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Carlo Villa

con l’ansia d’uno scriba ridottosi a vittima sacrificale dalla sua stessa fedeltà a un compito sopraffatto dall’inessenziale dilagante. In Villa tutto è testo in questo suo diario che mima l’anima, animando la vita, solo venisse letto: antologia di affondi da prima pagina, a commento d’una condizione drammatica che incalza nel raccontare una storia disperatamente laica, nella convinzione che tutto sia sempre possibile all’autenticità della scrittura; o nulla si potrà più salvare. Carlo Villa esordisce in poesia con l’avallo di Sinisgalli e Pasolini ed è nei Coralli Einaudi coi romanzi “La nausea media”, “Deposito celeste”, “I sensi lunghi”, “L’isola in bottiglia”; inaugura la collanina bianca di poesia con “Siamo esseri antichi”, ed è in quella di Munari con “Le tre stanze”. Con gli Editori Riuniti pubblica il romanzo “Muore il padrone”, con De Agostini “Morte per lucro”, con Feltrinelli “Pan di patata”, mentre Guanda con “La maestà delle finte”, e Scheiwiller con “L’ora di Mefistofele” accolgono le sue ultime raccolte poetiche. Per la Società Editrice Fiorentina edita “Agrità”, “Sotto la cresta dell’onda”, “Quel pallido Gary Cooper”, “Caro, dolce nessuno”, “Dripping”, “Impronte” e “L’ospite sgradito”. Per la Rai e la Radiotelevisione Svizzera ha collaborato a lungo con originali radiofonici e televisivi. In “Lector in tabula” raccoglie una scelta di quanto nel tempo ha prodotto come critico presso quotidiani e periodici in anni ancora fruttuosi per la letteratura. (carlovilla@altervista.org; dike.ver@alice.it) In copertina collage dell'autore

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Nell’“Ospite sgradito”, che nella bibliografia di Carlo Villa precede il presente titolo, nella chiusa l’autore l’aveva pur detto di stimare l’uomo malvagio quanto ogni volta gli bisogna: spesso accecandosi artificialmente per esaminarli meglio i luoghi del suo scrivere, subendovi l’irreparabile che permea i dipinti medievali, col viso dei redenti così simile al ghigno dei dannati. Ma di tanti scempi descritti – della politica, quanto della cosiddetta società civile che con dolo paritario l’asseconda – poi Villa ha lasciato sempre che per trarvisi in salvo agisse l’umile lavoro della poesia, che anche alle cose più insensate sa dare un pegno sensibile. E anche in questa nuova puntata d’un giornale alla Eluard, l’autore de “La nausea media” e di “Pan di patata” scrive per chi non abbia altro che incubi, dai quali sia difficile destarsi senza l’ozio affaccendato del leggere, schierandosi disincantato con Cioran, quando sentenzia: “Soltanto lo scrittore senza pubblico può permettersi d’essere sincero. Una cosa solo conta, imparare ad essere perdenti”, in un pessimismo senza rimpianti, che dimostra quanto sia vero che chiunque scriva un libro, per quanto cupi possano essere i suoi passaggi, resta necessariamente un ottimista. Credesse davvero a quello che scrive, perché impiegherebbe così copiose energie e tanto tempo per dirlo? Se solo a saper distinguere il proprio pieno dal proprio vuoto, s’apprende l’architettura d’uno stile, l’approssimazione e bugia per eludere l’oltraggio del gesto inessenziale. Consola ciò che può riscattare dall’incongruo, per quel centro che in ogni caso resta di chi lo trova; purché cercato con attenzione, la periferia lasciandola a chi vi si senta compatibile; e Villa ha perseguito tutto questo da oltre mezzo secolo, da considerarsi uno stilita assiso in precaria attesa che le barbarie descritte lo riducano all’inevitabile precipizio, la scrittura vigente non concependo più da tempo la frase responsabile. Ed è per tanto disagio sofferto che filtra questo distillato di paragrafi indignati senza più nulla a pretendere,

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Editrice Fiorentina


© 2010 Società Editrice Fiorentina via Aretina, 298 - 50136 Firenze tel. 055 5532924 info@sefeditrice.it www.sefeditrice.it blog www.seflog.net/blog facebook account www.facebook.com/sefeditrice twitter account www.twitter.com/sefeditrice isbn 978-88-6032-144-2 Proprietà letteraria riservata Riproduzione, in qualsiasi forma, intera o parziale, vietata


Ogni inizio è solo una continuazione e il libro del destino è sempre aperto nel mezzo. (W. Szymborska) Diario, cimitero dei pensieri perduti (R. G. de La Serna)

L’abitudine a tenere il diario nasce dall’adolescenza e dai dormitori femminili, e certo un diario non sarebbe mai da pubblicare, venendo meno altrimenti il profumo e l’atmosfera autentica dell’“a parte”, quale possibile valore intrinseco, circoscritto a un privato avvampato: Saint-Simon lo capì con severo giudizio. Ma, re in incognito e principe ereditario delle lettere, i suoi piaceri sono però infiniti, mai impacciati dagli accapo e dalle virgole, qualora venga frequentato oltre l’urlo della contingenza onanista; ed è con questo convincimento che l’uomo, congesto durante il giorno, generalmente nel silenzio della notte sale sul piedistallo dei suoi quaderni per dirigervi il traffico dei pensieri accaniti e dei fatti rimasti inspiegati, spacciandovi il diritto d’occuparsi di tutto senza un briciolo di pudore, né di rassegnazione: perché adesso le cose gli appartengono tutte e ne può ricavare budini e marmellate con una facilità che stupisce; manicaretti estremi e il mondo circostante gli si scioglie e liquefà in zuccherini confidenziali attraverso i quali penetra, cucchiaio supremo, nel centro d’ogni luogo più intimo con avido acquartieramento. Affatto commosso che qualcuno possa diventare suo lettore, il turbamento riguarda piuttosto la facilità con cui tutti gli altri gli diventano scrittura, nell’accedere al tavolo ripagato dei danni ricevuti: che la pagina osserva e testimonia attraverso fluidi inquietanti che vi si cristallizzano; è come esorcizzare i fantasmi; se del mostro se ne fanno figurine infatti la terribilità diventa un gioco e un prontuario per quando dovesse ripresentarsi; la spina si spunta, la pena s’arresta, domata dalla parola giusta per dirlo. Una volta al tavolo lavorano tutti per lui, fattosi abilissimo a farli fruttare, rigo per rigo in turni spietati in cui debbono tutti lasciare il massimo di quanto posseggono; e li abbandona solo quando gli avessero esibito ogni loro albagia. Ha uno spirito altamente vendicativo costui nei suoi quaderni, ed è difficile che qualcuno che abbia frequentato si salvi, non avendone ricevuto un contegno corretto in quella direzione da sempre pretesa; il diario


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è quindi un baluardo contro l’oblio, circa le offese ricevute; una forma di capitalizzazione per poter osservare dall’alto quanti resterebbero altrimenti impuniti nei loro eccessi, e figurarsi che crema ne potrà fare, osservandoveli. Gradino d’inattaccabilità, non vi si deve rispondere di niente a nessuno, per come risulta affilata questa protesi indossata ogni giorno. Collezione di parcelle altrimenti perdute, è un verbale che fa rinascere ogni sorta d’amplesso con le parole, nel tentativo, dapprima brancolante, ma riga dopo riga, pagina dopo pagina, sempre più consistente, per rientrarle nel giusto alveo e per raggiungere una serenità altrimenti impossibile. Nel diario è la saldatura al distante moncherino, per raggiungere la cuccia persa e la matrice che ci ha espulso senza che ce ne fosse mai stato chiesto il permesso: ma chi li ha autorizzati a farci venire al mondo, solo per sopportarvi tanto strazio e sicura perdizione; se non altro perché tra non molto si morirà di sicuro e magari tra le pene più inique, non avendo fatto nient’altro che subirle dal primo fino all’ultimo istante. E pretenderebbero un ringraziamento: t’ho dato la vita, gridano. La morte, piuttosto. Che razza di supremo egoismo, tipico di chi un diario non lo tiene. E allora in questo terreno proibito e recinto chiuso mantenuto nascosto, s’annotano le schegge più vergognose e compromettenti: esplodessero tutti i diari del mondo, nel caso ogni uomo ne tenesse uno, la terra acquisterebbe un punto d’incandescenza da oscurare il sole, ogni diario avendo la forza propulsiva d’un sistema vitale. Ma c’è troppa pigrizia e disattenzione su ciò che siamo e potremmo essere nel praticarlo. Diario come desiderio, eros e coscienza delle proprie contraddizioni; utopia di un ordine finito, rispetto al caos e continuamente emorragico che ci circonda; ossia punto fermo nella disperazione d’ogni giorno, e oggetto conclusivo, una volta per tutte non più modificabile. È riordinare il mondo, altrimenti nemico e persecutorio, non esorcizzabile con qualunque altro mezzo, sfidando ogni volta l’ignoto del proprio abisso: il più pauroso che ci sia dato subire. Insomma è una protesi, in quanto l’anima più del corpo ne ha bisogno, per corroborarvi un’autostima che le faccia salire un gradino dalla sua storpiezza di base, altrimenti irrimediabile. Il diario ha proprio questa funzione intemerata, vista la sordità dell’universo. Testimonia che qualcuno ha barato nel gettare i dadi, e conseguentemente il libro che ne possa venir fuori è proprio il riconoscimento dell’impossibilità di parlare e di vivere: altrimenti perché si preferirebbe confidare i propri tremori a un foglio di carta. Condizione sufficiente per una letteratura della crisi e della infelicità espiata anticipatamente, il diario disfa di notte la tela appena tramata:


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ma anche continuare a nutrirsi, ben sapendo che il corpo è mortale non è ridicolo? Il diario è un deposito del cuore, una vita cristallizzata in una stimolante spirale, e di queste figure retoriche possiede un fascino nell’eterna maniera di stridere. Con il diario non s’invecchia, perché a starsi a guardare così spesso le rughe, non si possono più incrementare; e viene alla luce di notte, come un figlio abortito; è scritto clandestinamente, conosciuto con ricognizioni furtive, e quasi essere masturbatorio, intanto è un bene di cui si è talmente gelosi che a cederlo e a non mantenerlo più, si è come feriti: quel periodo disperso sarà certo un brano di meno che resterà da vivere. Genitori che ci hanno visto traballanti sulle gambine, e che ignari ci hanno regalato fiduciosi il primo quaderno, si sono domandati, scurendosi in volto, perché mai avremmo fatto loro il torto di non proseguirvi le aste e solo quelle: come puoi farci una cosa simile e darci improvvisamente del lei, a noi che ti abbiamo tenuto sulle ginocchia; ma il diario lo si tiene caparbiamente per anni proprio per poter dare del lei ai genitori e ai compagni di strada vacui e deridenti che ci escludevano dai giochi, e per consolarci di quelle puberi vanesie per le quali ha palpitato puberamente il nostro cuore. Il diario non fa politica, si dice, ma poiché permette di tenere lo sguardo fisso sull’infinito, siamo convinti che i grandi pensatori e i poeti non siano stati altro che accorti amministratori di un proprio diario, cioè di se stessi. No, non esistono i geni, ma solo determinate condizioni storico-critiche che, rispetto ad altre elevano questi contributi giornalieri a intuizioni insuperabili. Una loro esplosione però sarebbe impossibile, poiché il diario è sposato alla segretezza e al piacere di cesellarvi dettagli e approssimazioni di cui si resta poi sommamente gelosi. Fortemente interiorizzato e intimamente inserito nella sua sola natura, il diario è un paesaggista di se stesso e nello studio del suo centro-terra e della speculazione dei fenomeni ad esso relativi, resta ricerca di sempre nuovi e più lusinghieri significati: ed ecco perché non fallisce mai abbastanza nella conservazione di amici e di compagni, alle qualità dei quali chiede ogni volta troppo. Alle attenzioni altrui si predispone, ma che siano attenzioni vere, sincere e non ipocriti gesti scorretti e modi speculativi di un puntuale sfruttamento; colpisce nel diario la sua intransigenza, intolleranza e gigantesca presunzione di poter esigere tutto e subito non solo da sé, ma anche da quanti mai con se stessi pensano d’essere schietti. Alla pagina ancora vuota apporre la data, d’impeto selezionare l’argomento e iniziare la frase, sono già teneri contatti di un predisporsi


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all’incanto, e maneggiando l’attrezzo, il diario è il nostro docile servitore; e questo sì che è un affetto che non s’interromperà mai, e che non potrà far finta, neppure volendolo. Nel diario, è stato ampiamente provato, si crea una sorta di amplesso, dapprima brancolante, ma riga dietro riga, pagina per pagina poi sempre maggiormente consistente, come soluzione per raggiungere quella serenità altrimenti impossibile, nell’analisi di laboriose umiltà riconquistando il grembo perduto, ogni volta credendolo possibile nelle parole utilizzate per crederlo. L’esigenza di tenere il diario nasce da lontano, per maturare e mantenersi in vita, quasi in un flusso biologico. Il diario in questo modo finisce per essere un interlocutore indispensabile, data la moralità sempre intransigente e il bisogno di far ordine proprio del suo autore. Senza dubbio le opere letterarie più singolari per immediatezza e necessità, sono sorte dalle pagine di un diario, in quanto accumulo di tutte le emozioni e analisi vissute dal suo autore: di conseguenza è un prontuario insostituibile e un manuale cui attingere caratteri, personaggi e situazioni autentiche ferocemente vissute sulla pelle. Se scrivere è sempre un collezionare e trattenere la vita, che altrimenti passerebbe emorragica nel segno della rassegnazione, tenere il diario è tesaurizzare addirittura l’istante della quotidianità più estenuata, in una cadenza delle minime cose che, data la disattenzione invece imperante, non può non produrre, quando il suo autore sia speciale, una dimensione conoscitiva eccezionali. Si scrive il diario avvertendo che la vita altrimenti sarebbe come non fosse mai stata: Valery e Cioran lo dimostrano ampiamente. Il diario inoltre per uno scrittore è anche un trucco e un metodo per farcela; è una disciplina per mettersi ogni volta nella difficile condizione di fare; è una sorta di cinghia di trasmissione per i progetti più ambiziosi che richiedono organizzazione, tempo, correzioni e ripensamenti. Il diario insomma, dato il suo ritmo naturale, sciolto da qualsiasi responsabilità estetica, scioglie i dubbi e gli impacci, predisponendo felicemente al lavoro, potenziando i nostri sensi, ampliando le nostre visioni e consapevolezze, attraverso pagine al dunque “professionali”. E qui l’elenco sarebbe lungo, anche a indicarne solo le più valide, ricordando Renard, Saks, Chatwin, i nostri Arbasino, Savinio, Alvaro, Zavattini, Pavese: a quest’ ultimo la protesi diaristica essendo servita addirittura all’annullamento di se stesso; com’è stato per Morselli, del resto. Ma a citarli tutti occorrerebbe una pubblicazione a parte, e non tralasceremo, proseguendo alla rinfusa, Dostoievskij e il precursore Dante, Proust, Léautaud e Giorgio Manganelli: altro indispettito chiosatore di se stesso in ogni suo titolo che, a proposito de “La vocazione del superstite”,


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parla di autobiografia in senso più callidiano che memoralistico; il tutto tenuto insieme da un sugo verbale fitto e denso, colto e caldo, cruccio degli epatici golosi; non dimenticando l’altro contemporaneo amato dalla Ginzburg, Umberto Pavia, con il suo “Quaderno dei temi” d’un autolesionismo così vorace, da somigliarlo a un Canetti. Ma dopo Brancati, Camus, Casanova e la Nin, sempre a volo d’uccello vorremmo concludere l’esemplificazione con il corposo, tetro, vitale Bukowski, alias Chinaski, in quasi tutti i suoi “dannati” titoli sempre prettamente diaristico; qualche considerazione in più destinandola al giornale di Jean Cocteau. Vanitoso fino alla spocchia più insormontabile e noiosa; geniale fino alla più smascherata idiosincrasia; elegante con un metodo che talvolta raggiunge uno stile, Cocteau nel suo disarmante diario annota quotidiane moralità, ricordi e autocelebrazioni, intuizioni smaglianti e gorgheggi da prima donna, innaffiando il tutto con un compiacimento contemplativo dei suoi trascorsi e dei successi mondani davvero infantile, per com’è scoperto il ruolo che s’è dato; o meglio che gli hanno dato di ragazzo terribile della letteratura francese. Pochi personaggi del suo tempo hanno ricevuto così numerosi onori e hanno avuto la possibilità di conoscere e di frequentare i numi tutelari d’un’epoca come Cocteau; basti citare: Picasso, Gide, Mauriac. Sgargiante, sempre alla moda, il gusto poliedrico ha coinciso nel suo caso con l’ebollizione del surrealismo storico, con il cinema emergente, con il teatro d’avanguardia e con il fenomeno dei balletti russi; Cocteau in questo tappeto magico di coincidenze ha finito per trovarcisi a suo agio, e nel salotto di casa sua, sempre aperto a tutti, s’è verificata la fucina d’un trovarobato mobilissimo e irripetibile, dati gli attori a disposizione e la scena costantemente molteplicatavisi. Ma non deve credersi, solo perciò, che Cocteau millanti nel suo diario altro da sé e che abbia vissuto di rendita solo per queste fastose coincidenze (anche se pellicole come “Orfeo”, “I parenti terribili”, “Il sangue d’un poeta”, lo hanno si direbbe “costretto” nella storia del cinema), perché lo scrittore ha un animo sensibilissimo e la sua scrittura l’asseconda pungente e duttile nel pettegolezzo, quanto in taluni squarci intuitivi di profilo critico, che nel suo Diario raggiungono il meglio di sé, fin dal pezzo d’apertura, quando sotto il titolo “Sull’invisibilità”, Cocteau scudiscia sentenze capitali a proposito della poesia, prendendo l’argomento così da lontano da appassionarci per le sue doti di “pasticciere” e d’equilibrista della mente: “L’invisibile a me appare come condizione dell’eleganza. L’eleganza scompare quando dà nell’occhio. La poesia, eleganza per eccellenza, non può dunque essere visibile. Ma allora, mi direte voi, a che serve? A niente. Chi la


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vedrà? Nessuno. Ciò non toglie che sia un oltraggio al pudore. Il suo però è un esibizionismo che si rivolge ai ciechi. La poesia si limita a esprimere una morale privata…”. Eccola la temperatura e la passione di Cocteau, quando si tratta di qualcosa che lo turba e che per lui finisce per essere una ragione di vita; com’è appunto la poesia; così poco tale, del resto, il più delle volte; ma proprio per questo così caparbiamente accarezzata. Cocteau nel Diario è sempre un se stesso che si autodenuncia dell’impotenza sofferta, fregiandosene come di un titolo di merito, quando più avanti, nello stesso capitolo sibila: “Il bello è sempre il risultato d’un incidente, d’una rovinosa caduta tra abitudini prese e abitudini da prendere… quando infine la nuova abitudine è presa, l’incidente non sarà più tale…”. Quindi, mutuando Delacroix e Matisse, due altri giganti di cui Cocteau si fregia per incantare il suo pubblico, aggiunge sornione: “Non si è mai compresi, si viene accettati…”. Esiste in Cocteau, qui più che altrove, una così commossa tenerezza per il fare dello spirito, una così travolgente convinzione che il gusto, lo stile e l’equilibrio nel gestirlo salveranno il mondo, che nelle pagine del suo Diario (eccezionali quelle che vanno sotto il titolo “La difficoltà di essere”) il discorso sull’uomo e sull’artista finiamo per preferirlo al suo disperato presenzialismo: valga a dimostrarlo il capitolo che s’intitola: “Sulla pena di morte”, antesignano d’una moratoria recente. Mentre sotto il titolo: “Sulla giustificazione d’un’ingiustizia”, Cocteau rivela la sua gregarietà da Picasso, addirittura venerato in un rovello dalla doppia anima. Inoltre si leggono con un brivido d’indulgente disagio le vanitose schermaglie dilaganti in titoli quali: “Sulle libertà relative” e in “Deriva”. Ma la carta vincente di Cocteau, nel Diario, come nella sua opera in generale, è l’eleganza, l’aneddoto che s’eleva a principio e il pettegolezzo a proposizione estetica; e “Sulla preminenza delle favole”, di questa particolarità ce ne reca una messe davvero condita a dovere con il paradosso e la parodia: altre caratteristiche precipue del Cocteau più vivace. Il diario col suo rito è strumento necessario per risolvere una infelicità intollerabile, il quaderno facendosi congesta coltura d’ogni esperienza indigesta; si stenta a credere quanto una frase scritta calmi l’assedio dell’indistinto che sovrasta; già la ricerca delle parole per dirlo è terapia, mentre la frase individuata placa il malanimo, solo per il fatto che il veleno giace sulla carta, finalmente depurato. Vi sono cose che non si possono dire a nessuno, neppure a se stessi, ma al diario sì, e repertorio d’un’umanità senza firma, sedativo d’una calma sia pure temporanea, ogni diario è un contenitore di odi, stanchezze, contraddizioni, assedi,

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