranquillo. Fammi accendere, va’…” Si accesero una sigaretta entrambi. “Cozza, mi sa che oggi non si fa nulla…” borbottò Jeppa cambiando discorso. “Cazzo, mi sa anche a me… Intanto ci spostiamo e poi vediamo… Come si dice a Bolzano jendu videndu…” “Come?” “Jendu videndu! Te l’avrò detta già cento volte ‘sta frase, ma tu con quello che t’ingolli la sera poi non ti ricordi mai un cazzo! La dice sempre Rischio!” “Be’, allora è chiaro che non me la ricordo, Rischio dice sempre e solo cazzate. Figurati poi se mi ricordo quelle che dice in dialetto! Parto?” “E parti, no? Vuoi restare a Lucca a guardare le Mura?” “No, è che mi sento che oggi restiamo a terra…” “Il solito pessimista di merda!” constatò Cozza. “Va be’… Ora ti faccio cacare sotto!” fece Jeppa girando la chiave nel cruscotto. “Va’ piano co’ ‘sto catorcio e non rompere il cazzo, Jeppa, lo sai che c’ho il terrore della macchina!” “Te lo faccio passare io il terrore, femminuccia!” Cozza osservò il cielo e chiese “Ma ora che mi viene in mente… Non avevi detto che a Livorno il tempo era spettacolare?” “Detto? Io non ho detto proprio niente.” “Scritto, va be’ testa di ’azzo, non è uguale?” “Era solo per farti fare un viaggio in treno a vuoto, lo so che ti piace tanto…” affermò Jeppa con ironia. “A vuoto? Lo sai, no? Se Cozza prende il treno Cozza non torna indietro senza aver aperto lo zaino!” asserì il fiorentino accigliando le folte sopracciglia nere.

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Jeppa, come era scontato, iniziò a correre ed in un batter d’occhio i due fratellini sopraggiunsero sulla strada per l’Abetone. Attraversarono un viale circondato da officine meccaniche, carrozzieri, gommisti, elettrauto, autodemolitori e stazioni di rifornimento, tutto sembrava fatto esclusivamente per il terrificante mondo delle automobili. Proprio tutto. Di tanto in tanto il fratellino livornese spalancava il finestrino, metteva la testa fuori e sbraitava con la vena in fronte tutta gonfia di sangue: “LETIZIAAAAAAAAAAA!” Poi, come se niente fosse, richiudeva e tornava a contemplare l’angusta carreggiata a doppio senso. “Non è che ti sganci i cosciali e ti butti di sotto, vero?” chiese Cozza serioso. “Macché, testa di ’azzo, non sono mica scemo. È che quando mi torna in mente urlo e poi mi passa.” “Ti passa? Seh, a te non ti passa più!” “Tutte troie ‘ste puttane, come dice sempre Rischio!” esclamò Jeppa. “‘Mbecille! Allora lo vedi che te le ricordi le cazzate di Rischio?” “Cazzate? Questa non è mica una cazzata!” “Ah sì, questa è una cosa seria!” “Serissima e tristissima allo stesso tempo!” “Per me te sei esaurito, andato, rovinato a vita. Ma mica per lei, per te e basta!” poi Cozza aggiunse “L’hai presa la medicina stamattina invece di farti le seghe?” Attaccavano a sghignazzare su ‘ste idiozie che sembrava gli fosse successa la cosa più dilettevole del mondo da un momento all’altro e non smettevano di ridere per almeno cinque minuti. La verità era che, quando si incrociavano, erano sempre un po’ su di giri per l’eccitazione che anticipava, tutte le volte, l’arrivo alla destinazione fissata il venerdì pomeriggio. Tra una cazzata e l’altra impostarono il tratto di curve che da Borgo a Mozzano porta verso Monte Pratofiorito. Si fermarono al solito adoratissimo bar. “A me mi fa una schiacciata con melanzane, pomodoro e mozzarella e poi mi dà due crocchè di patate e una porzione di

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peperoni arrostiti. Ah, mi dà anche una Moretti in lattina?” chiese Cozza. “E a lei?” il barista rivolgendosi a Jeppa. “Per me quello, quello e tre di quelli.” indicando con lo sguardo contro la vetrina del bancone. “Scusi, questo, questo e tre di questi?” “No! Ho detto quello, quello e quello.” segnalando con l’indice da vicino, un po’ spazientito, perché il barista non era riuscito nella facile impresa d’intendere telepaticamente i suoi gusti. “È brutto oggi il tempo per andare a caccia, ci sta anche che piova!” disse loro il cassiere. “Noi non andiamo a caccia.” fece Cozza e poi aggiunse per rafforzare il concetto “Anzi, non ci piace proprio la caccia ed io sono pure vegetariano.” “Embè, siete di città voi! Gente moderna! Qui non esistono i vegetariani e tutti, proprio tutti, fanno la caccia al cinghiale, e meno male, sennò ce ne sarebbero troppi in giro! Allora andate a pesca? O a funghi?” “A pesca? Ma se gli ho appena detto che sono vegetariano?” ragionò Cozza, ma poi per tagliar corto preferì dire al barista “Sto murando a secco, me la dà ‘sta benedetta birra per cortesia?” zittendo il tipo un po’ troppo curioso, mentre Jeppa guardava muto ridendo sotto i baffi. Finalmente si misero a mangiare seduti ad un tavolino appena fuori l’uscio. Erano in una specie di pizzeria paninoteca bar rosticceria edicola tabaccheria pisciatoio cacatoio perennemente in vendita. Lo chiamavano ‘il bar dei fenomeni abnormi’ per l’orribile aspetto del cassiere, della garzona e del barista, e si facevano un sacco di cortometraggi encefalici pensando al fatto che nessuno gli comprasse mai quell’attività sempre in vendita, tra l’altro provvista di un’ubicazione invidiabile e con un ampio parcheggio di fronte, a causa della mostruosità delle loro sembianze; gli acquirenti entravano, attratti da quel cartello giallo evidenziatore fissato da anni alla porta con su scritto VENDESI ATTIVITÀ BEN AVVIATA, ma poi si spaventavano a morte e sgattaiolavano a gambe levate più veloci che potevano. Loro questo pensavano, ma per davvero, mica per finta. 22


Tutte le volte che si addentravano nel bar dei brutti non dovevano mai incrociare lo sguardo, sennò giù a ridergli in faccia a tutto spiano, fino al punto da non riuscire neanche più a chiedergli un caffè! I due fratellini dovevano solo concentrarsi sui panini, sulle birre, sui caffè e sulle sigarette a testa bassa e senza mai guardarsi tra loro. Era meglio alimentarsi con qualcosa prima di approdare lassù, per evitare di ritrovarsi subito, alla prima ascendenza forte, con lo stomaco rigirato a mo’ di spirale e, difatti, si nutrivano tutte le volte dai mostri e sempre con gran diletto. I fratellini ripartirono intorno alle undici e un quarto belli rimpinzati, caffeinicoticati e defecati, Cozza già per la seconda volta in quattr’ore, rincamminandosi, con lo sfintere anale un po’ sudicio, lungo la Strada Statale Brennero in direzione Bagni di Lucca. “Madonna!” esclamò Jeppa. “Che c’è?” “Gli sta toccando le tette!” “Che dici Jeppa?” Cozza non afferrò al volo… “Nooooo! Ora gli sta leccando i capezzoli! Nooooo! Porca puttana!” “Ah ah ah, sì, è vero, nooooo! Guarda lì! Hai capito perché t’ha lasciato?” a questo punto non c’erano dubbi che aveva afferrato… “Maremma storpia! È vero! Cozza, ma lo vedi anche te?” “Cazzo, lo vedo sì, c’ha un cazzo enorme il pifferaio, eh?” “Davvero! Maiala che capitone da un chilo e mezzo!” “E poi guarda come gne ne dà secche!” “Maiala! Non potevo proprio competere! E poi quanto dura! E come gode la baldraccona! Senti là!” “Davvero! Guardala come gode! Ma con te godeva così? La facevi gemere e strepitare così la Letizietta?” “Certo che sì! Però lui mi sa che dura di più!” “Davvero, è un’oretta che gne ne stantuffa senza sosta!” “Noooooooooooo! Noooooooooooo! Questo proprio no!” “Cosa?” “Ma lo vedi? Glielo sta mettendo in culo! Noooooooooo! Il culo no! A me non me l’ha mai dato! Neanche la notte quando 23


veniva a casa mia ubriaca fradicia! Ed a lui glielo dà alle undici e mezza al posto del caffè!” “Maremma sciancata! Ma poi come gode? Cazzo, ma ci sa fare proprio il pifferaio! Sta per avere un orgasmo anale! Ah ah ah ah!” “Via basta, non guardiamo più! Basta, basta! Mi sento male!” dichiarò Jeppa scuotendo la testa all’indietro per disfarsi dalla presenza sugli occhi di un fastidioso arbusto formato dai suoi capelli. “Via, hai ragione Jeppa, soffri troppo, non guardiamo più! Si chiude il sipario! Per stamani stop, the end, game over!” s’impietosì Cozza. Poi, un attimo dopo: “Guarda che dovevi girare lì, testa di ’azzo! Stai sempre a pensare a Letizia! Torna indietro!” lo infamò Cozza. “Cazzo, ma io l’amo ancora porca puttana! Io la amo!” “Anche lui la ama e soprattutto anche lei lo ama, non hai visto come gli ha dato il culo? Con che generosità! Con che amore!” Cozza rideva a crepapelle. “Sì, va bene, ma io la amo di più! La amooo!” Jeppa serioso. “Cazzo, Jeppa! Hai ripassato l’incrocio! Ma porca troia, vaffanculo tu e Letizia quella gran bagascia! Appena ti ha mollato aveva già il cazzone del pifferaio tra le cosce! Ora vedi di tornare indietro e di prendere per San Cassiano di Controni. Ok, favalitico? Che cazzo, se ci vede qualcuno pensa che siamo due rincoglioniti, invece qui ce n’è solo uno e non sono di certo io!” Cozza quasi si arrabbiò, non voleva starci troppo, in quella macchina, a patire… “Ok, ok, testa di ’azzo! Eccoci. Ora giro, guarda, così, va bene? O è troppo veloce?” pausa “Non si può più neanche soffrire a questo mondo!” Iniziarono a salire per una lunga strada zigzagante in lieve salita, poi presero a sinistra per Palleggio. Oramai il primo dei due traguardi era vicino. Jeppa continuò a tirare le marce come un forsennato, ma poi era costretto a scalare tutte le volte al primo tornante, praticamente a venti metri da dove era riuscito ad ingranare la terza. Cozza soffrì come un condannato all’ergastolo, non riusciva proprio a sopportare di stare in auto, 24


figuriamoci poi con quel demente di Jeppa che a tutto meditava tranne che alla strada. “Nooo! Di nuovo? La zoccolona gli sta levando le mutande!” riattaccò Jeppa. “Cazzo, davvero Jeppa, non puoi proprio competere! Guarda che po’ po’ di succhiottone gli sta facendo ora al pifferaio!” “Madonna come glielo munge! Nooooo! Ma non avevano appena finito?” “Va be’, è mattina Jeppa, il musicista è tutto bello riposato e gli fa suonare un po’ la tromba a lei, no? Mi sembra giusto.” “Maledetto! Ora gli s’ammoscia! Ora gli s’ammoscia d’un colpo! Ora gli diventa microscopico! E non gli si rizza più!” strepitò il livornese. “Ah ah ah Jeppa! Macché! Guarda com’è bello arzillo il suo capitone! Altro che!” “Maledizioneeeeeeeeeeeeee! LETIZIAAAAAAAAAAAAA! LETIZIAAAAAAAAAAA! LETIZIAAAAAAAAAAAAAA!” e giù, ancora urla dal finestrino che se ci fosse stato qualche cacciatore vicino alla strada come minimo lo avrebbe mitragliato per evidente scambio di persona squilibrata con cervo in periodo di calore acuto. Cozza si divertiva un sacco a tormentarlo, pensava che così facendo gli avrebbe fatto affrontare senza mezzi termini la realtà. E poi, d’altronde, era Jeppa a cercarsela, era lui che ogni venti minuti si faceva ‘sti po’ po’ di filmini porno hard-core nell’encefalo e, un po’ per scherzo un po’ per autodistruggersi, iniziava a farli diventare racconti degni delle migliori sceneggiature della storia del cinema mondiale a luci rosse. “Comunque the big-trumpet non lo posso proprio vedere.” “Chi?” Cozza, un’altra volta, non afferrò… “The big-trumpet: il pifferaio o come cazzo lo vuoi chiamare!” replicò grave Jeppa. Si vedeva che non stava affatto baloccandosi ora. Cozza se ne accorse e, lì per lì, stava per riattaccare con un’altra scena, con primo piano sul solito enorme immaginario fallo del pifferaio, che poi perché non si sa proprio, ma tutte le volte che uno viene mollato per un altro si è portati a pensare che lui sia più dotato… Si contenne e gli rispose serio: “Che c’entra lui? Tu non avresti 25


fatto lo stesso? La Letizia è proprio una bella passerona e lui fa bene a chiavardarsela a modo. Se te la devi prendere con qualcuno, quel qualcuno è lei. Maledetta ingrata! E dire che gli hai trovato pure il lavoro! Anzi, pensandoci bene, fai una cosa, prenditela con te stesso, brutto cazzone che non sei altro!” “Che c’entro io? Proprio io? Io che sono stato sempre a trattarla con i guanti di seta, che non gli ho mai fatto mancare niente di niente! E’ lui che non ha il benché minimo rispetto! Mentre io ero a scaricare e caricare container, da bravo proletario del cazzo, lui, l’aristocratico dei miei coglioni, era lì a corteggiarla con il suo cazzo di flautino di merda e lo sapeva bene che lei stava ancora con me! Capito? Certe volte mi viene voglia di andare a spezzargli le dita proprio prima di un concerto!” s’incattivì il livornese. “Ah, bravo! E bravo il mio scaricatoroooo di portooooo! Sìììììì! Viulenzaaaaaaa!” esclamò Cozza imitando Diego Abatantuono in un suo vecchio film comico “Ecco perché t’ha mollato, coglione! Perché lei cercava una persona fine, uno a modo, non te che non sai mettere due parole di fila senza dire un moccolo!” “Senti, sottospecie di mollusco, io che non so mettere due parole di fila senza dire un moccolo gli ho trovato il lavoro, alla grande scienziata, capito? ‘Che se non c’ero io col cazzo che lo trovava il lavoro a Piombino!” “Ah, bel lavoro le hai trovato! Fa le fotocopie alle più puzzolenti acciaierie del mondo ad un’ora e mezza di macchina da Livorno!” “VERAMENTE FA LA RAGIONIERA ALL’ENTE PORTO DELLA CITTÀ DI PIOMBINO, TESTADI’AZZO! IO LÌ CONOSCO QUELLA GENTE E PER FORTUNA CHE LA CONOSCO!” “Beh! Ora farà il salto di qualità! Andrà a fare le pompe all’Orchestra Sinfonica del Maggio Fiorentino! Meglio per lei, no? Farà la pipardiera sinfonica! Ah ah ah ah ah!” Cozza rise come un demente. “CAZZO, COZZA, VUOI CHE TI MOLLI QUI A METÀ STRADA? SEI SEMPRE A DARMI CONTRO!” si stavano decisamente scaldando… 26


“E DÀI, E MOLLAMI! TANTO SIAMO IN ANTICIPO E TRA UN PO’ PASSA RISCHIO E MI RACCATTA LUI. DÀI! E MOLLAMI, TESTA DI ’AZZO!” “MMM… ZITTO VA’! MAREMMA SBILENCA!” concluse quasi urlando Jeppa. Seguirono cinque lunghi minuti di curve, salita e silenzio tombale. Poi, Cozza, per rimuovere l’umore nero che stavano respirando dopo quel battibecco, esordì con “Un uomo di colore entra in un negozio di scarpe e dice al commesso: Buongiorno, vorrei un paio di mocassini. Come li desidera? Scuri? Testa di moro? No, li voglio bianchi, TESTA DI ’AZZO!” Ovviamente su un’idiozia di questo elevatissimo livello risate a crepapelle di entrambi e tutto come prima. Nel frattempo, il cielo che li sovrastava era diventato un po’ azzurro turchese ed un po’ grigio opaco per i grossi nuvoloni a sviluppo verticale che lo colonizzavano a macchie di leopardo. “Nooooo, un’altra volta! E nooo!” riattaccò Cozza ridendo. Jeppa lo guardò con piglio finto serio e poi si fece una risata anche lui. Dopodiché disse con cattiveria a canini congiunti: - Comunque spero che schianti! A me mi sta sul cazzo e basta. Io non l’ammazzo, ma se muore son contento. A quel punto Cozza non aveva più speranze di confronto, con quella frase aveva capito che doveva cambiare subito argomento sennò Jeppa l’avrebbe lasciato davvero sul giaciglio della strada. Era troppo fuori di sé per scherzarci un altro po’, la delusione e la sofferenza l’avevano fatto decisamente peggiorare in quanto a senso civico… Erano a poche centinaia di metri dal cimitero di Palleggio ed i due fratellini si gettarono a capofitto in un classico ‘dialogo meteo’ tipico di quando arrivavano lì, in quel moccichino di terraferma brulla e argillosa tutto schiacciato tra le mura del camposanto, i cipressi e le casette dei mezzadri che lo cingono. “Senti Cozza, per me si può andare all’Orrido di Botri a fare un bel bagno ghiacciato, non vale neanche la pena di aspettare Rischio.”

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“Come? All’Orrido di Botri io il bagno non lo faccio neanche ad agosto, figuriamoci in questo mese! Vacci te a ghiacciarti le palle!” rispose di scatto Cozza. “Macché ghiacciarti e ghiacciarti!” “L’ultima volta che ci sono stato manca poco dopo che esco casco per terra perché le gambe tanto che erano congelate non mi reggevano più in piedi per il dolore!” “Ma il tempo è di merda! Te hai fatto l’esame di teoria e poi ti sei dimenticato tutto! Con queste condizioni non si può e basta!” “Sì eh…” “Sì dài! Ce l’ha detto anche il mostro del bar…” Jeppa cercò di aggrapparsi a qualsiasi appiglio. “E che c’entra? Il mostro ci ha detto che non è una bella giornata per andare a caccia o a pesca o a funghi, fava!” “Ora mando un SMS a Rischio e gli scrivo che lo aspettiamo nell’acquetta fresca dell’Orrido!” Ma con questi cazzo di SMS! Te sei deficiente Jeppa! Ora lo aspettiamo, molliamo il suo zainone qui dentro, lo facciamo entrare e saliamo su. Ok?” “Senti, sei te che sei scemo, non lo vedi che è tramontana?” “Embè? Alle due gira.” sostenne Cozza. “E chi te l’ha detto, Bernacca?” “Me lo sento e basta, le previsioni davano scirocco.” “Le previsioni online di Arsia Toscana le ho viste stamattina mentre tu eri ancora nel mondo degli incubi, davano possibilità di forti temporali in quota e mi sa che per la prima volta da che si viene da queste parti ci hanno proprio azzeccato!” ribatté il livornese. “Che hai visto te? Ma se non sai manco come si accende un computer! Tutt’al più le avrai lette su qualche giornalaccio tipo Il Tirreno al Bar da Peppino!” “Testa di ’azzo, va bene che non sono un flashato dei computer come te, ma le previsioni le ho viste su internet stamattina, giuro sulla mi’ mamma!” “Senti Jeppa, siamo due contro uno, quindi andiamo su e zitto. Se ti andrà lo farai sennò vorrà dire che ci verrai a recuperare.” 28


“Una sega! Col cazzo che vi recupero! Me ne torno a Livorno!” “Sì sì, ed io vengo alla Venezia e gli buco la barca a quel pazzoide del tu’ babbo! Poi vai a spiegarglielo che sono stato io, lo sa che ci vai sempre, di notte, allo scoglio della Meloria ad ubriacarti con quei ritardati dei tuoi colleghi!” fece Cozza sorridendo malignamente. Jeppa capì che gli toccava andar su. Rischio era uno che non capiva un cazzo di meteo, non capiva un cazzo di pericolosità e non capiva un cazzo d’un cazzo. Sarebbe stato al solito d’accordo con Cozza e comunque alla fine anche Jeppa si sarebbe dovuto adeguare... Allora, pronunciò le ultime parole famose: “E va bene, testa di ’azzo, ti farò vedere io chi lo usa meglio il Keras!” Cozza fece un risolino di provocazione, poi lo guardò fisso negli occhi fino a che il fratellino non distolse lo sguardo per primo. Jeppa si sentì un po’ in soggezione per l’espressione che il suo amico aveva assunto, ma non appena stava per rispondere con le parole a quello sguardo, si sentì un rombo rimbombante rimbombare su per la strada. Ore 12:30:43. Arrivò il quarto elemento. L’aria era lì da milioni di anni ad aspettarli, la terra vale a dire Jeppa e l’acqua, cioè Cozza, in anticipo di dieci minuti, quindi non mancava che lui: il fuoco. “Oggi ci divertiamo come matti! Le condizioni sono da paura!” urlò Ernesto Papaleo, detto ‘Rischio’, ancor prima di scendere dal fuoristrada. “Ti pareva…” pensò Jeppa. “Allora fratellini? Che piacere vedervi!” esclamò il nuovo arrivato “Sarà più d’un mese!” Rischio era giunto all’appuntamento in perfetto orario, a bordo del suo Nissan Terrano vecchio tipo, ma rigorosamente provvisto di servosterzo e servofreno, a lui assolutamente necessari per guidare, più innumerevoli gadget quali una bussola, un baracchino radio, un inclinometro, un termometro ed uno psicrometro idrometrico digitale tra i più tecnologici in circolazione.

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Quando li salutò, con quella sua inflessione pronunciata da emigrante che aveva, sorrise ad entrambi, ma non fu immediatamente ricambiato. Le cicatrici che aveva in volto quasi si ruppero per la troppa trazione esercitata sulle mandibole da quel suo ghigno demoniaco che faceva quando sorrideva e quell’immagine turbava Cozza e Jeppa tutte le volte. Sicuramente lo preferivano serio. Iniziarono, comunque, a prenderlo per il culo dicendogli che erano stati, come al solito, al bar dove poteva andare a lavorare anche lui e che se quel locale non lo acquistava lui, ai mostri, non glielo avrebbe potuto comperare nessun altro al mondo, gli dissero che lo stavano aspettando e che lo salutavano calorosamente. Al solito Rischio iniziò a ridere. Non se ne era mai fatto un problema del suo aspetto, per lui l’unica cosa che contava era esser vivo e trovarsi lì in quel momento. “Bene. Siamo pronti!” dichiarò Cozza ancor prima di chiudere il portabagagli, dopo averci incastrato dentro a forza di botte, la roba di Rischio “Partiamo!” Jeppa infilò nello stereo la solita cassetta che sentiva sempre quando si avviava lassù: Relationship of Command degli At the Drive-in, un disco veramente devastante di una band costituita da due fratelli messicani, un libanese, un peruviano ed un cubano emigrati negli Stati Uniti d’America ed incazzati con il mondo intero. Oramai era diventato un fatto scaramantico, la sentiva da un annetto e tutte le volte tutto filava liscio, tornava sempre vivo e vegeto nella sua Livorno, perciò anche quella volta non c’era motivo per non ascoltarla. Cozza e Rischio lo sapevano, perciò non dissero una parola, non un commento del tipo “Ma sempre la solita musica! Ma che palle! Ma buttala ‘sta cassettaccia merdosa!”… e via dicendo. Niente, nada, nothing. I tre presero una stradina sterratissima e tutta in salita ed iniziarono ad inerpicarsi su per la cima di Monte Pratofiorito. “Questa sì che è musica! Non quella menata di opera classica che suona il pifferaio!” esclamò Jeppa muovendo i suoi dread su e giù e avanti e indietro a tempo di batteria. “Jeppa, via… Non mi sembra il momento di riparlare di lui!” rispose Cozza innervosito. “Lui chi?” s’inserì Rischio in scivolata. 30


“Lui quello che si tromba la ex ragazza di Jeppa!” rispose lesto Cozza anticipando il guidatore. “Ma come? Vi siete lasciati?” “No, non ci siamo lasciati.” rispose Jeppa. “E allora?” “Mi ha lasciato, che è ben diverso…” “Per un altro?” “Via basta, Rischio, non gli chiedere altro sennò riattacca fino in cima a parlare di Letizia e poi te ne parla anche via radio e poi anche dopo! Io ho paura che faccia un omicidio prima o poi!” fece ridendo Cozza tra il frastuono degli At the Drive-in mescolato allo sghembo rombo del Pandino 4x4 verde palude. “Hai ragione! Prima o poi faccio un omicidio, ma non ammazzo lei, ammazzo lui.” “Al mio paese dovresti ammazzare tutti e due, perché lui sì e lei no?” fece Rischio perplesso. “Perché lui mi sta sul cazzo molto più di lei!” “Perché lui ce l’ha molto più grosso del suo!” fece Cozza sganasciandosi dalle risate. “E come fai a saperlo?” chiese Rischio ancora più perplesso di prima, non era uno che capiva le battute al volo… “È chiaro, se l’ha lasciato si sarà preso uno più dotato, mica poteva scendere di categoria la Letizia, no? È una ragazza intelligente!” Cozza continuò a piegarsi in due dal ridere. “Via, basta Cozza, m’hai bell’e divertito. Rischio, poi te ne parlo in privato semmai, con lui non c’è mai verso di fare un discorso tra uomini.” “Senti chi parla, ma se ogni cinque minuti attacchi con un filmino porno tra lei e lui!” “BOIA DEÈÈÈH, ORA BASTA, CAMBIAMO DISCORSO!” concluse Jeppa. “Cazzo, ma vai piano, porca troia, non lo vedi a quanto passi dal burrone? Stai più a sinistra!” il solito Cozza che non appena smetteva di dire scempiaggini avvertiva il suo maledetto terrore da auto. “Più a sinistra ci sono gli alberi e tra un po’ peggiora pure…” rispose il guidatore. “Ma che peggiora, fava! Tra un po’ c’è il tratto senza buche.” 31


“Seh, ti dico che peggiora! Mettiti la cintura, favella, e non ci rompere il cazzo come sempre!” “Ce l’ho già la cintura, testa di ’azzo! Te vai piano e io non te lo rompo il cazzo! Non ti preoccupare!” “Ma se sono in prima a venti all’ora! Porca puttana! Dèh!” “MO’ BASTA, CI CACASTIVU U CAZZU! E ABBASSA ‘STO VOLUME CHE ‘STO SFERRAGLIAMENTO MI STA INSORDANDO QUA DIETRO!” sentenziò Rischio all’improvviso infastidito per la verità più dal loro battibeccare che dalle urla degli At the Drive-in. Si chetarono fino al parcheggio che si estendeva di fianco al rifugio. Ah, finalmente un po’ di tranquillità! Ore 13:12:55. I tre strambi elementi parcheggiarono. Jeppa abbassò piano piano il volume, tipo effetto fade-out, e solo quando non si avvertiva altro suono se non quello del vento spense l’autoradio e poi la macchina. Intorno solo grosse mucche bianconere, con ingombranti campane al collo, e due cavalli che brucavano tranquilli l’erbetta verde smeraldo, per niente infastiditi dal continuo scampanellio degli adiacenti bovini. Più in là, vicino allo scrostato portone aperto del rifugio una signora anziana, vestita tutta a lutto, tirava per il collo un cane nero, forse a lutto pure lui, con una corda a mo’ di guinzaglio, e se lo portava dietro zoppicando. Rischio la salutò distrattamente e lei contraccambiò d’istinto con voce arzilla ed acuta. Nessuno si chiese chi fosse e cosa facesse lì, erano troppo intenti a pensare a tutt’altro. I fratellini scrutarono il cielo studiando il vento che sbatteva leggerissimo sulla loro epidermide: direzione, intensità, temperatura, tasso di umidità, tutto cercavano di capire. A quanto pare videro due firmamenti diversi… “Instabilità, cumuli congesti con la punta in su, turbolenza, vento quasi assente qui, vento forte in quota, guardate quei fractocumuli come vanno lassù! Lo sapete che dice il manuale in questi casi, vero?” chiese Jeppa agli altri due. “Se stai a guardare il manuale fai la fine di quella mucca, vieni quassù e ti metti a ruminare l’erba, ti manca solo il campanaccio!” rispose Cozza deciso.

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“Non è né il momento né il luogo per decidere!” fece Rischio “Arriviamo nel punto giusto e poi vediamo! Jendu videndu!” Tirarono fuori dalla macchina i tre enormi zainoni e iniziarono il rito della vestizione. Dopo dieci minuti erano pronti. Sembravano tre extraterrestri atterrati su una montagna della Garfagnana: scarponi da trekking supertecnici e tuta in windstopper con inserti bianchi catarifrangenti, in tasca i guanti e sulle spalle lo zainone. Cozza era tutto vermiglio e nero, Jeppa color canarino e nero e Rischio, come l’anziana signora ed il suo cagnaccio, tutto scuro dal collo ai piedi: il rosso, il giallo ed il nero. Se fosse passato da lì un turista tedesco o belga probabilmente li avrebbe patriotticamente salutati… S’incamminarono molto lentamente per un sentiero che li avrebbe portati sul lato del monte esposto a Sud/Sud-Est, silenziosi, tesi, e con stati d’animo molto diversi l’uno dall’altro. La vecchietta li guardò perplessa mentre il suo scuro mammifero semi-domestico gli abbaiava contro sbavando e ringhiando. Dovettero andare molto piano perché Rischio era tutto acciaccato da almeno dodici anni e faceva un grosso sforzo ad arrampicarsi per la salita, per di più Cozza era reduce da un disturbo alla schiena, acciacco che lo torturava di tanto in tanto. Il più teso di tutti era Rischio, il vento era scomparso del tutto e senza neanche un filo di brezza era fottuto, con le gambe tutte piene di bulloni come si ritrovava, all’italiana proprio non ci sarebbe riuscito e avrebbe dovuto dare forfait molto malvolentieri. Jeppa era il più tranquillo, all’italiana o alla francese per lui era lo stesso, lo sapeva già, non avrebbe aperto neanche lo zaino quel giorno, le condizioni erano troppo estreme per lui e va be’ che era un po’ depresso, ma non a livello di rischiare la propria vita così. Cozza, dal canto suo, non aveva dubbi, una volta che hai provato la sensazione del volo, camminerai sulla terra con gli occhi rivolti sempre in alto, perché là sei stato, e là agogni a tornare. Lui amava volare ed era innamorato del parapendio fino alla follia, si sarebbe proprio divertito quel giorno, ne era certo, avrebbe preferito anche solo una bavetta di vento per decollare alla francese, ma se le cose stavano proprio così tanto valeva 33


andare all’italiana con una bella rincorsa giù per il pendio e chi se ne fregava del mal di schiena! “Cazzo guardate lassù!” strepitò Cozza, tra il sorpreso ed il raggiante, per quello che i propri occhi stavano proiettando sul suo grande schermo cerebrale. “Dove?” chiese il fratellino. “Io non vedo una mazza!” aggiunse Rischio. “Lì! C’è una vela sotto quel cumulo!” “Porca puttana quanto è alto! Ma chi cazzo è?” “Minchia, sarà ad almeno duemilacinque!” “Avete visto che si può volare, teste di ’azzo? E di brutto pure! Vai, forza! Arriviamo in decollo prima che svaniscano le condizioni!” fece Cozza tutto ansioso di raggiungere il volatile senza penne che volteggiava alto sopra di loro. “Col cazzo! Si può volare? Se c’è una vela sola per aria vuol dire che quello deve essere uno bravo, e anche parecchio! Mica una mezza sega come noi tre!” ribatté Jeppa. “Parla per te!” gli rispose Rischio anticipando Cozza che stava per dire la stessa identica asserzione. “Vien via Rischio, che sei un pilota te? C’hai un culo della madonna se no a quest’ora era un po’ che non c’eri più! T’hanno raccattato appiccicato al Ponte del Diavolo! T’hanno ripreso col verricello dell’elicottero sul dirupo di Diecimo mentre andavi tranquillo tranquillo in sottovento! Manca poco muori fulminato a San Giuliano attaccato all’alta tensione! Tutte le volte che cerchi di fare top ti massacri un ginocchio. Atterri sempre nei peggio campi! MA VIEN VIA!” replicò Jeppa risentito. Tangibilmente non aveva tutti i torti e questo anche Cozza lo sapeva bene… Rischio aveva una fortuna sfacciata, si cacciava sempre in brutte situazioni per la sua assoluta negligenza alle regole base del parapendio. Mai nessun nome fu così calzante. Tutti i parapendisti della Toscana lo conoscevano proprio per le sue imprese tra il drammatico e l’esilarante. Ogni volta la stessa storia, quando si ritrovavano con gli altri piloti su qualche atterraggio per fare un punto della situazione meteo, c’era sempre qualcuno che attaccava con: “Ma lo sai che ha combinato ieri Rischio?”

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E ancor prima di raccontare i fatti già tutti ridacchiavano come forsennati. Anche Jeppa e Cozza l’avevano conosciuto prima per le tante barzellette che circolavano su di lui e poi di persona. Non appena arrivava con il suo fuoristrada, superaccessoriato delle ‘peggio’ invenzioni per vololiberisti accaniti, e già questo faceva ridere, tutti a bassa voce, per non farsi sentire da Rischio, dicevano a quegl’altri che non avevano avuto ancora il piacere di conoscerlo: “Oh! Lo vedi quello lì? E’ quello Rischio! E’ lui in persona!” E quelli rispondevano in una specie di coro scomposto: “Cazzo! Finalmente lo vedo! Lo vedo dal vivo! Minchia, quant’è brutto!” Era un specie di mito della spericolatezza, ma tutti lo avevano allontanato proprio per questo motivo. Era pericoloso e quindi andava isolato, volare in qualsiasi luogo con lui non era affatto prudente. Solo i due amici parecchio diversi lo avevano preso a cuore. Non era un tipo molto sveglio, ma gli stava tanto simpatico perché era sempre diretto, diceva le cose in faccia, e straripava di generosità in ogni sua azione, era uno che ne aveva vissute mille e con un carattere così forte e testardo non avevano mai conosciuto nessuno, anche nella vita ‘terrena’, fuori dal giro del volo libero. “Sì sì, cazzi miei, la vita è la mia e ci faccio quello che mi pare, capito fratellino!” rispose Rischio, ma senza tanto astio, perché sapeva anche lui che tutto quello che aveva appena dichiarato Jeppa era assoluta verità… “Puttana Eva, peccato che non si riesce a capire che vela c’ha il tipo!” fece Cozza. “Davvero… A me mi sembra uno Steel.” tentò Jeppa. “E come fai a dirlo? E poi tutta bianca così… Lo Steel di quel colore non esiste, secondo me è un Orbit 3.” replicò Cozza. “Mmm… Mi sembra di vedere che ha un numero sotto, sì, dài, quella macchia nera sull’infradosso è un numero. Ci sta che sia uno che fa le gare e c’ha pure una vela da cinquantacinque all’ora senza pigiare sull’acceleratore!” asserì Jeppa. “Macché numero e numero! E che vuol dire che c’ha il numero? E che vuol dire che fa le gare? Anch’io mi potrei

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iscrivere al campionato, cazzone! Ci sono piloti che ne sanno meno di Rischio a fare le gare!” gli rispose Cozza. Tanto che chiacchierarono animatamente, camminando per il sentiero in salita, a tutti e tre venne il fiatone e dovettero zittirsi un pochino per riprendere freschezza negli alveoli polmonari. Poco prima di essere in decollo Jeppa riprese con le sue argomentazioni sul tipo che svolazzava altissimo in direzione Sud-Est: “Secondo voi da dov’è decollato il soggetto? In atterraggio non c’era nessuna macchina e al parcheggio vicino al rifugio di macchine c’era solo la mia…” “Sicuramente non è partito da qui. C’era vento da Nord prima, quindi era impossibile decollare.” ragionò Cozza. “Forse è partito da Diecimo, solo lì forse ha potuto trovare l’attimo giusto senza vento o addirittura con un filino di brezza. Dalle Pizzorne no di sicuro, se butta male qui butta male anche lì.” s’inserì anche Rischio. “È vero, sarà decollato stamani sul tardi da Diecimo, poi ha trovato lo scirocco in quota e si è diretto in qua pensando di fare cross sull’Appennino e magari arrivare a Parma. Oppure ha pensato bene di arrivare qui e di atterrare direttamente sul panettone e quando il Sud-Est ha girato a tramontana è stato costretto a tornare indietro verso dove è decollato o verso le Pizzorne o verso Lucca.” Cozza si soffermò un attimo a pensare e poi aggiunse “Va be’... Chi se ne frega! Tanto ora noi lo raggiungiamo!” “Ora voi lo raggiungete, se vi riesce!” fece Jeppa “Io non decollo con tutti quei cumulonembi in cielo e con questo vento, lassù ci saranno cinquanta all’ora a di’ bene e neanche con l’acceleratore a palla avanzi d’un mezzo millimetro, fava!” “E chi ti dice che devi avanzare contro vento? Noi decolliamo all’italiana, poi alla prima termicuzza facciamo quota, passiamo da sotto un cumulo all’altro a tappe e ci facciamo portare dal vento verso Lucca così è la volta buona che atterriamo sulle Mura che è sempre stato il mio sogno!” ribatté Cozza ottimista. “Te sei scemo! È difficilissimo sfruttare le termiche con questo vento! E poi, anche se dovesse anda’ bene, io il mio Keras

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nuovo nuovo col cazzo che me lo faccio sequestrare dai Vigili o dalla Polizia di Lucca!” botta e risposta di Jeppa. “E chi ti dice che ti beccano? Ennio l’ha già fatto due volte! Ha chiuso vela e imbrago nello zaino a tempo di record ed è andato a prendere l’autobus tra l’ammirazione delle bambine tedesche in vacanza! Altro che!” “Seh! Fantascienza! Con una vela rossa o gialla ti vedono arrivare già dalle Pizzorne! Io a Ennio non ci credo! Spara più cazzate lui che Pierino in un film con Lando Buzzanca!” “Ma se l’hanno visto in dieci!” “Embè? Io non l’ho visto!” Jeppa s’ostinò a controbattere le asserzioni del fratellino. Pausa. La discussione sembrò finita lì, ma poi Cozza aggiunse le ultime parole famose: “Va be’... Oggi vedrai me! Aspettami sulle Mura vicino al Duomo! E mi raccomando, portami una bella birra ghiacciata!” “Ha’ voglia! Così è la volta buona che t’arrestano! Sai come godo! Ci brindo al tuo arresto con la birra! E non mi venire a chiedere la vela per volare poi… Vai a chiederla al tuo amico Ennio!” “Seh, a Ennio! C’avrà una XL! Pesa più di un quintale! Mi ci vorrebbero un paio di sacchi di patate di zavorra! Se me la sequestrano me la presterai tu!” Cozza era in vena di battute… “Il problema è la partenza per me.” s’inserì afflitto Rischio. “IL PROBLEMA SONO I FULMINI, ALTRO CHE! QUI SI SCATENA UN TEMPORALE DA UN MOMENTO ALL’ALTRO!” fece Jeppa “LA SENTITE QUESTA CALMA PIATTA? È IL PRELUDIO ALL’INFERNO D’ACQUA E LAMPI CHE SI SCATENERÀ TRA POCO!” “Il solito disfattista…” ribatté Cozza deciso a volare. “È vero Jeppa. Sei troppo pessimista, che cazzo!” aggiunse Rischio. Erano due contro uno, non c’erano dubbi al riguardo. Jeppa si mordicchiò il labbro inferiore nervosamente fino a quasi farselo sanguinare.

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Zero resto - PREVIEW prima parte  

In cento ore allucinate di un destino accanito, di una continua sfida alla morte e di amore gridato a squarciagola, risucchiati in un vortic...

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