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Culture Provocazioni

Nel nome di un solo Dio Terrorismo. Guerre. Intolleranza. Ma anche razzismo e aggressivitĂ quotidiana. Sono figli del monoteismo. Che ha in sĂŠ la certezza di possedere tutta la veritĂ 

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di Pier Aldo Rovatti

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IO NON È MORTO.

Nietzsche aveva annunciato, quasi un secolo e mezzo fa, in una pagina della sua “Gaia scienza” rimasta famosa, la «morte di dio», provocando uno scandalo filosofico e molte attese. Destinata a uscire di scena sarebbe stata la Verità, quella che si scrive con la lettera maiuscola, quella che si impone nella sua unicità e nella sua prepotente violenza apodittica. Certo aveva

in mente la nostra scena religiosa, ma per lui non stava lì la questione principale: consisteva piuttosto in ciò che potremmo definire il “monoteismo” della ragione e delle fondamentali categorie del pensiero come “essere” o “soggetto”. Non senza imbarazzo, sapendo bene quali difficoltà si aprivano per tutti, Nietzsche aveva predetto un cambiamento radicale della scena culturale a venire. Si rendeva perfettamente conto che bisognava attraversare le acque limacciose del nichilismo e che la man-

Émile Signol, “La presa di Gerusalemme da parte dei Crociati” 13 novembre 2016

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canza di punti di appoggio e di difese richiedeva una lunga convalescenza, molto lunga, per abituarsi al vuoto di verità che si apriva sotto i piedi di ciascuno. Era però sicuro che alla fine sarebbe prevalsa quella “scienza gaia” che aveva in mente come antidoto alla tragedia dell’esistenza umana. Sbagliava. Il monoteismo della Verità non è affatto morto né morente, anzi si è riprodotto in forme più temibili e velenose. La deformazione islamistica di questo monoteismo ne è solo l’esempio più minaccioso e sbaglieremmo a nostra volta se credessimo di poterlo isolare e tagliare via come la parte malata di un corpo. Ci illuderemmo drammaticamente se pensassimo che con un intervento chirurgico, asportando il male, il corpo, cioè il nostro stesso corpo sociale e culturale, tornerebbe a essere sano. Al contrario, ci accorgiamo ogni giorno di più che il monoteismo della Verità unica sta sotto la pelle di ciascuno di noi, nonostante e forse proprio in ragione

della diffusione del nichilismo (quello che Nietzsche riteneva cattivo in quanto passivo), ed è pronta a riaffiorare a ogni istante con effetti devastanti nella vita pubblica, con piena evidenza, ma anche nella vita privata e nelle relazioni individuali. Le violenze scoppiano con sempre maggiore frequenza. Parlo di quelle violenze che scaturiscono dall’intransigenza e da una incapacità di accogliere senza intolleranza Pier Aldo Rovatti chi ci sta vicino o si avvicina a noi. Stiamo diventando ogni giorno più infastiditi e di conseguenza più però molto efficace e con tratti violenti autoritari nel nome di un’idea di verità sempre meno mascherati. Pensiamo, per chiusa e all’apparenza rassicurante che esempio, alla diffusione capillare dei comciascuno si costruisce per conto proprio, portamenti a carattere razzistico nei conanche in mancanza di un credo o di un fronti di qualunque fenomeno che comdogma: una sorta di monoteismo filosofiporti estraneità o semplicemente stranezza. Questo “dio” velenoso e obnubilante co prêt-à-porter, spesso fatto in casa e non è affatto morto, anzi sta contaminanquindi alquanto penoso e solo abbozzato,

L’Isis dei cristiani in Cina Una feroce teocrazia. Basata sulla Bibbia. In una vicenda dimenticata dell’Ottocento di Hans Magnus Enzensberger MA A CHI SARÀ MAI VENUTO IN MENTE di erigere una teocrazia assoluta e in una regione che oggi è in completo subbuglio, ma che un tempo è stata la culla dell’umana civiltà? Sarebbe dovuta diventare una teocrazia senza più limiti né confini, e avrebbe dovuto abbracciare il mondo intero. Chi ha voluto raffigurare la sciabola al centro delle proprie bandiere, e chi ha mozzato pubblicamente, in piazza, le teste a tutti coloro che si ostinavano a non volersi piegare ai comandamenti della fede? Chi è stato poi accusato di aver attirato soprattutto gli ignoranti nelle proprie file reclutando le masse di indigenti nelle proprie armate? E non furono in pochi, ma a centinaia di migliaia a volerlo seguire. Alcuni sostengono inoltre che il capo della suddetta ribellione aspiri a tornare indietro nella storia, ai tempi di un immaginario Medioevo. Ma se è così, allora come mai per raggiungere le sue tanto ambiziose mete lui si serve delle armi più moderne e delle tecnologie di comunicazione più evolute? Si dice pure che, sotto il suo ferreo predominio, le donne siano del tutto prive di diritti; sebbene poi lui stesso le utilizzi non solo nelle schiere dei suoi guerrieri, ma anche per l’esecuzione di attentati o nelle truppe dei suoi ausiliari. Tutti gli stranieri poi risultano per lo più sospetti ai suoi occhi. Ma come mercenari sono i primi ad esser benvenuti nelle sue armate; e del tutto indispensabili anzi se commercianti,

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visto che per i suoi affari lui deve ricorrere per forza di cose a trafficanti e contrabbandieri stranieri se vuol riempire le casse per la guerra. Altri ancora gli rinfacciano di non voler creare nient’altro che il puro caos con la sua jihad. Anche se, a dire il vero, almeno questa accusa non è poi del tutto pertinente. Sin dall’inizio in effetti il capo alla guida di questa rivolta non ha puntato ad altro che a costruire un vero e proprio organismo statale. Tant’è vero che già dispone di un apparato amministrativo perfettamente funzionante, con tanto di ministri e di governatori locali. Anche ad una solerte burocrazia ha già provveduto, come a fornire servizi sociali ai suoi seguaci e persino a un sistema di servizi segreti ben collaudato. Certo, corrisponde a verità che tutte le norme e regole della società debbano, a suo modo di vedere, orientarsi e seguire solo la divina parola, così almeno come essa sta scritta una volta per tutte nel libro sacro. Queste e null’altro sono le Leggi a cui d’ora in poi si dovrà prestare l’assoluta ubbidienza. Chi si azzardi a nutrire pensieri eretici o infranga solo una delle sacre leggi verrà inesorabilmente punito... Tutto ciò a cui abbiamo appena accennato è realmente accaduto tra il 1850 e il 1865, dunque più di un secolo e mezzo orsono, in Cina. Toccò ad un personaggio sino ad allora completamente sconosciuto, tal Hong Xiuquan, fomentare e scatenare una


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Foto: S.Campanini/Agf, Getty Images; pag. 76-77: Leemage/Corbis via Getty Images

Diventiamo ogni giorno più infastiditi e autoritari. Prigionieri di un dogmatismo filosofico prêt-à-porter doci tutti con un velo di pensiero assolutistico, unico e unificante, che non ha bisogno di numi tutelari e di compatte sistemazioni filosofiche, forse neppure di stampelle religiose. Sta infatti assumendo il volto peggiore, quello del senso comune o del buon senso, del “così fan tutti”, insomma dell’omogeneizzazione delle menti. Viviamo in una società nella quale si dà ormai per scontato da parte degli osservatori (psicologi, sociologi ecc.) che l’emozione prevale sulla riflessione, il che significa che il comportamento emotivo viene considerato come giusto e opportuno mentre il comportamento riflessivo viene spesso bollato come inopportuno e scarsamente efficace, dunque sbagliato.

Il monoteismo culturale che sta avvolgendoci è un prodotto del cattivo nichilismo, il suo effetto collaterale, una reazione epidermica alla paura che venga a mancare l’appiglio, la maniglia della verità cui attaccarci. Nietzsche si augurava una caduta del dio-verità e che gli uomini moderni, dopo avere per un po’ zoppicato, imparassero infine a camminare senza grucce, da soli. Forse si augurava anche la nascita di un pensiero critico e autocritico che corrispondesse a questa arte di camminare. Qualcosa di simile e anche di rilevante si è pure prodotto nella nostra contemporaneità, ma con quanta fatica! Ed è realistico osservare che l’attuale velame di intran-

sigenza, che si sta spalmando ovunque attorno a noi e dentro noi stessi, toglie aria al pensiero critico, anzi sembra proprio soffocarlo. Spendersi criticamente contro il monoteismo del pensiero veritativo, a chi giova? Non certo a coloro che hanno scelto la strada dell’insegnare: faticheranno molto ad andare avanti, saranno indotti a gettare la spugna, e se troveranno un luogo che permetta loro di vivere e parlare con libertà dovranno presto aspettarsi di essere marchiati come cattivi maestri, sia questo luogo una scuola elementare o un dipartimento universitario. Nessun rispetto per gli altri. Che cosa rinforza e cosa rende più fragile l’attuale tendenza al monoteismo del pensiero? Quando la verità e il potere stringono la loro alleanza, come sta accadendo oggi a tutti i livelli nella nostra società, il risultato prevedibile è di solito un’intensificazione delle dinamiche di massa e possiamo verificarlo osservando la presenza delle tecnologie digitali, il ruolo predominante che esse hanno assunto grazie a una

sanguinosa guerra civile nel Regno di «La terra», annunciava la novella del Mezzo. Fu un conflitto talmente accanito sovrano Hong Xiuquan, che si definiva da durare 15 anni, così sanguinoso da “Fratello in Cristo”, «deve esser costare la vita ad almeno 20 mila persone lavorata da tutti, il riso dovrà nutrire tutti e che riuscì a far vacillare la dinastia e la proprietà privata abolita». Non ci imperiale. riuscì né l’esercito dell’imperatore né le potenze europee, che inviarono le Oggi qui da noi in Occidente si parla molto proprie truppe in quella guerra civile raramente della “insurrezione dei Taiping”. cinese, a sedare la lunga, ostinata Anche se è legittimo domandarsi come rivolta dei Taiping. Solo quando mai se ne parli tanto di rado. In effetti, scoppiarono le prime rivalità interne, salta agli occhi il paragone con un’altra soprattutto quando la corruzione e il insurrezione che oggi attira tanto nepotismo si diffusero anche in quella l’attenzione della politica internazionale, e nei cui confronti ci sentiamo altrettanto loro teocrazia e dopo che Hong Xiuquan disarmati. Sono più che evidenti insomma - un soggetto psicologicamente assai le varie analogie con quel cosiddetto instabile - cadde vittima delle sue “Stato Islamico” che ora si ritrova in via di stesse manie di grandezza, solo allora espansione dalle coste del Mediterraneo il loro movimento cominciò lentamente sino alle sperdute valli del Pakistan. a indebolirsi e poi disfarsi. I dissidi Con la non lieve differenza però che interni e le sconfitte presero allora ad allora, in Cina, a fondare il loro orrendo accumularsi uno dopo l’altro, sino a che predominio sulla base di promesse nel 1865 i Taiping andarono finalmente Hans Magnus Enzensberger tanto ambiziose, non furono affatto dei incontro alla loro desolata sorte. Fu così che l’impero di Cixi, la vedova dell’imperatore, riuscì musulmani, ma dei cristiani. E non fu quindi il Corano, ma la finalmente a ritrovare una stabilità interna. Ma non dovevano Bibbia il dogmatico fondamento su cui Hong Xiuquan, una volta passare neanche 50 anni, e anche la Dinastia Qing giunse alla autoproclamatosi re, eresse il suo cosiddetto “Regno celeste sua fine. Da allora la quiete e la pace non sono più tornate nel della Grande Pace”. A Nanchino, che diventò la sua capitale, comminò la pena di morte per l’omosessualità, il gioco d’azzardo, Regno di Mezzo. E c’è da temere che un destino molto simile spetti ora anche alle regioni in rivolta del Medio Oriente. l’oppio, l’alcool e la prostituzione. Anche chi non si decideva a battezzarsi veniva inesorabilmente condannato a morte. traduzione di Stefano Vastano

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sorprendente diffusione microfisica, al punto che già alle soglie della pre-adolescenza se ne riscontra ampiamente l’uso. Ma il “grande fratello” digitale è soltanto uno degli effetti collaterali di questa nuova alleanza culturale. È utile guardare più da vicino come essa funziona nelle nostre vite quotidiane. Innanzi tutto, non si tratta di un semplice fenomeno di esteriorizzazione: in realtà, ciò che tendiamo a rinforzare è proprio il nostro interno, il nostro “io” per capirsi. Sta infatti producendosi un inquietante aumento dell’egoismo individuale. L’augurio di Nietzsche, secondo il quale sarebbero stati smantellati il feticcio e la “metafisica” della soggettività chiusa in se

Più l’io diventa potente più si impoverisce l’immagine dell’altro. Il risultato è un deficit etico stessa ed elevata a valore assoluto, viene fragorosamente smentito dall’idolatria dell’individuo che domina ovunque. Questa idolatria agisce e prevale anche là dove sembra evidente (come appunto nel caso dell’islamismo dell’Isis) che l’individuo rinuncia a se stesso per identificarsi completamente in una verità esterna a lui. Proviamo, invece, a immaginare il

contrario, e cioè che anche in questo caso, che atterrisce il nostro comune modo di sentire, avvenga una potente interiorizzazione della verità il cui effetto è un’impressionante fortificazione dell’io individuale. Si capisce bene il fatto che ci sentiamo protetti come abitanti della sfera liberalizzata in cui stiamo vivendo, ma si capisce anche bene come possiamo sentirci

Erano meglio Iside e Osiride Elogio di egizi, greci, romani, persiani. Che mai andavano in guerra per imporre un dio colloquio con Jan Assmann di Stefano Vastano È SENZA DUBBIO IL PIÙ GRANDE EGITTOLOGO VIVENTE. Dei miti e riti dell’antico Egitto, Jan Assmann - per decenni docente di egittologia ad Heidelberg e oggi a Costanza - ha indagato ogni stele e misterioso geroglifico, e spiegato ogni inno o leggenda. Proprio a partire dal sapere e dalle religioni antiche, Assmann ha individuato quel momento cruciale nella storia dell’umanità in cui, con Mosè e il monoteismo ebraico, la religione si trasforma in verità assoluta, e quindi in quel problema che ci affligge e ci riguarda oggi molto da vicino: la furia della violenza religiosa, quell’intolleranza contro tutti gli altri percepiti come “infedeli”. «È questo l’immenso prezzo politico che bisogna pagare con il monoteismo, quell’impulso sterminatorio contro chi non condivide la fede nel tuo unico Dio», inizia a dirci Jan Assmann in questa intervista. In cui l’estroverso egittologo tedesco - autore di saggi importanti come “La distinzione mosaica“, per Adelphi, o “Non avrai altro Dio“, per Il Mulino, ma anche di affascinanti studi su Mozart o su Thomas Mann - rilancia apertamente non solo le ragioni degli Antichi, ma anche di un nuovo e più tollerante politeismo. «Il mondo e la cultura del politeismo antico», continua Assmann che siamo andati a trovare nel suo appartamento sul lago di Costanza, «hanno ancora oggi una loro meravigliosa attualità e tanto da insegnare a noi presunti moderni, sia in campo etico che politico». Partiamo dalla sua tesi di fondo sul monoteismo: è davvero convinto che Jan Assmann

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questa fede generi violenza? «Sì, la grammatica del monoteismo ha in sé i germi della violenza contro gli altri perché è una forma di fede che pretende di possedere la verità in modo esclusivo. È questa esclusività dell’accesso alla verità il motore che genera di continuo nella storia, come vediamo ancora oggi, focolai di violenza ed eccessi d‘intolleranza». Si riferisce alle ultime stragi dei terroristi islamici o alle guerre fomentate da presunti Califfi? «Non solo l’Islam: ogni forma di monoteismo ha in sé la carica per esplodere in radicalismi sterminatori. Le cosiddette “guerre sante” non sono affatto una prerogativa dei musulmani, visto che nella storia ci sono state crociate, pogrom ed auto da fé d’ogni tipo. Le religioni monoteistiche hanno lasciato una lunga striscia di sangue nella storia, un’unica traccia di stragi e sterminio degli infedeli». L’impulso alla strage deriva dal credersi figli prediletti dell’unico Dio o è invece insito, come pensava Walter Benjamin, in tutte le religioni, anche in quelle politeiste? «Sul tema religioso Benjamin si rivela filosofo poco attento alle differenze storiche e culturali, e troppo anarchico. La differenza principale nello sviluppo delle forme di fede resta quella fra religioni “primarie” e “secondarie”, cioè tra religioni politeistiche ed il gruppo delle monoteistiche che sviluppano l’idea di un unico e trascendente Dio». Sta dicendo che il kamikaze per le strade


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minacciati da questo monoteismo “impazzito”: non tanto e non solo per i rischi materiali costituiti da un “nemico” invisibile e del tutto alieno da noi, ma forse anche perché il suo processo mentale non è poi così estraneo al nostro modo di pensare. Siamo lontanissimi da tale esempio-limite, tuttavia c’è qualcosa per cui ne avvertiamo una pericolosa prossimità: ipotizzo che questo qualcosa appartenga all’inarrestabile superfetazione dell’io individuale di cui siamo, insieme, vittime e responsabili. E dunque che cosa diventa più fragile con l’affermarsi del monoteismo del pensiero? Più l’io diventa potente, più si impoverisce e quasi si fa evanescente l’immagine dell’altro. Il ri-

Urizen, svolto negativo di il demiurgo ciò che possiamo dell’Universo, chiamare l’attuale nel quadro assolutismo del “The Ancient of nostro modo di Days” di William pensare è un semBlake, 1794 pre più palpabile deficit etico. Norme, regole, codici e comitati etici si moltiplicano ma non bastano certo a coprire il buco che si è scavato e che seguitiamo ad allargare: l’affossamento graduale (e all’apparenza inarrestabile) del “rispetto per l’altro”, per il migrante che arriva e che temiamo ci depredi, ma anche per coloro che abbiamo intorno e con i quali magari conviviamo ogni giorno.

di Kabul o Parigi, il “martire” o il terrorista votato alla morte sono possibili perché credono in un unico Dio e nell’aldilà? «Esatto, il segno cruciale delle religioni monoteistiche è che solo in esse si è disposti al massimo, al sacrificio appunto della vita propria ed altrui in nome del valore supremo, dell’unico Dio che sta in cielo. Questa disposizione al martirio è assolutamente impossibile nel politeismo antico che, non a caso, preferisco chiamare “cosmoteismo”». Non ci sono martiri né fondamentalismi nei politeismi antichi o, se preferisce, nel cosmoteismo? «No, nella cultura egizia, in quella greca o romana la religione è racchiusa nella sfera del culto. Vi si accede, dopo tecniche d’iniziazione, in qualità di sacerdote che celebra dei riti in certi luoghi, i templi, e in date occasioni come le feste cicliche. Ma mai il sacerdote o il fedele si credono in possesso di verità assolute, né in contatto personale col Dio. È questa la grande differenza tra il mondo, che ritengo più poetico, del Mito e quello della fede rivelata». Nel mondo del Mito, i fedeli di Osiride, Giunone o Atena non si scannavano tra di loro per le rispettive divinità? «Al contrario, la prassi interreligiosa nell’universo cosmoteistico favorisce le “liste degli dei”: le tue divinità, anche se romane, greche o egizie, hanno nomi, proprietà e tradizioni compatibili alle mie. Questa politica della tolleranza religiosa è possibile solo all’interno del mito, così come l’ideale sterminatore del martire solo nel monoteismo». Se il politeismo promuove tolleranza e il monoteismo violenza, perché è toccato ai monoteismi riscuotere nella storia più fortuna delle religioni arcaiche? «La “fortuna” di cui parla si basa sull’invenzione da parte della distinzione mosaica di un Dio che non è più immanente, ma separato dal mondo: la trascendenza divina, cioè un Dio “absolutus” dal cosmo è la massima provocazione per il mondo antico, e proprio ciò che affascinò nel monoteismo. Come egittologo, abituato alla cultura dell’“immanenza” nell’antico Oriente, confesso che mi sorprende ancora oggi questa cesura così radicale, e in fondo impossibile, fra Dio e il mondo». Cosa trova di così assurdo in questo Dio unico e assoluto? «La storia delle religioni monoteistiche dimostra, sia nelle ricadute politiche del clero sia nelle derive così pagane di tanti culti popolari

(specie in un paese così umano come l’Italia), che l’incanto del Cosmo o dei riti magici non è mai stato davvero superato nell’orizzonte della trascendenza. Persino Platone, culla della filosofia greca e poi cristiana, risente il fascino di un Oriente in cui il mondo è un palpitante corpo-divino e le divinità forze terrestri». Se rompe con i miti e il fascino dell’Oriente, allora Mosè è un agente ben più rivoluzionario e “meta-fisico” di Platone, o no? «Non sappiamo chi sia il Mosè storico. Ma del Mosè “simbolico” sappiamo che è colui che ha pensato Dio non come ciò che accade nel mondo o come l’Essere, perché a ciò erano giunti anche i filosofi. No, il Dio che per la prima volta si rivela a Mosè è colui che promette una vita migliore, instillando così un orizzonte di ficucia nell’animo del fedele». È questo Dio che si fa personale e morale che, come ha visto Thomas Mann nel romanzo “Giuseppe e i suoi fratelli”, ha scioccato tanto il mondo antico? «Sì, Thomas Mann si rifaceva ad Ernst Cassirer e soprattutto a Martin Buber e sapeva benissimo che nel cosmoteismo le divinità appaiono in modo così evidente da non dar adito a un vero “credere”. Si crede a una promessa, ma non all’apparire quotidiano dei fenomeni. Il monoteismo ha trasformato di colpo, come accade a Gregor Samsa nella “Metamorfosi“ di Kafka, il senso della realtà, della giustizia e della politica nel mondo antico». Sbaglio o rimpiange la scomparsa del “Kosmos” e la conversione dei miti in comandamenti morali? «Non avrei potuto scrivere i miei libri sull’antico Egitto o quello su “Mosè l’egizio” senza una certa empatia per il paradigma del cosmoteismo. Certo, prendo sul serio la sapienza egizia e il suo modo di percepire il mondo e il sacro. Non erano solo dei bambini superstiziosi: la traccia che l’Egitto ha lasciato nel mondo antico, ad esempio nei greci, mi fa pensare che anche il cosmoteismo offra valori che noi moderni abbiamo dimenticato». È un caso se nelle fasi cruciali, o più critiche, della modernità - nel Rinascimento, nell’illuminismo e all’inizio del ’900 con Nietzsche e Freud - si torna a riscoprire il politeismo antico? «Non è un caso visto che il motore della storia occidentale e cristiana è quella radice cosmoteistica “rimossa”, per dirla con Freud, all’origine della nostra cultura. Ciò che è stato rimosso ci

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Culture Provocazioni Non si può difendere la democrazia finché si continua a ignorare cosa significhi ascoltare gli altri Il monoteismo in cui stiamo abbozzolandoci tende a bruciare ogni etica, anche minima, in quanto ci disabitua all’ascolto reale di chi ci sta vicino o ci viene incontro, come se fosse ormai un gesto inutile, una semplice perdita di tempo. L’altro viene così ridotto a un’utilità. Se è utilizzabile per confermare il nostro potere individuale, piccolo che sia, allora lo tolleriamo o

appunto lo adoperiamo come uno strumento, altrimenti lo ignoriamo e perfino lo calpestiamo quando intralcia i nostri passi. Naturalmente, ogni volta, alziamo il vessillo della presunta verità che sostiene il nostro comportamento, e non vogliamo sentire altre ragioni. Ci lamentiamo di continuo della fragilità di ciò che chiamiamo “democrazia”,

perseguita come un tic storico: per questo la radice del politeismo rispunta nel Rinascimento, nei dotti illuministi come Lessing o nello “spirito della musica“ di un Nietzsche e Thomas Mann. Perché nascondermi: anch’io, come i tanti citati, nutro simpatie per il cosmoteismo». Anche lei, come “l’eretico” Baruch Spinoza, avverte il fascino di un Dio immanente alla natura? «Lo chiama “eretico”, ma per me Spinoza è l’apice del pensiero occidentale. È tremendamente complesso, ma nelle sue righe così astruse è all’opera un’idea altrettanto liberante dell’opzione mosaica, e cioè che Dio e mondo, natura e divinità non sono divisi. È questo “respiro divino nel mondo”, come Jacob Taubes disse di Spinoza, che mi fa risentire tutta l’attualità dell’antico politeismo». Un momento: un profeta del conservatorismo come Carl Schmitt affermava - nella sua “Teologia politica” del 1922 che il moderno liberalismo altro non è che teologia camuffata. Lei ora dice che il monoteismo altro non è che paganesimo rimosso.. «Si può interpretare la Storia, dall’epoca moderna al monoteismo e da qui al politeismo, come una serie di inversioni complementari. Se il liberalismo riportò al secolo la trascendenza, il monoteismo nasce unendo in cielo ciò che il mondo pagano teneva diviso: la teologia da un lato, la verità e la politica dall’altro. Ma da questa forzata sintesi monoteistica nasce anche la furia religiosa che porta al martire e allo sterminio». Ma oggi, in un mondo in cui riesplodono ovunque deliri etnici e guerre religiose, a che possono servire queste tesi sul monoteismo? «A sfatare ogni “teologia politica”: Schmitt, con le sue tesi sulle origini religiose del liberalismo, voleva legittimare la Dittatura. Oggi fondamentalisti d’ogni colore legittimano ogni crudeltà con lo stesso trucco del ricorso a presunti dogmi religiosi. Il punto è che, come nell’antichità pagana, bisognerebbe separare la religione, la sfera del rito e del mito, da quella della verità e soprattutto dalla politica. Non è questa separazione il succo dell’illuminismo?» Quindi ha ragione Amartya Sen quando scopre nel politeismo la modernità dell’India, la più grande democrazia del mondo? «La profonda lezione di spiriti illuminati come Gandhi o Tagore è che vi sia un grumo non solo di verità, ma di identità in ogni

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fino al punto di temere che si tratti ormai di una parola vuota. Ci chiediamo come possiamo difenderla mentre essa si sgretola sotto i nostri piedi, e non abbiamo granché da rispondere. È difficile dare una risposta finché seguitiamo a ignorare cosa significhi ascoltare e rispettare gli altri. Il dilagante monoteismo del pensiero sembra facilitare e accogliere proprio questo nostro analfabetismo etico. Non ci invita ad ascoltare l’altro e neppure alimenta la curiosità per tale ascolto. Peggio: non sollecita neanche la domanda sul senso da dare a questa pratica che è essenziale come è ovvio - a una compagine sociale destinata a diventare sempre più plurale e composita. Q

religione. Alla luce dell’abuso politico che oggi si fa dei dogmi, i miti del politeismo sono più compatibili con le parabole di Lessing, dei Lumi e quindi con le fondamenta della tolleranza». Il politeismo si regge in effetti su miti e belle immagini: è per questo che tutti i “talebani” di questo mondo ce l’hanno a morte con musica ed immagini d’ogni tipo? «Platone ce l’aveva con i poeti, non con i prodotti degli artigiani; ma un grandioso poeta come Mosè ce l’ha con le immagini materiali - incise, dipinte o scolpite - perché per lui è la parola l’unico tratto d’unione fra Dio, l’uomo e mondo. Le belle immagini sono le prime vittime abbattute nella Bibbia dalla furiosa identificazione del verbo divino con la verità e la parola scritta». Si era mai vista, nel mondo antico, una tale identificazione di religione e verità? «La cosa che più mi sorprende dai primi padri della chiesa ai pontefici di oggi è che fanno finta non solo che i miti non siano mai esistiti, ma che non sia mai esistito neanche il “Dio dei filosofi”. Il Dio trascendente è per loro l’unica fonte di verità che prosciuga tutte le altre forme. Oltre che al cosmoteismo e all’immanenza la mia simpatia va al dio dei filosofi, in nome del quale non si conducono “guerre di religione”». Ma non vede il rischio di trasformare gli imperi antichi, basati su guerre e soprattutto sullo schiavismo, in paradisi di filosofia, pacifismo e tolleranza? «Era un mondo crudele, basato sulle più cruente punizioni, con i più sanguinosi costumi sociali e marziali, sino al sacrificio umano. Ma, nella sfera religiosa, la violenza si teneva entro riti codificati senza mai giungere all’eccesso di guerre di religione. Per passare dal rito sacrificale alla guerra occorre il salto dal mito al Dio trascendente, in nome del quale si sviluppa un “odium” che tradisce ogni pathos religioso». Insomma, solo il politeismo ci potrà salvare dalla violenza religiosa? «I persiani, conquistata Atene, sequestrarono le divinità dei greci per esporle nei loro templi a Persepoli. Persino in guerra si rispettavano come opere d’arte le divinità altrui, non si distruggevano le opere d’arte considerate blasfeme. Ecco la lezione di tolleranza che ci viene dal mondo antico. Un mondo che aveva capito come la magia della religione non sia tutto nella vita».

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Nel nome di un solo dio  

l'Espresso 13.11.16

Nel nome di un solo dio  

l'Espresso 13.11.16

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