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| IL FATTO QUOTIDIANO | Lunedì 29 Giugno 2015

Nel Museo di Baghdad

I

» FRANCESCA BORRI

La scheda

LE SUE BELLEZZE Chiuso nel 1991 durante la guerra del Golfo, il museo non fu mai riaperto sotto il regime di Saddam Hussein. Oggi sono aperte 28 sale e coprono un periodo di 7mila anni di storia; tra le sale, organizzate in ordine cronologico, si incontra una girandola di epoche e antiche popolazioni come babilonesi, assiri, sumeri, accadi, caldei, i frigi, gli ittiti, gli achemenidi, i sasanidi, tribù varie; e poi i greci, i neoassiri, neobabilonesi, i fenici: i seleucidi

Baghdad

n effetti, a ripensarci, su internet è tutto impeccabile. Informazioni precise, grafica chiara. Foto. E però manca una cosa: l’orario di apertura. Il Museo Nazionale di Baghdad ha tutto, tranne una biglietteria. I turisti in Iraq sono così rari che entro, all’improvviso, e sono tutti colti alla sprovvista. Tutti emozionati: mi guardano meravigliati, nessuno che sa cosa fare di me, come accogliermi, dove portarmi – cosa portarmi: mi passano una sedia di plastica, poi una sedia più comoda, dell’acqua, un caffè, un pasticcino. Un cuscino. In due minuti, sono le 9 del mattino, arriva la colazione. L’addetta al guardaroba mi riassetta la camicia. Poi mi tocca una spalla per assicurarsi che io sia reale.

Habibti, dice. Tesoro. "Chiamo subito la guida", dice l’usciere, piazzandomi davanti un ventilatore. E compare un uomo elegante, con tanto di polsini d’oro. Si presenta: Adel Shirshab. È il ministro del Turismo. In realtà, non è solo perché sono straniera. Soprattutto, è perché sono italiana. Mentre gli altri sono andati via, infatti, lasciando l’Iraq al proprio destino, alle proprie milizie, l’Italia, all’insaputa di tutti, ha ancora truppe di terra, qui: sono truppe di archeologi. “Perché nel momento in cui degli estremisti assaltano statue e reperti, c’è una battaglia da vincere con altrettanta urgenza di quella combattuta sul piano strettamente militare”, spiega Samuele Fazzi, classe 1986, il diplomatico della nostra ambasciata che si occupa della cooperazione culturale. “Quando Nimrod viene demolita con le ruspe, con i picconi, quando un tempio viene raso al suolo, non stiamo parlando di oggetti, ma di simboli. Simboli, e anche testimonianze concrete, di una convivenza armonica tra religioni e culture. L’Iraq, l’intero Medio Oriente, ha mille moschee costruite su chiese, chiese costruite su santuari. Santuari costruiti su tombe. Mille luoghi costruiti e ricostruiti infinite volte”, dice. “Non è semplice convivenza. Più esattamente, è un intreccio. Ovunque”. I nostri archeologi sono al lavoro un po’ in tutto l’Iraq. Ma è il Museo, senza dubbio, il loro lascito più importante. Hanno ricostruito e riallestito larga parte delle sue sale, e restaurato molti dei suoi reperti più pregiati. Con estrema cura per i dettagli: c’è anche una caffettiera. Sono 28 sale, adesso, coprono 7mila anni di storia. E per 5mila di questi anni, l’Iraq non è stato né sunnita né sciita: è stato Mesopotamia. Gli arabi sono arrivati nel 638: tra queste sale, organizzate in ordine cro-

I nostri Indiana Jones hanno vinto la guerra CAPITALE IRACHENA Un gruppo di archeologi italiani ha tenuto in piedi la più importante struttura museale del Paese. Uno scrigno che conserva culture millenarie nologico, si incontra una girandola di babilonesi, assiri, sumeri, accadi, caldei, i frigi, gli ittiti, gli achemenidi, i sasanidi, tribù varie: e poi i greci, naturalmente, e poi i neoassiri, i neobabilonesi, i neotutti: i fenici: i seleucidi: e infine, sì: la sconfitta dei persiani e l’instaurazione del califfato. Infine, come dicono le targhette: “le culture islami-

Distruzione In basso due momenti di attacco a Nimrud, Iraq, da parte dell’Is Ansa

che” – al plurale. Perché davanti agli jihadisti, che attaccano, attaccano a martellate, a sventagliate di kalashnikov, tutto quello che è altro rispetto all’Islam, o più esattamente, rispetto alla loro interpretazione dell’Islam, questo Museo significa difendere, e diffondere, la vera identità dell’Iraq. Composita e complessa. “Significa ripercorre-

re i passaggi attraverso cui siamo diventati quello che siamo”, mi dice quella che è ormai la mia assistente: una ragazza incaricata di rispondere a ogni mia domanda, esaudire ogni mio desiderio: e che mi segue passo passo con una scorta di cioccolatini. “Non è solo un viaggio a ritroso nel tempo, ma un viaggio dentro noi stessi. Un invito a

riflettere sul nostro passato. Davanti a jihadisti che pretendono di tornare alla purezza delle origini, il Museo, con la sua varietà, è una sfida a definire queste origini. E soprattutto, a definirle prive di contaminazioni. Di influenze altrui”. Perché tutto è stratificato, qui. Tutto ha in sé anche altro.

Niente è realmente originario Il Museo è basilare, niente sfarzo e niente fronzoli, come è giusto che sia in un Iraq in cui molti sono alla fame: la ricchezza è tutta nel contenuto. Che è strabiliante.


ESTERI

Lunedì 29 Giugno 2015 | IL FATTO QUOTIDIANO |

STORIA&GEOGRAFIA

IL MALE E I CONFLITTI SONO DEGLI ALTRI » FURIO COLOMBO

SIAMO IMPEGNATI in un faticoso andare e venire fra i conflitti del mondo, sempre consolati dal fatto che sono conflitti degli altri, e irritati dalle conseguenze che ricadono su di noi (i rifugiati). Abbiamo l’impressione di vivere in un peggio che non avevamo previsto e di provenire da un meglio che civilmente ci eravamo costruiti. Però alcune notizie del mondo ci inseguono ossessivamente come cani randagi in cerca (vana) di attenzione, e finora il mondo civile e ordinato che credevamo di essere, ha fatto del suo meglio per non sapere. Per esempio la Corea del Nord. Per esempio Shin Dong-hyuk, unico evaso dal campo 14, dove sono prigioniere intere famiglie condannate a vita per presunti reati politici, e

i bambini che nascono in prigionia, come Shin, sono e restano prigionieri a vita. Nascono condannati, come tutti gli altri del Campo 14, ai lavori forzati. Quando presiedevo il Comitato Diritti Umani della Camera, sono stati i deputati radicali (soprattutto Matteo Mecacci) a permettermi di conoscere e ascoltare questo sopravvissuto trentenne che intendeva denunciare al mondo le atrocità nel suo Pese. Shin le ha testimoniate a noi, Parlamento italiano (ritrasmesso da Radio Radicale), le ha testimoniate nel mondo, ne ha parlato con dettagli precisi ai giornali del mondo (in Italia La Repubblica, 7 maggio), ma il problema per i grandi, civili

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governi del mondo libero, resta solo se la Corea del Nord continuerà o no a lavorare al suo armamento atomico. Per ragioni che non mi spiego questo orrore non è mai diventato un problema politico o una ragione morale. La Cina è il grande sponsor occulto e silenzioso della Corea del Nord. Ma noi siamo gli sponsor della Cina, che cresce e trionfa, ma solo a contatto con il resto del mondo agiato. Eppure continuiamo a lasciar perdere e a scambiarci indicatori economici e listini di borsa. Le borse non patiscono per l’umanità sacrificata alla follia di una dinastia di dittatori finché quel Paese “performa” bene nel comprare e nel vendere.

Rinascita A sinistra e al centro della pagina, due delle 28 sale riaperte dentro al Museo archeologico di Baghdad

TOMTOM

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TERRITORIO E POPOLAZIONE La Capitale è Baghdad e ha circa sei milioni di abitanti, mentre sull’intero territorio sono quasi 32. Confina con: Turchia a nord, Arabia Saudita e Kuwait a sud, Siria a nordovest, Giordania a ovest e Iran verso est.

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LA RISERVA DI PETROLIO L’Iraq è uno dei paesi al mondo con la maggior quantità di petrolio, insieme a: Venezuela (296.500 milioni di barili); Arabia Saudita (265.500); Canada (175.200); Iran (151.200) e Iraq (143.100).

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IL RITIRO DELLE TRUPPE Nonostante i continui combattimenti contro il governo iracheno e contro le truppe straniere, e fra le diverse comunità etnico-religiose, la scadenza del ritiro previsto viene rispettata e nel 2011 i contingenti stranieri terminano il ritiro.

Sembra il Louvre. Piatti di rame, piastrelle, vasi, ceramiche, argenteria, amuleti, candelieri in bronzo, gioielli e monili sparsi, una magnifica porta in marmo, un’altra in legno, e poi sigilli, intarsi in pietra, intarsi in legno, intarsi in alabastro, statue, statue di ogni tipo e dimensione, incisioni, basamenti, soprammobili, iscrizioni coraniche, oggetti di avorio, colonne, monete, il sepolcro di un imam. Il pulpito di una moschea. E quando leggi le targhette, la provenienza dei reperti, sono tutte città oggi note per ragioni completamente diverse. Mosul. Sinjar, Samarra. Città in cui si decapitano i nemici, si trasformano gli infedeli in schiavi. “D’istinto diciamo: è un ritorno al passato”, dice Adel Shirshab. “Poi invece vieni qui, e scopri che il passato non era arretrato come il presente”. Strumenti musicali. Sculture ricavate da pietre vulcaniche. È un Museo che è quello che l’intero Iraq dovrebbe essere: uno sconfinato museo a cielo aperto: con queste porte in pietra, straordinarie, costrette invece a stare qui, al chiuso, per salvarsi dalla furia iconoclasta, sostituite da barriere di cemento, check-point e inferriate. E il pericolo non è solo lo Stato Islamico. Già dalla prima sala, il Museo ha un’aria stranamente familiare. Questa splendida brocca in vetro che ti sembra proprio di avere già visto – poi capisci: perché l’Iraq, la Siria, il Libano, traboccano di capolavori di piccole dimensioni: larga parte dei tesori è

in vendita negli antiquari occidentali. Trafugata illegalmente. Il Museo di Baghdad è quello del saccheggio del 2003. Quando gli americani, nell’anarchia generale per la caduta di Saddam, scelsero di presidiare un solo luogo, in città: il Ministero del Petrolio. Furono rubati 15mila reperti. Anche per questo, dieci anni dopo, alcuni sono i benvenuti, qui, ad alcuni viene preparato il caffè. Ad altri, mine per strada.

Il Museo è in centro La prima cosa che dovresti notare, probabilmente, respirare, è l'erba tagliata di fresco – chiudi il cancello in ferro, e la Baghdad delle bombe, dei sequestri, finalmente scompare. La Baghdad della paura. E invece la prima cosa che noti sono gli iracheni. Sono le nove, il Museo sta aprendo ora: ma è già affollato. Al suo interno si svolgono attività di ricerca, di formazione, di restauro. Perché il Museo ha generato altro, intorno a sé, mille altre attività. Un ragazzo prende appunti davanti a uno scheletro sumerico. Un uomo seppellito insieme ai suoi gioielli d’oro. Non sembra uno scheletro, in realtà, è semplicemente una teca di vetro, con dentro un trancio di terra cosparso di scaglie che brillano: il tempo ha riplasmato tutto – a ricordo di un’epoca in cui la vita era preziosa, era curata in ogni dettaglio: e persino nella morte si lasciava traccia della sua bellezza. Un’epoca in cui la vita non si sprecava. © RIPRODUZIONE RISERVATA

IL COLLOQUIO

con Paolo Matthiae

“Salvare l’arte per salvare anche un Paese”

» ELISABETTA REGUITTI

Le date

In 16 cambia totalmente la storia di Iraq e Medioriente: dall’occupazione voluta dal dittatore Saddam, fino alla sua morte.

1990

2 agosto

l’Iraq occupa il Kuwait. Ne segue il 17 gennaio 1991 la invasione da parte di una coalizione internazionale

2003

19 marzo

Usa e Gran Bretagna lanciano l'attacco contro l'Iraq. Saddam viene giustiziato il 30 dicembre 2006

G

li archeologi italiani? Non hanno la pretesa di spostare un sito archeologico nel cortile della loro università”. Paolo Matthiae, lo studioso che fra gli anni 60 e 70 riportò alla luce l’antico universo di Ebla in Siria, riassume così –con ironia – la vicenda del museo di Baghdad. Le missioni archeologiche italiane in Medio Oriente, sottolinea, hanno puntato sempre proprio sul coinvolgimento del territorio. “Forse perché siamo arrivati più tardi rispetto alle tradizionali scuole francesi, inglesi o tedesche, la cui impostazione ottocentesca era di tipo coloniale. Noi tendiamo invece a costruire anche un rapporto virtuoso per le popolazioni autoctone. Le esperienze di parchi archeologici, poi gestiti e curati dagli abitanti del luogo, ci rafforzano nella convinzione che coinvolgere le popolazioni è garanzia di sopravvivenza del patrimonio culturale stesso”. Ora però l’emergenza è grave, come testimoniano le recenti bombe lanciate su due antichi mausolei nei pressi del sito di Palmira, e la priorità è cercare di contenere i danni della furia che si sta scatenando sia sulle vestigia archeologiche, sia sulle opere d’arte. Da un lato ecco il wahhabismo purista e monoteista che impone e ottiene la distruzione di qualsiasi luogo o immagine di culto, dall’altro il business del commercio di opere d’arte nei circuiti dei ricchi mercati mondiali. Un mercato fiorente e sprezzante, alimentato da razzie in scavi clandestini, compite da bande armate organizzate e che, di fatto, concorrono a sostenere i costi enormi della guerra. All’inizio della crisi in Siria, le missioni archeologiche italiane e-

mrud, Hatra, Mosul, Samarra e Tikrit in Iraq genera un cupo presentimento di quello che potrebbe accadere. Palmira è uno dei luoghi al mondo fra i più belli e preziosi che potrebbe andare perduto per sempre. “Di questa città il filosofo e storico francese Costantin de Volnay, grande viaggiatore e profondo conoscitore dell’Oriente dopo il 1782, ne testimoniò la magnificenza delle rovine, senza pari né in Grecia né in Italia” commenta. Ed ecco riaffiorare il tema polemico che, secondo Matthiae, è anche la domanda più frequente cui deve rispondere: perché è importante per l’Italia impegnare risorse ed energie per la scoperta e conservazione di altre civiltà, se poi luoghi coLO STUDIOSO ”Scelte me Pompei rischiano di come questa sono il andare distrutti? Sorril’antropologo e spiefrutto della nostra cultura de ga come l’Oc c i d e n t e non sarebbe quello che di aiuti archeologici: non è se non ci fosse stata la civiltà mesopotamica, ispirata a una filosofia che con la sua ricchezza è ancora coloniale” culturale e sociale che permise la costruzione di una società complesrano circa nove: studiosi delle sa e stratificata. “L’impero assiro è maggiori università tra cui Roma, stato il primo grande stato della Firenze, la Statale di Milano e U- storia dell’umanità”. Ma gli andine. nunci delle distruzioni di luoghi che ricordano il pluralismo con“MISSIONI CONGIUNTE con i go- fessionale (e non a caso sono deverni locali”, spiega l’esperto che finiti “crimini contro l’umanità”) non perde occasione per sottoli- impongono – dice Matthiae –, “un neare l’importanza di un approc- appello a tutti i responsabili policio alla disciplina che punti alla tici e religiosi del vicino Oriente “consapevolezza” delle “genti” per una ferma e inequivoca conche risiedono nei luoghi interes- danna di azioni sulle quali ogni sisati, perché il peggio può ancora lenzio non può che apparire comaccadere. “Tutto il mondo è in an- plice. Una voce alta e chiara di cisia per la sorte di uno dei più mi- viltà che dichiari, con fermezza e rabili centri urbani dell’antichità”. sdegno, che tali distruzioni non L’orrore che scaturisce alla visio- possono essere compiute nel none delle devastazioni delle strut- me dell’Islam”. ture architettoniche di Ninive, Ni© RIPRODUZIONE RISERVATA

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