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ITALIA

Lunedì 22 Febbraio 2016 | IL FATTO QUOTIDIANO |

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L’addio a Eco LA GIOVENTÙ TORINESE L’intellettuale è senz’altro da annoverare tra i grandi del pensiero laico Ma è interessante, e storicamente rilevante, ricordare da quale formazione religiosa proveniva

N I funerali DOMANI ALLE 15 Una cerimonia laica “molto sobria e rapida” (al massimo un’ora, secondo le indicazioni date ieri dal curatore editoriale Mario Andreose) nel cortile della Rocchetta del Castello Sforzesco di Milano. La salma uscirà mezzora prima dalla casa in piazza Castello n

BREVI INTERVENTI dei suoi amici intimi e, forse, del rettore dell'Università di Bologna n

» GIANNI VATTIMO

on so se nelle commemorazioni pubbliche che si faranno, a cominciare dalla cerimonia annunciata per martedì 23 a Milano al Castello Sforzesco, qualcuno ricostruirà un momento e un aspetto della vita di Eco che rischia di essere oscurato dalla sua immagine, del resto corretta, di grande pensatore laico su cui insistono i media. Non che Eco non sia da annoverare tra i grandi del pensiero laico. Ma è interessante, e storicamente rilevante, ricordare da quale formazione egli provenisse. Quei Ragazzi di Via Po, secondo il titolo del bel libro di Aldo Cazzullo che rievoca quegli anni di storia torinese, ma non solo, si sono formati nel clima di una grande stagione della cultura cattolica italiana. NEI PRIMI ANNI Cinquanta,

Eco, che studiava a Torino e abitava nel collegio universitario di via Galliari (lasciandovi ricordi ancora vivi di fantasiose feste delle –o meglio: alle –matricole), era un dirigente della gioventù studentesca cattolica, un militante della Giac (Gioventù italiana di Azione cattolica) che si era già fatto conoscere in quell’ambiente come una sorta di en f a n t p r o d ig e . All’università di Torino Eco si laureò nel 1954 con una tesi, divenuta presto libro, su Il problema estetico in San Tommaso, preparata sotto la guida di un’altra giovane “promessa” della filosofia italiana, Luigi Pareyson che era appena diventato ordinario di Estetica. Il tema della tesi rivela chiaramente quali fos-

IL RICORDO

» FRANCESCO GUCCINI

P

iù che di un’amicizia, della quale sarei stato più che onorato, parlerei di frequentazione e conoscenza. Ci incontrammo da Vito, la prima volta, l’osteria bolognese che frequentavo allora a un passo da casa mia, in via Paolo Fabbri e dove capitavano spesso Roberto Vecchioni, Lucio Dalla, Fabrizio De Andrè, Ron, Gianni Morandi. Era il dicembre del 1978, la sera del 13, e non sbaglio: avevo lasciato il numero di Vito all’ospedale dove stava per nascere mia figlia, Teresa. A un certo punto si avvicina un signore: “Lei è Guccini”.“Sì”.“Io sono Umberto Eco”. Lui era con un gruppo di studenti, io ero con gli amici di allora, non ricordo chi ci fosse. Aspettavo la telefonata per correre all’ospedale, arrivò di lì a qualche ora. Mi disse che in quel periodo aveva iniziato a scrive-

Il cattolico che parlava di quel Dio progressista autori come Maritain o Mounier, sosteneva chiaramente che Dio non può che essere di sinistra, perché è di sinistra la creazione, contro l’inerzia della ripetitività e della conservazione. Certo la popolarità di Eco era anche favorita, in modo decisivo, dal suo spirito ironico e dissacrante: come giovane cattolico praticò in maniera sopraffina l’arte di scivolare via dall’ortodossia, e dal fondamentalismo più bieco, attraverso l’ironia e il sarcasmo. SCRIVEVA già allora quei

Nel nome di Eco Illustrazione di Flavio Campagna Kampah

Praticò in maniera sopraffina l’arte di scivolare via dal fondamentalismo più bieco, anche attraverso il sarcasmo

sero gli interessi intellettuali del discepolo, che resterà in tutta la sua carriera un cultore, sia pure ampiamente laicizzato, del Medio Evo e della sua cultura. Insomma, l’Eco degli anni torinesi era un cattolico “impegnato”, come si diceva allora con qualche reminiscenza sartriana. Non solo nella tematica religiosa, ma in quella lotta, di cui fu tra i protagonisti, per svecchiare la cultura cattolica e orientarla a una comprensione più aperta della situazione politica. Chi, come me, frequentava le associazioni cattoliche a Torino in quegli anni, ascoltò spesso interventi e conferenze in cui Eco, mentre illustrava il pensiero di

brevi testi che confluirono poi nel Diario minimo, che con le sue battute e le sue barzellette (peccato che l’arte della barzelletta sia diventata impraticabile dopo Berlusconi e i suoi abusi) resta una delle sue opere essenziali. Lo dico sul serio: c’è un Umberto Eco “minimo” che merita di essere considerato come un grande educatore della gioventù italiana. Oltre al ricordo del suo spirito, in tutti i sensi, dal più alto al più basso, della parola, la lezione di Eco merita di essere ricordata, anche tra laici, per gli impulsi che, insieme ad altri grandi cattolici “adulti” e “non allineati”che lo conobbero (da don Arturo Paoli, teologo della liberazione per anni in Brasile; al medico Ma-

Filosofi Umberto Eco (1932-2016) Sotto a sinistra, Gianni Vattimo, classe 1936 LaPresse

rio Rossi che guidò la lotta contro l’integralismo di Pio XII e del professor Gedda; a Carlo Carretto, mitico presidente della Giac anni Cinquanta) seppe dare ai cattolici chiamandoli a una libertà di spirito, e un impegno politico, di cui ancora oggi la Chiesa ha un immenso bisogno. Proprio San Tommaso, ha detto Eco di recente, lo aiutò a liberarsi dalla fede religiosa. Un altro paradosso di quelli che egli amava? Forse. Ma se è vero come dice il Credo, che Gesù (la Chiesa istituzione?) siede alla destra del Padre, il Padre stesso, come Creatore, è di sinistra. Anche questo ci ha insegnato l’Eco “ragazzo di via Po”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Il cantautore bolognese “Le sfide semantiche insieme a Benigni”

Eravamo io, Umberto e Roberto con le nostre serate in rima

re un romanzo medievale, che non aveva ancora un titolo e che poi sarebbe diventato Il nome della rosa. Ci siamo conosciuti e visti e rivisti decine di volte. Avevamo la passione per i fumetti e lui mi onorava perché ripeteva che ero il miglior cantautore, l’unico in grado di mettere in rima amaro e Schopenhauer. Io mi toglievo la soddisfazio-

Cantautore Francesco Guccini, classe 1940, caro amico di Umberto Eco

ne di correggerlo: è un’assonanza, non una rima. Ma questo scherzo è andato avanti per vent’anni. La leggenda popolare vuole che io, lui e Roberto Benigni organizzassimo tenzoni in ottava ed era Eco ad alimentare la leggenda, continuava a dire che ero io l’imbattibile. Intanto non è vero: non c’era un torneo, altrimenti sembriamo dei malati. Capitò qualche volta. La prima sicuramente dopo uno spettacolo di Benigni a Bologna, a casa di amici. Ci mettemmo prima io e Roberto, e alla fine si unì anche Eco. Benigni, che poi è diventato bravino, all’epoca non era granché a rimare. E non è vero che vincevo sempre io, come raccontava Umberto. Diciamo che terzo arrivava Benigni,

poi io, e primo Eco. Non è che abbia molto da aggiungere a quello che è stato detto in questi due giorni. Se n’è andato, oltre a un amico, un punto di riferimento della cultura italiana, la cultura pop, che non è minore, è quella che rende comprensi-

Avevamo la passione per i fumetti e lui mi onorava perché diceva che ero l’unico in grado di mettere in rima amaro e Schopenhauer

bili concetti molto complicati. Era un uomo che sapeva giocare con l’ironia e amava il gioco di parole, ma definirlo enigmista mi sembrerebbe riduttivo. Sì, ci mancherà. E a me, che continuavo, più o meno, a vederlo regolarmente. L’ultima volta ancora a Bologna, ancora una volta a casa di amici, dopo la presentazione di un libro di Vincenzo Cerami. Mi piace ricordarlo così, come avvenne nel 1963, quando ero militare a Trieste e un amico mi prestò un suo libro: Diario m in im o. Quei giorni e in que ll’anno ho conosciuto Umberto Eco. Quello che è seguito è un’altra storia. (Testo raccolto da Emiliano Liuzzi) © RIPRODUZIONE RISERVATA

Era un uomo che sapeva giocare con l’ironia e amava il gioco di parole, ma era molto più che un enigmista

Eco cattolico  
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