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Gramsci

tradito da Togliatti di Elisabetta Amalfitano

Dopo il giallo del quaderno scomparso, un nuovo libro dello storico Mauro Canali prosegue la ricerca sull’originalità e modernità di pensiero del fondatore del quotidiano l’Unità

L’

eterodossia gramsciana rispetto a Togliatti e Stalin è diventata ormai un dato acquisito. Negli ultimi due anni gli studiosi hanno reso noti al grande pubblico dati, documenti e fatti che gli archivi sovietici e italiani avevano tenuto più o meno nascosti. Il risultato è il delinearsi in maniera netta la figura assolutamente unica e isolata del pensatore sardo che pagò con il carcere e la morte la propria originalità di pensiero. Con Il tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata (Marsilio) lo storico Mauro Canali s’inserisce in questo lavoro di svelamento e ricostruzione facendo emergere due ritratti umani distanti e inconciliabili. Allo storico abbiamo chiesto innanzi tutto di spiegarci il fiorire di queste ricerche proprio in questo momento. «Questa rinnovata attenzione per Gramsci in Italia è il frutto della crisi ideologica e politica di una certa sinistra che ha comportato la fine di un’egemonia culturale protrattasi per alcuni decenni dopo la fine della guerra», commenta Canali. E aggiunge: «La ricerca può così prestare ora un’attenzione meno rituale a un personaggio che si presentava ancora evidentemente “ingabbiato” in modelli interpretativi funzionali a un progetto politico ben definito. Nell’attuale tendenza, che ha prodotto alcuni studi interessanti, stanno purtroppo confluendo anche studi nei quali la vicenda di Gramsci continua a presentarsi con le sembianze di un vaso rotto, i cui pezzi più importanti siano andati inspiegabilmente persi. Perciò per dare un senso alla vicenda ed evidenziare la pratica togliattiana dell’omissione, ancora ampiamente praticata da storici provenienti da quella tradizione storiografica, ho dovuto pazientemente “incollare” di nuovo i pezzi, cioè leggere i documenti inediti o già noti alla luce di una cronologia “ritrovata”».

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Canali, dal suo volume emerge l’immagine di un Togliatti terribile da un punto di vista umano e senza scrupoli dal punto di vista politico. Com’è stata possibile tanta cecità? Già Giorgio Bocca lo aveva detto: Togliatti è stato uno stalinista convinto. Non è vero che avesse accettato lo stalinismo obtorto collo, allo scopo, come si è voluto sempre far credere, di garantire la sopravvivenza del partito e la sua prospettiva storica. Egli fu staliniano schierato fin dal ’26, quando Stalin non aveva ancora il controllo del partito. Nel libro lei retrodata la rottura fra Gramsci e Togliatti al ’23-24. Perché non nel ’26 come sono soliti fare altri storici? Quando, alla fine del ’23, Gramsci costruì la

Uno studio serio dei contrasti fra i due, nel ’23 e ’24, farebbe capire cosa accadde veramente frazione di centro, con cui intendeva prendere le distanze sia dalla destra di Tasca che dal “sinistrismo” di Bordiga, Togliatti si espresse contro di lui e a favore della linea di Bordiga. Gramsci scrisse allora profeticamente: «Togliatti come al solito è affascinato dalle personalità vigorose». Uno studio serio dei contrasti tra Gramsci e Togliatti del ’23-24 permetterebbe di superare l’utile, ma pur sempre agiografica, storia del Pci di Spriano. Gramsci nel ’24, quando fonda l’Unità, vuole creare una posizione alternativa a quella di Togliatti? L’idea di fondare l’Unità, un giornale che orientasse il partito secondo una linea di centro e democratica, fu di Gramsci. l’Unità era una risposta al “bordighismo”, e quindi anche al Togliatti esitante di allora. Che cosa significa per certa sinistra di-

Un’illustrazione che ritrae Antonio Gramsci

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fendere ancora la continuità GramsciTogliatti? Togliatti, quando nel ’41 lesse i Quaderni, che contrastavano con la sua strategia, scrisse che potevano servire solo “se manipolati qua e là”! Gramsci aveva previsto tale pericolo: ormai morente, aveva pregato sua cognata d’impedire che cadessero nelle mani di Togliatti. Se oggi, sul terreno della politica, la difesa della continuità Gramsci-Togliatti significa poco, se

non per intellettuali ex togliattiani interessati a tutelare la propria biografia politica, può invece significare molto la riaffermazione della discontinuità tra i due. Leggendo il suo libro viene naturale pensare a come sarebbe stata diversa la storia del Pci e della sinistra in Italia se Gramsci fosse riuscito a liberarsi dalla prigionia o se, per lo meno, il tradimento di Togliatti e di certi compagni alla sua linea politica fosse emerso subito! Avremmo avuto una sinistra più democratica e più laica e con minor compromissioni con il cattolicesimo italiano? Nei Quaderni, Gramsci esamina con grande acutezza il ruolo conservatore delle strutture che sostengono la società civile in Paesi a capitalismo maturo. In Occidente occorreva l’egemonia e non la dittatura. Questo Gramsci, op-

Negli archivi della polizia segreta sovietica c’è molto da scoprire portunamente rivisitato, è oggi utilizzabile per una cultura del rinnovamento. Inoltre l’atteggiamento di Gramsci verso la questione religiosa sarebbe stato di certo meno corrivo di quello di Togliatti. Faccio fatica a credere, ad esempio, che avrebbe accettato l’inserimento dei Patti Lateranensi addirittura nella Costituzione! Forse questo è uno dei motivi per cui si è tentato di nascondere la discontinuità Gramsci-Togliatti? Il gruppo dirigente comunista esule che torna da Mosca senza il sostegno delle grandi riflessioni sulle società occidentali di Gramsci non sarebbe stato nulla. La continuità è un escamotage per garantire al partito prospettiva, ma anche e soprattutto l’impunità a Togliatti stesso. Una posizione da lei esaminata è quella di Vacca che presiede alla Fondazione Gramsci. Perché in certi ambienti ci si ostina a celare la verità storica? Vacca è stato un uomo di “parte”, più volte deputato del Pci. Appartiene alla generazione degli “intellettuali organici”, veri e propri “chierici” della linea del Pci. Il percorso del suo ultimo lavoro su Gramsci si presenta, a mio avviso, alquanto contraddittorio perché non dà

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Palmiro Togliatti. Nella pagina accanto Stalin

conto dei suoi precedenti e assai politicizzati lavori. È vero che le autocritiche sono sempre imbarazzanti, ma a volte necessarie. Il lavoro degli storici può risultare utile alla storia e alla politica italiana? Gramsci fu in parte un’occasione mancata, poiché la sua “togliattizzazione” lo presentava ingiustamente organico a un’area culturale estesa ma politicamente “ghettizzata”. Gramsci si era posto problemi e temi molto vasti che riguardavano una reale via italiana al socialismo che non significava fedeltà a Mosca. Senza dubbio la ricerca storica deve contribuire più attivamente al dibattito sul rinnovamento culturale e politico del Paese. Questo significa anche e soprattutto fare i conti con le verità storiche celate o rimosse. Chi ribadisce la continuità Gramsci-Togliatti mostra di non essersi liberato di un retro-pensiero sciaguratamente assolutorio nei confronti dell’esperienza sovietica e la conseguente “doppiezza” togliattiana. Del resto, a segnare l’attualità dei due leader, sono i giovani che si avvicinano alla politica, cercando istintivamente Gramsci; mentre di Togliatti chi si ricorda più! Si aprono strade nuove di ricerca? Per gli storici del movimento comunista c’è ancora molto da fare, soprattutto negli archivi dell’Nkvd (la polizia segreta sovietica) purtroppo ancora inaccessibili. Aspettiamo che se ne vada Putin!

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Lo storico Mauro Canali e la copertina del suo nuovo libro edito da Marsilio, che sarà presentato il 16 gennaio alla Feltrinelli, a Roma, e il 24 a Latina

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Mauro Canali, intervista di Elisabetta Amalfitano  
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