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OZIOSAPIENTE collana di narrativa diretta da Dante Maffia


Š Edizioni Libreria Croce di Fabio Croce via Noto, 23 - 00182 Roma tel./fax: 06 4746780 e-mail: edizionicroce@libero.it www.edizionicroce.com Impaginazione: Preview - viale Manzoni, 24a - 00185 Roma


Sergio Covelli

Senza padre e madre, nĂŠ rimorsi


Amore questa parola si è conservata solo come metafora poetica la composizione chimica di questo prodotto ci è ignota. Noi, Evgenij Ivanovic Zamjatin, 1921


PUNTO DANIELA

Sembrava quasi di volare nell’acqua o di nuotare nell’aria. Non ricordo esattamente, ma mi pare che la sensazione fosse riconducibile proprio ad una di queste due. Il nero era così nero, ma così nero, che non c’era verso di discernere il liquefatto dall’etereo e le stelle, che brillavano sopra di noi, ci attorniavano tremolanti specchiandosi sulla superficie del mare. Un leggero e caldo vento di terra teneva a bada le onde e, nonostante la corrente ci stesse trascinando al largo pian piano, sembrava quasi di essere immersi in uno sconfinato e piatto lago salato che, vista l’omogeneità di colore e consistenza col cielo sovrastante, faceva un tutt’uno con lo spazio celeste come se l’orizzonte non esistesse più. “ANDATE PIANO, MA A VOI NON VI PESA ‘STO FERRO?” “Schhhhh, zitto Figlio, che ci sgamano!” “Nuota a rana e muto, arriviamo alla boa e poi ci dividiamo.” Come al solito Papà e lo Zio apparivano ben determinati a portare a termine la missione che ci eravamo prefissati di compiere quella notte e sarebbe stato meglio anche per me riuscire a divertirmi il più possibile cercando di emularli… La piccola boa arancione ci aspettava ignara gorgogliando e schiumando leggermente. Non appena la raggiungemmo ci attaccammo tutti e tre con entrambe le mani sfiorando con le ginocchia la catena mucillaginosa che la costringeva a convivere con un’ancora adagiata sul fondo ad una decina di metri di profondità. “Senti che silenzio.” Disse a voce bassissima Papà. “Davvero, però, porca puttana, mi sto cacando addosso, con questo mare così nero… Mi aspetto sempre che appaia qualcosa all’improvviso.” Asserii io. “Macché! Il solito cacone! ‘Sto mare è bello, ma ormai i pesci scarseggiano. Cosa vuoi che spunti fuori? Tutt’al più appare un bel bidone pieno di scorie radioattive.” Il sempre apocalittico Zio ridendo. Nonostante fosse solo metà giugno l’acqua era una zuppa di pesce calda appena cucinata e si rivelava davvero soddisfacente lo starci a mollo. Se non fosse stato che eravamo lì per scopi tutt’altro che di piacere quel bagno penso che me lo sarei proprio goduto. Lontano, a riva, ad una cinquantina di metri da noi, non c’era anima viva o, perlomeno, non si riusciva a vedere nessuno. Nemmeno Mamma che era rimasta a terra, contro voglia, a fare il ‘palo’. Sebbene fosse così buio quasi mi sorpresi per come si erano abituati velocemente gli occhi a quei barlumi di luminosità che provenivano esclusivamente

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dalle galassie lontane, dai satelliti artificiali e dagli aerei che passavano sulle nostre teste, ad una decina di chilometri di quota, in direzione Africa. Saranno state le tre del mattino, eppure la strada con il maggior numero di morti all’anno in Italia, la Strada Statale 106, sembrava essere abbastanza trafficata. Difatti sul lontano cavalcavia, che tuttora sovrasta la spiaggetta di Caminia di almeno una quarantina di metri, fasci di luce anabbagliante passavano in un senso e nell’altro, ad alta velocità, come comete nello spazio infinito. Il momento era propizio, ma nessuno dei due aderenti alla ‘Famiglia’ che emergevano vicini si decideva a dare il via alle operazioni. Io aspettavo il loro segnale. D’altronde erano loro i più entusiasti per quello che ci stavamo accingendo a compiere… “Via, si parte. Lo Zio va lì sulla sinistra. Tu, Figlio, vai sulla destra ed io vado di qua. Ok?” Decise Papà, guardandoci con quegli occhi dalle iridi azzurrissime circondate dal rosso dei bulbi infuocati dal sale marino, uno sguardo pressappoco diabolico. “A me va bene.” Rispose lo Zio. “Facciamole fuori tutte e poi ci ritroviamo qui. Non vedo l’ora!” Anche lui aveva la bava alla bocca. “Vai, però facciamo in fretta. Massicci!” Dichiarai cercando un po’ di autoentusiasmo nelle parole che da sole erano fuoruscite tra le mie labbra salmastre. Ci guardammo nelle pupille, che espressioni! Eravamo decisi, non c’erano dubbi. D’altronde questo progetto lo avevamo messo a punto già da un po’ di settimane. Avevamo aspettato la Luna vuota per essere più al buio possibile. Eravamo andati a comprare tre tronchesi, di quelle massiccissime che spaccano qualunque lucchetto, in posti separati: io a Catanzaro, Papà a Soverato e lo Zio a Catanzaro Lido, per non destare sospetti. E, a questo punto, già non vedevamo l’ora di raccontare l’impresa a Volpe e a Gatto che avevano preferito andare a trascorrere la notte con le rispettive ragazze… Oramai i due compari non li capivamo più, in passato erano stati anche loro del gruppo della Famiglia e sulle loro qualità sovversive nessuno nutriva alcun dubbio, però, da mesi, si stavano assentando un po’ troppo per colpa del loro inappagabile desiderio sessuale ed avevamo deciso di comune accordo, sì, di raccontargli sempre tutto, ma di non farli partecipare mai più direttamente alle imprese familiari. Peccato per loro. Un po’ a rana, un po’ annaspando mi diressi in direzione delle barche e dei motoscafi che stavano sulla destra rispetto alla boa e mi fermai ad una quindicina di metri da essa non appena udii un leggero rumore metallico provenire da dietro.

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“Porca miseria, lo Zio ha già iniziato!” Pensai facendomi prendere subito dalla fretta. Mi guardai attorno meglio che potei. Feci un veloce conto dei natanti che ondeggiavano nelle vicinanze e mi diressi in prossimità del più vicino. Iniziavo già a sentirmi stanco e a corto di fiato, ma meno male che per ogni barca c’era quanto meno una boa dove potersi sorreggere di tanto in tanto. Sentii altri strepitii metallici cronologicamente ravvicinati, erano il segnale lampante che anche Papà aveva dato inizio alla sua parte nella missione, d’altronde l’idea iniziale era stata proprio sua ed era quello più contento di tutti di poterla portare a termine come da programma prestabilito. Non c’era altro tempo da perdere. Come al solito ero rimasto l’ultimo. La cesoia era sempre lì, infilata per metà manico fuori dal costume a battere sulla mia coscia destra e per metà dentro, con la parte a tenaglia in fuori verso il mio ombelico. La estrassi dal mio ‘fodero-boxer’ e anch’io detti inizio alle danze. Con un aggeggio simile avevo l’imbarazzo della scelta, avrei potuto stroncare in mille pezzi quello che mi pareva, o il lucchetto che legava la barca alla boa o la catena che legava la boa all’ancora, l’importante era mollare gli ormeggi, lasciare la barchetta che avevo di fronte in balia delle correnti per non fargliela mai più ritrovare al suo sconosciuto ignaro padrone. Scelsi di spaccare il lucchetto piuttosto che la serie di anelli di ferro. Era un gingillo che avrei potuto rompere anche con la pinzetta per le sopracciglia di mia nonna. Figuriamoci con gli arnesi da scassinatori professionisti che ci eravamo procurati… Lo schiamazzo metallico avrebbe allertato gli altri membri della Famiglia che anch’io finalmente, come loro, avevo iniziato a divertirmi come un forsennato. Ah, che soddisfazione fu spaccare quel primo lucchettino dorato! Si spezzò in un attimo e la forza che impressi fu decisamente sovradimensionata per quella facile rottura. La tronchese neanche se ne accorse. Vai, la prima barca mi diede una bella scossa. Mi elettrizzò immaginare le espressioni dei proprietari, quasi tutti ricchi e ignoranti borghesi di Catanzaro con la villetta al mare sul Golfo di Squillace, quando, arrivando in spiaggia per far fare un giretto ai familiari sui loro riprovevoli motoscafini, si sarebbero trovati solo una distesa di colorate boe dondolanti… E, forse, neanche quelle. Così pensando mi diressi verso la seconda barca liberandola dal galleggiante in un secondo. Poi verso la terza e, poi, la quarta. Era fin troppo facile. L’acqua era un consommé troppo salato, bastava non berlo e, per il resto, ci si stava d’incanto. Nonostante l’assenza della Luna in cielo riuscivo a vedere abbastanza da non dover sbattere la capoccia contro i natanti. La cesoia era un perfetto arnese da guerriglia marittima e, un po’ per l’adrenalina del rischio di portare a termine l’impresa senza essere arrestati dagli sbirri o linciati a sangue

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da qualche barcaiolo, un po’ per il fatto che ci si poteva riposare aggrappati ai gavitelli, non avvertivo nessuna stanchezza. Era tutto fin troppo perfetto e me la stavo spassando come un matto. Presto sarebbe finito tutto e saremmo andati insieme a sbronzarci, soddisfatti, in qualche bettola sulla costa. Quella missione sarebbe stata una grande opera. Non la migliore di tutte. Ovvio. La Famiglia annoverava una serie di malefatte ben più scellerate e criminali, ma mandare al largo una trentina di natanti a motore ancorati abusivamente davanti alla spiaggetta superturistica di Caminia solo e soltanto per ammazzarci dalle risate dopo aver concluso l’operazione non era certo impresa da poco. Soprattutto considerando che una serata di svago di questo livello ci stava costando, sì e no, una decina di mila lire cadauno per l’acquisto dell’arnese. Vale a dire, più o meno, un decimo di quanto stavano spendendo a quell’ora, tra discoteche, bevute e droghe leggere, la maggior parte dei nostri coetanei disseminati lungo la panoramica litoranea Catanzaro Lido - Soverato. La nostra era una ricreazione troppo più sana, salutare, economica, fuori dalle imposte leggi della mercificazione del divertimento e del consumismo più becero. Una serata trascorsa con un ben preciso scopo. Mica così senza sapere dove si va e cosa si fa. Insomma, uno di quegli spettacoli serali da affiliati alla Famiglia che ci piaceva realizzare, praticamente quotidianamente, da cinque o sei anni a questa parte. “Che culo, è toccato proprio a me il motoscafo di Nisticò! Bene! Ora te lo lascio in balia delle correnti, mafiosetto di merda! Fanculo, ti sta bene!” Pensai alla vista della mia quinta barca da scarcerare. Era un bel motoscafone bimotore tutto bianco in vetroresina e materiali compositi moderni, con le rifiniture a bordo cromate. A occhio e croce doveva costare almeno quanto un appartamento di media grandezza in centro. La cosa che, lì per lì, mi entusiasmò di più fu, non tanto il valore dell’oggetto, che ovviamente speravo potesse affondare o sbattere contro qualche spigoloso scoglio quanto prima, bensì il fatto che fosse di proprietà del padre di un nostro coetaneo che odiavamo a morte per colpa dei suoi atteggiamenti a dir poco riprovevoli. Descrivere questa figura di contorno della storia è tempo sprecato per cui mi limiterò a dare giusto qualche tratto, ahimé dovuto, di tale Vitaliano Nisticò… Chi era? La risposta è semplice: un ‘figlio di papà’, uno di quelli che cambia moto ogni tre mesi, a marzo aveva una Honda NSR 125 ed a giugno era passato già ad una Suzuki RGV 250, indossava stivali da paninaro modello cow-boy ed i suoi capelli erano perennemente unti di gelatina, aveva uno stuolo di pischelle microcefale sbavanti sempre dietro ed era considerato uno dei più promettenti giovani ‘capetti’ dei Giardini di San Leonardo, un luogo

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dove la maggior parte dei teenagers catanzaresi si ritrovava nel tardo pomeriggio, una specie di zoo delle vanità dove tutti potevano guardarsi a vicenda senza spendere i soldi del biglietto d’ingresso di un vero e proprio giardino zoologico. La Famiglia abominava questi elementi. Erano degli ignari nemici perché noi disprezzavamo i prepotenti, gli ignoranti, gli attaccabrighe, gli ultras del Catanzaro, i ricchi, gli incolti e quelli sempre alla moda. E lui riassumeva il tutto in un unico individuo. Non ancora adulto e già un pericolo per la società… Il lucchetto era il più grosso in circolazione su quell’ettaro di superficie acquosa, ma la sua vista non mi scoraggiò affatto, c’era pur sempre da controllare lo spessore della catena che univa la boa all’ancora… “Che dementi!” Pensai divertito. “Mettono un lucchetto gigantesco alla boa e poi, per risparmiare, la catena è quanto un braccialetto!” Staccai di netto il galleggiante dall’ancora e diedi una spinta al motoscafo il quale si trascinò dietro l’impotente boa. Mi sentii veramente forzuto. L’impeto dei miei due esili braccini, in mare, era in grado di muovere un aggeggio così grosso. In quell’attimo gioii e, pieno di rinnovato vigore, mi accinsi a raggiungere la mia sesta barchetta. ”Fanculo, Nisticò! Ben ti sta! Fanculoooooooooo!” L’intera operazione di liberazione dai nazi-fascisti durò in tutto una ventina di minuti. Una volta letteralmente annientato il decimo o undicesimo cameratalucchetto, il sottoscritto partigiano Figlio rimise nel fodero-costume la sua magnifica kalashnikov-tronchese e si volse, con il mento a pelo d’acqua, verso il segnale marittimo galleggiante dell’appuntamento. Mi sentii felice. Nonostante il freddo mi stesse prendendo sempre più ed i polpastrelli fossero ridotti ad un paesaggio desertico con le dune sabbiose visto dall’aereo, tutto era andato liscio, non rimaneva che tornare sulla spiaggia dalla Mamma e sgattaiolare via fino alla macchina di Papà che era parcheggiata, ben nascosta, ad un centinaio di metri dal bagnasciuga. Quindi ce l’avevamo quasi fatta. Tornare alla boa più prossima alla riva però non fu per niente un gioco da ragazzi. Avrei voluto nuotare a stile libero per arrivare prima, ma i patti erano le leggi che regolamentavano la vita familiare, ed erano stati accettati da tutti. Non mi restò che inspirare ed espirare meglio che potei per ossigenare al massimo i miei indolenziti tessuti muscolari. La corrente si era fatta più vivace e la sbilenca flotta di barche e barchette si allontanava sempre più dalla costa. Era uno spettacolo straordinario vederla spostare come se, a bordo di ognuno di quei natanti, ci fosse un invisibile pirata che li stesse rubando tutti scappando in direzione

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della Grecia. Alla boa ci trovai già lo Zio. Tutto rilassato faceva il morto per riposarsi e, soprattutto, per godersi la vista della Via Lattea. Lo Zio era un grande appassionato di astronomia. Aveva appreso tutto del cielo e delle stelle, ed ogni notte serena dal terrazzo di casa col suo megatelescopio computerizzato in configurazione altazimutale, un Celestron 8 costato alla sua famiglia un occhio della testa di entrambi i genitori, non mancava mai di ammirare i pianeti, le galassie lontane e, soprattutto, il satellite della Terra. Io ci capivo praticamente zero, ma gli credevo. Secondo lui sulla Luna l’uomo non c’era mai stato, tutti gli allunaggi erano stati delle messe in scena del governo statunitense, attuate unicamente allo scopo di impaurire l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche nel periodo della Guerra Fredda, girate niente meno che da Stanley Kubrick e la scenografia delle riprese cinematografiche era stata realizzata in una zona militare desertica del Nevada, più precisamente a Groom Lake, famosa in tutto il mondo con il nome di Area 51. Aveva letto decine di studi al riguardo e proprio questo suo convincimento lo spingeva a sognare quell’impresa mai riuscita ad alcuno, vale a dire prendere la laurea in Fisica Astronomica ed il brevetto di volo, realizzare la tesi di dottorato all’ESA, l’Ente Spaziale Europeo, recarsi a lavorare all’Ente Spaziale Nazionale Cinese e, infine, diventare il primo ‘vero’ cosmonauta ad atterrare sul nostro satellite! “Altro che quei bugiardi degli americani! Solo coi cinesi potrò arrivare per davvero fin lassù!” mi ripeteva di tanto in tanto… “Chi è?” Disse senza distogliere lo sguardo dai corpi celesti. “So’ io, Zi’. Fatto?” “Chiaro!” Si rimise in posizione da vivo, ma con lo sguardo sempre rivolto alla Stella Polare. “Ma Papà è sempre a spaccare lucchetti?” “Mah? Bisogna filare, che cazzo fa ancora lì?” Cercammo di scorgere la sua figura tra le barche dondolanti, ma il suo capo non era visibile. Stavamo quasi per preoccuparci, quando, improvvisamente, percepii l’acqua nei pressi del mio corpo muoversi in malo modo e, un istante dopo, vidi la testa di Papà affiorare velocemente dall’acqua spruzzandomi in viso, dalla bocca, un grosso schizzo di liquido salino. “MA VAFFANCULO!” Replicai allo scherzetto cattivo mentre lo Zio se la rideva di gusto. Lui, dopo lo zampillo, prese ad imitare un mostro marino da poco emerso dalle nere acque. Non si chetava mai. La vita era tutta uno scherzo continuo per Papà. Io, invece, mi impaurii non poco per quella sua improvvisa fuoriuscita

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dagli abissi, ma cercai di non darlo a vedere per compiacere sia lui che lo Zio il meno possibile. “Bene, ci siamo, operazione compiuta! Ora non ci resta che atterrare, vero, base lunare alfa?” Disse subito dopo Papà prendendo in giro lo Zio. ”Sì, un cazzo!” Rispose l’attimo dopo lui. “Non ci siamo proprio, guardate là! E pure là! Ve le siete scordate!” Miseriaccia! C’erano ancora due barche ben ancorate sul fondo. “Chi se ne frega. Lasciamole lì e andiamo via. Mi sta facendo freddo e tra un po’ albeggia. Cazzoni, andiamo via subito!” Feci io prontamente. “Va a finire che Mamma si preoccupa.” “Cosa? Me ne fotto di Mamma! Vuoi lasciare incompiuto un simile magnifico capolavoro? Io le ho fatte fuori tutte, perciò tornate lì e completate l’opera. Cazzi vostri!” Ribatté lo Zio a denti stretti. “Accidenti a lui e a quanto cazzo è pignolo e ordinato!” Pensai arrabbiato tra me e me. ”Ok, ha ragione Zietto caro. Io vado, però aspettate qui perché è meglio se usciamo dall’acqua tutti insieme.” Disse Papà che mai e poi mai avrebbe compiuto una qualunque opera peggio dello Zio… “Porca troia, non ce la faccio mica ad andare e tornare!” Replicai cercando una scusa per andar via prima possibile da quel Mar Jonio che mi si stava trasformando, sull’epidermide intirizzita, in Mar Baltico. “Figlio, cazzi tuoi. I patti sono patti. Io vado e perciò vai anche tu. Al mio tre, ok?” Mi redarguì Papà. “Ok.” Asserii senza troppa convinzione. “Cin, boom, tre!” Partimmo in direzioni difformi verso le barche sopravvissute. Lo Zio si rimise a galleggiare a morto concentrandosi nell’osservazione di Giove che si distingueva dalle stelle per il fatto che brillasse di una luce più biancastra e non tremolante. Incredibile, ma vero, dopo tutte le lezioni dello Zio, quella notte riuscivo a vederlo anch’io. Arrivai in prossimità della detestata barca che avevo dimenticato. Mai e poi mai, guardandola da vicino, avrei immaginato che quel mezzo di trasporto galleggiante, qualche tempo dopo, avrebbe irreversibilmente segnato a vita la mia vita. Era una specie di grossa vasca da bagno con lo scafo arancione e l’interno biancastro. Sul fianco c’era una scritta nera, fatta a pennello, tutta sbilenca, sembrava fosse stata dipinta da un marinaio ubriaco, da bordo, durante una tempesta tropicale: ‘DANIELA’, il suo nome. Indubbiamente era una barca per andare a pesca al largo con la lenza, non sicuramente per andare a fare i gradassi con le bagnanti… Vedendola, quasi mi dispiacque di

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doverla mandare alla deriva. In fondo non era altezzosa e prepotente come le altre che avevo liberato. Forse era di un vero amante del mare, non di uno di quelli che si comprano la barca tanto per fare il ‘VIP’ la domenica scorrazzando pericolosamente a venti metri dalla battigia. In generale dava un senso di abbandono. Non aveva motore e mi sembrò abbastanza mal ridotta. Va be’. Poco importava. Dovevo eliminarla e zitto. Nessun ripensamento. Non in quel momento, almeno. Poi, a riva, avrei avuto tutto il tempo per deplorare il mio infame gesto. A cinque metri dalla barca già mi preparavo ad aggrapparmi alla boa, quando, improvvisamente, sentii alle gambe la stessa sensazione di spostamento anomalo dell’acqua che avevo avvertito cinque minuti prima, quando Papà era fuoriuscito improvvisamente dalla superficie marina. Mi parve che qualcosa avesse spinto la massa acquosa verso di me con una forza maggiore rispetto a quello che era il normale movimento del mare in quel momento. Pensai subito ad uno scherzo del solito Papà, ma era improbabile. Come aveva fatto a compiere la sua missione ed arrivare fino a me, sott’acqua, così velocemente? No, era impossibile. Allora mi guardai attorno. Madonna, quanto era notte. Buio e silenzio profondi come la Fossa delle Marianne. Dallo specchio d’acqua non c’era verso di vedere al di sotto nemmeno di venti centimetri. Era tutto un tremolar di lucciole che nascondeva ai miei occhi, addirittura, i pochi peli del mio gracile petto che sembrava essere fatto apposta per farmi riformare dal servizio militare per insufficienza toracica. “Ok, meglio non pensarci, sarà la solita paura del mare che mi fa autosuggestionare!” Pensai preoccupato. Arrivai alla boa e, con enorme sorpresa, non trovai nessunissimo lucchetto a proteggere dai ladri la barca e nessunissima catena a tenere unita la boa all’ancora. Non c’era nemmeno un irrisorio pezzettino di ferro da dover annichilire con l’acciaio temperato della mia fantastica tronchese da guerra. “Peccato!” Pensai amareggiato. “Tutta ‘sta nuotata per tagliare una misera cordicella! Effettivamente chi cazzo vuoi che gliela rubi ‘sta bagnarola!” Boa, àncora e barca erano tenute insieme da un vecchio canapo annodato da chissà quale pescatore. Non so bene se fosse un nodo a gassa d’amante, a frizione o all’inglese, ma di sicuro non mi sembrò come un normale nodo da lacci di scarpe. Non me ne preoccupai. Per fortuna non avrei dovuto scioglierlo. Tirai fuori la cesoia e, pinnando con le gambe più che potei per tenermi a galla con la bazza fuori dall’acqua, diedi una bella sforbiciata alla corda appena sopra la boa. Porca miseria! La sartia, formata da un intreccio di fini corde raggruppate, non si tranciò nemmeno d’un filino. Praticamente si piegò tra le lame della tronchese, torcendosi ed espellendo l’acqua che dimorava tra i cordini, come una

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spugna strizzata. Ci riprovai di nuovo. E ancora e ancora. Penso di averlo fatto più di dieci volte, sia sopra la boa, con la corda quasi tesa per aria, sia sotto la boa, con la fune allungata sott’acqua, ma nulla. Assolutamente niente. Nessun risultato apprezzabile. Incredibile a dirsi, ma quella cordicella era più resistente e tenace di qualunque catena metallica e, per assurdo, quella cesoia così poderosa nulla poteva contro l’astuzia di quel cavo di canapa così debole, eppure così elastico. “Cazzo! Non mi potevo portare un coltello? A quest’ora l’avevo già mozzata ‘sta corda di merda! Porca miseria, altro che tronchese gigante! Il proprietario la sa lunga in fatto di barche, mica come i cazzoni che hanno gli yacht!” Mi resi conto che non mi restava altro che sciogliere il nodo o, in alternativa, con l’aiuto di un complice, mettere in tensione la corda allontanando l’imbarcazione, per sperare di tagliare con le lame della cesoia quella maledetta gomena che se la stava ridendo di me. Logicamente optai per la prima soluzione. Infilai la grossa tenaglia spaccatutto nei boxer. Sentii il gelo dell’acciaio contro il mio pene che, nel frattempo, era diventato, per il freddo, una minuscola appendice rugosa e rattrappita come la sagola che dovevo evirare. Riguardai il nodo che avevo dinanzi. Non c’erano dubbi. Doveva essere una di quelle astute legature che resistono in trazione a qualunque forza, ma che, conoscendo quale estremità mettere in tensione ed in che direzione, si sarebbe sciolta in un baleno. Era un gioco d’intelligenza, non di forza, perciò decisi di restare calmo. Nel momento in cui presi la grossa annodatura tra le dita, di nuovo e con una forza decisamente maggiore rispetto a pochi minuti prima, percepii uno spostamento dell’acqua che mi bagnava intorno assolutamente SPA-VEN-TOSO. In quell’attimo percepii un grosso brivido sulla colonna vertebrale ed i miei organi prensili si bloccarono irrigidendosi agghiacciati sulla corda. Va bene che io ero famoso nel quartiere ed oltre per le mie visioni derivanti da autosuggestione, ma non poteva essere autocondizionamento quello, non poteva essere paura del buio, terrore del mare profondo. Non era possibile. Era stato qualcosa di tangibile e reale perché la barca fece un brusco, e piuttosto anomalo, sobbalzo, allontanandosi di mezzo metro da me. Come un’onda incorporea che si era intramezzata all’improvviso alla corrente che mi circondava. Mi girai di scatto. Avevo paura. Tanta paura. Era un essere vivente che aveva provocato quel movimento. Non c’erano dubbi. Guardai verso la boa dell’appuntamento e mi sembrò di scorgere tre teste, o meglio due teste ed un galleggiante, quindi Papà non poteva essere nei paraggi. Cazzo, dovevo sciogliere quel nodo e filare via come un siluro all’uranio impoverito sparato da un sottomarino nucleare. Cosa diavolo poteva esserci attorno a me? Eravamo a una cinquantina di metri

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dalla spiaggia. La profondità era di una decina di metri. La temperatura dell’acqua sui venticinque gradi. Quale maledetto essere marino poteva gironzolare vicino ai tre membri della Famiglia? Un tonno? Nooooo! Un delfino? Bbbbboh! Un’orata gigante? No di sicuro! Un sarago di dimensioni fuori dal comune? E chi lo può dire! Uno squalo? Macché! Un polpo gigan… Cosa? Come? Cosa ha appena pensato Figlio? Uno squalo? Eh? Iniziai a considerare se-ri-a-men-te di avere un pescecane nelle vicinanze… “Ma no! Ma che cazzo pensi! Figlio! Come al solito, ti stai solo autosuggestionando! Maledetti film sugli squali! Servono solo a mettere timori alla gente!” Un turbinio di supposizioni cercò di prendere il sopravvento sul mio senno cercando di scacciare la fifa. Va bene che lo Jonio è un mare profondo e, una volta all’anno, la notizia di avvistamenti di pescecani era sulla bocca di tutti, ma proprio ora, proprio mentre dovevo districare quel maledetto nodo doveva farsi vivo un malaugurato squalo? Non era possibile. Ripresi l’operazione di dissoluzione del legaccio. Le mani mi tremavano. Agganciai con forza un capo della fune e tirai verso di me. Non feci a tempo a vedere che avevo ottenuto l’effetto contrario allo scioglimento che la sensazione del movimento d’acqua si tramutò, in un attimo, in una sensazione di contatto con qualcosa di solido. Come un sentirsi sfiorare appena. Girai di scatto i bulbi oculari intirizzendomi tutto in un fremito raggelante. Il cuore mi sobbalzò in gola battendomi a velocità forsennata nelle tempie. I denti si misero a sfrigolare gli uni sugli altri con un rintocco velocissimo nella mia muta bocca. Avvertii un terrore sconvolgente impadronirsi di tutto il mio encefalo in un botto solo. Non riuscii a pensare che a una ed una sola cosa: la mia scomparsa dalla faccia della Terra. Altro che film! La pinna di uno squalo, un vero e proprio pescecane, vivo e vegeto, si stava muovendo al mio fianco piiiaaanooo piiiaaanooo, molto lentamente, allontanandosi fendendo l’acqua delicatamente. Intravidi bene tutto il resto della sagoma che dalla pinna dorsale si estendeva fino alla coda, a pelo d’acqua, per almeno un metro e mezzo o due. Si muoveva sinuosamente, come se stesse annusando qualcosa sul fondo seguendola dalla superficie senza troppa foga. Non riuscii a ragionare come minimo per cinque secondi, dopodiché con un deciso colpo di reni mi tirai sulla barca che, fortunatamente, non ero riuscito a mandare alla deriva. Lì, in quel preciso istante, vissi il momento più terrificante, anche più spaventoso rispetto al vedersi passare a dieci centimetri dal proprio naso uno squalo di tre metri di lunghezza, perché, tirandomi su, mi agganciai con la tronchese al bordo dell’imbarcazione restando con le gambe a penzoloni e con i piedi nell’acqua per un lunghissimo interminabile secondo e mezzo in cui vidi, con la mente, la

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bocca spalancata del pescecane prendermi per le estremità con un rapido guizzo e portarmi per sempre giù negli oscuri abissi dell’abisso oscuro. Così, ovviamente non fu, altrimenti non sarei qui a raccontare questa mia storiaccia, ma, comunque, un evento abbastanza spiacevole accadde ugualmente. Allungandomi in su, con tutta la forza che avevo nei tricipiti e nei dorsali, mi gettai nella barca, e con mia enorme sorpresa, mi accorsi di aver smarrito la cesoia in mare e di avere al posto del costume uno straccetto squarciato sul davanti. Guardai il mio intirizzito pene pendere verso il basso. Se prima era minuscolo per il freddo, ora, aggiungendo nel mio sangue anche una bella dose di terrore, aveva raggiunto dimensioni microscopiche: quasi non si scorgeva più in mezzo ai peli dell’inguine. Avrei voluto urlare, ma mi sentivo muto come un pesce sordomuto, come un animale acquatico che è stato appena pescato e portato su una barca a decedere annegato nell’aria. Sgranai gli occhi addosso alla boa dell’appuntamento. Non riuscii a scorgere nessuna testa. Forse lo Zio e Papà erano già andati via? Forse lo squalo mi aveva graziato perché ero troppo secco preferendo i miei due familiari? Li aveva già sbranati? Ebbi paura per loro. Mi angosciai come non mai pensando alle loro vite in pericolo e, finalmente, mi misi a berciare come un forsennato in direzione di quella che doveva essere la boa dell’appuntamento. Fu, insieme, una liberazione dall’incubo che avevo appena vissuto ed uno scoppio di preoccupazione per la realtà che poteva avverarsi: “C’È UNO SQUALOOO! ZIO! PAPÀ! C’È UNO SQUALOOO! SCAPPATE A RIVAAA!!!” “Che cazzo ti urli! Figlio! Ci beccano!” Sentii la voce dello Zio provenire da tutt’altra direzione rispetto a quella che, secondo me, doveva essere il galleggiante dell’appuntamento… Ero stordito. Guardai meglio e scorsi le loro teste ad una certa distanza. Come un indiavolato mi rimisi ad urlare non curante del fatto che qualcuno, oltre la Mamma, a riva mi potesse ascoltare: “C’È UNO SQUALOOO! ZIO! PAPÀ! C’È UNO SQUALOOOO! LO VOLETE CAPIRE?! VE LO GIUROOO!!!” Ero ancora troppo terrorizzato per non riuscire a pensare che loro non potessero credere a quello che gli stavo gridando. Ero veramente troppo atterrito per non vederla dal loro punto di vista: il solito comportamento da elementi della Famiglia, Figlio sta cercando di spaventare Papà, Mamma e Zio per aggiungere divertimento al divertimento e rischio di essere colti in flagrante al rischio già esistente per conto suo… “Ma vaffanculo! Figlio, ti vuoi sbrigare? E ammutati! Maledizione!” Questa volta era Papà a redarguirmi.

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“Maledetti coglioni! Non mi credono!” Pensai disperato. C’erano due grossi remi gettati davanti ai miei piedi. Ne presi uno ed iniziai a batterlo contro il bordo dell’imbarcazione facendo un casino boia ed urlando a squarciagola: “C’È UNO SQUALOOOO VICINO A VOI!!! NON STO SCHERZANDOOO!!! CREDETEMIIII!!!” A queste mie tenaci perseveranze Papà e lo Zio si zittirono, o meglio penso che si congelarono letteralmente vedendomi picchiare come un pazzo quel remo sulla barca ancora vincolata al fondale e, dopo un parziale secondo di indecisione, li intravidi partire a razzo a stile libero verso la torcia elettrica che Mamma aveva appena acceso a riva, illuminandoli. La schiuma che stavano sollevando era ben riconoscibile nel fascio di luce e si vedeva che avevano finalmente preso l’argomento sul serio. Andavano davvero a mille. Non li avevo mai visti nuotare così velocemente. Incredibile quali prestazioni sportive può farti raggiungere la fifa… Dopo la sensazione di sollievo per il fatto che, finalmente, avevano creduto alle mie parole mi venne in mente che lo squalo, infastidito da tutto quel baccano delle loro bracciate in acqua, si potesse essere gettato al loro inseguimento. Allora ripresi il remo ed iniziai a batterlo sulla superficie dell’acqua con tutta la forza che avevo. Cin, boom, tre, quattro volte. Fino a che non caddi all’indietro nella barca bussando con le natiche sul fondo, con la schiena spezzata in due per lo sforzo, stremato e tremolante. Non seppi mai se quel mio comportamento era servito realmente a qualcosa, fatto sta che quando mi rialzai, una manciata di istanti dopo, intravidi le sagome lontane di Zio e Papà in piedi sulla battigia accanto a Mamma che aveva appena rispento il lume. Erano vivi. Meno male. A questo punto fui preso da un senso di angoscia così forte che, piuttosto, avrei preferito essere stato mangiato vivo da quel maledetto squalaccio del malaugurio. Mi crollò il mondo addosso perché mi ero miseramente reso conto di molteplici e svariate congiunture negative che, tutte insieme, almeno sette, avevano appena decretato il fallimento della mia missione: 1 - avevo un pesce di ragguardevoli dimensioni, piuttosto primitivo e poco raccomandabile, che ronzava attorno alla barca; 2 - alle mie spalle c’erano una trentina di imbarcazioni e motoscafi, per un valore totale di uno o più miliardi di lire, che stavano andando rapidamente alla deriva per colpa anche mia, anzi, in caso mi avessero colto in flagrante lì, per colpa solo e soltanto del sottoscritto; 3 - stava quasi albeggiando e dovevo scappare da quella situazione prima possibile, anche il tempo era a mio svantaggio; 4 - i miei complici erano sulla spiaggia, ma non potevo comunicare con loro

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a meno che sulla barca non ci fosse stato un megafono, ed anche se questo ci fosse realmente stato non avrei, comunque, potuto mettermi ad urlare; 5 - la tronchese era a una decina di metri di profondità sotto di me e mettermi a lottare con quel nodo mi avrebbe procurato visioni cerebrali troppo spaventose per poter riuscire nell’impresa di scioglierlo, intendo visioni del tipo ‘scena di squalo che afferra al volo un giovane uomo per le mani con i suoi aguzzi e grossi denti staccandogli le braccia con un solo morso’; 6 - avevo un freddo bestia, ora quel venticello teso si faceva sentire parecchio sulla mia pelle d’oca, battevo i denti e avvertivo uno spasmo di dolore allo stomaco, forse mi stavo cacando addosso…(?); 7 - che figura di merda!, se mi avessero trovato lì non mi sarei neanche potuto coprire l’uccello, visto che il mio costume mi copriva solo il sedere… Avrei fatto la figura del maniaco sessuale che la notte va in giro a masturbarsi sulle barche altrui. Unica piccola consolazione: per fortuna, anche se per pochi giorni ancora, ero pur sempre un minorenne e col cazzo che sarei finito in galera! Sì, mi sarei preso tante di quelle mazzate da mio padre da poter diventare interamente, dalla testa alle estremità, color viola livido, ma comunque in carcere non ci sarei finito ugualmente. Attesi altri cinque minuti pensando e ripensando il da farsi e, soprattutto, rammaricandomi per non avere incluso nel progetto della missione l’imprevisto ‘possibile presenza di giganteschi squali assassini’, per non essermi portato dietro una moderna tuta metallica antisqualo o una fiocina per la caccia alle balene bianche o un estintore ed un fucile per poter fargli saltare in aria la testa come succede in quella grande cazzata di film che è Lo squalo di Stephen Spielberg. “Ma vaffanculo!” Maledii registi e produttori, attori e truccatori, controfigure e comparse, montatori e fotografi, creatori di effetti speciali e ideatori di mostri cinematografici, Hollywood e tutti gli statunitensi di questo mondo. “Ma mi prendete per il culo? Ma allora c’ha ragione lo Zio che sulla Luna non ci siete mai stati! Per voi anche la realtà è cinema! Ma altro che film! Maledizione, Figlio! Questo è uno squalo vero! Esistono davvero! Ed io che pensavo si trovassero solo nelle pellicole americane! Maledetti! Sei fottuto! Figlio, sei fottuto!!!” Vidi Zio, Papà e Mamma allontanarsi, probabilmente avevano perso le speranze, preferendo andar via augurandosi che io non spifferassi il fatto che c’erano anche loro. Effettivamente, non avevano avuto tutti i torti a lasciarmi lì. Se proprio la missione era stata un fallimento meglio un solo familiare nei guai piuttosto che quattro, senza contare il fatto che, tra l’altro, loro erano già mag-

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giorenni e sarebbero stati problemi ben più seri… L’improvvisa sensazione di trovarmi derelitto e abbandonato mi diede, comunque, un bello scossone. Cazzo, ora ero solo, solissimo in mezzo all’abisso blu. Non potevo arrendermi così. Non dovevo. Che razza di figlio di serie B sarei stato se fossi stato colto sul fatto? Mi sollevai di scatto in piedi. Vidi che il mio pene aveva ripreso le giuste dimensioni. “Meno male!” Pensai quasi contento. “Sai se fosse rimasto a vita piccolo come prima?” Agguantai la corda che legava la barca alla boa e portai il nodo il più vicino possibile a me. Effettivamente, per aggeggiarci non sporgevo troppo dall’imbarcazione e, in fondo, a nessuno squalo di questo mondo sarebbe mai passato per la mente di venire a afferrarmi le mani con un morso al volo, soprattutto considerando il fatto che quel pescione avrebbe potuto farlo tranquillamente, direttamente in acqua, almeno venti minuti prima… Quando mi trovavo solo, purtroppo, sapevo che non potevo fidarmi al cento per cento delle sensazioni che provavo, perciò passavo da assurdi ragionamenti a raziocini più sensati nel giro di pochi minuti. Il mio psicologo prima, ed il mio psichiatra dopo, avevano detto ai miei genitori che il livello di autosuggestione che riuscivo a raggiungere arrivava addirittura a farmi avere delle percezioni illusorie visive, olfattive ed uditive che a me sembravano vere, però il problema fondamentale era che mi era successo anche di pensare di avere delle allucinazioni e invece queste poi si erano dimostrate vere per davvero, come una volta che immaginai di vedere un dobermann aggirarsi tra le aiuole della casa al mare della famiglia Torrisi e invece il cagnaccio c’era realmente… Quasi ci rimisi il braccio destro quando tentai, noncurante, di aprire il cancelletto d’ingresso del giardino. Ci impiegai un po’ a sciogliere quel deprecabile nodo, ma decisamente più perché mi aveva buttato in paranoia poco prima che non per la ragione che in effetti fosse difficile da districare. Agguantai i remi e li inserii nelle apposite scanalature impostando da subito una vogata a ritmo indiavolato in direzione della spiaggia che si allungava alle mie spalle. Andavo tutto storto. Nonostante il mare non fosse agitato era incredibilmente difficile spostarsi in traiettoria rettilinea e, ad un certo punto, mi resi conto di non riuscire a muovermi in avanti nemmeno di mezzo metro. Ero già troppo stanco e la barca era eccezionalmente pesante. Mi fermai un attimo per riprendere fiato ed ebbi la netta sensazione di stare tornando indietro, spinto dalla corrente, verso il largo.

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“Porca troia! Non ce la farò mai!” Pensai e ripensai abbattuto quasi piagnucolando. Ero disperato. Non avevo scampo. Ora la situazione era peggio di prima! Accidenti, il pirata invisibile era salito anche sul mio maestoso veliero nonostante la mia presenza a bordo? Mi guardai attorno e non potei far altro che rendermi conto che ero passato dalla padella alla brace. Ora o arrivavo a riva o venivo portato al largo inesorabilmente facendo la stessa fine delle barche. Chi la fa, l’aspetti… “Maledetta corda di merda! Maledetto nodo bastardo!!! Era meglio se non ti scioglievo! Perlomeno restavo ancorato in un punto!!!” Non avevo scelta. Dovevo tuffarmi e nuotare fino a riva. Non c’era nessun’altra alternativa. Neanche una. Nessuna. Iniziai ad autoconvincermi che quella era stata una delle mie solite autosuggestioni o, se proprio era tutto vero, quello doveva essere uno squalo buono, uno squalo che non avrebbe fatto del male neanche ad una cozza, ma sì, uno di quei pescecani che non attaccano gli uomini, lo sanno tutti che esistono anche delle specie che evitano di sgranocchiare gli umani! D’altronde di avvistamenti in passato ce n’erano stati, sì, ma di gente divorata viva da un qualunque animale acquatico nel Mar Jonio, perlomeno, non ne avevo mai sentito parlare. E sennò perché non lo aveva fatto prima? Perché aveva preferito scansarmi discretamente evitando addirittura di incrociare il mio sguardo atterrito? Ma sì! Non mi avrebbe fatto assolutamente niente. Niente di niente. Neanche un capello mi avrebbe torto! Guardai tutto intorno e dello squalo non c’era traccia alcuna, o meglio, scia alcuna. Guardai e riguardai e non vidi altro che buio, buio profondo come l’esofago di un capodoglio. Forse mi stavo autoconvincendo che il pescecane non esisteva e per questo motivo non lo vedevo più? Maledetti dubbi! “Certo che la mia situazione psicologica sta peggiorando sempre più!” Riflettei mentre il panico da solitudine cresceva come la distanza tra me e la spiaggia. “Accidenti a me! Maledetta barchetta di merda! E pensare che ti avrei addirittura graziata! Daniela, ma vaffanculo, fai la fine delle altre!” Decisi e poi, l’attimo dopo, in un impeto di follia, urlai definitivamente a squarciagola “MISSIONE COMPIUTAAA!!!” Con un tuffo alla Greg Luganis dei tempi migliori, prima di diventare sieropositivo e vincere una cascata di medaglie d’oro alle Olimpiadi di Los Angeles dell’84, mi immersi in acqua ed iniziai a battere braccia e gambe a più non posso con uno stile libero un po’ a modo mio, ma comunque efficace. Respiravo e bevevo a bocca spalancata cercando di immettere più iodio e ossigeno che potevo negli alveoli polmonari. Mi sentii terrorizzato come non mi era mai suc-

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cesso prima in nessuna delle nostre precedenti dannate missioni, ma io nuotavo, nuotavo, nuotavo e continuavo a nuotare nonostante la sensazione che quel terrore stesse facendo di tutto per bloccare i miei muscoli ostacolando la fuga dalla morte. “MI STA INSEGUENDO! ODDIO! ODDIO! ORA MI AZZANNA!!! AHHHH! SONO LA SUA PREDA! ORA MI AZZANNA AI PIEDI! AHHHH! SARÀ A UN METRO DA ME! ODDIO! ODDIO!! LO SENTO!!! SARÀ A VENTI CENTIMETRI! ODDIO! ODDIO!! ECCOLO!!! MI HA RAGGIUNTO! AHHHH!” Considerai immaginando la sua malvagia bocca dai mille denti sbilenchi spalancata alle mie spalle. L’attimo dopo iniziò il mio atroce calvario. Avvertii nitidamente le fauci dello squalo staccarmi di netto i piedi, giusto per assaggiarmi, dalle caviglie in giù. ‘CRACK’: un rumore ovattato dall’acqua, ma ben definito. Che sofferenza, il dolore fu lancinante, ma fortunatamente io nuotavo, nuotavo, nuotavo e continuavo a nuotare e non avevo nessuna intenzione di smettere. Poi, poco dopo, percepii vagamente una pazzesca fitta all’altezza dell’inguine, o poco più giù, ed ebbi la sensazione di non battere più le gambe perché, di fatto, non facevano più parte del mio corpo. “PORCA PUTTANA! IL SAPORE DEI MIEI PIEDI PUZZOLENTI GLI È PIACIUTO ED ORA MI INGURGITA TUTTO! MA PERCHÉ NON ME LI SONO LAVATI STAMATTINA? MALEDETTE CONVERSE ALL STAR! QUANTO CAZZO TI FANNO APPESTARE I PIEDI! EMANANO TANFO ANCHE SOTT’ACQUA!” Considerai a questo punto di essere spacciato, anche perché senza gambe avanzavo molto molto lentamente, ma fortunatamente io nuotavo, nuotavo, nuotavo e continuavo a nuotare con le sole braccia a più non posso e non avevo nessuna intenzione di smettere. Dopo poco ancora, captai limpidamente la sensazione di un possente morso che mi divise in due l’addome dilaniandomi diverse costole, buona parte degli organi vitali interni e la spina dorsale, lo spasmo aumentò a dismisura, ma fortunatamente io nuotavo, nuotavo, nuotavo e continuavo a nuotare con i soli arti superiori e non avevo nessuna intenzione di smettere. Accidenti a lui! Non ce l’avrebbe fatta mai e poi mai quel maledetto pescione cresciuto troppo, a far fallire la missione! Infine, con un’ultima azzannata mi si pappò anche il resto del torace comprese tutte e due le braccia lasciandomi solo e soltanto la testa. A questo punto non avevo altra scelta. Avrei dovuto continuare a nuotare con la lingua e le orecchie, ma io non mi persi d’animo neanche questa volta e così feci sbattendo a ritmo indiavolato anche le palpebre, fino a che, ancora in preda al terrore da squalo che produceva simili ter-

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ribili visioni nel cinema horror che era diventato il mio cervello impaurito, non mi ritrovai a battere con le mani sulla sabbia pervasa d’acqua dalle onde! Ero arrivato direttamente sul bagnasciuga nuotando e avrei continuato a sguazzare a più non posso anche sulla spiaggia se non fosse che, finalmente e fortunatamente, capii… “CAZZO, SONO SULLA TERRAFERMA? NON CI POSSO CREDERE! SONO VIVO! È FATTA! È FATTAAA!!!” Così, steso sulla rena a pancia a terra, immaginai la scena dall’alto e la rivissi in mente tutta a cartoni animati tipo quelli di Hanna & Barbera con tanto di sigla musicale iniziale ad alto volume. Non mi interrogai più di tanto sul perché di questa bizzarra visione e allucinazione acustica, pensai solo che quelle trombette scomposte suonate nelle mie orecchie ancora ricolme di acqua salata stavano cercando di darmi un segnale: “Sveglia Figlio, sveglia! Alzati e fila via!” Mi drizzai in piedi, ma fui costretto dal fiatone a piegarmi in due per prendere aria. Il cuore andava a diecimila all’ora, stava per abbattere il muro del suono. Inarcandomi abbassai la testa e mi resi conto di avere definitivamente perso, lungo l’infinito tragitto a nuoto, ciò che restava di ancora consistente del mio fodero-costume. Il mio pene, non che interessi, lo so, ma a diciassette anni è una parte del corpo che inizia ad assumere grande importanza e, per questo, non riesco proprio a non parlarne, era tornato a dimensioni microscopiche, non fosse stato per i peli pubici sarebbe sembrato il pisellino di un bambino di due anni. Incredibile, ma vero, sperai che intorno non ci fosse nessuno più per questo motivo che non per il fatto che potevo essere incolpato dell’irrilevante avvenimento che una trentina di imbarcazioni erano sparite dal mare antistante la spiaggetta di Caminia…

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Senza padre e madre, né rimorsi - PREVIEW primo capitolo  
Senza padre e madre, né rimorsi - PREVIEW primo capitolo  

Salvatore Corbello, un giovane psicolabile, ricostruisce i suoi ultimi anni nel mondo dei sani di mente attraverso l’estenuante ricerca dell...

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