Page 1

ANNO XX NUMERO 49 - PAG IV

IL FOGLIO QUOTIDIANO

VENERDÌ 27 FEBBRAIO 2015

IL CREMATORIO DI HEIDEGGER

Antisemita e nichilista, il filosofo tedesco ha plasmato la cultura irrazionale del Novecento. E l’ombra della sua filosofia ancora si allunga sulla Germania di oggi di Angiolo Bandinelli

D

al cimitero di ritagli di stampa dedicati alle diatribe sull’antisemitismo di Heidegger e da me via via diligentemente raccolti riesumo un articolo di Adriano Sofri apparso su Repubblica nel 2007. Non è il più vecchio (ne riemerge anche, su un Corriere della Sera del dicembre 1987, uno, assai ampio e ricco, di André Glucksmann) ma è decisamente il più bello. Adriano vi contrappone le figure di Heidegger e di Paul Celan, lette come due opposti modi di concepire (e vivere) lo “essere per la morte”: tema a lungo teorizzato dal filosofo ma dolorosamente sperimentato su di sé dal poeta ebreo, finito suicida (“il suo cadavere è stato ripescato nella Senna di Parigi il 1° maggio del 1970”). La citazione di Heidegger che Adriano rileva, quasi a stigma della sua vita e della sua opera, è la frase sibillina detta dal filosofo a un suo visitatore che – siamo già nel Dopoguerra – si accomiatava: “E poi, sa, non è ancora detta l’ultima parola”. Si riferiva, certamente, alla vicenda nazista, ivi compreso l’Olocausto. Heidegger stesso aveva definito l’Olocausto come la “selbstvernichtung” – “l’autoannientamento” – degli ebrei. Intorno alla mostruosa affermazione prende l’abbrivio e si muove l’informato e persuasivo lavoro di Donatella Di Cesare (“Heidegger e

I “Quaderni neri” indagati da Donatella Di Cesare mostrano il fondamento antisemita del pensiero di Heidegger gli ebrei. I ‘Quaderni neri’”, Bollati Boringhieri 2014, pp., 352, 17 euro) che analizza le note, le riflessioni, gli appunti – “una vera e propria opera filosofica dallo stile personale” – raccolti dal filosofo in ormai famosi quaderni, detti “neri” per il colore della copertina, tra il 1942 e il 1948 (l’intera serie copre un arco di anni che va dal 1930 al 1970) per soffermarsi in particolare su quello relativo al 1945/’46. Queste pagine, che sembrava fossero andate perdute, si sono rivelate come tassello fondamentale per una messa a punto definitiva del pensiero antisemita del filosofo: la Shoah viene qui considerata, rileva la Di Cesare, “sotto l’aspetto filosofico”. Per l’autore de “L’Essere e il Tempo”, l’Olocausto è infatti l’ultima e suprema manifestazione della lontananza dell’ebraismo dall’Essere. L’ebreo, addirittura, “mina” l’Essere. Una citazione ci pare subito d’obbligo. Siamo a pag. 98: “Nei ‘Quaderni neri’, mentre resta l’ammonimento all’oblio dell’Essere, la differenza ontologica si esaspera, diventa una dicotomia estrema, una divaricazione fatale, un contrasto insanabile. La guerra mondiale [la Seconda, n.d.r.] viene letta attraverso lo schema della differenza ontologica e si rivela, perciò, la guerra dell’Essere contro l’ente. Lo scontro planetario, che si disegna sull’abisso, ha un valore al contempo ontologico, teologico e politico. La storia dell’Essere diventa una narrazione dai toni apocalittici, il racconto di una battaglia finale, la versione metafisica della guerra di Gog e Magog”. L’antisemitismo heideggeriano era stato finora

Fu in un momento devastante della Germania che si formò o si consolidò l’antiebraismo di Heidegger analizzato nei suoi aspetti politici, da oggi in poi sarà la filosofia a dover essere chiamata “direttamente” in causa: e nel saggio della Di Cesare l’antisemitismo del filosofo ci viene presentato come l’emersione definitiva di una sindrome che attraversa tutto il corso del pensiero tedesco – il più alto – a partire da Lutero. Nessuno di quanti hanno recensito il libro ne ha parlato, mi pare. E’ un silenzio imbarazzante, se non imbarazzato, come il nascondere la polvere con la scopa sotto il tappeto per non vederla, quando non la si può ignorare. Il percorso, seguito passo passo, pagina dietro pagina, dalla saggista, è impressionante. Potrà essere ancora sviluppato, lei ci avverte, perché sollecita una ulteriore domanda: quella del rapporto della filosofia in sé con l’antiebraismo. Lutero, il Lutero della maturità che ha perso la speranza nel rinsavimento e nella conversione evangelica degli ebrei, affonda con spietatezza la sua lama accusatoria fin nelle viscere di quel popolo, che mentre si ostina nella sua separatezza antropologica e culturale continua a occupare il suolo della nascente nazione, inquinandolo. Per il riformatore di Wittenberg gli ebrei sono “i nemici interni”, “pieni di arroganza, invidia, usura, avarizia e ogni malvagità”, “caparbi, ostinati”, “falsi, bastardi e stranieri”, “vivono presso di noi” usando impunemente “terra e vie, mercati e strade”. Con questo rosario di epiteti – i cui grani trasudano odio e violenza – Lutero apre “un baratro tra ‘jehudim’ e ‘gojim’, tra ebrei e gentili, che non sarà più colmato nella tradizione tedesca”. La tesi della menzogna come caratteristica dell’ebreo verrà ripresa da Kant, poi da Schopenhauer e da Nietzsche, il quale imputa al popolo ebraico la colpa di aver introdotto – attenzione, qui siamo in ambito schiettamente filosofico – “la menzogna dell’‘ordinamento etico del mondo’”. Per Fichte e, quasi ovviamente, per Herder, l’ebraismo è la religione di una “nazione straniera”: “asiatica” per Herder, “Stato

nello Stato” per Fichte. E Fichte arriva ad auspicare il ritorno a un “cristianesimo originario” che il popolo tedesco dovrà “arianizzare”. Anche Hegel andrà giù pesante con il popolo al quale – scrive – lo Spirito della Storia ha concesso il privilegio di essere posto “immediatamente avanti alla porta della salvezza”, ma al quale “la salvezza è negata”: con espressione che anticipa Heidegger, gli ebrei “rifiutano e sono rifiutati”. Pur non esclusivo della Germania (e valga per tutti il nome di Voltaire) l’antiebraismo/antisemitismo sembra dunque trovare un humus fertile in un paese “che è alla disperata ricerca di una identità che non ha nel presente e che non trova nel passato, se non nell’oscuro mito del ‘sangue germanico’”. Alla fine del percorso, con un impasto che già ci è noto da altre fonti e soggetti, “spirito ellenico e tecnica tedesca” saranno nel pensiero di Hitler – per Lévinas il nazismo è una vera e propria filosofia – i cardini dello sviluppo della cultura umana. Di questo impareggiabile patrimonio gli ebrei vorrebbero essere i “distruttori”, ne sono anzi “l’archetipo”. Come appare nei suoi scritti riportati dalla Di Cesare, Heidegger è il lucido formulatore di una idea della nazione germanica e del suo ruolo nel mondo persino più chiuso e autoreferenziale di quanto siano le proclamazioni hitleriane: in lui l’ebraismo assume il carattere di avversario metafisico della germanicità, intesa a sua volta, nella sua saldatura con lo spirito greco, come cardine della storia e della salvezza dell’uomo. Circa alla metà degli anni Ottanta del secolo scorso due storici tedeschi, ambedue ebrei, Gershom Scholem e George Mosse, analizzarono approfonditamente i rapporti tra mondo ebraico e cultura tedesca, giungendo peraltro a conclusioni diverse e divergenti. Per Scholem tra i due mondi ci fu solo una sorta di incomprensione, o meglio di reciproco inganno; per Mosse, invece, la divaricazione fu la imprevista conseguenza dell’affrancamento e della assimila-

zione degli ebrei di Germania, iniziatosi ai primi dell’Ottocento in un ambito decisamente illuminista. La borghesia ebrea che si laicizzava abbracciò con entusiasmo l’alta cultura del paese, la “Bildung” ricca dei nomi di Goethe, Herder, Lessing, Schiller, eccetera, con i connessi ideali di tolleranza, pacifismo, rifiuto dell’irrazionale, armonia morale ed estetica, eccetera; ma se nella comunità ebraica avveniva questo capovolgimento, lungo il corso dell’Ottocento la maggioranza del popolo germanico venne spostandosi su posizioni di nazionalismo militarista, oltranzismo identitario, ecc. La separazione si aggravò dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale e nel periodo di Weimar. E’ in questo momento devastante della Germania che si formò o si consolidò l’antiebraismo di Heidegger. Avrebbe potuto sfuggirgli, non farsene catturare? Troppi nomi della grande cultura tedesca del tempo ne rimasero invischiati, a partire da Carl Schmitt (sulla cui opera la Di Cesare si diffonde in molte belle pagine), o anche Jünger, al quale Sofri, nell’articolo ricordato, riconosce comunque il merito di aver coraggiosamente sfidato, “con l’azzardo del soldato nella guerra di trincea”, cioè combattendo nella Grande Guerra, quel mito dell’“essere per la morte” che il professor Heidegger teorizzava, ma standosene in “buona salute”. Per chiudere ineluttabilmente Heidegger nella morsa delle sue responsabilità c’è anche da mettere nel conto il suo distacco imperturbabile, il suo gelido silenzio alla notizia della morte di Edmund Husserl, l’ebreo fondatore della fenomenologia moderna che pure aveva considerato suo maestro e al quale aveva dedicato la prima edizione di “Essere e Tempo”. Husserl è, anche lui, uno dei filosofi della “crisi della civiltà”, del “tramonto” spengleriano ma, quale erede della tradizione degli ebrei assimilati e laicizzati, non più emarginati e ormai cittadini del mondo, non aveva perso la fiducia nell’Aufklärung illuminista.

Nel 1987, il dibattito pro o contro il nazismo e antisemitismo di Heidegger si accese fulmineamente anche in Italia con la comparsa di un saggio dovuto a un filosofo cileno, Victor Farías (“Heidegger e il nazismo”, Bollati Boringhieri). Farías è di formazione comunista anche se giovanile studioso di Heidegger e tra le sue ricerche e polemiche c’è stata anche la denuncia del suo paese come troppo corrivo nell’accogliere, nell’immediato Dopoguerra, molti tedeschi ex o ancora nazisti. Farías affermava che l’antisemitismo di Heidegger è organico al suo pensiero di nazista, ma venne criticato per la superficialità della documentazione. Comunque, la maggior parte degli articoli che conservo su questi temi trae origine dal suo libro. La Di Cesare analizza anche il periodo del Dopoguerra, anzi del dopo Olocausto, quando Heidegger si trovò a dover giustificare accuse o comunque sospetti sempre più insistenti. Nel Dopoguerra, la “questione ebraica” era argomento scottante, non facilmente accantonabile se ancora nel 1963 Ernst Bloch poteva denunciare “il paradosso di un antisemitismo senza ebrei”. In questo clima, osserva la Di Cesare, “coloro che, soprattutto al di fuori della Germania, si aspettano da lui almeno un cenno, una parola, se non una esplicita condanna di quel che è accaduto, sono destinati a rimanere delusi”. Nella “leggendaria” intervista rilasciata allo Spiegel nel 1966 ma destinata ad esser resa pubblica solo dopo la sua morte, Heidegger ancora prosegue nella sua “strategia difensiva”: riconosce sia pure “in forma molto cauta” il proprio impegno con il nazismo ma non ritratta, perché lui “alla democrazia non crede […] e tanto meno ‘nell’età della tecnica’”. In realtà però, annota ancora la Di Cesare, Heidegger non ha mai “realmente taciuto”. A Marcuse che dall’America, nel 1947, lo sollecita a “intervenire pubblicamente”, risponde ribadendo che “nessuna ritrattazione è possibile”: “dal nazionalsocialismo mi

aspettavo un rinnovamento spirituale di tutta la vita”. Ma come non avvertire quanto questa speranza fosse paradossale e contraddittoria, visto che la Germania nazista andava fiera – in parallelo con Stalin e il suo concetto di comunismo – della saldatura tra tradizione (“Blut und Erde”) e “Gestell” (impianto, dispositivo) cioè tecnica e tecnologia, un fattore intrinsecamente “livellante”, direttamente responsabile del deprecato “oblio dell’Essere”? Se c’è qualcosa di irrazionale, di nichilista, nella cultura e nella filosofia del Novecento, prima ancora – e molto più – che in Nietzsche, dovremo trovarla nelle pagine di questo pensatore, autentico – lui – nichilista, pronto a gettare nel vortice del Nulla un mondo che si sottragga, o venga sottratto al predominio della Germania: la Germania non dell’ebreo Heine, ma del visionario Hölderlin, che Heidegger indica come interprete della “rivoluzione mancata” che poi arriverà con Lenin e la rivoluzione bolscevica, “versione ultima di quella metafisica che, complice l’ebraismo, ripete infinitamente la fine spacciandola per il nuovo”. La gelida corrente della filosofia continentale della crisi, dell’odio contro la tecnica, contro l’uomo-macchina – il mostro che insidia e uccide l’anima, lo spirito, l’Essere – deve essere ancora esplorata a fondo, sperabilmente perché sia respinta o circoscritta. Se qualcosa manca al mondo di

“Dal nazionalsocialismo mi aspettavo un rinnovamento spirituale di tutta la vita”, dirà in un’intervista nel 1966 oggi è semmai un più di tecnica che aiuti la politica a riequilibrare le sorti degli uomini facendoli uscire dalle difficoltà, dalla miseria e dalla fame: solo chi ha ammirato una amigdala scheggiata del Paleolitico e chi ha capito la rivoluzione concettuale insita nella preistorica scoperta delle leggi delle leve di primo, secondo e terzo grado può comprendere la meraviglia intellettuale che deve suscitare l’attività tecnica e tecnologica, nobile figlia (ma anche madre) dell’uomo, nata molto prima che un filosofo o sofista elaborasse in Grecia il concetto dell’Essere. I tormenti della “Schuldfrage” hanno lavato, in un lunghissimo Dopoguerra, le tracce – almeno le più palesi – di un passato da dimenticare, i cancellieri tedeschi rendono reverente omaggio ai luoghi sacri dell’Olocausto. Oggi, dal suo ruolo sempre più centrale in una Europa in difficoltà, la Germania democratica si pone come un asse saldo e concreto, che dà fiducia agli altri. Ma a volte certe ombre ritornano, ossessive: con la sua (ancora) centrale posizione nella filosofia continentale, Heidegger continua a sollevare dubbi inquietanti. A lui comunque continuerà a contrapporsi Celan, l’autore di “Todesfuge”: “Nero latte dell’alba ti beviamo la notte / ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco / ti beviamo la sera la mattina beviamo e beviamo / la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro / ti colpisce con palle di piombo ti colpisce preciso… / i tuoi capelli d’oro Margarete / i tuoi capelli di cenere Sulamith”.

IL FASCINO DEI FARABUTTI

Il penoso innamoramento di certa sinistra per i doppiogiochisti Schmitt, Heidegger e Jünger di Alfonso Berardinelli

S

ugli intellettuali grava sempre e giustamente un sospetto. Dovrebbero essere disposti a compiere di persona le azioni che intellettualmente approvano, ma è raro che questo avvenga. Qualcuno ha detto che chi approva la pena di morte dovrebbe essere disposto a infliggerla con le sue mani. L’idea ovviamente spaventa, ma non riesco a immaginare con quali argomenti morali sarebbe possibile contraddirla. Delegare a qualche professionista, al boia o al soldato, o comunque ad altri, l’atto di uccidere, non è cosa che per un pensatore possa avere delle scusanti deontologiche. Il mestiere di pensare e scrivere non esonera da responsabilità pratiche. E’ vero che la separazione fra teoria e pratica è un segno di civiltà, oltre che di incoerenza: permette per esempio di concepire idee

che vanno al di là dell’immediatamente possibile e di ciò che la dura realtà permette. Niente migliorerà se non si è stati capaci di pensare e di progettare il meglio. Ma c’è un limite a tutto. La distinzione fra approvazione in linea di principio e partecipazione attiva, non può impedirci di condannare coloro che teorizzano una dittatura, o trovano giusta fra esseri umani la legge “naturale” del più forte, o ritengono necessaria una guerra ingiusta in vista di scopi superiori. Uno dei fenomeni più penosi (a volte ridicoli) che hanno caratterizzato la nostra sinistra culturale “pigliatutto” alla fine del Novecento, è l’innamoramento (non ancora spento) per quel bel terzetto di farabutti teorici e doppiogiochisti, formato dal filosofo del diritto Carl Schmitt (il peggiore perché politicamente influente) il filosofo dell’Essere Martin Heidegger e il dandy-scrittore-scienziato Ernst Jünger. La ragione per cui non ci si decide a riconoscere le loro imposture spesso ignobili e la loro dubbia qualità intellettuale, è ormai una ragione di puro fair play accademico: sono così numerosi gli studiosi che si sono compromessi con loro ritenendoli “semplicemente geniali” e di un’intelligenza “al di sopra di tutto”, che parlarne male equivale più o meno a dare dello stupido a chi li ammira. Quei tre tipi “superiori” sono evidentemente dotati, oltre che di un’astuzia culturale fuori del comune, di un magnetismo fondato sul carattere e “lo stile”. Si mostrano impassibili, sono sprezzantemente riservati e reticenti, rifiutano di dare spiegazioni, non si giustificano e si ripetono all’infinito con implacabile coerenza. Essere coerenti è il loro forte: non importa che

lo siano a vuoto. Non torno volentieri su questo tema. Ripetersi, in verità, genera noia. Ma ho letto la pagina che Giuseppe Marcenaro ha dedicato a Jünger su questo giornale e mi sembra che offra sufficiente materia per aggiungere qualche osservazione. Marcenaro sospende il giudizio sul personaggio. Si diverte a illustrarlo, tratteggiandolo appunto come un personaggio per il quale non nasconde una certa simpatia estetica. Jünger simpatica canaglia o impeccabile signore dello spirito, fa lo stesso. Del resto, una volta preso atto che a Jünger è stato conferito nel 1982 il premio Goethe (“il più alto riconoscimento letterario tedesco, già ricevuto da altri eminenti: Thomas Mann, Hermann Hesse, Bertolt Brecht”) ci si può arrendere di fronte al successo. Dandy filonazista di successo, in effetti Jünger lo è stato. Il suo egotismo estetico, la sua passione meccanico-entomologica per la guerra, il suo eroismo militare, ne fanno un caso. Non basta, però, essere entrati nella storia della letteratura per essere immuni dal giudizio. Il Novecento ha prodotto la politica come crimine prima teorico e poi pratico e Jünger ha navigato da maestro lungo le linee di confine fra scienze naturali, arte e politica. Un germanista come Ladislao Mittner dice che con Jünger “il superuomo si motorizza”. Di fronte al suo aplomb il nostro D’Annunzio sembra un esagitato e un cafone (così ne parla Mann nelle “Considerazioni di un impolitico”). La teoria jüngeriana dell’operaio-soldato (e del soldato-operaio) non manca di coerenza e forse ne ha troppa, per amore di geometrica, efficiente potenza. Si produce per la guerra per distruggere gli strumenti di

guerra del nemico e per incrementare la propria produzione. Il guaio dei nazisti (in questo molto provincialmente eurocentrici) è non aver capito che quanto a potenza produttiva gli Stati Uniti li superavano (e anche i russi guidati dall’Uomo d’acciaio non scherzavano). Jünger fu anche scienziato ma (copio ancora da Mittner) anche come scienziato è “un ideale milite”. E’ ispirato dal rigore delle scienze naturali o da quello della pura forma? E’ profetico o irresponsabile? Le sue descrizioni sono denunce o ricette? Guarda il nazismo dall’alto o si accoda volentieri? A Parigi dopo l’occupazione tedesca (copio l’articolo di Marcenaro) frequentò artisti e scrittori. Conversò con Picasso, incontrò Braque. Forse sognava di portarsi le loro opere in Germania e magari di tenersi in casa, dopo la vittoria finale, un po’ di arte degenerata. Dirigeva l’ufficio censura sulla corrispondenza dell’esercito tedesco. Nelle ore di servizio era in divisa, nelle ore libere indossava non meno elegantemente abiti civili e frequentava i salotti. Eroe di guerra nella Prima guerra mondiale, nel 1930 aveva descritto gli ebrei come “una minaccia per l’unità dei tedeschi”. Dopo la guerra naturalmente fu in rapporto epistolare con Heidegger e Schmitt, mentre con Mircea Eliade dirigeva una rivista esoterica. Le sapienze esoteriche piacciono molto ai tiranni e a chi vive politicamente di doppiezze. Si vive su due piani, uno superiore e uno inferiore, uno pratico e l’altro simbolico. E poi la metafisica è notoriamente spietata, gli dèi sono violenti e i riti iniziatici non hanno mai mancato di crudeltà.

Di fronte al doppiogiochismo fra superiorità di spirito e regime hitleriano, va notata la coerenza suicida e la criminale fedeltà al capo dimostrata da un intellettuale mediocre come Goebbels, che mette in scena il gran finale dell’autodistruzione nel bunker poco prima dell’arrivo dei russi. Nelle situazioni estreme gli intellettuali sono sempre meno colpevoli ma più spregevoli. Devono salvare la propria vita per continuare la loro battaglia a un altro livello e su un altro fronte… Oggi di Heidegger si parla anche di più, dopo il libro di Donatella Di Cesare sui suoi “coerentissimi” discorsi a proposito di Shoah. Con la recente scoperta di alcuni “Quaderni neri” del filosofo, tutto è chiaro: Heidegger era antisemita. Ma “tutto è chiaro” si fa per dire. Dai suoi quaderni emerge come un blocco di basalto la sua ontologia antisemita. Ho letto quanto dice la Di Cesare in un articolo sulla Lettura del Corriere. Le formule di Heidegger sono tali che non si sa mai veramente di cosa stia parlando. Parla di “storia dell’Essere” volendo dire storia dell’occidente. Parla di “autoannientamento degli ebrei” come se nessuno li avesse annientati. Parla di “purificazione dell’Essere” dal male ebraico. Ci tiene a parlare dell’Essere e solo dell’Essere: l’oblio degli umani è completo. E comunque un essere umano non è propriamente un “ente” o “essente”, come lui vorrebbe. La malattia di Heidegger è mentale, o meglio filosofica, o più precisamente una malattia filosofica tedesca, mistica verbale, arrivata con lui a una forma monumentale di involontaria parodia. E nessuno ride. Con quel linguaggio si può parlare di tutto senza parlare di niente. Quella di Hei-

degger è una criminosità delicata, operata con le parole, con il gergo dell’ontologia, dentro il quale non c’è posto per niente che appartenga a questo mondo. Qui la superiorità del pensiero è vuota. E’ perfino vuota di pensiero, perché se c’è una cosa non pensabile né dicibile questa è l’Essere. Sì, Heidegger era antisemita. Ma in realtà non poteva dirlo, non aveva le parole per dirlo. E c’è chi pretende che sia un grande filosofo del linguaggio. Purtroppo alla fine del suo articolo la Di Cesare ci informa che in un recente convegno a Parigi un giovane filosofo israeliano ha paragonato (non si precisa in che modo) Heidegger a Walter Benjamin. Ci risiamo, non è una novità. Benjamin è stato nemico filosofico e politico di Heidegger. “Paragonarli” è tentare il salvataggio filosofico di quest’ultimo, dando al suo pensiero una dignità che non c’è anche se è magnificamente recitata.

Il Foglio 27 2 15, pagina 8  
Il Foglio 27 2 15, pagina 8  

Angiolo Bandinelli e Alfonso Berardinelli

Advertisement