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Gentile Giorgio Bignami, Nonostante l’epiteto da lei attribuito a Massimo Fagioli mi avesse un pochetto disturbato per come riportava indietro una rigorosa ricerca di cui con orgoglio faccio parte, mi ero astenuta dallo scriverle non essendo stata chiamata in causa nè una sua vecchia conoscenza. Ma oggi mi è venuto di associare la difesa che lei fa delle “varianti psicanalitiche” a un articolo di Maurizio Bettini dove, dopo aver egli citato un passo di Omero (a noi dell’Analisi Collettiva ben noto perché da Fagioli magistralmente interpretato ben 24 anni fa nella premessa della quinta edizione di Teoria della nascita e castrazione umana), a proposito dei sogni si spinge a chiedersi se forse <<Virgilio intendeva insinuare il sospetto che non solo il viaggio di Enea, ma lo stesso Ade non era che un sogno fallace. Perché, se così fosse, ci troveremmo di fronte a uno dei numerosi casi in cui “la poesia dichiara la propria meravigliosa falsità”>>. E qui, poichè chi le scrive si diletta a relazionarsi all’inconscio non più inconoscibile attraverso la metafora letteraria, la mano non ha potuto fare a meno di inarcarsi sulla penna per argomentare come questa affermazione, che ben si sposa a una “libera associazione” di marca freudiana alla quale lei deve essere sicuramente affezionato, sia priva di fondamento. Perché ignora il legame che i generi poetici hanno col pensiero non cosciente della veglia che, non essendo il ricordo di un sogno, falso non può essere relazionato a quello. La falsità è nella negazione che altera il rapporto con la realtà e si esprime attraverso il linguaggio dei sogni che sulla base dei nuovi presupposti teorici legati alla teoria della nascita di Fagioli può essere interpretato. Ma come raccontarle quì che...accostarmi all’inconscio che non accettavo essere inconoscibile tramite la pedagogia relazionale fu una scelta che nacque dal rifiuto di far parte di una delle tante scuole psicanalitiche che intuivo prive di validi fondamenti teorici anche se l’analista didatta membro della SPI mi incoraggiasse a farlo come cosa ovvia dopo cinque anni di analisi junghiana inevitabile a quei tempi per gli studenti di psicologia come pure era la gestalt senza curarsi di comprendere nessuno come la mente funzionasse... Non sto a raccontargliele gentile Bignami perchè queste faccende sono il suo pane se ancora parla di “guru” riferendosi a Fagioli 1


senza aver percezione dello spessore di una folla composta da migliaia di persone che quel “guru” prima di seguirlo se lo sono scoperto dopo averne scansati parecchi anche bevendoci un caffè come quel famoso Erich Fromm che in quel di New York parlava di fuga dalla libertà senza dire come la libertà la si ritrovava ... Comprendere come fu che in piena antipsichiatria mi venne in mente di laurearmi con una tesi su “Psicanalisi e società contemporanea” per metterci in appendice due interviste a Musatti e Fornari che certo loro me lo avrebbero detto cosa c’era da cambiare nella teoria originaria freudiana visto che dopo estenuanti letture risultava incomprensibile sia il processo di cura che quello della guarigione è stata una conquista frutto di uno spontaneo confronto collettivo. E dunque quanto lei lamenta al Fargnoli a proposito del violento attacco alla SPI mi ha suggerito di offrirle un frammento ripescato da quel che Cesare Musatti ebbe a dirmi nel lontano giugno del ’75 e che resta più che mai attuale : R. Guardi, io credo lei debba tener presente una cosa: perchè a parlare di psicoanlisi si fa sempre confusione, dal momento che la psicoanlisi è molte cose diverse insieme e non si possono scambiare le carte se no qui facciamo il gioco delle tre tavolette. La terapia analitica si fonda sul metodo esplorativo della psicoanalisi. Però, se anche non si guarisse nessuno, la psicoanalisi continuerebbe ad avere valore come metodo meramente esplorativo. Le guarigioni sono molto meno automatiche di quanto Freud non affermasse in principio. Negli ultimi scritti Freud dice: non crediate che la psicoanalisi cambi gli uomini, che si abbia una trasformazione radicale. Non crediate che gli psicoanalisti che abbiano fatto una analisi didattica siano esseri immuni dai fattori nevrotici. I compiti della terapia sono compiti modesti, si cerca di aggiustare le cose ma il più delle volte ci sono delle rappezzature. E chiudo aggiungendo la variante di allora che mi venne dalla risposta di Franco Fornari alla domanda su cosa ne pensasse di J.Lacan: R. Lacan è un po` fumista, è criptico. In Lacan ci si entra solo accettando le formule, tutti i lacaniani ripetono le formule di Lacan. Lacan per me è una operazione discutibile, un po` parigina..., cosi...Io l´ ho conosciuto molto prima che diventasse famoso e tutti gli psicoanalisti parigini sghignazzavano di lui per un certo suo modo di fare istrionico. Ricordo che quando facevo il militare gli amici ed io definivamo la vita militare, la naia, come 2


il facile reso difficile attraverso l´ inutile. Lacan e un po` cosi. È come la naia. A quei tempi non sapevo che aveva confuso la carenza originaria che può e deve svilupparsi con una “mancanza” destinata a restare un assoluto irrapresentabile e dunque destinato al fallimento terapeutico. Ma come tanti altri svicolai dalle scuole psicanalitiche alla ricerca del nuovo. Alla ricerca di quella verità della fantasia inconscia che è sempre stata dei poeti. La ringrazio dell’attenzione Giovanna Bruco

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Giovanna Bruco, su Bignami e Bettini  
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