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STAMPA .LA MERCOLEDÌ 6 NOVEMBRE 2013

AddioalbiblistasvizzeroFrançoisBovon È morto a 75 anni lo storico e biblista svizzero François Bovon. Considerato uno dei maggiori esperti mondiali dei Vangeli, è autore di numerosi libri sul cristianesimo delle origini e in particolare sul Vangelo di Luca e gli Atti degli Apostoli. Ha curato il primo volume di Scritti apocrifi cristiani nella Pléiade di Gallimard. Tra i suoi libri Gli ultimi giorni di Gesù, Luca il teologo e L’opera di Luca. È autore della monumentale opera in tre volumi Vangelo di Luca, tradotta in italiano da Paideia.

CULTURA SPETTACOLI

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Oggi e domani a Torino ANNA BRAVO ggi il termine deportazione richiama immediatamente Auschwitz, la parola simbolo della persecuzione e dello sterminio degli ebrei. Non è sempre stato così. Nell’immediato dopoguerra e per anni e anni ancora, il deportato è essenzialmente il politico-partigiano, militante antifascista. Per capire quel che Primo Levi ha offerto alla storia, bisogna partire da allora. È cosa nota che la consapevolezza del genocidio come fulcro dell’ideologia nazista e del sistema concentrazionario non è stata tempestiva né generale. Lo mostrano varie ricerche sull’Italia e la Francia, a cominciare dal bellissimo (e colpevolmente non tradotto) Déportation et génocide di Annette Wieviorka. All’origine del ritardo ci sono motivi concreti. Di fronte all’afflusso caotico di persone in arrivo da Germania e Polonia, distinguere i reduci di Auschwitz e i deportati nei Lager dai militari prigionieri in Germania e dai lavoratori cosiddetti liberi, era più complicato di quanto si possa pensare ora. E alla preminenza dei politici

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Quando scrisse Se questo è un uomo, la voce degli ebrei era confusa fra quelle degli altri reduci dei Lager contribuiva un dato di fatto elementare: erano tornati più uomini da Buchenwald o Mauthausen e donne da Ravensbrück di quanti non fossero tornati da Auschwitz, e il ruolo di campi simbolo era ricaduto sui primi più che sul secondo. Fino a far identificare tutti i deportati come politici. Ma premevano anche ragioni tattiche e ideologiche. Mettere al centro la persecuzione degli ebrei avrebbe imposto di fare i conti con la vergogna del passato – con Vichy la Francia, con la primogenitura del fascismo, con la guerra, con Salò l’Italia; e tutte e due con lo zelo antiebraico delle istituzioni e di una parte dei cittadini. Al contrario, ampliare il fronte di resistenza antifascista grazie all’inserimento di tutti i reduci non poteva che giovare all’immagine nazionale. È la strada che si sceglie. Quando Levi scrive Se questo è un uomo, la voce degli ebrei è dunque in parte confusa fra quelle degli altri prigionieri. Se fra gli autori dei primi memoriali non mancano ebrei, è soprattutto nella loro qualità di politici che si rappresentano, aprendo le testimonianze con una storia di partigianato sfociata poi nel Lager – come molti dei loro compagni non ebrei. È un modello di racconto forte e suggestivo, che insiste sulla doppia identità di partigiano e deportato. Primo Levi no. Minimizza la sua esperienza in montagna, mette in primo piano il suo essere ebreo. È uno scarto netto da quel modello narrativo, un fare parte a sé anche rispetto a compagni amati, anche a costo di pregiudicare uno sbocco editoriale di rilievo. Chissà se Einaudi sarebbe stato più disponibile di fronte a un Se questo è un uomo più partigiano, più militante, più epico, più «eroico» – questi sono gli anni in cui il grande Giacomo Debenedetti rivendica il ti-

Anticipiamo in questa pagina la quinta «Lezione annuale Primo Levi» che sarà tenuta da Anna Bravo domani alle 17,30 nell’aula magna della facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università di Torino. Il tema: Raccontare per la Storia. Oggi invece, alle 17,30 al Museo nazionale del Cinema di Torino, sarà presentata una nuova edizione del Rapporto sulla organizzazione igienicosanitaria del campo di concentramento per Ebrei di Monowitz (Auschwitz-Alta Slesia). È un documento straordinario, fra i primi resoconti sui campi di sterminio, scritto dopo la liberazione, nel 1945, da Primo Levi e dal medico Leonardo De Benedetti che fu suo compagno di prigionia. Il Centro Internazionale di Studi Primo Levi ha curato la pubblicazione del testo, che uscì nel 1946 sulla rivista specialistica Minerva medica. Come scrive Fabio Levi nella postfazione al volume, «frutto della collaborazione tra un medico e un chimico, scritto con il taglio scientifico di un referto (...), presenta un quadro agghiacciante dei molti metodi consapevolmente adottati dai nazisti per procedere alla sistematica e massiccia eliminazione di uomini, donne e bambini, in primo luogo ebrei». Il Rapporto è riproposto in un’edizione accurata e rigorosa: tirato in 400 copie numerate, viene offerto a quanti vorranno sostenere il Centro Primo Levi con un contributo. Lo pubblica gratuitamente Einaudi, che donerà tutti i proventi al Centro. Lo Struzzo, che rifiutò Se questo è un uomo nel 1947 (pubblicandolo poi nel 1958), ha ripreso il Rapporto nell’edizione completa delle Opere di Primo Levi nel 1997: è dunque la prima volta che lo pubblica come libro a sé stante. Oggi, dopo l’introduzione di presidente e direttore del Centro Studi, Ernesto Ferrero e Fabio Levi, ne leggeranno i brani più significativi alcune personalità fra cui il sindaco di Torino Piero Fassino, il vice presidente del Centro Dario Disegni, il presidente del Teatro Stabile Evelina Christillin, la scrittrice Elena Loewenthal, il partigiano e testimone della Shoah Enrico Loewenthal, il direttore del Museo del cinema Alberto Barbera.

Primo Levi la grammatica del genocidio Anteponendo l’identità ebraica all’esperienza partigiana ha anticipato la scoperta storiografica della Shoah

Anna Bravo è stata docente di Storia sociale all’Università di Torino

tolo di soldato per il bambino «Chaim Blumenthal, di anni cinque, caduto a Leopoli, mentre, con le mani legate dietro la schiena, ancora difendeva, ancora testimoniava la causa della libertà». Ma Levi sa di non essere un soldato, non desidera quel titolo – e forse non lo considera un blasone. Alla «scoperta» storiografica della Shoah ci si avvicina lungo gli Anni Cinquanta grazie a pochi grandi libri e all’impegno di intellettuali, comunità ebraiche, centri di ricerca. Finché, nel

’62, si arriva alla svolta del processo a Adolf Eichmann, che con la sua enorme risonanza mediatica getta la verità in faccia al mondo intero. Ma in Italia la svolta era già iniziata, con l’uscita per Einaudi, nel 1958, di Se questo è un uomo, da allora ininterrottamente ristampato. L’anno dopo, a una mostra sulla deportazione organizzata a Torino dall’Associazione nazionale ex deportati, Levi viene assediato da giovani che gli chiedono di raccontare la sua storia di prigioniero ebreo – è il metro del successo che il libro ha incontrato immediatamente. Quattro anni prima del processo Eichmann, prima della traduzione italiana della Banalità del male di Hannah Arendt, del Prezzo della vita di Bruno Bettelheim, dell’Istruttoria di Peter Weiss, Levi mette a fuoco e divulga l’immagine del deportato ebreo, il colpevole di essere nato, l’ultimo degli ultimi nella gerarchia interna ai prigionieri, fratello dei politici, ma distinto da loro. Vale la pena ricordare che la stesura di Se questo è un uomo è del

’45-’46, anni in cui le stesse organizzazioni ebraiche erano inclini a rifiutare specificazioni e separazioni, in cui anche fra gli ebrei c’era bisogno di tempo per capire, per vincere il timore che sottolineare la propria appartenenza riservasse altre insidie; tempo per esaurire, dopo lo stigma della diversi-

Quattro anni prima del processo Eichmann mise a fuoco la vera natura dell’Olocausto tà, il desiderio di comunanza con tutte le vittime, di uguaglianza con tutti i cittadini. Per Levi il percorso sembra diverso. Così come non si accasa fra i suoi compagni politici, non si accasa neppure fra quanti si sentono prima cittadini italiani (francesi, tedeschi), poi ebrei. Perché esserlo non è più la «piccola anomalia allegra» che gli era sembrato nell’adolescenza, è un numero tatuato


LA STAMPA MERCOLEDÌ 6 NOVEMBRE 2013

Roma, omaggio a Lelio Luttazzi

In mostra gli 80 anni della Moka

«LelioSwing. 50 anni di storia italiana» è il titolo della mostra dedicata a Lelio Luttazzi, in programma da domani al 2 febbraio ai Mercati di Traiano Museo dei Fori Imperiali di Roma. In sette sezioni viene ripercorsa la carriera dell’uomo che portò il jazz nelle case degli italiani, accostando successi personali e eventi storici. «Un modo - spiega Rossana Luttazzi, vedova del maestro e anima della Fondazione a lui intitolata - per far vedere tutto ciò che mio marito ha fatto. Spesso si pensa al musicista dimenticando il resto. Qui invece c’è tutto Lelio e i 50 anni di storia d’Italia che ha attraversato».

La Moka Express compie 80 anni e si mette in mostra. Bialetti organizza dal 27 novembre all’8 dicembre, presso la Società per le Belle Arti e la Esposizione Permanente di Milano, una mostra che ripercorre 80 anni di storia e cultura del caffè in Italia raccontata dalla prospettiva del celebre Omino con i Baffi. Si vedranno oggetti unici mai esposti al pubblico, provenienti dall’Archivio Storico Bialetti Industrie. Cuore della rassegna l’area centrale di forma ottagonale, richiamo all’inconfondibile silhouette della celebre caffettiera.

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Schrödinger, il fisico seduttore che mise il gatto in scatola Una biografia dello scienziato Nobel nel 1933: passionale e dongiovanni ideò un esperimento mentale che scosse le basi della meccanica quantistica PIERO BIANUCCI traordinaria fu la vita di Erwin Schrödinger, grande fisico e grande seduttore, sempre affannato a districarsi tra la moglie propria e quelle altrui (il più delle volte rese incinte) nonché qualche fidanzata in transito. Ma oltre che per la scandalosa vita privata, Schrödinger è celebre per il paradosso del «suo» gatto, che non miagolò mai perché stiamo parlando di un esperimento mentale. Il famoso «gatto di Schrödinger» che nel 1935 fece esplodere i problemi della meccanica quantistica. Erwin amava le donne, non sappiamo se amasse gli animali. Certo il suo gatto non se la passava bene: il povero felino correva il rischio di morire per una fiala di cianuro. Da quel martire della scienza virtuale, che neppure la Lega antivivisezione ha mai difeso, discende la visione del mondo subatomico che piaceva a Einstein e metteva in ridicolo la Scuola di Copenaghen e il suo profeta, il danese Niels Bohr, premio Nobel per la Fisica nel 1922. «Supponiamo – scrive Schrödinger – di chiudere un gatto in una scatola di acciaio con questo dispositivo infernale: in un contatore Geiger è inserita una minuscola quantità di una sostanza radioattiva, così piccola che nel corso di un’ora uno solo degli atomi potrebbe decadere, ma anche, con eguale probabilità, non farlo; se decade, il contatore aziona un martelletto che frantuma una fialetta contenente cianuro. Se l’intero sistema rimane indisturbato per un’ora, possiamo dire che il gatto è ancora vivo se nel frattempo non c’è stato nessun decadimento. Il primo decadimento atomico ne causerebbe invece l’avvelenamento. La funzione d’onda dell’intero sistema esprime questa situazione attraverso una miscela di stati con egual peso di gatto vivo e di gatto morto (scusate l’espressione)». Solo aprendo la scatola dopo un’ora si potrà sapere se il gatto è vivo o morto, come se fosse l’osservazione a determinare il risultato dell’esperimento (il cosiddetto «collasso della funzione d’onda» ipotizzato da de Broglie e fatto proprio da Bohr).

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su un braccio. Così anche Hannah Arendt, cosmopolita, agnostica, costretta da Auschwitz a dichiararsi innanzitutto ebrea. È la prima delle lezioni di Levi alla storia. Trent’anni dopo, con I sommersi e i salvati, risponderà ai negazionismi non con la difesa d’ufficio della memoria, ma proponendo un’etica e una grammatica della testimonianza. Primo è a lungo isolato in Italia, ricorderà le pratiche estreme di autodifesa dei prigionieri comunisti, nominerà il «segreto brutto» (l’esecuzione di due compagni colpevoli di «non lieve» trasgressione) che pesa sulla sua piccola banda partigiana – il dramma del male compiuto dai «giusti» e pagato con l’avvilimento di se stessi. Non uno di questi insegnamenti sarebbe stato formulato senza la radicale autonomia di giudizio di Levi, senza il suo rifiuto di sottomettere a imperativi ideologici o solidarietà di gruppo la fedeltà all’esperienza, e il suo coraggio nell’esporsi a critiche, dissociazioni, fraintendimenti – il più vistoso è l’attuale estensione della categoria di zona grigia a qualsivoglia realtà oscura o ambigua. Certo, la strada è rimasta a lungo in salita. Nella primavera del 1960 si tiene a Torino un corso di lezioni su «Trent’anni di storia d’Italia», così seguito che lo si deve spostare in un teatro, e neppure il teatro basterà. Peccato che non una delle lezioni sia dedicata alla deportazione e allo sterminio. I ragazzi torinesi sono stati più lesti a capire di intellettuali, istituzioni, ricercatori. Dietro Primo Levi, la storia arranca, e non solo per inerzia o chiusura. È come se gli autori ritenessero la Shoah fuori delle proprie competenze, troppo lontana e anomala, troppo poco fruibile come magistero per il futuro. È strano: le osservazioni più profonde sulla condizione umana sono venute dagli studi sul Lager, come se fosse necessario un estremo per mettere a fuoco elementi che nella normalità tendono a sfumare. A patto, ammoniva Levi, che si eviti di prendere ogni situazione oppressiva per un Lager, che si eviti di vedere nello sterminio la metafora della modernità, e nel totalitarismo la verità segreta della democrazia.

Elzeviro MARCELLO SORGI

Se in Italia la pena diventa tortura a mediocrità del dibattito politico innescato dal messaggio del Capo dello Stato alle Camere sullo stato della giustizia e sul problema delle carceri ha fatto sì che anche una questione seria, come quella del destino dei 67 mila detenuti ristretti in celle che ne potrebbero contenere un

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Il paradosso del gatto, peraltro, ne ha generato uno più vistoso: quello del Multiverso, una pluralità di mondi ciascuno dei quali realizza una delle possibilità quantistiche (universo con il gatto vivo, universo con lo stesso gatto morto). Ma ha generato anche la fisica attualissima del teletrasporto di informazioni criptate impenetrabilmente e l’idea del computer quantistico, che promette una potenza di elaborazione immensa. A mettere insieme il grande fisico e il grande seduttore provvede la biografia scritta da John Gribbin, astrofisico di Cambridge: Erwin Schrodinger. La vita, gli amori e la rivoluzione quantistica (Edizioni Dedalo, pp. 270, € 17), un libro godibile dal punto di vista narrativo che disegna con efficacia il travagliato passaggio dalla fisica classica alla moderna fisica relativistica e quantistica. Nato a Vienna nel 1887 e morto nella stessa città nel 1961 dopo esser transitato per Stoccolma a ritirare il Nobel

po’ più della metà, sia finita nel frullatore delle piccole polemiche quotidiane. Ma per chi voglia farsi un’idea vera della dimensione del problema è da poco arrivata in libreria una raccolta di saggi in materia, a cura di Franco Corleone, già sottosegretario alla Giustizia dal 1996 al 2001, e Andrea Pugiotto, costituzionalista, entrambi impegnati da anni su questo fronte controverso (Volti e maschere della pena, Ediesse, pp. 342, € 16). E basti a dare il senso delle difficoltà dell’impegno in un campo così difficile (riservato, fino a qualche settimana fa, ai digiuni solitari di Pannella) il fatto che gli autori avevano messo in conto anche la possibilità che Napolitano rinunciasse al messaggio, vista la sordità evidente della classe

nel 1933, Schrödinger combatté come mente non era la madre. ufficiale di artiglieria nella prima guerNel 1939, ormai oltre la cinquantina e ra mondiale. Per sparare cannonate dopo aver dato il meglio di sé alla fisica, precise gli bastava la meccanica di Schrödinger accetta una cattedra a DuNewton, ma l’elusiva fisica quantistica blino. La terrà per 17 anni, periodo che che stava nascendo, fondata sulla pro- definirà il più felice della sua vita. A Dubabilità, sembrava fatta per lui. Andava blino Erwin si innamorò dell’attrice incontro al suo interesse per la filosofia Sheila, moglie di David Greene, uno stuorientale e al suo stile di vita libero e dioso della cultura celtica. Si amarono informale: mai una perdutamente, lui le cravatta, giacche UNA GIRANDOLA DI DONNE dedicava tenere polarghe cascanti, Giàsposato,siinnamoròdiun’attrice esie. Fu amore vero, trasandatezza quanon puro sesso. Ma Quandoleirimaseincinta, lepreferì quando, fatalmente, si da vagabondo, la unavolontariadella CroceRossa Sheila rimase incinpipa che spunta dal taschino. ta, Erwin incontrò Sfuggito alla tubercolosi, nel 1920 una giovane volontaria della Croce RosErwin sposa la bella Anny, che, quanto sa, nota solo con lo pseudonimo di Kate ad amanti, gli renderà pan per focaccia Nolan. Superfluo dire che poco dopo facendosela con il brillante matematico Kate si ritrovò in gravidanza. Hermann Weyl. Negli Anni 30 a Oxford, Tralasciamo altri particolari e torsantuario del conformismo, Erwin con- niamo al paradosso del gatto. Per tutduce un esplicito «ménage à trois» che to il Novecento la maggior parte dei sfocia nella nascita di una bimba alleva- fisici, d’accordo con l’interpretazione ta prevalentemente da Anny, che ovvia- di Copenaghen, non lo prese sul serio. Ma Einstein, che di esperimenti mentali era specialista, fu il primo ad apprezzarlo. «Il tuo gatto – scrisse a Schrödinger – dimostra che siamo in perfetto accordo in merito alla nostra valutazione sul carattere della teoria corrente. Una funzione d’onda che contenga sia il gatto vivo sia il gatto morto non può essere ritenuta la descrizione di un reale stato delle cose». Due parole, infine, sul contributo di Schrödinger alla biologia. Siamo nel 1943 a Dublino. In una serie di conferenze per il grande pubblico Erwin mette le basi, in sostanza, della biologia molecolare e della genetica, suggerendo concetti che ispireranno a Watson e Crick la scoperta della struttura e funzione del Dna. L’intuizione di mettere insieme a livello molecolare fisica, chimica e biologia, si trasforma in un libro intitolato Che cos’è la vita? Respinto da un piccolo editore per il messaggio ateistico contenuto nell’ultimo capitolo, Che cos’è la vita? fu pubblicato dalla prestigiosa Cambridge University Press. All’epoca culminava la passione per Sheila. Erwin annota nel suo diario: «Che cos’è la vita? Me lo sono chiesto nel 1943. Nel 1944 Sheila May mi ha fornito la risposta. Dio sia lodato!». Non sembra Erwin Schrödinger (Vienna, 1887 – 1961) l’esclamazione di un ateo.

politica a una questione che fa relegare l’Italia in fondo alle classifiche mondiali in fatto di civiltà. Con una sentenza pilota, il 28 maggio, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha avvertito il governo e le altre istituzioni competenti che le condizioni in cui vivono i nostri detenuti sono equiparate alla tortura e che pertanto occorre un intervento urgente, da realizzare al massimo entro un anno. Che in questo tempo si possa arrivare a un’amnistia, malgrado il fermo monito del Capo dello Stato, è difficile, a giudicare dal modo in cui il messaggio alle Camere è stato accolto. Troppo recente il ricordo dell’alto prezzo pagato in termini di consenso per l’indulto di sei anni fa; troppo divisi, al loro interno, i partiti di maggioranza

e opposizione; troppo forti i sospetti che anche Berlusconi potrebbe provare ad avvalersi del provvedimento di clemenza. Ma far nulla, oltre che impossibile, dopo l’intervento dell’Europa, è inaccettabile, sottolineano gli autori. Si potrebbe almeno cercare di intervenire sulle leggi «affolla carceri»: quelle varate dal centrodestra sull’immigrazione e sulla droga e le procedure sulla cosiddetta «recidiva qualificata». Si potrebbero rendere più agevoli le misure alternative al carcere, dato che quasi metà degli attuali carcerati sono in attesa di giudizio. Per non perdere la faccia davanti all’Europa, occorrerebbe insomma cominciare a discuterne seriamente: il contrario esatto di quel che è stato fatto finora.


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