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Anno XXV n. 1 - maggio 2019

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ANNI

Periodico semestrale del Pontificio Seminario Regionale Pugliese «Pio XI» Molfetta (BA)

« La cultura del dialogo

come via;

la collaborazione comune

come condotta; la conoscenza reciproca

come metodo e criterio.

«

(Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune firmato da Sua Santità Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019)

Venticinque

in

anni dialogo


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COME SOSTENERE IL SEMINARIO • Borse di studio perpetue del valore di € 10.000,00: per sostenere seminaristi in difficoltà economiche. Si possono versare anche somme inferiori da parte di più offerenti.

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• Borse di studio annuali per sostenere la retta (vitto e alloggio) di un seminarista in difficoltà economiche per un anno (€ 2.000,00). • Borse di studio annuali per sostenere le tasse accademiche: (per gli studi filosofico-teologici) di un seminarista in difficoltà economiche per un anno (€ 800,00). • Legati di Sante Messe in suffragio dei propri defunti (offerta libera).

A tutti i benefattori il Seminario invierà le proprie riviste. Per chiarimenti, offerte, borse di studio, Sante Messe, rivolgersi direttamente al rettore don Gianni Caliandro. Pontificio Seminario Regionale Pugliese «Pio XI» Viale Pio XI, 54 - 70056 Molfetta (BA) Tel. 0803358211


SOMMARIO InDialogo > maggio 2019 Editoriale

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IN DIALOGO COME «VIA APOSTOLICA» don Gianni Caliandro [Rettore]

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VIVERE UN TEMPO PER VIVERE DA UOMINI Giovani Dell’anno Propedeutico 2018/2019

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DAL VANGELO SECONDO IL SESTO ANNO don Samuele Greco

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CAMMINANDO VERSO L’UNITÀ Stefano Antonaci

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UNO SGUARDO PROIETTATO «OLTRE L’INVISIBILE» Salvatore Scaringella

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COME PARADIGMA D’ACCOGLIENZA Michele Busti

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SALUTE: BENE PIENO SE CONDIVISO Pasquale Simone

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DETTAGLI DI GAMIS Andrea Perrini

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PAROLE, PAROLE, PAROLE… D’AMORE Silvio Caldarola

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MISTERI, FEDE ED ERETICI Giovanni Totaro

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DIO PER PRIMO HA FATTO COSÌ Gianmarco Sperani

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RIDONANDO FIDUCIA E SPERANZA Paolo Spera

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GIORNALISMO: UN’ALBA DI DIALOGO Redazione

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BENVENUTO TRA NOI, «PADRE FRANCO»! Angelo Di Tullo

«UN PICCOLO PASSO PER L’UOMO, UN GRANDE PASSO PER L’UMANITÀ» Martino Frallonardo

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InDiario InComunità

VINTA L’INDIFFERENZA, ALLA CONQUISTA DELLA PACE Michele Cervignano

POVERI CRISTI Davide Cacchio

PER UNA PARROCCHIA MISSIONARIA SECONDO EVANGELII GAUDIUM Domingo Ariano

GIOVANI UOMINI OSSERVANO L’EUROPA Paolo Martucci

FORMAZIONE 2.0 Marco Domenico Macrì-Michele Piazzolla

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«UN PASTORE VA. UN PASTORE VIENE. CRISTO RESTA» don Donato Liuzzi

InFormazione

TEOLOGIA TRINITARIA Maurizio de Robertis

CHRISTUS VIVIT: NEL «VIVO» DELLA QUESTIONE Redazione

«PASSA LA SPERANZA!» Mattia Miggiano

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GIOVINEZZA, GIUSTIZIA E CATENE Mario Gargiulo

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PAROLE E INCONTRI OLTRE LE SBARRE

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Vincenzo Stilla «MADRE TIERRA!»

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Antonio Granata DALLA STRADA ALL’INCONTRO Marco Tatullo «QUANTO L’UOMO VALE DAVANTI A DIO, TANTO VALE E NON DI PIÙ» Redazione FRATELLI IN UN UNICO CRISTO Emanuele Granatiero

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SEMINAGENDA GENNAIO-GIUGNO 2019 Redazione

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CONFERIMENTO DEI MINISTERI ISTITUITI Redazione

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Redazione IN DIALOGO

DIRETTORE EDITORIALE don Gianni Caliandro

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DIRETTORE RESPONSABILE don Davide Abascià

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CAPOREDATTORE Domingo Ariano

LA PROTEZIONE DEI MINORI NELLA CHIESA Redazione

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DAL NASCONDIMENTO DI DIO AL MIRACOLO LAICO Michele Lombardi

PER VEDERE (L’)OLTRE Antonio Del Grosso

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UNO SGUARDO SULL’INVISIBILE DELL’UOMO Michele Pio Castagnaro

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PRETI DIOCESANI, PRETI MISSIONARI Justin Salah Martin Juma-Nelson Lado

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TUTTI A SCUOLA DA TELEMACO Redazione

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LO SPORT IN SEMINARIO Adriano Arcadio

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IN CONTINUO «RINNOVAMENTO» Redazione

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CAMMINANDO DA RISORTI CON IL RISORTO don Antonio Miele-Valerio Bozzi

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PROGETTO GRAFICO E IMPAGINAZIONE Laura Dimastromatteo

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STAMPA Tipografia Mezzina - Molfetta (BA)

InEcclesia

«IL CONCILIO BISOGNA FARLO, PIÙ CHE PARLARNE» Matteo Mangiacotti

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CENTO ANNI E NON SENTIRLI Giuseppe Basile

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HUMANÆ VITÆ E VITE UMANE Alessandro Tesse

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PERSEGUITATO UN CRISTIANO SU SETTE Marino Colamonico

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CUSTODE DI COMUNIONE E PACE IN ZAMBIA E IN MALAWI Cosimo Serpentino

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FRATELLI E CUSTODI DEL PROSSIMO Matteo Totaro

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«PER AMORE DEL MIO POPOLO NON TACERÒ» Michele Murgolo

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VESCOVO: SPOSO DI UNA CHIESA FECONDATA DA DIO mons. Marcello Semeraro

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«NON TACERÒ»… «UNA PAROLA CHE SI FA VISIBILE» don Vincenzo Saracino

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EXTRA

Speciale Inserto XXV ANNO DI IN DIALOGO

Inserto Settimana di Cultura ANNO VI N. 10 - MAGGIO 2019 VIAMARE. ROTTE NUOVE VERSO UN ORIZZONTE DI PACE

DONO DELLA DECIMA: SOLLECITUDINE DI CARITÀ Domenico Evangelista UN POSTO DOVE LASCIARE IL CUORE Marco Coluccia

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PRIMAVERA DI CULTURA Michele De Nichilo

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InArte SAN FRANCESCO DAVANTI AL SULTANO Alfredo Cavalieri

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PILOTA DI UNA ROTTA VERSO LA PACE Francesco Misceo

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«LA CITTÀ DAGLI ARDENTI DESIDERI» Redazione

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OMBRE E LUCI DEL MEDITERRANEO Andrea Sgamma

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LA SAPIENZA BIBLICA E L’UOMO D’OGGI Francesco Lattanzio

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SAPER ESSERE CRISTIANI D’OGGI Antonio De Nanni

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Resta «in dialogo» con noi! Seguici sui nostri social!

REDATTORI Adriano Arcadio Michele Azzolino Marino Colamonico Francesco Dall’Arche Maurizio de Robertis Francesco Lattanzio Francesco Misceo Alessio Schirano

Periodico Semestrale del Pontificio Seminario Regionale Pugliese «Pio XI» Molfetta (BA) Anno XXV n. 1 gennaio - maggio 2019 Supplemento alla Rivista di Scienze Religiose Registrazione al Tribunale di Trani n. 220 (01.09.1987) Pontificio Seminario Regionale Pugliese «Pio XI» Viale Pio XI, 54 70056 Molfetta (BA) indialogo@seminariomolfetta.org www.seminariomolfetta.org

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Editoriale InDialogo > maggio 2019

IN DIALOGO COME «VIA APOSTOLICA» Venticinque anni di «in-formazione» ispirandosi al «Papa giornalista» don Gianni Caliandro [rettore]

■ Dedichiamo con gratitudine questo numero di In dialogo alla memoria di tutti coloro che hanno contribuito a crearne le premesse, a dargli inizio e a riempire progressivamente di qualità e di profondità il nostro giornale, che venticinque anni fa usciva nel suo primo numero stampato, dopo i prodromi di un ciclostilato che ne ha fatto da fucina preparatoria. In quel primo numero, come vi racconteremo, si sono come raccolti tutti i fogli, le pubblicazioni, le comunicazioni dei decenni precedenti, sin dall’inizio del Seminario. Sì: perché, mentre la vita scorre, sempre si sente il bisogno di raccontarla, per farne dono anche ad altri. È sempre stato così, lo è anche oggi per l’attuale redazione: scriviamo per condividere un po’ della nostra vita, per gioirne insieme a voi, perché la vita e il suo racconto sono un unico grande mistero. Il nome scelto per il nostro giornale – In dialogo – non

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può non risuonare in maniera sorprendentemente significativa per il fatto che festeggiamo questo venticinquesimo nell’anno formativo aperto sotto la luce della santità di Papa Paolo VI – come già vi abbiamo raccontato nel numero dello scorso autunno. Sappiamo tutti come egli sia stato spesso definito il «Papa del dialogo», a partire dalla pubblicazione della sua prima Enciclica, con cui presentò al mondo l’ispirazione del suo pontificato: Ecclesiam suam. Il giorno prima della promulgazione ufficiale ne diede notizia in un’udienza generale, a Castel Gandolfo. Era il 5 agosto 1964: «Che cosa diciamo finalmente in questa Enciclica? Diciamo quello che noi pensiamo debba fare oggi la Chiesa per essere fedele alla sua vocazione e per essere idonea alla sua missione […] la terza via è apostolica; e l’abbiamo designata con il termine, oggi in voga: il Dialogo; riguarda cioè questa via il modo, l’ar-


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ANNI

te, lo stile che la Chiesa deve infondere nella sua attività ministeriale nel concetto dissonante, volubile, complesso del mondo contemporaneo». Celebriamo questo «giubileo» del nostro giornale in un momento nel quale le parole con cui Paolo VI descriveva il mondo contemporaneo sembrano dette ieri. E riteniamo preziosa la sua indicazione di uno stile ecclesiale fatto di dialogo, che in questo nostro contesto «dissonante, volubile, complesso» può far risplendere ancora la bellezza della Chiesa e del suo annuncio. Il dialogo come stile ecclesiale: ecco che cosa portiamo nello stesso nostro nome. Ma un altro motivo ci fa legare la celebrazione del nostro giornale molfettese a san Paolo VI: egli è stato – in un certo senso – il «Papa giornalista». Nel 1968 aveva voluto far nascere il quotidiano Avvenire, ma la

sua attenzione e il suo amore per i giornali veniva da lontano. Figlio di Giorgio, che a Brescia per trent’anni aveva scritto su Il cittadino di Brescia, Giovan Battista, appena ventenne, insieme ad Andrea Trebeschi, amico fraterno dei tempi del collegio, fondava a Brescia un giornale, La fionda, «che voleva esprimere la voce dello spirito nuovo ai fratelli della scuola» – come lo stesso giovane Montini scriverà a Papa Pio XI per raccontargli il senso di questa scelta. Appoggiare i giovani dell’Azione Cattolica, far conoscere progetti nazionali a tutti, portare una parola viva agli studenti per contribuire a formarne le coscienze: questi erano i motivi che mentre infuriava ancora la guerra portarono quei ragazzi a scegliere di fondare il loro giornale. Questi intenti hanno ancora qualcosa da dire a noi e a questa piccola pubblicazione che due volte l’anno vi consegniamo (con la speranza che attraverso di essa possiamo sentirci più vicini, e rendervi tutti più partecipi di ciò che viviamo in Seminario)? Noi speriamo di sì: perché con queste pagine vogliamo dirvi che ci sentiamo tutti parte di un’unica grande famiglia, che don Tonino Bello chiamerebbe «Made in Molfetta», in cui possiamo sostenerci reciprocamente e tornare insieme alle motivazioni che sorreggono la nostra vita e il nostro ministero, proprio come facevano quei ventenni bresciani che nelle difficoltà della guerra sentirono l’esigenza di dare una mano agli studenti, facendo arrivare loro una parola di fede e di incoraggiamento. Da Papa, molti anni dopo l’avventura giovanile de La Fionda, definirà la professione di giornalista come una «splendida e coraggiosa missione al servizio della verità, della democrazia, del progresso, del bene pubblico, in una parola». Noi rileggiamo questi venticinque anni del nostro giornale – e ci incamminiamo verso il futuro – con lo stesso auspicio: quello che questa piccola esperienza, espressa in alcune decine di pagine posate sulla scrivania di ogni parrocchia e divulgate in ogni comunità delle diocesi pugliesi, possa essere uno strumento di bene, possa rinsaldare la nostra fraternità, possa confermarci nella bellezza della nostra vocazione. Buon anniversario, caro In dialogo, e buon futuro!

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inFormazione InDialogo > maggio 2019

Formazione 2.0

LA SFIDA DI UN PERCORSO CONDIVISO Marco Domenico Macrì-Michele Piazzolla [IV anno]

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■ Uno dei «luoghi» in cui incontrare Dio riconosciuti dalla teologia è quello dei segni dei tempi: autentico ed evangelico locus theologicus. Saper riconoscere le tracce e gli spunti che una società e il mondo intero ci offrono risulta – ora più che mai – importante, visto il rapidissimo sviluppo dei mezzi di comunicazione e il cambiamento, altrettanto veloce, dei bisogni dei credenti. Questo cambiamento d’epoca – per dirla con Papa Francesco – non può lasciare indifferente la Chiesa anche nel campo della formazione. Durante quest’anno formativo, infatti, siamo stati tutti partecipi di questa sfida educativa: ci siamo trovati protagonisti nel tracciare le linee formative fondamentali riguardo al percorso da seguire durante l’anno. Nel delineare questo itinerario, siamo partiti da un dato importantissimo: la nostra esperienza concreta, di vita e di fede, fuori e dentro le mura del Seminario, nelle comunità parrocchiali di origine e in quelle in cui svolgiamo la nostra iniziazione alla carità pastorale. A mo’ di esempio, il dato da tenere presente e da confrontare con la tematica-guida del IV anno formativo è stata l’Eucaristia (anche come via propedeutica al successivo conferimento del ministero istituito dell’Accolitato). Il lavoro è avvenuto a vari livelli, tenendo presente sempre lo schema seguito negli anni precedenti nei report riguardanti la nostra esperienza nelle parrocchie che ci accolgono ogni fine settimana, e cioè: osservando; discernendo; agendo. Abbiamo avuto modo di confrontarci con questo schema in modo graduale, prima vedendo la nostra esperienza personale e poi confrontandola con quella altrui, al fine di cercare di evidenziare alcuni elementi utili per sviluppare un percorso (sia per gli incontri formativi con l’educatore sia per le istruzioni spirituali). Nonostante alcune difficoltà iniziali legate alla messa a fuoco di questo lavoro, siamo riusciti a condividere contenuti

molto significativi per la nostra crescita nella sequela del Signore. Sequela che abbiamo riscoperto sempre di più alimentata dall’Eucaristia, non solo celebrata ogni giorno attorno all’altare ma anche vissuta come paradigma di ogni nostra azione e come lente posta sulla realtà, fuori e dentro di noi. Da apprezzare è anche il grado di fiducia accordataci dalle varie figure educative per la costruzione di questo percorso: ciò che ha fatto scaturire l’esigenza di utilizzare questa modalità nella programmazione formativa è stato il fatto che l’esperienza vissuta nei report pastorali è risultata meno incisiva del previsto sul nostro cammino. Possiamo, inoltre, affermare come questo segno di novità e di cambiamento sia servito e serva ancora a comprendere che in Seminario si trovano dei giovani non così tanto alieni e diversi dal resto dei loro coetanei e di un mondo che continua ad evolversi imperterrito e rapido, quanto invece con quasi le medesime e condivise esigenze e con l’avvertimento degli stessi cambiamenti e degli identici e profondi aneliti di novità nel mondo. Creare progetti di questo tipo, dopotutto, può contribuire ad avere una consapevolezza maggiore di quella che è la logica presente fuori dalle mura del seminario, al fine di risultare il più possibile capaci di incontrare e di intercettare le gioie, le difficoltà e i bisogni presenti in un tempo ricco di sfide e di interrogativi. Al nostro tempo, al nostro momento storico, che è bello da vivere perché così voluto e donatoci dal Signore, risulta indispensabile rispondere insieme, lasciando da parte ogni forma di egoismo e di chiusura verso gli altri e ogni pregiudizio verso la realtà in cui si vive. E sempre meglio affinando, nel fuoco quotidiano dello Spirito, la nostra osservazione, il nostro discernimento, la nostra azione: nella Comunità in cui viviamo, nelle porzioni di popolo di Dio cui saremo ben presto inviati.

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Siamo arrivati ad ottobre da storie e percorsi differenti. Avevamo sentito parlare del «Propedeutico» ma – come sempre – quello che abbiamo vissuto si è rivelato molto diverso da come ci era stato raccontato. Decidere di intraprendere questo cammino ci ha messo di fronte alla responsabilità di caricarci interamente della nostra vita attraverso l’esercizio pieno e costante della memoria: un bisogno, una necessità coltivata e fatta crescere con grande consapevolezza nei vari laboratori proposti nella prima metà dell’anno e puntualmente richiamati nel proseguire dei mesi, per far comprendere come la nostra storia – e non un’altra, non quella come vorremmo che fosse – è il vero terreno di gioco dell’azione di Dio. La nostra storia è la prima parola che Egli ci rivolge. Ed è per questo che siamo stati chiamati ad essere attenti e vigilanti alla nostra quotidianità, alla vita di ogni giorno riletta e vissuta nell’ascolto e nella lettura orante della Sacra Scrittura. In maniera graduale, siamo stati accompagnati a prendere familiarità con la meditazione: quotidiana, sul Vangelo del giorno; e settimanale, con la lectio divina settimanale sulla pericope evangelica della domenica. Corona e cornice dell’esperienza del Propedeutico – che è stato studio e iniziazione alle materie filosofiche e teologiche – è il crearsi di un forte senso di comunità: un’occasione concreta di crescita in cui l’incontro con le diverse storie determina la nascita di relazioni nuove grazie alle quali ognuno è portato a guardarsi, uscendo dallo sguardo unilaterale che sempre ci caratterizza. È un tempo per stare con il Signore vivo e presente nei sacramenti, nei fratelli, nella Parola, nella nostra vita. Un tempo – uno stile – per rientrare in se stessi, verso un viaggio che non finirà mai.

InDialogo > maggio 2019

inFormazione

VIVERE UN TEMPO PER VIVERE DA UOMINI

Memoria, Parola, Comunione: «propedeuticamente» Giovani dell’anno propedeutico 2018-2019

DAL VANGELO SECONDO IL SESTO ANNO Tratti di cammino dei giovani uomini «in uscita» don Samuele Greco [VI anno]

■ «Ora Giuseppe fece un sogno, e lo raccontò ai suoi fratelli» (Gn 37,5): in sintonia con il protagonista biblico, anche noi, fratelli di sesto anno, vogliamo confessare la bellezza di un cammino che, in questi attimi di compimento, abbraccia insieme l’amore per un desiderio e la sua condivisione nelle rispettive realtà pastorali. Ci piace immaginare il tempo vissuto come ad un arcobaleno di fitti colori. Così, tonalità tenui hanno accompagnato l’alba degli esercizi spirituali in novembre, predicati dal gesuita padre Franco Annicchiarico. A gennaio, la visita presso i più importanti oratori umbri ha diradato la cupa foschia di facili timori, incoraggiandoci piuttosto nella possibilità di attuare i sogni pastorali più arditi. Toni vivaci e accesi hanno fatto da cornice al viaggio in Terra Santa, nei primi giorni di maggio, sui passi della riscoperta delle radici profonde che hanno segnato la vocazione di ciascuno. Tinte smeraldo, cariche di speranza, hanno pennellato la partecipazione ai vari laboratori proposti, con temi 6

quali: i Praenotanda dei libri liturgici; i tratti essenziali dei vari gruppi religiosi presenti in Puglia; alcuni elementi di psicologia delle relazioni pastorali; la preparazione del confessore al sacramento della Riconciliazione; la creatività nelle catechesi con persone diversamente abili; la proposta di Azione Cattolica e il servizio reso dalla Pastorale Giovanile; l’amministrazione dei beni parrocchiali; i lineamenti del progetto catechistico italiano; l’accompagnamento delle coppie in vista dell’annullamento del matrimonio; la reintegrazione umana e sociale di chi è affetto da ludopatia. Infine, sotto un cielo terso e gravido di allegria, abbiamo condiviso alcuni metodi utili per la progettazione pastorale, sostenuti dal contributo delle facilitatrici dell’associazione ComunitAzione. «Se non è divertente, non è sostenibile»: questo potrebbe essere anche il nostro motto, ossia lo slogan di una fraternità vissuta, ancora una volta, nella verità e nell’autenticità.


Gruppo per la partorale delll’ecumenismo e del dialogo interreligioso

CAMMINANDO VERSO L’UNITÀ Stefano Antonaci [I anno]

■ Tra i vari gruppi di interesse – che hanno come fine quello di promuovere a livello comunitario alcuni aspetti inerenti alla vita della Chiesa e del mondo – del nostro Seminario Regionale, spicca per storia e ispirazione il gruppo ecumenico, i cui partecipanti, sospinti dal vento tanto attuale quanto esigente del Concilio Ecumenico Vaticano II, si impegnano nell’approfondire per sé nel sensibilizzare per gli altri ciò che risponde all’«Ut unum sint» di Gesù Cristo: lo sforzo ecclesiale dell’unità dei cristiani e del dialogo interreligioso. Nell’anno formativo in corso sono stati proposti attuali e interessanti appuntamenti di studio, conoscenza e preghiera, di cui ne ricordiamo ora i maggiori: il momento di preghiera vissuto a Santeramo in Colle nello scorso novembre con frère Alois Löser (priore della Comunità cristiana monastica internazionale di Taizé); nell’ambito della XXX Giornata per l’Approfondimento e lo Sviluppo del Dialogo tra Cattolici ed Ebrei (17 gennaio), l’ormai

abituale ospitalità riservata al rabbino dottor Vittorio Robiati Bendaud (coordinatore del Tribunale rabbinico del Centro-nord), che ha tenuto per noi una meditazione mattutina sul libro di Ester; durante la Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani (1825 gennaio), la preghiera fraterna della celebrazione dei vespri, presieduta da Sua Grazia Sean Larkin, (arcivescovo anglicano impegnato da anni nel dialogo con i cattolici); presso la Basilica di San Nicola a Bari, l’incontro di studio tenuto da padre Gerardo Cioffari (noto studioso domenicano di storia della Chiesa, in special modo sul fronte delle vicissitudini inter-ecclesiali). Privilegiati per la posizione «levantina» della nostra regione geografica, anello di congiunzione tra Oriente e Occidente – come testimonia non da ultimo la Preghiera per la Pace in Medio Oriente avvenuta lo scorso luglio a Bari tra Papa Francesco e i Patriarchi e i Capi delle diverse Chiese ortodosse, la sensibilità per il dialogo ecumenico e per le relazioni interreligiose ci appartiene particolarmente, vivacemente, appassionatamente.

Gruppo per la pastorale sociale

VINTA L’INDIFFERENZA, ALLA CONQUISTA DELLA PACE Michele Cervignano [II anno]

■ Il gruppo di pastorale sociale nel nostro Seminario si contraddistingue per l’attenzione alle dinamiche sociali di oggi, in particolare osservando i fenomeni sociali della nostra terra pugliese e, laddove possibile, raggiungendo concretamente alcune realtà. Nello specifico: per il biennio, un progetto con i migranti presso il centro di accoglienza Secondaria di Bisceglie; per il triennio, l’unità di strada in favore delle donne vittime della prostituzione, in collaborazione con l’associazione San Giovanni XXIII di Andria. Cerchiamo di essere accanto a queste realtà composte da uomini e donne sofferenti, che hanno bisogno di ricominciare a sperare, incarnando così quella che è la «diakonia della speranza» (don Giuliano Savina,

in occasione del IV Seminario Nazionale di Pastorale Sociale). Nei nostri incontri mensili ci siamo lasciati provocare dalla tematica riguardante il mondo del lavoro, arricchendo la nostra riflessione anche con la conoscenza di alcune cooperative, in modo particolare la realtà del Progetto Policoro, grazie alla testimonianza di don Antonio Panico. Inoltre, dallo scorso anno è nato all’interno del nostro gruppo l’Osservatorio d’Interesse Sociale, che si occupa di osservare e discutere sulla criminalità pugliese: abbiamo scelto di informarci e informare, per prendere coscienza delle varie sfumature della legalità del nostro territorio. Rimane come sempre fondamentale un obiettivo: lasciarci coinvolgere! 7


inFormazione InDialogo > maggio 2019

Gruppo per la pastorale vocazionale

UNO SGUARDO PROIETTATO «OLTRE L’INVISIBILE» Salvatore Scaringella [II anno]

■ Le attività svolte dal gruppo vocazionale durante questo anno sono state ispirate dal tema «Come se vedessero l’invisibile», scelto dall’Ufficio Nazionale per la LVI Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. Il gruppo ha portato avanti l’iniziativa del «monastero invisibile», animando un momento di preghiera mensile nel cuore della memoria e nel polmone dell’orazione del nostro Seminario: la cappella Regina Apuliæ. In ciascun appuntamento, ci siamo concentrati sui diversi sguardi di Gesù, che emergono dal Vangelo come appelli a mettersi alla sua sequela. Lo scorso 31 gennaio abbiamo avuto l’occasione di poter ospitare don Michele Gianola (direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale delle Vocazioni), che ha condiviso con noi le attività svolte dalla sua équipe. Nel mese di febbraio abbiamo incontrato suor

Francesca California (suora missionaria del Sacro Costato), che ci ha fatto dono della sua preziosa testimonianza vocazionale. Ma la vera novità di questo anno è stata il progetto di orientamento alla vita: una serie di tre incontri con le classi IV e V di alcune scuole superiori della diocesi di Trani. Tale innovativa iniziativa ha avuto come finalità quella di suscitare, nei giovani che si preparano alla vita universitaria o lavorativa, domande che alimentino in loro un profondo desiderio di vita. Ricordiamo anche come a fine marzo abbiamo preso parte al concerto-meditazione Benedici il Signore anima mia, in ricorrenza del X anniversario della morte di don Tonino Ladisa: è stata l’occasione per accostarci alla poesia e alla profondità di alcuni testi delle sue omelie e dei suoi canti liturgici, scorgendovi anche qui l’impegno profuso per la pastorale vocazionale.

Gruppo per la pastorale culturale

COME PARADIGMA D’ACCOGLIENZA Michele Busti [III anno]

■ «La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande» (Hans-Georg Gadamer): non far apparire la cultura astratta o – peggio ancora – inutile, ovvero quello che si propone semplicemente il gruppo culturale nel nostro Seminario! Il contributo che si sforza di dare al Seminario è proprio quello di rendere la cultura una realtà concreta, che trovi posto nella mente e nel cuore di ognuno. La traccia formativa che ogni anno viene proposta alla Comunità diventa per il gruppo culturale il canovaccio sul quale rimanere, riflettere e confrontarsi per poi svi8

luppare delle traiettorie di crescita personale e collettiva. Nella Settimana di Cultura di quest’anno, tuttavia, la riflessione consueta sulla traccia formativa più che insistere sulla Povertà ha lasciato il posto ad un tema di estrema attualità: il Mediterraneo. Con tutto ciò che ad esso è collegato. La scelta è stata ispirata dalla prolusione tenuta dal cardinal Gualtiero Bassetti lo scorso 18 dicembre in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico della nostra Facoltà Teologica Pugliese e mirante all’incontro – promosso e incoraggiato dalla Conferenza Episcopale Italiana – di tutti i vescovi del Mediterraneo

che si terrà a Bari nei primi mesi del 2020. Altri impegni del nostro gruppo di interesse? Ad esempio, durante i ritrovi mensili, ci si sofferma su alcuni temi, utili alla formazione umano-spirituale e intellettuale: tra questi, un incontro particolarmente interessante avvenuto sull’arte dello storytelling, un metodo che affonda le sue radici nell’antichità e che serve per catturare l’attenzione e veicolare emozioni. La cultura, in fondo, cos’è se non un lasciarsi catturare l’attenzione dalle questioni importanti e un sapersi emozionare per l’uomo in tutte le sue dimensioni?


Gruppo per la pastorale della salute

SALUTE: BENE PIENO SE CONDIVISO Pasquale Simone [III anno]

■ «Ogni uomo è povero, bisognoso indigente […]; in ogni fase della vita nessuno di noi riuscirà mai a liberarsi totalmente dal bisogno dell’aiuto altrui»: in queste espressioni del Santo Padre Francesco

nell’ultimo Messaggio per la Giornata Mondiale del Malato viene riassunto il servizio che il gruppo di pastorale della salute nel nostro ambiente vocazionale. È una sensibilità-sensibilizzazione che prova quell’attenzione che il Seminario Regionale di Molfetta nutre per i più deboli di tutte le fasce d’età, traducendo tale atteggiamento in atti concreti d’amore verso il prossimo, nelle diverse e peculiari attività. Tra le iniziative, centrale è l’incontro (quest’anno vissuto nel primo giorno del mese di maggio) con il Centro Volontari della Sofferenza di tutta la Puglia: occasione in cui seminaristi ed educatori si lasciano toccare e accogliere dal sorriso e dal dolore di tanti altri fratelli e so-

relle facendo festa e stando insieme. Durante tutto l’anno formativo, intanto, viene promossa l’attenzione al nobile gesto della donazione del sangue: impegno così storico e partecipato tanto da poter costituire una vera e propria sezione Fidas Seminario. Per ultimo – ma non meno importante – è il particolare legame stretto con gli anziani della «dirimpettaia» Casa di riposo Don Grittani: ogni anno, l’11 febbraio, viviamo insieme a loro la Giornata Mondiale del Malato, ispirati e abbracciati dal volto della Madonna di Lourdes. Momento – oltre ai tanti altri ancora più spontanei – in cui avvengono incontri «di gesti gratuiti come la carezza fa sentire all’altro quanto è caro» (Papa Francesco).

Gruppo per la pastorale missionaria

DETTAGLI DI GAMIS Andrea Perrini [I anno]

■ In occasione dello scorso mese di ottobre, Papa Francesco ci ha fatto riflettere sulla grande importanza della missione nella vita di ogni credente, indicando nei due movimenti interiori di attrazione e di invio le dinamiche che dovrebbero caratterizzare ogni battezzato, in particolare i giovani. Facendo proprie le parole del Papa, il GAMIS (gruppo di animazione missionaria in Seminario) ha impostato il suo percorso formativo annuale attraverso una serie di iniziative volte a sensibilizzare la vita comunitaria verso uno spirito missionario capace di accendere nei cuori dei futuri presbiteri il fuoco dell’annuncio evangelico. In modo particolare, abbiamo vissuto con grande intensità il mese missionario di ottobre, proponendo una veglia di preghiera presieduta da padre Dino Tessari (religioso degli Oblati di Maria Immacolata), che ha visitato per una intera settimana la nostra comunità condividendo nei singoli gruppi la sua esperienza in

Asia, in particolare in Indonesia. Importanti momenti formativi sono stati anche altri due incontri: quello vissuto con lo scalabriniano padre Luis, impegnato nell’accoglienza dei migranti presso Borgo Mezzanone, nel foggiano; e l’altro con don Giuseppe Pizzoli, direttore delle Pontifice Opere Missionarie in Italia. Ma il nostro tragitto maggiormente significativo di formazione missionaria è avvenuto al Convegno Missionario Nazionale dei Seminaristi vissuto dal 2 al 5 maggio a Firenze sul tema Lo Spirito Santo protagonista della Missione. Ad accrescere, nel cammino, la coesione del GAMIS non sono mancati momenti di semplice ed autentica condivisione: d’altronde, la prima missione cui è chiamato un seminarista è la carità fraterna. 9


inEcclesia InDialogo > maggio 2019

LA PROTEZIONE DEI MINORI NELLA CHIESA

Redazione

Stralci sintetici di un fondamentale incontro ecclesiale ■ In Vaticano, dal 21 al 24 febbraio 2019, si è tenuto l’incontro dal tema La protezione dei minori nella Chiesa. Riportiamo in questa pagina solo alcuni passaggi del discorso conclusivo tenuto dal Santo Padre Francesco nella Sala Regia proprio il 24 febbraio. La piaga degli abusi sui minori, che non ha risparmiato gli ambienti ecclesiali, non può passare inosservata in un tempo-luogo formativo quale il Seminario, in cui crescono i presbiteri dell’imminente domani. Non è un caso, dunque, che – nelle stesse parole del Papa – la Chiesa, tra le varie altre dimensioni (tutela dei bambini; serietà impeccabile; vera purificazione; rafforzamento e verifica delle linee guida delle Conferenza Episcopali; accompagnamento delle persone abusate; mondo digitale; turismo sessuale) su cui si concentrerà, nel suo itinerario legislativo, grazie anche al lavoro svolto negli anni scorsi dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori e al contributo di questo ultimo summit di febbraio, abbia posto la formazione, «ossia le esigenze della selezione e della formazione dei candidati al sacerdozio con criteri non solo negativi, preoccupati principalmente di escludere le personalità problematiche, ma anche positivi nell’offrire un cammino di formazione equilibrato per i candidati idonei, proteso alla santità e comprensivo della virtù della castità. San Paolo VI nell’Enciclica Sacerdotalis cœlibatus scrisse: “Una vita così totalmente e delicatamente impegnata nell’intimo e all’esterno, come quella del sacerdote celibe, esclude soggetti di insufficiente equilibrio psico-fisico e morale, né si deve pretendere che la grazia supplisca in ciò la natura” (n. 64)». 10

Interessanti, dunque, le parole del Santo Padre Francesco ancor più all’eco di Vos estis lux mundi (Motu proprio dello scorso 7 maggio), tra le cui novità normative introduce quella dell’obbligo per ogni diocesi dell’orbe di dotarsi di uno «sportello» per ricevere le segnalazioni e quella, per chierici e religiosi, dell’obbligo religioso di denuncia alla competente autorità ecclesiastica in caso di sospetto di abuso e anche di negligenza nel trattamento dei casi da parte dei superiori, siano vescovi o religiosi.

Dal discorso del Santo Padre... ■ «Il nostro lavoro ci ha portato a riconoscere, una volta in più, che la gravità della piaga degli abusi sessuali su minori è un fenomeno storicamente diffuso purtroppo in tutte le culture e le società. Essa è diventata, solo in tempi relativamente recenti, oggetto di studi sistematici, grazie al cambiamento della sensibilità dell’opinione pubblica su un problema in passato considerato tabù, vale a dire che tutti sapevano della sua presenza ma nessuno ne parlava.» «Se prendiamo l’esempio dell’Italia, il rapporto di “Telefono Azzurro” del 2016 evidenzia che il 68,9% degli abusi avviene all’interno delle mura domestiche del minore. Teatro di violenze non è solo l’ambiente domestico, ma anche quello del quartiere, della scuola, dello sport e, purtroppo, anche quello ecclesiale.»


«Dobbiamo essere chiari: l’universalità di tale piaga, mentre conferma la sua gravità nelle nostre società, non diminuisce la sua mostruosità all’interno della Chiesa.»

«Negli abusi noi vediamo la mano del male che non risparmia neanche l’innocenza dei bambini. Non ci sono spiegazioni sufficienti per questi abusi nei confronti dei bambini. Umilmente e coraggiosamente dobbiamo riconoscere che siamo davanti al mistero del male, che si accanisce contro i più deboli perché sono immagine di Gesù. Ecco perché nella Chiesa attualmente è cresciuta la consapevolezza di dovere non solo cercare di arginare gli abusi gravissimi con misure disciplinari e processi civili e canonici, ma anche affrontare con decisione il fenomeno sia all’interno sia all’esterno della Chiesa. Essa si sente chiamata a combattere questo male che tocca il centro della sua missione: annunciare il Vangelo ai piccoli e proteggerli dai lupi voraci.»

ficazione. E noi oggi abbiamo bisogno di spiegazioni e di  significazioni. Le spiegazioni ci aiuteranno molto nell’ambito operativo, ma ci lasceranno a metà strada. Quale sarebbe, dunque, la “significazione” esistenziale di questo fenomeno criminale? Tenendo conto della sua ampiezza e profondità umana, oggi non è altro che la manifestazione attuale dello spirito del male. Senza tenere presente questa dimensione rimarremo lontani dalla verità e senza vere soluzioni.»

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■ «E questo vorrei dirvelo con l’autorità di fratello e di padre, certo piccolo e peccatore, ma che è il pastore della Chiesa che presiede nella carità: in questi casi dolorosi vedo la mano del male che non risparmia neanche l’innocenza dei piccoli. E ciò mi porta a pensare all’esempio di Erode che, spinto dalla paura di perdere il suo potere, ordinò di massacrare tutti i bambini di Betlemme. Dietro a questo c’è satana. E così come dobbiamo prendere tutte le misure pratiche che il buon senso, le scienze e la società ci offrono, così non dobbiamo perdere di vista questa realtà e prendere le misure spirituali che lo stesso Signore ci insegna: umiliazione, accusa di noi stessi, preghiera, penitenza. È l’unico modo di vincere lo spirito del male. Così lo ha vinto Gesù. L’obiettivo della Chiesa sarà, dunque, quello di ascoltare, tutelare, proteggere e curare i minori abusati, sfruttati e dimenticati, ovunque essi siano. La Chiesa, per raggiungere tale obiettivo, deve sollevarsi al di so-

oggi non è altro che la manifestazione attuale dello spirito del male

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«Vorrei qui ribadire chiaramente: se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso – che rappresenta già di per sé una mostruosità – tale caso sarà affrontato con la massima serietà. Fratelli e sorelle: nella rabbia, giustificata, della gente, la Chiesa vede il riflesso dell’ira di Dio, tradito e schiaffeggiato da questi disonesti consacrati. L’eco del grido silenzioso dei piccoli, che invece di trovare in loro paternità e guide spirituali hanno trovato dei carnefici, farà tremare i cuori anestetizzati dall’ipocrisia e dal potere. Noi abbiamo il dovere di ascoltare attentamente questo soffocato grido silenzioso. È difficile, dunque, comprendere il fenomeno degli abusi sessuali sui minori senza la considerazione del potere, in quanto essi sono sempre la conseguenza dell’abuso di potere, lo sfruttamento di una posizione di inferiorità dell’indifeso abusato che permette la manipolazione della sua coscienza e della sua fragilità psicologica e fisica. L’abuso di potere è presente anche nelle altre forme di abusi di cui sono vittime quasi ottantacinque milioni di bambini, dimenticati da tutti: i bambini-soldato, i minori prostituiti, i bambini malnutriti, i bambini rapiti e spesso vittime del mostruoso commercio di organi umani, oppure trasformati in schiavi, i bambini vittime delle guerre, i bambini profughi, i bambini abortiti e così via. Davanti a tanta crudeltà, a tanto sacrificio idolatrico dei bambini al dio potere, denaro, orgoglio, superbia, non sono sufficienti le sole spiegazioni empiriche; queste non sono capaci di far capire l’ampiezza e la profondità di tale dramma. Ancora una volta l’ermeneutica positivistica dimostra il proprio limite. Ci dà una vera spiegazione che ci aiuterà a prendere le misure necessarie, ma non è capace di darci una signi-

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pra di tutte le polemiche ideologiche e le politiche giornalistiche che spesso strumentalizzano, per vari interessi, gli stessi drammi vissuti dai piccoli. È giunta l’ora, pertanto, di collaborare insieme per sradicare tale brutalità dal corpo della nostra umanità, adottando tutte le misure necessarie già in vigore a livello internazionale e a livello ecclesiale. È giunta l’ora di trovare il giusto equilibrio di tutti i valori in gioco e dare direttive uniformi per la Chiesa, evitando i due estremi di un giustizialismo, provocato dal senso di colpa per gli errori passati e dalla pressione del mondo mediatico, e di una autodifesa che non affronta le cause e le conseguenze di questi gravi delitti.» «Vorrei sottolineare l’importanza di dover trasformare questo male in opportunità di purificazione.»

«Il santo Popolo fedele di Dio, nel suo silenzio quotidiano, in molte forme e maniere continua a rendere visibile e attesta con “cocciuta” speranza che il Signore non abbandona, che sostiene la dedizione costante e, in tante situazioni, sofferente dei suoi figli. Il santo e paziente Popolo fedele di Dio, sostenuto e vivificato dallo Spirito Santo, è il volto migliore della Chiesa profetica che sa mettere al centro il suo Signore nel donarsi quotidiano. Sarà proprio questo santo Popolo di Dio a liberarci dalla piaga del clericalismo, che è il terreno fertile per tutti questi abomini. Il risultato migliore e la risoluzione più efficace che possiamo dare alle vittime, al Popolo della Santa Madre Chiesa e al mondo intero sono l’impegno per una conversione personale e collettiva, l’umiltà di imparare, di ascoltare, di assistere e proteggere i più vulnerabili. Faccio un sentito appello per la lotta a tutto campo contro gli abusi di minori, nel campo sessuale come in altri campi, da parte di tutte le autorità e delle singole persone, perché si tratta di crimini abominevoli che vanno cancellati dalla faccia della terra: questo lo chiedono le tante vittime nascoste nelle famiglie e in diversi ambiti delle nostre società.»

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PER VEDERE (L’)OLTRE

Celebrando la LVI Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni Antonio del Grosso [II anno]

Anche in questa epoca la gente preferisce ascoltare i testimoni, «ha sete di autenticità […] reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l’Invisibile» (Evangelii gaudium 150). È da qui che nasce il tema della LVI Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni: il 12 maggio, a Reggio Emilia a livello nazionale ed ovviamente in ogni comunità ecclesiale. Con il titolo Il coraggio di rischiare per la promessa di Dio si continuare il percorso sulle tre parole-azioni suggerite dal Santo Padre Francesco: ascoltare, discernere e vivere (lo scorso anno il tema era proprio Dammi un cuore che ascolta (cfr. 1Re 3,9). Riflessioni e tracciati caratterizzati dalla XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dedicata ai giovani: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. È un invito a cambiare sguardo, cambiare prospettiva, saper andare oltre le apparenze, oltre l’invisibile: «correre il rischio di affrontare una sfida inedita […], farci scoprire il suo progetto d’amore sulla nostra vita». La vocazione non è solo un copione già scritto, un bene privato da gestire in proprio, ma «la vita stessa è vocazione in rapporto a Dio» (Benedetto XVI): «ogni vita è vocazione» (San Paolo VI). Vocazione da poter vivere in una varietà di carismi: l’orientamento professionale; la famiglia; la vita consacrata; il ministero ordinato; ed anche la condizione di single, assunta in una logica della fede. Sarà possibile solo se avremo «il coraggio di rischiare sulla strada che Egli da sempre ha pensato per noi» (Papa Francesco). Sull’esempio di Maria, prima vera discepola, che con il suo sì, fidandosi del Signore, ha creato «le condizioni perché ogni altra vocazione ecclesiale possa essere generata» (Papa Francesco).


«IL CONCILIO BISOGNA FARLO, PIÙ CHE PARLARNE» A sessant’anni dall’indizione del Concilio Ecumenico Vaticano II Matteo Mangiacotti [IV anno]

■ Era il 25 gennaio 1959 quando Papa Giovanni XXIII esprimeva «tremando un poco di commozione» l’intenzione di voler indire un Concilio Ecumenico per la Chiesa Universale. In un’intervista su Vatican News Guido Gusso, maggiordomo di Sua Santità, racconta che quella mattina il Papa era pensieroso durante il viaggio, chiese solo di indossare i paramenti più belli: «oggi sarà una giornata eccezionale – gli confidò – perché dovrò dare un grande annuncio». Quella mattina però, i cardinali non compresero «la grandezza di quell’annuncio».

Al rientro in macchina, infatti, osservò solamente che non l’avevano «presa bene questa cosa del Concilio». Certamente non fu una scelta facile da prendere anche se, in papa Roncalli, l’idea conciliare era spuntata fin subito dopo l’elezione. In un dialogo col suo segretario Loris Capovilla gli disse: «Il fatto è che tu ragioni un po’ umanamente, come un impresario che fa un progetto e chiama l’architetto, i consulenti, che si intende con le banche. Per noi invece è già un gran dono di Dio accettare una buona ispirazione e parlarne. Non pretendo di arrivare a celebrarlo, a me basta annunciarlo». Oggi a distanza di sessant’anni sono diversi gli interrogativi che si susseguono: cosa resta ancora del Vaticano II? Il vento del rinnovamento ha cessato di spirare? La primavera della Chiesa è già appassita? Ciò che possiamo però dire – come afferma Papa Francesco – è che «il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea». Se ne parla tanto del Concilio. Fiumi di capitoli si versano su questo tema in qualsiasi manuale o rivista teologica. Spesso però ci dimentichiamo – e la storia attuale ce lo sta nuovamente ricordando, anche attraverso le parole di Papa Francesco – che «il Concilio bisogna farlo, più che parlarne».

CENTO ANNI E NON SENTIRLI

Piccoli spunti per riflettere sull’impegno dei cristiani nel mondo Giuseppe Basile [I anno]

■ Don Luigi Sturzo e la ricorrenza dei cento anni dell’Appello ai liberi e forti ci permettono di recuperare la grande eredità che il prete di Caltagirone ci ha lasciati. La questione al centro non è pensare di rifondare un nuovo Partito Popolare ma, in modo più diffuso e radicale, ricordare il grande contributo che la fede cristiana può dare alla politica e alla società. Specialmente in un periodo storico travagliato come il nostro. Scritto a seguito della Grande Guerra, l’appello sturziano risulta essere un’esortazione all’impegno pratico della libertà, che deve condur-

re alla collaborazione tra le varie ed anche opposte parti di una società, superando tutte le appartenenze ideologiche e nazionali: in tal modo promuovendo l’uguaglianza, nel reale perseguimento bene comune. Proprio da una tale libertà collaborativa si giunge al concetto di forza: non come oppressione, ma come frutto della relazione con il popolo; non come cieca obbedienza (come invece pretendevano forme di ideologie materialistiche ed autoritarie), ma come decentralizzazione del potere statale. Ultimo punto fondamentale ed inte-

ressante dell’appello-evento del ’19 è la collocazione dell’Italia in un futuro ordine internazionale: ai tempi del prete siciliano, la Società delle Nazioni; nel nostro tempo, l’ONU. O anche l’Unione Europea, il cui parlamento sarà rinnovato con le elezioni del prossimo maggio. L’Europa, ad esempio, oggi come allora, assediata in un periodo complesso, può tornare a respirare più vivacemente anche attingendo alle fonti di un popolarismo pieno di significato, che punta, non per ultimo, all’educazione dei cittadini per la nascita delle future generazioni politiche. 13


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HUMANÆ VITÆ E VITE UMANE Una voce tra realtà e profezia ■ «Dato a Roma presso San Pietro, nella festa di San Giacomo Apostolo, 25 luglio dell’anno 1968, sesto del Nostro pontificato»: così si conclude, annunciandone la pubblicazione, la Lettera Enciclica Humanæ vitæ del santo Papa Paolo VI. Un vero e proprio cammino iniziato cinquant’anni fa: un percorso non ancora concluso. Le strade che il documento si preparava a percorrere e nelle quali in un certo qual modo trovava la sua genesi erano quelle delle grandi trasformazioni, dello sviluppo demografico, delle mutate condizioni sociali, economiche, culturali, del nuovo ruolo delle donne nella società, nonché dello sviluppo delle scienze in ordine al dominio dei processi naturali. Considerato il Sitz im Leben, sarebbe doveroso dire che la portata dell’Enciclica non è solo quella riguardante la morale sessuale coniugale, avulsa dalla realtà, ma bensì la morale sessuale coniugale innestata all’interno di un tessuto sociale con il quale quotidianamente effettua scambi. Scambio per eccellenza tra amore coniugale e società è la vita nascente, una nuova vita, quella che prende forma e che, nello stesso tempo, concretizza l’amore dei due in una sola parola: figlio. Parola che questa volta non è solo insieme di lettere ma dice tutta una realtà antropologica. Solo vivendo l’amore in modo umano, totale, fedele, esclusivo e fecondo che il prodigio di una nuova vita è reso possibile. Humanæ vitæ chiede e sottolinea senza alcun dubbio l’apertura alla vita degli atti sessuali, ma ne evidenza con altrettanta chiarezza l’aspetto unitivo. Ne consegue che l’atto sessuale non è solo il modus operandi per generare figli, ma è anche il modo con il quale gli sposi esprimono la loro unione, che nel caso cristiano ha valore sacramentale. Aspetto unitivo e procreativo si trovano così a camminare di pari passo. Tuttavia il Santo Padre, riconoscendo che mettere al mondo un figlio è cosa quanto mai seria, non manca di parlare di paternità responsabile: in relazione ai processi biologici, alle tendenze dell’istinto e delle passioni, in rapporto alle condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali. «Il gravissimo dovere di trasmettere la vita umana, per il 14

Alessandro Tesse [V anno]

quale gli sposi sono liberi e responsabili collaboratori di Dio, è sempre stato per essi fonte di grandi gioie, le quali tuttavia, sono talvolta accompagnate da non poche difficoltà e angustie» (Humanæ vitæ 1). Punto dolens del documento fu senza ombra di dubbio quello riguardante l’uso dei contraccettivi per regolare la natalità, oltre che la conseguente distinzione tra metodi naturali e metodi artificiali. La chiave interpretativa montiniana risiede nel comprendere che i coniugi con i metodi naturali non fanno altro che assecondare una disposizione naturale, invece con i metodi artificiali impediscono il naturale corso dei processi naturali. Da qui un elenco di situazioni da escludere come via lecita per la regolazione delle nascite, ovvero: l’interruzione del processo generativo già iniziato; l’aborto diretto; la sterilizzazione diretta, sia perpetua sia temporanea, tanto dell’uomo che della donna. La profezia citata nel sottotitolo è quella riguardante il tasso di natalità: siamo passati dal temere un vero e proprio sovraffollamento – tanto da ipotizzare di rischiare di non poter soddisfare con le risorse del pianeta i bisogni della popolazione – a politiche governative che incentivano la natalità visto il decremento delle nascite, ma non solo. Con Amoris lætitia di Papa Francesco il magistero continua a camminare nel solco tracciato da Paolo VI puntando all’applicazione del discernimento anche in questo ambito così delicato. Prendendo spunto da un auspicio della dottoressa Gianna Benatti, ginecologa ed ostetrica cattolica, si tratterebbe di «proposte che vedano la collaborazione di presbiteri, operatori ostetrico-ginecologici e genetisti» (Presbyteri, gennaio 2019, 1/LII): la formazione e il dialogo a più voci tra persone debitamente formate sia un buon modo per l’interpretazione e l’attualizzazione di un tema complesso come quello trattato da Humanæ vitæ - e successivamente fondato ancor più antropologicamente da un altro santo Papa, Giovanni Paolo II – affinché ancora oggi si possano condurre le giovani e future generazioni a generare vite umane.


PERSEGUITATO UN CRISTIANO SU SETTE Sfogliando il Rapporto sulla libertà religiosa del 2018 Marino Colamonico [II anno]

■ I cristiani, con trecento milioni di vittime, rappresentano ad oggi il gruppo confessionale maggiormente perseguitato da parte di autorità governative o forze militari fondamentaliste. Questa è la drammatica fotografia che emerge dall’ultimo Rapporto sulla libertà religiosa «per sensibilizzare le autorità politiche sulle disumane condizioni di milioni di credenti»: grazie all’Osservatorio attento e vigilante della fondazione cattolica Aiuto alla Chiesa che Soffre. Nello specifico, lo studio di questa edizione ha individuato trentotto Paesi in cui si registrano gravi violazioni della libertà religiosa, interessando circa il 61% della popolazione mondiale, indipendentemente dalla fede professata. La ricerca ha considerato sia i casi di persecuzione (come in molti Paesi asiatici e africani) sia i casi di discriminazione (presenti anche in Stati politicamente ed economicamente legati a tanti Paesi europei come la Turchia, l’Ucraina e la Federazione Russa). Il rapporto si è soffermato anche su una indagine qualitativa del fenomeno, rilevando un aggravarsi delle violenze interreligiose tra il 2014 e il 2018 in diciassette dei trentotto paesi considerati nell’analisi. Questo andamento negativo è da attribuirsi in maniera significativa all’ascesa di gruppi nazionalisti in India, Cina e Corea del Sud e alla diffusione

di nuovi movimenti militanti islamici in regioni dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia. Proprio in queste terre, l’ISIS e Boko Haram rapiscono, schiavizzano e stuprano migliaia di adolescenti e donne cristiane per la conversione forzata all’islam e per cancellare la loro identità culturale. Il documento, inoltre, non ha perso l’occasione per criticare la posizione di un Occidente ormai «secolarizzato», che mostra sempre più indifferenza verso le numerose comunità di sfollati scappate dalla persecuzione.

CUSTODE DI COMUNIONE E PACE IN ZAMBIA E IN MALAWI

Monsignor Gallone: la visita in Seminario di un ex-alunno divenuto nunzio apostolico Cosimo Serpentino [III anno]

■ A mezzogiorno dello scorso 2 febbraio monsignor Vincenzo Pisanello, vescovo di Oria, ha annunciato a tutta la sua diocesi la volontà del Santo Padre Francesco di nominare nunzio apostolico in Zambia e – come nomina aggiuntasi il giorno 8 maggio – in Malawi monsignor Gianfranco Gallone, già consigliere di nunziatura, elevandolo alla dignità di arcivescovo titolare della sede di Mottola. Grande è stata la gioia dell’intera diocesi: particolarmente delle comunità in Ceglie Messapica, sua città natale, che, sin dal lontano 3 settembre 1988, giorno della sua ordinazione presbiterale – e ancor prima – lo sostiene con preghiere e affetto. Sentimenti questi che si sono riversati poi nella Basilica di San Pietro in Vaticano nella solen-

nità di San Giuseppe. Il cardinal Pietro Parolin, conferendo l’ordinazione episcopale all’oriundo cegliese, ha ricordato nell’omelia come le relazioni tra la Santa Sede e lo Zambia durino da ormai 50 anni. Qui vi sono circa cinque milioni di cattolici che hanno accolto in passato diversi profughi dai Paesi vicini, come dal Rwanda (durante il genocidio), dal Burundi e dal Congo. Il segretario di Stato ha posto l’accento sul grave compito che attende ora monsignor Gallone: rafforzare la comunione tra Santa Sede e Chiese particolari, avendo cura di far percepire la sollecitudine pastorale del Papa per la pace fra le nazioni. Il nuovo nunzio in passato ha già fatto esperienza dei rapporti diplomatici prestando la propria opera in Mozambico, in Israele, in Slovacchia,

in India, in Svezia, e ricoprendo infine il ruolo di officiale della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato Vaticano. Anche la nostra Comunità del Seminario Regionale ha avuto la gioia di pregare assieme a lui nella Santa Messa che ha presieduto lo scorso 25 marzo: qui, circondato dai suoi compagni di cammino, ha ricordato con entusiasmo gli anni della formazione vissuti proprio a Molfetta e il bene ricevuto dai suoi formatori e dalla fraternità in seminario; ha poi incoraggiato tutti i seminaristi a proseguire il cammino guardando al volto di Maria, Regina Apuliæ, la cui immagine donatagli per le mani del rettore don Gianni – ha promesso – porterà con sé in Zambia. 15


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FRATELLI E CUSTODI DEL PROSSIMO Sfogliando l’evento-documento di Abu Dhabi Matteo Totaro [III anno]

■ Papa Francesco ha compiuto dal 3 al 5 febbraio 2019 un viaggio apostolico negli Emirati Arabi Uniti – ed è stato il primo Pontefice a visitare questa terra – per partecipare al Global Conference of Human Fraternity (Convegno Internazionale sulla Fratellanza) promosso dal Muslim Council of Elders (Consiglio dei saggi musulmani), presieduto dallo shaykh di al-Azhar, Ahmad alTayyeb, che si è svolto nel Founder’s Memorial ad Abu Dhabi il giorno 4 febbraio. A questo incontro interreligioso hanno partecipato settecento leader religiosi provenienti da tutto il mondo che hanno discusso in ventuno workshop con sessanta relatori: qui è stato firmato da Sua Santità Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, l’importante Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, che può essere considerato la pietra miliare del contemporaneo dialogo interreligioso. Il documento viene introdotto da una prefazione, in cui si legge che esso è stato «ragionato con sincerità e serietà per essere una dichiarazione comune di buone e leali volontà, tale da invitare tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché esso diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande gra-

zia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli». Nel nome di Dio, creatore e padre, Al-Azhar al-Sharif, in rappresentanza dei musulmani d’Oriente e d’Occidente, e papa Francesco, in rappresentanza dei cristiani cattolici d’Oriente e d’Occidente, affermano di adottare come via la cultura del dialogo, come condotta la collaborazione e come metodo la conoscenza reciproca. Questo documento, attraverso una riflessione profonda sulla realtà attuale, apprezza i successi e vive i dolori del mondo, e crede che tra le cause più importanti della crisi che sta coinvolgendo la società moderna «vi siano una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai valori religiosi, nonché il predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti». La dichiarazione, in sintonia con i documenti internazionali passati, attesta che gli insegnamenti delle religioni invitano ad annunciare e vivere la pace, a sostenere la conoscenza reciproca e a riconoscersi fratelli e figli di unico Dio: la libertà è un diritto di ogni uomo, ogni persona gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione; la giustizia non deve essere vendicativa, bensì basata sulla misericordia, divenendo via da percorrere per raggiungere una vita dignito-

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tra Occidente e Oriente ci deve essere un “ponte”

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sa riconosciuta ad ogni uomo; praticando la cultura del dialogo e della tolleranza si contribuirebbe a ridurre i vari problemi politici, sociali, ambientali ed economici che devastano la società; i luoghi di culto devono essere protetti dalle autorità religiose e civili; il terrorismo non è dovuto alla religione, ma ad un’interpretazione sbagliata dei testi sacri, quindi una minaccia per l’umanità e deve essere combattuto attraverso l’interruzione di rifornimento di denaro, di armi, di piani verso i movimenti terroristici; ogni essere umano è un cittadino del mondo e per ciò i suoi diritti e doveri si devono basare sull’eguaglianza; tra Occidente e Oriente ci deve essere un “ponte” e non un “muro”, entrambi devono lavorare insieme con il dialogo e il confronto per contribuire a garantire una vita dignitosa a tutte le persone senza discri-

minazioni; la donna deve essere trattata come persona e da difendere e proteggere e non come oggetto di piacere, e inoltre le deve riconosciuto il diritto all’istruzione, al lavoro, al voto, soprattutto in quei paesi che la politica impedisce alla donna di godere i propri. La Chiesa Cattolica e al-Azhar auspicano che il documento non venga considerato come condanna, bensì come un invito a comportarsi da fratelli e custodi del prossimo, come un appello a sostenere la cultura della tolleranza e della non violenza, una testimonianza di fede e di comunione e un abbraccio di pace e di fraternità tra l’Oriente e l’Occidente. Tutti dobbiamo sentirci fratelli e custodi tra noi che abitiamo questa casa comune, che è l’orbe intero.

«PER AMORE DEL MIO POPOLO NON TACERÒ» Preghiera e digiuno per gli annunciatori del Vangelo martirizzati Michele Murgolo [V anno]

■ «Per amore del mio popolo non tacerò» è lo slogan della XXVII Giornata di Preghiera e Digiuno in Memoria dei Missionari Martiri, appuntamento nel cuore della Quaresima per ricordare quanti nel mondo hanno offerto con coraggio e generosità la loro vita per il Vangelo: in primo piano, la figura dell’arcivescovo salvadoregno Oscar Romero, canonizzato lo scorso ottobre da Papa Francesco. La realtà del martirio può sembrarci lontana, sconosciuta, appartenente al passato: ma non è così. La parola «martire» deriva dal verbo greco μα,ρτυρέω che significa «testimoniare». L’elenco annuale di Fides non riguarda – ormai da tempo – solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma cerca di registrare tutti i battezzati impegnati nella vita della Chiesa morti in modo violento, non espressamente «in odio alla fede». Per questo si preferisce non utilizzare il termine «martiri» – se non nel suo significato etimologico di «testimoni» – per non entrare in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare su alcuni di loro. La testimonianza non è un’aggiunta a quella dello Spirito, piuttosto è attraverso di essa che si esercita e prolunga nel tempo la sua azione, invisibile agli occhi ma resa visibile da coloro che sono stati scelti da Gesù. Essi, i nostri testimoni della fede, sono stati abilitati a portare al mondo la Parola di Dio fattasi carne, Colui che era fin dal principio e che è divenuto

loro compagno di strada (cfr. 1Gv 1,1). La condizione del martire è una speciale via di vocazione alla quale il Signore chiama in modo unico. In ogni angolo della Terra si assiste ad una violenza esasperata e cinica di una umanità traviata dal male; in molte realtà i cristiani non possono esprimere il loro pensiero e neanche la loro appartenenza alla fede cristiana, né poter leggere in maniera libera le Scritture o indossare oggetti che richiamino al senso devozionale della fede. L’unico modo in cui non possono essere impediti di testimoniare è la loro vita, in quanto «battezzati ed inviati», dunque evangelizzatori per natura. Usiamo il termine «missionario» per tutti i battezzati, consapevoli che «in virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario. Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione» (Evangelii gaudium 120). Nel corso dell’anno 2018 sono stati uccisi nel mondo quaranta missionari, quasi il doppio rispetto ai ventitré dell’anno precedente, e si tratta per la maggior parte di sacerdoti (trentacinque). In Africa sono stati uccisi diciannove sacerdoti, un seminarista, una laica; in America, dodici sacerdoti, tre laici; in Asia, tre sacerdoti; in Europa, specificatamente in Germania, un sacerdote. Nel 2018 è l’Africa ad essere al primo posto di questa tragica

classifica. Molti missionari hanno perso la vita durante tentativi di rapina o di furto, compiuti anche con ferocia, in contesti sociali di povertà, di degrado, dove la violenza è regola di vita, l’autorità degli Stati latita o è indebolita dalla corruzione e dai compromessi, o dove la religione viene strumentalizzata per altri fini. Ad ogni latitudine sacerdoti, religiose e laici condividono con la gente comune la stessa vita quotidiana, portando la loro testimonianza evangelica di amore e di servizio per tutti, come segno di speranza e di pace, cercando di alleviare le sofferenze dei più deboli e alzando la voce in difesa dei loro diritti calpestati, denunciando il male e l’ingiustizia. Coscienti di pericoli e rischi, essi sono rimasti al proprio posto per essere fedeli agli impegni assunti. Emblematica è la vicenda dei sette monaci trappisti, martiri di Tibhirine in Algeria, uccisi nel 1996 e beatificati l’8 dicembre scorso ad Oran: consapevoli del pericolo, decisero coraggiosamente di restare al loro posto fino alla fine, infatti in essi si sviluppò una forte spiritualità martiriale radicata nella prospettiva di sacrificare sé stessi e offrire la propria vita per una società riconciliata e di pace. Tertulliano ci insegna che «il sangue dei martiri è il seme dei cristiani»: il sacrificio dei missionari della Chiesa non sarà mai vano, per quanto estremo possa sembrare, perché sarà perennemente generatore di vita. 17


inEcclesia

VESCOVO: SPOSO DI UNA CHIESA FECONDATA DA DIO

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Pensieri sull’occasione del giubileo episcopale di mons. Donato Negro S.E. Mons. Marcello Semeraro [Vescovo di Albano]

■ Lo scorso 9 febbraio Donato Negro, arcivescovo di Otranto e presidente della Conferenza Episcopale Pugliese, ha celebrato il XXV anniversario di ordinazione episcopale. È una di quelle scadenze che ricorrono nella vita delle persone, della famiglia e pure di realtà sociali. Riprendendo un linguaggio biblico, le denominiamo «giubilari»: aggettivo che annuncia una pausa nell’ordinario svolgersi dei giorni per ritrovarsi nella lode al Signore e nella gioia del vivere insieme. Ecco un primo valore, universalmente umano, implicito in un giubileo. Tommaso d’Aquino sentenziava che «summum gaudium sini consortio haberi non potest». Anche nel linguaggio del Papa la parola «gioia» ha un grande rilievo: l’ha scelta per parlarci del vangelo, della verità, della vita in famiglia, della santità… Questa è pure la gioia di un giubileo, che se vissuto da un cristiano aggiunge altre dimensioni anch’esse importanti. Celebrare, infatti, un giubileo di vita, o di condizione significa pure rituffarsi nella «grazia» degli inizi, della prima volta. C’è sempre una prima volta e sono, poi, tante le volte in cui un uomo e anche un prete ed un vescovo debbono ricominciare: i primi passi di ministero, un cambio di parrocchia, una nuova missione… Ogni volta è necessario rituffarsi nella grazia degli inizi. Senza quella grazia, non si procede. Nel monastero di Grottaferrata c’è un grande recipiente di marmo di forma cilindrica (nella tradizione orientale è chiamato aghiasma) risalente al XII secolo dove tra i bassorilievi del marmo è riprodotto un pescatore che con la sua canna da pesca tira dalle acque un pesce; di fronte è raffigurato un uomo che dall’alto di una colonna si tuffa nelle onde del mare. Al di là del suo significato ecclesiologico e battesimale, alla luce del giubileo del vescovo Negro quest’antica riproduzione mi ricorda il mandato apostolico di Gesù agli apostoli (Mt 4,19 parr.: «vi farò pescatori di uomini») e l’apostolo stesso, che s’immerge in quel primo mandato. Nei percorsi di studio di monsignor Negro c’è anche una laurea in pedagogia. Egli, perciò, ben conosce la teoria di E. H. Erikson sulla continuità e sui mutamen18

ti dei cicli della vita. All’età adulta egli attribuisce il carattere della generatività, la cui antitesi critica è la stagnazione, il narcisismo. Generatività, invece, è dono di sé nel servizio delle generazioni. Al riguardo, sono tre, in particolare, gli spazi generativi che Papa Francesco ha segnalato nella lettera inviata al vescovo Donato per il giubileo episcopale: il servizio vocazionale per i futuri presbiteri, l’opera di sostegno a favore dei giovani e delle famiglie. Sono ambiti privilegiati delle scelte pastorali di monsignor Negro. Nel capitolo VIII dell’Esortazione apostolica Christus vivit Francesco tratta ampiamente della vocazione nel suo significato più ampio ma pure come chiamata ad essere e vocazione ad una consacrazione speciale. Nell’Esortazione il Papa tratta ovviamente anche dei giovani; ne sono, anzi, i primi destinatari. Al n. 178 li chiama «l’adesso di Dio»: lo sono anche per la Chiesa e i suoi pastori, che in loro sono chiamati a riconoscere gli appelli del Signore. Il tema della famiglia non poteva essere assente nelle pagine dell’esortazione. Vi è tracciato, anzi, un singolare quadro di vita domestica: «C’è una bellezza straordinaria nella comunione della famiglia riunita intorno alla tavola e nel pane condiviso con generosità, anche se la mensa è molto povera. C’è una bellezza nella moglie spettinata e un po’ anziana che continua a prendersi cura del marito malato al di là delle proprie forze e della propria salute. Malgrado sia lontana la primavera del corteggiamento, c’è una bellezza nella fedeltà delle coppie che si amano nell’autunno della vita e in quei vecchietti che camminano tenendosi per mano» (n. 183). Vocazioni, famiglia, giovani: sono riferimenti abituali nel ministero di un buon prete, di un bravo parroco, di un saggio vescovo, perché la Chiesa è anche questo: una comunità di chiamati (è il nome stesso della Chiesa!); una casa dove abita la famiglia di Dio (cfr. Lumen gentium 6); un mistero, che ha il suo tipo e il suo modello in una ragazza di Nazaret (cfr. Christus vivit 43-48). Ed è in questa luce mariana che, bene augurando per il fratello vescovo Donato, amo personalmente riflettere sul ministero di un vescovo: «Anche per questo, forse, Maria santissima è sposa ad uno, ma è resa feconda da un Altro, perché anche le singole Chiese sono certo fecondate dallo Spirito e dalla grazia, e tuttavia sono visibilmente legate al vescovo, che per un certo tempo le governa» (Ambrogio, Exp. Ev. sec. Lucam, II, 5, 7: PL 15, 1555).


«NON TACERÒ»… «UNA PAROLA CHE SI FA VISIBILE»1 A dieci anni dalla morte dell’amato rettore don Tonino Ladisa don Vincenzo Saracino [educatore]

■ Sono sacerdote dal 2011. Ho fatto ormai i primi passi nel ministero presbiterale, ma tanto della mia storia e del dono che vivo oggi mette le radici nella stupenda esperienza del Seminario dove, per un tratto del cammino, ho incrociato la passione educativa di don Tonino Ladisa. Un anno dopo il suo arrivo a Molfetta nevicò in maniera abbondante. Per canzonare un po’ il rettore, i seminaristi più grandi avevano scritto sulla neve, nell’atrio interno del Seminario, con caratteri ovviamente cubitali: «Non tacerò» – richiamando il suo rotacismo ed un piccolo rimprovero fatto a tutta la Comunità, ma ormai risolto. Pensando a questi primi dieci anni dalla sua nascita al Cielo, voglio ricordare don Tonino proprio così: con questo grido che unisce lo scherzo alla citazione profetica della Scrittura. Così come lui univa in sé ironia e serietà, partite a calcetto e componimenti musicali, praticità e mistica. «Non tacerò» la verità. Don Tonino è stato un educatore sempre attento, mai sceso a compromessi, che ha sempre favorito la verità di ogni persona e di ogni cammino. Ricordo in particolare un colloquio avvenuto nel corridoio del piano terra: mi ha raccontato tutte le cose che aveva visto di me, del mio comportarmi e relazionarmi in Seminario. Con delicatezza mi accompagnò a mettere in luce la verità nascosta anche negli errori al fine di rimotivare e meglio orientare il mio cammino di crescita. «Non tacerò» perché ne ho le prove. Don Tonino colpiva sempre tutti per la grande memoria e soprattutto per la conoscenza approfondita di documenti ecclesiali, testi dei Padri della Chiesa e classici di spiritualità. Li citava facilmente a menadito facendo percepire subito che non parlava se non con cognizione di causa. Ricordo in particolare una riflessione dei Secondi Vespri domenicali dove, con creatività e citando diversi testi, mi aiutò a comprendere per la prima volta che ogni chiamato, mentre ascolta la parola del Signore, già riceve un compito e, mentre sta cercando di capire bene se ha ascoltato l’invito del Signore o l’ha confuso con qualcos’altro, già può aiutarsi e verificarsi nel servizio ai fratelli. «Non tacerò» con i miei occhi. Noi seminaristi, sem-

pre un po’ timorosi dell’autorità, cercavamo di capire e di studiare il rettore. Una della capacità che notammo subito di don Tonino era l’attenzione dello sguardo. I suoi occhi comunicavano tanto: emozioni durante le celebrazioni, tenerezza nei colloqui, sorriso nelle situazioni ilari della vita comune, attenzione quando accadeva qualcosa di strano. Ed era capace: in una Cappella piena di centocinquanta ragazzi, di capire chi mancava; in un refettorio della stessa portata, di vedere chi non era a tavola o chi era particolarmente triste… Quella che può sembrare una rigida capacità di controllo era invece un segno di carità pastorale grande, proprio come il vero pastore che conosce una da una le sue pecore. «Non tacerò» col mio silenzio. Ricordo quella triste sera in cui risuonò nei corridoi del Seminario l’annuncio «tutti in Cappella Maggiore!»… e nessuno si sarebbe aspettato il rapido piombare della sua morte. Per diversi giorni le finestre del cortile interno, di giorno e di notte, erano segnate da lumini e candele accese. A tavola e nei corridoi si sentiva il peso di un grande silenzio. In una Comunità grande come la nostra, dove può sembrare che a volte si è «numeri» o «massa», in realtà, la presenza singolare di ciascuno si avverte quando manca! E ricordo come mi fu subito chiaro, per la prima volta, chi è «il rettore»: è un padre, una guida. Si sentiva smarrimento, mancanza… Quel silenzio parlava, non taceva. Mostrava in maniera molto più nitida chi fosse stato don Tonino per noi! Oggi il suo esempio, la sua passione, la sua creatività, il suo coraggio nello sperimentarsi in ogni sfida, la sua cultura, la sua umiltà, la sua piccolezza, il suo esempio risplendono in me e – ne sono sicuro – in chiunque lo abbia conosciuto. Grazie, don Tonino! Anche io, con la mia vita, «non tacerò» l’amore del Signore, quello stesso amore che ho visto splendere nella tua vita. Grazie ancora!

1 ANTONIO LADISA, Messaggio durante la veglia in preparazione all’istituzione dei ministeri (20 marzo 2009). 19


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CHRISTUS VIVIT: NEL «VIVO» DELLA QUESTIONE Leggendo l’ultima Esortazione apostolica: «Dio ti ama»; «Cristo ti salva»; «Egli vive»

Non è stata lasciata al caso nemmeno la scelta di Papa Francesco di firmare la sua ultima Esortazione apostolica post-sinodale, Christus vivit [CV], il giorno 25 marzo scorso, presso il Santuario della Santa Casa a Loreto. Nella dimora in cui la Vergine Maria ha vissuto l’esperienza dell’Annunciazione; luogo in cui ha pronunciato il suo «Eccomi» a Dio… un «eccomi» in cui ciascuno si ritrova. Il documento, che chiude e apre un cammino sinodale partito con il mettere i giovani al centro dell’attenzione di tutta la Chiesa, ci viene consegnato in uno slancio ecclesiale tipico proprio dei giovani che «corrono più veloce attratti dal volto dell’Amato» (cfr. CV 229; Gv 20,4). Un documento che non si presenta come gli altri documenti, soprattutto nella sua forma. Papa Francesco ci consegna una lettera che ci esorta e «ci incoraggia a crescere nella santità e nell’impegno della propria vocazione» (CV 3); a mettere Gesù Cristo «vivo» al centro della vita. Il Santo Padre ha voluto esplicitamente scrivere che i numerosi riferimenti al Documento Finale della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema Giovani, fede e discernimento vocazionale sono stati motivati dalla ricchezza emersa durante il Sinodo stesso, senza escludere le considerazioni arrivate dai giovani, anche non credenti. Dopo l’icona del discepolo amato – icona che ci ha accompagnato nel tempo di preparazione al Sinodo – un altro percorso ci viene consegnato: i discepoli di Emmaus. Ancora una volta non un fermo immagine – come i titoli dei catechismi – ma un itinerario che narra le vicende di una giovane fraternità in cammino che trova la compagnia di un viandante che li aiuta a riconoscere, attraverso la sua stessa presenza-assenza, il Signore risorto vivo nella loro vita. Il direttore del Servizio nazionale per la Pastorale Giovanile, don Michele Falabretti, nel suo invito alla lettura del documento, scrive che «un Sinodo non è la riscrittura della Rive-

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Redazione

lazione. È tutto ciò che riusciamo a fare per comprendere il tempo che stiamo attraversando». Tante erano le attese su questo Sinodo, senza trascurare le attese per comunità vocazionali come la nostra. Non sono mancate espressioni del tipo «non dice nulla di nuovo», oppure «un altro documento come tanti che mai nessuno leggerà». Ma questo spirito tradirebbe il cammino che la Chiesa sta facendo. La questione non è aspettarci cose nuove, ma qualcosa di originale, ossia che ci riporti all’origine della nostra vocazione cristiana; qualcosa che ci esorti a rimetterci in viaggio insieme e non nei nostri individualismi più o meno evidenti. La tentazione potrebbe essere quella di commentare un altro documento; di comprare l’ultima pubblicazione del pastoralista più in voga che rilegge il testo magisteriale dal suo punto di vista. E se invece di leggere il documento di un qualcuno, lo commentassimo e lo leggessimo insieme? Forse potrebbe essere l’atteggiamento migliore per poter camminare da fratelli in questo tempo che ci propone relazioni ignifughe rispetto a legami che condividono il fuoco che ci brucia dentro. La parola «accompagnamento» è una delle parole predominanti che questo Sinodo ci consegna. Esso non è stato per noi solo un’esperienza personale, ma anche di gruppo. L’Esortazione, a più riprese, mette in evidenza la dimensione fraterna dell’accompagnamento, il gruppo come «grande risorsa per la condivisione della fede e per l’aiuto reciproco nella testimonianza» (CV 219). La dimensione fraterna come cammino possibile in pastorale giovanile, oggi, possa dare uno slancio e un esempio importante alle nostre comunità! Stimolare gli adulti a un coinvolgimento che parta dalla loro autentica condivisione di vita con i giovani, senza prescrivere ricette cellofanate da far scartare loro al momento opportuno.


Non è nemmeno un’istanza fortuita che l’unica nota del Documento finale fosse proprio sulla sinodalità. I pochi placet su questo tema, riletti, confermano ancora di più che una delle prospettive da accogliere oggi è proprio quella di imparare a camminare insieme. Papa Francesco non ci ha consegnato un documento, ma un’esortazione a compiere un cammino insieme, non tanto per trovare un senso ma per fare emergere il turbamento del fuoco che ci brucia dentro. Ne scegliamo solo alcuni di stralci di testo: solamente per cominciare a farci «pro-vocare»…

Dall ’Esortazione del Santo Padre... ■

«Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che Lui tocca diventa giovane, diventa nuovo, si riempie di vita. Perciò, le prime parole che voglio rivolgere a ciascun giovane cristiano sono: Lui vive e ti vuole vivo!» (CV 1)

«Gesù è “giovane tra i giovani per essere l’esempio dei giovani e consacrarli al Signore” (Sant’Ireneo, Contro le eresie, II, 22, 4). Per questo il Sinodo ha affermato che “la giovinezza è un periodo originale e stimolante della vita, che Gesù stesso ha vissuto, santificandola” (Documento Finale della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi 60).» (CV 22)

■ «Essere giovani, più che un’età, è uno stato del cuore. Quindi, un’istituzione antica come la Chiesa può rinnovarsi e tornare ad essere giovane in diverse fasi della sua lunghissima storia. In realtà, nei suoi momenti più tragici, sente la chiamata a tornare all’essenziale del primo amore. Ricordando questa verità, il Concilio Vaticano II affermava che “ricca di un lungo passato sempre in essa vivente, e camminando verso la perfezione umana nel tempo e verso i destini ultimi della storia e della vita, essa è la vera giovinezza del mondo». In essa è sempre possibile incontrare Cristo «il compagno e l’amico dei giovani” (Messaggio all’umanità: Ai giovani, 8 dicembre 1965).» (CV 34)

■ «Il cuore della Chiesa è pieno anche di giovani santi, che hanno dato la loro vita per Cristo, molti di loro fino al martirio. Sono stati preziosi riflessi di Cristo giovane che risplendono per stimolarci e farci uscire dalla sonnolenza.» (CV 49) ■

«Non possiamo limitarci a dire che i giovani sono il futuro del mondo: sono il presente, lo stanno arricchendo con il loro contributo. Un giovane non è più un bambino, si trova in un momento della vita in cui comincia ad assumersi diverse responsabilità, partecipando insieme agli adulti allo sviluppo della famiglia, della società, della Chiesa.» (CV 64)

■ «La gioventù non è un oggetto che può essere analizzato in termini astratti. In realtà, “la gioventù” non esiste, esistono i giovani con le loro vite concrete. Nel mondo di oggi, pieno di progressi, tante di queste vite sono esposte alla sofferenza e alla manipolazione.» (CV 71) ■

«La parola “vocazione” può essere intesa in senso ampio, come chiamata di Dio. Comprende la chiamata alla vita, la chiamata all’amicizia con Lui, la chiamata alla santità, e così via. Questo ha un grande valore, perché colloca tutta la nostra vita di fronte a quel Dio che ci ama e ci permette di capire che nulla è frutto di un caos senza senso, ma al contrario tutto può essere inserito in un cammino di risposta al Signore, che ha un progetto stupendo per noi.» (CV 248)

■ «La cosa fondamentale è discernere e scoprire che ciò che vuole Gesù da ogni giovane è prima di tutto la sua amicizia. Questo è il discernimento fondamentale. Nel dialogo del Signore risorto con il suo amico Simon Pietro, la grande domanda era: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?» (Gv 21,16). In altre parole: mi vuoi come amico? La missione che Pietro riceve di prendersi cura delle sue pecore e degli agnelli sarà sempre in relazione a questo amore gratuito, a questo amore di amicizia.» (CV 250) ■

«Alcune volte ho fatto questa proposta a dei giovani, che mi hanno risposto quasi in tono beffardo dicendo: “No, veramente io non vado in quella direzione”. Tuttavia, anni dopo alcuni di loro erano in Seminario. Il Signore non può venir meno alla sua promessa di non lasciare la Chiesa priva dei pastori, senza i quali non potrebbe vivere né svolgere la sua missione. E se alcuni sacerdoti non danno una buona testimonianza, non per questo il Signore smetterà di chiamare. Al contrario, Egli raddoppia la posta, perché non cessa di prendersi cura della sua amata Chiesa.» (CV 275)

■ «Cari giovani, sarò felice nel vedervi correre più velocemente di chi è lento e timoroso.» (CV 299) 21


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PER UNA PARROCCHIA MISSIONARIA SECONDO EVANGELII GAUDIUM

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Intervista al direttore dell’Istituto Pastorale Pugliese Domingo Ariano [V anno]

■ I Vescovi delle Chiese di Puglia e i componenti

del Consiglio dell’Istituto Pastorale Pugliese si sono incontrati lo scorso 6 febbraio presso il Centro di Spiritualità Oasi S. Maria in Cassano delle Murge per un confronto condiviso dal tema La Parrocchia nella prospettiva missionaria della Evangelii gaudium. Raccogliamo anche noi qualche frutto di questo attento ascolto, intervistando monsignor Piero De Santis, direttore del suddetto organismo di comunione, di studio e di servizio promosso dalla Conferenza Episcopale Pugliese. Da dove nasce e in quale solco si muove tale iniziativa dai caratteri ecclesiologici e missionari, pastorali e regionali? La Conferenza Episcopale Pugliese ha affidato all’Istituto Pastorale il compito di avviare una comune riflessione sull’identità e sull’azione pastorale della parrocchia, nella disponibilità costante a vivere la creatività missionaria che le permetta di essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle tante case dei suoi figli e delle sue figlie» (cfr. Evangelii gaudium 28). Ciò in vista dell’elaborazione condivisa di un itinerario formativo da proporre a quanti svolgono ruoli di responsabilità e di coordinamento nelle Comunità diocesane e parrocchiali. La parrocchia può ancora considerarsi una necessaria «agenzia» evangelizzatrice? Per questo interessante dilemma ecclesiale contemporaneo è risultato approfondito l’intervento di don Vito Mignozzi, docente di Ecclesiologia e direttore dell’Istituto Teologico Pugliese Regina Apuliæ: un percorso dialettico basato su tre nuclei essenziali. In obbedienza al magistero conciliare, è anzitutto necessario, nella missione ecclesiale contemporanea, perché Chiesa in uscita non diventi soltanto uno slogan, un più equilibrato contemperamento tra comunione e missione, quali modalità storiche attraverso le quali si manifesta il mistero stesso della Chiesa. È fondamentale ritrovare e ripensare la dimensione missionaria, da centrarsi sul Kerygma (Evangelii gaudium 22

164), espressione della centralità dell’amore salvifico di Dio, senza trascurare un’iniziazione mistagogica, da proporre come costante e progressiva esperienza formativa e rinnovata valorizzazione dei segni liturgici, per un’azione che coinvolga tutta la Chiesa. In questo quadro va recuperato e rimotivato il protagonismo del popolo di Dio e rivisitata l’identità del ministero ordinato, alla ricerca di un nuovo equilibrio tra il suo profilo cristologico e la sua radice ecclesiologica. L’azione pastorale dovrebbe così procedere: iniziare e accompagnare nella fede e formare alla ministerialità, nel segno della corresponsabilità e del discernimento. Maggiore attenzione meriterebbe poi la formazione dei laici, in un passaggio generazionale in cui viene meno quel processo di trasmissione della fede che garantiva la maturazione di una vita adulta credente. Tutto questo apre al terzo nucleo essenziale: l’irrinunciabilità della parrocchia ma anche l’urgenza di una ridefinizione della sua identità, dei suoi compiti e della forma di presenza. La parrocchia, luogo privilegiato di incontro, è chiamata a lasciarsi determinare dalla prossimità reale alle esperienze fondamentali della vita umana e ad incoraggiare e formare i suoi membri perché siano agenti di evangelizzazione. Ciò significherebbe non tanto moltiplicare i percorsi formativi, quanto piuttosto incrementare la formatività delle azioni ecclesiali che strutturano il vissuto pastorale della Comunità parrocchiale? Esatto. Ed è proprio sull’azione pastorale che si è particolarmente soffermato fr. Enzo Biemmi, noto docente di Catechetica. La parrocchia ha innanzitutto bisogno di essere auscultata, per un recupero della dimensione missionaria ed un progressivo abbandono di un’anacronistica pastorale di conservazione. Mettersi semplicemente e pensosamente in ascolto delle pratiche ecclesiali significa accettare di mettersi a servizio dell’incontro tra gli uomini e Dio, rendersi conto che lo Spirito precedere e rende possibile l’agire stesso della Chiesa e vivere l’esperienza evangelica del discernimento. Questa esperienza nella nostra regione è già iniziata ed ha avuto dei momenti particolarmente intensi, non ultimo quello proposto del Progetto secondo annuncio, condotto dall’Istituto Pastorale Pugliese e dall’Istituto di Scienze Religiose San Pietro Martire di Verona. Ora, nell’obbedienza a quanto lo Spirito vorrà ancora dire alle nostre Chiese di Puglia, si continuerà a riflettere e a progettare insieme dei percorsi formativi che abiliteranno i pastori e le Comunità a promuovere una pastorale missionaria che annunci nuovamente il Vangelo, ne sostenga la trasmissione di generazione in generazione, vada incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo testimoniando che anche oggi è possibile, bello, buono e giusto vivere l’esistenza umana conformemente al Vangelo e, nel nome del Vangelo, contribuire a rendere nuova l’intera società.


BENVENUTO TRA NOI, «PADRE FRANCO»! L’ingresso del nuovo Arcivescovo nella diocesi sipontina Angelo Di Tullo [V anno]

■ Il 26 gennaio 2019 il neo-arcivescovo di Manfredo-

nia-Vieste-San Giovanni Rotondo, monsignor Franco Moscone, ha fatto il suo ingresso ufficiale in diocesi. È stato accolto dal capitolo della cattedrale di Manfredonia e della concattedrale di Vieste, presso l’antica basilica di Santa Maria Maggiore di Siponto. Successivamente si è spostato sulla via centrale della città dove ha incontrato i giovani che si erano raccolti presso la parrocchia Santa Maria de Carmine. Si è poi spostato presso il palazzo comunale per salutare le autorità civili e militari: di qui si è snodata la processione verso la cattedrale per il consueto rito della presa di possesso della cattedra, per poi spostarsi in piazza per la concelebrazione eucaristica. Molto significative sono state le sue parole durante l’omelia: «Nel vangelo ascoltato – ha detto il già preposito generale dei Chierici Regolari di Somasca, consacrato da qualche

«UN PASTORE VA. UN PASTORE VIENE. CRISTO RESTA» In morte del vescovo monsignor Domenico Padovano don Donato Liuzzi [educatore]

■ La sera dell’ultimo 10 maggio, monsignor Domenico Padovano è entrato nella Pasqua, ha riconsegnato a Cristo Pastore la sua esistenza terrena e il suo ministero apostolico, vissuto per molti anni (1987-2016) a servizio della diocesi di Conversano-Monopoli. Del vescovo Domenico non sfuggiva ad alcuno il fascino della imponenza ricolma al contempo di timidezza e sfrontatezza, il timbro caldo della voce, la gestualità pacata e decisa. Per conoscerne a fondo il pensiero, bisognava essere attenti alla comunicazione non verbale che costituiva un proprium originale e, in definitiva, simpatico; le sue parole sembravano ispirate alla concinnitas, slogan mirati, semplici ed eleganti («Se i preti sono gli occhi del vescovo, voi seminaristi siete le pupille»; «Il seminario non è la fabbrica dei preti»; «Il

mese vescovo – mi ha colpito una frase che vorrei commentare. Ed è questa: “gli occhi di tutti erano rivolti su di lui”. Forse in questo momento gli occhi di voi sono rivolti verso di me e i miei verso di voi, forse per curiosità o per attesa. Stiamo sbagliando. Perché gli occhi dobbiamo rivolgerli unicamente verso lui, verso Gesù, la parola di Dio vivente». E ha poi continuato: «La Chiesa è innanzitutto sinonimo di comunione, la sua identità. Chiesa è missione, poiché la sua attività è essere missionaria. Chiesa è carità, il suo fine, cioè dire e portare Dio, che vuol dire carità, in questo mondo». Concludendo, nell’elencare i santi che sono legati ai luoghi della diocesi, ha detto: «Tra questi credo di poter mettere anche il mio predecessore, monsignor Castoro. Senza dubbio, in questo momento, sta già vedendo il volto di Gesù». Nelle mani di «padre» Franco ora il gregge di questa Chiesa locale: verso Gesù Buon Pastore.

Concilio? Papa Giovanni ha aperto le finestre, ci ha dato aria nuova, e Papa Paolo ha preso la corrente!»). Il vescovo Domenico è stato un educatore, un esteta della vita, un sottile confutatore di proposte che falsificano la vita cristiana. Quando nel progetto pastorale diocesano Urgenza dell’ora. Educare (2011) ci ha proposto di considerare Dio come primo alleato dei processi educativi, ci ha tratteggiato un metodo che era il suo programma: «È nel suo stile [di Dio] educare senza rigidità, con pazienza, progressività. Lui non educa astrattamente, con principi calati dall’alto, a colpi di parole. Dio educa con interventi sul campo, servendosi di ciò che accade nella storia. È antieducativo fuggire il concreto. Perché si educa alla vita con la vita». Ci ha insegnato l’arte del viaggiare, dell’aprire gli orizzonti, del nutrire affetto fraterno. Quando l’ho incontrato per l’ultima volta nella sua casa, aveva una postura piena di dignità e con schiettezza mi ha comunicato che le valigie erano già pronte, che non aveva paura di morire, ma di soffrire. Poi, citando sant’Agostino, mi ha consegnato la radice segreta della sua vita, la fiducia in Dio, nella sua grazia: «Concedi ciò che comandi e comanda ciò che vuoi» (Conf., X): era un uomo vero, il vescovo Domenico, fino in fondo, ma – come direbbe Papa Francesco – senza quell’immanentismo antropocentrico dei nuovi gnostici e pelagiani, chiusi in enciclopedie di astrazioni e nella convinzione di essere superiori agli altri. 23


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GIOVANI UOMINI OSSERVANO L’EUROPA Le elezioni europee come nostra storia di partecipazione Paolo Martucci [II anno]

C’è un futuro per l’Unione Europea oppure siamo proiettati verso la fine? Leggendo gli ultimi sondaggi e notizie dei quotidiani, si ha l’impressione di un’Unione Europea profondamente divisa, a causa dei tanti contrasti interni e dell’incapacità di trovare risposte efficaci ai problemi comuni. In questo clima di incertezza, quel che è certo è che le elezioni del Parlamento Europeo per la prossima legislatura rappresentano un importante punto di svolta per comprendere il destino di questo grande progetto politico, non solo economico. Saranno circa quattrocento milioni i cittadini europei chiamati al voto dal 23 al 26 maggio in tutti i Paesi membri (in Italia, le urne sono aperte domenica 26 Maggio). Lo scenario delle posizioni politiche italiane è abbastanza complesso ancor più per la trama di confluenze di valori e progetti oltre che per la strategica appartenenza politica ai gruppi parlamentari che verranno a formarsi nel nuovo Parlamento Europeo. La Lega sta radunando attorno a sé l’interesse di molte forze sovraniste e vi è la possibilità concreta che le nuove forze anti-europeiste spostino le loro attenzioni verso le leadership più affermate di Salvini e Le Pen. Si punta, in questa area tacciata da diversi come «populista», ad una radicale revisione dei trattati europei che restituisca non solo all’Italia ma a tutti gli stati membri, la sovranità monetaria, territoriale e legislativa. «Qualcuno dice più Europa, ma io dico più Italia in Europa», è quanto afferma Giorgia Meloni rappre-

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sentante del partito Fratelli d’Italia, rivendicando una considerazione maggiore dell’Italia a Bruxelles. Per quanto riguarda le forze moderate, il Partito Democratico risulta ancora distante dalle altre realtà di centro sinistra. La leadership di Nicola Zingaretti propone il rilancio del ruolo dell’Italia a livello europeo premendo per una Europa più accogliente, unita e solidale con chi arriva sulle coste del Mediterraneo. Le forze più liberali e popolari invece, auspicano possa nascere un’Europa dei popoli, alternativa ad un’Europa burocratica, che ha caratterizzato questi anni di crisi economica, capace di trovare nella propria identità la risposta alle grandi sfide di questo tempo: dalla disoccupazione all’immigrazione, dalla sicurezza alla rivoluzione tecnologica, senza dimenticare il cambiamento climatico. In questa linea si pongono le parole di Antonio Tajani di Forza Italia: «La destra abbandoni posizioni estremiste». Ambizioso ma piuttosto moderato, rispetto alle premesse bellicose degli scorsi mesi, sembra essere il manifesto programmatico del Movimento 5 Stelle, che, in sei punti, cerca di proporre riforme contro l’austerity, i privilegi parlamentari e il dispotismo della Banca Centrale Europea, sognando una Europa nuova, che possa favorire forme di democrazia diretta, riconoscere un salario minimo nazionale e definire una politica migratoria comune. A tutte queste proposte si aggiunge l’auspicio dell’elezione diretta del Presidente della Commissione Europea per aumentare la vicinanza delle istituzioni sovranazionali ai cittadini di ogni paese membro. A livello europeo, sono molti gli interrogativi e le problematiche sulle quali si è chiamati a dialogare, tra cui: i flussi migratori; gli attacchi terroristici; la crisi economica; e, non da ultimo, l’euroscetticismo. Una sfida costante è certamente quella di una società che sia capace di integrare: vincendo la tentazione di ripiegarsi su paradigmi unilaterali e riscoprendo la grandezza e la bellezza dell’anima europea chiamata a diventare modello di comunione; capace di dialogare, riconoscendo l’altro come persona da ascoltare, considerare ed apprezzare; capace di incontrare: uscendo da un’autoreferenzialità «rinchiusa in una piccola cappella contente un gruppo di persone selezionate» (Papa Francesco), verso un mondo in cui prevale l’indifferenza che porta come conseguenza ad una «cultura dello scarto» basato sull’interesse individuale; capace di generare, in una situazione attuale che non ammette «osservatori passivi della realtà» bensì apre a un profondo appello alla responsabilità (personale e sociale). In tutto questo scenario, i giovani hanno un ruolo fondamentale: non sono il futuro, ma il presente, coloro che già oggi con la loro vita, i loro progetti e i loro sogni sono chiamati a impegnarsi per ri-animare lo spirito europeo. «Sogno un nuovo umanesimo europeo in un costante cammino di umanizzazione» (Papa Francesco): accanto alla rinascita di una Europa affaticata ma ancora ricca di potenzialità, la Chiesa è chiamata – come sempre – ad essere protagonista e testimone di carità e conversione.


Settimana di Cultura «VIAMARE»

Rotte nuove verso un orizzonte di pace don Davide Abascià [educatore]

Quest’anno, l’organizzazione della nostra Settimana di Cultura è stata una vera e propria inversione di rotta. Eravamo partiti con lo strutturare i diversi appuntamenti a partire dal tema della nostra traccia formativa annuale, «Beati i poveri», ma le cose sono andate diversamente. Ospitando il cardinal Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, in occasione della prolusione accademica nella nostra Facoltà Teologica Pugliese, ci siamo lasciati provocare proprio da una sua iniziativa che abbiamo ritenuto unica e audace: la convocazione dei rappresentanti delle Conferenze episcopali che si affacciano sul Mediterraneo, previsto a Bari nel febbraio 2020. A sostenere tutto questo, ci è venuto incontro il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e

«MARE NOSTRUM» Nei fondali dell’etimologia e della tradizione Cinzia Defazio [docente di Lettere]

Nella tradizione greca la definizione assegnata al Mediterraneo era quella di «mare interno» («ἡ εντὸς Θάλασσα»), formatasi a seguito del processo di colonizzazione nel Mediterraneo occidentale e lungo le coste della Ionia a partire dall’VIII secolo a.C. La definizione dei contorni mediterranei, delimitati a occidente dalle Colonne d’Ercole che separavano questa sorta di bacino interno dall’Oceano, sarebbe un portato della storicizzazione tra VII e VI secolo degli elementi informativi tratti dalle attività mercantili ed esplorative legate alla colonizzazione. In questa prima fase l’accento venne posto su un lessico di carattere eminentemente geografico, quasi di stampo naturalistico. Con tale accezione si trova, infatti, adoperato da Platone nel dialogo filosofico Fedone in cui ci si trova di fronte – secondo gli studiosi –, per la prima volta, all’uso dell’espressione «mare nostro», propriamente «il mare che ci circonda» («παρ’ἡμἷν Θαλάσσης», 113a), con riferimento al Medi-

INSERTO Anno VI n. 10 - maggio 2019

la convivenza comune, firmato dal grande Imam di AlAzhar, Ahmed Al-Tayyeb e da Papa Francesco ad Abu Dhabi il 4 febbraio scorso. Ne è uscito fuori un titolo tutto particolare: «VIAMARE». I ragazzi del gruppo culturale, insieme ad alcuni amici dell’Opera Pia Monte di Pietà e Confidenze di Molfetta, hanno immaginato il mare come una terra in continuo movimento, che ha permesso, nei secoli, l’incontro delle culture, delle tradizioni, delle fedi religiose… delle persone. E così è nato questo consueto appuntamento che ci dona l’opportunità di riflettere su ciò che accade nella Storia, di risignificare ciò che ci troviamo a vivere e fare delle scelte concrete che ci aiutino anzitutto a umanizzarci fraternamente. Nella parte finale del documento già citato si legge proprio quale sia il fine della sua stesura: quello di «contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi». È quello che tutti quanti noi auspichiamo per creare rotte nuove verso un orizzonte di pace.

terraneo come uno spazio marittimo chiuso: «Dal Fasi (un fiume caucasico) alle colonne d’Ercole noi abitiamo soltanto una piccola parte della terra. E viviamo in questo mare che è intorno a noi come formiche o rane intorno ad uno stagno». Nel mondo romano si assiste ad un processo di ricontestualizzazione semantica a seguito del quale il Mediteranneo viene definito «Mare nostrum» per designare il dominio che su di esso si deteneva. In tal senso lo utilizza Cesare il quale in De Bello Gallico V, 1 afferma: «Per garantire rapide operazioni di imbarco e per tirarle con facilità, costruisce le navi più leggere di quelle di solito impiegate nel nostro mare e ancor più perché aveva saputo che qui, per il frequente alternarsi delle maree, le onde sono meno alte, allo scopo di facilitare il trasporto del carico e dei giumenti, le rende un po’ più larghe delle imbarcazioni che usiamo negli altri mari».1 La definizione neutra di «Mediterraneum» compare solo a partire dalla tarda latinità, un termine che allude semplicemente al mare intratteraneo, racchiuso tra le coste di Oriente e Occidente.

1 «Ad celeritatem onerandi subductionisque paulo facit humiliores quam quibus in nostro mari uti consuevimus, atque id eo magis quod propter crebras commutationes aestuum minus magnos ibi fluctus fieri cognoverat». 1


Settimana di Cultura InDialogo > maggio 2019

IN NOME DELLA PACE In ascolto del professor Andrea Riccardi Filippo Piccininni [IV anno]

È stato nostro compagno di viaggio anche il professor Andrea Riccardi che ci ha traghettato verso un orizzonte di pace possibile grazie alla sua esperienza: fondatore della Comunità di Sant’Egidio, professore di Storia contemporanea, ministro del governo italiano per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione dal 2011-2013. Il professore nella sua relazione ha subito messo in chiaro come il Mediterraneo sia luogo di tante sofferenze, una realtà di scontri e speranze infrante, un luogo di incrocio e migrazioni: un mare che è porta dell’Europa. La vocazione del mare nostrum è da sempre stata quella di essere uno spazio in cui due

IN NOME DELLA FRATELLANZA La jazzista Oona Rea fa eco a Come è profondo il mare Luigi Gravinese [IV anno]

Il mare è una piattaforma poco stabile sulla quale incontrarsi per dialogare e per cercare di tracciare rotte di pace. Perciò, per poter attraversarlo, c’è bisogno di strumenti adeguati che abbiano la capacità di rimanere a galla e di condurci da una terra all’altra. Così, per la prima serata, per iniziare a navigare sicuri all’interno della Settimana di Cultura, abbiamo scelto di utilizzare una nave in grado di attraversare non solo il piccolo bacino del Mediterraneo ma anche i più grandi oceani: la musica. Un linguaggio libero che attraversa spazio e tempo e che sa mescolarsi

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mondi potessero incontrarsi ed anche combattersi. Oggi, il Mediterraneo viene dipinto e percepito come via minacciosa dell’integrazione: nell’immaginario occidentale monta sempre più la marea della paura della perdita dell’identità cristiana dell’Europa. Eppure, in questo quadro così burrascoso per il mondo socio-politico, si accende una speranza di pace all’orizzonte: il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune dello scorso 4 febbraio ad Abu Dhabi. Tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana sono chiamate a unirsi e a lavorare insieme, affinché questo documento condiviso da parti del mondo cristiano e sunnita possa presentarsi come una carta nautica per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli. Un incontro così particolare che si pone – sempre nella testimonianza del fondatore della Comunità di Sant’Egidio – sulla scia del cammino di Assisi iniziato nel 1986 da san Giovanni Paolo II. La Chiesa ha per vocazione quella di rappresentare l’unità delle genti quale madre profetica del vivere insieme: solo così possiamo essere carburante pulito nel motore della speranza. Attraverso mille piccoli atti di vita quotidiana.

con tutto ciò che incontra dando vita a nuove forme espressive in cui tutti possano incontrarsi. Al timone di questa nave un’artista emergente nel panorama musicale internazionale, Oona Rea, che, insieme a Luigi Masciari alla chitarra, Alessando Marzi alla batteria e Francesco Poeti al basso, ha saputo tracciare la prima rotta all’insegna della fratellanza: avendo l’accortezza di ricalcare la traccia tematica dentro la quale hanno deciso di inserirsi; offrendoci oltre alla preziosità della loro musica anche diversi spunti di riflessione tra un brano e l’altro; prestandosi anche al piacevole gioco musicale nel duetto con Mary de Leo e con l’accademia musicale La stella. A cullarci in questo moto ondoso, forse procelloso, è stato anche l’alternarsi di brani in lingua inglese e italiana attinti dall’ampio ventaglio musicale di portata storica ma anche dal disco di esordio di Oona Rea dal titolo First Name Oona. Ciò che ci ha trasportato dentro questa esperienza musicale è stata l’impronta jazz dei brani eseguiti e soprattutto la voce pungente, malinconica, dolce e allo stesso tempo decisa di Oona Rea. Un viaggio piacevole che ha saputo solcare anche altre onde nel mare delle nostre emozioni.


IN NOME DELLA GIUSTIZIA E DELLA MISERICORDIA Intervista a monsignor Robert Saeed Jarjis don Francesco Nigro [educatore]

■ Monsignor Robert, il 19 gennaio scorso sei stato consacrato vescovo ausiliare del Patriarcato di Babilonia dei Caldei. Parlaci di Te. Innanzitutto grazie per l’opportunità di far conoscere la nostra situazione. Provengo dalla diocesi di Mosul, famosa per essere sparita in una notte a causa del Daesh [ISIS, ndr]. La sfida più grande è stata riportare i cristiani in quei luoghi. Nel tuo ministero collabori con il cardinal Louis Raphaël I Sako. Parlaci di lui. L’ho conosciuto nel 1999, quando era rettore del Seminario di Mosul.

Era molto stimato dai giovani soprattutto per la sua creatività. È nato a Zakho, a nord nel Kurdistan iracheno, da una famiglia cristiana; durante il genocidio degli armeni caldei e degli assiri cristiani fuggì a Mosul, per anni il più importante centro cristiano. Nella nostra terra le migrazioni sono state una benedizione. Qual è la differenza tra la Chiesa latina e quella caldea? Siamo in comunione con la Santa Sede, ci differenziamo sulla liturgia. Abbiamo ventiquattro chiese di cui sei patriarcali. In queste chiese,

tranne per quella maronita, è presente una componente ortodossa. Nel 2012 il vostro cardinale scriveva: «Noi cristiani d’Iraq, in quanto minoranza costretta al sacrificio, sappiamo bene cosa significhi essere perseguitati». Cosa significa dare la vita per il Vangelo? Avvertiamo un forte senso d’impotenza e di sfiducia, come vissuto da Pietro nel Vangelo: ci sentiamo abbandonati a noi stessi. Questo posso testimoniarlo in prima persona: per due volte ho vissuto l’esperienza angosciante del rapimento. Ma Gesù Cristo continua a dirci: «Io sono con voi». Quale impegno la Chiesa italiana può assumersi nei vostri confronti? Penso, ad esempio, al lavoro nei campi degli sfollati cristiani, costruiti col vostro aiuto. L’Occidente tuttavia ignora spesso quanto ausilio potrebbe darci: una maggiore attenzione mediatica sarebbe preziosa.

IN NOME DEI POPOLI Una Babele orizzontale in un film Giuseppe Grossi [critico cinematogrfico]

Cinema come eco del mondo. Grande schermo come terreno fertile per riflessione, sublimazione, finzione che abbraccia il reale. Cinque anni dopo il crollo delle torri gemelle di New York, riecco la torre del mito, del caos, della sfida sfociata nello scompiglio. Riecco Babele. Cinque anni dopo la voragine aperta nel cuore d’Occidente, Alejandro González Iñárritu mette in scena un grande attentato all’anestesia iniettata nel cuore degli uomini. Perché il suo Babel scuote dal torpore, ferisce, smuove. Film corale dedicato a tanti vuoti d’amore, Babel è un’opera di schegge. Quattro storie che si sfiorano, tenute assieme dal sot-

tilissimo filo del caso, dedicate a mogli, mariti, figli, padri e madri che devono passare dal dolore per destarsi dalle loro assuefazioni. Una coppia che ha smarrito l’amore lungo la via dell’abitudine, due fratelli annoiati, una ragazza sordomuta dispersa nel caos impersonale di una Tokyo che non ha voglia di ascoltarla. Attraverso una narrazione segmentata ma mai distante dal nucleo della narrazione, Iñárritu parla la lingua delle immagini, e lo fa con sequenze che valgono come schiaffi e carezze. Babel ti avvolge poco per volta, ti avvinghia e ti obbliga a riflettere sul senso dell’empatia in un mondo

in cui ci illudiamo di essere iperconnessi. Accade tutto grazie a una storia impregnata di piccole assurdità, imprevisti, amara quotidianità. E per questo diventa credibile, tremendamente vera, vicina al pubblico anche quando mostra terre lontane. Film che puzza e profuma di vita, Babel è come il suo regista. Un’opera di confine, degna di un grande autore messicano, sospesa tra morte e vita, speranza e disillusione, bisogno e paura dell’altro. Atto finale della Trilogia sulla morte di Iñárritu, Babel distrugge ogni verticalità per mettere gli esseri umani dinanzi allo stesso orizzonte.

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Settimana di Cultura InDialogo > maggio 2019

IN NOME DI DIO

Incontrando il professor Wael Farouq Federico Marino [III anno]

■ Questa serata si è aperta con un ospite forse inaspettato per il nostro ambiente. Chi ci ha accompagnato nella riflessione è stato il professor Wael Farouq, docente di Lingua e Cultura araba all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e – come ha detto egli stesso nel corso del suo molto ben ascoltato intervento – musulmano convinto. Tuttavia, è stato portato a schiudersi di fronte un dialogo possibile con il Cristianesimo, per il suo credo, grazie alla testimonianza cristiana portatagli da uno studente italiano a Il Cairo, un memor Domini (consacrato secolare di Comunione e Liberazione), che lo ha colpito soprattutto per quella capacità di vedere sempre il bello negli altri. Il suo sforzo ora è proiettato a far dialogare Islam e modernità, processo non affatto scontato (si pensi, a mo’ di parallelismo per la nostra Chiesa, al processo storico-ermeneutico avvenuto e avviato con il Concilio Vaticano II). Proprio partendo dal titolo dell’ultima serata («In nome di Dio»), ci ha stupito venire a conoscenza di come ogni musulmano prima di qualsiasi azione pro-

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nunci questa esatta espressione aggiungendovi l’attributo «misericordioso» (ed anche in arabo, come in ebraico, l’etimologia rimanda nella radice all’amore viscerale). Grazie al suo intervento abbiamo avuto modo di abbattere alcuni nostri pregiudizi riguardo la religione islamica: primo fra tutti, il sapere che diverse scuole islamiche non facciano più un’esegesi letterale dei testi sacri già da un secolo, e invece come siano più i poteri politici, sociali, economici di un Islam fortemente teocratico a mantenere in voga un – purtroppo ancora tanto diffuso – approccio integralista al Corano. Esiste un possibile dialogo grazie alle spinte di rinnovamento: anche se queste non fanno molta notizia. Ciò che deve essere reso manifesto invece è l’amore: il vero potere sta nella volontà di cambiare. Proprio per questo è importante dare testimonianza, solo questa può cambiare prima il nostro mondo e poi tutto il mondo. Alla fine, non è forse per una buona testimonianza di un cristiano che il professor Wael Farouq è stato qui con noi?


«UN PICCOLO PASSO PER L’UOMO, UN GRANDE PASSO PER L’UMANITÀ» Mezzo secolo dopo il primo viaggio sulla Luna Martino Frallonardo [IV anno]

■ Provando a guardare la Luna, essa è così piccola e tanto grande, talmente lontana e tanto vicina a tal punto da raggiungere la terra e il cuore dell’uomo e da poter affermare che «è una bella cosa riscoprire la meraviglia: l’astronautica ci ha fatto tornare tutti bambini» (Ray Bradbury). Colpito da tanta bellezza, l’uomo di ogni epoca si è lasciato trascendere fino a desiderare di visitarla, di avvicinarsi, di abitarla. E nel luglio del 1969 l’umanità muoveva i suoi primi passi proprio sulla superficie lunare. Quest’anno ricorrono esattamente i cinquant’anni dallo sbarco sulla Luna, da quella storica prima impronta umana lasciata sul polveroso suolo lunare dal comandante statunitense Neil Armstrong. La missione spaziale Apollo 11, che per giorni aveva tenuto milioni di persone di tutto il pianeta terrestre con il fiato sospeso e gli occhi puntati sui televisori, annunciava l’inizio dell’era lunare (fino al 1976, quando l’esplorazione lu-

nare si fermò del tutto). La Terra, divisa e assuefatta da una stringente competizione anche «scientifica» nel clima della Guerra Fredda, stava avendo l’opportunità concreta di non fissare solo il Cielo, ma anche di raggiungerlo e oltrepassarlo. Almeno fisicamente. E con buoni, ampi e universali auspici lasciati incisi sulla targa lasciata dai primi tre «uomini lunari» (oltre ad Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins): «Qui uomini dal pianeta Terra fecero il primo passo sulla Luna. Luglio 1969 d.C. Siamo venuti in pace per tutta l’umanità». Per decenni sembrò che non ci fosse più motivo di studiare la Luna: meglio concentrare gli sforzi sulla Stazione Spaziale Internazionale e poi puntare su Marte. Proprio nell’anno del cinquantenario dello sbarco, la NASA ha annunciato il ritorno dell’uomo sulla Luna entro il 2028. Evidentemente il nostro satellite ha ancora molte cose da raccontarci. 25


«PASSA LA SPERANZA!»

InDialogo > maggio 2019

inComunità

Una giornata di festa con il Centro Volontari della Sofferenza

Si tratta di una gioiosa e attesa consuetudine quella che ogni anno ci porta ad accogliere per un’intera giornata gli amici del Centro Volontari della Sofferenza della regione Puglia. È un momento in cui l’intera Comunità abbraccia, intrecciandosi, la famiglia di «gruppi attivi» e volontari che si ispira al carisma del beato Luigi Novarese: vengono così a crearsi forti legami di fraternità. Il clima che si respira è di festa: l’ingresso, come anche il giardino del chiostro, vengono addobbati con palloncini e bandierine proprio per trasmettere questa letizia e per esprimere la grande gioia che noi seminaristi abbiamo nel ricevere all’interno dei nostri luoghi formativi persone tanto deboli quanto speciali e ricche di benedizioni. Sì, persone che con la loro semplicità e il loro sorriso ci insegnano una verità fondamentale, pari all’intuizione del beato Novarese, fondatore del CVS: dal dolore nasce la forza; ogni istante di sofferenza può essere trasformato in moneta di conquista. Quest’anno abbiamo celebrato la giornata il primo giorno del mese di maggio. Con una straordinarietà: l’accoglienza delle reliquie delle due stampelle del beato Luigi Novarese, alla cui presenza si sono svolte le varie attività che hanno caratterizzato l’intera giornata. C’è stata una serie di momenti curati in particolare dal gruppo di interesse per la pastorale della Salute e dal gruppo dei seminaristi di IV anno. Tutto sotto il titolo: «Passa la Speranza!». Dall’arrivo e dall’accoglienza delle tante realtà del CVS – che da ogni parte della Puglia sono confluite nel Seminario – si è passati ad una intensa mattinata nell’aula magna del Seminario per far prendere la parola ai vari responsabili e guide a livello regionale, nazionale e internazionale e, subito dopo, far intraprendere ai ragazzi del «gruppo attivo» di Bari hanno presentato con il teatro e il ballo la storia genesiaca di Giuseppe e i suoi fratelli. È stato molto bello ed emozionante vedere come, attraverso il linguaggio di segni, espressioni, movimenti e colori, i ragazzi si siano esibiti trasmettendo all’intero pubblico grande e vivace

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Mattia Miggiano [III anno]

interesse. A concludere la mattinata: la celebrazione eucaristica presieduta da mons. Domenico Cornacchia, vescovo della diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi: partecipata da una folla di seminaristi e di ragazzi «civuessini», che non hanno mancato di vivere la liturgia anche con espressivi e profondi movimenti e danze. Anche questo si presenta come un momento di forte comunione in tutti i sensi: ci ritroviamo a celebrare la Pasqua del Signore esprimendo tutta la nostra gioia e sentendoci uniti da un’unica fede, attorno ad un unico altare. Subito dopo la Santa Messa, c’è stato un soleggiato momento di àgape fraterna, il pranzo. Il portico del giardino centrale si riempie di tanti tavoli che, per diocesi, si organizzano a vivere questo momento di condivisione: è bello pensare come dall’unico altare si passa ad un’unica tavola in cui si condividono il pasto e tante esperienze di vita quotidiana. Al pranzo segue la parte musicale: balli e canti diventano i veri protagonisti di un sano e inclusivo divertimento. Anche questo momento è significativo: c’è un coinvolgimento pieno sia da parte dei seminaristi sia da parte degli ammalati e di tutti i presenti, mettendosi in pista e mostrando i propri talenti. Tutta l’organizzazione si è sintetizzata nel momento finale, con un tempo di preghiera mariana: tutti insieme, riuniti attorno alla Salute degli infermi e Regina Apuliæ, abbiamo ringraziato il Signore per il dono dell’intera giornata e per la tanta grazia passata attraverso vite concrete che, provvidenzialmente, sono state incontrate lungo il cammino di sequela. Incontri che lasciano un segno, una domanda, un punto su cui riflettere. Il rettore don Gianni, richiamando la presenza delle stampelle di monsignor Luigi Novarese, ha affermato che Maria è stata una «stampella» del Signore, su cui proprio Dio si è appoggiato per compiere il suo progetto d’amore. Auguriamoci, dunque, anche noi di poter diventare «stampelle» capaci di reggere il peso di tante persone ammalate nel corpo o nello spirito. E a noi forse più prossime di quanto possiamo immaginare.


GIOVINEZZA, GIUSTIZIA E CATENE Iniziazione alla carità pastorale presso il Fornelli di Bari Mario Gargiulo [I anno]

Tra le esperienze di iniziazione alla carità pastorale che in quest’anno formativo noi giovani – e meno giovani – uomini del primo anno siamo chiamati a vivere ogni venerdì, quella presso il Carcere Minorile «Fornelli» di Bari è senz’altro singolare ed impegnativa. Non solo per l’età di coloro ai quali essa si rivolge (tra i detenuti vi sono anche maggiorenni che hanno iniziato a scontare la pena da minori), ma anche perché è vissuta insieme a persone private della libertà in una fase molto delicata della loro vita, portatrici di forme di povertà culturali, valoriali, affettive, che reclamano di essere in qualche modo colmate. Il Carcere ospita un numero variabile di detenuti, tra venti e trenta unità, per via dei frequenti trasferi-

menti da un istituto di pena all’altro: ciò comporta che ogni venerdì conosciamo volti e storie nuove o non ritroviamo più presenze divenute – e non sembri strano affermarlo – ormai familiari. La nostra è un’attività di collaborazione con il cappellano della struttura e con alcuni volontari, con i quali condividiamo la fatica e la gioia di offrire ai ragazzi la possibilità di essere ascoltati senza essere giudicati,

di parlare di sé, della loro vita, delle difficoltà quotidiane, delle domande di senso tipiche della loro età, ma anche di noi, delle nostre scelte di vita. Momento privilegiato è l’ora d’aria, destinata ad attività sportive e ricreative, cui fanno seguito catechesi e preghiera nella cappella situata tra le celle. La ricchezza dell’incontro con i «nostri» ragazzi è tale che è la nostra povertà a venire colmata da quel carico di umanità che scaturisce dalle loro giovani vite, già segnate da tanta sofferenza, procurata e vissuta: è quanto ha sperimentato tutto il gruppo di I anno, che a gennaio ha incontrato straordinariamente quel pezzo di umanità reietta. E desiderante riscatto e nuova accoglienza umana e sociale.

PAROLE E INCONTRI OLTRE LE SBARRE Esperienza umano-catechetica con i carcerati Stilla Vincenzo [V anno]

■ I giovani uomini del V anno, per l’ultimo itinerario quaresimale, hanno scelto di vivere con i detenuti della Casa Circondariale di Trani un percorso di preparazione alla Pasqua, riflettendo sulla Passione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo attraverso sei catechesi partendo da alcune immagini statuarie della tradizionale pietà popolare pugliese, raffiguranti uomini e donne che si sono fatti incrociare dal Christus patiens. La pietà popolare rappresenta davvero l’incontro felice tra l’opera di evangelizzazione e la cultura e trasmette un senso quasi innato del sacro e del trascendente. E quale miglior modo di parlare in queste «periferie esistenziali» se non attraverso le dirette esperienze e il coinvolgimento nella catechesi

da parte di chi era nostro destinatario, dietro quello sbarre, ed è divenuto subito nostro compagno di cammino? Suggestiva ed evocativa la serie di riflessioni scaturenti da una mirata serie iconica mirante al coinvolgimento, alla catechesi, alla conversione: la prima riflessione è stata sul Rinnegamento di Pietro di Noicattaro e ci si è confrontati sullo sguardo di Pietro colto nel dramma di questo gesto che lo porta a piangere amaramente; la seconda è partita dalla statua della Veronica di Ruvo, la donna compassionevole che asciuga il volto di Cristo e sul cui lino fa rimanere impressa l’immagine di Dio; la terza ha avuto come riferimento l’Addolorata di San Severo, che con le braccia abbandonate quasi

in un nuovo fiat alla volontà di Dio e il suo volto straziato, provoca un dolore interiore. La quarta statua è l’Incontro con la Madre di Bisceglie, in cui quasi si fa vivo il bacio della madre prima della morte e risurrezione del Figlio; la quinta è la Deposizione tra le braccia di Maria di San Ferdinando di Puglia, che la rende molto amata per il suo particolare volto dalle madri che perdono i figli e che si pongono sotto la sua protezione; infine, il Crocifisso miracoloso di Troia il cui viso mostra compassione e commozione ed in cui si percepisce rassegnazione mista a dolore. Con questi particolari incontri abbiamo potuto incontrare quello stesso Maestro che ci dice ancora «ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36b). 27


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«Madre Tierra!»

Un’esperienza di cura della Casa comune assieme a Legambiente Antonio Granata [III anno]

■ Il 17 maggio, come gruppo di III anno – con la partecipazione amica del circolo molfettese di Legambiente e con il prezioso aiuto delle Guardie campestri e dell’ASM – abbiamo vissuto un’esperienza di cura verso la Casa comune, dedicando un pomeriggio nel servizio di pulizia di alcuni ambienti extraurbani nella zona tra Molfetta e Bitonto. Dopo esserci state consegnate delle indicazioni basilari per il corretto svolgimento del gesto, nella raccolta e smistamento dei rifiuti abbiamo compiuto insieme questo segno di premura verso la nostra Terra, madre fragile da custodire. È la scelta che abbiamo maturato per l’applicazione delle esortazioni della traccia formativa. A motivarci al gesto sono state le parole di Francesco nella Laudato si’, in cui il Papa incoraggia ogni cristiano a considerare la centralità della cura del pianeta nell’esperienza di fede, andando contro la tentazione di vivere la propria vocazione battesimale dissociata da un impegno con-

creto: «Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (Laudato si’ 217). Quando si parla di «cogliere le povertà di questo mondo», è necessario considerare le diverse sfumature che tale espressione possiede. Mettersi in ascolto di quel grido tremendo che squarcia i nostri tempi, sale dagli ultimi e corre veloce per le nostre strade a smuovere le coscienze assopite, significa non restare indifferenti, ma interrogarsi su quali siano le miserie di oggi, che alzano la loro voce per farsi udire, per poi agire, cercando di donare, con impegno e semplicità, il proprio contributo. Preziosa è stata la collaborazione di Legambiente, associazione «laica» che ha fatto dell’ecologia la propria vocazione specifica: si è resa a noi evidente la possibilità di dialogare e agire anche con realtà non ecclesiali, nel nome di nobili attenzioni in vista di un bene comune.

DALLA STRADA ALL’INCONTRO

gazze: tuttavia solo con una di loro abbiamo potuto scambiare alcune parole (alcune, infatti, provano vero timore o anche semplice imbarazzo oppure non nascondibile paura di essere rimproverate da chi gestisce le loro vite). È stata forte la testimonianza di questa giovane donna che ormai da diversi mesi è in contatto con i volontari dell’associazione cattolica fondata da don Oreste Benzi. Ci ha raccontato dell’amicizia che ormai la lega ad alcune operatrici e insieme abbiamo recitato il Padre nostro. Poi lei, nella sua lingua, ha recitato una preghiera di lode al Signore. E, prima di tornare in Seminario, ci siamo impegnati a pregare a vicenda: noi per lei e lei per noi. La gioia del suo viso e il sorriso che brillava nei suoi occhi mentre parlava, nonostante la frustrazione della sua condizione di «schiavitù», sono rimasti indelebilmente impressi nelle nostre menti e nei nostri cuori.

Vite prostituite, ma cuori ancora vivi Marco Tatullo [V anno]

■ Tra le possibili esperienze quaresimali di carità abbia-

mo fatto nostra – come seminaristi di V anno – anche la proposta di affiancare l’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (che ha sede in Andria) per i susseguenti veri e propri «venerdì di misericordia». Da diversi anni, infatti, i membri di questa associazione, con impegno e costanza, si avvicinano alle ragazze che, sulle strade delle nostre città, coltivano la speranza di una vita dignitosa. Il nostro intervento, benché racchiuso in un tempo sicuramente breve, è stato molto intenso. Parte fondamentale del nostro servizio è stata l’adorazione eucaristica che ha preceduto l’incontro con le ragazze sulle strade: l’associazione ci ha spiegato che ogni attività di servizio svolta nel nome del Signore trova origine nella preghiera. E così è stato per noi che ci siamo fermati davanti al Santissimo Sacramento: pregando non solo per noi, ma invocando lo Spirito Santo anche su quanti in ogni modo si trovano nelle tristi vicende che di lì a poco ci avrebbero atteso nell’incontro. Ed ecco che su strada abbiamo incontrato diverse ra28


«QUANTO L’UOMO VALE DAVANTI A DIO, TANTO VALE E NON DI PIÙ» Ritiro spirituale del Mercoledì delle Ceneri guidato dalla clarissa suor Ludovica Loconte «seguendo» il Vangelo secondo Marco (8,34-35) Redazione

■ Se vuoi…

Dio è di una gentilezza incredibile. Ogni volta che si avvicina, che deve chiederti qualcosa, che spinge, ti provoca o ti costringe, è sempre se vuoi. Non sa che farsene di una risposta non libera. Attenti all’ambiguità del cuore, al potere dei pensieri e alle forze interiori che dicono voglio per me! E a questo segue me lo prendo! Chi è l’uomo? È un mancante. L’uomo ha tutto, possiede un mondo. Che cosa allora manca all’uomo? Una cosa sola: non essere come Dio. Però, se vuoi, puoi essere come Lui. Due parole mi accompagnano: incompiutezza e incompletezza. Io non sarò mai compiuta e non sarò mai completa, perché, per esserlo, avrei bisogno di un tu. Ho scelto la strada del non posso, per potere qualcos’altro che mi ha raggiunto come un invito e mi ha preso la vita. Quando accetti la dimensione del tuo essere mancante e cominci a prenderti cura della lotta che avviene in te fra mente, cuore e forze, allora puoi costruire un regno di giustizia e di pace con te e dentro di te. Libertà, verità e volontà, ecco la miscela che permette all’uomo di diventare se stesso.

Vuol venire… Allora la povertà è scegliere di servire la vita, invece di scegliere la vita che mi serve. È nel gioco della diversità che io scopro chi sono veramente. E mi viene voglia di te che sei diverso da me, perché sei quello che io non sono e che desidero. Povertà è non avere nulla di proprio. È tipica dell’amante che dona la propria volontà all’Amato e questi è Colui che ha consegnato la Sua volontà al Padre. Un circolo d’amore.

Dietro… Noi la vita ce la anticipiamo, ce la adattiamo, ce la costruiamo. Dietro! Dietro altre orme. Perché se io non vado dietro ad una persona, se non guardo chi voglio diventare, mentre la sua vita si svolge, per capire come posso muovere e svolgere la mia, a chi seguirò? Neanche a me stesso. Per

autenticarmi devo ricercare un volto, una vita alla quale aderire e per la quale diventare. Allora farò l’esperienza di chi mi libera, di chi mi risana, di chi rialza, di chi mi restituisce a me, di chi mi dona la vita ogni volta.

Me… La Resurrezione è il mistero del nostro desiderio più profondo: il bene che vince il male, la vita che vince la morte.

Rinneghi se stesso… Dobbiamo mettere ogni cosa al suo posto. Con Dio, si salva tutto. Si salva ciò che ti ha fatto male e chi ti ha fatto male, si salva ciò che non è andato e chi non te l’ha fatto andare, si salva ciò che ti manca e chi te l’ha fatta mancare. Tutto torna al suo posto, tutto prende un senso. E della tua vita tu non puoi fare altro che un rendimento di grazie.

Prenda la sua croce… La nostra vita è un passaggio dal tutto qui all’oltre. Questo, però, comprende sempre la salita a Gerusalemme. È la Croce la svolta verso l’oltre e il di più, la distanza fra due abissi: fin dove l’uomo può e fin dove può Dio. Fidiamoci, perché il frutto maturo della Croce è l’Amore. Non siamo chiamati a preparaci la vita ma a prepararci alla vita.

Mi segua… Il nudo è colui che si lascia criticare dalla Parola di Dio ogni giorno, è un espropriato che accetta che un altro gli dica alzati!, uno che non si vergona di ammettere non lo so!, uno che acconsente di lasciarsi mettere in discussione. È uno che accetta che gli si può chiedere molto, è uno che considera la sua povertà una ricchezza.

Chi vorrà salvare la propria vita la perderà… È importante discernere la consistenza spirituale dei pensieri, dei sentimenti e dei sogni. Tutto invece diventa più pesante e contorto se restiamo su noi: seguiamo le ragioni del Vangelo e non il Vangelo delle ragioni! Il povero esce da sé per mendicare, il ricco si chiude in sé per conservare. Chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo la salverà… Siamo attesi da Dio stesso dove la svolta comporta la Croce. E la Croce ha a che fare con l’Amore, è Amore, quello che rinuncia a trattenere per sé. Gesù stesso, potremmo forse dire, non ha mai tanto amato quanto sulla Croce: l’Amore povero, quello che salva. Quanto vale l’uomo davanti a Dio? Quanto vale davanti alla Croce, tanto vale e non di più. E quanto vale davanti alla Croce? Quanto la misericordia del Padre! 29


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FRATELLI IN UN UNICO CRISTO La gioia dei Vespri guidati da un arcivescovo anglicano Emanuele Granatiero [II anno]

■ Nella settimana dallo slancio ecumenico (18-25 gennaio) anche il nostro Seminario – ancor più perché collocato in una regione dalla innata vocazione ecumenica – non ha mancato di proporre e vivere iniziative di preghiera e dialogo: tra queste spicca il momento di preghiera guidato dal vescovo anglicano Sua Grazia Sean Larkin.

Durante i saluti iniziali, il rettore don Gianni Caliandro ha sottolineato come il cammino dell’unità sia lungo e difficile, ma è la speranza, che è l’aiuto del Signore, a guidarlo. Il vescovo di origini britanniche, a sua volta, ha raccontato brevemente della sua esperienza di vita, spesa per testimoniare l’unità che Cristo vuole per la sua Chiesa. L’attenzione principale del suo discorso è stata sul brano del Vangelo secondo Luca (Lc 4,16-21) in cui Gesù, leggendo il brano di Isaia che annuncia la liberazione, afferma: «Oggi si è compiuta questa parola». Quella che era una speranza per il popolo di Israele diventa una realtà. Sottolinea il vescovo: «Non è un promessa di ideologia, o di filosofia e neanche di teologia, ma ha a che fare con la vera persona di Gesù». Sì, solo la concretezza di una persona può rendere fondata una speranza: Gesù Cristo che ci ha chiamato tutti figli di Dio e quindi fratelli. Il prelato anglicano, poi, non ha mancato di sottolineare le difficoltà del cammino. Proprio il tema di quest’anno che dice «cercate di essere veramente giusti» diventa allora provocazione forte a non arrendersi. Forse, la percezione che più pervade il mondo cristiano è quella di considerare l’unità una misura troppo alta. Eppure è sufficiente, ma allo stesso tempo necessario, pensare a testimoni, cioè a tanti fratelli cristiani che, anche a costo di persecuzioni, cercano di essere giusti, cioè conformi alla persona di Cristo che ha desiderato e chiesto per noi questa unità. Allora la preghiera sensibile e cordiale fatta insieme in una realtà seminariale si unisce a tutte le altre orazioni che salgono da ogni parte del mondo e diventano un seme di speranza. Nonché un dialogo che già dice che l’unità è possibile.

DAL NASCONDIMENTO DI DIO AL MIRACOLO LAICO

In ascolto di un rabbino, in dialogo con il mondo ebraico Michele Lombardi [I anno]

■ In occasione della XXX Giornata per l’Approfondimento e lo Sviluppo del Dialogo tra Cattolici ed Ebrei (17 gennaio), il Seminario Pugliese ha ospitato il coordinatore del Tribunale dei Rabbini del Centro-Nord Italia, il dottor Vittorio Robiati Bendaud, il quale ha tenuto una meditazione sul libro di Ester, che contiene il racconto dello scampato genocidio degli ebrei durante il regno di Assuero (la cronaca del quale veniva letta a corte). Robiati Bendaud ha definito il libro a «doppio registro», che «dice e non dice», e nel quale sono presenti elementi di comprensione euristica; in esso il nome di Dio non è mai citato e si assiste ad un nascondimento di Dio, secondo quanto si legge nel libro del Deuteronomio (31,18): «E io, in quel giorno, nasconderò del tutto la mia faccia a cagione di tutto il male che avranno fatto, rivolgendosi ad altri dei». Alla luce di questo, il rabbino – invitato ormai da anni nella nostra Comunità – dichiara che c’è un distacco della provvidenza attiva: il genocidio è stato sventato dal mira30

colo laico della regina Ester, non da un intervento di Dio; «il miracolo più grande è la vita stessa» – ha affermato. La fede, secondo Robiati, non può poggiare sui miracoli, che contengono in se stessi il rischio di razionalizzazione e riduzione a simbolo. Il miracolo fondamentale è nascosto: riguarda la nostra esistenza in vita e Dio che regge il mondo. Il racconto di Ester porta a riflettere sul tema della convivenza e della pace: va rigettata la prospettiva omologante, secondo la quale per costruire la pace occorrerebbe eliminare le differenze. In seguito, durante il caffè con il gruppo di interesse per il dialogo interreligioso, l’ospite ha toccato diversi altri temi legati al rapporto dello Stato di Israele con il mondo islamico e con quello occidentale, affrontando anche in termini geopolitici il tema del boicottaggio di Israele e del rapporto tra lo Stato e la religione. Un confronto a tuttotondo e, allo stesso tempo, con tanti squarci ancora aperti di interrogativi e passi da porgerci vicendevolmente.


UNO SGUARDO SULL’INVISIBILE DELL’UOMO Incontro con il direttore dell’Ufficio Nazionale CEI per la Pastorale delle Vocazioni Michele Pio Castagnaro [I anno]

■ Lo scorso 31 gennaio, il gruppo d’interesse vocazionale della nostra Comunità ha avuto l’occasione di ospitare don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio Nazionale CEI per la Pastorale delle Vocazioni. Particolarmente interessante è stato l’incontro che, senza seguire alcuno schema prefissato, ha visto particolarmente coinvolti tutti i partecipanti. In un primo momento, sono state presentate le attività che il gruppo d’interesse svolge all’interno della comunità del Seminario ed anche all’esterno, e ciascuno ha avuto modo di indicare perché, tra i vari gruppi di interesse presenti, ha

scelto proprio quello vocazionale. Successivamente, don Michele ha avuto modo di presentarsi, raccontandoci con semplicità e profondità il percorso vocazionale che l’ha visto coinvolto dai primi anni di seminario fino al giorno d’oggi. Da qui si è aperto un dibattito sul significato che la parola «vocazione» assume nella vita di ciascun uomo, che ha portato il direttore delle iniziative vocazionali italiane ad affermare, in perfetta concordanza con il tema del Convegno Nazionale Vocazionale 2019 (Come se vedessero l’invisibile), che «la vocazione è Gesù che vede un po’ più in là di noi stessi». In tal modo, il responsabile nazionale

PRETI DIOCESANI, PRETI MISSIONARI La visita e la testimonianza di don Giuseppe Pizzoli Justin Salah Martin Juma - Nelson Lado [IV anno]

■ Siamo stati visitati nel nostro Seminario, lo scorso 25 febbraio, da don Giuseppe Pizzoli, direttore dell’Ufficio Nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana oltre che delle Pontificie Opere Missionarie. È venuto anzitutto per incontrare le commissioni dei vari uffici missionari diocesani pugliesi per un meeting sul Mese Missionario Straordinario, indetto da Papa Francesco per il prossimo ottobre: tale iniziativa della Chiesa in tutto il mondo è stata accolta con grande entusiasmo dalle varie realtà locali di animazione missionaria come occasione favorevole per riscoprire quella passione evangelizzatrice che dovrebbe caratterizzare il cuore di ogni discepolo di Cristo (da qui la scelta del tema Battezzati e inviati). Subito dopo cena, don Pizzoli ha avuto il piacere di intrattenersi con il GAMIS per un informale confronto nel quale offrirci la sua preziosa testimonianza di presbitero diocesano, profondamente innamorato della realtà ecclesiale di origine, ma allo stesso modo consapevole

nell’ambito vocazionale ci ha riportato la testimonianza tenuta al succitato Convegno da Federico, un ragazzo autistico: questo «piccolo del Regno», comunicando attraverso un computer ai presenti, ha manifestato la gioia per l’accoglienza ricevuta dalla sua comunità parrocchiale, che gli ha soprattutto permesso di incontrare Gesù nella sua vita. Di qui, l’invito a dare un orientamento vocazionale alla nostra vita e alla nostra pastorale, che permetta a ciascuno di «dare il proprio contributo al progetto d’amore di Dio su di noi», riconoscendo che, nonostante i propri limiti, ciascuno può fare qualcosa di buono della e nella propria vita.

che il ministero presbiterale affidatogli è dono per la Chiesa Universale. Dopo aver svolto il servizio di vicario parrocchiale e vicedirettore del seminario minore nella sua diocesi di Verona, don Giuseppe ha infatti accolto la proposta di partire come missionario fidei donum in Brasile, a Joao Pessoa, dove è rimasto per dieci anni fino al 2003. Rientrato in Italia, ha svolto il ministero di parroco per i successivi dieci anni. Nel 2013 ha iniziato una nuova avventura ad gentes nella missione diocesana di Bafatà in Guinea Bissau che lo ha visto attivo collaboratore del vescovo locale fino al settembre scorso quando è stato nominato direttore nazionale di Missio. Con le sue parole e la sua testimonianza di vita, ci ha ribadito con determinazione l’esigenza imprescindibile per le nostre Chiese diocesane di non perdere la loro vocazione missionaria. E quando gli abbiamo chiesto di condividere il ricordo più bello della sua esperienza missionaria, non ha esitato: «i più poveri»!

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TUTTI A SCUOLA DA TELEMACO Racconto di un seminario di psicanalisi e filosofia Redazione

■ Un seminario di psicanalisi e filosofia in dialogo con Massimo Recalcati, a cura del professor Michele Illiceto (docente di Storia della filosofia moderna e contemporanea presso la Facoltà Teologica Pugliese) si è svolto tra novembre e marzo presso il Pontificio Seminario Regionale Pugliese Pio XI in Molfetta. Vi hanno partecipato sia persone esterne provenienti da tutta la Puglia sia gli stessi seminaristi interni. Gli argomenti trattati, mirando a fragilità, famiglia ed educazione, si possono raggruppare intorno a tre nuclei tematici. Il primo ha riguardato le figure familiari. La madre innanzitutto, la quale più che madre del seno – intesa come madre dell’avere, che non educa alla rinuncia e che non vuole distaccarsi dal proprio figlio, il quale la considera come un oggetto da usare e consumare, di cui ci si può saziare all’infinito – è chiamata ad essere madre del segno, capace di aiutare il figlio a non considerarla come un oggetto da catturare, da consumare, ma come un segno che rinvia ad uno spazio indisponibile, di cui egli non sarà mai padrone. Donando il limite, la madre-segno, aiuta il figlio a capire che c’è un mondo che non può avere, consapevole che amare non è donare quello che si ha, ma donare quello che non si ha, cioè «donare la mancanza». In secondo luogo, vi è il padre che rappresenta la Legge e che quindi è chiamato a dare senso, a orientare, a incoraggiare, distaccando il figlio dalla madre. Infine, vi è il figlio, che non va visto né come figlio-Edipo nè come figlio-Narciso. Infatti, se Edipo resta prigioniero del suo

odio rivestito di amore per il padre, e se Narciso non riesce a separarsi dalla propria immagine idealizzata la cui fascinazione lo conduce verso l’abisso del suicidio, sarà Telemaco il giusto erede, perché sa riappropriarsi di ciò che riceve. Il secondo nucleo tematico ha riguardato l’amore: dal dono al perdono. Oggi – sempre nel percorso tracciato dal professore manfredoniano richiamandosi al Recalcati – dobbiamo fare i conti con due menzogne circa la visione dell’amore. La prima, la menzogna narcisistica, è quella che vuole l’amore indipendente e libero, privo di legami e di debiti simbolici con l’Altro da cui proviene. Di essa si nutre il culto individualistico della propria immagine che insegue il fantasma della libertà e dell’autogenerazione. Ma l’amore narcisistico è un’illusione che non alimenta il legame con l’Altro, ma rafforza a senso unico il sentimento passionale dell’Io per se stesso, che quando dice «ti amo», dice «amo me stesso attraverso di te». La seconda menzogna è quella che esalta il Nuovo come principio che orienta la vita del desiderio. Ne deriva una versione solo nichilistica del desiderio, impegnato a rincorrere affannosamente ciò che, in realtà, è destinato a mancare sempre. Qui, come scriveva Jacques Lacan, non è tanto il soggetto a confondere la preda con l’ombra, ma è esso stesso preda dell’ombra. Al contrario, l’amore è incontro che nasce nella forma della promessa, e che quindi è esposto al rischio della libertà. L’amore è una seconda nascita nella misura in cui mi salva dalla

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La scuola-Telemaco dove si educa più al desiderio che al bisogno

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LO SPORT IN SEMINARIO

«Ogni asceta è un atleta e viceversa» Adriano Arcadio [IV anno]

mia contingenza. E’ in questo contesto che si inserisce il discorso sul perdono. Perdonare è ridisegnare la propria immagine: è un arretrare, un ritrarsi, un ridisegnare se stessi, come fa Gesù di fronte all’adultera: si china verso la terra, si raccoglie, passa da una versione solo punitiva e vendicativa della Legge a un’altra Legge che è la Legge della parola e dell’amore. Il perdono non trae mai la sua forza dai comportamenti di chi lo deve ricevere. Ma per arrivare a tutto questo ci vuole l’educazione. Ed ecco qui il terzo nucleo tematico: quale educazione e quale scuola? Non la scuola-Edipo dove domina il modello repressivo e controllante, dove l’idea è raddrizzare vite storte. Neanche la scuola-Narciso dove i genitori sono alleati più con i figli che con i docenti. Massimo Recalcati propone invece la scuola-Telemaco dove si educa più al desiderio che al bisogno. E dove l’educatore più che un maestro è un testimone, il quale mentre dona la Legge egli stesso la rispetta per primo.

■«Ogni asceta è un’atleta e viceversa»: questa è la frase che ci ripeteva spesso don Flavio De Pascali – fino all’anno scorso padre spirituale nel nostro Seminario Regionale – per farci comprendere quanto sia importante per la vita spirituale essere allenati. Ed è proprio nel medesimo solco motivazionale che possiamo affermare come l’attività sportiva possa ricoprire una dimensione fondamentale per la vita spirituale di ciascuno di noi: insomma, l’invito a praticare sport può essere inteso come un’esortazione ad andare, anche seguendo le linee bianche tracciate sull’erba sintetica di un campetto da calcio – fonte di crescita sia personale sia di gruppo. Come sana tradizione seminariale, ciascun anno di formazione ha avuto la possibilità di fronteggiarsi in due distinti tornei interni: uno di pallavolo e un altro di calcetto. Il torneo di pallavolo – come ormai consuetudine da ormai cinque anni – è stato dominato dal gruppo del quinto anno, confermandosi per un’ennesima volta vincitore e non lasciando speranze alle altre squadre che hanno visto frantumarsi i loro «sogni di gloria». Il torneo di calcetto è ancora in corso di svolgimento – infatti la finale si tiene sempre nella serata che precede la festa della Regina Apuliæ, mentre In dialogo è già in stampa e spedizione – e vede un equilibrio tra le squadre coinvolte. Sic rebus stantibus, risulta ancora difficile decretare un vincitore. Intanto, fiore all’occhiello della nostra Comunità dal punto di vista sportivo è stata la partecipazione alla Seminario Cup, che questa volta ha visto convocati ad Assisi tutti seminari regionali d’Italia. Il risultato finale? È stato al di sotto delle aspettative perché ha visto la nostra squadra arrivare in quarta posizione: niente podio. Forse un risultato bugiardo? I nostri ragazzi meritavano di più… Ma, nonostante tutte le peripezie, ha vinto certamente la voglia di stare insieme e di divertirsi: questo è il più bel trofeo da esibire per le nostre vite gioiose e fraterne.

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IN CONTINUO «RINNOVAMENTO» Il nuovo aspetto della Cappella dei Santi Francesco e Chiara Redazione

CAMMINANDO DA RISORTI CON IL RISORTO Passi in racconto dell’ultimo pellegrinaggio in Terra Santa don Antonio Miele [VI]-Valerio Bozzi [VI anno]

■ Nel pellegrinaggio in Terra Santa (2-9 maggio), le emozioni più forti che vengono alla mente e al cuore riguardano il cammino di discepolato inaugurato da Gesù Cristo proprio su quel suolo da noi calpestato. Un cammino che attraverso lo spazio ci permette di valutare la preziosità del nostro tempo: i luoghi santi ci hanno permesso di attualizzare la memoria degli eventi salvifici trasmessaci dal Vangelo. Tale pellegrinaggio ha visto coinvolti il nostro gruppo, alcuni presbiteri e altri fratelli e sorelle che hanno condiviso con noi questo cammino esperienziale unico. Il pellegrinaggio si è svolto in un modo diacronico, percorrendo le principale tappe della nostra fede cristiana. La bravura della nostra guida, don Cesare Mariano (presbitero dell’arcidiocesi di Acerenza e noto esegeta), ci ha permesso di compiere un itinerario non solo storico-archeologico ma soprattutto spirituale. Siamo partiti da dove tutto è iniziato: Nazareth, luogo dell’Incarnazione, spazio della vita ordinaria di Gesù. Dalle origini siamo giunti alla mis34

Pensata lasciandosi ispirare dal portale della Basilica Inferiore di San Francesco in Assisi, la Cappella intitolata ai due noti santi assisani – ovvero il luogo di preghiera dell’attuale terzo anno formativo, al primo piano nell’ala nord della nostra struttura seminariale – ha recentemente subito un restyling. Oltre alla riproduzione del francescano portale tripartito e con arco a sesto acuto, che accoglie il crocifisso, essa è stata dotata di un nuovo impianto di illuminazione, che valorizza le già presenti icone dell’artista cerignolano Gaetano Russo. A destra e a sinistra dell’altare troviamo le raffigurazioni del Battista e della Theotókos; sul fondo, invece, è possibile osservare le icone dei due santi «titolari», realizzate utilizzando due ante di un’antica finestra. Anche il Cristo Maestro è stato scritto su icona – dando nuova vita a quella che era precedentemente una porta – utilizzando una delle espressioni icastiche impiegate da Gesù stesso per raccontare il suo mistero. In ultimo, a decorare l’intero ambiente sono state disposte delle preziose applique del ceramista grottagliese Francesco Fasano: con giochi di luci ed ombre si crea uno spazio accogliente e un’atmosfera favorevole alla preghiera.

sione, percorrendo i luoghi dei segni e della predicazione. Di particolare importanza lungo il nostro «camminare» è stato il lago di Tiberiade, attorno al quale si è concentrata l’attività pubblica di Gesù: acque che raccolgono molti cammini personali di fede, segnati da cadute e riprese, vangando il solco della sequela di Cristo. Centro culminante del nostro pellegrinare è stata la Città Santa, Gerusalemme: è qui che abbiamo ripercorso i momenti più salienti e drammatici di Gesù. Luogo straordinario è stata la Basilica del Santo Sepolcro, crocevia di culture diverse e peculiare spazio ecumenico. Abbiamo avuto anche la gioia di essere accolti da monsignor Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini: provocante ed edificante la testimonianza di vita cristiana nel complesso panorama mediorientale. E poi ad Emmaus: poter fare la stessa esperienza di quei due discepoli è stato slanciante verso il ritorno alle nostre «Gerusalemme» quotidiane. Sì, lo annunciamo a tutti: Cristo non è più nel sepolcro, ma è vivo e cammina con noi. E noi con Lui.


DONO DELLA DECIMA: SOLLECITUDINE DI CARITÀ Una forma concreta di cammino di comunione con i poveri Domenico Evangelista [V anno]

È consuetudine nel nostro Seminario che i seminaristi offrano la decima di quanto ricevono in dono in occasione delle ammissioni all’Ordine sacro o dei ministeri istituiti. Per decima s’intende proprio il 10% delle proprie entrate in denaro. Generalmente, in Comunità ci si orienta per versare la propria decima nella cosiddetta «anfora della carità», posta in prossimità della cappella Regina Apuliæ – luogo che simbolicamente rappresenta il centro vivo e pulsante delle nostre storie –, ferma restando, in ogni caso, l’assoluta libertà che ciascuno possiede di devolvere la propria offerta in fa-

vore di persone bisognose di cui si è a conoscenza personalmente. Ogni anno, si sceglie di destinare le offerte raccolte nell’anfora ad una diocesi che necessita di aiuti economici in ragione della sua condizione di povertà e miseria. Negli ultimi anni, le diocesi prese in considerazione sono quelle dei seminaristi della nostra Comunità originari di altri continenti; in quest’anno formativo, nella fattispecie, le offerte raccolte saranno devolute all’arcidiocesi di Juba, nel Sudan del Sud. La pratica della decima non è semplicemente – o perlomeno non dovrebbe essere – un gesto di rito, avvertito quasi

come una tra le tante altre proposte formative cui siamo chiamati a rispondere, bensì racchiude un senso più profondo. Tale pratica, infatti, che possiamo ritrovare già nel Pentateuco, possiede un triplice significato: in primis, costituisce un segno concreto di attenzione e di carità verso chi vive situazioni di indigenza; poi, è indice di un cuore libero, sobrio, capace di vivere la povertà, non attaccato al denaro; infine, rappresenta un modo per dire che tutto ciò che abbiamo non è nostro, ma appartiene al Signore, datore di ogni bene, a cui solo deve andare il nostro ringraziamento.

UN POSTO DOVE LASCIARE IL CUORE Alla scuola dei «piccoli»: facendo doposcuola Marco Coluccia [I anno]

■ In continuità con la traccia formativa sulla povertà, i ragazzi di I anno hanno vissuto per ogni venerdì pomeriggio alcune esperienze di servizio a chi è più debole nello stato fisico, morale, spirituale. Tra le varie opportunità: l’Istituto Villa Giulia, un centro diurno di Bisceglie impegnato a favore dei minori a rischio. A vivere stabilmente lì vi sono quattro coraggiose suore francescane alcantarine, alcuni educatori e, naturalmente, circa una trentina di ragazzi. Inauguriamo il dopopranzo con il gioco al biliardino o con una serena chiacchierata; poi cominciamo i compiti, dividendoci in gruppi di studio; immancabili sono i momenti di goliardia e di svago (al termine delle attività, ci ritroviamo in campo per una partita, giochi all’aperto oppure laboratori).

Variegati e molteplici sono i sentimenti e le emozioni che si alternano: la gioia dello stare insieme, creando tra di noi una vera e propria sinergia; la spontaneità nella condivisione di frammenti della propria vita e del proprio vissuto; la tanta gratitudine per questa arricchente possibilità che ci è stata data. Circostanza non

solo di renderci utili con questi ragazzi, per quanto possibile, ma anche per tutto ciò che abbiamo ricevuto attraverso la loro conoscenza e i loro legami sempre più stretti: gesti semplici che sin da subito ci hanno consentito di sentirci parte di una famiglia alla quale abbiamo donato il nostro cuore.


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PRIMAVERA DI CULTURA Il nostro Seminario nel circuito del Fondo Ambiente Italiano Michele de Nichilo [Gruppo FAI di Giovinazzo]

■ Il 24 marzo si è conclusa la XXVII edizione delle Giornate FAI di Primavera: una vera e propria festa per il patrimonio storico, culturale e paesaggistico del nostro Paese. Circa un migliaio i «turisti di un giorno» che hanno letteralmente preso d’assalto il Pontificio Seminario Regionale Pio XI di Molfetta, sito prescelto dai volontari molfettesi del Gruppo Fai Giovinazzo quale simbolo di un ponte fra le culture, quella laica e quella cristiana. La scelta è apparsa forse incredibile ed inaspettata ai più, ma tra i vari compiti del FAI c’è quello di mettere in luce beni pregevoli di cui non si conoscono a fondo la storia, il significato e lo scopo. Curiosi di scoprire i segreti nascosti dietro le seicento finestre che si aprono nell’intero edificio, i visitatori (giunti non solo dalle cittadine limitrofe ma anche dalle più lontane Martina Franca, Polignano a Mare, Putignano), sono stati accompagnati dall’affascinante racconto degli entusiasti apprendisti ciceroni del Liceo Classico Leonardo Da Vinci di Molfetta che, guidati dai volontari molfettesi, si sono cimentati in questa loro prima grande esperienza col pubblico. Straordinaria è stata l’accoglienza dei seminaristi e dei sacerdoti che hanno visto «invadere» i loro spazi con la consapevolezza – grazie alla lungimiranza del rettore don Gianni Caliandro – che la tutela del patrimonio culturale passa proprio attraverso la sua conoscenza. Il percorso della visita è stato articolato fondamentalmente in cinque tappe. Prezioso è stato l’ausilio di 36

cartoline d’epoca che hanno consentito di effettuare un raffronto immediato tra passato e presente. Accolti dal semibusto in bronzo di Pio XI subito dopo aver varcato l’ingresso principale, i visitatori hanno potuto passeggiare nel giardino all’italiana in cui troneggia la Cappella Maggiore con i suoi scintillanti mosaici. Si sono quindi persi nelle storie nascoste tra le pagine delle pregiate cinquecentine esposte nella biblioteca dedicata a San Tommaso d’Aquino. Un senso di pace è stato loro infuso, alla fine della visita, dalla ieraticità dell’affresco della Regina Apuliæ, risalente al secolo XIV ma ricevuto in dono da Papa Pio XII. Volontari, studenti, seminaristi, sacerdoti sono rimasti piacevolmente colpiti nel cogliere la meraviglia sui volti dei visitatori che, un po’ sorpresi ma irrimediabilmente soddisfatti, guadagnavano con passo lento l’uscita. Quello che appariva all’esterno come una fortezza si è in realtà rivelato uno scrigno che custodisce preziosi tesori: tesori sconosciuti alla gran parte dei visitatori. Il sipario è calato sulla XVII edizione delle Giornate FAI di Primavera ma non sull’entusiasmo di tutti coloro che si sono prodigati per la riuscita di questa straordinaria apertura. Forti del riscontro positivo del pubblico e della voglia di tutti di far sì che questo non rimanga un episodio isolato ma possa costituire il punto di partenza di una nuova sinergia tra le varie e complementari strutture educative e formative del nostro territorio e della nostra società.


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SAN FRANCESCO DAVANTI AL SULTANO Avvicinandoci all’affresco giottesco Alfredo Cavalieri [II anno]

Fra le molteplici opere d’arte di Giotto di Bondone spicca quella dell’incontro tra il poverello di Assisi ed il sultano al-Malik al-Kāmil, presente nella parte settentrionale della navata della basilica superiore di san Francesco in Assisi. Più specificatamente è situato nella parte inferiore della sua unica navata e fa parte di un ciclo più ampio (Storie di san Francesco) di cui la tradizione attribuisce la realizzazione a Giotto e suoi collaboratori e precisa

la datazione intorno all’anno 1296. Undicesima di ventotto scene rappresentanti la vita del frate, l’opera mette in risalto ciò che quest’ultimo volle presumibilmente compiere per convertire il sultano. È in dubbio che ci fosse stato l’intento di conversione, tuttavia è storicamente attestato che i due si siano incontrati: più precisamente nel 1219, a Diametta, in Egitto: proprio ottocento anni fa. La scena è rappresentata nella sala del trono: sulla parte sinistra dell’o-

pera vi sono dei sacerdoti nell’intento di fuggire; al centro, invece, è dipinto Francesco che indica il fuoco; a destra, infine, il sultano in trono. Il sultano omaggiò di regali Francesco, che però li rifiutò e volle dare prova della sua fede in Gesù Cristo, marcando la protezione di Dio: così decise di oltrepassare quel fuoco (nel quale un occhio attento scorgerebbe anche la fisionomia del volto di un drago-diavolo) uscendone intatto! Un’opera da contemplare dal vivo... 37


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PILOTA DI UNA ROTTA VERSO LA PACE Come Antoine de Saint-Exupéry può guidarci attraverso il conflitto Francesco Misceo [IV anno]

Un anno prima della pubblicazione de Il piccolo principe, il romanziere e aviatore Antoine de Saint-Exupéry dà alle stampe Pilota di guerra (in Italia attualmente edito da Oscar Mondadori). Il testo è il racconto autobiografico delle due missioni aeree compiute dall’autore il 23 maggio e il 6 giugno del 1940. Due voli diretti ad Arras, cittadina del nord-est della Francia devastata dalle fiamme:

una torcia, accesa dai nazisti sulla frontiera con il Belgio. E così, non solo guardando dall’alto tutto il male di cui l’umanità è capace, ma rischiando la sua stessa vita, Antoine vede la sua missione di ricognizione trasfigurarsi in un profondo viaggio interiore. Numerosissimi sono i riferimenti cristiani: la condivisione del pane; il senso profondo del sacrificio; la necessaria assunzione delle pro-

prie responsabilità; la via dell’umiltà; la scommessa della solidarietà; il sogno della fraternità. Pilota di guerra è un grandioso testo di spiritualità laica, nell’accezione più bella, nobile e profondamente cristiana di questo aggettivo così bistrattato. Ogni frase di questo volo sospinge il lettore verso l’unico cielo a cui l’umanità deve aspirare: una terra sulla quale tutti possano vivere in pace.

«LA CITTÀ DAGLI ARDENTI DESIDERI» Creature pasquali: testimoni di comunione nel mondo Redazione

Arte è anche la poesia. Per questo – facendo eco all’ispirazione degli ultimi Esercizi spirituali alla Curia Romana con Papa Francesco predicati dall’abate benedettino olivetano dom Bernardo Gianni – scegliamo di condividere con voi, o lettori, i versi di Siamo qui per questo che il poeta italiano Mario Luzi dedicò nel 1997 all’abbazia di San Miniato al Monte a Firenze: di qui,

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la sfida di proporre uno sguardo evangelico sulla «città dagli ardenti desideri», sulle nostre città e comunità, «per sguardi e gesti pasquali nella vita del mondo» (come scritto nel sottotitolo delle riflessioni del monaco fiorentino). Il filo conduttore delle meditazioni predicate ad Ariccia dal 10 al 15 marzo scorso può divenire per noi motivo di partecipazione al «so-

gno di La Pira», nei cui discorsi agapico-politici e umano-spirituali il venerabile «sindaco del dialogo» era persuaso che la città di Dio si potesse anticipare, pur con inevitabili tensioni, nella città dell’uomo. Sì: proprio navigando «maree di complessità», spes contra spem, il Regno di Dio – che crediamo sia già qui in mezzo a noi – ci sta riservando frutti di pace e speranza.


OMBRE E LUCI DEL MEDITERRANEO La profondità della fotografia di Fontana Andrea Sgamma [II anno]

Mediterraneo è il nome di questo scatto del noto fotografo modenese Franco Fontana (classe 1933), che ha fatto della sua arte un gioco di colori e geometrie, con il desiderio di cogliere ciò che non è visibile a occhio nudo, cercando di interpretarlo a modo suo. A primo impatto, guardando la foto, senza sapere cosa fosse, può sembrare uno schermo televisivo senza segnale: tipiche bande grigie e fastidioso rumore di fondo. Ho pensato

poi ad un gioco di parole: «Medit» ed «erraneo» cogliendo quel senso di «errore» a cui può indotto l’osservatore di questa foto. Guardandola meglio, balza immediatamente agli occhi uno strano effetto cromatico: una forte luce illumina l’acqua, ma a fasce alterne. Probabilmente per la presenza di una nuvola che impedisce al sole di illuminare quelle fasce oppure perché in quei punti l’acqua è molto profonda. Una possibile interpretazione su que-

Ricordate? Levò alto i pensieri, stellò forte la notte, inastò le sue bandiere di pace e d’amicizia la città dagli ardenti desideri che fu Firenze allora … Essere stata nel sogno di La Pira «la città posta sul monte» forse ancora la illumina, l’accende del fuoco dei suoi antichi santi e l’affligge, la rode, nella sua dura carità il presente di infamia, di sangue, di indifferenza.

sto gioco di luci? Immaginare quelle fasce, apparentemente non illuminate e più scure del cielo, come dei baratri, degli abissi profondissimi in cui si perde anche la luce: come se il mare ad un certo punto arrivasse a gettarsi giù da una rupe, come se ci fosse un limite al mare. Inquieta molto questa visione. Pensando soprattutto a chi finisce ancora, per speranza o per disperazione, giù da quella rupe: sprofondando, senza più ritornare in superficie.

Non può essersi spento o languire troppo a lungo sotto le ceneri l’incendio. Siamo qui per ravvivarne col nostro alito le braci, chè duri e si propaghi, controfuoco alla vampa devastatrice del mondo. Siamo qui per questo. Stringiamoci la mano, sugli spalti di pace, nel segno di San Miniato.

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LA SAPIENZA BIBLICA E L’UOMO D’OGGI Per una lectio su Proverbi e Siracide Francesco Lattanzio [V anno]

Il libro del professor Sebastiano Pinto, pubblicato da Edizioni Messaggero Padova, offre una possibilità di approccio ai libri biblici dei Proverbi e del Siracide che appartengono alla letteratura sapienziale: essa è di una rilevante attualità. Si tratta di una lettura dell’uomo, delle sue capacità e dei suoi limiti, attra-

verso prospettiva dell’azione di Dio nella storia dell’umanità: «il saggio […] offre la sua preziosa lezione sul senso del cammino e sulle fatiche che deve sopportare chi vuole progredire nella sapienza» (p. 121). Si propongono diverse lectio attraverso una prospettiva esegetica, spirituale e pastorale. Si offre una lettura che inserisce la pericope nel contesto biblico e una riflessione che attualizza il brano per l’uomo d’oggi, anche con riferimenti ai Padri e al Magistero. L’esegeta pugliese, professore di

origini brindisine, introduce i due libri biblici con la presentazione della struttura e del genere letterario specifico e riflette sui contenuti principali tenendo presente i destinatari. In maniera semplice e completa, chiara ed accessibile a tutti, si presenta la questione testuale, soprattutto per il Siracide, dove si ha la presenza di quattro versioni testuali. Infine, viene proposto anche un prontuario semplice che indica quando i testi sono utilizzati nella liturgia della Parola della Chiesa.

SAPER ESSERE CRISTIANI D’OGGI Linee-guida per un buon cammino cristiano comunitario nella nostra epoca Antonio De Nanni [IV anno]

Rimessi in viaggio. Immagini da una Chiesa che verrà (edito da Vita e Pensiero) di Giuliano Zanchi può essere considerato un buon manuale che aiuta a rimettere in carreggiata tante nostre comunità parrocchiali, spronandole a camminare al passo con i tempi, cercando di saper rispondere agli attuali bisogni del popolo. Tale opera trova conferma nel pen-

siero di Papa Francesco: tende a sottolineare il fatto che ci troviamo non tanto in un’epoca di cambiamento, quanto in un cambiamento d’epoca. L’autore prova in qualche modo a mettersi nei panni di tanti cristiani di oggi che si ritrovano a dover fare i conti con un mondo che viaggia all’impazzata e spesso senza una meta. È evidente, allora, il bisogno di dover ripensare a nuove linee-guida, a nuovi linguaggi, a nuove tecniche e pratiche che possano permettere l’esistenza e la diffusione del Cri-

stianesimo oggi e in ogni tempo. Il cammino che Zanchi compie parte dal saper riconoscere il nostro tempo e la nostra storia e, dall’interno di essi, saper collocare noi stessi. Accettiamo quindi la sfida di riconoscerci e scoprirci in quanto uomini e donne di oggi, chiamati ad essere comunità cristiane che annunciano e testimoniano il Dio di Gesù all’intera umanità, partendo proprio dalla cura pastorale delle nostre piccole porzioni di popolo quali, ad esempio, le parrocchie.

TEOLOGIA TRINITARIA Un «sentiero» per il cuore della fede Maurizio de Robertis [III anno]

Fin dall’inizio della riflessione cristiana, il mistero trinitario ha avuto una notevole centralità per tutta la fede. Tuttavia, pur risiedendo al cuore della professione di ogni singolo credente, accade che esso non sia recepito come fondamentale ma venga non di rado considerato «superfluo o addirittura d’intralcio nella relazione con Dio». 40

Avendo maturato tale consapevolezza, il professor Jean Paul Lieggi (docente di Trinitaria e Cristologia presso la Facoltà Teologica Pugliese) in Teologia trinitaria (manuale pubblicato da Edizioni Dehoniane Bologna) cerca – come egli stesso afferma – di «offrire al lettore gli elementi fondamentali per raccogliere questa “sfida”, mostrando così la feconda rilevanza del mistero trinitario». Strutturato in due macroparti, il testo consente al lettore un’introduzione progressiva nella conoscenza

del mistero trinitario. La prima parte dedicata agli «avvii prospettici» offre un primo approccio ad alcune questioni che hanno una riflessione ben più ampia (la loro pretesa, come quella di tutto il testo, non è quella di dare una risposta esaustiva bensì di indicare un «sentiero» per la riflessione); la seconda parte presenta alcuni modelli interpretativi con i quali nel corso della storia la riflessione teologica si è approcciata al «mistero dell’unità e della pluralità trinitaria di Dio».


POVERI CRISTI

Il secondo album di Brunori Sas Davide Cacchio [V anno]

Poveri Cristi è il titolo del secondo album di Brunori Sas, cantautore indie cosentino. Le canzoni che sono presenti nell’album pubblicato dalla Picicca Dischi sono un insieme di riflessioni personali del cantautore su situazioni di vita vissuta. Nei te-

sti traspare un senso di instabilità e di precarietà che caratterizzano i «poveri Cristi» che vivono oggi il nostro Paese. Sono presenti problemi e delusioni della vita quotidiana, incidenti sul lavoro, debiti, il desiderio di avere tutto e subito. C’è la vita di persone concrete, c’è l’umanità dell’uomo di oggi, con tutte le sue fragilità e i suoi punti di forza. C’è una speranza iniziale nei brani, ma talvolta le storie finiscono tragicamente con suicidi e amori perduti.

C’è la vita che fallisce. Anche la croce di Cristo sembra essere un fallimento, ma noi cristiani sappiamo bene che la morte non ha l’ultima parola. Poveri Cristi siamo noi quando viviamo come se Dio non ci fosse, quando viviamo senza alcuna fiducia in Colui che ci ha creati e amati da sempre. Se non scegliamo la vera Vita, rischiamo di vivere da morti in anticipo su questa terra e dunque di essere poveri di Vita: «poveri» di Cristo.

PAROLE, PAROLE, PAROLE… D’AMORE Massimo Recalcati arricchisce il nostro vocabolario esistenziale in TV Silvio Caldarola [IV anno]

“È necessario che la vita dei nostri figli conosca l’amore per potersi accendere, per poter rimanere viva”: con queste parole, lo psicanalista e saggista professor Massimo Recalcati apre Lessico amoroso, programma televisivo di sette puntate che prosegue il cammino avviato l’anno precedente con Lessico famigliare, sempre su Rai3. Il discorso riparte da quel filmato in cui Roberto Benigni esortava i giovani a innamorarsi e a scegliere bene le pa-

role per esprimere l’amore. Recalcati accoglie coraggiosamente quell’invito avventurandosi in un’impresa delicata quanto difficile: rivolgere il discorso della psicoanalisi al grande pubblico affrontando un tema che attraversa la vita di tutti in un modo che è sempre unico per ciascun individuo. In un tragitto di questo tipo, il noto accademico si espone anche a essere preso di mira per consacrazioni dissacranti che banalizzano però l’intenzione educativa di uno psicanalista, il quale – lungi dal voler dire l’ultima parola sul segreto dell’amore – prova invece a circoscriverlo enucleando dei principi generali ma lasciando sempre margini

di spazio in cui un soggetto può fare i conti con il mistero dell’inconscio. La particolarità di Lessico amoroso consiste nell’essere un recipiente di contenuti sull’amore, ma anche nel voler attivare una dinamica che sia analoga a quella tra lettore e libro quando un libro diventa occasione per un incontro con il proprio inconscio. È questa l’ambizione intellettuale di Recalcati che, per inseguire questo scopo, non vuole dare conferme o suggerimenti a chi gli rivolge delle domande: infatti, non è scritta da nessuna parte la formula magica che permette ad ogni relazione di ardere e durare.

MISTERI, FEDE ED ERETICI Cosa nasconde l’abbazia de Il nome della rosa Giovanni Totaro [V anno]

Trasformare un libro in una fiction televisiva non è lavoro di poco conto, specialmente se questo libro è di fama mondiale come l’opera di Umberto Eco: Il nome della rosa. Misteri, fede, eretici, intrighi e dispute: con questo sfondo si apre la versione televisiva omonima del romanzo del famoso semiologo, filosofo, scrittore, bibliofilo e medievista italiano. Ci troviamo nel 1327: il francescano Guglielmo da Baskerville (interpretato da John Turturro) e il suo figlio spirituale Adso da Melk (interpretato da Damian

Hardung) si trovano immersi in una vicenda tanto strana quanto intrigante. Durante la loro permanenza in un’abbazia sulle Alpi, che prepara ad un’attesa disputa i francescani e i legati del Papa, accade una serie di omicidi che sembrano non aver nulla a che fare tra di loro. E invece si scopriranno essere l’uno collegato all’altro. La miniserie televisiva italo-tedesca di questo 2019, creata e diretta da Giacomo Battiato per Rai Fiction e Tele München, ha avuto un notevole successo per la dinamicità dei

personaggi, le riprese, l’attenzione ai particolari, le riproduzioni minuziose di elementi tipicamente medievali, le storie di mistero che nasconde la biblioteca, le storie personali di ogni personaggio (si pensi alla sola vicenda sentimentale di Adso da Melk): e al telespettatore non è restato che farsi trasportare dalle immagine trasmesse dai pixel televisivi, immerso in secoli tanto affascinanti quanto romanzati e affascinato dal divino, umano, potente segreto di nomi, rose, veleni e parole. 41


InDialogo > maggio 2019

inArte

DIO PER PRIMO HA FATTO COSÌ Per un cammino di fede in una Chiesa «in uscita» Gianmarco Sperani [II anno]

Tutti possono conoscere il Vangelo e incontrare Cristo? Sembrano domande retoriche ma si rivelano di una attualità impressionante. Duemila anni fa Gesù annunciava il Regno con parole e modalità che tutti potevano comprendere; come tutti conosceva bene la Scrittura e viveva la vita comune. Ma proponeva un annuncio straordinario di salvezza

e liberazione, capace di cambiare la storia. Oggi la Chiesa è chiamata ad annunciarlo come novità straordinaria della vita; per farlo non può ignorare lo stile di vita di un popolo ma deve entrare in dialogo, attivare processi di ascolto e scambio che le consentano di comunicare il Cristo. Non può pensare di servirsi di strumenti, gesti, parole che non appartengano ad una cultura, ad uno stile di vita. Nel delicato e coraggioso processo di annuncio la Chiesa incontra l’uomo in un dato contesto sociale e culturale

e non può prescindere da questo. In un’attenta riflessione pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana con il titolo Sacramenti e inculturazione, don Alfonso Giorgio (presbitero dell’arcidiocesi di Bari-Bitonto) racconta questa sfida della Chiesa per favorire l’incontro con Cristo. Nelle varie prassi liturgiche e nell’annuncio della Parola di Dio la Chiesa si renda conto che, per servire l’uomo, deve parlare i linguaggi dell’uomo, sebbene nella loro varietà e complessità: Dio, per primo, ha fatto così.

RIDONANDO FIDUCIA E SPERANZA Un utile vademecum per la consulenza delle famiglie ferite Paolo Spera [V anno]

Un piccolo strumento, ma prezioso e valido, un unicum nella regione ecclesiastica pugliese, offerto per tutta l’arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie e non solo, con l’intento di attuare quanto previsto dal Motu proprio di Papa Francesco Mitis Iudex Dominus Iesus (MIDI) che chiede espressamente di mettere a disposizione dei fedeli che si trovano a vivere situazioni difficili

o irregolari «un servizio di informazione, di consiglio e di mediazioni, legato alla pastorale familiare, che potrà pure accogliere le persone in vista dell’indagine preliminare al processo matrimoniale» (Regole Procedurali, in MIDI, artt. 2-3). Curata dal presbitero don Emanuele Tupputi (vicario giudiziale dell’arcidiocesi e responsabile del Servizio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati) e divulgata da Editrice Rotas, questa nuova guida per consulenti, sacerdoti ed operatoti di pastorale fami-

liare, si innesta una nuova prospettiva giuridico-pastorale, suggerita dall’Esortazione apostolica Amoris laetitia. Tale servizio che la diocesi del barese ha messo in atto dice la premura di una Chiesa Madre che si prende cura anche delle coppie o singoli sposi che si trovano a vivere situazioni difficili o irregolari e vorrebbero avviare un percorso di verifica della nullità del proprio matrimonio o, nel caso non sia possibile la nullità, di avviare un percorso di consapevolezza e di discernimento della propria situazione.

GIORNALISMO: UN’ALBA DI DIALOGO Una recensione dedicata a noi e al nostro XXV di «in-formazione» Redazione

«Ogni giorno si possono avviare processi positivi nuovi» (p. 7): con l’alba – momento cruciale d’ogni giornata, fase di un nuovo inizio che rischiara luoghi, tempi, persone, cammini – comincia e si sviluppa un vero e proprio approccio alla quotidianità che diviene anche un metodo di fare giornalismo. È un po’ ciò che il giornalista Piero Damosso (caporedat42

tore centrale del TG1 e curatore della rubrica TG1 Dialogo) cerca di raccontare in Giornalismo dell’alba. Storie, responsabilità e regole per un’informazione di dialogo (edito dall’Editrice San Paolo qualche mese fa). Una voce, una penna e un volto diventano qui occasione di speranza per un giornalismo capace di non inseguire solo audience né di far proliferare fake news. Ma una vocazione-professione-missione luminosa perché «fa notizia», avendo quasi come bussola il richiamo giovanneo di una verità capace di rende-

re liberi: «il rapporto con la verità è la madre di tutte le battaglie, il faro della professione, il nocciolo della missione» (p. 71). Stiamo parlando della forma più nobile di «in-formazione», innervata di una strategia – che l’autore sente ispirata da Papa Francesco – dell’«avvicinamento», della «prossimità» alla storia delle persone: vite che si fanno incontro e dialogo. «In pratica per conoscere la realtà, e raccontarla, bisogna contemplarla» (p. 46): una stella polare anche nel nostro «piccolo» lavoro redazionale… per rimanere «in dialogo»!


inDiario

SemInAgenda Redazione

GENNAIO ■ 6 gennaio Dopo le feste natalizie, trascorse in famiglia, i seminaristi ritornano in Seminario: comincia l’anno civile 2019 nella formazione presbiterale. Te Deum laudamus!

■ 11-12 gennaio Tutta la Comunità vive il ritiro spirituale mensile.

■ 17 gennaio I seminaristi incontrano il professor Vittorio Robiati Bendaud, vice rabbino della Comunità Ebraica di Milano, nella Giornata del Dialogo Interreligioso tra Cristiani ed Ebrei. Terminano anche le lezioni del primo semestre presso l’Istituto Teologico Regina Apuliæ. Si tiene in Seminario il momento di preghiera ecumenica con la presenza dell’arcivescovo anglicano Sua

Grazia Sean Larkin. La Comunità celebra i Vespri e ascolta la riflessione dell’arcivescovo; poi l’incontro continua nella convivialità della cena.

■ 18-25 gennaio In unione a tutta la Chiesa si vive la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani: tutti i gruppi celebrano l’Eucarestia e la preghiera della Liturgia delle Ore con questa intenzione particolare. Ut omnes unum sint!

■ 21 gennaio Iniziano gli esami a conclusione del primo semestre. Buon lavoro di studio, di colloquio, di verifica a tutti!!! Veni, Sancte Spiritus!

■ 31 gennaio Don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio Nazionale CEI per la Pastorale delle Vocazioni, viene accolto per una giornata nel nostro Seminario: pregando, ascoltandoci, conoscendoci. Al mattino seguente, presiede la Santa Messa comunitaria in Cappella Maggiore: «ad occhi aperti»…

FEBBRAIO ■ 2 febbraio Si celebra la festa della Presentazione al Tempio di Gesù: la celebrazione è presieduta da don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana. Particolare è il ricordo nella comunione di preghiera per i poveri del 43

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GENNAIO · GIUGNO 2019


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inDiario

■ 26 febbraio nostro Paese oltre che per tutti i consacrati e le consacrate, quali volti di vocazione, oblatività e profezia nella Chiesa.

■ 4 febbraio I seminaristi, al termine della sessione invernale d’esami, possono tornare a casa per un periodo di riposo. Deo gratias!

■ 10 febbraio Si rientra in Seminario.

■ 11 febbraio Presso l’Istituto Teologico molfettese riprendono le lezioni accademiche del secondo semestre. Nel pomeriggio, in occasione della memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes e dell’annuale Giornata Mondiale del Malato, la Comunità si reca presso il vicino Istituto Opera don Grittani per la preghiera del Santo Rosario con i fratelli anziani e ammalati, ospiti della struttura. Mater infirmorum, ora pro nobis!

I seminaristi, divisi per gruppi diocesani, s’incontrano per vivere una serata di fraternità. Ecce, quam bonum et quam decorum habitare fratres in uno!

MARZO ■ 6 marzo La Comunità dà inizio al tempo di cammino e conversione della Quaresima con il ritiro spirituale nel Mercoledì delle Ceneri predicato da suor Ludovica Loconte, delle Sorelle Clarisse del Monastero San Luigi in Bisceglie: il «seguimi» è il gioioso invito del Crocifisso della Storia e delle nostre vite. Convertiamoci e crediamo al Vangelo!

■ 8 marzo I seminaristi tornano a casa per un fine settimana di riposo.

■ 22 marzo Come per ogni venerdì quaresimale, giornata – declinata nella vita dei vari gruppi – di preghiera, digiuno e carità, cui si aggiunge oggi una via crucis comunitaria in memoria dei missionari martiri. Sanguis martyrum, semen christianorum!

12-14 febbraio

■ 25 marzo

Secondo un calendario proprio di ciascun gruppo, si vivono le verifiche intermedie dell’anno formativo in corso. Te decet laus!

Presiede la Celebrazione Eucaristica S.E. monsignor Gianfranco Gallone, arcivescovo titolare di Mottola, nominato dal Santo Padre nunzio apostolico in Zambia (e in Malawi, a seguito di una nomina aggiuntasi alla precedente nel giorno 8 maggio di questo stesso anno).

15-17 febbraio Mentre il primo anno s’immerge il suo primo corso di esercizi spirituali, il resto della Comunità vive l’ordinario ritiro spirituale mensile.

■ 25 febbraio Don Giuseppe Pizzoli, direttore dell’Ufficio Nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana oltre che delle Pontificie Opere Missionarie, visitando la nostra realtà formativa, ci testimonia la bellezza di essere preti con un cuore «in uscita». 44


■ 26 marzo Una serata di musica e spettacolo anima la Sala di Comunità, su proposta dei ragazzi del quinto gruppo di quest’anno e del «loro» servizio bar Pio er caffè: panini, birra e dolcezze per il palato e l’orecchio accrescono le relazioni fraterne… e accorciano le distanze per il viaggio del prossimo anno in Terra Santa!

■ 29 marzo In preparazione alla Celebrazione di istituzione dei nuovi lettori e accoliti, la Comunità vive il ritiro spirituale.

■ 30 marzo Il ritiro si conclude con la Celebrazione Eucaristica comunitaria presieduta da S.E. monsignor Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto, in ricordo del decimo anniversario della morte di monsignor Antonio Ladisa, amato rettore del nostro Seminario dal 2005 al 2009.

■ 31 marzo Durante la Celebrazione Eucaristica presieduta da S.E. monsignor Leonardo D’Ascenzo, arcivescovo di Trani-Barletta-Bisceglie e Nazareth, avviene il conferimento dei ministeri istituiti del Lettorato e dell’Accolitato a diversi nostri amici di quarto e quinto anno. Preghiamo per loro e per la letizia d’ogni servizio ecclesiale. Lætare!

APRILE 7-11 aprile Si tiene l’evento della Settimana di Cultura, che quest’anno segue il tema VIAMARE. Rotte nuove verso un orizzonte di pace.

7 aprile La Settimana di Cultura si apre con un concerto-spettacolo di Oona Rea, Luigi Masciari (chitarra), Alfredo Paixao (basso) e Alessandro Marzi (batteria) seguendo la rotta … in nome della Fratellanza.

Ma prima, nel pomeriggio, una nutrita rappresentanza di seminaristi si è recata presso uno spartitraffico di piazza Garibaldi in Molfetta: svettano per l’inaugurazione, su una verde collinetta, l’albero d’ulivo e la croce in acciaio corten che furono poste sul palco nella storica visita papale di Francesco il 20 aprile dello scorso anno in occasione del XXV anniversario della morte del servo di Dio don Tonino Bello.

8 aprile Prosegue la Settimana di Cultura: in serata si tiene l’incontro con il professor Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, seguendo il tema … in nome della Pace.

9 aprile Con il tema … in nome della Giustizia e della Misericordia si tiene l’incontro con S.E. monsignor Robert Saeed Jarjis, vescovo ausiliare di Babilonia dei Caldei. A inizio giornata, è stato sempre lui a presiedere la Santa Messa comunitaria in Cappella Maggiore.

10 aprile C’è la visione del film Babel (regia di Alejandro González Iñárritu) con il critico cinematografico Giuseppe Grossi … in nome dei Popoli. 45


inDiario InDialogo > maggio 2019

11 aprile La Settimana di Cultura, offerta all’attenzione di molti convenuti anche da fuori le solite mura del Seminario, si conclude con l’incontro … in nome di Dio grazie alla partecipazione del professor Wael Farouq, musulmano d’origini egiziane e docente di Lingua e Cultura araba presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

12 aprile Dopo le lezioni i seminaristi tornano a casa per le festività pasquali. Surrexit Dominus vere, alleluia!

28 aprile Al termine della pausa della Settimana Santa e dell’Ottava di Pasqua, si rientra in Seminario. Regina cœli, lætare, alleluia!

MAGGIO

di don Cesare Mariano, presbitero dell’arcidiocesi di Acerenza. Per i nostri fratelli e i nostri amici noi diremo: «Su di te sia pace!»…

6 maggio Da questo lunedì e per tutti quelli del mese di maggio, la Comunità si raduna subito dopo cena per la preghiera del Santo Rosario. Respice stellam, voca Mariam!

7 maggio I seminaristi, per gruppi di diocesi, si riuniscono per una serata di condivisione: è così anche che si alimenta il futuro «lievito di fraternità»…

10-11 maggio Ultimo ritiro spirituale dell’anno formativo. Sempre, in esodo, radicati in Cristo!

1 maggio Tutta la Comunità vive una gioiosa giornata di festa e condivisione con gli amici del Centro Volontari della Sofferenza cantando: «Passa la Speranza!». E la Santa Messa, al centro dell’odierna «convivialità delle differenze», viene presieduta da S.E. monsignor Domenico Cornacchia, vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi.

2-5 maggio In rappresentanza della Comunità, un gruppo di seminaristi partecipa a Firenze al LXIII Convegno Missionario Nazionale dei Seminaristi, dal titolo Lo Spirito Santo protagonista della missione.

2-9 maggio

10 maggio

Il sesto anno si reca in pellegrinaggio in Terra Santa assieme ad alcuni presbiteri e laici e grazie alla guida

Durante la sera del venerdì, nel clima dell’ultimo ritiro spirituale dell’anno e in preparazione alla Giornata

46


Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, i seminaristi vivono un momento di preghiera, «come se vedessero l’Invisibile» (Evangelii gaudium 150), in una lotta di luci e tenebre. Scopriamoci sempre chiamati alla Sequela del Maestro che passa e trasfigura le nostre vite!

12 maggio Le famiglie dei seminaristi del quinto anno si ritrovano in Seminario per una giornata di dialogo e di amicizia con i formatori, provvidenzialmente nel giorno in cui si celebrano sia la Giornata Mondiale di Preghiera per la Vocazioni sia la Festa della Mamma. Queste famiglie ti benedicono, Signore!

24 maggio

15-17 maggio Secondo un calendario proprio di ciascun gruppo, si vivono le verifiche finali dell’anno formativo quasi giunto al compimento. Ad ædificationem Ecclesiæ…

17 maggio Come gioiosa consuetudine, i seminaristi di quinto anno si ritrovano per un pomeriggio e una cena di fraternità con tutti gli «ex-compagni» di cammino che, nel corso dei loro anni di discernimento e di formazione, hanno intrapreso altri propri sentieri vocazionali… ma senza mai lasciare la memoria viva, grata e bella del «made in Molfetta»! Signore, insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore!

19 maggio I seminaristi, al termine dell’anno formativo, salutano le Comunità parrocchiali e associative che li hanno accolti negli scorsi mesi per l’iniziazione alla carità pastorale. Amoris officium…!

20 maggio Équipe e seminaristi, assieme, vivono un momento di verifica comunitaria sull’anno formativo vissuto. Posui vos ut eatis…

23 maggio Si concludono le lezioni accademiche presso la Facoltà Teologica Pugliese. Soli Deo gloria!

La Comunità è in festa nel ricordo solenne della Regina Apuliæ. Insieme a tutti gli ex-alunni che celebrano in questo anno il quinto, il decimo, il venticinquesimo, il cinquantesimo e il sessantesimo anniversario di ordinazione presbiterale, S.E. monsignor Donato Negro, arcivescovo di Otranto, presiede la solenne Concelebrazione Eucaristica, in occasione del suo giubileo episcopale. Regina Apuliæ… ave, Maria!

25 maggio I seminaristi tornano a casa per poter partecipare alla consultazione elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo (26 maggio). Intanto, per i giovani uomini dell’anno propedeutico e per quelli del sesto anno si compie il proprio relativo itinerario formativo: buon cammino nel Cuore di Cristo, ragazzi!

28 maggio Ha inizio la sessione estiva degli esami istituzionali per il ciclo del baccellierato. In bocca al lupo a tutti!!! Sedes Sapientiæ, ora pro nobis!

GIUGNO 12 giugno Si conclude l’anno formativo con la Celebrazione Eucaristica comunitaria. Consummatum est! E che l’estate più che la «vendemmia del diavolo» sia la continuità di un tempo formativo coltivato e vissuto in altri luoghi… in altri laghi, in altri mari, su altri monti: buona estate e buone vacanze a tutti!!! Deo agimus gratias! 47


inDiario InDialogo > maggio 2019

CONFERIMENTO DEI MINISTERI ISTITUITI

S. E. REV.MA MONS. DOMENICO CALIANDRO

S. E. REV.MA MONS. LEONARDO D’ASCENZO

HA ISTITUITO

HA ISTITUITO

Arcivescovo di Brindisi-Ostuni il giorno 16 DICEMBRE 2018 (DOMINICA GAUDETE) nella CAPPELLA MAGGIORE del nostro SEMINARIO REGIONALE

LETTORI Adriano Arcadio Giuseppe Bizzoca Davide Cacchio Giovanni Colitta Cosimo De Carlo Maurizio Donzella Luigi Gravinese Francesco Misceo Michele Piazzolla Alessandro Tesse Stefano Toma

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ACCOLITI Leonardo Andriani Domenico Ariano Michele Azzolino Giuseppe Cantoro Domenico Coratella Angelo Di Tullo Domenico Evangelista Francesco Lattanzio Danilo Martino Michele Murgolo Fabio Raffone Luca Roberto Mattia Santomarco Paolo Spera Marco Tatullo Giovanni Totaro

Arcivescovo di Trani-Barletta-Bisceglie e Nazareth il giorno 31 MARZO 2019 (DOMINICA LÆTARE) nella CAPPELLA MAGGIORE del nostro SEMINARIO REGIONALE

LETTORI Stefano Aloisi Antonio De Nanni Massimiliano De Silvio Martino Frallonardo Marco Domenico Macrì Matteo Mangiacotti Francesco Manisi Matteo Salvatore Musarò Felice Musto Matteo Agostino Pensato Filippo Piccininni Aurelio Sanapo Vincenzo Stilla Gabriele Vaglio

ACCOLITI Nicola Pio Castriotta Matteo Losapio Hermann Rakotonirina


Visita il nostro sito www.seminariomolfetta.org

COME SOSTENERE IL SEMINARIO • Borse di studio perpetue del valore di € 10.000,00: per sostenere seminaristi in difficoltà economiche. Si possono versare anche somme inferiori da parte di più offerenti.

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• Borse di studio annuali per sostenere la retta (vitto e alloggio) di un seminarista in difficoltà economiche per un anno (€ 2.000,00). • Borse di studio annuali per sostenere le tasse accademiche: (per gli studi filosofico-teologici) di un seminarista in difficoltà economiche per un anno (€ 800,00). • Legati di Sante Messe in suffragio dei propri defunti (offerta libera).

A tutti i benefattori il Seminario invierà le proprie riviste. Per chiarimenti, offerte, borse di studio, Sante Messe, rivolgersi direttamente al rettore don Gianni Caliandro. Pontificio Seminario Regionale Pugliese «Pio XI» Viale Pio XI, 54 - 70056 Molfetta (BA) Tel. 0803358211


Anno XXV n. 1 - maggio 2019

1 9 9 5 · 2 0 1 9

ANNI

Periodico semestrale del Pontificio Seminario Regionale Pugliese «Pio XI» Molfetta (BA)

« La cultura del dialogo

come via;

la collaborazione comune

come condotta; la conoscenza reciproca

come metodo e criterio.

«

(Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune firmato da Sua Santità Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019)

Venticinque

in

anni dialogo

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InDialogo - maggio 2019  

Periodico Semestrale del Pontificio Seminario Regionale Pugliese «Pio XI» Molfetta (BA) - Anno XXV n. 1, gennaio - maggio 2019 Supplemento a...

InDialogo - maggio 2019  

Periodico Semestrale del Pontificio Seminario Regionale Pugliese «Pio XI» Molfetta (BA) - Anno XXV n. 1, gennaio - maggio 2019 Supplemento a...

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