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È una mattina di sole, ma dentro la grande aula della Facoltà di fisica alla Sapienza dove si terrà l'incontro "Volti e le maschere del '900" si respira da subito un'aria pesante. Eppure l'aula è piena di ragazzi, studenti di varie scuole superiori di Roma, ma insieme ai loro professori ci sono quegli altri, maschere di cera su volti poco credibili, i professori universitari. Appena entrata nella grande aula, c'è un signore con l'aria guardinga al quale chiedo se posso assistere, tutti quei volti belli, e giovani, mi fanno pensare che forse è un incontro per soli studenti delle scuole secondarie. Ma lui mi dice che posso restare. L'incontro infatti è aperto anche agli studenti universitari. Peccato che io non sto né da una parte né dall'altra e, a dire il vero, di studenti universitari lì dentro non c'è traccia. Trovo posto a fatica tra due studentesse. Stringono tra le mani estratti dalle opere di Pirandello, Palazzeschi, Calvino. Attendono con ansia il loro turno quando leggeranno per noi quegli estratti. Ad ascoltare una ragazza leggere un brano tratto da Suo Marito mi ritrovo commossa. Sono quelli gli unici momenti per cui è valsa la pena attraversare mezza Roma questa mattina. Per il resto la solita nenia, le solite parole vuote, maschere che hanno perso il loro volto, fantasmini patetici e ridondanti che però ricoprono i posti importanti. E l'aria dentro le loro parole si fa sempre più pensante. La prima relazione è della professoressa Silvana Cirillo la quale, nell'esporre la poetica di Palazzeschi, sostiene: "Palazzeschi avrebbe anticipato la genialità di Basaglia. Infatti metteva i bambini al pari dei folli - i quali sarebbero al pari dei pazzi - e proponeva di portare i bambini in manicomio, essendo disinibiti quanto coloro che, in quei manicomi, si trovavano come ricoverati. I bambini, come i pazzi, hanno il coraggio di annullare la tristezza in un sorriso. Le poesie di Palazzeschi sono coraggiose, sfrontate, moderne e giocose" Questo il riassunto stilato a fatica dalla sua relazione. La prof sembrava un po' confusa. Probabilmente il moderatore le stava mettendo fretta e non c'è niente di peggio che trovarci a riassumere un argomento che non abbiamo mai compreso. Eppure, mia cara professoressa Cirillo, quando Palazzeschi nel suo Manifesto del controdolore scrive: "QUELLO CHE SI DICE IL DOLORE UMANO NON È CHE IL CORPO CALDO ED INTENSO DELLA GIOIA RICOPERTO DI UNA GELATINA DI FREDDE LAGRIME GRIGIASTRE." a me viene in mente un'immagine carica d'angoscia, come una maschera che si scioglie nella disperazione in rivoli di cera colorata e finta, come quei sorrisi, come chi di fronte al dolore chiude gli occhi e allora dimentica. Mi viene in mente il finale di Morte a Venezia. Mi tornano allo stomaco uno dietro l'altro quei colpi presi da ragazzina, cresciuta tra le urla euforiche di una generazione di disperati. Se qualcosa va storto non lo dire in giro, gli sfigati vengono evitati come appestati, così mi dicevano. Bisogna essere bravi, eccellenti, perfomanti. Cara professoressa Cirillo, non siamo figli di nessuno, ma di quelle "lagrime grigiastre". Le abbiamo tolte a fatica dai nostri occhi ricoperti da una cataratta precoce. Quel manifesto era del 1913. Cosa accadeva in Italia in quegli anni? Mi chiedo perché, anziché parlare ancora Basaglia come se fosse stato davvero un eroe, perché di fronte a quei ragazzi non abbiamo affrontato argomenti più veri. Cosa succedeva nel 1913, professoressa Cirillo, lei se ne ricorda? E nel '68, nel suo '68, di che colore erano le lacrime? La seconda relazione è quella che più mi colpisce al cuore. Che il professor Gigliucci


fosse un tale esperto di Pirandello mica lo sapevo, e meno male che non lo sapevo, avremmo rischiato di mal menarci in pubblico compromettendo seriamente la mia carriera universitaria. Si è seduto dietro quella cattedra e nemmeno voleva parlare perché, diceva, c'era un chiacchiericcio che lo disturbava. Peccato che non si era accorto che quel chiacchiericcio veniva da fuori... Lui invece era convinto che venisse da dentro e che qualcuno lo stesse facendo a posta per disturbarlo. "Fuori di chiave" titolava una raccolta poetica di Pirandello. Chi sa se a Gigliucci è mai capitata tra le mani. Forse, se avesse avuto l'accortezza di leggerla non avrebbe fatto la terribile figura dell'ignorante nel quale si è trovato ieri mattina. Caro Gigliucci, avrei davvero voluto salvarla dall'impaccio, ma a noi plebei è vietato persino rivolgere le domande a voi, a voi che ricoprite i posti che contano. Ma, caro Gigliucci, mi tolga una curiosità: com'era quella storia del prisma? Perché sa, temo di non aver capito bene. Ad esempio, lei sostiene che i personaggi di Pirandello si disgregano come un prisma e, nel loro complesso, sparpagliati sulla pagina come povere ombre in preda allo sgomento, andrebbero a rappresentare la stessa crisi dell'io che vive il nostro autore, il quale nella sua opera non ha fatto altro che cercare di comunicare il dramma dell'illusione della quale siamo vittime inconsapevoli, quella dell'io appunto, il quale non esiste - perdoni il gioco di parole ma per me, anima fragile, davvero è difficile ricucire in un discorso coerente quello che voleva dire, ma ci proverò! Dunque, l'io non esiste, perché è un'illusione - e mi viene da pensare umoristicamente che sarebbe bello se fosse vero, se tutti quei professoroni che mi è capitato di sentire ieri, fossero realmente solo delle illusioni, anzi terribili fantasmi, ma dati alcuni fatti burocratici e concorsuali credo che voi esistiate davvero – allora, l'io non esiste, Pirandello ce lo ha dimostrato e le sue intuizioni sarebbero state confermate dalle nuove scoperte neurologiche le quali - come diffuso in uno studio intitolato The illusion of selph - ci dimostrano come l'io sia una nostra mera e triste e disperata illusione. "Studi che", aggiunge Gigliucci, "erano già stati diffusi negli anni '20, ma spero che adesso non ci spaventino come allora". Anni venti? Mmmm... dunque Pirandello sarebbe un nazista e tutti gli uomini nazisti inconsapevoli come lui? La società d'altronde, aggiunge Gigliucci, secondo Pirandello è divisa tra mediocri che non sanno e intellettuali che invece hanno scoperto di essere semplicemente nessuno e guardano il resto del mondo con quel sorriso sadico e appuntito - esattamente come quello con il quale Gigliucci, qualche ora dopo, avrebbe osservato lo splendido Gifuni e quella sua interpretazione di Gadda che ci risollevati tutti. Caro Gigliucci, non vorrei dire ma... sa, tutti lo sanno, ormai è noto al mondo, che i moderni studi di neurologia confermano teorie ben altro tipo. E quegli stessi studi citano Pirandello abbastanza spesso... E insieme a Pirandello, la luce... Infatti, come un mulinello nel cervello continua a girarmi quella strana storia sul prisma. Ma lei lo sa che un prisma altro non è che... luce! E che fine fa un prisma se la luce della vita si spegne, cosa sono i personaggi se non una rappresentazione in chiave polifonica di quel che uno scrittore sente e vive, senza tuttavia poter dire, di quel che uno scrittore vede, senza tuttavia poter toccare e allora lo fa vivere sulla pagina. C'è un passaggio di una novella che amo molto, si intitola Il viaggio, di sicuro lei l'avra letta, e a un certo punto Pirandello, interpretando i pensieri più profondi della protagonista Adriani Braggi, scrive: "...avvertiva appena, chi sa come, il brulichio di una vita diversa, (...) il brulichio di una vita che era da vivere là, lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce, nella quale esso, lo spirito, tutto intero, si sarebbe ritrovato." Beh, caro Gigliucci, io spero davvero che un giorno anche io e lei potremo ritrovarci, perché sarei davvero curiosa di sapere cosa lei ne pensa di questo passaggio e, secondo lei, per un


scrittore che, sempre secondo le sue parole, avrebbe smascherato il grande "equivoco della letteratura", secondo lei in che modo, noi poveri studenti, ricercatori senza gloria, come dovremmo interpretare quei "palpiti di luce", se appunto l'io è un'illusione, non esiste... E infine abbiamo ascoltato il grande Paolo di Paolo. Per quanto riguarda il suo intervento, sarò più breve. Mi limiterò a dire che, secondo lui, gli studenti delle superiori dovrebbero leggere, più che la Trilogia degli antenati - il suo intervento era su Calvino - La giornata di uno scrutatore poiché, sostiene di Paolo, il vero quesito che Calvino ci pone è se la realtà esiste oltre il nostro sguardo poiché, detto in altri termini, magari se chiudiamo gli occhi tutto scompare e forse quel che vediamo è solo una nostra grande, bizzarra, inquietante allucinazione! E invece caro di Paolo. Purtroppo era tutto vero. Persino tu e il tuo inspiegabile successo.

Ilaria Paluzzi. Un equivoco  

ottobre 2017

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