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Auto Aiuto

Associazione Parenti ed Amici di Malati Psichici

SUICIDIO E PREVENZIONE in Alto Adige

RECOVERY

Poste Italiane Spa - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (Conv: in L. 27/02/2004, n. 46) art. 1, comma 2, DCB Bolzano Reg. 3.7.1995, n. 17/95, Nr. 2/2011


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IMPRESSUM Opuscolo informativo quadrimestrale dell‘Associazione Parenti ed Amici di Malati Psichici

Indice Editoriale

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Ogni settimana un suicidio, ogni giorno un tentato suicidio

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Prevenzione del burnout e del suicidio Due reti in Alto Adige

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Testimonianze ed opinioni...

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Familiari e suicidio

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Editore: Associazione Parenti ed Amici di Malati Psichici Via G. Galilei, 4/a 39100 Bolzano Tel. 0471 260 303 Fax 0471 408 687 info@auto-aiuto.it www.auto-aiuto.it

Non voler più vivere Il punto di vista dei psichiatrici

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Responsabile: Prof.ssa Carla Leverato

Registrato al tribunale di Bolzano: Nr. 17/95 R.St. del 3.7.1995

Il Servizio di emergenza provinciale 20 anni HPE Tirolo del Nord

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20 anni riordino dei servizi sociali Riflessione sul futuro

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Concorso letterario „Storie di recovering“

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International Conference on Recovery

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Redazione: Martin Achmüller, Lorena Gavillucci, Margot Gojer, Laura Kob, Carla Leverato; Traduzione: Martin Achmüller, Margot Gojer, Klaudia Klammer, Carla Leverato, Carmen Premstaller; Foto: Archivio, Martin Achmüller, Lorena Gavillucci, Margot Gojer, Dino Mastrotto, Carmen Premstaller; Impostazione e veste grafica: Carmen Premstaller Stampa: Karo Druck, Frangarto La redazione ringrazia per la preziosa collaborazione tutti coloro che hanno contribuito alla pubblicazione di quest‘edizione. Si riserva il diritto di effettuare abbreviazioni ai testi. Con il sostegno della

Con il sostegno della Città di Bolzano




EDITORIALE

Cari lettori! Carla Leverato

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l tema affrontato in questa edizione ha coinvolto molto tutti noi del comitato di redazione e ci ha fatto molto riflettere sulla sofferenza e su come entrare in contatto con le persone sofferenti. Abbiamo anche dovuto rivedere alcune idee preconcette, ad esempio quella che di sicuro nessuno avrebbe avuto voglia di parlare di prevenzione di suicidio, come nessuno di solito vuole parlare della malattia e mai della morte. E invece alla domanda se mai fossero arrivati a provare l‘estrema sofferenza che fa cercare l‘estrema soluzione che è quella di privarsi della vita, pochissi-

me delle persone depresse intervistate hanno preferito non rispondere. La maggioranza di esse non ha avuto alcuna difficoltà a parlarne, anzi, sembrava che lo desiderassero. Le testimonianze che abbiamo raccolto sono estremamente toccanti e commoventi, da leggere con il profondo rispetto dovuto allo svelarsi di una sofferenza così tragicamente profonda e incomprensibile a chi non la ha personalmente provata. Ho potuto chiedere ad una persona che per ben tre volte ha tentato il suicidio se veramente avesse voluto morire. „No” ha risposto „era una richiesta di aiuto. Mi sentivo disperatamente solo e temevo di non essere più amato, di essere diventato per la mia famiglia soltanto di peso.” Ho capito che la prevenzione del suicidio non può e non deve essere compito esclusivo degli esperti professionisti, non deve essere delegata a nessuno in particolare, siano familiari, amici, facilitatori di gruppi di auto aiuto, ma che essa è un problema che riguarda tutti noi in quanto esseri umani. Credo che tocchi a ciascuno di noi fare un passo verso l‘umanizzazione di una società che sembra aver perso in buona parte valori come la fede, il credere ancora negli ideali di accoglienza, generosità, altruismo, condi-

visione, che non conosce più l‘attenzione e il rispetto verso le persone e la vita, che in nome della privacy ignora chi vive in solitudine, che emargina crudelmente chi soffre di un disagio psichico. Nessuna persona sofferente deve essere lasciata sola. Tutti possiamo imparare a donare all‘altro un po‘ del nostro tempo per offrire una presenza silenziosa ed empatia per comunicare all‘altro in un clima di autenticità: tu per me sei importante. Credo nella tua sofferenza anche se so che non sarò mai capace di comprenderla fino in fondo. Non ho il diritto di giudicarti e di criticarti e mi sforzo di non farlo. Non voglio nemmeno darti buoni consigli. Se anche tu lo vuoi ti offro il mio aiuto, che può essere il primo passo perchè tu trovi la forza e il coraggio per rivolgerti ad un esperto, per curarti se ce n’è bisogno, perché tu possa infine trovare un‘alternativa al suicidio ritrovando anche la serenità e la gioia di vivere. Almeno un po‘. Grazie di cuore a tutti coloro che hanno collaborato a questa edizione così importante con le loro toccanti esperienze, con gli interessanti esaurienti articoli, con contributi di ogni tipo. Grazie a chi vorrà continuare ad approfondire l‘argomento.




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Ogni settimana un suicidio, ogni giorno un tentato suicidio Roger Pycha

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ell’anno 2008 sono decedute in Alto Adige 52 persone a causa di suicidio, nel 2009 i casi di suicidio erano 53. Ogni decesso dovuto a suicidio è una morte di troppo. Attraverso studi internazionali si apprende che la frequenza di tentati suicidi è aumentata da 8 a 10 volte, ciò significa che nella nostra Provincia si verificano giornalmente da 1 a 2 tentativi di suicidio. Il tasso di suicidio (numero di suicidi all’anno ogni 100.000 abitanti) da decenni è ormai raddoppiato rispetto al resto d’Italia ed è chiaramente maggiore rispetto al tasso di suicidio nella Provincia di Trento. Nel 1990 queste cifre sono tragicamente aumentate in seguito ad una serie di suicidi avvenuti con la stessa metodologia, messa in atto da parte di un gruppo di giovani in Val Venosta. La stampa in quell’occasione ha reagito con grande scalpore, la qualcosa, come si è dimostrato, è molto pericolosa. Ben vengano le relazioni sul fenomeno per non zittire il tutto. Descrivere in modo spettacolare il singolo caso può portare però a fenomeni di emulazione: ancor più se la vittima è esposta pubblicamente, se gli articoli riguardanti il caso vengono esasperati e se le circostanze del decesso sono descritte nei particolari. In proposito esiste una mezza dozzina di studi riconosciuti a livello mondiale. Le pubblicazioni riguardanti suicidi devono essere sobrie, con dichiarazioni generalizzate e inoltre devono essere correlate di informazioni sull’offerta di aiuto da parte di personale esperto. Sono scientificamente vietate le speculazioni su singoli casi tramite foto e titoli ingigantiti. Alcuni giornalisti ed editori non sono d’accordo e si appellano al diritto di libertà di stampa. Dopo il 1990 in Alto Adige è stata istituita una commissione d’esame che sconsiglia a stampa ed emittenti radiotelevisive la pubblicazione e diffusione di notizie riguardanti casi



di tentato suicidio. I mass media di lingua tedesca si sono attenuti rigorosamente a tali consigli, fino al 1995 quando Alexander Langer si tolse la vita. La vittima molto conosciuta e le dicerie eccessive sul caso portarono a trasgredire i buoni propositi. Nonostante ciò il tasso di suicidi è comunque diminuito anche perché c’è stato un grande impegno da parte nostra. Ha preso forma una nuova rete di offerte d’aiuto a tutti i livelli: sono stati istituiti i servizi di reperibilità psichiatrica, reparti di diagnosi e cura negli ospedali di Bolzano, Merano, Bressanone e Brunico. Qui le persone a rischio trovano sostegno e assistenza immediata. In alcuni casi è necessario trattenere queste persone contro la loro volontà, talvolta è indispensabile ricorrere al trattamento sanitario obbligatorio perché devono essere protette da loro stesse. Il personale sanitario è fortemente sotto pressione specialmente quando si sente accusato di trattare il paziente in modo brutale. Brutale è abbandonare a se stessi o al proprio destino persone con idee suicida.. Un altro fattore stressante per gli psichiatri è la mancanza di un luogo adeguato, dove poter trattare i pazienti a rischio suicidio. I reparti psichiatrici sono già strapieni e a questi si aggiungono i pazienti suicidali. Questi ultimi, almeno presso il reparto psichiatrico di Brunico, devono essere “parcheggiati” nel corridoio del reparto, senza servizi vicini, e senza un minimo di privacy. Un esercito di pazienti nei corridoi può prevenire un tentativo di suicidio perché questo di norma è fatto di nascosto. Ma questa situazione non è assolutamente dignitosa per la persona e necessita di un cambiamento radicale. Nel corso dei cinque anni di “Alleanza Europea contro la depressione in Alto Adige” sono stati istituiti gruppi di auto aiuto, servizi telefonici di consulenza e aiuto, servizi di psicologia, assistenza spirituale e di emergenza. A questi si sono affiancati con parti-

colare sensibilità medici di base, insegnanti, Forze dell’Ordine e la Chiesa. L’impegno è stato diretto anche nell’ambito della ricerca. Per dieci anni il gruppo altoatesino di prevenzione al suicidio, che purtroppo nel 2010 è stato sciolto, ha raccolto dati sui suicidi. I servizi psichiatrici dell’Alto Adige hanno intervistato medici di base e parenti di più di 400 vittime di suicidio, acquisendo importanti informazioni. Più del 50 % delle vittime soffriva di depressione, più del 25 % erano alcolisti. In relazione alla popolazione si sono tolti la vita più ladini e tedeschi che italiani, in un certo senso si potrebbe sostenere che la popolazione italiana in Alto Adige riesce ad affrontare meglio momenti di crisi, senza mettere a repentaglio la propria vita. Una ricerca condotta a Brunico sui familiari di persone che sono morte suicide fa emergere come i parenti stessi si sentano emarginati e come talvolta loro stessi pensino di togliersi la vita. Il tasso di suicidi è calato notevolmente all’apice del progetto dell’“Alleanza Europea contro la depressione “, l’anno 2007 in Alto Adige ha registrato solamente 38 vittime, finalmente si è riusciti a rimanere sotto la magica soglia di 40 decessi all’anno. Purtroppo i casi aumentano nuovamente nel 2008 quando il progetto giunge a termine. Ciò dimostra che gli sforzi devono essere portati avanti. E’ utopico pensare che basti la formazione di pochi esperti nella prevenzione dei suicidi. In questo frangente vige il principio: “ l’unione fa la forza”. Le esperienze estere dei paesi limitrofi valgono da esempio. L’Austria deve fare i conti con un tasso di suicidi molto superiore all’ Alto Adige, mentre il tasso della Germania corrisponde all’incirca a quello altoatesino. Entrambi i paesi hanno investito notevoli risorse nella prevenzione dei suicidi, conseguendo anche risultati importanti. Anche noi dovremmo assolutamente continuare in questa direzione.


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Prevenzione del burnout e del suicidio Due reti in Alto Adige

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er attivare nuovamente la rete altoatesina per la prevenzione del suicidio, che già esisteva negli anni dell‘Alleanza Europea contro la Depressione in Alto Adige (2004 – 2008), si sono incontrate all‘inizio di giugno diverse organizzazioni, fra le quali anche la nostra Associazione, con rappresentanti degli psichiatri che lavorano nella nostra provincia. In considerazione della attuale situazione si vuole riattivare e intensificare la rete per la prevenzione del suicidio e creare una nuova rete per la prevenzione del burnout „perchè qualcosa deve essere fatto“. Nel caso di burnout e di suicidio si tratta di situazioni estreme di stress psichico. I rappresentanti del-

la nostra Associazione hanno sottolineato a questo proposito, che in definitiva si tratta di promozione della salute psichica. Occorre perciò considerare la e concentrarsi sulla singola persona e non soltanto agire per amore dell‘azione. Inoltre abbiamo dato importanza alla necessità del coinvolgimento dei familiari nell‘accompagnamento e cura dei malati psichici. Durante un‘acceso confronto si è discusso su come migliorare l‘attuale situazione e cioè: punti di pronto intervento facilmente accessibili, tempi di attesa brevi, collaborazione fra i servizi più efficiente, realizzazione di accompagnamento e sostegno individuali, informare e sensibilizzare

maggiormente la popolazione... Per i partecipanti alla rete sono stati concordati questi compiti: fare un „inventario“ delle proprie concrete possibilità, metterle in atto e comunicarle alle altre organizzazioni. I partecipanti alle due reti sono: Associazione Parenti ed Amici di Malati Psichici, Associazione Girasole, Centro Terapeutico Bad Bachgart, Fondazione Vital, Centro Tau, Sostegno al telefono della Caritas, Young & Direct, Bildungshaus Lichtenburg (Stiftung St. Elisabeth), Accademia Altoatesina di Medicina Generale e Alleanza Europea contro la depressione (rappresentata dai quattro Servizi Psichiatrici della Provincia);

Alcune cose sono in movimento... Punto di Sostegno nei momenti difficili della vita dell‘Associazione Parenti ed Amici di Malati Psichici Il servizio di consulenza ha come obiettivo di migliorare la qualità di vita di famiglie con un „fondo psichiatrico“ e di sostenerle. Le nostre prestazioni si orientano alle varie esigenze e richieste. Offriamo consulenza, accompagnamento, contatti, interventi, prevenzione e sensibilizzazione. Il nostro Punto di Sostegno è un‘offerta confermata e valida per offrire un aiuto veloce che evita l‘iter burocratico. In un primo momento chiariamo la situazione e il fabbisogno individuale. La nostra attività è una consulenza personale e telefonica. Per una consulenza si paga una piccola contribuzione ai costi. Il nostro servizio è raggiungibile da lunedì a venerdì dalle ore 10:00 alle ore 11:00. La nostra consulente è bilingue. Il numero di telefono è 0471 262 262 e l’indirizzo e-mail è consult@auto-aiuto.it Ulteriori informazioni: www.auto-aiuto.it

Punto di Sostegno

Sostegno al telefono della Caritas Il Sostegno al telefono (Telefonseelsorge) è un servizio di sostegno telefonico dedicato alle persone in crisi bisognose di consiglio e di una voce amica che le aiuti a superare angosce e preoccupazioni e che le liberi della paura di non farcela. Gli operatori affrontano i problemi assieme a chi chiama e cercano di capire cosa possa servire per alleviare la situazione di difficoltà delle persone al telefono, aiutandole a riacquistare il controllo perduto. Il Sostegno al telefono offre orientamento su questioni personali, situazioni di vita vissute con senso di oppressione e consulenza in merito a decisioni difficili da prendere. Ci predisponiamo all’ascolto con attenzione, rispetto e stima. Rispettiamo l’anonimato di chi ci chiama e la riservatezza assoluta è una delle caratteristiche essenziali del nostro servizio. Il servizio è raggiungibile 24 ore al giorno per tutti i giorni della settimana ed è solamente in lingua tedesca. Il numero verde è 840 000 481 (senza prefisso). Chi è interessato al servizio di sostegno telefonico in lingua italiana può rivolgersi a Telefono Amico al numero verde 199 284 284 (senza prefisso), www.telefonoamico.it

nei momenti difficili della vita consulenza e informazioni

Lu - Ve ore 10.00 - 11.00 0471 262 262 Associazione Parenti ed Amici di Malati Psichici, Bolzano




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Testimonianze ed opinioni... Mi carico di emozioni e sentimenti contrastanti, finchè viene un momento di black-out e il pensiero del suicidio si identifica con il raggiungimento della pace, della libertà e il desiderio di togliere il disturbo. In me ci sono due persone: quella che vuole suicidarsi e quella che non vuole. Questo contrasto interno diventa insopportabile e per scaricare la tensione l’unica soluzione che ho trovato è di farmi del male (autolesionismo). Dopo essermi ferita mi sento bene. Fino alla prossima volta. Penso che dopo la morte ci sia qualcosa di meglio.

Penso che si possa arrivare a questo gesto estremo anche perché non si riposa abbastanza, la stanchezza peggiora la sofferenza.

Penso che si possa arrivare al suicidio quando la mente è indebolita, non si riesce più a vedere nella giusta prospettiva i problemi che ci assillano. Non sono mai andato oltre l’idea del suicidio, perché frenato dal pensiero dei figli.

Nonostante i problemi, le difficoltà, le sofferenze, non ho mai pensato al suicidio.

Chi può dire se per una persona sia meglio vivere o morire?

Ho sentito in un periodo della mia vita il desiderio di scomparire, di non esserci più, ma non ho mai fatto nessuna azione per concretizzare questo desiderio.

La prevenzione del suicidio è un argomento molto delicato e complesso in quanto ideazione del suicidio è un pensiero talmente improvviso, potente, terrificante che assale la mente del malato e lo lascia paralizzato, impotente, incapace di reagire e la sola azione che ti fa compiere è quella per mettere in pratica il gesto estremo. Quando ti assale ideazione del suicidio è come se uno spirito maligno si impossessasse della tua anima, si ha l‘impressione di sentire delle voci che ti istigano a suicidarti e tu ti senti come stritolato da un enorme serpente che ti blocca il respiro fino quasi a soffocarti. In quel momento sei completamente disarmato di fronte al MOSTRO ed è questo il momento più pericoloso e critico. Se devo parlare di me mi capita di pensare al suicidio quando ho la consapevolezza di non avere più i punti di riferimento, di ritrovarmi con i miei problemi da solo e di aver paura della vita perché quando hai visto e capito quello che ti può crollare addosso e quanto siamo „appesi ad un filo“, tutti indistintamente, ti senti mancare la terra sotto i piedi. Come un potente terremoto interiore che mantiene dentro te un’ansia che non ti da tregua. La vera prevenzione, oltre agli psicofarmaci, dovrebbe metterla in atto il personale del centro di salute mentale e in particolare lo psichiatra che non sempre è in grado anche semplicemente di „ascoltarti“. A parte questo, quello che può essere veramente più efficace di qualsiasi altro intervento è l‘affetto e l‘amore di una persona che ti vuole bene veramente. La solitudine infatti è la prima causa di suicidio. Si può essere in mezzo a tante persone ma se non le senti „vicine a te“ sei comunque solo. A me mancano i consigli di mio padre, parlare con lui o semplicemente lo stare insieme. Mi manca abbracciare e baciare mia madre e mi mancano i suoi abbracci e i suoi baci. Tutto mi fa ricordare di loro e la solitudine amplifica quel senso di vuoto interiore e di tristezza profonda che spesso mi porta a pensare al suicidio come unico mezzo per porre fine alle mie angoscie e per riavvicinarmi alle persone che mi volevano veramente bene.




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Non voglio neanche parlarne, non riesco a capire come si possa volerlo fare, ho troppa fede nella vita. Però non giudico chi lo fa. Quando ci ha provato L. mi sono sentita come se fosse stata fatta un’offesa a me personalmente, anche se può sembrare assurdo…

Mi spaventa parlare di quest’argomento. Penso che il suicidio sia un atto contro natura, istintivamente siamo portati a proteggere la nostra vita. Penso che chi arriva a questo passo non veda vie d’uscita davanti a sé.

Penso che il suicidio sia la fine di ogni sofferenza. Personalmente sono stata aiutata dal gruppo a superare i momenti difficili.

Nel momento in cui ho pensato di suicidarmi sono stata frenata dal pensiero del figlio e dalla rabbia verso la persona che mi aveva fatto del male: “Non gli darò questa soddisfazione.”

Suicidio: istruzioni per l’uso e il piano B Luce Sentirsi dentro al tunnel. Buio, senza via d’uscita. Ma in genere nel tunnel c’è un’entrata e c’è un’uscita. Quale? Con che sbocco? La fine. Del tunnel e di tutto, purché sia la fine di questo buio, di questo dolore. Farla finita con tutto, con tutti. Perché continuare? A che serve? A chi? Io non esisto già più; non esisto nei pensieri e nel cuore di chi mi sta attorno, di chi credevo mi volesse bene: è questa la morte, dell’anima, della speranza, di tutto. Di tutto? Per un attimo un pensiero mi attraversa la mente, veloce come un lampo. Ma no! Eppure… Ma se il mio suicidio non fosse altro che un omicidio mascherato? Se chi dentro di me dovesse davvero morire non fossi io, ma proprio chi mi nega l’anima, l’identità, l’esistenza? Ma no, non è così. Procedura di autodistruzione in corso, è la cosa migliore. Quando non ci sarò più forse mancherò a qualcuno, forse lascerò almeno un senso di colpa in qualcuno o forse un senso di liberazione, per quel che vale la mia vita…, una vita a cui non so più trovare un senso. Ma mi verrebbe quasi da chiedermi dove stia scritto che un senso debba averlo per forza o che valga davvero meno di quella, ad esempio, di chi mi ha negato l’identità, cioè il diritto stesso di esistere, di chi mi ha negato l’amore, il rispetto, di chi ha tradito la mia fiducia, di chi mi ha girato le spalle quando avevo più bisogno di aiuto. Sonnifero, il fiume che scorre placido e profondo, il sesto piano, un’arma, anche se impropria fa lo stesso, quel tornante, il viadotto che ho visto tante volte. Pur di finire. La mia mente comincia a girovagare. Quanto vale la mia vita? Vale meno della tua, genitore che colpevolizzi e non educhi ? Meno della tua, partner che inganni perché nuovo è bello? Meno della tua, per cui potere, soldi e carriera contano più degli affetti, delle persone e della tua stessa dignità? Comunque sono io la persona sbagliata. Ciascuno di voi, in fondo, ha un motivo, c’è una qualche giustificazione per il suo comportamento, anche per il più sordido. Di giustificazioni io non ne ho, ho sbagliato sapendo di sbagliare, sono io il lato peggiore. Voi siete “ i vincenti”. “Beati gli ultimi” Improvvisamente queste parole, “beati gli afflitti”, “beati quelli che hanno fame e sete di giustizia”… Strana sensazione, quasi consolatoria, mi ricorda quel sapore di speranza che da tanto tempo non sento più. Come è bello questo cielo, mi sembra immenso: come la mia solitudine. Ma di colpo mi rendo conto che io esisto con lo stesso diritto con cui esiste l’universo. La mia anima ferita, calpestata, piena di angoscia, di dolore, di rancore, di disinganno, di rimpianto, di fragilità mi sembra custodisca comunque in sé una grande ricchezza; ora la sento vibrare all’unisono con lo stesso ritmo con cui pulsano le stelle, lo stesso ritmo del sole e delle stagioni, il ritmo delle onde dell’oceano. All’improvviso percepisco questa vita come un’esperienza così intensa, che può farmi male da morire, ma forse proprio per questo merita di essere sperimentata fino in fondo: troppa stanchezza mi pervade, ma ho ancora un briciolo di lucidità per capire che così si vince davvero.




Familiari e suicidio L‘articolo che segue è un condensato di due articoli pubblicati dalla rivista “Kontakt” dell‘Associazione austriaca HPE rispettivamente nel 2005 e nel 2006 (“I familiari partner nella prevenzione del suicidio” di Reinhold Fartacek e “Familiari e suicidio” di Hermine Pokorny).

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i fronte alla sofferenza psichica di un proprio caro i familiari si trovano spesso soli, a loro volta in preda alla sofferenza. Se poi sono costretti ad affrontare minacce o peggio tentativi di suicidio la sofferenza diventa anche per loro indicibile e insopportabile. E‘ come avere sospesa sulla testa la spada di Damocle attaccata ad un filo, in aggiunta al tormento delle domande che continuamente li assillano. Posso fare qualcosa per alleviare la sofferenza, per impedire che il mio caro si tolga la vita? Che cosa posso fare? Come posso intervenire? Più raramente essi si domandano a chi chiedere aiuto per se stessi. Da parte del paziente la sofferenza che porta a dire “Non voglio più vivere“ è atroce, insopportabile, molto peggiore di qualsiasi sofferenza fisica, perché non è né localizzabile, né esprimibile a parole. L‘unica soluzione allora per non sopportare più l‘insopportabile è annullare la coscienza spegnendo la vita, che comunque non ha più senso, non ha più nessun valore. Di gran sollievo sarebbe poter mostrare ed esprimere i propri sentimenti e le proprie paure alle persone vicine, ai familiari. Questi però purtroppo sono a loro volta trascinati nello stesso vortice di paura e disperazione, e di sensi di colpa che fanno chiedere: “Che cosa ho fatto o che cosa ho trascurato di fare per ridurre così mio figlio (o il mio partner)?” La posizione del familiare è molto difficile; facilissimo è per contro cadere



nella trappola del „salvatore“, del responsabile unico di quanto succede, nella trappola cioè di una relazione sbagliata e pericolosa per entrambi, fatta di ricatti se pur inconsapevoli. La minaccia di suicidio può avere due facce: ho paura di essere lasciato solo, ma se muoio sarai tu ad essere abbandonato; voglio essere importante per te e ti costringo a considerarti indispensabile per me, per la mia vita. Ed ecco che i familiari mettono da parte tutti i loro bisogni, cercano di essere sempre presenti, per non dovere provare il rimorso di non aver eventualmente impedito il suicidio della persona cara. Così la vita diventa insopportabile anche per loro Sentimenti che coinvolgono entrambi, pazienti e familiari, sono pure il sentirsi discriminati, il provare vergogna e rabbia nei confronti di chi invece sta bene ed ha successo nella vita. I sensi di colpa sono sempre molto forti, specialmente nei confronti dei figli, se questi soffrono di disturbi psichici. I genitori sono sicurissimi di aver sbagliato qualcosa, se non tutto, nell‘educazione dei figli e sono pronti a rimediare a qualsiasi costo. Se è per colpa loro che il figlio è malato a mag-

gior ragione è colpa loro se egli non vuole più vivere. Anche nei riguardi del partner con disturbi psichici i sensi di colpa sono sempre presenti, tanto più se ci sono minacce, tentativi di suicidio, per non parlare poi se il suicidio è messo in atto. La trappola dei sensi di colpa è ancora più atroce nei figli di malati psichici. Questi da adulti ricordano ancora le frasi che già da piccoli li facevano considerare corresponsabili dello stato di malessere dei propri genitori: „Se non sei bravo la mamma deve andare all‘ospedale“, che significa: “E‘ colpa mia se la mamma sta ancora male.“ Come può fare il familiare a non cadere nella trappola distruttrice? E‘ indubbio che chi sta male al punto da non avere più voglia di vivere, ha bisogno di sostegno e di aiuto: da parte di familiari, di amici, di professionisti. Però i familiari stanno altrettanto male. Come venirne fuori? Quali sono gli errori da evitare, gli aiuti da cercare per se stessi? Al contrario dei malati, raramente i familiari si concedono di sfogarsi esprimendo la paura, il senso di impotenza, di rassegnazione, di abbandono che la difficilissima situazione suscita


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in loro. Non si permettono neppure di adagiarsi nella passività. Essi si assumono l‘intera responsabilità per il malato e senza darsi mai pace vanno in cerca di tutte le possibili cure per lui. Se non le trovano la colpa è tutta soltanto loro. Così si riducono allo sfinimento totale, trascurando completamente le proprie esigenze ed il proprio benessere. È questa la trappola che si rivela ben presto fatale. Il peso enorme di cui si sono fatti carico viene ben presto riversato sul paziente. Perché egli non segue i consigli, perché non si dà da fare per guarire, perché non cerca di apprezzare la vita, di essere allegro ecc. ecc.? Perché soprattutto non riconosce tutto l‘amore e l‘impegno che i familiari profondono per lui? Perchè continua a pensare al suicidio? E‘ difficile o quasi impossibile per la maggior parte dei “sani“ capire che la vita per chi soffre di un grave disturbo psichico in certi momenti, per un certo periodo, può solo disgustare, che la sensazione predominante è solo quella di impotenza, di debolezza, di vuoto e che tutti i „buoni consigli“ non fanno altro che accrescere la rabbia e la disperazione. E allora anche la disperazione dei familiari aumenta fino all‘insopportabile. E il vortice continua a trascinare... Il giro vizioso sembra non avere mai fine: ho bisogno di te, ma dipendere da te aumenta la mia impotenza e la mia rabbia. Il familiare quasi mai ottiene riconoscenza per tutto quello che fa, ma riceve invece in cambio aggressività oppure ostilità passiva. Non solo, ma il malato è spinto ad attribuire la responsabilità della sua mancata guarigione proprio ai familiari. Sono loro infatti che non riescono a trovare una soluzione, come sarebbe loro dovere, dato che se ne sono assunti la responsabilità. Perché non mi danno l‘aiuto di cui ho bisogno? Si verifica così una situazione assurda, per cui l‘aiuto viene preteso ma poi non accettato, la paura genera paura, il dolore di uno aumenta il dolore dell‘altro, la disperazione accresce la

disperazione, in un vortice senza fine. Come uscirne? È possibile? Per quanto difficile possa sembrare, si è possibile. Bisogna anzitutto essere convinti che soltanto le decisioni personali hanno possibilità di successo, che la guarigione non può essere un percorso imposto da altri ed estraneo alla volontà del paziente e che a quest‘ ultimo in nessun modo ci si può sostituire. Inoltre il familiare, ma può trattarsi anche di un amico o un volontario, deve essere pronto a liberarsi dall‘intreccio emozionale col malato psichico, a non farsi travolgere dalla paura e dal panico. Per riuscirsi è estremamente importante ricordarsi dei propri bisogni,

ascoltare le proprie emozioni, avere cura di sé, ripetersi continuamente „Ci sono anch’io“. Perché mai inoltre il malato psichico dovrebbe pensare al proprio benessere, se chi glielo consiglia poi non lo fa? Come fa a ritrovare la gioia di vivere se nessuno gliene da l‘esempio e tutti vivono nella tristezza e si fanno trascinare dal panico? Altrettanto importante è, per chi vuole veramente essere di aiuto, riuscire a capire, e poi ad agire di conseguenza, che ciascuno è responsabile soltanto della sua vita, mai di quella degli altri. Tutti possiamo aver bisogno di aiuto e sostegno in determinate situazioni della vita, ma ciò non significa che gli altri si debbano far carico di problemi che sono soltanto nostri, né che lo dobbiamo fare noi. Togliere alle persone la responsabilità significa anche togliere loro la dignità di esseri umani, distruggere l‘autostima. Se il familiare non si pone dei chiari limiti, se non la smette di attribuirsi il ruolo del „salvatore“, di farsi avviluppare nella rete emozionale del malato, di ritenersi taumaturgicamente onnipotente, solo allora potrà anche evitare non solo di essere manipolabile e ricattabile, ma anche di distruggere la propria vita insieme a quella di chi si vuole a tutti i costi salvare. E ciò vale anche nelle minacce e/o nei tentativi di suicidio. Ci sono sofferenze che nessuno di noi può alleviare, e del resto nessuno ce lo chiede. Quello che tutti però vorremmo nei momenti di grande sofferenza è una presenza silenziosa ed empatica, la presenza di qualcuno che creda nel nostro valore, nella nostra dignità, nella nostra unicità. Qualcuno che stia con noi perché gli fa piacere starci, perché ci vuole bene, vuole il nostro bene, non ci vuole togliere responsabilità, ma crede che la nostra vita sia esclusivamente nelle nostre mani, come lo è la felicità o per lo meno la serenità di una vita soddisfacente. Per arrivarci anche i familiari hanno bisogno di chiedere a loro volta e di accettare aiuto da parenti, da amici, professionisti. Senza paura, senza vergogna.




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Non voler più vivere - Il punto di vista degli psichiatrici Andreas Conca, Stefano Crisanti, Giancarlo Giupponi

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l suicidio, il togliersi la vita interessa da secoli i più diversi ambiti della cultura. Filosofi, teologi, artisti, politici hanno espresso in proposito le loro opinioni e i loro pareri e lo hanno interpretato partendo da concezioni molto diverse. A seconda del substrato culturale il suicidio è stato compreso come un atto razionale, come espressione di una volontà estremamente libera o considerato un peccato. La medicina, e la psichiatria in particolare, ha iniziato tardi ad occuparsi di questo ambito così problematico in tensione tra i due poli della giustificazione e della condanna. Alcuni numeri Secondo l‘Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) si suicidano quasi un milione di persone al mondo, di cui 60.000 in Europa, dove il sud risulta molto meno colpito dal fenomeno rispetto al nordest (Estonia e Lettonia). Si suicidano molto più frequentemente gli uomini che le donne. (3,5:1). Il suicidio occupa il nono posto tra le cause di morte e tra i 15 e i 44 anni di età è addirittura all terzo posto. Si sa inoltre che il pericolo di suicidio aumenta con l‘età. In Alto Adige la percentuale di suicidi è di 11 su 100.000. Anche l‘immediato contesto è a rischio: i familiari e le persone vicine al suicida molto spesso si tolgono a loro volta la vita durante il primo anno di lutto, per non parlare dei familiari lasciati spesso soli con i loro sensi di colpa, di vergogna, con la loro rabbia. le ricerche sul suicidio Le ricerche sul suicidio oggi concordano nel considerare il comporamento suicidale e in definitiva il suicidio come un processo (un continuum), che si sviluppa dall‘idea all‘azione fino alla conclusione. Sintomi più o meno vaghi come noia, irritabilità, aggressività, perdita di controllo degli impulsi,

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una aumentata ostilità verso gli altri e verso se stessi formano la base di un possibile crescente recrudescenza, che poi conduce ad un restringimento del pensiero e all‘azione. Secondo il recentemente scomparso esperto Ringel questo presuicidale coatto restringimento porta alla perdita della percezione della realtà, che fa apparire azione del suicidio come la miglior soluzione. La distorsione della percezione della realtà è un fenomeno doloroso per lo più lento, ma regressivo in caso di trattamento. Il ricercatore Poldinger ha descritto tre fasi: 1) Fase della considerazione, nella quale la persona passa dai desideri passivi di morte alle fantasie di suicidio. 2) Fase dell‘ambivalenza, nella quale il paziente elabora concreti progetti di suicidio 3) Fase della decisione, nella quale la persona stabilisce di commettere suicidio. Scheidemann, altro esperto, descrive il suicidio come risultato di un dialogo interno: mentalmente vengono esaminate tutte le opzioni, per risolvere un determinato problema che procura grande sofferenza. Il tema del suicidio emerge, la ragione lo respinge e l‘esame delle possibilità di scelta continua. Il tema del suicidio ritorna e viene nuovamente allontanato, ma alla fine, dopo che tutte le altre pos-

sibilità sono state escluse, la ragione accetta il suicidio come soluzione, lo programma e lo riconosce come l‘unica opzione disponibile. fattori di rischio Disturbi psichici come depressioni, psicosi e malattie da dipendenza possono favorire questo processo di restringimento mentale. Se ne può concludere che il 90% delle persone suicide soffre di un disturbo psichico; il 60% soffrono di un disturbo dell‘umore spesso accompagnato da una malattia da dipendenza. Si conoscono inoltre anche altri fattori di rischio, come ad esempio una forte situazione di stress, tuttavia è difficile che si possa configurare un’esatta e sicura previsione del siuicidio. il processo suicidale Significative sono le tre caratteristiche qui descritte del processo suicidale: 1) lento significa che c‘è tempo per fare qualcosa; 2) doloroso ha come effetto che il paziente spesso chiede aiuto (l‘80 – 90 % dei pazienti si reca nel l‘anno precedente dal medico cu rante e il 66% nel mese preceden te, senza che il disturbo venga riconosciuto); 3) regressivo permette di interrom pere la spirale di morte per mezzo di interventi mirati psicoterapeutici e/o medici, aiutando così il paziente.

Segnali di acuto pericolo di suicidio • • • • • • •

Assillanti fantasie di suicidio Grave depressione unita a grande disperazione (soggettiva) e notevole impulso a movimento/azione Il paziente si mostra particolarmente irritato, aggressivo o inquieto Aumentato isolamento Dichiarazione/minaccia di commettere suicidio Il paziente non è in grado di distanziarsi da pensieri di suicidio Tentativi di suicidio


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il ruolo dei media Questi possono, a seconda del modo di riportare notizie sul tema suicidio, scatenare effetti di imitazione (effetto Werther), oppure contribuire alla prevenzione con presentazione professionalmente corretta della notizia (effetto Papageno). Di decisiva importanza è anche la colla-

borazione con i pazienti e i professionisti. Da tutto quanto è stato detto risulta che il suicidio è un fenomeno serio, che è diffuso in tutto il mondo, che riguara tutte le culture e tutti gli strati sociali e che si manifesta diversamente anche nella forma. La scienza, la società, la cultura e la politica hanno il dovere di confrontar-

si a fondo, con serietà e lungamente, con il tema del suicidio. Anche se spesso si dice di non prendere tutto alla lettera, questo non vale assolutamente in queste situazioni, al contrario tutto è da prendere letteralmente e seriamente, e si deve cercare aiuto senza esitare. Meglio darsi da fare una volta di troppo che troppo tardi.

MITI & REALTÀ MITO: Chi si toglie la vita, raramente prima ne parla. Realtà: I suicidi parlano frequentemente delle loro intenzioni; due vittime su tre avevano espresso precedentemente la loro intenzione. MITO: Chi commette suicidio ha preso la decisione di morire ed è convinto che non ci sia altra soluzione. Realtà: Molte persone non sono convinte di voler proprio morire, ma fanno piuttosto una „gara“ con la morte. Molto raramente qualcuno si toglie la vita senza aver prima comunicato il suo stato d‘animo. MITO: Chi una volta ha deciso di togliersi la vita, rimane per sempre un potenziale candidato al suicidio. Realtà: Chi si vuol togliere la vita è per un dato tempo un potenziale candidato al suicidio. MITO: Il miglioramento dopo una crisi suicidale significa che non esiste più rischio di suicidio. Realtà: Molti suicidi vengono perpetrati tre mesi dopo il miglioramento, qundo il soggetto possiede energie sufficienti per tradurre in atto le sue intenzioni. MITO: Il suicidio colpisce molto più spesso i benestanti o viene messo in atto quasi esclusivamente dai poveri. Realtà: Il suicidio colpisce tutte le categorie sociali. MITO: Tutti i suicidi sono malati psichici, e soltanto persone disturbate psichicamente si uccidono. Realtà: I suicidi hanno indubbiamente uno stato d‘animo depresso, ma non necessariamente soffrono di un disagio psichico. MITO: Se si parla delle fantasie suicidali si aumenta il rischio di suicidio. Realtà: Spesso persone con problemi psichici o fisici hanno pensato al suicidio. Un dialogo aperto permette di essere più consapevoli dei problemi e delle soluzioni e spesso da sollievo e comprensione.

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Il Servizio di emergenza provinciale Lorena Gavillucci nell‘attesa dell‘arrivo dell‘ambulanza, e la preparazione contemporanea delle strutture e delle persone che dovranno affrontare la fase successiva, ovvero l‘allertamento degli ospedali di riferimento e il coordinamento fra di loro per le emergenze. L‘organizzazione dei trasferimenti da un ospedale all‘altro per i casi urgenti è un‘altra funzione di competenza del 118.

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o si definisce brevemente, il più delle volte, col suo numero telefonico – 118 – ma in realtà il Servizio di emergenza provinciale, dietro questa semplice porta d‘accesso, nasconde un sistema complesso di intervento e di coordinamento che garantisce la sicurezza delle comunità sull‘intero territorio della provincia di Bolzano. E lo fa grazie alla centrale operativa nella nuova torre di via Druso a Bolzano (accanto alla caserma dei Vigili del fuoco) dove operano 5 medici e 15 infermieri – che si attivano a turno anche sui mezzi di soccorso – e 15 operatori di centrale, tutto personale dipendente dell‘Azienda sanitaria dell‘Alto Adige. Solo nei primi otto mesi del 2011 il Servizio ha ricevuto 122.000 richieste di emergenza al numero 118, l‘emergenza sanitaria, e 22.500 chiamate al numero 115, di pertinenza dei Vigili del fuoco, ma coordinato dallo stesso servizio. Da questi numeri si evidenzia un lavoro enorme dove tecnica e professionalità devono interagire per gestire praticamente di tutto, e di quel tutto ogni fase al meglio. Come spiega il primario del Servizio, il dottor Manfred Brandstätter, il 118 riceve le chiamate da tutta la provincia e per ogni chiamata le operatrici e gli operatori devono fare una valutazione sanitaria della richiesta di aiuto, disporre, allertare ed inviare il mezzo o i mezzi di soccorso adeguati in un‘ottica di coordinamento globale degli interventi. Vi è poi il momento delicato dei consigli che si danno a chi chiama,

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Ci è sembrato giusto cercare di conoscere un po‘ più a fondo le persone che per 365 giorni all‘anno e per 24 ore ogni giorno, tutti i giorni, vegliano sulla popolazione e contribuiscono a salvare molte vite. Cosa non facile in un territorio come il nostro, dove una rete di interventi estremamente ramificata permette di arrivare (con percorsi non sempre privi di pericoli per i soccorritori) in luoghi impervi e difficili da raggiungere e, come può accadere, anche in condizioni climatiche sfavorevoli.

...e in caso di emergenza Le 4 regole d’oro per allertare il 118 Va da sè che ognuno di noi nella vita, purtroppo, ha avuto o avrà bisogno di chiamare il 118 in una situazione di emergenza, sia che si tratti di noi stessi o dei nostri familiari, sia che ci si trovi a dover soccorrere una persona estranea che ha avuto un malore o un infortunio o che si capiti sul luogo di un incidente, di qualsiasi natura esso possa essere. Va da sè che la cosa immediata da fare è chiamare il 118, ma siccome almeno la maggioranza di noi in quel momento si troverà in uno stato di comprensibile agitazione, è sicuramente anche il caso di mantenere il controllo, per quanto possibile, cercando di rimanere concentrati su alcune modalità di comportamento che gli operatori del settore hanno codificato, per permettere a chi dovrà aiutarci, di capire esattamente le dimensioni del problema ed intervenire nel modo migliore. In particolare, occorre ricordare che è necessario: • • • •

fornire a chi risponde alla chiamata d‘emergenza le generalità di chi chiama; dare informazioni esatte sul luogo dell‘evento, quale che sia la natura dell‘emergenza; descrivere con altrettanta esattezza cosa è successo; indicare con precisione il numero di persone coinvolte;

La persona che ha chiamato i soccorsi deve poi rimanere raggiungibile al telefono, nel caso la Centrale del 118 abbia necessità di richiamarla per acquisire ulteriori informazioni sulla situazione in atto.


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20 anni HPE Tirolo del Nord Martin Achmüller

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amiliari ai limiti“ e „oltrepassare i limiti“ sono stati i temi conduttori della Associazione austriaca (Tirolo del Nord) corrispondente alla nostra, la „HPE“ (Hilfe für Psychisch Erkrankte – aiuto per malati psichici). Si è parlato di emarginazione dei malati psichici e dei loro familiari, o meglio, in che modo si possa agire contro le possibili forme di emarginazione: • •

con corrette esaurienti informazioni (per i malati, i loro familiari, gli operatori, la popolazione e gli addetti agli uffici) con una collaborazione costruttiva con i servizi (espressa con lo slogan

• • • •

significativo: ”la politica e gli addetti agli uffici l’hanno capito”) la rappresentanza pubblica ufficiale (lavoro di lobby per far capire che “ci siamo anche noi!”) mostrando gli sviluppi sbagliati con coraggio e tenacia con misure di aiuto diretto e indiretto (se l’aiuto viene permesso) delle possibilità per ciascun malato (guarigione e riabilitazione) e familiare

psicoeducazione, gruppi di auto mutuo aiuto, formazione e supervisione, collaborazione con la Federazione delle HPE austriaca e con un gruppo di esperti nella regione del Bodensee, il cosiddetto “Lindauer Kreis”. E’ risultato inoltre che anche i problemi e i temi fondamentali sono quasi identici: i “bambini dimenticati” (figli di malati psichici), lo sviluppo della psichiatria infantile e dell’adolescenza, un fabbisogno enorme di consulenze (benchè il sostegno psicoterapico per i pazienti funzioni molto meglio) ed infine una mancanza relativa di soci attivi.

Un breve riassunto delle attività dell’associazione ci ha fatto capire che, il loro lavoro è molto simile al nostro: informazione e consulenza, seminari di

20 anni riordino dei servizi sociali - Riflessione sul futuro Alessandra Masiero

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L giorno 11 maggio 2011 presso il Centro Pastorale di Bolzano, ha avuto luogo un convegno il cui tema centrale era di carattere comunitario e di grande attualità. Il riordino dei Servizi Sociali nella nostra Provincia. L’evento, organizzato dalla ripartizione 24 – Famiglia e politiche sociali, ha visto partecipi, in una sala gremita, vari rappresentanti delle categorie che si occupano del benessere della popolazione. Esponenti del mondo politico, del sociale e della sanità nonche’ un gran numero di cittadini attivi. La riflessione, orientata sui nuovi bisogni espressi o letti, in questa epoca di grandi cambiamenti e tensioni tariffarie che mettono in difficoltà non solo le famiglie, volgeva uno sguardo fulgido sui passi futuri da affrontare e sui processi di inclusione, ormai indispensabili, delle rappresentanze di cittadini/utenti e organizzazioni nel manegement e valutazione delle risorse. Nell’arco di questo ventennio la decentralizzazione dei Servizi Sociali ai Comprensori di Base ha reso possibile

l’accesso, anche negli estremi del territorio, a servizi di qualità offerti alla persona attivando nelle varie comunità una cultura sociale polivalente e solidale. Le modificazioni sociali, la burocrazia oppressiva, la crisi del mercato del lavoro, i bisogni abitativi, le nuove disabilità, hanno messo in luce delle aree critiche! Nell’arco del tempo si è instaurata una delega quasi completa ai Comprensori e dopo verifica degli obiettivi raggiunti e prossimi, si è reso necessario rivedere, appunto, la legge 13. Si prospetta quindi una riforma, una legge di riforma quadro da riempire di innovazione, di acquisizione di responsabilità da parte dei Comuni, di definizioni degli accessi alle prestazioni, di decisioni tariffarie condivise con altri partner sociali… Si va oltre la rete… È da rivedere il sistema di comunicazione tra la politica e il cittadino, sono da affrontare le discriminazioni che gravano su alcune categorie, nella fattispecie ciò che ci accomuna in questa CONVEGNO

20 anni fa è stata approvata la legge provinciale n. 13 e così ebbe inizio una riforma del sociale nell’Alto Adige. Attraverso questo provvedimento normativo è stato avviato un processo di decentralizzazione. I risultati vanno discussi apertamente e criticamente. Come valutiamo oggi il percorso intrapreso 20 anni fa? Si può procedere in questa direzione anche in futuro? Cosa va conservato e cosa necessita di una modifica? Come intendiamo gestire l’ambito sociale Alto Adige in futuro? Perciò oggi combiniamo riflessione e festa.

lettura, l’area del disagio psichico, una tra le più fragili e meno trasparenti grazie alle molte persone che in questi anni l’anno messa in luce. Comunicazione TAGUNG / CONVEGNO e Partecipazio20 Jahre Neuordnung der Sozialdienste ne quindi… il servizi mondo del Non 20 anni riordino dei sociali Profit insieme Ein reflektierender Ausblick ai servizi per Riflessione sul futuro migliorare la qualità, la competenza e l’efficienza… Volentieri riprendo il motto di chiusura convegno. “Nicht ohne uns, nicht über uns. Mit uns!“ Dipende, pero? Ad ogni costo?! Max Weber sociologo del secolo scorso ci metteva in guardia dal nichilismo, materialismo e dalla sconsiderata sete di potere…. Dipende proprio da che punto guardi il mondo! 

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TAGUNGSSEKRETARIAT SEGRETERIA DEL CONVEGNO

Autonome Provinz Bozen-Südtirol Abteilung Familie und Sozialwesen Dienststelle für Personalentwicklung Provincia Autonoma di Bolzano-Alto Adige Ripartizione Famiglia e politiche sociali Servizio sviluppo Personale Kanonikus-Michael-Gamper-Str. 1 Via Canonico Michael Gamper 1 39100 Bozen/Bolzano Tel. 0471 41 82 01 - Fax 0471 41 82 19 e-mail: ingrid.kapeller@provinz.bz.it

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Bild: Einrichtung für Menschen mit Behinderung Seeburg Immagine: Struttura per persone in situazione di handicap Seeburg

11. Mai 2011, Pastoralzentrum, Bozen 11 maggio 2011, Centro Pastorale, Bolzano ore 15.30 – 18.00 Uhr

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Concorso letterario „Storie di recovering“

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acconta la tua storia!“ Questo è il titolo del concorso letterario internazionale bandito dall‘Associazione Parenti ed Amici di Malati Psichici e rivolto a tutti coloro che nella loro vita hanno affrontato una grave malattia psichica, hanno superato la sofferenza e si sono trovati sulla via della guarigione („recovery”). L‘invito a partecipare era rivolto a tutti coloro la cui situazione di vita fosse migliorata da almeno due anni. Il riscontro non si è fatto aspettare: ben presto sono pervenute delle lettere e entro la fine d’aprile abbiamo ricevuto 48 toccanti storie, diverse canzoni e perfino un libro. La giuria internazionale, formata dal dott. Alessandro Svettini, responsabile del Servizio di Riabilitazione Psichiatrica Precoce e Recovery “Gelmini”, dalla dott.ssa Patrizia Tempia, responsabile del reparto di Psicologia Oncologica di Biella (Piemonte) e dalla dott.ssa Sigrid Steffen, presidente della Federazione Europea delle Associazioni per la Salute Mentale, non

ha avuto un compito facile. Essi infatti hanno dovuto scegliere, tra le molte storie toccanti e commoventi ricevute, quelle dei tre vincitori, scritte rispettivamente in lingua tedesca, italiana e inglese. Nell‘ambito della „International Conference on Recovery“, tenutasi il 5 e 6 maggio 2011 presso la EURAC a Bolzano, sono stati resi noti i nomi dei vincitori ai quali vanno i premi in denaro di 300,00 euro ciascuno, messi a disposizione dall‘Assessorato della Cultura del Comune di Bolzano. Essi sono Jan Michaelis (Germania) con la storia “Ich bin doch kein Werwolf”, Francesco Corradini (Italia) con “La mia storia di recovering” e Kathryn Wright (Stati Uniti) con “These are my shoes”, ai quali rivolgiamo le nostre più vive congratulazioni. Vogliamo pure ringraziare di cuore tutti gli altri partecipanti per il loro contributo. Il grande interesse per il nostro concorso ci ha fatto molto piacere e siamo molto orgogliosi del fatto che persone dall‘Alto Adige, dal resto dell‘Italia, dalla Germania, dalla Svezia e perfino

da Canada, Stati Uniti ed Australia ci abbiano raccontato la loro storia di vita con testi lunghi o brevi. Il concorso aveva come obiettivo quello di appianare la strada verso una maggior apertura verso l‘esterno, e naturalmente ciò ha richiesto molto coraggio da parte dei partecipanti per uscire allo scoperto con le loro storie. Si voleva mostrare che non c‘è bisogno di vergognarsi della propria esperienza e che è soltanto un bene se tutti si possono confrontare con questi temi, per imparare ad affrontarli e a capire che anche la malattia psichica fa parte della vita e della società. Poichè ci sembra molto importante che tutti abbiano la possibilità di leggere le storie, le abbiamo pubblicate su www.auto-aiuto.it. Questo concetto relativamente nuovo, ha origine negli Stati Uniti. Il concetto di “Recovery” fa riferimento alla ripresa dalla malattia mentale grave intesa come il recupero di un ruolo sociale valido e lo sviluppo di potenzialità della persona. La “Recovery” implica il tornare a condurre una vita produttiva e soddisfacente, nonostante ed oltre i limiti imposti dalla malattia mentale.

International Conference on Recovery Luigi Basso L‘articolo è stato abbreviato per esigenze di spazio con l‘autorizzazione dell‘autore. L‘articolo completo verrà pubblicato sul bollettino internazionale WAPR (World Associacion for Psychosocial Rheabilitation) nella sua versione inglese.

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l 5 e 6 maggio 2011 a Bolzano si è tenuta la “Conferenza Internazionale sul Recovery” organizzata dal Servizio Psichiatrico del Comprensorio di Bolzano, con il patrocinio e la collaborazione

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di: World Association for Psychosocial Rehabilitation, Società Italiana di Riabilitazione Psicosociale, Società Italiana di Psichiatria, EUFAMI. La conferenza si prefiggeva di presentare e discutere nel corso di due giornate di lavoro interattivo contributi internazionali (Italia, Austria, Germania, Inghilterra, Stati Uniti) relativi a diversi aspetti del paradigma riabilitativo “recovery oriented”. L’interesse suscitato dalla tematica è stato grande, come dimostrato dalla consistenza numerica

delle adesioni (circa 400) e dall’intensità della partecipazione attiva alla conferenza da parte di operatori, utenti, familiari e studenti provenienti da varie nazioni europee, oltre che dall’Italia. Angelo Barbato (Istituto “Mario Negri” di Milano) ha introdotto con una delle più importanti questioni aperte sul Recovery, la sua valutazione, cioè, in termini di processo e di esiti e i vari aspetti della ricerca, fra cui quello sociale, (lavoro, vita autonoma, relazioni sociali e quello esperenziale (benessere sog-


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gettivo, padronanza di sé, qualità della vita) finora il più trascurato dalla ricerca e posto in primo piano dal movimento del recovery. Risulta da altre ricerche che le percentuali di guarigione dalla malattia psichica sono oltre il 50%, che si può entrare e uscire dalla malattia e che la guarigione può avvenire anche dopo molti anni. Anche per quelli considerati inguaribili. Però anche il “pessimismo prognostico“ deve essere considerato “malattia professionale” (Giuseppe Tibaldi e Lia Grovers). L’enfasi sul concetto della speranza per superare tale negativismo prognostico è stato un passaggio chiave anche dell’intervento di Michaela Amering (Università di Vienna). Come ha sottolineato Andreas Conca, i pazienti hanno il diritto di ricevere una terapia mirata, efficace, ben tollerabile e consapevolmente integrata in una visione realmente bio-psico-sociale, in cui non si può prescindere dalle complesse interazioni tra queste dimensioni. In tal senso l’integrazione delle terapie biologiche nella relazione medico-paziente-familiari costituisce una sfida centrale per la psichiatria nella costruzione del “trialogo”. Paola Carozza (Dipartimento Salute Mentale Ravenna) ha parlato di come dovrebbe cambiare la prospettiva di approccio alla malattia mentale grave nei servizi di salute mentale: dal paradigma statico mirante al “mantenimento” a quello orientato al recovery. In particolare si è soffermata sugli aspetti legati alla formazione del personale e agli assetti organizzativi dei servizi di salute mentale. Marianne Farkas, in videoconferenza direttamente dalla Boston Universi-

ty, partendo dalla profonda differenza di “expertise” maturata sulla base dell’esperienza soggettiva rispetto a quella professionale/istituzionale, ha messo in luce come la trasformazione di un servizio spostando il focus dal provider/istituzione al recovery dell’individuo comporti una serie di passaggi: dal potere sulla persona al risveglio del potere della persona; dall’orientamento al controllo a quello alla scelta; dal focus sul rischio e sulla paura a quello sulla speranza e i sogni; da un sistema dove il cliente si deve adattare al provider ad uno dove è il provider ad adattarsi al cliente; da una dimensione centrata sulla disabilità ad una centrata sul potenziamento delle abilità e della ricerca di una vita ricca di significato. Per quanto riguarda la componente qualitativa, la ricerca ha confermato l’importanza della partecipazione consapevole degli utenti negli aspetti di valutazione dei processi di cambiamento e ha evidenziato che, nel campione in oggetto, la fiducia in se stessi e le aspettative positive, insieme alla capacità di porsi degli obiettivi e di perseguirli, sembrano essere i domini maggiormente connessi al processo di recovery. Il percorso soggettivo che comporta acquisizione di consapevolezza, agency, mastery ed empowerment, oltre che nella dimensione individuale di recovery o nei processi di valutazione clinico/funzionale e ricerca, può essere vantaggiosamente “speso” anche nella relazione di aiuto, come hanno ben evidenziato alcune tra le più avanzate esperienze di peer-support presentate nel corso della conferenza. Le esperienze dei “Facilitatori Sociali” di Saronno, degli “Utenti-Familiari Esper-

ti” di Trento e del progetto “EX-IN” di Brema promuovono la salute mentale in un’ottica di integrazione tra servizi sanitari e comunità territoriale Ma l’enfasi sul percorso soggettivo di recovery e su variabili così personali come la speranza non ci fa forse correre il rischio, come ha provocatoriamente suggerito Rita Roncone (Università de L‘Aquila), di passare, in qualita’ di operatori, dall’interventismo totalizzante basato su accudimento e/o controllo ad una dimensione di semplici “accompagnatori” o al massimo di “incoraggiatori” di un processo su cui riteniamo di avere ben poca influenza? In antitesi a questo è stata sottolineata la necessità di garantire l’utilizzo di routine nei servizi di pratiche riabilitative di provata efficacia, come gli interventi psico-educativi, i social skills training, i problem solving training, ecc., di fatto apertamente richiesti da utenti e familiari e ancora estremamente sottoutilizzati nei servizi, come vari studi già in precedenza ricordati dimostrano. Che cosa è necessario studiare piú approfonditamente nella futura ricerca scientifica sul recovery? Il prezioso materiale che ne è emerso è stato sinteticamente restituito in plenaria ed è tuttora in fase di analisi da parte del comitato scientifico. Esso costituirà il punto di partenza delle iniziative (tra cui una seconda fase della ricerca S.I.R., estesa a tutti i servizi che ne fossero interessati) che da questa conferenza deriveranno, in vista di un secondo appuntamento su questa tematica previsto sempre a Bolzano per il 2013.

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Ai soci dell‘Associazione Parenti ed Amici di Malati Psichici! Carissimi, L‘attuale situazione di crisi economica generale si fa purtroppo sentire anche nella nostra Provincia, che è costretta a ridurre sempre più i finanziamenti alle varie associazioni. Ciò significa che anche i contributi per le istituzioni sociali stanno diventando sempre più scarsi. Di conseguenza anche per la nostra Associazione la situazione sta diventando problematica, poichè, mentre il sostegno finanziario pubblico si sta riducendo, stanno invece notevolmente e continuamente crescendo i nostri ambiti di intervento e le aspettative

dei soci: L‘Associazione si trova a questo punto di fronte ad una nuova sfida sulla questione finanziamento, e il problema richiede urgenti soluzioni. Finora le entrate dell‘Associazione sono pervenute da varie fonti, anche se il finanziamento più consistente (¾ del totale) ci è finora pervenuto dalle istituzioni pubbliche. La parte restante (¼) proviene invece dai soci e da altri sostenitori. Poichè il vostro contributo di idee e il vostro sostegno a questo proposito sono per noi molto importanti, abbiamo preparato il questionario allegato

Questionario riguardante il finanziamento dell‘Associazione Parenti ed Amici di Malati Psichici:

nel quale sono indicate diverse possibilità. Poichè riteniamo la vostra opinione fondamentale per il proseguimento del lavoro del Direttivo dell‘Associazione, vi preghiamo di compilarlo attentamente e di restituircelo entro il 30 settembre 2011, anche via fax (0471 408687) o per email (info@auto-aiuto.it). Grazie per la collaborazione e cordiali saluti Siglinde Jaitner Presidente Si

No

Se si, a quanto?

La quota associativa (attualmente di 15 euro) va aumentata?

Il contributo spese per i seminari per familiari di un fine settimana va aumentato? (attualmente 45 euro per i soci e 75 per i non soci)

Il contributo spese per i soggiorni di vacanza per i pazienti va aumentato? (mediamente (derzeit 290 euro per 9 giorni)

Il contributo spese per le due iniziative di tempo libero (Giochi estivi e invernali) va aumentato? (attualmente 7 euro per i soci e 12 per i non soci)

Il contributo spese per il servizio di consulenza „Punto di sostegno“ va aumentato? (attualmente 15 euro per i soci e 30 euro per i non soci per la consulenza di un‘ora)

Il contributo spese per la partecipazione agli incontri dei gruppi per familiari va aumentato? (attualmente 3 euro per persona ad ogni incontro; per le famiglie 30% di riduzione dalla seconda persona. In totale circa 30 euro per persona all‘anno)

Deve essere introdotto l‘abbonamento per ricevere la rivista dell‘Associazione „Auto Aiuto“? Si No Se si, a quale costo? Si devono intraprendere iniziative mirate ad incrementare le offerte? Si No Se si, quali? Si deve cercare di pubblicizzare maggiormente la possibilità di versare il 5 per mille in favore dell‘Associazione? Si No Se si, in che modo? Si devono cercare nuovi sostenitori? Si No Se si, quali? Si devono organizzare manifestazioni mirate ad ottenere fondi? Si No Quali? Avete altre idee o proposte per procurarci sostegni finanziari? Volete indicarle?

Auto-Aiuto_02-2011  

Giornale dell'Associazione Parenti ed Amici di Malati Psichici, Bolzano

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