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Sentimiento

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Nuevo

A cura di Davide Ferri e Antonio Grulli MAMbo, Bologna

Interventi di: Francesco Arena Anna de Manincor / ZimmerFrei Diego Perrone Elena Volpato Italo Zuffi

Incontri sulla nuova critica e scrittura d’arte in Italia

Questo è il secondo dei quaderni di Sentimiento Nuevo, la serie di agili pubblicazioni progettate da Filippo Nostri in cui vengono raccolte le tappe del dialogo tra i due curatori del progetto, Davide Ferri e Antonio Grulli. Allo scambio iniziale, come sempre, si integrano le annotazioni, osservazioni e critiche di alcuni degli invitati alla tavola rotonda a cui la pubblicazione fa riferimento. In queste pagine, usando come spunto iniziale il libro New Italian Epic del collettivo bolognese Wu Ming, si finisce a parlare di opere d’arte, responsabilità, impegno e capacità di narrare la storia e la cronaca del nostro paese, l’Italia. La forma che ne risulta, dunque, è quella di un dialogo a più voci che vive della spontaneità e della ruvidezza di uno scambio via email (di volta in volta viene corretto solo lo stretto necessario per la comprensione del testo), senza che si perda la capacità di approfondimento di un testo critico.


Antonio Grulli

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Davide Ferri

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Senti, facciamo un gioco. Nel libro NIE (New Italian Epic) c’è una cosa che mi piace molto, e che nel mondo dell’arte contemporanea si è del tutto persa: al centro c’è sempre l’opera e non l’autore o le generiche intenzioni di quest’ultimo.

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Chissà se c’è un motivo per cui il titolo è in inglese, sicuramente ci sarà, forse per creare l’acronimo NIE, in italiano sarebbe stato NEI, nuova epica italiana. Dermatologica. Comunque per onestà devo dire che non ho letto il libro. Mi cospargo il capo di cenere.

Francesco Arena

Italo Zuffi

Anna de Manincor / ZimmerFrei

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Elena Volpato

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Diego Perrone

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Nel mondo dell’arte contemporanea è sempre tutto molto vago, si parla sempre più di persone che di opere. Per molti artisti è difficile spezzare il continuum in singole opere, perché è tutto sfumato, forse lavorano più su un concetto di processo lavorativo, e le singole opere hanno poco senso se prese singolarmente. Ma per altri artisti invece è possibile analizzare le singole opere con maggiore autonomia e compattezza pur in una continuità. Proviamo allora per una volta a partire da queste ultime, utilizzandole per esemplificare alcune categorie, valori, termini che sono propri di New Italian Epic e che ci sembrano interessanti anche per racchiudere gli ultimi, diciamo, dieci anni di arte italiana, soprattutto rispetto a questa nuova tendenza che ci sembra di intravedere. Mario Perniola utilizza un’espressione, “infimo inizio”, per delineare quei germi del nuovo, di una nuova forma di vitalità, che iniziano a germogliare anche quando il paesaggio è ancora completamente occupato da un paradigma al suo culmine e quindi anche nella sua fase finale. Per questo le opere che elencheremo non dovranno essere il “best of” degli ultimi dieci anni (e nemmeno le opere migliori degli artisti che verranno elencati), ma dovranno essere degli strumenti esemplificativi di una nuova attitudine. Inizio io, con due opere di Nico Vascellari: la prima in realtà è un’opera particolare, e si tratta del suo spazio espositivo, Codalunga, gestito anche con Giovanni Donadini (Canedicoda) tra gli altri. Anche in Italia, seppur in forma minore, gli spazi progetto gestiti da artisti, critici e curatori, sono sempre esistiti, ma questo è stato il primo della nuova generazione, e gestito in maniera totalmente diversa dal passato. Dopo questo poi è nato a breve distanza lo spazio Brown, a Milano, di Luca Francesconi, Luigi Presicce e Valentina Suma, che per il fatto stesso di trovarsi a Milano e non in un paesino del Veneto come Vittorio Veneto è stata la vera deflagrazione che poi ha lanciato il trend in tutta Italia. Perché ti porto questo come primo esempio? Perché mi sembra che questi spazi racchiudano il concetto/vocabolo cardine di questi anni a venire, ossia la “responsabilità”. Dagli anni novanta in poi è nata (all’inizio in una forma del tutto salutare, mentre ora mi sembra che si stia raggiungendo una dimensione retorica e dettata dalla moda) una tendenza a rispondere a tutte le carenze del sistema italiano non in maniera diretta (probabilmente perché non ve ne erano nemmeno le possibilità) ma sfuggendole con drammatici espedienti quali l’andare all’estero. Le spinte principali sono state, e lo sono tuttora, la rivista Flash Art, che continuamente nei suoi editoriali invita chiunque ad andarsene dall’Italia, e gli artisti, critici, curatori che, emigrando, sono riusciti a raggiungere livelli di successo altrimenti impensabili per chi è rimasto nel paese (anche se in realtà vedendo il tutto a mente ferma non mi sembra una percentuale così alta quella di coloro che hanno ottenuto benefici rispetto a quelli che hanno mantenuto lo stesso livello di riconoscimenti, o sono addirittura spariti). Solo che tutto questo ha ormai raggiunto delle forme che iniziano a far nascere delle domande sull’utilità da un punto di vista politico. Se tutti o comunque anche solo un’alta quantità di perso-

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La portata delle “nostre” recenti iniziative/reazioni è, tutto sommato, piuttosto limitata se le poniamo in relazione alle macro-dinamiche in cui siamo immersi, e credo quindi troppo generoso definire quelle come qualcosa potenzialmente in grado di dar forma a un centro di influenza, o di approvvigionamento. Servirebbe ben altro, un ripensamento generale e una tregua collettiva – forse avremo occa-

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sione di riparlarne. Tra l’altro, giusto pochi mesi fa è uscito su Frieze un lungo servizio a più voci sulla scena italiana attuale in cui, per l’ennesima volta e in base a tutta una serie di presupposti già noti, si annunciava l’imminente arrivo di una nostra primavera… da quanti anni? L’ottimismo, come non condividerlo, ma penso che alla fine ci ritroveremo, non a bere whisky al Roxy Bar, bensì a stilare classifiche di ciò che invece ci ha amareggiati. Poi, non so se sono io a sottovalutare l’influenza di Flash Art sui propri lettori, o tu a sopravalutarla, perché le tante persone che nel tempo hanno cercato esperienze all’estero lo hanno fatto non con un editoriale in testa, ma piuttosto con la consapevolezza diffusa di un limite. Se poi vogliamo parlare di “epica”, credo che il viaggio (quindi anche l’“emigrazione”), sia una delle sue costanti, nel senso di inizio o iniziazione. Anche l’andare, se vuoi, l’andare fuori, è un atto sacrificale, esattamente come il rimanere e fare gruppo per ovviare alle lacune che hanno reso arido, e diciamo pure anche inospitale, il nostro intorno di riferimento.

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Mi piace molto il gioco che mi proponi. Mi piace perché ci costringe a considerare le singole opere e non genericamente il lavoro di un artista; è una cosa che ci siamo disabituati a fare ed è forse uno dei problemi della critica che stiamo cercando di analizzare. Ecco, questo gioco è bello ma è anche molto difficile. È complicato cioè ripensare al concetto di New Italian Epic (nel libro vengono dette cose anche contraddittorie su questa idea di epica) per individuare un punto di vista sicuro da cui guardare all’arte italiana degli ultimi dieci anni. Tu inizi parlando di una forma di responsabilità nuova. Allora se dovessi proseguire su questa linea ti direi che non dovremmo ignorare il gruppo Diogene e il tipo di collaborazione che all’interno di quel contesto si è sviluppata. O gli artisti di Vladivostok che cercano, in un’ottica corporativa (lo dico in termini positivi, quasi come se quest’idea di corporazione fosse un lascito della cultura medievale), regole più certe - in fatto di compensi, garanzie, contratti - per chi fa il loro mestiere. Oppure, ancora, mi vengono in mente cose che stanno accadendo in luoghi più periferici e, anche per questo, contengono qualcosa di eroico (penso ad ArchiviAzioni, un archivio che si sta sviluppando nel Salento, in un ex casello delle ferrovie o a Guardiola Contemporanea, un progetto che si svolge in un luogo incredibile, una terrazza sul mare nel golfo di Capo d’Orlando usata come piattaforma di avvistamento già in epoca fascista e anche molto prima).

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Nel vostro elenco di spazi non profit e similari credo vada citato Peep-Hole perché rappresenta un altro esempio di come l’iniziativa personale di un gruppo di curatori sostenuti dagli artisti possa mettere in piedi una programmazione tra le più interessanti in Italia. Detto da me che vi ho fatto una mostra può suonare poco oggettivo, ma non lo è.

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ne emigra, come potranno mai cambiare le cose in questo paese? Non sarà forse che nulla è cambiato proprio perché molti, troppi, hanno fatto le valigie e se ne sono andati senza tentare di cambiare direttamente i problemi? Ecco, mi sembra che invece negli ultimi due-tre anni la tendenza stia cambiando; molti, invece di andarsene per colpa delle carenze del sistema, hanno cercato (anche riuscendoci) di colmare queste lacune aprendo spazi no profit, gallerie, riviste (ricordiamo ancora l’enorme fenomeno delle nuove riviste in Italia, del cui potenziale troppo spesso non ci rendiamo conto). Tutto questo, ripeto, anche grazie al sacrificio di chi in questi anni se ne è andato all’estero e ha fatto da collettore di informazioni e contatti verso l’Italia, sprovincializzando in questo modo anche il nostro panorama. Le nuove riviste italiane non avrebbero mai potuto fare un lavoro interessante senza la rete di nostri emigranti all’estero che gratuitamente riforniva delle novità e degli artisti freschi freschi che stavano esplodendo a Londra, Berlino, New York. Però vedi, in questo caso voglio buttarti lì una cosa provocatoria che già so essere falsa, ma che credo faccia capire: non è che un Politi ha incitato continuamente tutti ad andarsene all’estero perché in questo modo sperava che un Alessio Ascari o un Edoardo Bonaspetti non fondassero Mousse o Kaleidoscope minando in questo modo il suo monopolio? Io so benissimo che Politi non l’ha fatto con questo scopo, anzi, ma a volte mi sembra che anche questa attitudine sia una delle cause di alcuni ritardi; un modo per non affrontare politicamente di petto le questioni ma lasciare la gatta da pelare a qualcun’altro. Ecco, ritornando a quello che dicevo prima, mi sembra che le cose stiano cambiando, e molte persone hanno iniziato ad affrontare di petto i problemi, a fare massa critica, a non aspettare che siano gli altri a risolvere le beghe, ad assumersi la responsabilità del posto in cui si vive, anche grazie a internet che comunque è alla base di tutto (e anche questo è centrale in New Italian Epic). C’è questo capitolo molto bello del libro che si intitola Noi dobbiamo essere i genitori e che prende spunto da una stupenda intervista di Foster Wallace: ecco, noi in Italia ci siamo ritrovati, e siamo ancora, in un deserto di istituzioni; ora tocca a noi assumerci la responsabilità di creare le nostre stesse istituzioni, di essere i genitori, di avere un’attitudine fondativa per un futuro migliore, in cui avere fiducia, di quello che ci è toccato in sorte. E questo è un compito epico, fondare istituzioni è sempre qualcosa di grande: noi forse non ce ne rendiamo conto ma molti lo hanno già fatto in Italia negli ultimi anni. Se ne sono accorti anche Perrone e Frosi, e lo hanno analizzato nel loro bellissimo viaggio in tutta Italia proprio per mappare queste istituzioni non formali o politiche. Noi siamo rimasti basiti quando abbiamo saputo che lo stavano facendo perché era una cosa molto simile a come vedevamo questo progetto all’inizio, che poi ha preso una forma diversa e che però al tempo stesso ancora mantiene un legame con quell’idea iniziale. Comunque mi sto dilungando troppo; all’inizio di questo discorso dicevo che erano due le opere di Nico che volevo portare, la seconda è il gigantesco monolite di bronzo, nato da un calco di un blocco di marmo, che lui ha fatto risuonare una sera di qualche anno fa a Lambrate. Magari spiego dopo il perché se ce ne sarà spazio, ora lascio a te la palla. Dimmi un’opera, possibilmente di un artista diverso...

Però, se devo essere sincero, non riesco proprio a considerare queste esperienze, o Codalunga e Brown, come a vere e proprie opere. Ripenso allora alla parola epica, che ci piace tanto. Mi vengono in mente quelle opere che hanno ri-

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Allora mentre rileggo il capitolo Noi dobbiamo essere i genitori, mi viene anche in mente un lavoro che traduce in forma letterale quel titolo. Mi riferisco a ciò che fece, anni fa e per molti mesi, Roberto Cuoghi: ingrassò diversi chili, si fece crescere la barba, decolorò i suoi capelli, indossò vestiti non suoi. Decise di diventare suo padre, per qualche tempo. Di quel lavoro non esiste una vera e propria documentazione (una sola foto), e oggi sopravvive soprattutto nei racconti di chi in quel periodo incontrò l’artista (cosa che lo rende ancor più forte; in fondo l’epica non nasce come tradizione orale?). Ecco, non so spiegarti fino in fondo le ragioni ma sono certo che quel lavoro contiene qualcosa di veramente epico. Il problema è che tu hai collocato una linea di demarcazione temporale a dieci anni fa e quel lavoro è stato fatto alla fine degli anni novanta. Dunque non vale. Proviamo ad andare avanti. Una frase da New Italian Epic: “Sono epiche le dimensioni dei problemi da risolvere per scrivere questi libri.”

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Il mio bisnonno è morto a 101 anni, nell’ultimo periodo della sua vita parlava continuamente della guerra del 15-18 che lui aveva combattuto. Era l’ultimo ricordo ancora vivo, il più tremendo. Un ragazzo di un piccolo paese della provincia di Brindisi che non era mai andato più lontano di trenta chilometri da casa e che parlava solo il dialetto, catapultato nel nord Italia a fare numero per allungare l’elenco dei caduti, finita la guerra ritornò a piedi a casa.

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“Limpida è l’aria, la palma è tranquilla, il fiume scorre, la luna non vede che polvere e stelle, l’alba non sente l’angoscia di noi piccoli soldati, piccoli e armati.” La grande indifferenza della natura nei confronti delle umane vicende. Epico.

Credo che Rosella Biscotti si sia trovata di fronte a problemi davvero grossi quando ha iniziato a lavorare sul processo del 7 aprile. O Marinella Senatore quando ha deciso di avere a che fare con un centinaio di ex minatori di Enna per il film che ha presentato all’ultimo Premio Furla. In fondo i lavori che tirano in ballo la storia e la memoria contengono sempre una sproporzione tra l’artista e le ferite della storia o della cronaca. Sta di fatto che le cose che New Italian Epic afferma invitano a pensare ad una linea nell’arte italiana che includa quei lavori che, come molti romanzi citati nel libro, sono fortemente implicati con la memoria e la storia italiana recente. Negli ultimi anni, come abbiamo già detto da qualche altra parte nel dialogo, si sono come moltiplicati (il problema dunque sarà capire quali di questi - e per quali ragioni - assurgono a una dimensione epica). Tutte queste cose le racconta piuttosto bene un libro uscito di recente, Italia in opera di Bartolomeo Pietromarchi. Quel saggio ci invita però a considerare

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chiesto un grande sforzo (in termini fisici) e, apparentemente, una messa a repentaglio di chi le ha fatte. Dunque: sono epiche le camminate di Giorgio Andreotta Calò? E l’attraversamento in barca dell’Adriatico di Piero Golia? (Però queste forme di attraversamento nell’arte esistono da decenni, pensa poi a quanta letteratura di grandi camminatori – Robert Walser, Sebald – gli artisti hanno usato).

che questa linea nell’arte italiana ha una lunga storia e non riguarda solo l’ultimo decennio. Se pensiamo ad esempio a dei temi specifici, a certe ossessioni degli artisti, ce ne rendiamo conto perfettamente. I lavori sulla figura di Pasolini, ad esempio: si inizia con Fabio Mauri e si prosegue con Elisabetta Benassi, Adrian Paci, Francesco Vezzoli, fino ad arrivare a Paolo Chiasera e Francesco Arena. Potremmo fare anche una lunga lista di opere che rileggono gli anni settanta, ma è meglio non tirarla troppo per le lunghe. Voglio solo dirti che non sono certo che questi lavori stiano veramente segnando il tempo in cui viviamo anche se in parte hanno avuto il pregio di tirarci fuori, almeno in Italia, da quel garuttismo di maniera - l’abbiamo già detto - che imperversava fino a qualche anno fa. O da quella retorica della precarietà e dell’effimero che ha segnato molta arte italiana a cavallo tra anni novanta e duemila. Poi c’è un’altra questione che ha a che fare con una serie di pregiudizi molto radicati in me e che anche lavori che mi sono piaciuti molto (come Le teste in oggetto di Rossella Biscotti, ad esempio) non sono riusciti a sfatare: le opere più implicate con una dimensione storica e politica non sono quasi mai del tutto sincere. Sono spesso letterali e didascaliche, se non proprio verbose. Sono, spesso, formalmente esangui. Richiedono agli artisti di confrontarsi con cose molto delicate senza che questi siano disponibili a mettersi in gioco fino in fondo (in pratica verso questi lavori mi trovo ad avere a che fare con gli stessi pregiudizi che provo di fronte a certi documentari, quando non riesco a individuare la posizione dell’autore rispetto ai temi che tratta, o quando questa mi appare troppo ambigua).

Cent’anni di eventi singolari che sono la nostra storia comune, tutti in prima persona. Un’assunzione di responsabilità radicale che non può che promettere altrettanto futuro, sia come sia. L’unica opera che mi ha folgorato, l’unica che mai ho desiderato comprare, avere, portarmi a casa. Adesso ce l’ha il MAMbo e possono averla tutti comprando un bellissimo libretto. “July 6th. Berlin. Following lengthy preparations, I carry out my project ‘Wrapped Reichstag’. July 7th. For the 9th time I win the tounament in Wimbledon with the final game against Zina Garrison. July 8th. In a military briefing I decide to attack and destroy the Soviet capital Moscow. July 9th. Straßlach near Munich. I kill the Siemens manager Karl Heinz Beckurts and his driver in a bomb attack” Daniela Comani ich war’s. tagebuch 1900-1999 / sono stata io. diario 19001999 / it was me. diary 1900-1999 Print on net vinyl, 300 x 600 cm

Mi sforzerò comunque di fare la scelta che richiedi: ultimamente mi è capitato di rivedere Passeggiata in paradiso, che è un film di Stefania Galegati di qualche anno fa. Ecco, penso che quel lavoro, che racconta dell’incontro tra due anziani (un ex partigiano e una vecchia signora) per le strade di Bagnacavallo e sconfina nel finale in una scena di sesso molto cruda e catartica abbia a che fare con molte delle cose che dicevo sopra senza però farmi ricadere nei pregiudizi di cui parlavo. Voglio dire che la scena d’amore riesce davvero a trasformare quella storia (o quella visione della storia, quella partigiana in questo caso) in qualcosa che somiglia molto ad un racconto epico.

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Siamo in cammino da sempre. Io dico allora Ötzi, l’uomo che circa 5.000 anni fa perì attraversando i ghiacciai della Val Senales. E dico anche (il paesaggio è simile) i luoghi alpini nei dipinti di Segantini, i sentieri tracciati sui terreni erbosi dall’uomo e dalle bestie condotte al pascolo. In questi esempi, il significato di “epico” suggerisce anche un rapporto con la terra, con l’uscita, con una presa di rischio. Per cui, forse sovrapponendomi a quello che hai appena detto, la frequentazione e illustrazione del nostro passato, lontano o recente, fatico a interpretarle in chiave epica, non comprendo cosa si intenda trovare e estrarre là. E può una narrazione contribuire a un’ipotesi epica pur in assenza di un’esperienza diretta dei fatti restituiti? Non dovrebbe l’epico includere anche il racconto del sé che agisce, o che ha agito? Se incapaci di immaginare un orizzonte, un paesaggio più vasto entro il quale dirigerci o addentrarci, per mantenerci invece a disposizione di un risultato già stabilito, quale sarà la nostra soddisfazione? Non riesco a spiegarmi e a interrogarmi meglio di così.

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Per quel che riguarda quelli di Diogene, la cosa veramente epica che hanno fatto secondo me è quella follia di piazzare un tram in mezzo a una rotonda e renderlo abitabile. È semplicemente stupendo, poetico e molto pauroso. Anche se non ci ho mai dormito, mi immagino che le prime notti ci si debba sentire davvero in balia di chiunque. Sembra una cosa alla Fitzcarraldo (o forse uscita dal film In to the wild). E non a caso parlo di Herzog, perché in lui mi sembra si racchiudano molte delle cose che diciamo e mi capita spessissimo di sentirlo citare in quanto è uno dei registi più amati. Pensa ad esempio l’importanza che ha, per lui, il concetto stesso di cammino, che anche tu tiri fuori parlando di Calò. Ne parlano molto, di cammino, anche in uno dei passi principali del libro New Italian Epic. Quando ho letto la spiegazione del lavoro della Biennale di Venezia di Calò mi è subito venuto in mente il libro Sentieri nel ghiaccio, che è bellissimo pur con tutti i limiti che ha la scrittura di Herzog (lui è un genio della cinepresa e del montaggio ma scrive malissimo). Mi piace moltissimo scrivere mentre mi immagino Giorgio che sta attraversando l’Europa camminando, magari in qualche vallata, verso Venezia. Un’attraversata di un continente in verticale in questo caso, e d’estate. Mentre Herzog l’aveva attraversato in orizzontale e nel mezzo dell’inverno. Chissà se Giorgio ci ha pensato, io credo di sì. Chissà in quale punto i due cammini a livello immaginario si incontreranno formando una croce. Probabilmente in una zona vicino all’incrocio di Svizzera, Austria e Germania, che credo sia già Baviera. Mentre ora lui sarà sulle alpi secondo me. Mi viene in mente che avevo scritto a Francesca e a lui proprio poco prima del nostro primo incontro, chiedendogli di venire a leggere una poesia, e lei mi aveva risposto che entrambi erano via, e che Giorgio non poteva rispondere visto che si trovava in Germania. Forse vicino al punto di congiunzione di questi due immaginari cammini che si sovrappongo nella mia mente. Sai, qualche anno fa ho iniziato a raccogliere materiale per fare una mostra che avesse come tema il cammino. Io adoro le mostre tematiche. Ne avevo parlato molto con Italo, volevo anche il suo lavoro con An-

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Partigiani ed epica, mi viene in mente Fenoglio e i suoi racconti partigiani spogliati di qualunque epica.

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tonio Rovaldi che cammina intorno a una piscina. E la volevo fare questa mostra all’interno della torre Fiat di Massa, che è un’enorme colonia, composta da una spirale che sale creando una corte centrale circolare. È tutta in dislivello, fatta se non sbaglio prima del Guggenheim di New York. I letti e il mobilio hanno i piedini di lunghezze diverse per restare in bolla, e dalla base alla terrazza panoramica è una passeggiata di circa 5 minuti se ricordo bene. Poi non sono mai riuscito a realizzarla questa mostra, servivano troppi soldi. Ma l’idea del cammino mi è rimasta in testa, è ancora troppo attuale. Pensa a Brizzi e ai libri che ha scritto partendo dalle sua camminate in lungo e in largo in Europa e più di recente in Italia. Mi sembra che libri di questo tipo non abbiano avuto la giusta considerazione sebbene molto interessanti. Ma pensa soprattutto a Francis Alÿs, lui forse è l’artista centrale di questi ultimi anni, in assoluto, e il tema del cammino è alla base di molti suoi lavori. Il cammino e l’idea di fede, non solo nell’accezione religiosa. Anche Herzog parla sempre di fede. Ecco, penso che in New Italian Epic forse avrebbero potuto riassumere tutto con questo concetto: nel postmoderno quello che manca è la fede e forse anche l’amore (forse sembro un po’ un calciatore brasiliano o Leonardo ora, ma concedimelo). Tutto è cinico, freddo, ironico, basso, senza speranza e senza fiducia in nulla. Nessuno credeva minimamente di poter incidere la realtà con la propria azione.

Fu durante uno dei nostri primissimi scambi, qualche anno fa, lo ricordo chiaramente. Quel tuo progetto per una mostra che raccogliesse opere che avevano a che fare con l’idea di cammino – dalle camminate di Richard Long e Hamish Fulton, fino a includere anche il tema del pellegrinaggio, del cammino spirituale. A me pare ancora adesso una bella intuizione per un progetto necessario, che spero tu possa riprendere e realizzare. Se posso suggerirti ancora un artista per la tua lista, penso all’opera Path, giusto un sentiero tra i campi e il verde, che Pawel Althamer portò allo Skulptur Projekte di Münster del 2007.

Però ora basta, ho divagato anche troppo. Ritorniamo al nostro gioco delle opere. E voglio farti notare un’assenza, su cui mi faccio molte domande da tempo. Hai notato che è quasi scomparso il genere della ritrattistica? Mi spiego meglio: ci sono molte facce nelle opere che vediamo ogni giorno. Ma sono quasi solo persone sconosciute, anonime, che stanno lì a rappresentare solo una sorta di umanità generalizzata. Si è persa totalmente l’abitudine di ritrarre persone conosciute, famose. È sempre più raro a livello internazionale e ancor di più in Italia. Uno dei pochi che lo fa e molto bene è rimasto Tillmans; mi vengono in mente i suoi ritratti di Blair, della Genzken, di Tris Vonna Michell, di Damon Albarn. Poi mi viene in mente la Peyton che amo molto. In italia chi ancora riesce a fare questo? Mi sembra nessuno, e non è una questione di fama.

La serie di “ritratti” di Roberto Cuoghi.

Si tratta, come dicevo prima, di una cosa collegata secondo me soprattutto alla mancanza di fiducia nelle capacità di un singolo di modificare quella che è la realtà che lo circonda. E quindi in alcuni casi il non vedere che in alcune per-

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Non devono far altro, sono il corpo portatore di un corpus di opere. E hanno anche un determinato senso storico. Non a caso pensa all’utilizzo che aveva fatto sempre Pasolini di personaggi famosi chiamati a recitare nei suoi film in chiave simbolica. Nel Vangelo secondo Matteo ci sono Agamben, Natalia Ginzburg, Enzo Siciliano, Alfonso Gatto e altri intellettuali di riferimento dell’epoca. Sono persone ma sono anche personaggi nel senso positivo del termine, ossia degli assoluti. Perché i nostri artisti non lo fanno più? Forse gli unici due esempi che mi vengono in mente sono la tua partecipazione in un lavoro di Italo e l’utilizzo di Rovaldi nel video della piscina. Però siete un po’ in ombra, non troppo definiti, non c’è (anche solo in minima parte) un desiderio di “ritrarvi”, mi sembra. Il lavoro si basa su altre cose. Un’idea che mi era venuta in mente per il progetto Sentimiento Nuevo e che mi sono accorto immediatamente non essere fattibile era quella di creare una galleria di ritratti delle persone coinvolte. Una sorta di affresco in grado di dare uno spaccato di un preciso momento storico in Italia. Come fare tutto questo? Un semplice fotografo (non un fotografo-artista) non è sufficiente e avrebbe reso tutto grottesco, o avrebbe creato un effetto “dipendente del mese” di una multinazionale. Pittori in grado di farlo non me ne vengono in mente e anche ve ne fossero sarebbe stata, quella sì, un’impresa davvero epica. Ora non voglio esimermi dal gioco a cui ho dato vita, e cito tre lavori che invece sono perfetti per il libro che ci è servito da pretesto. Il primo è il lavoro di Favelli iniziato nel 2007 per la mostra alla Sandretto Re Rebaudengo in cui ha portato la serie sulla strage di Ustica. E intendo l’opera composta da un telo delle dimensioni dell’aereo precipitato, quasi fosse ancora integro e da tutelare dagli agenti atmosferici. Ecco, quella era l’opera più bella di uno dei pochi progetti fatti da un italiano capaci di creare una sublimazione di un evento storico allo stesso modo in cui poteva farla un DeLillo in Libra ad esempio. Soprattutto mi piace che Flavio ci sia arrivato totalmente con lo stomaco, e con il cuore, non in maniera ideologica o politica. E facendo così mi sembra che sia anche riuscito ad andare più a fondo, nel senso che quello che è riuscito a fare lui è capace di raggiungere molte persone, mentre se avesse avuto un approccio politico ne avrebbe raggiunte poche o per un periodo limitato.

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Sono d’accordo, è anche il motivo per cui Pinelli, Moro, Fausto e Iaio, Giuliani non sono solo Pino, Aldo, Iannucci e Tinelli, Carlo, ma sono uno stato d’animo collettivo. Loro malgrado.

perché procede ben oltre il fatto rappresentato. Certo lo affronta e ne parla (rievocando l’episodio dolorosamente), ma offre allo stesso tempo un’apertura poetica, si irradia immensamente, rimane non solo una grande busta di tessuto per quell’aereo e i suoi passeggeri – memoriale riponibile in un cassettone. Non si fissa, quindi, a solo elemento simbolico di una vestizione, così come sarebbe l’abitino che si dona al battezzato, ma diviene anche proposta e possibilità visionaria di far indossare una veste a mezzi di trasporto, di animarli oltre il meccanico.

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sone si addensa una quantità di senso e di valore maggiore a altre persone, che rende costoro significative anche per una determinata comunità e società. Anche in questo caso mi sembra che valga quello che dicevamo per le opere d’arte: è nichilistico dire che tutte le opere hanno un valore relativo, e lo stesso vale per le persone. Sarà triste e antidemocratico ma è così. Io sinceramente quando leggo i nomi di Roversi, di Fortini, di Leonetti in Poesia in forma di rosa mi emoziono. Quelle persone vivono dentro a quella poesia quasi fossero una sorta di persona-opera, il loro corpo è già un addensatore di senso quasi si trattasse di una scultura.

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Ma, vedi, quella grande tunica luttuosa e redentrice per l’aereo dell’Itavia caduto/abbattuto, io non riesco a percepirla solo come un lavoro sulla memoria storica italiana,

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E qui voglio anche sottolineare quello che è uno dei punti deboli secondo me del libro, ossia il fatto che i libri che analizza sono quasi tutti romanzi storici. Mi sembra un po’ limitante, e penso che le cose di cui parla New Italia Epic si possano benissimo trovare anche in altri libri meno di genere. Non so, è come se per fare una mostra che esemplificasse Sentimiento Nuevo portassimo solo opere di Favelli, Arena, Biscotti, Benassi, e artisti che lavorano con i fatti del passato.

Nota personale per me. L’intento quando parlo di un fatto preciso, accaduto in un momento preciso è quello di rendere questo accadimento senza tempo, senza passato.

Per quanto io ami questi artisti credo non avrebbe senso, soprattutto nel momento in cui si cerca di fare qualche cosa rivolta al futuro. Ok non dimenticarsi del passato, ma questo mi sembra troppo.

Anche perché ripetere continuamente questa tiritera del passato, della memoria ecc. rischia di svuotare di significato il passato stesso che si vuole preservare. Come quando si ripete sempre la stessa parola e ad un certo punto la parola perde di definizione, si sfoca, collassa, pensavo questo quando lavoravo alla lapide sulla strage di Bologna. Anche questa è una nota personale.

Per chiudere un’opera che ha a che fare con quella che è la sorgente di tutto il cambiamento, volenti o nolenti: internet. Di primo acchito mi verrebbe da citare un lavoro degli 01.org, perché sono molto bravi, di Bologna, e nati in contemporanea e nello stesso terreno dei Wu Ming. Ma la loro mi sembra un’estetica ancora un po’ postmoderna, con tutta quella postproduzione che fanno. Allora dico Carlo Zanni e il suo lavoro intitolato Selfportrait with Dog del 2008 che invito tutti ad andare a vedere su internet e che, a quanto ho capito, prenderà anche una forma pittorica molto interessante in futuro.

Mentre scrivo questa parte del nostro dialogo mi trovo al Macro. Oggi la sala conferenze di Odile Decq, questa specie di bunker rosso sangue dove l’aria condizionata gira davvero a palla, mi sembra meno inutile e volgare del solito. Ci sono molte persone - critici, curatori, collezionisti, artisti, studenti d’accademia

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Che belle le occupazioni al liceo, tutti impegnati, comitato studentesco, lezioni di improbabili materie, sciarponi intorno al collo.

Lo saprai anche tu, perché molti giornali ne hanno parlato. Inizialmente tutto era partito come una protesta per via dei tagli al teatro (e a quel teatro, anche) e allo spettacolo, poi i confini della cosa si sono allargati e l’occupazione è finita per diventare una grande discussione sul ruolo e i problemi lavoro culturale oggi in Italia. Leggevo sui quotidiani di ieri che anche gli scrittori di Trenta/Quaranta si sono uniti alla protesta per redigere una specie di statuto del lavoro culturale, appunto. L’altra sera ci sono passato ed era molto bello, il teatro era pieno e gli attori proponevano monologhi e improvvisazioni e il calore e l’energia che si sprigionava in sala era davvero qualcosa di benefico. Ecco, perfino la claustrofobica sala bunker di Odile Decq oggi mi sembra un buon punto di osservazione: l’impressione è che da molti punti di vista, si stia dispiegando, proprio ora, qualcosa che - soprattutto se il filtro attraverso cui guardiamo quello che accade oggi in Italia è sempre quello di una responsabilità nuova di cui parlavamo - di veramente interessante. Dunque se debbo dirti che cosa di più abbia a che fare con l’epica tra quello che il mondo dell’arte sta esprimendo di questi tempi continuo a pensare che questo qualcosa abbia a che fare, più che con le opere, con quest’energia di persone che iniziano a parlare una lingua nuova, che vogliono partecipare alle scelte della politica, che sono stanche di delegare, che desiderano un confronto più vivace e viscerale all’interno della comunità a cui appartengono e con il mondo. Senti, proprio oggi, Francesco Arena, a l’Aquila, sta presentando un nuovo lavoro, un’altra declinazione dell’idea di monumento, utilizzando alcuni mattoni realizzati con terra proveniente da Dresda (la città tedesca più devastata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale) e che andranno ad integrarsi con uno degli edifici della città in via di ricostruzione.

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e semplici appassionati - che chiedono a gran voce di vederci più chiaro sulle scelte dell’assessore e del comune, sulle modalità di nomina del nuovo direttore (che pur è già stato nominato), vogliono formare un cosa nuova che chiamano “consulta” (un organo di consulenza permanente che sia partecipe delle scelte del comune in fatto di arte contemporanea) e, a prescindere dalle richieste legate alla contingenza, decidono di proporsi come una rappresentanza della comunità artistica locale, o semplicemente una parte dei cittadini di Roma che ha a cuore le sorti del museo della città. E ancora: sempre a Roma, al teatro Valle, c’è un’occupazione che dura da molti giorni.

In realtà ogni mattone è andato in un edificio, sei mattoni per sei edifici.

Vedi quante opere sfiorano la dimensione di cui parla New Italian Epic? Credo però sia inutile continuare a cercare un corrispettivo del romanzo storico in arte, soprattutto nei termini in cui se ne parla nel libro, come una possibile via d’uscita dal postmoderno. Primo perché non esiste una forma, in arte, analoga per dimensioni e possibilità di svolgimento al romanzo storico. Secondo perché ho l’impressione che anche le opere che tirano in ballo la storia e la memoria metta-

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no in campo strategie narrative ancora fortemente postmoderne. Hai parlato di DeLillo a proposito del lavoro di Flavio. Io, anni fa, usai per un intero corso in accademia il primo capitolo di Underworld, e mi piacque il fatto che, utilizzando come filo conduttore soltanto quel capitolo (con le sue digressioni e le anticipazioni, i continui mutamenti del punto di vista, l’assenza di un centro), riuscii a parlare di un sacco di opere. Voglio dire che per artisti come Rossella Biscotti, Francesco Arena, persino Flavio Favelli e, che so, gli ZimmerFrei, certe modalità di racconto, ancora postmoderne, restano idealmente molto importanti. La guardo spesso la piccola selezione di libri che gli ZimmerFrei hanno fatto per il bookshop del MAMbo: c’è, è vero, New Italian Epic, ma accanto ci sono ancora Philip Dick e alcuni romanzi di DeLillo. Vorrei ora approfittare delle ultime righe a disposizione per il nostro gioco per parlarti di altre opere. Come ti dicevo prima io ho perso di vista i confini della parola epica, credo sia qualcosa che potremmo/dovremmo chiarire nel corso della discussione, però mi sono ritrovato spesso a pensare che una forma di epica nasca dall’incontro tra qualcosa di molto grande (qualcosa di vasto, che avviene su grande scala) e qualcosa di più privato, intimo, che so, qualcosa che ha a che fare con l’io dell’artista (in fondo un incontro analogo avviene anche in alcuni dei romanzi a cui New Italian Epic fa riferimento, pensa a Medium di Giuseppe Genna e anche a Gomorra in cui un rapporto problematico tra il narratore e suo padre diviene emblema di una dimensione più grande). Allora le ultime opere di cui vorrei parlare sono forse, ancora, degli autoritratti, in fondo non riesco a non pensare a Il peso del mio corpo da un blocco di pietra del peso di una barca di Arena (è un lavoro che per me ha certamente un respiro epico) come ad un vero e proprio autoritratto, che però nasce dall’incontro tra il corpo dell’artista e qualcosa di tragico che avviene molto lontano. E ancora, tornando al rapporto tra padri e figli (di cui, tra l’altro, l’epica è piena) vorrei ricordare un lavoro di Maria Morganti che piace molto ad entrambi ed è in forma di libro, si chiama Un diario tira l’altro e nasce dall’accostamento di due diari, quello pittorico di Maria fatto di sovrapposizioni, di strati di colore che corrispondono ad anni di pratica quotidiana su tavole dello stesso formato, e i diari di suo padre, un giornalista del Corriere della sera che racconta le sue gioie e sofferenze private, la malattia e la vecchiaia, ma anche il suo rapporto con la politica e la storia italiana di quegli anni. Ecco, in questo lavoro per me ci sono moltissime cose, l’idea di un dialogo sentimentale, ma anche qualcosa che rimanda a quella lotta col padre di cui parla ossessivamente Giuseppe Berto ne Il male oscuro e una forma di scontro generazionale, pur incredibilmente amorevole e indiretto. Dirai tu, adesso, che siamo sempre rivolti al passato; ho pensato e ripensato a un lavoro che veramente riesca a parlare di futuro, e l’unica cosa che mi è venuta è un’opera che trovo bellissima ma che è stata fatta più di cento anni fa (è il lavoro con cui Paolo Fossati apre un libro che per me è stato molto importante, Storie di figure e di immagini, che è un racconto della pittura italiana del novecento attraverso certe insistenze se non proprio ossessioni tematiche), ed è, guarda caso, un altro autoritratto, un dipinto piuttosto famoso di Umberto Boccioni in cui l’artista si ritrae al balcone (“come un giovanotto pronto e assetato”, dice Fossati) con indosso un colbacco (è appena tornato da un viaggio in Russia, ed ha una visione nuova, aggiornata ed informata di costruttivismo) e sullo sfondo c’è la città in costruzione, con la periferia che va espandendosi.

He knew he was as good as gone / But gone was somewhere he really didn’t mind going to / Since the shuttle had crashed many years had passed / And the pictures of his loved ones / That the drew

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on the walls of the cave had finally faded / He put out his smoke and proceeded toward the lake / Repeating to himself everything beautiful is far away. Gran Daddy, Everything beautiful is far away

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Ecco, il fatto è che io credo che molti artisti oggi sentano di trovarsi in una condizione analoga a quella di Boccioni nel 1908, non solo perché sono giovani, ma anche perché il tempo in cui viviamo richiede questa spinta molto forte verso il futuro, ma in definitiva non so trovare qualcosa di altrettanto forte che sia stato fatto negli ultimi dieci anni. Un’ultima cosa: mi fa piacere che ricordi L’esperto risponde, il lavoro di Italo dove compaio vicino ad un mucchio di rovine portando sulla spalla una grande radio, è una serie di immagini a cui sono naturalmente molto affezionato, ma c’è un altro suo lavoro di cui avrei voluto scrivere dall’inizio di questa parte di dialogo, si tratta degli elenchi, una performance con accompagnamento musicale che Italo spesso ripropone in versioni sempre aggiornate. Sarà ancora una volta una posizione discutibile la mia, però io trovo che anche gli elenchi di Italo contengono qualcosa di epico, soprattutto perché riescono a trasformare cose molto stupide e contingenti (classifiche di Flash Art, liste di artisti tratti da cataloghi di mostre, in fondo anche quella è cronaca) in qualcosa di veramente emozionante e, in un certo senso, definitivo.

Credo che l’epica possieda un fascino indiscutibile ed è per questo che mi obbligo a guardarla con sospetto, cercando di fortificarmi contro la facilità delle sue lusinghe. Epica è la radice classica della nostra cultura, del resto l’epos, in greco, non è che la parola e la capacità di narrare. Quella del racconto è la prima forma di seduzione della cultura che s’impara nell’infanzia. Le favole tranquillizzano l’animo, fondano le nostre coordinate, formano la nostra identità. Non è per questo che Virgilio ha dato vita con l’Eneide a una “Nuova Epica Italica”? Non voleva forse rifondare l’identità romana, di lingua latina, sull’epica greca? E non fecero lo stesso i poeti rinascimentali? Non fondarono “Nuove Epiche Romanze” per nuovi principi che parlavano nelle loro corti lingue diverse da quelle di Cesare Augusto? Anche ai tempi di quelle signorie andavano molto di moda le allegorie. Anche ai tempi della fondazione della monarchia assoluta di Luigi XIV tornarono di moda le allegorie, per non parlare del nostro novecento che tutti ricordiamo troppo bene, per doverlo ricordare qui. Eppure credo che l’epica possa ancora avere un significato positivo, purché ricordiamo a noi stessi che sembra fatta per piacerci e perciò dobbiamo stare in guardia nell’accostarci ai suoi toni, così come è necessario fare con le adulazioni. Non è pensando noi e il nostro passato attraverso le sfumature di un glorioso eroismo che molta epica usa, consapevolmente o inconsciamente, che potremo fare qualcosa di buono. Scusate se ho voluto mettere le mani avanti, ma lavoro in un museo in cui per mesi si ospiterà una mostra intito-

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lata Eroi, con testi e citazioni tratte da Nietzsche ed Ezra Pound, con tentazioni “demiurgiche” ad ogni piè sospinto e imbibita della retorica della grandezza fisica delle opere e della spettacolarità in centimetri. Avevo dunque il personale bisogno di tracciare qualche distinguo prima di accettare con gioia di partecipare al vostro gioco. Vorrei prendervi parte citando anch’io un’opera: si intitola Stanze, è un video di Massimiliano e Gianluca De Serio dello scorso anno. È una delle rare opere per la quale mi sono ritrovata a pensare l’aggettivo epico senza timori. Guarda caso “stanze” è proprio il termine specifico che si usa per indicare le strofe poetiche di poemi epico-cavallereschi come quelli dell’Ariosto o del Tasso, ma in quest’opera indica tanto un diverso componimento poetico, quanto un’unità di misura architettonica. Alcuni rifugiati politici somali che il nostro paese ospita miserevolmente nelle stanze della famigerata Caserma di Via Asti a Torino, raccontano la propria esperienza nella loro lingua, rispettando la metrica, le similitudini e le figure retoriche proprie della loro tradizione poetica. Ogni rifugiato recita una stanza della catena poetica in un diverso ambiente della caserma.. Non so se la Caserma La Marmora di Via Asti sia nota anche al di fuori di Torino, ma è un edificio che fu costruito (ironia dei ricorsi storici) proprio durante l’espansione coloniale dell’Italia nel Corno d’Africa, espansione di cui quei rifugiati pagano ancora le conseguenze. In seguito fu orribilmente usato dalla Guardia Nazionale Repubblicana. In quelle stanze numerosi partigiani vennero torturati e uccisi. I vecchi e i figli degli abitanti di Via Asti ancora ricordano le urla dei prigionieri e le minacce subite da chi non chiudeva le imposte delle proprie case rischiando di vedere quanto non doveva. Negli ultimi anelli della catena poetica recitata dai rifugiati, si passa senza soluzione di continuità al racconto dei maltrattamenti subiti dai partigiani italiani, registrati negli atti del processo contro gli aguzzini fascisti che operarono in Via Asti, condannati e poi amnistiati. La poesia sulla storia del loro popolo diviene con naturalezza poesia sulla storia di noi italiani, recitata da loro in uno spazio che partecipa dell’uno e dell’altro racconto. Per quanto forte possa essere il contenuto di questa denuncia, non sarebbe di per se sufficiente, se un’attenta ricerca formale non ne sostenesse i significati. Al lavoro di cesello metrico compiuto dalla poetessa Suad Omar per declinare in poesia i racconti dei ragazzi rifugiati e gli atti del processo, ha corrisposto altrettanta finezza nell’impianto visivo e sonoro dell’opera. Le inquadrature possiedono la classicità e la luce tersa dei ritratti rinascimentali. Accentuano la prospettiva centrale degli interni facendola traguardare oltre le finestre arcuate. Il punto di fuga diviene ai nostri occhi un termine di lontananza, non solo nello spazio, ma anche nel tempo storico, secondo la nota lettura di

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Panofsky che scopriamo agire in noi, non per erudizione, ma per naturalezza ed eloquenza del codice visivo. Quelle stanze si mostrano naturalmente come luoghi dello spazio e del tempo insieme. Il diaframma che si apre lentamente sulla fissità della scena e si richiude altrettanto lentamente al termine del canto, inonda di luce l’ambiente e poi lo riconduce al buio. Questo introduce nel racconto una ciclicità naturale, da microcosmo planetario, come se la Caserma di Via Asti rispondesse a movimenti orbitali propri, come fosse un pianeta delle dimensioni di una piccola perla nera che ruota attorno ad un sole in miniatura. Il suono accompagna il sorgere e il declinare della luce, assumendo a tratti la potenza ambientale di un deserto attraversato dal vento, e di spazi sconfinati popolati da vuoto e rovine, come quelli che immaginiamo debbano abitare l’angelo della storia di Benjamin, come quelli disegnati da Woody Vasulka per ritrarlo nel suo Art of Memory. Stanze è un’opera epica, perché è un’opera corale, non ci porta lustro, né di gloria, né d’eroismo, ma perché narra con schiettezza una sua verità. È epica anche perché ha creato una forma di racconto storico completamente inedito, ed è epica perché è formalmente perfetta come il labirinto di un giardino cinquecentesco: racchiude l’inquietudine e il buio che lo abita in un disegno preciso, simmetrico, addirittura classico, ma è proprio per questa sua bellezza che riesce a consegnarci tutta intera la sua verità, senza cadere nelle secche in cui i codici documentaristici talvolta incorrono.

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Va bene, la nostra generazione forse riuscirà a costruire qualche cosa di nuovo.

Tutte le generazioni costruiscono qualcosa di nuovo, anche quando non costruiscono nulla o distruggono, a volte fanno spazio vuoto per le costruzioni future, non è che lo facciano con spirito altruistico, lo fanno, lo facciamo senza accorgercene perché l’uomo non può fare a meno di farlo. Per fortuna.

te cambiati, lo scollamento principale tra una generazione più ideologico marxista ed una più libera e disincantata con modelli più legati ad un internazionalismo da social network, ha creato un vuoto di sistema. Soprattutto in Italia la scarsa collaborazione generazionale ha creato una serie di micro traumi che impediscono la crescita ed evoluzione di un contesto forte, plurale e nel quale ci si può sentire rappresentati attraverso un forte senso di appartenenza, trasformandolo specialmente negli ultimi anni, semplicemente in un’occasione persa. La carenza di “contesto”: insieme di fatti e circostanze entro cui si verifica e da cui risulta condizionato un determinato evento, è in grado di generare una specie di crisi di identità, sostituendo il proprio vuoto con contesti più forti, o nei casi peggiori desiderando i contesti forti di altre nazioni e lamentandone una mancanza in Italia. Senza un contesto forte è anche difficile essere compresi, e facile anzi essere fraintesi e relegati in una semplice e misteriosa ricerca individuale trascurando la spinta più forte che il sistema culturale collettivo è in grado di innescare.

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Il concetto di “epico” rimane legato a qualcosa di sovradimensionato, ma anche a una grande fatica, a un dispendio di tempo e di forze. Ripenso allora a quel bel titolo, molto indovinato, scelto da Luca Cerizza per una mostra da lui curata nel 2000 a Milano, Fatica sprecata, dove il tema era appunto quello della fatica investita senza la prospettiva (o il desiderio) di un risultato certo, o come l’accettazione a non andare sopra le righe rispetto a scelte più confortevoli e dimesse, poco azzardate. Noi probabilmente passeremo alla storia come le generazioni che si erano appisolate in qualche sala d’attesa. Qualcuno arriverà a scrollarci, ma sarà già maggio 2015, o l’autunno del 2024. Al risveglio, ogni data sarà a quel punto insignificante, il ritardo accumulato incolmabile. Le nostre bandiere, ancora ben ripiegate negli zainetti posati a terra.

Ma per una nuova nazione c’è bisogno di una nuova bandiera. Dico allora Eppur si muove, la bandiera che Vitone ha esposto negli ultimi anni in vari spazi espositivi in italia e all’estero. Forse già quella potrebbe essere un simbolo adatto.

Quello che, come artista, mi sento in dovere di mettere in questione, è un distaccamento tra una generazione ed un’altra. Quello che succedeva già con la famiglia negli anni 70 in tutta Europa, cioè la rottura con i genitori considerati conservatori e l’adesione totale ai nuovi modelli di comportamento e cultura sociale. Per quanto i modelli, nello specifico dell’arte contemporanea, non siano radicalmen-

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Francesco Arena è nato nel 1978 a Torre Santa Susanna, Brindisi. Vive e lavora a Cassano delle Murge, Bari. Tra le sue mostre personali: 2011, Com’è piccola Milano, Peep-Hole, Milano; 2010, Il peso del mio corpo in un blocco di pietra del peso di una barca, Art Statements – Galleria Monitor, Art Basel, Basilea; Cratere, De Vleeshal, Middelburg; Teste, Fondazione Ermanno Casoli, Fabriano; 2009, 18.900 metri su ardesia, Galleria Monitor, Roma; 2008, 3,24 mq, Nomas Foundation, Roma; Pallet sospeso su 7 raggi, Brown Project Space, Milano. Tra le principali mostre collettive: 2011, Pleure qui peut, rit qui veut, VIII Premio Furla per l’Arte, Palazzo Pepoli, Bologna; 2010, SI, Sindrome Italiana, Magasin, Grenoble; Les sculptures meurent aussi, Kunsthalle Mulhouse, Mulhouse; La scultura italiana del XXI secolo, Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano; Squares of Rome, Moca, Shanghai. Mi chiamo Anna de Manincor col “de” minuscolo, detta Nina. Sono nata a Trento il 18 agosto 1972. Dall’età di nove anni ho sempre voluto fare la regista. Da quindici anni porto al collo un dente di leone. Ho una sosia a Bologna, una a Bruxelles e una in Colombia. Ho lavorato con la danza, il teatro e il video. Con Anna Rispoli e Massimo Carozzi ho fondato il gruppo ZimmerFrei nell’anno 2000. Al momento lavoriamo nelle arti visive. Ci manteniamo con denaro proveniente da fuori dell’Italia. Insegno regia video all’Accademia NABA di Milano e con Martina Angelotti curo ON, evento annuale di arte pubblica a Bologna. Sto riflettendo su dove devo andare a vivere. Diego Perrone è nato nel 1970 ad Asti, vive e lavora a Milano. Lavora usando diversi medium tra cui scultura, fotografia e installazioni. Tra le sue recenti mostre personali: 2010, Una Mucca Senza Faccia Rotola nel Cuore, a cura di Giovanni Iovane e Helmut Friedel, Fondazione Brodbeck, Catania; 2007, La mamma di Boccioni in ambulanza e la fusione della campana, a cura di Charlotte Laubard e Andrea Viliani, CAPC Musèe d’Art Contemporain, Bordeaux, MAMbo, Bologna. Ha preso parte a numerose mostre collettive tra cui: 2008, Italics: Arte Italiana fra Tradizione e Rivoluzione, 1968-2008, a cura di Francesco Bonami, Palazzo Grassi, Venezia; 2008, After Nature cura di Massimiliano Gioni, New Museum, New York; 2006, Of Mice and Men, 4th Berlin Biennial for Contemporary Art, a cura di Maurizio Cattelan, Massimiliano Gioni, Ali Subotnik, Berlin; 2003, La zona, a cura di Massimiliano Gioni, Padiglione Italia, 50ma Biennale di Venezia. Elena Volpato è nata a Venezia nel 1973. Ha studiato presso l’Ateneo di Padova e presso l’University of California Los Angeles UCLA, laureandosi con una tesi sul rapporto tra video d’artista, museo e critica d’arte. Nel 1999 ha dato vita alla Collezione video della GAM-Galleria d’Arte Moderna di Torino, di cui è tuttora curatore. Dal 2009 presso la medesima istituzione è curatore delle mostre di arte contemporanea e conservatore delle collezioni dal 1945 ad oggi. Scrive su Saturno, inserto culturale de Il Fatto Quotidiano. Ha tenuto come docente a contratto in università e accademie di belle arti italiane corsi dedicati alla metodologia curatoriale, alla storia dell’arte contemporanea e al video d’artista. Attualmente collabora con la NABA di Milano. Italo Zuffi (Imola, Italia, 1969) ricorre a scultura, performance, video e scrittura per creare “non un disegno totale, bensì una serie indefinita di stanze” (Pier Luigi Tazzi, 2003), o per esprimere “la prudenza di una persona che si trovi in un ambiente ostile, all’interno del quale adottare lo sguardo come finestra sul mondo, e l’esperienza interiore in funzione di un cambiamento di stato, crollo, o combustione” (Chiara Chelotti, 1999). Si è formato all’Accademia di Belle Arti di Bologna (Diploma in Pittura, 1993), e al Central St Martins College of Art & Design di Londra (Master of Arts, 1997). Nel 2001 gli è stata assegnata la Wheatley Bequest Fellowship presso l’Institute of Art & Design, Birmingham (GB). Attualmente il suo pensiero è attratto dai concetti di Competizione, Indivisibilità, e Super-liricità. Vive a Milano.

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Sentimiento Nuevo Incontri sulla nuova critica e scrittura d’arte in Italia A cura di Davide Ferri e Antonio Grulli Progetto grafico: Studio Filippo Nostri Fotografo: Dario Lasagni Fotografo eventi: Alessandro Trapezio Curatela blog: Marta Fantin (http://sentimientonuevo.tumblr.com/ ) Aiuto editing: Giulia Bonora Sabato 9 luglio 2011 Sala Conferenze MAMbo, Bologna Interventi di Francesco Arena, Anna De Manincor, Vincenzo Latronico, Diego Perrone, Elena Volpato e Italo Zuffi Ringraziamenti Un ringraziamento particolare a Cecilia Canziani, Codalunga Vittorio Veneto, Elisa Del Prete, Chiara Egizj, Eva Fabbris, Flavio Favelli, Modo Infoshop Bologna, Galleria Monitor Roma, Eva e Alessandro Nieri, Pinksummer Contemporary Art Genova, Marco Rambaldi, Sissi, Simone Testi I ragazzi del corso di Comunicazione e Didattica dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Bologna Gli artisti Francesco Arena, Giovanni Donadini (Canedicoda) e Luca Vitone per le opere di questa seconda parte del progetto Tutto lo staff del Museo MAMbo per il prezioso aiuto


Sentimiento Nuevo  

Secondo appuntamento 09/07/11