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«Imparare a vedere» La Stampa TuttoScienze 2.2.05 Wiesel, premio Nobel: così si impara a vedere di Lamberto Maffei, della Scuola Normale Superiore, Pisa DOMANI pomeriggio Torsten Wiesel, premio Nobel della medicina nel 1981, sarà a Torino, ospite di «GiovedìScienza», per parlare dell’affascinante tema «Imparare a vedere» (teatro Colosseo, via Madama Cristina 71, ore 17,45, ingresso libero, informazioni tel. 011- 839.4913). Wiesel è un grande scienziato, ma anche un grande uomo, di saggezza e moralità ammirabili. La sua conferenza affronterà un problema tra il filosofico e lo scientifico che da sempre appassiona l’uomo. Molti pensatori del passato sono intervenuti su questo problema domandandosi se l’esperienza sia maestra nello sviluppo delle funzioni cerebrali e in particolare della visione. Voltaire con una modernità impressionante scrisse: «Si impara a vedere così come si impara a parlare e a leggere». La ricerca moderna ci conferma che Voltaire aveva una parte di ragione. Ovviamente l’importanza dei geni nella formazione e nello sviluppo del cervello visivo è fondamentale e molta della grammatica nella lettura delle immagini retiniche è già pronta alla nascita, ma certamente non tutto. L’esperienza interviene, affina risposte fisiologiche, cambia la morfologia cerebrale e rende operanti, nel senso di utili, quando non indispensabili alla vita, funzioni che altrimenti sarebbero rimaste ad uno stato di lavoro primitivo. Ma, come dice Alice nel paese delle meraviglie, cominciamo la storia «from the very beginning». Le prime straordinarie dimostrazioni dell’importanza dell’esperienza nello sviluppo della visione venne dalle osservazioni sui pazienti operati di cataratta congenita. Una volta, fino a una trentina di anni fa, questi pazienti venivano operati in età tardiva per evitare i pericoli dell’anestesia. Oggi i bambini con cataratta congenita vengono operati nei primi sei mesi di vita con recupero completo della visione. I pazienti del passato, dopo l’operazione, cioè dopo l’asportazione del cristallino opacizzato, non avevano nessuna visione distinta. Nei primi giorni distinguevano solo la luce dal buio, masse confuse delle forme e i colori. A titolo di aneddoto, tra molti simili, ma che di per sé descrive in maniera drammatica i risultati, riporto le parole di uno dei primi pazienti operati di cataratta da Messner nel 1777. Questa persona quando poté vedere per la prima volta il suo operatore esclamò: «Terribile! Ma è veramente questa la forma di un essere umano?». Con il trascorrere di mesi e anni la visione dei pazienti operati migliora, arrivando a individuare dapprima le forme geometriche più semplici e poi via via altre forme più complesse, ma resta sempre confusa e mai arriva ad una visione soddisfacente. Si ricorda il caso di pazienti che, operati da adulti, rifiutano la visione come fonte di informazione preferendo l’utilizzo di altri sensi, l’uso dei quali è stato affinato durante la deprivazione della vista. Non è raro che persone che riacquistano la visione da adulti caschino in uno stato di depressione che in alcuni casi può portare al suicidio. Rimane un problema sostanziale da discutere, e cioè se dobbiamo imparare a vedere ogni cosa per poi riconoscerla o se piuttosto dobbiamo acquisire regole generali che poi ci guidano nella lettura visiva del mondo. Per quello che possiamo sapere dalle ricerche sugli animali, sembra più verosimile per molti insiemi di forme, la seconda ipotesi. Un esperienza anche breve del mondo, per alcuni mammiferi riducibile a pochi giorni, sostenuta in un periodo più o meno lungo a seconda degli animali, dopo la nascita, può far partire i meccanismi di sviluppo di un adeguata, normale funzione visiva. Si discute fra neurofisiologi su funzione permissiva e funzione istruttiva dell’esperienza. Nella prima si annoverano quei fenomeni che innescano processi importanti per lo sviluppo dei meccanismi nervosi del sistema visivo; nella seconda quelli che istruiscono un determinato circuito cerebrale alla visione di una determinata forma o insieme di forme. Si crede quindi che, almeno per molti circuiti nervosi, l’esperienza non funzioni da maestra - o non solo da maestra - ma piuttosto da evento necessario e sufficiente per permettere il normale sviluppo. L’esperienza ha il ruolo di un cancello che si apre, permettendo la visione del giardino del mondo. Se il cancello rimane chiuso durante il cosiddetto periodo critico, che è il periodo postatale in cui l’animale, uomo compreso, è più sensibile al mondo esterno, i neuroni della corteccia visiva rimangono ad un livello immaturo di funzione. Il gruppo di ricerca in neurobiologia della Scuola Normale sta attualmente studiando negli animali, con risultati che hanno avuto risonanza internazionale, se sia possibile riaprire le possibilità plastiche del sistema nervoso e in particolare del sistema visivo nell’età adulta, ripristinando la funzione visiva persa per mancanza di esperienza durante l’infanzia. Nelle scienze della vita la ricerca apre solo spiragli di verità, ma resta sempre tantissimo da conoscere e soprattutto da capire. Risultati della ricerca e domande più ambiziose si susseguono per la soluzione dello stesso problema. Sarà interessante ascoltare ciò che Torsten Wiesel ha da dire su «imparare a vedere».


Wiesel: Imparare a vedere