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lunedì 29 luglio 2013

U: BAMBINI Felicittà: Richard Scarry e i suoi animaletti che mimano gli umani UNO DEI CLASSICI PER L’INFANZIA È L’AMATISSIMO RICHARD SCARRY, AUTORE DELLE STORIE DIVERTENTI E COLORATE AMBIENTATE A FELICITTÀ, LA CITTÀ ABITATA DA MAIALINI, VOLPI, TOPINI, ORSETTI, LEPRI, E ALTRI ANIMALI. Tanti i suoi personaggi amati dai bambi-

ni, dal verme Zigo Zago al gatto Sandrino e la sua famiglia, dal porcellino Sansovino l’imbianchino, golosissimo di cetrioli (da cui gli deriva la passione per il colore verde) al sergente Multa, sempre in giro su una motocicletta rossa. Scarry è uno dei grandi autori per bambini diventato un «classico» in più di cinquanta Paesi di tutto il mondo, ed è stato definito l’autore che non scrive i suoi libri, ma li disegna. Le sue vignette sono infatti dei racconti, le sue fitte pagine delle storie quasi inesauribili. Il prolifico autore è morto nel 199, ma sempre verdi sono i suoi numerosissimi libri, da quelli grandi e alti come un bambino ai più maneggevoli in formato «quadernetto», propongono non solo storie ma anche giochi, abbecedari e testi didattici per i piccolissimi. In Italia tutte le sue storie sono edite da Mondadori.

Papà Gramsci

Le lettere e le fiabe scritte per i due figli Un padre lontano Raccolte in un volume le missive e le storie scritte in carcere per Delio e Giuliano GIOVANNI NUCCI nuccig@gmail.com «CARO GIULIANO, «COME VA IL TUO CERVELLINO? LA TUA LETTERA MI È PIACIUTA MOLTO. IL TUO MODO DI SCRIVERE È PIÙ FERMODI PRIMA, CIÒ CHE MOSTRACHE TUSTAI DIVENTANDO UNA PERSONA GRANDE. Mi domandi ciò che mi

interessa di più. Devo rispondere che non esiste niente che “mi interessi di più”, cioè che molte cose mi interessano molto nello stesso tempo. Per esempio, per ciò che ti riguarda, mi interessa che tu studi bene e con profitto, ma anche che tu sia forte e robusto e moralmente pieno di coraggio e di risolutezza; ecco quindi che m’interessa che tu riposi bene, mangi con appetito ecc.: tutto è collegato e intessuto strettamente; se un elemento del tutto viene a mancare o fa difetto, l’intero si spappola. Per ciò mi è dispiaciuto che tu abbia scritto di non poter rispondere alla questione se vai con risolutezza verso la tua mèta, che in questo caso significa studiar bene, esser forte ecc. Perché non puoi rispondere, se dipende da te il disciplinarti, il resistere agli impulsi negativi, ecc.? Ti scrivo seriamente, perché ormai vedo che non sei più un ragazzino, e anche perché tu stesso una volta mi hai scritto che vuoi essere trattato con serietà. A me pare che tu abbia molte forze latenti nel cervello; la tua stessa espressione che non puoi rispondere alla domanda, significa che rifletti e sei responsabile di ciò che fai e scrivi. Eppoi, si vede anche dalla fotografia che ho ricevuto che c’è molta energia in te. Evviva Giuliano! Ti voglio molto bene. Antonio». È questa già di suo una lettera estremamente commovente e ancora di più considerando che è stata scritta da Antonio Gramsci, dalla prigionia nel carcere barese di Turi al figlio Giuliano. Soprattutto se si pensa che Gramsci per vent’anni è stato padre senza vedere i suoi figli, senza poter vivere con loro. Che già la condizione di padre è condizione difficile di per sé, e vale le sue fatiche

per la meraviglia che i bambini e i figli sanno renderti. Farlo in loro assenza dev’essere, oltre che difficile, straziante. Gramsci farà da padre ai due figli Delio e Giuliano scrivendo loro un gran numero di lettere e una serie di fiabe, alcune tratte dal corpus fiabesco popolare, alcune da quello propriamente sardo, altre inventandosele. Storie di piccoli animali, di creature viventi, di fatti, di persone: storie perlopiù esemplari allo stesso tempo della complessità e della bellezza del mondo. È da poco uscita una nuova e bella edizione che le raccoglie tutte unitamente a buona parte delle lettere (Antonio Gramsci, Fiabe, 320 pagine per 8 euro, Clichy). Vale la pena leggerle, per chi non lo avesse già fatto, tanto le fiabe quanto le lettere, ritrovarle, farci stimolare nelle nostre riflessioni quotidiane. Il coraggio e la risolutezza, ad esempio, di cui parla al piccolo Giuliano. Basta questo, come suole dirsi: il coraggio e la risolutezza varrebbero da sole il prezzo del volume. Cos’altro ci manca, oggi, a noi (e in alla nostra classe dirigente) se non il coraggio e la risolutezza? Per quanto lui stesso, Antonio Gramsci, si è mostrato testimone nella sua vita, ai suoi figli e a l’intero paese, di cosa siano il coraggio e la risolutezza. Negli ultimi anni Massimo Recalcati ha pubblicato almeno cinque libri in cui parla, elabora e approfondisce da più punti di vista quello che Lacan aveva già definito come l’evaporazione del padre. Senza volersi spingere troppo in là in un discorso abbastanza complesso, la necessità di recuperare il ruolo del padre come testimone e attore del sodalizio, dell’equilibrio, tra Legge e Desiderio, è quanto mai attuale, urgente. Quello che invece manca nel suo, che è un discorso di stampo psicoanalitico, e che come tale si muove, è invece la dimensione politica e sociale (per quanto sia esplicitamente affrontata nell’ultimo pubblicato da minimum fax, Patria senza padri). Come dire: la quota delle leggi e dei valori di cui il padre deve farsi testimone. Sembra un discorso ovvio, ma per una generazione come quella di chi si trova oggi ad affrontare la paternità e cresciuta all’ombra di padri completamente evaporati, perlopiù sottratti al loro ruolo, non è ovvio neanche un po’. Ecco, mi sembra che queste fiabe di Gramsci possano essere, ancora prima che tutto il resto, un ottimo esempio per i padri che vogliano ridefinire il loro ruolo.

In quest pagina alcuni dei personaggi creati da Richard Scarry

IL LIBRO

ILLUSTRAZIONI

Tutte le favole che raccontò via posta

La sua storia in due graphic novel

In «Fiabe» (edizioni Clichy), introdotto da un breve excursus storico-politico, viene proposta l’integrale produzione di Gramsci per l’infanzia, e in particolare le raccolte pubblicate postume con i titoli «L’albero del riccio» e «Favole di libertà», che contengono le traduzioni che Gramsci fece per i figli delle fiabe dei fratelli Grimm, e ancora gli «Apologhi e Raccontini torinesi» e i «Raccontini di Ghilarza e del carcere». Un Gramsci diverso, con una lucida e fermissima capacità pedagogica di trasmettere i valori in cui credeva e per i quali aveva combattuto tutta la vita.

La storia di Gramsci è stata raccontata attraverso ben due fumetti. L’uno, edito da Feltrinelli, s’intitola «Nino mi chiamo» e porta la firma del pronipote del fondatore del partito comunista, Luca Paulesu. Si tratta di una versione in chiave fanciullesca in cui Gramsci è mostrato coi tratti di un bambino. L’altro graphic novel ispirato da una pièce teatrale è: «A cena con Gramsci» edito da Becco Giallo e firmato dalla poetessa e saggista Elettra Stamboulis in coppia col disegnatore Gianluca Costantini. Il libro è stato uno dei successi del 2012.


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domenica 28 luglio 2013

U: CULTURE

Indagine su Francesco

Un ragazzo ricco che non si dà pace finché non incontra il lebbroso...

GIOVANNI NUCCI

«ORMAI SI SENTIVA SOPRAFFATTO DALLA VITA E DA QUEL SUO MONDO DI DENARO E VANITÀ. Desiderare e

cercare nuove ricchezze, stoffe ancora più splendenti e altri banchetti con gli amici non bastava più. Perché il desiderio poteva appagarlo e dargli un po’ di senso solo per la durata dell’attesa: ma non appena dalla Francia arrivavano le nuove stoffe, o l’ultimo banchetto volgeva al termine, di nuovo il vuoto si impossessava della sua anima». C’è una similitudine molto forte, o almeno così mi sembra, una similitudine molto profonda tra la condizione personale, psicologica, in cui si trovava Francesco d’Assisi ad un certo punto della sua vita di ragazzo e la condizione dell’Occidente nei nostri tempi. Quello che oggi viene chiamato il disagio della civiltà, mi sembra si possa paragonare al disagio di Francesco nella sua giovinezza. Credo che questo disagio si possa definire come una condizione di attesa e di insoddisfazione. Qualcosa di diverso, di deviato, rispetto al desiderio: perché è un desiderio che non ha impedimenti e che quindi non offre appagamento, ma se mai un’illusione di appagamento. E che per continuare ad esistere ha bisogno di generare costantemente un nuovo desiderio, ossia una nuova attesa, finendo per esserne sottomesso; perché è l’unica cosa che lo tiene in vita, che gli da modo di andare avanti. Aspettiamo: aspettiamo delle cose, oggetti sempre nuovi, lucidi, puliti e lucenti, avanzati. Ma che già porteranno in sé una nuova atte-

Un racconto in sei puntate alla ricerca dei tratti più comuni, universali e umani del povero di Assisi. La ricostruzione di un percorso spirituale al di là delle sue connotazioni religiose nei suoi aspetti di calzante attualità. 1/L’attesa

I LIBRI ● I brani sulla vita di Francesco d’Assisi sono tratti dal libro di Giovanni Nucci Francesco, Rizzoli. Massimo Recalcati, Cosa resta del padre? è pubblicato da Raffaello Cortina Editore

sa, perché non devono consumarsi, né devono arretrare, o essere superati dalla modernità. Non è importante di quale oggetti si tratti, se nuove stoffe in arrivo dalla Francia o una motocicletta cromata o la nuova versione di un telefono mobile: quello che importa è l’attesa. Il prossimo autunno arriverà finalmente la versione 6 e poi, tempo una settimana, già potremo cominciare ad attendere l’arrivo della versione numero 7 che ci viene promessa con la prossima primavera. Ed è proprio quella, già lo sappiamo, che ci darà la felicità. Scrive Massimo Recalcati in Cosa resta del padre?: «La merce si anima di un valore che prescinde dal suo uso per investire la dimensione più estesa dell’apparizione e del prestigio sociale (...)La fede nell’oggetto che il discorso del capitalista alimenta astutamente definisce il carattere artificiosamente salvifico dell’iperconsumo. La salvezza dall’angoscia dell’esistenza e dalla fatica del desiderare viene perseguita non per la via classicamente religiosa dell’abbandono delle cose terrene, ma per quella (ipermoderna) di una consumazione che sembra non conoscere limiti. Questa salvezza è artefatta perché installa una forma di schiavitù del soggetto dal potere totalizzante dell’oggetto, (...)un luogo di salvezza che però, invece di salvare, riproduce quella stessa circolarità che prometteva di spezzare. L’oggetto di godimento si profila come consistente, solido, non riducibile alle parole, affidabile, non sottoposto all’aleatorietà contingente dell’incontro con l’Altro». Così se il fine è l’apparire, o l’apparizione, dato

che ogni apparizione è di per sé volatile, quindi incapace di portare a soddisfare il bisogno di identità, diventa difficile stabilire se l’attesa è data dall’insoddisfazione oppure se è l’insoddisfazione che genera l’attesa: si alimentano l’una con l’altra allontanando la salvezza che stanno promettendo. E quello che rimane è un’attesa inappagata. Tutto sembrerebbe esser mosso da un meccanismo meccanico, che non governiamo ma che ci muove, e che funziona solamente se continua ad avanzare, anche senza portare da nessuna parte. E avanza soltanto se noi cambiamo i vecchi oggetti con quelli nuovi. Il meccanismo non dice nulla, non ha alcun significato, né senso, né direzione. Si muove di un suo moto inutile; ma è fondamentale che si muova con l’unico scopo di aumentare la propria velocità almeno un poco per ogni trimestre fiscale. Pena il collasso. Non è previsto alcun punto di equilibrio. Non è contemplata la possibilità che si arresti. Eppure siamo noi a farlo muovere, nello stesso momento in cui è di lì che prendiamo le risorse per poterlo fare: ed è difatti di lì che scaturisce ogni nostra nuova attesa. Non possiamo fermarci, darci pace, trovare quel minimo di soddisfazione al nostro cammino data dalla possibilità di contemplare il panorama alla fine della salita. Così non appena il meccanismo rallenta, ogni prospettiva comincia ad offuscarsi, il futuro si sfoca perdendo gradualmente di nitidezza. È come se l’eventualità del futuro, la sua visione, sia possibile soltanto nel momento in cui stiamo sopra il meccanismo e questo è in funzione. Perché il meccanismo permette l’eventualità del futuro solo dal momento in cui si muove: è la sua accelerazione a garantirci la salvezza. Illusoria e costantemente posticipata, ma pur sempre salvezza: e che perlomeno ci tiene vivi nell’attesa. Se il meccanismo comincia a rallentare, si ferma o arretra, il futuro comincia a offuscarsi, annebbiandosi. A quel punto l’attesa sarà totalmente privata di ogni motivazione d’essere, perché a meccanismo fermo, non c’è niente da attendere: non c’è prospettiva, non c’è futuro. Il velo dell’inganno si distoglie. E niente ha nessun senso. Ma sembrerebbe che ormai questa idea dell’attesa travalichi il movimento compulsivo del consumo: è diffusa, appartiene a tutti. Anche chi non è catturato della meccanica degli acquisti e va in giro in sandali invece che con costose scarpe alla moda, fatica a tenersi fuori dall’attesa che ci sta attanagliando: questa è ormai antropologica, politica. La più rispettosa accusa che si può muovere ai fantasmi che incarnano la nostra classe dirigente è che da vent’anni aspettano di poter agire, reagire, fare qualcosa. C’è sempre l’idea che la prossima occasione, elezioni o ripresa economica, sarà quella giusta: così l’elettorato continua a reiterare il proprio voto ad una classe politica nell’attesa che questa faccia qualcosa che puntualmente non fa. Ciò vale a sinistra come a destra: quello che cambia è la potenziale direzione di azioni politiche che comunque vengono disattese. Dopo aver pagato dei prezzi umani ed economici altissimi a un meccanismo che evidentemente non funziona, aspettiamo che si rimetta in moto da solo, senza che nessuno si prenda la briga di andare a vedere perché non funziona. Aspettiamo. È il sol dell’avvenire o l’attesa di una restaurazione. L’attesa di una giustizia che non non verrà fatta, o di una rivincita che nessuno intende prendersi, di una salvezza che rimandiamo ad altri ma di cui non pensiamo essere noi stessi gli artefici. Che il futuro si avvicini, il cielo si schiarisca, la nostra esistenza ci dia il permesso di esser vissuta. L’attesa di una vita eterna in vista della quale accumuliamo il nostro bene, tenendolo da parte e senza poterlo vivere, mentre continuiamo ad inghiottire umiliazioni ed ingiustizie perché è per via delle umiliazioni che quel bene accantonato ci garantirà la pace a venire. Ovvero, per adesso, l’attesa. In Assisi, alla fine del 1100, Giovanni, figlio di Pietro Bernardone e chiamato da tutti Francesco, viveva una simile condizione di attesa e di insoddisfazione. Molto ricco, opulento almeno quanto il nostro Occidente e, almeno quanto il nostro Occidente pieno di buone intenzioni e dotato dell’intelligenza per metterle in pratica. Ma non riesce a darsi pace. Partecipando alla guerra tra Perugia ed Assisi viene fatto prigioniero e durante la prigionia ha come un distacco. Quest’evento traumatico lo forza facendolo uscire dal meccanismo, costringendolo a vederlo da fuori. Di lì aumentano la sua angoscia e inquietudine. Così comincia a cercare altrove. Prima nel potere, la cavalleria, poi nella Chiesa, che però era del tutto assimilata al potere, né era un’altra faccia. «Durante la prigionia a Perugia gli era capitato di leggere alcuni passi del Vangelo, e adesso era tornato da lui: c’era qualcosa lì che lo attirava, ma non riusciva a capire che cosa. Andava spesso a trovare il vescovo Guido: si ritirava in preghiera in qualche eremo nei boschi, leggeva il libro. Era lì la pace che cercava? Forse sì, ma non riusciva a vederla. Anche la Chiesa non sembrava dargli le risposte chiare e decise di cui aveva bisogno. Come se la Chiesa non riuscisse più a raccontare agli uomini la verità del Vangelo. «Finché non incontrò il lebbroso».


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domenica 4 agosto 2013

U: CULTURE GIOVANNI NUCCI nuccig@gmail.com «FRANCESCO SENTÌ NELLA SUA MANO LA BELLEZZA DELL’UMANITÀ QUANDO LA SI VUOLE AMARE. E D’IMPROVVISOILCUOREGLISIRIEMPÌDIPACE. Ecco, gli sta-

va dicendo: è questa la misericordia di Dio. È questa la verità». Tutto si risolve in questo gesto. Francesco cammina, si scontra per strada con un lebbroso, si spaventa, si allontana da lui. Poi qualcosa lo spinge a tornare sui suoi passi e a fargli una carezza: gli mette la mano sul volto. E questa è la prima e la più importante delle cose che lui stesso si sente di dover raccontare nel suo testamento. È un passaggio di straordinaria forza e bellezza: «Il Signore ha dato a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza in questo modo: quando ero nel peccato mi sembrava ripugnante sopportare la vista dei lebbrosi, e il Signore stesso mi portò da loro e sperimentai con loro la misericordia, e mentre mi allontanavo da loro, ciò che mi sembrava ripugnante si è mutato in me in dolcezza dell’anima e della carne. Poi mi trattenni ancora per poco e uscii dal mondo». Dunque prima c’era il vuoto, la mancanza di senso, un meccanismo inutile che lo impantanava nell’attesa e nell'insoddisfazione. Poi la carezza e il cielo si era schiarito, il futuro era diventato terso, l’esistenza si era riempita di senso e la pace si era impossessata della sua anima, e del suo corpo. La pace: non la felicità, l’esaltazione, la sazietà, la convinzione, il coraggio o il proselitismo: la pace. Quello che aveva cercato nella ricchezza e nella nobiltà, nel cavalierato, ma che il potere e il denaro non gli potevano dare, adesso lo aveva trovato andando verso l’altro, in un rapporto. Nella misericordia di Dio da portare nel mondo. Nessuno, né suo padre, i nobili o i potenti di Assisi o il Vescovo, nessuno aveva saputo dirgli la forza che avrebbe potuto trovare in quella carezza. Non deve sembrare che qui la cosa importante sia il ribrezzo che Francesco prova nei confronti del lebbroso. Questo è significativo, ma non determinante. Non occorre provare ribrezzo per poter esprimere un atto d’amore e trovare in questo un mezzo per la misericordia di Dio. Dovrebbe essere sufficiente andare verso l’altro anche senza provarne ribrezzo. È abbastanza importante perché c’è una lettura piuttosto comune in un certo tipo di cattolicesimo che vuole l’atto d’amore come più vero se provoca sofferenza in chi lo offre. Che vede necessario un aspetto sacrificale, ad imitazione di Cristo, che ne suggelli la sacralità. Un vero cristiano deve amare, sì, ma deve amare qualcosa che di per sé gli provocherebbe ribrezzo e non godimento, come di solito gli atti d’amore fanno, altrimenti non vale. E di lì, come conseguenza morale, una lettura depressiva e probabilmente masochistica di qualsiasi tipo di piacere. L’immagine che invece sembra offrirci Francesco va in tutt’altra direzione: quella della pace e della letizia, del piacere e dell’ilarità. Matteo (12, 7) ci dice che «Il Signore ama la misericordia più che il sacrificio»: Francesco sposa perfettamente questa convinzione. Non solo, ritiene che per valere, un atto d’amore deve farti perlomeno sorridere: e non si intende un sorriso di circostanza. D’altronde come potrebbe esserci letizia e misericordia se c’è privazione, frustrazione o depressione, cioè se non c’è compimento? La negazione del godimento insito nell’atto d’amore, riporterebbe inevitabilmente all’aspettativa di un compimento di là da venire: quindi all’attesa. L’appagamento nella carezza di Francesco è invece immediato e totale: «dolcezza per l’anima, e per la carne». E ciò sembra, piuttosto, dirci che l’amore è così potente da superare il ribrezzo e trasformarlo in dolcezza, in un piacere che riempie l’anima, ma dà anche piacere fisico, godimento. Non ha importanza chi tu stia amando, a chi vai offrendo la misericordia di Dio. Il vero punto è l’attenzione verso l’Altro, verso il mondo. Quella che propone Francesco sembra essere più che altro una risorsa: riuscire a mangiare trovando buono un cibo che ci sembrava ributtante, andare incontro a qualcuno che fino a pochi istanti prima ci sembrava lontanissimo da noi. Solo questo, sostiene Francesco, distoglie da un meccanismo, il denaro e il potere, che altrimenti annichilisce. Il desiderio che dà appagamento nel suo compimento, è quello che ti spinge verso l’altro, anche senza andarlo a cercare troppo lontano. L’attesa dell’amico che ritorna col bicchiere di vino e le parole giuste per te. L’attesa che arrivi la notte, le lenzuola e le tende mosse dal vento e un amore da poter consumare. L’attesa di un bambino che ritorni da scuola. Sono convinto che il punto di partenza di Francesco, anche su di un piano spirituale sia decisamente laico: «Ama il prossimo tuo co-

... Il suo punto di partenza anche quando si tratta di un piano spirituale è decisamente laico

La carezza di San Francesco La mano sul volto di un lebbroso e la scoperta della misericordia Un racconto in sei puntate alla ricerca dei tratti più comuni, universali e umani del povero di Assisi. La ricostruzione di un percorso che va al di là delle connotazioni religiose e ci offre aspetti di grande attualità. 2/ L’amore

me te stesso». Questo è decisamente laico. «Fu come se il tempo per un momento si fosse contratto, e la normalità della sua esistenza vuota, misera e priva di senso, si fosse fermata. Un piccolo varco si era aperto nell’eternità: e la luce di Dio si era dischiusa ai suoi occhi. Cos’era quel bene che gli stava riempiendo l’anima? Da dove veniva tutto quell’amore?». Nella terza parte della sua opera su Gesù di Nazaret (pag. 97 e segg.) Joseph Ratzinger spiega molto chiaramente che: «l’espressione “vita eterna” non significa – come pensa forse immediatamente il lettore moderno – la vita che viene dopo la morte, mentre la vita attuale è appunto passeg-

gera e non una vita eterna. “Vita eterna” significa la vita stessa, la vita vera, che può essere vissuta anche nel tempo e che poi non viene più contestata dalla morte fisica (...)“Vita eterna” è quindi un avvenimento relazionale. L’uomo non l’ha acquisita in sé, per sé soltanto. Mediante la relazione con Colui che è Egli stesso la vita, anche l’uomo diventa un vivente». E poi cita il vangelo di Giovanni, (11,25): «Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno». LA VITA ETERNA QUAL È

Ugualmente nella sua prima enciclica come Benedetto XVI scrive (pagg. 24 e segg.): «Ma allora sorge la domanda: Vogliamo noi davvero questo – vivere eternamente? (...)Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile». E poco più avanti: «Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l’eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia». E di nuovo cita il Vangelo di Giovanni (16,22) «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia». Qui si pone un problema escatologico: cioè sull’interrogazione riguardo alla fine dei tempi, e alla salvezza, ovvero al giudizio, che con essa dovrebbe arrivare. Perché se la salvezza arriva con la fine dei tempi, l'unica possibilità è nell’attesa. Mi sembra che Benedetto XVI voglia distoglierci da questa lettura: la vita eterna, la salvezza, non sono avanti nel tempo, proiettate in quel momento futuro che dovrà venire quando il tempo pagano sarà finito. La salvezza è qui, a portata di mano, nel nostro quotidiano vivere di tutti i giorni: è il momento in cui l’eternità lo squarcia. «Un avvenimento relazionale», dice Ratzinger, ma questa «relazione con Colui che è egli stesso la vita», questo «incontro con Gesù», detto così suona ormai come una formula vuota, priva di ogni possibile consistenza pratica. Ricorda un po’ i cattolici di Comunione e Liberazione nella parodia che ne fa Nanni Moretti in Palombella rossa. La verità è che Gesù, lui, di persona, non gira per le strade. Per quanto grande possa essere la fede o consistenza religiosa, non si finisce mai per andargli a sbattere contro. Cosa che invece può accadere abbastanza facilmente con un lebbroso.

BIBLIOGRAFIA ● I brani sulla vita di Francesco d’Assisi sono tratti dal libro di Giovanni Nucci, Francesco, Rizzoli, 98 pp., 13 €. – Francesco d’Assisi e Chiara d’Assisi. Tutti gli scritti Porziuncola, 224 pp., 10€. – Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret dall’ingresso in Gerusalemme fino alla resurrezione. Libreria Editrice Vaticana, 352 pp., 20€. – Benedetto XVI, Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana, 104 pp., 2€.


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domenica 11 agosto 2013

U: CULTURE

Addio babbo, scelgo i poveri

Francesco restituisce i suoi vestiti al padre: dagli affreschi di Benozzo Gozzoli a Montefalco

Meglio non avere niente: gli abiti e il denaro vengono restituiti al padre GIOVANNI NUCCI nuccig@gmail.com «QUELLO CHE STAVA CERCANDO FRANCESCO NON ERALA POVERTÀ,MALA LIBERTÀDELCUORE CHELA POVERTÀ PUÒ DARE. L’AMORE E LA PACE E LA DOLCEZZA DELLO SGUARDO CHE RENDONO I PENSIERI SANTI E MERAVIGLIOSI. Aveva capito che per po-

ter essere felice, per sentire la misericordia di Dio e portarla nel mondo, era molto meglio non avere niente. E la ricchezza e il potere non ti aiutano ad avvicinarti agli altri, a ogni creatura, qualunque essa sia, per offrirle il tuo amore. Che invece era esattamente quello che lui voleva fare». Giorgio Agamben più volte è tornato sulla lettura messianica del tempo nelle lettere dell’apostolo Paolo: cioè riguardo alla questione escatologica della fine dei tempi, alla paurossia. «Il ritorno del messia - scrive in La Chiesa e il Regno (pag. 7 e segg.) - non disegna, infatti, una durata cronologica ma, innanzitutto una trasformazione qualitativa del tempo vissuto (...)come l’esperienza del tempo messianico implica che sia impossibile abitarlo stabilmente, allo stesso modo in esso non c’è posto per un ritardo. È quanto Paolo ricorda ai Tessalonicesi (1 Tess 5, 1-2) “Del tempo e dei momenti, di questo non occorre che io vi scriva, il giorno del Signore viene come un ladro nella notte”. “Viene” è al presente, così come il messia è chiamato nei Vangeli ho echomenos, “colui che viene”, che non cessa di venire. Walter Benjamin, che aveva inteso perfettamente la lezione di Paolo la ripete a suo modo: “ogni giorno, ogni istante è la piccola porta da cui entra il messia”». Dunque, se nel tempo del messia non c’è tempo per il ritardo, non c’è tempo neanche per l’attesa. Il momento è adesso, non deve essere rimandato nel futuro, e tantomeno ad una futura fine dei tempi. Mi sembra una lettura del cristianesimo più corretta: in grado di spazzare via l’idea di un attesa che implica il rimandare l’azione ad un futuro di salvezza che non arriverà. Il momento è adesso, e il resto è un avanzo. Tornando a Benedetto XVI, la cui raffinatezza teologica sembra essere inversamente proporzionale all’inadeguatezza politica del suo papato, la rivoluzionaria interpretazione dell’idea di vita eterna che ci offre, affiancata alla lettura messianica che Agamben fa dei testi di Paolo, ci

Indagine su Francesco/3 La sua decisione è non aspettare il domani Fa a meno del padre e sceglie i derelitti, la folla lurida e cenciosa degli accattoni

spingono ad immaginare la carezza al lebbroso da parte di Francesco proprio come qualcosa del genere: il ritorno del messia, la paurossia. L’eternità che infrange il tempo profano e dà la percezione di un senso e di una profondità che la vita nella sua normalità non riesce a dare. Una contrazione del tempo che arriva come un ladro all’improvviso in quello scorrere e normale fluire, e lo stravolge. Sempre Agamben (pag. 18): «Secondo la teologia cristiana vi è una sola istituzione legale che non conosce interruzione né fine: l’inferno». E poi aggiunge: «il modello della politica odierna che pretende a un’economia infinita del mondo, è dunque propriamente infernale». È questo l’inferno, in un’immagine dantesca e mitologica quanto mai appropriata: restare intrappolati in un vortice che si consuma nell’attesa di una risoluzione, ma che reitera costantemente quest’attesa, spostando indefinitivamente in avanti la liberazione da essa.

I LIBRI ● I brani sulla vita di San Francesco sono tratti daFrancesco di Giovanni Nucci, Rizzoli ● Giorgio Agamben, La Chiesa e il Regno, Nottetempo, pp. 24, euro 3 ● Pier Paolo Pasolini, Trasumanar e organizzar, Garzanti Libri, pp. 224, euro 9,50 ● Massimo Recalcati, Cosa resta del padre?, Raffaello Cortina, pp. 192, euro 14 ● Chiara Frugoni, Vita di un uomo: Francesco d’Assisi, Einaudi, pp. 172, euro 11

Ecco, l’incontro con il lebbroso per Francesco è la rottura di questo vortice, del meccanismo meccanico che ci intrappola all’interno di un tempo che deve scorrere scandito dalle nostre attese insoddisfatte. È l’eternità che arriva all’improvviso e frantuma l’idea del domani, e con essa l’idea del potere e l’idea del denaro, rendendo la vita capace di un senso. «L’idea del potere non ci sarebbe», scrive Pier Paolo Pasolini in Preghiera su commissione, «se non ci fosse l’idea del domani non solo, ma senza il domani, la coscienza non avrebbe giustificazioni». Quello che capisce Francesco, dopo l’incontro con il lebbroso, è che il denaro e il potere sono un impedimento all’andare verso l’altro. E che ti costringono a cercare il loro compimento sempre e soltanto nel domani. Il denaro e il potere hanno senso nella facoltà di essere accumulati, quindi di poter aumentare nel tempo e di venir esercitati nel futuro. Nel momento in cui vengono spesi, consumati, tanto il denaro quanto il potere semplicemente svaniscono, finiscono. Un rapporto, al contrario, nel momento in cui viene consumato, cioè vissuto, comincia a costituirsi. Dunque Francesco è alla ricerca di un senso per la sua esistenza che vada oltre il restare ripiegati su se stessi: e lo spendere il proprio denaro e il proprio potere in attesa del domani. Sta cercando di liberarsi dell’idea del domani, dunque il suo scopo non è la privazione del denaro o del potere: questi sono il mezzo. «Prese i suoi vestiti, si spogliò e lì portò a suo padre insieme ai soldi che gli erano rimasti. “Ascoltate tutti” disse a quanti si erano radunati per vedere cosa stesse facendo il figlio di Pietro da Bernardone tutto nudo sul sagrato del Duomo di Assisi. “Ascoltate” disse, “questi sono i vestiti di mio padre, e questi i soldi per cui si sta dando tanta pena. È per questo che glieli rendo, perché possa essere di nuovo tranquillo. Io non ne ho più bisogno”. Poi alzò lo sguardo cercando gli occhi di suo padre, ma lui li teneva lontani, pieni di rabbia e dolore. “E perché” gli venne da aggiungere “da adesso potrò dire solamente Padre nostro che sei nei cieli, e non più padre Pietro da Bernardone”». Naturalmente il padre di Francesco non capisce, soffre terribilmente e non riesce a intendere cosa voglia suo figlio, cosa stia cercando. Se, riprendendo Massimo Recalcati, occorre andare alla ricerca del padre, nel tentativo di recupe-

rarne la funzione nell’epoca della sua evaporazione, ecco: il padre di Francesco è esattamente evaporato. Spiega Recalcati in Cosa resta del padre (pag. 27), «Un padre, sembra dirci Freud, è colui che sa far valere la Legge dell’interdizione dell’incesto, facilitando il processo di separazione del figlio dalle sue origini. Lacan mostrerà il carattere virtuosamente traumatico di questa operazione: l’esercizio simbolico della paternità assicura al figlio la possibilità di sganciarsi dalla palude indifferenziata del godimento e di avventurarsi verso l’assunzione singolare del proprio desiderio». Pietro da Bernardone è del tutto incapace di mostrare alcuna legge che non sia quella del commercio. Incapace di porre un limite a suo figlio, di contenerlo: anzi lo istiga a un’ascesa sociale ed economica, fa di tutto perché ottenga quello che lui non è ancora riuscito ad ottenere. Ma «per servirsi del padre» dice Recalcati citando Freud (pag. 18), «bisogna farne a meno. (...)Farne a meno è solo per potersene servire, non per annullarne l’esistenza». Abituato a prendere un po’ tutto quanto alla lettera, sembra che Francesco abbia, appunto, voluto prendere alla lettera anche Freud: si serve del padre facendone a meno, accettando tutta la sua eredità che però, almeno dal suo punto di vista, non è nulla, o almeno nulla di materiale. Se c’è qualcosa di cui si può accusare le generazioni cresciute negli anni Ottanta, quelle che hanno subìto per primi l’evaporazione del padre e che sono stati i primi a sentirne la mancanza, è di non aver cercato altrove quella funzione. Né hanno rifiutato quei padri che si stavano evaporando davanti ai loro occhi, del tutto incapaci della loro funzione. Si sono invece messi in coda, in attesa che almeno qualcosa accadesse. Ottenendo non solo l’esclusione dal governo del mondo, ma che i loro padri, governandolo senza accettare alcun confronto con le generazioni a seguire, hanno finito per portarlo alla più imponente crisi strutturale e sistematica che l’Occidente abbia visto da almeno settecento anni. Sempre Recalcati (pag. 15): «l’umanizzazione della vita esige l’incontro con “almeno un padre”. Nell’epoca della sua evaporazione, “qualunque cosa”, affermerà l’ultimo Lacan, potrà esercitarne la funzione». Ma il vero problema, su di un piano politico e spirituale, prima che psicoanalitico, è quale Legge, il padre che ci stiamo andando a trovare, ci testimonierà. Quindi quale padre potremo sceglierci. Non sembra essercene molti in giro. Ecco, Francesco sceglie i lebbrosi: i derelitti, «la folla cenciosa e lurida degli accattoni» come dice Chiara Frugoni, perché gli insegnano che prima di tutto il resto, vengono gli altri: l’amore. @giovanninucci


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domenica 18 agosto 2013

U: CULTURE GIOVANNI NUCCI nuccig@gmail.com / @giovanninucci «“VEDETE” DICEVA FRANCESCO, “QUANDO IL MIO SIGNOREPARLAVADEIGIGLIDEICAMPIDICEVACHEÈCOSÌ FACILE TROVARE LA MISERICORDIA DI DIO. Diceva

che sta lì, vicino a noi, nella cosa più bella e semplice che possiamo incontrare per strada lungo il nostro cammino. E che non dobbiamo farci confondere dalle dottrine complicate, o dalle questioni della politica: l’amore di Dio è come i gigli dei campi, l’amore di Dio è nei gigli dei campi”. I suoi compagni non capivano, Francesco non si stava rivolgendo a loro, parlava guardando da un’altra parte. “Che dici, Francesco?” gli domandò frate Leone. “Con chi stai parlando?” E allora Francesco lo guardò sorridendo. “Ho avuto l’impressione che sia più facile dire il Vangelo agli uccelli che farsi capire dai cardinali della Chiesa di Roma”». Visto che la Chiesa non riesce a mostrargli la via d’uscita dalla morsa di attesa e insoddisfazione che lo avvolge, Francesco la risposta la trova da solo, gli va addosso quasi per caso, o è il Signore che lo porta a sbatterci contro. Difatti nel testamento Francesco rivendicherà l’autonomia di questa rivelazione, cioè l’autonomia dalla Chiesa. Per quanto dunque lui rispetti la Chiesa e il suo potere attraverso «una fede così grande nei sacerdoti che vivono nella forma della santa Chiesa di Roma», è il Signore che gli ha mostrato la via della salvezza: «ma l’Altissimo stesso me lo rivelò, che io dovessi vivere secondo la forma del santo Vangelo»; visto, verrebbe da aggiungere, che la Chiesa non era stata capace di farlo. Come che sia Francesco ci tiene a tenere distinta la forma di vita della Chiesa di Roma dalla forma di vita del Vangelo.

IL FILOSOFO

Giorgio Agamben in La chiesa e il regno, riguardo all’esperienza salvifica che comporta il ritorno del messia dice: «una presenza che dis-tende il tempo, un già che è anche un non ancora, una dilazione che non è un rimandare a più tardi, ma uno scarto e una sconnessione interna al presente, che ci permette di afferrare il tempo. L’esperienza di questo tempo non è, dunque, qualcosa che la Chiesa potrebbe scegliere di fare o non fare. Non vi è Chiesa se non in questo tempo, attraverso questo tempo». Ma poi si domanda: «Che ne è di questa esperienza nella Chiesa di oggi? (...)L’evocazione delle cose ultime sembra a tal punto scomparsa dalle parole della Chiesa, che si è potuto affermare non senza ironia che la Chiesa di Roma ha chiuso il suo sportello escatologico». Ora lo sportello escatologico sembra essere chiuso anche perché è probabilmente più facile tenerne aperto soltanto uno politico. Se non è rimandata al domani, in un futuro il più possibile lontano, la prospettiva di una salvezza in un «tempo di adesso» entra inevitabilmente in conflitto con l’esercizio del potere, quello che Agamben chiama «la Legge, lo Stato, ciò che è volto all’economia». La Chiesa, insomma, sembra aver ripiegato la sua funzione escatologica su quella politica. Non credo che la mancanza di sacralità che ormai ci circonda dipenda da un’effettiva assenza del sacro, ma dalla nostra incapacità di riconoscerlo come tale. Dio non è morto, ha solo smesso di farsi vedere in giro. E soprattutto la Chiesa si ostina a volercelo mostrare attraverso immagini che non dicono granché e che difatti non riescono a scovarlo. Dovremo immaginare un padre che veglia il suo bambino in un letto d’ospedale, senza avere idea di una possibile diagnosi, se non del rischio che questi sta correndo. Potendo darebbe la vita per lui: ma adesso ai suoi piedi c’è solo un abisso: il male. O piuttosto il male e il bene indistinti e lungo una profondità sconfinata: lui è impotente, incapace di qualsiasi azione, terribilmente inutile. Per quanto la scienza e la tecnica non riescano a dirgli nulla, l’abisso rimane lì e lui resta solo e senza nessuna intelligenza o forza da poter opporre a questa trascendenza sconfinata. IL BENE E IL MALE

Oppure dobbiamo immaginare una giovane coppia di genitori che deve decidere se fare delle analisi che permetteranno loro di sapere se il bambino che aspettano è sano o effettivamente affetto da una malformazione, come sembrerebbe essere, e nel caso interrompere la gravidanza. Che si interrogano, quindi, sul dover decidere di fermare o meno la vita che sta per arrivare a riempire le loro esistenze. Ma ugualmente si interrogano se sapranno sopportare, e governare, e dargli la giusta dignità, un bambino che già nasce con dei gravi problemi. Di nuovo la sconfinata distesa indistinta del bene e del male che si spalanca sulle loro anime impreparate e impotenti davanti a tanta incontrollabile vastità. La vita e la morte, nella loro indefinibile trascendenza, e la propria inadeguatezza ad affrontarle, contenerle, custodirle. Applicato a queste situazioni proporre come soluzione l’«incontro con Gesù», appare obiettivamente ridicolo. Quell’abisso è il sacro. C’è, sta

La regola è semplice seguire il Vangelo Il viaggio a Roma da Papa Innocenzo III Indagine su Francesco/4 Il rapporto con la Chiesa è problematico: «Ho l’impressione che sia più facile spiegare i testi sacri agli uccelli che farsi capire dai cardinali»

lì. Dio non è affatto morto, ma continua ad abitarlo come ha sempre fatto, ed è per altro del tutto indifferente alla nostra incapacità di riconoscerlo: ha solo perso il volto rassicurante dell’«incontro con Gesù». Così mi sembra che la Chiesa di Roma, non sapendo dare alcuna risposta sensata alle domande di quei genitori, non sapendo accompagnare le loro coscienze nell’addentrarsi in quell’abisso, preferisce favorire i partiti che le offre una legge che giuridicamente impedisca loro di abortire. Invece di andare da quel padre a suggerirgli l’unica cosa che, ormai, lo potrebbe rendere veramente umano di fronte alla sacralità che si è spalancata ai suoi piedi, pensa a legiferare. Così l’unica possibilità, per quell’uomo, sarà che il Signore per suo conto lo illumini nella sua solitudine: dicendogli di non guardare alla propria inadeguatezza, e di non cercare di farsi una ragione del male, perché la sua intelligenza non ne sarà comunque capace. Ma che l’unica cosa che può veramente fare è di passare la notte riempiendo del suo bene l’abisso sconfinato che si è aperto ai suoi piedi: cercare di colmare quell’eternità con l’amore per suo figlio. Non è forse questo che ci spiega il Vangelo? L’amore di un uomo può essere così vasto e potente da colmare l’eternità. Perché è di per sé trascendente, viene da Dio. L’UDIENZA IN VATICANO

«“Prendi tutte le tue cose, dalle ai poveri e seguimi” rispose Francesco, “è questa la regola che voglio avere. È già scritta nel Vangelo”. “Tu scrivila di nuovo e va’ dal Papa” gli disse il Vescovo. “Fattela approvare, così a chi verrà a chiedere conto di ciò che fai potrai dire che hai la benedizione del Santo Padre”. Francesco obbedì. E con undici dei suoi compagni partì per Roma». Nello scorso aprile Giacomo Costa scriveva su Aggiornamentisociali come «l’accostamento del termine “papa” al nome del poverello di Assisi è tutt’altro che scontato: non a caso è la prima volta che viene osato nella storia della Chiesa. Può addirittura apparire come un ossimoro». Un ossimoro che porta ad emergere un conflitto che non si è mai consumato realmente, ma che ha inizio nel 1210 quando Francesco va in udienza da Innocenzo III per chiedergli l’approvazione della regola. Quella regola non ci è pervenuta, ma sembra fosse fatta più che altro di brani del Vangelo: la forma di vita del Vangelo, e non quella della Chiesa di Roma. Senza arrivare a dire che la Chiesa aveva difficoltà ad approvare dei brani del Vangelo, di certo Francesco era in difficoltà nel doverli scrivere sotto forma di regola. Ma non era una questione politica, di contrattazione tra la posizione dell’ordine che Francesco stava costituendo e la Curia. Il problema, per Francesco, sembrava essere ben al di là, riguardava «le cose ultime» e non quelle penultime, cioè a che ora si dovesse mangiare o che tipo di scarpe indossare. Il problema di Francesco di fronte alla regola non si risolve. Per fare in modo che l’ordine riesca ad essere tale e che si dia, quindi, una regola, cioè potere, Francesco di fatto preferirà tenersene ai margini. E per quanto la Chiesa abbia cercato più volte di assimilarlo a sé, di normalizzare la sua visione del vivere cristiano, la distanza, per non dire il conflitto, tra Francesco e il Papa è sopravvissuto quasi perfettamente integro fino a noi. Perché è un conflitto interno alla Chiesa. Difficilmente la Chiesa riesce ad essere così ipocrita riguardo a se stessa, difatti nessun Papa ha mai preso il nome del Santo di Assisi nonostante la sua universale popolarità. Almeno fino ad oggi. Ed è stato possibile solo nel momento in cui un altro capo della Chiesa ha deciso di dimettere l’ufficio politico.

I LIBRI ● I brani sulla vita di Francesco d’Assisi (tra virgolette nel testo) sono tratti dal libro di Giovanni Nucci, «Francesco», Rizzoli, pagine 98, euro 13,00 ● Giorgio Agamben, «La Chiesa e il Regno», Nottetempo, pagine 24, euro 3,00 ● Giacomo Costa, «Papa Francesco: carisma e istituzione» lo si trova su www.aggiornamentisociali.it


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mercoledì 7 agosto 2013

Rodotà: a ottobre in piazza per la Costituzione IL CONVEGNO ANDREA BONZI twitter@andreabonzi74

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«Napolitano lasci». Tutti contro Grillo Il capo dei 5 Stelle: «Ha fallito, ha sbagliato a ricandidarsi» ● Il Pd: «Irricevibile» ● Anche il Pdl protesta ●

OSVALDO SABATO osabato@unita.it

Prima se la prende con il Parlamento «letamaio» definendolo un covo di «servi». Poi la giravolta sulla Costituzione «non è intoccabile, non è il Vangelo, il Corano o il Talmud». Il cambio di marcia avviene non appena la commissione Affari costituzionali della Camera inizia a discutere la modifica della Carta e non perde tempo ad urlare al «colpo di Stato di agosto». Ora tocca al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, cadere nel radar degli strali di Beppe Grillo. Il leader del Movimento 5 Stelle prende di mira l’attuale inquilino del Quirinale invitandolo a farsi da parte. Quello dell’ex comico genovese sembra un déjà vu. Non è la prima volta che alza i toni della polemica. Questa volta punta al bersaglio grosso. «Gli chiedo un passo indietro, il passaggio del testimone a un altro presidente che deciderà se sciogliere le Camere o proporre scenari di governo diversi da quello attuale che è insostenibile come Napolitano stesso probabilmente ammetterebbe in privato» scrive Grillo in un tweet che riprende un post apparso sul suo blog. L’attacco al Capo dello Stato è senza freni «Lui è oggi, che lo voglia o meno, il garante di una situazione politica destinata al fallimento che ha consentito e avallato» per il capo dei grillini «ci sono sempre alternative, signor Presidente, e oggi è necessario voltare pagina». L’uscita di Grillo è anche un messaggio molto chiaro a quella parte dei parlamentari del suo Movimento, che avevano aperto all’ipotesi di un avvicinamento al Pd nel caso dovesse precipitare l’alleanza delle larghe intese con il Pdl sul Governo Letta. Sullo sfondo c’è anche la vicenda di Berlusconi e la conferma della sua condanna, decisa dalla Cassazione sul caso Mediaset, con il Pdl all’affanosa ricerca di una sorta di salvacondotto per l’ex Cavaliere per garantirgli «l’agibilità politica». Nella sua sfuriata, Grillo, attacca il Capo dello Stato perché «lui voleva,

vuole, lo status quo, la stabilità politica. Ha creduto che un governo delle larghe intese potesse impedire il crollo del Paese. Invece ha ottenuto l'effetto contrario». «È stato un doppio azzardo voler rimanere per un altro settennato e accettare un governo condizionato da Berlusconi imputato in più processi che, fosse solo per la statistica, poteva diventare un pregiudicato in breve tempo» dice l’ex comico. «Napolitano deve prendere atto che in entrambi i casi queste sue decisioni si sono rivelate un rischio maldestramente calcolato. Non voglio, né mi interessa, mettere in discussione la buona fede del presidente della Repubblica, ma le sue decisioni hanno consegnato il Paese all'immobilità per mesi mentre l'economia franava». Naturalmente lo sproloquio del fondatore del Movimento pentastellato non potevano che fare rumore. Immediate le reazioni del mondo politico all’ennesimo attacco di Grillo. Il Pd in una nota ritiene le sue frasi «incomprensibili e inaccettabili» e per i democratici «è evidente il tentativo di giocare allo sfascio del Paese. Grillo non si è mai assunto alcuna responsabilità di fronte ai problemi degli italiani e continua a scaricare sempre tutto sugli altri. Per fortuna il Paese sa e saprà giudicare. Al presidente Napolitano ribadiamo tutta la nostra stima e fiducia». «Grillo sbaglia, Napolitano è impeccabile» afferma il presidente dei senatori del Pd Luigi Zanda. «Sono parole semplicemente irricevibili» commenta il capogruppo del Pd alla Camera Roberto Speranza. «Inqualificabili» è l’espressione usata da Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato. «Se tutti facessero un passo indietro, alla fine rimarrebbe solo lui» chiosa la vicepresidente del Senato, Valeria Fedeli. «Povero Grillo, perde consensi e la presa sui suoi e crede, per recuperarli, di dover alzare quotidianamente il tiro» è la lettura che dà Paola De Micheli, vicepresidente vicario del gruppo Pd alla Camera. La solidarietà è bipartisan «Dovrebbe vergognarsi!» rincara l’ex ministro Mariastella Gelmini. Nell’occasione ritrova un po’ di sobrietà anche Sandro Bondi, dopo aver paventato guerre civili per la condanna di Berlusconi, il coordinatore del Pdl definisce «dissennati» gli attacchi di Grillo a Napolitano «l'unico presidio che in questo momento può garantire un'ordinata uscita dalla crisi politica, istituzionale ed economica in cui ci troviamo».

PAROLE POVERE

Missili abbronzati dalla Sardegna TONI JOP

● Smettiamo di pensare che non si possa chiedere al

presidente di togliersi di torno: non c'è niente di anti-democratico in questa aspra richiesta. Quindi, non se ne faccia un dramma istituzionale «indicibile», si può dire eccome. Irrita, semmai, che l'offerta sia stata espressa da un soggetto politico che ha fatto un bivacco della platea e che sembra seguire gli sviluppi della vicenda nazionale così come si segue un dramma a teatro. Perché, ora è chiaro, Beppe Grillo ha scelto di fare entrare il M5S in Parlamento per smettere finalmente i panni dell'interprete e per calarsi in poltrona; da qui, come un Cyrano nervosamente anti-conformista, spara i suoi fischi, grida «vai a casa» quando e come meglio gli pare. Ha fatto sapere a Napolitano che lo spettacolo fin qui lo ha deluso molto, che lo ritiene responsabile dello show e per questo gli suggerisce di cambiare aria. Quasi un complimento: è come se riconoscesse il fatto che il presidente è l'unico, sulla scena, in grado di disturbarlo, di batterlo irresistibilmente ai punti, capace di una visione politica delle cose e in grado di pilotarla. Napolitano lo disturba perché sveglia in lui la voglia di palcoscenico, la febbre del primattore mentre sta seduto dall'altra parte della barricata. Così, lo vorrebbe intanto «fora dai bal». Ma siccome è chiaro che oggi Napolitano non dirà: «Siccome ho tanto rispetto di Grillo e dei suoi desideri, informo l'Italia che da domani il Quirinale è affittabile, ho già fatto i bagagli», e Grillo lo sa, allora vuol dire che al padrone dei Cinque Stelle andava solo di far sapere al presidente che è lui il suo primo bersaglio e che i suoi missili abbronzati sono in grado di colpire dalle rampe di lancio della Costa Smeralda.

n’assemblea l’8 settembre e una grande manifestazione a Roma il 5 ottobre. Sono due le mosse d’autunno con cui le associazioni in difesa della Costituzione - capitanate da Stefano Rodotà, Maurizio Landini, Lorenza Carlassare e Gustavo Zagrebelsky - intendono «svegliare il Paese», gridando un forte «no» alla riforma della Carta allo studio del Parlamento. Smentita l’ipotesi di voler creare «l’ennesimo partito», questo gruppo punta a colmare quel «vuoto» creato da «una politica autoreferenziale, con un orizzonte limitato al giorno dopo», spiega Rodotà, e che lascia la società in balìa di «una precarietà costituzionale». Il tutto aggravato dalla vera anomalia, l’ex premier Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale: «La grazia? - sgrana gli occhi il costituzionalista - Tecnicamente non penso sia percorribile. Non credo che la politica debba trovare altre soluzioni, figuriamoci. C’è una sentenza e va rispettata, non si possono manipolare le istituzioni». E se il governo dovesse cadere? «Non auspichiamo lo scioglimento delle Camere, ma crediamo che sia necessario che il presidente della Repubblica cerchi soluzioni alternative - dice Rodotà, che non sembra dare eccessivo peso all’ultimo diktat anti-Pd di Beppe Grillo -. Nelle democrazie rappresentative c’è sempre qualcuno che si ingegna per uscire da costrizioni che sono quasi sempre il risultato di una visione di corto respiro». Primo bersaglio di questo ensemble di associazioni - che esordì lo scorso 2 giugno riunendo migliaia di persone in piazza Santo Stefano a Bologna - resta la modifica dell’articolo 138 e il rischio di presidenzialismo. È stata avviata anche una raccolta firme - tra gli aderenti Crozza, Celentano, Ingroia, Caselli - che punta a raggiungere quota 500mila sottoscrizioni. «La nostra contrarietà a spinte di questo tipo è netta - ribadisce Rodotà -, potrebbero rivelarsi distruttive per il nostro Paese». Più che parlare di modelli («I trapianti istituzionali dall’estero non funzionano»), il costituzionalista già indicato dal M5S come candidato preferito al Colle, non chiude a manutenzioni della Carta («Si potrebbe tagliare un ramo del Parlamento e ridurre il numero degli eletti») e individua nella proposta Giacchetti-Migliore, che cancella il Porcellum («una legge fatta per produrre ingovernabilità») e ripristina il Mattarellum, il primo passo per tornare un Paese normale. Non l’unico, certo. Un altro tassello è la legge sulla rappresentanza nei luoghi di lavoro. Tema caro al leader delle tute blu Cgil. «L’articolo 8 della Finanziaria bis 2011 che permette di derogare all’applicazione delle leggi è un ricatto ai lavoratori senza precedenti - attacca Landini -. Così viene calpestata la libertà di scelta sindacale e il fondamento stesso dell’articolo 1 della Costituzione». Il segretario generale della Fiom spiega perché questa battaglia è molto concreta. «Solo in luglio - elenca Landini - la Corte costituzionale ha dato torto al Lingotto bocciando l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, la Cassazione ha reintegrato i lavoratori Fiat di Melfi ma l’azienda non ha ottemperato, e un condannato manifesta nella Capitale chiedendo di mettere in discussione la Costituzione. Ditemi se questa non rappresenta una violenza a democrazia e coesione sociale». Per Landini «la Carta non va cambiata, ma applicata». Ed ecco perché la Fiom è pronta a scendere in piazza. Il “movente” è anche politico, come spiega Zagrebelsky, presidente onorario di Libertà e Giustizia. «L’astensionismo elettorale ha raggiunto livelli di guardia - spiega in collegamento telefonico -. Ci si balocca con sondaggi che danno lo 0,5% in più o in meno, ma le fila dei disillusi e degli insoddisfatti si ingrossano. La politica rischia di sparire, e continuare a ripetete che “non c’è alternativa” a questo governo e ad andare avanti sulle riforme, finisce per rafforzare il connubio tra potere e denaro». Ecco quindi la mobilitazione «non per difendere un pezzo di carta, ma per rianimare la politica e la democrazia», chiude Zagrebelsky. In autunno, però, ci si potrebbe ritrovare in clima già elettorale, se il Cavaliere e i suoi dovessero far saltare il banco. Ma gli organizzatori della manifestazione giurano che non sarà il banco di prova di una nuova formazione politica. «Non vogliamo creare l’ennesimo partito», taglia corto Rodotà. Tra le prime adesioni quelle di Sel, con il coordinatore Ciccio Ferrara, e di Articolo 21, con Giuseppe Giulietti e Vincenzo Vita: «La tutela attiva della Carta è diventato il discrimine della politica italiana. O di qua, o di là. Di fronte all'ondata autoritaria del berlusconismo in rotta, è doveroso resistere. Non ci sono "larghe intese" che tengono».


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sabato 17 agosto 2013

U: CULTURE GASPARE POLIZZI

LAFILOSOFIADELLEPASSIONIGODEINITALIADIUNRINNOVATO INTERESSE EDITORIALE, NELL’INTRECCIO TRA COMPETENZESTORICHEETEORETICHE, e impegno per

un pensiero del presente che tocca la quotidiana esperienza e la diffusa passionalità, pubblica e privata. Essa possiede un archetipo recente nella Geometriadelle passioni.Paura, speranza, felicità: filosofia e uso politico pubblicata da Remo Bodei (Feltrinelli, 2003). Nella collana «Moralia» di Raffaello Cortina, diretta da Roberto Mordacci e Andrea Tagliapietra, sono ora usciti in immediata successione Simpatia di Eugenio Lecaldano e Passione di Umberto Curi, entrambi professori emeriti, di Filosofia morale presso «la Sapienza» di Roma il primo e di Storia della filosofia presso l’Università di Padova il secondo. Contemporaneamente Bollati Boringhieri pubblica Compassione. Storia di un sentimento di Antonio Prete, ordinario di Letterature comparate presso l’Università di Siena. Libri diversi che però presentano un focus sulla passione come oggetto privilegiato del pensare nel mondo di oggi, nella filosofia, nella scienza e nelle arti. Curi è convinto che la passione sia «fondamento dell’interrogazione propriamente filosofica, senza la quale non sarebbero possibili né la comprensione né il discorso». Passione è un libro, che non segue i tradizionali trattati sulle passioni, ma che va al nocciolo teoretico del problema posto dalla «passione», utilizzando filologia e filosofia, storicità e argomentazione. «Passione» nel significato moderno descrive «una delle forme più intense di attività» e non la passività iscritta nel suo etimo latino. Ma l’ambivalenza tra passività e attività rimane al fondo del concetto, e Curi ne segue alcuni percorsi teoretici, interrogandosi sulla motivazione, «almeno parzialmente inspiegabile», che ha prodotto il rovesciamento del concetto mantenendone l’ambiguità. La lettura si dispiega dalle origini (Inprincipioerail pathos), alla tragicità greca, toccando la figura moderna del Don Giovanni e il nodo originario del Cristianesimo nella passione di Cristo. Nel denso Epilogo Curi ci ricorda come «ogni autentico percorso conoscitivo è connotato (…) sul piano del paschein», muove dallo «sgomento» (non, come si traduce comunemente, «meraviglia»), dal thauma, indicato da Platone e da Aristotele all’origine della filosofia. Egli fornisce così una definizione del filosofare come charis, «discorso che - pur dimostrando - genera anche quel piacere che si sottrae a ogni calcolo, a ogni logos» e, unendo la dimostrazione e l’affettività, produce «un intenso piacere». In Simpatia Lecaldano caratterizza una passione universalmente provata e gradita, la «simpatia», in una forma analitica che intreccia sapere filosofico e scientifico. Lecaldano demarca le accezioni più generali e più proprie del concetto di «simpatia» nel quadro storico e teoretico del pensiero morale, richiamando esempi letterari e filmici, e delineando una netta distinzione tra «simpatia» e «compassione», che pure sul piano linguistico sono sinonimi: «compassione» è calco latino del greco sympatheia. Eppure, a ragione, Lecaldano segna la distanza oggi presente tra i due concetti: il primo designa «un’attitudine conoscitiva mediante la quale riusciamo a cogliere le condizioni mentali altrui, oppure una reazione affettiva ed emotiva nei confronti delle emozioni o dei sentimenti altrui», mentre il secondo rinvia alla pietà per l’altro suscitata dalle sue sofferenze. Più sfumata la distinzione tra simpatia ed empatia, termine oggi molto diffuso, anche grazie ai risultati ottenuti dalle neuroscienze nella comprensione della neurologia delle emozioni (la teoria dei neuroni specchio è richiamata anche nel libro). Ma Lecaldano non pone soltanto un problema descrittivo; affronta la questione «se la simpatia sia da ritenersi necessaria o meno per la moralità», «come base psicologica della vita morale» e come «centro normativo di un’“etica della simpatia”». Nel dirimere tale questione Lecaldano si serve della sua competenza di studioso tra i maggiori del pensiero di David Hume e di Adam Smith per descrivere il ruolo morale e «politico» della simpatia, concepita da Hume come un «principio psicologico che permette la comunicazione e la partecipazione tra gli esseri umani». La naturalità della simpatia, attestata dalle neuroscienze e presente in forme più «istintive» anche tra gli animali sociali (come videro già Hume e, con maggiore cognizione, Charles Darwin), se intesa nella sua forma più elevata, come riflessione cosciente legata all’immaginazione, rende possibile una socialità produttiva e collaborativa, favorendo il riconoscimento di vir-

Nell’intimità delle passioni La filosofia si interroga sui sentimenti umani Tendenze Simpatia, paura, speranza, compassione: c’è un diffuso interesse tra i filosofi per un pensiero del presente che tocca la quotidiana esperienza e la diffusa passionalità

Fotogramma da «Ascending Angel» di Bill Viola

tù pubbliche, e, in definitiva, «aiuta a elaborare una società più democratica e più libera». L’allargamento progressivo dei «cerchi della simpatia» più incidere sui diritti individuali e sulla giustizia sociale: Lecaldano lo auspica, richiamando Amartya Sen, che vede la soluzione dei problemi sociali e politici di un mondo globalizzato nell’«allargamento dei sentimenti di simpatia» favorito dalla formazione di cittadini che siano spettatori educati a «una concezione aperta dell’imparzialità». E sappiamo quanto avremmo bisogno in Italia di una politica che valorizzi il ruolo costruttivo della simpatia sociale. Nel libro dedicato alla compassione, «sentimento raro», Prete ci conduce, con la raffinatezza del letterato di rango, frequentatore assiduo della grande letteratura europea moderna, e di due poe-

SIMPATIA

PASSIONE

pagine 192 euro 13,00

pagine 230 euro 13,00

Eugenio Lecaldano Raffaello Cortina Editore

Umberto Curi Raffaello Cortina Editore

ti sublimi come Charles Baudelaire e Giacomo Leopardi. Prete è consapevole della «debolezza» di un sentimento soggetto alla «storica diffidenza dei filosofi», oggi ben distinto - lo si è visto sopra dalla simpatia, affidato all’afflato delle religioni e congiunto alla pietà e al dolore. Prete si rivolge soprattutto al «pensiero poetante», a una lunga trama di riflessioni emerse nella tradizione letteraria e artistica, dalle tragedie di Eschilo e Sofocle alla figura di Don Chisciotte, dal mito di Filemone e Bauci in Ovidio alle Rime di Dante, dalle metamorfosi kafkiane di Gregor Samsa alla voce delle Upanishad vediche, alla misericordia cristiana, alle tragedie shakespeariane. Tre capitoli assumono un particolare rilievo: quello leopardiano sul «sapere della compassione», che percorre magistralmente l’essai sulla compassione raccolto in quel COMPASSIONE Storia di un sentimento

Antonio Prete pagine 189 euro 16,00

Bollati Boringhieri

Trattato delle passioni ricostruibile negli Indici dello Zibaldone; quello sul «dolore animale» e il Margine conclusivo che descrive «una storia della Pietà nell’arte». La partecipazione compassionevole al dolore animale, segno forse dell’estensione del «cerchio della simpatia», richiama anche un ricordo leopardiano: un atto comune di crudeltà (un ragazzo uccide una lucciola), che «si disegna come una figura del pensiero stesso e della poetica: l’attenzione a tutto quel che è vivente, un sentire creaturale esteso fino alla percezione di ogni patire». Prete ci racconta di chi ha vissuto intensamente la compassione trasfigurandola in sublime «poesia pensante», come Leopardi nella Ginestra. La compassione sarà pure una passione «debole», ma senza di essa non disporremmo dell’umanità diffusa in tanta parte dell’arte e della religione. GEOMETRIA DELLE PASSIONI Paura, speranza, felicità: filosofia e uso politico

Remo Bodei pagine 530 euro 15,00

Feltrinelli (2003)


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sabato 17 agosto 2013

COMUNITÀ L’editoriale

Il commento

La scelta di Silvio: dimissioni o scontro

La rivoluzione di una vera teologia della donna

Luca Landò

SEGUE DALLA PRIMA

Il primo passaggio recita che «di qualsiasi sentenza definitiva, e del conseguente obbligo di applicarla, non può che prendersi atto»: ci si può girare intorno quanto si vuole criticando, commentando e persino protestando - ma quando una sentenza arriva al terzo grado (definitiva, appunto) si passa dal mondo delle parole a quello dei fatti. E le condanne da eseguire sono tra questi. Il secondo passaggio, legato al primo, riguarda il «principio della divisione dei poteri e della funzione essenziale di controllo della legalità che spetta alla magistratura nella sua indipendenza». Un paragrafo forse ovvio, come ha detto l’ex ministro della Giustizia, il pidiellino Nitto Palma, se non fosse per due ingombranti precisazioni che lo rendono assai meno scontato. Perché questo principio, scrive Napolitano, non solo non va «mai violato»: va anche «riconosciuto». Nel senso che va pubblicamente riconosciuto: il contrario dell’attacco permanente alla magistratura e alla sua dignità. Il terzo passaggio è più politico ma non meno insidioso, perché chiede di abbandonare la «filosofia politica» che ha guidato finora non solo Berlusconi, ma l’intero centrodestra: «Procedere in un clima di comune consapevolezza degli imperativi della giustizia e degli interessi complessivi del Paese». Accettare la condanna, riconoscere la magistratura, anteporre gli interessi della giustizia e del Paese a quelli personali: eccoli i tre paletti, le tre prove che Napolitano chiede e che Berlusconi deve superare se davvero vuole incamminarsi lungo la strada della richiesta della grazia. Tre richieste che il Cavaliere non può certo ignorare, perché la condizione di condannato lo pone, per la prima volta da quando è «sceso» in politica, dentro le regole del gioco, senza poterle dettare o cambiare a piacimento. E questo spiega l’aria di incertezza e di indecisione che si respira nei corridoi di Villa San Martino, dove Berlusconi è rinchiuso da mercoledì a rileggere la nota di Napolitano in compagnia degli avvocati e dei consiglieri più fidati. Nella situation room di Arcore, gli scenari sul tavolo sono solamente due, e già questa è una novità per un leader abituato a creare dal nulla scorciatoie invisibili e vie di fuga ad personam. Il primo è accettare senza riserve

Voce d’autore

Una vita, la vita di un ragazzino gay Moni Ovadia

Musicista e scrittore

IL TALMUD EBRAICO DICE: «CHI SALVA UNA VITA SALVA IL MONDO INTERO». QUESTA FRASEÈDIVENTATACELEBERRIMAGRAZIEALFILM DI STEVEN SPIELBERG «SCHINDLER’S LIST». Il regi-

sta l’ha scelta come epigrafe per raccontare la storia di Oscar Schindler, un giusto fra le nazioni e ormai la sentiamo citare in continuazione ad ogni celebrazione del Giorno della Memoria. E come si stingono in ridondanza e in falsa coscienza la forza e la maestà di queste parole! La natura ambigua e insidiosa del linguaggio, in bocca ai commis della retorica, ha il potere di trasformare il grandioso in insulso.

Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30

le condizioni poste da Napolitano che, giova ricordarlo, non è solo il Capo dello Stato ma anche il presidente del Consiglio superiore di quella magistratura che per due decenni è stata, assieme al comunismo dietro l’angolo, il cavallo di battaglia delle sue campagne elettorali. In questo scenario Berlusconi dovrebbe, non solo accettare la condanna, ma riconoscere che la sua «guerra dei vent’anni» era sbagliata. E che il rispetto della divisione dei poteri è un principio democratico fondamentale. Ma più che una resa delle armi, Napolitano si aspetta un vero e proprio atto di pacificazione, questa volta sì, tanto che assieme agli «imperativi della giustizia» da riconoscere, pone gli «interessi del Paese» da perseguire. Starà a Berlusconi scegliere come rispondere alle richieste del Quirinale. Ma è evidente che i tempi e i modi diventeranno parte integrante della risposta. Perché quello che il Capo dello Stato chiede a Berlusconi, in fondo, è di non fare della sua condanna un caso politico. E un silenzio prolungato, o l’attesa del voto dell’aula per lasciare la pol-

.. . Berlusconi, per la prima volta da quando è «sceso» in politica, non può dettare o cambiare le regole come vuole

trona da senatore, sarebbe già un modo per vestire politicamente la sua situazione di condannato. Altra cosa sarebbe se il Cavaliere, come è stato scritto, ci «facesse la grazia» di prendere la parola in Senato e rassegnare in anticipo le sue dimissioni, accettando fino in fondo il suo status di cittadino condannato. Il secondo scenario, allo studio in queste ore ad Arcore, è diametralmente opposto: iniziare una vera e propria guerriglia contro il Paese e le sue istituzioni. Da Unto del Signore a santo martire, insomma, torcendo a suo favore, ironia della sorte, quel «resistere, resistere, resistere» pronunciato da un magistrato come Saverio Borrelli. Nessuna ammissione, nessun riconoscimento e nessun discorso di dimissioni al Senato: al loro posto un muro contro muro (o piccole astuzie tattiche, il che fa lo stesso) che ovviamente escluderebbe la grazia ma comprenderebbe una crisi di governo (Napolitano nella nota l’ha definita «fatale»). In ogni caso, Berlusconi ha capito che al principio della legge uguale per tutti non c’è deroga possibile o negoziabile. Purtroppo per lui, la «vocazione maggioritaria» del Pdl è svanita da tempo e l’obiettivo a cui ambisce oggi il Cavaliere è una partecipazione, pur minoritaria, al potere. Ma, prima o poi, anche il suo partito dovrà dire cosa pensa del futuro dell’Italia, e non solo di quello del fondatore.

Maramotti

Facciamo però lo sforzo di metterci a nuotare contro corrente, riprendiamoci il senso pregnante di quel detto. La notte fra il 7 e l’8 agosto scorso, abbiamo perso una vita, unica, preziosa, sensibilissima, capace di contenere un immenso dolore. Immaginiamo un titolo sulla stampa: «Un giovane gay, un adolescente di 14 anni, si toglie la vita lanciandosi nel vuoto». Poi le spiegazioni. Non sopportava più le umiliazioni, lo scherno, l’emarginazione. Per questo lui ha scelto il suicidio. Chi lo ha assassinato? È stata la logica di chi, per supponenza maggioritaria, si ritiene in diritto di abusare di un essere umano solo perché non corrisponde al suo stereotipo marcio, gonfiato dalla violenza di chi ha decretato che uniformità, è valore in sé e la diversità, l’alterità, sono disvalori in quanto tali. Questa sottocultura da cloaca, occupa senza costrutto, i cervelli di altri giovani, compagni di classe, vicini di quartiere, che invece di

.. . Omofobia: i politici, con poche eccezioni, da anni si perdono in cavilli nominalistici e strumentali dilazioni

trarre profitto da una relazione di conoscenza, di rispetto, di amore con la ricchezza del loro compagno, si degradano nella stupidità e nel pregiudizio. Questi ragazzi sono «istruiti» da adulti balordi il cui cervello andrebbe messo sotto sequestro in attesa che imparino a farne l’uso proprio. Alcuni di questi imbecilli, sono disinvoltamente tollerati nel Parlamento repubblicano con una nonchalance decisamente poco democratica. Quanto ai politici, con poche eccezioni, da anni si perdono in oziosi cavilli nominalistici e in dilazioni strumentali per interessi elettorali invece di colmare il vergognoso ritardo con cui l’Italia, come al solito, nega diritti inviolabili ai nostri cittadini lesbiche e gay, mentre coccola l’ideologia machista. Come giustificazione, adducono la cosiddetta «sensibilità» dei temi «etici» e così possono mettere in campo tutte le tecniche dilatorie per perpetuare lo schifo sine die. Questo sconcio lo chiamano moderazione. Non mi stanco di ripeterlo, la moderazione che può essere virtù altrove, in Italia si legge ferocia. Un ferocia bianca persino peggiore di quella nera. Ma cosa c’è di più «sensibile» di una vita, della vita? Non dimentichiamolo, questo ragazzo è anche figlio di tutti noi. Rivendichiamone il sacrificio.

La tiratura del 15 agosto 2013 è stata di 79.045 copie

Emma Fattorini

Senatrice Pd

●Papa Francesco ha parlato così ai fedeli in

IL RUOLO DELLA DONNA E LA SUA «DIGNITÀ», NELLA CHIESA, VANNO COMPRESE ED ESALTA-

TE.

piazza a Castel Gandolfo, prima di recitare l’Angelus nella solennità dell’Assunzione. «Comprese ed esaltate», già nel viaggio in Brasile aveva parlato della necessità di una vera e propria «teologia della donna»: cenni, passaggi, ma importantissimi. Il fatto di riprenderli il giorno di Ferragosto ha un significato tutto particolare. Nell’antichità le Feriae erano una celebrazione della fertilità e della maternità, di derivazione orientale, la dea madre Sira, patrona del lavoro dei campi, prerogative che nel corso dei secoli la tradizione popolare attribuì alla Vergine Maria. Ma a Ferragosto non si celebra una delle tante feste dedicate alla Madonna, bensì quella specialissima dell’Assunta, l’ultimo dogma mariano dichiarato da Pio XII nel 1950. E perché sarebbe così speciale? Carl Gustav Jung lo spiegò molto bene in uno scritto, divenuto importante per la storia delle donne in Occidente. Il fondatore della psicologia del profondo, basata sui simboli e gli archetipi di origine protestante nel libro Risposta a Giobbe, scriveva: «Il dogma dell’Assunzione di Maria al cielo costituisce l’avvenimento religioso più importante dell’età moderna dopo la Riforma». Perché era, secondo Jung, l’evento simbolicamente più importante per la storia delle donne moderne, per la loro emancipazione e il loro riconoscimento. Per Jung, il fatto che l’unico essere umano già assunto in cielo, prima della fine dei tempi, oltre al figlio di Dio, fosse una donna rappresentava una rivoluzione nell’immaginario collettivo e un riconoscimento di potenza enorme. Al limite dell’onnipotenza, e dunque dell’eresia, perché rischiava di equiparare troppo pericolosamente la madre, solo donna e del tutto umana, al figlio, uomo sì ma anche figlio di Dio. Un bel intrico teologico e storico. Tanto che nella storia della Chiesa i movimenti assunzionisti ebbero vita assai difficile, perché, tra le tante ragioni, rischiavano di dilatare troppo le prerogative della Madonna, e quindi delle donne. Credo dunque sia di grande rilevanza che Papa Francesco, scelga una circostanza così significativa per parlare del nuovo ruolo della donna e per celebrare il 25/esimo anniversario della Lettera apostolica Mulieris Dignitatem, di Giovanni Paolo II, sulla dignità e vocazione della donna. Il significato dell’Assunta non riguarda solo le donne nella Chiesa ma illumina, e non solo simbolicamente, l’ambivalente figura della donna mediterranea: onnipotente - per Jung l’Assunta era il ritorno ad un dio femmina -, e però anche sottomessa. Potentissima in quanto madre ma anche subalterna all’uomo-marito. Una natura fragilissima e fortissima quella della donna mediterranea, diversa dall’emancipata donna protestante. È importante tornare a queste radici profonde dell’identità femminile contemporanea di fronte al crescere della violenza contro le donne. È da lì che dobbiamo ripartite tutti e tutte. La sensibilità verso il femminicidio cresce ogni giorno, e ne siamo contente. I movimenti delle donne sono in allerta permanente, le deputate e le senatrici, tutte, hanno lavorato con un impegno straordinario, da ultimo il decreto governativo sancirà provvedimenti urgenti. Tutto questo ci rende giustamente orgogliose. Il «ma» che segue d’obbligo a queste osservazioni parla giustamente di prevenzione. E però nessuna prevenzione è più efficace che ripartire dalla forza delle donne mediterranee, e non solo dalla loro debolezza. Perché è oggi la loro forza a spaventare, quando vengono meno i contrappesi che la cultura occidentale maschile aveva messo in piedi, per venirne a patti e per farne il frutto di un rapporto amoroso. In questo senso, le culture religiose possono essere preziose alleate delle donne e della loro capacità di costruire relazioni buone.


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lunedì 19 agosto 2013

SOCIETÀ

Addio individualismo È il momento di costruire una nuova comunità

L’immaginazione è necessaria per superare l’indifferenza come «patologia sociale»: nonostante questo modello sia in crisi, come il capitalismo, bisognerà affidarsi all’utopia SERGIO LABATE FILOSOFO DEI DIRITTI UMANI I VALORI CHE LA SOCIETÀ IPERINDIVIDUALISTA SI È INCARICATA DI PROPAGANDARE HANNO AVUTO EFFETTI DELETERI, dal punto di vista del carico di uma-

nizzazione e della dimensione empatica. Come se fosse condizione necessaria all’iperindividualismo un addestramento nell’indifferenza come «patologia sociale». Ma, oggi non è illecito sostenerlo, siamo dinanzi non solo al successo di un modello ideologico, ma anche e contemporaneamente al suo evidente fallimento, alla sua fine.

In analogia, non a caso, con quanto sta avvenendo con il capitalismo, questa è l’epoca del trionfo dell’individualismo e del suo irreversibile tramonto. Vorrei sottolineare tre questioni all’apparenza marginali. La prima riempie, un po’ provocatoriamente, i puntini sospensivi: se l’individualismo giunge al capolinea… non sarà così semplice ripensarsi, sia individualmente sia socialmente. Chi più chi meno, ciascuno di noi deve fare i conti con una lotta interiore per non aderire quotidianamente a quell’ordine di senso che rende questa società affollata di «edonisti senza cuore», per citare un autore insospettabi-

le come Weber. La seconda questione proverà a mettere in discussione una generale e indeterminata apologia della comunità come possibile rifugio dall’individualismo. Il mio intento è mostrare come l’individualismo non è una strategia di esclusione del mondo ma piuttosto funziona come strategia strumentale nei confronti dell’alterità. Di nuovo, l’individualismo è innanzitutto una teoria della società nonostante che, come scrive bene Leo Strauss, «non vi è ragione perché l’egoismo collettivo si pretenda più rispettabile dell’egoismo individuale». La terza questione fornisce invece degli elementi di novità radicali a partire da cui rigenerare il tessuto sociale e configurare comunità dis-identificative. La scommessa non è tanto di “uscire dall’individualismo” poiché è l’individualismo stesso (nella sua versione sociale che definiamo capitalismo) che non ha più interesse a stare dentro il precedente ordine (quello in cui la riproduzione del capitale era possibile attraverso lo scambio con il benessere sociale fondato sui diritti universali). Si tratta allora di scegliere tra un’uscita regressiva e un’uscita progressiva. L’uscita regressiva non è soltanto mossa dalla nostalgia dei tempi passati ma anche da un’assoluta abiura delle conquiste della modernità. Al contrario, l’uscita progressiva è in grado di ripensare criticamente alcune categorie moderne - riconoscendone lo statuto dialettico - per evitare che la fine dell’individualismo coincida con la fine della società, invenzione liberatrice del moderno. Edonisti senza cuore. Tre sfumature, a mio avviso, descrivono bene «il capolinea dell’individualismo» e il disorientamento esistenziale che ne consegue per ciascuna/o. Cercherò di sottolineare come il trionfo dell’individualismo si fonda su una incessante strategia di depersonalizzazione e il suo fondamento emotivo è l’angoscia. Dietro l’individualismo non c’è insomma alcuna libertà individuale, ma ogni progresso è stato alla fine un «fenomeno repressivo». Comunitarismi. Una delle reazioni più evidenti

del fallimento dell’individualismo è un ambiguo ritorno alla comunità. Questo ritorno non è affatto positivo di per sé. A partire, per esempio, da un dato sociale inoppugnabile: che la parabola dell’individualismo non è che la parabola di una società costretta ad un modello ideologico egemonico e totalitario. L’«individuo individualista» non potrebbe esistere se non all’interno delle differenti versioni di «società iperindividualista». L’individualismo è stato un dispositivo sociale che ha sequestrato un’intera porzione di mondo attraverso le armi di distrazione di massa, nient’altro. Ora, il suo ritiro può essere anche una scelta volontaria: una imposizione regressiva dei Pochi che non hanno più bisogno di organizzare la vita dei Molti (il tramonto/trionfo della società capitalistica). Ecco perché ci sono segnali di un «comunitarismo disperato», che bisogna ben interpretare. Segnalo alcuni fenomeni di questo comunitarismo che contengono in sé l’ambiguità della dialettica tra individuo e comunità e che si diffondono sempre più: la nascita della società in rete, la dimensione tribale delle appartenenze e i modelli identitari come schema delle costruzioni comunitarie, l’uso «moralista» delle tradizioni, l’uso perverso della comunità-mondo. Dinanzi a queste forme di comunitarismi tribali c’è forse un solo modo per ripensare i modelli comunitari, ed è quello di recuperare uno specifico portato dell’età moderna, e cioè l’invenzione della società. Contrariamente a quanto crede la maggior parte delle persone, non sono affatto convinto che la malattia di questa epoca sia la mancanza di comunità e che, dunque, bisogna aumentare gli spazi comunitari. Credo piuttosto che la nostra epoca sia segnata da una pericolosa tentazione di un eccesso di comunità e di una rimozione strutturale e pianificata della società. Fare i conti con la mancanza. Per certi versi, la società individualista è stata la prova del fallimento stesso dell’idea di società, così come è stata inventata nell’età moderna. Ma dinanzi al capolinea dell’individualismo le possibilità sono appunto almeno due: o provare a fare i conti in forma progressiva con questo fallimento o recedere attraverso una ingenerosa nostalgia di ciò che era prima. È l’opzione a mio avviso determinante tra una critica moderna alla modernità e un definitivo ingresso nelle tenebre del postmodernismo. Il mio ultimo tentativo è dunque quello di segnalare alcuni indizi di un concetto progressivo di comunità, dentro cui vi siano conservati e non tolti tutti quegli elementi essenziali che l’invenzione della società ha portato in dote. Per fare questo proverò a rispondere ad una domanda un po’ particolare e, di sicuro, provocatoria: le relazioni intersoggettive che si innescano all’interno di quella sfera sociale egemonica che oggi definiamo «mercato» sono relazioni di ordine sociale o di ordine prevalentemente comunitario? A partire dalla risposta a questa domanda, proverò a segnalare alcuni caratteri dell’invenzione moderna della società che, a mio avviso, permettono all’idea di comunità di schivare ogni rischio di comunitarismo: la società come il luogo di una possibile identità pubblica universalistica; la società come il luogo in cui il principio comunità si invera nella sussidiarietà (cioè nell’incontro tra le comunità). Basta tutto questo a uscire dal capolinea dentro cui stiamo tutti ad aspettare il prossimo bus? Ovviamente no. Non credo sia solo questo a permetterci una riconfigurazione delle nostre relazioni. Credo che, da questo punto di vista, servano almeno tre ordini d’investimento culturale: una ridefinizione dell’immaginario e dell’immaginazione; un lavoro sull’identità di ciascuno come mancanza e una definitiva battaglia a favore dell’inconscio (come un carattere essenziale del divenire persone); un recupero della dimensione materialmente trasformatrice della virtù della speranza e della forza dell’utopia.

IL CONVEGNO

Domani ad Assisi si parla del «mondo plurale» In questa pagina un estratto dalla relazione che il filosofo Sergio Labate terrà mercoledì ad Assisi al convegno «Comunità: trauma e sogno nel mondo plurale» organizzato dalla Cittadella di Assisi nell’ambito del 71° Corso di studi cristiani in programma dal 20 al 25 agosto. Al convegno ci saranno tra gli altri: Ermes Ronchi, Paolo Ricca, Raniero La Valle, Carlo Gubitosa, Enzo Bianchi, l’urbanista Paolo Berdini,lo scrittore Eraldo Affinati e Cristina Simonelli.

: Rizzante e gli altri: come salvarsi grazie alla poesia P.18 PERSONAGGI : I sessant’anni di Nanni Moretti P.19 RITRATTI : I volti femminili di un regista: Citto e le donne P.21 LIBRI : Com’è cambiato il sogno americano! P.21 NUTRIMENTI


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martedì 20 agosto 2013

PSICOLOGIA

Perdonare conviene

Uno studio dimostra che migliora la salute psichica Chi è incline al perdono evita di rimuginare in continuazione sull’offesa, di vivere per la vendetta di schiumare rabbia... e il beneficio è anche fisico PIETRO GRECO

ILPERDONOFABENE.SOPRATTUTTOACHILOCONCEDE. MIGLIORA LA SUA SALUTE PSICHICA E PUÒ ESSERE ANCHE UNA TERAPIA PER CACCIARE VIA, QUANDO SI PRESENTANO, molti fantasmi della mente. È pro-

vato: perdonare conviene. Barbara Barcaccia, psicologa dell’università dell’Aquila, e Francesco Mancini, neuropsichiatra infantile, già presidente della Società italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva, hanno curato un libro, Teoria e clinica del perdono (pagine 230; euro 24,50) appena uscito per Raffaello Cortina Editore. È il primo libro italiano in cui il perdono è affrontato dal punto di vista della psicologia scientifica. E il risultato non giunge del tutto inatteso. Il perdono fa bene. Più a chi lo porta che a chi lo riceve. Può diventare persino una cura. Anche se non mancano i rischi. Diciamo subito che la psicologia del perdono è scienza recente. Fino agli anni ’90 del secolo scorso l’atto del perdonare era preso in considerazione solo dai filosofi e dai religiosi. Soprattutto, ma non solo, cristiani. «Dio, perdona loro perché non sanno quel che fanno», chiede Gesù dalla croce. Non è forse quella cristiana la religione del perdono, che ha nella confessione il suo principale rituale? È forse in virtù di questo pregiudizio che gli psicologi non se ne sono, di fatto, mai occupati. Fino al 1990 gli articoli scientifici sull’argomento in tutto il mondo non superavano la ventina. Sono stati appena 81 nel quinquennio 1996/2000; sono saliti a quasi 250 nel quinquennio successivo per poi balzare a 445 nel 2006/2010. Un vero boom, favorito dal fatto che nel 1998 la Templeton Foundation ha deciso di finanziare studi sull’argomento e che nel 2003 si è tenuta la prima conferenza internazionale sulla psicologia del perdono. UN LIBRO A QUATTRO MANI

Particolare di un disegno di Omar Galliani per il progetto «Il codice degli angeli»

Gli studi non sono stati e non sono affatto semplici. Perché, in primo luogo, occorre definire cos’è il perdono. Impresa a tutt’oggi non pienamente riuscita. In primo luogo bisogna distinguere tra il perdono interpersonale, su cui si sofferma il libro di Barcaccia e Mancini; il perdono tra collettività; il perdono a livello giuridico. Il perdono tra singole persone, in prima battuta, può essere definito in negativo. Perdonare non è semplicemente scusare o giustificare o dimenticare un torto subito. Perdonare non è neppure riconciliarsi con la persona che ha offeso. Il perdono è un processo. Che prevede, in uno dei modelli più accettati, quattro fasi. La prima delle quali è riconoscere l’offesa. E riconoscerla per tale, non importa se sia grave o meno. Molte donne, per esempio, hanno difficoltà a riconoscere nella violenza del marito un’offesa. Spesso queste donne scusano, giustificano o preferiscono dimenticare le offese. Ma in mancanza di un esplicito riconoscimento, in primo luogo con se stesse, del torto inaudito subito, non possono perdonare. La seconda fase è decidere di perdonare. Non è un processo istantaneo. Una volta riconosciu-

ta l’offesa, bisogna superare il desiderio di vendetta, la rabbia e anche la giustificazione o la tentazione di dimenticare. Di metterci una pietra sopra. No, che decide di perdonare deve tenere sempre ben presente l’offesa. La sua gravità. Solo così può rendersi disponibile a perdonare e poi impegnarsi a farlo. La terza fase è lavorare per raggiungere il perdono. Sempre tenendo a mente l’offesa, si inizia ad assumere la prospettiva di chi ha offeso. Si cerca di entrare nei suoi panni. Di ripercorre il processo che ha portato a offendere. Si diventa così empatici con l’offensore. Se ne prova sincera ma consapevole compassione. Si accetta la sofferenza. Si comprende che il perdono è un atto unilaterale, che non coinvolge chi ha offeso. Io ti perdono, qualsiasi cosa tu faccia. Anche se non me ne fai richiesta. Anche se non chiedi scusa. La quarta fase è perdonare e approfondire il senso del perdono e le sue conseguenze. In questa quarta fase, dunque, non ci si limita a perdonare chi ha offeso, ma si ridisegna la propria vita. Naturalmente il processo del perdono non si esaurisce in questo schema (in cui neppure tutti gli esperti si riconoscono). Non fosse altro perché ogni percorso che porta al perdono è personale. In questi dieci o quindici anni di studi scientifici si sono raccolti sufficienti dati empirici per poter sostenere che il perdono non è solo un nobile gesto morale che viene compiuto, in genere, più dalle donne che dagli uomini e indipendentemente dal credo religioso. Quella cristiana sarà pure la religione che più di ogni altra si fonda sul perdono, ma i cristiani perdonano, in media, quanto gli ebrei, i musulmani o gli atei. AIUTA I DEPRESSI

Quasi tutti coloro che perdonano ne hanno un beneficio: un maggiore benessere, non solo psicologico, ma anche fisico. Già, perché chi è incline al perdono evita di rimuginare in continuazione sull’offesa, di vivere per la vendetta, di schiumare rabbia. Cosicché non solo vive con un animo più leggero, ma ha una pressione arteriosa in media più bassa, un sistema immunitario più robusto, una minore propensione alla stanchezza, allo stress, alla depressione. Perdonare dunque fa bene, a chi perdona. Non necessariamente a chi è perdonato. Che anzi, vede spesso acuirsi il proprio senso di colpa. Tuttavia perdonare non deve significare abbassare la guardia. Se una donna perdona il suo compagno violento e torna a vivere con lui, per esempio, è più esposta al rischio di una recidiva. Quindi le conseguenze del perdono vanno valutate, caso per caso. Il perdono, tuttavia, non ha solo effetti fisiologici. Può essere una terapia per alcune tipologie di disturbi. Viviana Balestrini, per esempio, mostra come il processo del perdono possa essere efficace nella cura della depressione. E lo stesso Francesco Mancini insieme ad Angelo Maria Saliani dimostrano che molti disturbi ossessivo-compulsivi causati da un senso di colpa deontologico e, dunque, strettamente morale, possono essere curati con la terapia del perdono. Anche se in questo caso viene evocato il più difficile dei perdoni. Il perdono di sé.

: «Ritorno a Haifa» diretto da Castaldi apre il Todi Festival P.18 LE SIGNORE DEL GIALLO : Da Gerritsen due detective di culto P.19 GLOBALIZZAZIONE : Le lingue perdute dell’India P.20 L’INTERVISTA : Bruce Willis, le donne e «Red2» P.21

TEATRO


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martedì 20 agosto 2013

U: CULTURE

Haifa e il figlio perduto

Un testo di Kanafani inagura venerdì il Todi Festival Patrick Rossi Gastaldi cura la regia della drammatica storia in cui una coppia palestinese torna a casa dopo l’occupazione del 1948 ROSSELLA BATTISTI rbattisti@unita.it È UNA STORIA INTENSA, STRAZIANTE QUELLA CHE GHASSAN KANAFANI TESSE NEL SUO ROMANZO Ritor-

no a Haifa, e che Patrick Rossi Gastaldi mette in scena come spettacolo inaugurale al Todi Festival, il prossimo 23 agosto. Una storia che ben illustra lo sguardo inquieto del festival - tornato a essere diretto da Silvano Spada - sulle vulnerabilità e le contraddizioni profonde del mondo moderno. Qui, infatti, si racconta di una coppia palestinese che torna a Haifa vent’anni dopo avere dovuto lasciare la loro città per l’occupazione dell’esercito israeliano nel 1948. Ritrovano così il figlio smarrito nella fuga, che è stato cresciuto da un’ebrea sopravvissuta ai campi di concentramento tedeschi e che ora vive nella loro casa . Scrittore, giornalista e attivista, Ghassan Kanafani è stato una delle voci più importanti dell’intellighenzia palestinese, prima di essere ucciso nel 1972 a Beirut in un attentato attribuito al Mossad.

Patrick Rossi Gastaldi, l’aspetto più incredibile è che parliamo di un testo che risale al 1969, in cui è estremamente ardito e lucido il collegamento che KanafanifratralaShoaheladiasporadeipalestinesi, sottolineando una stessa sofferenza dei popoli. Mapocoonullasembraesserecambiatodaallora...

«Leggendolo e impostandolo in scena mi capita di piangere su quanto l’uomo sia terribile su se stesso, come crei meccanismi inarrestabili e una storia basata sui massacri. Quest’opera di Kanafani, in particolare, appartiene alla sua seconda ondata di scrittura, quando era più lucido, meno in trincea, ed è riuscito a smussare tutte le sue asprezze sugli ebrei, regalando battute molto belle all’israeliana Miriam. La ricerca di giustizia dell’autore, che ha vissuto in prima persona il massacro del vilaggio arabo di Deir Yassin, qui si fa complessa, ogni personaggio racconta la sua verità e tutti mostrano una terribile sofferenza». Forse è la «censura» sulla questione palestinese a lungo mantenuta dal senso di colpa dell’Occidente all’indomani dell’Olocausto, ma oggi al cinema emergono tematiche che Kanafani ha anticipato di molti anni come «Private» di Saverio Costanzo sull’occupazione di una casa palestinese da parte

dei soldati israeliani o «Il figlio dell’altra» - peraltro, di una regista israeliana, Lorraine Levy. Ne ha tenuto conto nel suo allestimento?

«Sì, mi sono attenuto al linguaggio etico-drammatico di Kanafani. All’epicità di scansione delle frasi dove l’emotività ha mille sfumature e tutti gli stati d’animo devono essere chiari. Un affresco corale ma assolutamente non cinematografico. Per esempio, nel finale uso un’allocuzione in cui la donna ebrea si rivolge verso lo spettatore e dice “questa è una storia dolorosa per tutti”. Anche la scenografia è rigorosamente teatrale: uno spazio delineato sulla destra della scena - l’ho voluto asimmetrico per sottolineare lo stato di squilibrio dei personaggi. È un interno spoglio di cucina, circondata da un altro spazio con luci diverse, che allude al deserto, al caldo opprimente che stringe d’assedio la casa e i suoi occupanti. Inoltre, l’adattamento teatrale del romanzo, a cura di Valentina Palazzari, ha ampliato la prospettiva, rendendola più corale. C’è anche un finale in parte diverso: il romanzo resta sospeso, a teatro, invece, chiudo con altre parole di Kanafani su cos’è la patria e cos’è un figlio».

Un figlio. E due madri: quella palestinese che lo ha smarrito nella fuga e quella ebrea che lo ha cresciuto. Come si confrontano le attrici?

«Amanda Sandrelli, nel ruolo di Safiya, attinge a ferite del suo privato. Ha maturato una tecnica che l’ha resa più solida, il suo pianto è toccante. Anche la Miriam di Barbara Chiesa è intensa, mentre Danilo Nigrelli che fa Said è irruento. Il figlio, Khaldum, è un mio allievo, Davide De angelis, alla sua prima esperienza». A proposito di allievi, lei ha una lunghissima esperienza come insegnante - per otto anni anche all’interno di «Amici» di Maria De Filippi -, dal suo osservatorio privilegiato trova diverse le nuove generazioni ed è cambiato il metodo di insegnamento?

«Amici è stata un’esperienza per me scioccante, un meccanismo televisivo a cui non era abituato per il quale la notorietà arriva non per te ma attraverso gli altri e questo mi dava un po’ fastidio. Ma all’interno ho affinato un modo di insegnare, un metodo che definirei basato sull’ascolto. Tanti esercizi messi insieme per abituare l’allievo ad avere coscienza di sé, ad ascoltare e non monologare. Rispetto ad altre generazioni, su questa incombe un’ignoranza su cui devi agire, fargli conoscere la nostra storia, ma senza colpevolizzare i ragazzi. Non conoscono Gassman? E tu glielo fai vedere. Non sanno chi è Carmelo Bene? E tu glielo fai sentire. E poi uso il verso poetico per fargli entrare dentro il rimo musicale. Ne restano affascinati, quanto alla bravura c’è sempre chi lo è e chi meno. Come è sempre successo».

Amanda Sandrelli, ospite del Todi Festival

Jan Fabre, «Angel Brain»

Il bene comune più importante? È il pensiero Oggi più che mai, sostiene Roberto Esposito nel suo nuovo saggio, andrebbe rivendicato GIUSEPPE CANTARANO

NON SOLO GRAN PARTE DEL SUO LESSICO, MAICONCETTIPIÙIMPORTANTIDELLAPOLITICA HANNO UNA EVIDENTE - E ACCERTATA - ORIGINE TEOLOGICA. Come ci ha spiega-

to Carl Schmitt. Ma c’è anche chi ha mostrato - come l’egittologo Jean Assmann, nel suo libro Potereesalvezza.Teologia politica nell’antico Egitto, in Israele e in Europa, Einaudi 2002 - esattamente il contrario. E cioè, che sarebbero invece le categorie teologiche - e il suo vocabolario - ad avere una derivazione politica. Due tesi contrapposte. Ma che convergono su un punto decisivo. Ovvero, che tra teologia e politica vi sia una stringente relazione. Un rapporto, a dir poco, bimillenario. Risalente a san Paolo. Depositato non solo in quello che si può considerare il primo documento cristiano sulla politica, La Lettera ai Romani. Ma anche nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi. Nella quale l’apostolo evoca il mistero del katechon. Quel potere - non sappiamo se incarnato nella Chiesa, cioè nella teologia, oppure nell’Impero, cioè nella politica - che frena il dilagare del male nel mondo. Ma che, trattenendo l’irrompere del male, non fa altro - paradossalmente - che ritardare la vittoria finale, escatologica del bene. L’avvento, insomma, della parousia. Se, dunque, il rapporto tra teologia e politica può apparire anche contraddittorio, ciò non toglie che esso sia consolidato. Di «lunga durata», diciamo pure così. E necessario. Ineludibile. Come ha ricordato Massimo Cacciari nel suo libro Il potere che frena. Saggio sulla teologia politica ( Adelphi 2013 ). È invece tutto teso a smontare genealogicamente questo dispositivo teologico-politico, il nuovo libro di Roberto Esposito (Due.La macchina della teologia politica e il posto del pensiero, Einaudi 2013, pp. 233, euro 21,00 ). Il filosofo napoletano non è per nulla convinto che il nostro agire storico - perlomeno in Occidente – sia destinato a oscillare tra «Scilla e Cariddi». Tra il polo teologico e quello politico. Coloro che ritengono vi sia un originario contenuto teologico nella politica o, viceversa, un originario contenuto politico nella teologia, pensano già all’interno della «macchina» teologico-politica. La pre-

suppongono. È questa «dogmatica» presupposizione - secondo Esposito - che ha impedito di darne una definizione condivisa. Giacché si presuppone ciò che invece si dovrebbe spiegare. Criticare. Cioè la relazione tra teologia e politica. Non è forse questo il compito della filosofia? Soprattutto della filosofia contemporanea? Si dovrebbe spiegare - filosoficamente criticare - la «presunta» vocazione politica della dimensione religiosa e, viceversa. Spiegare - filosoficamente criticare - il «presunto» radicamento religioso dell’agire politico. Invece nella «relazione fra teologia e politica - osserva Esposito - nessuna delle due ha una precedenza assoluta». Una medesima dinamica quella della teologia politica - che tende ad una sintesi unitaria. Facendo ricorso a quella che Esposito definisce «inclusione escludente». Teologia politica - precisa Esposito - è la parte subalterna che, nel corso della storia, è stata inclusa mediante la sua esclusione, è stata quella del corpo rispetto all’anima, quella della natura, degli animali, delle donne rispetto all’uomo, quella dei bambini rispetto agli adulti, quella dei malati rispetto ai sani, quella dei folli rispetto ai normali, quella degli schiavi rispetto ai liberi, quella dei neri rispetto ai bianchi, quella degli ebrei rispetto agli ariani, quella dei gay rispetto agli eterosessuali e così via. È da questo dispositivo gerarchizzante e autoritario che tende a ridurre il Due - la molteplicità differenziata e immanente dell’essere vivente - all’Uno l’astrazione indifferenziata e trascendente della Norma - che dovremmo liberarci. È da questa infernale «macchina escludente» della teologia politica dentro cui sono imprigionati i nostri corpi e i nostri pensieri, che dovremmo uscire, dice Esposito. Ma non è facile. Perché è una «macchina» - quella teologico-politica - che ha «messo in forma» l’intera civilizzazione occidentale. Facendo leva soprattutto sulla nozione «proprietaria» di persona. Ciò che ci è dato fare - conclude Esposito - è sottrarre il pensiero alla vocazione appropriante, individualistica ed escludente della persona. E restituirlo - sulla scia di una tradizione di pensiero «maledetta», che va da Averroè, Dante, Bruno, Spinoza a Nietzsche e Deleuze - all’intero genere umano. Poiché il pensiero non è - come si crede - una proprietà dell’individuo, ma un «bene comune». È forse il primo e più importante «bene comune» che dovremmo, oggi più che mai, rivendicare. Per rendere finalmente la democrazia non più una istituzione teologico-politica «verticale» dei figli assoggettati ad un Padre, ma una relazione «orizzontale» di semplici fratelli.


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mercoledì 21 agosto 2013

L’ANNIVERSARIO IL LEADER DEL PCI MORÌ 49 ANNI FA. È OGGI POSSIBILE UNA RIFLESSIONE AFFRANCATA DAGLI STILEMI DELLA «GUERRA FREDDA CULTURALE» GIUSEPPE VACCA

Togliatti, un padre costituente

L’ANALISI STORICA

1957 Comizio alla Festa de l’Unità

... Va approfondito il suo ruolo nella nascita della democrazia dopo gli anni del fascismo

SEGUE DALLA PRIMA

La ragione è duplice, sia perché nell’origine della Repubblica l’impronta di Togliatti fu preponderante sia perché il Pci, essendo stato per quarantacinque anni il secondo partito italiano, ha costituito anche un problema storico-politico irrisolvibile. Fra le più lucide intuizioni di Aldo Moro resta la definizione della democrazia italiana una «democrazia difficile» (1975). Riaffrontare il tema della democrazia in Italia dopo il fascismo e riuscire a porlo serenamente all’attenzione dei media sarebbe la via migliore per favorire la formazione di un giudizio consapevole dei cittadini italiani sulla propria storia. Qualcosa di analogo a quanto si è fatto per De Gasperi, sulla cui opera politica il giudizio degli italiani - tanto dei discendenti di chi ne condivise il pensiero e l’azione quanto dei discendenti dei suoi avversari ormai converge. Ma non si tratta solo di rendere quel che spetta alla memoria di Togliatti quanto piuttosto di costruire un racconto della democrazia repubblicana su cui i cittadini possano riflettere anche per districarsi fra le vicende politiche del presente. Questa consapevolezza non potrà svilupparsi se nel discorso pubblico la figura di Togliatti continuerà a non essere percepita per quel che fu effettivamente. Parlo, naturalmente, del Togliatti protagonista della storia d’Italia e non della storia del comunismo internazionale di cui pure egli fu una figura eminente. Sebbene i due aspetti siano stati interdipendenti e intrecciati, l’opera di Togliatti come «padre costituente» e, per certi aspetti, primo dei padri costituenti ha un’impronta squisitamente nazionale che continua a operare proficuamente tra le generazioni più avvertite dell’intelligenza italiana.

1955 Insieme a Pietro Nenni

UN ARTICOLO SU «VIE NUOVE»

PRIMO PASSO CON LA SVOLTA DI SALERNO

L’opera costituente di Togliatti cominciò con la «svolta di Salerno» e si concluse con Il memoriale di Yalta, scritto nei giorni precedenti l’ictus del 13 agosto che ne causò la morte. La svolta di Salerno non fu solo l’avvio di una politica che unificò i partiti antifascisti intorno all’obiettivo della guerra di liberazione. Essa consentì anche agli italiani di contribuire a liberare il Nord dall’occupazione hitleriana e all’Italia quindi di ricevere un trattamento meno duro al tavolo della pace di quello che fu riservato alle altre due potenze dell’Asse, la Germania e il Giappone che insieme a noi avevano scatenato la Seconda guerra mondiale. Inoltre fu una politica che sgombrò il terreno dalla questione istituzionale affidando la decisione, su monarchia o repubblica, a un referendum popolare da tenersi dopo la fine della guerra. Tolse di mezzo lo Statuto Albertino, spianando il cammino alla nascita di

.. . All’origine della costruzione della Repubblica l’impronta del segretario del Partito comunista fu preponderante

co e l’eurocomunismo, spinsero il Pci oltre i confini della sua storia. Tuttavia, collocare serenamente Togliatti nella storia d’Italia non è solo un doveroso compito culturale è anche un’operazione politica, non facile ma decisiva per ricostruire un’idea della politica di cui il Paese ha estremo bisogno. Intendo dire quell’idea della politica secondo cui nulla si costruisce senza avere ben chiari i problemi che il Paese eredita dalla propria storia recente e remota. Essa costituisce un paradigma per la figura del leader che Togliatti impersonò in maniera eminente. Mi riferisco alle caratteristiche per cui un vero leader politico dovrebbe essere consapevole degli effetti di lunga durata dell’azione che sviluppa, inevitabilmente condizionato dalle situazioni e dai rapporti di forza. Vale la pena di riflettere sul modo in cui Togliatti riassunse il proprio operato dopo la fine dei governi di unità antifascista e di come si preoccupò di trasmetterne il significato al mondo popolare che aveva riposto in lui speranze e fiducia.

1948 In ospedale dopo l’attentato

1964 I funerali

una Repubblica fondata sul suffragio dei cittadini. In altre parole fu l’atto di nascita della nazione democratica che segnò una discontinuità nella storia d’Italia ben più profonda di quella rappresentata dal fascismo rispetto all’Italia monarchica e liberale. Fondare la nazione democratica volle dire imprimere alla storia d’Italia un corso in cui gli italiani potessero finalmente affrontare con le proprie forze le fratture territoriali, religiose, culturali e sociali ereditate dal Risorgimento, dall’età liberale e dal fascismo. Questo fu il compito sostanzialmente assolto dai partiti popolari nel primo trentennio della Repubblica. Ma le condizionalità della guerra fredda generarono insuperabili asimmetrie. Richiamerei l’attenzione, ad esempio, sul fatto che il Pci, unico partito

comunista protagonista della fondazione di una repubblica democratica, facendo della Costituzione il suo «programma fondamentale» non agevolò il formarsi di un patriottismo costituzionale condiviso. In effetti le condizioni maturarono solo negli anni Settanta, grazie alla europeizzazione del Pci e alla condivisione della politica estera dell’Italia da parte di tutti i partiti antifascisti realizzatasi alla fine del 1977. Ma anche questo traguardo non sarebbe stato possibile se nel Memoriale di Yalta non fosse stata formulata una lucida istruttoria della crisi internazionale del comunismo e gettato il seme del riorientamento del Pci verso l’integrazione europea. Sviluppandone l’ispirazione Luigi Longo e Enrico Berlinguer introdussero quel complesso di innovazioni politiche che, con il compromesso stori-

All’indomani della estromissione dei comunisti e socialisti dal governo, il 27 luglio 1947 egli scrisse -non su l’Unità o Rinascita, ma su VieNuove, il rotocalco popolare del Pci -: «Di tutta questa lotta estenuante durata più di due anni, credo che il punto fondamentale sia questo: siamo usciti dalla guerra con una minaccia all’unità del nostro Paese, e cioè all’esistenza stessa dello stato italiano come tale ed abbiamo evitato che questa minaccia divenisse realtà…Se avessimo accettato la sfida della guerra civile in certi momenti, soprattutto quando la sfida poteva essere accettata…forse l’Italia non sarebbe oggi un Paese unito, libero e indipendente. Grazie alla nostra politica siamo riusciti ad ottenere che la lotta per la democratizzazione del nostro Paese si svolga in quel quadro dell’unità nazionale che fu conquistato nel secolo scorso, oltre che per gli sforzi dei gruppi più avanzati della borghesia anche per gli sforzi della classe operaia». È solo uno dei molti brani che si potrebbero citare dai suoi scritti su quel periodo, ma ha il merito di essere scritto in tempo reale e in forma accessibile a tutti. È una lezione esemplare sullo stile della leadership poiché la consapevolezza del valore storico del proprio operato si coniuga alla chiarificazione dei suoi limiti, in un equilibrio fecondo e utile per continuare ad assolvere un ruolo politico nella vicenda nazionale che comunque procede e ci sopravanza.

.. . È stato un protagonista della storia d’Italia, anche se fu eminente figura del comunismo internazionale



Dall'Unità - luglio agosto 2013