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STAMPA .LA GIOVEDÌ 14 NOVEMBRE 2013

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CULTURA SPETTACOLI

Artisti di fama internazionale come Jan Fabre o Diether Roth, icone della poliedricità italiana come Luigi Ontani, ma anche i giovani che a Torino hanno esposto le loro opere durante Artissima. Nel secondo numero di Vernice, la rubrica di arte contemporanea della Stampa.it, è possibile scorrere da questa mattina foto, testi e video delle inaugurazioni di otto mostre selezionate in diverse città italiane e votare la più bella. È stato proprio Jan Fabre a firmare il logo di Vernice di questo mese.

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BEPPE FENOGLIO

Io, il meccanico narratore

ROBERTO FIORI ALBA

on «un meccanico dotato di forte istinto narrativo», ma «un traduttore a prima vista di Shakespeare ed Hopkins», con un bel po’ di studi classici alle spalle. Sono parole di Beppe Fenoglio, datate 1952. È il 3 dicembre quando l’autore-partigiano scrive, su carta intestata della Ditta vinicola «Marengo» di Alba, una lettera rimasta finora inedita a Giovanni Battista Vicari, fondatore e direttore della rivista Il Caffè. A giugno dello stesso anno, Fenoglio aveva pubblicato I ventitre giorni della città di Alba nei «Gettoni» einaudiani. La recensione di Vicari sulla Settimana Incom Illustrata è del 16 agosto 1952 e dà origine a un carteggio da cui emergono parole illuminanti nel rivelare lo spessore di uno scrittore che ha sempre avuto un rapporto complesso con il mondo culturale che ha tardato a capirlo. Frasi di orgogliosa consapevolezza della propria consistenza letteraria, che da oggi potranno essere affiancate alle altre già note dichiarazioni

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IL DOCUMENTO

Sarà presentato nel convegno che si apre domani ad Alba nel cinquantenario della morte d’intenti. «Scrivo per un’infinità di motivi - svelerà nel 1960 -. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti». A scovare la lettera, tra le carte dell’Archivio e Centro studi «Il Caffè» di Montecalvo in Foglia, nelle Marche, è stata la giovane ricercatrice Laura Aldorisio: la presenterà, insieme con altre tre missive inedite di Fenoglio sempre indirizzate a Vicari, sabato ad Alba durante il convegno «La forza dell’attesa» organizzato dalla Fondazione Ferrero per concludere le celebrazioni nel 50° anniversario dalla morte dello scrittore. Curato da Giorgio Bárberi Squarotti, Gian Luigi Beccaria, Valter Boggione, Eugenio Corsini, Lorenzo Mondo ed Elisabetta Soletti, da domani prevede l’intervento di studiosi come John Meddemmen, Sergio Givone, Vittorio Coletti, Giulio Ferroni e Marisa Fenoglio, sorella dell’autore del Partigiano Johnny.

La protesta dello scrittore in una lettera inedita: persino i consulenti della Einaudi, all’inizio, non hanno capito che “la mia incolta prosa era frutto e risultato di cultura”

Beppe Fenoglio (Alba, 1º marzo 1922 – Torino, 18 febbraio 1963) mentre legge una Bibbia in inglese, in una foto dell’amico Aldo Agnelli, scattata durante il viaggio di nozze dello scrittore, nell’estate del 1960, davanti all’Auditoire de Calvin a Ginevra. Sopra la lettera a Giovanni Battista Vicari

Alba, 3 dicembre 1952

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aro Sig. Vicari: Mi scusi se Le scrivo con carta della mia Ditta, ma non ne ho altra sottomano e desidero rispondere immediatamente alla Sua gentile lettera del giorno 29 novembre. In verità il mio libro va raccogliendo una più che soddisfacente ed un poco insperata messe di recensioni piuttosto favorevoli. Soltanto Lei però (e sono lieto di dargliene atto) ha capito, e cercato di far capire, che la mia incolta prosa era frutto e risultato di cultura. Persino i Consulenti della Casa Einaudi, erano convinti, almeno nei primi tempi, che io altro non fossi che un meccanico dotato di forte istinto narrativo, mentre io ho alle spalle un bel pò [sic] di studi classici e traduco a prima vista Shakespeare ed Hopkins. Complimenti dunque, e soprattutto grazie, per la Sua intuizione. Accetti ora anche i miei auguri per il suo Caffè nascituro, dal bello e promettente titolo verriano. Sarò lieto ed onorato di collaborarvi. Però, oggi come oggi, nulla ho di pronto se non un raccontino che ho già riservato a Carocci e Moravia per la loro Argomenti Nuovi. Ma qualcosa farò, e ben volentieri, per il Caffè. Lei però voglia spiegarmi meglio che cosa vuole precisamente da me. Raccontini paesani e di piccola città? Mi dica meglio, ed io farò tutto il possibile per accontentarLa. Le confesso che mi rende un po’ perplesso il limite di 30 righe che Ella mi fissa come massimo. Aspetto con piacere la Sua risposta e Le porgo molti cordiali saluti.

B. Fenoglio

Ma non tutti non compresero L’attesa di essere riconosciuto, a partire dalla sua Alba: “Mi porteranno la laurea a casa” BRUNO QUARANTA he cosa attende Beppe Fenoglio, a cinquant’anni dalla scomparsa, avvenuta nel febbraio 1963 a Torino, la capitale della sua Juventus e dell’Einaudi, la Casa che ne accolse il gettone d’esordio, I ventitre giorni della città di Alba, e, postumo, a cura di Lorenzo Mondo, Il partigiano Johnny, il romanzo per eccellenza della guerra civile, come guerra di civiltà, epicamente disancorata da questa o quella stagione e terra? «La forza dell’attesa» interpreta Fenoglio nel convegno che gli è dedi-

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cato. Aspettando - un cahier di aspirazioni dichiarate o lasciate intendere a futura memoria in un colloquio del 1962 - di disabituarsi «ai difetti provinciali»; di ritrovare la borghesia, la piccola borghesia, «distrutta o assorbita dal fascismo» (la piccola borghesia, «elemento caratteristico e direttivo» del fascismo, secondo Salvatorelli, ma, prima, cardine del Risorgimento); di incontrare professori quali Pietro Chiodi, il traduttore di Heidegger, capaci di «spalancare menti e coscienza», e sacerdoti naturaliter conciliari come don Bussi, ponti tra umanesimo ecclesiastico e umanesimo laico, tra la trascendenza dell’uno e l’autonomia dell’altro.

Aspetta, aspettava, Beppe Fenoglio, di essere compreso, sicuro che sarebbe accaduto, che «mi porteranno la laurea a casa». «Soltanto Lei - dà atto a Vicari - ha capito, e cercato di far capire, che la mia incolta prosa era frut«I VENTITRE GIORNI»

Vittorini ne elogiò «il gusto “barbarico”», il «temperamento crudo ma senza ostentazione» to e risultato di cultura», alle spalle una biblioteca dove signoreggiavano Shakespeare e Hopkins. «Incolta», ovvero? All’Einaudi non tutti non compresero, non tutti ridus-

sero Fenoglio a «un meccanico dotato di forte istinto narrativo». Elio Vittorini (che pure fraintenderà La malora) ne nobiliterà l’officina presentando I ventitre giorni della città di Alba, afferrando la pepita che l’aggettivo «incolta» è, racchiude: «il gusto “barbarico”», ovvero «un temperamento di narratore crudo ma senza ostentazione, senza compiacenze di stile ma asciutto ed esatto». Come ulteriormente rivelerà Gian Luigi Beccaria (La guerra e gli asfodeli, ora riproposto da Aragno), in Fenoglio - nelle descrizioni, per esempio - a prevalere è «l’indifferenza per la dilazione, la sfrangiatura, la dissolvenza semantica». Ecco «riabilitato» il «meccanico»,

semmai si fosse dimenticata la liaison subalpina tra fabbrica e letteratura, gli Ossi di seppia montaliani («Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale» ) che riconducono al vocabolario metallurgico piemontese, oss ’d sépia, l’utensile che veniva usato per levigare le superfici verniciate. «Come avevo potuto persuadermi che io possedevo la forza dell’attesa?». Di essere riconosciuto innanzitutto in patria, da un’Alba «ottusa da un lungo sonno» o forse solo «distratta». Eppure infinitamente accudita, corteggiata, desiderata, giorno dopo giorno, «con la sua massa di tetti rossi che, per la lontananza ed il calore, brulicava come ceralacca al fuoco».


LA STAMPA GIOVEDÌ 14 NOVEMBRE 2013

«Scrittorincittà» a Cuneo

Un’esplorazione del pianeta e dei suoi abitanti attraverso le opere pubblicate nell’anno, da cui muoveranno conversazioni, dibattiti, interviste, spettacoli. Oggi, fra gli altri, interverranno Soldini, il comico Giacomo Poretti e la scrittrice Michela Murgia (foto). La rassegna, che dedica oltre metà degli appuntamenti ai giovani lettori, offre una panoramica della più recente produzione editoriale. Venti sale di Cuneo accoglieranno il pubblico, dal mattino alla sera. Il Teatro Toselli ospiterà, tra gli altri, la Banda Osiris e Alessandro Bergonzoni. Nella libreria, aperta dalle 9,30 alle 20, oltre 700 titoli degli autori ospiti. [V. P.]

L’asso della vela Giovanni Soldini, lo psicologo Paolo Crepet, gli scrittori Mauro Corona, Fulvio Ervas, Jonathan Coe, Clara Uson, Assaf Gavron, Carlo Lucarelli. E ancora il meteorologo Luca Mercalli, il giornalista Marco Travaglio, gli stilisti Giusi Ferrè e Antonio Marras. Sono tra gli ospiti della 15a edizione di «Scrittorincittà», fino a domenica a Cuneo. Un calendario 156 incontri, animati da oltre 200 autori che si confronteranno sul tema «Terra, terra!».

La Borsa del turismo archeologico Da oggi a domenica, XVI edizione della Borsa internazionale del turismo archeologico, per la prima volta all’interno della città antica di Paestum. Tra gli ospiti il ministro Massimo Bray, il segretario generale dell’Organizzazione mondiale del turismo Taleb Rifai, il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza, quello del Touring Club Franco Iseppi, archeologi come Salvatore Settis, Emanuele Greco e Paolo Matthiae, i ministri del Turismo e della Cultura di Bahrein, Yemen e Libia.

ranza di Sancio e cerca di dargli buoni consigli affinché svolga al meglio la sua alta carica. Per cominciare, lo allerta contro il potere stesso: «Lungi dall’acque procellose ove ti ingolferai presto, ché gli uffici e le grandi cariche non sono altro che un golfo profondo di confusioni» (II, cap. XLII). Già prima aveva detto che «una delle maggiori noie di un sovrano, tra molte altre, è il vedersi obbligato ad ascoltare chiunque e a rispondere a chiunque» (II, cap. VI). Anche se Sancio non è, neanche lontanamente, un monarca, ha sempre questo incarico e quindi il suo cavaliere gli consiglia di essere compassionevole ma non senza prevenirlo contro qualsiasi tentazione populista o demagogica: «Trovino in te maggior compassione le lacrime del povero, ma non maggior giustizia di quanta non ne trovino le allegazioni del ricco. Procura di scoprire la verità tra le promesse e i doni del ricco così come tra i singhiozzi e le molestie del povero. […] Qualora avessi a piegare il bastone della giustizia, che

Fernando Savater è oggi a Torino, alle ore 21 al Circolo dei lettori, con la lezione «Cervantes contro la corruzione». L’incontro conclude il ciclo dedicato al capolavoro di Cervantes, a cura di Paolo Collo. Sempre al Circolo dei lettori prosegue invece fino a maggio, tutti i lunedì dalle 18,30 alle 19,30, il Gruppo di lettura «Un anno con Don Chisciotte», che prevede la lettura integrale delle oltre mille pagine del testo con José Manuel Martín Morán (www.circololettori.it life twitting #chisciotte). Filosofo e scrittore, già docente di filosofia nei Paesi Baschi e all’Universidad Complutense di Madrid, Savater, 66 anni, è diventato celebre in tutto il mondo all’inizio degli Anni Novanta con il libro Etica per un figlio, a cui ha fatto seguire Politica per un figlio. L’ultima opera tradotta in Italia è Storia della filosofia, edita da Laterza.

on Chisciotte presenta non pochi aspetti politicamente scorretti: dichiara apertamente che considera superiore il mestiere delle armi a quello delle lettere; non sempre rispetta la proprietà privata né l’intimità altrui; ha una fastidiosa tendenza a imporre i suoi principi e non sempre con le buone; la sua considerazione del ruolo sociale della donna è francamente paternalista, anche se rivestito di un esagerato ossequio, ecc… A volte affronta senza scrupoli la legge, come quando si ostina a liberare i condannati alle galere e per questo sfida le guardie del Re, anche se, dopo, i liberati si ribellano contro il loro salvatore che viene preso a sassate e malmenato. Questa è una delle poche occasioni in cui don Chisciotte trionfa ottenendo ciò che si prefissa, per poi però finire

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«HO VISTO ASINI AL POTERE»

Non si preoccupa se lo scudiero analfabeta non è preparato intellettualmente per la carica vittima delle più terribili percosse. Nonostante la sua frequente intransigenza e la sua preferenza per la forza di fronte alla virtù del dialogo, che oggi tanto apprezziamo, c’è qualcosa in don Chisciotte che lo salva dalla brutalità pura perfino davanti a coloro che lo guardano con una certa diffidenza, come Thomas Mann, in Una traversata con don Chisciotte: la sua assenza di

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Don Chisciotte e Sancio Panza nel celebre disegno del 1955 di Pablo Picasso

Oggi a Torino

FERNANDO SAVATER

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LA SUA LEZIONE

Vede sempre il meglio nel passato, mette in guardia contro ogni tentazione demagogica

FERNANDO SAVATER

Don Chisciotte e il buon governo Per la libertà si può rischiare la vita: l’ideale dell’hidalgo nei consigli a Sancio Panza diventato governatore crudeltà e la sua simpatia quasi immediata nei confronti della sofferenza altrui, persino quando è stato egli in parte a provocarla. Il folle hidalgo crede che la sua lancia sia in grado di provocare ferite ma pure di guarirle, come quella dell’eroe greco, ma anche nei momenti di maggior violenza continua a essere compassionevole, e mai crudelmente arrogante. In ogni caso, il suo atteggiamento risulta sempre profondamente individualista. Il cavaliere errante va per conto suo, ritiene che la propria missione non abbia nulla a che vedere con le istituzioni né con la pubblica amministrazione. È proprio l’opposto di un dipendente pubblico e riceve ordini solo dal suo Ide-

ale, il cui interprete è egli stesso: il fatto che la regina del suo cuore, Dulcinea, sia per lui irraggiungibile e sia anche fuori del mondo reale gli risulta assai conveniente in quanto può reinventarla all’infinito e a proprio piacere… Ma, cosa pensa don Chisciotte del governo? Certamente non è una cosa che lo preoccupi personalmente, e non aspira neanche a nessuna forma di potere in quanto egli è molto più ambizioso dei più ambiziosi: egli aspira a meritare la perfezione dell’Amore. Invece gli pare giusto che Sancio diventi governatore dell’isola Barataria. Diceva Maurice Baring, l’amico di Chesterton, che per sapere ciò che Dio pensa del

denaro, è sufficiente osservare le persone a cui lo dà; di conseguenza, per sapere ciò che pensa don Chisciotte del potere politico è sufficiente notare come egli lo consideri essere al massimo cosa buona per gli scudieri. Non si preoccupa se l’analfabeta Sancio Panza non è particolarmente preparato intellettualmente per ricoprire la carica perché, come egli stesso dice, «al governo ci ho visto più di un paio di asini…» (II, cap. XXXIII). Ciò nonostante, ammette che non sarebbe male se coloro che governano le isole sapessero leggere e scrivere, e anche un po’ di grammatica… Ma non si perde d’animo per l’igno-

non sia sotto il peso del dono, ma sotto quello della misericordia» (II, cap. XLII). Più avanti, quando Sancio Panza è già coinvolto nelle difficoltà del suo effimero governo, lui stesso verificherà quanto erano giuste le raccomandazioni di don Chisciotte, soprattutto riguardo a non lasciarsi infastidire da coloro che fanno appello a lui con l’urgenza dei loro interessi economici: «… i giudici e i governatori devono o dovrebbero essere di bronzo: per non sentire le seccature inopportune dei maneggioni che, a ogni ora e a ogni momento, vogliono essere ascoltati e soddisfatti, a qualunque costo, perché si preoccupano solo dei propri affari…» (II, cap. XLIX). Molti altri consigli dà don Chisciotte al suo scudiere ormai diventato governatore, molti di essi più igienici che politici e francamente comici, come tutta una teoria sulla prevenzione del rutto a tavola. Ma in fondo, ciò che crede l’ingegnoso hidalgo sulla questione del buon governo si può riassumere in poche parole, la cui importanza noi conosciamo oggi tanto quanto lui: «il governatore avido rende sgovernata la giustizia» (II, cap. XXXVI). Per i nostri gusti, ostinati nel puntare sul progresso, l’ideale di don Chisciotte è decisamente reazionario, perché vede sempre il meglio nel passato: «Beata età e secoli beati quelli cui gli antichi diedero il nome di dorati […]. Né frode né inganno né malizia si mescolavano con verità e chiarezza. La giustizia rispettava i propri termini, senza che osassero turbarla o offenderla quei del favore o dell’interesse, che ora tanto l’avviliscono, turbano e perseguitano» (I, cap.XI). Non ha allora il politicamente scorretto e nostalgico cavaliere della Triste Figura nessun messaggio positivo da dare a noi che oggi ci dibattiamo nel mondo degli abusi e dell’autoritarismo? Ebbene sì, forse solo questo, e basta: «La libertà, Sancio, è uno dei doni più preziosi che i cieli abbiano concesso agli umani! Né i tesori che nasconde la terra né quelli che ricopre il mare possono paragonarsi con essa: per la libertà, così come per l’onore, si può e si deve mettere a repentaglio la vita…» (II, cap. LVIII).

Fenoglio e Savater La Stampa 14.11.13  
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