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Carlo Villa

Esodiade Romanzo

SocietĂ

Editrice Fiorentina


Carlo Villa

Esodiade Romanzo

SocietĂ

Editrice Fiorentina


© 2019 Società Editrice Fiorentina via Aretina, 298 - 50136 Firenze tel. 055 5532924 info@sefeditrice.it www.sefeditrice.it facebook account www.facebook.com/sefeditrice twitter account @sefeditrice isbn 978-88-6032-519-8 Proprietà letteraria riservata Riproduzione, in qualsiasi forma, intera o parziale, vietata Copertina a cura di Studio Grafico Norfini, Firenze


La povertà è una vergogna che nessun merito lava (U. Foscolo, Epistolario) La falce è grande, ma più grande è il prato (G. Pascoli, Primi poemetti) Non mi sembra che abbiate nessuna intenzione di scriverla l’autobiografia. Sapete quel che faccio? La scriverò per voi come Defoe scrisse Robinson Crusoe. Ed è questa. (G. Stein, Autobiografia di Alice Toklas)


Esodiade


1. Tra le streghe e gli orchi delle fiabe, il mio bambino è solo, e la ricerca sarà perciò interminabile

La paura d’un pericolo conduce spesso a un male anche peggiore. Ma è anche vero che una paura vigile può essere provvidenziale nell’evitarlo. Ce lo ricorda Sofocle in un frammento lapidario: “Per chi ha paura tutto fruscia”. Per quanto mi riguarda quella sofferta per l’attuale indigenza da esodato, pari a quella per le passate penurie belliche dell’infanzia, e per i traffici paterni che ne sono seguiti, tutti inconsulti e sempre in svantaggio, respirati fin da fanciullo in quel lugubre negozio da santaro impostomi senza averla mai potuta godere la mia età, costretta nei biechi torchi d’una fede intollerante e rovinosa. Al punto d’esserne rimasto deformato anche nel corpo, che troppo spesso prende la forma delle cose sofferte attraverso le ferite della mente: tanto da potere azzardare senza troppi distinguo che l’incipit del Vangelo di Giovanni andrebbe senz’altro cambiato, prevedendo “In principio è l’oppressione d’ogni giorno”: la vita non essendo altro che la ricerca straziante per subirla disperatamente da perdenti. Se questo è vero, la psicologia dell’afferrare e dell’accumulo risulta proprio perciò una coazione ancora del tutto inesplorata, che manifesta molti segni enigmatici, sui quali difficilmente l’animo avido si sofferma, vergognoso d’ammetterli, mentre tra le molteplici azioni dell’uomo non ce n’è una più antica e fonte di pene maggiori di quella del trattenere qualsiasi cosa sia stata scoperta adatta a confondere gli altri nelle ripetizioni incresciose d’una quotidianità intollerabile. Innanzitutto si tratta di spiare l’oggetto della nostra cupidigia, sorvegliandolo con un senso di inquietudine e con timore, gonfio com’è di sempre nuovi insediamenti, che ren9


dono il collezionista un vile sacerdote d’un rito turpe, servo d’un sistema greve che s’intreccia sulla sua testa sbigottita. Ma ormai l’amuleto che affascina si è incastonato nello stato afflittivo d’una frenetica tensione e lo si continua a frequentare con avidità; quando addirittura non lo si provochi, perché sprigioni sempre sughi ulteriori dalla sua emotività più riposta. Il primo contatto con la situazione rassicurante può anche non riferirsi a un oggetto, ma a un incarico e a una promozione; o alla perdita d’un lavoro, com’è nel caso mio, tradito dal punto di vista pensionistico, costretto a scegliere mio malgrado un nuovo stato immobiliare che m’inquieta, carico com’è d’impegni lacunosi, nonostante ogni possibile, vantaggiosa posizione sperata, con ancora indosso le privazioni e le atrocità sofferte, irte di pericoli e di minacce dovute a un genitore vissuto anche peggio della stessa guerra. Le dita tastano ciò che stanno per possedere, superando ogni altro modo di afferrare, con la vista, l’udito e l’olfatto che mantengono ancora una certa distanza dalla preda: spazio interposto attraverso il quale sembra esistere ancora la possibilità di una dolente ritirata; sensazione dolorosissima anche questa, visto che il prezzo ansiogeno delle dosi intanto è già stato pagato per le imposizioni lacrimose d’una Fornero, visti i molteplici disastri politici che ne sono seguiti a causa dell’indigesta arroganza d’un sopravvenuto Renzi, anche lui rottamatore di lì a poco soprattutto di se stesso, avendo devastato col partito di riferimento l’intero, già stremato Paese. Anche per questo lo sfascio definitivo del nuovo corso intrapreso mi si è preannunciato subito fatale: le streghe e gli orchi delle fiabe prima di inglobarla fanno allungare un dito alla vittima per sapere se è abbastanza grassa; e d’altra parte fin dall’avvento dell’esodo predace ho dovuto attivarmi per realizzare qualcosa di concreto al sopraggiungere dell’infernale pensionamento che m’ha spinto a rifugiarmi in questa landa periferica, in una casetta diruta, dopo lo sfratto subito dall’abitazione cittadina. 10


Gli oggetti amati prima o poi bisogna assaggiarli se si vuole essere certi di possederli; e adesso a me succede proprio questo con la calcina dell’intonaco che stanno stendendo sulla nuova copertura della vetusta bicocca, già gravata da Imu, Tarsu, Tari, patrimoniali e mutui bancari angosciosi, dal momento che sono stato costretto a quest’investimento precipitoso, sopraffatto dall’estremo stato economico causato dal welfare predatorio del governo Monti. Sono un cosiddetto esodato infatti, incappato nella famigerata legge Fornero voluta a salvaguardia di un’effimera copertura economica; e per quanto mi riguarda di conseguenza il mondo mi si è ridotto in un continuo stato emorragico, che posso frequentare solo costretto in un tenace laccio emostatico. Ecco perché ogni spazio, ogni oggetto, ogni minima parte di denaro, di vita, di giornata e di persone che frequento, fossero pure familiari, mi deprimono e piombo subito nell’angoscia e in una spiacevolezza atroce ogni volta che si tratta di abbandonare anche delle minime scorie di quanto non più utilizzabile, convinto che potrebbero apparecchiarmi dei nuovi vantaggi futuri. Sotto la spinta continua e mai cheta d’una simile delirante pressione, tutte le persone che incontro e che frequento, per forza finiscono al dunque per essere rozze, banali e meschine, e risultano puntualmente mediocri quanti non obbediscono pronti ai solenni dettati di questa mia infelicità ancora così poco compresa dai miei familiari. Ossia il centone, il superfluo, la replica mi suonano inquinanti e dispersivi, e a questo punto non frequento a fondo che me stesso, e non avendo più un soldo garantito, fuggo gli intrattenimenti ritualizzati, quali: il salotto, la cena sociale, la festa campestre e la gita che non sia mirata al risparmio e volta ad arricchire di molteplici echi e di adeguate testimonianze una vita sempre più raccolta e rarefatta. E in questa sorta di copione da negriero giornalmente mi analizzo, cosicché possa restarvi fissato per sempre, rispetto a una società divenuta stolida e gradassa. 11


Vivere in questo modo è una pena. Ma per quanti trucchi intraprenda al fine di stemperare questo mio eccessivo rigore, e per darmi finalmente qualche pace, sempre mi serpeggia dentro un’esigenza aspra e un’imperiosa inflessibilità ordinatrice che mi costringono alle corde, e privo di compensi, data la perdita del lavoro e del suo pattuito stipendio, anche l’assegno di quiescenza ancora di là da venire resta una beffa con lo strombazzato reddito di cittadinanza. Cerco e adotto delle novità, ma queste, assai prima di cingerle devo accuratamente scartarle attraverso puntigliose dialettiche; che solo dopo aver passato a pieni voti i miei feroci esami, si allineano nel sistema complesso che io solo posso regolare; o piuttosto da cui sono implacabilmente regolato attraverso mille, resistentissimi fili d’assoluta interiorità priva di difese. Ora poi che per la spartana copertura della casetta acquistata ho dovuto decidere subito, e piegarmi al lusinghiero cespite con l’animo contratto dietro a tutte le altre infinite scelte, probabilmente migliori, che una decisione così importante avrebbero potuto recarmi, c’è da stupirsi se il luogo che abito s’è fatto incredibilmente gravido di materiali senz’argini diposti in un loro modo disordinato e ben poco rassicurante, aumentandomi ogni sciatteria circostante nell’arrogante pressappochismo d’un quotidiano cantiere di sicuro demerito. Dubito perciò che per quanto riguarda i “tre pizzi” – in giro viene chiamata così la catapecchia che mi accingo a riattare – un accordo tanto affrettato potrà risolversi in un effettivo vantaggio. Ma se avessi avuto più tempo a disposizione, avrei davvero potuto decidere qualcosa di diverso? La contingenza era pressante e non mi faceva più dormire, e la dimora individuata stava disfacendosi in ogni suo intonaco in una polvere inarrestabile ad ogni stormir di vento, trovandosene a disposizione sempre di meno. Il disgraziato alloggio a questo punto rappresenta proprio il sedimento d’una vita vissuta come smeriglio, e averlo dovuto scegliere così a cuor leggero m’ha scatenato in petto gorghi 12


di nere previsioni, data la scelta precipitosa dovuta effettuare, per lo sfratto impiegatizio e quello dal domicilio cittadino. È stato questo l’unico rifugio possibile, date le mie magre risorse, e l’antica egemonia d’un padre cavaliere d’una deprecabile fede, non essendo mai entrato in un bar e figurarsi in un ristorante per un’ansia di calvinistico impegno, proprio perché mio padre vi spariva e ne imboccava di continuo gli usci e gli interni policromi, attardandovisi con evidenti, solitarie soddisfazioni, mentre in casa ci mancava anche il pane. Ma ormai il passo l’ho fatto e che consolazione se un anatema simile a quello frequentato in questa landa aurorale venisse instaurato anche da chi ci governa. E dinanzi a questa nitida, quanto utopica proposizione delirante, prendo forza di nuovo, convinto che il mio esempio non potrà andare perduto: ma fino a quando potrò resistere in attesa d’un qualche ammortizzatore sociale e d’un qualsiasi reddito di minima povertà garantita? Quello d’improbabile cittadinanza ancora di là da venire grillinamente sparlando, considerato il contratto intervenuto con la Lega anche per la quota 100. Non vivo, semmai soppeso, seleziono, raduno, e al dunque perciò non esisto, ma piuttosto ritaglio e accantono, pur sempre in attesa di quella stagione ideale in cui otterrò in premio una vita non meno negletta e tribolata, spacciata per eterna, e considerate le privazioni sofferte fin da fanciullo, il mio è uno stivaggio così puntiglioso e accurato, che giunto il momento buono il premio me lo sarò certo guadagnato; perlomeno nelle pagine di questo mio memoriale, che mi si va formando come un grumo dallo smagliante significato rispetto a qualsiasi partito e possibile Movimento, per quanto ben motivati siano i programmi enunciati nei fatti immancabilmente inattuabili. Il mio è un diario di bordo ed è la testimonianza di un giusto percorso; e se vi palpo sentimenti già avuti, non è per un ebbro compiacimento da ripasso, ma proprio affinché questi possano ergersi ad ammonimento non solo mio. 13


Gonfie di tante gagliarde perorazioni, perciò queste pagine non appena le stuzzico, scattano in nuovi percorsi folli, ed io mi beo della loro sempre lubrificata disponibilità, disfatto come un Monsieur Verdoux chapliniano, ieraticamente indigente nel conservarmi con questi lavori riparatori almeno una parvenza di guscio sul capo. Beni e occasioni da parte, tenendoli a bada in una rassegna a gestione giornaliera, il mio passato è franoso, costellato di giornaliere imposizioni che su questi fogli continuo a numerare con righe affannate, nel timore che qualcosa possa sfuggirmi; e ridotto a un bel niente per una così precaria situazione pensionistica, eccomi sempre in attesa d’un ennesimo governo d’emergenza per un Paese sconsiderato e allo sbando per le infinite ruberie che l’hanno sinistrato nel tempo, precipitandolo in populismi dal controvalore vergognoso. Diario quale scatola nera, il mio, ben sigillata sul nulla, per una sopravvivenza d’ultimo respiro, viste le insidie e le continue manomissioni del vivere a campione d’un ponte tra il già andato e quanto potrà ancora venire, per rendere la pazzia della vita che m’è stata imposta, finalmente qualcosa di meritevole; manciata di spiccioli caparbiamente trattenuti, rispetto allo sperpero di cellule, di gesti e di ossigeno, che a vivere come gli altri, mi farebbe finire lo stesso ma senza quest’illusorio certificato. E come negarlo se a riguardo ho documenti pronti da esibire sulle malefatte bancarie e i delitti di Stato più infamanti. Avendo in odio lo spendere e l’agire senza equilibrio, non mi sono mai piegato al principio delle cose così come vengono, e figuriamoci in quale stato di profonda prostrazione sono precipitato adesso che ho firmato un contratto in forza del quale un raccogliticcio capomastro ha ricevuto carta bianca circa una bonifica complessa e sostanziale da apportare al misero baraccamento, tramite dilazionati pagherò per un tetto meno precario dell’attuale. 14


Ma c’era la contingenza che premeva e l’occasione di un cantiere già nelle adiacenze, elemento da me subito valutato a favore di un prezzo di riguardo, mentre soggiacevo ferito dai brani di calcina e dalle tegole che precipitavano sempre più spesso da tutti e tre i tetti del capanno albanese, paurosamente imbarcatisi. Così ho finito per chiudere gli occhi, illudendomi che ad aprirli dopo un simile incubo avrei potuto vedere la conclusione felice d’un consolidamento, dati i costi ogni giorno più alti riferiti al cemento e alle maestranze, rispetto alle mie risorse fattesi invece sempre più ridotte, data una recessione imperversante e le aspettative pensionistiche tuttora irrisolte. Incontrare persone, frequentandole per il verso loro, è pur sempre cedere il proprio, perciò eccomi teso nell’autopunizione, per aver abdicato così a cuor leggero alla regola aurea d’una cautela intemerata: infatti all’impresa ho già dato un anticipo, cosicché nello scorgere incuranti operai spicconare e recidere, abradere e distruggere ogni cosa fino a un istante prima così instabile e vetusta, non posso far altro che sperare che la strage sia sollecita e che l’incubo finisca presto, perché a guardia ventiquattr’ore su ventiquattro su un simile destino m’ha ridotto decomposto. Non ho nessuno che mi sostituisca io, con due figlie ancora minori e una moglie indolente e infrequentabile, salvo secondo un suo sacrosanto bisogno di tranquillità enigmistica. Futile ad ogni occhiello di cruciverba e procedere di parole crociate nel loro rompicapo ininterrotto. Desolato, in trincea devo restarci da solo, armato unicamente di questo mio puntiglioso diario da truffato zio Vanja cècoviano, costantemente truffato ad opera d’un indisponente Serbrjakov: all’atto pratico non meno altezzoso d’un Monti, in arte Fornero, cui debbo ogni presente affronto lavorativo ad alzo zero.

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Indice

Esodiade

9 1. Tra le streghe e gli orchi delle fiabe, il mio bambino è solo, e la ricerca sarà perciò interminabile 16

2. Amministratore del piacere, con limiti ogni volta superabili

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3. In un angusto colpo d’occhio da trincea, come posso pentirmi se la porta me la apro da solo?

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4. Senza conoscere la vasca né l’acqua corrente, sono stato cresimato dalla Gazzetta Ufficiale

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5. Una nuova fonte energetica, per la quale ho già pagato l’utenza

6. Le sonate di Corelli come chiave per vivere

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59 7. Per un totale senso delle briciole, domino su tutte le somme in una spedizione coloniale 66

8. Tra calcolatori del niente e casseforti del vuoto, lo spiraglio dell’uscio non è mai chiuso

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9. A causa di una semplice neonata, con poco più d’un faccino, divento sempre più piccolo

81 10. In un’esplosione astronomica all’interno d’un bicchiere, la casa si gonfia nel gonfiore della piccola, e tra una poppata e l’altra perciò lo sfacelo sarà irrimediabile 86

11. Il duro e insano scheletro smagliante della vita, racchiuso nei quaderni che utilizzo

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12. Proprio come succede nel rimorso, d’ogni quaderno ne faccio due

13. Del mostro ne faccio figurine

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14. Equivalente del libro mastro, ogni pagina ha il drin del registratore di cassa

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15. Moltiplicando gli occhi d’un lago in casa, l’acqua tranquilla del mondo vi si sposa

16. La palma del martirio tutta e subito

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17. Nelle pagine della domanda e dell’offerta, grido chiama grido, come una TV a pieno volume

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18. Sono il figlio minorato col ghigno minaccioso d’un Mister Hyde

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19. Scendo guardingo dalla scala regia, alla continua ricerca di una mancia

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20. Al sopraggiungere delle domeniche moltitudini fendono la mia carta copiativa rivierasca

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21. Quando la casa è pronta, muore il padrone

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22. Sull’apice d’un impero creduto imperituro, la paterna coglia colpisce ancora

L’autore e la critica

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Esodiade  

di Carlo Villa

Esodiade  

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