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digital magazine | marzo 2014 | n. 113

Ritratto dell’artista da adulto


sommario tune in – p. 4   Bologna violenta   Marissa Nadler  Mogwai   Pussy Riot  Trentemøller

drop out – p. 22  Beck

recensioni – p. 36 rubriche – p. 104


#113 marzo Direttore Edoardo Bridda Ufficio Stampa Alberto Lepri Coordinamento promo Gaspare Caliri, Stefano Pifferi Art director Nicolas Campagnari A questo numero di Sentireascoltare hanno contribuito: Tommaso Iannini, Andrea Napoli, Stefano Pifferi, Marco Boscolo, Enrica Selvini, Stefano Solventi, Sarah Venturini, Fabrizio Zampighi, Edoardo Bridda, Teresa Greco, Massimo Rancati, Alessia Zinnari, Nino Ciglio, Giulia Antelli, Andrea Murgia, Stefano Gaz, Alessandro Liccardo, Marco Braggion, Alessandro Pogliani, Giulia Cavaliere, Riccardo Zagaglia, Luca Falzetti, Marco Masoli, Gaspare Caliri, Giulio Pasquali, Daniele Rigoli, Valentina Ziliani, Ilario Galati, Andrea Forti, Matteo Trevisan Copertina Beck (foto Peter Hapak) Guida spirituale Adriano Trauber (1966-2004)

SentireAscoltare // online music magazine Registrazione Trib.BO N° 7590 del 28/10/05 Editore: Edoardo Bridda Copyright © 2014 Edoardo Bridda. Tutti i diritti riservati. La riproduzione totale o parziale, in qualsiasi forma, su qualsiasi supporto e con qualsiasi mezzo, è proibita senza autorizzazione scritta di SentireAscoltare.


Un concept album sulle vicende dei fratelli Savi e sulla famigerata banda della Uno Bianca, che seminò morti e feriti in un centinaio di assalti criminosi tra la fine degli ‘80 e la metà dei ‘90. Abbiamo scambiato due chiacchiere con Nicola Manzan per farci spiegare il senso dell’album Testo di Stefano Pifferi

Bologna Violenta La storia più violenta di Bologna: la Uno Bianca

Cerca sempre di scombussolare l’ascoltatore, Nicola Manzan a.k.a. Bologna Violenta, e ci riesce ogni volta col suo “grindcore necrologico”, per

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dirla col titolo di un pezzo del nostro Barachetti di qualche anno addietro. Ora l’impatto sonoro devastante e disturbante del progetto è messo


a disposizione di un album a concetto – in full streaming nella pagina dedicata – che ruota intorno ad una vera Bologna violenta, forse la più violenta dai tempi degli “anni di piombo”: quella della famigerata banda della Uno Bianca che seminò il terrore per un abbondante quinquennio tra la città degli Asinelli e la costa romagnola, in un misto di violenza da Arancia Meccanica di provincia, spunti ideologici deviati, teorie da superomismo ed efferata criminalità comune. Un centinaio di feriti e almeno 24 morti lasciati sul percorso di sangue dai fratelli Savi, tra depistaggi, falsi obbiettivi, errori giudiziari e razzismo più o meno manifesto. Un percorso che Bologna Violenta ripercorre in 27 momenti, analizzando uno per uno tutti i casi di cronaca nera con protagonista la Uno Bianca. Un lavoro ostico ma necessario per ripensare alcuni tra i momenti più bui della Prima Repubblica, che già ha sollevato critiche e reazioni contrastanti tra chi dileggia la “superficialità” con cui Manzan avrebbe affrontato il tema e chi invece ne esalta lo sguardo critico e lucido nel confrontarsi con una storia che molti vorrebbero dimenticare in fretta. Per approfondire l’argomento abbiamo scambiato due chiacchiere con Manzan. La nostra generazione l’ha vissuta in prima persona ma magari per i più giovani la “Uno Bianca” è qualcosa di poco noto. Vuoi dire loro cosa è la Uno Bianca e cosa ha rappresentato per quegli “anni bui”? A cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta una banda di rapinatori ha compiuto più di cento atti criminali in una zona compresa tra la provincia di Bologna e le Marche, prendendo di mira caselli autostradali, supermercati Coop, uffici postali e banche. La banda si muoveva con automobili rubate, in genere delle Fiat Uno bianche, le più diffuse ed insospettabili dell’epoca. La banda era capeggiata dai fratelli Roberto e Fabio Savi, il primo del quali era un agente in servizio della questura di

Bologna, a cui si erano uniti per lunghi o brevi periodi altri quattro complici, anch’essi poliziotti in servizio. La “carriera” dei banditi, denominati La banda della Uno Bianca ha sconvolto per la brutalità dei colpi, durante i quali chiunque potesse compromettere il risultato dell’azione criminale veniva eliminato. La lunga scia di sangue conta 24 morti e 102 feriti in sette anni. In parole molto povere, in quegli anni la Uno Bianca era diventata un simbolo di terrore. Uno Bianca è un concept abbastanza forte e che ha già attirato su di sé reazioni diverse. Vuoi spiegarmi perché sei arrivato ad elaborarne uno su un tema così scottante eppure al tempo stesso marginale o minore rispetto ai tanti che questo paese non smette di produrre? Ho pensato di raccontare in musica la storia della banda appena mi sono trasferito a Bologna. Volevo in qualche modo omaggiare la città in cui vivevo e avrei voluto farlo con un disco di musica strumentale. Dopo alcuni anni è nato il progetto Bologna Violenta con cui ho deciso di descrivere la città da un punto di vista diverso rispetto al solito; l’idea era quella di raccontare le sue storie più oscure attraverso una musica violenta. Dopo tre album mi sono deciso ad affrontare questa storia perché mi sentivo pronto sia emotivamente che tecnicamente per affrontare un lavoro di questo tipo. Il tema di per sé non dovrebbe essere così scottante, io semplicemente racconto una terribile storia che si è sviluppata proprio a Bologna e provincia. Il mio intento è di ricordare cos’è successo in quegli anni perché penso che sia un esempio eclatante di come non deve agire un essere umano, e forse anche chi non ha l’età per ricordare può trarre qualche insegnamento da quanto successo. Una narrazione senza parole ma affidata alla violenza sonora come corrispettivo delle violenze del commando. Gli inserti di archi

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però sembrano quasi addolcire il peso di quel ricordo. È una sensazione mia? Gli archi a volte addolciscono, altre rendono il tutto ancora più doloroso. E’ la prima volta che decido di usare in maniera così massiccia gli archi, l’ho fatto perché lavorando sul piano armonico si riescono a creare atmosfere molto diverse tra loro su una base ritmica che tendenzialmente è molto fredda. I pezzi sono pensati per essere colonne sonore dei crimini e sono strutturati sulla base di quanto è successo durante quei momenti di follia. Gli archi possono creare suggestioni molto forti, guidando l’ascoltatore attraverso i differenti stati d’animo che possono creare. Ho cercato di calcare spesso la mano in fase compositiva proprio su questo aspetto, anche perché non mi interessava usare gli archi come un semplice tappeto sonoro. Di solito si è portati ad “esaltare”, nel senso di “dar risalto”, movimenti o momenti degli anni di piombo. La banda della Uno Bianca forse è sempre stata meno accattivante per la mancanza di un retroterra politico-ideologico marcato, anche se sappiamo bene tutti che quel background c’era eccome… Questa storia è molto controversa perché racchiude in sè così tanti argomenti e sfaccettature che a distanza di vent’anni, a volte sembra ancora di non venirne a capo. In questo caso ci sono di mezzo le forze dell’ordine, che passano da “chi ci dovrebbe difendere” a “chi ci uccide per due spiccioli”; c’è una componente politica molto forte, perché la città rossa per eccellenza (Bologna) per un periodo è stata vittima di rapine sanguinarie alle Coop, dando così il via ad una serie di indagini di stampo politico che hanno portato a poco o niente. Io penso che sia una storia che ha sconvolto un po’ tutto il tessuto socio-politico bolognese. Quando si è risolta con l’arresto della banda, in molti hanno dovuto far i conti con se stessi ed ammettere di aver sbagliato (parlo di poliziotti, magistrati e di chi stava

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indagando in generale), visto che molte persone sono finite in carcere pur essendo innocenti. Insomma, vista la figuraccia generale, sembra che non si abbia più voglia di parlarne. Il disco non è ancora uscito ma hai già avuto, come preventivabile tra l’altro, reazioni piuttosto forti tra chi accusa e chi esalta. Pensi che ai primi non sia arrivato il messaggio di Uno Bianca? Io ho fatto un disco che è contro la banda della Uno Bianca, non voglio dare alcuna immagine positiva di quanto accaduto. Penso che basterebbe ascoltarlo per capire di cosa parlo. La gente tende a trattare le cose con molta superficialità e quindi a non approfondire mai. Io ho mandato il disco ai giornalisti che hanno cercato di attaccarmi, ma vista la loro reazione (e i successivi articoli al riguardo), ho proprio l’impressione che nessuno si sia minimamente scomodato ad ascoltare quanto ho fatto. Come diceva qualcuno, non c’è più sordo di chi non vuol sentire…


Intervista alla musicista del New England, che arriva al settimo disco in dieci anni di carriera. Con un picco creativo che lascia il segno Testo di Marco Boscolo

Marissa Nadler “Non sono una signora del folk”

Il New England è una parte degli Stati Uniti che rimanda ai tempi più antichi della giovane nazione americana. C’è la Storia che si affaccia in ogni dove, dall’isola di Nantucket dei balenieri raccontati da Herman Melville ai boschi dove si ritirò Henry David Thoreau. E’ anche una terra di poeti, come Ralph Waldo Emerson e Thoreau stesso, spesso ispirati dalla bellezza naturale che circonda le piccole città – esclusa Boston – che costellano questi sei stati del nord est. E qui è nata e cresciuta Marissa Nadler, pittrice prima che cantante e musicista, in un piccolo paese del

Massachusetts, dove l’impatto visivo e, soprattutto, evocativo del paesaggio deve aver originato i primi germi della sua estetica più matura. Una sensibilità per ciò che la circonda che è venata di un certo aroma gotico fin dai suoi esordi. Ma d’altra parte, nel New Hampshire Stephen King (anche lui di questi luoghi) si immagina Stovington, la cittadina dell’Overlook Hotel, una delle capitali della geografia immaginaria dei brividi. Brividi e inquietudini che da queste parti si sono manifestati nella tragica parabola umana di Sylvia Plath (altra penna della poesia)

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e nell’arte letteraria di un Edgar Allan Poe che, anche se visse molto altrove, nacque comunque a Boston. Luogh i de ll’anima?

Il rapporto così stretto con i luoghi e con la biografia, ci conferma Marissa Nadler nella nostra intervista, sono per lei elementi importanti nella scrittura. E come ha dichiarato altre volte negli scorsi anni, è più importante pensare in termini di poesia, nel suo processo compositivo, che non di tecnicismi. Una scrittura che parte prima dalla musica e dalla melodia, per poi essere vestita delle parole e delle storie. La geografia su cui si posa una biografia, vera o immaginaria che sia. E comunque tutto parte da una evocazione e da un flusso di coscienza che progressivamente si agglutina attorno alle canzoni. July è la punta più alta raggiunta finora dalla Nadler, un disco che, come mai prima d’ora, ha saputo coniugare la forma con la sostanza: una scrittura matura sostenuta da una band che l’ha saputa assecondare e seguire. Su tutti, l’apporto determinante di Steven Moore degli Earth alle tastiere e ai synth, elementi questi ultimi che “sono davvero capaci di veicolare l’atmosfera del disco”, come sottolinea Marissa stessa. “C hita rra acustic a non sig nifica per for z a folk ”

Un ruolo fondamentale lo deve aver avuto anche la produzione di Randall Dunn. Se è vero che conosciamo Dunn per aver lavorato su quel metallo trasfigurato che va sotto il nome di Sunn O))), sappiamo anche che è lui quello che ha prodotto gli Akron/Family, band che nella radice freak-folk ha più da spartire con la Nadler di quanto potrebbe sembrare in superficie. “Quando sono andata a Seattle a registrare”, è la cronaca e lo statement di Marissa, “le canzoni erano già tutte finite”. Come a dire, grazie per un contributo alla produzione “che riesce

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a trovare i suoni giusti e aiuta a portarli in vita in una tavolozza multicolore”, ma tutte le note sono mie, dalla prima all’ultima. Dove finiscano i meriti della musicista e dove comincino quelli del produttore è materia da filologi della musica. Quello che noi possiamo apprezzare è il sapiente equilibrio che è uscito dalla porta di quello studio di Seattle sotto forma di album. Tutto è contemporaneamente figlio del calore del folk chitarristico (“ma solo perché suono la chitarra acustica non significa che sia un’artista folk”) e il gelo delle sovraincisioni, degli eco e dei riverberi. Canzoni anche apparentemente semplici come Dead City Emily, in realtà, sono costruite su ceselli che per certi versi potremmo definire geografici: provate a fare attenzione alla “distanza” da cui sembrano arrivare i tappeti di synth a metà canzone, o alla voce della Nadler che a volte sembra salire dal basso, con la chitarra che va e viene. U na vo c e p e r m ill e c a nz o n i

Una nota, ancora di merito, va spesa per i dei cori. Non fatevi ingannare da una risposta come “non c’è niente di più che un po’ di riverbero e un sacco di strati della mia voce” uno sopra l’altro. Perché, se tecnicamente non c’è molto di più, di sicuro c’è una maestria nell’uso della voce (e della sua registrazione) che Marissa Nadler non aveva dieci o anche solo tre anni fa. Come ha raccontato promuovendo July, ci sono canzoni della sua carriera che non riesce nemmeno a riascoltare su disco, perché oggi non canta più in quel modo. Perché oggi la sua voce di soprano cristallino può farsi flebile come un rivolo d’acqua in una echo chamber (Anyone Else), in un brano che deve tanto a Julianna Barwick quanto a un certo uso delle sovraincisioni vocali in stile Julia Holter. Il fingerpicking, sarà anche selftaught, ma è duttile e prezioso (Holiday In). E oltre che alla sei corde, la dimensione poetica tipicamente folk della sua


vena creativa si concretizza in road songs come Drive (il brano più Sixties del disco) e I’ve Got Your Name, dove anche un pianoforte diviene protagonista. Marissa Nadler arriva al settimo disco felice di riaccasarsi sotto le ali sicure di una doppia etichetta (Sacred Bones e Bella Union) che le garantiranno di non dover più passare troppe ore davanti al computer per monitorare le donazioni su Kickstarter. Era il 2011, i tempi del disco omonimo (dal mood creativo uscirà anche l’EP Sister), dopo una stagione non particolarmente felice con l’etichetta precedente. Meglio fare tutto da soli, allora, comprese le spedizioni dall’ufficio di posta del quartiere. Ci sono ancora tutte le radici dream folk che rimandano ai Mazzy Star (evocati da sempre come pietra di paragone lungo tutta la sua parabola artistica, fin qui), ma anche e soprattutto le american roots di un bar di provincia, che sembrano in nuce contenere le visioni di July. Volgendo lo

sguardo ancora più indietro, per esempio a quel Little Hells apprezzato anche da SENTIREASCOLTARE, ritroviamo ancora altri elementi di questa estetica odierna: gli Appalacchi della tradizione, ma anche un fare l’occhiolino al sound 4AD. E potremmo dire lo stesso anche di The Saga Of Mayflower May e di Song III: Bird On The Water: a guardarli dall’alto del 2014 sembrano tutti presagire, indicare, il sound e la maturità di July. Ma si sa che del senno del poi son piene le fosse e la realtà è sempre diversa da come ce la raccontiamo. Rimane una certezza in questo percorso di maturazione crescente: non ci sono stati scossoni, svolte, voltar di pagina. Si è trattato piuttosto di un ascoltare il proprio flusso di coscienza e, lentamente, aggiungere strato a strato a un piccolo monumento del cantautorato anni ‘10 del XXI secolo. Ma tutto è partito da quel New England che le scorre nelle vene e che Marissa Nadler non ha mai abbandonato.

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Abbiamo incontrato Stuart Braithwaite (chitarrista dei Mogwai) alle undici del mattino, in Santeria, a Milano, e ci siamo fatti raccontare l’ultimo disco della band, Rave Tapes. Testo di Enrica Selvini

Mogwai ancora uno “Young Team”

Un disco come Rave Tapes, uscito lo scorso gennaio e generalmente ben accolto, e un tour che li porterà in Italia a marzo 2014: i Mogwai sono tornati più in forma che mai, decisi a rinsaldare quel legame strettissimo che li unisce, da sempre, ai fan. Abbiamo incontrato Stuart Braithwaite (chitarrista della band) alle undici del mattino, in Santeria, a Milano. Sul tavolo, quel che resta della sua colazione, brandelli di brioche, un cappuccino, succo d’arancia, mezza

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fetta di torta con impronta dentale. Stuart è una persona piacevole, gioviale, per quanto sia chiaro da subito che non ama particolarmente parlare della sua musica. Quella si limita a suonarla. Preferisce parlare di sport e non ci è difficile immaginare la band scozzese seduta al tavolo di un pub mentre si lancia in accese discussioni a sfondo calcistico. Quelli del bar portano un cappuccino anche a noi. Lui ci chiede perché qui facciano il cuore sul cappuccino. Gli rispondia-


mo che non lo sappiamo e cominciamo a parlare. Fabrice Gobert è rimasto colpito dalla colonna sonora che avete composto per il film su Zidane (Zidane: A 21st Century Portrait) e vi ha proposto di lavorare insieme sulla sua serie Les Revenants. C’è una gran differenza tra lo scrivere per la televisione e il cinema e il lavoro svolto in studio con i Mogwai? C’è un’enorme differenza. Quando fai musica per la televisione e il cinema, la musica non è la parte fondamentale dell’esperienza: è un sottofondo sonoro che deve solo accompagnare le immagini e le storie. Abbiamo dovuto comporre canzoni ad hoc seguendo un’immagine, brani che duravano anche molti muniti, ridotti poi a una manciata di secondi, com’è giusto che sia. Nei nostri dischi, invece, la musica deve camminare da sola, sulle sue gambe, creando immagini dal nulla. Lasciandole al nulla. Deve essere esaustiva diciamo. C’è un regista con cui vi piacerebbe lavorare e con cui pensate che la vostra musica si sposi particolarmente? Moltissimi. Sicuramente qualsiasi pellicola di David Lynch o di David Fincher, quello di Zodiac e Seven, grande regista. Anche Lars Von Trier credo. Rave Tapes è uscito lo scorso gennaio. Quanto ci è voluto per portarlo a termine? Abbiamo iniziato a scrivere le canzoni all’inizio dello scorso anno, ma siamo entrati in studio solo ad agosto 2013. Abbiamo dovuto finire il tutto all’inizio di ottobre, in circa due mesi. Non molto tempo, dunque, ma credo che sia bastato. A un primo ascolto, nel vostro nuovo disco si coglie un uso maggiore dei synth, oltre a un’apertura diversa verso un certo tipo di elettronica. Sei d’accordo? Io suono la chitarra, è una domanda troppo tecnica per me (ride, ndSA). Però sì, stiamo cominciando a provare suoni diversi, è divertente. Pensate che il “post-rock” sia ancora vivo?

O meglio, esiste davvero il “post-rock”o, come dice Iggy Pop riferendosi al punk rock nell’intervista da voi ripresa in Come on Die Young, è solo una parola usata da “dilettanti e manipolatori senza cuore” che si basa “sulla moda e sullo stile”? Non lo so davvero. Quando abbiamo cominciato non avevo mai sentito parlare di post-rock. Era solo un termine usato per accomunare band come Godspeed You! Black Emperor e Tortoise, che facevano cose poco classificabili. Probabilmente a un certo punto qualcuno ha iniziato a pensare che fosse un termine così cool e affascinante che tanto valeva farne un vero e proprio genere musicale. Anche i Sigur Rós - li conosciamo e in un certo senso siamo anche cresciuti insieme – c’è chi li definisce post-rock. Poi, c’è chi definisce noi post-rock (ride, ndSA). A proposito, come mai avete usato quell’intervista a Iggy Pop, in Punk Rock? Era molto appassionante, ancora attuale nonostante fosse del ‘77. Abbiamo pensato che la gente potesse trovarla interessante. A essere onesto, non credo che saremmo potuti esistere senza gli Stooges, Iggy, ma anche Bowie. Sono eroi della musica, sono punti di rottura. Qualcosa riguardo al vostro pubblico. Chi vi ascoltava negli anni ‘90 ed è cresciuto con voi, è ancora li, o c’è stato un cambio generazionale? Credo che siano successe entrambe le cose. Abbiamo suonato al festival All Tomorrow’s Parties e c’era gente venuta per i nuovi talenti ma anche ragazzi venuti per noi, molto giovani. Siamo fortunati credo. A Glasgow che genere va per la maggiore? Va ancora un sacco la baggy music, dagli Stone Roses agli Happy Mondays. Questa è probabilmente la musica più popolare da noi. Ascoltano anche elettronica, ma la gente normale ascolta la baggy. Trovo che abbiate fatto un lavoro molto

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minuzioso sui suoni del nuovo disco, me lo confermi? Sì, e credo che il suono sia leggermente cambiato rispetto agli ultimi lavori. Però, per essere onesto, credo che il “sound” sia del tutto secondario rispetto alla musica. Sicuramente la questione del suono è interessante: va ricercata una strada personale, ma puoi avere il suono più eccezionale del mondo e la tua musica e le tue canzoni resteranno comunque robaccia, anche se “suonano” benissimo (ride, ndSA). Vi sentite ancora un “Young Team”? Sì, forse più una gang che un team. Ci sentiamo ancora giovani, molto. Qual è il miglior album dei Mogwai? Credo che sia Come on Die Young Sarete in tour in Italia a marzo. Porterete sul palco qualcosa di nuovo? Sì, le nuove canzoni (ride, ndSA). A parte gli scherzi, ogni tour ha la sua identità, che generalmente riflette il disco e le canzoni nuove.

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Sicuramente sarà diverso, ma forse solo per noi che suoniamo. Vi ho visti la prima volta al Binario Zero, Milano, nel ‘98. Mi ha molto colpito l’impatto, i volumi (all’epoca si poteva esagerare), a tratti sembrava di stare su una pista di atterraggio. Mi ricordo che mi ero chiesta: ma come fanno a sentirsi sul palco? Non ci sentiamo mai. O meglio, qualche volta sì, ci sentiamo (ride, ndSA). Il punto è che se non fossimo così rumorosi, quello che facciamo perderebbe di senso, ci vuole molto mestiere. Se ti riferisci agli ear monitors no, non li usiamo. Le limitazioni di suono poi di sicuro tolgono forza al live. Avete fondato una vostra etichetta, come mai questa decisione? E’ successo qualche anno fa, credo che abbia più senso autogestirsi. Abbiamo prodotto noi stessi ma anche altre band, per esempio i giapponesi Envy, o una band scozzese, i Remember Re-


member, e tanti altri. È un’attività che ci tiene piuttosto occupati. C’è qualcosa che cambieresti della tua carriera e delle tue scelte, guardandoti indietro? Penso che sia meglio guardare avanti, piuttosto che interrogarsi su quello che di diverso avresti potuto fare. Poi non è che puoi cambiare il passato, ma se gli dai troppo peso lui può cambiare te (ride, ndSA). Avete mai desiderato inserire una voce stabile nel progetto? Potrebbe essere interessante per noi, ma non come Mogwai, è troppo tardi. Ci siamo troppo “specializzati”. Ma credo che se un buon cantante mi si presentasse, ci penserei, magari con un altro progetto. Farlo con i Mogwai sarebbe fuorviante. Sono sicuro che ci sono un sacco di ottimi cantanti, ma purtroppo la maggior parte di loro ha già una band (ride, ndSA). Lavorate molto, e bene, sulle atmosfere. Avete un metodo in questo? Credo sia naturale, ti capita. Certe atmosfere improvvisamente arrivano e basta. È difficile descriverle, puoi solo suonarle credo. Io poi non sono bravo a descriverle. Ti capitano senza pensarci su troppo. C’è un concept, un’idea di fondo dietro Rave Tapes? No, ci sono canzoni nuove… voglio dire, abbiamo scritto canzoni nuove, tutto qui. È una risposta terribile lo so. Il punto era essere solo noi e le nostre canzoni, semplicemente questo. Sei mai riuscito a visitare Milano, tra un’intervista e un live? Si, ho visto una partita di calcio, del Celtic. Bello il vostro stadio. Siamo stati noi a proporci per lavorare al film su Zidane, gran calciatore.


Un fantasma si aggira nel mondo dello shobiz: quel fantasma è il rock. La vicenda Pussy Riot ci offre qualche spunto di riflessione. Testo di Stefano Solventi

Pussy Riot Non chiamatele punk

Improvvisamente a febbraio un sussulto ha scosso il flusso di notizie dallo scintillante mondo dello shobiz: Roger Waters che si indigna, si inalbera, sale sul pulpito della militanza condannando la decisione di Neil Young di tenere un concerto a Tel Aviv. Nella stessa lettera aperta, spedita ai media ad inizio febbraio, si rivolge alla ben più cool Scarlett Johansson dedicandole a dire il vero molte più righe e relativo biasimo, criticando il di lei ruolo di testimonial per Soda-

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stream, ditta israeliana che sfrutterebbe i lavoratori palestinesi prevaricandone i diritti (garantiti invece ai dipendenti israeliani). A sapere il vecchio Roger ancora tanto combattivo c’è di che ringalluzzirsi, soprattuto se si ha la fortuna di essere fan dei Pink Floyd. Anche perché pochi giorni dopo l’autore di Careful Whit That Axe, Eugene, Another Brick In The Wall e tante altre apocalittiche meraviglie si è recato ad Aprilia in pellegrinaggio sulla tomba del padre,


la cui morte in combattimento durante il secondo conflitto mondiale è come ben sapete all’origine di tanta poetica watersiana (e di The Wall in particolare). Ma prima di considerare questo episodio un’alzata di scudi dell’impegno rock dopo anni di sostanziale basso profilo, occorre notare che il grande assente in questa faccenda è proprio il rock. Sono le star semmai che mettono in gioco il proprio appeal (più o meno residuo) e nei casi più autorevoli il proprio mito. Il rock in questi casi è un prefisso ahinoi accessorio. Non certo a caso la suddetta lettera aperta ha finito per diventare più che altro un caso Waters vs. Johansson. Ebbene sì, quello di Neil Young è un nome piuttosto marginale da puntare sulla roulette/centrifuga dei media: in fondo è solo uno dei più grandi autori della storia del rock (senza tutta la mitologia cinematografica e teatrale dell’ex leader dei Floyd), e il rock – come certo saprete – ha da tempo perduto la presa sulle sorti del presente. Al più può proporsi come coscienza critica, un borbottìo cupo che si rivolge ed esaurisce alla cerchia tutto sommato ristretta degli appassionati. O pensate davvero che qualcuno dell’establishment si sia sentito mancare quando lo stesso Young ha pubblicato il suo combattivo Living With War? Forse una delle ultime volte che il rock si è organizzato in una sorta di “scena” per riflettere sullo stato delle cose è stato più o meno a cavallo del nuovo millennio col post-rock, che almeno nelle sue incarnazioni più eclatanti e impetuose era un palese un grido d’allarme ed una disamina cupa (basti considerare la discografia dei GY!BE). Ma qual è stato l’impatto del post-rock sull’immaginario collettivo? Possiamo tristemente affermare che un effimero protagonista di un talent show a caso ha ottenuto impatto e riscontro maggiori, sia in termini di diffusione che di “rumore” mediatico. In attesa di smentite, proseguiamo.

Gli ultimi sviluppi fanno addirittura pensare ad uno step ulteriore: il rock che sopravvive come modalità critica ma solo nelle sue forme esteriori, superficiali. Come un intercalare svuotato di forma e sostanza, un guscio indossabile ed asportabile al bisogno. Prendete le Pussy Riot. Qual’è il valore dell’ingrediente rock – nella fattispecie punk – all’interno del loro potenziale contundente? Va detto innanzitutto che questa “band”, fondata nel 2011, è una filiazione del collettivo artistico Voina, famoso per le sue performance shockanti finalizzate a mettere in discussione la legittimità del sistema politico, amministrativo ed economico della Russia putiniana, a partire dalle fondamenta morali su cui poggia. Famosissima è l’orgia inscenata nel Museo Statale di Biologia Timiryazev a Mosca alla vigilia dell’elezione del presidente-staffetta Dmitry Medvedev, orgia cui parteciparono anche Pyotr Verzilov e sua moglie Nadezhda Tolokonnikova, futura Pussy Riot. Pochi mesi dopo, nel 2009, accadde quello che potrebbe essere considerato a tutti gli effetti il prodromo del progetto Pussy Riot: il cosiddetto Dick In The Ass – Punk Concert in the Courtroom, una scorribanda in un’aula di tribunale dove una una vera e propria punk band (i Dick In the Ass, appunto) mascherata ed armata di amplificatori e strumenti di fortuna (fatti entrare di straforo), interruppe l’udienza in corso per interpretare un pezzo intitolato All Cops are B@stards, Remember This. Durò due minuti, il tempo di venire neutralizzati dal servizio d’ordine. Ma i semi della “rivolta delle fighe” erano piantati. Due anni dopo nasce ufficialmente la band, nel nome del punk e di propaggini diversamente combattive come Oi! e Riot grrrl. Attenzione però: più che le forme sonore e lo spirito, del punk le Pussy Riot prendono soprattutto la prassi situazionista, la performance come shock organizzato, un benedetto scapaccione per scuotere la strategia della quiete che

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sta alla base di ogni sistema sociale organizzato (e particolarmente in quelli cripto-dittatoriali). La celebre incursione nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca di due anni fa – era il febbraio del 2012 – che ha reso famose le Pussy Riot in tutto il mondo, va vista quindi come l’approdo di un percorso ormai quasi decennale, nel quale la musica gioca un ruolo marginale, di puro pretesto (anche se necessario come soundtrack del video poi diffuso sulle piattaforme web) prima che veicolo di un qualsivoglia messaggio. In effetti il vero contenitore della blasfemia virale, quella che ha scavato un solco nelle sensibilità russe, europee e mondiali, è la performance stessa in quel particolare contesto. Provate ad immaginare la canzone – strofe con lo spinterogeno a palla e ritornello basato su una citazione dei Vespri di Sergej Rachmaninov – senza la performance e, al netto di una certa arguzia pro-

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duttiva, sarebbe un sassolino in un lago. Non stiamo qui a giudicare il gesto né la successiva condanna (due anni). Ma oggi che per apparecchiare il banchetto candido delle olimpiadi invernali sono piovute amnistie, con due ragazze (Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova) fresche di scarcerazione spedite in un vero e proprio tour occidentale di conferenze stampa e raccolta premi, lasciandosi così fagocitare nella dialettica standard della comunicazione politica (e quindi normalizzandosi rispetto al codice di Voina), non stupisce che al contempo a celebrare l’apertura di Sochi 2014 siano state ingaggiate le pseudo-scandalose t.A.T.u., duo pop rock concepito in provetta ad inizio millennio, divenuto celebre per le tematiche saffiche di cui infarcivano canzoni e biografia. Così come non stupisce la puntualità della scorribanda targata Pussy Riot sulle olimpiadi,


prevedibilmente confezionata a suon di frustate dei cosacchi (i cosacchi!) e un clip con l’accompagnamento di un pezzo punk travolgente e becero (Putin Will Teach You How To Love). Aggiungete poi il soccorso morale dello star system musicale, Madonna e Red Hot Chili Peppers tra gli altri. Insomma, ogni ingrediente al suo posto, una sorta di folklore ai tempi del web, ormai più trasgressivo che eversivo. Soprattutto, è la dimostrazione definitiva che il punk rock per le Pussy Riot vale come un tag per posizionarsi in una precisa porzione di immaginario politico/esistenziale, nella fattispecie un modo spiccio per collocarsi agli antipodi del perbenismo autoritario putiniano. Un po’ come i balaclava con cui si coprono il volto, che se da un lato garantiscono loro l’anonimato (più per impedire una personificazione della protesta – alla maniera di Guy Fawkes – che per non essere identificate), dall’altro rappresentano l’espediente più immediato per posizionarle oltre la linea di confine della socialità, in un limbo ideologico misterioso, non codificato. In ragione di questa visione utilitaristica del “contributo audio”, non sono previsti profondità né arricchimento né stratificazione sonora, cui invece il punk (il tanto vituperato punk) approdò quasi naturalmente, basti solo prendere in considerazione il percorso di band-cardine come i Clash e la parabola Sex Pistols-PiL. Tutto sommato quello delle Pussy Riot non è un atteggiamento troppo diverso da chi del poprock sfrutta l’appeal nel campo della moda, della politica, dello spettacolo. Come a dire che alla fine lo spettacolo vince sempre e alle sue leggi devi ricondurti, è un setaccio che non lascia margini di sopravvivenza mediatica a chi non passa il vaglio, un sistema retroattivo che adegua il proprio codice ad ogni fenomeno “rivoluzionario” – come è stato il rock nella seconda metà dei Sessanta e dei Settanta – e lo disinnesca in una ciclica iper-rappresentazione di sé. Al

punto da fagocitare il momento della rappresentazione musicale come componente di una rappresentazione più ampia: la pochezza musicale di una Lady Gaga – impressionante rispetto al suo successo come presunta cantante pop – ne è in questo senso la più clamorosa dimostrazione. Quello delle Pussy Riot dunque, al di là dei risvolti politici su cui in questa sede è il caso di sorvolare, è l’ennesimo tassello di un puzzle che raffigura con chiarezza il tramonto del rock come categoria espressiva socialmente incisiva. Il problema è certamente più ampio, riguarda l’atto stesso dell’ascoltare (sentire) canzoni, mutato profondamente in termini di disponibilità, frequenza, contesti eccetera. Probabilmente la funzione sociale (o sarebbe meglio dire social?) del rock è stata annichilita dalle performance degli aggreganti sociali messi a punto nel frattempo: un’ipotesi da tenere nella dovuta considerazione, senz’altro più attendibile di chi sostiene che sia una questione di qualità della proposta-rock. Ok, non è il caso di esercitare il più totale disfattismo. Anzi, sono convinto che il rock come “nazione alternativa” trasversale – vero e proprio laboratorio globale di utopie e rivoluzioni – forse a qualche livello esista ancora. Però, ecco, la potenziale influenza sull’establishment mi sembra paragonabile a quello di un comunità di cosplay. O di un villaggio vacanze, secondo i casi.

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Mancano pochi giorni ormai alle due date italiane di Anders Trentemøller e la sua band: ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda circa l’ultimo album, il tour e le sue prossime mosse, guadagnandoci pure una bella lezione di giornalismo musicale. Testo di Sarah Venturini

TrentemølleR quando la musica è caos ordinato

“Alla gente pare piaccia particolarmente infilare la musica in categorie. Buttarla lì, nel senso che è come se sbattessero un panno sporco nel cesto del bianco o del rosso per la lavatrice. A me non piace per niente, la trovo una cosa così noiosa. La lavatrice mi annoia già abbastanza farla a

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casa.” Sarà che nel suo caso il rischio di uscirne con molto di più del classico calzino spaiato sarebbe pressoché scontato, ma Anders Trentemøller ha le idee (volutamente) con-fuse quando si parla di musica. D’altronde, basta guarda-


re al suo personale percorso compositivo per comprenderne le ragioni alla base: passare dal distaccato minimalismo elettronico di The Last Resort alle sperimentazioni indie-analogiche di Into The Great Wide Yonder, fino alla colorata sublimazione melodica e filo-rock dell’ultimo album, Lost, che ne segna la definitiva consacrazione come musicista, non è cosa da poco. E non si può ricondurre tutto solo al frutto di un naturale svolgimento cronologico, qui il divario tra i famigerati generi va ben oltre l’implicita evoluzione della scena, ed il rischio “centrifuga impazzita” è dietro l’angolo. Eppure, la centrifuga di Trentemøller ha un che di incredibilmente ordinato. L’essenza selvaggia del puro e semplice punk rock, come lo definisce lui da buon figlio/amatore dei Suicide, unita all’industriosità impeccabile, evidente nei featuring e negli arrangiamenti, della scuola elettronica nordica. Così, alle porte delle imminenti date italiane che lo vedranno esibirsi con la band al completo a Bologna e Roma (all’Estragon il 24 e all’Atlantico 25 febbraio, link ai contest cliccando sulle rispettive città), lo abbiamo incontrato per due chiacchiere veloci, parlando nello specifico di quell’unico genere che, per fortuna, sembra davvero continuare a non stancarlo mai: la GQM, Good Quality Music. Ipse dixit. “Lost serve non solo come logica continuazione della sua opera, ma anche come l’ennesimo vaffanculo a qualunque genere in cui si pensava di averlo inscatolato”, è scritto sulla tua discografia. So che spesso ti sei lamentato dell’abitudine cara a molti giornalisti musicali di voler a tutti costi comprimere la musica in sempre più piccole scatole da catalogare. Sembra essere arrivato il momento di celebrare i suoni, non i generi, stando a ciò che pensi. Allora qual è, secondo te, il futuro della buona musica? Abbattere tutte le barriere? Perché no?! Non passo molto tempo a pensare a

questo. Mi piace un sacco di musica diversa, ma quando compongo la mia non penso tanto a che stile debba avere. Mi concentro sul tentativo di scrivere qualcosa che rifletta il mio stato d’animo, che è fondamentalmente questo, nient’altro. Non importano tanto i generi, quello che fuoriesce da dentro di te è tutto ciò che davvero conta. Questo non vuol dire che non mi interessino gli stili musicali: amo il krautrock , il noise pop, il garage rock, i gruppi anni Sessanta formati da ragazze, ecc, e quando lavoro alla mie di cose, naturalmente, vengo ispirato da tutto questo, ma per fortuna riesco sempre anche ad incorporare tutte quelle idee insieme; ed il risultato dovrebbe essere ancora un altro pezzo di Trentemøller, non solo una copia dei miei artisti preferiti. Pensi di essere riuscito a farti rappresentare da Lost? E’ proprio così che ti sentivi, “perso” nel processo creativo durante la scrittura? In un modo positivo, intendo… Ogni studio-album è estremamente importante, riflette il punto in cui mi trovo in quel momento specifico della mia vita. E sì, essere persi è per me anche e soprattutto una cosa positiva. Essere persi nell’amore o persi nella musica… Mi piace quando tutto è aperto. E per arrivare a questo stato d’animo ci si deve perdere nella musica, nel processo creativo, dimenticare la routine quotidiana e tutto il resto. Ecco perché mi rinchiudo nel mio studio per quattordici mesi ogni volta che lavoro ad un nuovo album, mi piace l’isolamento. Ma dopo questi mesi è davvero rinfrescante incontrarsi con la band e tutti insieme trasferire i brani dall’album alla fase live. E poi, naturalmente, andare in giro e suonare la musica dal vivo per le persone. Adoro farlo! L’album vanta nomi e featuring illustri: Sune Rose Wagner, i Low, Jana Hunter, Jonny Pierce, Kazu Makino. Che tipo di valore aggiungono così tante collaborazioni al processo compositivo in termini di qualità? Non è stato difficile riuscire a mantenere una certa

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coerenza di fondo? Ho scritto tutte le canzoni e le ho prodotte al 90% circa prima ancora di aver contattato i vocalist per cui le ho scritte. Così ho avuto la fortuna che tutti abbiano accettato di cantare nell’album. Quindi non è stato tanto un lavoro che procedeva in avanti e indietro, avevo le canzoni quasi finite e già scritte appositamente per ogni cantante. E dal momento che loro sono tutti “eroi”, per me, sapevo con precisione di cosa fossero capaci. Ma naturalmente hanno contribuito lo stesso al processo creativo, scrivendo le linee melodiche aggiuntive e tutti i testi. Dico sempre ai cantanti di scrivere i propri testi. In questo modo tutto diventa molto più onesto e personale, oltre al fatto che io mi ritengo abbastanza scarso a scriverli. La musica e i suoni sono il mio campo. photo by Foorst bruges Così è come se avessi già avuto le loro voci in mente prima di andare in produzione…quindi durante il processo non vi siete in alcun modo spinti a vicenda nel tentare di esplorare nuovi beat o stili vocali? Ci sono state sorprese in fase di registrazione dovute a questo eterogeneo lavoro di squadra? No, volevo davvero che tutti loro cantassero come sanno fare, dovrebbe essere naturale. Li ho scelti proprio perché mi piace esattamente il modo in cui cantano, il loro atteggiamento, ecc, non era mia intenzione snaturarli. Ma è stato comunque divertente inserire vocalist come Sune Wagner dei The Raveonettes o come Jonathan Pierce dei The Drums in un universo molto più elettronico. Ho anche dovuto adattare un po’ le loro voci, nonostante ami il suono sporco delle chitarre dei Raveonettes e quello indie/ pop/surf dei The Drums. E’ stato bello vedere che le loro voci potevano funzionare anche con altre sonorità così diverse dalle loro. Insomma sembra proprio che tu abbia trovato una nuova casa: il palco con l’intera band,

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compresa, tra gli altri, Marie Fisker, la cantante di uno dei tuoi ultimi singoli. Che tipo di assetto ha lo spettacolo dal vivo? Quello di un concerto rock o di un set elettronico? Sembra più un concerto rock, perché non ci sono computer portatili sul palco e suoniamo tutti degli strumenti. Odierei giocherellare solo con alcuni controller midi e un computer portatile sul palco. Mi piace suonare strumenti musicali, questo è il solo modo in cui suono la mia musica. Quindi sul palco abbiamo due chitarristi, un bassista, un batterista e Marie Fisker alla voce e chitarra. Quindi in realtà ci sono tre chitarristi, tutto sommato [ride, ndSA]. E poi ci sono io che uso sequencer e tastiere, naturalmente. Ci sono ancora alcuni elementi elettronici nello show, ma anche un sacco di altri elementi… E’ davvero difficile da descrivere, bisogna vederlo! Il video del nuovo singolo, Gravity, è interpretato da Oscar Isaac, il protagonista del nuovo film dei fratelli Coen, Inside Llewyn Davis. Parlando di audio-visivo, registi come Oliver Stone, Pedro Almodovar e Jacques Audiard, hanno tutti scelto molti dei tuoi pezzi per i loro film. Cosa si prova quando la propria musica arriva fino al punto di completare un racconto sul grande schermo? Non è la prima volta per te. Che mi dici della colonna sonora del film danese che hai scritto tre anni fa? Eh eh, sì, in realtà ho fatto quella colonna sonora cinque anni fa. E’ stato divertente, ma anche molto impegnativo, quindi non credo che lo rifarei. Ma è ovviamente una grande cosa che questi fantastici registi utilizzino la mia musica nei loro film, è un vero onore! Soprattutto con Almodovar, che mi ha chiesto tutte le diverse parti dei pezzi separatamente, in modo da poter mixare le chitarre, i synth, la batteria, ecc, ciascuno nello specifico. Ed è stato bello vedere che ha usato la mia musica per due minuti nel film,


solo musica senza dialogo! L’ha usata, tra l’altro, anche per il trailer ufficiale. Mi sono sentito davvero molto onorato, perché sono sempre stato un grande fan di Almodovar ed ho visto tutti i suoi film. Avete recentemente chiuso una serie di date nei festival europei. Quali sono state le reazioni della gente al nuovo materiale? Siamo abbastanza pronti per la tua evoluzione/rivoluzione musicale? Ovviamente non credo affatto che sia una rivoluzione. Cerco solo di fare musica di buona qualità, questo è tutto. Non sono certo qui per educare le persone, rompere le barriere o quant’altro. Non penso alla musica in questo modo. Ma sì, la gente ha reagito veramente bene al nuovo materiale. E’ sempre bello vedere che le persone vogliono non solo ascoltare il vecchio materiale, ma anche le cose degli ultimi album. Spero che sia così anche in Italia. Abbiamo già suonato in precedenza in Italia e devo ammettere che lì, in particolare, ci è sembrato che la maggior parte delle persone, quando è venuta ai nostri concerti, si aspettasse di assistere a un dj-set techno, e in realtà molti hanno pensato che avrei suonato come un dj! Alcuni sono rimasti un po’ delusi quando siamo venuti con la band, davvero strano… Questo è accaduto forse perché in Italia ho fatto un bel po’ di show come dj, nel corso degli ultimi anni. Anche se è davvero raro che lo faccia adesso. L’attenzione ora è puntata esclusivamente sulla mia musica, con la mia band! E ad oggi cosa ti aspetti dal nostro pubblico, siamo pronti secondo te? Cosa ne pensi della scena musicale elettronica italiana, la conosci? Spero che siate pronti sì! Non ne so molto della scena elettronica in Italia, raramente nel mio quotidiano ascolto musica elettronica e forse non sono proprio la persona giusta a cui chiedere [ride, ndSA]. Però non vediamo l’ora di suonare in Italia e faremo del nostro meglio per spaccare!


Ritratto dell’artista da adulto

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Scrivere un riassunto breve della carriera di Beck significa per forza doverla guardare da piÚ punti di vista in contemporanea, come facevano i cubisti nei loro ritratti. Per fortuna, visto che è un compito fuori dalla nostra portata, sono i dischi a parlare da soli e a restituire le tante sfaccettature della sua persona artistica Testo di Tommaso Iannini

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© Peter Hapak

Dalla sua comparsa sulla scena musicale, Beck ha incarnato il prototipo del cantautore postmoderno, che ereditava i cascami di cinquant’anni di musica popolare e li trasformava in uno scanzonato e sapiente bricolage. La leggenda racconta che una zia in Kansas lo avrebbe iniziato ai dischi di Leadbelly e Woodie Guthrie, segnando una parte non indifferente della sua ispirazione, che agli esordi guardava all’indie rock e al folk alternativo come all’hip hop e all’elettronica. Giovanissimo, a New York si mischiava alla scena anti-folk del Greenwich Village, prima di esplodere a livello globale con Loser, vero breakeven point del suo genio, il brano che lo ha fatto conoscere a una buona fetta dei suoi attuali ammiratori. Figlio e nipote d’arte, Beck è stato anche il primo vero artista alternati-

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vo del dopo grunge e uno degli ultimi talenti del XX secolo, uno spartiacque stilistico tra la prima e la seconda metà degli anni ‘90, il primo tra tanti a catturare un indecifrabile spirito dei tempi e tradurlo in un esperanto musicale affinato su una forma di scrittura in continua evoluzione, innovativa e da allora molto imitata. Estroso e sfuggente, diviso tra i suoi tipici pastiches, il rock, l’hiphop e la canzone d’autore – con tutte le bizzarrie di un repertorio che include la parentesi a tinte r’n’b e funky di Midnite Vultures e non solo –, Beck ha portato più di altri nel mainstream i modi della produzione indipendente, sfruttando anche la clausola del contratto con la Geffen che lo lasciava libero di incidere materiale extra per piccole etichette. Quando lo sdoppiamento è venuto meno per motivi naturali, ha continuato a essere un artista dalle tante vite parallele, sempre irrequieto e indecifrabile, in continuo spin-off su stesso, ché in fondo né un genere, né una formula, possono esaurire nella sua sete di creatività, una parola che ha cominciato a respirare in famiglia quando era un bambino e ora, a quarant’anni suonati, continua a guardare come un orizzonte in continuo movimento. Family Fe ud

Beck Hansen si chiamerebbe in realtà Bek David Campbell. Così lo registravano i suoi genitori all’anagrafe di Los Angeles l’8 luglio 1970. Il nome di battesimo non aveva la “c”, ma siccome in tanti lo storpiavano in quel modo lui stesso l’ha di fatto adottato con la grafia che conosciamo oggi. Dopo il divorzio dei genitori quando aveva nove anni, Beck ha cominciato invece a firmarsi con il cognome Hansen, quello della madre e del nonno materno, il suo vero mentore artistico. Chiunque volesse contare sui geni di famiglia, al posto del buon Beck avrebbe avuto solo l’imbarazzo della scelta. Il padre, David Campbell, è un musicista con un curriculum che parte dai tempi della scuola, quando militava in un quartetto d’archi con David Harrington, futuro fondatore del Kronos Quartet. Oggi è un affermato arrangiatore, con un parco di collaborazioni in campo pop e rock lungo quanto l’elenco del telefono (Carole King, Rolling Stones, Leonard Cohen, Paul McCartney, Metallica, Radiohead, giusto per fare qualche nome…), ha suonato in orchestre classiche e composto colonne sonore. La madre, Bibbe Hansen era una pupilla di Andy Warhol e negli anni ‘60 ha recitato in alcuni suoi film; la sua carriera artistica è ripresa più di recente, tra nuovi progetti e pure una band demen-

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ziale, i Black Fag. Channing Hansen, il fratello minore di Beck, è pure lui un artista, noto per i suoi knitting paintings e per le sue performance. La parte del leone però spetta al nonno Al Hansen, il vero “pezzo forte” della famiglia, protagonista della scena artistica internazionale in un momento cruciale come gli anni ‘60. Prima ancora, quando era un militare di stanza in Germania, Al fece precipitare un pianoforte dal tetto di un palazzo di cinque piani, anticipando quella che sarebbe stata una delle sue performance più famose, Yoko Ono Piano Drop. Della performance art, Al Hansen è stato un pioniere e anche un teorico, con il saggio A Primer of Happenings and Time Space Art. Amico e collaboratore di Yoko Ono, fece parte come lei del movimento Fluxus. Fu allievo di John Cage, ma anche manager degli Screamers, il mitico gruppo punk underground losangelino degli anni ‘70. Almeno a livello di pura suggestione, la sua tecnica del collage – di lui si ricordano i quadri-scultura realizzati con mozziconi di sigaretta – sembrerebbe avere lasciato un influxus notevole sullo stile del nipote musicista. Gli a nni de l Vill age e il r it orno a LA

Beck da ragazzo si appassiona al blues e al folk, che interpreta con piglio punk: «Se suonavo una canzone di Woody Guthrie ci aggiungevo un pizzico di Black Flag. Sono sicuro che Woody oggi l’avrebbe suonata così» (citato nel libro The Art of Mutation di Nevin Martell). A diciannove anni, sale su un bus con la sua ragazza, che lo lascerà all’arrivo, e parte alla volta di New York. Qui trova ad aspettarlo la scena anti-folk del Village. Il nuovo venuto salta di locale in locale esibendosi da solo alla chitarra acustica. A quel tempo non ha ancora scritto una canzone e si arrangia con le cover, finché il proprietario di un club non pretende che suoni brani originali. Il clima di libertà creativa instaurato dall’antifolk, sempre legato alla figura di cantautori e cantautrici armati di voce e chitarra acustica, ma tutt’altro che succube della tradizione, è congeniale alla voglia di sperimentare del ragazzo. La sua prima cassetta autoprodotta, The Banjo Story e un altro nastro passato di bootleg in bootleg, Fresh Meat + Old Slabs, nato come regalo di compleanno per Bibbe, sono le testimonianze di questo periodo. Tornato a Los Angeles nel 1991, Beck continua a esibirsi in solitario nei club, in mancanza d’altro fa il busker, e si arrangia con diversi lavori per sbarcare il lunario. Non manca di collaborare con il gruppo metal dell’amico Steve Hanft, i Loser (ma tu guarda…)

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e di continuare con le registrazioni su 4 piste. Nel 1993 arriva la prima release ufficiale. La piccola Sonic Enemy pubblica Golden Feelings, una cassetta ristampata sei anni più tardi, il cui modus registrandi non sarebbe dispiaciuto a campioni della bassa fedeltà come Beat Happening, Half Japanese, Pussy Galore o il Lou Barlow dei Sentridoh. Il risultato è la prima delle tante collezioni a latere in cui Beck accumula momenti di puro cazzeggio, blob, esperimenti estemporanei, ultra lo-fi al limite dell’ascoltabile (Magic Station Wagon, più o meno solo feedback e una chitarra scordatissima in primo piano), brani di generi diversi – il Fucked Up Blues iniziale, il noise r’n’b di Schmoozer – e un pugno di canzoni folk, da No Money No Honey, che sembra un demo di Dean Wareham, a Heartland Feeling, in cui snocciola strofe su strofe alla Bob Dylan su un semplice giro armonico. Sarà però un’altra indipendente, la Bong Load Records a fare la sua fortuna. I due proprietari, Rob Schapf e Tom Rothrock, sentono suonare Beck in due occasioni diverse, uno all’insaputa dell’altro, e ne rimangono impressionati. Nel giro di una settimana, Rothrock e Beck si danno appuntamento per una jam a casa del produttore Carl Stephenson. S oy un pe rdedor

Sembra che Loser, il brano che ha fatto di Beck subito un personaggio, sia nato in maniera completamente improvvisata. A casa di Stephenson, il giovane cantautore anti-folk si sarebbe inventato al volo un rap su una sua frase di slide guitar che il produttore aveva campionato come base, unendola a un pattern ritmico in stile hip-hop. Anche il ritornello nasce lì per lì, come una sorta di commento sull’incapacità di Beck in quelle nuove vesti di rapper. Soy un perdedor – I’m a loser baby so why don’t you kill me è una frase destinata a fare storia. Nasce così un brano iconico per gli anni ‘90 quanto possono esserlo una Smells Like Teen Spirit, una Unfinished Sympathy, una Inner City Life. Nell’impasto entrano un sample di Dr. John e qualche frammento vocale rubato al presidente George Bush. Prima di uscire con Loser, Beck compare su uno split single condiviso con i Bean a cui affida due sue canzoni: To See That Woman of Mine e MTV Makes Me Want To Smoke Crack (in versione differente da quella incisa come lato B di Loser). L’11 gennaio 1993 firma il contratto con la Bong Load e nel maggio dello stesso esce finalmente il 12 pollici di Loser, accompagnata sul lato B da Steal My Body Home. Il singolo all’inizio è

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trasmesso dalle radio indipendenti e dei college, ma basta poco perché i network commerciali si accorgano di Beck. Loser diventa l’inno più noto della generazione X dopo Smells Teen Spirit, ma se i Nirvana sono l’ultimo colpo di coda del rock conosciuto fino al punk e all’hardcore, Beck crea un collage inedito con la slide campionata che fa da cucitura, il frammento di Dr John, la metrica hip-hop addizionata di chitarra raga rock, il rap e l’epocale ritornello ritornello bilingue, dando l’idea di inventare il nuovo cantautorato zapping degli anni ‘90. Personaggi come i Cake o Liam Lynch (o il nostro Bugo…) non sono immaginabili senza di lui, per non parlare delle molte altre imitazioni che ha generato il suo successo. Su LP è lo stesso cantautore proteiforme che dongiovanneggia con i generi: suona acustico o filtra la voce come un Trent Reznor in bassissima fedeltà, gioca a fare il fricchettone, il metallaro, l’Hare Krishna, l’elettronico, il caciarone funky/disco, i Beastie Boys e Bob Dylan, tanto Pay No Mind è una Desolation Row dell’era dei centri commerciali “uguali per tutti”, di cui scriveva Douglas Coupland. Il menù di Mellow Gold (1994) è davvero vario, il rockblues di Fucking With My Head, l’hip-hop da storditi – dalle movenze quasi al ralenti – di Soul Suckin’ Jerk e Sweet Sunshine, i momenti di stralunata psichedelia folkeggiante di Truckdrivin Neighbours Downstairs e Blackhole, il dub quasi raga di Steal My Body Home, il folk-anti-folk di Nitemare Hippy Girl, il metal lo-fi di Motherf__er, lo sciolto funkettino di Beercan… L’accordo di distribuzione tra la Bong Load e la Geffen ha qualcosa di rivoluzionario. Beck è infatti lasciato libero di pubblicare dischi su etichette indipendenti. A proposito di indie, il CD di Loser con quattro b-side diventa il primo singolo indipendente a raggiungere la top ten di Billboard. Uscito il primo marzo del 1994, Mellow Gold raggiunge il tredicesimo posto nella classifica dei singoli e due mesi dopo ottiene il primo disco d’oro. Nel 1995, dopo la partecipazione di Beck al Lollapalooza, diventerà platino. O ne Foot in t he G r ave

Mellow Gold è il disco più importante di Beck pubblicato nel 1994. Non l’unico. A gennaio esce per la Fingerpaint Records, in un’edizione iniziale limitata di 3000 copie, A Western Harvest Field by Moonlight, ancora più autoindulgente di Golden Feelings nell’accumulare qualunque idea incisa su un registratore, compreso un pezzo di un minuto, Feel Like A Piece of Shit, in tre versioni diverse, oltre ai bozzetti per voce e chitarra acustica e a chincaglierie da demo casalinghi.

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© Peter Hapak

A marzo la Gusto Productions/Flipside Records pubblica Stereopathetic Soulmanure, una raccolta di canzoni registrate tra il 1988 e il 1993. Siamo ai limiti del lo-fi ma con una confezione molto meno grezza. La voce non sembra più riprodotta da un walkman con le pile scariche come a tratti in Golden Feelings, e almeno il country rock di Rowboat e The Spirit Moves, Putting It Down o il country puro di Satan Gave Me A Taco vanno molto al di là del semplice demo. A compensare provvedono una nuova versione di No Money No Honey, che sembra registrata con uno di quei mangiacassette portatili con cui si giocava da bambini, lo sketch per sola voce e armonica di One Foot in the Grave, la strampalata folk song per voce e banjo Today Has Been a Fucked Up Day, lo sberleffo di Rollins Power Sauce, l’assurda traccia finale Modesto e i numerosi intermezzi con registrazioni casuali e parodie. Stereopathetic Soulmanure voleva essere il contraltare indipendente di Mellow Gold e ci riesce benissimo (vedi Thunder Peel) – riesce benissimo a confondere le idee e disorientare la maggior parte di chi segue il cantautore californiano (e che se non era di quelli già smaliziati ai tempi, lo ha conosciuto grazie a Loser). Il 27 luglio arriva One Foot in the Grave, registrato ai Dub Narcotic Studios

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con la collaborazione di Calvin Johnson e di altri musicisti del giro della K Records. In questo caso lo-fi vuol dire spartano, ma i suoni sono molto più nitidi e meno fai-da-te in un album tutto di canzoni. Anche Johnson è della partita, il suo inconfondibile registro basso si ascolta nei cori di I Get Lonesome; l’album rispecchia l’estetica dell’etichetta di Olympia fin nel rock and roll sferragliante di Burnt Orange Peel ma è inconfondibilmente Beck, tanto ripropone l’originale vena anti-folk in Cyanide Breath Mint e Asshole insieme alle citazioni di blues acustico ed elettrico. È il disco più compiuto, e il meno frammentario della sua produzione full indie che in questo 1994 è praticamente ipertrofica. Ci darà, forse a malincuore, un taglio. J e suis un revolu tionair e

La frase scritta sul retro di copertina di Odelay (1996) è di quelle che non si scordano facilmente. All’inizio Beck avrebbe voluto seguire una direzione acustica, più simile ai dischi “collaterali” al suo fortunato debutto, ma dopo aver registrato quasi un LP intero decide di sciacquare i panni a casa di un team di produzione all’avanguardia, quei Dust Brothers che avevano lavorato su Paul’s Boutique dei Beastie Boys. Il risultato finale va un passo oltre Mellow Gold sia in direzione di un songwriting più fluido sia di una produzione più fantasiosa, e vince su tutta la linea. Il Marcel Duchamp del rock anni ‘90 si diverte a campionare tutto il possibile e imbastire trame imprevedibili dove i generi si accavallano fino a confondersi. Si comincia dal funk con riff di chitarra noise di Devil’s Haircut e dallo sfarfallio blues di Soulwax; sulla scia di queste prime incursioni in una nuova koinè pop si prosegue sulla stessa falsariga, tra i profumi country e r’n’b di Lord Only Knows e gli accenti jazz e soul di The New Pollution. Più difficile identificare il programma dei pezzi successivi, tra una Novacane e una High 5 che strizzano volentieri l’occhio ai Beastie Boys, la ballata Jack-Ass, Where It’s At, primo singolo e vero sequel di Loser con l’organo Hammond al posto della slide guitar e con l’aggiunta di scratching, battimani e break in stile jazz, il punk filosonicyouth di Minus, il country-rock burlesco di Sissyneck, il passo quasi dub di Readymade, e il folk acustico di Ramshacle, unico frutto delle passate sedute con Rothrock e Schnapf. Un nuovo tipo di crossover entra di forza nella canzone folk americana: né bluesman, né rapper, ne rocker, né folksinger, o meglio un misto di tutti e quattro, Beck si impone come lo zeitgeist nella musica popolare americana. Chef d’ouvre d’un revolu-

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tionaire, Odelay ha la stessa varietà del predecessore ma dimostra una coesione e una rifinitura che a Mellow Gold mancavano. Mu ta nti e avvoltoi

Tra la metà di marzo e i primi di aprile del 1998 Beck registra Mutations. Questa volta in cabina di regia c’è Nigel Godrich, sesto uomo dei Radiohead. In studio affiancano Beck i musicisti che lo accompagnano in concerto: il batterista Joey Waronker, il chitarrista Smokey Hormel, il bassista Justin Meldahl-Johnsen e il tastierista David Joseph Manning Jr. Non per caso, si tratta di un disco molto più suonato e senza campionamenti. Le canzoni hanno tutte un suono organico e abbastanza naturale. Scippato in extremis dalla Geffen alla Bong Load, l’album realizza un uno-due memorabile in apertura con il folk-rock un po’ alla Dylan di Cold Brains e il raga-folk di Nobody’s Fault But My Own, i cui archi sono arrangiati da papà David. Le tracce successive svariano da un folk melodico mai così classico al country tout court di Canceled Check e Sing It Again (scritta, sembra, per Johnny Cash), dal blues di Bottle of Blues al rock di Static, dall’hard di Diamond Bollocks e alla bossa nova di Tropicalia. Una controrivoluzione rispetto a Odelay; in questo terzo disco major, Beck mantiene un approccio più tradizionale e l’impostazione dei suoi lavori di nicchia per piccole indipendenti ma con un profilo più alto rispetto alle sortite lo-fi. Il “colpo di mano” della Geffen tra l’altro avrà anche strascichi in tribunale che porteranno a un accordo tra le parti. Beck pensa al disco seguente come al vero successore di Odelay. Eppure in Midnite Vultures (1999) riesce ancora a spiazzare le aspettative di tutti. Mr. Hansen torna a lavorare a casa, sostituendo il computer al vecchio quattro piste, e confeziona un disco molto più colorato e danzereccio. Canzoni catchy come Sexx Laws, scoppiettanti come Mixed Bizness, intricate come Nicotine and Gravy, eccentriche come Get Real Paid e Hollywood Freaks, estrose come Peaches and Cream e Milk and Honey (featuring Johnny Marr) gravitano sempre verso un baricentro di ritmo funky con break e innesti fantasiosi di hip-hop ma anche molta dance, r’n’b, soul e giusto un pizzico di country (il banjo proprio in Sexx Laws). Lo stile vocale di Beck cambia di conseguenza, più acuto e soul. Un titolo come Peaches and Cream, con il suo morbido e sensuale r’n’b, il signor funk che fa da padrone di casa, la fantasia e i tanti falsetti, fa pensare a Prince. I Dust Brothers tornano da ospiti in Hollywood e la lunga e spa-

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© Autumn De Wilde

ziale Debra, una vecchia outtake ripresa con un arrangiamento sfavillante, fa pensare ancora al principino di Minneapolis. L’interesse di Beck per r’n’b e soul è stato illustrato brillantemente in un’intervista a Vibe: «Una canzone r’n’b può contenere diversi livelli di lettura. Può avere una carica sensuale che in un contesto rock suonerebbe pacchiana. La sua caratteristica più interessante è proprio l’ambiguità. Può parlare di amore non corrisposto e di desiderio carnale. Può essere piena di humour, ma questo non significa che sia meno profonda. Tutte cose che non puoi trovare altrove nella cultura americana». Beck dimostra ancora una volta di voler rimanere a tutti i costi imprendibile, inclassificabile, inafferrabile. In una sola parola, imprevedibile.

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C ambi di rotta e r it or ni al fu t u ro

Beck è sempre stato un artista “alternativo” controcorrente. Lo era agli esordi dove, preso tra i due fuochi del rap e del grunge, aveva trovato una sua terza via, e lo è ancora alla fine degli anni ‘90 a livello di mainstream, in mezzo al nu metal e al pop di MTV. Controcorrente Beck rimane anche nelle sue scelte “conservatrici”. Sea Change (2002) è uno dei suoi album più discussi. Ed è l’ennesima sterzata di questo trasformista della canzone d’autore. Il disco registrato agli Ocean Way Studios con Nigel Godrich si presenta come la sua raccolta di canzoni più omogenea nell’atmosfera e nelle scelte stilistiche, all’insegna di un pop acustico elaborato in studio, di tono introspettivo e dal respiro armonico corale, completo di arrangiamenti d’archi eleganti e drammatici sempre a cura di papà David Campbell. Intimo nel contenuto e quasi sinfonico nella forma, senza essere barocco, si tinge di psichedelia in Golden Age, un lento maestoso che ricorda alla lontana la Five Stop Mother Superior Rain dei Flaming Lips, e in molte delle tracce successive. Il mood malinconico, per non dire depresso, è influenzato dalla rottura con la fidanzata storica Leigh Limon, avvenuta due anni prima e una ferita ancora aperta nel momento in cui sono state scritte le canzoni. Lost Cause, Lonesome Tears, It’s All In Your Mind, Guess I’m Doing Fine, sembrano allacciarsi direttamente a quell’esperienza. Il cambiamento più repentino è addirittura quello a livello di testi, in cui Beck abbandona i giochi di parole ironici e astratti per raccontare i suoi stati d’animo con un tono confessionale mai sentito prima. Sea Change viene accostato al Bob Dylan di Blood on the Tracks, a Nick Drake per il tono intimista e a Serge Gainsbourg per la patina sinfonica degli arrangiamenti (c’è anche una sua citazione sotto forma di sample); artisti che – Dylan a parte ma per altri motivi – difficilmente sarebbero stati citati dalla critica per i dischi precedenti. Guero (2005) salta a piè pari, all’indietro, la fase del suo predecessore e si ricollega al duo Odelay/Midnight Vultures contando sulla rinnovata collaborazione con i Dust Brothers. Non potendo rivaleggiare con Odelay per ispirazione e qualità di scrittura, riprende comunque i contorni dello stesso collage electro-acustico puntando più in direzione di un patchwork di hip-hop, rock, funk ed elettronica a volte coinvolgente – l’azzeccato singolo E-Pro e una Girl che strizza l’occhio al pop, o la conturbante Black Tambourine (inclusa anche in una scena memorabile di Inland Empire di David Lynch) – e altre un po’ più standardizzato, sbilanciato

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su ritmi dance che si prestano bene, tra l’altro, per l’operazione di remix integrale Guerolito. E un disco ondivago è anche il successivo The Information (2006). Per la prima volta la musica di Beck dà l’impressione di essere diventata un po’ ridondante anche nel suo – ci rendiamo conto benissimo che di ossimoro si tratta – prevedibile eclettismo. Ci si accontenta, ed è un bell’accontentarsi, del groove serrato di Nausea, del funky sintetico di Cellphone’s Dead o della melodia facile di Think I’m In Love, dell’ottima produzione (Nigel Godrich) e di un album che in generale satura l’ascolto di spunti per lasciare comunque in bocca un retrogusto ancora buono. Da lla colpa al nuovo mat t ino

La cura Danger Mouse di Modern Guilt (2008) porta Beck a spaziare verso sonorità di chiara reminiscenza sixties riviste alla luce del presente. Così si riscopre neobeatlesiano nella title-track e in Volcano, e dimostra tra l’altro di sentirsi perfettamente a suo agio in quei panni, che la spalla scelta lo aiuta a cucirsi con precisione sartoriale. Dai ritmi compressi e sincopati di Orphans Youthless e Replica al riff e al boogie di Soul of a Man e Profanity Prayers è tutto un “vecchio stile con suoni nuovi” e un viceversa. Per quanto stimolante, è un disco a cui manca ancora di qualcosa a livello di songwriting per rivaleggiare con le sue opere migliori. Alla fine degli anni Zero, Beck vive un periodo di relativa inattività dal punto di vista discografico, ma non sparisce affatto dalle scene. Lo si trova attivissimo in veste di produttore a fianco di Thurston Moore, nella parentesi semiacustica del buon Demolished Thoughts, di Stephen Malkmus e dei suoi Jicks per Mirror Traffic e soprattutto di Charlotte Gainsbourg in IRM. Soprattutto, perché l’album della figlia dell’indimenticato Serge è per buona parte farina anche del sacco del signor Hansen, avendo lui scritto la maggior parte delle canzoni e curato la confezione su misura per la vocalità di Charlotte, aiutandola a dare il meglio di sé tra alt-folk e un piglio da chanteuse moderna ed eclettica. E lo si vede poi alle prese con due, anzi con tre progetti sorprendenti. Il primo è il Record Club. Una collana – così potremmo definirla – di dischi tributo registrati in un solo giorno durante un meeting informale con amici musicisti. Nascono così remake di album interi di Velvet Underground (il primo, mitico), Leonard Cohen (Songs of Leonard Cohen), Skip Spence, Yanni e, forse la scelta più curiosa di tutte, gli INXS (Kick). I nomi coinvolti sono da acquolina, tra Wilco, Liars, Thurston Moore, Devendra

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Banhart, l’attore (e cognato) Giovanni Ribisi, e, naturalmente lui. Come se non bastasse, nel 2013 ecco Song Reader, una serie di canzoni originali pubblicate solo su spartito, di cui il sito ufficiale ospita le versioni realizzate da musicisti di ogni latitudine. Una sorta di album “social” nell’era della condivisione esasperata, e allo stesso tempo la riscoperta di un tipo di fruizione della musica legata all’epoca pre supporti fonografici. E ancora, c’è il ruolo da remixer d’eccezione per la musica di Philip Glass. E prima del nuovo disco, il Nostro ha battuto sentieri ben diversi con i singoli Defriended, I Won’t Be Long e Gimme, che guardano verso una dance e un pop elettronico più sperimentali. Di Morning Phase, l’album da poco uscito nei negozi, i maligni hanno già scritto che è un numero del Record Club dedicato da Beck a se stesso. È un giudizio ingeneroso per un album che tradisce un programma ben preciso, nella scelta di riproporre il tema produttivo e il tipo di sonorità di Sea Change, rendendo omaggio alla grande tradizione della West Coast degli anni ‘60 e ‘70. È un disco di classic rock più raffinato di Mutations e molto più positivo nel mood rispetto al suo omologo, prodotto e arrangiato in maniera esemplare; senza limitarsi al compitino, e non è meno personale di quelli che lo hanno preceduto. È in fondo soltanto l’ultimo, provvisorio tassello di un puzzle che per fortuna si espande di progetto in progetto con particolari e spazi nuovi come quello che ci attende ora. Si parla già del successore di Morning Phase, in cui, dopo aver parlato anche di un fantomatico erede di One Foot in the Grave, Beck dovrebbe lavorare insieme a Pharrell Williams. Una coppia esplosiva o un passo azzardato? Presto per dirlo, i risultati parleranno da soli. Una cosa appare chiara: anche dopo aver passato in rassegna i passaggi più importanti della sua carriera cercando di ricomporre il suo ritratto, c’è sempre un tassello mancante che ci porta avanti, dove il nostro protagonista dimostra di saperci ancora sorprendere e spiazzare. All’alba dei vent’anni di carriera e con un nuovo giorno aperto da un luminoso mattino.

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Genere: avant, world_etnica Con l'acquisizione nel proprio roster dei newyorchesi Aa, per gli amici Big A Little A, la Northern Spy si può tranquillamente fregiare del titolo di label più "aperta" al mondo, potendo contare su tutto l'alfabeto indipendente dagli Aa, appunto, ai fantastici Zs. Battute a parte, l'esordio per l'etichetta concittadina non apporta nuovi stimoli ad un gruppo che già in passato aveva offerto prova del suo essere in grado di elaborare un sound personale pur nella voluta limitatezza della strumentazione. Gente del giro Boadrum, per capirsi, a metà tra la comune arty made in Williamsburg e l'attenzione a un primitivismo/terzomondismo né di facciata, né di maniera, che portava il collettivo newyorchese a "percuotere, percuotere, percuotere" creando l'ennesimo legame tra world music tribale e avanguardie off. VoyAagers arriva a riempire un vuoto che ormai cominciava a farsi preoccupante, visto che da gAame sembra passata ormai una intera era geologica. L'album su Northern Spy, però, ci offre una band bella vigorosa e con un approccio muscolare as usual, anche se le concessioni ad un sound sempre ritmicamente acceso ma più riflessivo e mediato, così come più avventuroso nel disegnare una sorta di forma-canzone, sembrano via via prendere il sopravvento. L'uso dei synth, ad esempio, oppure le screziature droning che a tratti si fanno tappeto minaccioso, una certa attenzione alle dilatazioni psichedeliche e ambientali così come un lavoro di

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fino sulle voci – più melodiche e "intrippanti" -, sembrano star lì a dimostrare come gli Aa si siano decisi a fare quel passo oltre le dinamiche ristrette da comune alternativa, per offrirsi ad un pubblico più ampio: della serie, prendete Glow Wreath e ditemi che in un mondo migliore non sarebbe sia una hit radiofonica, sia un successo da dance hall più o meno alternativo. Gli Aa di VoyAagers, insomma, ci tengono a farci sapere che non sono più una party band per alternativi fichetti ma una band vera e propria. 7/10 Stefano Pifferi

Adam Carpet - Adam Carpet (Rude Records,2014) Genere: post-rock, electro Negli anni Settanta lo avremmo chiamato supergruppo, ora il termine sembra quantomeno desueto (se non proprio ingenuo). Resta il fatto che gli Adam Carpet sono una sorta di progetto trasversale in cui suonano personaggi ben noti alle cronache musicali nazionali (ma in special modo lombarde), ovvero Diego Galeri (Timoria, Miura), Alessandro Deidda (Le Vibrazioni, I cosi), Edoardo Barbosa, Giovanni Calella (Kalweit And The Spokes) e Silvia Ottanà. Trasversale la line up della band, almeno quanto lo sono i suoni: quelli contenuti nel disco d'esordio della formazione milanese – uscito in digitale un anno fa e stampato ora in CD, con l'aggiunta di due bonus track – riescono a sintetizzare un post rock piuttosto fisico, sommato a wave, electro e qualche ambiente

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Aa - VoyAagers (Northern Spy Records,2014)


Fabrizio Zampighi

Addison Groove - Addison Groove presents James Grieve (50 Weapons,2014) Genere: bassmusic, jungledrumnbass C'è una discreta attesa attorno al nuovo album di Antony Williams sotto l'alias di Addison Groove, e non solo perché a licenziarlo sono i Modeselektor tramite la sodale 50Weapons. Il producer di Bristol, sia che si presenti nelle vesti d'architetto dubstep con il moniker di Headhunter, sia che sforni tracce footwork nell'esordio sotto l'attuale ragione sociale Transistor Rhythm, ha sempre dimostrato creatività e

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cesello nel maneggiare di volta in volta l'attualità elettronica che più lo stimolava. Non stupisce pertanto vederlo ora alle prese con una scaletta ringalluzzita dalla jungle, terreno privilegiato d'azione di molti produttori negli ultimi mesi, a partire dai suoi contatti più stretti ovvero Om Unit, Sam Binga e per quelle vie, naturalmente, Machinedrum, Tessela e tutta la ciurma analizzata nello speciale New Eski Jungle. Con Addison Groove presents James Grieve, dove quest'ultimo è il nome dell'inventore scozzese di una antica varietà di mela, Williams tenta un'impollinazione personale intendendo rullanti e i poliritmi come un naturale sbocco della footwork (vedi anche Dj Rashad con Double Cup) ma anche come una delle possibilità messe in gioco. Rifacendosi alla metafora del frutto, il bristoliano dosa vari stili e generi, consistenze e sapori: dominano colori e dolcezza ma l'ascolto contempla anche tutta l'acid(idità) dei primi morsi. Il disegno post-massimalista ricamato su quest'album dei Modeselektor trova così una perfetta collocazione nelle tracce con l'amico Sam Binga (11th) o nei territori idm-acid à la Chemical Brothers ricollocati a dovere su andamenti footwork (Space Apples o Bad Seed). Altrove, interludi come Malus richiamano alla mente le produzioni di Moderat, come The Spirit Level tira in ballo certo eclettismo 50Weapons o le pieghe r'n'b di One Fall si riallacciano alla Katy B degli esordi. In generale, la seconda prova lunga di Addison Groove è una produzione assimilabile a Threads di Jim Coles o alla Vapor City di Travis Stewart, ovvero riconducibile a una nutrita serie di lavori (in arrivo anche Scuba almeno secondo quanto ha dichiarato il diretto interessato qualche mese fa) che si sono mossi tra coordinate ad ampio raggio tra pop, ritmi e oculata retrologia dance, una forbice allargata che ha attivato in questo caso un mix di

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vagamente pinkfloydiano. Il tutto ottenuto con due batterie, due bassi elettrici, chitarra, synth e un attenzione maniacale per il suono. Sembra di ascoltare dei Calibro 35 trasposti sul dancefloor, non fosse che i sincopati della band di Gabrielli e soci e l'alone hard boiled che si portano dietro, qui diventano una compartimentazione stagna di suoni strumentali calcolati al millesimo, "macchinici" e da un certo punto di vista anche più freddi. Il che non significa scadenti, sia ben chiaro, anche perché i musicisti sanno quel che fanno e riescono a dar vita a una progressione di ascolto omogenea, razionale, ma non per questo prevedibile. Tra suoni onirici e breakbeat imbastardito (I Pusinanti), rimandi a certo prog à la Pineda (Carpet), cinematicità da soundtrack (Baby Yar), chitarre slide e bassi psichedelici (Cowgirl In The Shower) e certe svisate no wave (Jazz Hammerhead), gli Adam Carpet costruiscono un'impalcatura sonora avvincente e tarata sui concerti. Nonostante l'ubriacatura di stili, quello che convince è soprattutto la capacita del gruppo di ordinare sistematicamente i contributi strumentali in un flusso comprensibile, energico e dettagliato. 7/10


Genere: folk, garagerock Scrivere di Angel Olsen significa necessariamente scrivere di una delle voci più espressive e di una delle migliori penne attualmente in circolazione (tanto che dire che il Roy Orbison ed il Leonard Cohen della nostra generazione sono femmina sarebbe forse esagerato, ma senz'altro non criminale). Scrivere di Burn Your Fire For No Witness, secondo album lungo della cantautrice di Chicago, significa però (anche) scrivere d'altro, ed in particolare del fatto che si tratti della prima volta in studio con fullband a supporto. Significa, inoltre, scrivere di un disco profondamente diverso dal predecessore (Half Way Home, 2012), che vede la nostra spogliarsi volentieri degli essenziali panni alt-folk (dai rimandi ad Emmylou Harris e Jason Molina) che l'hanno resa oggetto di culto istantaneo, per abbracciare garage, indie lo-fi, rock 'n' roll, psych, country ed americana. Un disco che, sempre rispetto all'esordio, compie un passo ulteriore a livello di testi, ovvero quello di elevare la profonda solitutine e le mancate appartenenze – che restano il fulcro della poetica Olseniana – a sentimento collettivo, dunque positivo. A veicolare questa particolare distorsione di percezioni è la Angel Olsen dal sarcasmo franchissimo che in Half Way Home si intravedeva soltanto e qua, invece, catapulta Hi-Five tra i brani imprescindibili della prima metà del 2014. Lo stesso sarcasmo, poi, esalta la scrittura in generale, rendendola più eclettica, varia, pregna e catartica che in passato. Di più: non ci è dato di rilevare alcun calo di mordente lungo la tracklist, ma soltanto di avvertire il futuro ascoltatore della probabile identificazione che lo investirà, specie con riguardo all' "I feel so much at once that I could scream" contenuto in Stars. In conclusione, è possibile che i fan di vecchia data continuino a preferire la Olsen più esistenzialmente devastante, quella a cui dedicarsi tutto il giorno nei giorni più plumbei e che qua risiede in White Fire ed Enemy. È pure lecito. A noi risulta comunque impossibile non amare (anche) Burn Your Fire For No Witness, mentre, arrivati a questo punto, troveremmo inaccettabile lo smettere o, peggio, il non aver ancora iniziato a venerare l'artista in questione. 7.5/10 Massimo Rancati

bass, footwork, jungle, house, balearica, ghetto sound e acid . E' una produzione che mira in alto, questa, dispersiva nel suo approccio ad "innesto controllato", riuscita nel bilanciare gli ingredienti, nel governare i groove, eppure ancora alla ricerca di una vera quadratura. 7/10 Edoardo Bridda

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Alpaca Sports - Sealed With A Kiss (Luxxury,2014) Genere: pop Indie guitar pop never die. Il pop da cameretta sembra non avere mai uno stop, se è vero che in ogni parte del mondo ogni adolescente nutre pressoché gli stessi sogni condivisi. L'ultimo esempio è rappresentato dagli svedesi Alpaca

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Angel Olsen - Burn Your Fire For No Witness (Jagjaguwar,2014)


Genere: jazz, doom E' musica della solitudine, quella dei Bohren and Der club of Gore. L'hanno registrata col marchio doom ridden jazz; noi la possiamo immaginare in mezzo ai Pan American, ai Sunn O))), all'ambient jazz in versione cocktail music, in fondo una buona manciata di martini vodka sono essenziali per le visioni intime e nottambule del quartetto tedesco. Piano Nights è l'ottavo album in venti e passa anni di carriera. I Nostri hanno seminato il loro culto, ormai, grazie a una discografia decisamente monolitica, strumentale, condita da andature lentissime e poca sovrastruttura, in cui le micro variazioni avvengono a livello umorale. C'erano i toni crepuscolari di Sunset Mission, il nerissimo Black Earth e poi un percorso a ritroso sul sentiero dell'introspezione che culmina ora con Piano Nights, indubbiamente uno dei lavori più complessi del combo teutonico. Non era mai stata così umana la musica dei Bohren and Der club of Gore, così dubbiosa. C'è un senso di amarezza ormai assimilato, un'amarezza che offre il fianco alla riflessione e all'autocompiacimento ed è il pianoforte a suggerire ora una linea ora l'altra, corredato da pochi elementi aggiuntivi: un vibrafono, un sassofono, un organo a fornire il manto sacrale. E' proprio in questa mescolanza di sensazioni, o se vogliamo nell'assenza di una lettura univoca, che Piano Nights rivela la sua bellezza. Ci si ritrova immersi in una notte lunghissima, in uno slow jazz infinito che tenta di raggiungere una catarsi salvifica prima di riscoprire la luce del mattino. Ed è qui che sta il lato seducente della musica dei Bohren and Der Club of Gore, nella consapevolezza che, alla resa dei conti, la suddetta catarsi non è affatto garantita. 7.2/10

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Bohren and Der Club Of Gore - Piano Nights (Ipecac Recordings,2014)

Stefano Gaz

Sports, da Goteborg. L'esordio Sealed With a Kiss è stato preceduto da singoli e 7" accattivanti che tra il 2012 e il 2013 hanno fatto conoscere e apprezzare la formazione. Trattasi di fresche songs, che fanno riferimento ai classici più classici del genere, leggasi The Smiths e Belle and Sebastian in primis, e che il leader e songwriter Andreas Jonsson riesce a rendere lievi con grazia. D'altra parte migliore presentazione non poteva essere fornita, a partire dal delizioso artwork di Ray Kimura a base di paesaggi estivi bucolici e poesie da dedicare alla propria amata. Ci sono quindi nel disco tutti gli elementi archetipici del genere, conditi da musica non

scontata, genuino guitar pop riverberato, che va dai tocchi esotici del recente singolo Just Like Johnny Marr, con bonghi e mandolino, alla malinconia di The Old Oak Tree, dal romanticismo di Just For Fun al ritmo di He Doesn't Even Like You. Niente di nuovo, con un po' di nostalgia a ripensare a quei tempi e a quei momenti. 7/10 Teresa Greco

Bad Apple Sons - My Dear No Fear (Chic Paguro,2014) Genere: rock Firenze, si sa, è da sempre stata uno dei più ferventi centri culturali italiani. Anche adesso,

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per poi procedere in estate nello studio mobile fiorentino di Paolo Mauri. A rimandarci ai sopracitati Afterhours non è solo la produzione, ma anche l'artwork di copertina, che a colpo d'occhio non può che farci venire in mente quello di Hai paura del buio? Gli anni '80 regnano sovrani, nonostante sia percepibile un tentativo di distacco e di creazione di una propria identità. Le due track di apertura (Free Neutral Enterprise e Tempest Party) sono una riuscita, seppur meno elegante, citazione rispettivamente del primo Nick Cave e dei Birthday Party, mentre My Dear and Fear e No No ci spingono verso orizzonti post-core (gli Shellac più cattivi). L'attitudine dei Bad Apple Sons è grezza ma ben costruita, a tratti psichedelica, a tratti metal (The Holiest, Cowards), la voce di Clemente Biancalani è il marchio di fabbrica della band, e si presta a diverse interpretazioni: potrebbe, un po' come per il nostro Capovilla nazionale, infastidire all'estremo o stendere uno stuolo di fan. Le scommesse sono aperte. 6.8/10 Alessia Zinnari

Be Forest - Earthbeat (We Were Never Being Boring Collective,2014) Genere: indie, post-punk, shoegaze, dream Il primo disco si chiamava Cold e aveva i suoni secchi e gelidi della steppa del nord; aveva gli echi di decenni lontani della musica wave, sfumati di shoegaze e velatamente misterici. Il secondo disco – che è sempre il più difficile della carriera di un artista – si chiama invece Earthbeat e ha il cuore caldo e il ritmo scandito dal battito della terra; e su quella desolata terra ha i piedi piantati fino all'osso, con un gusto più esotico, fatto di riti tribali e, soprattutto, di una raggiunta maturità. È giusto sottolineare questo contrasto, che, si badi bene, non segna una svolta nel sound dei Be Forest (sempre giocato su chitarre riverbe-

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nell'epoca dello streaming facile, nell'epoca dell' "io sono un producer, e tu?", nell'epoca di Ableton, questa simbolica città si presenta ancora come punto di riferimento per un approccio classico all'arte. La somma arte, saremo tutti d'accordo, è quella della musica, e quindi come non accorgersi (se si è italiani) che a Firenze c'è una scena musicale rock/noise/ new wave equiparabile a quella di poche altre città del Bel Paese? I nomi si sprecano, TooMuchBlonde, Her, Kill the Nice Guy, Tribuna Ludu, King of the Opera, per non parlare di quelli della gloriosa epoca new wave/alternative rock con band adesso considerate storiche quali Diaframma, Pankow, Litfiba. In questo panorama così pieno di belle pr(o/e) messe si fanno strada i Bad Apple Sons, con il loro secondo album, My dear no fear, in uscita a marzo a ben quattro anni di distanza dal primo. Quattro anni spesi non solo a provare, produrre, maturare, ma anche a lavorare sul concetto di "scena locale". Mai come adesso l'associazionismo è importante per emergere, per riuscire a distinguersi e per non restare invischiati in certi meccanismi da cultura di massa, e questo i Bad Apple Sons lo hanno capito, dando vita insieme ad alcuni colleghi ad un collettivo che sulla pagina Facebook della serata di presentazione definiscono così: Chic Paguro è un collettivo artistico che ha origine dai rapporti di collaborazione instaurati nel tempo da alcune realtà dell'underground fiorentino (Bad Apple Sons, Kill The Nice Guys, King of the Opera, Tribuna Ludu e unePassante). Il progetto si propone di veicolare arte e musica senza rinunciare all'intrattenimento. My Dear No Fear è il risultato dalla collaborazione con Paolo Mauri, storico produttore degli Afterhours e di molti altri gruppi italiani '80-'90. Le registrazioni si sono svolte in appena due sedute primaverili in un isolato casolare della campagna pisana (West Link Studio),


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alcuni punti (Capured Heart) si fanno persino orecchiabili e soleggiati, complici forse un uso degli effetti più spensierato e un gusto tropicale (l'effetto flauto-traverso è gustoso) che sta prendendo piede un po' ovunque (ricordiamo il caso M+A). La dimensione del quartetto pare proprio la più adatta alle finalità di una band, che, diciamolo pure, avrebbe fatto un disco identico al primo, se quella chitarra fosse rimasta sola. Invece ci sono i synth al loro posto, un songwriting eccellente (in alcuni punti è difficile non pensare ai Mazzy Star), una voce – quella di Costanza – come al solito accennata e sensuale che tira in ballo, con lo stesso piglio, Nico e i Daughter. Resta un giudizio che è un po' lo stesso che fu ai tempi di Cold: è difficile non rimanere ingolositi e affascinati, sia che si valuti Earthbeat un'esperienza di continuità con il panorama internazionale (con inequivocabile carenza di originalità), sia che si prenda la forza stratosferica e viscerale di questa operazione artistica. 7.1/10 Nino Ciglio

Beck - Morning Phase (Capitol,2014) Genere: pop, indie, folk Abituato com'è ad accavallare progetti, inventarsi vite artistiche parallele e proporsi in più versioni come se fossero in pratica altrettanti spin-off di se stesso, Beck, per Morning Phase, ha seguito quasi alla lettera un disegno a cui aderisce per tutto il disco senza una deroga che sia una: scrivere il successore di Sea Change. Si capisce al volo anche senza aver letto alcuna anticipazione, bastano il giro di chitarra acustica che apre Morning e l'arpeggio iniziale di Heart Is a Drum per richiamare immediatamente alla memoria le atmosfere di Golden Age e Lost Cause. A occhi chiusi si sarebbe scommesso che gli eleganti arrangiamenti d'archi portino la firma di papà David Campbell e non sorpren-

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rate e ritmi tra wave e shoegaze), ma evidenzia – fin dalla copertina, fatta di un colore opposto a quella del disco d'esordio – il cammino artistico dei quattro (al trio si è aggiunto Lorenzo Badioli ai synth). Un cammino che li ha visti attraversare dignitosamente la dark wave di marca 4AD (Cocteau Twins e Dead Can Dance), il revivalismo 80s (Editors, Interpol), il punk rock di matrice più scura (Siouxsie, Christian Death), le tendenze rumoristiche dei 90s (My Bloody Valentine, Slowdive), sempre con un occhio alle ultime tendenze (The XX, Purity Ring, Grimes, Is Tropical ma anche Bon Iver, Devendra Banhart o Lykke Li). Ed proprio quest'occhio pretestuoso e tendenzioso verso i trend più in voga nel mondo indie – che ad alcuni potrà apparire un po' para-cool – che, in fin dei conti, fa della giovanissima band pesarese un radar attento e preciso, un crocevia interessante, un credo potenziale del gusto italiano, finalmente pronto – come si dice già da tempo – a fare il salto nel panorama internazionale. Se Cold era costruito su tracce di esistenza, Earthbeat è incentrato sulla coesistenza (solo per citare il disco degli XX, forse il più palese referente nelle tracce di Earthbeat). La coesistenza equilibrata dei livelli di scrittura, ad esempio. Per la prima volta si dà agli arrangiamenti il peso che meritano: certo, è sempre un sound minimale e del tutto interiorizzato, ma è gustoso scorgere alcuni brani strumentali o alcune parti delle canzoni in cui l'arrangiamento è veramente la base stessa della creazione estetica. Già, estetica. Perché ancora una volta, con i Be Forest, i conti tocca farli con la pancia e con tutti gli altri sensi, oltre che con l'udito. Coesistenza sciamanica, appunto. Quella che fa incentrare il disco su un totem (Totem I e II), che evoca spettri e presenze (Ghost Dance) da far inabissare le inibizioni e stimolare danze tribali. Ma non solo questo. C'è anche coesistenza lucida: di ritmi e melodia, che in


Genere: experimental Non sappiamo davvero da dove iniziare per parlarvi del cofanetto dei Deadburger, La fisica delle nuvole, considerata la quantità di materiale – musicale e non – contenuta al suo interno (testimonianza ne è anche un comunicato stampa dettagliatissimo lungo una ventina di pagine). Partiamo col dirvi che il lavoro consta di tre CD da ascoltarsi singolarmente ma anche come parti di un'opera complessiva. Nel booklet (più di 60 pagine con testi, immagini e informazioni varie in stile almanacco d'altri tempi) si parla di colonne sonore per opere teatrali, ma in realtà la musica contenuta all'interno dei dischi è uno sviluppo ulteriore che vive anche da solo. Gli autori sono i Deadburger, ribattezzatisi Deadburger Factory perché ogni disco fa capo a un "responsabile" diverso: Puro Nylon (100%) è di Alessandro Casini, Vittorio Nistri e Tony Vivona (ovvero i Deadburger), Microonde / Vibroplettri chiama in causa rispettivamente Vittorio Nistri e Alessandro Casini e La fisica delle nuvole è a nome Deadburger. La divisione dei pani, in realtà, non è solo un vezzo, perché i tre dischi si muovono in direzioni diverse ma allo stesso tempo complementari tra loro. Potremmo dire, per riassumere in modo grezzo e forse impreciso, che si va dalla forma canzone a omaggi a compositori contemporanei (soprattutto il primo e terzo disco), passando per un concetto di sperimentazione esemplificato in particolar modo da un Microonde/Vibroplettri che già dal titolo parla chiaro (musica ricavata da un forno a microonde e da oggetti vibranti). Un riduzionismo, il nostro, che in realtà non rende l'idea della complessità del materiale: l'ultimo disco citato, ad esempio, vira verso territori industrial/noise/droning (la parte di Vittorio Nistri) citando il krautrock (Cuore di Rana) e mostrando inclinazioni verso la soundtrack (Il dentista di Tangeri), lontano però da sterili avanguardismi didascalici. Tutto ha un senso, ne La fisica delle nuvole, e può essere ricondotto a una finalità precisa anche quando potrebbe non sembrare. Per un Puro Nylon (100%) che musica le poesie di Tony Vivona declamandole su una sorta di postrock-wave-prog e campioni musicali di Erik Satie ricontestualizzati – contemporanea e dimensione popolare convivono, ad esempio, in una Oltre con alla voce, Lalli e al violino una Jamie Marie Lazzara che sembra citare il John Cale velvetiano e più rumorista -, c'è un La fisica delle nuvole con nelle corde un oriente psichedelico sui generis (Amber), certo crossover elegante (Bruciando il piccolo padre), il funk (Deposito), gli archi (La fisica delle nuvole) e il folk-jazz (C'è ancora vita su marte). Quel che emerge da una valutazione complessiva del materiale è l'approccio perfezionista e davvero coraggioso dei responsabili del progetto (a cominciare dalla musica, per finire con le bellissime illustrazioni di Paolo Bacilieri), un suono dalla dinamica caldissima, un viaggio senza confini di genere fatto seguendo dettagli minimali attorno a cui costruire il tutto. Esperienza d'ascolto avventurosa, imprevedibile, capace di unire colto e popolare, ma soprattutto di stupire. Bravi davvero. 7.3/10 Fabrizio Zampighi

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Deadburger - La fisica delle nuvole (Snowdonia,2013)


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chi teatrali di Wave emergono con più chiarezza a un ascolto più approfondito. Con quel pizzico di imprevedibilità in più, che è forse l'unica vera pecca di un disco in cui la sensazione di deja vu è abbastanza marcata, rappresentato dai cambi di tempo di Blackbird Chain, evidenti invece sin dal primo incontro con un LP che senza gridare al capolavoro merita l'attenzione che riceverà. 7.1/10 Tommaso Iannini

Big Fox - Now (Hybris,2013) Genere: pop, folk A due anni di distanza dall'esordio eponimo, Charlotte Perers, in arte Big Fox, torna con Now, sophomore che prosegue lungo i binari di un cantautorato folk-pop che le aveva già fatto riscuotere diversi successi in patria: la cantautrice svedese, infatti, torna sulla scena dopo unanimi consensi di pubblico e di critica, e con alle spalle un tour come supporter delle First Aid Kit. Con loro, oltre alla nazionalità, la bella Charlotte condivide lo stesso gusto per atmosfere da sogno, le stesse melodie soavi e leggere, il medesimo riferirsi a paesaggi di intensa quiete bucolica: siamo di fronte ad un album dove in primo piano resta soprattutto la voce, declinata in lievi sfumature che, senza variare molto, si realizzano in brani indie/folk/pop. È quello che succede in Shadow, brano di apertura che esemplifica tutta la direzione del disco: melodie azzeccate né mai troppo ricercate, un'interpretazione vocale impeccabile impreziosita dalla presenza degli archi e del piano. Lo stesso gioco, convertito ad accenti più solari e catchy, che si ritrova nella successiva Girls, altro esempio di un pop ben confezionato e di facile presa, come dimostra anche la title-track: un brano costruito sul contrasto tra voce maschile e femminile e sviluppato su un tappeto

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de affatto leggere che il più abile trasformista della canzone popolare americana a cavallo tra due millenni abbia riformato la stessa band del disco del 2002 con i fedelissimi di un tempo Smokey Hormel, Justin Meldal-Johnsen, Roger Joseph Manning jr. e Joey Waronker. Si potrebbero sentire i due dischi quasi senza soluzione di continuità. Ma è tutto così programmatico e arido allora? Verrebbe da chiederselo. No, non è così. Prima di tutto c'è un altro piccolo antefatto, ovvero l'album registrato parzialmente a Nashville nel 2005; a quelle sessions risalgono tre pezzi, Waking Light, Blackbird Chain e la conclusiva Country Down. Poi, per quanto le soluzioni sonore siano speculari, in Morning Phase si respira un'atmosfera diversa, più leggera, senza – verosimilmente – il portato emotivo che Sea Change si trascinava dietro, e con in nuce una promessa di nuovo inizio come leitmotiv. Infine, il qui presente è un disco che cresce di ascolto in ascolto, lasciando affiorare lentamente le forme di un songwriting stiloso che piacerà meno ai cultori di certe bizzarrie beckiane; eppure non si può definire meno che classico e, per più di un verso, impeccabile. La confezione sonora è sempre puntigliosa e perfetta. Però non ci si ferma lì. Le pennellate di suono vintage di Morning e Country Down e gli echi di Byrds e Nick Drake di Heart Is a Drum o la finale, beatlesiana Waking Light tra i tanti orpelli mettono in mostra anche melodie convincenti e arrangiate in modo superbo. E fra gli omaggi al sound californiano classico da Crosby Stills and Nash a Gram Parsons – Turn Away, con le armonie vocali che più West Coast di così non si può – e le sfumature di americana moderna che fanno pensare ai Wilco e al neo folk rock dei Fleet Foxes, il country rock tinto di blues di Say Goodbye, l'esotismo psichedelico di Blue Moon, i toni avvolgenti delle ballate Unforgiven e Don't Let It Go, i drappeggi d'ar-

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Giulia Antelli

Blood Red Shoes - Blood Red Shoes (Cooperative Music,2014) Genere: rock Affetti da ipertrofria discografica – 4 LP e un EP dal 2008 ad oggi – gli inglesi Blood Red Shoes tornano con un omonimo album che non aggiunge nulla a quanto già detto dai precedenti episodi. La formula proposta dal duo di Brighton, composta da riff granitici e muscolose ritmiche, ha esaurito la sua efficacia, risultando il più delle volte scontata e a tratti stucchevole. Portano i Novanta sempre nel cuore, i Blood Red Shoes, e non lo nascondono affatto, e se in alcuni casi fanno ascoltare qualcosa di realmente interessante (Everything All At Once,

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An Animal, The Perfect Mess), in altri sbandano improvvisamente (Grey Smoke, Far Away) perdendo di intensità. Una band spaesata, ancora alla ricerca di una direzione e a corto di idee, che continua a pescare tra gli stereotipi di un genere che ha finito il suo ciclo vitale. A differenza del predecessore In Time To Voices, che cresceva piano, di ascolto in ascolto, Blood Red Shoes stanca già al secondo giro e non basta neppure l'ottima produzione di un bravo John Agnello (Kurt Vile e Sonic Youth) per allungare la vita a un lavoro che difficilmente entrerà nelle classifiche e nei cuori di chi ascolta. 5.7/10 Andrea Murgia

Bologna Violenta - Uno Bianca (Woodworm,2014) Genere: avant, noise Mantiene sempre più fede al nome scelto per il suo progetto in solo, Nicola Manzan. Cuore tematico di quello che è pienamente considerabile come un concept album, è proprio una delle pagine più violente della storia di Bologna: quella legata alla famosa utilitaria che dà il nome all'album e alle gesta sanguinose del fratelli Savi che incendiarono le notti bolognesi (ma non solo) tra la fine degli '80 e la metà dei '90. Più di cento assalti a mano armata con altrettanti feriti e venticinque morti ammazzati, fanno delle "gesta" della banda della Uno Bianca uno dei fenomeni più sanguinari della storia d'Italia, anni di piombo e stragismo mafioso esclusi. E Manzan, meglio di chiunque altro, rende appieno l'atmosfera di quel periodo col suo ipercinetico grind-core digitalizzato in cui chitarre inacidite e chincaglierie elettroniche rivaleggiano a suon di mazzate nel creare una sorta di soundtrack immaginaria delle scorribande dei Savi. Composizioni brevi, epilessie

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di percussioni che fa da sfondo al bel crescendo vocale, rendendolo sicuramente uno degli episodi più riusciti e atipici. Un mood confidenziale ribaltato dal refrain eighties di Romantic Movie Love, un pezzo che sembra scritto dagli A-ha e che non sfigurerebbe affatto nei titoli di una commedia romantica. A Charlotte piace giocare le atmosfere, alternando umori tenui e malinconici (ad esempio nell'arpeggio acustico di Cheer You Up) a solennità pop/soul (la conclusiva The Storm), spaziando da modelli che richiamano grandi songwriters come Tori Amos e Lisa Hannigan e vere e proprie eroine sforna-hit quali Emiliana Torrini. Sulla carta, nulla da eccepire, sulle casse invece tutto suona un po' troppo perfetto, dosato e calcolato fino all'ultima nota: sembra quasi che la giovane musicista si sia preparata al grande salto, quello in classifica. Di sicuro, ritroveremo Big Fox da qualche parte – forse in qualche jingle pubblicitario, o in qualche episodio di Grey's Anatomy -, ma difficilmente ci ricorderemo di lei. 6/10


Stefano Pifferi

Boxerin Club - Aloha Krakatoa (Bomba Dischi,2014) Genere: pop, world_etnica Ce ne siamo avvisti a più riprese in questi ultimi mesi: un nuovo gusto tropicale s'aggira per le tendenze musicali d'ogni dove. E se certo non rappresenta una vera e propria novità (quintali di funky e nu-funky, caraibico, marimba, world music, Peter Gabriel, Talking Heads, Tom Tom Club e altri avevano già fatto scuola), è singolare e curioso vederlo importato nel sound della nostra penisola. Fortunatamente non è più solo Nord Sud Ovest Est di Pez-

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zali a tenere alta questa bandiera, ma anche, ad esempio, il sound futuribile ed electro dei forlivesi M + A o l'esplorazione più acustica e giocherellona dei romani Boxerin Club. Aloha Krakatoa è il titolo del primo LP della band. Il disco, attraverso una parata festosa e colorata di ritmi oceanici ed equatoriali, trascende la separazione netta dei generi e consegna ai palati curiosi un prodotto divertente ed arzillo. Con il titolo si gioca sull'esplosione del vulcano indonesiano che molti anni fa provocò il rumore più forte mai udito sul pianeta, ma i Boxerin Club non si accontentano di de-strutturare i (pure numerosi) referenti, li filtrano invece nella loro personale esperienza, fatta – come sempre in questi casi – di concorsi e molta gavetta, ma anche di piccole soddisfazioni, come l'apertura dei concerti di Egyptian Hip Hop o show in onore di P Diddy. La produzione è affidata a un maestro: Marco Fasolo, leader dei Jennifer Gentle, che svolge un lavoro accurato ma non invasivo. In tutti gli undici brani si sente la presa diretta, che vorrebbe lasciare la fedeltà dell'esecuzione dal vivo, nella quale – immaginiamo – la band trova la sua forza. Così, mentre alcuni brani (Bah Bah, Caribbean Town, Hedgehogs, Black Cat Serenade) si muovono su una linea più movimentata e danzereccia ricca di trombe e percussioni e spesso ricordano i Vampire Weekend dei primi lavori, ma anche i Django Django o i Local Natives, altri episodi risultano più riflessivi ma non per questo meno incisivi: è il caso della malinconia pop di Clown o delle colline ghiacciate di Northern Flow. Più elaborati e misteriosi (ma forse anche più riusciti perché meno banali) sono invece gli ultimi brani del disco: quella Clouds'll Roll Away che strizza l'occhio a Naked dei Talking Heads con un tocco fusion ma anche a un Graceland di Paul Simon che ritorna a tratti nelle chitarre spezzate di Try Hocket o nel canto inglese

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soniche, assalti straight in your face lontani da ogni forma canzone ma funzionali nel rievocare la brutale fugacità degli assalti della "Uno Bianca", questi ultimi spesso condotti in un delirio di onnipotenza o superomismo. Un delirio ricostruito da Manzan nelle note triturate e nel parossismo sonoro generale, spesso rotto da contributi "reali" (qualche notiziario, voci lontane, gli inserti semi-klezmer di 10 Dicembre 1990 Bologna: Assalto Campo Rom o quelli da sagra di paese di 18 Agosto 1991 San Mauro A Mare: Agguato Auto Senegalesi) e da un uso massiccio delle orchestrazioni d'archi, quasi ad addolcire il tutto (l'atto finale 29 Marzo 1998: Suicidio Giuliano Savi, a rendere giustizia a un genitore incapace di sopportare la vergogna). Niente accondiscendenza da parte di Bologna Violenta, nessuna concessione al voyeurismo o all'osceno, ma solo alla Storia, nel tentativo di rendere nota una parentesi tra le più dure, mal gestite e tuttora aperte – vedi alla voce, polemiche scatenate su web e carta prima ancora che l'album venisse pubblicato – della Prima Repubblica. E un invito, estremo, disarticolato, violento quanto si vuole, a ricordare, ricostruire, non dimenticare. 7.2/10

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Genere: pop, world_etnica Denitza Todorova – in arte DENA – debutta con il full length dopo aver fatto alzare le antenne a più di qualche appassionato e amatore di female now-alt-pop con due singoli e qualche mixtape su Kitsuné. La sua è una sensibilità musicale che si accosta alle prove di M.I.A., Santigold, Elliphant, alle produzioni di Diplo e della nuova scuola di vocalità che viene dall'Inghilterra (vedi alla voce Emeli Sandé), con spezie innestate sia di soul che di ritmo retromaniaco di fine anni '80, in particolare Neneh Cherry (che guardacaso sta tornando con un nuovo album) e De La Soul. La giovane cantante è di origini bulgare e vive dal 2005 a Berlino, città dove ha studiato visual and media studies e dove ha iniziato a sperimentare con le tecniche audio-video contemporanee. Questo meltin' pot mittel la aiuta a proporsi come "novità al posto giusto e al momento giusto". Siamo infatti stanchi del banghra di M.I.A., del pop troppo pulito dei paesi nordici, del synth pop londinese dei La Roux e così un po' di Balcani non possono che far bene. La presenza fisica della nuova star assomiglia alle pose street di Grimes, con qualche tocco di slavato che non guasta. L'avvicinamento con il mondo della moda c'è già stato (l'abbiamo vista su riviste top del settore come i-D, Vice e DSL) e il personaggio sta emergendo anche grazie ad una cover da parte degli amici di Brooklyn Balam Acab, alla partecipazione come vocalist sui dischi di The Whitest Boy Alive, alla presenza allo scorso SXSW e alla collaborazione sul singolo Guest List (precedente al debutto) di Kool A.D. dei Das Racist. In termini musicali, la voce non si discosta molto come range da quello delle amiche e concorrenti, ma il timbro baritonale dà quelle frequenze basse in più che intrigano e che calzano a pennello con le atmosfere soul di pezzi come Bad Timing e Front Row Girl. Il tocco di esotico si applica bene anche alla dance (Dice, You Wish) e al reggae contaminato con il pop, risultando piacevole grazie a un'onesta commistione fra garage e pop (ottime in questo senso Games e Dice). Stiamo assistendo alla nascita di una nuova stella? Molto probabilmente sì. Dalla carriera pre-debutto e dal risultato sulla lunga distanza non sembra essere destinata a scomparire troppo presto dal firmamento pop. Il tutto è proposto con modi meno invadenti di quelli delle amiche già sul podio; l'offerta è meno patinata e più onesta. Insomma, è al posto giusto nel momento giusto, è pop e quindi viene giustamente presa di mira dalle riviste di moda, ma non perde la sua attitudine street e DIY (soprattutto nelle "pose-non-pose" dei video e nei mixtape molto professionali). Thumbs up for DENA. 7.3/10 Marco Braggion

affiatato della bella Golden Nose. Per tirare le somme, Aloha Krakatoa è un disco fresco, fatto da ragazzi intelligenti, con un

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gusto curioso ed originale e ha le carte in regola per non sfigurare nelle compilation estive di tutti i tipi: da RTL a Stereogum. Con un po' di

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DENA - Flash (!K7,2014)


costanza, si raccoglieranno i frutti seminati in un inverno che non è mai stato così tropicale. 6.8/10 Nino Ciglio

Genere: indie, post-rock Il documentario che i British Sea Power hanno musicato con questo disco, ovvero From The Sea To The Land Beyond di Penny Woolcock, descrive l'evoluzione delle coste inglesi negli ultimi cento anni, anche se in realtà parla dei cambiamenti sociali avvenuti in Inghilterra nello stesso lasso di tempo. Si parte da filmati risalenti a inizio Novecento, passando attraverso i conflitti mondiali, il boom economico degli anni Cinquanta-Sessanta, la crisi dei Settanta, il decennio degli yuppie, fino ai giorni nostri. Il mare rimane sempre sullo sfondo, strettamente connesso con la cultura e le vicende britanniche almeno quanto lo sono il lavoro navale e le scogliere ventose. Per la colonna sonora del film, la band inglese rielabora brani tratti dalla propria produzione modificandoli e dando loro un titolo coerente con i capitoli del documentario. Il suono generale spinge sul versante di una cinematicità in odore di post-rock (la title track, ma anche i multi-strati violenti à la Godspeed You! Black Emperor di Melancholy Of The Boot), degli archi, delle atmosfere morbide e degli spazi ampi; fondamentale, in fase di missaggio, l'apporto di un Ken Thomas già al lavoro, tra i tanti, anche con i Sigur Rós, nell'ottica di un disco descrittivo, evocativo e tarato sull'emotività generata dalle immagini. I contributi audio della pellicola (le sirene delle navi, il rumore delle onde, il verso dei gabbiani) diventano parte integrante delle musiche, creando così una sorta di universo sospeso a metà strada tra il field recording e la classica soundtrack capace

Fabrizio Zampighi

Broken Bells - After The Disco (Columbia Records,2014) Genere: rock, indie Quattro anni fa James Mercer degli Shins e Danger Mouse – mastermind dei Gnarls Barkley (che torneranno a breve) e uno dei più influenti produttori dell'ultimo decennio, al lavoro con U2, Gorillaz, Black Keys, Beck, Norah Jones e John Cale – diedero alle stampe il primo episodio targato Broken Bells, un onomimo sfizioso album di schegge creative tra psych pop e indie a tinte elettroniche ad alta digeribilità. Un esperimento tutto sommato riuscito, per qualcosa che all'inizio poteva sembrare solo un side project estemporaneo o un vezzo di due eccellenze provenienti da mondi diversi - celate per l'occasione dietro un nome misterioso e sarcastico (quale suono potrebbero mai emettere delle campane rotte, se non confuso e deforme?) e decise lasciar parlare la musica evitando di comparire sulle copertine (in piena continuità con lo stile degli Shins) – e invece si è rivelato solo l'inizio di una storia che prosegue grazie ad After The Disco.

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British Sea Power - From the Sea to the Land Beyond (Rough Trade,2013)

di sostenersi anche senza l'ausilio delle immagini (il DVD del film è comunque compreso nel digipack). Con la musica che resta l'unico commento in un filmato senza dialoghi o voci fuori campo. "Viaggiando dal 1901, attraverso le guerre, verso la pace e l'epoca moderna, From The Sea To The Land Beyond mostra le nostre coste come un luogo di piacere, di industria e natura selvaggia" si legge nelle note diffuse da Rough Trade: i British Sea Power interpretano questo viaggio nella maniera più classica possibile, confezionando un disco senza troppe sorprese, ma solido e del tutto coerente con l'oggetto della rappresentazione. 6.9/10

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pagnare un'altra delle sue storie di yuppies con la striscia di coca già pronta sul comodino, ma che sa sfuggire ai cliché più triti. D'altronde conosciamo da anni il songwriting del leader degli Shins e la sua capacità di partire da un'idea e svilupparla in modi del tutto imprevedibili. Qui la sua scrittura è più lineare, sebbene riesca ancora a stupire in episodi come Medicine (i Cure che riscrivono Let's Go To Bed trent'anni più tardi), la frenesia di The Changing Lights, con una strofa per cui Hall and Oates ucciderebbero, e il ritornello appiccicoso di Control che si adagia su una base in forte odore di Billie Jean. Una secca e spigolosa elettronica da videgioco contrasta con effetto la melodia ariosa di Lazy Wonderland (un tuffo nei Seventies ad altezza Bowie, parente alla lontana dell'Elton John di Goodbye Yellow Brick Road) come non accadeva dal David Gray dei primi Duemila, mentre il fantasma di George Harrison aleggia man mano che The Angel And The Fool procede. Fatta eccezione per il mezzo passo falso di Leave It Alone - un blues glassato, sovraprodotto e interminabile, che forse sarebbe stato meglio lasciare alla fine della scaletta – e la confusionaria The Remains of Rock 'n' Roll, After The Disco si rivela una prova più solida e coerente del debutto, un esempio di pop intelligente firmato da due autori consapevoli delle proprie capacità. Mestiere, inventiva, il tutto sorretto da una discreta manciata di earworms per tenerci occupati per la prossima stagione. Manca forse un autentico colpo di genio, ma possiamo accontentarci. 6.9/10 Alessandro Liccardo

Carla Bozulich - Boy (Constellation Records,2014) Genere: art Con Boy Carla Bozulich arriva al terzo disco

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Spesso i supergruppi o i progetti collaterali di artisti affermati hanno il difetto di promettere troppo e di lasciare l'amaro in bocca, una volta finito il disco (si pensi agli Electronic di Bernard Sumner e Johnny Marr), ma in questo caso la sintesi tra le doti cantautorali di Mercer e il talento del musicista e produttore che lo affianca funziona proprio perché il primo ce la mette tutta per entrare in confidenza con lo stile del secondo, molto più che nell'esordio omonimo. Senza gerarchie, senza smanie da primedonne, senza eccessi: il piatto è più ricco che in passato, eppure tutto sembra anche più "rotondo" e omogeneo. Nelle undici tracce, che scorrono con pochi intoppi, si fondono citazioni disco maneggiate con cura, elettronica dal sapore irresistibilmente vintage – in particolare nei pad anni Settanta, al contempo caldi e vibranti, a volte accompagnati dagli archi – e pop d'alta scuola. Di certo, gli sforzi in studio di Danger Mouse con Bono Vox e compari hanno lasciato il segno nella lunga, ma tutt'altro che faticosa, traccia d'apertura Perfect World, mentre Mercer si lascia andare a giocosi falsetti in puro stile Bee Gees (post-disco) in Holding On For Life, tanto fedeli che istintivamente viene voglia di sfogliare il booklet per cercare il nome di Barry Gibb tra i crediti. After The Disco è un viaggio a ritroso verso i suoni e le atmosfere dei bei tempi andati, un disco che sotto la patina luccicante e festaiola nasconde un'anima malinconica, a tratti cupa. Un racconto di fantascienza degli anni Ottanta letto oggi – magari dalla misteriosa donna in copertina che ci volta le spalle e che si è appena tolta il casco – in cui immaginavamo cosa saremmo stati e che invece ci sbatte in faccia la cruda realtà: dopo la discoteca, viene tutto ciò che ci lasciamo alle spalle, a partire dalle difficoltà della vita e delle relazioni amorose e non. Un flusso sonoro dolceamaro pronto per essere saccheggiato da Bret Easton Ellis per accom-


Teresa Greco

Cashmere Cat - Wedding Bells EP (LuckyMe,2014) Genere: trap, rnb, hiphop Cashmere Cat, ovvero il producer norvegese Magnus August Høiberg (noto anche come DJ final nelle vesti ormai dismesse di turntablist), è un tipo che suona esattamente come ci ricordiamo di certa elettronica di sintesi a cavallo

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tra UK e USA ripensando al 2012. Se scremate EDM e proteici massimalismi, pensando intesamente a scazzati (ma studiatissimi) beats, al bass di Girl Unit, a una floreale prosopopea di vocali a fette e/o passate al vocoder, alle melodie zuccherose, alla new age riprensata da Purity Ring, e naturalmente a un melange di pop e r'n'b schiumati in una variegata serie di strumenti acustici, ecco che vi ritroverete a casa Mirror Maru. Un EP che è poi diventato colonna sonora di Grand Theft Auto V, una breve tracklist che in qualche frangente temporale, assieme all'effetto controluce delle produzioni di Ryan Hemsworth e allo sprito affine Shlohmo, sembrò il perfetto complemento pop da cameretta di tutta una serie di produzioni che andavano dalla LuckyMe di Hudson Mohawke e Rustie (fan del nostro) alla Mad Decent di Diplo. Da allora ad oggi, con una manciata di remix (alcuni dei quali di discreto successo, vedi il l'edit di No Lie di 2 Chainz con il featuring Drake o il remix di National Anthem di Lana Del Rey), Høiberg non ha fatto che convertire secondo questo canone tutte le produzioni di coloro che hanno bussato alla sua porta chiedendo di remix o edit. Rapper, producer francesi o starlette non faceva differenza. E se questo era Cashmere Cat fino a ieri, questo è quanto troviamo nel nuovo EP, Wedding Bells. La differenza la fa la produzione un po' più attenta e studiata, a partire dalla costruzione del singolo With Me che, assieme alle altre tre tracce, dà un tocco nipponico, a livello di melodie e percussioni, a un noto assetto di beat e vocali sintetiche. Spicca Pearls dove tornano certe soluzioni Purity Ring passate magari sotto lenti Yellow Magic Orchestra, piacciono i flauti del brano omonimo. Ma c'è anche da dire che, tecnica a parte, il gatto di cashmere sembra fin troppo seduto sugli allori, troppo automatico nelle progressioni, tanto da lasciare

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a proprio nome, dopo una lunga e avventurosa carriera, culminata negli album a nome Evangelista, tra il 2008 e il 2011. L'album che l'artista newyorkese definisce "pop", lo è nella misura in cui lo si confronta al totale della sua carriera artistica, improntata principalmente alla sperimentazione e alla reinvenzione di generi. Trattasi di pezzi molto brevi nel formato canzone, scritti per la maggior parte e suonati da lei, che ha curato anche l'artwork, con il prezioso aiuto e input creativo del polistrumentista e compagno di vita John Eichenseer (alias JHNO) e le ritmiche dell'italiano Andrea Belfi. E' un art pop obliquo, tra chitarre, droni e percussioni, con dissonanze e accenti che rimandano al passato prossimo di Evangelista, con quella voce straziata e drammatica; pezzi al servizio del cantato e recitato di Carla (Don't Follow Me), che sanno farsi lirici e commoventi (Drowned To The Light), atmosferici e drammatici (Gonna Stop Killing, Deeper Than The Well, Danceland), ridotti all'osso come Lazy Crossbones e What Is It Baby, narrativi come la quasi strumentale chiusura di Number X. Boy è in fin dei conti una ottima rappresentazione delle stratificazioni sonore e personali che un'artista poliedrica come Carla ha attraversato; è ancora e soprattutto una personale esorcizzazione dei fantasmi e una dichiarazione intensa e sincera della sua poetica. 7.3/10

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Genere: techno Phillip Sollmann aka Efdemin è una delle figure chiave della scena elettronica tedesca dell'ultimo decennio. La sua parabola musicale è legata a filo doppio a quella della Dial Records, a cui, pur non rimanendo fedele al 100%, torna sempre per i progetti più importanti. Sia lui che la label (e i suoi fondatori David Lieske, ovvero Carsten Jost, e Peter M. Kersten aka Lawrence, così come Pantha Du Prince, l'altro pezzo da novanta della scuderia prima del suo passaggio alla Rough Trade) sono originari di Amburgo e poi trapiantati a Berlino: dal Golden Pudel, un piccolo club nella zona del mercato del pesce della città anseatica, al Berghain, l'ombelico del mondo techno. La Dial ha sempre avuto ampi spazi di manovra dalla capogruppo Kompakt: pur presentando in catalogo proposte che spaziano dal songwriting al post-rock, l'etichetta ha da subito trovato visibilità e rispetto concentrandosi su release post-minimal, frutto in particolare del lavoro dei quattro moschettieri amburghesi di cui sopra. Prima di diventare resident DJ al Panorama Bar, il polivalente Sollmann è stato violoncellista, giornalista musicale, studente di computer music all'università di Vienna. Negli ultimi 14 anni Efdemin ha portato avanti senza fretta ma con determinazione (dalla deep house scolastica di Joni, traccia inserita nel primo CD di artisti vari Dial, datato 2001 e intitolato programmaticamente Hamburgeins) un progetto musicale al tempo stesso colto e immediato, nutrito di cultura enciclopedica in ambito elettronico e di passioni viscerali per i suoni made in Chicago e Detroit. Ed è nei suoi eclettici DJ set (si veda il mix Carry On – Pretend We Are Not in the Room del 2008 per l'etichetta belga Curle, o il mixtape rilasciato nel 2013 per FACT ) e nei suoi remix (due esempi tra tutti: Butterfly Girl per Pantha Du Prince del 2005 e La Duquesa per DJ Koze del 2013) che la "forza tranquilla" di Efdemin si esprime in pieno, mentre le scorribande più sperimentali sono firmate o con il suo nome e cognome (i droni ambient di Something is missing – Dial, 2006) o in coppia, con Oliver "Rndm" Kargl (la minimal cerebrale firmata Pigon, creata con il software Max/ MSP) o con Marcel Fengler (le produzioni pubblicate da Ostgut Ton a nome DIN). La pubblicazione dei tre long-playing firmati Efdemin, tutti sotto l'egida Dial, copre un periodo di sette anni, e ogni uscita segna un momento evolutivo. Nel 2007 l'album omonimo pone il musicista di Amburgo all'attenzione mediatica mondiale (per intenderci: in quell'anno Resident Advisor mette Efdemin al primo posto tra i producer, e il disco al secondo posto tra gli album, solo dietro a Untrue di Burial), con una rivisitazione di istanze a metà strada tra il lirismo funky di Theo Parrish e le metronomie delle M Series by Maurizio, per una deep techno che soddisfa in pieno i bisogni primari del dancefloor (Lohn and Brot, Le Ratafia), senza lasciare disconnesso il cervello. Tra i suoni selezionati, spiccano quelle campane (Knocking at the Grand, Acid Bells) che poi saranno al centro dell'ultimo lavoro dell'amico e allora compagno di scuderia Pantha Du Prince: tra i due rimangono più affinità che divergenze, con Hendrik Weber alla ricerca delle propaggini più romantiche della techno, e Phillip Sollmann ai tempi maggiormente attratto da battiti e pulsioni afroamericane. Chicago, del 2010 (malgrado le reticenze in merito dell'autore, il titolo non

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Efdemin - Decay (Dial,2014)


Alessandro Pogliani

poco all'immaginazione e all'imprevisto. 6.3/10 Edoardo Bridda

CEO - Wonderland (Modular People,2014) Genere: pop, indie, synthpop Whorehouse, la traccia che apre il sophomore

album di CEO, è nulla di meno che micidiale, il miglior singolo del 2013 a non essere comparso nelle classifiche di fine anno per la semplice, unica ragione per cui il s/t di Beyoncé è il miglior album del 2013 a non essere comparso nelle classifiche di fine anno: i giochi erano ormai fatti. Whorehouse è, inoltre, il brano emblema di

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è buttato lì a caso), esprimeva in pieno il lato più groovy di Efdemin, affiancando piacevolissimi brani deep house dalla forte impronta jazzy (Cowbell) ad esperimenti più canonicamente minimal (Night Train). E dove il mix riusciva meglio, ne risultava un cocktail frizzante e godibile, ad alta gradazione dance (Shoeshine, There Will Be Singing, Wonderland). Decay, in confronto ai primi due album, è un disco molto più pacato e rigoroso. Lo stesso Efdemin lo presenta come "più coerente e maggiormente focalizzato sulla faccia più profonda della techno", prendendo linfa vitale dalle sperimentazioni drone delle installazioni sonore che Sollmann porta in giro in tutto il mondo. La press release circostanzia: l'album nasce nel "Meadow", il suo nuovo studio di Berlino, e si affina tra i monti blu di Kyoto, durante una artist residency di tre mesi a contatto con i colori, le emozioni trattenute, i ritmi rarefatti della natura giapponese. Decay: decadimento, declino, decomposizione, "my body isn't listening to me". Il primo pezzo funziona come dichiarazione d'intenti: un profondo ed inflessibile 4/4, ambientali space pad lanciati verso l'infinito ed oltre, frequenze alte in levare. Le voci che connotano Some Kind of Up and Down Yes sono tratte da una puntata del quiz televisivo americano degli anni Cinquanta "What's my line?", ospite Salvador Dalì (!). In Drop Frame ritroviamo le campane, marchio di fabbrica della minimal Dial, trattate e risonanti, frammiste a fruscii e rumori colti in field recording. L'eterea traccia Transducer fa da apripista ad una delle vette del disco: Solaris è, e non solo nel titolo, un vero e proprio omaggio in musica al realismo magico di Tarkovskij. Tastiere cristalline si rincorrono nella stanza degli specchi: alla fine l'ecstatyca raver tedesca, nel suo magnificare le virtù ecumeniche della musica, non può che terminare con un eloquente "Liebe ist total". La traccia eponima Decay riprende stilemi techno-trance cari ai primi Underworld. Subatomic riesce a fare a meno del kick drum, concentrandosi sull'ambiente e prendendo fiato. Track 93, con la sua sghemba linea vocale, e i suoni analogici di The Meadow sono i più diretti ma ironici riferimenti house del disco (vaghe memorie detroitiane, à la Robert Hood). Parallaxis ci riporta nello spazio e ci lascia lì a volteggiare, ma solo con la proiezione astrale. Il nostro corpo, in continuo, impercettibile decadimento, non si era mosso dal tempio di Ohara: "touching music, touching music". Disco della maturità, meditativo, ascetico, ambizioso nel suo voler cogliere le profondità dello spazio infinito e il suono della foglia che cade. Ladies and gentlemen we are floating in deep techno space. 7.2/10


Genere: shoegaze, lo-fi, drone, post-rock, post Il duo Have A Nice Life, formato nel 2000 da Dan Barrett e Tim Macuga, è forse quello che, negli ultimi anni, ha più credibilmente rappresentato il sentimento di alienazione espresso dal post-punk sul finire dei Settanta, l'industrial nei tardi Ottanta e il post rock degli anni Zero. La band del Connecticut esordisce nel 2008 con il corposo, oscuro ed enigmatico Deathconsciousness, diventando da subito un culto. Poi un EP, Time Of Land, una raccolta di B-sides in cassetta, fino ad arrivare a questo The Unnatural World, vero e proprio seguito sulla lunga distanza. Nel mezzo, una completa assenza di immagine, appena una manciata di apparizioni dal vivo e, tuttavia, un seguito di appassionati via via crescente, tanto da rendere i loro dischi introvabili. Di fatto, almeno fino ad ora, Dan e Tim si sono totalmente negati al loro pubblico, non fosse per i pochi rigurgiti da studio che, nemmeno a dirlo, rispecchiano in pieno questa attitudine straniante e misteriosa. A differenza del precedente, che superava le due ore, The Unnatural World si presenta compatto, sicuramente più fruibile nella sua interezza. Assolutamente non un disco meno ambizioso, semmai più a fuoco ed essenziale, pur mantenendo intatti gli stili e i riferimenti che si mescolano perfettamente tra loro nella tavolozza degli HANL.Sottili riverberi elettrici si alternano ad improvvise sfuriate post-punk, crescendo strumentali degni dei migliori Godspeed You! Black Emperor vengono accompagnati da sostenuti echi shoegaze e da una sezione ritmica che si lascia spesso andare a pulsazioni di stampo industrial. Il tessuto sonoro degli HANL è sostanzialmente costruito sull'alternarsi di tutti questi elementi, che si propongono ripetutamente in vari momenti del disco senza per forza prendere il sopravvento. Pezzi come Defenestration Song e Unholy Life sono innegabilmente il frutto di un retaggio post-punk che risale a gruppi come Suicide, Bauhaus e Joy Division, aggredendo l'ascoltatore furiosamente per poi rispedirlo in territori desolati fatti di droni e percussioni ossessive (Dan and Tim, Reunited By Fate), mentre nei momenti in cui le atmosfere diventano rarefatte, ipnotiche e oscure, vengono alla mente i passaggi più ambient di Slint e sopratutto GY!BE. La band sembra sentirsi a suo agio soprattutto nel far trasparire la grande influenza dell'industrial, praticamente in tutte le sue denominazioni, dai tocchi elettronici di marca Throbbing Gristle (molto meno evidenti che in passato, a dire il vero) ai più recenti sussulti dei Pop.1280, passando immancabilmente per l'ingombrante presenza degli Swans di Michael Gira. Oltre agli elementi sonori più di impatto del disco, è sicuramente nell'aspetto dissonante di tracce come Music Will Untune The Sky e la conclusiva Emptiness Will Eat The Witch, in cui sembra risiedere l'espressività assolutamente introversa del gruppo. È proprio nell'ultima lunga traccia, in cui l'organo dai toni funebri, accompagnato da quelli che sembrerebbero sospiri lontani e da un testo immensamente deprimente seppur a volte impercettibile, che gli HANL lasciano un'impronta importante dal punto di vista emotivo. "It isn't real but it feels real", da Burial Society, riassume alla perfezione lo spirito con cui la musica del gruppo è composta. Un disco alienante, molto spesso depresso e che tende ad eclissarsi, a darsela a gambe, ma che riesce come nessuno, al momento, a coniugare in modo così convincente determinate sonorità e riferimenti. Per quanto rumore possano fare sul web, The Unnatural World è una ulteriore conferma di quanto gli HANL siano ancora, fortunatamente, una realtà difficile da decifrare. 7.4/10 Luca Falzetti

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Have a Nice Life - The Unnatural World (The Flenser,2014)


Massimo Rancati

Champs - Down Like Gold (Pias,2014) Genere: indie Down Like Gold, l'esordio dei fratelli Michael e David Champion, in hype da alcuni mesi in

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UK, è disco malinconico e abbastanza sommesso, come non ci si aspetterebbe del tutto da un indie act giovanissimo. Storia esemplare la loro, fatta di band adolescenziali nella madrepatria Isle Of Wight, finché si riuniscono e registrano alcuni demo. Un pezzo, St Peters, arriva alle orecchie di Dermot O'Leary di BBC Radio 2, che li invita nel suo show per una session. Circostanza questa che porterà in seguito alla registrazione del debut album e al contratto con la PIAS. Down Like Gold è indie, è pop, è folk – prettamente in acustico e dalla vocalità accattivante – che fa un po' il verso con devozione ai loro idoli R.E.M. in primis, ma anche ai classici americani (Dylan e Neil Young); l'upbeat del primo singolo Savannah (così come My Spirit Is Broken) è piuttosto in controtendenza rispetto al mood generale, che è melanconico, fatto di piccoli pezzi d'amore sussurrati, romantici e curiosi, con ipnotiche e sospese lullaby come la già citata St Peters o la title track in odore di deserto. Una percezione di coesione che fa del disco un piccolo vademecum pop da consultare con frequenza. 7.2/10

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Wonderland, un po' perché il suo "once upon a time" (estrapolato da un documentario sul finanziamento segreto di Al Qaeda) recita "I felt like I opened Pandora's box" dicendo da sé praticamente tutto del disco e, soprattutto, perché mette da subito in gioco gli elementi che si troveranno poi, ricorsivamente, lungo tutta la tracklist: sintetizzatori goffi quanto il Bianconiglio (e con più di un occhio di riguardo per il drill rap), ritorni di fiamma per certa rave baltica (non una novità su Sincerely Yours), vocals distorte in un range che va dal chipmunk al gutturale a mimare tutta una serie di creature dalla dubbia sessualità, esuberi di glitter e colori evidenziatore (che sono poi quelli dell'artwork di copertina) e, infine, una linea guida generale che si piazza tra gli Animal Collective di Fireworks e la Madonna di True Blue. Whorehouse è, però, nel quadro di Wonderland, anche l'eccezione. Il resto dell'album dismette gli hook, i ritornelli a sostegno della narrativa e qualunque altra forma di calcolo, procede per sensazioni ed edonismi. Il risultato vede l'exTough Alliance fallire nell'intento di schivare il concept album (per forza di cose: la mente di chi proclama Zlatan Ibrahimovic come propria anima gemella, se lasciata libera, non può che generare i più malati dei Paesi delle Meraviglie) ma anche, al contrario, avere pienamente successo nel consegnare ai posteri un lavoro non eccezionale, ma senz'altro unico nel suo genere. Wonderland è un disco pop che opera in maniera sensoriale, che esalta la superficialità per divertire, certo, ma soprattutto per destabilizzare. Provate a nominarcene un altro. 7/10

Teresa Greco

Chat Noir - Elec3cities (RareNoise,2014) Genere: impro, jazz, experimental Lavoro denso e dalle venature oscure, Elec3cities segna il ritorno degli italiani Chat Noir dopo quattro anni di assenza dalla scena discografica. Attivi da dodici anni e con alle spalle tre lavori in studio di buona fattura, il trio formato da Michele Cavallari, Luca Fogagnolo e Giuliano Ferrari si muove con passo spedito nei territori electro-jazz attraversati in precedenza dai Jaga Jazzist e Supersilent, con cui condivide uno spirito pioneristico sensibile alla

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Genere: soul, elettronica Due album di nu soul aprono diverse prospettive sul destino del genere/non genere che in questi ultimi anni sta diventando la lingua franca dell'indie (The xx, The Weeknd), portando gli ascoltatori una volta più vicini alle chitarre e ai palchi ad avvicinarsi ad atmosfere più meditative e mescolate con l'elettronica. Il sound dei synth attutisce i colpi di uno zeitgeist dominato dalla crisi, dalla mancanza di paletti e di riferimenti, riportando l'attenzione su quello che per antonomasia è il classico che ha dato da sempre linfa vitale al rock: il soul, il suo antenato nero, meno bastardo del blues e più vicino alle frivole e spensierate movenze dance. Il panorama indie rinuncia alle band rappresentative (forse l'unico gruppo degli anni '10 sono rimasti gli Arcade Fire, ma c'è chi li relega già al decennio 2000-2010) e punta oggi sull'intimismo, sia esso ripiegato sul ricordo del passato o concentrato più su microscene effimere, che durano il tempo di una stagione. Gli australiani HTRK (abbreviazione di 'Hate Rock') escono sulla prestigiosa Ghostly International e, dopo un interlocutorio Work (Work Work), riescono a sfornare un disco pieno di malinconia, probabilmente influenzato dalla perdita del terzo componente della band Sean Stewart avvenuta durante le session del lavoro precedente. Il suono – a prescindere dal lutto – è molto convincente, guarda al passato di Sade, Everything But The Girl in modo maturo, senza copiare troppo e inserisce anche qualche synth più vicino a noi (un misto bilanciato fra Lopatin e Com Truise). Si abbandonano i riverberi fuzzy del passato e ci si ritira in camera, probabilmente senza droghe, magari sorseggiando lentamente un buon cognac. Jonnine Standish e Nigel Yang costruiscono visioni dub-pop per romantici alienati (vengono in mente i paesaggi al neon di Bret Easton Ellis) che hanno consumato i dischi della scuola di Bristol (Blue Sunshine), digeriti e rivisitati in una nuova scena, quella australiana di Flume e company. Se nei compatrioti però si respirava ancora qualche fumo da clubbing, qui il ballo è tutto mentale e magistralmente privato. Un disco che potrebbe piacere sia al fan di James Blake che a quello dei Suicide (vedi la cadenza motorik di Soul Sleep). (7.4) Coincidentia oppositorum che negli A/T/O/S (da pronunciarsi come A Taste Of Struggle) rimescola le carte con suoni più street, sempre ancorati al passato, ma presupponendo legami ulteriori con il jazz ibrido di Flying Lotus (in particolare Cosmogramma), le vocals sperimentali di Erykah Badu, il beatmaking della Anticon (Paper), i Portishead e se vogliamo anche con Alice Coltrane (What I Need 2). Gli HTRK si rintanano nelle camere anodine della morte, mentre qui la morte l'andiamo a cercare ancora per strada, e ovviamente il progetto dei belgi Amos e Truenoys non può che essere su Deep Medi, cioè sulla label londinese di Mala (con annessi remix di Skream e passaggi sulla trasmissione di Mary Anne Hobbs). Un po' come sembra aver già detto Actress quest'anno con Ghettoville, anche qui l'orizzonte è cupissimo, la crisi si sente a pelle e il dubstep viene instillato come un virus nel soul elettronico. Da sentire, ad esempio, le bordate di basso di Cosmos, la ballad pseudo pop di Roses (altro che Katy B) o la desolazione di Nowhere. (7.4)

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HTRK - Psychic 9-5 Club (Ghostly International,2014) A/T/O/S – s/t (Deep Medi Musik)


Dischi che non segnano un'epoca, perché per definizione non potrebbero circoscrivere il vuoto, ma che aprono nuovi problemi, si interrogano criticamente sulla definizione mutante di un genere, il soul, che ormai è diventato la base del rock. Come qualche anno fa i King Midas Sound avevano scalato le classifiche di mezzo mondo, così HTRK e A/T/O/S potrebbero ripresentarsi su molte selezioni di fine anno. Da sentire.

sperimentazione e alla ricerca interiore. Formazione jazz ma solo di estrazione e di apparenza, gli Chat Noir prediligono non la volatilità – per commutare un termine economico – dell'improvvisazione, bensì uno schema compositivo di estrazione non proprio jazzistica, più legata agli stilemi del rock progressivo di matrice inglese. Numerosi gli spunti interessanti del disco: si va dalla sorniona ed elegante Chelsea High Line in cui sono presenti fortissimi echi degli Heliocentrics di Malcolm Catto, alla più ritmica e incalzante Radio Show, passando da Our Hearts Have Been Bombed che con il suo dilatato climax percussivo finale rappresenta uno dei momenti più alti dell'intero album. Egregiamente suonato e prodotto con buon gusto e mestiere, Elec3cities risulta forse troppo prolisso e in alcuni momenti eccessivamente lento; la sfoltitura delle tracce avrebbe giovato sicuramente al prodotto finale. Un buon album, con ottimi spunti ma qualche perdita della bussola che non intacca, comunque, il lavoro fatto dagli Chat Noir. 6.5/10 Andrea Murgia

Cheatahs - Cheatahs (Wichita Recordings,2014) Genere: rock, alt, shoegaze, noise Ok: siamo tutti innamorati di un certo sound chitarristico targato anni '90, quello che ha avuto nei My Bloody Valentine di Loveless

un picco difficilmente avvicinabile. Ma anche di quello dei Dinosaur Jr. o dei Ride. Ecco, anche i quattro Cheatahs sono chiaramente innamorati di quell'epoca musicale, di quell'estetica e di quel sound: lo-fi buzz, voce annegata nel muro delle elettriche, in bilico tra alt-rock e noise. Roba che se è fatta bene – gli Smashing Pumpkins di Mellon Collie… per esempio – ancora oggi mostra un fascino a cui è difficile resistere. Però questo ritorno degli anni '90 ha anche messo in gioco un back to 90s (gli stessi MBV , i Seefeel o, in casa nostra, i Massimo Volume) che è stato disuguale per qualità e risultati. Ma almeno quelli erano figli legittimi di quell'era. Nel 2014, esaltarsi per un gruppetto onestissimo, capace, che mescola abilmente le carte di un rock comunque intelligentemente vestito come questi Cheatahs, possiamo dire che tecnicamente è fuori luogo, se ti occupi di musica da giornalista musicale e non da fan. Per fare un esempio che piacerebbe alla nostra Giulia Cavaliere, sarebbe come dare lo stesso peso dell'originale (Paolo Conte) a un emulo (Raphael Gualazzi). Non per forza i brani di Nathan Hewitt, James Wignall, Marc Raue e Dean Reid suonano male, tutt'altro, ma crediamo sia giusto avvisare il lettore che rifanno Bodies e Stumbleine appena meno hard, ma senza variazioni sostanziali. Che anno è? 6.5/10

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Marco Braggion

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Genere: pop Sono tornati gli Cheveu, il terzetto più weird di Francia e per una volta l'aggettivo non è sprecato. Sono i capostipi dell'avant garage punk francese insieme ai Feeling of love e gli Yussuf Jerusalem, gente che nel contesto di riferimento ha portato una boccata d'aria fresca con buoni agganci anche qui in Italia e al di là dell'Atlantico. Era da un po' che non si facevano vivi se contiamo che il precedente 1000 era datato 2010. Quattro anni che hanno reso il trio più accessibile perché in gran parte ripulito dal meccanismo lo-fi/shitgaze con chitarre che – ogni tanto – suonano come chitarre e un'aggressività limitata rispetto al passato. Bene così, il raggio d'azione che si riversa in territori pop (?) è perfetto per dar sfogo alla duttilità degli Cheveu: aumentano complessità e barocchismi, aumenta l'attenzione per i dettagli, ad esempio con un uso più fantasioso dei cori (gli ah ah ah ecclesiastici di Monsieur Perrier) o delle voci con le manipolazioni retro robotiche di Juan in a Million. Rimane invece invariato l'otto volante musicale che li ha sempre contraddistinti. Ancora una volta è centrale il groove: come se lo spirito dance malaticcio dei Wall of Voodoo girasse in lungo e in largo tra garage punk (Albinos), hip hop (irresistibile Madame Pompidou), e ricordi Sandinisti dei Clash nel finale di Johnny Hurry up, che già dal titolo sembra fare il verso a Strummer and co. Alla fine della giostra Bum si qualifica per il piglio allucinato e divertito, mantenendo dunque i principi d'identità Cheveu. Spesso pare di sentire dei Battles sotto acido alle prese con temi garage/post punk; una sensazione più che positiva. 7.3/10 Stefano Gaz

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Christian Prommer - Übermood (Compost Records,2014) Genere: house, deep, soul Prommer è uno di quei nomi che se ne stanno in sordina, ma che sanno di avere in sé un ventaglio di skill al limite del culto. Se si ascolta house non si può non averlo sentito. Il produttore e batterista americano ormai di casa a Monaco ha collaborato con i più importanti personaggi del panorama elettronico mondiale, a partire da Kruder and Dorfmeister per arrivare a DJ Hell, passando per i progetti personali con Fauna Flash, Trüby Trio, Voom:Voom, Alexander Barck e la band nu-jazz Drumlesson. Un piccolo grande artigiano che fa del suo meglio per portare avanti un discorso non più al passo con i tempi, ma sintonizzato su una percezione della qualità altissima. In questo nuovo lavoro, il dancefloor non è più il fine principale. Scatenarsi non ha più senso dopo le stagioni di musica precedente, concentrate anche (e non esclusivamente) sul ballo. Prommer tenta di coniugare le anime dei suoi molti volti in un unicum che spazia dal ricordo french touch (grande Florian Riedl sui sax dell'opener Shanghai Nights, bello il jazz St Germain di Tob, Der Bär) alla deep-mittel (buono il feat. vocale di Adriano Prestel in Can It Be Done). In più aggiunge il minimalismo classico clubby (Aturo), la soul-tribal (Future Light con il bel featuring di Simon Jinadu dei The Beauty Room), la house classica (Hanging on the DJ Booth), il gusto folk '70 losangeliano (Wonder of the World) e l'electro pura (Marimba). Una conferma su un sound magari cristallizzato, dove non manca una patina di già sentito che abbassa il livello dal punto di vista delle soluzioni compositive, ma pur sempre pieno di vitalità e di spunti che chiamano in causa la classe. Non è sicuramente paragonabile alle sperimentazioni dei Cobblestone Jazz, ma

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Cheveu - BUM (Born Bad,2014)


Genere: electro Lucy torna sulla lunga distanza dopo l'esordio del 2011 sulla sua etichetta Stroboscopic Artefacts, Wordplay for Working Bees. Il suo è un approccio estetico che mantiene un calore mediterraneo di fondo (esplicito anche nel titolo che ricorda tre topoi italici per eccellenza), anche se viene continuamente modificato e titillato dalla presenza di Berlino, città in cui vive e produce. Le costellazioni di questo nuovo lavoro rispecchiano il percorso inaugurato finora assieme a compagni d'etichetta (leggi Xhin, Rrose, Kangding Ray, Perc…) e istituzioni del calibro di Speedy J, producer con il quale il nostro ha prodotto lo scorso anno, sempre sulla label personale, il buon Zeitgeber. Un percorso, quello di Luca Mortellaro, che trova esiti molto interessanti esplorando due leitmotiv. Il primo si lega storicamente ad un saper scrivere melodico che è proprio di una lunga tradizione elettronica italiana: pensiamo agli anni '60 di Berio e Maderna, contrapposti alla Francia e alla Germania di Risset e Stockhausen, arrivando alle sensazioni della techno illuminata di Donato Dozzy, amico già visto in svariate produzioni su Stroboscopic. Il secondo è invece il ripensamento della cultura ambient e techno industriale che va dalle produzioni del giro Sandwell District alle recenti esplorazioni su Ostgun Gut. I due sentieri si avvicinano in modo indolore e gli arrangiamenti stanno in piedi senza forzature: The Horror richiama alla mente l'Apocalypse Now di Coppola con del macchinico post-atomico, Leave Us Alone reinventa l'IDM dei 90s dei Plaid con uno sguardo à la Vainio di Konstellaatio, Human Triage costruisce la perfetta ambient per il nuovo millennio con un battito cardiaco glitchato di fondo che impreziosice la texture e che ricorda gli ambienti liquidi di Drexciya, Laws And Habits viaggia su coordinate da videogame nipponico dancefloor, Follow The Leader è misticismo tantrico con i monaci tibetani su battute in cassa dritta, The Illusion Of Choice è pura acid con melodie nordeuropee, We Live As We Dream estasi Dozzy, Falling chiude con le vocals di Emme in una spiaggia balearica. Un salto di qualità rispetto all'esordio, per Lucy. Un disco ispiratissimo, caldo, freddo, veloce, lento, oltre le catalogazioni. Un mix di sensazioni e di contrari che ci fanno viaggiare per un'ora di puro piacere. Una volta si diceva IDM, oggi possiamo chiamarla solo music. 7.4/10 Marco Braggion

risulta comunque più che sufficiente. 6.7/10 Marco Braggion

Cibo Matto - Hotel Valentine (Chimera Music,2014) Genere: pop, easy_listening, indie, triphop Yuka C. Honda e Miko Hatori ancora insieme. Il disbanding è datato 2002, in seguito al tour

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Lucy - Churches Schools And Guns (Stroboscopic Artefacts,2014)


Genere: alt, noise, electro Parto delle più classiche e misteriose isole del mar Egeo, con indosso una tunica a coprirne il volto ma allo stesso tempo a svelarne l'immaginario, mossosi lungo le strade d'Europa catturando suggestioni e influenze, arriva oggi a partorire il disco d'esordio l'ultima sensazione made in Italy (che tanto Italy non è). Mai Mai Mai è la sigla dietro cui si cela il solo-project di uno dei più noti animatori della scena made in Roma Est e nel suo mettere a frutto esperienze diverse, musicali ma non solo, si distacca molto dalle atmosfere con cui siamo abituati ormai a confrontarci quando si parla di Borgata Boredom e affini. In realtà, Mai Mai Mai fa partita a sé, anche esondando dai confini cittadini e/o dei compagni di merende. Theta vive, infatti, di sensazioni e suggestioni generate da un magma montante di flutti sonori che si scontrano e fortificano in continuazione, creando spazi allucinatori e visioni di una alterità a volte agghiacciante, a volte cullante come un nostos d'altri tempi. Tradotto in soldoni, l'esordio per Boring Machines è una mezzora di viaggio fuori dal tempo e in numerosi spazi fusi e confusi in una sovrapposizione stordente, che fa dell'album un agglomerato urticante di elettronica in battuta bassa a suon di synth, nastri, campionatori ed effettistica varia, generatore di atmosfere esoteriche e misteriche che trasudano un paganesimo ferale ma mai aggressivo. Potremmo giocare facile coi riferimenti "foscoliani" sul topos dell'agognata terra natia perduta, ma l'irrequietezza – industrial, se proprio dovessimo ridurla ad una definizione che, nella sua ampiezza, denota solo un certo tipo di approccio – che riveste tutto Theta ci fa tornare in mente le inquietudini "umane" dell'Ulisse dantesco, minore Prometeo dei tempi (quasi) moderni, rese però da Mai Mai Mai con un uso sapiente delle macchine. Lavoro ostico ma arcaicamente affascinante e musicalmente eccelso. 7.4/10 Stefano Pifferi

del secondo album Stereo Type A (uscito nel 1999). Non c'erano stati screzi, lo iato serviva a prendersi il classico periodo di decompressione dopo il successo internazionale. Per gli smemorati: le due giapponesine avevano mandato in solluchero la grande mela alla fine del secolo, utilizzando ammiccamenti sexy, paillettes e retrofilia shibuya-kei mescolate al trip hop e al pop. In più ebbero l'onore di collaborare con Michel Gondry, alla regia del singolo Sugar Water, e di partecipare (solo la Hatori) a Hello Nasty dei Beastie Boys. La scintilla che ha fatto scattare la reunion è

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stato un concerto di beneficenza alla Columbia University per le vittime dello tsunami nel 2011. Lì era presente pure Yoko Ono e di sicuro la nonna del rock avrà sussurrato qualcosa all'orecchio di Sean Lennon (che già suonava con le due giapponesine nel secondo disco). Non siamo sicuri al 100%, ma l'incontro è servito di certo a galvanizzare il combo e a far ripartire la macchina, tanto che l'album viene stampato proprio sulla label di Lennon. Con qualche aiuto mirato da "personaggi che contano" nel jet set musicale (il cantante americano Reggie Watts, Nels Cline e Glenn Kotche

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Mai Mai Mai - Theta (Boring Machines,2013)


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ita con precisione certosina e stile sopraffino. Le macchine e la produzione fanno il loro dovere per costruire un disco pop eccellente, come non se ne sentivano da tempo, e le due ninfe sono ancora all'altezza del palco. Bentornate, Cibo Matto. 7.3/10 Marco Braggion

Dani Male - SMAiLA (Musica Sbagliata,2014) Genere: pop, cantautori Sembrava una cosa molto estemporanea, la vicenda Dani Male. Invece dopo l'ineffabile Trauma Turgido è arrivato il buon Mitomania e poi ancora il progetto parallelo (convergente?) Black Sabani. Insomma, Dani l'uomomaterasso, il profeta dello one-man-bed, è ancora vivo e lotta assieme a noi bardato di somma tracotanza lo-fi e scazzo obliquo oltre i livelli di guardia. Anche in questo terzo opus SMAiLA viene quasi automatico innescare parallelismi col Bugo prima maniera, con la differenza sostanziale che il Bugatti poteva contare su una voce e una vis interpretativa già da piede nella fossa (ogni riferimento a Beck non è affatto casuale), mentre il buon Dani sta più o meno ai blocchi di partenza della normalità tipologica: canta come un amico a caso, usa un vocabolario striminzito per raccontarci stati di quotidiana nevrosi, insomma lo diresti privo di particolare talento a parte una ostentata balordaggine condita da accessi di pura furia. Eppure, su queste fondamenta riesce ad eccedersi, sa diventare una specie di martire sgangherato del circolo vizioso delle proprie ossessioni. Fulminato come una lampadina attaccata all'alta tensione, al posto della luce regala pennacchi di fumo acre e scoppiettii destabilizzanti. La "musica sbagliata" di Dani Male è una tonnellata di qualunquismo punkettone in cui si celano pagliuzze d'oro, è un

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degli Wilco, il percussionista Mauro Refosco degli Atoms for Peace), Yuka e Miko hanno ripreso le istanze avant pop newyorchesi dei 90s e le hanno attualizzate all'oggi. Il disco è molto aperto, con suoni che respirano, senza tanti overdub o ammennicoli produttivi come quelli che da un po' di anni a questa parte hanno livellato le proposte, soprattutto in ambito electro-pop. Gli strumenti hanno una voce propria e la voce si distingue bene dal mix e dagli arrangiamenti: tutto ciò potrebbe sembrare una puntigliosità da pundit melomani, invece il risultato produttivo si riflette proprio sulla scelta dello stile e delle soluzioni compositive. Lo slow down e il ritorno ad atmosfere pop soul tagliate con qualche percussione hip-hop o qualche chitarra funky-rock (stupendo il richiamo DFA in 10th Floor Ghost Girl) fanno venire in mente addirittura i Talking Heads o le ultime prove della stessa Yoko Ono. In più torna il marchio di fabbrica Sixties che contraddistingue da sempre il suono Cibo Matto (suggestioni 007-misto-Mad Men in Emerald Tuesday), qualche elemento preso dai blues elettrificati di Beck (MFN) o da quelli più sporchi e sognanti la fine millennio di Tricky mescolati con un savoir-faire à la MarilynMonroe-meets-Morphine (Hotel Valentine). Per finire, il lento da poltronissima (Empty Pool) e l'armonizzazione nippo-lounge (Lobby). La connessione con un tempo passato e forse ormai sepolto (ricordate i Death In Vegas?) si collega alle suggestioni estetiche dei Daft Punk: là il milieu musicale/cornucopia da cui attingere erano i Settanta, qui sono i Novanta del trip-pop-rock (l'operazione farà imbiancare ulteriormente i capelli di molti quasi quarantenni). L'ennesimo esempio di retrofilia? Per qualcuno potrebbe anche essere, ma per chi scrive Hotel Valentine non è una mera copiatura, bensì un'ottima attualizzazione ricostru-

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Genere: folk Cercare di imprigionare i fantasmi che abitano le nostre vite è un sogno lungamente rincorso dall'uomo. C'è stato chi, come gli adepti del mesmerismo d'Età Vittoriana, hanno provato a costruire portali per un contatto diretto con loro, cercando di registrarne le voci su rudimentali supporti. E c'è chi, da prima dell'elettricità, ha sempre tentato di fissare nell'arte i propri fantasmi, per oggettivarli, quasi rimuoverli chirurgicamente dalla propria carne viva e consegnarli, con alterne fortune, all'umanità. Alcuni, come Kimya Dawson, hanno trasfigurato nel mondo fatato dell'infanzia le proprie nenie ossessive, rendendo il privato pubblico. Altri, i folk singer più impegnati, hanno fatto entrare i fantasmi della società nel proprio privato, in un processo di privatizzazione delle agonie sociali. C'è, infine, una ristretta cerchia di artisti che ha saputo mescolare entrambi i piani, rendendo universali i propri fantasmi attraverso romanzi, poesie, film. E canzoni, come quelle di Marissa Nadler, apparentemente fatte di poco più che di un tappeto di leggeressimi synth su cui poggiare il fingerpicking e la voce delicata. In realtà, capaci di sostanziare i propri fantasmi attraverso un lavoro di cesello sulla composizione e l'arrangiamento, così da rendere i tre quarti d'ora di quest'ultimo disco una summa mirabile del cantare il folk dell'ultimo secolo. Dentro a canzoni come Desire o Drive c'è l'equilibrio voce/chitarra di una Vashti Bunyan, solo asciugata dell'afflato più hippie e riconsegnata a una dimensione prewar, di un inizio Novecento polveroso e in chiaroscuro. E ci sono i testi di ordinaria sofferenza, quel racconto del sè come unica forma del vivere che ha caratterizzato tanto songwriting al femminile, dalla Karen Dalton di 1966 a Nina Simone. C'è la saggezza produttiva di Randall Dull (sì, quello del metallo trasfigurato Sunn O))), ma anche Akron/Family). C'è il sapiente uso dei synth di Steven Moore, per un suono d'ambiente che sessanta anni fa avremmo affidato interamente agli archi. Ma soprattutto c'è la voce, anche elaborata, più che altro controllata, plasmata, della Nadler, e la sua intelligente scelta di lasciare riverberi lunghi alle chitarre per dare corpo a quei fantasmi che altrimenti appaiono imprendibili. Un salto in alto dell'artista americana, forse con qualche incertezza ancora da limare. Ma da qui in poi, sembra di vedere nascere una musicista che inciderà il proprio nome nella Storia. La Nadler ha la perizia di una veterana al servizio di una saggezza arrangiativa e di una scrittura – mai così felice – che promettono ancor più di quanto già – ed è molto – non dicano. 7.5/10 Marco Boscolo

secchio di vongole dal quale spuntano perle. E non certo a caso, ma perché nel frattempo il Nostro ci ha preso gusto e ha saputo condire il piatto con deviazioni noise-psych ed escursioni popadeliche niente male. A parte le

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badilate hard(emenzial)core-punk (con la voce che sbraca doom, tipo in Semaforo), è tutto un frullare fregole beat inzaccherate d'acido (La borraccia, Nauseato) con sconfinamenti surf (Vampira) e persino cow punk (Flanella).

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Marissa Nadler - July (Sacred Bones,2014)


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L'operazione viene condotta in modo impeccabile, ha tutte le carte in regola, ma il risultato è un po' freddino, troppo pianificato. Sembra infatti difficile innamorarsi di un manichino che rivanga stilemi Ottanta (i Kraftwerk in FemDom), ballad sexy à la Sebastien Tellier (Never Ask, Never Tell), qualche movenza robotica à la The Hacker (All Dressed Up) e che non si prende nemmeno un po' in giro. Eeprom è bravo (top in Hungry for More), ma suona un po' moscio, come i film western della domenica mattina di Rai Tre o le vecchie meteore anni '80 che incontriamo alle feste revival di Pasqua e dell'Epifania nelle discoteche di provincia (All Eyes on Me). Se non sapete cosa mettere su, date pure un'ascolto. In Francia è già boom, e lo si può capire. Il ragazzo gioca bene le carte da 007 e punta moltissimo su look e parrucco. La mossa promozionale rischia di andare però oltre la qualità musicale e di schiacciarla. Attenzione a non strafare e a non diventare l'ennesimo Kavinsky. 6/10

Stefano Solventi

Marco Braggion

Danton Eeprom - If Looks Could Kill (InFiné,2014) Genere: techno Dopo Yes Is More del 2009, torna il produttore marsigliese Julien Brambilla aka Danton Eeprom con dieci tracce che stanno a cavallo fra pop, synth e chic-disco. Se nell'esordio aveva usato la musa Chloé come voce di punta, qui il featuring d'eccezione viene consegnato alla voce di Birkii per il singolo Biscotto and Chimpanzee. Cambiamento di destinazione e risultato molto simile: voglia di fare il dandy della scena francese, e quindi rivangare il già detto degli Air e di molti componenti dell'old school F-touch (in più anche qualcosina copiata male da Matthew Dear).

Eagulls - Eagulls (Partisan,2014) Genere: rock, post-punk Chi ricorda This Is England '86? I sobborghi dello Yorkshire, le file di mattoni rossi, le madri depresse, i padri stupratori, le dr. Martens consumate, la droga, l'attitudine punk di chi non ha ancora vent'anni. Per gli Eagulls tutto ciò non è una pantomima da cui trarre ispirazione per rinnovare il guardaroba, si tratta di vita vera. Circa due anni fa, due di questi cinque elementi (il chitarrista Mark Goldsworthy e il batterista Henry Ruddel) hanno dato vita alla band con il comune intento di raccontare il disagio della loro realtà, in chiave post-punk. Nulla di originale, verrebbe da dire, finché un anno fa qualcosa si smuove, in seguito alla pub-

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Ma il bello è che per una Iggy che persegue chirurgicamente il grado zero con un boogie strampalato, c'è una Bolle di cartilagine che rastrella nostalgie beat-pop glassate di piano e flauto, suggerendo insospettabili vicinanze con certe malinconie Baustelle. Oppure, per lo slackerismo terminale di Vomito (i Pavement con la canna del gas ficcata in gola) c'è una Cammello che abbozza cromatismi indie languidi e striscianti come un Badly Drawn Boy scarabocchiato a luce spenta. E via discorrendo, tra spleen barrettiano (Fuori c'è il sole) e anti-romanticismo Skiantos squarciato garage (Mi stai sul callo). Viene quasi da cercarci un messaggio, tipo che siamo tutti in un baraccone di non senso e tanto vale cercare nessi profondi in una geografia di deliri scolpita in decenni di scorribande lisergiche, capace perciò di assegnarti una dignità di riserva, una specie di resurrezione sguaiata e cialtrona sì, ma in qualche strano modo autorevole. Non sarà così, ma solo sospettarlo è un segnale. C'è del raziocinio in questo sbraco. 7.2/10


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Joy Division contaminata dagli Adolescents, con cenni a Public Image Ltd e qualche coro in stile Cockney Rejects (le ansiogene Tough Luck e Amber Veins). Scomodare nomi come quelli sopracitati senza cognizione di causa sarebbe un errore imperdonabile, il che significa che gli Eagulls meritano l'attenzione che stanno cercando. Se stavolta la otterranno, non sarà perché hanno offeso i vostri papà, ma perché una volta premuto play non potrete fare altro che esclamare "cazzo, che botta". 7.1/10 Alessia Zinnari

Egokid - Troppa gente su questo pianeta (Novunque,2014) Genere: pop Gli Egokid sono una delle realtà indipendenti italiane di maggiore qualità, una delle band che, semplicemente, suonano meglio. I loro dischi, a partire dal bellissimo Minima storia curativa del 2008, sono egregiamente curati, prodotti ed eseguiti live e dimostrano come sia assolutamente possibile, ancora, in Italia, vedere messe a fuoco le capacità compositive e di performance di un gruppo indie. Troppa gente su questo pianeta si fregia, non soltanto nel titolo, della consueta riflessione civile, come già avvenne nel precedente Ecce homo del 2011 dove le istanze più sentimentali andavano ad unirsi al racconto sociale, includendo alcuni pensieri più strettamente sociologici, legati al periodo storico, alle questioni politiche del momento. Quello che fa degli Egokid una band interessante è questa rara capacità di incrociare assai bene il piano autoriale a quello musicale; per dirla in modo molto banale, la musica e il testo qui hanno un peso specifico simile, non sono le parole a schiacciare qualsiasi velleità di composizione, come avviene in molta della musica italiana odierna.

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blicazione sul loro blog di una lettera scritta di getto che potrebbe essere considerata come il loro primo passo verso l'attenzione mediatica: un vero e proprio manifesto punk-hadrcore dei giorni nostri. Volendo riassumere, il contenuto è un'invettiva dai toni squisitamente riot contro il crescente fenomeno del musicista alternativo patinato che si esprime in modo giovane, si veste come da copione e ha successo perché ricalca le esigenze della massa, come ad esempio avere delle componenti femminili nel gruppo (frecciatina alle Savages?). Perle come "To all beach bands sucking each others dicks and rubbing the press' clits. I am going to cut your hair clean off", o ancora "Now your all trippy and spiritual and all that shite. Well, go to fuckin India and stay there, your dad will have to buy your flight back within 5 minutes of your arrival" meritano di essere citate, se non altro per dare un'idea dei contenuti rintracciabili anche nel loro primo LP, l'omonimo Eagulls in uscita il 4 marzo via Partisan Records. Dieci tracce feroci che, rispetto alle produzioni precedenti, imboccano con più decisione la dispersiva strada del post-punk sporcandola con un'attitudine street/oi!/hardcore incarnata dalla carismatica figura del vocalist, George Mitchell: belloccio, talentuoso, incazzato. La prima e l'ultima traccia, Nerve Endings e Soulless Youth, sono l'emblema di un disco che mantiene una linea secca e costante, senza variazioni sostanziali tra un pezzo e l'altro. È il post-punk/new-wave pure british che si scontra con l'hardcore scene made in USA. È quello che può uscirne fuori se cresci ascoltando i Magazine assieme ai The Clash e ai Minor Threat: grandi turbe, ma anche grande sensibilità. Ritroviamo quindi omaggi ai Killing Joke (la cover di Requiem, contenuta come bonus track) come ai The Gun Club (Yellow Eyes, citazione palese) e ai concittadini Gang of Four (Footsteps). L'eleganza e l'introspezione dei


Giulia Cavaliere

Enrico Ruggeri - I S (Neverlab Avant,2013) Genere: avant, kraut, ambient Tra un Musteri Hinna Föllnu Steina del 2013 in condivisione con Elio Rosolino Cassarà e un disco di prossima pubblicazione a metà con Luca Barachetti (ex Bancale), l'ex Hogwash, Enrico Ruggeri, continua a sfornare piccole gemme ambient/avant. Se il disco precedente faceva da colonna sonora al progetto Sardegna Abbandonata (qui trovate il film definitivo con le musiche di Ruggeri), col suo carico di suoni vaporosi e inquieti, il qui presente sviluppa ulteriormente il discorso accelerando sul versante delle fascinazioni introspettive. I punti fermi rimangono l'estrema lentezza nello sviluppo dei brani, un certo minimalismo controllato nei suoni, la tendenza a creare soundscapes poco invasivi e in qualche caso (Succo) addirittura marginali, la fissità stentorea dei bordoni di synth. Gli elementi inediti, invece, rientrano

soprattutto nei due brani iniziali, con un Adiosu percussivo e tellurico e un Printania Dust in cui spuntano flashback di pianoforti seppiati e intangibili. Il resto è la solita dimostrazione di gusto: un tessuto molle con vaghi disturbi industrial posizionato ai bordi dello spettro uditivo, ma anche una collezione di suoni capace di rapirti senza forzature (se si eccettua una Errore #12 ai confini col noise che suggerisce un surrealismo visivo quasi in stile Lynch). Una sicurezza, per gli amanti del genere. 7/10 Fabrizio Zampighi

Flying Vaginas - And That's Why We Can't Have Nice Things (Mia Cameretta,2014) Genere: pop, indie, shoegaze Hanno deciso di fare sul serio ad ogni livello, i Flying Vaginas. A partire ovviamente dalla ragione sociale: cosa c'è di più sconcertante – oserei dire flaminglipsiano – di uno stormo di vagine volanti? Considerate poi i nickname che si sono imposti: Angry Pineapple, Disappointed Kiwi e Well Worn Banana. Insomma, un approccio patafisico giusto un attimo prima di scivolare nel demenziale, con qualche eco dell'acido understatement zappiano. Sia chiaro però che con Zappa e Flaming Lips non c'entrano pressoché nulla. La loro si direbbe semmai una strategia per dissimulare l'attitudine sonica grave, quel bazzicare cioè ugge caliginose e ruvidità radiante come usava talora nella cuspide tra Ottanta e Novanta, quando si abbozzavano prospettive indie e shoegaze (da qualche parte fra The Sea Urchins e Jesus And Mary Chain) mentre i fratelli più grandi insistevano a sbattersi di dark wave. In qualche modo ne esce psichedelia dal cuoricino di tenebra, come è chiaro fin da Wake, prima traccia di questo And That's Why We

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Tra l'inevitabile e presente fantasma dei Baustelle, alcuni momenti a la Ruggeri di Tutto scorre e uno stile sempre personalissimo, ci imbattiamo in alcuni brani irresistibili: Il re muore - scritta a quattro mani con Samuele Bersani e già nel suo ultimo lavoro Nuvola Numero Nove -, Che tempo fa, Non balliamo più e alcuni momenti struggenti a cui la band ci ha abituati negli anni: La madre, Frasi fatte. Se ancora qualcosa potrebbe essere perfezionato in questo gruppo, è forse un'eccessiva verbosità, talvolta, nei testi, che finisce con l'appesantire i brani: a parte ciò, una resa su album sempre pulitissima e un livello di produzione curatissima fanno di Troppa gente su questo pianeta un nuovo ottimo capitolo di una band di grandissimo talento e originalità compositiva. 7/10

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Genere: easy_listening, cantautori, psych, impro, fieldrecordings Vai, Mike, vai e insegna ai "neo-tropicalisti" a disegnare mondi immaginari. Se ce la potessimo cavare così, con una battuta, il senso di New Globe Notes risiederebbe esattamente in quelle poche parole. In un colpo solo, con un album curatissimo dalla sempre più off NO=FI Recordings in collaborazione con Nero, questo outsider dell'avanguardia british fattosi ormai romano d'adozione rimette ordine nel guazzabuglio dei giovani artisti impelagati nel marasma dei suoni caldi e stordenti d'estrazione tropicale con sconfinamenti verso sfumate lande chill-wave e si dimostra personaggio tra i più bizzarri – ma con una lucida idea musicale e non solo – dell'infinito panorama off mondiale. High Wolf, Ducktails, Hexlove, Sun Araw, nomi, spazi, tempi diversi ma accomunati da una sorta di attrazione (neo)primordiale per lande tropicali, suoni gocciolanti, atmosfere sfumate e inumidite, non impallidiscono di fronte a questo album – edizione ampliata e ri-masterizzata di alcuni, carbonari, lavori usciti negli anni per la personale Hipshot Records – ma fanno un po' la figura degli allievi bravi e diligenti quando si trovano di fronte al maestro. In New Globe Notes troverete un profluvio di suoni portati avanti con la indolenza tipica di un pomeriggio a tasso d'umidità 100% e arricchiti da una chitarra preparata che scivola via liquida, sognante e pluviale, mischiandosi con rumori ambientali, field recordings, loop and drones. Ad ammantare il tutto, una sensazione di alterità minacciosa, a volte più cupa (Electricity, tra scampanellii sinistri e cupe avvisaglie, gli stropicciamenti noise di Green Island Fiji), a volte meno (l'estatica isola hawaiana andata a male ipotizzata in Pearl Fisher), ma sempre pronta a mostrarci il rovescio della medaglia della moderna exotica tutta cocktail e lustrini: ovvero, come dietro quell'immaginario si celi un mondo reale fatto di bombe atomiche e "contaminati paradisi incontaminati". Assimilabile per concezione al lavoro svolto dagli Heroin In Tahiti (l'artwork è opera di Francesco de Figueiredo) e, nel suo ipotizzare mondi, simile al bellissimo saggio "Altrove" di Henri Michaux (non a caso tra i preferiti di High Wolf ), New Globe Notes è un diario di viaggio inconsueto verso lande immaginarie ma non troppo, che vale tutto il prezzo del biglietto. Come a dire, c'è molto dietro una camicia fantasia. 7.4/10 Stefano Pifferi

Can't Have Nice Things, EP d'esordio per il trio laziale che più avanti non si trattiene dal tracciare traiettorie Sarah con quella combinazione di sporco e languido (vedi l'inquietudine estatica e rappresa di Steve Brick And The Portland Concrete) da sembrare una cosuccia

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che accade dietro l'angolo. C'è posto anche per certo punk'n'roll sbrigliato noise da nipotini accorti dei Sonic Youth (Trainman Grief ), prima di accasciarsi nei quasi sei minuti di vampe and feedback acidi di una conclusiva D.S.M. (Don't Save Me) che chiude i conti con l'estro

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Mike Cooper - New Globes Notes (No=Fi Recordings,2014)


psych di stampo albionico. Nel mezzo, i tre buontemponi trovano modo di citare uno dei libri più cupi di Douglas Coupland (Hey Nostradamus!) e piazzare un singolone che t'incalza di ruggiti brumosi e jingle luccicanti (Happiness And Flour). Avrete capito che sono derivativi, ma sembrano disposti a mettere in gioco se stessi in questa deriva, riuscendo ad azzeccare un robusto equilibrio tra forme e sostanza, al punto da autorizzarci ad immaginarli in prospettiva. Troppo poco per farne qualcosa di grande, d'accordo. Ma abbastanza per farci puntare il dito e sussurrare: bravi, cazzo, bravi. 7.3/10

Gallon Drunk - The Soul Of The Hour (Cloud Hill,2014) Genere: rock, indie La filiazione Nick Cave dei Gallon Drunk è cosa nota – anche per la militanza del leader James Johnston nei Bad Seeds – ma forse tendiamo a farne una targhetta un po' frettolosa, rischiando così di trascurare le differenze anche profonde della proposta. Che in effetti è sempre stata una riarticolazione di blues, garage, surf, swing, rockabilly e altre pazzie nella centrifuga febbrile della post-modernità, più simile se vogliamo alla calligrafia d'un Jon Spencer anche se generosamente carburata ad inquietudini e guittezze da pub. Una formula che sembrava aver esaurito la spinta, sensazione rafforzata dall'abitudine di far passare almeno un lustro tra un lavoro e l'altro. Invece, a soli due anni dal buon The Road Gets Darker from Here, ecco l'album numero otto The Soul Of The Hour, nuovo bassista (Leo Kurunis) e rinnovata quadratura per sette tracce che svariano tra veemenze acide (l'impetuosa The Dumb Room, funk blues che scuote il fantasma di Hendrix e coagula esaspera-

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Stefano Solventi

zione Blue Cheer) e rarefazione jazzy (Dust In The Light, col tremolio psych ed il drumming sparso), subbuglio pernicioso (il crescendo sincopato di Before The Fire, che nel finale avvampa quasi Afghan Whigs in un bailamme d'ottoni) e soprattutto una diffusa propensione motoristica (nell'estro beat incupito Gun Club di The Exit Sign, nella spettrale The Speed Of Fear e nella cavernosa title track). Più che sulla scrittura, tendenzialmente minimale, è sulla forza dell'impianto e sul tiro delle interpretazioni che Johnston e soci fanno perno, una strategia della tensione che mira a logorarti le difese con ondate dense e ipnotiche di climax successivi. I risultati sono apprezzabili, ma il rischio è che alla prima smagliatura il giochino da ossessivo diventi subito monotono, come accade soprattutto in quella Over And Over che sembra pescare senza troppa convinzione dalla younghiana My My, Hey Hey, rammentando un brogliaccio raffazzonato e fracassone dei Dream Syndicate. Bel disco insomma, ma con qualche riserva. 6.9/10 Stefano Solventi

Giancarlo Frigieri - Distacco (Contro Records,2014) Genere: cantautori, rock A neanche due anni da Togliamoci il pensiero, torna l'ex-frontman dei Joe Leaman col sesto album da solista ed un rock cantautorale sempre più combattivo (e non "impegnato", visto il senso ahinoi deleterio del termine). Il suo punto di partenza, di vista e di forza è proprio il volersi coscienza critica del presente senza salire su uno scranno ma restando coi piedi ben piantati a terra, aggrappato alla sua condizione di individuo/cittadino sensibile e senziente. Un menestrello, sì, ma che si è ascoltato bene il rock nelle sue varie declinazioni elettriche, tanto da farne un intercalare necessario nonché un ben artico-

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Genere: pop, psych, folk Fruscii, riverberi elettronici, rumori placidi e indefiniti. Certi dischi cominciano piano, ti introducono alla loro magia quasi timidamente, come se le canzoni, da mero sottofondo, dovessero entrare dentro di te in punta di piedi, fino a non uscirne più. Comincia così anche Love's Crushing Diamond dei Mutual Benefit, il collettivo messo insieme dal giovane singer/ songwriter texano Jordan Lee (autore e arrangiatore di tutti i brani), arrivato al debutto lungo dopo vari esperimenti e progetti solisti, riuniti e sintetizzati sotto la ragione sociale di un gruppo aperto e corale: in altre parole, una specie di famiglia allargata in cui ognuno decide liberamente di dare il proprio contributo. Con molta autoironia, loro si definiscono post-lunar buddha turds, mentre il generatore di hype pitchforkiano non ha esitato a metterli sotto l'ala protettiva del Best New Music. Quello di cui è bene parlare è invece l'essenza ottimista, solare ed estatica di questo esordio: siamo di fronte a un album difficile da definire, intriso di quel brillante ottimismo proprio del freak-folk USA (tuttavia scevro da ogni stereotipo hippie), costruito magistralmente su un accumulo di suggestioni ed influenze che spazia dal synth pop all'elettronica, dallo psych al baroque folk. Strati di suoni, cori, violini, banjo e chitarre acustiche: un piccolo caleidoscopio iridescente che richiama le stesse "famiglie" folk di cui sopra – dalla progettualità aperta di Akron/Family e Danielson Famile, passando per la visionarietà spaziale degli Animal Collective. A partire dall'armonia destrutturata dell'opening Strong River, i Mutual Benefit preparano l'ascoltatore a un'immersione totale nelle acque limpide del folk più sperimentale e atipico. Grazie ad un riuscitissimo gioco di echi e stratificazioni, ogni brano anticipa e introduce quello successivo, attraverso un filo rosso fatto di melodie soavi e complesse, anche se rigorosamente analogiche, quasi ai limiti del lo-fi: l'ipnotico organo di Golden Wake, così come il banjo trasognato di Advanced Falconry, diventano emblemi di un songwriting obliquo e trasversale, ricco ma mai over-prodotto, mutevole e splendidamente onesto. In altre parole, composizioni – di nuovo – aperte, frutto di contributi e collaborazioni fatte per lo più assieme a musicisti/amici, sedimentate poi sotto la scrittura di Lee. Fuori da ogni imposizione classica, C.L. Rosarian e Strong Swimmer esulano dalla tradizionale forma-canzone folk, inserendosi invece in un dilatato rincorrersi di suoni diversi tra loro, in cui si mescolano assieme alla musica luci, suoni e colori. A fine ascolto, quello che si avverte è pace, purezza, visioni auree e sogni lunari: un pot-pourri in cui si inseguono chitarre nostalgiche e voci diafane, strettamente legate ai tempi di ieri ma, allo stesso tempo, capaci di creare un suono nuovo. Ed è proprio questo il miglior pregio di Love's Crushing Diamonds: pur legandosi inevitabilmente ad un genere (il folk, per l'appunto) secolare e canonizzato, tutte le canzoni si fanno portatrici di una bellezza pura e disarmante, sette piccoli diamanti nascosti tra le pieghe della psichedelia e della roots music. C'è poco altro da aggiungere su un disco d'esordio singolare e prezioso, che, presumibilmente, potrà resistere con ostinazione alle battute del tempo. Con una sola raccomandazione: non lasciatevelo scappare. 7.5/10 Giulia Antelli

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Mutual Benefit - Love's Crushing Diamond (Soft Eyes,2013)


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Halls - Love To Give (No Pain In Pop,2014) Genere: pop, cantautori, electronica Halls, all'anagrafe Samuel Howard, in un certo momento, durante il 2012, sembrava poter essere uno dei possibili nomi da classifiche di fine anno. Questo momento è rintracciabile nei giorni che seguirono la release del singolo White Chalk - dopo un promettente Fragile EP -, capace di lasciare i più a bocca aperta dinanzi a un'ottima sintesi epico-malinconica. Ciò nonostante, il pur valido album di debutto Ark passò praticamente inosservato, finendo per tranquillizzare le acque attorno al giovane londinese e relegandolo al solitario dimenticatoio fino al recente e silenzioso annuncio del secondo capitolo intitolato Love To Give, pubblicato nuovamente via No Pain In Pop. Ark era tetro, claustrofobico e un po' macchinoso. Immaginatevi un'opera imperfetta creata da un automa invece programmato per realizzare l'opera perfetta. Piuttosto che cercare di perfezionare il meccanismo, Howard ha preferito andare oltre i freddi solchi dell'abbattimento emotivo, trovando linfa vitale in un approccio meno legato all'elettronica (che si muoveva tra il glitch e il post-Blake) e maggiormente free-form, soprattutto sotto l'aspetto strumentale. Certo, ci sono ancora episodi in cui il Nostro si siede al pianoforte e si lascia sopprimere da un mare di echi, sulla scia del precedente capitolo (You Must Learn To Live Again, la titletrack), ma è altrove che il progetto Halls sembra acquistare una nuova – e non necessariamente definitiva – dimensione. Registrato in un teatro, Love To Give fa leva su una strumentazione di varia estrazione (fiati compresi) che colora paesaggi nordici capaci di rievocare l'artwork del Fragile EP: è il caso di Forelsket (in norvegese significa "innamorato"), in cui troviamo alcune improvvissazioni al sax di derivazione jazz. Altrove, è il lavoro

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lato scenario emotivo e culturale. Vedi infatti come la opening Taglialegna mediti sulla latitanza di riferimenti ideologici sostanziali alludendo alla pulsione suicida di Cobain perciò costruendosi come una parafrasi di My My, Hey Hey di Neil Young (con un verso della quale – "It's Better To Burn Out/ Than To Fade Away" – il leader dei Nirvana scelse di congedarsi dal mondo). Oppure vedi come la title track indossi con disinvoltura il piglio generoso e trascinante dei R.E.M. anni Ottanta, mentre ne Il Fruttivendolo con la maglietta dei Metallica si bazzicano spigoli funky e atmosfere jazzy sulla scorta di un bel sax. Certo, con Le donne del trentunesimo secolo e Fotografie (forse il testo più bello in scaletta, con passaggi quali "è un trucco tipico del digitale/ confonder l'anima con l'animale") il pensiero corre rapido a un De Gregori, che graziaddio non si è limitato a volersi figlioccio di Dylan ma si è fatto strapazzare ad esempio dal Paisley (come è ancora evidente nella rabbiosa Gorizia). Al netto di un paio di passaggi fuori fuoco come L'ultimo nato (troppa epica da mondo antico gucciniano) e una Neve che tenta l'impasto fiabesco/visionario rischiando il pasticcio, stupiscono non poco le pennellate atmosferiche quasi eniane di Strisce pedonali e soprattutto colpisce Terra, un quarto d'ora di folk blues laconico e struggente che manda il De André altezza Anime Salve sulla spiaggia desolata di Young, meditazione espansa che procede per sequenze componendo un affresco amaro e solenne, insomma se non è il capolavoro di Frigieri poco ci manca. In ultima analisi, Distacco è un disco che sa di margini, quelli da cui ha preso vita, ma che per lunghi tratti è capace di farli sembrare l'unico luogo in cui le cose acquistano un senso forte e reale. 7/10

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Genere: rock, psych, hardrock, art, crossover, avant, impro Album come Book Of Souls, ma allargando la questione anche il progetto stesso Secret Chiefs 3, richiedono all'ascoltatore non tanto una partecipazione più o meno attenta alle questioni musicali, quanto una vera e propria fede cieca al limite del fondamentalismo. Innanzitutto perché richiedono attese spesso lunghe tra un passo e l'altro: nel caso specifico, Book Of Souls è il passo due di una trilogia iniziata con Book Of Horizons un buon decennio fa e ha richiesto tutto il decennio per essere elaborato e registrato. Poi perché non di semplice gruppo si tratta, quanto di accolita di illuminati "intrippatisi" lungo una caterva di strade, un delta di rigagnoli che si disperdono tra rock in opposition, avant-jazz, etnoandworld, psych in ogni salsa, crossover, avant-rock free-form e altro ancora sotto una pletora di formazioni varie e mobili (sette, per l'esattezza: The Electromagnetic Azoth, UR, Ishraqiyun, Traditionalists, Holy Vehm, FORMS e Noddingturd Fan). Infine, perché in questa enciclopedia delle musiche possibili si ha la possibilità di ritrovare di tutto e di più, in un fiume sonoro a tutto tondo creato e suonato con una sapienza e, insieme, un senso dell'(auto)ironia che è discendenza diretta dell'umiltà del suo "deus-ex-machina". Quel Trey Spruance fondatore, insieme a Mike Patton (che fa una comparsata strepitosa in La Chanson de Jacky) e Trevor Dunn, di quella esperienza follemente avanguardistica e caciarona che furono i Mr. Bungle. Di cui questo collettivo coagulato intorno al polistrumentista di Eureka non è che la naturale evoluzione e prosecuzione. Mood cartoonesco e capacità tecniche, immaginario fumettistico e apertura mentale, dimensione visiva (più che visionaria) e, dunque, cinematografica e schizofrenia compositiva sono dunque il pane per questa eccellente formazione – in campo Timb Harris (Fred Frith, Alvin Curran, Sunn O)))), Ches Smith (Marc Ribot, Tim Berne), Shahzad Ismaily (Fred Frith, Carla Bozulich, Marc Ribot), Danny Heifetz (Mr.Bungle) and so on – che gioca in un campionato tutto suo. E, ovviamente, lo stravince. 7.5/10 Stefano Pifferi

alla batteria che domina la scena, come nei nove minuti conclusivi di Body / Eraser, brano emblema, insieme ad Aria, di un nuovo corso tendente al post-rock di scuola Sigur Rós. La melodia non è stata lasciata del tutto in disparte (Aside, ad esempio, ha una linea piuttosto immediata), ma pare evidente che Sam si sia concentrato – con una maturità tutt'altro che scontata – soprattutto su aspetti di contorno

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che comunque donano un senso di evoluzione ad un percorso che ha visto aumentare la consapevolezza strutturale a scapito, forse, dell'emozionante senso di urgenza dell'opera prima. Siamo quindi, nuovamente, di fronte ad un lavoro apprezzabile nella sua natura imperfetta. Quando Sam riuscirà a fondere gli aspetti positivi di Ark e di Love To Give e a scacciare un rischio noia per ora sempre dietro l'angolo,

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Secret Chiefs 3 - Book Of Souls: Folio A (Mimicry,2014)


sarà arrivato il momento di inchinarci definitivamente. 6.9/10 Riccardo Zagaglia

Genere: metal, post Sono stati costretti a migrare gli Helms Alee. Erano nella squadra Hydra Head che però ha chiuso i battenti un paio d'anni or sono, li ritroviamo in combutta con la Sargent House, etichetta che in zona heavy sta portando avanti una vera e propria crociata post-metal tra Russian Circles, Deafheaven e appunto Helms Alee. Sleepwalking Sailors, come i suoi predecessori, si rifà alla scena hardcore dei 2000, ai Poison the Well, a quelle band che univano metalcore e screamo sdoganando definitivamente il genere per la gioventù alt-rock di MTV. Si ritrova dunque la stessa alternanza tra parti melodiche e pesanti, la stessa dicotomia softheavy nelle voci, qui supportata anche dall'avvicendamento maschile femminile. Gli Helms Alee ci mettono una maggior coesione rispetto al passato (il cui merito sarà in parte da addebitare a Chris Connor, già dietro al mixer con Chelsea Wolfe e Pelican), una complessità ritmica chiaramente post- e partiture metalliche che guardano ai canadesi Ken Mode; inoltre, un maggior focus sulle chitarre, più fluide anche grazie all'introduzione di qualche riff stoner utile a tenere insieme le parti. Bastano questi elementi a garantire il segno più per Sleepwalking Sailors, disco che tutto sommato appassionerà la gioventù alt-rock di cui sopra. 6.5/10 Stefano Gaz

Genere: pop, indie Di questi tempi, il beneplacito di Justin Vernon e l'invito a fare da opening act del tour di Bon Iver, oltre ad essere un marchio che certifica la qualità di una proposta musicale, rappresenta anche e soprattutto una spinta promozionale inimmaginabile per una band che si trova a dover esordire su larga scala. E' questo il caso degli Highasakite, norvegesi con all'attivo una manciata di EP e un ulteriore ottimo LP, All That Floats Will Rain, uscito nel 2012 e passato però estremamente sotto traccia al di fuori dell'ambiente scandinavo. Questo Silent Treatment è stato costruito, quindi, con l'obiettivo dichiarato di uscire dal guscio, grazie a una proposta che travalica l'etichetta indie-pop e abbraccia una produzione epica ed orchestrale: percussioni che si fanno strada a forza tra archi e fiati e la voce di Ingrid Helene Håvik – una Elena Tonra che prende lezioni da Elizabeth Fraser – a fare da colonna portante di ogni singola architettura sonora. Il quintetto di Oslo si dimostra capace di interpretare al meglio quelle che sono le tendenze del momento, con un'impostazione pop "al femminile" che ricorda da vicino l'intensità vocale di London Grammar e Daughter. Questi ultimi fanno scuola anche e soprattutto nell'approccio più "selvaggio" a quel cupo neo folk d'atmosfera tipicamente 4AD, in grado di rendersi però interessante anche ad un pubblico con orecchie meno affilate, come può essere quello di act ormai sdoganati come Of Monsters And Men e Mumford and Sons. L'ombra di Elena Tonra aleggia delicata sul triste lamento d'amore dell'opener Lover Where Do You Live e su quello che è probabilmente uno degli highlight del disco, quella I The Hand Grenade che deve moltissimo anche al sophomore del sopracitato vate Vernon. Non

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Helms Alee - Sleepwalking sailors (Sargent House,2014)

Highasakite - Silent Treatment (Propeller Recordings,2014)

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mancano nemmeno i richiami al folk-pop più tradizionale, con My Only Crime e Leaving No Traces che riportano alla mente l'incedere delle First Aid Kit e momenti invece dal mood più leggero, come il primo singolone Since Last Wednesday e il rimando alla Svezia dei Billie The Vision And The Dancers di Hiroshima. Sono proprio i synth scintillanti, le parti di batteria fragorose e le atmosfere più giocose degli ultimi due pezzi citati e di Darth Vader a far da contraltare agli episodi più intensi ed accorati, regalando a Silent Treatment quella molteplicità di sfaccettature che permette agli Highasakite di rifuggere qualsiasi tipo di etichetta univoca di genere ed affermarsi come una delle realtà più interessanti e sorprendenti di questo 2014. 7.1/10 m a r z o

Katy B - Little Red (Rinse,2014) Genere: elettronica A conti fatti, e dato che è stata proprio lei ad aprire la strada ad act di successo come Rudimental, Jessie Ware e Disclosure, Katy B è quanto di meglio il mainstream dance britannico possa offrire in questo momento. Se questa è già di per sé un'affermazione che definisce un contesto e dei limiti ben precisi, è necessario specificare almeno un paio di fattori. Il primo è che la cantautrice londinese, classe '89, cresciuta a pane e Rinse Fm, ha fin dall'inizio veicolato la proposta musicale della radio (garage, grime, Dubstep, UK funk ecc.) in una formula pop ben piantata sui binari della tradizione nu r'n'b di stampo UK. Il secondo è che dentro questi paletti, l'ex alunna della BRIT School (Adele, Amy e co.) ha saputo creare un solco, delle hit di successo e un seguito, tenendo alto sia il profilo della ragazza della porta accanto, sia quello della cantante che si alza in piedi per rappresentare autorevolmente i sentimenti del-

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Marco Masoli

le coetanee – e sottolineiamolo – al riparo dalle prosopopee da talent show. Chiederle di essere più dentro ai continuum elettronici o, come in questo caso, deprimerne la proposta con sfide/paragoni americani (vedi le Madonna, Kyle Minogue o Rihanna qui assimilabili, ma senza l'effetto star) non renderebbe giustizia a un secondo capitolo discografico lungo che affronta l'argomento house – l'essenza della sua proposta fin dall'inizio – con solide canzoni e molto da comunicare. Se in On A Mission la Nostra risentiva del cambio decennio e dei venti della dubstep da stadio con la produzione di Benga, in Little Red chiama a collaborare Guy Chambers, l'uomo dietro a molti successi di Robbie Williams, qui al servizio di un gran pezzo di memorabilia dance come Aaliyah (brano che vede anche la collabroazione di Jessie Ware e già contenuto nel Danger EP) e dell'altra hit, 5 AM. Altrove, altri bei momenti house nei tagli più rallentati di Tumbling Down (con richiami r'n'b à la Amy Winehouse) e nella cura di gradienti in zona garage di I Like You e Everything. Poi, come la prova precedente, anche da queste parti non tutto va in un'unica direzione: i richiami dubstep si chiamano All My Lovin', quelli post-soul prendono il nome di Play (bello il cameo di Sampha), la drum'n'bass à la Rudimental la troviamo nella deboluccia Wicked Love, mentre la zampata 2-step recita Blue Eyes. Se poi dobbiamo parlare di economie, le ballad, spesso in area Rihanna, sono anche troppe, nessuna davvero memorabile (Crying For No Reason, Sapphire Blue, Emotions, Still, Stay Down) ma tutte indubbiamente costruite senza strafare e montando con gusto un climax preciso (che in quest'ambito è già un bel regalo per nulla scontato). "Il disco ha un sacco di canzoni che mi hanno fatto piangere, molto profonde. Hanno accompagnato un periodo della mia vita fatta di


cambiamenti", ha dichiarato Katy nella press, e questo è quanto arriva all'ascoltatore attraverso i testi, assieme a un'ottima produzione. Sincerità e confezione in formato pop. 7.2/10 Edoardo Bridda

Genere: avant, electro I Liars ci avvisano che nel loro ultimo disco si sono lasciati andare alla passione per la dance, che ci hanno tenuto nascosta per anni. Ovviamente, non è vero, anzi, non solo. Mess viaggia all'incrocio tra elettropop e deragliate gotiche EBM (Vox Tuned D.E.D.), e piuttosto l'identità del disco emerge per differenza dal precedente, WIXIW, almeno nelle parole dei tre bugiardi. Angus Andrew, autore della produzione (con l'aiuto al mixing di Timothy "Q" Wiles, producer dance californiano già attivo come Überzone), dichiara di essersi dedicato a un'elettronica senza sovrastrutture intellettuali, coerentemente con l'incoerenza della band. "Siamo una band schizofrenica. Andiamo da un estremo all'altro. Lavorando sul disco precedente, eravamo paranoici e dubbiosi del risultato. In questo caso è l'opposto: ci siamo voluti divertire, lavorare d'istinto". La cosa non promette bene, per almeno due motivi. Da un lato perché i Liars hanno sempre avuto l'enorme pregio di essere intellettuali sanguigni, raffinati ma diretti. Hanno sempre colpito e lasciato uno strascico nello Zeitgeist. Dall'altro, dire questo è un po' come "dirselo". Leggi anche: esplicitare una strategia di autodifesa. È come se i Liars temessero la propria semplificazione, e la dovessero dichiarare per estromettere lo spauracchio da sé. A volte il rasoio di Ockham elettronico diventa derivativo (l'inno agli Eighties di Mess On A Mission), altre volte i brani sono semplicemente deboli (Pro Anti Anti), e cercano di mantenere un

Gaspare Caliri

Lisa Stansfield - Seven (Edel,2014) Genere: pop, soul, jazz È un vero peccato che in questi dieci, lunghissimi, anni di assenza dalle scene si sia parlato molto poco di Lisa Stansfield. Era dal 2004, infatti, che la signora del soul-pop britannico non pubblicava un disco: chiunque altro, al suo posto, avrebbe fatto carte false per duettare con una giovane leva in cima alle classifiche, con-

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Liars - Mess (Mute,2014)

tenore di qualità con il timbro vocale di Angus, messianico e gotico quando serve (tranne in Boyzone, dove la voce rende lagnosa una corsa EBM sincopata). "Lasciarsi andare" vuol dire forse rinunciare al proprio benchmark ed essere la band matura e consolidata che conosciamo, negli album e soprattutto (ultimamente) sul palco, dove la tenuta del trio è dirompente e produce set che non passano via senza un segno nell'ascoltatore. Non si tratta, in questo caso, della scelta elettronica (da producer) in opposizione all'opzione strumentale. Ascoltando Can't Hear Well (linea pulsante ma semplicissima di tastiera e voce di Andrew) si ritrova il talento della band, e non importa che esso venga espresso con una variabilità di strumenti. Al contrario, viene anche da dire che se recensire i Liars ha sempre significato ricorrere alla storia della produzione intera del gruppo, in Mess c'è uno statement che vale da sé, in qualche modo astratto dal contesto delle uscite precedenti. Solo in questo quadro, possono spiccare i due episodi più interessanti del disco: l'avventura house di Perpetual Village e la finale Left Speaker Blown, che fa sparire il beat e al suo posto mette un giro basso da ipnosi. Due casi che rientrano nel discorso più ampio della storia di quei Liars che possono continuare a segnare i tempi che percorrono. 6.5/10


Genere: pop, indie Una copertina pop art/kitsch che rappresenta – parole della diretta interessata – una near-future cult leader; un setting mentale attentissimo ai dettagli e da sempre votato alla contaminazione; il solito puzzle musicale stroboscopico capace di complicarsi e arricchirsi disco dopo disco: cosa ci si potrebbe aspettare, del resto, da una che tra i suoi ascolti cita Stravinskij, l'hip hop, i Nirvana e Beyoncé? Eppure Annie Clark è ben consapevole della direzione intrapresa, del suo essere al tempo stesso icona pop e avant, o come ama dire lei, di "vivere nell'intersezione tra accessibile e folle". In questo senso, il quarto disco a nome St. Vincent rappresenta forse il passaggio più importante, oltre che la testimonianza fedele di un momento artistico davvero felice per la musicista newyorkese d'adozione. Dentro l'album c'è il periodo trascorso in tour con David Byrne per la promozione di Love This Giant ("David è davvero una persona artisticamente senza paura, e questo mi ha ispirato moltissimo", ha dichiarato la Nostra a The Quietus), oltre a una concezione di musica che non è mai stata così umana e futurista al tempo stesso. St. Vincent è forse il disco più talkingheadsiano della Clark (perdonateci il tiro "telefonato" ma inevitabile), nel senso che costruisce il suono su un fattore ritmico che non è più la variabile impazzita art-pop ma tutto sommato circoscritta del passato, quanto piuttosto il direttore d'orchestra di cluster sonori polverizzati e coordinati tra loro. Con un John Congleton riconfermato produttore artistico e bravissimo a trattare i contributi strumentali, decontestualizzandoli in una "partitura" sopra le righe ma capace di tradurre un immaginario coerente e per certi versi inedito. Una St. Vincent nuova, meno "ingenua e classica" di quella di Marry Me, apparentemente meno strutturata di quella di Actor, più concreta (rock?) e finanche psichedelica. Il materiale, per quanto "trattato" in post-produzione, è estremamente immediato, organico, "suonato". Un po' perché la Clark è sempre stata una da chitarra elettrica, un po' perché la poetica stessa della musicista è spesso "vittima del momento", per quanto curatissima e cesellata. A testimonianza, il funky cibernetico di una Rattlesnake nata dopo una brutta esperienza nel deserto con un serpente, una Huey Newton ispirata da un'allucinazione con protagonista il fondatore del movimento politico delle Pantere Nere (per la cronaca, morto nel 1989), una Birth in Reverse che omaggia senza remore le onnipresenti teste parlanti. Il resto del programma viaggia su concessioni alla St. Vincent "classica" e melodica dei primi dischi (Prince Johnny, ma anche Regret), parentesi vagamente ambientali (I Prefer Your Love) e in generale su un approccio alla musica capace di aggiornare l'estetica più nota della Clark con tribalismi (Bring Me Your Loves) e cascate di synth. Lasciatecelo dire: chi in passato ha scambiato le devianze e i voli pindarici tipici dello stile musicale di Annie Clark per una mancanza di equilibrio, ha capito poco o nulla dell'artista (album come Actor sono invece la dimostrazione di una complessità e di una ricchezza enorme, dal punto di vista della scrittura). Detto questo, St. Vincent è paradossalmente il disco più "canonico e normalizzato" di Annie Clark e quello che raccoglierà di più, crediamo, in termini di consensi. Il fatto che raggiunga questo obiettivo con un tale livello di creatività e senza fare concessioni, lo rende un caso più unico che raro. 7.6/10 Fabrizio Zampighi

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St. Vincent - St. Vincent (Loma Vista,2014)


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un disco "classico" che con un occhio guarda con riverenza al passato nobile che ha contribuito alla formazione artistica della musicista – la torch song Stupid Heart, incontro impossibile tra Etta James e Patsy Cline, è qui a dimostrarlo, insieme a So Be It, che trasuda Philly-sound da ogni poro – e dall'altro cerca di guardare a ciò che accade oggi nelle classifiche di vendita, non sempre riuscendoci. Se infatti John Robinson e Jerry Hay (al lavoro con Michael Jackson per i suoi dischi di maggior successo) garantiscono uno stile senza tempo, l'arrivo di una drum machine e di sintetizzatori desueti in The Crown ci trasporta nel 1995 (più dalle parti di Brandy che di Justin Timberlake o Beyoncé), quando chiaramente non era l'effetto desiderato. A molti anni di distanza da Down In The Depths e Swing, la cantante inglese si cimenta di nuovo in un numero jazzy, Why, che ha un certo charme ma fa la parte dell'intruso; i fiati di Picket Fence ancora una volta riportano alla mente gli ultimi Simply Red ma anche la poco proficua parentesi solista di Sharleen Spiteri dei Texas, The Rain è il tipo di canzone che tirerebbe su un album di Duffy con una facilità estrema così come l'appassionata Conversation spopolerebbe se a cantarla fosse Adele. La conclusiva Love Can sembra fatta apposta per accompagnare proprio quei momenti, e poco importa se richiama non poco Plenty Lovin' di Steve Winwood e Des'ree (un altro riferimento che proviene dagli anni Novanta). Per ogni interpretazione riuscita c'è un episodio interlocutorio, per ogni brano al passo con i tempi ce n'è uno tirato fuori dal freezer con dieci anni di ritardo: purtroppo le contraddizioni non fanno sì che il settimo disco di Lisa Stansfield decolli come potrebbe. Ma forse per lei è già stato un traguardo tornare nella Top 20 nel Regno Unito e raggiungere quel pubblico non più giovanissimo che non sa fare a meno

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vincere i DJ più di grido a curare nuovi remix o, nell'ipotesi spesso più realistica, entrare nella setlist di uno di quegli eventi-nostalgia insieme a una sfilza di vecchie glorie, a cantare per l'ennesima volta People Hold On e What Did I Do To You magari sopra la stessa base registrata e con un sorriso di circostanza. E invece no, lei ha preferito attendere il momento giusto per tornare con canzoni coerenti con il suo stile di sempre: il primo singolo estratto da Seven, Can't Dance, sembrerebbe dimostrare che in fondo ha fatto bene a non cedere alle mode, anche perché con la disco (in questo caso molto Chic) Lisa aveva già flirtato anni prima dei Daft Punk e di Pharrell. Come si possono dimenticare la sua cover di Never, Never Gonna Give You Up di Barry White e il duetto proprio con quest'ultimo in una rilettura del grande successo All Around The World? Per lo stesso motivo, il secondo singolo Carry On naviga a proprio agio sulle stesse acque del Northern Soul caro a John Newman. Entrambi i brani sono stati lanciati, saggiamente, per il radio airplay, ma sono poco indicativi del resto del materiale qui presente. Seven è un'operazione discografica che ci restituisce un'interprete vocalmente in splendida forma e che cerca di far dimenticare i due non riuscitissimi predecessori. Sembra voler ripercorrere le orme dei Simply Red, che dopo il fallimento di Love And The Russian Winter (in cui Mick Hucknall tentava di aggiornare, maldestro, una formula sempre più stanca con ritmi dance e canzoni – a dispetto del genere – senz'anima) inaugurarono un'etichetta discografica e soprattutto un nuovo corso, con suoni più caldi e un repertorio più adulto, grazie a Home. Sparita la produzione iper-tecnologica di Trevor Horn di The Moment, accantonati gli esperimenti two-step à-la Artful Dodger di Let's Just Call It Love, la Stansfield confeziona insieme al marito e collaboratore Ian Devaney


Genere: pop, cantautori, folk "Le cose si fanno più pesanti quando invecchi. A 47 anni, non posso più scrivere dalla prospettiva di uno che che ne ha 25. La mia vita e tutto ciò che c'è intorno sono cambiati troppo". Benji è un piccolo cane/star, che negli anni Settanta fece il giro dei cinematografi del mondo, documentando un'intensa storia di amicizia e legame fra umani e animali. Il solito film, insomma, guardato in un solito pomeriggio, in una solita posizione, su un solito divano, da Mark Kozelek. Che, come gli succede da 40 album a questa parte, riesce a far diventare il "solito" di una bellezza disarmante. Benji segue a soli due anni di distanza il precedente Among The Leaves, e Kozelek non è mai stato effettivamente fermo. Lo abbiamo seguito nelle sue elucubrazioni elettroniche a fianco a Jimmy Lavalle in Perils From The Sea e persino nel canto rupestre dell'album omonimo con i Desertshore. Ci si può domandare in eterno come e perché scelga il moniker a cui affidare le sue produzioni mastodontiche di testi e musiche, ma sarebbe inutile. Quel che è certo è che sulle spalle di Benji pesa il borsone acido e crudo della Morte, che s'affaccia puntuale in ogni verso, senza lasciare scampo. C'è chi dice che Benji sia l'album più cupo della produzione di Kozelek. E forse non ha tutti i torti. Ma è una nuova cupezza, quella che ritorna in questi versi. È la cupezza che ha reso grandi i capisaldi letterari di tutto il Novecento e non solo. È la cupezza che fa rima con disincanto, con amarezza, con rassegnazione, con misurazione. Non c'è struggle, non c'è lotta per ottenere promesse di felicità o un Eden di tranquillità. Kozelek, un po' come un altro cantastorie toccato dalla vita, ovvero Mark Oliver Everett: è immobile, come il saggio stoico di fronte alla tempesta. E questa sua consapevolezza, questa sua cognizione del dolore gli rende due grandi tributi. Il primo è la possibilità – quanto mai sdoganata in Benji – di parlare di sé, con una sincerità e una dedizione imbarazzante. Il secondo è lo scintillio dell'umorismo, che – come sa bene chi conosce Pirandello – è la cifra stilistica del tragico. Kozelek fa ridere molto nei suoi testi, ma è una risata a denti stretti, che fa scattare subito il pensiero sull'agonia dell'esistenza. Sbaglia chi dice che Kozelek e Benji si possono capire solo se si ha familiarità con le idiosincrasie del cantastorie dell'Ohio. Certo, Benji è decisamente un close-up intenso sulle vicende biografiche, sugli strappi esistenziali, sui lutti, sulle amicizie perse e ritrovate dell'artista, ma, una volta finito l'ascolto, fruito come un grande affresco emotivo, la sensazione che ci lascia è quella di aver acquisito un po' più di consapevolezza di noi stessi. E così, Carissa – cugina, abbandonata e quasi dimenticata in qualche angolo di memoria – irrompe bruscamente nel fingerpicking e nella tonalità monocorde del brano eponimo, quando a causa di un aerosol nella spazzatura va a fuoco e perde la vita. Solo la prima – anche se la più bizzarra – delle epifanie mortuarie che sono il motore propulsore di Benji. Carissa non è un personaggio bidimensionale o passivo. E' veramente lei che tiene in mano, corregge e dirige lo spessore dei versi di Kozelek. Anche perché la più casuale e terribile delle morti si perpetua ai danni dello zio in Truck Driver, morto anche lui in un incendio, il giorno del suo compleanno.

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Sun Kil Moon - Benji (Caldo Verde Records,2013)


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Sembra di assistere alla poetica del "piccolo fatto vero" di Sanguineti, quando sentiamo le storie musicate dai Sun Kil Moon. Le coordinate geografiche e temporali sono sempre molto precise e il linguaggio, molto spesso, tanto scarno ed essenziale da sembrare un corpo corrosivo, un corpo – parola, una parola – carne. È una parola-carne che però non urla, non ruggisce, ma recita d'un fiato la nenia escatologica e finale. Anche quando tende a fare ironia, come in Dogs, dove, malgrado il canto quasi disperato, si esercita in un'elenco di esperienze sessuali particolarmente "memorabili". La band Sun Kil Moon, ancora una volta rimodernata da un azzeccatissimo Steve Shelley (Sonic Youth) alla batteria, dai cori soavi di Will Oldham e dai tasti di Owen Ashworth (Casiotone for the Painfully Alone), è, come sempre, ben equilibrata. Spesso si lavora per mettere in risalto le tinte monolitiche della voce di Mark, ma altre volte l'ensemble sembra creare un giusto mix di blues, pop e folk. Succede che l'arpeggio prolungato e contorto di I Watched The Film The Song Remains The Same sottolinei l'incanto di un fan di fronte al celebre film sui Led Zeppelin. Succede che Richard Ramirez Died Today Of Natural Causes venga plasmata come un basso Tombstone Blues, nel quale la morte del famigerato serial killer finisce con l'equivalere al momento in cui facciamo un passo indietro e guardiamo il quadro più generale (non importa se a morire sia l'Ayatollah, Reagan o "quel tizio dei Sopranos, che è morto alla stessa età del nostro batterista" (Shelley) [sic!]). Succede che il pop e la melodia conquistino i brani più belli del disco: I Love My Dad, Micheline e Ben's My Friend. I Love My Dad è il perfetto contraltare della già bellissima I Can't Live Without My Mother's Love ("mia madre ha 75 anni ed è l'amica più cara che ho nella mia vita") ed è una ruggente ballad fondata praticamente su un unico accordo in stile Red House Painters ed armonizzata da un chorus intelligentemente gospel. La chicca sta – come già succedeva in passato – nell'ennessimo scimmiottamento di un album dei Wilco di Nels Cline. Micheline è lo struggente racconto di come la notizia della morte dell'amico Brett nel 1999, faccia rinvenire dalla gioia di aver partecipato alle riprese di Almost Famous (in questa memorabile scena). Ben's My Friend, infine, è l'essenza dell'amicizia maschile distillata in canzone. Ben è l'amico di Kozelek, Ben Gibbard (Death Cab For Cutie, Postal Service), a cui, in occasione di un concerto a Santa Fe, Mark è andato a far visita. L'inadeguatezza del luogo, i ragazzini con i cellulari al cielo, quelli ubriachi, la fama trasversale dell'amico (con il quale rivaleggia un po'), hanno spinto Kozelek ad abbandonare la venue e a cedere il pass per il backstage a due "belle ragazze asiatiche". Avrebbe telefonato a Ben, augurandogli tutto il bene possibile, perché se lo merita. Benji, il sesto album in studio dei Sun Kil Moon, è un'opera fondamentale, che va a caccia di referenti nel mondo della letteratura, più che in quello della musica, pur essendo un disco assai fruibile. Archiviata l'epoca dei segreti, delle ellissi, del non detto, Kozelek è finalmente il poeta di se stesso, pronto a cogliere, con l'acuta vena che l'ha sempre caratterizzato, le idiosincrasie del suo e del nostro animo, del suo e del nostro tempo. 7.8/10


Genere: rock, psych, indie Due anni possono essere brevi come un battito di ciglia o infiniti come l'attimo che precede la salita sul palco per un esordio. Possono essere un treno che corre a folle velocità verso il proprio destino, tanto da non accorgervi del tempo che passa. O possono essere una bolla in sospensione, una riflessione di fronte a quei tramonti d'America che abitano tante cartoline. Come siano stati per Adam Granduciel, deus ex machina del progetto, è davvero difficile dirlo. Probabilmente sono stati un mix di opposti, ma di sicuro hanno lasciato un segno profondo. Dopo il successo di Slave Ambient, disco non perfetto che si sfilacciava nel finale ma figlio di un'intuizione di rock venato psych come per i padri del suono a stelle e strisce, Granduciel si è trasformato in un ramingo della musica, pagando tributo a centinaia di locali, grandi e piccoli, dove il suo suono e le sue idee, progressivamente, si mettevano a fuoco. E per la prima volta dall'esordio Wagonwheel Blues (anno di grazia 2008), quando condivideva l'ideazione e la composizione con Kurt Vile, Granduciel ha sentito l'esigenza diretta di lavorare con qualcuno per costruire la sua idea di rock. Firma sempre lui tutti i brani, ma non sono più figli di una testa sola. Il risultato è un pellegrinaggio che ha toccato una dozzina di studi di registrazione, in cui Granduciel ha elaborato materiale jammando con i suoi sodali e lavorando con il suo ingegnere del suono preferito, Jeff Zeigler. Ne è venuto fuori un disco più pulito e cesellato rispetto al predecessore, un disco dove si sente che sudare assieme su di un palco serve a rendere uniti, a dare profondità alle proprie visioni, a raggiungere lidi che altrimenti non sarebbero a portata di mano. E in questo caso siamo di fronte a un disco sincretico, di quelli che riescono a mettere insieme Tom Petty e il suo suono profondamente americano con la pulizia dei Pink Floyd e la chitarra di Gilmour (sentire l'inizio di Disappearing per credere), la freschezza di un cavallo di razza come Burning dai sapori springsteeniani come nessuno negli ultimi dieci anni (no, nemmeno gli Arcade Fire sopravvalutati del terzo disco). Ma anche la forza à la Neil Young (citando Dylan nel canto) dell'anthem Eyes To The Wind e il tiro da road song di una An Ocean In Between The Waves che è perfetta per la corsa sulla Califormia State Route 1. Rispetto al recente passato, Adam Granduciel ha saputo distillare e raffinare la propria arte, grazie anche al contributo di Robbie Bennett (tastiere) e Dave Hartley (basso). Non ha pretese di rivoluzionare la storia o di porsi come pietra di paragone, ma semplicemente di aggiornare con la propria sensibilità l'idea di rock USA. Qualcuno lo chiamerà passatista o nostalgico, lui se ne fregherà altamente. Perché per i rocker come lui il tempo non esiste. 7.5/10 Marco Boscolo

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The War On Drugs - Lost in the Dream (Secretly Canadian,2014)


del suo soul di velluto rosso (d'altronde la concorrenza o sta a guardare – George Michael, con cui duettò in Five Live in un'intensa cover di These Are The Days Of Our Lives dei Queen, si appresta a riproporci in veste sinfonica materiale di repertorio -, o ha preferito percorsi affascinanti ma più tortuosi e meno remunerativi, come quella Sarah Jane Morris che debuttò da solista nello stesso periodo in cui la Nostra vendeva cinque milioni di copie del suo Affection). Seven, pur dignitoso e nonostante due-tre pezzi da antologia, è tuttavia da catalogare per ciò che è: un'occasione purtroppo non sfruttata fino in fondo. 6.1/10

Lost In The Trees - Past Life (ANTI,2014) Genere: pop, folk Dopo un album dedicato alla scomparsa della madre, come il precedente A Church That Fits Our Needs, che altro viaggio nel dolore umano poteva proporre Ari Picker con la sua band? In effetti, a leggere le sue dichiarazioni alla stampa in occasione della promozione di questo terzo disco, l'atmosfera generale sembra essersi parzialmente rasserenata: da qualsiasi ferita, prima o poi, si guarisce. Non che questo abbia determinato una vera svolta sul fronte musicale e compositivo: siamo sempre dalle parti di un pop orchestrale ben congegnato e scritto. E' cambiata però l'attitudine verso la scrittura, con la band passata da sei a quattro elementi e a un ruolo attivo che non è più solo quello di accompagnare e vestire le canzoni di Picker. L'opener Excos prende le mosse da un pop elettronico/psych in stile Julia Holter, come va di moda ultimamente, ma per i fan, già dalla successiva titletrack, si ritorna su binari ben oliati. A fare la differenza, rispetto al passato, è

Marco Boscolo

Maria Antonietta - Sassi (La Tempesta Dischi,2014) Genere: pop, cantautori Due anni fa, a margine di un'intervista che ci rilasciò, Maria Antonietta immaginava così il suo futuro: "Ora che è finito il periodo della solitudine e dell'incapacità di accettare la realtà, progetto un prossimo disco dell'amore". Mai previsione fu più esatta, dal momento che Sassi, il nuovo album, è il confronto diretto della can-

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Alessandro Liccardo

una presenza maggiore e più efficace dei cori (spesso sostenuti anche dai violini) di Emma Nadeau: l'intreccio vocale e armonico è di una caratura elevata e il timbro sopranile dello stesso Picker è valorizzato come non mai. I toni rimangono comunque scuri per tutta la durata del disco, ma appunto con una serenità che sembra più a portata di mano rispetto al passato (Daunting Friend, Upstairs). Ci sono accenni di dissonanze che provengono dalla formazione classica di Ari Picker (il pianoforte di Wake), ma anche un approfondimento ritmico sui bassi (la stessa Wake, ancora Rites) che non faceva parte della tavolozza negli episodi precedenti. Merito forse della prima produzione esterna della carriera, affidata a Nicolas Vernhes (Deerhunter, Dirty Projectors), che mette in evidenza chitarre dal sapore shoegaze (la già citata Daunting Friend, Nightwalk). Per essere un album pop, il qui presente è avaro di ritornelli, con un gioco compositivo volutamente focalizzato su strutture aperte e in continua progressione emotiva. Il che lo rende meno appetibile per l'airplay, ma forse più interessante sul lungo periodo. Unica nota stonata: un paio di tentativi di piano-pop che scadono pericolosamente in zona Keane (Lady In White, Sun). Per il resto, si tratta della prima vera dimostrazione di maturità da parte della band. 7.3/10


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alle volte imbarazzante ("In ogni caso il nostro amore durerà per sempre", "Non ho mai chiesto nient'altro che svegliarmi con te ogni giorno", "Non ho mai voluto nessun altro", "Se fossi intelligente comprenderei tutti senza difficoltà", ecc.). Sassi – complice anche il passaggio di etichetta (da Picicca a Tempesta) – è comunque un passo avanti soprattutto nella struttura armonica dei brani (Galassie e Abbracci sono esemplari in questo senso), ma anche nel registro poetico utilizzato da Maria Antonietta. Un'artista che, se ancora fatica a scrollarsi di dosso la ruggine adolescenziale, il sangue e la sofferenza che si porta dietro, guarda comunque all'orizzonte con un pizzico di consapevolezza in più. È tanto, ma non basta. 5.9/10 Nino Ciglio

Mark McGuire - Along the Way (Dead Oceans,2014) Genere: rock Ha sempre a che fare con la memoria, la ricordanza, volendo forzare la mano anche con l'ipnagogia, la musica di McGuire. Specie adesso che gli Emeralds non esistono più e ci si può concentrare sulla sua produzione in solo, emerge sempre più forte questo aspetto intimista e personale che diviene, ad ogni passo discografico, sempre più centrale nell'operato dell'americano. Non più ossessionato dalle volute cosmiche tendenti alla new age che avevano caratterizzato le gesta del terzetto di Cleveland, McGuire sembra liberarsi (librarsi, per certi versi) e muoversi così verso lande non troppo distanti, ovviamente, dalla sua storia musicale – lo stile chitarristico è riconoscibile ormai come "classico" – ma di sicuro molto più personali e pregne di una ricerca filosoficoteorica di prim'ordine. Quelli messi in scena da McGuire sono, anche

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tautrice pesarese con i fantasmi che lievemente s'affievoliscono sotto il divano sul quale, in compagnia del fidanzato, ha concepito il nuovo lavoro. "C'è un tempo per lanciare i sassi, un tempo per raccoglierli. […] C'è un tempo per astenersi dagli abbracci e un tempo per gli abbracci". Da questi versetti dell'Ecclesiaste, Letizia Cesarini raccoglie l'ispirazione necessaria per affrontare il secondo (da quando scrive in italiano) lavoro. Un lavoro – tanto vale dirlo subito – più raffinato rispetto al precedente, nel quale la musica, gli arrangiamenti e le composizioni smettono di essere semplicemente il contorno languido dei testi (al solito intrisi di autobiografismo e citazioni religiose), e svolgono un'importante ruolo di primo piano. Merito anche dei fratelli Imparato (Giovanni è leader dei Chewingum e Marco milita nei Dadamatto), che hanno riportato serietà al contorno musicale, condendolo di riferimenti e strumenti. Riferimenti, certo, non trascurabili: se Animali ha ancora il retaggio pesante del cantautorato (magari in versione femminile) italiano, che rendeva poco onore alle doti della cantautrice, il singolo Ossa recupera quegli Afterhours di Hai paura del buio?, che, in questa versione, non dispiacciono affatto. Gli strumenti, invece, esaltano derive più internazionali: a partire dal pianoforte di Tra me e tutte le cose, che vorrebbe suonare in stile Five Years di Bowie o il pop sincopato e un po' dilatato di Giardino comunale che quasi ricorda i Young Marble Giants. Le noti dolenti arrivano, ancora una volta, quando si tratta di fare i conti con una vocalità che può spesso apparire fastidiosa all'orecchio. Ricca di morfismi e stra-morfismi figurati, acuti strapazzati, sgolamenti e altro, la voce della Cesarini continua a risultare spesso insopportabile, mentre i testi, pur risultando più consapevoli, equilibrati e meno teen–oriented, rimangono di una faciloneria e di una banalità


Stefano Pifferi

Mas Ysa - Worth EP (Downtown,2014) Genere: pop, synthpop, elettronica Thomas Arsenault, alias Mas Ysa, nasce a Montreal in Canada, passa del tempo in Brasile ed infine si ferma a New York dove, da ormai

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un lustro, è una presenza fissa all'interno della scena di Williamsburg, non solo per i lavori con la Shinkoyo Art Collective e per il proprio studio di registrazione (nel quale hanno lavorato, tra gli altri, Laurel Halo e EMA) situato a fianco del Death By Audio e quello che – ormai era – il 285 Kent, ma anche per i suoi lavori legati al mondo della danza e dei videomakers. La scelta di lanciare la propria carriera discografica, nonostante i trent'anni sul groppone, è piuttosto recente ed è arrivata dopo un breve brief come live-act locale come spalla di nomi già affermati, tra cui i Delorean nel 2012 e i Deerhunter nel 2013. La visibilità è arrivata però solamente negli ultimi mesi del 2013, grazie al supporto di Pitchfork: articoli altisonanti, recensioni positive e la presenza confermata al prossimo Pitchfork Festival di Chicago (e al Primavera Sound di Barcellona, molto probabilmente sul Pitchfork stage) sono segnali chiari di un appoggio mediatico di un certo tipo. Se i motivi per cui Mas Ysa è diventato un prescelto di P4K sono piuttosto ovvi, è anche vero che Thomas Arsenault ha dalla sua le carte giuste per regalare molte soddisfazioni – anche se non necessariamente a lungo termine – a chi è in cerca di un prodotto fresco e con la giusta personalità stilistica. Lo dimostrano i ventisei minuti del Worth EP. Pubblicato via Downtown Records, il nove tracce, sotto alcuni aspetti, può essere accostato a Total Strife Forever di East India Youth per la sua natura bipolare, con la differenza che in questo caso i brevi episodi-intermezzi strumentali (cinque in tutto) fungono principalmente da contorno ambientale. Infatti, il valore di Mas Ysa traspare soprattutto quando la sperimentazione retro-elettronica sposa le regole della pop music. Why – ormai già un brano di culto – fa leva su di una nostalgia tutta eighties galvanizzata da una struttura atipica (6 minuti e mezzo che non stancano mai) delineata dalla drum ma-

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nelle distanze più ampie (vedi i 12 minuti di The Istinct), piccoli haiku sonori, delicati e sospesi in una caligine fumosa e indistinta in cui gli intarsi di chitarra si mischiano a una strumentazione varia – archi, una sezione ritmica ogni tanto, molta effettistica, qualche voce campionata – in grado di costruire un immaginario forte e ben definito. E quell'immaginario sembra tendere, come senso generale, ma anche nelle parole stesse dell'autore (che si riferisce a Along The Way come "an odyssey through the vast, unknown regions of the mind"), ad una sorta di storicizzazione della tradizione chitarristica americana. Echi di blues desertico ipnotico e solipsistico, spunti da colonna sonora della vastità e del senso di spaesamento, folk intimista del terzo millennio, "americana" estatica e sognante e quant'altro ancora, sembrano fornire una sorta di summa ad una visione musicale che è tipicamente americana e che contribuisce, insieme ad altri grandi del solo di chitarra a stelle e strisce, a fornire tasselli per la (ri)creazione del mito di un Paese senza storia. C'è un senso di stupore continuo nelle note – di cui titoli come Awakening, Wonderland Of Living Things, In Search Of The Miracolous non sono che ulteriore conferma – di Along The Way, così come riecheggia continuamente il tema del viaggio, psichico ma anche fisico (The Lonelier Way, Arrival Begins The Next Departure), che sembra essere l'altro pilastro portante di quello che si può considerare il capolavoro del chitarrista americano. 7.2/10

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Riccardo Zagaglia

Maxïmo Park - Too Much Information (Daylighting,2014) Genere: rock, indie Cosa rimane di un certo modo di intendere l'indie-rock tipico di metà anni Zero? Poco o nulla: gli unici che sono riusciti a portare avanti una carriera di un certo livello sono quelli che tra abilità, merito e fortuna, sono sono stati in grado di sfornare un secondo disco lontano dai facili sentieri delle mode passeggere. Chi, dopo un debutto mediaticamente notevole, non ha saputo uscire dalle sabbie mobili degli stereotipi di genere, si è sciolto in breve tempo (The Rakes, Little Man Tate) o progressivamente si è auto-eliminato dal giro che conta con uscite discografiche pressoché inutili (The Fratellis, The Futureheads, The Enemy, The View, Pi-

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geon Detectives, The Automatic, The Cribs e aggiungiamo pure i Bloc Party, nonostante partissero da livelli superiori). Difficile quindi tovare un valido motivo per attendere con ansia i nuovi lavori di The Rifles, We Are Scientists (che sono americani, ma inglobabili in quella scena) o, peggio ancora, The Twang. Per i Maxïmo Park il discorso è leggermente diverso, in quanto è vero che non sono mai stati in grado di bissare quantitativamente e qualitativamente l'esordio A Certain Trigger, ma è anche vero che tra alti (ma non troppo) e bassi (ma non troppo), fino ad oggi la loro carriera è stata rispettabilmente dignitosa. Probabilmente solo i fan ricordano con facilità i brani contenuti nelle ultime fatiche della band di Paul Smith; per tutti gli altri oggi i Maxïmo Park sono un gruppo che, con onesto mestiere, realizza il proprio dischetto di canzoni più o meno riuscite – ma mai memorabili – per andare in tour e/o finire in qualche cartellone dei più grossi festival europei. A circa un anno e mezzo da National Health, la formazione inglese pubblica il suo quinto lavoro, Too Much Information, prodotto da Dave Okumu con l'aiuto dei fratelli David e Peter Brewis (Field Music). Inizialmente pensato come un'EP, Too Much Information ha iniziato a prendere forma nel momento in cui Paul Smith e compagni si sono resi conto che le canzoni che stavano componendo erano troppo valide per non includerle in un disco vero e proprio, pubblicizzato addirittura con il lancio della birra Maxïmo No. 5, da loro prodotta. Insomma, i "ragazzi" ci credono molto e in fin dei conti non hanno tutti i torti, dato che la scrittura sembra più ispirata del solito e la quantità di brani riusciti è più alta rispetto alle ultime due uscite. Lungo le undici tracce (più sette nella deluxe edition, con cover di classici, tra gli altri, di Mazzy Star e Nick Drake) non troviamo nulla che faccia rimane-

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chine (Roland TR-909) e dal synth (Kurzweil K2000) in modalità thumb-slap bass. Come se Twin Shadow rileggesse Sex dei 1975 con il tocco eccentrico di un Jamie Stewart. Territori '80s con cassa decisamente chiusa, secca e pulsante anche in Shame, brano dai contorni electro-emo vicini a certe cose targate M83 private, però, di ogni connotazione dreamy. Negli altri due brani voice-lead di Worth EP, Thomas Arsenault tocca atmosfere più intime e malinconiche: Life Way Up From ("the one I love is gone") e l'oscuro e conclusivo passaggio slow-haunting chiamato Years, quest'ultimo caratterizzato da un'enfasi vocale totalmente opposta rispetto all'esuberanza melodica che troviamo in Why. Attendiamo di capire se – e come – Arsenault sarà in grado di elevare ulteriormente il livello; per il momento abbiamo già quattro tracce (Why, Life Way Up From, Shame e Years) che da sole basterebbero a rendere degno di nota un esordio lungo. 6.9/10


Riccardo Zagaglia

Monica P - Tuttobrucia (TF Records,2014) Genere: cantautori C'è qualcosa di irrisolto, nella poetica di Monica P, che va al di là di un disco – e di uno stile, in generale – capace di lavorare molto bene sulle suggestioni e sui colori. E' un po' un cane che si morde la coda, con la musicista che accelera sul versante della costruzione di un'immaginario formale ricercato, per poi affidarsi in toto a questo input senza tuttavia venirne mai a capo con contenuti altrettanto personali. Tuttobrucia, secondo disco dopo l'A volte capita del 2010, è al pari del suo predecessore un crocicchio di rimandi P.J.Harveyani, capsule temporali alternative rock anni Novanta (italiano

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e non), cantautorato, melodia. Diversamente da quel disco, vira anche verso certe chitarre da frontiera e blues che i fan dei Sacri Cuori non faticheranno a riconoscere, se è vero che Gramentieri e soci (assieme a Franco Naddei/ Francobeat, Hugo Race, Giovanni Ferrario, Vicki Brown e JD Foster) offrono alla titolare del progetto la propria scienza, chi in fase di produzione artistica, chi come semplice turnista. Il risultato sono brani come Io sono qui, Nuda nel buio, Come un cane o la title track, ovvero parentesi musicali che promettono moltissimo dal punto di vista degli arrangiamenti e delle fascinazioni (talvolta davvero sorprendenti), senza mantenere quanto ci si aspetterebbe quando si tratta di "stringere". Se l'impalpabilità che si coglie nei testi e nelle melodie sia voluta o meno, potrebbe essere oggetto di discussione, assodato che certe dichiarazioni della diretta interessata reperibili in rete (da ilsussidiario.net: "quando ho cominciato a scrivere questo disco non sapevo ancora esattamente in che direzione stessi andando, ma avevo ben chiari in testa alcuni suoni e stili, sapevo che avrei desiderato un disco più "intimo" e minimale sotto certi aspetti. La fortuna è stata quindi anche l'essermi potuta circondare di musicisti sensibili, capaci di rispettare la natura delle canzoni") sembrerebbero confermare quanto si è supposto finora. Detto questo, c'è margine per migliorare e l'impressione è che Monica P possa rendere molto di più. Resta il fatto che, per ora, non riusciamo a farci coinvolgere più di tanto da uno stile godibile, generalmente curato, ma che manca forse di concretezza. 6.3/10 Fabrizio Zampighi

Moro - Homegrown (Musica per Orto e mezzo) EP (Gamma Pop,2013)

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re a bocca aperta o che faccia, anche solo per un momento, ipotizzare una rinascita, ma in alcune occasioni l'ascolto – più eterogeneo che in passato – si rivela se non contagioso, perlomeno piacevole. My Bloody Mind, per quanto limitata nel suo "riffone", ha una presa melodica non indifferente, Leave This Island abbraccia fieramente – come anche la sfuggente Brain Cells – sonorità '80s synth-driven (e un passaggio alla Lana Del Rey…), Lydia, the Ink Will Never Dry contiene un bel giro jangly ad altezza Marr e testi che, tra l'ironico e il romantico, continuano a distinguersi per personalità. Non mancano gli ormai superati tiri angolari dei primi tempi (I Recognise The Light, Her Name Was Audre) e alcuni sbiaditi approcci al pop-rock più ordinario (Midnight On The Hill), ma nel complesso Too Much Information è un disco con più pregi che difetti e questo non accadeva da tempo in casa Maxïmo Park. Detto questo, siamo comunque di fronte a un'opera dal peso specifico nullo, all'interno della discografia contemporanea. 6.1/10


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Fabrizio Zampighi

Nada - Occupo poco spazio (Santeria,2014) Genere: rock, indie Il titolo sembra quasi una rivincita: il disco del suo ultimo Sanremo infatti, Luna in piena, avrebbe dovuto intitolarsi non come la canzone presentata al Festival ma come un suo verso, ovvero Mi dondolo in disparte. Ragioni promozionali imposero il cambiamento ma ora, senza le pressioni della gara, la cantante è libera di

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intitolare il nuovo disco in un modo che ricorda quello scartato all'epoca. Nella sua esplorazione dell'universo femminile sia interiore che sociale, infatti, l'attenzione di Nada è attratta da quel tipo di donne "laterali", strane non per ciò che sentono o pensano (spesso simile a ciò che sentono o pensano tante altre), ma perché si rifiutano di reprimerlo per adeguarsi al conformismo, o non ci riescono, o non ci pensano nemmeno. Personaggi nei quali l'artista si rivede e che ha raccontato nei dischi scorsi come anche nel romanzo La grande casa, ma che qui tornano con forza ancora maggiore, in prima persona o meno: dalla dichiarazione dell'iniziale Come un corpo dentro ai panni ("io mi animo e me ne vo / anima sola, me ne vo") a quella della title track, dalla sorniona Sonia alla donna scambiata per una terrorista, dalla ragazza di buona famiglia innamorata del ragazzo povero e maledetto a quella che scherza sul sacro e dice all'amante che sarà lei il suo Dio, passando per quella convinta che "questa vita cambierà" , è tutta una galleria di personaggi femminili in conflitto con un ambiente disumano, quello di una contemporaneità che li considera strani e malati. Temi classici, come detto: il singolo L'ultima festa riprende letteralmente il testo della vecchia Asciuga le mie lacrime (dove la musica accompagna il funerale, quello del mondo attuale) ma con meno rabbia e una sicurezza di sé che permette l'ironia. Anche musicalmente si procede tra continuità e varianti: dopo i dischi siciliani e dintorni (Tutto l'amore che mi manca del 2004 e parte di Luna in piena) e dopo quello toscano (il Vamp di due anni fa), questa volta la band pesca un po' ovunque dall'indie nostrano, da Enrico Gabrielli (che è anche direttore musicale) a Rodrigo D'Erasmo, a comporre un ensemble che veste con gusto e duttilità un gruppo di canzoni in cui Nada dà l'impressione di colorare la sua

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Genere: pop, folk Il dono di Massimiliano Morini, in arte Moro, è sempre stato quello di saper scrivere piccoli diamanti pop con una leggerezza e una freschezza da far invidia a songwriter ben più quotati. Un approccio che nel Silent Revolution del 2012 partoriva un folk appena elettrificato a metà strada tra Kings Of Convenience e Wilco e caratterizzato dalla consueta misura, e che in Homegrown invece sveste di ogni orpello i suoni mimando una dimensione bucolica/acustica se possibile ancora più immediata. Due i formati del disco: un 45 giri in vinile con i brani City Pastoral (qualcosa di molto vicino ai migliori Belle And Sebastian) e Spike Milligan II (una va di mezzo tra Gomez, Mojave 3 e Beatles), antipasti dall'imminente nuovo disco lungo di Morini, e un EP digitale contenente le due canzoni e altre versioni strumentali di tracce già note. Pensato come colonna sonora del programma TV "Orto e mezzo", trasmesso dal canale Feltrinelli del digitale terrestre, Homegrown EP – che vanta la presenza, come musicisti aggiunti, di Lorenzo Gasperoni e Franco Naddei/ Francobeat - fa davvero ben sperare per un disco lungo che si presenta già da ora come una tappa obbligata per gli amanti di certo indiepop-folk di stampo britannico. 6.9/10


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Giulio Pasquali

Nothing - Guilty of Everything (Relapse,2014) Genere: rock, alt, shoegaze Il progetto Nothing ruota tutto attorno alla tormentata figura di Domenic Palermo. Cresciuto a pane e musica inglese (la sorella amava gli Smiths, la madre Vashti Bunyan e il fratello maggiore gli Slowdive), nei primi anni Zero diventò una figura di spicco nel giro punk/ hardcore di Philadelphia, prima di dover abbandonare l'attività musicale (e i suoi Horror Show) a causa di un brutto episodio di violenza che gli costò due anni di reclusione. Dopo qualche anno lontano dagli strumenti musicali, nel 2011 Domenic "Nicky Money" Palermo decise di tornare a scrivere canzoni influenzate dalla drammaticità dei romanzi russi dell'Ottocento (Gogol', Dostoevskij) e dalle distorsioni shoegaze, dando vita ai Nothing, prima con il supporto di Brandon Setta e poi

in dimensione band con Ryan Grotz (terza chitarra), Joshua Jancewicz (basso) e Michael Bachich (batteria). Con alcuni EP alle spalle – ultimo dei quali Downward Years to Come – i Nothing debuttano su formato lungo con Guilty of Everything, prodotto da mister Jeff Zeigler (Kurt Vile e War On Drugs). Un titolo ed una copertina che sono chiari input sul mood in direzione "depressione" che aleggia attorno all'intero progetto: un senso di claustrofobica impotenza che porta ad arrendersi ("Death is an ending of unremitting struggle, a dreamless sleep, a vast and implacable emptiness" uno dei loro primi motti) e che ben si sposa con lo shoegaze b/n tipicamente americano, destinato ad un pubblico più vicino ai lavori dei Whirr di Nick Bassett (l'ex chitarrista dei Deafheaven), con il quale Palermo ha recentemente dato vita al side-project dark/post-punk Death Of Lovers. In questo senso, non sorprende che l'album esca per una label come la Relapse che, oltre ad essere di Philadelphia, si rivolge da sempre a un target di un certo tipo. Come i Whirr, anche i Nothing dimostrano di aver imparato bene la lezione di Kevin Shields e di saperla appesantire, trasformando il multicolor lisergico in oscura catarsi autolimitante. La proposta infatti non sembra (quasi) mai decollare e poter raggiungere consensi trasversali, nonostante una scrittura piuttosto ispirata. Domenic tenta infatti di conquistare vette eteree sin dall'iniziale tributo a Defoe, Hymn To The Pillory, senza però mai riuscire ad elevarsi dalle melanconiche tenebre che lo avvolgono. Lungo le nove tracce, i rumori acidi di Philly (Lilys, Bardo Pond) e i numerosi ascolti formativi (Catherine Wheel e Swervedriver su tutti) plasmano soluzioni sonore talvolta imprevedibili (il gioco clean-override di Dig) che spaziano dai veloci rigurgiti alt/college rivisti in formato gaze (Bent Nail, con gli ottimi

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linea post-'99 recuperando qualche stilema sia dei suoi anni '80 che precedente, passando con disinvoltura da una title track in cui vena di vintage il suo stile recente, alle variazioni forse ingenuamente caricate di La terrorista, riscattate però dalle dissonanze lavorate di fino dei musicisti; dai vocalizzi sbarazzini del suddetto singolo a quella sorta di twist gitano di Questa vita cambierà, dal punk Zen Circus (ma anche Criminal Jokers) con cambi di tempo di Gente così al camerismo arioso di Auguri, fino alla suggestiva ballata conclusiva di Sulle rive del fiume. Se l'impressione è che manchi il classicone, la certezza è che mancano però quei momenti di leggero calo che ogni tanto affioravano nei dischi precedenti: mentre perfino i giovani retroinseguono Amore Disperato e Ma che freddo fa, Nada continua a scriversi il presente. 7.1/10

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Cheatahs non troppo distanti o Get Well) alla grandiosità epica di gente come Jesu e Iroha, passando per certa magniloquenza pinkfloydiana (BandE) meno prolissa e ambiziosa. Guilty of Everything, pur convincendo nel suo complesso, non sposta di una virgola quanto già detto in territorio shoegaze e dintorni: di conseguenza, è difficile consigliarlo a tutti quelli che non riescono più a digerire l'accoppiata voce sognante+mare di feedback. Per i cultori, invece, si rivelerà un ascolto più che soddisfacente. 6.7/10 Riccardo Zagaglia

Genere: experimental, electronica L'approccio al suono da parte del producer londinese patten (rigorosamente senza maiuscole) sembra essere prettamente audio-visivo, pur essendo esclusa dall'equazione – quasi rimossa – la figura dell'artista. Quella che rimane è la rappresentazione di immagini messa in piedi da Jane Eastlight, collaboratrice che ha curato le illustrazioni e i due videoclip del disco, Drift e Agen, portando in superficie il sentimento caotico che anima il tappeto sonoro di questo quarto LP. Un percorso di ricerca iniziato nel 2007 in territori più marcatamente techno, che ha trovato nell'emblema Warp la sua più credibile ed attuale dimora artistica. Seguito dell'EP EOLIAN INSTATE del 2013, vero e proprio esordio sull'etichetta britannica dopo un passato su Kaleidoscope e No Pain In Pop, il nuovo lavoro prosegue il processo di avvicinamento a spazi più ampi e a ritmi più dilatati, rispetto al precedente GLAQJO XAACSSO, trovando negli ultimi Boards Of Canada un forte punto di riferimento. Ma, come detto, l'idea di musica di patten si basa soprattutto su un uso caotico e dissonante di sample

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Luca Falzetti

Perc - The Power and The Glory (Perc Trax,2014) Genere: techno Alistair – Ali – Wells è attivo da un decennio, sia a suo nome, sia sotto una terna di mentite spoglie tra le quali la preferita è sempre stata Perc, iconica tag che dà nome anche alla sua label, quest'ultima una realtà che da altrettanto tempo porta avanti un'idea di techno attenta alla contemporaneità ma saldamente ancorata alle radici tanto detroitiane quanto berlinesi e birminghamiane. Le origini dell'etichetta s'incastrano nei mol-

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patten - Estoile Naiant (Warp Records,2014)

e percussioni, che ci porta sulle coordinate del Flying Lotus di Cosmogramma (Softer) e decisamente in netta contrapposizione con lo stile lineare del recente successo Warp R Plus Seven di Oneohtrix Point Never. Palette di suono luminose (Here Always) si alternano a momenti più riflessivi ed oscuri, e se non volessimo tirare fuori dal cilindro il solito nome (troppo tardi: Burial), diremmo che il mood ricorda per certi versi, specialmente nella seconda parte di disco, le atmosfere tetre di Nosaj Thing di Home. Le tracce più interessanti sembrano effettivamente essere Drift e Agen, nelle quali la struttura stratificata di patten sembra realmente prendere vita. Altrove, ricca anzi ricchissima presenza di sample (Pathways sembra il caso più lampante) e di un generale senso di sfuggevolezza, sensazione che molto probabilmente sarà un turn off per molti all'ascolto. Un disco che, seppur con un'estetica ben formata e sicuramente attuale, manca forse del piccolo grande salto di qualità, di quell'elemento d'impatto che gli permetta di creare una connessione con l'ascoltatore senza essere risucchiato dal suo stesso magma sonoro. 6.8/10


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lator). Ancora niente scossoni veri, tanto che dietro alle rasoiate di Rotting Sound ( e richiami a certi Nine Inch Nails), alla produzione stripped down e ai tentativi narrativi (A Living End), c'è un album tanto funzionale alla promozione della Perc Trax e della sua leadership ma non del tutto riuscito nel rendere attuali i discorsi 80s e portarli su un nuovo livello. Beninteso, basta ascoltare Galloper, in frastaglio ritmico e oculate intermittenze, per comprendere che non stiamo parliamo dell'ultimo arrivato ma, in definitiva, The Power and The Glory è più uno specchio per le allodole, una buona operazione di marketing, che non un lavoro di sostanza. Ben venga se servirà a far scoprire Mondkopf ‎con il militaresco The Nicest Way, i Forward Strategy Group (che con The New Formal hanno goduto anche dal supporto di Untold) e altre chicche targate Perc Trax, compresi alcuni EP di Perc stesso. 6.8/10 Edoardo Bridda

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teplici filoni dance dei primi Duemila, vedi la prima ondata electro della decade (Perc in Ice Cream For Kenton o Splachy, Avus con Fancy Arse), indie dance (Good Livin in Feels So Good), pieghe 8bit (Marc Ashken – Bus Driver, Stian Klo ‎in Timanfaya) e code lunghe electroclash (Paul Lancaster – Many Paths mel remix di Spartak ovvero Perc). Non stupisce che il sound Perc tutto, seguendo il serprentone electronico del cambio decade – caratterizzato da un taglio più "dark rock" e legami stretti con certo industrial, ebm e compagnia, vedi la produzione coeva di Turbo e Dim Mak ma anche un EP chiave come Stalefish di Material Object – abbia successivamente abbracciato il lato più contaminato, sperimentale, deragliato – e via via sempre più off – di label come Hospital, L.I.E.S., Avian, Blackest Ever Black, Mira e naturalmente Downwards. Nel 2010, Perc remix come Ode to the Elders di Kyle Geiger e narrative post punk come quelle di Westerleigh Works EP di Ekoplekz aprono e anticipano un interessante campo d'analisi che l'esordio lungo Wicker and Steel del 2011 sintetizza in una coerente visione d'insieme. The Quietus e il Guardian si esaltano ma, a parte un buon pezzo da accaieria pesante come Jmurph, non c'è da gridare al miracolo ascoltando le visioni spettrali su tappeti alla 909 di You Saw Me o i tunnel à la Berghain di Gonkle. Niente perlomeno che scomodi i signori della Ostgut Ton. Tre anni più tardi, mentre i suoi pupilli sganciano le bombe, Wells pubblica prima un EP con niente di meno che gli Einstürzende Neubauten, ovvero Interpretations (di fatto un re-work del loro Kollaps), poi un album che esplora varie direzioni tra drum machine sempre più in preset (come da diktat attuali) e i ganci più disparati tra industrial, ebm e un bel po' di post punk (vedi il feat di Nik Colk Void di quei Factory Floor che già remixarono gente del catalogo Perc e Dan Chandler dei Dethsca-

Phantogram - Voices (Republic Records,2014) Genere: rock, electro "Avete mai avuto la sensazione di stare sempre sognando? Questa è la vita". Inizia così, con l'attacco della prima traccia, Nothing But Trouble, Voices, sophomore dei Phantogram. A cinque anni di distanza dall'esordio Eyelid Movies, il duo newyorkese torna con una nuova fatica in studio e alcuni cambiamenti sostanziali: l'abbandono della Barsuk per l'approdo alla Republic e, soprattuto, la cabina di regia affidata al produttore John Hill, già al lavoro con M.I.A., evento che ha portato i due musicisti a lavorare negli studi della città degli angeli. Il primo album della band convinceva, perché rifletteva l'immagine di un progetto promettente, in via di evoluzione ma appoggiato su basi solide. La lunga pausa discografica – inter-

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sana arroganza frutto della consapevolezza. Con la certezza che il momento migliore per la band potrebbe poi non essere così lontano. 6.2/10 Daniele Rigoli

Piers Faccini - Between Dogs And Wolves (Beating Drum,2014) Genere: pop, cantautori Nato in Gran Bretagna da padre italiano e madre inglese ma residente in Francia, Piers Faccini è stato spesso associato ad un immaginario sonoro declinato ora in accenti folk/blues, ora in costrutti di pop elegante e sofisticato, il tutto unito dal filo rosso di un cantautorato legato, nei diversi episodi, ad altrettanto diverse geografie e latitudini europee. Con il quinto album, Between Dogs And Wolves, il musicista anglofranco-italiano prosegue senza sorprese lungo i binari di una scrittura sobria, gradevole e mai sopra le righe, sempre rivestita da quella patina "global" e "world" che ha permeato anche i precedenti lavori. Siamo infatti di fronte a brani che – nonostante gli arpeggi di acustica, la presenza degli archi e un cantato tenue e crepuscolare – costruiscono un'atmosfera notturna, sospesa e sensuale: in altre parole, un album di puro pop. Lontano dal retro-folk degli esordi (e dunque da modelli di riferimento quali Leonard Cohen e Nick Drake), quella che troviamo è una forma canzone classica, debitrice verso la tradizione autoriale francese ma anche italiana, omaggiata esplicitamente in Reste La Maree e Il Cammino, gli unici due pezzi non cantati in inglese. Pur contenendo alcuni episodi di ottima fattura (l'opening Black Rose) e dolente intensità (Feather Light, il pezzo più convincente del lotto), il disco non riesce a convincere fino in fondo: nonostante Faccini abbia già dimostrato di avere tutti i numeri per essere uno dei cantautori più interessanti del panorama attuale,

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vallata dagli EP Nightlife (2011) e l'omonimo 12″ (2013) – compensata, al contrario, da una costante presenza fisica nel live, sembra però non aver giovato troppo a Sarah Barthel e Josh Carter. In Voices ne esce rafforzata la figura di Sarah. La sua voce, ammaliante e nebulosa ma anche struggente e dolorosa, regge egregiamente le trame del gioco; quella di Josh Carter, invece, ha perso terreno e mordente rispetto ai sinuosi intrecci del debutto. Ne è esempio il ritornello fin troppo ripetitivo di Never Going Home, che rovina irrimediabilmente una linea di chitarra essenziale ma incisiva. E' dunque tutto merito della Barthel se le quotazioni del singolo Fall In Love salgono alle stelle: il brano rappresenta il punto più alto dell'album e danza su un esasperato tappeto trip hop à-la Portishead cantando di amori spezzati (Love, it cut a hole into your eyes/ you couldn't see you were the car I crashed/ now you're burning alive) con una voce estatica e sensuale ma allo stesso tempo tormentata. Eppure, troppo spesso nell'album, accade che i Phantogram preferiscano chiudersi in un'ideale zona cuscinetto al riparo da sperimentazioni e colpi di testa, rifugiandosi in una produzione eccessivamente piatta. E la mancanza di coraggio e audacia non paga: The Way You Died sembra un riempitivo, il dream pop di I Don't Blame You – guarda caso un altro pezzo cantato da Carter – semplicemente non convince, mentre la dolce/amara Bill Murray (non fatevi ingannare dal titolo, nulla di divertente), senza sale nè pepe, è l'emblema di un album contratto, che sembra quasi limitarsi a timbrare il cartellino. La colpa non è certo della fretta: il dito va puntato contro un'eccessiva razionalità, il timore di affrontare salti nel buio andando a prendersi qualche azzardo necessario. Il talento c'è ed è evidente, ma manca la convinzione e quella


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Giulia Antelli

Polvere - The Polvere's Farewell (Old Bicycle,2013) Genere: psych, avant, impro, blues, folk Con la speranza che il titolo non sia foriero di brutte news per il futuro del duo Polvere, ci accontentiamo di ritrovare Mattia Coletti e Xabier Iriondo in questa tape come al solito ottimamente curata dalla label svizzera Old Bicycle in collaborazione, per l'occasione, con Fabrizio Testa Produzioni. Album lungo che va a concludere il trittico dei formati inaugurato dal CD Polvere del 2006 e proseguito col 10" sempre omonimo dell'anno successivo e figlio di sessioni di creazione e registrazione lunghe un quadriennio, The Polvere's Farewell ci mostra al solito i due intenti ad intarsiare suoni di corde con Coletti addetto

prevalentemente all'aspetto acustico – chitarre acustiche e classiche, ukulele ma anche piano, batteria e field recordings – mentre il sodale si muove sul versante elettrico con basso e chitarra, oltre che con gli ormai ben noti strumenti autocostruiti come il mahai metak o il trikanta veena. Voci trovate o sussurrate (da MLK del famoso "sogno" a oscuri cantori pre-guerra italiani), folk e blues delle origini sporcati di polvere, appunto, tanto da uscirne sempre screpolati e gracchianti, incrostati da uno scorrere del tempo che li rende preziosi senza essere memorabilia, sensibilità lomaxiana e spirito iconoclasta, sperimentazione sonora e irrequietezza terzomondista, si alternano e confondono in questa specie di giro del mondo in musica, coi due (Glauco Salvo dei Comaneci aiuta col banjo in un paio di pezzi) guide spirituali in un percorso che tocca vicino e lontano Oriente (The Turkish Prisoners Chant, From India To The Scala Theatre) così come le frontiere del desertico e lontano west americano (Dusk Folk Song, The Clergyman And The Water) e le insalubri acque del delta del Mississippi (un po' ovunque aleggiano fantasmatiche visioni di blues arcaici). L'ennesima dimostrazione della classe dei protagonisti e, si spera, non l'ultima. 7/10

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manca ancora quella voglia di allontanarsi ulteriormente dai sentieri della tradizione, così come di smettere i panni del musicista girovago e raffinato. Ed è forse questo il limite più evidente di Between Dogs And Wolves: imbevuti – a tutti i costi – della cultura mitteleuropea "alta", i brani sembrano più un tributo ai vecchi chansonniers da cartolina, o meglio, una ben riuscita colonna sonora per un film ambientato in una Parigi in bianco e nero. Del precedente My Wilderness vi dicevamo, tra le altre cose, che appariva come un tentativo di convertire "tutto il ricercato armamentario di umori globali nel salottino buono dei bourgeois bohémien": la sensazione che ritorna è quella di un disco costruito su suggestioni fin troppo riconoscibili, dove è innegabile la cura per la forma, anche se continua a mancare una certa autenticità nelle intenzioni. Troppo poco per un musicista dal grande potenziale, che deve ancora mostrare il meglio delle sue capacità. 6.3/10

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Reflue - Jazz4Indies (Level 49,2013) Genere: alt, indie Sette anni abbondanti sono passati da A Collective Dream, opera seconda di quella che pareva una delle più interessanti band del panorama indie nostrano. Poi nel 2008 c'è stato un progetto abortito o comunque non pubblicato, a cui ha fatto seguito un lungo periodo di ripensamenti e riorganizzazione. Oggi, ridotta la formazione da sei a quattro elementi, la band parmigiana torna con un lavoro che ci invita a

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Riccardo Sinigallia - Per Tutti (Sugar,2014) Genere: pop Sono davvero passati quasi otto anni dall'ultimo album solista di Riccardo Sinigallia, cioè da quell'Incontri a metà strada che rilanciava la palla in una zona più intimista e cantautorale rispetto all'omonimo esordio di tre anni prima, quando il codice Tiromancino veniva declinato con agile padronanza in calde sembianze electro soul, suggerendoci prospettive di primo piano per il musicista romano uscito dalla compagine di Zampaglione (dopo averne segnato in profondità le coordinate). Otto anni sono più di un silenzio interminabile, somigliano ad un'implosione o se preferite ad una rinuncia, quasi una dichiarazione d'inadeguatezza al gioco scoperto in prima linea. Poi però, quando lo davamo ormai per desaparecido, arriva questo Per tutti, lanciato addirittura sulla ribalta di Sanremo. Non a caso si tratta forse del suo disco più scopertamente pop e strategicamente radiofonico. Pop con un cuore cantautorale certo e dai paramenti curati, frutto di un progetto sonoro sensibile alla causa della suggestione, insomma in continuità con ciò che ricordavamo ma senza adagiarvisi: è significativo come la scaletta si apra (la rarefatta e palpitante E invece io) e si chiuda (la trasfigurazione fiabesca di Tu che non conosci) all'insegna di un tiromancinismo evoluto. Nel mezzo accadono molte cose, molte buone e qualcuna meno. Funziona, ad esempio, la sinergia col vecchio sodale Filippo Gatti (co-produttore dell'album assieme a Sinigallia e Laura Arzilli), soprattutto in quella Una rigenerazione che incalza ripescando un'idea battistiana degli Eighties tra vampe di ottoni e riffettini radianti di synth. Così come convince una Che non è più come prima capace di strapparsi dal petto incrostazioni da frattura generazionale su trepidazione

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lasciar perdere tutte le convinzioni che ci eravamo fatti su di loro. Come allude il titolo Jazz4Indies, siamo in presenza di una netta espansione del codice indie, quattro passi nelle possibilità armoniche e strutturali del jazz con nelle gambe e in testa la calligrafia rock, di quello però che tiene aperti i pertugi e non si fa mancare quindi suggestioni black né tentazioni avant. Il risultato è qualcosa di definibile solo chiedendo parecchi sconti all'approssimazione, tipo un post-rock che ha barattato l'angoscia con una fragrante agilità, una fusion che insegue intrighi elettrici e languori caldi, una trama blues che ciondola imprevedibile tra palpiti folk e tremori soul. Dodici pezzi come tessere di un puzzle che sembra scomporsi appena credi di averlo risolto, dove capita d'imbattersi nella tensione Morphine stemperata Canterbury (Old Hat), nei vezzi seriali Jim O'Rourke immersi in brodaglia latin tinge (Frozen Ember), nell'agilità sfarfallante dei più affabili Tortoise (Bob The Frog) e in propensioni desertiche tra intrighi dolciastri sulla falsariga Grant Lee Buffalo (So What). Se il rischio di questa impostazione è farlo sembrare un gioco cerebrale (la chimera grunge-jazz-psych di Ten Days Of Evil Thoughts), d'altronde i nostri dimostrano di saper cogliere l'ispirazione prima che sfiorisca l'immediatezza (una Visiting Houses solo wurlitzer e voce, la trepida Cruising Attitude). E comunque viva la complessità quando è ben carburata e scoppiettante come in Universal You (elettricità wave e trasfigurazioni gospel neanche troppo vagamente Blur) e in The Girls Looks (white soul guizzante e setoso come certi Style Council in fregola TV On The Radio). Un gradito ritorno, con gli interessi. 7.2/10


Stefano Solventi

Sky Of Birds - Rivers Flow Free, Lakes Just Agree EP (Mia Cameretta,2014) Genere: rock, psych, folk C'è vita oltre le giostre dell'hype, le avanguardie più o meno drammatiche, le next big thing tanto più sensazionali quanto più a perdere. I cinque Sky Of Birds sembrano avere il tempo dalla loro parte, come se la sapessero più lunga dell'attimo fuggente. Se la prendono comoda in compagnia di convinzioni così assodate da potersi permettere di sgualcirle, strapazzarle, mascherarle. Affondarle in un lago di trepidazioni mature ma per nulla rassegnate. Dicono di essersi incontrati in non più verde

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età (leggi: oltre i trent'anni), quando hanno deciso di scozzare i rispettivi background a base di Pavement, Neil Young e Velvet Underground. L'ascolto di queste quattro tracce d'esordio conferma tutto, più qualche altro retaggio sparso e non sempre scontato, tipo il Morrissey nel post-western uggioso di Big Former Times, il romanticismo noir tra Jeffrey Lee Pierce e Chris Isaak di Are You Ready ed il Lanegan civettuolo di Snipers, mentre Collide incalza tra elettricità indie e declinazioni neo-psych sul filo di un disincanto ammaliante. Colpiscono la padronanza con cui confezionano l'impasto, l'assenza di pose stilistiche (anche e soprattutto nel canto, per nulla banale), la mancanza di timori revrenziali se c'è da sparigliare le coordinate, la personalità insomma che consente loro di sigillare il programma con una bonus track che rilegge A Chicken With Its Head Cut Off dei Magnetic Fields sciorinando indolenzimento Wilco ed estro accorato Malkmus con la naturalezza di un giro di birra agrodolce tra amici. 7.1/10

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post-soul (roba da nipotino di Hall and Oates a cuore grigio). Quanto al pezzo sanremese (poi escluso perché già eseguito live) Prima di andare via, scorre piuttosto bene nel solco di un cantautorato popular che rimanda alle cose migliori di un Nino Buonocore, e non era affatto scontato, come dimostra una Le ragioni personali che tenta di spacciare malinconie prevedibili su un appagante costrutto orchestrale (squilli di ottoni, archi, arpeggi luccicosi). Sembra a tratti che il Sinigallia producer prevalga sul compositore/interprete, soffocandone il potenziale, come è anche più evidente in una title track che sembra quasi nascondersi dietro retronostalgie Moroder e ugge waveglitch vagamente Notwist, mentre 13 07 2010 abbozza addirittura uno strumentale di pastelli sintetici ambient à la Eno, cavandosela tra l'altro neanche male. Si esce dall'ascolto, insomma, con la sensazione che il talento articolato e la genuinità siano intatti, però Sinigallia sembra volersi sfilare da quel ruolo di prospetto eclettico ed espanso che gli avevamo cucito addosso forse frettolosamente. Ed un po' dispiace. 6.7/10

Stefano Solventi

Sneers - For Our Soul-Uplifting Lights To Shine As Fires (Brigadisco Records,2013) Genere: alt, wave, noise All'incrocio tra Father Murphy e i Sonic Youth anni '80 si va a posizionare For Our Soul-Uplifting Lights To Shine As Fires, esordio del duo Sneers. Italiani trapiantati in quel di Berlino e ora ritornati alla base, Maria Greta Pizza (voce, chitarra) e Leonardo Oreste Stefenelli (batteria) inscenano una sorta di seduta psichiatrica in divenire, prendendo in prestito l'aura esoterico-messianica della congrega del reverendo Murphy e le dissonanze ferine e struggenti dalla gioventù sonica più disturbata e collusa con l'ala intransigente della NY che

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Staer - Daughters (Horse Arm,2014) Genere: rock, industrial, noise Staffilate noise-rock come non se ne sentono spesso, amalgama math-rock imputridito, squarci di free-noise acuminati come fendenti, brutalismo sonico in abbondanza e un senso di ferale devasto a ricoprire il tutto come una colata lavica di disagio. Il comeback del terzetto norvegese Staer è tutto un programma, perchè ciò che avete letto sopra esiste e si materializza come un incubo pesissimo da cui è bandita qualsivoglia concessione all'estetica. Se l'omonimo di un paio di anni addietro ci aveva rivitalizzati con dei calci in bocca noiserock ben assestati, questo Daughters riprende le fila di quel discorso ma se possibile ne amplia le possibilità e ne irrobustisce il peso specifico, screziando una proposta che tutto chiede tranne che di essere accondiscendente con chi ascolta. In soldoni, una quarantina di minuti di frullatone di asprezze industrial-rock suonate con piglio da noise-rockers senza futuro, come dei Sightings più algidi cresciuti con la stessa foga dei connazionali Noxagt o degli Hair Police controllati e pronti ad uscire (fuori catalogo) per la AmRep dei tempi d'oro, in cui tutto è reiterazione, distorsione e devasto. O ancora come dei Lightning Bolt più articolati, chirurgici e glaciali che trascinano il cadavere di un Frankenstein metà Unsane, metà Zu lasciando dietro di sé un rivolo di sangue ghiacciato. Paragoni fantasiosi a parte, c'è in pezzi come Future Fuck, con ospite il sax di Kjetil Møster degli Ultralyd, One Million Love Units o Daughters II una fredda forza bruta che non è mai prova di forza fine a se stessa, quanto dimostrazione di come anche lontano dagli epicentri del rumore possano nascere sacche di resistenza per niente scontate. Sacche di cui Noxagt, Ultralyd e appunto Staer non sono che la punta dell'iceberg. 7/10 Stefano Pifferi

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fu (vedi alla voce Bad Moon Rising). È proprio in quella sospensione della credibilità, quella che faceva venire i brividi ascoltando le urla belluine di Lydia Lunch mentre si inscenava il ricordo della follia in Death Valley '69, che si accende quando parte l'ascolto del disco con Self-Atoning Apostasy o nelle note straziate affidate a As A Crowd Of Selfish Victims We Were Given Unspoiled Souls. C'è la stessa tensione, lo stesso senso di disagio e di inquietudine, lo stesso abbandono forzato al flusso di musica e parole. Parole vergate su un registro altamente metaforico, dal forte impianto trascendente e che molto ha a che fare con espiazione e colpa, così come con le dicotomie tra misticismo e materialità o tra luce e tenebra. Una scelta che connota profondamente l'album facendone una sorta di concept, un percorso "religioso" che si snoda tra apostasia (la citata Self-Atoning Apostasy), colpa, peccato (As A Crowd…), rifiuto (As A Creator I Bet You Did Create Disease) e crisi in attesa della rinascita (Growth). E nella stessa identica maniera, il percorso musicale replica quelle tensioni, quel senso di inquietante alterità disegnato a parole, con pochi, pochissimi elementi: una batteria essenziale e un chitarrismo tanto acido quanto minimale in grado di evocare oscure dissonanze no-wave, squarci noise-rock, psicosi post-punk. Gli Sneers hanno però dalla loro una idea forte e una capacità non comune nel materializzare quelle tensioni e far scattare la complicità dell'ascoltatore, da subito catapultato in un mondo a parte e "costretto" a guardarsi dentro. Alla ricerca di una anima torturata speranzosa di innalzarsi. 7.2/10


Genere: rock, alt, folk Un improbabile punto di incontro tra la musica di frontiera, tipica di band come i Calexico, ed un'attitudine glam francamente spiazzante: sono questi gli ingredienti prevalenti nell'esordio di Stella Burns, moniker dietro il quale si nasconde Gianluca Maria Starace, già leader dei nostrani Hollowblue. Stella Burns Loves You mette in fila quattordici episodi intrisi di umori desertici e western, dove a farla da padrone sono i suoni acustici e le ballate di chiara ispirazione nordamericana, con un occhio di riguardo ai cantautori borderline e ai cantori dell'epica tutta stelle-e-strisce del viaggio e dei suoi molteplici aspetti esistenziali. Non che manchino sferzate elettriche tendenti alle dodici battute, ma il mood principale è contraddistinto da canzoni malinconiche ideali per attraversare frontiere immaginarie e percorrere strade polverose che a volte guardano a sud, il Messico e i suoi mariachi, altre volte puntano al cuore di un continente freddo e quasi disabitato. Ma, al di là di definizioni e stilemi, che pure non è arduo ricondurre ad esperienze artistiche di rilievo – Johnny Cash e Jim White, il Nick Cave nero e americano che rilegge Wanted Man di Bob Dylan, i già citati Calexico e il nostro Morricone, peraltro omaggiato in una canzone omonima – l'elemento che sorprende è la notevole fattura di queste composizioni. Quasi che si abbia davvero a che fare con un cantautore proveniente dal nuovo continente e non, invece, con un musicista italianissimo che, pur mantenendo la classicità tipica della band di provenienza – gli interessanti Hollowblue appunto – attua un processo di scarnificazione che lo porta a fare i conti direttamente con l'essenza stessa della canzone e delle sue diverse implicazioni comunicative.

Inevitabilmente indicato agli appassionati di indie folk, alternative country e di tutte le declinazioni tipiche della musica popolare americana, Stella Burns Loves You contiene alcune delle canzoni più belle ed intense che ci sia capitato di ascoltare in tale ambito: Stella Burns Loves You è mesta e sofferente, Tiny Miss F ha dentro i Calexico in stato di grazia come non lo sono più stati dai tempi di Hot Rail, You Can't Be Safe From The Effects of Love muta per un attimo l'umore insufflando massicce dosi di elettricità, mentre Ordinary Man ci riporta di nuovo in cammino su una strada polverosa senza sapere bene dove siamo diretti. E non sono da meno lo stompin' blues inquietante di Who Burned The Town, la pianistica e lirica Russian Eyes e l'elegia acustica di The Big Tide. Stella Burns Loves You è dunque una significativa raccolta di canzoni dove tutto funziona alla perfezione e, pur guardando non propriamente al futuro, è in grado di presentarci un autore come ce ne sono pochi in circolazione. Sarebbe davvero un peccato che un disco di tale levatura passasse inosservato. 7.2/10 Ilario Galati

Stone Jack Jones - Ancestor (Western Vinyl,2014) Genere: blues, folk Cresciuto in una famiglia di minatori a Buffalo Creek, West Virginia, e rifiutato per il servizio militare in Vietnam a causa dell'epilessia, Stone Jack Jones è esattamente come te lo aspetteresti: un cantastorie solitario e ramingo, di quelli che le circostanze, gli eventi, o semplicemente la vita, hanno portato a errare fino alle frontiere del mondo, e ad osservare, di conseguenza, la varia e minuta umanità che lo popola. Ancestor, il disco con cui il Nostro si ripresenta dopo ben otto anni dal precedente Bluefolk, nasce dallo stesso immaginario, da

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Stella Burns - Stella Burns Loves You (Twelve Records,2014)


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inserirsi con classe e personalità tra gli innumerevoli tasselli dell'alt-folk americano. 7.1/10 Giulia Antelli

Sunn O))) / Ulver- Terrestrials (Southern Lord,2014) Genere: metal Strano ma vero, da due band che hanno fatto di un approccio altro al metal il loro punto di forza esce un disco proprio come te lo aspetti, niente di più e niente di meno. Questo è il problema di fondo di Terrestrials. Perché il livello qualitativo rimane buono ed è naturale che sia così visti i protagonisti, ma la somma delle parti non produce alcuna novità di rilievo. Ci si ritrova nei landscape infreddoliti di sempre, a constatare dove la traiettoria sia un po' più Sunn O))) e dove invece sia un po' più Ulver, tra le variazioni ambient doom dei primi e l'orchestrazione stile Messe I.X – VI.X dei secondi. E in questo rimpallo si perde la missione di Terrestrials, perché se la meta era quella di ricostruire intimità e – ovviamente – desolazione, il risultato scorre invece con la stessa indifferenza che si ritrova nell'artwork del disco, senza mai raggiungere quella scintilla in grado di dare un senso compiuto all'operazione. Più scorrono queste tre tracce, più si ha la sensazione di essere davanti a un lavoro docile, buono per ingrossare le fila delle rispettive discografie (come se ce ne fosse bisogno…) e svolto con il mestiere di chi sa come accontentare il proprio pubblico. Detta in altri termini: un po' poco. 5.8/10 Stefano Gaz

SuperVixens - Nature And Culture (Acid Cobra,2014) Genere: impro, industrial, noise, kraut, ambient Le note stampa del disco giocano giustamente

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quell'America profonda e senza confini presente nelle pagine di Kerouac e Jack London. Highways e deserti, città-fantasma e ruderi dismessi: Ancestors è un album che parte – e non potrebbe essere altrimenti -dagli archetipi secolari tanto del blues americano quanto degli standard cantautoriali dell'old time music, arrivando a costruire brani immersi nella coltre antica del folk più essenziale e oscuro. A cominciare dalla scarna ninna nanna dell'opening O Child, ci troviamo di fronte ad un songwriter che non ha nulla di contemporaneo, ma che riesce lo stesso a dimostrare una classe molto attuale e senz'altro riconoscibile. Nessuna pretesa di ricerca o innovazione, ma soltanto brani portatori di una malinconia senza tempo, costruiti ad esempio sull'inquietudine alt-country di Jackson, o sul coro di fantasmi di Black Coal: a unire il tutto, la sghemba armonia dell'acustica e una voce ruvida e profonda, veicolo delle leggende e delle storie di cui Stone Jack Jones vuole farsi narratore. Proprio la voce richiama alla mente lo stesso blues crepuscolare e fumoso del primo Lanegan altezza Whiskey For The Holy Ghost e Scraps At Midnight -, con cui Jones condivide soprattutto le stesse immagini e gli stessi modelli di riferimento. Pur variando di poco umori e atmosfere, altrove troviamo anche spiragli di languido jazz – come in State I'm In, a cui partecipa anche Patty Griffin alla voce – e chiaroscuri black e gospel, come dimostrano Joy e Marvelous. Arricchito dalla presenza di ospiti illustri quali Ryan Norris, Scott Martin e Kurt Wagner dai Lambchop, il resto del disco prosegue lungo i sentieri polverosi e scarnificati di un folk minimalista e tradizionale, anche se tutt'altro che banale, ma anzi capace di episodi intensi e ben costruiti. Semplificando, niente di nuovo, soltanto – e non è poco – un disco che non tradisce le aspettative, e che, soprattutto, va ad


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nero che farà contenti molti estimatori 7/10 Stefano Pifferi

Suzanne Vega - Tales From The Realm Of The Queen Of Pentacles (Amanuensis Productions,2014) Genere: rock, alt, folk Nel music business accade spesso tutto in fretta. Troppo in fretta. Sembra ieri, ma Suzanne Vega debuttò ormai nel lontano 1985 con un apprezzatissimo album omonimo, lanciato da Marlene On The Wall, e appena due anni dopo si ritrovò tra le star del firmamento internazionale grazie a una canzone, Luka, che l'ha consacrata come cantautrice tra le più intelligenti, colte, raffinate e persino imprevedibili (nascosta dietro quella felice melodia c'era il dramma degli abusi sui minori, con risvolti autobiografici confermati solo in seguito dall'autrice). Fu una bella scommessa, quella dell'inizialmente reticente AandM – già casa di Joan Armatrading, Sting e Joe Jackson – vinta con il bestseller Solitude Standing e uno stile che si distanziava nettamente da quelli che erano i trend del momento; dopo la sbornia del synth-pop, era finalmente tornata una ragazza con la chitarra a proseguire il discorso di Rickie Lee Jones e Joni Mitchell, e nell'era dell'edonismo e della videomusica era riuscita a conquistarsi uno spazio di rilievo nonostante un fascino discreto e una voce spesso sospirata seppur non priva di carattere e personalità. È tornata alle origini, Suzanne, dopo la piacevolissima sbandata elettronica e spigolosa di 99.9 °F, l'eclettico e seducente Nine Objects Of Desire (entrambi prodotti dall'ex marito Mitchell Froom) e altri due lavori non pienamente compresi dal grande pubblico; nonostante non rinunci a un parterre di ospiti di primo livello (dal bassista Tony Levin a Jay Bellerose, passando per Larry Campbell – col-

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col nome scelto dal terzetto/quintetto toscano e noi ci adattiamo di conseguenza: zero "tettone" e immaginario cartoonesco, rispetto ai famosi b-movie RussMeyeriani, ma un sunto delle violenze perpetrate da quelle eroine dal seno extralarge e adattato ad una tavolozza di colori che vira dal grigio industriale al nero cupo del noise-rock più grezzo e malato. Una sorpresa relativa, se si va a scavare nel background dei partecipanti, spesso incastrati random negli ingranaggi post-kraut, ambient-psych ed esoterici dell'underground italiano, vedi alla voce Ambient-Noise Session, Metzengerstein, Holy Hole, ecc. e abili nel giocare con strumentazione classica – basso e batteria – unita alle potenzialità dell'elettronica (feedback, riverberi, delay ecc.). Le quattro tracce di Nature And Culture si muovo agili come pachidermi sonori tra deliqui hard-psych/drone alla maniera dei primi Earth (l'opener O è una mazzata in faccia a suon di sustain and release) ed esplosioni/implosioni tra le pieghe dell'anima nera (l'assalto da pieno industrial noise-rock di Chromo) a rinverdire un legame, quello tra le italiche gesta e l'area grigia, mai sopito nel corso dei decenni. Ma sono le due tracce lunghe, che insieme assommano una scarsa mezzora – rispettivamente i 12 minuti di I e i 13 di Loud! Loud! Loud! –, a dare il senso di un progetto che supera a destra la forma canzone, prediligendo le dilatazioni impro: lunghi, estatici, crescendo di asperità industrial, clangori post-droning, groove noise anni '90, tensione sempre alta ed esplosioni strumentali al calor bianco. Al contempo memoria indistintamente sfatta dell'età di mezzo tra la primigenia sferzata industriale britannica e le elaborazioni "fisicamente" rock al crinale tra '80 e '90 e minacciosissima risposta alle melense pieghe di un underground che spesso dimentica il suo ruolo, Nature And Culture è un tour de force virato al

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Paese delle meraviglie in Crack On The Wall? I Never Wear White, col suo furbo riff in odore di Nirvana, è un celato omaggio al suo recentemente scomparso maestro Lou Reed? La Vega ci invita non tanto al disvelamento, quanto a lasciarci conquistare dalle nuove storie sospese tra mondo terreno e soprannaturale (Jacob and the Angel), tra i ricordi di chi ci ha lasciato (Silver Bridge, la There Is A Road dedicata alla memoria di Vaclav Havel) e quella voglia di guardare oltre l'orizzonte che riesce a farci sentire vivi. Primo album di materiale nuovo in sette anni, dopo la serie di antologie tematiche (Close Up) pubblicate con l'intento di reimpossessarsi del proprio catalogo e un'opera scritta a quattro mani con Duncan Sheik (Carson McCullers Talks About Love), Tales From the Realm Of The Queen of Pentacles osa meno rispetto ad altri dischi di Suzanne Vega ma riposiziona, come è giusto che sia, l'artista newyorchese al centro dell'attenzione generale con canzoni ben scritte e interpretate con la solita classe. Forse è poco per vincere una nuova fanbase, anche se non siamo distanti da alcune cose di Laura Marling e i Mumford and Sons, ma è un ascolto che riempie facilmente il cuore di gioia a chi non ha mai smesso di seguirla. 6.8/10 Alessandro Liccardo

Temples - Sun Structures (Heavenly,2014) Genere: pop, brit, rock, psych Basta dare un'occhiata veloce alla copertina del primo album dei Temples - promettente quartetto di Kettering che grazie ai suoi primi singoli si è guadagnato la stima di Noel Gallagher (conoscendolo, sappiamo che non è facile…) e Sua Maestà Johnny Marr - per capire che non solo la retromania non intende arrestarsi, ma anzi è destinata a procedere a passi spediti

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laboratore di lungo corso di Bob Dylan – e il batterista Sterling Campbell), Tales From The Realm Of The Queen Of Pentacles è un disco sobrio, quasi frugale, che cede giusto qualche volta alla voglia di stupire (è il caso di Don't Uncork What You Can't Cointain, con un forte sapore paulsimonesco - dalle parti di Me and Julio Down By The Schoolyard - e un sample orientaleggiante di Candy Shop di 50 Cent che conquista il centro della scena) ma che nel complesso torna ad esplorare temi, stili e contesti che ci sono familiari, visti stavolta dall'ottica che non è più quella di una ragazza di talento piena di belle speranze ma di una madre, di una donna dal ricco bagaglio di esperienze che è diventata anche manager e discografica di se stessa, dopo la brusca separazione dalla Blue Note. Non spaventi il titolo scelto, che può ricordare Tales From Topographic Oceans degli Yes: non c'è alcuna svolta prog in queste dieci tracce che ci accompagnano per poco più di trentasei minuti, ma ancora tanta voglia di raccontare e raccontarsi attraverso metafore, allegorie, rievocazioni, ritratti disegnati con una matita sul pentagramma. Stavolta Suzanne si è fatta suggestionare dai tarocchi e la regina di denari, il matto – nel singolo Fool's Complaint, la cui melodia cita in un colpo solo (I'll Never Be Your) Maggie May e Tired Of Sleeping – e il fante di bastoni popolano più di un brano; da consumata storyteller, Suzanne scomoda le figure di Eraclito e di Madre Teresa nella splendida Laying on of Hands ma si mantiene vaga in altri episodi, in altre descrizioni, e si diverte a gettare il sasso e nascondere la mano come in passato. Si riferisce forse a Steve Jobs il passaggio in cui canta "his mission: the transmission of technology" in Portrait of the Knight of Wands? È un Luka cresciuto, quello che parla in Song Of The Stoic? C'entra la fervida immaginazione del Lewis Carroll di Alice nel


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gliabile citofonare a casa di Morgan Delt). I rimandi di Sun Structures sono una girandola che include i T-Rex di Marc Bolan, i Byrds (in particolare in Shelter Song, ma non solo) o persino quei Genesis dell'ingenuo debutto del 1969 From Genesis To Revelation in cui il diciottenne Peter Gabriel strizzava l'occhio ai Moody Blues per compiacere un preoccupatissimo manager. Strano a dirsi, ma l'avventura dei Temples è iniziata meno di due anni fa come un progetto casalingo di due ex membri dei Moons (il gruppo di Andy Crofts che ha riportato in auge, a proposito di passatismo, il mod dei Jam con la diretta approvazione e complicità di Paul Weller), James Bagshaw e Thomas Edison Warmsley. Non c'è voluto molto a mettere in piedi una band con una proposta forte e la volontà di curare ogni dettaglio (il produttore dell'album è lo stesso Bagshaw); il debut album è una sequenza di singoli killer, interrotta appena due o tre volte da possibili lati B in ogni caso non certo da cestinare. E quindi via con il mellotron, con chitarre fuzz, riverberi e controcanti in The Golden Throne – lontana cugina, magari involontaria, dei Monkees e degli Zombies chiamati in causa dai Lilys di A Nanny In Manhattan – e in una saltellante Keep In The Dark a metà strada tra Donovan e Spirits In The Sky di Norman Greenbaum, e ancora in una Mesmerise frenetica ed esplosiva, omaggio implicito a Tomorrow Never Knows dei Fab Four. Colours To Life punta tutto su texture di stampo pinkfloydiano, con un suono spazioso e una melodia che si irrobustisce finché raggiunge il ritornello, mentre lo stomp di A Question Isn't Answered, a due passi dal blues, è inaugurato ad effetto da un battimani. Nella tripletta finale spicca Sand Dance, con le tastiere che smussano gli spigoli della melodia più nervosa del lotto. C'è da perdersi, in un disco tanto ricco

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guardando a un passato sempre più remoto. I ragazzi si divertono, sulla macchina del tempo in cui si sono infilati, e ci confondono anche le idee – se sulla foto fanno il verso agli Who del capolavoro Who's Next, su disco ripropongono sonorità che rimandano più chiaramente alla golden era dello psych-pop, con un'attenzione maniacale per le atmosfere e per le melodie che riportano a ciò che era in voga alla fine dei Sixties. Un'epoca che per forza di cose è stata studiata solo sui libri di testo, ma che si contamina con sonorità più attuali – ed è questo il vero punto di forza della proposta, qualcosa di profondamente diverso dagli intenti, per esempio, dei Last Shadow Puppets – da rivivere in poco meno di un'ora ascoltando Sun Structures. Come i Saint Etienne (provenienti dalla stessa scuderia, Heavenly Recordings) che campionarono Dusty Springfield per Nothing Can Stop Us Now e realizzano compilation dedicate ad artisti chiave o di culto con rispetto e competenza enciclopedica, pur creando musica molto più sintonizzata con il gusto attuale, i Temples stuzzicano i fan iscritti alla loro pagina Facebook riproponendo brani oscuri di un passato lontano, dimostrandosi cultori e archivisti certosini fieri di mettere in bella mostra le proprie influenze, ma resistendo alla tentazione di salire in cattedra. Di certo non i primi ad attingere dalla psichedelia – non sono passati invano né i Kula Shaker né i Verve di The Rolling People, i Supergrass o persino gli Oasis di Who Feels Love? -, non contaminano il suono con il krautrock e la new wave come fanno i TOY, e rispetto ai Tame Impala, cui molta stampa si affretta ad accostarli, scrivono canzoni smaccatamente pop, assai più dirette e meno arzigogolate, e non sembrano avere né un pronunciato feticcio per Lennon e George Harrison, né alcuna velleità di rievocare lo spettro di Syd Barrett (in quel caso, è senz'altro più consi-

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quanto omogeneo; col tempo saremo in grado di capire se certi riferimenti si faranno più sottili e accennati (in più di un caso si gioca a individuare il motivo mascherato) e se l'identità sarà più chiara e nettamente riconoscibile rispetto ad oggi. Al momento è un piacere lasciarsi abbagliare dai raggi del sole dei Temples, che superano la prova del full-length a pieni voti. 7.3/10 Alessandro Liccardo

Genere: pop, rock I multistrumentisti John Stirratt e Pat Sansone arrivano al quinto album del loro decennale side project, proseguendo nell'ottimo solco del precedente Once Around, risalente ormai a quattro anni fa. Realizzato nei ritagli di tempo dei lunghi tour con i Wilco, utilizzando per la prima volta i musicisti della loro live band, Fifth ripercorre la felice epopea del suono pop rock seventies - che si rivela la musica dell'anima dei Nostri -, con in testa Love, Beatles, Zombies, Byrds, Kinks e molti altri, riattualizzandola e facendola propria. Si va dalle armonie harrisoniane di This Thing That I've Found alle riletture in salsa Elliott Smith (The Light In Your Eyes, What's It Take), passando per le vaghezze soft del gruppo madre, non rinunciando mai al carattere prettamente soffice e melodico, con un'impronta di spiccata malinconia presente nell'intero lavoro. In sostanza una bella prova, a testimonianza che la maturità rilevata con il penultimo disco è più che un dato di fatto. Tanta classe. 7.2/10 Teresa Greco

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Genere: rock Saranno pure le hits di domani, le otto canzoni affidate all'ennesimo lavoro firmato The Men – a occhio e croce il quarto negli ultimi quattro anni (quinto su cinque, se si include l'autoprodotto esordio Immaculada), il secondo dopo lo stravolgimento di New Moon - ma per oggi non bastano affatto. O meglio, basterebbero pure se si trattasse di una nuova formazione e non dovessimo rapportarle a quelle che un quintetto di balordi semisconosciuti ci spiattellò in faccia senza rispetto per niente e nessuno, con foga e rabbia (sempre melodica, eh, sia chiaro) da gruppo senza un domani, all'altezza di Open Your Heart o Leave Home. La svolta accennata in New Moon trova ora la sua compiutezza formale ed estetica: accantonata ogni forma sonora "dura", l'ormai rodato quintetto affina il proprio personale orizzonte sonoro basandolo su classic-rock a stelleandstrisce e su una forma di "americana" corposa ed energica, rinvigorita da mai dome iniezioni da "foga rock" e sempre attenta alle melodie e alla forma canzone. Ne esce un album stilisticamente perfetto, tarato com'è su coretti solari, sing-a-long melodici e appiccicosi, mid-tempo classic-rock, armamentario tradizionale – assoli, armonica a bocca, piano e quant'altro – e in cui è palese il desiderio di Nick Chiericozzi e soci di smarcarsi dal ruolo di miglior formazione delle seconde linee del "rock peso", per tentare una nuova collocazione sonora, sempre più orientata verso un mix di Neil Young e Minutemen, Tom Petty e The Drones, cowpunk e Americana. Si sarà capito che dei Men che incendiavano palchi e dischi a suon di aggressività semi-hc, heavy rock melodico, slanci post-Husker Du e chitarre sempre al massimo, resta ben poco. Non che sia un male tentare nuove vie, più

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The Autumn Defense - Fifth (Yep Rock,2014)

The Men - Tomorrow's Hits (Sacred Bones,2014)


adulte e mature: di fatto, però, queste hits di domani guardano molto, forse troppo, indietro. 6.5/10 Stefano Pifferi

Genere: rock, indie, electro Sono tornati in punta di piedi, i Notwist. Un po' perché la discrezione ha da sempre contraddistinto il loro agire, un po' perché nonostante la longevità, non sono mai stati prodighi di uscite: escludendo il loro periodo preShrink nel quale facevano tutt'altro, con Close To The Glass arriviamo alla quinta release in sedici anni, la quarta se escludiamo la (non certo esaltante) sonorizzazione del film Storm. Certo, di alibi ne hanno eccome, considerando i vari progetti paralleli dei membri della band, primi tra tutti quelli di Markus Acher, il maggiore dei due fratelli fondatori della band (13 and God e Lali Puna i principali). I suoni digitali dell'opener Signals ci fanno capire che non ci si allontana troppo dall'ultimo The Devil, You + Me, sia nel mood che nella scelta degli strumenti: il disco è essenzialmente giocato su sintetizzatori mischiati a chitarre acustiche, o comunque non distorte, eccezion fatta per Seven Hour Drive dove drive e fuzz associati alle elettriche del combo teutonico ricordano i My Bloody Valentine, seppur in maniera approssimativa. Come d'abitudine, i Notwist compongono melodie incalzanti, minimali ma ossessive (Lineri è esemplare in questo senso), senza però arrivare al picco emozionale malinconico del capolavoro Neon Golden, se non forse nel caso di Casino, il brano più tradizionale del lotto, e in Kong, il pezzo più riuscito scelto non a caso come singolo/videoclip promozionale. L'uptempo From One Wrong Place To The Next e la simil-tribale title track, infine,

Andrea Forti

Thug Entrancer - Death After Life (Software,2014) Genere: ambient, electro, elettronica Il lato abstract della techno gode oramai di una ricca discografia – vedi ad esempio la missiva di Raster Noton e i vari Emptyset e ATOM™ e indietro i cataloghi 90s di Warp e Planet Mu – ma che dire di un filone astratto e americano di house, o meglio, di sonorità elettroniche legate alla Windy City? Thug Entrancer, ovvero Ryan McRyhew, originario di Denver, in questi ultimi tre anni deve aver pensato sul serio a una ricerca siffatta partendo proprio dallo spettro di generi e stili nati e sviluppati, per mezzo di synth e drum machine, a Chicago. Death After Life, esordio lungo del musicista dopo tre uscite in streaming gratuito su bandcamp – una lunga permanenza nella metropoli dal 2011 – rappresenta così un interessante case study – o anche un'analisi di laboratorio tout court – sulle chimiche di base che hanno infiammato le scene footwork, electro, house, acid e techno cittadine. Caratterizzata da un ascolto immersivo ed

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The Notwist - Close To The Glass (Sub Pop,2014)

compongono il tassello più elettronico di tutta la discografia, senza però lasciare segni tangibili col procedere degli ascolti. Close To The Glass è stato, per stessa ammissione degli autori, un tentativo di andare oltre le proprie esperienze personali e raccontare storie che riguardassero anche amici, parenti, gente cara e vicina e che ha rappresentato un esempio per la band. Se dal lato dei testi l'esperimento è sicuramente riuscito, dal punto di vista prettamente musicale si fa fatica a scorgere sia qualcosa di originale e distinto, sia la grana fina dei loro migliori lavori in studio. Non è peccato ritenerlo un lavoro riuscito soltanto a metà. 6.2/10

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Edoardo Bridda

Trust - Joyland (Arts and Crafts,2014) Genere: pop, 80s, synthpop Persa per strada la metà Maya Postepski, tornata a concentrarsi sul progetto Austra (che con il secondo album ha deluso in parte le aspettative), Robert Alfons si è trovato in due difficili situazioni: dover sopperire alla mancanza di quella che era la mente dei Trust e dare un degno successore a quel TRST che ormai due anni or sono ricevette consensi piuttosto trasversali. Per prima cosa Robert ha messo mano ad alcuni vecchi brani (anche del periodo pre-Trust),

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riarrangiandoli eliminando le connotazioni dark-goth cucite addosso a buona parte delle prime composizioni del duo; successivamente ha iniziato a plasmare un proprio stile che coincide con la cifra evolutiva caratterizzante il secondo lavoro intitolato, non a caso, Joyland. Si pesca nuovamente a piene mani dalle coordinate synth-pop degli anni '80, ma lo si fa con l'esuberanza di chi ha voglia di divertirsi divertendo. Un brio che parte ad altezza Pet Shop Boys (Are We Arc?, Capitol) per arrivare fino alle ignoranti casse dritte della dance music anni '90 di scuola europea (Germania in particolare) e a quel connubio tra synth sparati a mille ed EBM tanto caro ai VNV Nation. Un disco che potrebbe trovare la propria dimensione ideale nel contesto arena grazie ad una scrittura che premia il ritornello facile e l'esaltazione collettiva. Capitol – risalente addirittura al 2006 nella sua forma iniziale – incorpora al meglio la sintesi descrittiva – "an eruption of guts, eels, and joy" – fornita dalla stessa label Arts and Crafts, confezionando uno dei chorus più efficaci che sentiremo durante l'anno. Non inganni la pretenziosa e fuorviante introduzione intitolata Slightly Floating: Joyland è credibile proprio in quanto mostra riluttanza a dovere essere credibile a tutti i costi: un pezzo come la titletrack infatti non ha alcun freno e sguazza allegramente nel trash come una versione a 2x dei primi Ladytron; Peer Pressure – anch'essa risalente al periodo pre-Trust – è stata galvanizzata dal tocco euroNRG da riviera mentre Four Got – nonostante sia tra le meno convincenti del lotto – si permette di giocare con Blue Monday. Ignoranza pura che trova fidi alleati nell'improbabile falsetto – mai così protagonista – di Robert e nelle situazioni a cavallo tra Dead Or Alive e club con il latex come dress code. Joyland è la dimostrazione che, per superare le prove più difficili, spesso la soluzione più

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ipnotico a bpm morigerati, la scaletta, in piena linea Software (vedi anche Huerco S.), racconta, con uno sguardo romanticamente futurista, il Day After di uno spaccato urbano della città attraverso panoramiche cartografiche e/o plastiche. Non è musica per ballare né manovrata dagli uomini, questa, semmai sono le macchine a parlare all'uomo. Intelligente l'esclusione di sovrapposizioni di layer di scuola laptop noise, come l'uso del glitch o il ricorso a field recording; qui l'asse ruota solido attorno all'uso magmatico della TB-303, al secco scalciare della TB-808 (sia in 4/4, sia attraverso pulse programming di stampo footwork) ma soprattutto a un telaio synth-cosmico post-carpenteriano e cyber punk. Tra gli episodi più interessanti, il primo capitolo, Death After Life I (ovvero come ascoltare Zomby in salsa footwork perso in un ghetto di Matrix), la 303 techno in antemica collisione old skool di Death After Life III, oppure ancora l'acquario sonico di Death After Life o della finale Death After Life VIII. Neanche troppo tempo fa un disco come questo lo avremmo trovato su Planet Mu. Con Thug Entrancer, Lopatin estende il campo d'analisi elettronico e sigla un altro centro. 7.1/10


facile è anche quella vincente, Rasoio di Occam docet. Centro pieno. 7/10 Riccardo Zagaglia

Genere: rock E' davvero un compito arduo rileggere Elliott Smith. Arduo perché l'artista americano, prima di essere un musicista, è stato un suono ben preciso e riconoscibile, una voce peculiare fatta di fragilità sussurrate e melodie, un cocktail di toni intimi e angosce riassunto in grandi canzoni. Progressioni musicali che il personaggio si è cucito addosso, fragili e tempestose al tempo stesso. Tanto di cappello, quindi, agli intrepidi che con Loves You More, tributo discografico dedicato all'arte di Smith promosso dall'etichetta Niegazowana e in particolare da Davide Lasala dei Vanillina, hanno voluto raccogliere una sfida sulla carta improba. Quel che è venuto fuori è una storia di didascalie e di cesure nette: fuor di metafora, un album che in parte omaggia rispettoso l'arte del maestro e in parte vorrebbe invece reinterpretarla con colpi di teatro quasi "punk" (ovviamente si parla di attitudine). Quel che accade per ogni compilation di cover, potrebbe giustamente farci notare qualcuno: vero, solo che qui più che in altre sedi, e per i motivi di cui sopra, la personalità di chi rilegge diventa una discriminante fondamentale nel replicare o decostruire con efficacia un immaginario che non è solo "semplici canzoni". Per un Dellera che in Waltz #2 mima lo stile originale di Smith su un suono rotondo e virgolettato dall'affetto leggibile tra le righe e dei C+C=Maxigross perfetti su una Son Of Sam disciplinata, c'è un Mr. Henry che trasforma Between The Bars in un sussurro lo-fi banjo/ voce strascicato che non convince del tutto; per

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Dellera - Loves You More (Niegazowana,2013)

un Dennis Di Tuono voce e bordoni in Placeholder e dei Kalweit And The Spokes a loro agio in una A Fond Farewell in punta di slide guitar, c'è un Il vocifero che, pur dimostrando personalità, non riesce a conservare, nella sua versione, il portato emotivo di Waltz #1. Tra le riletture che colpiscono di più ci sono la Needle in The Hay psichedelica e riverberata dei Black Black Baobab, una Angeles affidata a Edda e completamente stravolta (testo in italiano su un rock ruggente in stile Afterhours), la Figure 8 elegantissima di Eva Poles, mentre i Jennifer Gentle rallentano e annegano in un mare acido una The White Lady Loves You More che nella nuova versione perde un po' di spessore. Sono della partita anche Dilaila (Little One), Emil feat. Cani Giganti (Bottle Up And Explode!), Labradors (Say Yes), Nicolas Falcon (Somebody That I Used To Know) e i Vanillina (Miss Misery), ugualmente importanti in un disco che ci pare comunque pieno di sorprese e tutto da ascoltare. 7/10 Fabrizio Zampighi

Voices From The Lake - Velo di Maya EP (The Bunker New York,2014) Genere: ambient, techno, deep Torna il duo formato da Donato Dozzy e Neel con un EP che testimonia il loro passaggio al Public Assembly di Brooklyn nel 2012. Il set originale è durato ben sei ore, ma i ragazzi del Bunker newyorchese hanno deciso di riassumerlo in un EP di tre tracce che dura solamente una ventina di minuti. Scelta azzardata? Forse no, perché l'opener Velo di Maya riporta in pista quello che i Nostri ci avevano mostrato con l'esordio (peraltro uscito poco prima di questo live): cromatismi su glitch ambient '90 e sinfonie di pad al limite fra arte teutonica e sangue mediterraneo; Sentiero sale su con l'incrostazione acida delle pareti auditive e annun-

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cia un sabba post-millennial tribale ai confini con trip mistici da svalvo Goa; Respiro sono 8 minuti di puro riassunto clubbistico con accenni a lezioni di filtering à la Chemical Brothers. Un disco veloce ma concentrato, che promette bene per un nuovo incontro di due delle più interessanti menti del panorama electro-ambient-techno in circolazione. Acquolina in bocca per esplosioni sul nuovo full length. 7.2/10 Marco Braggion

Genere: pop Arrivati miracolosamente al quinto album in studio, i We Are Scientists, a distanza di quasi quattro anni dall'ultimo e pregevole Barbara, tornano con un nuovo album. Tagliando immediatamente la testa al proverbiale toro, Tv En Français fallisce dove il suo predecessore aveva invece raccolto buoni frutti, palesandosi come un'informe accozzaglia di cliché, scimmiottamenti vari e autoreferenzialità. Sin dalle prime battute di What You Do Best, il duo di Berkeley mostra stanca compositiva e imbarazzante pochezza d'idee, lascito di una formazione che, salvo sconvolgimenti poco credibili, pare non avere più molto da dire. Tra echi Franz Ferdinand e indie-rock dei primi anni Zero, la tracklist procede senza particolari sussulti o bagliori: il singolo scelto come apripista, Make It Easy, ha qualche spunto interessante, ma il solo ritornello catchy non potrà far guadagnare al gruppo più di qualche airplay nelle college radio americane. Una carriera con molti bassi e pochissimi alti, quella degli scienziati, costruita su alcuni buoni pezzi (With Love and Squalor conteneva ottime intuizioni) e video divertenti, ma che si è protratta forse per troppo tempo, trascinandosi stanca-

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Andrea Murgia

Wild Beasts - Present Tense (Domino,2014) Genere: pop, rock, wave Speravo di farmi un'idea definitiva sui Wild Beasts con questo quarto album, ma devo mettermi il cuore in pace. Sono una buona band, conservano una apprezzabile freschezza che col tempo (sono passati sei anni dall'esordio Limbo, Panto) ha guadagnato in respiro e cura dei dettagli. Oltretutto non manca loro il giusto mix di personalità e ambizione, ma il guaio è capire dove siano indirizzate. In altre parole, conta più l'art o il pop? E poi, è davvero questo il punto? Present Tense, dicevo, non risolve il dilemma. Semmai lo amplifica. La scelta di rivolgersi a due co-produttori come Leo Abrahams (pupillo di Brian Eno) e Alex "Lexxx" Droomgoole (già al lavoro con Arcade Fire, M.I.A. e Franz Ferdinand tra gli altri) è emblematica in tal senso, suggerendo la volontà di muoversi sulla linea di confine tra ricerca e immediatezza, ruotando di una tacca la manopola della raffinatezza rispetto al buon predecessore Smother. Il quartetto di Kendal spende quindi le consuete monete virtuali black sul binario dei due caratteristici timbri vocali (quello tenorile di Hayden Thorpe e quello baritonale di Tom Fleming) in un paniere di suggestioni plastiche synth-wave ed astrazioni atmosferiche. Nel loro manifestarsi più complesso spacciano esotismi gravi Japan ed esuberanza Human League (Daughters), oppure sfoggiano inquietudine androide come un Antony colto da spasmi TV On The Radio (il gospel mutante di Wanderlust), mentre altrove si muovono con leggerezza arguta e caramellata da nipotini

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We Are Scientists - TV En Français (100% Records,2014)

mente di album in album senza lasciare tracce concrete. 4.5/10


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Stefano Solventi

William Fitzsimmons - Lions (Gronland Records,2014) Genere: cantautori Eccoci di nuovo in questo mondo ovattato che è la musica di William Fitzsimmons. Il cantautore tutto mezza voce e fingerpicking, già famoso perché un paio di suoi brani sono finiti su Grey's Anatomy, ritorna – a sentire lui – dopo due anni complicati, ma ci restituisce quello che ritiene il suo sforzo più maturo. Difficile vedere la discontinuità tra questo Lions e il disco di due o di quattro anni fa. Eppure è cambiato il produttore, Chris Walla, che era in cima alla lista dei most wanted dello stesso William, senza che questo abbia scosso le fondamenta del suo songwriting. Una scrittura fatta, è bene ripeterlo, di un incontro sugli Appalacchi tra un Nick Drake che ha perso la

vena notturna e un Elliott Smith narcotizzato. Non c'è nulla che non vada nelle 12 tracce: la chitarra è circolarmente pizzicata con grazia e la gratitudine e il rispetto che emana ogni poro dei testi sembra sempre sincera. Eppure… Eppure è difficile distinguere i pezzi l'uno dall'altro, immersi come sono in continuum new age involontario che relega il songwriting di Fitzsimmons in un inconsapevole esperimento di musica per ambienti. Ideale per meditare sulla vita, meno per richiedere un ruolo attivo nell'ascolto. 6.3/10 Marco Boscolo

Xiu Xiu - Angel Guts: Red Classroom (Polyvinyl Records,2014) Genere: rock, art, experimental Da quanto tempo gli Xiu Xiu hanno smesso di sembrare cruciali? Almeno da A Promise, ovvero undici anni esatti. Con quel disco Jamie Stewart portò a compimento una calligrafia fatta di collassi emotivi, devastazione esistenziale, languida perdizione e vampe perniciose. Coi lavori successivi abbiamo avvertito nitida la sensazione che di quella calligrafia facesse un bozzolo, una cella in cui dibattersi per esorcizzare demoni che solo lui poteva vedere con chiarezza. Un attimo prima sembrava la cosa più sconvolgente ascoltata da anni, poi di colpo l'entità Xiu Xiu divenne un teatrino di nevrastenia piuttosto autoreferenziale, una psicosi in loop che a metterci piede sentivi salirti al collo un principio di claustrofobia insopportabile. Sembrava proprio che si stesse fottendo con le proprie mani, crogiolandosi in un cul-de-sac suicida. Tuttavia Jamie ha tirato dritto, continuando a rimuginare ossessioni dark wave e industrial, abbaiando al lato scuro della luna e nel ventre nero del cuore di tutti come se fosse l'unico modo di manifestarsi. E ha avuto ragione. Dopo il tutto sommato apprezzabile

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paciosi dei Bronsky Beat (A Simple Beautiful Truth) o col passo romantico e risoluto da Roxy Music prosciugati Notwist (Sweet Spot). Ma proprio quando dimostrano di avere i numeri per tracciare solchi importanti (l'intensità aspra e cinematica di Nature Boy, gli spettri caraibici tra singulti post-wave e l'arcobaleno Eno/Moroder di A dog's Life), sembra mancargli la scintilla decisiva. È a mio avviso soprattutto un problema di scrittura, di istinto per melodie memorabili e strutture che ne valorizzino l'impatto. Così la partita si gioca e si consuma sul filo delle prassi estetiche, gradevoli e persino interessanti (le inflessioni funky sparagnine di Past Perfect, lo struggersi soul dalle reminiscenze U2 – quelli eniani, of course – della conclusiva Palace), ma tutto sommato interlocutorie per non dire superficiali, incapaci di lasciare davvero il segno. Un "difetto genetico" che difficilmente, temo, potrà trovare soluzione. 6.7/10

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Always di due anni fa, ha deciso di darsi una scossa, si è trasferito a Los Angeles dove ovviamente ha sceso qualche altro gradino verso l'inferno. Quindi, chiamato a dare una mano il producer John Congleton (uno che ha lavorato con mezzo mondo, da Smog a St. Vincent, da Jens Lekman a The Walkmen…), ha racchiuso dodici pezzi tra due camere di decompressione al rumor bianco (Angel Guts: e :Red Classroom, titoli presi a prestito da un film erotico giapponese), fuori il mondo esterno, dentro gli incubi tumultuosi che di quel mondo sono il riflesso sanguinoso. Ed eccoci al nuovo lavoro, il nono: una parata di mostriciattoli lancinanti che impazzano tra Suicide (soprattutto in Cinthya's Unisex) e Einstürzende Neubauten (The Silver Platter), tra Joy Division (nelle iperboli epiche di Botanica De Los Angeles e nel frullato di angosce New Life Immigration) ed il primo Gabriel solista (Archie's Fades), rammentando talora per impeto e ferocia il Cave periodo The Birthday Party (sentitevi A Knife In The Sun). Sempre con quella voce e quel modo di usarla che t'inchioda. Niente leggerezza, né assoluzioni o scappatoie. E' solo e sempre lui, Mr. Jamie Stewart, sia che scampani rumba crepuscolare (Bitter Melon) o che s'impiastricci tra giocolerie electro (Lawrence Liquors, dove un corettino da villaggio turistico diventa ferita letale), che sgasi soul malsano (nel groove torbido di Black Dick) oppure che squittisca come un alieno che ti ha appena squarciato il petto (Adult Friends). Non è più sconvolgente come quando ci aggredì nei primi anni del nuovo secolo, ma ha ancora una sua ragione d'essere precisa. Tocca solo essere disposti ad accettarlo. 7.1/10


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Dal vinile 12" all'impalpabilità dell'mp3 passando per 45 giri e nastri, torna la nostra ricognizione mensile sui formati minori. Questo mese parliamo di Stefano De Ponti, Maria Violenza, Gianni Giublena Rosacroce, Staer, Horatio Pollard, AV-K, Prolife, Dark Blue, Hand Of Dust, King Dude, Chelsea Wolfe

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Veloci e senza fronzoli, entriamo subito nel vivo del nostro appuntamento mensile coi formati “minori”, cominciando con un 12” split inciso su un solo lato che è gioia per gli occhi oltre che per le orecchie. A dividersi una co-produzione firmata Brigadisco, No=Fi Recs, Escape From Today e Lemming sono la vecchia conoscenza Gianni Giublena Rosacroce e la new entry Maria Violenza. Il primo innesta nel suo giro del mondo in musica influenze sempre più world, impreziosite dal cantato ondivago e fascinoso di Galilea Mallol, derive ipnotiche e vagamente malinconiche (Angkor Wat), così come squarci sognanti (Coronaria) ammantati sempre da un retrogusto psichedelico immaginifico e a volte virati verso intrippanti atmosfere filmiche (XI Comandamento). Maria Violenza risponde a tono, incupendo però i toni tra melodie arabeggianti e suoni syntheticamente freddi, lontani echi mediterranei e pause minacciose. Bel trip, peccato la scarsa durata. Riducendo i giri, ritroviamo gli Staer con un nuovo 7” dopo l’ottimo Daughters: a pubblicare è la mitica Staalplaat e a condividere il vinilino è Horatio Pollard, ennesimo misconosciuto genietto di un’Europa sotterranea mai così affascinante. Il trio scandinavo va di scatafascio sonico come d’ordinanza in Dresden Dynamo tra digressioni noise e abrasività heavy, mentre il sodale infila sun un solo lato tre brevi ed eclettiche tracce di claudicante funk, sperimentazione free(tta), allucinazioni da psilocybe, horror-soundtrack andata a male, groovin’ selvaggio e storto. In poche parole, un must per chi ama le cose “strane”. Vinile trasparente con artwork a poster di Dave 2000. In questo giro del mondo in tutti i formati, abbandoniamo il vinile e passiamo ai nastri con l’esordio per Under My Bed e Old Bycicle di Stefano De Ponti, Like Lamps On By Day. Compositore di musiche per il teatro, De Ponti traspone le immaginarie e visionarie atmosfere dei suoi lavori in una tape da mezzora scarsa in cui si muove… tra polverosa e gracchiante ambient, atmosfere cinematiche sospese, cupi slanci avant, elettroniche stranite in bilico tra drone ed elettroacustica mefitica, malinconici contrappunti di piano, senso di disagio generalizzato e ottima capacità evocativa. Che in lavori del genere è ciò che si richiede, ma qui, sinceramente, si va molto oltre. Per concludere il giro del mondo dei formati, dopo vinile a 12 e 7” e nastro tocca all’impalpabile mp3. È A Centripetal Fugue di AV-K, giovane musicista italiano che si sta facendo


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un nome anche fuori dai confini – prossimo l’esordio per FatCat – l’album impalpabile del mese, con le sue sinusoidali evoluzioni a metà tra l’ambient più rarefatta e il droning meno canonico spruzzato di asprezze industrial e glitchismi vari che contribuiscono a costruire un immaginario insieme gelido e umano, visionario e minaccioso. Con un piccolo sforzo, non saremmo lontani dalle lande made in Miasmah, ma per ora lodiamo la nostra net-label Laverna, per cui il disco “esce”. Nuovo singolo e nuovo debutto per Sacred Bones. Dopo la recente rottura degli australiani Slug Guts, ecco subito emergere un altro progetto a nome Prolife che vede coinvolti James Dalgliesh e Nicholas Kuceli, rispettivamente voce e sax nella band appena scioltasi. Si questo Overheated, il duo da vita a due lunghe tracce dove la minimal wave di scuola Suicida incontra i suoni analogici della techno d’antan, dando vita ad ossessioni reiterate per 6 minuti abbondanti per brano. Synth abrasivi e beat martellanti sorreggono un’immancabile voce afona e scazzata. Non la più originale delle ricette, a dirla tutta, ma pur sempre apprezzabile come primo singolo. Staremo a vedere cosa i due australiani saranno in grado fare. Discorso ancora più amaro per Dark Blue, il nuovo progetto di quel John Sharkey III già fondatore di Clockcleaner e Puerto Rico Flowers. Benchè la press release della label (Katorga Works) parli di un sound in cui si incontrerebbero Stone Roses e Last Resort, quello che emerge della preview di questo 7 pollici non sembra altro che un versione più (punk) rock dei recenti PRF. Quattro accordi neanche particolarmente azzeccati, batteria midtempo drittona, ritornelli e stacchi decisamente troppo anni 90 (o, in una parola, banali). Se non fosse per il fatto che a porre la firma su questo lavoro c’è l’autore di un album come Babylon Rules, non staremmo neanche qua a parlarne. Fortunatamente ci pensa un altro paio di singoli a tirarci su il morale. In primis diamo il benvenuto a un nuovo gruppo proveniente dall’alcova di Copenhagen che ultimamente sta sfornando tante piccole perle (Posh Isolation, Vår, Croatian Amor etc). Al debutto su vinile corto arrivano infatti gli Hand Of Dust, trio di folk-rock nervoso e cadenzato, che rilascia quattro brani brevi e agguerriti per la Blind Prophet di Sean Ragon dei Cult Of Youth. Ancora poco per farsi un’idea più completa ma sembra che le credenziali per un buon prio album ci siano tutte. Soprattutto per una volta un gruppo nuovo che non cerca di cavalcare l’ennesimo trend del momento, sia esso la techno-industriale stile Regis/Vatican Shadow, la cold-wave post-Wierd Records o la moda che più aggrada. Sempre in territori folk, ma dall’altra parte dell’Atlantico, tornano anche i novelli Johnny Cash and June Carter aka King Dude and Chelsea Wolfe con un nuovo singolo a quattro mani. Dopo il primo Sing Songs Together… del 2013, è ora tempo per il secondo capitolo intitolato semplicemente Sing More Songs Together​.​.​. Due brani in perfetto stile murder ballads, semplici e diretti ma arrangiati con gusto da frontiera polverosa come ci aspetterebbe da questi due oscuri personaggi. Impossible non citare i celebri duetti di Nick Cave con PJ Harvey e Kylie Minogue. Un bel ritorno e un punto a favore della neonata Not Just Religious Music dopo la falsa partenza del 7 pollici Born In Blood (che riprendeva in maniera poco convincente due brani precedentemente editi dal signore in questione). Andrea Napoli, Stefano Pifferi

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Nada

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magnetici

Ho scoperto che esisto anch’io (RCA,2014)

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Forse ce lo siamo dimenticato, ma anche negli anni ‘70, nei quali la trasgressione vendeva e la qualità andava in classifica, esisteva lo star system; e non scherzava. Un sistema in cui, accanto alla Milva che cantava Brecht, a Ornella Vanoni che poteva mandare in classfica Tenco, a Patty Pravo, a Mina che ormai faceva quello che voleva (perfino cantare le torbidezze di Malgioglio), c’erano anche Orietta Berti e Gigliola Cinquetti, e, in mezzo, le figlie del beat come Caterina Caselli, ragazze ye-ye con la loro versione addomesticata delle trasgressioni rock. Nada era partita così quando, a 15 anni e mezzo, aveva esordito a Sanremo con la storica Ma che freddo fa; la quale però, insieme al vocione e a un certo piglio mostrato nelle interviste, suggeriva altre inquietudini. Inquietudini che dopo un po’ iniziano a manifestarsi nell’insofferenza sempre maggiore verso la macchina commerciale che le aveva programmato un repertorio più melodico e meno beat rispetto alla canzone del debutto. La Nostra inizia così a tormentare il capo della RCA Ennio Melis, storica figura di manager attento anche alla qualità, l’uomo che ha inventato i cantautori e che, contro gli scarsi risultati commerciali e le difficoltà di gestirla umanamente, continuava a coltivare in scuderia l’anima inquieta di Piero Ciampi. Davanti alle insistenze della cantante diciannovenne che vorrebbe “fare altro”, il manager ha l’intuizione di metterli in contatto. Tra i due nasce subito una grande intesa umana, e anche un disco fatto di brani del cantautore, preparato con l’aiuto dei consueti sodali, il suo musicista Gianni Marchetti e Pino Pavone, disco che dovrebbe costituire il salto della cantante verso un’identità artistica più personale. L’intento dell’album – che esce a novembre 1973 – è chiaro già dal titolo, e dopo 30 secondi diventa chiaro anche il suo significato: archi e piano da musica leggera dell’epoca, e Nada che prima va dietro alla melodia e poi la sbeffeggia, come a dire che la sua immagine è un conto e la realtà è un altro (e il testo dice proprio questo), e che quello che di lei si è visto fino a quel momento sta per essere bruciato – insieme al sentimentalismo da riviera – sul fuoco di canzoni che oscillano tra dramma, ironia livornese, svagatezza innocente, realismo, una follia che non ha paura di sfiorare il ridicolo e la disinvoltura spiazzante con cui tutto ciò viene accostato e si fonde. Confiteor prosegue tra tocchi leggeri e languidi, come l’interpretazione di una cantante che insieme ai suoi pensieri segreti rivela una sensualità sorniona, mentre una chitarra con distorsione compressa tipicamente 60s, un’altra col tremolo e un’armonica a bocca dialogano con l’orchestra contrappuntando il testo in un pezzo che trasforma la marcetta-Modugno dell’originale (tra l’altro, il primo 45 giri di Ciampi) in un manuale di arrangiamento e di


interpretazione. E la definizione della nuova identità della cantante prosegue nell’andamento malinconico di Sovrapposizioni (Ciampi è tra i pochi che possono scrivere una canzone seria aprendola con “Zan Zan Zan Zambaro era il suo nome”, per parlare dei turbamenti della crescita di una ragazza che impara ad amare da adulta grazie alla storia con un forzuto del circo), nei toni drammatici di Sul porto di Livorno (la versione autografa di Piero, minimale e dimessa, verrà dopo), nell’abbandono di Eri proprio tu; oppure nella leggerezza sbarazzina di un corteggiamento tutto visivo e cromatico di una sublime La passeggiata, o nella narrazione quasi gaberiana di Ma chi è che dorme insieme a me, o nella falsa leggerezza di Lui è un folle (una confessione ad un’amica sulla paura suscitata dal fidanzato: scritta quando c’era ancora il delitto d’onore e riletta in tempi di sensibilità al femminicidio, lascia inquieti), prima che la conclusiva Esisto anch’io, tra ironia e aperture pinkfloydiane, riassuma tutto il disco ribadendone l’idea nel ritornello. Ne esce il ritratto di una donna, più che di una ragazza, libera e consapevole come si cominciava ad essere all’epoca, per la quale essere “moderna” non era solo Mary Quant o l’impegno formato TV di certo beat: un ritratto di sorprendente efficacia, soprattutto se si considera che è stato scritto da un uomo. Il centro emotivo del disco però (nonché l’inopinato singolo estratto) è la disperata Come faceva freddo: titolo analogo al primo successo della musicista, anche se siamo distanti anni luce. Qui Ciampi, che sapeva rivelarsi spietatamente anche grazie a una voce che abbatteva ogni filtro tra vita e arte, mette in bocca a Nada uno dei suoi autoritratti più drammatici, in un testo in cui una donna ricorda un amico pittore tipicamente maudit, morto perché incapace di uscire dalla sua vita autodistruttiva (“e mentre lui moriva d’inedia/io lo scongiuravo dall’unica sedia”): si potrebbe riferire al conterraneo Modigliani, ma a noi sembra un evidente gioco di specchi nel quale Ciampi sta parlando di sé. Troppo, forse, anche per l’epoca: il disco infatti è un insuccesso clamoroso, che attira alla cantante critiche feroci e ostilità da parte di uno star system per il quale era uscita troppo dal seminato. Forse era troppo presto – e forse lo è anche ora – perché Britney Spears si mettesse a cantare Daniel Johnston (o Scarlett Johansson, Tom Waits, per dire), o forse era una conferma che Ciampi, col successo commerciale, più che a pugni, ci ha sempre fatto a coltellate. Nada andrà avanti cercando altre collaborazioni di livello (la Reale Accademia di Musica, Paolo Conte) e dedicandosi al teatro, prima di rientrare alla grande nelle classifiche (Ti stringerò, e soprattutto Amore disperato). Poi, quando la discografia considererà conclusa la sua carriera nel pop, inizierà la sua seconda vita artistica, prima rileggendo il suo vecchio repertorio con Mesolella e Spinetti degli Avion Travel nel progetto Nada Trio (forse un’anticipazione di Musica Nuda), poi dedicandosi a quello stile tra indie e canzone d’autore, tra melodia e coraggio che ancora oggi persegue e i cui remoti prodromi giacevano in questo lontano capolavoro. 8.5/10 Giulio Pasquali

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Green Day

classic

alb u m

Dookie (Reprise,1994)

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Compie vent’anni Dookie. Uno dei dischi teen punk per eccellenza, verrebbe da dire. Come ogni album che si (ri)scopre adulto entra per forza nella fase critica del “classico” e della consapevolezza, a distanza di tempo, del terzo LP dei Green Day sappiamo che non conteneva, in teoria, nulla di veramente “epocale” ma epocale lo è stato sul serio. Eccome. Dal punto di vista dei contenuti, differiva di un niente dal suo predecessore indie Kerplunk; e dovendo scegliere un album del trio californiano, almeno gli preferiremmo American Idiot, che ha il merito di aver saputo sorprendere non poco chi aveva derubricato i Green Day a gruppo sopravvalutato e prigioniero del proprio cliché. Poi si sono persi ancora, nelle pastoie di quella stessa magniloquenza, ma è un altro discorso e non riguarda il nostro argomento. Il gruppo di Berkeley non cambiò stile passando dalla Lookout! alla Reprise, succursale Warner (paradossalmente, è più netto lo stacco tra Bleach e Nevermind dei Nirvana, per fare un esempio), e anni dopo ha saputo realizzare un’opera molto più ambiziosa dimostrando di essere veramente cresciuto. Ma è comunque Dookie ad aver cambiato le carte in tavola, per un gruppo e per un intero genere. Gli investimenti di una major e il tempismo con cui uscì fecero subito la differenza. I Green Day venivano dal cuore della scena nordcaliforniana votata al punk melodico che faceva capo al club 924 Gilman Street di Berkeley e alla Lookout! Records, l’etichetta di Operation Ivy, Mr.T Experience e Screeching Weasel. Poco prima della fine dell’interregno grunge, nello stesso mondo delle major, che il successo dei Nirvana aveva messo sottosopra sdoganando il rock un tempo underground ai piani alti delle classifiche, almeno quattro o cinque grandi case discografiche si erano fiondate sui ragazzi, convinte di aver trovato una nuova musica alternativa commerciabile, il passo successivo proprio ai Nirvana. Ci avevano visto giusto. Con sedici milioni di copie vendute, Dookie ha rappresentato il ritorno del punk rock nella cultura di massa per le nuove generazioni, che l’originale lo conoscevano solo per sentito dire o non lo conoscevano affatto. Certo, una versione edulcorata del punk, tra il fumetto e il diario adolescenziale, divertente e scanzonata, senza implicazioni politiche o straight edge; nel caso dei Green Day, più spesso era un thrash pop aggressivo, esplosivo, carico di adrenalina e testosterone e, perché no, un po’ metallico, che assorbiva l’energia e la velocità dell’hardcore senza prenderne davvero la forma. Un bubble core più simile a un beat accelerato che quali riferimenti più vicini nel tempo aveva la melodia e la distorsione degli ultimi Hüsker Dü unite alla guasconeria dei Replacements, nella tradizione del pop punk americano – Dickies, Rezillos, Ramones, Descendents – ma soprattutto debitore ai maestri inglesi Buzzcocks, cui non sarà sfuggito l’artefatto accento britannico di Billie Joe.


E a proposito del leader, non si può dire che la sua scrittura mancasse di immediatezza – Welcome to Paradise, ripresa di un brano già inciso su Kerplunk, e When I Come Around avevano la giusta dose di grinta e melodia – o parlare di arrangiamenti piatti. Il giro di basso da canticchiare come una filastrocca di Longview o i passaggi di Basket Case, che inizia con i soli accordi di chitarra a tenere il tempo prima dell’ingresso fragoroso del basso e della batteria, che sostiene i punti nevralgici della canzone con strategiche rullate, non sono nemmeno così scontati, nonostante la band ce li propinasse in scioltezza. Dookie ha rappresentato uno spartiacque persino al di là dei suoi meriti effettivi, ha spaccato in due la storia del punk – e, in parte, il suo pubblico – aprendo alle riunioni di gruppi storici e anticipando la fortuna dell’hardcore melodico in stile Epitaph di Offspring e NOFX come del Clash revival dei Rancid. Ci sono da mettere in conto anche Sum 41 e Blink 182, ma in questo caso bisognerebbe dare la colpa anche ai Nirvana per Bush e Silverchair o a Springsteen per Ligabue… e il discorso diventerebbe davvero troppo lungo e complicato… 7/10 Tommaso Iannini

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digital magazine | marzo 2014 | n. 113

Sa 113 marzo  
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