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Carlo Villa

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Dello stesso autore Agrità Sotto la cresta dell’onda Quel pallido Gary Cooper Caro, dolce nessuno Dripping Impronte L’ospite sgradito Pieni a perdere Keatoniana Pensieri panici L’incontro delle parallele A pensarci bene L’esperienza del nulla La misura della perdita


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© 2020 Società Editrice Fiorentina via Aretina, 298 - 50136 Firenze tel. 055 5532924 info@sefeditrice.it www.sefeditrice.it facebook account www.facebook.com/sefeditrice twitter account @sefeditrice isbn 978-88-6032-561-7 Proprietà letteraria riservata Riproduzione, in qualsiasi forma, intera o parziale, vietata Le opinioni espresse nel presente volume non rispecchiano necessariamente quelle dell’Editore


State attenti: la nave è ormai in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma il menù per l’indomani. (F. Nietzsche) Sono stato sempre, e destinato certamente ad essere per il breve tratto che mi resta da vivere uomo affatto insocievole e ingrato agli altri e a me stesso oneroso. Ed ora in una breve, rovinosa chiarezza, posso redigerne uno stenografico rendiconto. (G. Manganelli, “Hilarotragoedia”)


Capitolo I

Neppure un francobollo di rispetto riscatta un Ulisside che non ha avuto altra Itaca che i propri oscuri tormenti sulla carta

Come mi trovassi costantemente sotto la cresta dell’onda, il senso d’esclusione mi si è ormai connaturato in una “commiseratio” stucchevole; si tratta d’una vanitosa ferita che, non avendo mai avuto altri interlocutori, mi dilania, incappandovi di continuo mio malgrado. Ne rintuzzo sì la valenza ferrigna con pacche sulla coscienza, ma questa in diversi modi m’angoscia anche più di allora, e dilaga squassandomi ogni ora del giorno. E non parlo di quelle che m’assediano durante le notti sempre più brevi e affannate, da quando ho appreso che potrebbero essere le ultime che avrò a mia disposizione. Ne sono soffocato. Si tratta d’un’esclusione tattile ininterrotta, mai del tutto placata, e cupo in questa mia acidità, agucchio maldestre letture compensative; che di conseguenza finiscono, e fin dall’inizio lo sono, ineluttabilmente più brucianti delle prese di sale su una piaga: ne ho costante vergogna. Sto leggendo ancora una volta quella “Proprietà perduta” d’un autore così poco frequentato nella realtà, da averlo sempre letto in una sorta di languore lunare: un semino trattenuto tra i denti, senza che mai sia avvenuto con lui un incontro effettivo, pur avendolo sempre notiziato di quanto di mio nel tempo ero convinto che avrebbe invece gradito leggere, magari commentandolo pubblicamente. Strafottente? Chi dei due in questo caso? Giacché con i cosiddetti colleghi mi sono sempre chiesto perché allora non m’avessero mai considerato costoro, violandolo questo mio pudore a prova d’artiglio. Circa Castelporziano, ad esempio, e non è la prima volta che affronto codesto patetico argomento, ne ricordo con vivo rammarico ancora oggi l’esclusione, pur avendo compiuto timidi tentativi nel covo organizzativo. In fin dei conti lavoravo già da anni con l’assessore all’Estate Romana, e avevo un percorso di meriti e di presenze di gran lunga più fervido da spendere, rispetto a buona parte dei discutibili sopraggiunti sul palco con maldestre prodezze.


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La mia non è presunzione, ma strazio per un isolamento che, accresciutosi col deperimento culturale del Paese, nonostante la feroce disciplina frequentata fin da ragazzo, non riesco ancora a scalfire in termini di visibilità, il mio stato reietto infestandomi senza rimedio, benché continui a bussare a un muro di cemento fattosi invalicabile nel ferirmi senza neppure produrre un’eco coi colpi inflitti, dato l’ottuso spessore del materiale incontrato. Non riesco a spiegarmela tanta antipatia sopravvenuta, fattasi sempre più fitta e alla fine così decisa per dispiacermi; ed essendo arrivato alla fine, il lutto mi s’ingigantisce, affannandomi, mentre tento di tirare delle inutili somme, che mi recano solo risultati perversi. Ma come, da anni e per quanti titoli ho costruito oggetti letterari capaci d’arricchire l’immaginario collettivo, scavando in quello individuale di tutti, e dalla critica, dedita generalmente oramai alla crapula dei convegni del congegnato economico più almanaccato, vengo immancabilmente escluso, non potendomi aspettare neppure un francobollo di rispetto? E ogni alba m’inghiotte in una nudità sepolcrale, conservando nella nobiltà d’una vergine la carta nautica di questi miei sogni lustrali: a poco a poco allargandosi in numerose isole sempre più distanti tra loro. Eppure ogni giorno che non è ancora l’alba, mi metto a salvare il mondo tutto da solo, mai graziato neppure per buona condotta, senza mai sperare in un alito che non sia di Scandinavia, attonito fin dal riveglio, così spesso funestato dai postumi d’una notte nient’affatto riposante a causa degli strappi impostimi dall’impietosa, intima neoplasia diagnosticatami. Così conduco una vita che non mi può più salvare; e molto simile a un ordigno innescato, attraverso sprizzi tutti fastidiosi, punture periodiche, campi magnetici feroci, ho crampi e avvisaglie terminali provenienti sembrerebbe da pendenze presenti fin dalla culla; ed esploderò senz’altro fra breve, per ciò che mi bolle in pentola tutto a mio inevitabile danno. Non sono più certo infatti neppure dei miei numerosi organi, che pure mantengo misteriosamente incapsulati, divenuti restii a farmi sapere più di tanto, rispetto alle loro precarietà insormontabili; e a ben vedere allora, anche rispetto a questo loro funesto numeratore, quante difficoltà interpretative, ipotesi sbilenche, attese spaventose e ben poco degne mi si vanno sommando con un’intelligenza fattasi spericolata col nemico. Subisco a questo punto perciò una guasta presunzione di meriti legati a percorsi acquisiti senza mai averlo avuto un pubblico: perché ormai sto morendo senza poterlo pareggiare il bilancio, con troppo ritardo essen-


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domi accorto che scrivere serve molto meno che vivere, e dovrò proprio rassegnarmi a livello della foglia inumata dal sasso, quale umile vegetale, finché abbia ancora la spinta per tentarla questa mia scrittura che m’ha lasciato alle spalle solo delle tracce traslucide, pari a quelle d’una lumaca, che per quanto operosa, poi se le veda tutte disperse al primo acquazzone stagionale. La mia spinosa aureola espressiva le ha sempre rinviate e attese, frustrate e riaccese le speranze e le ambizioni così spesso sconfitte, che alla fine non m’hanno recato altro che il rosario moltiplicato d’una cordata di disperazioni tattili, senza poter concludere qualcosa di diverso, se da tutto questo percorso elusivo non m’è mai stato possibile trarre un bel niente di alternativo, sia dalle opere, che dalle persone che abbia frequentato a un qualche scopo fiducioso. Insomma l’universo delle lettere non mi è mai stato consono, scomparso dopo Vittorini anche Calvino, con l’Einaudi dei mercoledì colloquiali, essendosi estinto anche ogni mio prosieguo, da sempre in regole certe e solide, rispetto allo sfascio d’un mercato in completo deliquio, almeno nello scomparto infinitesimo che rappresento; ed eccomi ristretto in questa mesta deiezione senza averlo più potuto avere quel mio pubblico giusto. E sono sempre più solo, anche per questa mia decretata fine sanitaria, dopo quella patita stoicamente nelle lettere. Non dico che avrei meritato delle cadenze stellari, ma a compimento di questo mio magazzino colmo di capienze descritte a prezzo di tante rinunce, avrei aspirato a una memoria che non fosse languida in un modo tanto repentino, ignorata del tutto come un ulisside che non abbia avuto altra Itaca che questa costipazione proveniente da un compromesso tragitto interiore. Il mio non è un risentimento che alligna, s’acquatta e s’impenna in una morale degli schiavi, ma rileggendo il dostoevskijano “Memorie del sottosuolo”, assorbito già a quindici anni, l’oltraggio d’una situazione generale avversa, che m’infligge immotivate ferite lancinanti. Alla ricerca d’un letto mancante, alle prime avvisaglie e successive amare conferme del morbo che m’è stato accertato, sono stato sopraffatto dalle considerazioni tutte feroci di quanto sia grottesco il corpo umano, anche nelle sue più elementari funzioni; non meno che il destino dello scrivere, quando giungano le estreme condizioni del vivere, e appaia un grado così alto di selezione da restare miseramente soggetti a precarietà addirittura tragicomiche, buona parte delle mie giornate andandosene ormai perse nell’accedere senza alcun vantaggio effettivo ai


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vari nosocomi, divenuti pari ad altrettanti presìdi editoriali, nel subirvi più che dei servizi adeguati, dei disservizi inesplicabili, da parte di operatori privi d’ogni vera professionalità in carattere con l’àmbito frequentato, struggendomici giornalmente con solitarie dissipazioni di tempo, con la speranza di guarire, quanto di giungere a una qualche corroborante edizione distribuita. Sono invece un po’ tutti dei modesti impiegati, che s’ergono però a giudici mimacciosi, per quanto del tutto sterili sul mio tragico morbo sanitario, quanto su quello dello scrivere, ogni mattina costretto ad affrontarli ambedue, con il desertico sforzo di proseguirlo l’impegno intrapreso appena apro gli occhi, dopo lo sgomento notturno patito in affastellati sogni oppressivi sempre subìti disperatamente nel soddisfare il ricatto penoso della nuova giornata, né più né meno a livello dell’ultimo gradino affrontato. Cosa in sé non così drammatica, non fosse per la coscienza spropositata di quest’infinità di fogli grottescamente sommati con delle parole che, almeno per quanto mi riguarda, mi deprimono ormai più del morire stesso, facendomi meditare sullo squallore giunto ai termini più strazianti. Perché insomma un’intelligenza, affinatasi attraverso dedizioni uniche per tanta parte d’una vita già passata, deve per quella che ancora mi restasse da vivere, sottostare a imperativi letterari e sanitari a dir poco incongrui, tutti di ben poca soddisfazione risolutiva? A consolarsi con il cibo, il corpo si gonfia in inestetismi e subisce infette pesti minacciose; mentre volesse indulgere al sesso, apposite terapie lo sconforterebbero. E ad aver trovato quello capace di una sufficiente scorrevolezza, quanti accidenti di carattere fisiologico e affettivo da superare, dovuti all’età e alle scambievoli condizioni inconfessabili incontrate per un cautelarsi scambievole in funzionalità prive di pentimenti: al punto da chiedersi se per risultati così miserevoli valga ancora la pena un impiego così massiccio di energie e di erogazioni economiche talmente capitali. Ogni risveglio mi reca oramai ragioni più che sufficienti per porre fine alla lotta, e le cose non sono certo migliorate con l’adenoma riscontratomi, i fastidi essendomisi fatti anche più inverecondi e carichi di guai, con le terapie che mi sono state imposte, e che periodicamente rincorrono se stesse in scadenze ogni volta sempre più ravvicinate da verificare, rispetto al potermi illusoriamente salvare. Ora le funzioni infatti mi sono divenute inopportune, solo a tenere il passo con i numerosi esami, interventi, indagini cliniche, tra l’altro fonti


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di continui fastidi burocratici; senza parlare di quelli finanziari, pure dovuti affrontare in contesti inevitabili. L’armerei eccome dunque la mano con un’arma che mi fosse più pietosa della penna, al fine d’eliminarlo questo mio sfraso che m’opprime, non trovando alcuna ragione di subirla ancora l’atrocità d’una simile benna su d’un organo tra l’altro da sempre incondiviso, anche per i frutti che m’ha ingiunto mio malgrado anagraficamente. Vengo a sapere di certe strutture all’avanguardia in capoluoghi distanti, situati anche all’estero, e lo scrupolo di avere più che una conferma alla diagnosi, una terapia più appropriata e moderna, mi spinge a considerarle codeste trasferte onerose; mai veramente affrontate però, soprattutto per il tempo, che in questo caso sottrarrei a formulare piuttosto queste mie ultime volontà assolutamente non delegabili. E mi sono fatto di conseguenza intrattabile, contratto su questo duplice morbo: d’un vivere intimamente ferito, e su quello così legato allo scrivere, ambedue ogni giorno più diffusi, soggiornandovi senza residue illusioni, in quanto il mio corpo vi si è arreso con un fastidio e una disperazione fattisi insopportabili. Ecco perché medito sull’opportunità benevola che su tanta miriade di organi tanto bislacchi, ne esista almeno uno soccorrevole al punto che al momento più opportuno ponga fine a tanta tormentosa navigazione, intrapresa da troppo tempo mio malgrado, considerati gli scarsi risultati ottenuti, da affidargli col giubilo risolutivo un fin troppo tormentoso soffrire.


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Capitolo I Neppure un francobollo di rispetto riscatta un Ulisside che non ha avuto altra Itaca che i propri oscuri tormenti sulla carta Capitolo II La suspence d’un ruolo sta distruggendomi l’attesa solo rinviata della fine Capitolo III Doversi amministrare reca un disagio globalizzato, vigendo la corruzione del branco Capitolo IV Ho ricevuto l’ennesimo rifiuto con gli occhi gia inclini all’estremo riposo Capitolo V La nave è ormai in mano al cuoco di bordo, e al megafono non viene più trasmessa la rotta, ma il menù per l’indomani Capitolo VI S’è mai letto Proust parola per parola e “Guerra e pace” in una volta sola? Capitolo VII Nuda proprietà, come lo è la vita Capitolo VIII Una sacrale fidanzata m’è sempre stata la poesia: delirante nelle tempie e negli spazi intercostali, con un gran vello fulvo sul cretto, costantemente dilatato


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Capitolo IX Ogni morte per Sofocle è un Polinice figlio di Edipo, che tenta di espugnare la sua città con scandalosa innocenza Capitolo X È sempre stata priva di notizie fresche la mia fanciullezza impenitente Capitolo XI Reperire delle parole virili nelle squisitezze muliebri, è sempre stato il mio sogno ad occhi aperti Capitolo XII La vita se ne va, la letteratura resta Capitolo XIII I libri utili per vivere dovrebbero possedere una veste evidente nel descriverla questa loro vitalità Capitolo XIV Il canto del mio Cherubino zittito dalle “Canzonissime” imperversanti anche nell’editoria Capitolo XV Un propellente per la scrittura Capitolo XVI Quanti istanti dovrò ancora vivere con l’erogatore d’ossigeno? Capitolo XVII Un luogo dove poter finalmente sapere come ci si stia bene al riparo, non pagandone piu il conto Capitolo XVIII È l’uscio o la porta a chiudere meglio? Capitolo XIX Ogni cellula contiene sempre la facoltà d’autodistruggersi, incapace di riparare nel corpo la smania suicida della mente


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Capitolo XX Non è vero che il tempo non si ferma mai. Anche sul quadrante meno attivo almeno due volte al giorno viene data l’ora esatta Capitolo XXI Riconosciuto inidoneo a proseguire, dopo ogni visita medica m’aspetto un ultimatum a cielo aperto Capitolo XXII Il congesto male m’è sopraggiunto come un’intelligenza col nemico Capitolo XXIII Nell’aria stessa ormai respiro la tortura della goccia, nell’implacabile perforazione d’un tarlo persistente Capitolo XXIV Anche nelle più intricate rappresentazioni d’una battaglia, poniamo d’Anghiari o d’Alessandro contro Serse, c’è sempre qualcuno che non partecipa, scontrosamente scettico, quasi a contestarla la lotta che si svolge intanto in primo piano Capitolo XXV La parola egoista è sempre stata caricata delle più varie responsabilità Capitolo XXVI Una sana diffusione m’avrebbe reso migliore anche l’ultimo foglio disponibile Capitolo XXVII Sono sempre stato un Pollicino alla continua ricerca d’una casa mancante, che mi fosse stata giusta per la penna perdente Capitolo XXVIII Il fascino della letteratura consiste nello svelare significati che neppure la storia riesce a capire


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Capitolo XXIX La coniugazione delle parole mi è sempre balenata sotto gli occhi in un inchino cerimonioso e in un lusso di serici tessuti dalle più vivaci sfumature Capitolo XXX I desideri in piena estate sembrano avere un motivo in più per dileguarsi Capitolo XXXI Avanguardia di me stesso, finirò in una retroguardia di scaffali, che nessuno speleologo potrà mai perlustrare Capitolo XXXII Rigo dopo rigo, eccomi sempre più cosciente nel raggiungere quella felicità altrimenti impossibile Capitolo XXXIII Molto spesso le storie interessanti cominciano troppo tardi per poterle comprendere bene Capitolo XXXIV “Pas de deux”: ossia basta in due, vi s’intavolasse anche la più lieta delle possibili novità a contraddirne l’esito Capitolo XXXV Quanti padri regalano ai propri figli degli incidenti di percorso Capitolo XXXVI La propria fine sarebbe talmente appagante poterla risolvere con un gesto d’anticipo L’Autore e la critica

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